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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 31 min 30 sec fa

Lo Stato non produce alcunché. Mai.

Ven, 24/05/2013 - 11:00

Siamo veramente sicuri che la spesa pubblica possa contribuire alla stabilità macroeconomica ed alla maggiore produttività del lavoro? Sono in molti a sostenerlo: credendo fermamente nell’assunto che la spesa in parola, se destinata a finanziare grandi progetti di investimenti pubblici, possa effettivamente stimolare la domanda aggregata e concorrere all’accumulo di capitale.
In un mio precedente articolo (di critica nei confronti della concezione ancora prevalente, fortemente informata ai precetti economici Keynesiani) argomentavo che la spesa pubblica, lungi  dall’essere uno strumento adeguato per contrastare la recessione e la disoccupazione, acuirebbe invece, sempre e comunque, quegli effettivi problemi economici, che dovrebbe essere chiamata a risolvere.

In un altro articolo, ho cercato di dimostrare che è proprio il meccanismo bancario della riserva frazionaria, protetto e favoreggiato dai poteri pubblici, (a prescindere se via sia, o meno, l’istituzione della banca centrale) ad essersi sempre configurato come la fonte effettiva delle fluttuazioni della domanda aggregata.

Nel presente scritto mi propongo di sviscerare due punti:

1.      non esiste proprio nulla che possa definirsi come un “investimento pubblico”: esiste solo ed esclusivamente il “consumo pubblico”. Questo corollario diventa ineludibile, una volta riconosciuti:
a. il carattere distintivo della posizione economica dello Stato, nell’ambito di un sistema economico caratterizzato dalla divisione del lavoro, e
b. la natura stessa dei principi di organizzazione e di gestione, in base ai quali le amministrazioni pubbliche conducono tutte le loro attività.

2.      Dal momento che sono esclusivamente gli investimenti privati ​​a costituire l’unica fonte di accumulazione del capitale e di progresso economico, una tassazione eccessiva riduce il capitale disponibile e pregiudica la crescita economica.

Attività Produttive e atti di consumo nell’ambito di un sistema caratterizzato dalla divisione del lavoro

Per comprendere come lo Stato sia semplicemente un consumatore di risorse, ancorché di tipo speciale, diventa fondamentale cogliere l’idea che la spesa pubblica nel suo complesso includendo nel novero anche le spese ascrivibili alla categoria dei cosiddetti “beni pubblici” (autostrade, ponti, porti, gallerie, ecc) è, per definizione, fisiologicamente orientata al consumo; e non è affatto produttiva, nell’accezione che, con questo termine, si conviene di attribuire a quelle spese, le quali,  nel settore privato, sono finalizzate alla produzione. [1]
Per cogliere appieno l’attuale status economico dello Stato e delle sue spese, nel contesto di una società caratterizzata dalla divisione del lavoro, abbiamo invece bisogno di capire i criteri che ci consentirebbero di classificare tutte le attività economiche, sussumendole in una delle due categorie di base: attività produttive ed attività volte al consumo.

Riferendoci ad una economia di tipo robinsoniano, ci potrebbero essere delle buone ragioni per distinguere tra le due categorie basiche di attività economiche – quelle produttive e quelle orientate al consumo – impiegando dei criteri espressi in termini di unità di beni fisici, ovvero di soddisfazione derivanti dal consumo di questi beni.

Ma applicare gli stessi criteri e lo stesso modo di ragionare alle fattispecie riconducibili ad una moderna economia monetaria, postulerebbe solamente la commissione di un fatale errore concettuale.
La caratteristica distintiva di un sistema basato sulla divisione del lavoro è la struttura delle sue interdipendenze economiche; una struttura che, in maniera decisa, influenza, modella, e condiziona le azioni, suscettibili di trovare rispondenza economica, poste in essere da tutti i suoi attori interagenti.
Per comprendere correttamente la natura [e le caratteristiche, ndt] dell’esistenza che si svolge nell’ambito di un’economia incentrata sulla divisione del lavoro, dobbiamo innanzitutto afferrare le ineludibili ed irripetibili condizioni che definiscono e caratterizzano le motivazioni dei suoi partecipanti; ed, in particolare, il ruolo delle spese redditizie ed apportatrici di valore aggiunto, inerenti al processo di produzione.

In primo luogo, come lucidamente spiegato dal professor Reisman: <<Senza la possibilità di poter guadagnar soldi, un soggetto dovrebbe adattarsi a  produrre e a vivere ad un livello che può definirsi  intermedio tra una sussistenza di tipo robinsoniano ed il tenore di vita registrato dagli abitanti di Tobacco Road>>. [2] L’incredibile complessità di un sistema economico caratterizzato dalla  divisione del lavoro trova una sintesi nel sistema dei prezzi, che a sua volta è ineludibilmente dipendente dalla presenza della moneta, [quale mezzo di scambio], nonché dall’esperibilità del calcolo monetario, come dimostrato da Ludwig von Mises e dalla Scuola Austriaca. [3] Nessuno di questi elementi impatta sulla consapevolezza e sulle motivazioni di Robinson Crusoe: né la necessità di acquisire il potere di acquisto, né la necessità di avvalersi di un calcolo monetario per apprezzare i risultati e le aspettative rivenienti dalle sue stesse azioni.
In secondo luogo, nell’alveo di un’economia monetaria in cui opera la divisione del lavoro, tutte le spese devono essere valutate o come produttive, ovvero come improduttive. (La spese improduttiva è definita anche “consumo”). Detto altrimenti, una data quantità di moneta e il volume della spesa possono essere ripartiti, in ultima analisi, in conformità allo scopo della spesa stessa - di consumo, ovvero di produzione. Tertium non datur.

Dal punto di vista del singolo consumatore, una volta che le risorse sono state spese nell’acquisizione di beni di consumo, diventa ineludibile trovare il sistema per ricostituire nuovi fondi, necessari per poter esperire, in futuro, ulteriori atti di consumo. L’evidenza che, una volta speso, il denaro non sia più disponibile si appalesa immediatamente nel fatto che un atto di consumo non fornisce alcun mezzo, né fisico né monetario, per ottenere beni ulteriori in un successivo momento. Siamo di fronte, letteralmente, ad un atto di distruzione dei beni che erano stati prodotti in precedenza. D’altra parte, la spesa produttiva, secondo il professor Reisman,

è sinonimo di spesa riproduttiva, in quanto trattasi di risorse che vengono al contempo consumate e ripristinate, in virtù della produttività della spesa …. E questo essenzialmente perché, nel contesto del processo di cui è parte, la spesa in questione non costituisce un mero esborso di denaro. I fondi che vengono spesi in maniera produttiva producono un successivo ritorno economico, a cui solitamente è associato un profitto. Al contrario, i fondi che sono spesi improduttivamente, di regola, o non producono alcun ritorno, ovvero lo generano in misura alquanto limitata, e pertanto devono intendersi dei meri atti di consumo … In un caso, assistiamo alla ricostituzione e all’incremento. Nell’altro, semplicemente ad una perdita secca. [4]

Risulta pertanto evidente che le spese produttive possono essere effettuate esclusivamente da imprese commerciali, orientate a produrre  beni e servizi, i quali, a loro volta,  saranno poi oggetto di scambi monetizzabili sul mercato. Lo scopo primario per la costituzione di una qualsiasi impresa commerciale è, in primo luogo e naturaliter, la realizzazione dei profitti.  E dal momento che la quantità di moneta e il volume di spesa sono da intendersi,  in un qual certo senso, delle variabili sostanzialmente stabili, vi è una costante competizione, tra le stesse imprese commerciali, per accaparrarsi la maggior quota di risorse monetarie scarse.

È del tutto irrilevante stabilire, in quale misura, l’attività in questione sia fisicamente produttiva. Un’attività deve essere classificata come produttiva se viene intrapresa con lo scopo di realizzare o di contribuire a realizzare dei profitti, suscettibili di essere valutati in denaro, o  esprimibili nella forma di ricavi da vendite, di redditi da locazione, oppure di redditi da interessi.

Basti un esempio: sia una lavanderia professionale, che una casalinga, fanno uso di lavatrici. L’obiettivo di entrambe le parti è di rendere nuovamente puliti i vestiti sporchi: potremmo dire, in un qual certo senso, che sono “produttori” di vestiti puliti. E similmente, in ambedue le situazioni, le lavatrici sono soggette ad usura e a deterioramento naturale. Eppure, nonostante tutte le similitudini riguardanti gli aspetti esteriori e fisici del processo messo in atto, i soggetti in parola svolgono due attività profondamente diverse, in relazione alla loro importanza economica.
Nel primo caso, la casalinga,  per i suoi “servizi” domestici, non riceve alcun corrispettivo, che potrebbe poi reimpiegare per l’acquisto di una nuova lavatrice, una volta che la vecchia si fosse rotta. Ella deve rivolgersi ad altri canali per ricostituire i fondi necessari all’acquisto di una macchina nuova.

Nel secondo caso, invece, la lavanderia riceve dei pagamenti in virtù della prestazione del proprio servizio di pulizia. I ricavi ottenuti possono così essere utilizzati per rimpiazzare le lavatrici, mano a mano che le stesse si usurano. L’utilità effettiva, traibile dall’attività di lavare i propri vestiti in casa, potrebbe essere, invero, alquanto elevata; i capi curati da una casalinga potrebbero essere più puliti e profumare ancor di più, rispetto a quelli trattati dalla lavanderia professionale,  ma questo fatto è del tutto irrilevante per quanto attiene alla natura delle relazioni economiche che si registrano nell’ambito di un contesto economico, qualificato dalla divisione del lavoro.
Se spingiamo l’analisi ancor più a ritroso, non possiamo naturalmente prescindere dalle modalità con cui la casalinga e suo marito abbiano costituito il potere d’acquisto, per potersi consentire la lavatrice, innanzi tutto. E come ho avuto modo di spiegare dettagliatamente in un altro scritto,  la fonte dei salari non può essere identificata in un mero atto di consumo, bensì in una spesa produttiva realizzata esclusivamente da aziende del settore privato. [5]

Lo status economico dello Stato in un sistema economico caratterizzato dalla divisione del lavoro

Ora, al fine di rispondere al quesito se lo Stato possa o meno configurarsi come un produttore di ricchezza  -  o se almeno alcuni dei suoi progetti possano annoverarsi nella categoria degli investimenti(produttivi) – abbiamo bisogno di focalizzare i seguenti punti, attinenti al suo ruolo quale ente economico.
In primo luogo, il fatto stesso che lo Stato debba ricorrere all’esazione delle imposte (o alla stampa di moneta fiat) per finanziare le proprie attività e i propri progetti, già ciò si pone, prima facie, come un argomento decisivo contro l’assimilazione di questo modus operandi a quello integrato dalla produzione e dallo scambio.
In secondo luogo, le modalità con cui lo Stato raccoglie ed impiega i fondi raccolti – in breve, come lo stesso gestisce le risorse economiche di cui si è appropriato – non è affatto equiparabile alla natura delle operazioni intraprese dalle imprese commerciali, la cui esistenza è soggetta alle leggi della concorrenza di mercato, in funzione dei profitti o delle perdite realizzate. In effetti, il modus operandi dello Stato è integralmente informato al principio burocratico, che è quanto di più lontano possa esservi rispetto alle logiche fondative di un sistema basato sulle informazioni trasmesse da profitti e perdite. Ed è proprio perché lo Stato si assicura le risorse per via di riscossioni coatte, e non certo guadagnandosi il denaro necessario a finanziare i propri progetti, che dobbiamo equiparare il suo status, né più né meno, a quello di un consumatore.

Ma chi meglio di Ludwig von Mises può spiegarci, in maniera efficace, queste argomentazioni: affidiamoci ad alcuni stralci tratti da Bureaucracy, in una versione del 1962:

Gli obiettivi della Pubblica Amministrazione non possono essere misurati in termini monetari e nemmeno possono essere sottoposti a verifica per mezzo di metodologie che si avvalgono della contabilità … Nella Pubblica Amministrazione non sussiste la benché minima connessione tra entrate e uscite. I servizi pubblici postulano solo ed esclusivamente delle uscite; i proventi, pressoché irrisori, derivanti da fonti speciali (ad esempio, la vendita di stampati da parte del Poligrafico dello Stato) sono più o meno accidentali. Le entrate originate dai dazi doganali e dalle tasse non sono “prodotte” dall’apparato amministrativo. La loro scaturigine è la legge, e non certo le attività dei funzionari doganali o degli esattori. E ancora, non è certo merito di un gabelliere se i residenti nel suo distretto sono più ricchi e pagano tasse più elevate rispetto agli abitanti di un altro distretto. (pp. 48-50)

Un’Amministrazione pubblica non è un’impresa dedita alla ricerca del profitto; e non può far uso di alcun calcolo economico. Inoltre, deve far fronte a problemi che sono del tutto alieni alla gestione di profitto. (p. 51)

La conduzione degli affari dello Stato è tanto differente dai processi utilizzati nell’industria, quanto il perseguire, il giudicare, e il condannare un assassino lo siano dal coltivare mais o dal produrre scarpe. Quando parliamo di efficienza dello Stato o di efficienza nell’industria stiamo parlando di concetti diametralmente opposti. La gestione di una fabbrica non può essere implementata prendendo a modello un dipartimento di polizia, così come un ufficio dell’Agenzia delle Entrate non può diventare più efficiente, adottando i metodi produttivi di un impianto che produce automobili… Nessuna riforma potrebbe mai trasformare un ufficio pubblico in una sorta di impresa privata. Lo Stato non è certo un’impresa che tende alla massimizzazione del profitto. La gestione dei suoi affari non può essere sottoposta ad alcuna verifica, informata alla logica del calcolo dei profitti e delle perdite. I suoi risultati non possono essere valutati in termini monetari. (p. 55)

 

Lo Stato, pertanto, è un mero consumatore di risorse, ancorché un consumatore di tipo speciale. Quindi, tutte le sue attività ed i suoi programmi - dal finanziamento  dei più svariati progetti sociali, alla pubblica istruzione, dalla costruzione delle strade, a quella delle dighe, passando per le infrastrutture – si configurano come atti di consunzione, per loro stessa natura.

Come qualsiasi altro consumatore, lo Stato deve rivolgersi al processo di produzione – ovvero, ai produttori – per reperire i suoi fondi. Ma a differenza degli ordinari consumatori, che ottengono il loro reddito per via degli scambi volontari, lo Stato acquisisce le risorse in forza di una spoliazione forzosa, che va sotto il nome di “tassazione”.

Articolo di Vladimir Menshikov su Mises.org.

Traduzione di Cristian Merlo

Note:

[1] È sicuramente facile comprendere i motivi in base ai quali la gente considera i ponti ed i porti quali investimenti dotati di un intrinseco potenziale produttivo; ad ogni modo, qualora tali progetti fossero veramente meritevoli di essere presi in considerazione, il libero mercato non se li farebbe di certo sfuggire, ambendo alla loro realizzazione.

[2] George Reisman, Capitalism: A Treatise on Economics, p. 443.

[3] Si rimanda a Ludwig von Mises (1922): Economic Calculation in the Socialist Commonwealth

[4] George Reisman, Capitalism, p. 444.

[5] Il professor George Reisman ha formulato queste idee, eccezionalmente feconde, in relazione alla distinzione tra spese produttive e spese orientate al mero consumo, come applicata nella fattispecie di un contesto economico caratterizzato dalla divisione del lavoro. Per una dettagliata analisi dei principi che stanno alla base della distinzione e per una serie di importanti implicazioni per la teoria economica, si rimanda al suo libro Capitalism: A Treatise on Economics, chapter 11: “The Division of Labor and Productive Activity”.

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Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia | II parte

Mer, 22/05/2013 - 10:00

Per mettere definitivamente a fuoco il cuore del problema sollevato da Hayek, conviene rifarsi direttamente alle parole dello stesso autore:

Il problema che ci proponiamo di risolvere è: in che modo la spontanea interdipendenza di un certo numero di persone, ciascuna delle quali in possesso di un certo ammontare di informazioni, è in grado di determinare uno stato di cose in cui i prezzi corrispondono ai costi, etc, e che può essere realizzato attraverso una coordinazione consapevole solamente da qualcuno che disponga della conoscenza complessiva di tutti questi individui? E l’esperienza ci mostra che qualcosa del genere effettivamente avviene, dal momento che l’osservazione empirica secondo la quale i prezzi tendono a corrispondere ai costi ha costituito l’inizio della nostra scienza. Senonché, nella nostra analisi, anziché mostrare quali pezzi di informazione debbano possedere le differenti persone al fine di determinare quel risultato, ripieghiamo, in effetti, sull’ipotesi che ognuno sia a conoscenza di ogni cosa, escludendo così qualsiasi reale soluzione del problema” (Hayek, 1937, 3.30).

Ma qual è la conoscenza rilevante? Le aspettative di prezzo e la conoscenza dei prezzi correnti sono una porzione del problema della conoscenza. Il punto è capire perché i dati soggettivi a disposizione dei diversi soggetti corrispondano a fatti oggettivi. Questo tipo di conoscenza è dato per pacifico e acquisito dalle analisi di equilibrio e da tutte quelle costruzioni teoriche, quali l’economia del benessere, che usano come pietra di paragone l’equilibrio di concorrenza perfetta.

Il secondo apporto teorico di Hayek circa il ruolo della conoscenza appare nel 1945 con il nome “L’uso della conoscenza nella società”.

Hayek inizia ancora una volta chiedendosi quale sia il problema economico che la società si trova ad affrontare e ricostruendo quale  procedura venga usualmente adottata dalla teoria economica per affrontarlo. Questa consiste nel porre delle ipotesi per poi dimostrare, con un procedimento logico-deduttivo, che si perviene all’allocazione ottima delle risorse.

Si parte da alcuni dati:

  • tutte le informazioni rilevanti sono disponibili;
  • sono date le preferenze e le dotazioni;
  • sono date le tecniche di produzione.

Ma in realtà, date queste ipotesi, non rimane più nulla del problema economico, e arrivare all’allocazione ottimale è un puro procedimento logico-matematico che porta all’eguaglianza di tutti i saggi marginali di sostituzione ponderati per i rispettivi prezzi di tutti i beni e i fattori.

Il problema, tuttavia, non è questo, in quanto i “dati” sui quali si basa il calcolo economico non sono mai e mai potranno essere “dati”, per l’intera società, ad una singola mente che possa calcolarne le implicazioni.

Il carattere particolare del problema di un ordine economico razionale è determinato precisamente dal fatto che la conoscenza delle circostanze di cui ci dobbiamo servire non esiste mai in forma concentrata o integrata, ma solamente sotto la forma di frammenti sparpagliati di conoscenza incompleta e, spesso, contraddittoria, che tutti gli individui possiedono separatamente” (Hayek, 1945, I).

Il problema economico non è pertanto quello di allocare risorse “date”, ma quello di utilizzare al massimo grado possibile la conoscenza che non appartiene a nessuno nella sua totalità. Per giudicare dell’efficienza relativa dei diversi tipi di sistemi e organizzazioni economiche dobbiamo vedere quale di essi consente un uso più esteso della conoscenza esistente. Sono più efficienti decisioni centralizzate o decisioni decentrate?

La conoscenza a cui si riferisce Hayek non è evidentemente quella scientifica, che può essere accentrata – salvo poi porsi il problema di scegliere, in base alla conoscenza di qualche decisore, chi sia veramente più esperto. Il Nostro si occupa di un altro tipo di conoscenza, apparentemente meno importante ma in realtà forse ancor più essenziale, un tipo di conoscenza che non può essere sintetizzata in leggi generali, come invece avviene per la conoscenza scientifica: la conoscenza delle circostanze particolari di tempo e di luogo. E’ proprio rispetto a questo tipo di conoscenza che praticamente ogni individuo si trova in vantaggio rispetto a tutti gli altri, dal momento che egli possiede informazioni uniche che possono essere utilizzate con profitto solo se le decisioni che da esse  dipendono vengono lasciate a lui: si tratta di conoscenza delle persone, delle condizioni locali, d’un uso particolare che si può fare di una macchina, di capacità specifiche di singole persone.

La capacità di un sistema di utilizzare questa mole immensa di conoscenza fa tutta la differenza tra sistemi in grado di contemplare e fronteggiare il cambiamento e sistemi che invece non sono in grado di farlo. Difatti, ci ricorda Hayek, i problemi economici nascono sempre e solo in conseguenza di cambiamenti.

Il flusso continuo di beni e servizi, così stabile se osservato con le “lenti” degli aggregati statistici, è in realtà il risultato di un brulichio continuo di aggiustamenti deliberati a livello microeconomico, di ristrutturazioni decise alla luce di circostanze fino a ieri sconosciute. Il tipo di conoscenza che induce questi cambiamenti continui è di un genere che per sua natura non può essere condensato in statistiche e che pertanto non può essere trasmesso ad alcuna autorità centrale.

Dal momento che il problema economico della società consiste principalmente nel rapido adattamento ai cambiamenti che intervengono nelle particolari circostanze di tempo e di luogo, le decisioni finali devono essere lasciate alle persone che queste circostanze conoscono: che hanno cioè conoscenza diretta dei cambiamenti rilevanti e delle risorse immediatamente disponibili per farvi fronte. Solo decentrando le decisioni ci assicuriamo che la conoscenza delle particolari circostanze di luogo e di tempo sarà utilizzata con prontezza. Chi agisce localmente ha però la necessità di adattare le proprie decisioni all’intero quadro di cambiamenti del sistema economico.

Quali sono gli avvenimenti rilevanti per un agente economico? Praticamente quasi ogni avvenimento che si verifica in qualche parte del mondo potrebbe avere effetto sulle sue decisioni. Ma egli non ha bisogno di conoscere questi eventi in quanto tali, né tutti i loro effetti né i motivi per cui si verificano. Egli ha bisogno di conoscere quanto più o meno difficile sia diventato procurarsi un prodotto piuttosto che un altro, e con quanta maggiore o minore urgenza siano richieste le cose che produce e utilizza. Come ci spiega Hayek:

“[...] questo problema può essere risolto, e in effetti viene risolto, dal sistema dei prezzi [...]. Il grande contributo della Logica Pura della scelta consiste proprio nell’aver dimostrato, in maniera conclusiva, che perfino una mente singola di questo genere potrebbe risolvere questo tipo di problema solo costruendo o utilizzando continuamente saggi di equivalenza [...], cioè attribuendo a ciascun tipo di risorse scarse un indice numerico che non può essere ricavato da alcuna proprietà caratteristica di quella cosa particolare, ma che riflette, o nel quale è condensata, la sua importanza alla luce dell’intera struttura mezzi-fini” (Hayek, 1945, V).

In un sistema in cui la conoscenza dei fatti rilevanti è dispersa tra molti individui, i prezzi possono servire a coordinare le azioni separate di persone differenti. Il fatto più significativo di questo sistema è sostituito dall’economia della conoscenza con cui esso opera o, in altri termini, da quanto poco devono sapere i partecipanti individuali per essere in grado di agire nel modo giusto. E’ un sistema di telecomunicazione che consente ai singoli produttori di sorvegliare solo i movimenti di pochi indicatori per adattare le proprie attività a cambiamenti di cui potrebbero non sapere mai nulla di più di quanto si riflette nel movimento dei prezzi. Questo sistema è descritto da Hayek come “prodigioso” e lo è tanto più (o forse tanto meno) in quanto non è il prodotto di un disegno, ossia è il prodotto dell’umano agire ma non dell’umano ragionare: è il risultato di un processo a mano invisibile.

Questo sistema consente di estendere il campo di utilizzazione delle risorse al di là dello spettro di controllo di una singola mente, oltre a fornire, assieme al sistema di proprietà privata, gli incentivi che indurranno gli individui a fare le cose desiderate senza che qualcuno debba dire loro cosa fare.

Il sistema dei prezzi, conclude Hayek, rende possibile la più ampia divisione del lavoro e della conoscenza, consentendone il più ampio uso possibile.

Massimo Bassetti

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

Hayek, F. von, 1937, Economics and KnowledgeEconomica IV (new ser., 1937), 33-54.

Hayek, F. von, 1945, The Use of Knowledge in Society, The American Economic Review, Vol. 35, No. 4.

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Mezzi: beni, servizi, fattori di produzione | II parte

Lun, 20/05/2013 - 10:00

Fattori della produzione

Beni o servizi necessari per realizzare i prodotti. Possono essere così classificati: fattori originari, cioè disponibili in natura (terra e lavoro umano) e beni a loro volta prodotti (beni capitali).

Terra: vengono definiti con questo termine sintetico tutte le risorse fornite dalla natura, i mezzi di produzione originari: terreno destinato all’agricoltura o alla costruzione di edifici, risorse naturali (combustibili, minerali), acqua, alberi, animali, atmosfera, luce solare.

La terra è un fattore di produzione come gli altri e le leggi che determinano la formazione dei prezzi della terra sono le stesse che determinano la formazione dei prezzi degli altri fattori. La terra differisce dal fattore capitale per il fatto che essa non è riproducibile (con espressione meno precisa, è una risorsa permanente).

Esistono appezzamenti di terra diversi, di differente qualità, non la “terra in generale”. Ciò è vero anche per i minerali.

Il compenso (reddito) di questo fattore si chiama rendita (rent; ma “rendita”, nel senso di affitto, indica il prezzo unitario dei servizi di qualsiasi bene, compreso il lavoro). Essendo un bene non-riproducibile, la terra guadagna una rendita netta, a differenza dei beni capitali, che, dovendo essere prodotti e mantenuti, guadagnano solo un reddito lordo, assorbito dai costi di produzione e manutenzione.

Tale reddito (come anche il reddito del fattore lavoro, v. infra) è pagato in anticipo, cioè temporalmente prima del momento in cui il bene prodotto viene venduto; le risorse sono tratte dal capitale risparmiato dal capitalista.

La terra “submarginale”, cioè quella meno produttiva utilizzata in un dato periodo di tempo, genera una rendita “quasi” vicina allo zero.

Lavoro: energia fisica e mentale profusa dall’individuo per la produzione di beni e servizi.

Nel fattore lavoro sono compresi tutti i tipi di lavoro, sia dipendente, sia diretto, sia imprenditoriale.

Il lavoro alle dipendenze prescinde dalla qualità e dalle mansioni, dunque in esso sono compresi sia quello degli operai sia quello dell’amministratore delegato.

Lavoro diretto è quello realizzato da coloro che prestano servizi direttamente al consumatore: dottori, avvocati, artisti ecc.

Non esiste un criterio, e un’unità di misura, oggettivi per misurare il lavoro svolto; ai fini pratici viene misurato attraverso il tempo.

Il lavoro non è un fattore omogeneo, vi sono qualità personali e professionali diverse, dunque i redditi sono differenziati, non vi è un reddito unico.

Il reddito generato dal lavoro dipendente si chiama salario (wage). Il salario è un caso particolare di rendita. Anch’esso viene pagato al lavoratore in anticipo[1].

L’entità che genera i servizi lavorativi – l’uomo – è l’unica di cui non si può determinare il valore capitale (somma delle rendite future) sul mercato, perché la schiavitù non è ammessa e nessuno può acquistare un individuo come bene fisico.

Capitale: beni, a loro volta prodotti, necessari a produrre altri beni (esempi: impianti, macchinari, edifici, qualunque bene funzionale alla produzione di un altro bene). I beni capitali non sono altro che tappe intermedie verso uno scopo finale, che è la produzione di un bene di consumo; sono funzionali non al soddisfacimento di bisogni presenti, ma futuri. Derivano dall’unione dei fattori lavoro e natura (più il tempo; il capitale non è dunque un fattore produttivo indipendente, come gli altri due)[2], e vengono trasformati in beni di consumo.

Mentre i beni di consumo sono beni di primo ordine, i beni capitali sono beni di ordine superiore al primo: es., con un martello si costruisce una trappola necessaria a catturare un coniglio: il coniglio è il bene di consumo (di primo ordine), la trappola è un bene di secondo ordine, il martello è di terzo ordine, e così via.

Ciò che distingue i beni capitali dai beni di consumo non sono le caratteristiche fisiche, bensì il fatto che rappresentano parte del piano che un soggetto ha ideato per la produzione di un bene di consumo; ad esempio, un telaio viene prodotto perché un imprenditore tessile ne ha bisogno per realizzare il suo piano consistente nella produzione di maglioni. Un’automobile può essere un bene di consumo se viene usata per andare in campagna la domenica, ma lo stesso modello di automobile è un bene capitale di secondo ordine per un commesso viaggiatore. Se una persona colleziona trappole come oggetti d’arte, per lui esse sono beni di consumo. Per un negoziante di alimentari, i suoi prodotti sono beni capitali. La distinzione non dipende da una qualità fisica intrinseca dei beni ma dalla funzione economica che i beni svolgono; è il ruolo nei piani umani ad identificare i beni capitali (in coerenza con la visione soggettivista dell’economia). Tuttavia gli istituti di statistica, a fini di calcolo, utilizzano criteri standard basati sulla natura fisica (e dunque sono considerati beni capitali gli impianti, i macchinari, le attrezzature, i fabbricati, le infrastrutture, i mezzi di trasporto, impiegati in un processo produttivo per un periodo superiore all’anno) ma anche sul soggetto che effettua la spesa (impresa, ente pubblico). A partire dal 1995, con la nascita del Sistema Europeo dei Conti, sono stati aggiunti anche beni immateriali come i software o le opere dell’ingegno (artistiche, letterarie, di intrattenimento).

La teoria economica ha adoperato una distinzione fra capitale fisso (non si consuma in un unico ciclo produttivo; es. un macchinario) e capitale circolante (si consuma nella produzione; es. semilavorati, beni intermedi). In realtà tutti i beni capitali sono deperibili.

Se non fossero funzionali alla produzione di beni di consumo, i beni capitali non sarebbero beni economici. I metodi produttivi che utilizzano beni capitali sono chiamati metodi di produzione indiretti, infatti sono metodi di produzione che utilizzano beni a loro volta prodotti (da altri), che a loro volta contengono beni precedentemente prodotti, e così via andando indietro nel tempo.

Bohm-Bawerk attribuì la maggior parte degli aumenti di produttività all’adozione di metodi di produzione consumanti-tempo, o indiretti. Alcuni autori hanno obiettato: perché impiegare più tempo per fare una cosa dovrebbe rappresentare un metodo più produttivo? Perché processi più brevi non comportano maggiore produttività? Hanno chiarito questo aspetto autori come Mises, Kirzner, Lachmann, Rothbard, ridefinendo la teoria di Bohm-Bawerk. Non vi è niente di intrinsecamente più produttivo nell’utilizzare molto tempo per fare qualcosa; se fosse così, si potrebbe aumentare la produttività lavorando più lentamente! Invece, un imprenditore adotta un metodo produttivo più “lungo” temporalmente (più indiretto) se ritiene che il nuovo processo sia più produttivo del vecchio metodo più diretto, cioè sia più conveniente confrontando il costo e il rendimento. Esempio: costruisco una trappola (metodo indiretto) anziché catturare direttamente i topi perché i vantaggi che ottengo dalla trappola sono superiori al costo rappresentato da ciò a cui rinuncio (ad es. la cattura diretta di tre topi) per impiegare il tempo a costruire la trappola.

Il capitale è il valore a prezzi di mercato dei beni capitali. È possibile così effettuare il calcolo economico.

Il reddito prodotto dai beni capitali si chiama rendita (perché, come detto in precedenza, ‘rendita’ è il prezzo dei servizi generati da qualsiasi bene, che sia di consumo o capitale).

Dal punto di vista di un’unità economica, il capitale è la somma di moneta equivalente a tutte le attività meno le passività; le attività possono consistere di terra, fabbricati, impianti, strumenti, beni, diritti, crediti, cassa.

Dunque la struttura del capitale di una collettività, cioè il tipo e la quantità di beni capitali (a loro volta cangianti) esistenti, è determinata in ultima istanza dalle preferenze dei consumatori. E così anche il valore dei beni capitali, determinato dall’utilità che hanno nel contribuire a produrre i beni di consumo desiderati dagli acquirenti.

Il capitale è un insieme eterogeneo composto da una miriade di beni concreti diversi risultanti dai mutevoli piani degli individui, non un unicum indistinto ed omogeneo.

La teoria del capitale dei classici Smith, Ricardo, Malthus, J. S. Mill, dei neoclassici non austriaci (Marshall, Clark, Fisher, Knight), dei monetaristi e dei keynesiani ha due principali differenze rispetto a quella Austriaca: il capitale come insieme omogeneo e la mancanza della struttura temporale (i diversi stages produttivi). Entrambi gli aspetti evidenziano una visione non-soggettivistica del processo economico, perché ignorano le diverse decisioni prese da singoli operatori circa quali beni capitali produrre o utilizzare.

Omogeneità – Considerare il capitale come un insieme omogeneo, o un concetto astratto indipendente dai beni in cui è incorporato come ritengono i marxisti, ha conseguenze analitiche importanti: a differenza dell’eterogeneità, 1) non consente di vedere i cambiamenti nella struttura produttiva che si determinano in conseguenza di un aumento del risparmio volontario; 2) non consente di individuare nei cattivi investimenti (la composizione dei beni capitali non è quella ottimale, che asseconda le preferenze dei consumatori), oltre che nella carenza di investimenti (Keynes), le cause delle crisi economiche (teoria del ciclo); 3) non evidenzia che ogni bene capitale non è un sostituto perfetto di ogni altro, come deriverebbe dalla tesi dell’omogeneità; alcuni beni capitali sono sostituti, altri sono alternativi, altri sono complementari.

Tuttavia l’omogeneità nel calcolo è data dai prezzi di mercato dei singoli beni capitali. Per l’azione umana serve l’equivalente monetario dei vari fattori di produzione; l’enumerazione delle diverse quantità fisiche dei vari beni (l’erroneo concetto di “capitale reale”) non serve ai fini dell’analisi dell’azione volta al miglioramento del benessere umano.

Per un impresa calcolare il totale del suo capitale (operazione possibile solo utilizzando i prezzi di mercato) è importantissima perché le consente di conoscere la sua salute finanziaria. Ad esempio passare da un totale di un milione di dollari di capitale ad un totale di mezzo milione l’anno successivo potrebbe significare che i salari sono aumentati, o le vendite si sono ridotte ecc., tutte cose che hanno prodotto un consumo di capitale.

Struttura temporale – Clark, ancora oggi la base teorica per la sintesi keynesiano-neoclassica e il monetarismo, considerava produzione e consumo simultanei. I processi produttivi non sono suddivisi in fasi (stages), e non bisogna attendere il trascorrere del tempo per ottenere i risultati di ciascun processo. Il capitale è un fondo permanente (non si consuma mai, o si autoriproduce) che genera automaticamente una produttività nella forma dell’interesse. Quanto più grande è questo fondo sociale tanto minore sarà l’interesse: la preferenza temporale non influenza in alcun modo l’interesse. Questo concetto di processo produttivo è la trasposizione della nozione walrasiana di equilibrio generale (equazioni simultanee per illustrare la determinazione dei prezzi di mercato) al campo della teoria del capitale. E, come quello, ha il difetto di far interagire simultaneamente variabili che invece operano sequenzialmente nel tempo. È un modello statico.

Risparmio, investimento – La condizione preliminare alla produzione di beni capitali è sempre un atto di risparmio: mentre costruisco una rete per catturare pesci sto rinunciando a consumare pesci per poterne consumare di più domani grazie alla rete. Se l’aumento della produttività futura dato dalla produzione di trappole supera il sacrificio dovuto alla rinuncia a beni presenti (conigli), allora Crusoe dedicherà parte del suo tempo a produrre trappole. Quando Crusoe produce beni capitali sta risparmiando. Il risparmio è la decisione di soddisfare bisogni più lontani nel tempo. Il trasferimento di lavoro e terra dalla produzione di beni di consumo alla produzione di beni capitali si chiama investimento [su risparmio e investimento v. “Preferenza temporale”].

I risparmi non sono destinati solo all’ampliamento della struttura produttiva (nuovi beni capitali), ma anche al rinnovo e alla manutenzione di beni capitali già esistenti.

I fattori della produzione specifici sono quelli utilizzabili in un solo tipo di produzione, cioè per la produzione di un solo tipo di bene. I fattori non-specifici sono quelli utilizzabili in processi produttivi diversi, dunque con un certo grado di intercambiabilità (convertibili). I primi non sono diffusi; se lo fossero, il problema degli usi alternativi dei mezzi scarsi sarebbe fortemente ridimensionato.

Legge dei rendimenti: nella combinazione dei beni di ordine ulteriore (i fattori della produzione) esiste un optimum, cioè una combinazione tale per cui il prodotto fisico è massimo. Legge eterna dell’azione umana, valida a priori (che non significa conoscere in anticipo le effettive quantità ottime di tutti i fattori produttivi in tutti i singoli casi; è un’asserzione qualitativa).

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla prima parte

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Note:

[1] Il pagamento del salario rappresenta un esempio di scambio fra beni presenti, il salario anticipato dal datore di lavoro, e beni futuri, quelli prodotti dall’azienda; con i secondi preferiti e perseguiti, rinunciando al consumo e rischiando, solo se superiori ai primi (legge della preferenza temporale). La mancata comprensione di tale concetto ha generato la tesi marxiana dello sfruttamento.

[2] La maggior parte dei beni capitali è prodotta anche grazie al contributo di beni capitali preesistenti.

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Il filosofo – teologo: San Tommaso d’Aquino

Ven, 17/05/2013 - 10:00

San Tommaso d’Aquino (1225-1274) fu la personalità intellettuale di maggior spicco del pieno Medioevo, colui che edificò sul sistema filosofico aristotelico, sul concetto di Legge Naturale e sulla Teologia Cristiana ispiratrice del “Tomismo”, una poderosa sintesi di filosofia, teologia e scienze umane.

Tommaso nacque aristocratico, figlio di Landolfo conte d’Aquino a Roccasecca, nel Regno di Napoli. Intraprese gli studi in età infantile con i Benedettini e, più tardi, proseguì all’Università di Napoli.  All’età di 15 anni tentò l’ingresso nel nuovo Ordine dei Domenicani, luogo per studenti e intellettuali cristiani ma ciò gli fu impedito drasticamente dai suoi genitori, che lo tennero confinato per due anni. In seguito, Tommaso si diede alla fuga per entrare nei Domenicani, proseguendo gli studi a Colonia e, infine, a Parigi, sotto il suo rinomato insegnante, Alberto il Grande. Conseguì il dottorato all’Università di Parigi e qui, e in altri importanti centri accademici europei, insegnò.

Si dice che egli fosse talmente robusto che, per prendere posto al tavolo della cena, una grossa sezione di questo dovesse essere rimossa.

Pubblicò numerosi lavori, a cominciare dal “Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo” del 1250, fino ad arrivare alla magistrale e influentissima trilogia della “Summa Teologica”, completata fra il 1265 e il 1273. Fu proprio la Summa, più di ogni altra opera, a consacrare il Tomismo come corrente principale della Teologia cattolica nei secoli a venire.

Fino a poco tempo fa, tutti gli studi di rilevanza sul tredicesimo secolo facevano riferimento a San Tommaso d’Aquino, come se l’intero secolo ruotasse attorno alla figura del frate domenicano. Oggi, del resto, sappiamo che egli fu l’artefice dello sviluppo di una lunga e prospera tradizione canonica e teologico – romana.

Non sorprende che Tommaso, così come il suo maestro Alberto Magno e gli altri teologi del secolo precedente, insistettero su una ridefinizione di “scambio”, in contrasto col sistema giuridico della libera contrattazione (fino alla presunta “laesio enormis”) e in accordo al principio secondo il quale la Legge Divina, preponderante su quella umana, richiede virtù assoluta e “giusto prezzo”.

Sfortunatamente, essendo stato un po’ vago nell’indicare con esattezza questo “valore”, San Tommaso lasciò in eredità un enorme dubbio ai posteri. Avendo adottato, come Sant’Alberto, un sistema imperniato sul pensiero di Aristotele, San Tommaso sentì il dovere di incorporare anche la concezione aristotelica di “scambio” nelle sue vedute, ereditandone gli aspetti oscuri e ambigui.

L’impronta aristotelica si riflette nella pregnante visione secondo cui i fattori che determinano il valore di uno scambio siano il bisogno e le necessità dei consumatori, in relazione alla domanda di produzione. Questa visione pre – austriaca del valore, determinato dalla domanda e dal bisogno, fu reintegrata nel pensiero economico.

Tuttavia, assieme a quest’ultima, venne reintrodotto anche l’erroneo principio aristotelico dello “scambio equo”, oltre all’indecifrabile “rapporto tra costruttore e calzolaio” (NdR.: nell’Etica a Nicomaco, Aristotele, in relazione allo scambio e al  valore, scrive: “Bisogna, dunque, che il rapporto che c’è tra un architetto e un calzolaio ci sia anche tra un determinato numero di scarpe e una casa o un alimento. Infatti, se questo non avviene, non ci sarà scambio né comunità”. Aristotele si riferiva alla necessaria “equa reciprocità” delle merci scambiate, pena l’impossibilità dello scambio stesso. Un concetto, effettivamente, piuttosto oscuro). Sfortunatamente San Tommaso, nel suo Commento all’Etica Nicomachea, come Sant’Alberto, sembra annoverare, oltre alla necessità, anche il lavoro e la spesa tra i fattori determinanti del valore di scambio.

Ciò diede credito all’idea successiva: San Tommaso integra la teoria utilitaristica del valore di Aristotele con una teoria relativa ai costi di produzione (manodopera + spesa) o, addirittura, soppiantandola con una teoria dei costi.

Alcuni studiosi arrivano a sostenere che San Tommaso d’Aquino abbia edificato una vera e propria teoria del “valore-lavoro”, ipotesi accolta trionfalmente dallo storico anglicano socialista Richard Henry Tawney, nel XX secolo:

“Il compimento finale delle dottrine di Tommaso d’Aquino è la teoria del valore-lavoro. Il suo ultimo discepolo risponde al nome di Karl Marx”.

Ci sono voluti diversi decenni per sconfessare del tutto l’infelice mistificazione di Tawney. Gli Scolastici, in verità, erano abili pensatori ed economisti che favorirono il commercio e il capitalismo, qualificando il prezzo di mercato comune come “prezzo giusto”, con la problematica eccezione dell’usura.

L’operazione “manodopera più spesa”, che troviamo nella teoria del valore di San Tommaso, è un’ anomalia. Il frate domenicano, infatti, accenna ad essa solamente nei suoi “Commenti” e non nella Summa, la sua opera preminente. Oltretutto, sappiamo anche che “manodopera più spesa” era una formula generalmente utilizzata in quell’epoca per legittimare i profitti dei mercanti, piuttosto che come mezzo per determinare il valore economico. E’ dunque probabile che San Tommaso intendesse il concetto in questo senso, per evidenziare, cioè, che un mercante incapace di contenere i propri costi sul lungo periodo, senza concretizzare profitti, sarebbe incorso in gravi difficoltà.

Inoltre, molti indizi portano a ritenere probabile l’adesione di Tommaso alla visione comune degli ecclesiastici del suo tempo e di quelli precedenti, per i quali il giusto prezzo era quello del mercato comune. Per questo, egli non poteva certo equiparare il prezzo di mercato al costo di produzione, dato che i due possono (e dovrebbero) differire fra loro.

Così, concluse la Somma affermando:

“il valore dei beni economici è determinato dal fabbisogno umano ed è misurato da un prezzo monetario, scopo per il quale la moneta è stata inventata”.

Particolarmente sorprendente fu la risposta che San Tommaso, all’inizio del 1262, riportò in una lettera a Jacopo da Viterbo, uno studioso del convento domenicano a Firenze e in seguito Arcivescovo di Napoli. Nella sua lettera, Tommaso definisce il prezzo di mercato comune come il prezzo normativo e giusto cui comparare gli altri contratti. Inoltre, nella Summa, sottolinea l’influenza della domanda e dell’offerta sui prezzi. Un’offerta crescente in un settore favorirà l’abbassamento dei prezzi, e viceversa. Per di più, San Tommaso non condanna affatto quelle attività dei mercanti finalizzate ad aumentare i loro profitti, come l’acquisto di beni in luoghi ove questi fossero più abbondanti e a buon mercato, per trasportarli e rivenderli poi in luoghi ove erano più costosi. Niente di tutto questo suggerisce una visione del giusto prezzo determinata dai costi di produzione.

Finalmente e in maniera decisiva, San Tommaso, nella sua Summa, rispolvera una questione già discussa da Cicerone: un mercante sta portando del grano in una zona colpita da carestie. E’ a conoscenza del fatto che sul luogo accorreranno presto altri mercanti carichi di razioni di grano. Il mercante è obbligato ad avvertire la popolazione dell’imminente arrivo di nuovi viveri, vedendosi così costretto a dover proporre dei prezzi più bassi, oppure può legittimamente omettere l’informazione per incrementare i propri profitti? Per Cicerone, il mercante aveva l’obbligo di riferire la notizia, vendendo di conseguenza la propria merce a un prezzo più basso.

Ma San Tommaso la pensava diversamente. Essendo il successivo arrivo dei mercanti un evento futuro e comunque non del tutto sicuro, egli ritiene giusto non imporre aprioristicamente al mercante di rivelare ai suoi potenziali compratori l’arrivo dei suoi “concorrenti”. Costui è libero di vendere il suo grano al prezzo di mercato stabilito in quell’area, anche nel caso sia estremamente elevato.

Certamente, prosegue giustamente Tommaso, se il mercante desiderasse in ogni caso rivelare l’informazione ai suoi acquirenti, questo sarebbe da parte sua un comportamento straordinariamente virtuoso, ma la giustizia non lo obbliga a fare ciò.

Non v’è esempio più netto che testimoni la predilezione di San Tommaso per il prezzo regolato dalla domanda e dall’offerta, piuttosto che dai costi di produzione (che sicuramente non oscilleranno più di tanto dall’area dove il prodotto abbonda a quella dove scarseggia).

Una prova indiretta ci arriva anche da Egidio di Lessines (1304 d.C.): studioso di Sant’Alberto e San Tommaso, oltre che Professore di Teologia a Parigi, analizza similmente la questione del giusto prezzo, identificandolo esplicitamente con il prezzo del mercato comune. Egidio chiarisce, altresì, che il valore di un bene corrisponde al suo prezzo di vendita, quando libero da coercizioni o frodi.

Non stupisce inoltre che San Tommaso, rispetto ad Aristotele, fu decisamente più favorevole alle attività commerciali. I profitti che ne derivano, sosteneva, sono la ricompensa per il lavoro dei mercanti, oltre che un premio per essere riusciti a sopperire ai rischi del trasporto. In un Commento alla “Politica” di Aristotele (1272), San Tommaso osservava che, quanto più sono elevati i rischi del trasporto via mare, tanto più sostanziosi saranno i profitti dei mercanti.

Nel suo “Commento alle sentenze di Pietro Lombardo”, scritto fra il 1250 e il 1260, convenne l’assenza di peccato nell’esercizio della professione mercantile. Ma nella sua opera successiva fu ancora più esplicito; i mercanti, secondo Tommaso, assolvono l’importante funzione di trasferire beni dai luoghi dove essi sono abbondanti a quelli dove scarseggiano.

Particolarmente significativo fu il riferimento di San Tommaso al beneficio reciproco che ciascun compratore si assicura con lo scambio. Nella Summa egli sostiene:

“l’acquisto e la vendita sembrano creati apposta per avvantaggiare entrambe le parti, dal momento che una avrà bisogno di qualcosa che appartiene all’altra, e viceversa”

Ispirandosi alla teoria monetaria di Aristotele, San Tommaso ribadisce l’indispensabilità della moneta quale mezzo di scambio, “misura” di valore e unità di conto. Ma, contrariamente ad Aristotele, non si preoccupa del suo valore fluttuante sul mercato. Riteneva, invece, che il suo potere d’acquisto fosse destinato a oscillare e riteneva questo un fatto positivo nel caso essa avesse fluttuato meno, mediamente, rispetto al livello dei prezzi relativi.

Era destino, nel Medioevo, che la lotta all’usura, quando sembrava affievolirsi nel quotidiano, veniva sostenuta con vigore maggiore dai suoi teorici. Al tempo in cui il sapiente e audace Cardinale Ostiense cercò di alleggerire la proibizione, San Tommaso la rinforzò ulteriormente. Come Sant’Alberto, oppose l’obiezione aristotelica al bando medievale dell’usura, aggiungendo nuovi elementi. Nello stile tipicamente medievale di privilegiare la “sostanza” della questione – l’abolizione dell’usura – adducendo qualsiasi argomentazione possibile per corroborarla, San Tommaso diede una svolta alla dottrina aristotelica. Invece di additare la sterilità del denaro come argomento principale contro l’usura, si focalizzò sul concetto di “misura” osservando che, da quando la moneta ha un valore fisso stabilito dalla legge, di conseguenza, la stessa natura “formale” della moneta deve rimanere fissa  invariata. Il suo potere d’acquisto, invece, può normalmente oscillare in rapporto alle variazioni nell’offerta dei beni; ciò è del tutto naturale e legittimo. Quando, invece, ci si arroga il potere di manipolarne il valore addebitandone gli interessi, si adultera l’essenza stessa della moneta, violando la Legge Naturale.

Il fatto che questa assurdità abbia poi assunto un ruolo centrale in tutte le successive proibizioni dell’usura, testimonia come una certa irrazionalità possa contaminare perfino il pensiero di un grande sostenitore della ragione come Tommaso d’Aquino (e i suoi allievi).

Fissare per legge il valore della moneta implica che il suo valore di scambio – almeno dal punto di vista monetario – non possa variare; in aggiunta, scambiare il pagamento degli interessi con una variazione nel potere d’acquisto della moneta, conferma semplicemente la propensione umana per l’errore, specialmente quando la proibizione dell’usura era già divenuta la priorità.

Ma gli argomenti di San Tommaso contro l’usura annoveravano anche una sua visione del tutto particolare. Per il frate infatti, il denaro si “consuma” totalmente; “scompare” nello scambio. Perciò, l’utilizzo attivo del denaro equivale alla sua proprietà. E dunque, quando un soggetto addebita interessi su un prestito, la controparte paga due volte: per il denaro in sé e per il suo utilizzo. A dare risalto a questa tesi bizzarra fu l’ulteriore controversia sollevata da San Tommaso sulla legittimità, per il possessore del denaro, di pagare l’affitto in caso di esposizione del denaro. In questo caso, c’è una sorta di pegno o comodato oneroso, al fine mantenere il denaro di qualcun altro in sicurezza. Ma ciò che rende l’operazione lecita, per Tommaso d’Aquino, è questo: l’esposizione del denaro costituisce un uso solo “secondario” dello stesso, separato dalla sua proprietà quindi, poiché il denaro non è “consumato” o “dissolto” nel processo. L’impiego principale del denaro è, dunque, quello di essere “consumato” per l’acquisto di beni.

Questa nuova arma creata da San Tommaso per combattere l’usura diede origine a diversi problemi. Prima di tutto, cosa c’era di errato nel duplice pagamento, per la proprietà e per l’uso? Secondo: anche se in qualche modo discutibile, questo provvedimento non rispecchia sufficientemente il peso del peccato e la sanzione della scomunica che la Chiesa Cattolica aveva catalizzato per secoli sull’usuraio dissennato. Terzo: se San Tommaso avesse guardato al di là del formalismo giuridico del denaro e dei beni che il mutuatario può garantirsi coi suoi prestiti avrebbe potuto riconoscere che qui l’acquisto seguiva una logica “remunerativa”, sicché, mentre il denaro “scompariva” nell’acquisto, dal punto di vista economico, i beni equivalenti al valore del denaro venivano mantenuti dal mutuatario.

L’enfasi di San Tommaso sul concetto di “consumo” del denaro portò a una svolta curiosa nella questione dell’usura. Contrariamente a quanto sostenuto dai teorici, a partire da Graziano, il peccato non era quello di pagare gli interessi su un prestito di per sé, ma soltanto su un bene – quantificabile in denaro - che “scompare”. Pertanto, per San Tommaso, pagare gli interessi su un prestito di beni, in teoria, non sarebbe condannabile come “usura”.

Ma se il divieto dell’usura sul denaro venne consolidato da nuovi argomenti, San Tommaso continuò, rafforzandola, la tradizione di giustificare quegli investimenti derivanti da un’associazione (societas).

Le societas erano regolarmente permesse dal momento che, ciascun affiliato, deteneva il diritto di proprietà sul proprio denaro, assumendosi i rischi di eventuali perdite; pertanto, i profitti su qualunque investimento rischioso erano legittimi. Verso la fine dell’XI secolo, Ivo di Chartres, aveva già brevemente distinto una societas da un convenzionale prestito usurario e questa distinzione fu rimarcata, anche nel XIII secolo, dal teologo Roberto di Courçon (1204) e, successivamente, da John Teutonicus nella sua “Glossa ordinaria al decreto di Graziano” (1215). Courçon chiarì che anche un socio “inattivo” rischiava il suo capitale in un’impresa. Ciò, ovviamente, significa che le tipologie di associazioni “inattive”, come i prestiti marittimi per viaggi specifici, diventavano prestiti effettivi: le cose si complicavano ulteriormente. Inoltre (e questo era un problema che nessuno all’epoca si trovò a fronteggiare) vi erano creditori disposti a rischiare il proprio capitale, nonostante il mutuatario potesse ammettere in qualsiasi momento di non riuscire a restituire la maggior parte del prestito?

San Tommaso, con la sua incipiente autorità, contribuì a giustificare la visione per cui le societas fossero perfettamente legittime e non usurarie. Egli sosteneva succintamente che l’investitore del denaro non trasferisce la sua proprietà agli altri associati: quella proprietà è detenuta esclusivamente dall’investitore; quest’ultimo, rischiando il proprio denaro, può legittimamente ambire al profitto derivante dal suo investimento. L’unico problema è che San Tommaso finisce, in un certo senso, per tradire la sua stessa teoria, secondo cui il diritto di proprietà sul denaro è indissociabile dal suo utilizzo. Di conseguenza, per ammettere che l’uso del denaro sia trasferibile anche agli altri associati, San Tommaso, dal canto suo, avrebbe dovuto condannare qualunque forma di associazione, sul modello delle societas, come illecita o usuraria.

Ma dopo essersi confrontato con la realtà del XIII secolo, dove le societas fiorirono e si rivelarono in seguito cruciali per la vita commerciale ed economica, divenne impensabile per Tommaso d’Aquino gettare l’economia nel caos, censurando questo solido strumento di commercio e finanza.

Anziché sminuirla a semplice strumento di “consumo” del denaro, Tommaso introdusse un fattore che modificò radicalmente la sua idea di proprietà: l’incidenza del rischio.

L’investitore mette a repentaglio il suo capitale; egli, perciò, è padrone del proprio investimento. Ipotesi apparentemente ragionevole, ma fragile; San Tommaso, oltre a contraddire la sua bizzarra tesi sulla proprietà, ignorava anche che, in fin dei conti, non tutte le forme di proprietà sono necessariamente “rischiose”.

Il punto è che, chi rischia il proprio capitale, sta pianificando un investimento su denaro che, in teoria, dovrebbe essere sterile. Per questo, San Tommaso dichiara esplicitamente che il guadagno spetta interamente al capitalista e non ai suoi soci. E’ costui a beneficiare del profitto risultante dall’utilizzo del suo denaro, frutto della “sua stessa proprietà”.

Sembra che qui San Tommaso voglia mettere in evidenza la prolificità, l’efficienza e il valore del denaro come giuste ricompense personali per il capitalista. Eppure, a dispetto delle contraddizioni connaturate alla sua visione dell’usura e delle societas, l’intera dottrina di Tommaso d’Aquino continuò a essere la più influente per 200 anni.

Alla fine, il frate domenicano divenne un risoluto assertore della superiorità della proprietà privata su quella collettiva. La proprietà privata rappresenta un fondamento imprescindibile nella vita terrena dell’uomo. E’ la più sicura garanzia di una società fondata sulla pace e sull’ordine, assicurando il massimo incentivo per la cura e l’uso efficiente della proprietà. Così, nella Summa, San Tommaso afferma chiaramente:

“Ogni essere umano è molto più previdente nel procurarsi ciò che è esclusivamente per sé stesso, rispetto a ciò che è comune a molti o a tutti; in questo caso, ognuno si deresponsabilizzerà dal proprio lavoro, affidandolo a qualcun altro che rappresenta la collettività, come accade dove i servi sono in gran numero”.

Inoltre, sviluppando la teoria di acquisizione proprietaria originaria del diritto romano, San Tommaso anticipò la celebre teoria di John Locke, basando l’acquisto della proprietà su due fattori: lavoro e occupazione. Il diritto fondamentale di ogni individuo è la proprietà della sua persona, il “diritto di proprietà su sé stessi” per San Tommaso. Questa autentica proprietà individuale si fonda sulla natura razionale dell’essere umano.

Difatti, nello sfruttamento e nella coltivazione di terreni in precedenza inutilizzati, il diritto di proprietà su di essi viene acquisito dal singolo privato.

La teoria di acquisizione di San Tommaso venne ulteriormente chiarita e sviluppata dal suo fedele allievo e discepolo Giovanni da Parigi (Jean Quidort, 1250-1306), anch’egli membro della comunità domenicana di St. Jacques a Parigi.

Proclamando la proprietà privata un diritto assoluto, Quidort afferma anche che quest’ultima:

“è acquisita dagli individui attraverso le loro personali capacità, il loro lavoro e impegno e gli esseri umani, in quanto individui, detengono pieni poteri su di essa; ciascuna persona può ordinarla, amministrarla, mantenerla o alienarla a suo piacimento dal momento che ne è padrona, fintanto che ciò non provochi un danno a un’altra persona”.

Questa tradizionale teoria della proprietà è ritenuta da molti storici come antesignana della “teoria del valore del lavoro” marxista. Ma questa asserzione confonde due elementi: la determinazione del “valore economico” o del prezzo di un bene e la decisione sulle modalità di acquisto della proprietà a titolo originario. La visione comune a San Tommaso, Jean Quidort e Locke è la “teoria del lavoro” (che designa il lavoro come il dispendio di energia umana, piuttosto che come il “faticare per un salario”), risultante da quella di proprietà, non una teoria del “valore del lavoro”.

Diversamente dal suo predecessore Aristotele, San Tommaso non giudica il lavoro qualcosa di deprecabile. Al contrario, il lavoro è il prodotto della legge divina, positiva e naturale.

San Tommaso riconosce altresì che Dio, nella Bibbia, assegna all’uomo il dominio sulla terra, oltre che il suo utilizzo. La prerogativa dell’uomo è, dunque, utilizzare ciò che gli fornisce la natura e, attraverso il discernimento della legge naturale, plasmare la realtà per raggiungere i propri scopi.

Nonostante San Tommaso non contempli l’espansione economica o l’incremento di capitale, considera chiaramente l’uomo come “modellatore” attivo della sua vita. Viene dunque abbandonata la concezione greca di conformazione passiva alle condizioni determinate dalle polis.

Probabilmente, le opere più autorevoli di San Tommaso d’Aquino dedicano uno sguardo complementare alle questioni economiche, piuttosto che una analisi particolareggiata.

Basandosi sulle dottrine di Aristotele, San Tommaso inaugurò e contribuì a consolidare nel mondo cristiano la filosofia del diritto naturale, una filosofia in cui la ragione umana è in grado di padroneggiare le verità basilari dell’universo. Nella trattazione di San Tommaso e di Aristotele, la filosofia, con la ragione come strumento della conoscenza, diviene ancora una volta la regina delle scienze. La ragione umana ha dimostrato la realtà dell’universo e della sua miriade di entità individuabili. Essa può compenetrare la natura del mondo e, dunque, saggiare l’etica migliore per l’umanità: l’etica diventa in qualche modo decifrabile dalla ragione.

Questo approccio razionalista è in contrasto col precedente “fideismo” della Chiesa Cristiana, permeato dall’idea fallace che solamente la fede e la rivelazione soprannaturale possano designare una morale per l’umanità. Fallace perché, se viene a mancare la ragione, viene meno anche l’etica.

Il Tomismo ha invece appurato che le leggi della natura, inclusa quella umana, forniscono alla ragione i mezzi per individuare un’etica razionale. Per fugare ogni incertezza infatti, Dio ha creato le leggi naturali dell’universo ma, allo stesso tempo, ne ha reso possibile la comprensione anche senza il bisogno di fare esclusivo affidamento a un Creatore. In questa maniera, l’esistenza di un’etica razionale può essere comprovata anche su un piano scientifico, anziché puramente soprannaturale.

Per quanto riguarda quel “sottogruppo” della legge naturale che concerne i diritti, San Tommaso si distaccò dalla concezione allora maggioritaria di “diritto” come pretesa sugli altri piuttosto che area inviolabile delimitata dal diritto di proprietà, dominio individuale difeso verso le aggressioni altrui.

In un’opera brillante, il professor Richard Tuck, sottolinea come il diritto romano antico fu caratterizzato da una visione imperniata sul diritto di proprietà, mentre a Bologna, i Romani del tardo XII secolo, commutarono il concetto di “diritto” in un un passivo elenco di “concessioni” reclamate da alcuni cittadini nei confronti di altri. Questa concezione di diritto “passiva”, opposta a quella “attiva”, riflette la rete di consuetudini, vincoli e concessioni che contrassegnarono il Medioevo, i quali non furono che, in un certo senso, i prodromi della moderna riaffermazione dei cosiddetti diritti “sociali”, come il “diritto al lavoro”, il “diritto ai tre pasti giornalieri”, etc., che possono essere garantiti soltanto forzando coercitivamente altri a “dispensarli”.

Tuttavia nel XIII secolo, a Bologna, Accursio tentò di ripristinare una teoria “attiva” del diritto di proprietà, definendo la proprietà individuale quale dominio da difendere contro le invasioni di terzi. San Tommaso, dal canto suo, non istituì un’autentica teoria dei diritti naturali, per la quale la proprietà privata non è una convenzione artificiosa impiantata dalla società o da chi detiene il potere politico. San Tommaso fu indotto ad accettare la teoria del dominio anche a causa delle successive dispute ideologiche del XIII secolo tra l’Ordine Domenicano e quello Francescano.

I Francescani, votati alla povertà più completa, sostenevano che nell’uso sostanziale delle loro risorse non vi fosse alcuna “proprietà privata”; questa supposizione, permise ai Francescani di riconoscere semplicemente che, nella loro condizione di povertà volontaria, essi avevano annullato qualunque forma di proprietà o possesso di beni. Sostenevano, curiosamente, che il puro “consumo” di risorse non implicasse la proprietà o altri diritti sulla cosa.

Presumibilmente, la vendita o la cessione di un bene, sono concretizzabili soltanto se quel bene è effettivamente “proprietà” di qualcuno. L’ipotetico isolamento non ammetterebbe l’esistenza di una proprietà.

I Domenicani, all’opposto, comprensibilmente contrariati di fronte a questa illazione, insistevano sul fatto che qualunque utilizzo di risorse implichi necessariamente il possesso, il dominio e il controllo delle risorse stesse e, pertanto, la proprietà.

Articolo di Murray Rothbard su Mises.org

Traduzione di Pasquale Salcina

Riveduta da Luigi Pirri

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Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia

Mer, 15/05/2013 - 10:00

Friedrich August von Hayek è stato una delle figure intellettuali più significative nonché uno dei più grandi e influenti scienziati sociali del XX secolo. La sua produzione scientifica si distingue per la molteplicità di argomenti affrontati in discipline così diverse da risultare – a un primo sguardo – lontanissime. Premio Nobel per l’economia nel 1974, Hayek ha apportato un contributo determinante all’aggiornamento della filosofia politica liberale “classica”. Se ne ricordano i contributi pionieristici in economia, nella psicologia cognitiva, nella filosofia politica e del diritto, nella storia economica e nella storia delle idee e del pensiero economico, nonché in campo epistemologico.

La riflessione sul ruolo della conoscenza nell’economia si sviluppa a partire dalle conclusioni alle quali Hayek era giunto nel dibattito con i teorici neoclassici socialisti. Hayek, difatti, aveva individuato l’errore intellettuale e scientifico di questi teorici nel non comprendere che l’impossibilità del socialismo, oggetto di uno scontro avviato dal maestro di Hayek, Ludwig von Mises, deriva dal fatto che i modelli sui quali questi teorici si basavano, ossia i modelli di equilibrio economico generale, presupponevano che tutta l’informazione necessaria, relativa alle variabili e ai parametri delle equazioni simultanee che lo costituivano, fosse “data”. Ciò che invece Hayek dimostrerà, con i lavori pubblicati negli anni ’30 e ’40, è proprio il fatto che, nella realtà della vita economica, l’informazione non è mai data, ma è continuamente scoperta e creata da parte di tutti coloro che agiscono, secondo meccanismi che dovrebbero essere al centro dell’indagine teorica degli economisti e che invece, fino a quel momento, erano dati per acquisiti.

Tuttavia non si può dire che queste fossero le conclusioni teoriche del primo Hayek, quello di Prezzi e Produzione (1931), essenzialmente un teorico dell’equilibrio. Il campo d’interesse iniziale di Hayek è lo studio dei cicli economici e la necessità di incorporare fenomeni ciclici all’interno della teoria dell’equilibrio economico generale, con la quale essi sono in apparente contraddizione.

Questi primi contributi teorici sono fortemente influenzati dalla teoria dell’equilibrio economico generale walrasiano, tra le cui ipotesi teoriche di partenza troviamo quella del “market clearing” e quella per cui gli agenti agiscono razionalmente nel loro proprio interesse.

La prima ipotesi: i prezzi e le quantità di tutti i mercati sono sempre in equilibrio, sebbene di breve periodo; seconda ipotesi: tutte le opportunità di scambio sono continuamente sfruttate. Per di più, la razionalità individuale era estesa anche alle aspettative, cosicché le distribuzioni di probabilità soggettive dei prezzi non possano divergere sistematicamente dalla distribuzione oggettiva implicita nel modello.

In particolare, nella concezione hayekiana della teoria dell’equilibrio, era fondamentale il presupposto dell’equilibrio continuo di un’economia non monetaria; Hayek sosteneva: “un cambiamento nei dati conduce direttamente e immediatamente a un cambiamento dei prezzi”.

Per l’economista austriaco, ogni teoria dei cicli economici deve partire da un dato fondamentale: gli imprenditori hanno commesso errori. Tuttavia, in condizioni normali, gli errori imprenditoriali tenderanno a compensarsi a livello aggregato. La domanda fondamentale pertanto è: perché gli imprenditori commettono, tutti e simultaneamente, errori nella stessa direzione? La risposta data da Hayek sta nei segnali distorti inviati dai prezzi: i prezzi sui quali gli imprenditori hanno basato le proprie previsioni sul futuro hanno creato aspettative che devono necessariamente essere disattese. Il segnale di prezzo fondamentale è il tasso di interesse sui prestiti. La differenza tra ciò che Hayek, riprendendo Wicksell, chiama “tasso di interesse naturale” e il tasso vigente sul mercato sotto l’azione delle autorità di politica monetaria induce a investire in progetti che si riveleranno fatalmente inconsistenti rispetto alle scarsità reali e alle preferenze intertemporali.

Tuttavia, durante gli anni ’30, Hayek sviluppa una riflessione che lo rende sempre più scettico circa la possibilità di applicare una teoria statica dell’equilibrio a una realtà che invece è ontologicamente dinamica: nutre dubbi circa l’appropriatezza scientifico-metodologica di una analisi dei processi dinamici propri di un’economia monetaria – quali sono i cicli economici, caratterizzati da incertezza e informazione incompleta – che sia affidata a una costruzione teorica, quella dell’equilibrio, in cui viene postulata la previsione perfetta da parte degli agenti.

Hayek acquista consapevolezza della ammissibilità di una previsione perfetta solo entro una costruzione logica quale quella del tatônnement, dove simultaneamente (e in anticipo) sono fissati su un singolo mercato tutti i prezzi, compresi quelli dei beni che saranno scambiati in futuro. Ma questo implica che l’ipotesi di previsione perfetta non posss essere utilizzata per capire e analizzare un mondo non governato da tal genere di organizzazione di mercato.

Per capire la svolta teorica di Hayek nell’ambito della riflessione sulla conoscenza va menzionato l’accrescimento della consapevolezza  circa i limiti euristici della teoria dell’equilibrio, cui contribuì il suo coinvolgimento diretto nel grande dibattito sull’impossibilità del calcolo economico in un’economia socialista. E’ proprio grazie alla riflessione sopra un sistema istituzionale operante in modo totalmente diverso rispetto al sistema di mercato – l’economia pianificata socialista – che Hayek riscopre il problema anticamente sollevato da Adam Smith, poi “addomesticato” tramite l’ipotesi di previsione perfetta e conoscenza completa degli agenti: come può una moltitudine di agenti, ognuno dei quali coinvolto in una complessa e crescente divisione del lavoro, coordinare con successo le proprie azioni, dal momento che ciascuno possiede solo conoscenza locale, particolare e idiosincratica? Hayek risponde a questo interrogativo, cruciale per la comprensione della realtà economica, con una serie di lavori pionieristici che compariranno nella seconda metà degli anni ’30 e negli anni ’40.

Il primo di questi lavori scientifici, intitolato “Economia e conoscenza”, fu pubblicato nel 1937. Il problema teorico al centro di questo saggio è il seguente: perché possano essere assunte come valide, le ipotesi che la teoria economica avanza circa la previsione e la conoscenza – e dalle quali scaturisce poi una spiegazione causale della realtà – devono essere supportate da una spiegazione circa il modo in cui la conoscenza è acquisita e comunicata.

Il problema centrale dell’economia è quello di capire come si attui il coordinamento tra i piani individuali di una moltitudine di singoli: piani fondati sull’informazione individuale e poi soggettivamente interpretati al fine di trasformarli in informazioni economicamente utilizzabili e in aspettative. Si ha equilibrio quando i piani degli individui condividono la stessa percezione della realtà oggettiva. La teoria standard dell’equilibrio bypassa questo problema semplicemente assumendo che la stessa conoscenza della realtà oggettiva è data a tutti gli agenti. Ma, seguendo le parole dello stesso Hayek, “l’affermazione per cui, se gli individui conoscono tutte le informazioni rilevanti sono in equilibrio è vera semplicemente perché questa è la definizione di equilibrio”.

Ciò che la teoria economica deve farsi carico di spiegare è proprio il meccanismo empirico di acquisizione e trasmissione della conoscenza. Da qui una critica ai modelli con agente rappresentativo: se ci focalizziamo solo su un agente rappresentativo e applichiamo la pura logica della scelta, tutti i problemi di coordinamento vengono soppressi.

Il problema, come si pone nella realtà di tutti i giorni a un individuo, è: quali beni produrre e commerciare? Dove? Quando? Con chi? A quali prezzi? Questo problema lo si può cominciare ad affrontare non presupponendo che sia risolto a priori, bensì inoltrandosi nella comprensione di ciò che Hayek chiama, sulla scorta della “divisione del lavoro” di smithiana memoria, il problema della divisione della conoscenza, che può essere sintetizzato in: individui diversi conoscono cose diverse.

Il problema centrale dell’economia diventa, pertanto, quello di capire come sia possibile raggiungere l’equilibrio grazie all’interazione spontanea di un numero esorbitante di persone, ognuna delle quali possiede solo “frammenti” di conoscenza. Questo è il compito dell’economia; compito che Hayek riconduce a quello più generale proprio delle scienze sociali: spiegare le conseguenze non volontarie di azioni umane volontarie.

In questo contesto, Hayek ci dà un ulteriore spunto di riflessione. La teoria economica (NdR: quella non prasseologica) procede partendo da alcuni “dati”, dove col termine “dato” si intende qualcosa di preassegnato. Ma a chi si suppone che questi dati siano noti? All’economista osservatore o agli individui le cui azioni l’economista cerca di spiegare? E, in questo secondo caso, i medesimi dati sono noti a tutti gli individui che compongono il sistema oppure possono essere diversi per soggetti diversi?

Le relazioni di equilibrio non possono dedursi meramente dai fatti oggettivi, in quanto l’analisi dei piani e delle conseguenti azioni individuali non può che prendere le mosse da ciò che è a loro noto.

Massimo Bassetti

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Mezzi: beni, servizi, fattori produttivi | I parte

Lun, 13/05/2013 - 10:00

I mezzi sono i beni. Con il termine bene si intendono sia i beni sia i servizi.

I beni in senso stretto sono cose materiali che arrecano un’utilità. I servizi sono prestazioni, attività, dunque entità immateriali che arrecano un’utilità. Nei servizi la produzione e il consumo sono simultanei.

Beni e servizi, se hanno un prezzo (quindi se non sono disponibili in quantità illimitate), sono chiamati beni economici. Definizione economica di scarsità: un bene è scarso se, a prezzo zero, la domanda eccede l’offerta. Un bene libero (gratuito) non è scarso solo se l’offerta di esso eccede sempre la domanda: un bene siffatto è un bene sovrabbondante. I beni disponibili in quantità illimitate o sovrabbondanti, come l’ossigeno o la gravità, non sono beni in senso economico, perché l’utilizzazione di essi da parte di un individuo in un dato momento non ne riduce la disponibilità per altri nello stesso momento e in quelli successivi; non è necessario economizzarli. Crusoe non ha bisogno di correre più piano per risparmiare ossigeno; e, per far cadere una noce di cocco dall’albero con un bastone, può sempre contare sulla legge di gravità, non è costretto a realizzare alcun trade-off relativamente ad essa. Detto in altro modo, non si trova nella condizione di poter conseguire un maggior numero di obiettivi disponendo di “più ossigeno” o “più gravità”.

Qualunque risorsa è caratterizzata da scarsità, cioè è limitata, non infinita. È il fatto universale della scarsità che dà origine al “problema economico”: quali beni e servizi produrre con le risorse esistenti?

Un oggetto fisico diventa un bene (economico) solo nel momento in cui viene incorporato nei piani di un individuo. Le caratteristiche fisiche di un oggetto non sono sufficienti per qualificarlo come bene. Perché lo sia 1) deve soddisfare un bisogno umano e 2) uno o più individui devono essere consapevoli di ciò. Ad esempio, finché l’evoluzione tecnologica non ha reso consapevole l’umanità che il carbone o il petrolio erano utili, essi non erano beni economici.

I beni economici che soddisfano direttamente i desideri si chiamano beni di consumo o beni di primo ordine. Dei beni di consumo come detto fanno parte anche servizi come il concerto di un violinista, la visita di un dottore, l’assistenza di un avvocato, il trasporto di un autobus ecc.

I mezzi che possono soddisfare i desideri solo indirettamente e in cooperazione con altri beni sono chiamati beni produttivi o fattori della produzione o beni di ordine superiore (i beni produttivi che realizzano direttamente un bene di consumo sono beni di secondo ordine, i beni produttivi che realizzano beni produttivi che a loro volta produrranno beni di consumo sono beni di terzo ordine e così via).

La somma dei beni e servizi prodotti da un soggetto in un determinato periodo di tempo rappresenta il suo reddito (in genere misurato dagli incassi monetari; guadagni, retribuzioni, interessi, dividendi, profitti, rendite). I redditi sono i prezzi dei servizi offerti dai fattori della produzione. Essi non dipendono dalle proprietà fisiche e naturali di questi, ma dalla previdente amministrazione del proprietario. Il reddito è una categoria dell’azione, non un’entità esistente “in natura”. Il reddito è un concetto di flusso, ha bisogno del trascorrere del tempo per poter essere quantificato e calcolato: io non posso dire “il reddito dell’Italia in questo istante è pari a…” perché il reddito è la ricchezza nel suo farsi, dunque è necessaria una unità di tempo durante la quale i beni e i servizi vengono prodotti (un giorno, una settimana, un mese, un anno ecc.).

Il patrimonio è lo stock netto (detratte le passività) di attività reali (case, terreni, beni durevoli) e finanziarie (moneta, depositi, titoli) possedute dal soggetto (e, per somma, da una comunità) in un dato momento. A differenza del reddito, il patrimonio è un concetto di stock, non c’è bisogno del trascorrere del tempo per quantificarlo: io posso dire “in questo istante di tempo il patrimonio dell’Italia è pari a 30.000 miliardi di euro”, perché il patrimonio è costituito da beni prodotti nel passato, che io sommo (nell’esempio, ai prezzi in euro).

Il reddito deriva dal patrimonio, è prodotto con i beni che lo compongono.

Il Prodotto interno lordo è la somma dei beni e servizi finali prodotti da una collettività in un determinato periodo di tempo. Il Pil ha la stessa natura del reddito, è un concetto di flusso.

Pil pro capite: pil totale diviso la popolazione. È utile per effettuare confronti nello spazio e nel tempo, perché il Pil in termini assoluti, se vi sono disparità demografiche, inganna.

Il reddito nazionale è la somma dei redditi (entrate) conseguiti dai soggetti di un paese in un dato periodo di tempo. È un altro modo di vedere il prodotto, dovendo questo essere attribuito ai componenti la collettività come remunerazione per i servizi prestati direttamente o dai beni di loro proprietà; reddito nazionale e prodotto nazionale sono dunque equivalenti in valore[1].

Il reddito può essere consumato o risparmiato; dunque Risparmio = Reddito – Consumo.

Se il consumo eccede il reddito si ha consumo di capitale (patrimonio).

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note:

[1] Le statistiche economiche incontrano dei limiti logici e applicativi difficilmente superabili: 1) L’indagine viene effettuata su un campione. Per passare dal campione all’intera popolazione viene posta un’assunzione cruciale: che il campione si distribuisce secondo la curva “normale”. Tuttavia tale assunzione rappresenta un puro atto di fede mai dimostrato. Dunque l’inferenza statistica, cioè le conclusioni che si traggono da alcuni dati, può essere completamente fallace. 2) Le produzioni dei mercati neri e le attività a titolo gratuito (es. il lavoro delle casalinghe, il volontariato) non sono rintracciabili o quantificabili. 3) La nascita di nuovi beni e servizi e la scomparsa di beni e servizi esistenti rendono impossibili i confronti degli aggregati (es. Pil) nel tempo, eludendo anche l’accorgimento del confronto a prezzi costanti. 4) Non rilevano le variazioni qualitative dei beni e dei servizi; in particolare, il corretto allineamento dei piani dei consumatori e degli imprenditori. Ad esempio, si produce molto cemento, ma manca il ferro con cui costruire la struttura portante di edifici o altre infrastrutture; in tal caso il cemento non avrebbe alcun valore, non rappresenterebbe una ricchezza in più prodotta. A livello macro potrebbe accadere che le autorità statali inducano un aumento “drogato” del Pil attraverso stimoli artificiali: in tal caso l’aumento quantitativo, di breve periodo, nasconderebbe un’assenza di coordinamento tra gli attori economici che si manifesterà nel futuro con una riduzione del Pil. Un ulteriore esempio di tale situazione è rappresentato da molte produzioni nella vecchia URSS, che poi arrugginivano o marcivano per mancanza di impieghi, perché non coordinate con le domande e le produzioni di altri settori. 5) La quota statale del Pil è completamente inattendibile, perché, mancando prezzi di mercato per i servizi dei funzionari pubblici, tali servizi quantitativamente coincidono con gli stipendi dei funzionari; dunque, un semplice aumento degli stipendi implica un aumento della ricchezza prodotta, il che è palesemente falso. La situazione è diversa per gli acquisti di servizi sul mercato, perché in tal caso gli acquirenti dimostrano la propria valutazione spendendo volontariamente il proprio denaro. In generale, le statistiche sono strettamente connesse alla logica pianificatoria e interventista dello Stato, in quanto i dati (aggregati) da esse forniti sono l’unica fonte di conoscenza del responsabile della politica economica, e senza di essi non sarebbe possibile alcun intervento. In un libero mercato, invece, i soggetti, in particolare gli imprenditori, hanno bisogno di conoscere, e ricercano, solo i prezzi e i costi necessari per svolgere in maniera efficiente la propria attività, dunque non hanno bisogno di una massa enorme di dati nazionali aggregati. Il nesso fra sviluppo delle statistiche e crescita dell’intervento dello Stato nel corso del ‘900 è evidente. V. M.N. Rothbard, The Politics of Political Economists: Comment, in «Quarterly Journal of Economics», febbraio 1960, pp. 659-665; ristampato in The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 217-225; Statistics: Achilles’ Heel of Government, in «Freeman», giugno 1961, pp. 40–44. Circa i limiti degli indici dei prezzi v. “Moneta”.

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Forme di Governo e Scienza Economica – III parte

Ven, 10/05/2013 - 10:00

Le persone vogliono tre cose in particolare.

Iniziamo dalla prevenzione. Qual è l’incentivo di un poliziotto pagato con i soldi provenienti dal gettito fiscale nel prevenire i crimini? La risposta è: “virtualmente nullo”. Il salario di cui beneficia non dipende dalla sua capacità di prevenire. Anzi, contrastare il crimine è qualcosa di estremamente pericoloso; meglio evitare e operare infliggendo multe per sosta vietata o eccessi di velocità. Il rischio di subire ritorsioni violente durante questi tipi di operazioni è estremamente ridotto.

Allora, perché le compagnie assicurative sarebbero capaci di offrire servizi di prevenzione? Poiché, logicamente, tutto quello che sono in grado di prevenire equivale a ciò per cui non sono costrette a pagare. Questo rappresenta l’elemento che  riduce i loro costi operativi e che le renderà migliori nelle prestazioni.

Cos’altro desiderano le persone?

Il recupero di qualsiasi bene gli fosse rubato o danneggiato. Realisticamente, qual è la probabilità che se qualcosa viene sottratta dalla vostra abitazione – l’automobile o lo stereo – possa essere effettivamente trovata e recuperata dalla polizia?  “… Te la puoi scordare”.

Non troveranno nulla, se non per caso.

D’altra parte, invece, quale sarà il mio l’incentivo se fossi un “detective” di una compagnia assicurativa? Dare il meglio di me per rinvenire l’oggetto poiché, qualunque cosa troverò, sarà qualcosa per cui non dovrò fornire un indennizzo. Una storia esemplificativa: mi trovavo in Italia, quando ad alcuni amici venne rubata la loro automobile. Denunciammo il furto presso un commissariato della polizia italiana: – “La mia vettura è stata rubata”, mentre il poliziotto annotava. Alla domanda – “Cosa farete adesso?”, la risposta fu disarmante: “lo archiviamo…”.

Decidemmo, a questo punto, di rivolgerci ad una compagnia assicurativa tedesca per denunciare lo stesso problema. Il “detective” incaricato dall’agenzia era un ragazzo tedesco, e la macchina, si badi bene, era stata rubata in Italia. La ritrovò dopo tre giorni. L’automobile era danneggiata, ciononostante era stata recuperata, per un’ovvia ragione: era nell’interesse economico della compagnia. Al contrario, questo non è ravvisato nel servizio monopolizzato offerto dalle forze di polizia; ergo, nessun incentivo a far qualcosa di simile.

L’ultima cosa che vogliamo, ovviamente, si palesa nell’aspettativa per cui l’autore del “delitto” sia catturato e punito.
Una compagnia assicurativa sarebbe indubbiamente incentivata a catturare il criminale, costringendolo a indennizzare le proprie vittime. Lo farebbero, semplicemente, per ridurre i costi delle loro operazioni.
Come si comporta, invece, lo Stato? In primo luogo, raramente trova i colpevoli, eccezion fatta per i reati dove sono previste pene capitali. E quand’anche li trovasse, cosa succede? La vittima del crimine viene indennizzata? Mai sentito di un caso simile: nessuna compensazione per il danno subito (a tal proposito, si pensi al caso delle ragazze sequestrate a Cleveland e segregate nella stessa abitazione per circa dieci anni, a poche centinaia di metri dal luogo della loro sparizione: oltre a un encomio solenne per il privato cittadino, vicino di casa, autore del ritrovamento e al carcere per i responsabili, quale sanzione, a carico delle forze di polizie locali, sarà prevista per la loro negligenza e imperizia al fine di indennizzare le vittime? NdR).

Infine, questi “criminali” vengono spesso imprigionati. A spese di chi? La vittima paga i costi di incarcerazione per i chi commette i crimini. E “alloggiare” i detenuti nelle prigioni americane è un affare costoso. Non mi giocherei la reputazione, ma mi pare di aver letto, qualche anno fa, che il solo “alloggio” ammonta a $70000 per detenuto. Nel frattempo, a costoro viene persino concesso il privilegio di lamentarsi circa la qualità del vitto e della pulizia dei servizi igienici. Possono giocare a ping-pong, guardare la TV, allenarsi nel sollevamento pesi affinché, una volta usciti di prigione, siano persino più in forma a livello fisico. Hanno la possibilità di studiare Legge – al fine di potersi difendere meglio, in Tribunale, la prossima volta.

Susseguentemente, le compagnie assicurative non pretenderanno di disarmarvi. Immaginate di recarvi presso una compagnia assicurativa e, nel porgere questa richiesta: “Voglio che mi proteggiate, qual è il vostro premio?”, riceveste come replica – “Innanzitutto, per assicurarci che tu sia efficacemente protetto, è necessario che ci consegni tutte le armi a tua disposizione: se possiedi una pistola o un coltello, consegnale a noi, al fine di consentirci di migliorare la tua protezione”. Se rispondessero così, sarebbe facilmente intuibile che sta succedendo qualcosa di strano.

Nonostante l’assurdità di tale proposta, questo è esattamente il comportamento tenuto dallo Stato. In alcuni casi, si è riuscito persino a proseguire su questa irragionevole strada. In altri Paesi, i “progressi” sono stati di minore entità. Tuttavia, ovunque, l’obiettivo dello Stato è esattamente lo stesso: disarmarvi. E questo è esattamente ciò che qualunque agenzia, mossa dall’intenzione di derubarvi, auspica. Non c’è di che soprendersi: se io fossi nel business dei furti e delle rapine, sarebbe fantastico sapere che nessuno ha disposizione, nelle proprie abitazioni, coltelli, martelli, mazze, per non parlare di pistole o fucili. Sarei l’unico armato e ciò renderebbe l’ambiente ideale per il proseguimento della mia attività criminale.

Tornando all’analisi precedente, si realizzerebbe finanche un sistema concorrenziale per la fornitura dei servizi assicurativi di sicurezza; un tentativo, da parte di tutte le compagnie, di far aderire i loro clienti a degli standard di comportamento civile. Per esempio, una compagnia dovrebbe rifiutare di offrire protezione ai “provocatori”, assicurando soltanto in caso di ricevuta provocazione o aggressione,  anziché nell’eventualità io colpisca qualcuno in testa con una mazza e costui voglia vendicarsi. Non potrò richiedere l’aiuto alla mia compagnia assicurativa nel caso sia stato io stesso l’origine del conflitto tra le parti. Le compagnie eviteranno questi tipi di conflitti e, al fine di scongiurarli, ogni cliente incluso nel servizio dovrà accettare di aderire alla seguente formula: “Devi comportarti in modo non provocatorio. Solo seguendo questa regola potrai usufruire dei nostri servizi. Se, al contrario, preferisci vivere come un selvaggio, non ti accetteremo come cliente”. Verrebbero stilati elenchi di “indesiderabili”,  clienti che nessuno vorrà assicurare a causa degli altissimi rischi a loro correlati. E se si è sprovvisti di copertura assicurativa, la vita può rivelarsi estremamente pericolosa.

La giustizia dei vigilantes sparirebbe, in quanto diverrebbe estremamente costosa. Esclusivamente in caso di aggressione, ti sarà concesso di difenderti – con l’assicurazione a coprirti le spalle. Le vendette trasversali cesserebbero di esistere immediatamente in un libero mercato di fornitura dei servizi di sicurezza.

Vieppiù, in siffatto contesto verranno offerti diversi tipi di contratto. Allo stato attuale, non ne è presente alcuno con lo Stato; questo afferma, semplicemente e non senza presunzione: “vi proteggiamo” . Ma esiste qualcosa, un sostegno al quale aggrapparsi, che stabilisca se e quali conseguenze si verificano a seconda di ciò che può avvenire nelle più svariate situazioni in cui lo Stato non compie il dovere che si impone in maniera assoluta? La risposta è: “decisamente no”.

Per converso, recandovi presso una compagnia assicurativa, questa, a fronte del pagamento di un premio, sarà in grado di offrirvi un contratto di copertura per le diverse tipologie di contingenze riteniate opportuno tutelare; il premio, ovviamente, sarà graduato sulla base delle vostre richieste e delle effettive possibilità di offrire tutela, al variare delle circostanze.

Il contratto, ovviamente, non può essere cambiato. La compagnia assicurativa non può impegnarsi in un particolare accordo, salvo riservarsi il diritto di modificarlo unilateralmente. Peccato che questo sia esattamente il comportamento tenuto dagli Stati. Questi cambiano costantemente le leggi, rendono illegale ciò che fino a ieri era considerato lecito, o viceversa. Le regole vengono costantemente modificate; nessun contratto assicurativo verrebbe mai stipulato se si potessero unilateralmente cambiare le regole, dichiarare ciò che è legale o illegale e poi cambiare idea in materia.

La presenza di una pluralità di  contratti da offrire comporterebbe anche dei vantaggi addizionali. Possiamo immaginare tre scenari differenti.
Nel primo, due individui sono in conflitto l’uno contro l’altro e sono protetti dalla stessa compagnia assicurativa. È un’eventualità plausibile, tuttavia, sapendo e prevedendo ciò, la compagnia prevederebbe una clausola apposita che disciplina il comportamento da tenere in simili circostanze e la procedura da seguire per la risoluzione delle divergenze. Entrambe le parti sottoscrivono queste condizoni, così che possano agevolmente trovare applicazione.

La seconda circostanza attiene all’insorgere di una contrapposizione tra clienti di compagnie assicurative differenti. Chiaramente, anche in questa situazione saranno fornite clausole specifiche volte alla risoluzione di detti contrasti. Se entrambe le compagnie coinvolte arriveranno alla giusta conclusione, stabilendo a chi attribuire torto e ragione, il problema non sussiste. E, qualunque sia la loro decisione, sarà frutto di un accordo unanime. Potrebbero esserci delle udienze, ma accadrà esattamente ciò che è stato stipulato e questo verrà applicato, senza ulteriori complicanze.

L’ultimo è il caso più complicato e affascinante: cosa accadrebbe tra due persone, assicurate con compagnie diverse, e parti in un conflitto sul quale sono stati espressi giudizi opposti dalle rispettive agenzie assicurative? Per intenderci, la mia compagnia dice che la ragione è dalla mia parte, mentre la tua sostiene il contrario. In una siffatta situazione, forse la più classica nella quale ci si può trovare, non possiamo semplicemente affidarci al giudizio di una delle due compagnie assicurative e lasciare che l’altra si adatti alla decisione della prima; nessuna  offrirebbe un contratto simile, poiché il potenziale cliente rischierebbe di soccombere in un contenzioso persino là dove avesse, effettivamente, ragione. L’ideale sarebbe appellarsi a una terza parte: compagnie di arbitrato indipendenti, concorrenti sul mercato, offrirebbero esattamente questo servizio – porre fine ai contenziosi – senza dipendere da nessuna delle compagnie coinvolte. A queste spetterà il compito di decidere in questi tipi di conflitti. Quale sarà l’incentivo per queste compagnie di arbitrato indipendente? Avere la certezza di essere richiamate in futurr udienze, qualora i convenuti ravvisino che il loro giudizio si è uniformato a criteri di giustizia e alla ricerca del massimo grado di consenso da entrambe le parti in causa.

Per illustrare al meglio questo concetto, immaginate, per esempio, che esistano agenzie che aderiscono internamente al Diritto Canonico, alla Legge di Mosé o a quella Islamica. Queste hanno validità tra persone appartenenti allo stesso gruppo. Ora, cosa avviene quando insorge un conflitto tra un Cristiano e un individuo assicurato con un’organizzazione islamica?

Indubitabilmente, le agenzie di arbitrato, deputate a decidere in queste circostanze, devono basare le decisioni espresse su principi di giustizia universalmente condivisi, vale a dire, talmente generali da essere conformi e accettate dai clienti e dalle agenzie alle quali si sono rivolti. Avremmo quindi leggi di varia natura affiancate da una costante tendenza a lavorare verso un codice universale di leggi, un massimo comune denominatore tra tutti i diversi sistemi legali esistenti.

Devo menzionare, nella mia conclusione, l’esistenza di qualcosa di assimilabile a questi concetti, con riferimento alle relazioni internazionali. Cosa avviene se un canadese si trova in contrapposizione con un americano? O, più in generale, quando si tratta di individui che, seppur appartenenti a nazionalità diverse, possono essere materialmente separati da pochi metri di distanza? Non vi è un monopolio giudiziario in questo caso. Tali persone vivono in uno stato di anarchia vis-à-vis.

Prima osservazione: vi sono più conflitti tra canadesi e americani che si trovano in stretta vicinanza l’un l’altro o tra due canadesi o due americani che vivono vicini? Difficile fornire una risposta esauriente.

Parimenti, sorgono più contrapposizioni tra svizzeri e tedeschi che si trovano a ridosso dei rispettivi confini rispetto a due svizzeri  o due tedeschi che vivono vicini? Anche qui, prendere posizione è impossibile.

Cosa avviene in questo caso? Lo svizzero si reca presso la Corte svizzera; il tedesco si rivolge al proprio tribunale. Se trovano un accordo, nessun problema; altrimenti, si ricorre all’arbitrato. Quello che vige nel nostro attuale sistema è, in realtà, una situazione di semi-arbitrato poiché, dopotutto, anche le Corti sovranazionali sono composte da persone che vengono indicate dagli Stati d’appartenenze. Ciononostante, è possibile osservare che, per quanto riguarda la frequenza e la semplicità che caratterizza tali operazioni, l’assenza di un monopolio giudiziario non è causa di alcun problema.

Il medesimo sistema potrebbe funzionare all’interno di qualsiasi paese.

Pensateci bene…

Articolo di Hans-Hermann Hoppe su Mises.org

Traduzione di Bruno Maria Criscuolo

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

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Forme di Governo e Scienza Economica – II parte

Mer, 08/05/2013 - 10:00

Il mio obiettivo è quello di dimostrare, come primo punto, l’errore commesso nel credere che la democrazia implichi l’uguaglianza di fronte alla legge.  Quando sostituiamo la democrazia alla monarchia, l’unico risultato che otteniamo è quello si sostituire i privilegi personali con quelli funzionali.  In tale sistema, i governanti democratici è concesso di godere privilegi che ai normali cittadini sono categoricamente preclusi.

Un pubblico ufficiale può compiere quelle azioni – secondo il diritto pubblico – che non sarebbe mai possibile mettere in pratica nell’ambito privatistico. Se rubo danaro dal vostro portafogli, verrò punito secondo le leggi del diritto privato. Se, invece, compio lo stesso atto in qualità di funzionario dell’Agenzia dell’Entrate, questo non viene considerato un crimine, benché dal punto di vista del derubato non vi sia alcuna differenza: le leggi del diritto pubblico consentono il furto.

Sempre con riferimento al diritto privato, se prendo qualcuno, costringendolo a lavorare nel mio giardino per sedici ore, commetto i reati di rapimento e sfruttamento: entrambi punibili a norma di legge. Se, invece, un agente dello Stato, nelle vesti di pubblico ufficiale, ti impone l’arruolamento nell’esercito – con il rischio di morire in missione, o per combattere per difendere la democrazia in qualche angolo del mondo – l’atto del rapimento e dello sfruttamento viene definito “servizio pubblico per il proprio Paese”.

Se prendo i tuoi soldi per darli a qualcun altro, in qualità di privato cittadino, commetto i reati di furto e ricettazione. Se lo faccio come pubblico ufficiale, compio un servizio di politica sociale.

Prendere da qualcuno per poi far finta di agire nell’interesse di qualcun altro, apparendo come un generoso benefattore. Se solo guardassimo la realtà per quella che è,  ci accorgeremmo che i nostri politici non fanno altro se non girare in lungo e in largo il Paese per spendere milioni, “donandoli” alla popolazione; gesti che fruttano loro medaglie e onorificenze. Ma non stanno “donando”, indubitabilmente, soldi propri. Quindi, ciò che compiono, a tutti gli effetti, è ricettazione.

Non a caso, potremmo quasi arrivare a sostenere che l’opera svolta dagli Stati è, addirittura, peggio di ciò che viene commesso dai privati criminali, poiché questi, una volta compiuto il delitto, sono costretti a sparire dalla circolazione rapidamente. Avremmo, perciò, il tempo di prepararci nel caso volessero tornare, difendendoci adeguatamente.  Gli Stati, al contrario, perseverano… su base istituzionale: rapinano e, la settimana seguente, tornano sul luogo del misfatto; la storia si ripete invariabilmente.

Ci si può tranquillamente attendere ulteriori visite da parte di queste persone.

È quindi un grosso errore credere che, in presenza di uno Stato democratico, vi sarà automaticamente uguaglianza di fronte alla legge.

I privilegi funzionali prendono il posto di quelli personali e continuano a persistere come durante un regime monarchico.

La situazione, tuttavia, è persino peggiore: guardando alla transizione da monarchia a democrazia, dove tutti possono raggiungere qualunque posizione, senza alcun vantaggio di carattere ereditario, quel che avviene è un passaggio di consegne da chi ritiene che lo Stato sia una sua proprietà privata a chi ne diventa un custode temporaneo. E ciò produce dei risvolti drammatici.

Per fornire un esempio, immaginiamo, solo per un secondo, che vi doni una casa. Ora ne siete proprietari; potete trasmetterla ai vostri figli, venderla sul mercato e tenervi il ricavato derivante dall’operazione.

Oppure, supponiamo che io vi conceda una casa, dicendovi che per i successivi 4-5 anni ne avrete il controllo esclusivo, ma non ne sarete mai i proprietari, non potete determinare il vostro successore, non potete venderla sul mercato e tenervi il ricavato; vi sarà solo possibile tentare di accrescere il vostro reddito sfruttando la casa per i prossimo 4-5 anni.

Credete che, dati questi due scenari, vi sarà una differenza di comportamenti nella gestione della casa?
Senza dubbi ci sarà e, per di più, drastica.

Nel primo caso, sarete interessati a mantenere e preservare il valore della vostra proprietà. Nell’eventualità ne siate i proprietari, cercherete di non consumare la casa, intesa come risorsa, velocemente. Dopo tutto, qualora lo faceste, ridurreste il suo valore sul mercato: il prezzo della casa scenderebbe. Nondimeno, dovreste tutelare i vostri interessi, lasciando qualcosa che abbia un valore alla generazione che vi seguirà.

Ipotizzando, invece, siate soltanto dei meri custodi, quali saranno i vostri incentivi? Il maggiore sarà quello di massimizzare il profitto derivante dall’abitazione nei prossimi 4-5 anni, indipendentemente da quale sarà il valore della vostra casa-capitale alla fine del periodo. Anche se questa andasse in rovina, avreste avuto 4-5 anni di gloria, incrementando il vostro reddito concedendo affitti: bizzarramente, potreste nolehgiare lo stabile a 20-30 persone contemporaneamente. La carta da parati dopo un po’ cederebbe, il sistema fognario si intaserebbe, le tubazioni salterebbero, la tappezzeria si rovinerebbe… ma che importanza avrebbe?

Dopotutto, non sarete costretti a pagare il prezzo per il vostro comportamento, in termini di depauperamento dell’investimento e della conseguente riduzione del prezzo di mercato, visto che non siete i  proprietari.

Ciò che si vede, attraverso questi esempi, è la differenza in termini “macro” tra la democrazia e la monarchia: il sovrano ha una prospettiva di lungo-termine; egli ha interesse a preservare il valore nel tempo del proprio reame, in modo da potere trasmettere qualcosa di pregio alla generazione successiva.

Un politico democratico, sapendo che sarà al potere solo per alcuni anni, avrà come scopo fondamentale quello di mungere al massimo e il più velocemente possibile la vacca, per poi allontanarsi rapidamente, indipendentemente dalle conseguenze. I politici democratici hanno una visione ci corto raggio, contrariamente a quella dei monarchi. E questo rappresenta l’ennesimo errore di coloro che credono che la democrazia sia una forma di organizzazione sociale vantaggiosa.

Voglio fornirvi una terza argomentazione contraria alla democrazia la quale, in qualche modo, supporta le tesi in favore della monarchia. Questa si manifesta allorquando le persone obiettano: “ma non siete sempre in favore dell’accesso libero al mercato? Non dovreste abbracciare l’ideale democratico perché è legato a tale accesso libero alle posizioni, realizzando la concorrenza? Se fossimo nelle mani di potentati ereditari, non avremmo questo accesso libero al mercato e non vi sarebbe concorrenza”.

L’argomentazione è valida, sebbene applicabile esclusivamente alla produzione di beni: ossia, la concorrenza è benefica soltanto in quelle aree di produzione di oggetti che le persone considerano beni. Questa cessa di apportare benefici e non è desiderabile nella produzione di “mali” (dall’inglese “bad”, inteso come sostantivo contrario di “good”, ossia bene di consumo), che riducono il livello di benessere del consumatore. Tuttavia, essere artefici di conflitti e avere la possibilità di deciderne la risoluzione in proprio favore è un classico “male”. Il potere di tassare rappresenta una produzione di “mali”: ripetono che non c’è altra scelta, che alla popolazione non è concesso contrastare il diritto arbitrario di imporre la tassazione, o di stabilire il livello dei prezzi per i servizi offerti.

Nella produzione dei “mali” è auspicabile non avere concorrenza. Solo nella produzione di beni, tale concorrenza è ben voluta. Non desideriamo averne in servizi che prevedono una competizione a chi tratta nel modo peggiore le persone, tra chi si dimostra il “migliore” a gestire dei campi di concentramento.

In tali circostanze, è desiderabile assistere ad uno spettacolo quanto più possibile mal organizzato.

Quindi, desideriamo l’incompetenza al potere. Non vogliamo persone che siano efficienti nel tassarci e nel causare conflitti. La nostra argomentazione, in virtù di quanto sostenuto, è che l’accesso libero al mercato funziona inversamente nel momento in cui comprendiamo cosa fanno gli Stati quando vengono paragonati ai produttori di genuini beni di consumo richiesti dai consumatori.

E qui urge fare delle considerazioni. Un Re sale al trono perché ha la fortuna di nascere in una situazione di potere prestabilita.

Ovviamente, questo fatto non è garanzia della bontà del Re. Se questi è un pessimo individuo, di solito viene accompagnato da una dinastia, ossia la famiglia di cui egli è membro. Governando pessimamente causerebbe la rovina del paese, per cui i suoi familiari saranno estremamente preoccupati, considerando che le conseguenze dei suoi atti potrebbero determinare una perdita o una riduzione del loro potere. Alla luce di ciò, una dinastia ricorre, usualmente, ad un espediente: circondando il membro in questione  da individui capaci che esercitano potere di controllo.  E se nemmeno questo atto funziona, semplicemente si sbarazzano del sovrano, uccidendolo o facendo uccidere, compiendo quindi una buona azione. D’altra parte, il salire al potere tramite diritto di nascita, non esclude che il soggetto in questione sia una brava persona,  empatica e paternalistica che si preoccupa del suo popolo. Poterebbe essere davvero una degno regnante. Questo  viene educato e preparato per assolvere i suoi compiti una volta giunto in posizione di comando. E, solitamente, si conferma nelle sue qualità.

Adesso, domandatevi cosa avviene quando si presenta uno scenario simile, dove però è presente un livello di concorrenza, in un regime democratico.

In primis, i governanti democratici, benché pessimi, hanno basse percentuali di essere eliminati. Perché basse? Semplicemente, tutte le persone diranno “Ok, è solo per 4 anni e poi arriverà una brava persona proveniente dal mio partito che prenderà il suo posto”. Vi sarà, quindi, una certa esitazione nell’eliminare il governante, poiché tutti saranno concordi nel sostenere che durerà solo 4 anni e, successivamente, le cose andranno meglio. Da ciò consegue una scarsa propensione a sbarazzarsi dei cattivi governanti, che io considero negativa.

In secondo luogo, domandatevi se una brava persona potrà mai arrivare alla sommità in un sistema democratico. Ossia, se una persona dichiara di non voler tassare i ricchi per dare ai poveri, di far rispettare i diritti di proprietà privata, e che non vede i ricchi come cattivi a tutti i costi e i poveri come buoni e indifesi, non farà assolutamente nulla, aderirà ai principi del laissez-faire, e non arriverà mai a guidare un governo. Io penso sia categoricamente impossibile.

Immaginate di gestire una campagna elettorale basandovi su questi princìpi. Potreste vincere le elezioni in qualche frazione, al più in un piccolo paese dove tutti si conosco, ma non riuscireste mai a riportare una vittoria in una società con milioni di individui in cui tutti nutrono la segreta tentazione di derubare gli altri, attraverso il voto, delle loro proprietà e che ricaverebbero benefici personali da queste azioni ladresche. Tenendo ciò in conto, credo di potere affermare che le monarchie sono chiaramente superiori.

A scanso di equivoci: non sto difendendo le monarchie.

Ora, cerchiamo di trovare una risposta corretta alla domanda iniziale, ossia come garantire l’applicazione delle leggi. È molto semplice: bisogna abolire i monopoli. Questo obiettivo deve essere intrapreso dagli individui e dalle agenzie, che dovrebbero aderire a tale principio come chiunque altro. Soltanto una volta che tale compito viene assolto, abbiamo uguaglianza dinanzi alla legge. Quelle istituzioni, quegli individui che forniscono il servizio di protezione delle nostre vite e delle nostre proprietà devono essi stessi aderire alle stesse regole per cui richiedono adesione da parte dei cittadini. È ciò che definiamo una società di diritto privato puro, nella quale vige solo il diritto privato. Le distinzioni tra diritto pubblico e privato scompaiono.

Cosa implicherebbe una società simile? Ogni persona dovrebbe avere la facoltà di autodifendersi. Dirò una cosa molto semplice a riguardo: appare chiaro a tutti che, in una società complessa, noi non produciamo le nostre scarpe, o cuciamo i nostri vestiti, o tagliamo i nostri capelli, ma ci basiamo sulla suddivisione del lavoro, anche quando si tratta di compiti estremamente specifici. Nonostante ciò, andrebbe enfatizzato il principio secondo cui ciascun individuo possiede il diritto di auto-difesa nei confronti di coloro che minacciano aggressione contro i suoi diritti di proprietà. Sappiamo, per esempio, che nel selvaggio West, quando il potere del governo federale non si estendeva in tutti gli angoli del paese, e quando tutte le persone erano pesantemente armate, il tasso di criminalità era significativamente più basso rispetto a quello attuale. Nei film e documentari sul “selvaggio West” si riproduce una realtà infondata, come testimoniano molti studi condotti sul tema.

Immaginate, allo scopo, di voler rapinare una banca dove ogni impiegato è armato: morireste molto prima di uscirne.

La violenza nel “selvaggio West” si manifestava, nella maggior parte dei casi, tra partecipanti consenzienti. Ossia, se ti recavi in un saloon e, una volta ubriaco, facevi scoppiare una rissa con qualcuno, si decideva di risolvere la questione all’esterno del locale per stabilire chi avesse torto o ragione – nonostante ciò comportasse, sovente, qualche morto per strada. Non è un crimine, bensì qualcosa di simile a un incontro di pugilato.

Nessuno, eccetto le due persone coinvolte, doveva preoccuparsi  della questione. Bastava astenersi dall’andare nei saloon e dall’ubriacarsi, così  il “selvaggio West” sarebbe stato un posto abbastanza sicuro per chiunque.

Un libro estremamente importante su questo argomento è stato scritto da John Lott, “Più pistole, meno crimine”. L’autore fornisce evidenze empiriche di ogni tipo per dimostrare che, se le persone sono libere di difendersi, il tasso di criminalità tenderà a calare.

Tuttavia, come ho spiegato precedentemente, in una società a elevata complessità, questa è solo una piccola parte, un modesto contributo per difendere se stessi. Dovremo affidarci ad agenti e agenzie specializzate per fornirci questo servizio. E un ruolo di particolare importanza verrà giocato dalle compagnie assicurative.

Voglio illustrare in che modo una società può fornire questo servizio attraverso un sistema concorrenziale tra compagnie assicurative, per quanto non ritenga utili allo scopo come queste sono, oggi, concepite. Questo settore è uno dei più pesantemente regolati. Dovremmo sforzarci di pensare alle compagnie assicurative intese come libere di competere per accaparrarsi i consumatori presenti sul mercato, disponibili a pagare per i loro servizi e ai quali sia consentito cambiare i  fornitori  qualora siano insoddisfatti del servizio che viene loro erogato da una particolare compagnia.

Cosa possiamo aspettarci in una situazione dove è presente una concorrenza tra compagnie assicurative che vogliono fornirci tale servizio?

Inizialmente, si ravviserà che, come in tutti i settori in cui vi è concorrenza, i prezzi tenderanno a scendere e la qualità dei prodotti tenderà a migliorare. Se operassero dei monopolisti, i prezzi probabilmente sarebbero più alti e la qualità dei prodotti ne risulterebbe ridimensionata.

Il secondo aspetto che emergerà, in tale situazione, consisterà nella possibilità di evitare sovra e sotto produzioni di sicurezza.  Come indirizziamo le risorse alla produzione di birra, latte o macchine? In una situazione di libero mercato, saranno i consumatori a stabile la direzione e l’intensità di allocazione delle risorse verso i vari scopi. I consumatori decreteranno in che modo le aziende possano espandersi, ridursi o sparire dal mercato. In uno scenario di monopolio, nessuno si può porre in diretta competizione con il produttore. Il monopolista può costringere il consumatore a pagare quanto egli desidera per il bene in questione.

Quante risorse dovranno essere destinate allo scopo di fornire servizi di sicurezza? La risposta è che maggiori sono le risorse allocate in questo modo, più elevato sarà il vantaggio del produttore di un particolare servizio. Dovrebbero essere 10, 100 o 1000 poliziotti? E questi andrebbero equipaggiati solo di manganelli o dovrebbero avere in dotazione dei mitragliatori? Occorrerebbero dei carri-armati per fornirci questi servizi?

È facilmente immaginabile che se tutte le risorse di una società venissero utilizzate per proteggerci, non rimarrebbe nulla per sfamarsi.

Il Governo non sa quante risorse allocare per questi specifici scenari. Ma dovrebbe realizzare che la “quantità” di sicurezza che desideriamo, la quantità di denaro che vorremo spendere per gratificare la nostra sensazione di sicurezza, è molto differente da individuo a individuo, da regione a regione.

 Ci sono regioni dove i servizi di sicurezza e i relativi fornitori non sono assolutamente necessari. Se abitassi, da solo, sulla cima di una montagna, potrei difendermi perfettamente da solo; se vivessi in una zona cittadina densamente popolata, probabilmente sari più incline a pagare per questo tipo di servizio; similmente, se fossi una signora anziana, sarei più propensa a spendere maggiori risorse in questo settore; infine, se fossi Schwarzenegger, mi sentirei capace di occuparmene da solo o con alcune guardie del corpo.

Questo problema sarebbe automaticamente risolto se vi fosse libera concorrenza nel settore della sicurezza. Potresti averne quanta ne vuoi: aumentarla, diminuirla, ma sicuramente non esiste un’entità superiore che decide di quanta sicurezza tu abbia bisogno. Poiché, ovviamente, per “loro” è sempre meglio abbondare. Ciò non implica che essi forniscano più servizi, piuttosto, abbastanza semplicemente, che avranno a disposizione budget sempre maggiori.

Altro vantaggio: i crimini senza vittime. Al giorno d’oggi, una gigantesca quantità delle nostre risorse viene destinata a combattere i crimini senza vittime, in particolare, ovviamente, la guerra alle droghe. Negli  Stati Uniti vi  sono milioni di individui in cella che non hanno commesso nessun delitto, se non quello di aver fumato erba o sniffato cocaina o qualunque altra sostanza, consumando, quindi, un crimine senza alcuna vittima.

Possiamo logicamente immaginare che una compagnia disposta ad assicurarti o proteggerti contro i crimini senza vittime potrebbe richiederti un prezzo più alto rispetto a una che si astiene dal fornire tale servizio?

È lecito prevedere che la maggior parte delle persone, poiché non influenzate dai crimini senza vittime e non essendo, a loro volta, coinvolte, potranno decidere di non destinare parte delle risorse all’arresto di una prostituta e di un suo cliente – attività che, dopotutto, non le riguarda in nessun modo. Voglio semplicemente essere protetto nella mia casa e nella mia proprietà. Pertanto, le compagnie che offrono questi tipi di servizi di tutela contro i crimini senza vittime, andrebbero immediatamente in bancarotta. Come ho appena detto, una gran quantità di risorse viene sprecata per combattere contro… i mulini a vento.

Inoltre, cosa ancor più importante, le compagnie di assicurazione dovrebbero fornirmi un indennizzo in caso mi accada qualcosa. Si può comprendere che, in virtù del loro monopolio nella fruizione di tali servizi, le compagnie assicurative diranno “Noi proteggiamo la tua vita e la tua proprietà”. Ma cosa succede quando taluno rimane ucciso o la casa di talaltro viene violata? Avete mai sentito lo Stato ammettere: “Ho fallito nel mio compito e, dato il mio insuccesso, vi devo un indennizzo?” Non mi è mai capitato di assistere a eventi in cui lo Stato riconosce le proprie colpe fallimentari, dichiarando: “Eccovi il giusto indennizzo”.

In un caso simile, le compagnie assicurative vi avrebbero sicuramente indennizzato. Immaginate cosa accadrebbe se entraste nella sede di una di queste società e dire: “Ok, questo è il premio? Benissimo, lo pago” e allorquando domandaste “… e se mi succede qualcosa?”,  la risposta fosse “Sfiga…”.

Nessuna compagnia assicurativa privata potrebbe permettersi di fornire un servizio seguendo questa linea di comportamento.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe su Mises.org

Traduzione di Bruno Maria Criscuolo

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

Link alla prima parte

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Forme di Governo e Scienza Economica – I parte

Lun, 06/05/2013 - 10:00

Poiché viviamo in un mondo dove è presente la scarsità, è possibile entrare in conflitto per l’utilizzo delle risorse limitate. E poiché i conflitti possono sorgere in ogni momento e ovunque si verifichi detta scarsità, necessitiamo di norme per regolare l’esistenza umana. Norme, il cui scopo è quello di evitare l’ingenerarsi delle contrapposizioni. E, al fine di scongiurare contrasti anche violenti per il controllo delle limitate risorse, abbiamo bisogno di regole relative alla loro proprietà esclusiva oppure, per dirla in un altro modo, è necessario definire in maniera precisa i diritti di proprietà per determinare chi sia titolare di dette situazioni giuridiche che consentano lo sfruttamento delle risorse.

Queste regole, che la Scuola Austriaca reputa in grado di assolvere il compito di evitare i conflitti, sono le seguenti: la prima si ascrive alla prerogativa di ogni persona ad essere proprietaria di se stessa e del suo corpo fisico. La seconda regola si riferisce alla modalità di acquisizione della proprietà e al diritto di controllo esclusivo sulle risorse, al di fuori del nostro corpo, presenti nel mondo esterno. Inizialmente, questo non appartiene a nessuno e l’accesso al diritto di proprietà degli oggetti esterni al nostro organismo, viene ottenuto quando siamo i primi a utilizzare le risorse in questione; attività che ci rende, de facto, proprietari. Tale atto viene definito “appropriazione originale” o “entrata in possesso”. La terza e la quarta regola sono implicate dalle prime due: chi utilizza il proprio corpo e gli oggetti di cui si è originariamente appropriato per produrre qualcosa, per trasformare risorse grezze in prodotti aventi un maggior valore, diventa automaticamente il proprietario di ciò che ha prodotto. Il produttore è il proprietario del frutto della sua opera. Infine, l’accesso alla proprietà si può verificare attraverso una cessione volontaria da un proprietario a un altro.

In questo saggio, ciò che viene enfatizzato è la presenza di regole intuibili relative al proprietà della nostra persona fisica, che appartiene esclusivamente a noi stessi. Il pensiero di qualcun altro che possa possederci suona assurdo. Così, l’idea che la proprietà di una risorsa venga assegnata alla seconda persona che l’abbia messa a frutto invece che alla prima, appare altrettanto assurda. Il produttore non è proprietario del frutto del suo lavoro, ma tale diritto appartiene a chi non ha realizzato il bene in questione? Ancora una volta, tutto ciò è assurdo. E, ovviamente, come già detto implicitamente nella regola numero quattro, se qualcuno potesse sottrarre a un altro individuo la sua proprietà senza consenso o autorizzazione, la civiltà umana verrebbe distrutta in un solo istante.

Inoltre, è facilmente comprensibile che se queste regole venissero seguite, il benessere ne risulterebbe massimizzato. Similmente, il rispetto di questi princìpi basilari comporta la reale possibilità che tutti i conflitti siano ragionevolmente evitati.

La questione si complica in presenza di persone che potrebbero, semplicemente, obiettare: “E con ciò?”
Benché potessimo giustificarle e dimostrare che gli individui riceverebbero dei vantaggi e dei benefici economici, evitando persino i conflitti qualora si accordassero al rispetto di queste semplici regole, continuerebbero a esistere dei fuorilegge. Criminali e persone malvagie sussisteranno fintantoché gli uomini popoleranno il mondo.

Cosa possiamo fare con queste persone? Come applicare tali regole?
Diffonderle non implicherà il loro rispetto da parte degli individui in ogni circostanza; persone cattive continueranno a esistere sempre.

I liberali della scuola classica hanno fornito una risposta al quesito relativo all’applicazione di tali regole: questo è l’unico compito che un governo e uno Stato devo assolvere; esso non deve operare in nessun altro settore, se non assicurarsi che chiunque violi le leggi venga punito e – pur minacciando e irrogando sanzioni – riportato alla ragione.

In che modo possiamo interpretare questa risposta proveniente dalla scuola liberale – includendo, nel caso specifico, Ludwig von Mises (poiché la sua posizione in materia era volta a sostenere che tali regole fossero  quelle di una società giusta e che fosse compito dello Stato verificare che i cittadini agiscano conformemente a tali norme, punendo, o sanzionando chiunque le violi)?

Ora, comprendere se questa opinione sia da ritenersi giusta o sbagliata, che la funzione da attribuire efficacemente allo Stato sia quella sovraesposta e che questo sia in grado di  assolvere a tale compito in maniera efficiente o meno, dipende, precipuamente, dalla definizione di Stato. Quella che vi fornirò non è tecnicamente complessa, bensì la formulazione  generalmente accettata da chiunque abbia trattato l’argomento, uno standard: lo Stato è un monopolista territoriale, dotato del potere decisionale e arbitrale di ultima istanza nello specifico territorio sul quale esercita la sua influenza. Ciò significa che quando emerge un conflitto, lo Stato è “arbitro” ultimo deputato a decidere chi deve essere “tutelato” e chi, invece, “soccombere”. Non è possibile appellarsi alla decisione di uno Stato; la sua è la parola finale: o si ha torto o si ha ragione. E questo, necessariamente, sottintende che la signoria di natura statale è quella finale; lo Stato è il giudice supremo e la sua decisione insindacabile, ancorché i casi di conflitto coinvolgano lo Stato stesso o i suoi agenti.  Vedremo, successivamente, come tale assunto comporti una rilevante implicazione sociale, dalla quale scaturiscono importanti conseguenze.

Un corollario di tale enunciato esprime lo Stato quale unica agenzia avente il potere di tassare le persone, determinare in maniera unilaterale il prezzo da pagare per assolvere a questo servizio, nonché l’applicazione delle regole ad esso connesso.

Data la definizione di Stato, vorrei dimostrare quanto sia illusorio credere che questo possa essere capace di assolvere con successo quella che i liberali della scuola classica considerano essere la sua unica funzione, ossia garantire l’applicazione delle regole.

La prima argomentazione contro questa tesi relativa allo Stato minimo è di natura economica, volendo constatare come la presenza di un monopolio sia negativa dal punto di vista dei consumatori, mentre la competizione risulta essere positiva, data la stessa prospettiva. L’enfasi viene posta sul “punto di vista del consumatore”. Sotto il profilo di un produttore invece, il monopolio rappresenta una condizione ottimale, contrariamente alla competizione, vista come un fattore di rischio negativo. Viceversa, per i consumatori, la competizione possiede un’accezione positiva poiché, in uno scenario di monopolio, il prezzo di un dato prodotto sarà più elevato e la qualità di quello stesso prodotto sarà relativamente più bassa di quella che dovrebbe possedere, giacché il produttore è “scudato” dalla competizione rappresentata da altri produttori che vogliono entrare nel mercato offrendo lo stesso prodotto a prezzi più bassi o qualitativamente superiori. Se vigesse un mercato concorrenziale, invece, vi sarebbe un tentativo costante da parte dei produttori di ridurre i costi di produzione, offrendo quindi prezzi più bassi ai consumatori e a ottimizzare la qualità dell’offerta. Se ciò non dovesse verificarsi, il produttore verrebbe semplicemente sconfitto dalla concorrenza.

Quindi, la prima argomentazione, espressa semplicemente, diverrebbe:

Per quale ragione questo assunto non dovrebbe essere valido anche nella fornitura dei servizi tesi a garantire la protezione della  proprietà privata?

Perché un monopolio in quest’area dovrebbe essere positivo, nonostante sia dimostrata la negatività in tutte le altre aree?

Quando si parla della produzione di latte, tutti quanti siamo concordi nell’affermare che un monopolio offrirà un prodotto comparativamente peggiore a prezzi superiori rispetto a quelli di mercato concorrenziale. Tuttavia, quando si parla di monopolio per la fornitura dei servizi relativi all’ordine e alla sicurezza, di poteri di decisione finale, la situazione è molto peggiore. Per lo Stato è possibile produrre un bene di pessima qualità, ma, in quanto monopolista di ultima istanza, potrà fornire altri “prodotti negativi”, nelle modalità che procederò a illustrarvi.

Se io fossi il decisore finale e avessi l’ultima parola in ogni tipo di conflitto sorto, cosa potrei fare?
Potrei, io stesso, determinare il sorgere di tali conflitti e poi essere l’arbitro ultimo di questi; ho facoltà di decidere chi ha torto e chi ha ragione. E se fossi stato io a causare il conflitto, appare facile predire quale sarà la mia decisione finale, in quanto monopolista del mercato. Semplicemente, dirò che ero pienamente giustificato nel commettere tali azioni contro la parte offesa e la ragione è, comunque, dalla mia parte.

Un poliziotto può colpirti alla testa; ti lamenterai, giustamente, del fatto. Ma chi giudicherà il caso?
Forse non il poliziotto in prima persona, ma un altro individuo il cui datore di lavoro è la stessa agenzia che ha impiegato anche il poliziotto. Ciò che possiamo facilmente intuire, data la situazione, è che invece di avere uno scenario in cui esiste e viene promossa la cooperazione pacifica tra gli individui, ne avremo uno in cui ci saranno continuamente dei conflitti causati da quelle persone che dovrebbero proteggere le nostre vite e la nostra proprietà. E che la decisione di risoluzione dei conflitti così determinati, verrà fatta in favore di questi ultimi, a discapito di quelle persone che sono state aggredite dagli stessi agenti dello Stato.

A peggiorare le cose, gli organi dello Stato possono persino decidere che il livello di compensazione,  per avere accesso a questo tipo di giustizia, debba ricadere sulle spalle dei cittadini contribuenti. In sostanza, possono colpirti alla testa, decidere che tale scelta fosse completamente giustificata, poiché avevi commesso una mossa sbagliata, e successivamente dirti: per questo servizio, mi devi 100$. E non puoi rifiutarti di pagare quanto richiesto, altrimenti verresti imprigionato.

Tutto ciò è una diretta conseguenza della definizione di Stato, intenso come arbitro dei conflitti, anche nei casi in cui esso stesso ne sia stato la causa scatenante.

Come se ciò non bastasse, è possibile applicare a tale scenario l’argomentazione standard contro il mercato monopolistico: vi sarà una trend di costante deterioramento nella qualità dei servizi giudiziari offerti e, in parallelo, una trend di crescita dei costi e del prezzo finale per l’offerta di questo servizio. Si paga sempre di più, per ottenere sempre di meno, in termini di giustizia.

È quindi assolutamente palese la poca fondatezza delle argomentazioni a favore dello Stato minimo, la cui idea risulta essere un’assurdità.

I liberali della scuola classica, inoltre, hanno commesso un ulteriore errore fatale, nel ruolo di difensori dello Stato minimo. Quando costoro svilupparono il loro programma – riferendosi a Stati che erano, per la quasi totalità, delle monarchie, con re e regine – sostennero la tesi secondo la quale gli stati monarchici fossero istituzioni negative poiché i sovrani possiedono dei privilegi che violano il principio di uguaglianza davanti alla legge. Ne consegue che il re può compiere atti che ad altre persone semplicemente non sono concessi e, di conseguenza, diviene necessario istituire una società dove il principio di uguaglianza di fronte alla legge sia in vigore.
E quale soluzione proposero? La democrazia.

La maggior parte di loro – quindi non tutti, indistintamente – appoggiò questa tesi; argomentandola seguendo quella logica secondo cui la democrazia è compatibile con il principio di uguaglianza di fronte alla legge, poiché tutti possono diventare re o regine, senatori o primo ministro, senza la presenza distorsiva di una struttura basata sull’ereditarietà della classe sociale.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe su Mises.org

Traduzione di Bruno Maria Criscuolo

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

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Finestre rotte e “risorse inattive”

Ven, 03/05/2013 - 14:00

Ormai da un certo tempo, Fabrizio Galimberti pubblica, su Il Sole-24 Ore della Domenica, la rubrica Il Sole Junior – L’economia spiegata ai ragazzi, rimarchevole per la chiarezza delle spiegazioni e, spesso, anche per le posizioni assunte. Che non sono Austriache, purtroppo, ma restano ben al di qua di Krugman. Prova ne sia, inter cetera, il recente articolo Un “ghostbuster” per il Pil [1], che ha attratto la mia attenzione per il favore mostrato nei confronti di Bastiat – definito «geniale economista francese dell’Ottocento», nientemeno! – e del racconto della finestra rotta.

Purtroppo, però, Galimberti, pur pienamente concorde sulla necessità di computare i costi nascosti di un evento (e convinto che vi riesca bene la c.d. “green economy“), ritiene che ci sia

«una circostanza in cui Bastiat non avrebbe avuto ragione. Supponiamo che il commerciante che tira fuori i 6 franchi per riparare il vetro non voglia restringere la sua spesa in altre cose. Quei 6 franchi di maggiore spesa li toglie da ciò che avrebbe risparmiato. In questo caso la sua propensione alla spesa (cioè quanto spende del proprio reddito) sarà aumentata e il reddito della nazione ne beneficierà. Se il vetraio non era pienamente occupato quando gli fu chiesto di riparare il vetro, ecco che il reddito del Paese – il famoso Pil – sarà più alto di prima.».

Ho aggiunto le sottolineature per rimarcare quelli che sono, secondo me, gli errori centrali del ragionamento.

Anzitutto, sembra proprio che Galimberti sposi la definizione keynesiana del risparmio come mera eccedenza rispetto al consumo, “reddito non consumato”. Questo è un ottimo esempio di come si possa adottare la prospettiva soggettivista soltanto a metà; e, devo dire, mi stupisco sempre della facilità con cui gli economisti mainstream riescono a cadere in queste fallacie. Il concetto di “propensione”, al consumo o al risparmio, implica un riferimento ineludibile alla sfera delle motivazioni soggettive, individuali; e lo stesso Keynes mostra di esserne ben consapevole [2].  Eppure, egli e i suoi emuli si contentano di una definizione di “risparmio” che non tiene conto di una domanda ovvia, ma non banale: perché Tizio non consuma?

Ma, se ciascuno di noi riflette sui motivi per cui non ha speso, putacaso, i due euro intascati ieri, scoprirà facilmente che il risparmio non è affatto un mero “non-consumo”, bensì un non consumare in vista di qualche cosa. Qui, dunque, entra in gioco il futuro, nei suoi tre fattori: rischio, incertezza e preferenza temporale. Si risparmia oggi per potersi permettere una spesa maggiore in futuro (o per procurarsi un reddito maggiore; ma anch’esso, nella prospettiva del soggetto, non è che un mezzo per ottenere beni del primo ordine); oppure perché si teme che una tale spesa possa rendersi necessaria (Jacques Bonhomme, conoscendo l’esuberanza del figlio, potrebbe aver accantonato i 6 franchi proprio in previsione della rottura della finestra).

Così stando le cose, è evidente perché il ragionamento di Galimberti non individua, in realtà, un’eccezione alla tesi di Bastiat, ma, piuttosto, una lacuna  comune nel ragionamento degli economisti. Partiamo dall’ipotesi in apparenza più favorevole, il “fondo rischi” già accantonato in previsione della rottura della finestra: l’impatto negativo dell’evento è bensì neutralizzato [3], ma solo perché è stato anticipato; Jacques Bonhomme ha rinunciato prima – e magari con gradualità – a spendere i 6 franchi e, nel tempo trascorso da quando ha iniziato ad accantonarli, non li ha impiegati in alcun modo [4]. Se, invece, egli avesse inteso cominciare a mettere da parte la somma necessaria all’acquisto, poniamo, di una bicicletta da corsa; oppure prestare questi 6 franchi sul mercato del credito; o addirittura avviare un qualche processo produttivo in proprio; ebbene, in tutti questi casi l’impatto negativo sarebbe solo differito nel tempo. Posto che le intenzioni dello sfortunato Jacques non mutino nel frattempo, egli comprerà egualmente la bicicletta ecc., ma più tardi: gli occorrerà tempo per risparmiare nuovamente quei 6 franchi. Prendiamo, infine, l’ultimo caso: i 6 franchi costituivano bensì un “fondo rischi”, ma Jacques non aveva pensato solo o tanto alle finestre, quanto, più in generale, agli imprevisti che possono verificarsi in qualunque ménage domestico. E’ chiaro che, se le sue valutazioni sul rischio e l’incertezza non sono mutate, egli dovrà nuovamente risparmiare i 6 franchi. Certo, uno degli eventi temuti, la rottura della finestra, si è verificato; ma ciò, di per sé, non esclude affatto che possa ripetersi ancora. Fino a che punto Jacques crede che urla e ceffoni (o altri strumenti a piacere) abbiano ridotto la propensione del figlio a infrangere vetri? Se poco o nulla, egli risparmierà nuovamente 6 franchi, così rientrando nel secondo caso; altrimenti, può darsi che, ceteris paribus, egli riduca il “fondo rischi domestici”, poniamo, a 5 franchi e mezzo. Ma il mezzo franco che, così, resta disponibile per il consumo futuro non può considerarsi sic et simpliciter una “risorsa liberata”: la riduzione del fondo è stata comprata dalla rottura del vetro, dalla spesa di 6 franchi, o, se si preferisce, da quella parte del fondo preesistente che non viene ricostituita proprio perché destinata a copertura di un evento che ora si assume scongiurato (o meno probabile). E dunque, si rientra nel primo caso.

In sintesi: non c’è dubbio che le finestre rotte abbiano sempre un impatto negativo che neutralizza i loro benefici apparenti; resta solo da vedere quando esso si verifichi, se prima della rottura, in contemporanea o dopo.

Ma esaminiamo anche l’altro aspetto del ragionamento di Galimberti, secondo cui l’impatto positivo sul PIL della spesa per il vetro sarebbe subordinato sia alla mancata riduzione di spesa, sia alla “non piena occupazione” del vetraio. Supponiamo di rientrare nel primo caso, cioè che Jacques avesse accantonato i 6 franchi proprio e solo in previsione della rottura della finestra; e che sia assolutamente certo che il figlio abbia imparato la lezione. Almeno in questo caso, la sua spesa potrà avere un effetto positivo?

Si badi bene: non ho parlato di effetto positivo sul PIL. Molto opportunamente, invero, lo stesso Galimberti, nel prosieguo dell’articolo, mette in guardia contro l’effetto contabile in virtù del quale – nel suo esempio – dopo un’inondazione che distrugge mille case, il PIL cresce, perché i minori servizi abitativi sono più che bilanciati, nell’immediato, dalle spese per i soccorsi e, soprattutto, dagli ammortamenti: quell’anno, il PIL includerà, non la quota di ammortamento fisiologica, connessa al normale invecchiamento di mille case, ma una di gran lunga più alta, perché comprensiva della loro distruzione integrale. «C’è una maniera, anche nella contabilità di una nazione, per vedere gli effetti “veri” di un’inondazione. Ed è quella di andare a vedere il Pil netto, cioè il Pin: Prodotto interno netto, esclusi gli ammortamenti.». Mi permetto di aggiungere che, negli anni seguenti, sul PIL si noterà l’impatto negativo di minori ammortamenti rispetto allo status quo ante, visto che le case sono state distrutte; in particolare, al balzo all’insù dell’anno “zero” terrà dietro un calo marcato nell’anno “uno”, che, oltre a non disporre più della propria quota di ammortamenti, sconterà il raffronto con la precedente, gonfiata dalle distruzioni [5].

L’effetto positivo di cui Galimberti intende parlare è ben distinto da quello contabile testé descritto [6]: corrisponde in realtà – se interpreto correttamente la sua posizione – ad un aumento del PIN, cioè alla produzione di beni e servizi nuovi in misura maggiore rispetto a quelli cui si è costretti a rinunciare [7]. Quindi, non dobbiamo contare la sostituzione della finestra in sé – che, come ammortamento, figura nel PIL, non nel PIN [8] - ma l’aumento della produzione di finestre e/o dell’attività del vetraio: perciò Galimberti precisa che questi non dev’essere pienamente occupato; se lo fosse, potrebbe occuparsi di Jacques solo a prezzo di ritardare il lavoro per qualche altro cliente. Egli sta pensando, invece, ad un vetraio che lavora meno di quanto potrebbe e vorrebbe, dimodoché l’ordine di Jacques crea lavoro senza togliere nulla a nessuno.

Ma qui si impongono due considerazioni.

Anzitutto, il ragionamento fila solo se e finché la spesa per la finestra è interamente finanziata da risparmi reali (l’accantonamento ad hoc; ma potremmo anche pensare ad un’assicurazione di cui Jacques abbia regolarmente pagato il premio); e proprio per questo ci troviamo di fronte ad una crescita vera, non al principio di un boom.

Inoltre, l’assunto di Galimberti, che suppone un vetraio “non pienamente occupato”, implica un’altra fallacia del pensiero mainstream, il concetto di risorse inattive.

Ogni imprenditore sa che la domanda dei suoi beni o servizi è variabile, in misura maggiore o minore secondo i settori e le circostanze; quindi si organizza di conseguenza, per ridurre al minimo il danno dei cali e sfruttare al meglio i picchi. In questo senso, è fisiologico che il vetraio sia “non pienamente occupato” (a meno che non stia già soddisfacendo un picco). Ma la sua capacità produttiva in più non può considerarsi “inutilizzata”, proprio come il risparmio non è semplice “non-consumo”: si tratta, in entrambi i casi, di risorse che assolvono ad uno scopo ben preciso, così nella mente del proprietario come nella struttura del processo produttivo.

Inoltre, in ogni momento, anche su un mercato completamente libero, pregressi errori di valutazione e/o circostanze mutate possono far sì che la singola impresa si ritrovi con un eccesso non voluto di capacità produttiva o di prodotti finiti. Situazione fisiologica - per il mercato, anche se non per la singola impresa – che i picchi di domanda, anch’essi fisiologici in sé, aiutano a gestire. Dove “gestire”, beninteso, significa: vendere i prodotti in eccesso, cercando di realizzare comunque un utile, o almeno di contenere la perdita; e trovare un impiego per la capacità produttiva extra (magari, proprio destinandola a fronteggiare i picchi) oppure dismetterla.

Quando i keynesiani parlano di “risorse inattive”, unificano questi due casi ad un terzo, per loro il più importante: la realtà, innegabile nei momenti di crisi, delle fabbriche chiuse, dei lavoratori a spasso, dei cicli produttivi che non si riesce a completare. Il nome stesso suggerisce la terapia: se le risorse sono inattive, mettiamole in attività; sconfiggiamo il ciclo curandone i sintomi.

Una volta di più, però, l’ignoranza del ruolo svolto dai mezzi fiduciari ha portato a confondere situazioni diverse.

Un aumento di domanda dovuto al fatto che alcuni consumatori attingono a risparmi reali – come Jacques che spende il “fondo rischio finestre” – può senz’altro riassorbire un eccesso di prodotti; magari anche una sovracapacità produttiva, sebbene mi riesca difficile immaginarlo permanente. Ma una cura simile è impossibile per definizione durante una crisi, che non scoppierebbe affatto se i risparmi reali fossero sufficienti a sostenere sia gli investimenti lanciati, sia i consumi. L’errore secondo cui le crisi si combattono con politiche di sostegno alla domanda deriva da quello che attribuisce il loro insorgere a sovraproduzione o sottoconsumo (secondo i casi), anziché agli effetti distorsivi sull’intero sistema economico, prodotti dall’emissione di mezzi fiduciari. Niente di strano, allora, che il veleno sia scambiato per una cura: l’effetto immediatamente visibile è senz’altro quello; ma anche la fase iniziale del boom sembrava crescita vera…

Proprio perché non comprende questi aspetti, Galimberti – che pur afferma che «Allargare la spesa pubblica tanto per spendere di più non è una politica keynesiana» – conclude che «Le politiche keynesiane servono in situazioni estreme» [9]. In ciò, egli applica, su vasta scala, la stessa logica dell’eccezione che crede di aver trovato nel ragionamento di Bastiat: se a Jacques Bonhomme mettiamo in tasca soldi creati ex nihilo, non dovrà ridurre la propria spesa per sostituire la finestra; nello stesso tempo, il vetraio dispone di “risorse inattive”; quindi stiamo facendo aumentare il reddito della nazione. Purtroppo, anche gli economisti più dotati sono regolarmente indotti in errore dall’ignoranza sulla natura del capitale e dei mezzi fiduciari.

Guido Ferro Canale

Note:

[1] Il Sole-24 Ore, 7 aprile 2013, p. 11.

[2] Cfr., infatti, la sistematica della Teoria generale: all’interno del Libro III – La propensione al consumo, il Cap. 8 è dedicato ai fattori oggettivi, il 9 ai soggettivi; e parimenti, nel Libro IV, si trova il Cap. 15 – Gli incentivi psicologici e commerciali alla liquidità.

[3] A patto che non si tema che il figlio rompa di nuovo la finestra: v. infra nel testo.

[4] Cioè non li ha spesi, e neppure prestati: in realtà, infatti, questi soldi sono “impiegati”, nella mente del proprietario, proprio in virtù dell’avvenuta destinazione a coprire il rischio.

[5] Questo ha una certa importanza, dal momento che, piaccia o non piaccia, la contabilità nazionale è impiegata ogni giorno dai pianificatori centrali per prendere decisioni sulle nostre vite e che il Patto di Stabilità e Crescita tiene conto dell’impatto degli “eventi eccezionali” sul PIL.

[6] Si noti, peraltro, che il terremoto in Emilia-Romagna, secondo le stime ufficiali, ha avuto un impatto negativo già sul PIL 2012: in un’area a forte vocazione industriale e dove, peraltro, capannoni e impianti, per lo più, non sono stati distrutti, ma sono rimasti inagibili, i maggiori ammortamenti non hanno potuto compensare il calo nella produzione.

[7] E perciò, egli dovrebbe, in realtà, riferirsi al PIN allorché scrive: «Se il vetraio non era pienamente occupato quando gli fu chiesto di riparare il vetro, ecco che il reddito del Paese – il famoso Pil – sarà più alto di prima.».

[8] In questo, d’altronde e una volta tanto, la contabilità nazionale è in pieno accordo con Bastiat, laddove questi osserva che, alla fine, Jacques ha esattamente ciò che aveva prima: una finestra (meno la disponibilità del denaro; ma, in quest’ipotesi, supponiamo già scontata la spesa).

[9] Nell’articolo a fondo pagina – Keynes, la medicina dei mali estremi – che è, poi, la risposta ad un lettore che lo interrogava «circa le cause della drammatica situazione economico-finanziaria in cui ci trovammo nei primi anni 90, dopo due decenni nei quali sembra aver dominato un robusto sostegno – keynesiano? – alla domanda (welfare esteso, pensioni ai quarantenni, conquiste salariali, ecc.), con forte incremento del debito pubblico [...]».

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Individualismo metodologico

Lun, 29/04/2013 - 10:00

Nella spiegazione della realtà sociale, è un criterio di interpretazione basato rigorosamente sugli individui e sulle circostanze ad essi attinenti. Questa priorità, logica ed etica, dell’individuo è espressione di una linea di pensiero che riceve i suoi primi contributi dal nominalismo di Guglielmo di Ockham, si rinsalda con Locke e i “Levellers”, si raffina con gli illuministi inglesi e scozzesi, in particolare Hume, Mandeville e Smith, e vede il suo più robusto sviluppo nella Scuola Austriaca attraverso l’elaborazione di Menger, Mises, Hayek e Popper. In anni recenti, contributi di particolare interesse sono stati offerti da Boudon.

Il metodo individualistico parte dalla considerazione empirica, solo apparentemente ovvia, che gli individui sono, nell’ambito sociologico, le uniche unità esistenti, e quindi le unità ermeneutiche di base dell’analisi sociale. Il mondo sociale è composto esclusivamente di individui, fonte unica della società. Solo gli individui esistono, pensano, sentono, esprimono bisogni, scelgono, agiscono, perseguono progetti, possono assumersi la responsabilità delle loro azioni. L’unico soggetto di cui si possa predicare o meno la volontà è l’individuo singolo. Priorità esplicativa degli individui rispetto agli insiemi e alle istituzioni sociali. La società è una somma di individui.

Naturalmente non viene negata l’esistenza di relazioni fra le persone (gli individualisti metodologici non sono “atomisti”), c’è un sommarsi e un incrociarsi dei comportamenti individuali che dà vita a nuovi risultati sociali (per alcuni inintenzionali), ma metodologicamente l’analisi delle comunità umane viene ricostruita a partire dai singoli individui. Metodo compositivo. Fare il percorso inverso – dall’ente collettivo all’individuo – significa partire dal risultato e non dai fattori che vi conducono.

Se dieci persone formano una società, esistono ancora dieci persone, non undici, le dieci persone più la società. Il concetto di società come concetto metafisico crolla quando constatiamo che la “società” scompare nel momento in cui le parti che la compongono si disperdono. L’astrazione società non può esistere più se tutti gli individui scompaiono. È anche difficile definire i confini di una società: dove finisce una società e ne comincia un’altra? Invece, è facilissimo vedere dove finisce un individuo e ne comincia un altro, un importante vantaggio per l’analisi sociale (e per l’assegnazione dei diritti e dei doveri).

Tale approccio si contrappone al collettivismo metodologico, una lunga tradizione di pensiero che ha in Rousseau, Hegel, Comte, Marx e Durkheim solo alcuni dei suoi più rigorosi rappresentanti. Tale impostazione è caratterizzata dall’organicismo e dall’olismo (holos, intero). Si tendono a reificare i concetti collettivi: società, Stato, collettività, popolo, nazione, razza, classe, partito vengono trattati come se fossero un’entità autonoma reale, vivente, avente un’esistenza indipendente dai singoli soggetti che la compongono. Si ipostatizza, cioè si attribuisce sostanza a soggetti astratti, a pure costruzioni del pensiero.

Non solo queste entità esistono, ma hanno una mente, fini e valori propri. La conseguenza immediata è che tali fini hanno la precedenza su quelli degli individui. Ciò significa che tali organismi plasmano gli individui; l’appartenenza sociale è un elemento costitutivo dell’individualità. Senza tale realtà onnipresente l’individuo non sussisterebbe. L’individuo deve la propria ragione alla “società” – o ad altri soggetti collettivi; quale che sia il valore di cui un individuo è dotato, esso deriva dal collettivo; il collettivo è tutto e l’individuo nulla. La società come un macroantropo, un uomo allegorico in cui le singole parti, ordinate gerarchicamente nella società naturale, sono funzionali alla vita dell’organismo.

L’equivoco è perpetuato dal fatto che nel linguaggio, per comodità e per sintesi, usiamo delle espressioni di tipo collettivo per designare un certo agglomerato di persone (o di cose: ad esempio, “foresta” è il termine che ci serve per designare un insieme di alberi); ma sono metafore per descrivere le azioni concertate degli individui. Non esistono “gli Stati” in quanto tali, ma solo individui che agiscono di concerto con una modalità “statale”. Come ha fatto notare lo storico  P.T. Moon, quando qualcuno usa la semplice parola “Francia” pensa alla Francia come a un’unità, un’entità. Quando diciamo che “la Francia ha mandato le sue truppe alla conquista di Tunisi”, attribuiamo alla nazione in questione non solo l’unità ma anche una personalità. Le parole stesse nascondono i fatti e rendono le relazioni internazionali un dramma affascinante in cui le nazioni personificate sono attori, e ci dimentichiamo con troppa facilità degli uomini in carne e ossa che sono invece i veri protagonisti. Se non avessimo a disposizione la parola “Francia”, la spedizione a Tunisi dovrebbe essere descritta nel modo seguente: “Alcuni di questi trentotto milioni di persone ne hanno mandate circa altre trentamila a conquistare Tunisi”. La costruzione degli imperi non viene fatta dalle “nazioni” ma dagli uomini. Il problema che ci si pone è innanzi tutto quello di scoprire gli uomini.

Un altro esempio è quello proposto da Gaetano Salvemini: la frase “La Rivoluzione francese ha distrutto i diritti feudali” concretamente significa che, dopo la presa della Bastiglia, i contadini non vollero più pagare i diritti feudali, i deputati della Costituente non riuscirono a farli rispettare, quelli della Legislativa li abolirono legalmente quasi del tutto, quelli della Convenzione condussero a termine l’opera della svalutazione legale.

Mises precisa che ciò che differenzia le azioni puramente individuali da quelle di individui che agiscono come membri di un gruppo è il differente significato attribuito a tali azioni dalle persone coinvolte. È un singolo poliziotto che arresta il criminale, ma le persone attribuiscono tale azione allo “Stato”. Un gruppo di persone armate occupa un luogo: sono le persone che imputano tale azione non ad un numero concreto di soldati, ma alla “nazione”.

Il problema non sta quindi nel se, ma nel come usare i concetti collettivi. Abbiamo bisogno di essi, perché sono degli stenogrammi che ci consentono di comunicare con grande immediatezza e risparmio di tempo. Non sono però delle entità dotate di una vita separata, autonoma. I fenomeni sociali aggregati non vivono di vita propria, non hanno pensieri e volizioni. Come diceva H. Spencer, “un’istituzione politica non si tocca né si vede”.

Esempi di applicazione del collettivismo metodologico e distorsioni a cui conduce

1) Espressioni quali “bene comune” o “interesse generale” o “benessere sociale”. Tali nozioni hanno vizi concettuali insanabili, il più rilevante dei quali è la mancanza di un significato intersoggettivo su cui (anche solo due) individui in buona fede possano convenire. Questi concetti vivono sulla premessa implicita che esistano entità organiche viventi (il gruppo, la comunità, la collettività) che possiedono valori e fini propri. Se tali concetti non esistono come entità autonome, l’unico sottoinsieme che li approssima – rimanendo però concettualmente distinto – è la somma dei “beni” o degli interessi dei singoli individui che fanno parte dell’aggregato sociale considerato.

2) A proposito del debito pubblico, si considera l’intero paese nel suo complesso e si dice che “noi siamo indebitati con noi stessi”; ma fa differenza per ciascun individuo se fa parte dei “noi” o se fa parte dei “noi stessi”.

3) Il mercato è definito “impersonale”, un meccanismo che sfuggirebbe al controllo degli individui, dunque qualcosa di esistente oltre gli individui; ma esso è un’etichetta per indicare le interazioni volontarie fra gli individui che scambiano beni e servizi.

4) Quando, in relazione per esempio ad un reato commesso da un individuo, si sostiene, con intenti solidaristici e umanitari, che “la colpa è della società”, sul piano logico non si fa che affermare che tutti sono colpevoli, tranne chi ha commesso il reato; il che è un’evidente assurdità. Viene travolto il principio di responsabilità individuale (A.W.Green).

5) Il razzismo come espressione del collettivismo; si tratta dell’idea di attribuire un rilievo morale, sociale o politico alla discendenza genetica dell’uomo.

6) Rousseau: la “volontà generale” si pone come fonte unica della moralità, pubblica e privata; esprime la regola del giusto e dell’ingiusto; reclama identità assoluta di interessi. La sua istituzionalizzazione, come previsto dallo stesso filosofo ginevrino, comporta la cancellazione del concetto stesso di minoranza. L’opinione difforme non può essere altro che un errore, da riconoscere immediatamente per riconfluire il più presto possibile nell’“io comune”.

Hegel: lo Spirito, l’Uomo-Dio, è inteso come specie umana collettiva, non come singoli individui. L’”astuzia della ragione”: gli individui agiscono come agenti inconsci dello spirito del mondo. Lo Stato hegeliano è un organismo vivente, un tutto superiore alla semplice somma delle sue parti. È lo Stato a fondare gli individui, non viceversa. Lo Stato di Hegel, in quanto manifestazione dello spirito del mondo, è legittimato a  monopolizzare gli aspetti etici della società.

Marx: la classe determina i comportamenti e i valori dei suoi componenti; la storia è determinata dal conflitto fra entità collettive, le classi. Inoltre, nella realizzazione del comunismo M. vede l’apoteosi della specie collettiva, l’umanità come un nuovo super-essere, in cui gli individui hanno significato solo come parti trascurabili di un organismo collettivo.

7) L’analisi macroeconomica: i grandi aggregati nascondono le interazioni complesse che avvengono al loro interno e con altri aggregati, e la semplificazione diventa una fallacia teorica: ad esempio, il consumo non dipende solo dal reddito passato, ma anche dal reddito futuro previsto, dalla fase del ciclo in corso, dai prezzi dei prodotti, dai guadagni e dalle perdite in conto capitale e così via, fattori che incidono in maniera diversa su individui diversi. La Scuola Austriaca è microeconomica per eccellenza.

In generale, l’utilizzazione di categorie culturali che comportano l’affiliazione forzosa degli individui ad entità trascendentali (cioè concettualmente astratte), così come la costruzione di identità artificiose fondate sul sangue, sulla razza o sull’etnia, rischiano di distruggere l’autonomia e la libertà dell’individuo. Se l’entità collettiva ha una specifica volontà, scopi e obiettivi propri, da questo riconoscimento alla normativizzazione il passo è breve. L’individuazione di una volontà unica da parte del soggetto collettivo comporta infatti la negazione implicita del fatto che gli individui hanno scopi, idee, valori, gusti, interessi, bisogni diversi.

Come accennato in precedenza, l’individualismo metodologico non ha niente a che vedere con l’“atomismo”. Gli individui hanno relazioni fra di loro, vivono insieme, lavorano in équipe. La divisione del lavoro, e lo scambio che ne consegue, è un processo che si è sviluppato sin dagli albori della storia umana. La specializzazione, effetto della divisione del lavoro orizzontale e verticale, è vantaggiosa per tutti, in termini di efficienza (maggiore produttività) e di qualità. La divisione del lavoro implica lo scambio, condizione necessaria per il soddisfacimento dei propri bisogni. Come è noto dal teorema fondamentale dello scambio volontario, un atto di scambio tra due o più soggetti ha luogo solo se esso migliora la posizione di benessere di ciascun partecipante. La condizione atomistica è invece quella di individui completamente autosufficienti, “monadi senza porte né finestre”, che non hanno alcuna relazione di scambio fra loro. Tale condizione, non solo non è auspicata dagli individualisti metodologici, ma non si capisce come potrebbe realizzarsi nelle complesse società moderne. Essa comporterebbe una qualità della vita pessima, insostenibile per la maggior parte degli individui: ciascuno dovrebbe autoprodurre tutti i beni e i servizi necessari per la propria sussistenza, con un inevitabile ritorno ad uno stato primitivo, nel tenore di vita e nel benessere generale. Nessun liberale ha mai teorizzato un simile assetto economico-sociale, incoraggiando la mistica dell’isola deserta.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Sullo Stato Onnipotente

Ven, 26/04/2013 - 10:00

“Lo Stato Onnipotente” è un libro di difficile classificazione. Scritto nel 1944, quando Mises si era ormai stabilito negli Stati Uniti da qualche anno, appare come il tentativo da parte dell’autore di ricostruire il processo che ha portato la Germania, solo un secolo prima culla della cultura europea, a diventare la protagonista assoluta di un conflitto (la Seconda Guerra Mondiale) che per barbarie e violenza non ha forse precedenti nella storia. Ai capitoli più “storiografici” si alternano poi alcune pagine che potremmo definire di filosofia politica, che hanno per oggetto un tentativo di comparazione delle ideologie nazionalsocialista e marxista, e del risultato della loro applicazione rispettivamente in Germania e nell’Unione Sovietica.

Il fallimento del liberalismo tedesco e l’ascesa del nazionalsocialismo

Nella prima metà del XIX secolo, in tutti gli stati tedeschi non v’era pensatore, filosofo o scrittore che non fosse stato contagiato dal pensiero liberale di derivazione francese ed illuminista o da quello “scozzese” di Hume, Smith e Ferguson. Unici a resistere a questa moda filosofica erano illetterati ed analfabeti. Per Mises, il declino dell’egemonia liberale a cavallo tra la prima la seconda metà dell’Ottocento nell’area di lingua tedesca, si dovette  in parte ad alcuni errori politici commessi dagli stessi liberali, ed alla concomitante ascesa della Prussia quale cuore politico ed amministrativo della Germania.

Unificati gli stati tedeschi, Bismarck inaugurò poi la stagione della sozialpolitik allo scopo di “superare i social-democratici nelle misure favorevoli agli interessi dei lavoratori”, sì che una legislazione sostanzialmente socialista si accompagnò alla persecuzione dei maggiori esponenti del partito Social-Democratico tedesco, persecuzione che fu però abbandonata dai successori del Duca di Lauenburg, permettendo al PSD di diventare, nei decenni successivi, il partito politico più influente del Paese. L’intero settimo capitolo de “Lo Stato Onnipotente” è proprio dedicato al PSD, ed in particolare al tentativo di smontare “la leggenda” che lo vede quale unico oppositore al processo di militarizzazione della Germania portato avanti dalla Borghesia tedesca. Al contrario, spiega Mises, sono stati proprio gli sforzi dei social-democratici a gettare il destino del Paese nelle mani della leadership militare che lo ha poi portato ad una guerra assurda e dalle conseguenze nefaste. Contrariamente al mito del “pacifismo” socialdemocratico, difatti, i parlamentari del PSD votarono i crediti di guerra al Kaiser, accontentando in questo le masse socialiste che l’autore definisce “le più entusiaste” per l’inizio delle violenze nel 1914. Solo a guerra ormai perduta, il PSD rivide la propria posizione e decise di rivedere il proprio obiettivo, che non era più la guerra di conquista, ma la guerra di classe.

La svolta anti-bellicista dei socialdemocratici valse loro un gran seguito popolare ed il successo nelle elezioni che, nel 1918, li portarono al governo con un’agenda politica espressamente democratica e di apertura alle “libertà civile” ed ai “diritti dell’uomo”. Il PSD del tempo era però fortemente diviso ed al suo interno convivevano tre “correnti”: i socialisti di maggioranza, i socialisti indipendenti ed i marxisti. Questi ultimi erano, per ragioni ideologiche, del tutto contrari a farsi coinvolgere in un governo che avesse a che fare con i “concetti borghesi di libertà, parlamentarismo e democrazia” e, mentre socialisti di maggioranza e socialisti indipendenti – accusati dai marxisti di essere dei “traditori sociali” – formavano il nuovo esecutivo, diedero il via alle violenze nel tentativo di instaurare la dittatura del proletariato in Germania. L’incapacità (o meglio, l’assenza di volontà) da parte del governo socialdemocratico di fermare le violenze convinse i socialisti indipendenti che “l’avanzata vittoriosa del comunismo non poteva essere arrestata” sì che essi abbandonarono i seggi del governo per unirsi ai marxisti nella rivolta.

Inaspettatamente, però, il tentativo comunista di colpo di stato provocò la reazione della popolazione e dei partiti nazionalisti che si organizzarono militarmente e affogarono la rivoluzione nel sangue. Le turbolenze del ’18-’19 si conclusero con la promulgazione della costituzione di Weimar, approvata solo grazie al voto positivo “degli avversari nazionalisti della democrazia [che] la preferirono alla dittatura dei comunisti. La nazione tedesca ottenne un governo parlamentare come dono dalle mani dei nemici mortali della libertà, i quali aspettavano un’occasione per riprendersi il loro regalo” [1]. Il giudizio di Mises sul quindicennio di vita della Repubblica di Weimar è impietoso: essa non fu altro che il tentativo, destinato a fallire tragicamente, di “tenere una via di mezzo tra i due gruppi che aspiravano alla dittatura”, ovvero i comunisti ed i nazionalisti. Tutti i partiti, da quello cristiano-sociale a quello democratico, dal comunista al nazionalista, erano però più o meno d’accordo sull’assoluto rifiuto dell’abbandono della sozialpolitik e del controllo statale dell’economia. I socialisti volevano la socializzazione dei mezzi di produzione, i nazionalisti la loro nazionalizzazione, che in termini pratici erano esattamente la stessa cosa: lo Stato, non gli imprenditori, avrebbe dovuto decidere cosa e quanto produrre, a dividerli c’era semplicemente il fatto che entrambi concorrevano per il controllo dello Stato. Il precario equilibrio politico impedì agli uni e agli altri di mettere in pratica i propri piani, sì che gli imprenditori tedeschi, in spregio alla Zwangwirtschaft, poterono ricominciare a lavorare indisturbati e riuscirono in breve tempo a rimettere la Germania sul cammino della normalità.

La parentesi di Weimar ebbe una durata breve. All’alba degli anni Trenta del Novecento i partiti erano nuovamente pronti alla guerra per mettere le mani sul Reich. L’equilibrio era stato rotto dal rovesciamento del governatore socialista della Prussia ad opera del Cancelliere conservatore Papen, nel luglio del 1932. A questa azione i socialisti risposero con le uniche due armi a loro disposizione: il Reichsbanner, la forza paramilitare del PSD, e lo sciopero generale. Entrambe erano però invise alla maggioranza della popolazione che, spaventata dalla possibilità dell’esplosione di una nuova guerra civile e dell’instaurazione della dittatura comunista, corse ad ingrossare le fila del Partito Nazional-Socialista di Adolf Hitler.

L’ascesa al potere di Hitler fu inoltre agevolata dalla grave depressione economica del Paese causata dall’inflazione incontrollata che in breve tempo aveva impoverito le classi medie spingendole ad abbracciare le tesi nazionalsocialiste. A questo punto della ricostruzione, Mises apre un inciso per smontare la tesi secondo cui l’ascesa di Hitler ed il secondo conflitto mondiale sarebbero la diretta conseguenza delle “ingiuste” riparazioni di guerra imposte alla Germania dalle potenze uscite vincitrici dalla I Guerra Mondiale, tesi sostenuta già nel 1919 da J. M. Keynes [2]. Al contrario Mises, dopo aver notato che le riparazioni di guerra furono la giusta punizione contro le devastazioni causate dai tedeschi alle popolazioni civili di Francia e Belgio, dimostra come il loro pagamento non avesse in alcun modo impoverito la Germania, anche perché esso è stato fatto con i prestiti ottenuti dai Paesi stranieri, prestiti che il governo Nazional-Socialista ha poi disconosciuto.

I due socialismi e la terza via

L’ideologia nazista ripugna, oggi, la quasi totalità della popolazione. Quando però Hitler ottenne la nomina a Cancelliere del Reich, essa era generalmente accettata dalla maggioranza (relativa) dei tedeschi. Per Mises [3] i nazisti non fecero altro che sostenere le tesi e le conseguenti politiche economiche propugnate per decenni dai socialisti tedeschi [4]: rifiuto del sistema capitalista, controllo statale delle imprese, dei prezzi e dei salari, piena legittimità delle politiche monetarie espansionistiche per sostenere l’occupazione, protezionismo. Il successo dei nazisti rispetto ai socialisti derivò dal fatto che il loro progetto politico era l’unico effettivamente coerente con le tesi di partenza. Inoltre, mentre i socialdemocratici rifiutavano l’idea stessa che una guerra di conquista potesse portare alcun beneficio alla popolazione, i nazisti convinsero i tedeschi che la il raggiungimento del Lebensraum a danno delle “razze slave” avrebbe permesso loro di emanciparsi attraverso il raggiungimento dell’autarchia.

Comune ai sostenitori di nazionalsocialismo e socialismo marxista era inoltre la tendenza, durante le diatribe ideologiche, a utilizzare contro i propri avversari l’arma del polilogismo. Il polilogismo è, nelle parole dello stesso Mises, il rifiuto del postulato secondo cui “la struttura logica della mente è immutabile e comune a tutti gli esseri umani” [5], e rappresenta l’ “atteggiamento di fanatici ottusi i quali non sono in grado di immaginare che qualcuno possa essere più ragionevole o intelligente di loro”. L’autore distingue tra due tipologie di polilogismo: quello di classe (quello utilizzato dai marxisti) e quello razziale (ideato dai nazionalsocialisti). Il primo sostiene che ciascuna classe, oltre che di una coscienza propria, dispone di un’ideologia tesa inevitabilmente a realizzare gli interessi della classe stessa. Nel caso in cui qualcuno osasse criticare le sue teorie, Marx non doveva neppure prestare attenzione al loro contenuto, e si limitava ad accusare l’avversario ideologico di rispondere – anche inconsapevolmente – agli interessi della classe d’appartenenza. Per il polilogismo brandito dai nazisti “La struttura logica della mente […] è differente per le diverse nazioni e razze. Ogni razza o nazione ha la sua propria logica e pertanto la propria economia, la propria matematica, la propria fisica e così via” [6]. In questo modo essi rifiutavano qualsiasi contributo culturale che venisse da appartenenti a razze “altre” ed in particolare a quella giudaica.

Alcune delle pagine più interessanti del libro di Mises riguardano appunto la comparazione tra il modello socialista realizzato in Unione Sovietica e quello realizzato in Germania. Mentre il modello russo è di tipo sostanzialmente “burocratico”, quello tedesco dispone di un “mercato di facciata” in cui gli ex proprietari mantengono la propria posizione a capo dell’azienda a patto di rispettare le direttive del governo centrale e, naturalmente, di dimostrare la propria fedeltà al Führer. Il “modello tedesco” differisce da quello sovietico a causa delle differenze geografiche che intercorrono tra i due territori e quelle economiche pre-esistenti alla presa del potere dei rispettivi partiti d’ispirazione socialisti. Laddove il territorio – in gran parte ancora rurale – della Russia ha un’estensione pressoché sterminata, la Germania è decisamente più piccola e dispone di un tessuto industriale che richiede, per il proprio funzionamento, materie prime non disponibili sul suolo tedesco, il che la costringe a mantenere rapporti economici con i Paesi stranieri per l’importazione di queste.

Mises è convinto che l’unica vera alternativa al socialismo di qualunque genere sia il liberalismo. Egli si trova però costretto a notare come questa convinzione non sia affatto condivisa dai suoi contemporanei, i quali propendono per la maggior parte per la così detta “terza via”, anche detta “interventismo”, la quale si differenzia dal socialismo per il fatto di non voler sopprimere l’impresa privata ma “solo regolare il suo funzionamento attraverso misure di intervento isolate” [7] come ad esempio il controllo dei prezzi e dei salari. Quello che i sostenitori della terza via non comprendono è, per l’autore austriaco, che le “misure di intervento isolate” di cui consiste non sono in grado di raggiungere gli obiettivi preposti sì che si porrà inevitabilmente l’alternativa tra introdurre sempre nuove misure e desistere integramente dal voler regolare il mercato. Come non trova spazio alcuno nel mondo suo contemporaneo, profetizza Mises nella conclusione al volume, “l’utopia liberale” non potrà essere realizzata neppure in futuro, almeno finché alla gente mancherà “la capacità mentale di assimilare i principi dell’economia valida” [8].

Ennio Emanuele Piano

Tratto da ideashaveconsequences.org

Note:

1) L. VON MISES, Lo Stato Onnipotente, p 275.

2) J. M. KEYNES, Le Conseguenze Economiche della Pace.

3) Come per Hayek, La Via della Schiavitù, p 169.

4) Non è un caso, almeno per Mises, che uno dei più convinti aedi del Fuhrer fosse l’ex marxista Werner Sombart, la cui rocambolesca evoluzione intellettuale è raccontata in L. V. MISES, I Fallimenti dello Stato Interventista, pp. 154-164.

5) L. VON MISES, Lo Stato Onnipotente, p 202.

6) L. VON MISES, Lo Stato Onnipotente, p 204.

7) L. VON MISES, Lo Stato Onnipotente, p 90.

8) L. VON MISES, Lo Stato Onnipotente, p 387.

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L’equilibrio in assenza di Stato

Mer, 24/04/2013 - 10:00

La società di mercato in assenza di Stato — un’organizzazione pacifica basata su rapporti volontari tra gli individui, in cui lo Stato è assente — non è un’idea molto popolare. La stragrande maggioranza delle persone crede che questo tipo di formazione sociale non riuscirebbe a definire ed a far rispettare i diritti di proprietà, piombando nel caos, nella tirannia dei ricchi o in un ritorno allo Stato. Questa convinzione ha portato ad un rifiuto diffuso del paradigma di una società funzionante senza Stato.

Murray Rothbard è considerato da molti il campione della dottrina di una società in assenza di Stato. Tuttavia, anch’egli ammise che “non esiste alcuna garanzia assoluta che una società di mercato non possa cadere preda della criminalità organizzata.”[1]

Per quanto immaginare “garanzie assolute” per una qualsiasi organizzazione sociale sia, generalmente, inappropriato, sostengo altresì che vi siano buone ragioni per credere che esiti negativi come il caos, la tirannia dei ricchi, o financo la “criminalità organizzata” siano alquanto improbabili in assenza di uno Stato.

Per dimostrarlo, valuterò le forze economiche che governano lo sviluppo di ogni organizzazione umana e che la tengono unita. Vi mostrerò come le caratteristiche economiche di una società senza Stato promuovano la non-violenza e la cooperazione, disincentivando la coercizione, il furto e l’estorsione. Questo viaggio analitico ci porterà anche a capire come il collante che salda società e Stato, nella loro forma attuale, non è altro che la paura di un nemico immaginario. Coloro che si riveleranno essere capaci di superare tale timore possono gettare le basi di una società senza Stato.

Né caos, né tirannia

La tipica storia che si sente, allorquando viene messa in discussione la necessità dello Stato, ripropone il classico antagonismo di ogni individuo verso l’altro e la razzia delle rispettive risorse; inoltre, dal momento che non ci sarebbe lo Stato a “regolare” questa situazione, ne deriverebbe il caos. Tutti trarrebbero, presumibilmente, vantaggio dal derubarsi a vicenda. Questo risultato, tuttavia, è improbabile per almeno due motivi.

In primo luogo, come qualsiasi altra attività economica, prendere dagli altri richiede l’uso di risorse scarse. Si può entrare in possesso di queste attraverso la scoperta, la produzione, lo scambio, il regalo, oppure le si può prendere dagli altri con la forza. Nondimeno, le risorse non possono essere procurate se prima non vengono acquisite in  altro modo. Ciò significa che le risorse iniziali, le quali serviranno poi i diversi individui, derivano obbligatoriamente da uno di questi processi: scoperta, produzione, scambio, o regalo.

Giacchè si fosse nella circostanza in cui tutti entrano in possesso delle risorse sottraendole agli altri, non si potrebbe avviare la fase iniziale di una qualsiasi società. Qualcuno dovrebbe, anzitutto, trovare o produrre beni prima che possano essere portati via. Qualsiasi società basata esclusivamente sul furto è manifestamente illogica. Al contrario, una organizzazione in cui alcune persone rubano mentre altre producono sarebbe qualcosa che ci potremmo aspettare di vedere nella realtà. Inoltre, non è escluso che gli stessi individui che producono in taluni momenti, possano rubare in talaltri.[2]

Secondariamente, il motivo per cui non tutti diverrebbero approfittatori senza scrupoli consiste nel prendere atto che le persone scarsamente qualificate sono meno produttive rispetto a quelle che si specializzano in diverse o in una singola attività. La legge del vantaggio comparato, o dell’associazione, spinge gli agenti a qualificarsi in determinati impieghi affinché, in questo modo, possano ottenere più beni e servizi da altri soggetti specializzati. In conseguenza di ciò, ognuno riesce a godere di più prodotti di quanto non sarebbe riuscito se avesse voluto restare auto-sufficiente. È per questo che, in una società senza Stato, così come in ogni altra possibile, diverse persone si specializzerebbero nelle più svariate attività; solo alcune, residuali, preferirebbero diventare esperte nell’acquisizione coercitiva.

Tuttavia, quest’ultima forma di specializzazione non attrarrebbe molti consensi, come si potrebbe immaginare. In una società senza Stato povera di capitali, sarebbe molto complicato diventare un beneficiario effettivo proprio a causa della carenza delle risorse iniziali. Laddove qualcuno iniziasse a depredare gli altri -  in una fase in cui derubati avessero acquisito solo un basso livello di ricchezza (ad esempio, una grotta e un bastone) – non sarebbe, logicamente, in grado di difendersi da coloro a cui ha rubato le risorse. Perciò, il processo di furto deve essere preceduto da uno, ben più sostanzioso, di accumulazione di capitale.

Cosa avverrebbe, dunque, in una società in assenza di Stato, ma ricca di capitali che assomigliasse a quella in cui viviamo? Alcuni sostengono che se lo Stato venisse abolito, i ricchi userebbero le loro ingenti risorse spingendo i poveri alla sottomissione. Ciò trasformerebbe l’organizzazione attuale in un sistema di lavoro forzato, soggiacente a un regime di compensi minimi. Gli imprenditori garantirebbero ai lavoratori le sole risorse utili alla sussistenza come cibo, riparo e vestiario.

Eppure, non è affatto chiara la ragione per cui gli imprenditori dovrebbero schiavizzare i propri dipendenti e i clienti. Gli esseri umani, nel corso della storia, hanno appreso che la libertà va a beneficio di tutti – nel lungo periodo – poiché la cooperazione volontaria è più produttiva del lavoro forzato. La prepotenza soffoca la motivazione e la creatività, necessarie per la scoperta di attività nuove e più proficue. Ecco manifestarsi la motivazione, in base alla quale le società più libere tendono a far registrare prestazioni migliori nel lungo periodo, rispetto a quelle con meno libertà (economicamente e militarmente). È  l’aumento della produttività del lavoro, acquisito attraverso l’accumulo di capitale e la cooperazione volontaria, che ha costretto le persone ad abolire la schiavitù.

Cerchiamo, adesso, di ipotizzare le conseguenze sociali di un collasso totale degli Stati. Un possibile effetto, come molti hanno sostenuto in precedenza, sarebbe la nascita di nuovi Stati, forse peggiori di quelli precedenti. Un altro risultato possibile è quello che io chiamo un equilibrio in assenza di Stato.[3] Come sarà mostrato nei prossimi due paragrafi, mentre in tale contesto sussistono forti incentivi per la cooperazione volontaria, questi potrebbero essere offuscati dalla più antica delle emozioni: la paura.

Un equilibrio in assenza di Stato

Supponiamo che dopo il crollo dello Stato vi sia una baldoria selvaggia di “saccheggio” reciproco. Più è selvaggia la lotta, tanto prima alcuni, o la maggior parte, di coloro che lottano rimarranno a corto di risorse per combattere e per vivere.

A questo punto, alcuni di loro dovranno ricorrere alla produzione al fine di sostentarsi. Altri, trovandosi anch’essi a corto di risorse, potrebbero tentare di rubarle a coloro che si sono dedicati alla produzione. In questo caso, i produttori dovrebbero impegnarsi in un duplice sforzo: produrre e lottare per proteggere ciò che hanno ottenuto. Quelli che avranno successo, sopravviveranno; chi non avrà la stessa sorte, soccomberà. Similmente, sopravviverebbero solo i saccheggiatori di maggior destrezza. Potrebbero organizzarsi in bande per diventare più efficienti; persino i produttori si coordinerebbero, così da difendere meglio i loro prodotti.

Tra coloro che si fossero specializzati nella violenza e nell’appropriazione dei beni altrui, potremmo trovarne diversi capaci di comprendere che potrebbero acquisire maggiori risorse proteggendo i produttori dai saccheggiatori, in cambio di denaro o di beni e servizi – in ossequio alla legge del vantaggio comparato o dell’associazione. Chi si trovasse ad essere più incline ed esperto nel combattimento si rivelerebbe più efficiente nella lotta rispetto a persone costrette, al tempo stesso, a produrre e a difendersi. Per converso, gli individui maggiormente qualificati nella produzione sarebbero più efficienti nel produrre in confronto a quelli che, obbligati dalla contingenza, dovrebbero dedicare parte del loro tempo alla lotta. Pertanto, un combattente otterrebbe più risorse attraverso lo scambio volontario con un produttore specializzato. Allo stesso modo, i produttori specializzati, anche dopo aver pagato per i servizi di protezione, sarebbero in grado di massimizzare i consumi, nell’ipotesi in cui non  dovessero impiegare tempo ed energie nel fronteggiare i rapinatori.

L’obiezione, sovente sollevata, è la seguente: questi protettori potrebbero ritenere più vantaggioso rivoltarsi contro i produttori, usando la forza per estorcere beni e servizi. È vero, quelli meno lungimiranti preferirebbero ricorrere all’estorsione, ma i più saggi si renderebbero conto che la violenza, o la minaccia di violenza, indebolirebbe la capacità lavorativa dei produttori (e, di conseguenza, la loro attitudine a fornire le risorse necessarie da dedicare al problema della protezione), rafforzandone l’incentivo a procacciarsi i servizi di altri potenziali protettori. Per questi motivi, la situazione migliore continua ad essere quella in cui le due categorie svolgono transazioni volontarie.

In definitiva, troveremmo alcuni specializzati nel saccheggio, mentre altri si qualificherebbero nella produzione o nella tutela dei produttori. Dal momento che i primi fanno affidamento solo sul furto per acquisire risorse, non godrebbero direttamente dei benefici della scoperta imprenditoriale. Questa è una caratteristica dei produttori e di quelli che si impegnano in scambi volontari con questi ultimi. I saccheggiatori sono sempre gli utilizzatori secondari del lavoro creativo dei produttori: non fanno mai la prima mossa.

Gli approfittatori dell’altrui lavoro, non impegnandosi in attività produttive o nella cooperazione volontaria con i produttori, renderanno la dimensione e la portata delle loro organizzazioni piuttosto limitate. Il fatto che i protettori ed i produttori entrino in un rapporto volontario permette ai primi di avere un migliore accesso ad una fonte abbondante di beni e servizi.

Ciò implica che i saccheggiatori, nonostante i vantaggi di produttività derivati da un rapporto di scambio volontario con i produttori, continuano a preferire una relazione aggressiva. Essi sono, quindi, individui inclini all’uso della violenza.

Cosa dire, poi, circa la risoluzione dei conflitti tra i produttori? Sarebbe ingenuo credere che tutti i produttori possano andare sempre d’accordo su chi possiede cosa e quali siano i limiti delle varie proprietà. Allora, dovremmo aspettarci che anche tra gli esponenti di questa categoria possano scatenarsi conflitti per l’uso delle risorse (compreso quelle per assicurarsi le prestazioni dei protettori). Come verrebbero appianate tali contrapposizioni  senza l’ausilio dello Stato?

In primo luogo, sappiamo che trovarsi in conflitto con qualcuno – benché non violento – non è privo di costi. Il perdurare nel tempo del contrasto aumenta la consunzione delle risorse, riducendo le capacità produttive degli agenti coinvolti; in siffatto contesto, addivenire ad una pacifica soluzione diventa desiderio reciproco. È improbabile che uno dei produttori decida di ricorrere alla violenza (che potrebbe implicare dover assumere un protettore per iniziare l’aggressione) perché i vantaggi di breve periodo dovrebbero essere valutati a fronte delle conseguenze di lungo periodo (per esempio, essere etichettati come poco affidabili e violenti tra i vari produttori). Inoltre, il protettore assunto dovrebbe valutare i costi ed i benefici dell’essere bollato come un delinquente tra i suoi altri potenziali datori di lavoro. Questo non significa che alcune persone sprovvedute non ricorrerebbero alla violenza; bensì, semplicemente che, per i produttori e i protettori, la violenza contro altri soggetti sarebbe, generalmente, meno vantaggiosa rispetto alla cooperazione.

Tale scenario suggerisce che, pur essendo in disaccordo sull’uso di una risorsa in un momento o in un altro, le parti coinvolte otterrebbero maggiori vantaggi dal giungere ad un accordo su una risoluzione non violenta del contenzioso, piuttosto che impantanarsi in una lotta agguerrita o prolungata indeterminatamente. La definizione dei conflitti dipenderebbe esclusivamente dalle rispettive preferenze: potrebbero negoziare direttamente, o   accordarsi su un mediatore che esamini e giudichi sulla controversia in base alle argomentazioni presentate da ambo le parti. In ultima analisi, la risoluzione dei conflitti dipende dalle preferenze dei soggetti coinvolti, e la sentenza emanata viene accettata e rispettata non in quanto sostenuta da una minaccia di violenza dello Stato (ad esempio, il carcere), ma perché non rispettarla implicherebbe il prolungamento indeterminato della lite (con tutti i costi che ne deriverebbero).

Questo, val la pena ribadirlo, non vuol dire, però, che ogni soluzione proposta ad un conflitto sarà accettata da tutte le parti coinvolte; significa, semplicemente, che dopo un certo periodo di tempo trascorso in reciproche contestazioni, tutti i contendenti convergerebbero in un punto ove la risoluzione della disputa si palesa come la soluzione migliore, anziché un suo prolungamento. E poiché essere in conflitto richiede l’uso di risorse senza un chiaro vantaggio futuro, i produttori cercherebbero di evitarne il più possibile, specie se protratti indefinitamente. Chi preferisse consumare tempo e risorse in poco motivate contrapposizioni, alla lunga sarebbero evitato, fino a rischiare l’etichetta di parassita; così, questi verrebbero estromessi dalla cooperazione con coloro che li percepissero come tali.

Lo Stato: un equilibrio basato sulla paura

Un conflitto violento generalizzato potrebbe sorgere solo nel momento in cui un elevato numero di produttori cominciasse a credere di poter usare la forza dei loro protettori per appropriarsi delle risorse altrui. Ma perché dovrebbero tenere un simile comportamento quando possono, nel lungo periodo, trarre maggior beneficio dagli scambi volontari con altri produttori e protettori?

A questo punto, occorre introdurrre nel discorso un vecchio istinto: la paura.[4] I produttori che iniziassero a temere l’aggressione da parte di altri gruppi concorrenti,  potrebbero essere indotti dalla paura a ricorrere alla violenza, nella convinzione che questa sia l’unico mezzo per prevenire una futura offensiva da parte di terzi. La paura potrebbe persino motivare i produttori ad abbandonare l’idea di beneficiare dei servizi di ulteriori categorie di protettori. Dopotutto, chi vorrebbe impiegare qualcuno desideroso di aggredirvi?

In tale contesto, i protettori si avvantaggerebbero dal derubare quel tanto che i produttori ritenessero “ottimale” o “giusto”, e questi ultimi non muoverebbero molte obiezioni per paura che, in futuro, chi fosse chiamato a proteggerli  da potenziali “aggressori” si asterrebbe dal farlo. I produttori potrebbero financo temere estorsioni qualora rifiutassero di pagare la loro “giusta” parte, quindi sussisterebbero forti incentivi affinché i protettori creino e mantengano una situazione in cui le categorie produttive nutrono paure l’una verso l’altra e, potenzialmente, verso i loro stessi protettori.

Sebbene taluni protettori riuscissero a rendere i produttori timorosi delle eventuali altrui offensive, questo  non comporterebbe, tuttavia, l’eliminazione dei rapporti volontari tra i restanti soggetti delle categorie interessate. I produttori che non si lasciassero sopraffare dalla paura diverrebbero, nel lungo periodo, maggiormente proficui e, quindi, più capaci di proteggersi; quelli intimoriti, presumiblmente, si accorgerebbero dell’infondatezza della loro paura nell’appurare dell’esistenza di altri gruppi di produttori più prosperi, ben protetti e non aggressivi.

Stando così le cose, il contesto nel quale i timori reciproci rappresentano le fondamenta di un rapporto universale tra protettori e produttori, potrebbe sussistere solo se l’origine di queste ansie non fosse pienamente compresa dalla maggior parte dei produttori; e laddove la paura si  insinuasse in forma latente, inarticolata e non identificata.

Proviamo, adesso, a sostituire la parola protettori con Stati, produttori con contribuenti e saccheggiare con tassare: otteniamo qualcosa che rassomiglia al mondo in cui viviamo. I protettori che seminano la paura di un’aggressione esterna, o interna, sono gli Stati-nazione che, con le loro forze militari e di polizia acquisiscono risorse tassando i contribuenti, mentre questi ultimi[5] sono tutti coloro che negli Stati-nazione accumulano risorse attraverso attività produttive e scambi volontari con altri.

Se chiedete pareri ai protagonisti degli opposti schieramenti coinvolti in una guerra, in genere vi narreranno la stessa storia: tutti sarebbero profondamente convinti di condurre una guerra difensiva. Anche quando si innesca un conflitto armato, questo viene giustificato sostenendo che non esiste altra alternativa per evitare una futura aggressione. Quando si parla di attacchi tra singoli paesi, la maggior parte delle persone approverebbe uno Stato di polizia quale unico deterrente possibile contro l’aggressione individuale e di gruppo.

L’elemento che sostiene questo equilibrio è la paura latente che altri produttori (con l’aiuto degli eserciti e delle forze di polizia dello Stato), o bande specializzate, possano saccheggiare le risorse ricorrendo all’uso della violenza.

Nel primo caso, la potenziale aggressione è alimentata dalla paura dei produttori e non dal desiderio di risorse altrui. Questo è vero perché, nel lungo periodo, un produttore può sempre trarre maggior beneficio dallo scambio volontario con gli altri. Nel secondo caso, le bande di saccheggiatori possono essere dissuase da altri protettori – ad esempio, servizi di sicurezza privati. Se anche ciò è credibile, si deve concludere che la paura che ci spinge nelle grinfie dello Stato è, in realtà, del tutto priva di fondamento.

Conclusione

Malgrado la credenza comune, secondo cui una società in assenza di Stato sia utopica, esistono buone ragioni per credere che questa forma di organizzazione non solo sia economicamente realizzabile, ma fornisca per di più incentivi continui alla non-violenza. La percezione dello Stato come entità inevitabile, così come la possibilità scartata di una società senza Stato, si fondano su un ragionamento economico fallace e su una paura irrazionale.

Articolo di su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli
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Note

[1] Man, Economy, and State, pag. 1055.

[2] Alcuni sostengono, addirittura, che siamo tutti saccheggiatori e produttori allo stesso tempo, perché, grazie alla presenza dello Stato, seguitiamo ad estorcere denaro dagli altri attraverso l’imposizione fiscale e, contemporaneamente, paghiamo le tasse. In una società statale, possiamo davvero ricoprire il ruolo di saccheggiatori e produttori allo stesso tempo poiché l’appropriazione avviene indirettamente attraverso lo Stato e la sua forza viene usata per impedire alle persone di usare la loro contro questo tipo di saccheggio (tassazione).

[3] Si noti che l’equilibrio, qui, è una metafora che sottende la formazione di strutture e relazioni sociali (per esempio, industrie specializzate, mercati, scambi volontari), piuttosto che di una situazione di immobilità. In questo equilibrio si registrano sempre cambiamenti, in accordo col quadro generale delle strutture sociali esistenti.

[4] Sebbene una descrizione dettagliata dell’origine di questa paura non concerne lo scopo di questo articolo, alcuni autori ipotizzano che si tratti di un adattamento biologico evolutivo che è stato utile durante le centinaia di migliaia di anni in cui gli esseri umani vivevano in piccoli gruppi. Hayek ed altri sostengono che durante questo lungo periodo, i potenziali vantaggi della cooperazione, attraverso la divisione del lavoro, erano ostacolati dalla struttura primitiva del capitale. Ciò limitava i piccoli gruppi e, più tardi, le tribù. Al contrario, i benefici occasionali del furto delle risorse di altri gruppi e tribù erano maggiori rispetto a quelli derivanti dalla fusione di due o più tribù, in virtù della divisione del lavoro e la cooperazione pacifica. Applicato al contesto Hayekiano dell’evoluzione sociale, l’animosità verso le altre tribù era una tradizione valida come strategia di difesa. La paura degli altri gruppi come adattamento evolutivo, utile durante la maggior parte della storia umana, non è più necessaria. Tuttavia, mentre la nostra evoluzione sociale ha superato quella biologica (per esempio, l’abbandono dell’ostilità conduce ad una società di successo), resta latente il timore istintivo nei confronti degli altri.

[5] Anche se i dipendenti statali pagano le “tasse,” i loro stipendi provengono dalle entrate fiscali e non da scambi volontari con i produttori. Pertanto, i dipendenti statali rientrano nella categoria di chi beneficia delle tasse, anziché in quelle che le pagano.

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Statalismo: una immensa trappola per salmoni

Mar, 23/04/2013 - 10:00

La trappola per salmoni (nota anche come rete da posta fissa) è un marchingegno utilizzato per catturare i salmoni, mentre sono intenti a ritornare nei luoghi d’origine, nei letti di ghiaia dei corsi d’acqua interni, caratterizzati da acque poco profonde. Queste trappole erano regolarmente utilizzate nello Stato di Washington e nell’Oregon, fino a che non vennero considerate fuori legge – rispettivamente nel 1934 e nel 1926 -  e in Alaska sino al 1959, anno in cui, anche qui, subirono la messa al bando. Si caratterizzavano per essere dei sistemi altamente efficienti nella pesca del salmone, che vennero proscritti, in ultima analisi, solo perché altri pescatori, impegnati nella stessa attività con metodologie ed attrezzi alternativi e concorrenti, unitamente ai gruppi di pescatori sportivi, hanno esercitato un maggior peso politico.

Le trappole potevano essere costruite in vari modi, ma una tipologia piuttosto diffusa era costituita da una particolare disposizione, congegnata con cura, di reti o di reti metalliche fissate a dei pali conficcati nel terreno, di solito poste a poca distanza dalla riva, lungo le vie di migrazione osservate dai salmoni nel loro viaggio di ritorno. Il “passaggio obbligato” si sostanziava in una fitta barriera di reti, lunga spesso diverse centinaia di metri, estesa su uno specchio d’acqua caratterizzato da acque dalla profondità via via crescente, e posta in una direzione approssimativamente perpendicolare alla linea di costa. Dopo essersi imbattuti nel condotto, i salmoni nuotavano lungo di esso verso la riva, nel “cuore” più esterno della struttura, un reticolo di reti disposto a forma di V semichiusa; procedevano verso quell’unica direzione imposta, infilandosi nel “cuore” interno della trappola, un altro reticolato a forma di V, dal quale era pressoché impossibile evadere: visto che l’unica via di fuga era costituita dallo stretto budello attraverso il quale  i pesci erano entrati. (Alcune trappole non erano però dotate di questo “cuore” interno). Dal “cuore” interno, i salmoni, determinati a proseguire nel loro tragitto, per via della loro istintiva riluttanza ad invertire la rotta, (motivo per cui le trappole erano così efficaci), procedevano attraverso un ulteriore, stretto tunnel  sin nella “pancia”, una zona di raccolta poco profonda dalla quale nessun pesce avrebbe potuto sfuggire. Alcune trappole disponevano anche di una “rete a imbuto” accanto alla “pancia”, collegata da un tunnel supplementare, per facilitare lo svuotamento del pesce catturato in una chiatta. Alcune trappole, denominate “double- enders”, avevano i “cuori” e le “pance” in entrambe le estremità della struttura.

Ho spesso riflettuto circa l’analogia inquietante sussistente tra i salmoni catturati in una trappola e una popolazione umana imprigionata in quel regime istituzionale che siamo soliti chiamare “Stato onnipotente”. Proprio come lo stretto condotto della trappola per salmoni intercetta i pesci nel corso del loro normale ciclo di vita e li induce in cattività, così svariati meccanismi politici, ed il paternalismo ad essi associato, intercettano i cittadini nel corso della loro esistenza quotidiana, sospingendoli verso la dipendenza dallo Stato. I salmoni, istintivamente, si sforzano per ritornare verso i loro luoghi di origine. Gli esseri umani si ingegnano per ottenere ricchezza e sicurezza e, se lusingati di poter ottenere qualcosa in cambio, apparentemente, di nulla, sono sollecitati a discostarsi da una condotta di vita normale, in grado di auto-sostenersi, per supportare integralmente la propaganda politica, tesa alla rapina dei propri simili per mezzo dello Stato. Solo quando è troppo tardi, se mai, le persone realizzano che i parassiti-taglieggiatori, i quali li hanno artatamente indotti a sostenere l’espansione delle dimensioni del settore pubblico, del suo ambito di ingerenza, e del suo potere, unitamente alle loro clientele assistite del settore privato, [politicamente ed elettoralmente rilevanti, ndt],  sono gli unici beneficiari, in grado di guadagnare veramente da questo stato di cose. Le masse di cittadini truffati si trovano asserragliati in una trappola, dipendenti in tutto e per tutto dallo Stato, dal sostentamento, al “diritto” alla casa, dall’assistenza sanitaria, all’istruzione pubblica dei loro figli, passando per la previdenza sociale nella loro vecchiaia.

Proprio come lo stretto pertugio attraverso il quale i salmoni entrano nel “cuore” delle trappole, così le vie d’uscita per persone del tutto impotenti ed in balia dello statalismo sono anguste e difficili da individuare. Per di più, tali persone dovrebbero trovare la forza di uscire da queste perverse dinamiche, alla stessa stregua di come sono state cooptate, sfidando quella che è diventata la loro naturale propensione a vivere a spese e a cura degli altri. Così come l’istinto dei salmoni li spinge a non tornare indietro, similmente, la mente umana, soprattutto quando è stata stregata dalla propaganda del governo e dall’ideologia statalista, ammonisce la persone a “non tornare indietro”. Dopo aver perso la capacità di assumersi le proprie responsabilità individuali, le persone hanno paura di condurre la propria esistenza in piena autonomia, come del resto hanno sempre fatto i loro avi.

In definitiva, le persone si trovano in una condizione paragonabile a quella della “pancia” nella trappola dei salmoni, una zona inespugnabile in cui crogiolarsi alla mercé dei capricci dei loro aguzzini. Tutte le vie di fuga immaginabili sono state rimosse preventivamente, in maniera tale che le persone possano solo “girare in tondo”, sognando forse la loro salvezza, ma incapaci di superare le barriere che Stato e i loro stessi schemi mentali frappongono fra loro ed una vera condizione di libertà.

La gente farebbe bene ad acquisire un più intenso grado di valutazione critica circa la dipendenza dal percorso istituzionale, ed in particolare delle irreversibilità inerenti agli accomodamenti politici ed istituzionali. Molto spesso, è molto più semplice entrare in qualcosa, piuttosto di quanto lo sia uscirne. Per mantenere la propria libertà, la propria autonomia e il rispetto di sé, le persone potrebbero ben tenere a mente il destino dei poveri salmoni, e scansare la via obbligata che il ceto parassitario e predone al comando inscena, per deviarli dal corso dello loro normale ed onesta condotta di vita. Dopo essere penetrata nel “cuore” dello Stato, la gente ha ben poche possibilità di fuga, anche se non dovrebbe mai desistere dal cercarle.

Articolo di Robert Higgs su The Independent Institute.

Traduzione di Cristian Merlo.

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La teoria della scuola austriaca | Contributi dei singoli autori

Lun, 22/04/2013 - 10:00

Carl Menger[1], il fondatore della scuola, pone su basi soggettiviste il valore, sfidando la dominante tradizione britannica del costo oggettivo e del lavoro. Inoltre presenta la teoria dell’utilità marginale.

Offre un contributo decisivo allo sviluppo dell’individualismo metodologico e dell’analisi a priori di tipo logico-deduttivo[2].

Analizza la nascita della moneta in un contesto di libero mercato[3].

Friedrich von Wieser concentra la sua attenzione sulla definizione di capitale e sulla teoria dell’interesse che ne deriva[4].

Sviluppa il concetto di costo-opportunità.

Eugen von Bohm-Bawerk[5] sviluppa e riformula il lavoro di Menger e lo applica ai temi del valore, dei prezzi, del capitale e dell’interesse. L’interesse non è una costruzione artificiale ma riflette la preferenza temporale degli individui. Tuttavia Bohm-Bawerk non riesce poi a costruire la sua teoria su tali premesse e si orienta sulla produttività quale determinante dell’interesse (la teoria verrà successivamente ampliata e migliorata da Frank Fetter).

Il tasso normale di profitto è il tasso di interesse così determinato, cioè come risultante dei vari saggi di preferenza temporale.

Il capitale non è una quantità data e non è omogeneo, ma è una diversificata struttura che possiede una dimensione temporale. La crescita economica e della produttività derivano non solo dall’aumento della quantità di capitale, ma anche dall’allungamento della struttura temporale, dalla costruzione di “processi di produzione sempre più lunghi” (che dipendono dai saggi di preferenza temporale: più sono bassi maggiore è la disponibilità a risparmiare e investire in processi più lunghi, che renderanno in futuro risultati maggiori in termini di beni di consumo).

Bohm-Bawerk inoltre dimostra l’erroneità della teoria del valore e dei prezzi di Marx[6].

Herbert J. Davenport e Frank A. Fetter all’inizio del Novecento sono i principali “Austriaci” negli Stati Uniti. Fetter migliora la teoria dell’interesse di Bohm-Bawerk: la domanda dei consumatori stabilisce il prezzo dei beni, i singoli fattori di produzione ricevono la loro produttività marginale e tutti i profitti sono attualizzati al tasso di interesse o di preferenza temporale, con il creditore o capitalista che guadagna il tasso di attualizzazione.

Ludwig von Mises con L’azione umana[7] realizza il trattato che caratterizza la scuola. Attraverso la prasseologia mette a punto il metodo a priori già introdotto da Menger, e su di esso vi costruisce l’intero corpo della teoria economica. I primi Austriaci avevano basato la teoria su una corretta metodologia, ma le analisi specifiche erano state spesso elaborate casualmente e in modo non sistematico. Mises riformula l’intero corpo della teoria Austriaca sulla base della prasseologia.

Sviluppando l’intuizione dell’economista ceco Franz Cuhel (1906), sostiene la non misurabilità e non confrontabilità delle utilità soggettive, e corregge l’errore di Menger e Bohm-Bawerk secondo cui l’utilità totale di un bene è l’integrale delle sue utilità marginali[8]. L’utilità è classificabile solo ordinalmente.

Incorpora la teoria dell’interesse come risultante della preferenza temporale di Frank Fetter andando oltre, cioè mostrando che le preferenze temporali costituiscono una categoria prasseologica necessaria dell’azione umana. Inoltre corregge la teoria dell’interesse determinato dalla produttività di Bohm-Bawerk.

Con la Teoria della moneta e del credito (1912) [9] colma la maggiore lacuna che allora caratterizzava la teoria Austriaca (e il resto della teoria): l’analisi monetaria. La moneta aveva un posto a sé, separato dalle analisi relative al resto del sistema economico. Egli sviluppa l’analisi monetaria di Menger eliminando tale scissione, saldando approccio micro e macro (che utilizzava aggregati irreali come il “livello dei prezzi”, il “prodotto nazionale nominale”, la “velocità di circolazione”), cioè integrando la teoria monetaria con le micro-fondazioni dell’economia (azioni individuali): applica alla domanda e all’offerta di moneta la teoria dell’utilità marginale. Inoltre presenta il “teorema della regressione”, afferma la non neutralità della moneta e la mancanza di beneficio sociale a seguito di un aumento della quantità di moneta (tranne che per gli usi industriali). Sempre in materia monetaria, si schiera a favore di un sistema aureo con riserva del 100%, una moneta sana e di mercato che impedirebbe le inflazionistiche interferenze statali [v. Moneta].

Nella seconda edizione di The Theory of Money and Credit (1924) presenta i lineamenti fondamentali della teoria del ciclo economico, partendo da tre teorie importanti ma slegate tra loro: il modello boom-depressione della Scuola Metallica, la differenza fra tassi di interesse realmente praticati e tasso “naturale” di Wicksell e la teoria del capitale e dell’interesse di Bohm-Bawerk [v. Ciclo]. All’inizio degli anni Trenta la teoria del ciclo misesiana è dominante nella teoria economica; verrà abbandonata in seguito alla pubblicazione della Teoria generale di Keynes nel 1936.

In Il calcolo economico nello Stato socialista (1920)[10] e in Socialismo (1921) dimostra l’impossibilità di funzionamento di un sistema economico socialista a seguito dell’impossibilità del calcolo in assenza di prezzi di mercato dei fattori [v. Intervento coercitivo. Lo Stato,  pp. 27-31].

Non solo il socialismo, ma anche il più frammentario “interventismo” non può funzionare, come illustrato in vari saggi raccolti nel 1929 in Critica dell’interventismo; non rimane che il liberalismo di laissez-faire.

Sul piano epistemologico, oltre alla fondazione della prasseologia, sostiene il dualismo metodologico, confuta il positivismo e l’empirismo quale base della verificabilità delle leggi economiche, critica la matematizzazione dell’economia e definisce i rapporti fra teoria e storia[11].

Fredrich von Hayek offre il contributo più importante alla teoria del ciclo economico, approfondendo e perfezionando le intuizioni di Mises[12].

Confuta la teoria del capitale di Frank Knight (che segue Clark), secondo cui produzione e consumo si verificano contemporaneamente, il periodo di produzione è irrilevante e il tasso di interesse è determinato da fattori tecnologici. Contrasta la teoria keynesiana relativamente al capitale e al sistema monetario.

La teoria hayekiana dell’ordine spontaneo e degli esiti inintenzionali dell’azione umana, considerata un elemento centrale della teoria Austriaca, non è accolta dalla componente razionalista della scuola [v. Differenze interne alla Scuola Austriaca].

Henry Hazlitt divulga L’azione umana di Mises e contrasta punto per punto la teoria keynesiana, recuperando Say alla macroeconomia Austriaca.

Murray N. Rothbard radica la scuola Austriaca negli Stati Uniti. Estende e raffina l’opera di Mises e aggiunge contributi alla teoria del monopolio, alla teoria della rendita, all’analisi dell’intervento coercitivo e alla teoria dell’utilità. Applica alla Grande Depressione la teoria Austriaca del ciclo economico.[13]

Piero Vernaglione

Per una rassegna più approfondita degli sviluppi successivi agli anni Settanta del Novecento v. “Differenze interne alla Scuola Austriaca

Tratto da Rothbardiana

Note:

[1] C. Menger Principi di economia politica (1871), Utet, Torino, 1976; nuova ed. Principî fondamentali di economia (1871), Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2001.

[2] C. Menger, Sul metodo delle scienze sociali (1883), Liberilibri, Macerata, 1996.

[3] C. Menger, On the Origins of Money, in «Economic Journal», vol. 2, 1892, pp. 239-255.

[4] F. von Wieser, Il valore naturale (1889), in Opere, Utet, Torino, 1982.

[5] E. Bohm-Bawerk, Capital and Interest (1884), Libertarian Press, South Holland (Ill.), 1959; Teoria positiva del capitale (1889, presentato come secondo volume di Capital and Interest).

[6] E. Bohm-Bawerk, Karl Marx and the Close of His System (1896), T.F. Unwin, Londra, 1898.

[7] L. von Mises, L’azione umana (1949), Utet, Torino, 1959.

[8]  L’utilità di un insieme di unità di un dato bene non è l’integrale delle utilità marginali di una unità di quel bene, ma è soltanto l’utilità marginale di un’unità più ampia. Ad esempio, l’utilità che un cartone di dodici uova apporta ad un consumatore non è una “utilità totale” che ha una relazione matematica (integrale) con l’utilità marginale apportata da un uovo; abbiamo solo a che fare con due differenti utilità marginali, in un caso l’utilità marginale di una confezione da 12 uova e nell’altro caso l’utilità marginale di 1 uovo. Questa correzione di Mises è coerente con la metodologia Austriaca volta a concentrarsi sulle azioni reali degli individui, e non su aggregati ricavati meccanicisticamente.

[9] L. von Mises, The Theory of Money and Credit (1912), L. von Mises Institute, Auburn, 1990.

[10]L. von Mises, Il calcolo economico nello Stato socialista (1920), in AA.VV., Pianificazione economica collettivistica, Einaudi, Torino, 1946.

[11] L. von Mises, Problemi epistemologici dell’economia (1933), Armando, Roma, 1988; Teoria e storia (1957), Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2009.

[12] F. von Hayek, Prezzi e produzione (1931).

[13] M.N. Rothbard, Man, Economy, and State  (1962) with Power and Market (1970), Mises Institute, Auburn, 2004; Toward a Reconstruction of Utility and Welfare Economics,in M. Sennholz (a cura di), On Freedom and Free Enterprise: Essays in Honor of Ludwig von Mises, Van Nostrand, Princeton, 1956, pp. 224-262.

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Econometria: uno strano processo

Ven, 19/04/2013 - 10:00

Fino a poco tempo fa, la maggior parte degli analisti macroeconomici, assistiti dai loro modelli matematici, prediceva ripresa economica e indici azionari in ascesa. Ma il mercato ci ha ricordato che la realtà non sempre corrisponde alle predizioni di chi si presenta avvolto nel mantello della “scienza”. Come spesso avviene, quegli economisti che erano stati più umili nella loro pretesa di conoscenza hanno evitato questi imbarazzi (L’articolo è stato pubblicato originariamente nel 2002, NdT).

Questione di metodologia

La Scuola Austriaca di economia è conosciuta per la sua avversione nei confronti dei modelli matematici applicati al comportamento umano. L’ortodossia neoclassica, dall’altro lato, fa molto uso di questo approccio, utilizzando modelli matematici per affrontare (quasi) qualsiasi problema. Penso di poter affermare che la maggior parte degli economisti ortodossi preferirebbe la precisione di un falso modello matematico alla genericità di una proposizione certamente vera.

Questa dipendenza mal risposta nel potere degli strumenti matematici per l’analisi economica è supremamente incarnata dall’econometria, disciplina che impiega tecniche statistiche per lo studio di dati empirici concernenti fenomeni economici. A differenza dei loro colleghi ortodossi che si specializzano in teoria dei giochi – i quali sono noti per le critiche ai giocatori “umani”, quando le loro strategie non si accordano con quelle impiegate nello stato di equilibrio di un particolare gioco – gli econometristi credono di essere esenti dai pregiudizi di una teorizzazione a priori. Il vero credente nell’econometria non prende nessuna particolare posizione riguardo alle questioni teoriche in quanto  ritiene che i fatti “parleranno da soli”.

Ludwig Von Mises aveva esposto la fallacia incarnata da questi presunti modelli ateorici:

È vero che gli empiristi rigettano la teoria [a priori]: fanno finta di mirare ad imparare soltanto dall’esperienza storica. Tuttavia contraddicono i loro stessi principi non appena passano oltre le registrazioni grezze dei singoli prezzi individuali e iniziano a costruire serie storiche e calcolare medie aritmetiche. Un dato dell’esperienza e un fatto statistico sono soltanto un prezzo pagato in un tempo definito in un certo luogo per una definita quantità di un certo bene. L’arrangiare diversi dati sui prezzi in gruppi e il calcolarne medie è guidato da scelte dovute alla teoria, che sono fatte logicamente e temporalmente ben prima dell’analisi. La misura in cui certe caratteristiche e particolarità dei dati sui prezzi sono tenute o meno in considerazione  dipende da un ragionamento teorico dello stesso tipo. Nessuno è così  sfrontato da affermare che un aumento dell’a per cento nell’offerta di una merce qualsiasi deve sempre – in ogni tempo e in ogni luogo – portare alla discesa del b per cento nel suo prezzo. Ma dal momento che nessun economista quantitativo si è mai avventurato nel compito di definire precisamente, facendo riferimento all’esperienza statistica, le condizioni speciali che producono una deviazione dal rapporto a : b, la futilità dei suoi sforzi è manifesta (Human Action p. 351).

Sebbene gli studenti della Scuola Austriaca possano condividere le opinioni di Mises riguardo la discutibilità dell’econometria, resta il fatto che lui o lei, nella maggior parte dei casi, dovranno frequentare dei corsi e dare esami in questo campo per poter conseguire una laurea in economia. Nel tentativo di aiutare questi studenti a “tenere accesa la speranza”, vi racconterò ora le mie impressioni e un aneddoto riguardo la mia esperienza in un corso obbligatorio di macroeconomia.

Processo di mercato?

Gli economisti Austriaci, soprattutto quelli hayekiani, sottolineano che il mercato è un processo. Ironicamente, gli econometristi utilizzano lo stesso termine ma con un significato molto diverso.

Per esempio, quando vogliono modellare il prezzo di un’azione, gli econometristi dicono: “Assumiamo che p(t) segua un processo casuale browniano”. Quello che vogliono dire è che il prezzo dell’azione al tempo t sarà uguale a quello del periodo precedente più uno “shock” completamente casuale.  Lo shock è modellato con una variabile casuale che ha media zero ed una certa varianza.

Potete già notare come quest’approccio abbia già rinunciato a cercare di spiegare come si stabiliscano i prezzi nel mondo reale. Nella realtà i prezzi di oggi non hanno nessuna connessione causale con quelli di domani. Ogni giorno il prezzo di un’azione viene formato dalle decisioni di acquisto e vendita degli investitori. Il prezzo delle azioni sembra avere questa parziale “dipendenza” da quello del giorno precedente solo perché i “fondamentali” che avevano determinato il prezzo di ieri sono in larga parte gli stessi anche oggi. Il caso del pezzo di un’azione è completamente differente da quello, diciamo, del conto in banca di qualcuno, che rimane costante di giorno in giorno, eccettuate modifiche “autoregressive” dovute all’interesse composto oppure a “shock” dovuti a depositi e prelievi.

L’approccio econometrico ai movimenti delle azioni è analogo a quello di un meteorologo che cerchi correlazioni tra varie misure delle condizioni atmosferiche. Per esempio potrebbe notare che la temperatura di un dato giorno è un buon “predittore” della temperatura del giorno seguente. Ma nessun meteorologo crederebbe che la temperatura letta nel termometro in un dato giorno causerà in qualche maniera quella del giorno seguente: sa benissimo che la correlazione è dovuta al fatto che i veri fattori causali – come ad esempio l’angolo d’inclinazione dell’asse terrestre relativo al suo piano di orbita intorno al sole – non sono molto cambiati da un giorno all’altro.

Sfortunatamente questa distinzione tra causazione e correlazione non è evidente nell’econometria. In realtà, per quegli economisti davvero dediti al metodo positivo, questa distinzione non ci può essere. Sebbene i pionieri dell’econometria potessero comprendere perché certe assunzioni venissero fatte e potessero offrire una giustificazione a priori come l’uso di  “aspettative razionali” per i dettagli di un particolare modello, gli studenti di questi pionieri sono spesso ossessionati dalle tecnicalità matematiche e hanno perso di vista le vere cause dei fenomeni economici.

Un caso particolare

Se il lettore pensa che io stia parlando in generale, mi lasci offrire un esempio di una domanda in uno dei miei esami.  Quella domanda incarna i problemi dell’approccio econometrico circa la possibilità di ritenere che sia un particolare “processo” a generare i livelli osservati di una certa variabile.

Supponiamo di avere T osservazioni di una serie storica x(t), che ha media μ. Supponiamo inoltre che d(t), la deviazione di x(t) dalla sua media campionaria s, che è definita come d(t) ≡ x(t) – s, segua un processo AR(1), ovvero che d(t) = ρd(t - 1) + e(t). Qual è la varianza della media campionaria s?

Seduto a leggere la domanda, ero assolutamente confuso: ritenevo non avesse senso. Non soltanto quel tipo di domande non serve a nulla per comprendere i cicli economici o come si comportano i mercati finanziari; le sue affermazioni erano contraddittorie.

La domanda assume che ci sia una qualche variabile x(t) la cui vera media sia μ. Cioè, se prendessimo la media di tutte le realizzazioni di x(t) dal tempo t = 1 al tempo t = ∞, allora la media dovrebbe essere μ. In pratica, però, non abbiamo mai un numero infinito di realizzazioni da analizzare, ma solo un numero finito T di osservazioni campionarie. Sebbene non possiamo conoscere la vera media μ, possiamo calcolare s, che è la media campionaria o media delle osservazioni da x(1) a x(T).

Ora, la domanda d’esame non voleva essere “difficile”. Sospetto che l’aver parlato di un processo autoregressivo (AR) che caratterizzava la variabile d(t) era un modo indiretto per far assumere allo studente che la varabile x(t) stessa seguisse lo stesso processo AR(1), in modo che poi applicasse la formula standard per “calcolare la varianza campionaria della media di T realizzazioni da una serie storica autocorrelata” (citazione dalle soluzioni date in seguito dal mio professore).

Un processo è autoregressivo se il valore al tempo t è dipendente in parte da quello al tempo t-1 più un termine di “errore” che ha media nulla. Ad esempio potremmo avere x(t) = 0.5*x(t-1) + e(t), il che significa che il valore di x al tempo t è uguale alla metà del suo valore al tempo t-1 più un termine di errore e(t) che ha media nulla.

È sensato dire che l’x(t) nella domanda precedente segua un processo AR(1). Tuttavia la domanda sosteneva che la deviazione di x(t) dalla sua media campionaria s seguiva un processo AR(1) e questo ritengo non abbia senso. Questo perché, a differenza di un processo infinitamente lungo x(t), in cui la deviazioni di x(t) dalla sua media μ possono in principio assumere ogni numero (anche se ci aspettiamo che all’infinito la somma sia zero), per il mio esempio finito di dimensione T, la deviazione d(t) doveva per definizione essere uguale a zero. Quindi quando il mio professore, seguendo la procedura econometrica standard, ha assunto che la serie d(t) seguisse un particolare processo, aveva fatto un’ipotesi impossibile.

Illustriamo il problema con un campione di dimensione T=3. Supponiamo che i valori osservati di x siano 1, 2 e 3. La media campionaria è quindi 2. Il valore di d(1) è -1, cioè, x(1)-s = -1. Il valore di d(2) è 0 ed il valore di d(3) è 1. Com’è giusto che sia, la somma delle deviazioni di x(t) dalla sua media campionaria fa zero (-1 + 0 +1 = 0)

Ora fate caso a come questo renda impossibile che la variabile d(t) segua un processo AR; questo perché il valore di d(1) e d(2) determina completamente il valore di d(3). Dato che d(1) è -1 e d(2) è zero, d(3) deve valere 1 per rendere la somma nulla.

Ma se le cose stanno così, allora la formula stipulata in precedenze per d(t), cioè che d(t) = d(t-1) +e(t) non può essere vera. Perché sappiamo che d(3) non è una qualche funzione di d(2) più un certo termine casuale e(t), che potrebbe per principio assumere qualsiasi valore. Quindi, per ribadire, non è soltanto la domanda ad essere irrilevante per la comprensione dell’economia, ma in più, anche in termini puramente matematici, la domanda non ha alcun senso.

La risposta dell’econometrista

 Ho espresso via email queste mie osservazioni al mio professore* e al suo assistente: risposero che stavo dando troppa importanza alla domanda; il mio problema era di natura “filosofica”. Invece che riflettere su cosa la domanda “significasse” avrei dovuto realizzare quale fosse la formula rilevante da applicare vista l’informazione data ed applicarla per ottenere la risposta.

Credo che questo comportamento sia tipico dell’approccio ortodosso. Un conto sarebbe se tutto il rigore formale dei modelli fosse seguito sino alle fondamenta della scienza economica; sfortunatamente, però, credo che nella pratica quotidiana l’economista ortodosso faccia affidamento su certe assunzioni e tecniche, che servono a trattare un problema particolare, perché sa “come trovare la soluzione” a quella domanda quando è formulata in quella maniera.

Ma sicuramente c’è qualcosa di profondamente sbagliato se persiste a seguire questo metodo anche quando la “domanda” che gli viene posta è internamente contraddittoria.

Articolo di Robert P. Murphy su Mises.org

Traduzione di Marco Bollettino

Note:

* In tutta onestà devo far notare che il mio professore era molto bravo. Ha sempre risposto a ogni domanda e, a proposito, in una lezione non seguì il programma del corso per spiegarci i pericoli del confondere correlazione con causazione. Devo anche rivelare di non essere stato adeguatamente preparato per quell’esame; non affermerò, altresì, di avere pienamente “compreso” la macroeconomia  a seguito di puntale e doverosa indagine.

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L’età dell’Homeschooling

Gio, 18/04/2013 - 10:00

Alla fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, il moderno movimento di istruzione domiciliare era ancora agli albori: a quel tempo, la maggior parte degli Americani considerava questo percorso un’attrazione turistica o scelta di vita di quanti volevano affrontare più difficoltà del necessario.

Che differenza fanno pochi decenni.

L’homeschooling ha subìto un’incredibile evoluzione. Passato dall’anticonformismo al mainstream, il movimento ha acquisito glamour e splendore prima sconosciuti: sfogliando anche solo poche pubblicazioni di Sports Illustrated, edizione del 2007, troviamo notizie su studenti fotogenici istruiti a casa e sul loro fisico atletico; tra essi, Jessica Long, nata in Russia, residente a Baltimora e nuotatrice di successo: a 15 anni Jessica diventa la prima paraolimpica a vincere il prestigioso Sullivan Award, che premia il migliore atleta amatoriale del paese. Poi c’è l’affascinante Joey Logano che, a 17 anni, ha già vinto una gara Nascar.

Perfino i candidati alla presidenza e i loro coniugi sono saltati sul carro dell’homeschooling: il membro del Congresso Ron Paul (R-Texas) ha offerto sostegno entusiasta alle famiglie che scelgono la scuola a domicilio ed Elizabeth Edwards, moglie del Senatore John Edwards (D-North Carolina), ha dichiarato al WSJ che questo autunno ha in programma di educare a casa i suoi due figli più piccoli “con l’aiuto di un tutor”.

Quanto ai risultati scolastici, quest’anno la competizione nazionale è stata emblematica: gli homescholars hanno trionfato in tre degli eventi principali; un bambino di dodici anni del New Mexico, di nome Matthew Evans, ha vinto il concorso nazionale Word Power, sponsorizzato dal Reader’s Digest; la tredicenne Evan O’Dorney, Californiana, ha vinto lo Scripps National Spelling Bee e la 14enne Caitlin Snaring di Washington è stata incoronata campionessa del National Geographic Bee.

Poi c’è Micah Stanley del Minnesota, il quale non ha ancora mai seguito nessuna lezione in un edificio scolastico canonico. Negli ultimi anni è stato iscritto all’Oak Brook College of Law, una scuola legale a distanza con sede a Sacramento; lo scorso febbraio ha preso parte all’estenuante esame di abilitazione in California (che permette agli studenti per corrispondenza di iscriversi) e può ora aggiungere la voce “avvocato” al suo curriculum. Nel tempo libero, sta portando a termine la sua opera prima: “Come sfuggire dalla Cisterna: Una guida per aiutarvi a ottenenere quello che volete”. Micah ha 19 anni.

Un avvocato adolescente e autore in erba non costituirebbe una sorpresa per John Taylor Gatto, aperto critico delle leggi sull’istruzione obbligatoria ed ex insegnante dell’anno dello Stato di New York. Scrivendo per l’Harper Magazine, Gatto ha sostenuto: “il genio è tanto comune quanto lo sporco”. Forse. Ma è comprensibile che i teenager odierni, sentendo parlare di home scholars come Joey, Cailin e Micah, si intimidiscano – come se questa scelta educativa fosse dominio esclusivo di mamme ossessivo compulsive, di padri con denaro da buttare e tempo da perdere e di una prole “tipo A” (NdR: con questa espressione, “tipo A”, ci si riferisce allo studio del 1959 di Friedman e Rosneman, secondo i quali, tale tipo di personalità sarebbe connotata da ambizione, impazienza, attivismo e altre caratteristiche tali da rendere maggiormente elevato, in questi individui, il rischio di malattie cardiache e/o disturbi circolatori).

Anche se è lodevole il raggiungimento giovanile di obiettivi erculei, l’homeschooling ha sempre avuto più a che fare con la libertà e la responsabilità personale piuttosto che con la vittoria di una borsa di studio all’Ivy League o una partita a Wimbledon. In generale, ha attratto famiglie della classe lavoratrice di tutte le etnie e religioni, che fossero desiderose di fornire un’esperienza di apprendimento nutriente e stimolante.

Naturalmente, gli individui sfacciatamente avventurosi sono sempre un elemento affascinante del movimento. La famiglia Burns, in Alaska, ha preso il largo, quest’estate, su una barca di 11 metri per navigare il mondo per tre anni: Chris Burns (il padre), in un’intervista al Juneau Empire, ha dichiarato che spera “di connettersi con le aule del Juneau e di condurre sessioni interattive durante  questa avventura”, continuando ad istruire i suoi due figli.

Legalmente, l’homeschooling serve come promemoria di una questione complessa che è diventata terreno per decisioni fondamentali della Corte Suprema: lo Stato ha l’autorità di costringere un giovane a frequentare una scuola e sedersi a un tavolo per 12 anni? Il fatto che un bambino abbia o meno la maturità e l’attitudine per tale sorta di “contratto a lungo termine” (o si tratta di servitù non volontaria?) rimane argomento di dubbia valenza, perché, nel mantra odierno, “l’istruzione è un diritto”. Tale dibattito nazionale va avanti da tempo, trascinando diverse questioni e segnali importanti, tra cui la costosa istruzione correttiva e l’aumento dei tassi di abbandono, i quali indicano l’inadeguatezza delle scuole pubbliche attuali.

L’homeschooling, dopotutto, ha cominciato a prendere piede a causa delle dichiarazioni di un ex impiegato del Ministero dell’Istruzione: questi sosteneva che i bambini, come delicate piante da serra, avrebbero avuto bisogno di un certo tipo di ambiente per germogliare e fiorire; genitori amorevoli, non istituzioni, quindi,  si adatterebbero meglio a tale tipo di lavoro.

Era il 1969: il Dr. Raymond Moore avviò un’indagine in aree precedentemente trascurate della ricerca didattica. Due delle domande a cui Moore e un gruppo di colleghi volevano dare risposta erano:

1) “Mandare bambini piccoli in centri istituzionali è un trend educativo sensato?”;

2) “Qual è il momento migliore per l’ingresso a scuola?”.

Nel processo di analisi di migliaia di studi, venti dei quali comparavano studenti entrati precocemente nel sistema scolastico con altri entrati più tardi, Moore arrivò a questa conclusione: i problemi di sviluppo, quali iperattività, miopia e dislessia erano spesso il risultato dell’affaticamento prematuro del sistema nervoso e della mente del bambino, attraverso continui stress scolastici (compiti quali la scrittura e la lettura, etc.). Moore si convinse: l’istruzione formale doveva essere ritardata almeno fino a 8 o 10 anni o, addirittura, a 12.

Egli spiegò:

“questi risultati hanno stimolato la nostra ricerca e ci hanno convinti a concentrare la nostra indagine su due aree principali: l’apprendimento formale e la socializzazione. Alla fine, questo lavoro ha portato verso un inatteso interesse nei confronti delle scuole a domicilio”.

Moore andò oltre e scrisse “Home Grown Kids and Home-Spun Schools”. Il resto, come si suol dire, è storia. I libri pubblicati negli anni Ottanta, che offrivano consigli pratici a potenziali educatori, andarono a ruba. Al giorno d’oggi c’è una marea di materiale a riguardo: decine di prodotti commerciali e opportunità online esclusivamente dedicate ad incoraggiare le famiglie all’apprendimento nel comfort delle loro case. L’homeschooling  ha dimostrato la sua validità sul lungo periodo: esso permette ai bambini di crescere e imparare al proprio ritmo, ispirando altre storie di successo. Così come la nostra nazione è famosa per incoraggiare gli immigrati a reinventarsi, raggiungendo il Sogno Americano, la stessa funzione è svolta dall’educazione domestica nei confronti dei giovani, siano essi piante a fioritura tardiva o candidati per il Mensa.

Soprattutto, il merito dell’homeschooling sta nella possibilità di sperimentazione e flessibilità offerta nonché nel processo di trial ed errore che rende possibile. Ecco la grande differenza con l’istruzione fornita dallo Stato: come tutti i sistemi martellati dalla burocrazia, le scuole pubbliche restano bloccate dalla routine, perpetuano gli errori, rispondono lentamente ai tempi che cambiano e resistono a tutte le riforme. Gli errori non sono localizzati e contenuti, ma divorano tutto e interessano l’intero sistema; è deprecabile che un sistema del genere venga utilizzato per regolare i contratti di lavoro o il servizio postale; è una tragedia vederlo implementato al fine di plasmare le menti dei giovani.

Articolo di Isabel Lyman su Mises.org

Traduzione di Nicolò Signorini

 

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Tutti i mali della democrazia

Mer, 17/04/2013 - 10:00

Un tempo si diceva: “la democrazia è la parola che, più di ogni altra, si adatta un po’ a tutto; una sorta di coperchio che va bene per tutte le pentole”. In effetti, regimi politici caratterizzati dai più disparati tratti istituzionali si fregiano del titolo di “democrazia”; esattamente come i più totalitari dei regimi comunisti. Spesso, la migliore cartina al tornasole per testare le credenziali democratiche di un Paese era che lo stesso non fosse associato alla parola “democratico”: basti comparare la Repubblica Federale tedesca, con la omologa Repubblica Democratica.

Un altro esempio particolarmente istruttivo della totale vacuità del termine si può ravvisare nell’elezione del Presidente marxista Salvador Allende, nel Cile del 1970. È sempre stato proclamato come un comunista democratico, che è stato messo in ginocchio dall’America e dal suo capitalismo internazionale. Eppure, egli ottenne solo il 36 per cento nelle elezioni presidenziali e dovette far fronte ad una vasta opposizione in seno al Congresso. Ma, nonostante tutto ciò, Allende si sentì autorizzato a socializzare il Cile sotto l’egida della democrazia.

Una chiave di lettura del problema può essere quella di utilizzare una distinzione,  mutuata da logiche argomentative positiviste, ormai non più in voga: intesa a discernere l’accezione emotiva veicolata dal termine, rispetto al suo significato meramente descrittivo. Alcune parole, infatti, possono trasmettere informazioni rappresentative del mondo, similmente a quelle utilizzate per le previsioni meteorologiche -mentre altre sono formulate non certo per dirci qualche cosa di importante,  ma per agire sulle nostre emozioni e catturare il nostro consenso: ne siano ad esempio gli slogan pubblicitari e la propaganda politica. Questo è sicuramente vero per il termine “democrazia”: se qualcuno confessasse di essere anti-democratico, costui sarebbe immediatamente tacciato di fascismo. Nell’ambito della sua connotazione emotiva, ogni sorta di implicazione positiva – che si vada dalla libertà, ai diritti, dalla regola di maggioranza, all’interesse pubblico –è ammantata e sdoganata con il marchio di fabbrica della “democrazia”.

Ciò premesso, un punto di partenza per districarci da questo ginepraio terminologico può essere quello di apporre un aggettivo accanto alla parola “democrazia”. Nei regimi postcomunisti e in Occidente è forse meglio intesa come democrazia “liberale”: il che sta ad indicare che il sistema politico non è concepito esclusivamente rapportandolo alla logica maggioritaria. Ciò potrebbe anche essere in contrasto con la democrazia “comunitaria” o con la democrazia “industriale”.

A differenza del giorno d’oggi, la democrazia non è sempre stata accolta con uno spirito di totale devozione. Nel XIX secolo, in Gran Bretagna era ancora considerato degno di rispetto l’opporsi alla democrazia, proprio perché se questa fosse intesa come governo della maggioranza privo di vincoli e di limitazioni, come peraltro si era configurata in quel periodo, la stessa costituirebbe, senza tema di smentita, una minaccia per la libertà, lo stato di diritto, i diritti individuali, la proprietà e lo stesso processo di “civilizzazione”.  Nelle “Considerazioni sul governo rappresentativo” di John Stuart Mill, vengono adombrati tutti i tipi di controllo sull’espressone della volontà popolare. In effetti, il punto focale ed irrinunciabile di una costituzione è quello di proteggere i valori universali ed immutabili, contro i capricci mutevoli e transeunti del volgo. Se ci si riflette, può sembrare abbastanza incoraggiante che la sconfitta di Al Gore nelle elezioni presidenziali del 2000, nonostante avesse acquisito la maggioranza del voto popolare, non sia stata accolta con indignazione. Il federalismo costituisce, di fatto, uno dei principali e ben accetti vincoli all’imporsi della democrazia.

Una critica moderna al concetto di democrazia deve originare sicuramente da queste intuizioni, intrise di scetticismo, risalenti al diciannovesimo secolo, purché le stesse riconsiderino un punto di  importanza cruciale: la minaccia per il processo di civilizzazione, in realtà, non proviene dall’imporsi di una maggioranza di cittadini non soggetta a freni e vincoli,  ma dal condizionamento incontrollabile, esercitato dai gruppi di pressione (qualificati come  “fazioni” da Madison), sui processi sociali ed economici. Essi sono molto più pericolosi rispetto alla stessa “tirannia della maggioranza”, per il semplice fatto che possono rivendicare l’imprimatur della democrazia liberale, per i loro effetti contrari all’individualismo e alle logiche di  mercato.

Elitismo e democrazia

Sono stati i teorici italiani dell’elitismo che, primi fra tutti, elaborarono una potente critica teorica della democrazia; e alcune delle loro analisi rivestono a tutt’oggi una rilevanza straordinaria per decriptare la realtà attuale [1].

Vilfredo Pareto dimostrò l’inevitabilità del ruolo delle élite, derivandola dalla teoria fondamentale della disuguaglianza umana, e mise altresì in luce che la parola “democrazia” non può essere utilmente utilizzata per distinguere le varie forme di governo, posto che esse si basano tutte su differenti tipologie di predominio della minoranza irresponsabile. Gaetano Mosca giunse alle medesime conclusioni, con la sola differenza che il suo concetto di élite è sostanzialmente originato dal processo di burocratizzazione della società moderna. E, cosa ancor più interessante, uno studio condotto da Robert Michels, relativamente al partito socialdemocratico tedesco, svelò la cosiddetta “legge di ferro” dell’oligarchia: in base alla quale, a fronte della diversa propensione della gente per l’attivismo politico, una minoranza di entusiasti aderenti sarebbe in grado di manipolare un sistema formalmente democratico. Nel linguaggio moderno, ciò si potrebbe semplicemente tradurre affermando che le persone, il cui costo-opportunità per la politica è basso,  tenderanno a dominare il sistema, a prescindere da quali siano le sue regole.

Ad ogni modo, fu Joseph Schumpeter a dimostrare che un regime politico democratico liberale potrebbe essere coerente con una certa tipologia di elitismo [2].  Egli fu anche il precursore della moderna teoria economica della democrazia. Si dimostrò mirabilmente realistico ed alquanto preveggente.

Schumpeter sferrò un pesante attacco a quelli che erano ormai diventati i dogmi assoluti dell’ortodossia del pensiero democratico: vale a dire, che il voto a maggioranza riflettesse, in qualche modo, la volontà del popolo al governo, e che il governo democratico producesse una classe migliore di cittadini (in buona sostanza, questa era la giustificazione principale addotta da Mill per legittimare la sua versione del governo rappresentativo).

Schumpeter dimostrò facilmente come non vi fosse alcuna volontà omogenea  che contraddistinguerebbe le persone, semmai solo un insieme di volontà concorrenti, e che l’ “interesse pubblico” altro non è che un’illusione a cui credono esclusivamente i filosofi politici. Egli riuscì efficacemente a sovvertire la teoria democratica. Questa non sarebbe caratterizzata da un flusso ascendente (bottom-up, dal popolo al governo) di formazione e diffusione dell’opinione pubblica, bensì esattamente il contrario. Perché sono le élite concorrenti e contrapposte (i partiti politici) ad proporsi e a proporre i loro “articoli” al pubblico, proprio come gli imprenditori offrono i loro prodotti ai consumatori.

Schumpeter si differenziò da Pareto per il fatto di concepire la democrazia alla stregua di una competizione (a tal proposito, non importa quanto numeroso sia  l’elettorato, a condizione che sia garantita una certa libertà di competere): la democrazia, pertanto, non è nient’altro che <<un accordo istituzionale per giungere a decisioni politiche, in cui gli individui acquisiscono il potere di decidere, in forza di una lotta competitiva intesa ad accaparrarsi il voto della gente>> [3]. Ergo, diventa del tutto strumentale stabilire un metodo, come la monarchia o la dittatura, per la scelta del governo.

Essa non produce necessariamente alcun punto di arrivo veramente desiderabile, ed è compatibile con qualsiasi esito. (Del resto, sappiamo tutti che Hitler vinse le elezioni del 1933).

Ancorché Schumpeter abbia sicuramente trovato la chiave per approntare una critica radicale e devastante alla nozione di democrazia, cionondimeno egli non affondò il colpo, riponendo pur sempre delle speranze nell’idea. Nel suo pensiero, infatti, la democrazia potrebbe anche essere in grado di funzionare, purché la società in cui si trovi ad operare sia abbastanza omogenea, possa disporre di un ceto burocratico affidabile (non scordiamoci che Schumpeter  scrisse antecedentemente alla Scuola di Public Choice e ben prima che fossero sviluppate le sue elaborazioni in materia di “ricerca della rendita parassitaria”, da parte dei funzionari pubblici), e purché non troppe attività siano soggette all’ingerenza invasiva del processo decisionale politico, inteso come antitetico a quello della libera intrapresa. Egli era sostanzialmente convinto che il livello di razionalità fosse destinato a contrarsi fisiologicamente, non appena le persone abbandonassero il mercato in favore dell’attrazione attivata dalla partecipazione all’arena politica, tanto nella loro veste di  elettori, che di attivisti. E questo sembra difficilmente contestabile. Basta semplicemente constatare la razionalità suprema che guida la casalinga nel rispondere repentinamente agli incentivi, forniti dalle variazioni di prezzo, quando effettua la sua spesa al supermercato, in netta antitesi rispetto alla sua ignoranza circa le proposte politiche avanzate dai partiti durante un’elezione.
Ma Schumpeter non riuscì a cogliere questo concetto fino in fondo. Il problema non è che la razionalità della casalinga scompaia, come per magia. Semmai, non costituisce suo interesse primario essere ben informata riguardo alla politica. Perché, evidentemente, non si ravvisa alcun incentivo razionale nell’acquisire informazioni circa ciò che integrerebbe il sedicente ”interesse pubblico”. Men che meno, non è nell’interesse di nessuno sacrificare il proprio benessere per conseguire il “bene comune”. I teorici della democrazia non sono mai riusciti a dipanare il mistero del perché le persone razionali continuino imperterrite a votare, posto l’effetto del tutto irrilevante che il singolo voto può sortire sull’esito di un’elezione. 

La logica della democrazia

Una critica coerente della democrazia richiede l’analisi di elementi di cui Schumpeter non si era avvalso: in primo luogo, una spiegazione logica dei motivi per cui il bene pubblico spesso non può essere trasfuso e realizzato attraverso il meccanismo del voto (senza accontentarsi di una mera osservazione casuale, in base alla quale si constati che il fenomeno accade raramente) e, in seconda istanza, una teoria che fornisca delle spiegazioni pratiche circa le ragioni che fanno sì che le politiche democratiche degenerino invariabilmente in una disputa, tra  gruppi di interesse antagonisti, per accaparrarsi i privilegi.

C’è un famoso paradosso della democrazia, che fu elaborato per primo da un pensatore illuminista, il marchese di Condorcet (morto in un carcere francese durante la Rivoluzione) ed in seguito dimostrato da Kenneth Arrow, nel corso del ventesimo secolo [4]. Di primo acchito,  questo può sembrare un gioco puramente di logica o di matematica. Tuttavia, esso postula delle gravi implicazioni per la teoria normativa della democrazia.

Il paradosso sorge quando sussistono almeno tre possibili opzioni di scelta e vi siano per lo meno tre agenti deliberanti. Si immagini che gli individui A, B, e C possano disporre delle seguenti alternative di preferenza: 1, 2 e 3.  A antepone 1 a 2 e 2 a 3 (e quindi, ovviamente, 1 a 3);  B predilige 2 rispetto a 3 e 3 rispetto a 1 (e quindi 2 rispetto a 1);  C, di converso, preferisce 3 a 1 e 1 a 2 (e quindi 3 a 2). Nel caso si tenessero votazioni sulla opzioni di scelta, caratterizzate da un meccanismo decisionale one-to-one  (1 versus 2, 1 versus 3, 2 versus 3) ogni elettore trionferebbe. La maggioranza, a turno, opterebbe per  1 rispetto a 2; per 2 rispetto a 3; e per 3 rispetto a 1. Quindi non esisterebbe alcuna specifica e predeterminata “volontà popolare”.

Solo in circostanze eccezionali si registrerà un risultato coerente con le scelte preventivamente espresse [5]. Naturalmente, qualora alle elezioni partecipassero solo due partiti, non si ravviserebbe alcun paradosso, giacché, disponendo di un solo voto, vi sarà, per forza di cose, un solo vincitore.

Ma si prenda ad esempio la Gran Bretagna, in cui vi sono tre partiti politici. Con una sola votazione, il partito che raggranella più voti è in grado di imporsi, e quasi sempre è il  partito che non vanta una maggioranza assoluta. Il Partito laburista di Tony Blair è stato eletto nel 2001 con il 44 per cento del voto popolare.

Se fossero state garantite tre opportunità di scelta, e agli elettori fosse stato richiesto di classificare in maniera puntuale le proprie preferenze, l’elezione o avrebbe generato un paradosso, in conformità al teorema dell’impossibilità di Arrow, ovvero premiato il partito più piccolo, quello dei liberaldemocratici, che si sarebbe probabilmente imposto. Quando Ross Perot, nel 1992, si è posto come un serio candidato alla Presidenza, si sarebbe potuto ingenerare un simile paradosso anche negli Stati Uniti, se solo agli elettori fosse stato chiesto di attribuire una classifica ai tre candidati – Perot, George H.W. Bush e Bill Clinton – e fossero state predisposte votazioni separate.

Il senso profondo di questo paradosso, ai fini della comprensione della teoria democratica, postula che è quasi impossibile concepire un sistema suscettibile di cogliere ed esprimere il verdetto “del popolo”. Naturalmente, anche se si registasse un risultato che smentisse le problematiche recate dal teorema di Arrow, non vi sarebbe comunque alcuna garanzia che tale risultato sarebbe stato, di per sé, moralmente giusto. Tutto dipende dal grado di incidenza e di penetrazione delle opinioni e delle convinzioni in seno ad un dato contesto sociale. In una società razzista, le opinioni della gente sono probabilmente passibili di essere catalogate ed ordinate secondo gradi di cattiveria. Di fatto, è più facile che le problematiche sollevate dal teorema di Arrow si manifestino in società libere e aperte, dove fiorisce la divergenza e la varietà di opinioni.
Gli individualisti sostengono che il problema del voto potrebbe essere agevolmente aggirato se solo le decisioni fossero assunte dai singoli agenti, sulla scorta di scelte individuali. Ma probabilmente bisognerebbe comunque far ricorso, almeno in alcuni ambiti, a decisioni di tipo collettivo: ad esempio quelle da assumersi in materia di difesa nazionale, tali che le complicazioni enucleate dal teorema di  Arrow continuerebbe a sussistere nuovamente.

Ma quali sono i mali inerenti alla democrazia?

Può essere ora utile prestare attenzione ad alcuni aspetti dell’analisi economica, intesi a delineare le dinamiche di funzionamento di una democrazia convenzionale. Il punctum dolens consiste propriamente nello stabilire se trattasi di un meccanismo efficiente per l’erogazione di effettivi beni pubblici, anche qualora si operasse in un contesto di stato minimo. Dovremmo rifarci all’intuizione di Schumpeter, in base alla quale i politici sono “imprenditori” sui generis, interessati o al potere in quanto tale, o alle sinecure garantite dall’occupazione di certe poltrone. Esiste, in altre parole, una “mano invisibile” nella politiche democratiche, paragonabile a quella esistente in una economia di mercato, capace di assicurare che il proprio interesse razionale possa produrre il bene pubblico, in virtù di interazioni improntate al libero scambio?
Teoria ed evidenza empirica propendono fortemente per un responso inappellabile: non esiste nulla di tutto ciò. Il livello complessivo della spesa pubblica in una democrazia è molto più elevato di quanto, in realtà, la gente desidererebbe, come indubbiamente lo sono le tasse esatte per il suo finanziamento. Così come, nei regime democratici, si registrano costantemente degli episodi inflazionistici, in quanto i governi hanno rimosso il vincolo alla creazione arbitraria di moneta,  ripudiando il gold standard. Inoltre, una miriade di politiche non sarebbero ovviamente perseguite, se non dipendesse da finalità elettorali.

Ma nei regimi democratici semi-socialisti, quali la Gran Bretagna e nel resto d’Europa, molti servizi, come la salute e la previdenza, devono fronteggiare un malcontento diffuso, a causa del loro sovvenzionamento sub-ottimale.  L’esempio classico è la sanità socializzata della Gran Bretagna, per la quale lo Stato spende un irrisorio 7 per cento del PIL. Se i cittadini potessero spendere i loro soldi per acquistare, in proprio, delle prestazioni sanitarie nel settore privato, sicuramente otterrebbero dei risultati migliori . Così la democrazia produce il paradosso, per cui ad una irrimediabile proliferazione di una sterminata teoria di spese eccessive ed inutili, si affianca, di rimando, una sotto-produzione di beni o servizi, che sarebbero invece alquanto ambiti dalla popolazione: proprio perché non esiste alcun meccanismo politico in grado di intercettare e di interpretare i desideri sottesi alle scelte individuali.
La spiegazione, semplice, consiste nell’evidenza che in una democrazia il governo tende ad essere una coalizione di interessi (fazioni), e in un sistema soggetto a vincoli piuttosto laschi,  la chiave di volta del successo non sta certo nel promuovere il cosiddetto “bene pubblico”, ma nel compensare, con privilegi sonanti, i gruppi elettoralmente rilevanti.

Nella maggior parte dei casi, il bene pubblico consisterebbe propriamente nel fatto che lo Stato la smettesse, una volta e per tutte, di ingerirsi negli affari privati.

Ma quella linea politica non sarebbe di per sé premiante in termini di suffragi, perché quasi tutti [in particolar modo, i gruppi politicamente ed elettoralmente rilevanti, ndt] beneficiano di una qualche attività promossa e/o intrapresa dallo Stato: se non sono le sovvenzioni agli agricoltori , saranno i privilegi commerciali (i controlli all’importazione) a favore dell’industria siderurgica.

Nei sistemi europei, caratterizzati da sistemi a rappresentanza proporzionale, gli accordi sono raggiunti a livello parlamentare. Nelle intese in cui il vincitore può imporsi solo con una maggioranza relativa, i partiti antagonisti sono invece composti da coalizioni finalizzate alla ricerca della rendita parassitaria.

In America, il livello della spesa pubblica è notevolmente condizionato e stimolato, nella sua inarrestabile crescita, dall’imporsi delle dinamiche di logrolling.

Ad uno Stato, per ottenere la maggioranza in Congresso, che gli varrà l’accaparramento di qualche specifico beneficio federale, può sicuramente apparire opportuno assecondare le altrui richieste, aderendo ad una ben precisa logica di scambio di favori: ovviamente, il gravame complessivo della spesa non può che risentirne in maniera pregiudizievole. Inoltre, la pratica di spacciare come  “omnibus” taluni progetti di legge, infirma gravemente la facoltà di veto del Presidente (l’istituto del veto condizionato è stato respinto come incostituzionale dalla Corte Suprema), in quanto parti della proposta potrebbero comunque essere accolte, in forza di particolari motivi suscettibili di integrare un “pubblico interesse”. Di fatto, una democrazia funzionerebbe senz’altro meglio se i cittadini potessero votare direttamente in merito a specifiche e singole questioni, anziché delegare i loro rappresentanti ad esprimersi su un pacchetto indistinto di tematiche, approntato dai partiti politici. Contrariamente a quanto asserisce il conservatorismo tradizionale, la democrazia diretta costituisce senz’altro un miglior sistema di governo che la democrazia rappresentativa.

Un ulteriore elemento teso a favorire l’espansione ipertrofica dello Stato è da rinvenirsi nel fatto che i benefici di una misura o di un intervento sono estremamente concentrati, mentre i loro costi sono ampiamente diffusi. In effetti, se da un lato non sarebbero tante le persone in grado di avvertire il minor aumento delle tasse necessarie a sovvenzionare un privilegio,  dall’altro gli effetti per i suoi beneficiari sono immediati ed evidenti. Ciò che, inoltre, favorisce oltremodo il proliferare di speciali gruppi di pressione, votati alla ricerca della rendita parassitaria, è l’asimmetria informativa. I loro membri avranno infatti una maggiore conoscenza dei problemi particolari che stanno loro a cuore, più di quanto non l’abbiano tutti gli altri cittadini: essi vanteranno, pertanto, una posizione privilegiata nel condizionare le scelte dei governanti.

Questa situazione determina, per tutti, delle peggiori condizioni di vita. Ma è anche vero che ogni persona si trova vittima di un “dilemma del prigioniero”: nessuno, in altre parole, ha un incentivo razionale per uscire da un sistema da cui ottiene comunque qualche minimo beneficio, perché non potrà garantire che gli altri saranno così avveduti da fare la stessa cosa. Le cose potrebbe andare addirittura peggio di quanto vadano attualmente. Qualcosa di simile è successo in Australia negli anni ottanta. I costi dei sussidi statali erano così elevati che ben pochi potevano beneficiarne; ci fu, pertanto, un incentivo a sbarazzarsi, una volta e per tutte, di tutta una serie di vincoli. Ed è quello che fece il governo laburista.

Esiste una via d’uscita?

Forse in ragione del fascino esercitato dalla sua particolare connotazione emozionale, anche il più semplice atto con cui si tende a mettere in discussione  l’idea stessa di democrazia, viene bollato come “politicamente non corretto” e sostanzialmente messo al bando. Nel tempo, sono state evocate varie alternative, ma la maggior parte sono considerate impraticabili, a prescindere da quale sia la loro logica concettuale. Come suggerito in precedenza, un approccio efficace, paradossalmente, potrebbe essere quello di chiedere “più democrazia”, rimettendo direttamente il diritto di scelta ai cittadini, anziché ai loro rappresentanti eletti. È chiaro che l’erosione delle forze di mercato sia avvenuta in concomitanza e per via dell’adozione di un ideale democratico che impone ben pochi vincoli ai governanti. Non vi è dubbio che un candidato alla Presidenza non lo ammetterebbe mai, ma al momento è piuttosto facile conseguire il potere politico: basta ottenere circa il 50 per cento dei votanti, e non degli elettori, in una corsa a due per la poltrona. E la cosa diventa ancor più facile in ordinamenti caratterizzati dalla presenza di una moltitudine di partiti.
È sicuramente vero che in America esiste una Costituzione, ma i suoi limiti originari sono praticamente scomparsi. D’altro canto, ci si chiede come le “guarentigie costituzionali” possano mai essere efficaci nell’era della democrazia di massa. Il più grave pregiudizio a questa concezione è stato arrecato dalla perdita del senso del federalismo più autentico. Il Decimo Emendamento, che è stato ideato per preservare l’integrità dei singoli Stati, sta ormai perdendo del tutto vigore, e il governo federale di Washington ha assunto compiti e responsabilità, del tutto inimmaginabili per i Padri Fondatori.

Ad ogni modo, vale sempre la pena  fare dei ragionamenti sulla tipologia di riforme istituzionali  che potrebbero preservare i diritti individuali e lo stesso mercato. La Svizzera è riuscita sinora a resistere agli eccessi degli “assalti alla diligenza”, proprio perché ha fatto leva sino in fondo sui suoi principi costituzionali. Gli emendamenti alla Costituzione sono infatti stati approvati dalla maggioranza dei Cantoni e dalla maggioranza degli elettori; i cittadini possono richiedere un referendum su ogni legge approvata dal parlamento federale; e ci sono una serie di altri meccanismi istituzionali per preservare la libertà dei singoli. Al momento, i Cantoni  spendono ancora molto più di quanto non faccia il governo federale, e gli elettori regolarmente resistono alle pretese dei loro governanti, votando contro qualsiasi iniziativa che possa essere riconducibile agli intendimenti dirigistici dell’Unione europea. I loro governanti tendono a promuovere l’ideale dell’Unione, propriamente perché essa costituisce un paradiso per tutti i parassiti, alla ricerca di rendite politiche.
Tutto questo potrebbe sembrare sin troppo blando, agli occhi di chi ha compreso in cosa consista realmente la democrazia. Anche i vincoli istituzionali che si ravvisano nella Confederazione elvetica, e tesi a contenere l’espansione dello Stato, non possono propriamente dirsi insormontabili; in taluni frangenti, di fatto, non sono riusciti a resistere agli attacchi portati dai fautori di un maggior centralismo. Ma essi costituiscono, ad ogni modo, un modello in grado di scalfire l’edificio eretto sulla regole della maggioranza  e della sovranità quasi illimitata.

 

[1]   Si rimanda a Norman Barry, An Introduction to Modern Political Theory (London: Macmillan, 2000), pp. 284-87.

[2]  Joseph Schumpeter, Capitalism, Socialism and Democracy (London: Allen and Unwin, 1954).

[3] Ibid., p. 229.

[4]   Kenneth Arrow, Social Choice and Individual Values (New York: Wiley, 1963).

[5]     Si veda Norman Barry, “The Stakeholder Concept of Corporate Control Is Illogical and Impractical,” The Independent Review, Spring 2002, pp. 541-54.

 

Articolo di Norman Barry su The Freeman.

Traduzione di Cristian Merlo.

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Perché lo Stato vuole il Controllo della Moneta

Mar, 16/04/2013 - 11:00

Immagina di essere al comando dello Stato, inteso come un’istituzione che ha il monopolio territoriale della decisione ultima in ogni disputa, incluse quelle che coinvolgono lo Stato stesso ed i suoi agenti e, per implicazione, che possiede il diritto di tassare, ovvero di determinare unilateralmente il prezzo che ogni suo suddito deve pagarti affinché tu possa esercitare il compito di decisore finale.

Agire sotto questi vincoli o, piuttosto, in assenza di vincoli, è ciò che costituisce la politica e l’azione politica e dovrebbe essere chiaro, sin dal principio che la politica, per sua vera natura, è sempre un male. Non dal tuo punto di vista, naturalmente, ma per coloro che sono soggetti alle tue regole come giudice ultimo. Prevedibilmente, userai la tua posizione per arricchirti alle spalle degli altri.

Più specificamente, possiamo prevedere in particolare quale sarà la tua attitudine e la tua politica per quanto riguarda il denaro e il sistema bancario.

Assumi di comandare su un territorio che si è sviluppato oltre la fase primitiva del baratto, dove c’è quindi in uso un comune mezzo di scambio: il denaro.

Prima di tutto, è facile comprendere perché saresti particolarmente interessato nel denaro e negli affari monetari: come detentore del potere statuale, in linea di principio, sei nelle condizioni di poter confiscare qualsiasi cosa tu voglia e ricavare per te un’ infinità di beni.

Ma piuttosto che confiscare i vari prodotti o beni di consumo, naturalmente preferirai confiscare del denaro. Perché il denaro, essendo il bene più facilmente scambiabile, ti permette di spendere il tuo ricavo, così da acquistare facilmente la più grande varietà di beni di consumo con la massima libertà e piacimento.

E’ fondamentale allora che le tasse che imporrai alla società siano pagate in forma di denaro, siano esse sulla proprietà oppure sul reddito. Infatti il tuo obiettivo sarà sempre quello di tentare di massimizzare i ricavi dalle tasse.

In questo tentativo, tuttavia, non potrai fare a meno di incontrare delle difficoltà piuttosto complicate. Inevitabilmente, i tuoi tentativi di aumentare continuamente i ricavi dalle tasse incontreranno un limite: tasse più alte, ad un certo punto, non comportano ricavi più alti ma ricavi più bassi.

Il tuo ricavo, il tuo denaro da spendere, diminuisce, perché i produttori, vessati da una aliquota fiscale sempre maggiore, semplicemente producono di meno.

In questa situazione, ti rimane solo un’altra opzione per aumentare o almeno per tentare di mantenere costante il tuo attuale livello di spesa: prendere a prestito i soldi che non riesci ad ottenere tramite le tasse.

Per fare questo devi andare dalle banche; da qui nasce il tuo particolare interesse per le banche e l’industria bancaria. Se prendi in prestito del denaro, queste ultime si prenderanno automaticamente un interesse sui tuoi ricavi futuri. Esse vorranno che tu rimanga nel business, vorranno che lo Stato continui nella sua attività di sfruttamento. E dato che le banche tendono a diventare grandi attori nella società, il loro supporto ti sarà sicuramente di aiuto.

D’altra parte però, come elemento negativo, se prendi in prestito del denaro dalle banche tu non solo dovrai restituirlo, ma dovrai anche pagare un interesse.

La domanda nasce spontanea data la tua posizione apicale: come posso liberarmi da queste restrizioni, dalla limitazione ai ricavi dovuta all’aumento dell’aliquota fiscale e dalla necessità di farmi prestare il denaro dalle banche dovendo però pagare un interesse?

Non è molto difficile vedere quale sarà la soluzione definitiva al tuo problema.

Puoi ottenere la desiderata indipendenza sia dai cittadini, che pagano le tasse, che dalle banche solo se crei il monopolio territoriale di produttore di denaro.

Sul tuo territorio, sei l’unico cui è permesso produrre denaro.

Ma questo non è ancora sufficiente; il denaro è un bene che, per essere prodotto, comporta necessariamente grandi spese: devi aspettarti di dover sostenere grandi costi per la sua produzione.

Molto più efficace sarebbe, invece, utilizzare la tua posizione di monopolista per abbassare i costi di produzione e la qualità del denaro sino ad arrivare vicino al costo zero!

Invece di una moneta di qualità così alta e quindi costosa come l’oro o l’argento, sarebbe meglio se sostituissi a questi un bel pezzo di carta senza valore che potrebbe essere prodotto praticamente a costo zero (normalmente, nessuno accetterebbe come mezzo di pagamento un pezzo di carta; sono accettati come pagamenti solo se sono dei titoli di qualcos’altro, titoli su qualche proprietà reale. In altre parole,dovresti sostituire pezzi di carta che erano titoli su denaro vero, su un bene reale, con pezzi di carta che siano titoli su niente).

In un’eventuale condizione competitiva, se ognuno fosse libero di produrre il proprio denaro, denaro che potrebbe essere prodotto a costo zero, è facile prevedere che tale denaro sarebbe prodotto in quantità tale da arrivare al limite dell’uguaglianza del ricavo marginale con il costo marginale e, dato che il costo marginale sarebbe pari a zero seguirebbe che anche il ricavo marginale, cioè il potere di acquisto di questo ultimo denaro, sarebbe zero!

Da qui deriva la necessità di avere, da parte tua, il monopolio della produzione del denaro di carta, cosi da restringere l’offerta ed evitare le condizioni dell’iperinflazione e la sparizione improvvisa e totale del denaro dal mercato (una fuga nei “valori reali”), tenendo presente che più si stampa denaro di carta più il suo potere d’acquisto diminuisce.

In una certa maniera, tu sei riuscito ad ottenere quello che tutti gli alchimisti e i loro accoliti hanno sempre tentato: hai prodotto qualcosa di valore (denaro con un potere d’acquisto) da qualcosa che praticamente non ha nessun valore. Che impresa!

A te non costa praticamente niente, e puoi andare in giro a comprare beni di grande valore, come una casa oppure una Mercedes; e puoi ottenere questi meravigliosi risultati non solo per te stesso ma anche per i tuoi amici e accoliti che, improvvisamente, scopri essere molti più di quanti pensassi (compresi molti economisti, che spiegano perché il tuo monopolio è essenzialmente qualcosa di buono e positivo per tutti).

Ma quali sono gli effetti?

Innanzitutto più denaro di carta in circolazione non influisce in alcun modo sulla qualità e quantità dei beni non monetari. Ci sono esattamente tanti beni e servizi quanti ne esistevano prima. Questa considerazione smentisce immediatamente la nozione, apparentemente considerata giusta da molti se non tutti i principali economisti, che “più” denaro possa in qualche maniera aumentare “la ricchezza sociale”.

Credere ciò, come fa chi propone quale via d’uscita efficiente e “socialmente responsabile” dai problemi economici la cosiddetta politica di “stimolo monetario”, equivale a credere nella magia: che le pietre, o piuttosto la carta, possano essere trasformate in pane!

Piuttosto, la moneta addizionale che hai stampato avrà due effetti di cui tener conto.

Da una parte, i prezzi saranno più alti di quanto lo sarebbero stati altrimenti e il potere d’acquisto di ogni unità monetaria si abbasserà.

In una parola, il risultato sara l’inflazione.

Più importante, tuttavia, sarà l’effetto redistributivo: tutta questa nuova massa di denaro non aumenta (o diminuisce) il totale dell’attuale ricchezza sociale (la quantità totale di tutti i beni della società), ma redistribuisce la ricchezza esistente in favore tuo e di chi ti è vicino, in favore cioè di coloro che ricevono prima il nuovo denaro. Tu ed i tuoi amici diventate più ricchi (aumentate la vostra ricchezza acquisendo una certa parte della ricchezza totale) alle spese degli altri (che diminuiscono la loro parte di ricchezza totale).

Il problema, per te ed i tuoi amici, di questa decisione istituzionale non è il suo funzionamento: infatti, funziona perfettamente, sempre a tuo (e dei tuoi amici) vantaggio e sempre alle spese degli altri!

Tutto quello che devi fare è evitare l’iperinflazione.

Perché in quel caso la gente eviterebbe di utilizzare il tuo denaro e correrebbe nel rifugio dei “beni reali”, togliendoti così la bella bacchetta magica. Il problema del monopolio del denaro di carta, se proprio bisogna trovarne uno, sta nell’estensione immediata della fuga verso i beni reali a tutta la società; il tuo operare verrebbe riconosciuto per la criminale rapina quale effettivamente è.

Ma questo problema può essere superato se, in aggiunta al monopolio della produzione di denaro, assumi la veste di banchiere ed entri nel business, fondando una bella banca centrale.

Adesso puoi creare dal niente anche del credito (senza avere prima risparmiato); sei in grado di poter offrire prestiti a condizioni migliori di chiunque altro, addirittura a tassi d’interesse pari a zero (o perfino negativi). Con questa nuova facoltà, non solo hai eliminato la tua vecchia dipendenza dalle banche e dall’industria bancaria; avrai ottenuto molto di più: renderai le banche dipendenti da te, potrai forgiare un’alleanza e una complicità permanente tra le banche e lo Stato.

Addirittura potrai evitare di essere direttamente coinvolto nel business del credito creato; quest’incombenza, insieme al rischio connesso con essa, puoi tranquillamente lasciarla nelle mani delle banche commerciali.

Quello che tu e la tua banca centrale dovrete fare sarà solo creare credito dal nulla e prestare questo denaro ad un tasso inferiore a quello di mercato alle banche commerciali. Invece di pagare tu l’interesse alle banche, saranno le banche a pagarlo a te!

E le banche, a loro volta, presteranno il nuovo credito ai loro amici ad un interesse appena maggiorato, ma sempre al di sotto di quello di mercato (per guadagnare dalla differenza tra i due tassi).

In aggiunta, per far sì che le banche siano particolarmente disponibili a lavorare con te, permetterai l’ulteriore creazione di una certa quantità di credito (moneta in assegni) collegati alla tua emissione precedente (il sistema bancario a riserva frazionaria).

Quali sono le conseguenze di questa politica monetaria?

Per gran parte, sono le stesse di quelle della politica di moneta facile: per prima cosa, una politica monetaria facile è inflazionaria. Quando si mette in circolazione più denaro i prezzi saranno più alti e il potere d’acquisto sarà più basso.

Secondo, anche l’espansione del credito non ha nessun effetto sulla quantità e qualità dei beni reali attualmente in esistenza. Né li aumenta né li diminuisce. Più denaro equivale, semplicemente, a più carta. Non fa e non farà crescere di una virgola la ricchezza sociale.

Terzo, il credito facile causerà una sistematica redistribuzione della ricchezza sociale a favore tuo e della banca centrale con il suo cartello di amici: riceverai un ricavo dall’interesse pagato sul denaro che hai creato praticamente a costo zero (al posto del denaro risparmiato con sacrificio da un vero ricavo precedente) e così faranno le banche, che potranno ricevere un interesse dai prestiti creati.

Sia tu che i tuoi amici banchieri vi approprierete di un ricavo  “non guadagnato”: vi arricchirete alle spalle dei risparmiatori di denaro “reale” (che ricevono un interesse più basso di quello che avrebbero ricevuto in assenza del denaro creato dal nulla ed immesso nel mercato del credito).

Dall’altra parte, c’è un altra fondamentale differenza tra una politica di moneta facile, stampa e spendi e una di credito facile, stampa e presta.

Prima di tutto, una politica di credito facile altera la struttura di produzione, ovvero cosa si produce e chi produce, in maniera decisamente significativa.

Tu, il capo della banca centrale, puoi creare credito dal nulla. Tu non devi risparmiare denaro dai tuoi ricavi, non devi tagliare prima le tue spese, non devi astenerti dal comprare determinati beni di consumo reali (così come deve fare ogni persona normale se vuole prestare del credito a qualcuno). Devi semplicemente accendere la stampante e fissare il tasso d’interesse sotto quello richiesto dai prestatori sul mercato.

Abbassare l’interesse sul tuo prestito non comporta nessun sacrificio da parte tua (ecco perché questa istituzione piace così tanto).

Se le cose vanno bene, riceverai comunque un interesse positivo sul tuo prestito, se invece le cose non andranno bene, potrai sempre coprire le perdite in modo più semplice di chiunque altro: stampando una quantità addizionale di denaro di carta.

Senza costi e senza nessun rischio personale di perdite, puoi prestare del credito in modo indiscriminato a chiunque e per qualsiasi scopo, senza preoccuparti della solvibilità del debitore o della qualità del suo business plan. A causa del credito facile, certe persone (in particolare i banchieri d’affari), che altrimenti non avrebbero le qualità sufficienti per ottenere credito, e certi progetti (in particolare quelli delle banche e dei loro clienti più importanti), che non sarebbero considerati profittevoli e troppo rischiosi,  otterranno credito e verranno finanziati!

Essenzialmente, la stessa cosa accade alle banche commerciali all’interno del cartello bancario. Grazie alla loro speciale relazione con te, essendo coloro che ricevono per primi il prestito, anche queste banche potranno offrire credito dal nulla ai loro clienti ad un tasso d’interesse più basso di quello di mercato; e se le cose andranno bene per loro, andranno bene anche per le banche, se invece no, esse potranno sempre affidarsi a te, al monopolista della produzione del denaro, per lasciarsi salvare così come faresti tu in caso di necessità: stampando più denaro di carta.

Di conseguenza, anche da parte delle banche mancherà la necessaria attenzione nella selezione dei clienti e dei loro business plan e questa leggerezza le porterà a finanziare persone “sbagliate” e progetti “sbagliati”.

E c’è una seconda significativa differenza tra la politica stampa e spendi e quella stampa e presta che spiega perché la redistribuzione a favore tua e dei tuoi amici banchieri, messa in moto dal credito facile, prende la forma di un momentaneo ciclo di boom-bust, cioè di una fase iniziale di generale prosperità (di una generale aspettativa di aumento dei redditi e di ricchezza futura) seguita da una fase di generale impoverimento (quando la prosperità della fase di boom si rivela essere una mera illusione).

La fase di boom-bust è la conseguenza logica, fisicamente necessaria, del credito creato dal nulla, del credito non corrispondente ad un pari risparmio antecedente, del credito fiduciario (o come vogliamo denominarlo) e del fatto che ogni investimento richiede tempo e può mostrare il suo successo successo solo più tardi, in un determinato momento nel futuro.

La ragione del ciclo economico é tanto elementare quanto fondamentale.

Robinson Crusoe può dare in prestito a Venerdì del pesce (che non ha consumato). Venerdì può convertire questo prestito in una rete da pesca (ovvero può sostenersi mangiando il pesce mentre costruisce la rete), e con questa rete Venerdì, in linea di principio, potrà essere nelle condizioni di ripagare il prestito a Robinson, più l’interesse e avere ancora del pesce addizionale come profitto.

Ma questo processo è fisicamente impossibile se il prestito di Robinson è fatto solo di denaro di carta, una ricevuta dove c’e solo scritto “pesce”, ma che non corrisponde a pesce reale, dal momento che Robinson  non ha risparmiato niente, avendolo invece consumato (si è mangiato il pesce e ha dato a Venerdì un pezzo di carta con la scritta “pesce”!).

Quindi, necessariamente, Venerdì non potrà che fallire nel suo tentativo d’investimento.

In una economia semplice come quella del baratto, questa verità è immediatamente visibile. Venerdì non accetterebbe mai del credito sotto forma ricevute cartacee (ma solo credito cui corrispondono valori reali) e, per questo motivo, il ciclo economico non avrebbe mai inizio!

Ma in una economia complessa come quella monetaria, il fatto che il credito sia stato creato dal nulla con denaro di carta non è evidente: le banconote di denaro dal nulla date a credito sono esattamente uguali alle altre (quelle create con il risparmio vero) e, per questo motivo, esse sono accettate da coloro che prendono a prestito (Venerdì).

Ma questo non cambia la verità fondamentale: niente può essere prodotto da niente e progetti d’investimento intrapresi senza un finanziamento reale (derivante da risparmio reale) devono fallire. Ma questo spiega anche perché la fase di boom, una fase di crescita del livello degli investimenti accompagnato dalle aspettative generalizzate di un aumento dei redditi e della ricchezza può avere inizio (Venerdì infatti accetta le note con la scritta “pesce” invece di rifiutarle immediatamente).

Questo spiega anche perché ci vuole del tempo prima che la realtà fisica venga fuori e riveli come illusorie certe aspettative.

Ma cosa significa per te, capo dello Stato, una piccola crisi? Proprio perché il tuo cammino verso il potere avviene tramite crisi ripetute, causate dal tuo regime di denaro di carta e dalle politiche della banca centrale, dal tuo punto di vista questo sistema di stampa e presta, che redistribuisce a favore tuo e dei tuoi amici banchieri, anche se meno immediato ed efficace di quanto possa essere il sistema più semplice di stampa e spendi, è ancora largamente preferibile a quest’ultimo, perché molto più difficile da individuare e da comprendere per ciò che veramente è!

Piuttosto che essere riconosciuta come una pura e semplice truffa organizzata da un parassita, perseguendo una politica di credito facile puoi pretendere addirittura di essere visto come qualcuno impegnato nell’altruistico obiettivo di “investire nel futuro” (piuttosto che spendere nelle frivolezze quotidiane) e nel curare la crisi economica (piuttosto che nell’averla causata).

In che meraviglioso mondo viviamo!

Articolo originale di Hans Hermann Hoppe su Mises.org

Traduzione a cura di Niccolo Viviani

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Mercato e concorrenza – Lezione alla Scuola di Liberalismo di Torino 2013

Lun, 15/04/2013 - 10:00

Mercato e Concorrenza: ordine spontaneo e processo di scoperta. Uno sguardo al concetto di mercato e concorrenza sulle orme di Friedrich Hayek. Il tutto seguendo la storia di una semplice matita di grafite raccontata dalle parole di Leonard E. Read.

Questo è stato il tema della mia lezione inaugurale alla Scuola di Liberalismo di Torino, edizione 2013. Buona Visione.

 

 

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