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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 27 min 42 sec fa

Brevetti e diritti d’autore

Ven, 19/12/2014 - 08:00

Venendo ora a parlare di brevetti e diritti d’autore, ci chiediamo: quale dei due, se ce ne è uno, è in accordo con il puro libero mercato, e qual è un privilegiato monopolio concesso dallo Stato? In questo capitolo abbiamo analizzato gli aspetti economici del puro libero mercato, dove un individuo e la sua proprietà non sono soggetti a molestie. È dunque importante decidere se i brevetti o i diritti d’autore persisterebbero in una società puramente libera e non invasiva, o se piuttosto essi siano una funzione dell’ingerenza governativa.

Circa tutti gli scrittori hanno trattato come appartenenti allo stesso gruppo i brevetti e i diritti d’autore. I più hanno considerato entrambi come concessioni di un privilegio monopolistico esclusivo conferito dallo Stato; alcuni hanno considerato entrambi come parte o pacchetto annesso ai diritti di proprietà in un libero mercato. Ma all’incirca tutti hanno considerato i brevetti e i diritti d’autore come equivalenti: i primi conferirebbero un diritto di proprietà esclusivo nel campo delle invenzioni meccaniche, gli altri in quello delle creazioni letterarie. [93] Tuttavia, questo raggruppamento dei brevetti e dei diritti d’autore è completamente fallace: i due sono completamente diversi in relazione al libero mercato.

È vero che un brevetto e un diritto d’autore sono entrambi diritti di proprietà esclusiva, ed è anche vero che entrambi sono diritti di proprietà nel campo delle innovazioni. Ma c’è una differenza cruciale nella loro applicazione legale. Se un autore o un compositore crede che il suo diritto d’autore sia stato violato e se prende un provvedimento legale, egli deve “provare che l’accusato abbia avuto ‘accesso’ al lavoro che si dice essere stato plagiato. Se l’accusato produce qualcosa di identico al lavoro del querelante per pura coincidenza, allora non c’è plagio.” [94] In altre parole, i diritti d’autore sono fondati sulla persecuzione del furto implicito. Il querelante deve provare che l’accusato abbia rubato la creazione del primo riproducendola e vendendola egli stesso, violando il suo contratto, o di chiunque altro, stipulato con il venditore originale. Ma se il difensore giunge indipendentemente alla stessa creazione, il querelante non ha alcun privilegiato diritto d’autore che possa impedire al querelato di usare e vendere il suo prodotto.
D’altro canto, i brevetti sono completamente diversi. Infatti:

[Ipotizziamo che] tu abbia brevettato la tua invenzione e che tu legga sul giornale una notizia che dice che John Doe, il quale vive in una città 2000 miglia dalla tua, ha inventato un dispositivo identico o simile, e che egli ha autorizzato la compagnia EZ di produrlo. […] Né Doe né la compagnia EZ […] hanno mai sentito della tua invenzione. Tutti credono che Doe sia l’inventore di un dispositivo nuovo e originale. Essi potrebbero tutti essere colpevoli di violazione del tuo brevetto […] il fatto che la loro violazione sia avvenuta nell’ignoranza dei fatti veri ed in modo non intenzionale non costituisce una difesa. [95]

Dunque, il brevetto non ha niente a che fare con il furto implicito. Esso conferisce un privilegio esclusivo al primo inventore, e se chiunque altro dovesse, del tutto indipendentemente, inventare lo stesso macchinario o prodotto, o uno simile, al secondo inventore sarebbe impedito con la forza di mettere in produzione tale invenzione.

Abbiamo visto nel capitolo 2 che la cartina tornasole con la quale giudichiamo se una certa pratica o legge è consona o meno al libero mercato è questa: è la pratica che viene bandita un furto, sia esso implicito o esplicito? Se lo è, allora il libero mercato la metterebbe fuorilegge; altrimenti, la sua stessa messa fuori legge è un ingerenza governativa nel libero mercato. Consideriamo i diritti d’autore. Un uomo scrive un libro o compone della musica. Quando pubblica il libro o lo spartito musicale egli stampa in prima pagina la parola “copyright”. Questo indica che qualunque uomo che accetti di comprare quel prodotto accetta anche come parte dello scambio di non ricopiare o riprodurre quel lavoro per venderlo. In altre parole, l’autore non vende interamente la sua proprietà al compratore; egli la vende sotto la condizione che il compratore non la riprodurrà per fini di lucro. Poiché il compratore non compra l’intera proprietà, ma solo a questa condizione, qualsiasi sua violazione del contratto, o di qualunque compratore successivo, è un furto implicito e sarà trattato come tale dal libero mercato. Il diritto d’autore è perciò un logico espediente del diritto di proprietà nel libero mercato.

Parte della protezione oggigiorno ottenuta da un inventore grazie ai brevetti potrebbe essere raggiunta in un libero mercato da un tipo di protezione di “diritto d’autore”. Così, oggi gli inventori devono marchiare le loro macchine come brevettate. Il marchio pone i compratori a conoscenza del fatto che l’invenzione è brevettata e che non possono vendere tale articolo. Ma lo stesso può essere fatto per estendere il sistema dei diritti d’autore, e senza brevetti. In un puro libero mercato, l’inventore potrebbe marchiare la sua macchina con la scritta copyright e, dunque, chiunque comprasse tale macchina la comprerebbe a condizione di non riprodurla o venderla a scopo di lucro. Qualsiasi violazione di questo contratto costituirebbe un furto implicito e sarebbe perseguito in accordo con il libero mercato.

Il brevetto non è compatibile con il libero mercato precisamente fino al punto in cui oltrepassa il diritto d’autore. L’uomo che non ha comprato una macchina (NdT: e non l’abbia vista in precedenza. Vedi Knowledge, True and False, M.N. Rothbard) e che arriva alla stessa invenzione indipendentemente, potrà, in un libero mercato, perfettamente usare e vendere la sua invenzione. I brevetti impediscono ad un uomo di usare la sua invenzione anche se l’intera proprietà è sua e non ha rubato alcuna invenzione al primo inventore, né esplicitamente né implicitamente. Dunque, i brevetti sono privilegi monopolistici esclusivi concessi dallo Stato e sono invasivi nei confronti dei diritti di proprietà nel mercato.

La distinzione cruciale tra brevetti e diritti d’autore, dunque, non è quella per cui gli uni si riferiscono a prodotti di meccanica e gli altri ad opere letterarie. Il fatto che essi siano stati applicati in questo modo è una coincidenza storica e non mostra la cruciale differenza tra i due. [96] Questa differenza cruciale risiede nel fatto che il diritto d’autore è un attributo logico dei diritti di proprietà nel libero mercato, mentre il brevetto è un’invasione monopolistica di tale diritto.

L’applicazione dei brevetti alle invenzioni meccaniche e dei diritti d’autore alle opere letterarie è particolarmente inappropriata. Sarebbe più aderente al libero mercato se fosse il contrario, perché le creazioni letterarie sono prodotti unici dell’individuo: è praticamente impossibile che vengano duplicati indipendentemente da qualcun altro. Dunque, un brevetto, invece che un diritto d’autore, per le produzioni letterarie farebbe una piccola differenza in pratica. D’altro canto, le invenzioni meccaniche sono scoperte delle leggi naturali piuttosto che creazioni individuali, e dunque invenzioni simili create indipendentemente si registrano in continuazione. [97] La contemporaneità delle invenzioni è un fatto storicamente famigliare. Quindi, se si desidera mantenere un libero mercato, è particolarmente importante permettere i diritti d’autore, ma non i brevetti per le invenzioni meccaniche.

La common law è spesso stata una buona guida alla legge in accordo col libero mercato. Quindi non sorprende che il diritto d’autore nella common law prevalga per i manoscritti letterari non pubblicati, mentre non esista una cosa simile ad un brevetto. In common law l’inventore ha anche il diritto di non rendere pubblica la sua invenzione e mantenerla al sicuro da furto, ovvero, egli ha l’equivalente della protezione del diritto d’autore per invenzioni non rese pubbliche.

Nel libero mercato non ci sarebbero quindi cose come i brevetti. Comunque, ci sarebbero diritti d’autore per qualsiasi inventore o creatore che ne faccia uso, e questo diritto d’autore sarebbe perpetuo, non limitato ad un certo numero di anni. Ovviamente un bene, per essere completamente proprietà di un individuo, deve essere permanentemente ed in modo perpetuo di proprietà dell’uomo e dei suoi eredi e affidatari. Se lo Stato decreta che la proprietà di un uomo cessa ad una certa data, questo significa che lo Stato è il vero proprietario e che esso semplicemente garantisce all’uomo l’uso della proprietà per un certo periodo di tempo. [98]

Alcuni difensori dei brevetti affermano che non sono privilegi monopolistici, ma semplicemente diritti di proprietà sulle invenzioni o anche sulle “idee”. Ma, come abbiamo visto, il diritto di proprietà di chiunque è difeso, nella legge libertaria, senza un brevetto. Se qualcuno ha un’idea o un piano e costruisce un’invenzione, e questa viene rubata dalla sua casa, la rapina è un atto di furto illegale secondo la legge generale. D’altro canto, i brevetti in realtà invadono i diritti di proprietà di quei scopritori indipendenti di un’idea o di un’invenzione che abbiano fatto la scoperta dopo che il brevetto sia stato registrato. Quindi, i brevetti sono invasori piuttosto che difensori dei diritti di proprietà. L’apparente pretestualità di questa argomentazione secondo cui i brevetti proteggono i diritti di proprietà sulle idee è dimostrata dal fatto che non tutte, ma solo certi tipi di idee originali, certi tipi di innovazioni, sono considerate brevettabili.

Un altro argomento diffuso in favore dei brevetti è che la “società” sta semplicemente facendo un contratto con l’inventore per comprare il suo segreto, cosicché la “società” potrà usarlo. In primo luogo, la “società” potrebbe pagare un sussidio diretto, o un certo prezzo, all’inventore; non dovrebbe impedire a tutti i seguenti inventori di commercializzare le loro invenzioni in quel campo. In secondo luogo, non c’è nulla nell’economia libera che impedisca ad un qualsiasi individuo o gruppo di individui di acquistare invenzioni segrete dai loro creatori. Non è necessario un brevetto monopolistico.

L’argomento in favore dei brevetti più diffuso tra gli economisti è quello utilitaristico secondo cui un brevetto per un certo numero di anni sarebbe necessario per incoraggiare una quantità sufficiente di spese di ricerca per le invenzioni e le innovazioni nei procedimenti industriali e di produzione.

Questo è un argomento curioso, perché sorge spontanea una domanda. Secondo quale standard si giudicano le spese per la ricerca “troppo onerose”, “troppo poche”, o in quantità sufficiente? Questo è un problema affrontato da qualsiasi attività di intervento governativo nella produzione del mercato. Le risorse – le terre e i lavoratori migliori, i beni capitali, il tempo – in una società sono limitate, e potrebbero essere usate per un’innumerevole quantità di fini diversi. Secondo quale standard qualcuno afferma che alcuni usi sono “eccessivi”, che certi altri sono “insufficienti”, ecc.? Qualcuno osserva che ci sono piccoli investimenti in Arizona, ma grandi affari in Pennsylvania; indignato, egli afferma che l’Arizona merita più investimenti. Ma quali standard può usare per fare tale affermazione? Il mercato ha uno standard razionale: le più alte entrate economiche ed il più alto profitto; obiettivi che possono essere raggiunti solo massimizzando il servizio che tende a soddisfare i desideri del consumatore. Questo principio del massimo servizio offerto ai consumatori e, parimenti, ai produttori – ovvero, a chiunque – governa l’apparentemente misteriosa allocazione di risorse del mercato: quanto dedicare ad una ditta o ad un’altra, ad un’area o un’altra, al presente o al futuro, ad un bene o ad un altro, alla ricerca rispetto ad altre forme di investimento. Ma l’osservatore che critica questa allocazione potrebbe non avere alcuno standard razionale per la decisione; egli ha solo il suo capriccio arbitrario. Questo è specialmente vero per quanto riguarda le critiche in relazione alla produttività. Qualcuno che rimprovera i consumatori per comprare troppi cosmetici potrebbe avere, giustamente o meno, una qualche base razionale per la sua critica. Ma uno che pensa che di più o di meno di una certa risorsa dovrebbe essere usata in una certa maniera o che le ditte commerciali sono “troppo grandi” o “troppo piccole” o che si spende troppo o troppo poco in ricerca o viene investito in una nuova macchina, può non avere alcuna base razionale per la sua critica. In breve, i commerci stanno producendo per il mercato, guidati dalle ultime valutazioni dei consumatori su quel mercato. Gli osservatori esterni possono criticare le valutazioni finali dei consumatori se scelgono – sebbene essi interferiscano con il consumo basandosi su queste valutazioni, e impongano una perdita di utilità ai consumatori – ma non possono criticare legittimamente i mezzi: le relazioni produttive, i fattori di allocazione, ecc., con cui questi fini sono serviti.

I fondi capitali sono limitati e devono essere allocati per vari usi, uno dei quali sono le spese per la ricerca. Nel mercato, decisioni ponderate sono prese nell’allocare fondi per la ricerca, in accordo con la miglior attesa imprenditoriale di un futuro incerto. Incoraggiare in modo coercitivo i fondi alla ricerca distorcerebbe ed ostacolerebbe la soddisfazione dei consumatori e dei produttori nel mercato.

Molti difensori dei brevetti credono che le ordinarie condizioni competitive del mercato non incoraggino abbastanza l’adozione di nuovi processi e che dunque le innovazioni debbano essere promosse coercitivamente dal governo. Ma il mercato decide sul tasso di introduzione di nuovi processi così come decide sul tasso di industrializzazione di una nuova area geografica. Infatti, questa argomentazione in favore dei brevetti è molto simile a quello sul(la regolamentazione del)le tariffe delle industrie-appena-nate – ovvero, argomentazione secondo cui i processi di mercato non sono sufficienti per permettere l’introduzione di nuovi processi degni di nota. E la risposta ad entrambi questi argomenti è la stessa: che le persone devono bilanciare la maggior produttività dei nuovi processi contro il costo di installarli, ovvero contro il vantaggio posseduto dai vecchi processi per il fatto di essere già stati costruiti ed esistere. Privilegiando coercitivamente l’innovazione smantellerebbe inutilmente piani validi già esistenti, e imporrebbe un carico eccessivo sui consumatori. In questo modo i desideri dei consumatori non sarebbero soddisfatti nel modo più economico.

Non è affatto auto-evidente che i brevetti incoraggino una crescita della quantità assoluta di fondi per la ricerca. Ma certamente i brevetti distorcono il tipo di ricerca verso cui i fondi vengono indirizzati. Difatti, mentre è vero che il primo scopritore beneficia a causa del privilegio concessogli, è anche vero che i suoi concorrenti sono esclusi dalla produzione in quell’area del brevetto per molti anni. E poiché un brevetto può basarsi su di un altro ad esso collegato nello stesso campo, i concorrenti possono spesso essere scoraggiati indefinitamente dall’allocare ulteriori risorse nell’area generalmente coperta da tale brevetto. Inoltre, il brevettante è egli stesso scoraggiato dall’intraprendere ulteriori ricerche in tale campo, dato che il privilegio concessogli gli permette di sedersi sugli allori per l’intero periodo di durata del brevetto, con l’assicurazione che nessun concorrente potrà sconfinare nel suo terreno. L’incitamento dovuto alla concorrenza per sviluppare ulteriori ricerche è soppresso. Le spese per la ricerca sono quindi oltre-stimolate nei primi passi prima che chiunque ottenga un brevetto, e sono eccessivamente ristrette nel periodo dopo che il brevetto è stato ricevuto. In aggiunta, alcune invenzioni sono considerate brevettabili, mentre altre no. Il sistema dei brevetti dunque ha l’ulteriore effetto di stimolare artificialmente le spese per la ricerca nelle aree brevettabili, mentre restringe artificialmente la ricerca nelle aree non brevettabili.

I produttori non hanno affatto favorito in modo unanime i brevetti. R.A. Macfie, guida del fiorente movimento inglese per l’abolizione dei brevetti durante il XIX secolo, era presidente della Camera di Commercio di Liverpool. [99] Il produttore I.K. Brunel, prima di una riunione della House of Lords, condannò l’effetto dei brevetti nello stimolare sprechi nello spendere le risorse su ricerche per invenzioni brevettabili non sperimentate. Risorse che si sarebbero potute usare meglio nel settore della produzione. E Austin Robinson ha messo in evidenza che molte industrie sono d’accordo con l’idea di non avere brevetti:

In pratica, l’imposizione di monopoli brevettati è spesso così difficile […] che i produttori concorrenti hanno preferito in alcune industrie mettere insieme i brevetti. In questo modo hanno cercato (di ottenere) una ricompensa sufficiente per coprire (le spese legate al)l’innovazione tecnica, […] avvantaggiandosi della priorità che di solito una sperimentazione precoce dà, e nei conseguenti buoni frutti che potrebbero nascere da ciò.[100]

Come Arnold Plant riassunse il problema delle spese per ricerche concorrenziali ed innovazioni:

Non può neanche essere assunto che gli inventori cessino di essere impiegati se l’impresa perde il monopolio sull’uso delle loro invenzioni. Le aziende li impiegano oggi per la produzione di invenzioni non brevettabili, e non lo fanno meramente per il profitto che tale priorità assicura. In una concorrenza attiva […] nessuna ditta può permettersi di rimanere indietro ai suoi rivali. La reputazione di un’azienda dipende dalla sua abilità di stare in testa, di essere la prima nel mercato a proporre nuovi miglioramenti nei suoi prodotti e nuove riduzioni nei loro costi. [101]

Infine, ovviamente, il mercato stesso fornisce una rotta facile ed efficace per coloro i quali sentono che non vengono fatte abbastanza spese in certe direzioni. Essi stessi possono fare queste spese per conto loro. Dunque, coloro che volessero vedere costruite e sfruttate più invenzioni sono liberi di unirsi insieme e sovvenzionare tale scopo in qualsiasi modo essi ritengano essere il migliore. In tale modo essi aggiungerebbero, come consumatori, risorse al campo della ricerca e dell’innovazione. E non forzerebbero altri consumatori a perdere utilità conferendo concessioni di monopolio né distorcendo le allocazioni del mercato. Le loro spese volontarie diventerebbero parte del mercato ed esprimerebbero le valutazioni conclusive del consumatore. Inoltre, i seguenti inventori non sarebbero limitati. I sostenitori di un’invenzione potrebbero raggiungere il loro scopo senza chiamare in causa lo Stato e senza imporre perdite ad un grande numero di persone.

Tratto da “Man, Economy and State with Power and Market” di Murray N. Rothbard, su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[93] Henry George fu una notevole eccezione. Vedi la sua eccellente discussione in Progress and Poverty (New York: Modern Library, 1929), p. 411 n.

[94] Richard Wincor, How to Secure Copyright (New York: Oceana Pub­lishers, 1950), p. 37.

[95] Irving Mandell, How to Protect and Patent Your Invention (New York: Oceana Publishers, 1951), p. 34.

[96] Questo può essere visto nel campo dei progetti, che possono essere sottoposto a diritto d’autore o brevetto.

[97] Per un accenno legale sulla corretta distinzione tra diritti d’autore e monopolio, vedi F.E. Skone James, “Copyright” in Encyclopedia Britannica (14th ed.; London, 1929), VI, 415–16. Per il punto di vista degli economisti del XIX secolo sui brevetti, vedi Fritz Machlup e Edith T. Penrose, “The Patent Controversy in the Nineteenth Century,” Journal of Economic History, maggio, 1950, pp. 1–29. Vedi anche Fritz Machlup, An Economic Review of the Patent System (Washington, D.C.: United States Government Printing Office, 1958).

[98] Ovviamente, non ci sarebbe niente che impedirebbe al creatore o ai suoi eredi dall’abbandonare volontariamente questo diritto di proprietà e farlo diventare di “pubblico dominio”, se così desiderano.

[99] Vedi l’illuminante articolo di Machlup e Penrose, “Patent Controversy in the Nineteenth Century,” pp. 1–29.

[100] Citato in Edith Penrose, Economics of the International Patent System (Baltimore: Johns Hopkins Press, 1951), p. 36; see also ibid., pp. 19–41.

[101] Arnold Plant, “The Economic Theory concerning Patents for Inventions,” Economica, February, 1934, p. 44.

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Gli Austriaci ti rovinano la vita: condannato a 20 anni di corsi!

Mer, 17/12/2014 - 07:00

Grazie ai tesserati del Mises Italia che mi hanno dato l’opportunità di seguire le lezioni direttamente dalla Mises Academy, mi è possibile approfondire peculiarmente la mia conoscenza delle tesi della Teoria Austriaca.

SOMMARIO

La possibilità che mi è stata offerta dai tesserati del Mises Italia rappresenta un’occasione unica per chi come me è letteralmente affamato di Teoria Austriaca. Sebbene io vi possa sembrare eccessivamente entusiasta di questa opportunità, vi assicuro che di fronte a voi non c’è una persona alla stregua di Faust. La conoscenza capillare dei vari argomenti trattati con dovizia di particolari da parte dei professori della Mises Academy rappresenta un trampolino di lancio per guadagnare prestigio e visibilità all’interno del panorama economico Austriaco italiano. Non solo perché avere accesso ai corsi dell’accademia forma in maniera completa lo studente, ma anche perché permette alla persona di poter comunicare il sapere Austriaco attraverso un ventaglio più ampio di concetti ed esempi.
I corsi messi a disposizione degli studenti trattano tutti gli argomenti che riguardano la tradizione Austriaca. Dalla filosofia alla storia, dalla storia dell’economia all’economia stessa, i corsi sono suddivisi in categorie facilmente accessibili. Non solo, ma il materiale messo a disposizione dello studente è davvero sconfinato. Libri gratuiti, video, file audio, sessioni di dialogo studente-professore rappresentano quanto di meglio possa offrire un istituto accademico dedicato all’insegnamento e alla piena comprensione della materia sostenuta.

COSA SI IMPARA

Fondamentalmente la lezione principale che qualsiasi studente apprende sin dall’inizio è questa: l’individuo è al centro degli studi economici, storici e filosofici. Ma più che l’individuo, le azioni dell’individuo. Ogni corso dà accesso ad un nuovo punto di vista che va ad ampliare questo concetto di partenza, presentando allo studente un corpo teorico includente un’epistemologia chiara e coerente. Il mio consiglio per i “novizi” è quello di seguire dapprima tutti i corsi del professor Robert Murphy. Oltre ad utilizzare un inglese fluente e di facile comprensione, inserisce in tutte le sue lezioni una mole pazzesca di esempi che permettono un apprendimento rapido degli argomenti trattati. La sua dialettica scherzosa e attenta ai dettagli permette allo studente di segure con agilità i video didattici in cui egli parla di teoria economica, materia che al solo sentire la maggior parte delle persone saluterebbe con uno sbadiglio.
Alla fine del corso è possibile sostenere un “esame” sotto forma di quiz e richiedere un certificato di partecipazione col quale rivendicare la propria conoscenza della materia. I libri di testo su cui studiare, inoltre, sono in formato .epub e .pdf. Consiglio il primo formato. Scaricando un ottimo programma di lettura come Calibre è possibile usufruire di materiale didattico altamente professionale e di facile assimilazione, la cui lettura scorrevole permette al lettore di leggerlo direttamente dal PC senza possederne una copia cartacea.
Ultima nota per i video: qualità audio e video discreta, nonostante ciò ampiamente comprensibili.

I VANTAGGI

Il vantaggio principale dell’usufruire dei corsi della Mises Academy è il riuscire a pensare come un economista. Soprattutto, il poter sviluppare quella mentalità che contraddisngue l’economista medio dal buon economista, come avrebbe detto anche Bastiat. I corsi dedicati all’economia hanno come scopo esattemente questo, oltre al divulgare gli insegnamenti della Teoria Austriaca.
I corsi dedicati alla storia guardano con occhio critico agli eventi del passato e ne tracciano una versione alternativa. Oltre a ripassare eventi accaduti nel passato di cui si tende a scordarne l’esistenza col passare del tempo, si dà grande risalto ad un nobile studio critico degli eventi passati: il revisionismo.
Infine gli studi incentrati sulla filosofia conducono lo studente a migliorare il proprio ragionamento logico-deduttivo. Fenomenale il corso del professor David Gordon, a tal riguardo, intitolato Economic Reasoning.

ESPERIENZA PERSONALE

Mi sono iscritto ai corsi del Mises Academy l’ottobre scorso. In realtà mi ero iscritto solamente a due corsi tra la miriade da scegliere. Voglio dire, sono davvero tantissimi: circa 54 ma a prima vista si resta sbalorditi da come, scorrendo la pagina principale dei corsi, essa sembri davvero non finire mai. Comunque dopo aver scelto i miei corsi, effettuo il pagamento. L’iscrizione doveva essere immediata, invece non succede niente. Aspetto un giorno e ancora nulla, quindi mi sono deciso a contattare il servizio di assistenza della Mises Academy. Dopo poche ore venivo contattato nientemeno che da Daniel Sanchez, uno dei ricercatori più famosi (nonché rettore) della Mises Academy.
Dopo aver illustrato il mio problema, egli mi rassicura che sarebbe stato risolto in breve tempo. Due giorni dopo ricevevo la notifica dell’avvenuta risoluzione dei disguidi avvenuti a seguito del pagamento, e la conferma che avrei potuto seguire tutti i corsi messi a disposizione dalla Mises Academy come indennizzo. Gentilezza e responsabilità oltre ogni immaginazione.
L’inghippo è che ora io sono fregato: condannato a seguire più di 50 corsi per il resto della mia vita… e forse anche la prossima!

TEMPO

Un ultimo appunto. I corsi sono totalmente gestibili da parte dello studente e non ci sono orari o scadenze da rispettare.

CONCLUSIONE

Raccomando fortemente l’iscrizione ai corsi della Mises Academy per tutti coloro intenzionati a voler approfondire la loro conoscenza della Scuola Austriaca. Inizierete a porvi le giuste domande quando vi troverete di fronte ai fatti della vita che apparentemente sembrano non aver un’interpretazione chiara. Muniti di questo modo di pensare, sarà più difficile che possiate trovarvi impreparati quando arriverà il Grande Default.

Francesco Simoncelli

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Campagna tesseramento 2015

Lun, 15/12/2014 - 07:00

Con l’avvicinarsi del periodo natalizio siamo lieti di annunciarvi l’avvio della campagna tesseramento 2015.
Pur mantenendo come obiettivo l’educazione economica, abbiamo introdotto alcune modifiche aumentando i benefici di base dei soci ordinari a livello di quelli sostenitori e dedicando a questi ultimi la possibilità di un approfondimento attivo tamite gli ottimi corsi online della Mises Academy, con tanto di certificato nominale di superamento.

Volendo scegliere per questa piccola comunità il giusto posto tra le cose del mondo, vediamo intorno a noi una realtà nient’affatto dovuta a una sfortunata e passeggera congiuntura economica, o ai danni di un particolare editto che, se rimosso, farebbe strada ad un’inversione di rotta. Il piano inclinato su cui un’intera civiltà sta scivolando è fatto di idee: limiti nel concepire la dinamica delle interazioni sociali, incoscienza del nostro potere individuale e delle connesse responsabilità, diffidenza verso i risultati del rispettare la libertà altrui. Tuttavia, l’insegnamento della Scuola Austriaca è senz’altro all’altezza del compito di accompagnarvi nel dissipare questi ostacoli e fornirvi un’educazione di prim’ordine. Ecco dunque il nostro messaggio a chi stia valutando il tesseramento: siate oggi l’avanguardia di una riscoperta che ogni giorno di più, semplicemente, non può essere più rimandata! Ai lettori di sempre, invece, la rassicurazione che i contenuti del Mises Italia saranno sempre disponibili gratuitamente alla lettura e download.

Qui una scorciatoia alle pagine d’interesse nel nostro sito:
punto di partenza per il tesseramento;
elenco di tutti i benefici ai soci;
– pagina per i candidati collaboratori.

Se saprete far tesoro delle parole di von Mises, Hayek, Hazlitt, Rockwell e degli altri autori tutti, la ricompensa sarà la comprensione dell’importanza di una vita davvero vissuta in pace col prossimo, delle innumerevoli potenzialità insite nell’esercizio quotidiano della propria individualità ed imprenditorialità, nonché la chiara visione di quanto benessere una società basata su scambi volontari riesca ad apportare a tutti i suoi partecipanti.
Tenendo sempre presenti queste verità, procediamo nel 2015 decisi nella nostra missione e fiduciosi nel numero di coloro che vorranno apprenderle.

A tutti voi, futuri soci e lettori, la nostra gratitudine per il tempo donato alla causa dell’educazione e libertà economica.
La redazione del Mises Italia.

 

P.S.: in coda, una nota estetica. Basta con le denominazioni “ordinario” e “sostenitore”: troppo polverose! Tra pochi giorni il Mises Italia conterà soci Bastiat e soci Rothbard, in onore di due tra i nostri autori preferiti.

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Il Regno Unito è una “Nazione per consenso”? – II Parte

Ven, 12/12/2014 - 08:00

III. Ripensare la Secessione

Innanzitutto, possiamo concludere che non tutti i confini di uno Stato sono giusti. Un obiettivo per i libertari dovrebbe essere trasformare gli attuali Stati-Nazione in entità nazionali i cui limiti potrebbero essere definiti giusti, nello stesso senso in cui lo sono i confini della proprietà privata; il che significa decomporre l’attuale Stato nazionale coercitivo in nazioni genuine o nazioni per consenso. Ad esempio, gli abitanti della Fredonia dell’Est dovrebbero poter ottenere una secessione volontaria dalla Fredonia per unirsi ai propri compagni in Ruritania. I liberali classici dovrebbero resistere all’impulso di dire che i confini nazionali “non fanno alcuna differenza”. È vero che – come sostengono da tempo – meno interventismo governativo ci sia nella Fredonia o in Ruritania, meno differenza farebbe la presenza o meno di un confine. Ma anche sotto uno Stato minimo, i confini nazionali implicherebbero comunque delle differenze, talvolta grandi per gli abitanti dell’area. Ad esempio, quale lingua – Ruritaniano, Fredoniano o entrambe? – verrebbe usata in quel territorio per i cartelli stradali, gli elenchi telefonici, gli atti giudiziari o le lezioni a scuola?

In breve: ogni gruppo, ogni nazionalità, dovrebbe avere il diritto di secessione da qualunque Stato nazionale e di poter unirsi a qualunque altro Stato nazionale che lo accetti. Questa semplice riforma porterebbe molto avanti il progetto delle nazioni per consenso. Gli scozzesi, se lo volessero, dovrebbero avere dagli inglesi la possibilità di lasciare il Regno Unito e diventare indipendenti, o anche di unirsi ad una Confederazione Gaelica qualora i costituenti lo desiderassero.

Uno delle reazioni comuni ad un mondo con più nazioni è la preoccupazione per la moltitudine di barriere commerciali che potrebbero essere erette. Ma, a parità di condizioni, più è grande il numero di nuove nazioni e più è limitata l’estensione di ciascuna, meglio è. Sarebbe molto più difficile, infatti, disseminare l’illusione dell’auto-sufficienza se lo slogan per convincere il pubblico fosse “Compra Nord Dakota” o addirittura “Compra 56sima strada”, piuttosto che l’attuale “Compra americano”. Ugualmente, con “abbasso il Sud Dakota” o, a maggior ragione, “abbasso la 55sima strada”, sarebbe più difficile diffondere paura o odio che rispetto a degli slogan contro il popolo giapponese. Allo stesso modo, le assurdità e le infelici conseguenze della moneta legale sarebbero molto più evidenti se ogni provincia o ogni quartiere stampasse la propria valuta. Un mondo più decentralizzato molto probabilmente utilizzerebbe beni tangibili, come l’oro o l’argento, per i propri soldi.

IV. Il Modello Anarco-Capitalista Puro

In questo saggio, rilancio il modello anarco-capitalista puro non tanto per difendere il modello in sé quanto per proporlo come guida per dirimere le controverse dispute attuali riguardo al concetto di nazionalità. Il modello puro prevede semplicemente come nessuna terra, nessun metro quadrato del mondo, dovrebbe rimanere “pubblico”; ogni metro quadro di terra, siano strade, piazze o quartieri, è privatizzato. La privatizzazione totale aiuterebbe a risolvere i problemi relativi alla nazionalità, spesso in modi sorprendenti, e suggerisco agli Stati esistenti, o agli Stati liberali classici, di cercare di integrare questo sistema anche fintanto che alcune zone rimangono all’interno della sfera governativa.

Confini Aperti, o il Problema del Campo dei Santi

Il tema dei confini aperti o della libera immigrazione è diventato un problema sempre più grande per i liberali classici. Ciò innanzitutto perché il welfare state aumenta i sussidi agli immigrati che entrano e ricevono assistenza permanente e, in secondo luogo, perché i confini culturali vengono sempre più sommersi. Ho cominciato a rivedere il mio punto di vista sull’immigrazione quando, ai tempi in cui crollò l’Unione Sovietica, divenne chiaro che gruppi etnici russi vennero incoraggiati ad allargarsi verso l’Estonia e la Lettonia con l’obiettivo di distruggere le cultura e le lingue di quei popoli. Prima, era facile rigettare l’irrealistico romanzo anti-immigrazione di Jean Raspail “Il Campo dei Santi”, in cui l’intera popolazione dell’India decide di spostarsi tramite piccole barche verso la Francia e i francesi – contagiati dall’ideologia liberale – non poterono trovare il consenso per prevenire la propria distruzione economica e culturale. Dato che i problemi culturali e quelli relativi al welfare state si sono intensificati, è oggi impossibile rifiutare a priori le preoccupazioni di Raspail.
Comunque, ripensando all’immigrazione sulla base del modello anarco-capitalista, mi è parso chiaro che un paese totalmente privatizzato non avrebbe affatto “confini aperti”. Se ogni lembo di terra in un paese fosse proprietà di un individuo, un gruppo, un’azienda, ciò significherebbe che nessun immigrato potrebbe entrarci senza che prima gli venga accordato l’ingresso e la possibilità di affittare o acquistare una proprietà. Un paese totalmente privatizzando sarebbe tanto “chiuso” quanto gli abitanti del luogo lo desiderino. Appare evidente, quindi, che il regime di “confini aperti”, che esiste de facto negli Stati Uniti, equivale ad un’apertura obbligata dallo Stato centrale, colui che possiede tutte le strade e gli spazi pubblici, e non riflette genuinamente i desideri dei proprietari.

Sotto una totale privatizzazione, molti conflitti locali e problemi di “esternalità” – non soltanto il problema dell’immigrazione – sarebbero efficacemente risolti. Se tutti i luoghi ed i quartieri appartenessero ad imprese private, aziende o comunità contrattuali, regnerebbe la vera diversità, in accordo con le preferenze di ciascuna comunità. Alcuni vicinati sarebbero etnicamente o economicamente diversi, mentre altri sarebbero etnicamente o economicamente omogenei. Alcune località permetterebbero la pornografia, la prostituzione, la droga o l’aborto, altri ne proibirebbero qualcuno o anche tutti quanti. Le proibizioni non sarebbero imposte dallo Stato ma sarebbero semplicemente i requisiti per risiedere o usare il territorio di proprietà di una persona o di una comunità. Da un lato, gli statisti che hanno il desiderio di imporre i loro valori a tutti gli altri rimarrebbero delusi; dall’altro, ogni gruppo o interesse avrebbe quantomeno la soddisfazione di vivere in un quartiere di persone che condividono i suoi stessi valori e le sue stesse preferenze. Se la proprietà dei quartieri non potrebbe comunque creare utopie o essere una panacea per tutti i conflitti, quantomeno fornirebbe la soluzione migliore possibile in cui la maggior parte delle persone potrebbero voler vivere.

Enclave ed Exclave

Un problema ovvio relativo alle secessioni delle nazionalità dagli stati centralizzati riguarda le aree miste, le cosiddette enclave ed exclave.
Aver decomposto il gonfio Stato nazionale della Jugoslavia nelle sue parti costituenti ha risolto molti conflitti fornendo indipendenza nazionale per sloveni, serbi e croati; ma per quanto riguarda la Bosnia, dove molte città e villaggi sono misti? Una soluzione è incoraggiare ancor più il fenomeno, attraverso una sempre maggiore decentralizzazione. Se, per esempio, la parte est di Sarajevo è serba e quella ovest è musulmana, allora potrebbero diventare parte delle rispettive nazioni.

Ma ciò porterebbe chiaramente in un grande numero di enclave, cioè parti di nazioni circondate da altre nazioni. Come si potrebbe risolvere ciò? Innanzitutto, il problema delle enclave/exclave esiste adesso. Uno dei conflitti più feroci esistenti, in cui gli Stati Uniti non si sono ancora intromessi perché non è stato ancora mostrato sulla CNN, è il problema del Nagorno-Karabakh, un’exclave armena completamente circondata e, quindi formalmente all’interno dell’Azerbaijan. Nagorno-Karabakh dovrebbe essere chiaramente parte dell’Armenia. Ma, dunque, come faranno gli armeni di Karabkh ad uscire dalla loro situazione, bloccati dagli azeri? E come possono evitare uno scontro militare per cercare di aprire un corridoio di terra verso l’Armenia?

Sotto una totale privatizzazione, questi problemi sparirebbero immediatamente. Oggigiorno, nessuno negli Stati Uniti compra un terreno senza accertarsi se il suo titolo sia pulito; allo stesso modo, in un mondo completamente privatizzato, i diritti di accesso sarebbero ovviamente una parte cruciale della proprietà della terra. In un mondo del genere, allora, i proprietari di Karabkh si assicurerebbero di aver comprato i diritti di accesso per un corridoio azero.
La decentralizzazione fornisce anche una soluzione praticabile per il semi-insolubile conflitto permanente nell’Irlanda del Nord. Quando gli inglesi divisero l’Irlanda nei primi anni ’20, concordarono una seconda, più supervisionata, divisione. Non misero mai in pratica questa promessa. Se gli inglesi permettessero davvero in Irlanda del Nord un dettagliato voto di secessione, distretto per distretto, la maggior parte dell’area – a maggioranza cattolica – probabilmente si unirebbe alla Repubblica: alcune contee come Tyrone e Fermanagh, il sud di Down e di Armagh, per fare alcuni esempi. I protestanti rimarrebbero probabilmente con Belfast, la contea di Antrim ed alcune altre aree al nord di Belfast. Il problema maggiore che rimarrebbe sarebbe la presenza dell’enclave cattolica all’interno della città di Belfast ma, di nuovo, un’aderenza al modello anarco-capitalista potrebbe essere conseguita permettendo l’acquisto di diritti d’accesso all’enclave.

Nell’attesa di una totale privatizzazione, è chiaro che il nostro modello potrebbe venir gradualmente implementato – e i conflitti minimizzati – permettendo le secessioni ed il controllo locale fino un micro-livello rionale e sviluppando diritti d’accesso per le enclave e le exclave. Negli Stati Uniti, per i libertari ed i liberali classici – e sicuramente per tante altre minoranze o gruppi dissidenti – nell’avvicinarsi a tale radicale decentralizzazione, sarebbe importante cominciare a far porre la maggior attenzione possibile sul dimenticato Decimo Emendamento e cercare di decomporre il ruolo ed il potere accentratore della Corte Suprema. Più che cercare di portare persone con una simile tendenza ideologica nella Corte Suprema, il suo potere dovrebbe essere limitato e minimizzato il più possibile, ed il suo ruolo spezzettato in diversi corpi giudiziari statali o addirittura locali.

La Cittadinanza ed i Diritti di Voto

Un problema esasperante attualmente ruota attorno a chi debba diventare cittadino di un determinato paese, dato che la cittadinanza conferisce anche i diritti al voto. Il modello Anglo-Americano, in cui ogni bambino nato sul territorio del paese diventa automaticamente cittadino, invita chiaramente i genitori in attesa ad usufruire del sussidio dell’immigrazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, un problema attuale riguarda gli immigrati illegali i cui bambini – se nati sul suolo americano – automaticamente diventano cittadini e dunque danno diritto a sé e ad i propri genitori ai sussidi assistenziali permanenti e all’assistenza sanitaria gratuita. Il sistema francese, in cui bisogna essere nati da chi è già in possesso della cittadinanza per ottenerla, è chiaramente ben più vicino all’idea di una nazione per consenso.

È altresì importante ripensare all’intero concetto ed alla funzione del voto. Dovrebbero aver tutti il “diritto” a votare? A Rose Wilder Lane, teorica libertaria americana di metà XX secolo, una volta fu chiesto se credesse nel suffragio femminile. “No” disse, “e sono contraria anche al suffragio maschile”. I lettoni e gli estoni hanno brillantemente affrontato il problema degli immigrati russi permettendo loro di rimanere residenti, ma senza garantirgli la cittadinanza e, quindi, il diritto al voto. Gli svizzeri accolgono temporaneamente lavoratori stranieri, ma scoraggiano severamente l’immigrazione permanente e, a maggior ragione, la cittadinanza ed il diritto di voto.

Per comprendere meglio, consideriamo ancora il modello anarco-capitalista. Come si svolgerebbe il voto in una società totalmente privatizzata? Non soltanto sarebbe diverso, ma ancor più importante, a chi interesserebbe davvero votare? Probabilmente, per un economista, la forma più soddisfacente di voto è quella che ha un’azienda, una società per azioni, in cui il voto è proporzionato alla quantità di azioni della società possedute da ciascuno. Ma ci sono anche, e ci sarebbero, una miriade di associazioni private di ogni sorta. Solitamente si suppone che le decisioni all’interno dei gruppi vengano prese sulla base di un voto per ciascun membro ma, generalmente, non è davvero così. Indubbiamente, i gruppi meglio gestiti e più gradevoli sono quelli mantenuti da una piccola oligarchia dei più abili e dei più interessati che si rinnova da sé, un sistema migliore sia per i membri ordinari senza diritto di voto sia per le élite. Se io fossi un normale membro di un club di scacchi, perché dovrei preoccuparmi di votare se fossi soddisfatto del modo in cui il club viene gestito? E se fossi interessato nel gestirne gli affari, probabilmente mi verrebbe chiesto di unirmi all’élite dalla stessa riconoscente oligarchia, la quale sarebbe sempre alla ricerca di membri energici. Infine, se non fossi felice della gestione, posso prontamente abbandonare il club ed unirmi ad un altro o, addirittura, formarne uno da me. Ciò, ovviamente, è una delle grandi virtù di una società libera e privatizzata, sia che consideriamo un club di scacchi sia una comunità locale unita da un contratto.

Chiaramente, più ci avviciniamo al modello puro e più aree ed ambiti della vita diventano privatizzate o micro-decentralizzate, meno importanza avrà il votare. Di certo, siamo molto lontani da questo obiettivo. Ma è importante cominciare ed in particolare cambiare la nostra cultura politica, che considera la “democrazia”, o il “diritto” di voto, come il bene politico supremo. In realtà, il processo di voto dovrebbe essere considerato irrilevante, di totale scarsa importanza e mai un “diritto”, tranne come possibile meccanismo che discende da un contratto consensuale. Nel mondo moderno, la democrazia o il voto sono importanti soltanto o per unirsi al governo, o per ratificare l’uso dello stesso nel controllare gli altri, o per usarlo come un modo per prevenire di essere controllati come individui o come gruppi. In ogni caso, votare è al massimo un inefficace strumento di auto-difesa, ed è molto meglio rimpiazzarlo spezzando interamente il potere centrale governativo.

Riassumendo, se procedessimo con la decomposizione e la decentralizzazione del moderno Stato-Nazione centralizzato e coercitivo, smantellandolo nelle sue nazionalità costituenti ed in localismi, ridurremmo contemporaneamente il raggio del potere governativo, la portata e l’importanza del voto e l’estensione del conflitto sociale. Gli ambiti del contratto privato e del consenso volontario sarebbero maggiori, ed il brutale e repressivo stato si dissolverebbe gradualmente in un ordine sociale armonioso e sempre più prospero.

Saggio di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Interferenze coercitive – VIII parte

Mer, 10/12/2014 - 08:00

Il socialismo

 Quando l’intervento statale si estende a tutto il sistema economico ed elimina la proprietà privata si ha il socialismo. Il socialismo è la monopolizzazione forzata dell’intera sfera produttiva da parte dello Stato, il quale possiede tutti i mezzi di produzione.

Riguardo al socialismo, per la prasseologia il solo problema da discutere è se un sistema socialista può funzionare come sistema della divisione del lavoro. Tratto essenziale del socialismo è che una volontà sola agisce. Nell’analisi prasseologica dei problemi del socialismo non ci si occupa dei giudizi di valore e dei fini ultimi di chi dirige; li si acquisisce come dati. Si considera semplicemente la questione se un essere umano, dotato della struttura logica della mente umana, possa essere adeguato ai compiti di direzione di una società socialista. Colui che dirige ha a disposizione tutta la conoscenza tecnologica del suo tempo, e l’inventario di tutti i fattori materiali di produzione disponibili, compresa la mano d’opera. Egli deve scegliere fra una infinita varietà di progetti in modo tale che nessun bisogno da lui considerato più urgente rimanga insoddisfatto a causa del fatto che le risorse sono impiegate per la soddisfazione di bisogni che considera meno urgenti. In sostanza, il problema fondamentale è l’impiego dei mezzi per raggiungere i fini ultimi.

L’impossibilità di funzionamento del socialismo viene dimostrata per la prima volta da L. von Mises nel celebre articolo Il calcolo economico nel socialismo del 1920.

La ragione fondamentale del fallimento del socialismo, per quanto benigno possa essere il pianificatore, è di non poter calcolare, perché è privo degli strumenti per calcolare i profitti e le perdite, in conseguenza dell’assenza della proprietà privata, quindi di un mercato e dunque dei prezzi, in particolare dei prezzi dei mezzi di produzione.

Per un ipotetico pianificatore centrale le decisioni da prendere sull’allocazione delle risorse sono miliardi e miliardi. Nessuno le può prendere senza i prezzi di mercato dei fattori di produzione a cui bisogna assegnare i diversi usi. Sono i prezzi che rendono possibili i calcoli, e dunque la valutazione dei profitti e delle perdite.

Il pianificatore non può sapere quali beni ordinare ai lavoratori di produrre; a quale stadio della produzione; quanto prodotto ad ogni singolo stadio della produzione; quali tecniche o materie prime utilizzare e quanto; a quale luogo assegnare tale produzione; quali sono i costi; quale processo produttivo è o non è efficiente. In un’economia più complessa di quella di Crusoe o di un livello familiare primitivo, il pianificatore socialista non sa rispondere a tutte queste questioni perché come detto manca dello strumento indispensabile di cui dispone invece l’imprenditore privato: un mercato dei mezzi di produzione, che genera prezzi monetari basati sul genuino scambio di tali mezzi da parte dei loro proprietari orientati al profitto.

I prezzi dei fattori produttivi riflettono le migliori valutazioni sulla loro capacità di soddisfare i bisogni dei consumatori.

È la centralizzazione della proprietà realizzata dal pianificatore, non l’impossibilità di centralizzare tutta la conoscenza nel pianificatore, la causa del disastro economico socialista. La concentrazione di tutta la proprietà nelle mani di una singola agenzia statale elimina il mercato dei beni capitali, e con esso i prezzi di tali beni; senza prezzi è impossibile il calcolo economico. L’efficienza è il risultato dell’esistenza di una pluralità di proprietà private. Infatti, anche l’amministratore di una grande impresa privata non può possedere la conoscenza dispersa fra tutti gli impiegati, ma ciò non impedisce che egli pianifichi, e che gli esiti siano efficienti. Questo è possibile perché l’azienda è immersa in un contesto di proprietà private e di prezzi dei fattori, e dunque essa, a differenza del pianificatore pubblico, può effettuare il calcolo economico.

In Unione Sovietica i prezzi esistevano, dunque essa è fallita per altri motivi, perché i prezzi non erano di mercato.

Nel settore dei beni di consumo teoricamente un meccanismo di aggiustamento per tentativi ed errori potrebbe sussistere, grazie al comportamento dei consumatori: il pianificatore fissa i prezzi inizialmente, quindi mette in vendita i beni e verifica se vi sono surplus o scarsità. Nel primo caso riduce il prezzo, nel secondo lo aumenta, finché il mercato è sgombro (clear). Ma il problema non è questo, è la mancanza di prezzi per i fattori produttivi, in quanto manca un meccanismo di domanda e offerta (mercato) per tali beni. I produttori devono utilizzare la terra e i beni capitali per decidere la quantità di beni di consumo da offrire. Nel settore dei beni di produzione lo Stato socialista, monopolista, è al tempo stesso acquirente e venditore in ogni transazione; in un’economia avanzata queste transazioni rappresentano i mercati più vitali e più complessi. Dunque il calcolo economico è impossibile in questo settore, e necessariamente regnerà il caos. In sostanza, il pianificatore non può sapere quali beni ordinare ai lavoratori di produrre; a quale stadio della produzione; quanto prodotto ad ogni singolo stadio della produzione; quali tecniche o materie prime utilizzare e quante; a quale luogo assegnare tale produzione; quali sono i costi; quale processo produttivo è o non è efficiente. In un’economia più complessa di quella di livello familiare primitivo, il pianificatore socialista non sa rispondere a tutte queste questioni perché, come detto, manca dello strumento indispensabile di cui dispone invece l’imprenditore privato: un mercato dei mezzi di produzione, che genera prezzi monetari basati sul genuino scambio di tali mezzi da parte dei loro proprietari orientati al profitto [1].

Per Rothbard[2] il calcolo economico è impossibile non solo nel socialismo, ma in qualsiasi sistema in cui vi sia un unico agente (sia esso lo Stato o un’impresa) che possiede e dirige tutte le risorse: ad esempio, se esiste un’unica impresa privata, che possiede l’intera economia, ed internalizza l’intera attività economica, anche in quel caso il calcolo economico è impossibile, perché anche in quel caso non esistono prezzi (di mercato) [3].

Dopo l’articolo di Mises si cercarono schemi di calcolo. Infatti, se tutti i materiali e i servizi sono espressi in termini fisici, non vi è un comune denominatore, e il direttore della produzione non può confrontarli, e non può confrontare costi e guadagni attesi. Se si elimina il calcolo economico in termini di moneta non si ha più il mezzo per fare una scelta razionale fra le varie alternative.

Gli schemi di calcolo economico proposti dai socialisti possono essere classificati in sei tipi:

  • calcolo in quantità fisiche. Come detto, essendo le quantità eterogenee, il calcolo è impossibile;
  • sulla base della teoria del valore-lavoro, l’unità di calcolo è l’ora-lavoro. Non tiene conto dei fattori di produzione originari e delle diverse qualità di lavoro a parità di quantità;
  • l’unità è una quantità di utilità. Ma l’utilità non è misurabile, si può solo disporre in scale di gradazione;
  • il calcolo viene fatto con l’aiuto delle equazioni differenziali della catallassi matematica. Ma esse sono possibili solo in un mondo statico, che considera solo un equilibrio finale definitivo;
  • istituzione di un quasi-mercato artificiale (O. Lange): il mercato non viene abolito, cambia solo il fatto che la proprietà è pubblica e il direttore di un’impresa distribuisce il profitto a tutti anziché ai proprietari. Tale soluzione trascura che l’economia è un sistema dinamico, non un sistema in cui l’assegnazione del capitale alle varie branche è assegnato una volta e per sempre;
  • il calcolo è reso superfluo dal ricorso al metodo “tentativo ed errore”.

Il tentativo che ebbe più notorietà fu quello di Lange, H.D. Dickinson, Lerner e Taylor (1929, 1936), contenuto nei punti 5) e 6). Secondo questa soluzione il pianificatore socialista può risolvere il problema di calcolo ordinando ai vari manager di fissare dei prezzi iniziali. Si parte da uno schema walrasiano di equilibrio generale. I prezzi veri si determineranno nello stesso modo in cui si formano nel mercato capitalista: per tentativi ed errori. Data una quantità di beni di consumo, se i prezzi iniziali fissati sono troppo bassi si verificherà una scarsità del bene, e allora il pianificatore alzerà il prezzo finché la scarsità scompare e il mercato è sgombro (clear). Se invece i prezzi sono troppo alti, vi sarà un surplus e i pianificatori ridurranno i prezzi riportando il mercato in equilibrio.

Questa diventò la Posizione Ufficiale Ortodossa del mondo accademico: a loro parere era stato dimostrato che, abbandonando l’utopia di un socialismo senza moneta o senza prezzi o con prezzi calcolati in termini di valore-lavoro, si poteva risolvere il problema del pianificatore. Anche Pareto e Barone dissero che la posizione di Mises sull’impossibilità del calcolo non era corretta, perché anche in un sistema socialista, come sotto il capitalismo, esisteva il numero di equazioni di domanda, offerta e prezzi richieste.

A quel punto, anche Hayek e Robbins abbandonarono la posizione estrema di Mises e si assestarono su una seconda linea di difesa: il problema del calcolo economico si può risolvere sul piano teoretico, ma in pratica sarebbe difficile. Ripiegarono dunque su un problema di grado di efficienza, anziché di drastica differenza di tipologia.

Tra l’altro per Hayek il problema del socialismo è un problema di conoscenza, non di proprietà, come per Mises.

Nonostante tale consenso, la soluzione di Lange conteneva diversi errori:

1) L’equilibrio generale, in cui sono date e immutabili tutte le grandezze – gusti, tecnologie, risorse naturali – non può descrivere il mondo reale, che è caratterizzato dal cambiamento incessante. A causa di tale incertezza l’imprenditore diventa l’attore cruciale.

2) Il modello per tentativi ed errori si concentra sulla determinazione dei prezzi dei beni di consumo, ma, come Mises ripete spesso, il problema è la determinazione dei prezzi dei fattori della produzione. I produttori devono utilizzare la terra e i beni capitali per decidere la quantità di beni di consumo da offrire. Nel settore dei beni di produzione lo Stato socialista, monopolista, è al tempo steso acquirente e venditore in ogni transazione; in un’economia avanzata queste transazioni rappresentano i mercati più vitali e più complessi. Dunque il calcolo economico è impossibile in questo settore, e necessariamente regnerà il caos.

3) I socialisti di mercato guardano al problema economico dal punto di vista del manager dell’impresa privata, che cerca di realizzare profitti o evitare perdite, ma all’interno di una rigida struttura in cui l’allocazione del capitale è data per ciascuna branca dell’industria e per ciascuna azienda. Ma il manager dell’impresa privata nel capitalismo è diverso dall’imprenditore capitalista, che è la vera forza guida del mercato capitalista. Le operazioni dei manager, il loro acquistare e vendere, sono solo una piccola frazione della totalità delle operazioni di mercato, sono un’attività subordinata, e le loro operazioni non modificano l’allocazione dei beni capitali alle varie branche e imprese, che è invece la decisione cruciale. Invece gli imprenditori e i capitalisti implementano nuove imprese, ne aumentano o diminuiscono le dimensioni, le fondono con altre imprese, acquistano o vendono azioni e obbligazioni (cioè quote di terra e beni capitali), garantiscono o riscuotono crediti; in breve eseguono tutti quegli atti che riguardano il mercato monetario e dei capitali. I capitalisti-imprenditori sono promotori, speculatori, investitori e prestatori di denaro; sono le transazioni finanziarie di questi che incanalano la produzione verso i settori che soddisfano i bisogni più urgenti dei consumatori. Il sistema capitalista non è un sistema manageriale, è un sistema imprenditoriale. In sostanza, nel mercato socialista manca il mercato dei beni capitali, con i relativi prezzi, e dunque non si possono stimare i costi; i fattori sono assegnati in maniera rigida alle varie produzioni.

4) il calcolo non è reso superfluo dal ricorso al metodo “tentativo ed errore”, perché, se non esiste una misura aritmetica per valutare il tentativo riuscito e quello errato, il metodo non è applicabile.[4]

Il problema non è piano o non piano; il problema è: chi pianifica? Ogni membro della società per se stesso, o un governo per tutti? Dunque l’alternativa è libertà contro onnipotenza governativa. Il laissez faire non significa lasciare agire forze meccaniche senz’anima, ma lasciare che ogni individuo cooperi come vuole alla divisione sociale del lavoro.

Inoltre, quale piano dovrebbe essere attuato? Ognuno che invoca un piano invoca il suo piano. Il pianificatore vuole sfidare i desideri dei consumatori e sostituirvi la propria volontà. Si vede dietro ciò la autodeificazione degli interventisti, con gli esiti autoritari che vi sono connessi.

Il secondo problema del socialismo è quello degli incentivi. In sostanza, la cancellazione della motivazione a lavorare. Prima dell’articolo di Mises del 1920 tutti gli studiosi ritenevano che il problema del socialismo fosse solo un problema di incentivi. Se tutti ricevono lo stesso reddito, indipendentemente dallo sforzo compiuto, se cioè il prodotto del proprio lavoro viene sottratto, o al contrario si ottiene un reddito superiore al contributo offerto, si è scoraggiati dall’impegnarsi. Se poi si fa riferimento alla formula marxiana “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni”, c’è anche un problema relativo alla qualità del lavoro da svolgere, sintetizzato nella famosa domanda: sotto il socialismo chi raccoglierà l’immondizia? Cioè, non c’è l’incentivo a svolgere i lavori più dequalificati e a svolgerli bene. In un’economia di mercato, invece, se pochi sono disposti a svolgere un determinato lavoro, gli stipendi saliranno, spingendo altre persone a svolgere quel lavoro.

Ma anche se l’intera società fosse costituita di santi altruisti, che vogliono soddisfare innanzitutto i bisogni degli altri, ugualmente vi sarebbe bisogno dei prezzi di mercato per sapere come allocare in maniera razionale i fattori della produzione (Mises).

La concentrazione del potere – In un’economia di mercato c’è spazio anche per le preferenze minoritarie, in un sistema socialista i bisogni da soddisfare vengono decisi autoritativamente (e male), il controllo sulle vite degli individui diventa pervasivo.

Un sistema pianificato tende inevitabilmente all’autoritarismo perché i gruppi sociali scontenti della loro condizione all’interno del piano economico (ad es. i minatori scontenti dei salari loro assegnati) non possono scegliere occupazioni alternative, e vengono costretti ad accettare quella soluzione (Hayek, La via della schiavitù).

La chimera dell’uguaglianza – Gli individui sono differenti fra loro. Uguaglianza giuridica e uguaglianza sostanziale sono incompatibili, perché per raggiungere l’uguaglianza sostanziale bisogna trattare gli individui in maniera differente sul piano legislativo (Hayek, La costituzione della libertà).

L’idea che il socialismo possa raggiungere l’uguaglianza materiale sopprimendo solo la libertà economica è insostenibile; esso infatti viola inevitabilmente anche le libertà personali: uno Stato che ha in mano tutti i mezzi di comunicazione decide chi esprime le proprie idee.

Lasciare esprimere i gusti e i talenti personali arricchisce molto di più tutta la società.[5]

La storia, come raramente capita, ha offerto “esperimenti di laboratorio” che dimostrano la schiacciante superiorità dei sistemi di mercato sui sistemi socialisti: due differenti architetture istituzionali e proprietarie imposte a un popolo omogeneo per reddito, cultura, lingua ecc.: è ciò che è avvenuto alle due germanie e alle due coree.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Note

[1] L. von Mises, Il calcolo economico nello Stato socialista (1920), in AA.VV., Pianificazione economica collettivistica, Einaudi, Torino, 1946.

[2] M.N. Rothbard, Ludwig von Mises and Economic Calculation Under Socialism, in L. Moss (a cura di), The Economics of Ludwig von Mises, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 67-77; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 397-407; The End of Socialism and the Calculation Debate Revisited, in «Review of Austrian Economics» 5, n. 2, 1991, pp. 51-76; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 408-437.

[3] Mises fa il seguente esempio: supponiamo che il manager socialista abbia a sua disposizione tutta la conoscenza tecnologica della sua epoca; un elenco di tutti i fattori della produzione disponibili, compreso il lavoro; gli esperti gli forniscano un’informazione perfetta su tutto ciò che egli chiede; un potere misterioso gli consenta di conoscere i fini ultimi di tutti i consumatori; dunque, egli conosce tutte le “circostanze di tempo e di luogo”. Supponiamo che, sotto queste condizioni, il manager debba costruire un palazzo. Nonostante questa conoscenza perfetta, egli si troverà di fronte all’insolubile problema di quale scegliere fra i vari metodi tecnologici; ciascun metodo infatti impiega i fattori in quantità differenti, assorbe periodi di produzione differenti, e realizza palazzi di differente qualità. Non ha un denominatore comune per misurare i vari materiali e i tipi di lavoro, e dunque non può compararli; enumerare le qualità fisiche e chimiche dei materiali, come fanno i suoi esperti, serve a poco, perché tali enunciazioni non sono correlate l’una con l’altra, non si può istituire alcuna connessione certa fra di esse, perché non le si può calcolare in termini di prezzi monetari. Quindi il manager non può confrontare costi e ricavi attesi.

[4] Cfr. M.N. Rothbard, The End of Socialism and the Calculation Debate Revisited, in «Review of Austrian Economics» 5, n. 2, 1991, pp. 51-76.

[5] Sul problema della transizione dei paesi ex-socialisti ad un’economia di mercato v. M.N. Rothbard, Come smantellare il socialismo, in La libertà dei libertari, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2000, pp. 27-45, ed. or. How and How Not To Desocialize, in «Review of Austrian Economics» 6, n. 1, 1992; A Radical Prescription for the Socialist Bloc, in «The Free Market», marzo 1990, pp. 1, 3–4; H.-H. Hoppe, Socialismo e desocializzazione, in Democrazia: il dio che ha fallito (2001), Liberilibri, Macerata, 2005.

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Interlibertarians 2014: banche e moneta, di F. Simoncelli

Ven, 05/12/2014 - 07:00

La recente edizione di Interlibertarians 2014, svoltasi domenica scorsa a Lugano, è stata incentrata sul tema Banche & Moneta ed ha visto, tra gli altri, la partecipazione attiva di Francesco Simoncelli a nome dell’associazione Ludwig von mises Italia.

Presentiamo di seguito la sua esposizione, incentrata su una panoramica delle cause storiche dell’ascesa e sviluppo del sistema a banca centrale nel periodo tra la fine del XIX secolo e quella fatidica data dell’agosto 1971, quando l’ultimo pallido ricordo di standard aureo fu spazzato da Richard Nixon per aprire le porte ad una nuova epoca di più sfrontato inflazionismo.

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L’Azione Umana: il paragrafo mancante

Mer, 03/12/2014 - 07:00

Publichiamo la parte mancante dal paragrafo 6, capitolo XXVII, dell’edizione italiana del 1959 de L’Azione Umana di Ludwig von Mises.
Punto centrale dell’esposizione consiste nel riconoscere la corruzione come fenomeno imprescindibile dal sistema statale: abituati infatti ad intenderla come evento isolato di funzionari deviati, e dunque concausa della deriva dell’impianto democratico, dimentichiamo spesso come essa invece abbracci una casistica assai più larga e sistematica di comportamenti arbitrari ed illegittimi, anche quando operati nel pieno rispetto della normativa vigente. In un regime interventista la corruzione è infatti implicita nell’esercizio della funzione, non nella decisione particolare del funzionario.

 

* * *

La corruzione

 

Un’analisi sull’interventismo sarebbe del tutto incompleta senza un riferimento al fenomeno della corruzione.

Difficilmente l’interferenza dello stato nei processi di mercato, come subita dal cittadino coinvolto, potrebbe essere etichettata come qualcosa di diverso da una sequenza di confische o elargizioni. E’ la norma che ciascun individuo, isolato o come elemento di una categoria, possa essere arricchito solo a spese di altri individui o categorie; in molti casi, tuttavia, il danno imposto a un gruppo non viene affatto bilanciato dal beneficio assegnato ad altri.

Non esiste alcuna via su cui si possa esercitare in modo legittimo e morale il tremendo potere che l’interventismo mette nelle mani di parlamenti e governi. Gli apologeti dell’interventismo si illudono di poter sostituire la discrezionalità illimitata di un legislatore sommamente saggio e disnteressato, con una corte di burocrati infaticabili e scrupolosi al seguito, a quelle che essi etichettano come conseguenze “socialmente deleterie” della proprietà e degli interessi privati. Ai loro occhi, l’uomo comune è un fanciullo indifeso in urgente bisogno di un guardiano paterno per proteggerlo dalle astuzie dei malintenzionati. In nome di una più “elevata e nobile” idea di giustizia, essi rigettano qualunque nozione storica di legge e legalità: tutto ciò che essi compiono è sempre giusto poiché va a danno di chi, egoisticamente, vuol trattenere per sè quanto agli occhi di tale superiore concetto di giustizia dovrebbe appartenere ad altri.

I concetti di altruismo ed egoismo, assoggettati a tale logica distorta, sono contraddittori e privi di senso: come si è detto, infatti, ogni azione mira al perseguimento di uno stato di cose che benefici l’attore economico più di quello in cui egli si troverebbe se non avesse intrapreso la data azione. Ogni azione è perciò da considerarsi egoistica. Chi si adopera per sfamare dei bambini agisce dietro aspettativa di ricavarne un beneficio futuro, oppure perché valorizza la propria soddisfazione in seguito a un tale dono più di quanto avrebbe fatto nello spendere la stessa somma in altri beni. Il politico, dunque, agisce sempre in modo egoistico sia quando sostiene un provvedimento assai popolare, al solo fine di avvantaggiarsi per l’elezione ad una carica, sia quando procede a testa bassa nel realizzare un progetto impopolare della cui utilità è però convinto, precludendosi così quei vantaggi di cui avrebbe potuto godere se solo avesse tradito le proprie idee.

Nel gergo anticapitalista le parole egoista ed altruista sono usate per etichettare le persone attraverso la lente di una dottrina che considera la parità di richezza e stipendio come l’unica naturale e giusta condizione sociale, che marchia come sfruttatore chiunque guadagni più della media e che condanna l’attività imprenditoriale in quanto deleteria per il benessere collettivo. Gestire un’attività, dipendere direttamente dall’approvazione o rifiuto del consumatore verso le proprie azioni, sollecitare la preferenza degli acquirenti e ricavarne profitti qualora si riesca a servirli meglio della concorrenza è, dal punto di vista dell’ideologia dominante, egoista e vergognoso. Solo quelli a libro paga dello stato meritano il titolo di altruisti e nobili.

Sfortunatamente, politici e burocrati non hanno nulla di angelico: imparano ben presto come le loro decisioni siano in grado di influenzare il settore produttivo con ingenti perdite o, alle volte, enormi vantaggi. Certamente vi sono burocrati che rifiutano le tangenti, tuttavia ve ne sono altri sempre disposti ad approfittare di ogni “affare sicuro” che permetta loro di spartirsi i proventi coi beneficiari del loro favore.

In molte branche amministrative del complesso interventista, il favoritismo semplicemente non può essere evitato. Si prenda ad esempio il caso delle licenze d’importazione o esportazione: poiché la pratica di rilascio comporta un costo fisso per lo spedizioniere, quale criterio applica lo stato per scremare i benficiari dai respinti? Non ve ne è infatti uno oggettivo o neutrale, a disposizione del decisore, per evitare favoritismi e parzialità. Che tale dinamica poi coinvolga il passaggio di mano di bustarelle non ha davvero importanza: lo scandalo resta, anche nel caso in cui la licenza sia assegnata a chi abbia portato o si ritiene possa apportare un vantaggio d’altro tipo (ad esempio, tramite il voto) a coloro da cui dipende la decisione.

La corruzione è effetto ineludibile dell’interventismo. Lasciamo agli storici ed agli studiosi di legge di occuparsi dei problemi ad essa connessi*.

 

* E’ consuetudine oggi appoggiare l’ideale delle rivoluzioni comuniste denunciando come corrotti i regimi non comunisti oggetto dell’attacco. Fu così che si cercò di giustificare l’iniziale approvazione di parte della stampa ed alcuni parlamentari staunitensi, ai comunisti cinesi prima e a quelli cubani poi, etichettando come corrotti i regimi di Chiang Kai-shek e Batista. Tuttavia, da questo punto di vista, qualunque rivoluzione comunista contro un governo non pienamente devoto al laissez-faire appare del tutto giustificata.

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L’edizione italiana de L’Azione Umana di Ludwig von Mises: un caso editoriale da Paese arretrato

Lun, 01/12/2014 - 08:00

In seguito alle numerose richieste inoltrate dai lettori per informarsi sull’esistenza di una versione in lingua italiana de L’Azione Umana, e data la rilevanza che il tema trattato detiene per l’associazione, riproponiamo con piacere l’ottimo studio comparativo del Prof. Alessandro Vitale, docente presso l’Università di Milano, sulla versione originale del capolavoro di Mises e le sfortunate vicende della trasposizione italiana. Il brano è stato publicato in anteprima venerdì scorso, sul sito del Movimento Libertario, ma era inizialmente inteso all’esposizione orale durante la conferenza di Interlibertarians tenutasi a Lugano nella giornata di ieri.

Come omaggio ai lettori e ringraziamento al Prof. Vitale, questo mercoledì 3 dicembre il Mises Italia pubblicherà anche la traduzione italiana del paragrafo mancante dal capitolo XXVII, a titolo La corruzione.

 

Premessa

Se qualcuno nutrisse ancora dubbi sul fatto che l’Italia è stata ed è ancora un Paese culturalmente arretrato, potrebbe fugarli definitivamente soffermandosi non solo sugli innumerevoli casi di opere scientifiche, letterarie, storiche, giuridiche, politiche ed economiche che sono state pubblicate con ritardi di trenta o quarant’anni – quando non di mezzo secolo – e spesso strappate all’emarginazione solo da valenti e coraggiosi studiosi (basterebbe pensare al caso emblematico di Bruno Leoni), ma soprattutto su quei casi (molto più frequenti di quanto non si creda) di testi di immenso valore, dati alle stampe svogliatamente, per coprire vuoti troppo macroscopici e poi lasciati languire nella loro obsolescenza, in polverosi scaffali inaccessibili di biblioteche invecchiate e raramente aggiornate.

In gran parte questo è accaduto nel Novecento non solo nei Paesi autoritari o totalitari, come quelli di socialismo reale – nei quali opere di notevole importanza, sfuggite alla censura e tradotte nella prima edizione, non venivano più aggiornate, finivano nel dimenticatoio e diventavano introvabili o, se ci si ricordava della loro esistenza, venivano confinate in armadi chiusi e inaccessibili nelle grandi biblioteche – ma anche nei Paesi occidentali più attardati e poco rispettosi dell’evoluzione culturale mondiale, soprattutto perché privi di una comunità scientifica degna di questo nome, che sappia dibattere e far progredire la conoscenza. Fra i primi e i secondi vi è stata solo una differenza di grado e spesso il risultato è stato pressoché identico.

L’Italia, presentata per decenni come Paese “garante della libera circolazione delle opere letterarie e scientifiche” – a differenza di quanto accadeva nel blocco politico-militare sovietizzato – nonostante le apparenze ha continuato a manifestare, dal secondo dopoguerra a oggi, caratteristiche inquietanti in tutto simili a quelle dei Paesi di socialismo reale. In questo Paese però, più che l’opera di burocrati e censori della cultura ha pesato, in termini di obsolescenza e di muffa intellettuale e accademica, quella delle case editrici e di una schiera sterminata di conformisti “intellettuali organici”, di partito o di movimenti politico-sociali.

Il destino della traduzione italiana (1959) del capolavoro di Ludwig von Mises (1881-1973), Human Action[1] (1949) è paradigmatico in questo senso, data la straordinaria importanza del Trattato. Pubblicata alla fine degli anni Quaranta, quest’opera era stata elaborata sulla base del precedente Nationalökonomie, Theorie des Handelns und Wirtschaftens (1940) – mantenendone, quasi dieci anni dopo, la struttura generale e riscrivendone il contenuto – da quello che può essere definito senza ombra di dubbio – alla luce di quanto accaduto nel corso dell’intero secolo scorso – il più grande economista del Novecento, ma al contempo anche uno dei più grandi scienziati sociali di tutti i tempi. Human Action è stata tradotta in italiano nel 1959 per i tipi della Utet di Torino e rimane ancora oggi, dopo una recente ristampa a bassa tiratura, a cura delle Edizioni Il Sole 24 ore (2010), l’unica traduzione disponibile in lingua italiana, di fatto solo nelle biblioteche universitarie – essendo ormai esaurita nelle librerie.

Come ormai noto, quest’opera nella sua originale formulazione in lingua inglese, è stata il primo trattato generale di qualsiasi tradizione economica – e non solo di quella Austriaca dell’economia dai tempi della Prima guerra mondiale – capace di racchiudere un sistema integrale di pensiero economico coerente, al punto da abbracciare l’intera teoria economica, sviluppata sulla base delle implicazioni logicamente stringenti, dedotte dagli stabili assiomi dell’azione dell’uomo che agisce con fini e obiettivi nel mondo reale. Un’opera di capitale importanza, nonostante gli innumerevoli detrattori, che ha subito in questo Paese un trattamento e un destino a dir poco scandalosi.

 

  1. L’edizione italiana de L’Azione umana: un prodotto editoriale distorto e obsoleto.

 

Da tempo si sa che l’edizione del 1959 de L’Azione Umana, l’unica disponibile in italiano, è una versione raffazzonata e quanto mai sciatta di quella pietra miliare delle scienze economiche e sociali. Quanto più l’originale consente di comprendere un’infinità di fenomeni cruciali per la nostra vita – dal crollo dei sistemi amministrati di socialismo reale, alle conseguenze distruttive dell’interventismo statale in economia, al ciclo economico e alle crisi – tanto più la traduzione si mostra del tutto inaffidabile, densa di errori e a tratti confusa e illeggibile. I termini usati, ad esempio, inducono spesso in errore. Per citare uno dei casi più gravi, government viene tradotto sempre con “governo” e non con “Stato”. Questo provoca confusione: da una parte fra la natura contingente e variabile delle azioni e delle decisioni politiche e, dall’altra, la realtà strutturale e permanente dell’azione dell’apparato statale e delle sue conseguenze nella pratica dilagante dell’interventismo. Soprattutto, però, essendo stata condotta sulla prima edizione, la traduzione del 1959 è priva delle aggiunte inserite nelle edizioni successive[2], alcune delle quali di capitale importanza, soprattutto per la vicenda di questo Paese.

La traduzione del 1959 è stata stampata a cura, con introduzione e traduzione di Tullio Bagiotti. Già la breve parte introduttiva di quell’economista dell’Università di Padova e assistente di Giovanni Demaria all’Università Bocconi di Milano, del tutto inadeguata (per usare un eufemismo) a questo capolavoro, presenta tratti riduttivi, superficiali e persino calunniosi. Non solo Bagiotti – spingendosi ben oltre la marginalizzazione di Mises e l’esclusione di quest’ultimo dall’economia mainstream – ironizza sul senso del titolo del Trattato, probabilmente non comprendendone il significato più profondo, ma lascia intendere che quell’opera, basata su una presunta metodologia fatta di certezze apodittiche intransigenti che conducono a una «perfetta circolarità», è figlia di una polemica politica innervata di ideologia anti-marxista che ne rispecchia l’impostazione di fondo, soltanto capovolgendola. Quella breve presentazione, sarcastica e a tratti sibillina, che sorvola allegramente, senza discuterlo, sul valore scientifico dell’opera di Mises[3], sembra riecheggiare, anche se in forma più garbata, le ben note denigratorie definizioni che Marx diede dell’opera e della figura di Frédéric Bastiat: entrambi giudizi risibili a fronte dell’evoluzione della teoria e della realtà economica, che si sono incaricate nel corso del tempo di dimostrare del tutto prive di fondamento anche le superficiali note introduttive del Bagiotti, che non facevano alcun cenno al significato pionieristico del lavoro misesiano sulla moneta, sulla teoria del ciclo economico, sulla teoria del capitale, sul lungo dibattito sull’economia di piano (e sull’impossibilità del calcolo economico nei sistemi socialisti), sulla devastazione prodotta da interventismo e statalismo integrale.[4] Su quella presentazione tuttavia non vale nemmeno la pena di soffermarsi. Quelle paginette rimarranno – per coloro che sono stati e saranno in grado di comprendere il valore scientifico di altezza siderale dell’opera di Mises – un classico esempio della serietà scientifica delle nostre Accademie e di come siano stati e continuino a essere trattati in questo Paese innumerevoli studiosi e scienziati di straordinario valore e di altezza siderale, troppo di frequente ridotti a caricature.

Fin qui nulla di nuovo o di poco noto. Quello che non è stato ancora notato adeguatamente è che la traduzione del 1949 in lingua italiana dell’opera di Mises è rimasta quella condotta sulla prima edizione, senza che nessuno (compresa la Casa Editrice) si accorgesse della necessità pubblicare gli aggiornamenti o di dare alle stampe edizioni successive che tenessero conto delle aggiunte, pubblicate in lingua inglese, in particolare nella Seconda e nella Terza Edizione del Trattato.

 

  1. Corruption: il “paragrafo mancante” del capitolo XXVII, Parte Sesta (The Hampered Market Economy – L’economia vincolata).

 

A parte le aggiunte di ampie sezioni in capitoli sparsi, piuttosto rilevanti[5], il vuoto più grave dell’edizione italiana del 1959 è rappresentato dall’intero sottoparagrafo intitolato Corruption, aggiunto nella Terza edizione del Trattato, in lingua inglese, alla fine del paragrafo 6 (Direct Government Interference with Consumption)[6] del capitolo XXVII (The Government and the Market)[7], della Parte sesta (The Hampered Market Economy).[8] Questo sottoparagrafo è stato aggiunto da Mises, in quanto, come da lui dichiarato proprio nelle prime righe di questa parte mancante nell’edizione italiana, l’analisi dell’interventismo statale non è completa senza quella della corruzione. Nel sottoparagrafo Mises sviluppa in modo tagliente la teoria, già delineata in particolare nel capitolo X di Human Action, nel quale aveva contrapposto la cooperazione basata sul contratto (relazione simmetrica) a quella “politica”, basata invece sul comando e sulla subordinazione (relazione asimmetrica)[9], dalla quale deriva la contrapposizione logica fra società basate sullo scambio volontario e società basate sui vincoli egemonici. Una contrapposizione di enorme importanza, delineata anche in Socialism[10], che coincide sia con la teoria di Buno Leoni della contrapposizione fra rapporto politico (egemonico, ossia di potere e “disproduttivo”) e rapporto economico-produttivo (basato su relazioni di complementarietà e di reciprocità)[11], sia con quella di Gianfranco Miglio, presa ripetutamente di mira da alcuni political scientist nostrani (senza riuscire a smontarla), della “doppia obbligazione”: “obbligazione politica” e “obbligazione contratto-scambio”.

Nelle società dominate dai vincoli egemonici, il ruolo dei politici e dei burocrati è destinata a dilagare e a diventare dominante. Parallelamente si sviluppa la corruzione, come insieme di tentativi di influire, in un crescente bellum omnium contra omnes, sulla decisione politica in modo da ottenere, in un gioco a somma zero[12], vantaggi e sovvenzioni, privilegi, concessioni e rendite politiche e per volgere a proprio vantaggio, usando mezzi politici (cioè “non-economici” o “anti-economici”) per acquisire ricchezze, vantaggi e benefici di ogni genere.[13] Queste azioni, derivanti proprio dal dilagare dei vincoli egemonici, comprese le interferenze statali nel consumo, vengono espulse da Mises dall’ambito della catallaxy, in quanto ad essa senza ombra di dubbio estranee (extraeconomiche). È evidente che se tutto dipende da chi detiene il potere, tenderà a dilagare anche una lotta senza quartiere per influenzare chi comanda.

L’analisi di Mises procede con estrema profondità, delineando, in quel brillante e sintetico sottoparagafo, una teoria stringente, costellata di deduzioni taglienti, quali: «Non ci sono azioni d’interferenza statale nel mercato che, considerate dal punto di vista dei cittadini interessati, non possano essere qualificate che come confische come doni». Oppure: «Non esiste un modo giusto ed equo di esercitare l’enorme potere che l’interventismo mette nelle mani del legislatore e del potere esecutivo». La discrezionalità nell’allocazione delle risorse (rendite politiche) con criteri politici arbitrari appare in questo paragrafo in tutta la sua crudezza e realtà.[14] Da questa deriva che il presunto “disinteresse” di politici, legislatori e burocrati nell’azione interventista legittimata dal mito del “bene pubblico” è una chimera, non corrisponde affatto a “una più alta e più nobile idea di giustizia” e paralizza invece gli effetti della cooperazione umana, assoggettando ad esproprio e a paralisi l’azione imprenditoriale, presentata come opera di “sfruttatori” contraria al commune bonum, visto come una forzata uguaglianza di ricchezze e di reddito quale “unica condizione naturale ed equa della società”. Mises in questa parte, mancante nel testo italiano, non solo smonta definitivamente la nozione corrente e infondata di “sfruttamento economico”, ma smaschera anche la pretesa di altruismo e di “socialità” dell’azione pervasiva dei governanti e dei loro aiutanti, che sono, come dice, sul libro paga dello Stato. Quello che va sotto tale pretesa, infatti, è un rovesciamento della realtà: partecipare al mercato e ottenere un profitto dipendente dalla capacità di soddisfare meglio di altri concorrenti il consumatore, è considerato “egoista” e “vergognoso” dall’ideologia della burocrazia, mentre solo coloro che fanno parte del vasto entourage degli uomini che impersonano lo Stato e che da questa organizzazione dipendono, sono considerati nobili e altruisti. La realtà è invece che proprio l’interventismo consente all’egoismo politico-burocratico il suo massimo dispiegamento. Non solo questo mira a generare, con le sue pretese paternalistiche di livellamento egualitario, continua conflittualità[15], ma è anche fonte di vantaggi in termini di risorse e di potere.

Il capolavoro di Mises contenuto in questo sottoparagrafo è infatti quello di mettere a nudo la realtà delle democrazie contemporanee, innervate di interventismo, per i vantaggi che ne traggono le classi politico-burocratiche. Favoritismo e rendite politiche, non guadagnate sul mercato, sono connaturate all’interventismo (e del protezionismo, della concessione di licenze governative, di favori, ecc.): lo sorreggono, in una spasmodica corsa ad essere tra i beneficiari (i tax-consumers) piuttosto che tra le vittime (tax-payers) della relazione di dominio.[16] La corruzione in tal modo è consustanziale all’interventismo statale nell’economia. Come scrive qui Mises, con realismo politico: «Corruption is a regular effect of interventionism».[17] Le licenze particolari date a persone dalle quali ci si aspetta rendano favori o servizi in cambio, finiscono legate a rendite materiali da corruzione e/o al voto di scambio. Politici e burocrati, infatti, cercheranno di servirsi di ogni occasione sicura per entrare in contatto con coloro per i quali le loro decisioni sono vantaggiose, sfruttandole a loro volta a proprio vantaggio. Tutta la cooperazione sociale di mercato finisce così per saltare. Infatti è evidente che in un prevalente rapporto egemonico la vita dei cittadini dipende sempre più dal potere politico e si trasformerà in lotta contro tutti gli altri per guadagnarne i favori e influenzare coloro che emettono i comandi nella forma di legislazione. Anziché dedicare i propri sforzi a sviluppare la propri creatività imprenditoriale (o la ricerca scientifica), così, volta a soddisfare al meglio possibile i bisogni degli altri, essi si impegneranno in un vasto processo corruttivo per influenzare gli ordini, le leggi e la distribuzione della ricchezza o anche, in casi estremi, per cercare di difendersi dall’interventismo e dalla dilagante legislazione, prodotta a catena da uomini che, pur non partecipando né al processo di produzione né a quello di scambio impongono tutto a coloro che di quello vivono. Corruzione, spesa pubblica, voto di scambio (in democrazie nelle quali per l’individuo o il piccolo gruppo non c’è alcuna possibilità di disobbedire alla volontà della maggioranza), devastante pervertimento del concetto stesso di “giustizia”[18], politiche redistributive e dilagare della burocrazia appaiono in questo sottoparagrafo di Human Action strettamente collegate, in una sintesi che non ha paragoni. I corollari di questo meccanismo sono innumerevoli: l’emergere di una società sbilanciata dal prevalere del rapporto “egemonico” (politico, di comando-obbedienza), nella quale contano solo le relazioni personali con chi comanda e in cui la corruzione è premiata, trasformando l’onestà e la vita del proprio lavoro in un martirio. Infatti, coloro che possono avere accesso alla rappresentanza politica (gruppi di pressione) o ai vertici della burocrazia per guadagnare favori al di fuori della competizione di mercato (e del merito oggettivamente riconosciuto), saranno stimolati a cercare di influenzarle, per non rimanere esclusi da un gioco del genere, a differenza di tutti gli altri che sono indotti a comportarsi in questo modo. Tuttavia, in una società siffatta, la proprietà sarà anche precaria, poiché sarà ottenuta grazie ai più forti; anche i più deboli non godranno di alcuna protezione in merito a questo diritto, che diventa una precaria attribuzione legale. Le basi della cooperazione sociale saranno così destinate a saltare.

 

  1. Un’edizione da macero e due paradossi.

 

L’edizione italiana del 1959 de L’Azione Umana, per quanto rappresenti una versione della prima edizione americana, è un testo che va sostituito al più presto con un’edizione completa e accurata nella traduzione (il più possibile fedele all’originale) e, cosa che non dovrebbe mai accadere ai libri, può essere tranquillamente mandata al macero. Questo caso editoriale, infatti, rappresenta con ogni evidenza un grave macigno nella cultura scientifica italiana. Generazioni di studenti che possono essere venuti in contatto, per un puro, fortunato caso (data l’esclusione sistematica delle opere della Scuola Austriaca dall’insegnamento mainstream nelle Accademie italiane fino a oggi – ma questa non rappresenta un’eccezione nel panorama europeo continentale), con quella traduzione de L’Azione umana, hanno potuto leggere l’opera in questa versione mal presentata, disastrata dal punto di vista linguistico e soprattutto non aggiornata, ignorando il fatto che le edizioni successive alla prima erano diverse, più ricche e dotate di sviluppi cruciali. Va anche considerato il fatto che, fino alla fine degli anni Novanta, ossia con l’avvento di internet e del mercato librario on-line (con la parziale, ancora timida ripresa di una “globalizzazione” post-guerra fredda), procurarsi i testi originali era molto difficile. Oggi la situazione è cambiata, ma rimangono ancora emblematici, a fronte di questa traduzione, due paradossi.

Il primo è che – dato che forse ancora pochi, a parte gli studiosi, hanno potuto leggere le aggiunte alla Seconda e Terza Edizione – il caso del sottoparagrafo mancante Corruption rappresenta un vuoto particolarmente grave per l’Italia. Oltre a fornire la descrizione e la spiegazione di una logica conseguenza dei sistemi di socialismo reale (a lungo descritti in questo Paese come portatori di una fantomatica “giustizia sociale”, ma finiti tutti nelle pastoie di una corruzione materiale e morale sconfinata e nella devastazione della cooperazione sociale, esistente invece in epoche precedenti alla statalizzazione integrale nei Paesi che li hanno sperimentati) [19], infatti, quella parte mancante va al cuore di uno dei principali problemi di questo Paese, che sta annegando a causa dell’interventismo: la corruzione e il dilagare delle rendite politiche, in uno scenario di lotta, sempre più all’ultimo sangue, fra bande parassitarie che si spartiscono il “bottino” derivante dalla tassazione e dalla regolamentazione e che aspirano a mettere le mani su settori sempre più ampi delle attività umane controllate e regolamentate dallo Stato e dalla sua debordante legislazione. Per non parlare della corruzione insita nel voto di scambio. Con l’ulteriore “sotto-paradosso” che in un momento di crisi dovuta soprattutto all’interventismo dello Stato, la gente continua a incolpare il mercato e a invocare ancor più interventi e regolamentazione, trasformando politici e burocrati in salvatori: una soluzione con ogni evidenza letale, delle cui conseguenze si finirà per accorgersi troppo tardi.

Il secondo paradosso, che sfiora l’umorismo, è il fatto che – contrariamente a questo vuoto tutto italiano – in Russia, il Paese europeo più devastato dallo statalismo integrale, dall’economia amministrata e dalle utopie criminali del Novecento e oggi in una fase di lampante restaurazione politica, accompagnata da un rigurgito di censura, esiste già dal 2005 un’eccellente traduzione[20] dell’opera principale di Mises, condotta sulla base della Terza Edizione americana. Il luogo di pubblicazione è la città di Cheljabinsk, in Siberia, nella quale sono stati pubblicati in traduzione russa un’infinità di testi della tradizione liberale classica, della Scuola Austriaca dell’economia e del libertarismo contemporaneo. La cosa non sorprende, in quanto Cheljabinsk è un’altamente dinamica città mercantile storica, che ebbe un rapido sviluppo nel primo decennio del Novecento – l’epoca di maggior fioritura dell’Impero Russo – e che si è sviluppata in forma simile ad alcune città americane: per questo è stata anche definita “la Chicago d’oltre Urali”. Quello siberiano in generale, del resto, è sempre stato un ambito culturale diverso (e più libero) rispetto a quello della Russia europea.[21] Nella bella edizione russa di Human Action figurano un accurato glossario dei termini, un repertorio dei giudizi più anticonformisti sull’opera di Mises, un dettagliato dizionario biografico e un minuzioso indice degli argomenti e dei sotto-argomenti. Inoltre, sul piano linguistico i termini-chiave sono tradotti correttamente (government con gosudarstvo; the hampered market economy con deformirovannaja rynochnaja ekonomika, ecc.) e vi figura anche l’importante sottoparagrafo korrupcija[22], di enorme rilevanza per un Paese che vede fra i suoi più gravi problemi, ereditati dal periodo sovietico, proprio quello della corruzione, che impedisce il ritorno a livelli che pur erano stati raggiunti dall’economia pre-rivoluzionaria. La traduzione della Terza Edizione americana (Contemporary Books, Chicago 1996) è condotta con accuratezza, dedizione, utilizzando al massimo l’infinita plasticità della lingua russa per rendere al meglio i termini scientifici originali, dimostrando con ogni evidenza un rispetto e un attaccamento quasi affettivo all’opera di Mises e rivitalizzando in tal modo una gloriosa tradizione prerivoluzionaria nello studio dell’economia, che aveva visto non a caso (accanto a quella, comunque la si consideri, di levatura mondiale dei Tugan-Baranovsky, Dmitrjev, Kondratjev, Slutskij, ecc.), l’eccezionale opera di Boris Brutzkus[23], l’economista che parallelamente e indipendentemente da Mises sviluppò la teoria dell’impossibilità del calcolo economico in un’“economia” socialista.

 

Conclusioni.

 

Senza un’edizione aggiornata e completa di uno dei maggiori capolavori di tutti i tempi della teoria economica e delle scienze sociali, appare molto difficile pensare a un Paese in grado di ragionare e di confrontarsi su questioni chiave, che soprattutto lo riguardano direttamente, come quelle omesse nell’edizione della Utet. Quella del 1959 era un’edizione stampata controvoglia, per coprire un vuoto che sarebbe apparso troppo macroscopico. In un’epoca nella quale sta maturando la rivolta[24] contro la chiusura dei programmi universitari e di dottorato verso scuole di pensiero censurate e/o considerate “inferiori” dal mainstream accademico – acritico e fondato su modelli di pensiero e di comportamento umano irrealistici, incapaci di spiegare fenomeni decisivi, in quanto arroccati su teorie sorpassate, statiche e amorfe – un’edizione come quella italiana di Human Action appare ancor più intollerabile. L’opera di Mises in salsa italiana potrebbe essere considerata come una delle tante incappate in una semplice disavventura editoriale. Il grave sta nel fatto che non si è trattato di questo. La vicenda di quell’edizione è invece dipesa da una pianificata e proterva politica culturale di marginalizzazione (come senza dubbio dimostrano le paginette introduttive), a tutto favore di programmi di ricerca dominanti, di un insegnamento ortodosso infarcito di stordenti e arcane formule matematiche e orientato da gruppi di “intellettuali di corte”, volto a frenare o a scoraggiare la possibilità di avvicinarsi seriamente e con una strumentazione adeguata a teorie differenti (e in grado di spiegare i fenomeni: basta pensare al collasso del socialismo reale o a quello dell’economia accademica di fronte alla crisi corrente) rispetto a quelle prevalenti. Quella traduzione dimostra che Mises ha subito un trattamento inaccettabile in questo Paese, non diversamente da quello di tanti altri scienziati (Leoni, Miglio, ecc.) e che rende inevitabilmente quanto mai attuale, particolarmente oggi e per quanto visto sopra, il monito di Frédéric Bastiat: «Quando la ragione pubblica smarrita onora ciò che è spregevole, disprezza ciò che è onorevole, punisce la virtù e ricompensa il vizio, incoraggia ciò che nuoce e scoraggia ciò che è utile, applaudisce alla menzogna e soffoca il vero sotto l’indifferenza o l’insulto, una nazione volge le spalle al progresso e non vi può essere ricondotta se non dalle terribili lezioni delle catastrofi».[25]

Alessandro Vitale

[1] L. von Mises, Human Action. A Treatise on Economics, New Heaven, Yale University Press, 1949.

[2] Per un quadro completo delle cancellature dalla prima edizione e delle importanti aggiunte alle edizioni successive a quella del 1949, si veda L. von Mises Human Action. A Treatise on Economics, The Scholar’s Edition, The Ludwig von Mises Institute, Auburn Alabama 1998, pag. xxii.

[3] Come aveva notato nel 2003 Lorenzo Infantino, «È come se Bagiotti avesse voluto porre su Mises (e sulla stessa opera introdotta) una pietra tombale». L. Infantino, Ludwig von Mises e le scienze sociali del ventesimo secolo, in: L. Infantino, N. Iannello (cur.), Ludwig von Mises e le scienze sociali nella grande Vienna, Rubbettino 2004, pp. 10-12.

[4] L. Infantino, Ludwig von Mises e le scienze sociali del ventesimo secolo, cit., p.12.

[5] L. von Mises Human Action. A Treatise on Economics, The Scholar’s Edition, The Ludwig von Mises Institute, Auburn Alabama 1998, Ibidem.

[6] Pag. 732 della Quarta Edizione (Wilkes & Fox, 1996), che riproduce la Terza Edizione (1966), pubblicata dalla Henry Regnery Company – Yale University Press.

[7] Pag. 716 della Quarta Edizione.

[8] Ibidem, pag. 716. The hampered market economy viene tradotto nell’edizione italiana, ricavata dalla prima edizione, con “L’economia vincolata”, mentre il senso dell’aggettivo andrebbe reso più correttamente con “intralciata”, “ostacolata”, “deformata”, “bloccata”, in quanto il termine inglese indica un vero e proprio impedimento al suo funzionamento, fino a trasformarla in qualcosa di diverso, ossia in un sistema “anti-economico” o “non-economico”. Cfr. The Concise Oxford Dictionary of English Etymology, Oxford University Press, 1996.

[9] Per una rapida individuazione, si veda l’antologia di G. Vestuti (a cura di), Il realismo politico di Ludwig von Mises e di Friedrich von Hayek, Giuffré, Milano 1989, pp.159-162.

[10] «L’accrescimento delle richezze può essere ottenuto o attraverso lo scambio, che è l’unico metodo possibile in un’economia capitalistica, o attraverso atti di violenza ed esplicite richieste, come in una società militaristica, dove il più forte ottiene con la forza, il più debole chiedendo». L. von Mises, Socialismo (1922), Rusconi, Milano 1989, p. 415.

[11] B. Leoni, Lezioni di dottrina dello Stato, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pp.165-169 e soprattutto 260-267.

[12] Mises scrive: «As a rule, one individual or a group of individuals is enriched at the expenses of other individuals or groups of individuals. But in many cases, the harm done to some peoples does not correspond to any advantage for other people». Quarta Edizione di Human Action, (Wilkes & Fox, 1996), pag. 734.

[13] Miglio ha introdotto negli anni Sessanta nella politologia scientifica il termine di “rendita politica”, che non è altro che una garanzia politica materiale di beni e vantaggi nella loro forma più concreta, fornendone una teoria e una tipologia (in gran parte corrispondente a quella di Mises) taglienti come un rasoio. Cfr. G. Miglio, Lezioni di Politica, vol. 2. Scienza della Politica, Il Mulino, Bologna 2011, pp. 320-361. Naturalmente la dinamica della corruzione coincide in larga parte con quella descritta da Mises.

[14] Nell’analisi di Miglio l’allocazione delle risorse occupa una parte centrale nell’analisi della rendita politica. È il titolare del potere che con atti arbitrari (che ostacolano la razionalità economica) è in grado di decidere sulla distribuzione del “bottino politico” conquistato al di fuori dell’uso di “mezzi economici” e addirittura di usarlo nella lotta politica. Quanto più il mercato sarà compresso, tanto più vi sarà spazio per la rendita politica. G. Miglio, Lezioni di politica, cit., p. 329.

[15] I costi delle rendite politiche saranno scaricati sui “cittadini vinti” in questa lotta di accaparramento di risorse pubbliche.

[16] C. Lottieri, Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni. Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, p. 239.

[17] Human Action, Quarta Edizione, (Wilkes & Fox, 1996), pag. 736. Inutile aggiungere che questo coincide con e spiega anche cosa intendeva Bastiat con la famosa affermazione:«Lo Stato è la grande finzione in cui ognuno tenta di vivere alle spalle di tutti gli altri». Coincide inoltre con la scoperta di Leoni dell’analogia fra economia pianificata e legislazione e con la sua realistica constatazione che nell’ordine statuale e delle moderne democrazie sia inevitabile una guerra legale di tutti contro tutti, condotta per mezzo della legislazione e della rappresentanza politica. B. Leoni, Decisioni politiche e regole di maggioranza (1960), ora in: Idem, Scritti di scienza politica e teoria del diritto, Rubbettino-Facco, Soveria Mannelli 2009, pp. 123-137; B. Leoni, La libertà e la legge (1961), Rubbettino, Soveria Mannelli 1994, p. 23.

[18] Del resto, le politiche pubbliche finalizzate alla realizzazione della c.d. “giustizia sociale” devastano la sicurezza giuridica, provocando una corruzione dilagante.

[19] La spiegazione teorica di queste conseguenze era già presente, come noto, in L. von Mises, Die Gemeinwirtschaft (1932, 2a ed.) (Socialism: An Economic and Sociological Analysis, Liberty Fund, Indianapolis, 1981; trad, it.: Rusconi, Milano 1990).

[20] L. von Mises, Chelovecheskaja dejatel’nost’. Traktat po ekonomicheskoj teorii, Sozium, Cheljabinsk, 2005.

[21] Mi permetto di rimandare per questo a A. Vitale, Noi e l’Europa Orientale “extracomunitaria”: un incontro frenato e gli ostacoli alla libertà delle popolazioni europee. In: AA.VV., La nostra libertà e le altre culture. Scontro o incontro nell’Europa del futuro, Regione Friuli-Venezia Giulia, Associazione culturale Carlo Cattaneo, Pordenone 2004, pp. 53-93; A. Vitale, La “Slavia Ortodossa” e la politica internazionale. Questioni di geopolitica e di geocultura. In: AA.VV. I due polmoni dell’Europa. Est e Ovest alla prova dell’integrazione. Rimini 2001. (Atti dell’Università d’Estate – S. Marino) pp. 89-105.

[22] L. von Mises, Chelovecheskaja dejatel’nost’, cit, pp. 688-689.

[23] Su questo studioso si veda, oltre a B. Brutzkus, Economic Planning in Soviet Russia, Routledge, London 1935, anche, fra molti altri, D. R. Steele, From Marx to Mises, Post-capitalist Society and the Challenge of Economic Calculation, Open Court Publishing Company, La Salle, Illinois1992 e J.M. Kovács, M. Tardos, Reform and Transformation in Eastern Europe. Soviet Type Economics on the Threshold of Change, Routledge, London-New York 1992.

[24] Si veda ad es. l’autentica rivolta avvenuta fra studenti e docenti dell’Università di Manchester, ma anche in altre prestigiose istituzioni, contro una scienza economica che non ha avuto niente da dire in merito alla crisi mondiale attuale. Sebbene orientata anche al recupero del post-keynesismo e prevalentemente alla critica radicale del paradigma neoclassico, viene menzionata come scuola con la quale è necessario confrontarsi anche la Scuola Austriaca. Cfr. http://www.post-crasheconomics.com/

[25] F. Bastiat, Armonie economiche, Utet, Torino 1954, p. 595.

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Il Regno Unito è una “Nazione per consenso?” – I Parte

Ven, 28/11/2014 - 08:00

Premessa:
Lo scorso 18 Settembre in Scozia si è tenuto il referendum riguardo all’indipendenza dal Regno Unito.

Da un punto di vista libertario, le politiche che circondano entrambi gli schieramenti sono sospette. La classe mondialista dei banchieri, sempre preoccupata dal decentramento del potere, avverte di come la Scozia necessiti da Westminster di assistenza economica (leggi: welfare), forza militare e valuta. Al contempo, gli scozzesi – in larga misura socialisti – chiedono di vivere in una società più “egualitaria” amministrata da Holyrood (il quartiere di Edimburgo ove è sito il Parlamento Scozzese, ndr.) ed una nuova alleanza con i loro più illuminati “compagni di viaggio” di Bruxelles – lasciando un padrone per un altro.

Come sempre, un libertario dovrebbe concentrarsi sui primi princìpi. Il saggio del 1993 “Nazioni per Consenso: Decomporre lo Stato nazionale” di Murray Rothbard, fa esattamente questo.

Rothbard fa le domande giuste: cos’è una nazione? Cosa la rende davvero legittima? Gli Stati nazionali hanno bisogno di politiche di sicurezza comuni? Quando è permessa la secessione? Si dovrebbe permettere l’apertura dei confini e quella all’immigrazione? Come dovrebbero essere conferiti i diritti di voto e la cittadinanza? Come opererebbe, infine, un paese completamente privatizzato in maniera anarco-capitalista?

Queste sono le domande che dovremmo porci e a cui dovremmo rispondere quando dibattiamo contro lo Stato, le banche centrali e una classe politica mondiale sempre più corrotta.

Nazioni per Consenso: Decomporre lo Stato nazionale

I libertari tendono a focalizzarsi su due importanti unità d’analisi: l’individuo e lo Stato. Eppure, uno degli eventi più drammatici e significativi del nostro tempo è stato il riemergere – con forza – negli ultimi cinque anni di un terzo aspetto molto trascurato del mondo reale, la “nazione”. Quando si pensa alla “nazione” in toto, solitamente essa viene associata mentalmente allo Stato, come nel caso dell’espressione comune “Stato-nazione”, sebbene tale concetto prenda soltanto un particolare sviluppo dei secoli recenti, elaborandolo in una massima universale. Negli ultimi cinque anni, comunque, abbiamo visto come corollario del collasso comunista nell’Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est una vivida ed impressionante rapida decomposizione dello Stato centralizzato, o del presunto Stato-Nazione, verso le sue nazionalità costituenti. La Nazione autentica, o nazionalità, ha fatto la sua drammatica ricomparsa sul palcoscenico mondiale.

I. Il Riemergere della Nazione

La “nazione”, ovviamente, non è la stessa cosa dello Stato, una differenza che i primi libertari ed i liberali classici come Ludwig von Mises ed Albert Jay Nock avevano ben in mente. I libertari contemporanei spesso affermano – erroneamente – che gli individui siano legati gli uni agli altri soltanto dagli scambi che avvengono nel mercato. Dimenticano che tutti nascono necessariamente in una famiglia, con una lingua ed una propria cultura. Ogni persona nasce in una o più comunità sovrapposte, solitamente relative ad un gruppo etnico con specifici valori, culture, credi religiosi e tradizioni. L’individuo nasce sempre in un determinato contesto spazio-temporale, implicando, dunque, un territorio ed i suoi dintorni.

Lo Stato-Nazione moderno europeo – la tipica “grande potenza” – non nasce affatto come nazione ma come conquista “imperialista” di una nazionalità – solitamente al “centro” del paese risultante e facente base nella futura capitale – su altre nazionalità periferiche. Dato che una “Nazione” è un complesso di sentimenti soggettivi di nazionalità basato su delle realtà oggettive, gli stati centrali imperialistici hanno avuto vari gradi di successo nel forgiare un senso di unità nazionale fra le nazionalità subordinate ad essi, forzando la sottomissione al centro imperialistico. In Gran Bretagna, gli inglesi non hanno mai davvero sradicato le aspirazioni nazionalistiche fra le sottomesse nazionalità celtiche come gli scozzesi e i gallesi, sebbene nel caso della Cornovaglia, tale sentimento sembri essere stato in gran parte soppresso. In Spagna, i conquistatori castigliani – di base a Madrid – non sono mai riusciti a cancellare il nazionalismo fra catalani, baschi o anche i galiziani e gli andalusi. I francesi, muovendosi dalla loro base a Parigi, non hanno mai del tutto domato i bretoni, i baschi o gli occitani.

È ormai ben noto che il collasso dell’Unione Sovietica imperialista e centralista ha sollevato il coperchio sulle dozzine di nazionalismi precedentemente soppressi all’interno della passata URSS e sta oramai risultando chiaro che la stessa Russia, o meglio la “Federazione Russa”, è semplicemente una edizione rimaneggiata della vecchia formazione imperialistica in cui i Russi, muovendosi da Mosca, incorporarono con la forza parecchie nazionalità come tartari, jakuti, ceceni e molte altre. Gran parte dell’URSS derivava dalla conquista imperiale russa nel diciannovesimo secolo, quando russi e britannici competevano per spartirsi gran parte dell’Asia centrale.

La “Nazione” non può essere definita precisamente. E’ una costellazione complessa e variabile di diverse forme di comunità, linguaggi, gruppi etnici e religioni. Alcune nazioni o nazionalità, come gli sloveni, hanno sia un gruppo etnico che un linguaggio ben definito; altre, come le fazioni in guerra fra di loro in Bosnia, appartengono allo stesso gruppo etnico con lo stesso linguaggio, ma che differisce nella forma dell’alfabeto e si scontra violentemente nella religione (serbi ortodossi dell’Est, croati cattolici e bosniaci musulmani, i quali complicano ulteriormente il quadro, in quanto originariamente sostenitori dell’eresia manichea bogomila).

La questione della nazionalità è resa più complessa dall’interazione fra la realtà oggettivamente esistente e le percezioni soggettive. In alcuni casi, come nelle nazionalità Est-europee sotto gli Asburgo o gli irlandesi sotto il dominio inglese, i nazionalismi – incluse le lingue sottomesse e talvolta morenti – venivano intenzionalmente preservati, generati ed espansi. Nel diciannovesimo secolo ciò fu fatto da élite intellettuali determinate a lottare per rianimare le periferie che vivevano – parzialmente assorbite – sotto l’impero centrale.

II. La Fallacia della “Sicurezza Comune”

Il problema della Nazione è stato aggravato nel ventesimo secolo dalla prevalente influenza del “Wilsonismo” (in riferimento a Woodrow Wilson, presidente americano dal ’13 al ’21, ndr.) nella politica estera statunitense e mondiale. Non mi riferisco all’idea dell’auto-determinazione nazionale, osservata soprattutto nell’apertura dopo la Prima Guerra Mondiale, ma alla “sicurezza comune contro le aggressioni”. Il difetto fatale che si cela dietro questo seducente concetto è che tratta gli Stati-Nazione analogamente ad aggressori individuali, con la “comunità internazionale” nelle vesti del tipico poliziotto di quartiere. Ad esempio: il poliziotto vede A che aggredisce o ruba la proprietà di B; egli naturalmente corre a difendere la proprietà privata di B, nella sua persona o nei suoi averi che siano. Allo stesso modo, si assume che le guerre fra due nazioni o stati abbiano lo stesso aspetto: lo Stato A invade o “aggredisce” lo Stato B; lo Stato A viene subito riconosciuto come “l’aggressore” dal “poliziotto internazionale” o dal suo presunto surrogato – sia la Società delle Nazioni, le Nazioni Unite, il Presidente o il Segretario di Stato degli Stati Uniti, o il giornalista editoriale del New York Times di agosto. Si suppone, poi, che le forze mondiali dell’ordine, qualunque esse siano, debbano agire subito per bloccare il “principio di aggressione” o per impedire che l’aggressore, sia esso Saddam Hussein o i guerriglieri serbi in Bosnia, realizzi il suo presunto obiettivo di nuotare attraverso l’Atlantico e assassinare tutti gli abitanti di New York o Washington D.C.

Una falla cruciale in questa linea di pensiero così popolare si nasconde più in profondità rispetto alla tipica discussione sulla possibilità effettiva che le truppe americane d’aria o di terra abbiano nello sradicare iracheni o serbi senza difficoltà. La falla consiste nella supposizione implicita dell’intera analisi: che ogni Stato-Nazione “possegga” la sua intera area geografica esattamente allo stesso modo in cui ogni individuo possessore di proprietà determini e goda della sua persona e della proprietà che ha ereditato, per cui ha lavorato o che abbia guadagnato tramite uno scambio volontario. I confini del tipico Stato-Nazione sono davvero così come quelli della tua o della mia abitazione, proprietà o fabbrica, oltre ogni ragionevole dubbio?

Mi sembra che non soltanto i classici liberali o i libertari, ma qualunque individuo dotato di buon senso che pensi al problema debba rispondere con un fragoroso “No”. È assurdo definire ogni Stato nazionale, con il proprio confine auto-proclamato in un certo periodo storico, come qualcosa di giusto e sacrosanto, ciascuno con la propria “integrità territoriale” da preservare immacolata ed integra come la tua o la mia persona fisica o come la proprietà privata. Inevitabilmente, com’è ovvio, questi confini sono stati acquisiti tramite la forza e la violenza, o tramite accordi fra stati fatti senza tenere in causa gli abitanti della zona, e altrettanto inevitabilmente questi confini cambiano notevolmente nel tempo rendendo i proclami di “integrità territoriale” davvero ridicoli.

Prendiamo, ad esempio, l’attuale caos in Bosnia. Soltanto un paio di anni fa, l’opinione della Classe Dirigente, l’opinione comunemente accettata di Sinistra, Destra o Centro, proclamava ad alta voce l’importanza di mantenere “l’integrità territoriale” della Jugoslavia e denunciava aspramente tutti i movimenti secessionisti. Adesso, dopo un breve lasso di tempo, la stessa Classe Dirigente, che soltanto di recente difendeva i serbi come i campioni della “nazione jugoslava” contro i feroci movimenti secessionisti che cercavano di distruggere quell’integrità, adesso vitupera e tenta di reprimere i serbi per “l’aggressione” contro “l’integrità territoriale” della “Bosnia” o della “Bosnia-Erzegovina”, una “nazione” creata di sana pianta che prima del 1991 esisteva esattamente quanto “la nazione del Nebraska”. Queste sono le fallacie in cui inevitabilmente cadiamo se rimaniamo intrappolati dalla mitologia dello “Stato-Nazione”, il cui confine in un determinato tempo t deve essere riconosciuto come un’entità posseduta con i suoi sacri ed inviolabili “diritti”. Un’analogia con i diritti di proprietà privata che è profondamente sbagliata.

Adottiamo un eccellente stratagemma di Ludwig von Mises nell’astrarsi dalle emozioni contemporanee: postuliamo due Stati-Nazione contigui, la “Ruritania” e la “Fredonia”. Poniamo che la Ruritania abbia improvvisamente invaso l’Est della Fredonia e lo dichiari come proprio. Dovremmo automaticamente condannare la Ruritania per il suo vile “atto di aggressione” contro la Fredonia e mandare truppe, sia letteralmente che metaforicamente, contro i brutali ruritaniani nell’interesse della “coraggiosa, piccola” Fredonia? Assolutamente no. Una possibile eventualità è che – diciamo due anni fa – la zona est della Fredonia sia stata parte della Ruritania, era quindi indubbiamente Ruritania ovest, e che i Ruri – gli abitanti del posto – abbiano gridato a gran voce per gli scorsi due anni contro l’oppressione della Fredonia. In breve, soprattutto nelle dispute internazionali, citiamo le immortali parole di W. S. Gibert:

Le cose raramente sono come sembrano:
il latte scremato si maschera da panna”.

L’amato poliziotto internazionale, che sia Boutros Boutros-Ghali, le truppe USA o l’editorialista del New York Times, avrebbe fatto meglio a pensarci più di due volte prima di balzare nella mischia. Gli americani sono particolarmente inappropriati per il loro auto-proclamato ruolo wilsoniano di moralizzatori e poliziotti del mondo. Il nazionalismo negli Stati Uniti è particolarmente recente, ed è più idealistico che effettivamente radicato in gruppi etnici o nazionali di vecchia data, o magari tramite battaglie. Aggiungiamo a questa letale combinazione il fatto che gli americani non hanno praticamente memoria storica e ciò li rende particolarmente inadatti a prendere le armi per intervenire nei Balcani, dove “chi si è alleato con quale schieramento ed in quale luogo nella guerra contro gli invasori turchi del quindicesimo secolo” è un concetto presente nella mente della maggior parte dei contendenti, molto più di cosa hanno mangiato ieri a cena.

I libertari ed i liberali classici, che sono particolarmente ben equipaggiati per ripensare l’intera confusa questione dello Stato nazionale e della politica estera, durante la Guerra Fredda sono stati troppo presi a combattere il comunismo e l’Unione Sovietica per dedicarsi a delle riflessioni fondamentali su tali questioni. Ora che l’Unione Sovietica è collassata e la Guerra Fredda è finita, forse i liberali classici si sentiranno più liberi di pensare in modo diverso a questi problemi così criticamente importanti.

Saggio di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Böhm-Bawerk e la struttura intertemporale del capitale

Mer, 26/11/2014 - 08:00

[Pubblicato originariamente su LaRibellioneDelleMasse]

Böhm-Bawerk accoglie il nuovo tipo di impostazione data da Menger alla teoria economica; da un lato riprende l’idea d’una produzione che si sviluppa nel tempo, dall’altro la differenza tra beni in grado di soddisfare in modo diretto i bisogni (beni di consumo, o beni del primo ordine) e beni in grado di soddisfarli in maniera indiretta (beni di capitale, o beni di ordine superiore); su questi costruisce la sua teoria del capitale.

Noi non esporremo la teoria di Böhm-Bawerk nella sua interezza, che in sé risulta una teoria economica compiuta in tutte le sue parti; ci limiteremo ad esporre due concetti, che Hayek riprende e su cui costruisce la teoria del ciclo economico: il periodo di produzione, e la cosiddetta legge della maggior produttività dei metodi di produzione indiretti (more roundabout method of production).

Böhm-Bawerk parte da una domanda: in quali modi l’uomo può utilizzare le forze produttive di base (lavoro e terra) al fine di realizzare dei beni? Fondamentalmente può combinarli in due modi. Il primo è di combinarle tra loro in modo che il bene sia il risultato immediato di questa combinazione.

Il secondo è usare una via indiretta (roundabout way) e, con quanto inizialmente a sua disposizione, realizzare un primo bene, e dopo, con l’ausilio di questo, ottenere il bene finale desiderato.

Tra i tanti esempi che ci fornisce Böhm-Bawerk c’è quello del pescatore: egli può procurarsi dei pesci in maniera diretta semplicemente pescando i pesci con le mani; può procedere in maniera indiretta, dotandosi prima d’una canna per pescare, e solo dopo cimentarsi nell’attività di pesca; oppure può procedere in maniera ancora più indiretta, costruendo una barca e una rete da pesca; in questo ultimo modo avrà la possibilità di aumentare ancora la resa del suo lavoro (la produttività), soprattutto a confronto del modo diretto.

A mano a mano che aumenta la distanza tra l’iniziale applicazione del lavoro e l’ottenimento dei beni desiderati, e quanto più aumentano i beni “intermedi”, tanto più le tecniche utilizzate si fanno capitalistiche:

L’adozione del metodo capitalistico di produzione produce due conseguenze, una positiva, l’altra negativa. Il lato positivo consiste nella più elevata produttività tecnica di questo metodo. Con un eguale impiego di forze produttive primarie si può produrre una quantità maggiore di beni (o la stessa quantità ma di qualità migliore) tramite un’accorta scelta del metodo capitalistico rispetto a quanto si può ottenere con la produzione diretta (non assistita). Il lato negativo è relativo al sacrificio di tempo. I metodi capitalistici o indiretti sono convenienti in termini di risultati ma sono lunghi; danno luogo a quantità maggiori (o identica quantità ma di migliore qualità) ma solo dopo un certo periodo di tempo”.1

Il processo è inteso, quindi, in senso direzionale: partendo dai fattori originari, lavoro e risorse naturali, si procede in avanti e, passando attraverso la realizzazione dei prodotti intermedi, si giunge ai beni di consumo. Tanto maggiore è la quantità di prodotti intermedi, tanto più numerosi sono gli stadi attraverso cui i beni devono transitare per arrivare alla stadio del consumo, tanto più tempo è necessario per la conclusione del processo produttivo; la struttura che ne risulta è allungata, e quindi a maggiore intensità capitalistica.

Il modo in cui Böhm-Bawerk cerca di misurare tale lunghezza della struttura produttiva è il periodo medio di produzione. Tale concetto sarà sottoposto ad innumerevoli critiche, a cominciare da quella classica del professor Knight. Lo stesso Wicksell, grande estimatore di Böhm-Bawerk, di cui riprenderà la teoria del capitale, sviluppandola e dandole una veste formale, mise in mostra che il periodo medio di produzione sarebbe potuto esser accettato come corretta unità di misurazione solo qualora si fossero dati come assunti: un unico fattore di produzione (ma lo stesso Bawerk ne individua due), l’inesistenza di preesistente capitale fisso (bisogna cioè intendere tutto il capitale come capitale circolante), e l’utilizzo di tassi di interessi semplici (e non composti).

Hayek utilizzò per qualche tempo la nozione di periodo medio di produzione (in Prezzi e Produzione, ad esempio, la utilizza largamente), per poi abbandonarla definitivamente nell’ultima sua vera e propria opera economica, The Pure Theory of Capital(1941).

In «The Mithology of Capital» Hayek definisce il periodo medio di produzione «un’astrazione senza senso che ha poco o nulla a che vedere col mondo reale».2

Ma procediamo con un esempio: si ponga l’esistenza d’un solo fattore produttivo, il lavoro: “In questo caso il periodo medio di produzione è calcolato nel seguente modo: ogni unità di lavoro utilizzata nel processo produttivo viene moltiplicata per il lasso di tempo che intercorre tra la sua iniziale applicazione ed il completamento del processo. Le unità di lavoro, così contabilizzate, sono poi sommate tra loro, ed il risultato diviso per il numero di unità di lavoro applicate. Se, per esempio, 3 unità lavorative sono applicate 2 unità periodali di tempo e 2 unità lavorative 1 unità periodale di tempo prima che il bene di consumo sia completato, allora il periodo medio di produzione si calcola [(3×2) + (2×1)]/ 5 = 1,6 “.3

E’ piuttosto chiaro che calcolando in questo modo, le unità più lontane nel tempo influenzano la lunghezza del periodo medio di più rispetto a quelle applicate per meno tempo.

Di fatto Böhm-Bawerk postula una proporzionalità diretta tra periodo medio di produzione e rendimento della produzione stessa: al crescere del periodo medio, aumenta anche il rendimento (seppur a tassi decrescenti). E’ questa la “legge del maggior rendimento dei processi produttivi più lunghi”.

Wicksell dedica una parte dei suoi “Saggi di Finanza Teorica” alla teoria del capitale di Böhm-Bawerk:

Il punto centrale della dottrina di Böhm-Bawerk risiede nella premessa, che un aumento della produttività media del lavoro impiegato è sempre possibile con una opportuna introduzione di lavoro preparatorio, ciò che equivale ad un allungamento del periodo medio di investimento (n.a. Wicksell preferisce parlare di periodo medio di investimento, mutuando l’espressione da Jevons, piuttosto che di periodo medio di produzione) del capitale impiegato.

Quest’affermazione era intesa naturalmente non soltanto nel senso che una quantità maggiore di lavoro produce di più, ma in quello più vasto che una medesima quantità di lavoro, ripartita uniformemente su di un maggior periodo di tempo, risulterà più produttiva di quanto non lo sia la medesima quantità di lavoro applicata ad un processo produttivo più breve del medesimo tipo, o addirittura ad una produzione immediata che non richieda capitali”4

La legge di Böhm-Bawerk cui sopra è valida per ogni punto di tempo. Non viene negata la possibilità del progresso tecnico, il cui effetto è di accorciare il periodo medio di produzione; ma considerando come dato il livello tecnico, in ogni istante dovranno esistere una serie di tecniche di produzione che, a causa della maggiore lunghezza, garantirebbero un rendimento maggiore di quelle in uso. In questo caso è il livello del tasso di interesse a determinare la convenienza ( e quindi l’applicazione) di una determinata tecnica a maggiore intensità capitalista. Böhm-Bawerkk ripete più volte che tale legge non può essere desunta logicamente da una serie di assunti; ed ammette anche l’impossibilità concreta di misurare il periodo di produzione. Pur non potendo dimostrare la validità della legge, nondimeno la suffraga con tutta una serie di esempi e di argomenti (per i quali rimandiamo all’opera originale di Böhm-Bawerk). Di questi argomenti uno ci interessa particolarmente, e lo troviamo nel quarto capitolo del secondo libro di “The Positive Theory of Capital”. Qui Böhm-Bawerk dice che la sua legge non è altro che una particolare interpretazione dell’invece generalmente accettata tesi secondo cui la produttività del lavoro aumenta quando aumenta il capitale con cui viene combinato. Per Böhm-Bawerk parlare di incremento di capitale per lavoratore equivale a dire che si adottano tecniche di produzione più lunghe, più indirette. Chiaramente non viene affermato che un incremento del 10% del capitale per lavoratore equivale ad un allungamento del 10%; più verosimilmente si richiede che quando aumenti il rapporto capitale per lavoratore, la lunghezza del periodo produttivo sociale (globalmente inteso) aumenti. Böhm-Bawerk giustifica questa affermazione con un’ analisi del processo di risparmio:

Con una forza lavoro data, il risparmio aumenta lo stock pro capite di capitale diminuendo la domanda di beni di consumo, e spostandola verso i beni di produzione. Il lavoro risulta così riallocato dalla produzione di beni di consumo verso stadi più lontani dal consumo, verso la produzione di beni capitale; il che non vuol dire niente altro che un allungamento del periodo medio di produzione”.5

Un aumento nel risparmio, al quale fa da contraltare la diminuzione del consumo, provoca una maggior disponibilità di fondi disponibili; data la domanda, il prezzo di questi (il tasso di interesse) tende a scendere. In Böhm-Bawerk v’è quindi un collegamento diretto tra il livello del tasso di interesse, e le tecniche produttive scelte; a seconda del livello del tasso di interesse, si modifica la convenienza ad adottare delle tecniche a maggiore o minore intensità capitalistica, si modifica la lunghezza del periodo medio di produzione.

Se indichiamo con y il prodotto in termini di beni di consumo per unità di lavoro e il periodo medio di produzione con τ, possiamo esprimere le scelte tecnologiche possibili sotto forma della seguente funzione di produzione temporale:

y = f ( τ) con dy / dt > 0 d2y/d2t < 0

funzione crescente a tassi decrescenti. Alla funzione di produzione è associata una relazione corrispondente tra saggio di salario reale, w, cioè salario espresso in unità del bene di consumo, e tasso d’interesse, r:

r=r(w) con: dw/dr <0

La relazione w-r, la curva salario-interesse, è rappresentata nella parte b della fig 1. Quello che si mette in evidenza qui è una relazione inversa tra saggio di salario reale e tasso di interesse; ed il che si spiega con l’idea che ogni diminuzione del saggio di interesse determina, ceteris paribus, un aumento relativo del saggio di salario (e viceversa), e quindi una convenienza a sostituire il lavoro con il capitale, ora meno costoso; cioè ad un allungamento della struttura produttiva.

Gabriele Manzo

 

Note

1 von Bohm Bawerk, E. 1889 Positive Theory of Capital pg 82 (traduzione dall’inglese)

2 Hayek, F, 1936, The Mithology of Capital, Quarterly Journal of Economics, 1936, vol. 50, n. 2, p. 200

3 Lutz F, 1968, The Theory of Interest, pg 4 (traduzione dall’inglese)

4 Wicksell K, 1934, Saggi di Finanza teorica, pg 32

5 Lutz F, 1968, The Theory of Interest, pg 9 (traduzione dall’inglese)

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Interferenze coercitive – VII parte

Lun, 24/11/2014 - 08:00

Stabilizzazione macroeconomica

Politica fiscale (imposte e spesa pubblica), monetaria, del cambio contro l’equilibrio di disoccupazione, la ciclicità, gli squilibri della bilancia dei pagamenti e per la crescita – politiche di domanda.

Sono le cosiddette politiche keynesiane. Secondo la teoria di Keynes[1], il sistema di mercato è instabile, vi sono periodi in cui la domanda (soprattutto di investimenti) si riduce, trascinando nella recessione o nella depressione l’intero sistema economico. La domanda determina l’offerta. Non è detto che la domanda si mantenga ad un livello tale da garantire un’offerta, e dunque un reddito, di piena occupazione. In particolare, non è detto che il risparmio disponibile si traduca in investimento, perché le due grandezze dipendono da fattori differenti: il risparmio dipende dal reddito, l’investimento dal tasso di interesse e dalle prospettive future di profitto. La crisi nasce da una caduta di fiducia degli imprenditori nelle prospettive di profitto. Se gli imprenditori sono pessimisti relativamente al futuro, dunque prevedono prospettive di profitto negative, contraggono gli investimenti (importanza delle aspettative, e in generale del fattore psicologico[2]). Questo mette in difficoltà le imprese che producono beni capitali, le quali dovranno ridurre la produzione e licenziare lavoratori, alimentando ancora di più la caduta di domanda, che ora si estende anche al settore dei beni di consumo. È la crisi: recessione o depressione. Per Keynes non esiste alcun meccanismo automatico del mercato che capovolga la tendenza e ripristini una situazione di equilibrio di piena occupazione[3].

La soluzione keynesiana è incentrata sull’intervento dello Stato: o attraverso la politica monetaria (espansiva, che aumenti la quantità di moneta in circolazione; ma in caso di “trappola della liquidità” essa è inefficace[4]); o, ed è la soluzione privilegiata, attraverso la politica fiscale: in particolare, un aumento della spesa pubblica in disavanzo[5] (lo Stato chiede in prestito risorse ai privati), per compensare la carenza di domanda privata con domanda pubblica. Essendo tale spesa pubblica un elemento autonomo della domanda, grazie al moltiplicatore provocherà un’espansione del reddito, che sarà un multiplo dell’aumento di domanda iniziale. La spesa pubblica consigliata è di tipo produttivo, dunque in opere pubbliche, in modo da migliorare anche la dotazione infrastrutturale del paese, ponendo le basi per un maggiore sviluppo[6].

Il (provvisorio) disavanzo verrà sanato nel periodo successivo, perché l’aumento di reddito generato via moltiplicatore produrrà un incremento delle entrate fiscali connesse con gli aumentati redditi[7].

 Critiche

1) L’utilizzazione degli aggregati nasconde il fatto che un gran numero di individui e imprese agiscono e interagiscono in maniera complessa, e ciò rende le grandezze aggregate non indipendenti, bensì interdipendenti: ad esempio, gran parte dei risparmi delle imprese è realizzata in vista di investimenti da intraprendere; gli investimenti sono influenzati dal reddito presente, dal reddito futuro, dal consumo previsto e dal risparmio; il consumo non dipende solo dal reddito passato, ma anche dal reddito futuro previsto, dalla fase del ciclo in corso, dai prezzi dei prodotti, dai guadagni e dalle perdite in conto capitale e così via. Risparmi e investimenti non sono indipendenti, sono uguagliati dal tasso di interesse, che rappresenta la preferenza temporale; dunque non vi può essere in permanenza un eccesso di risparmio rispetto all’investimento.

2) Non c’è risparmio inutilizzato di cui lo Stato possa entrare in possesso senza creare danni; quando lo Stato entra in concorrenza con i privati per il risparmio disponibile determina una diversione delle risorse dai privati, più efficienti e produttivi, allo Stato, inefficiente e improduttivo (“spiazzamento” degli investimenti), e dunque la conseguenza è il consumo di capitale. In particolare, lo Stato, concorrendo con i privati per i fondi disponibili, fa aumentare il tasso di interesse. Lo spreco è ancora maggiore se lo Stato utilizza i prestiti per effettuare spese correnti (come di fatto è accaduto).

3) Il disavanzo iniziale non si sana da solo grazie ad un aumento multiplo del reddito, perché la teoria del moltiplicatore è una tesi empiricamente indimostrata e illogica. La storia economica degli ultimi decenni ha dimostrato che i disavanzi sono diventati strutturali, provocando l’accumulazione di un debito pubblico gigantesco.

4) Dunque il disavanzo, non colmandosi da solo, dovrà essere colmato in futuro dai contribuenti. C’è solo una redistribuzione del reddito (dai futuri contribuenti agli attuali prestatori), non c’è alcuna crescita del reddito. La spesa pubblica non è aggiuntiva, ma solo sostitutiva della spesa che i privati avrebbero realizzato se avessero potuto disporre delle risorse che sono state sottratte loro con le imposte. Il governo può spendere solo ciò che toglie ai suoi cittadini, non può arricchire magicamente tutti i cittadini.

5) Se l’aumento di spesa avviene con bilancio in pareggio, cioè finanziato con i tributi, a maggior ragione l’effetto espansivo è nullo, perché l’aumento di spesa pubblica è compensato dalla diminuzione di spesa privata causata dall’aumento dei tributi.

6) Se la spesa pubblica è finanziata con aumenti dell’offerta di moneta l’effetto è l’inflazione. Non vi è effetto inflazionistico se il disavanzo è finanziato attraverso l’emissione di titoli pubblici.[8]

7) L’ipotesi di Keynes, secondo la quale nel lungo periodo la frazione di reddito consumata (propensione al consumo) sia destinata a diminuire (e dunque la propensione al risparmio ad aumentare), con stagnazione strutturale, è smentita dai dati statistici.

8) L’enfatizzazione di una indistinta “domanda” fatta dalla teoria keynesiana ha generato vere e proprie aberrazioni concettuali. Una tesi sostenuta da alcuni keynesiani è quella secondo cui grandi catastrofi, come terremoti, guerre o uragani, siano in realtà proficui per l’attività economica, perché la ricostruzione che ne segue comporta un’espansione della domanda, dunque dell’occupazione e del reddito. Questa affermazione è una sciocchezza, giacché, in circostanze di questo tipo, avviene in realtà una gigantesca perdita di ricchezza, perché le energie e le risorse impiegate per ricostruire i beni distrutti si sarebbero indirizzate alla realizzazione di altre cose (assunto contestato dai keynesiani, perché parte del reddito, una quota di quello risparmiato, non si traduce in domanda). E fra le risorse va considerato anche il tempo che gli individui coinvolti nella ricostruzione trascorrono per ripristinare qualcosa che già c’era, mentre in assenza del disastro avrebbero speso questo tempo per realizzare qualcosa d’altro, e dunque qualcosa in più rispetto alla ricchezza esistente, cioè al patrimonio distrutto e ricostruito. Se il corollario keynesiano fosse vero, si giungerebbe all’assurda conclusione che per creare lavoro basterebbe bruciare ampie zone delle città, e poi ricostruirle.

9) Non si domanda moneta illimitatamente (motivi speculativi). Se affluisce nelle mani di un individuo nuova moneta, egli non la tesaurizzerà indefinitamente: parte sarà spesa o per il consumo o per investimenti; nessuno trattiene moneta più di quanta gliene occorre per i bisogni di cassa. E in ogni caso, poiché la moneta viene acquisita in cambio di beni, la quantità di moneta che un individuo può ricevere è limitata dalla quantità di beni che può dare in cambio. Dunque viene meno l’elemento attraverso cui per Keynes si manifesta la crisi e la depressione.

10) Le politiche economiche di stabilizzazione di breve periodo, a causa dell’insufficienza delle conoscenze, dell’inaffidabilità delle previsioni macroeconomiche e dell’esistenza di ritardi variabili negli effetti delle decisioni prese, finiscono con l’essere procicliche anziché anticicliche, e con l’aggravare, anziché curare, l’instabilità economica. Inoltre, quando a metà degli anni ’70 del Novecento si verificò recessione più inflazione[9], le politiche keynesiane (espansione della domanda in caso di recessione, contrazione in caso di boom inflazionistico) risultarono inutilizzabili: non si può accelerare e frenare allo stesso tempo[10].

 

Politica monetaria – Manipolazione della moneta e del credito – Gli Stati spesso hanno svalutato la moneta aumentando i prezzi; lo hanno fatto per ridurre i salari reali (al fine di ridurre la disoccupazione), non avendo il coraggio di sfidare i rappresentanti sindacali sui salari nominali.

I governi tendono anche a espandere il credito, illudendosi di ridurre stabilmente i tassi di interesse e provocare artificialmente un’espansione dell’economia. Tale atteggiamento è responsabile dei cicli economici. La politica monetaria storicamente ha tutt’altro che stabilizzato le economie: negli Stati Uniti la Federal Reserve fu istituita nel 1914, ma i cicli economici hanno continuato ad esistere con intensità simile al periodo precedente.

Politiche di controllo degli scambi con l’estero [L. von Mises, L’Azione Umana, pp. 766-768].

Limiti del New Deal – Fra il 1929 e il 1933 il prodotto americano si ridusse di circa un terzo; l’economia rimase depressa fino al 1939, dunque le misure prese non hanno affatto generato la ripresa, l’hanno allontanata.

Tra il 1933 e il 1940 le tasse federali sono triplicate da 1,6 a 5,3 miliardi di dollari, con contrazione dei consumi e degli investimenti. Gli interventi sul fisco erratici e ripetuti hanno scoraggiato gli investimenti.

Il sostegno ai sindacati e agli aumenti dei salari reali mantenne elevata la disoccupazione.

Per sostenere i prezzi dei prodotti agricoli furono distrutti enormi raccolti e 6 milioni di animali.

La Tennessee Valley Authority, il cuore del programma di lavori pubblici, non creò sviluppo significativo, tanto che Stati come la Georgia e la Carolina del Nord, non toccati dall’intervento, ebbero una crescita maggiore.

L’iniziativa antitrust del 1938 contro 150 imprese scoraggiò gli investimenti.

Le tariffe doganali estese dal Congresso nel 1930 generarono ritorsioni e contrassero il commercio internazionale.

 

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Note

[1] J.M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), Utet, Torino, 1978.

[2] Su questo punto gli Austriaci osservano: non si capisce perché tutti, o quasi tutti, gli imprenditori contemporaneamente dovrebbero diventare pessimisti. Sono gli elementi oggettivi del mercato (profitti, domanda) a determinare l’orientamento psicologico degli imprenditori, non viceversa: se la congiuntura è favorevole si produce ottimismo, se è sfavorevole si produce pessimismo. La depressione giunge perché le forze fondamentali dell’economia sono mutate, non perché qualcuno ha perso la fiducia. Inoltre, come ha osservato Hayek (Prezzi e produzione), non vanno considerati solo i ricavi futuri, ma i ricavi confrontati con i costi. Se alcuni imprenditori sono riusciti a ridurre i costi, la riduzione di domanda potrebbe non ridurre i profitti attesi, e dunque tali imprenditori potrebbero aumentare ugualmente gli investimenti.

[3] Si descrive qui con maggior dettaglio il modello keynesiano.

L’offerta (il reddito) dipende dalla domanda, di consumi e di investimenti: Y = C + I .

I consumi dipendono dal reddito, e sono abbastanza stabili: C = cY , funzione del consumo.

I risparmi dipendono dal reddito, in un rapporto abbastanza stabile anch’esso: S = (1 – c)Y, funzione del risparmio.

Gli investimenti sono un elemento autonomo della domanda, in quanto non sono vincolati dal reddito, ma possono essere finanziati dal credito; essi dipendono dal tasso di interesse e dalle prospettive di profitto, sintetizzabili con l’efficienza marginale del capitale j, ricavata in questo modo:

I = (R1 – C1) / 1+j   + (R2 – C2) / (1+j)2   + … + (Rn – Cn) /(1+j)n. Fino a che l’efficienza marginale (in valore) del capitale è superiore al costo marginale del capitale (interesse), la domanda di investimenti aumenta, e si ferma quando j = i . Se i aumenta (diminuisce) gli investimenti diminuiscono (aumentano). Se le prospettive di profitto sono negative gli investimenti sono bassi (importanza delle aspettative).

Determinazione del reddito – Per determinare il reddito di equilibrio è sufficiente conoscere il livello degli investimenti, in quanto i consumi dipendono dal reddito, e quindi l’aumento di domanda rappresentato dagli investimenti provoca un aumento di reddito e un aumento indotto dei consumi, innescando un circuito consumi-reddito via via decrescente. L’aumento finale di reddito conseguente all’iniziale aumento degli investimenti è un multiplo degli investimenti:

Y = (1/[1-c]) I (moltiplicatore). Ad esempio, se c = 4/5, il moltiplicatore è pari a 5, dunque qualunque aumento di I, componente esogena della domanda, determinerà un aumento del reddito 5 volte superiore.

In equilibrio i risparmi sono uguali agli investimenti.

Una volta determinata la quantità prodotta, resta fissato anche il livello dell’occupazione, data la funzione di produzione Y= f(N). Conoscendo la funzione di produzione si conosce anche la produttività marginale del lavoro corrispondente al livello di occupazione considerato. Poiché il salario reale w/p deve essere pari alla produttività marginale,   una volta determinato il salario monetario attraverso la contrattazione sindacale,   è determinato anche il livello dei prezzi. Questo livello dei prezzi è proprio quello in corrispondenza del quale l’offerta è uguale alla domanda: infatti se p fosse superiore, w/p si riduce, gli imprenditori aumentano la domanda di lavoro e la produzione, ma poiché la domanda globale resta immutata, i prezzi cadono ritornando al livello precedente.

Il tasso di interesse per Keynes è determinato sul mercato monetario, cioè dall’incontro fra offerta e domanda di moneta (in particolare, la preferenza per la liquidità), e non dall’incontro fra offerta e domanda di risparmio. È possibile quindi che gli investimenti siano inferiori ai risparmi, e che quindi la domanda globale sia inferiore all’offerta.

Poiché è la domanda globale di beni e servizi a determinare l’offerta, e non viceversa, è possibile che l’equilibrio fra domanda e offerta si stabilisca a un livello tale da non garantire la piena occupazione delle risorse, e in particolare del fattore lavoro.

[4] La “trappola della liquidità” è quella situazione in cui le aspettative degli imprenditori sono talmente negative che anche un aumento dell’offerta di moneta, con relativa riduzione del tasso di interesse (anche fino a zero), non induce gli imprenditori a domandarla per realizzare investimenti, ma per tesaurizzarla. (Per gli Austriaci Keynes confonde, sovrapponendoli, i concetti di moneta e capitale: trattenere moneta non si traduce necessariamente in una riduzione dell’offerta di capitale). Secondo Keynes inoltre non è possibile aumentare l’occupazione abbassando il salario reale attraverso aumenti della quantità di moneta (dato il salario monetario).

[5] Il disavanzo (deficit) pubblico è la differenza fra entrate e spese pubbliche annue. Il debito pubblico è dato dalla somma dei disavanzi più l’interesse composto maturato su di essi.

[6] Nei termini della formalizzazione matematica: Y = C+I+G, dove G rappresenta la spesa pubblica, componente autonoma della domanda.

[7] Anche i keynesiani sono favorevoli al bilancio in pareggio, ma, diversamente dagli ortodossi, non sono per ogni bilancio annuale in pareggio, bensì di medio o lungo termine, in relazione alla durata del ciclo economico. Se, ad esempio, una depressione o una recessione dura quattro anni, seguiti da quattro anni di boom, il disavanzo può permanere nei quattro anni di recessione, ed essere compensato da quattro bilanci in attivo negli anni del boom; così da non accumulare debito pubblico. Nei fatti i disavanzi del bilancio sono diventati la norma, anche nei periodi di crescita. Molti keynesiani hanno modificato la sequenza in: disavanzi maggiori nei periodi di recessione, disavanzi minori nei periodi di boom.

Ovviamente, se anziché una condizione di recessione o depressione, o comunque di reddito al di sotto della piena occupazione, vi fosse una condizione di boom inflazionistico, la politica economica dovrebbe essere semplicemente di segno opposto, cioè un avanzo di bilancio, conseguibile soprattutto con un aumento di imposte (in alternativa con una riduzione di spesa); operazioni che riducono la domanda globale attraverso la compressione del potere d’acquisto in eccesso.

 

[8] M.N. Rothbard, Ten Great Economic Myths, Part One, in «The Free Market», aprile 1984, pp. 1–4.

[9] Gli aumenti del costo del lavoro, seguiti all’ondata di rivendicazioni salariali alla fine dei ’60, e gli aumenti del prezzo del petrolio nella prima metà dei ’70 a seguito della guerra arabo-israeliana del Kippur vengono spesso chiamati in causa per l’inflazione dei prezzi dell’epoca. Tuttavia tali aumenti si sarebbero esauriti in uno scalino se non fossero stati alimentati da una politica monetaria espansiva. I due fenomeni descritti furono responsabili, insieme alla progressiva estensione dell’intervento statale, della perdita di dinamismo delle economie occidentali e quindi della recessione.

[10] Per le critiche alla Teoria generale v. H. Hazlitt, The Failure of the “New Economics”, Arlington House, New Rochelle, NY, 1959. Per una valutazione critica complessiva del keynesismo v. M.N. Rothbard, Spotlight on Keynesian Economics, manoscritto privato del 1947, pubblicato on-line da Mises Institute nel 2008; Keynesianism Redux, in «The Free Market», gennaio 1989, pp. 1, 3–5.

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Ascesa e declino della società: capitolo VI

Mer, 19/11/2014 - 07:00

L’umanità del commercio.

 

Qualunque posto ove due ragazzi si trovino a scambiare dei tappi per delle biglie, può considerarsi un mercato. Il semplice baratto, in termini di felicità umana, non è diverso da una transazione commerciale che coinvolge operazioni bancarie, assicurazioni, navi, ferrovie, stabilimenti all’ingrosso ed al dettaglio, poiché in ogni caso l’effetto e lo scopo del commercio è quello di soddisfare un certo bisogno. Il ragazzo con una manciata di biglie ha un deficit di felicità a causa della mancanza di tappi, mentre l’altro è altrettanto insoddisfatto a causa del suo bisogno di biglie; entrambi stanno meglio dopo lo scambio.

Allo stesso modo, l’operaio di Detroit che ha contribuito a costruire un inventario di automobili ora in magazzino non sta meglio grazie ai suoi sforzi fino a quando il prodotto non viene spedito in Brasile in cambio della sua tazza giornaliera di caffè. Il commercio non è altro che la cessione di ciò che si ha in abbondanza per ottenere qualcos’altro che si desidera. Vale la pena di ringraziare (per lo scambio – ndr) sia l’acquirente che il venditore. Il mercato non consiste necessariamente di un luogo specifico, anche se ogni operazione deve avvenire da qualche parte. Si tratta più precisamente di un sistema di canalizzazione di beni o servizi da un operatore ad un altro, dal produttore al consumatore, da dove esiste una sovrabbondanza a dove c’è un bisogno. E’ un metodo ideato dall’uomo nella sua ricerca della felicità, del benessere, ed operante solo con l’istinto umano nel riconoscere il valore. La sua funzione non è solo di trasferire la proprietà da una persona all’altra, ma anche di indirizzare lo sforzo umano; l’indicatore grafico dei prezzi di mercato registra i desideri delle persone, nonché l’intensità di questi desideri, in modo che altre persone (in cerca di giovamento) possano conoscere il modo migliore per impiegare se stesse.

Vivere senza il commercio sarebbe possibile, seppur complicato; nella migliore delle ipotesi, sarebbe mera sussistenza. Prima dell’avvento del mercato, gli uomini erano ridotti a tirare avanti con ciò che potevano trovare in natura per quanto riguardava il cibo e di che coprirsi; niente di più. Ma la volontà di vivere non è solo volontà di esistere; è piuttosto uno stimolo a raggiungere un godimento più pieno della vita, ed è col commercio che questo istinto interiore raggiunge un certo grado di appagamento. Maggiore è il volume e la fluidità delle transazioni nel mercato, più alto sarà il livello salariale della Società e, nella misura in cui beni e servizi generano la felicità, più alto è il livello dei salari maggiore è il grado di felicità.

L’importanza del mercato per il pieno godimento della vita è illustrato in una consuetudine riportata da Franz Oppenheimer in The State. Una volta, ai tempi in cui era celebrato in maniera quasi religiosa, l’approccio di mercato era considerato inviolabile anche da parte di ladri professionisti; infatti, smettendo i loro panni abituali questi ladri operavano sulle rotte commerciali alla stregua di poliziotti, facendo in modo che i commercianti ed i carovanieri non venissero molestati. Perché? Perché avevano accumulato un eccesso di refurtiva di un certo tipo, più di quanto potessero consumare, e il modo più semplice per trasformarlo in ulteriore benessere era attraverso il commercio. Il troppo, di qualunque cosa, e’ pur sempre troppo.

Il mercato non serve solo a condividere gli eccessi di produzione resi possibili dalla specializzazione umana, ma è anche un distributore della generosità della natura. Infatti, seppur in modi imperscrutabili, la natura ha sparpagliato su tutta la superficie terrestre le materie prime di cui gli esseri umani vivono; se non fosse stata concepita una qualche logica per la distribuzione di queste materie prime, esse non avrebbero avuto alcuna utilità per la razza umana. Così, attraverso il commercio, il pesce dal mare raggiunge il tavolo del minatore ed il carburante dalla miniera nell’entroterra, o dai pozzi, arriva alle caldaie della barca da pesca; i frutti tropicali sono messi a disposizione dei popoli del nord le cui miniere di ferro, trasformato in utensili, rende più facile la produzione industriale ai tropici. E’ col commercio che le scorte naturali sono rese accessibili a tutti i popoli del mondo e che la vita su questo pianeta diventa ancora più piacevole.

Pensiamo al commercio come al baratto di cose tangibili semplicemente perché questo è ovvio, ma un corrispettivo dello scambio di beni materiali è lo scambio di idee, l’accumulo di competenze e cultura tra le parti coinvolte nella transazione. In effetti, nelle merci è contenuto l’ingegno dei produttori: le eccellenti lane importate dall’Inghilterra sono testimoni dei segreti fondamentali nell’arte della tessitura e le sete Giapponesi suscitano curiosità per le tecniche alla base della loro lavorazione. Acquisiamo conoscenza delle persone attraverso i beni che riceviamo da loro. Oltre al dato commerciale c’è il fatto che lo scambio coinvolga una rete di individui e, quando gli esseri umani si incontrano fisicamente o tramite mezzi di comunicazione, vengono scambiate idee. L’incontro è l’olio che lubrifica ogni operazione di mercato.

Fu solo dopo che Cuba e le Filippine entrarono nella nostra orbita commerciale che si animò l’interesse per la lingua spagnola e per i costumi di quei luoghi, e l’interesse è aumentato in proporzione al volume dei nostri scambi commerciali con il Sud America. Di conseguenza, gli americani della generazione attuale hanno familiarità con i balli e la musica spagnola così come i loro antenati, sotto l’influenza dei contatti commerciali con l’Europa, lo erano con il minuetto francese ed il valzer viennese. Quando le navi cominciarono ad arrivare dal Giappone portarono con sé storie di un popolo interessante, storie che arricchirono la nostra letteratura, ampliarono i nostri concetti d’arte e contribuirono al nostro repertorio operistico.

Non è che il commercio in sé richieda una certa comprensione dei costumi del popolo con il quale si negozia: sono le merci a suscitare curiosità per il luogo di loro provenienza e le navi cariche di merci sono seguite da altri esploratori che portano delle idee; il porto aperto è come un magnete per i curiosi. Per questo motivo, la tendenza del commercio è quella di abbattere la ristrettezza del provincialismo, liquidare la sfiducia dell’ignoranza. La società quindi, nella sua accezione più completa, comprende tutti coloro che per migliorare le proprie diverse circostanze si dedicano al commercio con un altro popolo; il suo carattere espansivo tende al miscuglio delle eterogenee culture dei commercianti. Il mercato unifica la società.

La concentrazione della popolazione determina il carattere della società solo perché la contiguità facilita lo scambio; tuttavia la contiguità è un vantaggio relativo, dipendente dalla modalità con cui si stabilisce il contatto. La neutralizzazione di tempo e spazio con mezzi artificiali rende il mondo intero contiguo. L’isolazionismo che alleva una cultura non espansiva ed una diffidenza delle culture estere si sgretola tanto velocemente quanto le navi, i treni, e gli aerei veicolano merci ed idee.

Il perimetro della società non è fissato dalle frontiere politiche ma dal raggio dei suoi contatti commerciali. Tutte le persone che commerciano l’una con l’altra sono, perciò, portate all’aggregazione.

Il punto viene evidenziato da una tipica strategia di guerra. Il primario obiettivo di uno stato maggiore è quello di distruggere i processi di mercato del nemico, laddove la sconfitta del suo esercito diventa puramente accessoria. L’esercito potrebbe benissimo essere lasciato intatto qualora i mezzi di comunicazione interna del paese nemico fossero distrutti e i suoi punti di ingresso bloccati in modo che la produzione specializzata, dipendente a propria volta dalla possibilità di scambi commerciali, non possa più essere praticata. La popolazione, ridotta alla vita primitiva, perderebbe così la volontà alla guerra e chiederebbe la pace. Questo è lo schema generale di tutte le guerre. Più è integrata l’economia più forte sarà la nazione in guerra, semplicemente a causa della sua capacità di produrre un’abbondanza di attrezzatura militare e beni economici; se, invece, la sua capacità di produrre viene distrutta, se il flusso di merci viene interrotto, essa sarà più suscettibile alla sconfitta perché la sua popolazione, ormai disabituata a standard di vita inferiori, verrà più facilmente scoraggiata. Perde così di significato la questione per cui siano più necessarie le “armi” o il “burro” per la prosecuzione di una guerra.

Ne consegue che qualsiasi interferenza con il funzionamento del mercato è analoga ad un atto di guerra. Un dazio è un atto del genere. Quando siamo “protetti” dalla carne Argentina, l’effetto voluto è di rendere più difficile ottenere carne bovina e questo è esattamente ciò che farebbe un esercito invasore. Dato che la tassa non diminuisce il nostro desiderio per le carni bovine, siamo costretti dalla minore offerta ad impiegare più lavoro per soddisfare quel desiderio; la nostra gamma di possibilità viene ridotta perché siamo di fronte alla scelta tra consumare meno carne o rinunciare al godimento di qualche altro “bene”. La mancanza di abbondanza di carne sul mercato riduce il potere d’acquisto del nostro lavoro.

Siamo più poveri, anche se ad essere bloccati sono i porti di un’altra nazione. Inoltre, dal momento che ogni consumatore è al tempo stesso un venditore, e viceversa, il divieto imposto contro la loro carne rende difficile agli Argentini l’acquisto delle nostre automobili, cosi da limitare tale manifestazione delle nostre competenze. L’effetto di un dazio è quello di portare un potenziale acquirente fuori dal mercato. La tesi secondo cui la “protezione” fornisce posti di lavoro è palesemente fallace. E’ il consumatore che dà un lavoro al lavoratore e, fintanto che si parla di fornire occupazione produttiva, il consumatore a cui viene impedito il consumo è come se fosse morto.

Per inciso, è il lavoro che vogliamo o la carne? Il nostro istinto è quello di ottenere il massimo dalla vita con il minimo dispendio di energie. Lavoriamo solo perché ne abbiamo bisogno: la possibilità di produrre non è una benedizione, è una necessità. Né il produttore interno né quello estero ci regalano alcunché: c’è un prezzo per tutto ciò che vogliamo e il prezzo è sempre il lavoro. Scartiamo qualunque cosa ci faccia impiegare più risorse per acquistare una stessa quantità o tipo di soddisfazioni, poiché entra in conflitto con la naturale tendenza umana ad una vita che sia la più ricca possibile. Esempi di tale aggravio sono proprio i dazi, gli embarghi, le quote d’importazione o la moderna politica di aumento del prezzo delle merci straniere tramite svalutazione competitiva della valuta nazionale. Qualsiasi restrizione del commercio, interno o esterno, fa violenza all’istinto primordiale dell’uomo di migliorare la propria condizione.

Proprio come il commercio unisce le persone, tendendo a minimizzare le differenze culturali, e contribuisce alla comprensione reciproca, allo stesso modo gli ostacoli al commercio hanno l’effetto opposto. Se il cliente ha sempre ragione, in caso di mancata transazione verrà facile scaricare la colpa sull’altro, colpa accentuata non solo dalla perdita economica ma anche dall’affronto personale.

Se il ragazzo con i tappi si rifiuta di scambiare col ragazzo che ha le biglie, essi non potranno giocare insieme e questa desocializzazione può facilmente innescare una discussione sui tratti negativi e i difetti dei rispettivi cani o genitori. Per lo stesso motivo, e nonostante le nostre dichiarazioni di buon vicinato, l’Argentino ha i suoi dubbi circa le nostre intenzioni quando gli chiudiamo le nostre porte commerciali; costretto a guardare altrove per un’amicizia più sostanziale, diventerà meno incline alla comprensione della nostra cultura nazionale.

Il sottoprodotto dell’isolazionismo commerciale è la sensazione che lo “straniero” sia un “tipo diverso” di persona, e quindi inferiore, con il quale il contatto sociale non soltanto è poco auspicabile ma addirittura pericoloso. Fino a che punto questa segregazione delle persone causata da restrizioni al commercio sia causa di guerra è una questione controversa, ma non ci può essere alcun dubbio che tali restrizioni risultino irritanti e possano fornire ulteriori scuse per rendere la guerra più plausibile; non ha infatti senso attaccare un buon cliente che compra grandi quantità dei nostri prodotti e paga il conto regolarmente. Probabilmente l’eliminazione delle restrizioni agli scambi commerciali in tutto il mondo sarebbe più utile alla causa della pace universale rispetto a una qualsiasi unione politica di popoli comunque separati da barriere commerciali. Invero, quale unione politica stabile può mai esistere fintantoché perdurano queste barriere? E, se la libertà di commercio fosse una pratica universale, sarebbe davvero necessaria un’unione politica?

Cerchiamo di verificare le affermazioni dei “protezionisti” con un esperimento di logica. Se una nazione traesse beneficio dall’insieme di beni che non le è permesso importare, allora un embargo totale, piuttosto di una parziale restrizione, la farebbe stare meglio. Continuando su questa linea di ragionamento, non sarebbe preferibile se ogni comunità fosse ermeticamente sigillata rispetto al vicino, come Philadelphia da New York? Meglio ancora, tutte le famiglie non avrebbero forse più cose sul proprio tavolo se fossero costrette a sostentarsi con la sola propria produzione? Nonostante questa reductio ad absurdum sia sciocca, non è più sciocca della tesi “protezionista” secondo cui una nazione si arricchisce grazie alla quantità di merci estere che tiene fuori dal propri mercato, o della tesi della “bilancia commerciale” secondo cui una nazione prospera in seguito ai soli eccessi di esportazioni rispetto alle importazioni.

Eppure, se ci si stacca mentalmente dai miti consolidati, vediamo come gli atti di isolazionismo così come descritti nel nostro sillogismo non siano infrequenti. Un esempio noto in proprosito è l’octroi Francese, una tassa riscossa sui prodotti che si trasferivano da un quartiere all’altro. Con il pretesto delle normative di “quarantena”, la Florida e la California hanno reciprocamente escluso dai popri mercati gli agrumi coltivati dalla controparte. I sindacati sono sostenitori violenti del benessere tramite la scarsità, come quando limitano, con la violenza diretta o con le leggi che hanno contribuito ad emanare, l’importazione di beni realizzati al di fuori della loro giurisdizione. Una tassa sui camion che entrano in uno stato è perfettamente in linea con tale ragionamento. Allo stesso modo la teoria protezionista della “recinzione” viene accettata e interiorizzata, dimostrando con questi fatti come la nostra reductio ad absurdum non sia così peregrina. Il mercato, naturalmente, ride di tali misure che generano scarsità di risorse poiché esso non produrrà mai più di quanto riuscirà ad ottenere: se l’offerta è resa scarsa dalle restrizioni commerciali, ciò che resta diventerà sempre più difficile da ottenere e richiederà una spesa maggiore di lavoro per acquisirlo. Il livello salariale reale della società si abbasserà.

Il mito del “protezionismo” si fonda sul concetto che l’inizio e la fine di tutta la vita umana sia il lavoro, non il consumo — e non certo il tempo libero. Se fosse così, allora gli schiavi che costruirono le piramidi sarebbero stati in una condizione ideale; lavoravano molto e ricevevano poco. Allo stesso modo, i Russi incatenati ai “piani quinquennali” avrebbero raggiunto il paradiso in terra e così anche i lavoratori che durante la Grande Depressione venivano impiegati per spostare terra da una parte all’altra della strada.

Estendendo il concetto secondo cui lo sforzo in quanto tale sia la via verso la prosperità, allora un popolo sarebbe più prospero se tutti gli individui lavorassero a progetti che non facciano alcun riferimento al loro senso individuale del valore. Ciò che viene eufemisticamente chiamata “produzione di guerra” ne é esempio calzante. Ovviamente, niente di tutto ciò ha senso poiché lo scopo della produzione è in realtà il consumo e non vi è prova alcuna di operai che abbiano costruito una corazzata per scelta, dimostrando il proprio coinvolgimento tramite convinta rinuncia a qualunque altra attività. Secondo la logica dell’esaltazione del lavoratore, una nazione non sarebbe forse più felice se fossero tutti impiegati nella sola costruzione di navi da guerra, in cambio delle cose a loro necessarie per continuare a costruire navi da guerra? Di certo non sarebbero disoccupati.

Invece, se pensassimo che la spinta naturale dell’individuo a migliorare la propria condizione, e ad allargare i propri orizzonti, si fondi sempre sulla legge naturale della parsimonia (il massimo del guadagno con il minimo sforzo), saremmo costretti a concludere che lo sforzo che non contribuisce direttamente alla sovrabbondanza in un determinato mercato sia uno sforzo inutile. La società prospera grazie agli scambi commerciali, semplicemente perché rende possibile la specializzazione, la specializzazione aumenta la produzione ed una maggiore produzione riduce il costo che gli uomini sostengono per soddisfare i propri desideri. Ciò premesso, il mercato è un’istituzione davvero umana.

 

(Vai al Capitolo V)
(Vai al Capitolo IV)
(Vai al Capitolo III)
(Vai al Capitolo II)
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(Vai all’Introduzione)

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Interferenze coercitive – VI parte

Lun, 17/11/2014 - 08:00

Interferenze con i prezzi

Le interferenze con i prezzi – fra cui sono compresi i saggi salariali, i tassi d’interesse e i tassi di cambio fra monete – possono assumere diverse forme: pavimenti al prezzo, tetti al prezzo, obiettivi di prezzo (un intervallo entro cui il prezzo deve essere mantenuto, es. i tassi di cambio delle monete o i tassi di interesse), prezzi fissati d’autorità[1]. Il controllo dei prezzi dunque fa sì che essi si trovino ad una altezza differente da quella che si sarebbe determinata nel libero mercato.

Nel caso dei prezzi massimi in genere il governo vuole favorire il compratore, nel caso dei prezzi minimi il venditore.

Pavimenti al prezzo (prezzo minimo) – Per conseguire effetti devono essere posti al di sopra del prezzo di mercato.

In generale il prezzo minimo produce i seguenti effetti: il prezzo mantenuto artificialmente alto attrae risorse in quel settore; le quantità prodotte però non vengono tutte acquistate

perché l’aumento di prezzo ha contemporaneamente scoraggiato alcuni acquirenti; prevale il “lato corto” del mercato, in questo caso la domanda, che si stabilizza al livello q0. Dunque si determina una sovrapproduzione, che genera perdite per molte imprese. L’interferenza con i segnali del mercato ha prodotto una misallocazione delle risorse, perché esse si indirizzano verso la produzione del bene a prezzo (artificialmente) alto a scapito di altri beni che soddisfano bisogni considerati dai consumatori più urgenti.

Esempi: il salario minimo e il salario fissato attraverso la contrattazione collettiva.

La tariffa minima per le libere professioni (avvocati).

Le leggi antidumping, contro la vendita sottocosto. Rappresentano una grave limitazione della libertà di iniziativa, oltre che un danno per i consumatori, che sono costretti ad acquistare a prezzi più alti.

In agricoltura, quando si verifica un calo dei prezzi, gli agricoltori in genere chiedono allo Stato di interrompere la caduta dei prezzi. La giustificazione è la seguente: non solo siamo più poveri noi agricoltori, ma tutta l’economia si impoverisce, perché noi non possiamo più acquistare i beni prodotti da altri. Innanzi tutto, un crollo dei prezzi e dei valori delle fattorie non significa che si sta riducendo la ricchezza dell’intera economia: le fattorie, i campi, i trattori, i macchinari sono oggi gli stessi di ieri. Se alcune fattorie hanno dovuto chiudere, significa che i consumatori valutavano alcuni usi alternativi delle risorse necessarie alla fattoria di più dell’impiego nella fattoria. Essi hanno fatto ciò indirettamente, scegliendo i prodotti che richiedevano quell’uso alternativo anziché i prodotti di quelle fattorie. Sostenere i prezzi per salvare le fattorie significa sprecare risorse. Ciò che è avvenuto con la riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli non è un impoverimento generale, bensì un cambiamento nei prezzi relativi: è vero che il possessore di un “bushel” (35 litri ca.) di grano ottiene in cambio meno dollari, ma il possessore di dollari ora compra maggiori quantità di grano. D’altra parte, nessuno si è lamentato della riduzione dei prezzi dei personal computer negli ultimi venti anni.

I sussidi agricoli, falsando i segnali di prezzo, disincentivano dalla ricerca di metodi produttivi più efficienti.

La tesi si ripresenta relativamente ai mercati azionari. A volte si interviene per frenare le cadute dei prezzi e/o per evitare gli eventuali fallimenti di banche commerciali o d’investimento o di altre istituzioni finanziarie. Ciò determina azzardo morale[2] e, non facendo pagare ai responsabili i costi dei propri errori o della propria avventatezza, accentua l’atteggiamento rischioso e favorisce le bolle e i crolli successivi.[3]

Quando si verificano rapide cadute degli indici azionari si afferma che un’enorme ricchezza si è volatilizzata in poco tempo. Come detto, questa convinzione è frutto della confusione fra i prezzi monetari dei beni e l’ammontare di ricchezza dell’economia; il crollo del Nasdaq non ha abbattuto alcun palazzo o distrutto alcun macchinario. Una riduzione nel mercato azionario rappresenta uno spostamento di ricchezza: coloro che possiedono attività diverse dalle azioni (contanti, oro) ora sono più ricchi, perché i loro asset possono acquistare un numero maggiore di azioni, cioè quote maggiori delle varie imprese.

Il prezzo dei titoli è dato in definitiva dai guadagni futuri potenziali. In ogni istante di tempo, il prezzo di un’azione riflette le migliori stime (effettuate da coloro che hanno dimostrato in passato la maggior lungimiranza) del suo prezzo futuro (aggiustato per l’interesse). Il prezzo delle azioni è strettamente connesso con il valore presente dei guadagni futuri attesi dell’azienda. Dunque, a differenza dei collezionisti di francobolli, gli acquirenti di azioni non stanno semplicemente cercando di indovinare che cosa pensano tutti gli altri relativamente al prezzo futuro di quelle azioni (è fuorviante l’analogia di Keynes con un concorso di bellezza in cui ogni giudice non esprime un voto sulla bellezza effettiva di ciascuna concorrente ma cerca di indovinare a quale concorrente gli altri giudici daranno il voto più alto); l’andamento negativo di un’azienda provoca invariabilmente una riduzione del prezzo delle sue azioni. La riduzione del prezzo delle azioni è il sintomo di errori commessi nelle valutazioni effettuate in precedenza. Questo meccanismo è necessario e non va impedito, perché in tal modo il mercato può valutare accuratamente ogni azienda.

Se il prezzo di mercato di un’azienda è inferiore alla somma dei suoi asset (patrimonio), l’azienda diventa vulnerabile agli “scalatori”. Lo scalatore può rilevare l’azienda con capitale preso in prestito (leveraged buyout), liberando gli asset sottoutilizzati (compreso il lavoro) e trasferendoli al maggior offerente. In genere si verificano grossi spostamenti di capitale fra aziende: è il mercato azionario a consentire che tali aggiustamenti si determinino.

Tetti al prezzo (prezzo massimo) – Per produrre effetti il tetto deve essere collocato al di sotto del prezzo di mercato.

Al prezzo p0 le quantità scambiate sono q0, minori di quelle di equilibrio di mercato, perché prevale di nuovo il “lato corto” del mercato, in questo caso l’offerta, che si è ridotta. Il fine perseguito dal governo non viene realizzato: ricorrendo al calmiere esso voleva rendere la merce in questione più facilmente accessibile ai consumatori, in particolare ai meno abbienti; ha ottenuto il risultato quasi opposto, una penuria (shortage) del bene.

      

L’effetto del prezzo massimo è la riduzione o l’azzeramento della produzione del bene. Se le imprese, a questo nuovo prezzo, non hanno convenienza a produrre il bene in quanto il prezzo non copre il costo medio (la produzione avverrebbe in perdita), i fattori di produzione si indirizzano verso altri settori (i produttori marginali saranno i primi a lasciare il settore); il bene non viene prodotto o viene prodotto in quantità minori. Dunque vi saranno compratori potenziali insoddisfatti. In questi casi l’effetto più diffuso è la creazione di mercati illegali o “neri”, code, raccomandazioni, favoritismi.

Un esempio tipico di prezzo massimo è il tetto agli affitti, che infatti produce sempre scarsità di appartamenti nel mercato “legale”, riduzione della manutenzione da parte dei proprietari (la riduzione dei ricavi provoca una compressione dei costi che si è disposti a sostenere) e diffusione del mercato “nero”.[4]

Il prezzo massimo sul tasso di interesse (leggi sull’usura) riduce il risparmio disponibile, perché ai risparmiatori con più alta preferenza temporale è impedito di prestare al tasso di interesse corrispondente a quella preferenza; in particolare vengono penalizzati i debitori con progetti più rischiosi; dunque si riducono gli investimenti.

Esempi di tetti agli stipendi sono i salary cap di alcune categorie di sportivi professionisti o le proposte di tetti agli stipendi dei top manager di grandi aziende.

Spesso si impongono dei limiti superiori ai prezzi di alcuni beni con la motivazione che i produttori “approfittano” di alcune situazioni per fissare prezzi molto alti che danneggiano ingiustamente i consumatori. Ad esempio, gli spazzaneve quando arriva una forte nevicata. Tuttavia gli stessi accusatori non fanno considerazioni analoghe quando durante gli inverni miti gli spazzaneve non hanno lavorato, non guadagnando nulla (l’offerta superava di gran lunga la domanda); allora gli spazzaneve avrebbero potuto dire che erano i consumatori a trarre vantaggio da quella situazione! Gli spazzaneve che non hanno cambiato attività quando le cose andavano male contavano proprio sugli inverni nevosi per poter conseguire un guadagno medio soddisfacente. Gli “speculatori”, cioè coloro che creano riserve di beni per rivenderli a prezzo più alto quando vi sono delle scarsità, conseguono alti profitti al momento della vendita, ma tali profitti vanno “spalmati” su più periodi, fra cui quelli in cui non facevano profitti. Grazie a questi imprenditori i consumatori dispongono dei beni anche nei periodi di scarsità.

In generale, poi, l’azione dello speculatore tende a stabilizzare i prezzi: infatti, egli compra quando il prezzo è basso; nel fare ciò, aggiunge domanda e dunque fa salire – o fa scendere meno – il prezzo del bene. Successivamente, quando il prezzo è alto, vende, e nel fare ciò aumenta l’offerta, dunque fa scendere – o fa salire meno – il prezzo. Questa stabilizzazione è il riflesso di una più uniforme disponibilità della merce nel tempo: essa è meno scarsa quando ve n’è “troppo poca” e meno abbondante quando ve n’è “troppa”.[5]

Un altro tipo di intervento che può essere catalogato sotto la voce redistribuzione del reddito è quello volto allo sviluppo di particolari zone all’interno di un paese. L’esempio tipico è costituito dall’insieme di misure che, a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, sono state attuate per lo sviluppo del Mezzogiorno italiano.

Gli strumenti sono rappresentati dalle cosiddette politiche dell’offerta: infrastrutture, qualificazione professionale, impresa pubblica, incentivi (sgravi fiscali e contributivi, credito a tasso agevolato), contributi, sovvenzioni. Spesso queste politiche sono associate a politiche volte a sviluppare specifici settori, dunque ad indirizzare gli investimenti. Ad esempio, l’intervento per poli di sviluppo realizzato negli anni Sessanta nel Sud d’Italia si è configurato al tempo stesso come un’occasione per sviluppare in Italia settori come la siderurgia o la petrolchimica. Oggi un esempio importante è rappresentato dal contributo statale al fotovoltaico.

L’eminent domain è il diritto da parte dello Stato di espropriare qualsiasi terreno privato per motivi di presunta utilità collettiva: es. la costruzione di una ferrovia. È l’esempio più macroscopico di come oggi sia fragile il diritto di proprietà.

Critiche

Gli investimenti sono indirizzati nella maniera migliore dal mercato, che possiede uno standard razionale: i fattori della produzione si indirizzano verso la produzione dei beni di consumo più graditi dagli acquirenti. Il riferimento è costituito dai profitti o dalle perdite.

Gli aiuti a specifici settori produttivi (crediti agevolati, contributi in conto capitale, sussidi) mantengono in vita imprese inefficienti e dunque sprecano risorse, deviando il lavoro e il capitale dai settori più efficienti (quelli che producono i beni che soddisfano i bisogni più urgenti) a quelli meno efficienti. Dunque impediscono i rapidi aggiustamenti che il mercato avrebbe realizzato per soddisfare i desideri dei consumatori. Inoltre la protezione, schermando l’impresa dagli effetti delle decisioni sbagliate, cioè interrompendo la sequenza errore/correzione dell’errore, cancella il processo di apprendimento.

La difesa di posti di lavoro inefficienti determina uno spreco di risorse, fatte affluire verso settori produttivi obsoleti, a scapito di quelli innovativi.

Spesso lo Stato promuove direttamente la realizzazione di progetti (stadi, infrastrutture, fabbriche, aiuti alle esportazioni). Il limite in questo caso è dato dall’osservazione di Bastiat su “ciò che si vede” e “ciò che non si vede”. Ciò che non si vede sono tutte le attività alternative che si sarebbero potute realizzare con le risorse utilizzate dallo Stato. Si potrebbe obiettare che in ogni caso le risorse sono impiegate, le persone lavorano, e dunque non vi sarebbe un danno sul piano economico e del benessere. Ma bisogna ricordare che le iniziative prese dai privati sono quelle che i consumatori desiderano, e ciò è garantito dal meccanismo dei profitti e delle perdite, cosa che manca nelle iniziative prese dai funzionari pubblici[6].

E anche se le risorse sono prelevate non attraverso la tassazione ma attraverso il prestito, comunque sono risorse distolte da altri impieghi.

I politici sono incentivati a moltiplicare i progetti pubblici perché i benefici sono concentrati e i costi diffusi; coloro che ricevono benefici sono disposti a fare attività lobbystica perché i vantaggi per loro sono enormi, mentre coloro che pagano attraverso le tasse non sono motivati ad opporsi perché la quota è suddivisa fra un elevato numero di persone e ciascuno non ha la percezione di un forte prelievo.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

Link alla terza parte

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Link alla quinta parte

Note

[1] Oggi la fissazione diretta dei prezzi di beni e servizi prodotti da privati è meno diffusa che in passato, ma vige ancora in alcuni settori. In Italia l’Autorità per l’energia elettrica e il gas fissa e aggiorna i costi del servizio di vendita dell’energia elettrica per i clienti domestici che non hanno aderito ad un’offerta di mercato libero. Il servizio di vendita è quello che comprende tutte le attività che le imprese private pongono in essere per acquistare e rivendere l’energia elettrica al cliente finale, e costituiscono circa il 65% della bolletta. Altri costi sono quelli rappresentati dai servizi di rete (distribuzione, trasporto), che le imprese pagano al distributore locale; anche queste tariffe sono stabilite dalla suddetta Autorità.

[2] L’espressione proviene dal gergo assicurativo e descrive la situazione in cui un individuo, essendosi assicurato contro un determinato rischio, assume comportamenti poco prudenti, dal momento che le conseguenze non ricadranno patrimonialmente su di lui.

[3] È ciò che è avvenuto nella crisi del 2007-2008. La politica monetaria espansiva praticata dalla Federal Reserve nel periodo precedente il 2007, ridusse il tasso di interesse, falsando i segnali e dunque distorcendo la preferenza temporale dei soggetti economici. L’effetto fu un aumento degli acquisti di case (mutui) e azioni, con incrementi dei prezzi al di sopra del valore reale sottostante. Le società di mutui Fannie Mae e Freddy Mac, formalmente private ma di fatto fortemente condizionate dallo stato, accentuano la tendenza concedendo mutui anche a soggetti non meritevoli di credito. I mutui vengono “impacchettati” (cartolarizzati) in obbligazioni emesse da grandi istituzioni finanziarie. La situazione comincia a precipitare quando ci si rende conto della sovrapproduzione immobiliare: non vi era una domanda così alta di abitazioni, i prezzi crollano e il pagamento delle rate di molti mutui si interrompe. Le agenzie di rating cambiano le valutazioni sulle obbligazioni che incorporano mutui, e i valori crollano. Le istituzioni pubbliche decidono di lasciar fallire alcune istituzioni finanziarie (la banca Northern Rock nel Regno Unito, la Lehman Brothers negli Stati Uniti) e di salvarne altre: la banca d’affari Bear Sterns viene fatta acquisire da JP Morgan, il governo interviene nel capitale di Aig (un’assicurazione con una posizione dominante nei prodotti assicurativi per i mutui ipotecari), Citigroup, Bank of America, Goldman Sachs, Stanley Morgan, American Express, per citare solo le più note.

[4] I sostenitori del controllo degli affitti affermano che un razionamento determinato dal prezzo anziché dalla politica svantaggerebbe i poveri. Tuttavia, se si esaminano tutti gli effetti del provvedimento, alcune conseguenze sfavoriscono proprio le persone a basso reddito. I proprietari infatti, dovendosi accontentare di introiti più bassi, saranno più selettivi nella scelta degli inquilini e in alcune condizioni dell’accordo: ad esempio, pretenderanno un maggior numero di mensilità anticipate, garanzie economiche, referenze dai proprietari precedenti; preferiranno inquilini dello stesso gruppo etnico o dello stesso ambiente sociale. Le minoranze etniche e le persone immigrate di recente sarebbero penalizzate da tali condizioni. Inoltre, anche coloro che riescono ad ottenere l’appartamento ad un affitto più basso, in realtà non ottengono lo “stesso” appartamento che otterrebbero a prezzo di mercato, perché, come detto, la riduzione della manutenzione da parte del proprietario rende disponibile un appartamento di qualità peggiore.

[5] Un altro esempio di tetto al prezzo, anche se in forma indiretta, è il divieto di bagarinaggio, la rivendita a prezzo maggiorato di biglietti relativi a eventi sportivi o musicali o in generale di intrattenimento.

[6] Come ha osservato C.M. Lindsey (1976), i burocrati ritengono vantaggioso per se stessi (nel bilancio costi/benefici) allocare le risorse in modo da produrre risultati “che appaiano” piuttosto che servizi non quantificabili ma di maggior valore.

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Cenni su Carl Menger e il soggettivismo

Ven, 14/11/2014 - 08:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

Carl Menger è universalmente ricordato nella storia del pensiero economico come il fondatore, accanto a Jevons e Walras, della teoria marginalista del valore: “E’ noto che molti studiosi collegano la scoperta simultanea negli anni ’60 (n.d.a dell’800) da parte di Jevons, Menger e Walras del principio dell’utilità marginale con il nuovo indirizzo dell’analisi economica […] è attraverso questa ricerca che i tre, ognuno per differenti vie ed ignorando il lavoro degli altri, giunsero quasi contemporaneamente alla formulazione, prima della teoria dell’utilità marginale, e, poi, quella della produttività marginale. Dalle due teorie discese l’applicazione del marginalismo alla legge della distribuzione da cui la nuova impostazione logica dei prezzi relativi dei fattori di produzione, terra, capitale e lavoro”.1

Quel che non sempre viene ricordato è che Menger si distinse dagli altri due per aver tentato di erigere l’edificio economico su basi rigorosamente soggettiviste: “L’obiettivo fondamentale di Menger era di costruire l’intera economia partendo dall’essere umano, considerato come attore creativo e protagonista di tutti i processi sociali [… ] A suo avviso lo scienziato dell’economia doveva porsi sempre nella prospettiva soggettiva dell’essere umano che agisce, in modo che tale prospettiva possa gettar luce in maniera determinante sull’elaborazione di tutte le teorie economiche”.2

Forse una delle manifestazioni più tipiche ed originali del nuovo impulso soggettivista proposto da Menger è stata la sua «teoria sui beni economici di ordine distinto».

Qual è il valore dei beni? I beni hanno un valore relativamente alla capacità di soddisfare un bisogno del soggetto che li utilizza. In quest’ottica sia i beni di consumo che i beni di produzione hanno una loro utilità a seconda che il bisogno del soggetto sia la necessità di consumare (e quindi parliamo di un soggetto-consumatore) oppure la necessità di produrre un bene (e quindi parliamo di un soggetto-imprenditore). “Il pane che mangiamo, la farina con cui si fa il pane, il frumento da cui si ricava la farina, il campo che produce il frumento, tutte queste cose sono beni, cioè cose che servono a soddisfare un bisogno […] Il posto che che ciascuno di questi beni occupa in relazione alle nostre finalità non è uguale per tutti: in relazione al bisogno di pane essi hanno una funzione più o meno diretta”3.

Menger introduce quindi una gerarchia tra i beni (arbitraria quanto si vuole, ma ispirata ad un criterio, e che dobbiamo comprendere per capire quanto diremo poi sul ciclo economico) relativamente alla loro capacità di soddisfare più o meno direttamente i bisogni dei soggetti: i beni che soddisfano direttamente i bisogni, siano essi di natura materiale (cibi, bevande, vestiti ecc.) o immateriali (musica, letteratura, arte ecc), sono quei beni che possono essere usati (o se si vuole, consumati) immediatamente: “Questi beni possono soddisfare direttamente i nostri bisogni e li chiameremo beni di primo ordine”4

I beni di consumo sono quindi i beni del primo ordine; beni che soddisfano la finalità in modo diretto, non mediato. Questo non vuol dire che le altre tipologie di beni non abbiano valore, o non siano beni economici; non sono destinati a soddisfare i bisogni in maniera diretta, ma hanno non meno dei beni di primo ordine il carattere di beni.

Prendiamo come esempio di bene del primo ordine il pane: i beni necessari alla sua produzione, quali la farina, il forno, il combustibile e i vari arnesi per la fabbricazione del pane non servono alla soddisfazione diretta dei bisogni, ma hanno valore in quanto sono usati per realizzare il bene del primo ordine, e quindi indirettamente soddisfano il bisogno di consumo: “Lo stesso avviene per migliaia di altre cose che […] servono alla produzione di beni del primo ordine e sono atte a soddisfare indirettamente i suoi bisogni. Chiameremo queste cose beni di secondo ordine”5.

E’ chiaro che con i beni del secondo ordine non esauriamo le tipologie di beni, ma a seconda della distanza dai beni del primo ordine avremo beni di ordine tanto più elevato (beni del terzo ordine, del quarto ecc).

L’espressione beni di ordine superiore non rende forse immediatamente il concetto, e sarebbe maggiormente corretto parlare di beni di ordine più volte mediati (in relazione alla soddisfazione diretta dei bisogni), in quanto necessitano di un certo numero di passaggi prima di giungere allo stadio del consumo; ma è questa un’espressione poco felice, e continueremo ad utilizzare la terminologia utilizzata in seguito da tutti gli autori di scuola austriaca: beni di ordine superiore o inferiore. E’ bene ricordare che il carattere dei beni non è una caratteristica propria del bene; non è a causa delle proprietà del tale bene che questo risulta essere del secondo piuttosto che del terzo ordine; la sua posizione dipende unicamente dal soggetto che decide di utilizzarli in quel modo, trovandone l’impiego profittevole; potremo trovare lo stesso bene in posizioni del tutto diverse a seconde dell’impiego che di quel bene il soggetto decide di fare.

La struttura produttiva è quindi concepita come divisa in una serie di stadi, dagli stadi più lontani dal consumo procedendo via via fino ad arrivare allo stadio del consumo: “Il procedimento attraverso il quale i beni di ordine superiore vengono gradualmente trasformati in beni di ordine inferiore fino a poter soddisfare direttamente i bisogni umani è il risultato sia dell’attività dell’uomo che di un processo causale. Ma l’idea di causalità è inseparabile dall’idea di tempo. […] I periodi di tempo che le varie fasi di questo processo richiedono possono essere in certi casi anche brevissimi, e il progresso della tecnica e degli scambi tendono ad accorciarli ancora di più, tuttavia rimane il fatto che una produzione senza impiego di tempo è inconcepibile”.6

Se quindi i beni del primo ordine sono in grado di soddisfare immediatamente i bisogni, i beni di ordine superiore permettono la medesima utilizzazione solo dopo un certo lasso temporale, che può essere più o meno lungo a seconda delle circostanze: “I beni di ordine superiore non acquistano e conservano il loro carattere di beni in relazione ai bisogni del presente, bensì in previsione di bisogni di un futuro più o meno lontano”.7

Riassumendo quanto detto finora, possiamo dire che una struttura produttiva ricca di beni di ordine superiore, che diventano beni di ordine di ordine inferiore ed infine beni di prim’ordine solo con il passaggio del tempo, è votata alla soddisfazione di bisogni lontani nel tempo.

Gabriele Manzo

Note

1 Franco, G, 2010 Introduzione ai “Principi di Economia Politica” di Carl Menger, pag 14

2 De Soto, H 2003, La Scuola Austriaca: Mercato e Creatività Imprenditoriale, pag 38

3 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 97

4 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 97

5 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 98

6 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 105

7 Menger C, 1871, Principi di Economia Politica, pag 106

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Conoscenza, verità e menzogna

Mer, 12/11/2014 - 08:00

La nostra teoria dei diritti di proprietà può essere usata per districare un’intrecciata matassa di problemi complessi che ruotano attorno a questioni di conoscenza, verità e menzogna, e la diffusione della conoscenza.

Per esempio, ha Smith il diritto (di nuovo, siamo interessati al suo diritto, non alla moralità o all’estetica del suo esercitare tale diritto) di stampare e diffondere l’affermazione secondo cui “Jones è un bugiardo” o “Jones è stato condannato per furto” o “Jones è un omosessuale”?

Ci sono tre possibilità logiche riguardo alla verità di un’affermazione simile:

1 – l’affermazione riguardo a Jones è vera;

2 – è falsa e Smith sa che è falsa; oppure

3 – più realisticamente, la veridicità o falsità dell’affermazione si trova in una zona vaga, non conoscibile con certezza né precisamente (per esempio, nei casi summenzionati, che uno sia o meno un “bugiardo” dipende da quante e quanto grave è lo schema di bugie che una persona ha detto e se per tali essa sia ascrivibile alla categoria dei “bugiardi” – un’area dove i giudizi individuali possono differire e, probabilmente, differiranno).

Supponiamo che l’affermazione di Smith sia definitivamente vera. Sembra chiaro che, allora, Smith abbia perfettamente il diritto di stampare e diffondere l’affermazione. Per certo rientra tra i suoi diritti farlo. Certamente è anche tra i diritti di Jones di cercare di confutare l’affermazione fatta su di lui. Le attuali leggi di diffamazione rendono l’azione di Smith illegale se fatta con intenzionale “malizia”, anche se l’informazione è vera. E, dunque, sicuramente la legalità o illegalità dovrebbero dipendere non sulla motivazione dell’attore, ma sulla natura obiettiva del fatto. Se un’azione è oggettivamente non invasiva, allora dovrebbe essere legale senza tener conto delle intenzioni benevole o maliziose dell’attore (sebbene l’ultima potrebbe benissimo essere rilevante per la moralità di tale azione). E ciò avviene nonostante le ovvie difficoltà che si incontrano in campo legale nel dover determinare le motivazioni soggettive di un individuo per una qualsivoglia azione.

Comunque, Smith potrebbe essere accusato di non avere il diritto di stampare una tale affermazione perché Jones ha il “diritto alla privacy” (un suo diritto “umano”) che Smith non ha il diritto di violare. Ma davvero esiste tale diritto alla privacy? Come può esserci? Come può esserci un diritto che impedisce a Smith con la forza dal diffondere la conoscenza che possiede? Sicuramente non ci può essere un tale diritto. Smith possiede il suo corpo e dunque ha il diritto di possedere la conoscenza che ha nella sua testa, inclusa la sua conoscenza riguardo a Jones. E, dunque, egli ha come corollario il diritto di stampare e diffondere tale conoscenza. In breve, come nel caso del “diritto umano” di libera parola, non c’è alcuna cosa come un diritto alla privacy se non il diritto di proteggere la proprietà di uno da un’invasione. L’unico diritto “alla privacy” è il diritto di proteggere la proprietà di uno dall’essere invasa da qualcun altro. In breve, nessuno ha il diritto di svaligiare la casa di qualcun altro, o di mettere delle cimici nei telefoni di qualcuno. Le intercettazioni telefoniche sono propriamente un crimine non a causa di qualche vaga e nebulosa “invasione del ‘diritto alla privacy’”, ma perché è un’invasione del diritto di proprietà della persona che viene intercettata.

Oggigiorno, le corti distinguono tra le persone “sotto i riflettori” che si ritiene non abbiano un diritto alla privacy e che possano essere menzionate dalla stampa pubblica, e le persone “private” che si considera abbiano un tale diritto. Dunque, tali distinzioni sono di sicuro fallaci. Agli occhi del libertario ognuno ha gli stessi diritti nella sua persona e nei suoi beni che egli trova, eredita o compra – ed è illegittimo fare distinzioni nel diritto di proprietà tra un gruppo di persone ed un altro. Se ci fosse una qualche sorta di “diritto alla privacy”, allora semplicemente essere menzionati largamente dalla stampa (ovvero, precedenti perdite del “diritto”) potrebbe scarsamente legittimare l’essere privati di un tale diritto completamente. No, l’unica possibile strada da seguire è di mantenere salda l’idea che nessuno ha alcun falso “diritto alla privacy”, o diritto di non essere menzionato pubblicamente; mentre chiunque ha il diritto di proteggere la sua proprietà contro un’invasione. Nessuno può avere un diritto di proprietà sulla conoscenza che si trova nella testa di qualcun altro.

Negli ultimi anni, il caso Watergate ed i Documenti del Pentagono hanno portato alla ribalta tali questioni sulla privacy, sui “privilegi” dei giornalisti, e sul “diritto del pubblico di sapere”. Dovrebbe, per esempio, un giornalista avere il diritto di “proteggere la sua fonte di informazioni” in una corte? Molte persone affermano che i giornalisti abbiano un simile diritto, basando tale affermazione sia (a) su “privilegi” speciali che maturano, secondo quanto si dice in modo confidenziale, in favore di giornalisti, avvocati, dottori, preti e psicoanalisti, sia (b) sul “diritto del pubblico di sapere” e, dunque, sulla più vasta conoscenza possibile diffusa per mezzo stampa. Dunque, dovrebbe essere chiaro a questo punto che entrambe tali affermazioni sono false. Sull’ultimo punto, nessuna persona o gruppo di persone (e dunque “il pubblico”) ha il diritto di conoscere qualcosa. Loro non hanno il diritto di conoscere ciò che altre persone hanno (in testa) e che rifiutano di divulgare. Poiché, se un uomo ha l’assoluto diritto di divulgare la conoscenza che è nella sua testa, egli ha anche il diritto derivato come corollario di non divulgare tale conoscenza. Non c’è alcun “diritto di conoscere”; c’è solo il diritto del conoscitore di divulgare la sua conoscenza o di tacerla. Nessuna particolare professione, sia essa il giornalista o il medico, può reclamare alcun particolare diritto di confidenzialità che non è posseduto da nessun altro. I diritti di proprietà e libertà di una persona devono essere universali.

La soluzione al problema delle fonti del giornalista, di fatto, sta nel diritto del conoscitore – qualsiasi conoscitore – di rimanere in silenzio, di non divulgare tale conoscenza se egli lo desidera. Dunque, non solo i giornalisti o i medici, ma chiunque dovrebbe avere il diritto di proteggere le sue fonti, o di stare in silenzio, in una corte o in qualsiasi altro luogo. E questo, infatti, è l’altro lato della medaglia delle nostre precedenti restrizioni contro il potere di obbligare a comparire in giudizio. Nessuno dovrebbe essere affatto forzato a testimoniare, non solo contro se stesso (come nel Quinto Emendamento) ma contro o a favore di chiunque altro. La stessa testimonianza obbligatoria è il male centrale in questa intera faccenda.

Comunque, c’è un’eccezione al diritto di usare e divulgare la conoscenza che è nella testa di qualcuno: vale a dire, se essa è stata procurata da qualcun altro come una proprietà condizionale piuttosto che assoluta. Così, supponiamo che Brown permetta a Green di entrare a casa sua e gli mostri un’invenzione che Brown aveva tenuto segreta fino a quel momento, ma gliela mostri solo alla condizione che Green mantenga questa informazione solo per sé. In questo caso, Brown non ha concesso a Green alcuna proprietà assoluta sulla conoscenza dell’invenzione, ma una proprietà condizionale, con Brown che non usa il potere della proprietà per divulgare la conoscenza dell’invenzione. Se Green rivela ad altri l’informazione dell’invenzione, egli sta violando il diritto di proprietà residuo di Brown di divulgare la conoscenza dell’invenzione, ed è dunque da considerarsi alla stregua di un ladro.

La violazione del diritto d’autore (in common law) è equivalente alla violazione di un contratto e furto di proprietà. Supponiamo che Brown costruisca una trappola per topi migliore e la venda in lungo e in largo, ma marchi ogni trappola “copyright Mr. Brown”. Ciò che in questo modo sta vendendo non è l’intero diritto di proprietà su ogni trappola per topi, ma il diritto di fare qualsiasi cosa con la trappola eccetto vendere quella stessa trappola, o una copia identica, a qualcun altro. Il diritto di vendere la trappola per topi di Brown è mantenuto da Brown per l’eternità. Dunque, per un acquirente di una trappola per topi, per esempio Green, intraprendere la vendita di trappole identiche è una violazione del suo contratto e del diritto di proprietà di Brown, e quindi perseguibile come furto. Dunque, la nostra teoria dei diritti di proprietà include l’inviolabilità del copyright contrattuale.

Un’obiezione comune è la seguente: va bene, sarebbe criminale per Green riprodurre e vendere la trappola per topi di Brown; ma supponiamo che a qualcun altro, Black, che non abbia sottoscritto il contratto con Brown, capiti di vedere la trappola per topi di Green, e proceda col produrre e vendere delle repliche. Perché egli dovrebbe essere perseguitato? La risposta è che, come nel caso della nostra critica degli strumenti negoziabili, nessuno può acquistare un titolo di proprietà su qualcosa più grande di quello che è stato venduto o dato via. Green non possedeva il diritto di proprietà totale sulla sua trappola per topi, in accordo con il suo contratto con Brown – ma solo tutti i diritti eccetto quello di venderla o replicarla. Quindi il diritto di Black sulla trappola per topi, ovvero la proprietà delle idee che sono nella testa di Black, non può essere più grande di quello di Green, e dunque anche egli sarebbe un violatore della proprietà di Brown anche se egli stesso non ha sottoscritto il contratto originale.

Ovviamente, potrebbero esserci alcune difficoltà nella reale applicazione dei diritti di proprietà di Brown. Ossia, come in tutti i casi di presunto furto o altro crimine, qualsiasi imputato è innocente fino a prova contraria. Sarebbe necessario per Brown provare che Black (per Green non si porrebbe il problema) ha avuto accesso alla trappola per topi di Brown e non abbia inventato un simile prototipo di trappola da sé, indipendentemente. Per la natura delle cose, per alcuni prodotti (p.e., libri, dipinti) rispetto ad altri (p.e., trappole per topi) è più facile provare che siano prodotti unici di menti individuali.[1]

Se, dunque, Smith ha l’assoluto diritto di spargere ciò che sa sul conto di Jones (stiamo ancora assumendo che la conoscenza sia corretta) e, per corollario, ha il diritto di rimanere in silenzio riguardo a tale conoscenza, allora, a maggior ragione, egli sicuramente ha anche il diritto di andare da Jones e ricevere un pagamento in cambio della non divulgazione di tale informazione. In breve, Smith ha il diritto di “ricattare” Jones. Come in tutti gli scambi volontari, entrambe le parti beneficiano da un tale scambio: Smith riceve dei soldi, e Jones ottiene il servizio da parte di Smith di non spargere la notizia sul suo conto che Jones non vorrebbe vedere in possesso di altri. Il diritto di ricattare è deducibile dal generale diritto di proprietà della propria persona e conoscenza, ed il diritto di divulgare o meno tale conoscenza. Come può essere negato il diritto di ricattare? [2].

Inoltre, come il Professor Walter Block ha messo in evidenza in modo tagliente, sul terreno dell’utilitarismo la conseguenza di mettere fuori legge il ricatto – p.e., impendendo a Smith di offrire di vendere il suo silenzio a Jones – sarà di incoraggiare Smith a diffondere la sua informazione, poiché egli è coercitivamente bloccato dal vendere il suo silenzio. Il risultato sarà un aumento di diffusione di informazioni dispregiative, cosicché Jones starà peggio in seguito alla messa al bando del ricatto rispetto a come sarebbe stato se fosse stato permesso.

Block scrive così:

Che cos’è esattamente un ricatto? Un ricatto è l’offerta di uno scambio; è l’offerta di scambiare qualcosa, di solito il silenzio, per qualche altro bene, di solito denaro. Se l’offerta è accettata, allora il ricattatore mantiene il suo silenzio ed il ricattato paga la cifra concordata. Se l’offerta è rifiutata, allora il ricattatore potrebbe esercitare il suo diritto di libertà di parola, e forse annunciare e pubblicizzare il segreto…

L’unica differenza tra un chiacchierone o un pettegolo ed un ricattatore è che quest’ultimo si tratterrà dal parlare – ad un certo prezzo. In un certo senso, il chiacchierone o il pettegolo sono molto peggio del ricattatore, in quanto il ricattatore almeno ti dà la possibilità di farlo stare zitto. Gli altri due invece semplicemente vuotano il sacco. Una persona con un segreto che vuole mantenere tale starà molto meglio se un ricattatore viene a conoscenza di esso, piuttosto che un chiacchierone o un pettegolo. Con questi ultimi, come abbiamo già detto, è tutto perduto. Con il ricattatore, uno può solo guadagnarci, o, male che vada, non sarà peggio che nell’altro caso. Se il prezzo chiesto dal ricattatore per il suo silenzio vale meno del segreto, allora il ricattato pagherà, accettando il minore dei due mali. Guadagnerà la differenza per lui tra il valore del segreto e il prezzo del ricattatore. È solo nel caso in cui il ricattatore chieda più di quanto valga il segreto che l’informazione viene pubblicizzata. Ma in questo caso il ricattato non si trova in una situazione peggiore con il ricattatore piuttosto che con un chiacchierone cronico… È infatti difficile tener conto della denigrazione sofferta dal ricattatore, almeno se comparata con quella profferta nei confronti di un pettegolo, che è di solito licenziato puramente con un leggero disprezzo [3].

Ci sono altri, e meno importanti, problemi con la messa fuori legge di un contratto di ricatto. Supponiamo che, nel caso precedente, invece che essere Smith ad andare da Jones con un’offerta per il silenzio, sia Jones ad aver sentito che Smith è a conoscenza del suo segreto e della sua intenzione di divulgarlo, e vada da Smith per offrirgli di comprare il suo silenzio. Dovrebbe tale contratto essere illegale? E se sì, perché? Ma se l’offerta di Jones dovesse essere legale mentre quella di Smith illegale, dovrebbe essere illegale per Smith rifiutare l’offerta di Jones e quindi chiedere più denaro come prezzo per il suo silenzio? Inoltre, dovrebbe essere illegale per Smith fare in modo astutamente che Jones venga a sapere che Smith possiede l’informazione e intende pubblicarla e, dunque, permettere a Jones di fare la reale offerta? Ma come potrebbe questo semplice lasciar sapere in anticipo a Jones essere considerato illegale? Non potrebbe piuttosto essere interpretato come un semplice atto di cortesia nei confronti di Jones? Le masse diventano sempre più torbide ed il supporto per la messa al bando di contratti di ricatto – specialmente da parte dei libertari che credono nei diritti di proprietà – diventa sempre più flebile.

Ovviamente, se Smith e Jones sottoscrivono un contratto di ricatto e poi Smith lo vìola stampando comunque l’informazione, allora Smith ha rubato la proprietà di Jones (il suo denaro), e può essere perseguitato come nel caso di qualsiasi altro furto che sia stato compiuto contro i diritti di proprietà violando un contratto. Ma non esiste niente sul contratto di ricatto a tal riguardo.

Nel contemplare la legge di una società libera, dunque, il libertario deve guardare in ogni dato istante alle persone come agenti all’interno di un riferimento generale di assoluti diritti di proprietà e alle condizioni del mondo intorno a loro. In qualsivoglia scambio, o contratto, che sottoscrivono, essi credono che loro staranno meglio facendo tale scambio. Dunque, tutti questi contratti sono “produttivi” nel senso che, almeno in prospettiva, fanno stare tutti meglio. E, ovviamente, tutti questi contratti volontari sono legittimi e leciti nella società libera [4].

Abbiamo dunque affermato la legittimità (il diritto) di Smith di spargere la sua conoscenza sul conto di Jones, di rimanere in silenzio, o di impegnarsi in un contratto con Jones per vendergli il suo silenzio. Fino ad ora abbiamo assunto che la conoscenza di Smith sia corretta. Immaginiamo, comunque, che la conoscenza sia sbagliata e che Smith sappia che è sbagliata (il caso “peggiore”). Ha Smith il diritto di diffondere false informazioni sul conto di Jones? In breve, dovrebbero essere la “diffamazione” e la “calunnia” illegali in una società libera?

Dunque, una volta ancora, come potrebbero esserlo? Smith ha un diritto di proprietà sulle idee e le opinioni che sono nella sua testa; egli ha anche il diritto di proprietà di stampare qualsiasi cosa voglia e diffonderla. Egli ha il diritto di dire che Jones è un “ladro” anche se sa essere una menzogna e ha il diritto di stamparlo e vendere tale affermazione. Il punto di vista opposto, e l’attuale argomento in favore dell’introduzione della diffamazione e della calunnia (specialmente in caso di falsa testimonianza) nell’indice delle cose illegali, è che ogni uomo ha il “diritto di proprietà” sulla sua stessa reputazione, che le falsità di Smith danneggiano tale reputazione e che, dunque, le diffamazioni di Smith sono invasioni del diritto di proprietà di Jones nei confronti della sua reputazione e ciò dovrebbe essere illegale. Ma, di nuovo, ad un’analisi più attenta, questo è un punto di vista fallace. Chiunque, come abbiamo affermato, possiede il suo corpo; egli esercita il diritto di proprietà sulla sua testa e sulla sua persona. Ma dal momento in cui ciascun uomo possiede la sua mente, ne segue che egli non può possedere la mente di nessun altro. E dunque, la “reputazione” di Jones non è né un’entità fisica né qualcosa contenuto nella sua stessa persona. La “reputazione” di Jones è puramente una funzione delle attitudini soggettive e delle credenze su di lui contenute nelle menti delle altre persone. Ma dato che queste sono credenze nelle menti di altri, Jones non può in alcun modo legittimo possederle o controllarle. Jones non può esercitare alcun diritto di proprietà sulle credenze e sulle menti delle altre persone.

Consideriamo, infatti, le implicazioni del credere in un diritto di proprietà sulla “reputazione” di qualcuno. Supponiamo che Brown abbia prodotto la sua trappola per topi, e che poi Robinson venga fuori con una migliore. La “reputazione” di Brown relativa all’eccellenza nel campo delle trappole per topi ora declina bruscamente come i consumatori mutano i loro atteggiamenti e i loro acquisti, comprando la trappola per topi di Robinson. Possiamo quindi negare, sul principio della teoria della “reputazione”, che Robinson abbia danneggiato la reputazione di Brown, e possiamo quindi non mettere fuori legge Robinson dal competere con Brown? Se no, perché no? O dovrebbe essere illegale per Robinson fare pubblicità, e dire al mondo che la sua trappola per topi è migliore? [5]

Infatti, ovviamente, le idee e le attitudini soggettive delle persone nei confronti di qualcuno o del suo lavoro fluttueranno continuamente e, dunque, è impossibile per Brown stabilizzare la sua reputazione con la forza; certamente sarebbe immorale e aggressivo contro il diritto di proprietà delle altre persone provarci. Dunque, è aggressivo e criminale mettere fuori legge la concorrenza o bandire la diffusione di calunnie su qualcuno o su un suo prodotto.

Possiamo, certamente, prontamente ammettere la volgare immoralità del diffamare un’altra persona. Ma, ciononostante, dobbiamo concedere a chiunque il diritto di farlo. Pragmaticamente, di nuovo, questa situazione può ben ricadere a beneficio delle persone che sono state diffamate. Infatti, nell’attuale situazione in cui le false calunnie sono messe fuori legge, la persona media tende a credere che tutti i resoconti dispregiativi diffusi sulle persone siano veri, “altrimenti sarebbero condannati per diffamazione”.

Questa situazione discrimina nuovamente il povero, poiché è meno probabile che le persone più povere procedano legalmente contro i calunniatori. Dunque, la reputazione dei più poveri o delle persone meno abbienti è portata a soffrire di più nella situazione attuale, quando la diffamazione è bandita, piuttosto che nel caso in cui la diffamazione fosse legittima. Per cui in una società libertaria siffatta, dato che chiunque saprebbe che le storie false sono legali, ci sarebbe di gran lunga più scetticismo da parte del pubblico che legge o ascolta, che insisterebbe sull’avere più prove e crederebbe meno alle storie diffamanti di quanto non faccia adesso. Inoltre, l’attuale sistema discrimina le persone più povere in un altro modo; dato che la loro possibilità di parola è limitata, è meno probabile che diffondano la disdicevole verità riguardo ad una persona ricca per la paura di essere citati in costose cause per diffamazione. Dunque, la messa al bando della diffamazione danneggia le persone con mezzi limitati in due modi: rendendoli più facili vittime per i calunniatori e ostacolando la loro stessa diffusione di notizie accurate riguardanti i benestanti.

Infine, se qualcuno ha il diritto di diffondere consciamente falsità sul conto di qualcun altro, allora, a maggior ragione, egli ha ovviamente il diritto di divulgare quel gran numero di dichiarazioni riguardo agli altri che sono in una zona confusa, in cui non si sa chiaramente o con certezza se le dichiarazioni in oggetto siano vere o false.

Tratto da The Ethics of Liberty di Murray N. Rothbard

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] Sulla cruciale distinzione legale e filosofica tra brevetti e diritti d’autore, vedi Murray N. Rothbard, Man, Economy, and State (Princeton, N.J.: D. Van Nostrand, 1962), vol. 2, pp. 652–60. Vedi anche Murray N. Rothbard, Power and Market (Kansas City: Sheed Andrews and McMeel, 1977), pp. 71–75. Per esempi di invenzioni indipendenti dello stesso oggetto, vedi S. Colum Gilfillan, The Sociology of Invention (Chicago: Follett Press, 1935), p. 75.

[2] Quando per la prima volta accennai al diritto di ricatto in Man, Economy, and State, vol. 1, p. 443, n. 49, mi vennero scagliati una marea di insulti da critici che apparentemente credevano che io mi rifacessi alla moralità del ricatto. Di nuovo – un fallimento nel fare la cruciale distinzione tra la legittimità di un diritto e la moralità o l’estetica di esercitare tale diritto.

[3] Walter Block, “The Blackmailer as Hero,” Libertarian Forum (December 1972): 3. Vedi anche la versione in Block, Defending the Undefendable (New York: Fleet Press, 1976), pp. 53–54.

[4] Per una critica dell’argomento del Professor Robert Nozick riguardo alla messa al bando (o alla restrizione) dei contratti di ricatto, vedi pp. 248–50 sotto.

[5] Oppure, per prendere un altro esempio, supponiamo che Robinson pubblichi una lettera di consulenza finanziaria, in cui egli propone la sua opinione secondo cui una certa azione di una società è malata e probabilmente si deteriorerà. Come risultato del suo consiglio, il prezzo dell’azione precipita. L’opinione di Robinson ha “leso” la reputazione della società per azioni, e “danneggiato” i suoi azionisti tramite il crollo del prezzo, causato dalla diminuzione di fiducia degli investitori nel mercato. Dovrebbe dunque il consiglio di Robinson essere messo fuori legge? O, in un altro esempio ancora, A scrive un libro; B recensisce il libro e afferma che il libro è pessimo; il risultato è un “danno” alla reputazione di A e un calo delle vendite del libro così come degli introiti di A. Dovrebbero tutte le recensioni negative dunque essere illegali? Di nuovo, queste sono alcune delle logiche implicazioni dell’argomentazione in favore del “diritto alla reputazione”. Sono in debito con Williamson M. Evers per l’esempio del mercato azionario.

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Interferenze coercitive – V parte

Lun, 10/11/2014 - 08:00

Redistribuzione del reddito

 La redistribuzione del reddito è giustificata con l’argomento che il mercato non protegge da tre fenomeni: povertà, diseguaglianza, insicurezza.[1] La redistribuzione avviene attraverso diversi strumenti: l’imposizione fiscale progressiva (v. supra), gli istituti del Welfare State[2], i controlli dei prezzi (tra cui i salari: salario minimo), gli interventi di sviluppo territoriale.

 Gli istituti del cosiddetto Stato sociale sono costituiti dall’erogazione di beni o servizi in natura come la sanità, l’istruzione, e la casa; dalla previdenza (a ripartizione)[3]; e da tutti i trasferimenti che compongono l’assistenza, cioè le provvidenze in denaro volte ad alleviare condizioni di disagio originate da situazioni diverse quali la disoccupazione, la malattia, l’inabilità, l’invalidità, la povertà, la vedovanza, i figli a carico ecc.[4] Nell’accezione dei redistributivisti, gli istituti dello Stato sociale sono “redistributivi” perché i servizi sono offerti ai beneficiari gratuitamente o semigratuitamente, mentre le risorse necessarie per finanziarli sono prelevate attraverso meccanismi progressivi; dunque perché trasferiscono risorse dai più benestanti ai più disagiati. In termini prasseologici, sono redistributivi per il solo fatto di sottrarre coercitivamente risorse ad alcuni per assegnarle ad altri, indipendentemente dai livelli di ricchezza dei soggetti coinvolti.

 Nella redistribuzione ciò che avviene è che i guadagni di ciascuno vengono determinati separatamente (cioè sono diversi) dai guadagni effettivi ottenuti con la produzione e lo scambio. Dunque si introduce un processo di distribuzione separato dalla produzione.

Il principale argomento accademico a favore della redistribuzione, fornito da A. Pigou, è il seguente: l’utilità marginale (incremento di benessere) derivante da un’unità monetaria in più tende a ridursi all’aumentare del numero di unità monetarie possedute. Poiché le persone hanno la stessa scheda di utilità marginale, i percettori di redditi più bassi traggono dall’ultima unità monetaria un’utilità marginale più alta; cioè, se percepiscono un’unità monetaria in più, aumentano maggiormente il loro benessere rispetto a coloro che possiedono un reddito alto. Quindi, per accrescere il benessere collettivo, bisogna redistribuire reddito dai ricchi ai poveri.

Questo ragionamento, se svolto con coerenza, deve condurre ad una distribuzione del reddito perfettamente egalitaria: infatti, finché vi sono persone con reddito più elevato di altre, la redistribuzione aumenta il benessere, dato che trasferisce unità monetarie da coloro che hanno un’utilità marginale più bassa a coloro che hanno un’utilità marginale più alta. Ci si può fermare solo quando tutti i redditi sono uguali; conclusione che oggi quasi nessuno accetterebbe.

Alla tesi redistributivista è stata rivolta anche la seguente critica: le schede di utilità marginale delle persone non sono uguali: alcuni valutano i beni materiali più di altri, e lavorano di più per ottenerne di più; dunque un individuo ad alto reddito potrebbe avere un’utilità marginale maggiore di un individuo a basso reddito (l’accusa di “avidità” spesso rivolta ai ricchi dai redistribuzionisti sarebbe una implicita ammissione della correttezza di tale conclusione).[5]

Distorsioni provocate dalla redistribuzione forzosa

Il difetto principale è rappresentato dai disincentivi alla produzione, che operano sia dal lato dei beneficiari sia degli incisi.

I sussidi e le varie tipologie di trasferimenti, assegnando un reddito anche in assenza di una controprestazione lavorativa, scoraggiano il beneficiario dal lavorare, in quanto si riduce la disutilità marginale derivante dal riposo, cioè il reddito perduto per aver riposato. Ad esempio, l’indennità di disoccupazione, come il salario minimo, scoraggia il beneficiario dall’accettare lavori che pagano salari inferiori, uguali o anche di poco superiori all’indennità.

In generale, lo stato assistenziale provoca modifiche anche nei comportamenti sociali, affievolendo il principio dalla responsabilità individuale e accentuando la dipendenza dallo Stato e atteggiamenti parassitari.[6]

Come si è visto relativamente alla tassazione (v. retro), contemporaneamente la redistribuzione forzosa scoraggia anche i produttori, coloro da cui il reddito viene prelevato. Dunque, viene prolungata l’attività dei soggetti inefficienti a spese dei soggetti efficienti.[7]

L’effetto finale di tale combinato disposto è una contrazione del reddito prodotto, dunque una minore ricchezza della collettività.

Un secondo effetto è l’aumento del costo del lavoro, determinato dalla crescita degli oneri sociali necessari per finanziare le prestazioni del Welfare. In conseguenza si determinano prezzi dei beni più alti e/o una riduzione della domanda di lavoro da parte delle imprese. Ancora un effetto recessivo. Nei termini della teoria dei giochi, la redistribuzione non è un gioco a somma zero, ma a somma negativa.

Inoltre, una parte consistente delle risorse prelevate non arriva ai destinatari (eventuali bisognosi) ma è assorbita dalla burocrazia pubblica che le intermedia (stipendi dei funzionari, strutture residenziali, acquisti e sostituzioni di beni per gli uffici ecc.) [8]. Una volta che una burocrazia pubblica è stata istituita risulta poi impossibile smantellarla, in quanto i suoi membri costituiranno un gruppo di interesse combattivo, politicamente organizzato e strategicamente posizionato (la presunta competenza tecnica rivendicata presso il legislatore).

Infine, spesso si verifica che il trasferimento redistributivo è capovolto, da gruppi a reddito più basso verso gruppi a reddito più alto, perché questi ultimi sono più organizzati dei primi, sono in grado di svolgere attività di lobbying e godono di collegamenti politici: le banche, le grandi aziende industriali, le associazioni professionali, gli agricoltori[9], le agenzie per gli aiuti allo sviluppo, le organizzazioni ambientaliste, le associazioni culturali.[10]

Il combinato disposto di disincentivi, dispersione burocratica e redistribuzione capovolta determina un fallimento nel conseguimento dell’obiettivo della redistribuzione: la condizione di disagio non viene alleviata o rimossa.[11]

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

Link alla terza parte

Link alla quarta parte

Note

[1] I sostenitori del libero mercato replicano che in un contesto di mercato opererebbero tre istituzioni private in grado di risolvere le situazioni di disagio e insicurezza: la famiglia, le associazioni caritative, il meccanismo delle assicurazioni. Per quanto riguarda la povertà, storicamente i paesi che hanno cancellato il mercato hanno sperimentato tenori di vita molto bassi. Circa la ‘sicurezza’ da molti invocata, spesso è il mantenimento degli interessi precostituiti, la staticità.

[2] In maniera organica e universalistica il Welfare State ha origine nel Regno Unito con il Rapporto Beveridge del 1942, poi attuato dal governo Attlee a partire dal 1946. Tuttavia già in precedenza in alcuni paesi sono presenti forme elementari o parziali di assistenza: in Germania nel 1883 Bismarck introduce l’assicurazione sociale contro gli infortuni e di tipo previdenziale; negli Stati Uniti la Social Security viene introdotta nel 1935.

[3] In un sistema pensionistico contributivo a capitalizzazione la pensione dipende dai contributi accantonati durante il periodo lavorativo, accresciuti dall’investimento; in un sistema retributivo la pensione è sganciata dai contributi effettivamente versati, essendo in genere commisurata agli ultimi stipendi percepiti, e dunque di fatto è a carico degli attivi. In Italia i contributi versati all’Istituto Nazionale Previdenza Sociale sono pari a circa il 40% dello stipendio lordo di un lavoratore dipendente. In astratto, il 35% è a carico del datore di lavoro, il 5% a carico del lavoratore. Di fatto, quale che sia la ripartizione, il costo del lavoro per il datore è il medesimo. Formalmente, lo stipendio lordo non comprende la somma a carico del datore di lavoro; ad esempio, uno stipendio lordo di 100 comporta un contributo di 53 a carico del datore che non compare in busta paga. Sui 100 il lavoratore contribuisce con 9 (9%). Ma di fatto, si può dire che su un salario lordo di 153, il datore contribuisce per 53, dunque il 35%, e il lavoratore per 9, che è pari appunto al 5%. Dati 2003. Anche la Social Security americana è, al di là delle finzioni contabili, un sistema a ripartizione, in cui le somme percepite dagli ultrasessantacinquenni sono pagate attraverso le imposte prelevate sugli attivi.

[4] Qui di seguito viene sinteticamente illustrata la disciplina italiana relativa ad alcuni di tali trasferimenti.

sussidio di disoccupazione: durata 180 giorni (6 mesi), 9 mesi per chi ha più di 50 anni; 40% della retribuzione media percepita negli ultimi 3 mesi di lavoro.

pensione di inabilità (infermità fisica o mentale che provoca un’impossibilità a svolgere qualsiasi lavoro) e di invalidità (riduzione della capacità di lavoro a meno di un terzo); bisogna aver lavorato per almeno 5 anni;

indennità di accompagnamento: persone che hanno bisogno di assistenza continua perché non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita; € 472 mensili;

pensione (assegno) sociale: dopo i 65 anni, circa €350 a reddito zero, ridotta per redditi superiori fino a €4557 annui, al di sopra non spetta; con coniuge il reddito massimo è €9114.

cassa integrazione: ai lavoratori del settore industriale ed edile, 80% della retribuzione ma con limite massimo di €886 mensili (2009); ordinaria: in caso di contrazione dell’attività produttiva; periodo fino a 1 anno; straordinaria: in caso di crisi di rilevanza settoriale o di ristrutturazioni dell’azienda; periodo fino a 2 anni;

indennità di mobilità: in caso di licenziamento del lavoratore per cessazione dell’attività o per riduzione di personale da parte dell’azienda, dopo esaurimento della cassa integrazione;

pensione di reversibilità: se beneficiario è solo il coniuge ed è privo di altri redditi, 60% della pensione; coniuge più un figlio a carico (fino a 26 anni se studente universitario) 80%; coniuge più due figli a carico 100%; se il beneficiario ha un reddito annuo superiore a €17.869, la pensione è ridotta del 25%;

indennità di maternità: due mesi prima e tre mesi dopo il parto, 80% della retribuzione;

assegni familiari: varia in base al reddito e alla numerosità del nucleo familiare; es. fino a €12.500, 137,50.

Vi sono poi i servizi sociali offerti dagli enti locali, prevalentemente i comuni: centri per anziani o per minori, assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili, borse di studio per l’inserimento al lavoro.

Si può definire una funzione di offerta del welfare, che istituisce una relazione diretta fra i trasferimenti – in moneta, beni o servizi – effettuati dallo Stato e il numero di “clienti”, cioè di persone che si offrono come beneficiari dell’assistenza. Più precisamente, la funzione di offerta dei clienti del welfare è inversamente correlata alla differenza fra il tasso salariale prevalente nella zona ed il livello degli emolumenti del welfare. Questa differenza è il “costo opportunità” dell’affidarsi al welfare, cioè l’importo che un individuo perde se ozia invece di lavorare. Se, per esempio, lo stipendio prevalente in una zona aumenta e i trasferimenti del welfare rimangono gli stessi, il differenziale e il “costo opportunità” dell’ozio aumentano e la gente tenderà a rinunciare al sussidio di disoccupazione e a scegliere di lavorare. Se accade l’opposto, più gente chiederà il sussidio di disoccupazione.

Vi è un altro fattore, di tipo valoriale o culturale, che incide sull’offerta di clienti, ed è il senso di disagio o di vergogna derivante dalla condizione di assistito: quanto maggiore è lo stigma sociale, tanto minore sarà il numero di persone che si rivolge agli istituti del welfare, e viceversa, quanto più si diffonde l’idea che il welfare sia un “diritto” tanto maggiore sarà il numero dei richiedenti.

[5] Per suscitare indignazione, è molto frequente la presentazione della statistica sulla ripartizione della ricchezza nei termini: “l’1% della popolazione mondiale possiede il 40% della ricchezza” (dati 2008; Stati Uniti: l’1% più ricco possiede il 17,4% del reddito [2010]; Italia: il 10% più ricco possiede il 45,9% della ricchezza [dati Banca d’Italia 2010]). Tuttavia si trascura la circostanza che una gran parte di questa ricchezza è composta di mezzi di produzione (edifici, macchinari, fabbriche), funzionali alla produzione di quei beni e servizi che aumentano il tenore di vita anche della restante parte della popolazione.

[6] La legittimazione del ‘diritto a essere assistiti’ genera anche conflitti fra gruppi destinatari delle risorse, in quanto alcuni gruppi ritengono di ricevere ingiustamente meno di altri, il che innesca una rincorsa alle risorse, in genere associata alla politicizzazione di tali conflitti.

[7] In qualunque società la maggioranza delle persone tende a essere meno facoltosa degli individui più abili e di successo. Essendo maggioranza, nei sistemi democratici riesce a redistribuire la ricchezza a proprio favore. Tuttavia produzione e distribuzione non sono separate; i prodotti vengono in essere come proprietà di qualcuno. Non vi è un ammontare dato di prodotto indipendente dalla struttura dei diritti di proprietà. Dunque se, a fini redistributivi, si interviene con la confisca, i produttori sono indotti a consumare anziché accumulare il capitale.

L’idea che sottostà alle politiche interventiste è che i maggiori redditi e ricchezze della parte più benestante della popolazione costituiscono un fondo inesauribile che può essere usato liberamente per migliorare le condizioni dei meno abbienti. Ma gli aumenti di spesa pubblica, e dunque le tasse, hanno raggiunto un livello tale da cancellare questo fondo, e costringere i governanti a incidere anche sui redditi medi e medio-bassi. Dunque l’interventismo è destinato a finire, perché le misure restrittive riducono la produzione. Una volta esaurito il “sovrappiù” che viene confiscato, è impossibile continuare con tale politica.

[8] I due terzi secondo studi americani: R. Woodson 1989, M. Tanner 1996. Le società private che svolgono attività di carità assorbono per sé meno di un terzo delle risorse intermediate. Secondo uno studio di J.R. Edwards le proporzioni precedenti sono rispettivamente due terzi e un decimo: J.R. Edwards, The Costs of Public Income Redistribution and Private Charity, in “Journal of Libertarian Studies”, vol. 21, n. 2, 2007. In generale il Welfare di stato ha scacciato le organizzazioni private filantropiche, religiose, di carità e di beneficienza, di volontariato, orientate al self-help.

[9] Nel 2010 il 40% del budget dell’Unione Europea è stato speso in sussidi all’agricoltura. Negli Stati Uniti il 67% delle sovvenzioni all’agricoltura affluiscono alle aziende agricole di maggiori dimensioni, il 17% del totale.

[10] Come si è visto sopra, alcuni servizi gestiti dallo Stato vengono offerti gratuitamente o semigratuitamente, dunque a prezzo zero o a un prezzo notevolmente inferiore al costo di produzione. Tale circostanza genera un ulteriore effetto negativo, le cosiddette “code” o “file”, causate da una domanda elevatissima. L’esempio tipico è rappresentato dalle lunghe attese per alcune prestazioni sanitarie.

[11] Negli Stati Uniti a partire dal 1965, con i programmi della Great Society di Lyndon Johnson, i livelli di spesa per il welfare salirono rapidamente. Tuttavia i tassi di povertà (numero di individui che vivono al di sotto della soglia di povertà sul totale), dopo una breve discesa, rimasero stabili negli anni Settanta e addirittura aumentarono negli anni Ottanta.

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Cinque lezioni apprese dal referendum in Scozia

Sab, 08/11/2014 - 08:00

Pubblichiamo quest’articolo nell’imminenza del referendum catalano, sia per la capacità di guardare oltre il dato contingente, sia perché le spinte indipendentiste proseguono e la crisi dello Stato-nazione continua

Le autorità governative, nel Regno Unito, hanno dichiarato che la campagna per il “Sì” alla secessione è fallita, con un margine approssimativo del 55% contro il 45%. Tuttavia, anche se non si è tradotta in una maggioranza di voti in favore della secessione, la campagna per la separazione dal Regno Unito ha già offerto numerose anticipazioni sul futuro dei movimenti secessionisti e di coloro che difendono lo status quo.

Prima lezione: le élite mondialiste hanno una gran paura di secessione e decentramento

Membri e istituzioni dell’élite mondialista, tra cui la Goldman Sachs, Alan Greenspan, David Cameron e molte delle principali banche hanno sfoderato tutti i segnali di allarme per seminare quanta più paura possibile riguardo all’indipendenza. I banchieri mondialisti hanno giurato di punire la Scozia, dichiarando che avrebbero abbandonato il territorio scozzese se fosse stata dichiarata l’indipendenza. Secondo una fonte, uno studio della Deutsche Bank l’ha paragonata alla decisione di tornare al gold standard negli anni Venti e ha detto che avrebbe potuto scatenare una riedizione della Grande Depressione, almeno a nord della frontiera.

Quando si tratta di pronosticare apocalissi economiche, non si può andare molto più in là nell’isteria. Eppure, lo si è fatto. David Cameron è quasi scoppiato a piangere, supplicando gli scozzesi di non votare per l’indipendenza.

Il brutale assalto dell’élite contro la secessione ha impiegato almeno due strategie. La prima ha previsto minacce e prediche del tipo “è per il vostro bene”. Le cose “non si metteranno bene” per la Scozia in caso di secessione, ha pontificato Robert Zoellitsch della Banca Mondiale. John McCain ha implicato che l’indipendenza scozzese sarebbe una cosa buona per i terroristi. La seconda strategia ha incluso preghiere e suppliche, che, ovviamente, hanno svelato fino a che punto la classe dominante dell’Occidente nutra un vero terrore verso la secessione.

Cameron, in aggiunta al suo istrionismo, imperniato sulla nostalgia e su appelli patetici a non “distruggere questa famiglia”, ha cercato – a quanto pare con successo – di corrompere i votanti scozzesi con svariate promesse di più denaro, più autonomia e più poteri all’interno del Regno Unito.

Le minacce che si sono concentrate sul futuro del sistema monetario scozzese sono particolarmente rivelatrici. L’ultima, l’ultimissima cosa che i governi a Londra, a Bruxelles o a Washington vogliono vedere è una nazione occidentale riconosciuta che decede da un sistema monetario e si unisce ad un altro in maniera ordinata. La secessione politica è già abbastanza brutta, una spina nel fianco dell’UE, che palesemente spera di stabilire sé stessa, un giorno o l’altro, come unione perpetua, senz’alcuna via di fuga. Un ritiro riuscito da una delle principali valute globali, foss’anche in vista di un successivo ingresso nell’Unione Monetaria Europea, implicherebbe che i Paesi hanno opzioni monetari diverse dall’assorbimento integrale (e permanente) in tale Unione.

Seconda lezione: i movimenti secessionisti chiederanno che si voti

Anche se le élite del Regno Unito speravano con tutto il cuore di veder fallire il referendum in Scozia, pochi hanno sostenuto che gli scozzesi non avessero alcun diritto di votare sulla questione. Alcuni hanno detto che avrebbe dovuto votare l’intero Regno Unito, ma sembra che la massima parte degli osservatori abbia semplicemente accettato il fatto che gli scozzesi avevano il diritto di votare da soli sullo status della Scozia all’interno del Regno Unito.

Questa è una brutta notizia per molti governi in America e in Europa, dove, in apparenza, le tradizioni democratiche si mantengono forti, ma sono manipolate in favore del centralismo. Il governo degli Stati Uniti, ad esempio, si aggrappa all’idea che nessuna secessione potrebbe mai aver luogo senza un’approvazione del governo centrale, e la maggior parte degli Americani, per senso del dovere, denuncerà come tradimento ogni tentativo di votare sulla secessione. Ma in Europa, la semplice esistenza del referendum scozzese mette in discussione la legittimità degli sforzi dei governi centrali per ignorare o proibire voti locali sull’indipendenza. Il governo italiano ha praticamente ignorato l’esistenza del referendum veneto, e il governo spagnolo a Madrid ha già ripetuto che ignorerà i risultati dell’imminente voto catalano.

Non passerà inosservato il fatto che quelli che ignorano questi esiti democratici, quando minacciano lo status quo dell’élite, sono gli stessi che esaltano le virtù della democrazia quand’essa favorisce il loro scopi centralisti, o quando sono usate per giustificare guerre all’estero.

Quei governi che negano la possibilità di votare o che rifiutano di riconoscere voti in favore della secessione sembreranno, in futuro, sempre più retrogradi, in buona parte grazie alla quasi indiscussa prerogativa scozzese di condurre votazioni locali sulla secessione.

Può darsi che alcuni governi tentino di aggirare l’ostacolo richiedendo che sulla secessione si esprima la nazione intera. Così, nel caso di Venezia, è molto più semplice contemplare una situazione in cui il governo a Roma ammetterebbe tutta l’Italia a decidere, con il voto, se Venezia possa scendere o meno. Un voto del genere sarebbe sicuro, dal punto di vista del governo centrale, perché il successo, a tali condizioni, sarebbe estremamente improbabile. Gli italiani del sud traggono beneficio dal gettito fiscale estratto dalla regione del Veneto. La Catalogna, a sua volta, è una delle regioni più produttive della Spagna, quindi un voto su scala nazionale porterebbe, quasi certamente, a proseguire la spoliazione della Catalogna, a vantaggio degli spagnoli meno produttivi.

Alcuni osservatori hanno insistito che la relazione tra queste regioni e i governi centrali in parola sono come “matrimoni” e che la secessione è come un “divorzio”. Un’analogia di gran lunga migliore, ovviamente, è quella della sposa maltrattata che cerca di scappare da questo rapporto e rifugiarsi in una casa sicura. Attribuire un voto all’intero elettorato nazionale è come accordare al coniuge autore di maltrattamenti un diritto di veto su qualsiasi tentativo di divorzio.

E’ interessante notare, peraltro, che la Scozia non si trova nella stessa posizione del Veneto o della Catalogna, nel senso che non è una zona ricca del Regno Unito. In effetti, dal punto di vista del bilancio e del gettito fiscale (trascuriamo gli aspetti monetari), l’Inghilterra non subirebbe un grosso impatto negativo per il distacco della Scozia. Se fosse stato altrimenti, è possibile che non avremmo visto lo stesso atteggiamento di accettazione verso un referendum. Nondimeno, il precedente è stato stabilito.

Terza lezione: le idee degli americani sulla secessione sono semplicistiche e provinciali

Per moltissimi Americani, il concetto di secessione non ha alcun senso, fuori del contesto della Guerra di Secessione. Dal momento che, molto opportunamente, non si dice mai che la rivoluzione americana è stata il risultato della secessione americana dall’Impero Britannico, gli Americani non sanno praticamente nulla di un qualsiasi altro movimento di secessione nella storia, in un qualsiasi altro contesto che non siano la Confederazione e la schiavitù. Alcuni Americani di una certa età associano la secessione con le guerre nella ex-Yugoslavia, durante gli anni Novanta, pensando erroneamente che il conflitto sia stato scatenato dalla secessione e non da decenni di tirannico centralismo comunista.

Così, la maggior parte degli Americani, quando ergono messi di fonte ad un’ipotesi di secessione, ha solo due risposte: 1) “Se vuoi la secessione, allora vuoi che finiamo come i Balcani.”. Con il che si intende che “secessione” equivale a “pulizia etnica e una sanguinosa guerra civile”. 2) “Se vuoi la secessione, devi essere razzista”. Perché, naturalmente, la secessione non può mai avere nessuno scopo diverso dalla diffusione della schiavitù.

Il caso della Scozia ha reso chiaro che, nel resto del mondo, la maggior parte degli esseri umani istruiti comprende che la secessione è stata usata in una grande varietà di contesti storici e politici. Ovviamente, la schiavitù non ha proprio nulla a che fare con i movimenti secessionisti in Québec, Scozia, Veneto o Catalogna.

Inoltre, gli Americani che indulgono al tipico vezzo dei partigiani dell’Autorità, che giustificano qualsiasi ingiustizia del sistema ripetendo “E’ la legge!” quasi si trattasse di un dogma, si comportano come se la questione dell’autonomia regionale e dell’indipendenza fosse stata risolta una volta per tutte nel 1865, con la Guerra di Secessione. Per queste persone, presumibilmente, la questione è risolta fino alla Fine dei Tempi, poiché alcune altre persone – tutte ormai morte da un bel pezzo – hanno combattuto una guerra in proposito. Pensare che, in politica, qualcosa sia stabilito una volta per sempre, per via di qualcosa che qualcun altro ha fatto un secolo e mezzo fa, richiede un livello di che lascia veramente sbigottiti. Ma, tra gruppi di esseri umani più sensati e ragionevoli, si riconosce che, in politica, situazioni e alleanze mutano costantemente.

Nello stesso tempo, i fautori della secessione che invocano la Costituzione degli Stati Uniti del 1787 quasi si trattasse di un dogma, come prova della legalità della secessione, continueranno a fallire nel loro tentativo di guadagnare proseliti. La Costituzione, qual è stata progettata da coloro che l’hanno scritta, è morta e sepolta da almeno un secolo. E comunque, la vecchia interpretazione è di gran lunga troppo restrittiva e si applica soltanto a Stati interi degli Stati Uniti, non a porzioni di Stati.

Quarta lezione: la secessione è un buono strumento per negoziare

Come abbiamo appreso dall’esperienza scozzese, gli autori del centralismo temono la secessione al punto di essere disposti a gettare ai secessionisti un bel po’ di ossa. Naturalmente, nel caso della Scozia, che è una regione che riceve in tasse più di quanto non dia, le promesse hanno incluso un bel po’ di assistenzialismo governativo. Nel caso del Veneto, ad esempio, le cose andrebbero altrimenti. Ad ogni modo, minacciare la secessione è una tattica utile per ottenere maggiore autonomia. Inoltre, è sempre positivo costringere un governo centrale a sottoporsi ad un referendum sulla sua legittimità. Non lo si dovrebbe fare in una votazione una tantum, come han fatto gli scozzesi, ma come parte integrante della vita politica.

In definitiva, però, quel che al governo importa davvero è la capacità di gonfiare l’offerta di moneta e controllare il sistema finanziario. I politici del governo centrale saranno disposti a privarsi di molti poteri, ma sul potere di inflazionare e controllare le banche non cederanno mai facilmente.

Quinta lezione: il centralismo non è indispensabile al successo economico

Com’è stato predetto da Martin Van Creveld e da un esercito di altri osservatori delle tendenze in punto “legittimità dello Stato”, la posizione dello Stato come il fatto centrale nell’ordine politico del mondo continua a declinare, mentre minoranze nazionali e regioni economicamente distinte rompono con il vecchio assetto in favore sia dell’autonomia locale, sia di alleanze internazionali. Il tentativo di secessione scozzese è soltanto uno di molti esempi recenti. La sconfitta di breve termine del referendum farà poco per alterare questa tendenza.

In più, le realtà economiche del mondo moderno, in cui capitale e lavoro si spostano costantemente, continueranno a minare lo Stato-nazione moderno, fondato, in larga misura, sul principio del nazionalismo economico e il mito secondo cui si potrebbe raggiungere l’autosufficienza dell’economia nazionale.

La diffusione del commercio tra nazioni con merci nazionali e forze lavoro enormi, nonché la disponibilità al commercio internazionale, hanno spazzato via le vecchie pretese nazionali che solo lo Stato-nazione possa fornire i mercati, il potere coercitivo e internazionale clou necessari per la crescita economica. In realtà, gli scozzesi, i veneti e i catalani vedono l’accesso ai mercati internazionali come qualcosa che si può ottenere facilmente senza l’aggiunta del fardello dello Stato centrale, cui attualmente sono legati. Venezia ha bisogno di Roma per commerciare con la Cina? Difficile.

Come ha fatto notare Peter St. Onge, le nazioni piccole se la cavano piuttosto bene quando si tratta di prestazioni dell’economia, e difficilmente le piccole dimensioni sono uno svantaggio. Quest’asserto, “più grandi è meglio”, è sempre stato facile a refutarsi, ma è rimasto popolare per secoli. Il successo della tesi degli indipendentisti scozzesi, secondo cui la Scozia poteva effettivamente competere sul piano internazionale, ha mostrato che il predominio del vecchio mito confina ad andare in pezzi.

Conclusioni

Alcuni giornali inglesi hanno dichiarato che “è finito il sogno” dell’indipendenza scozzese Questo sembra assai poco probabile, a meno che, con “finito”, i giornali non intendano “per gli anni immediatamente a venire”. In tutta Europa, la spinta verso una maggiore indipendenza e autonomia a livello nazionale non farà che continuare a crescere, fintantoché le economie ristagneranno e le élite di Bruxelles, o di Roma, o di Madrid, continueranno a pretendere di saperla più lunga di tutti. Prima o poi, le promesse dei centralisti incontreranno orecchie molto sorde.

Articolo di Ryan W. McMaken su mises.org

Tradotto da Guido Ferro Canale

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Il tempo tornerà indietro

Mer, 29/10/2014 - 08:00

Time Will Run Back è un romanzo molto particolare. E non solo perché, pubblicato nel 1951, è stato poi riedito nel ’66 con un finale cambiato.1 Né per il fatto che l’autore, Henry Hazlitt, lo ha munito di una Prefazione, altra rara avis nella narrativa. E neppure perché, ivi, egli dichiara esplicitamente di aver voluto scrivere un libro “a tesi”, per mostrare che, se il capitalismo non esistesse, se ne venisse addirittura persa la memoria, sarebbe necessario reinventarlo. No, la sua vera particolarità sta nel modo in cui la tesi in questione viene presentata.

Di primo acchito, il testo rientra in pieno nella letteratura distopica: la storia ha inizio nell’anno 2100, o piuttosto, 282 Dopo Marx.2 Il calendario è mutato, perché il mondo intero, ormai da un secolo, vive sotto il tallone del comunismo sovietico; ha preso il nome di Wonworld, che l’A. non spiega e che, forse, nelle menti dei conquistatori andava inteso in senso attivo – Mondo che ha vinto, s’intende sui nemici dell’umanità - ma è, a tutti gli effetti, un Mondo Sconfitto, vittima del socialismo reale e del potere assoluto.

A Mosca, Sua Supremazia Stalenin, Dittatore di Wonworld, rivede il figlio, Peter Uldanov,3 dopo dieci anni in cui il ragazzo è stato allevato dalla madre, ora defunta, su una piccola isola delle Bermuda, completamente isolato dal resto del mondo, istruito soltanto nelle materie che non hanno nulla a che fare con il comunismo. Quindi, grazie ad una squadra di ottimi precettori, Peter padroneggia materie che vanno dalla matematica alla musica – anzi, vorrebbe dedicarsi al pianoforte e nutre una profonda passione per Mozart – ma non sa nulla di filosofia, politica, economia o storia. Quest’ultima materia, per la verità, è decisamente poco nota, perché, dopo la conquista del mondo, i comunisti hanno distrutto ogni traccia del passato e bruciato tutti i libri, tranne le opere di Marx e di pochi altri autori, sicché ben scarsa memoria resta dell’Età Oscura, quella che ha preceduto Adam Smith, e degli eventi successivi si è tramandata una versione strettamente funzionale a dimostrare l’ineluttabilità del trionfo del marxismo.

Tuttavia, l’istruzione del figlio non è la preoccupazione principale del dittatore, almeno non in sé e per sé. Stalenin è stato colpito da un infarto e i medici lo hanno messo in guardia sulla probabilità che si ripeta, magari in forma di ictus che lo lascerà paralizzato. Sa che gli resta poco tempo e che, se morisse, il suo successore – Bolshekov, il n. 2 del Politburo, dove i numeri indicano appunto la linea di successione – eliminerebbe Peter all’istante. Affinché il giovane viva, è indispensabile che conquisti, in tempi rapidissimi, una posizione politica propria, inattaccabile.

La formazione di Peter ai princìpi del marxismo viene dapprima affidata proprio a Bolshekov, poi al n. 3 del Politburo, l’americano Adams;4 nel giro di pochi mesi, Peter stesso entra a far parte dell’organismo supremo. Stalenin è colpito da un ictus che lo lascia quasi incapace di parlare, ma, grazie ad un nastro preregistrato e prontamente trasmesso via radio, il figlio può agire come suo Delegato. Bolshekov, che già complottava per eliminare il dittatore, raddoppia i propri sforzi, si innesca una lotta per il potere che non risparmia neppure gli attentati e di cui, tuttavia, Peter sembra quasi non curarsi affatto.5 A parte una sottotrama romantica con appropriati esiti tragici, ciò che davvero lo preoccupa, e di cui discute costantemente con Adams (suo principale alleato in politica, perché sa di non potere, in quanto americano, aspirare alla carica suprema ed è certo, d’altra parte, che Bolshekov, se la ottenesse, lo eliminerebbe all’istante), è come riuscire a far funzionare il sistema produttivo, come evitare che gli errori nella pianificazione centrale facciano sprecare risorse nella produzione di beni in eccesso quando altri, magari anche essenziali, vengono a mancare, o che non si riesca a completare una casa perché manca un chiodo. Ci sarà pure un modo per realizzare l’ideale “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”!

Dopo lunga riflessione, egli, agendo come Delegato di Stalenin e mirando a realizzare almeno la seconda parte di tale massima, introduce la possibilità, per i cittadini, di scambiare i buoni di razioni, che sono nominativi ed emessi per i singoli beni; in breve, si sviluppa un vero e proprio mercato, dove i buoni per le sigarette acquisiscono un ruolo monetario. La possibilità di scambio viene, quindi, estesa anche ai beni stessi, ma Peter – sempre nel corso di lunghe discussioni con Adams – sta già ragionando sul problema successivo: come sfruttare l’informazione ora disponibile sui veri bisogni dei consumatori, per fare in modo che il sistema produttivo vi si adatti? Studia studia, il ragazzo si convince della necessità di stabilire la proprietà privata dei mezzi di produzione; ma Bolshekov, venuto a conoscenza delle bozze del relativo documento programmatico, decide di passare al colpo di mano: elimina Stalenin, mentre Peter e Adams sfuggono per un soffio alla cattura, riuscendo anche a diffondere un altro messaggio, preregistrato dal dittatore proprio per il caso di morte, in cui nomina successore il figlio;6 Bolshekov è comandante dell’Esercito e della Marina, ma Peter ha conservato il controllo diretto dell’Aeronautica, che gli resta fedele; può così fuggire, con l’intera arma aerea, nell’emisfero occidentale, nel continente americano – che lo accoglie a braccia aperte, ansioso di scrollarsi di dosso quello che anta percepisce come un dominio russo – e prepararsi alla guerra. Preparazione cui è indispensabile l’efficienza del sistema produttivo: ragione di più per mettere in atto l’esperimento di privatizzazione.

Tralascio, ovviamente, il seguito e la conclusione della lotta tra le forze di Wonworld e il continente che Peter, insediato “a Washington, in un edificio vecchio, decrepito e puzzolente che qualcuno, evidentemente dotato di un ottimo senso dellironia, aveva a suo tempo battezzato la Casa Bianca” (p. 129), decide di chiamare Freeworld. Vengo, piuttosto, all’accennata particolarità del testo, che è poi il motivo per cui ho scelto di recensirlo per i lettori del Mises Italia.

Henry Hazlitt è stato un ottimo giornalista e un divulgatore impareggiabile; doti che, però, segnano anche i limiti del suo romanzo. In effetti, si potrebbe quasi revocarne in dubbio l’appartenenza al genere narrativo: la maggior parte del testo consiste in discussioni sui problemi economici, che proseguono di capitolo in capitolo e riescono – occorre darne atto all’autore – a non riuscire affatto noiose… però vanno, ovviamente, a discapito dell’azione, della trama e dell’approfondimento dei personaggi. Quest’ultimo, forse, è proprio il punto più dolente. Come Peter, del tutto digiuno di formazione economica, possa aver sviluppato subito, o quasi, una capacità di penetrazione dei relativi argomenti che gli permette di contestare le fallacie della dottrina dominante resta non spiegato, a meno che non si reputino sufficienti mere doti naturali;7 non spiegata resta anche la passione per la libertà, che lo porta, già nel suo primo giorno a Mosca, a sostenere che tutti dovrebbero poter leggere tutto; e, sotto altro profilo, non troviamo traccia neanche della difficoltà di abituarsi a vivere nel formicaio moscovita dopo dieci anni su un’isola pressoché deserta (il suo problema principale con Mosca sembra lo squallore urbano). Con tutto questo, si badi bene, i personaggi non sono affatto mere personificazioni di ideali astratti: soprattutto Peter e Stalenin appaiono ben delineati… ma, appunto, non approfonditi. Resta in ombra perfino il dissidio che ha allontanato i genitori di Peter.8 Insomma, se l’intento di Hazlitt era trasmettere le verità economiche più importanti sotto forma di romanzo, in modo che potessero penetrare nel grande pubblico, non vi è riuscito: soltanto chi nutra una profonda passione per l’economia, sufficiente per appassionarsi alle discussioni teoriche, può riuscire a leggere il testo.

Ma, d’altro canto, i dialoghi tra Peter e Adams sono autentici capolavori. Sia per lo stile, sempre vivace e chiaro; sia, soprattutto, per la concatenazione mirabile con cui, passo dopo passo, i problemi concreti derivanti dall’impossibilità del calcolo economico nel socialismo reale portano, attraverso la discussione di tutti i possibili rimedi, alla riscoperta dell’economia di mercato come unica soluzione possibile. Avrebbero, forse, meritato di formare un volume a sé stante: sebbene i personaggi del romanzo vi emergano comunque in tutta la loro individualità - passioni, interessi ed entusiasmi, giudizi di valore… - l’integrazione con la narrativa non può dirsi riuscita. Ma ne ha sofferto solo quest’ultima, che, se solo avesse potuto disporre di spazio e cure adeguate, sarebbe potuta essere una distopia eccellente, a giudicare dall’ottima resa dell’atmosfera plumbea che la minaccia costante della brutalità arbitraria e sfrenata fa gravare su Wonworld. Anche così, il romanzo, in quanto romanzo, offre autentiche perle;9 ma il motivo per cui raccomando caldamente la lettura del libro è la serie dei dialoghi. Impossibile tentarne una sintesi, sia per la mole degli argomenti sia perché non si tratta di nulla di nuovo o di ignoto ai lettori del sito (manca solo la teoria del ciclo): nessun riassunto potrebbe renderne il gusto, né invogliare alla lettura.

In conclusione, però, vorrei osservare altresì che, soprattutto nella seconda edizione, il messaggio dell’opera è un messaggio di speranza: il finale è stato cambiato proprio per rafforzarlo. Non importa fino a che punto possa sembrarci perduta la causa della libertà, o minacciosa l’avanzata del socialismo sotto le sue mille maschere: fermo il dovere di opporvisi e lottare hic et nunc, resta vero che perfino nell’ipotesi peggiore, perfino se il mondo intero smarrisse anche la memoria del libero mercato e della libertà stessa, l’uomo non avrebbe comunque persa la capacità di riconquistarli.

Guido Ferro Canale

Note

1 La seconda edizione, disponibile su mises.org, è quella su cui mi sono basato per preparare la recensione.

2 Marx è fatto oggetto di una vera e propria divinizzazione: quello che sembra un inno nazionale esemplato sul God save the King si intitola Marx save the Dictator.

3 Wonworld parla ormai una lingua sola, il Marxanto, inventato di sana pianta in modo che i termini avessero, tutti, solo il significato che devono avere secondo le teorie di Marx (p.es., “verità” è “ciò che è utile alla causa comunista”); tuttavia, i nomi propri di persona si sono conservati, così il fatto che un ragazzo russo si chiami Peter e non Piotr sembra un artificio narrativo volto a cattivargli, da subito, la simpatia del lettore americano.

4 Il cui nome, sia detto per inciso, è Thomas Jefferson; ma le sue idee sarebbero piaciute molto più ad Alexander Hamilton…

5 Hazlitt riesce a creare una notevole suspence, ma non a spiegare in maniera convincente come Peter, quando Adams gli racconta di essere appena sfuggito ad un attentato, possa riprendere comunque a discutere di economia; in effetti, l’incredulità del suo interlocutore non risolve quest’interrogativo, ma semmai lo rimarca.

6 Peter dovrebbe assumere il nome di Stalenin II, ma, fuorché in quella stessa trasmissione radiofonica, non glielo vediamo usare mai; e conserva anche il titolo di Your Highness, spettante ai membri del Politburo, ricusando di farsi chiamare Your Supremacy. Tuttavia, non vediamo traccia di particolari riforme politiche che sconfessino esplicitamente l’ancien régime.

7 Ma l’inverosimiglianza massima, a mio avviso, è raggiunta quando Peter, in un modo che aveva completamente dimenticato il concetto stesso di moneta, si prefigura correttamente gli effetti della deflazione improvvisa sul sistema produttivo.

8 Veniamo a sapere soltanto che, secondo la madre, il vero marxismo-leninismo non avrebbe dovuto prevedere purghe cruente; ma quale fosse la sua interpretazione di tale dottrina e quanto essa possa aver comunque influito nella formazione del figlio (che pure, si ripete costantemente nel testo, di simili argomenti è rimasto del tutto digiuno) resta oscuro e ignoto.

9 A parte una buona dose di umorismo o la vicenda della carestia nel Kansas, dove, in una discussione assolutamente surreale, il direttore di una fattoria collettiva prova a spiegare perché, da mesi, non funzioni neanche un trattore (pag. 53), mi sembra degna di nota l’osservazione che, a Wonworld, non erano i commessi a ringraziare i clienti, ma il contrario: bisognava mostrare gratitudine ai commissari alla produzione, per aver prodotto i beni razionati.

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Le interferenze coercitive – III parte

Lun, 27/10/2014 - 08:00

Esternalità negative

Per le esternalità negative (es. inquinamento) sono state individuate tre soluzioni: regolazione diretta (es. si impone all’acciaieria di filtrare i fumi), tassazione (somma pari al danno causato: “tasse sulle emissioni” o “tasse di Pigou”)[1], azioni collettive (si consente ai cittadini coinvolti di citare in giudizio l’impresa inquinante per i danni).

L’analisi di Pigou era basata sulla misurabilità dell’utilità e sulla comparazione fra le utilità di individui diversi, per cui sarebbe possibile da parte di un soggetto esterno migliorare il benessere dell’intero sistema economico. Ma le utilità non sono misurabili e confrontabili; le preferenze si “rivelano” solo con le azioni e le scelte dei singoli, e il loro benessere non può essere dedotto da formule matematiche.

Per le esternalità negative, la soluzione di mercato più efficiente è l’iniziativa del danneggiato (richiesta di risarcimento dei danni), anche attraverso le azioni collettive.

In materia ambientale invece la politica oggi dominante è quella del divieto introdotto attraverso la legislazione. Ad esempio, le norme di conservazione delle risorse non rinnovabili (es. petrolio, la terra del demanio): l’effetto è la restrizione della produzione presente a vantaggio di quella futura e l’utilizzazione di risorse riproducibili (es. gli alberi) al posto di quelle razionate. Vengono violate le preferenze temporali degli individui, aumentando i risparmi e gli investimenti rispetto al consumo. Inoltre, la riduzione di offerta di terra consente ai proprietari delle altre terre di aumentare il prezzo. Si ritiene che i privati non siano lungimiranti, mentre lo Stato sì: ma non è vero, perché il valore presente della terra posseduta dall’imprenditore dipende dai redditi futuri attesi ed egli ha quindi interesse a curare la sua risorsa, non a sfruttarla in maniera intensiva.

Modifica coercitiva dei consumi 

Un altro intervento che causa una modifica nell’allocazione delle risorse è rappresentato dalle misure volte a indirizzare i consumi delle persone. L’intervento può essere rivolto a proibire o contenere il consumo di alcuni beni (è il caso più frequente) o a incentivarlo. Esempi del primo tipo sono le restrizioni su droghe, alcool, tabacco, farmaci, bibite, videopoker, beni provenienti dall’estero. I motivi con cui vengono giustificati tali interventi sono due: il perseguimento di politiche paternalistiche (molti individui non sono responsabili o razionali e danneggerebbero se stessi) e il contrasto delle esternalità negative (ad esempio l’incidente provocato dall’automobilista ubriaco). Gli strumenti sono: proibizione totale tramite la legislazione; imposte indirette; prescrizione medica; obbligo di rivolgersi al notaio per il trasferimento di un bene (es. appartamento, automobile); il protezionismo nel commercio internazionale.

In base alle preferenze personali (criterio delle preferenze dimostrate), si può dire con certezza che il consumatore dopo l’interferenza sta peggio, perché può consumare quantità inferiori di quelle desiderate o deve pagare un prezzo maggiore per il bene. In particolare si riduce sicuramente il benessere dei consumatori responsabili, la netta maggioranza dei consumatori; per cui i costi dell’intervento risultano superiori ai ricavi. [2]

I critici dell’intervento sostengono che i consumi sono indirizzati nella maniera migliore dal mercato, che possiede uno standard razionale: i più alti redditi monetari (tra cui i profitti); infatti ciò significa aver soddisfatto al massimo grado i consumatori[3].

Esempi di interventi volti a favorire il consumo di un determinato bene sono le deduzioni di imposta per le spese effettuate, ad esempio per il mutuo per la casa, o le aliquote di imposta indiretta basse sui libri scolastici, o i contributi alla rottamazione della vecchia automobile per acquistarne una nuova.

Restrizioni della produzione

Consiste nel divieto di produrre un bene o un servizio, o nella riduzione delle quantità vendibili del bene. A volte sono associati a divieti o restrizioni nel consumo (v. supra). Esempi del primo tipo sono il divieto di vendere liquori o droghe; esempi del secondo il razionamento, le quote di produzione in agricoltura, i limiti alla durata del tempo di lavoro, i limiti all’età lavorativa, la fissazione degli orari degli esercizi commerciali, le licenze, i brevetti, i limiti all’accesso alle professioni, i limiti alla concentrazione spaziale di alcuni esercizi commerciali (farmacie, panetterie), i limiti alla vendita di alcuni beni in alcuni esercizi commerciali (es. i farmaci nei supermercati), i divieti di commistioni fra banche e imprese, le leggi antitrust.

Le restrizioni alla produzione in ultima istanza sono una diversione delle risorse da un settore a un altro. È evidente che i controlli sulle quantità prodotte danneggiano tutte le parti coinvolte nello scambio: l’acquirente è costretto a rinunciare a soddisfazioni che valuta di più, cioè ai suoi desideri più urgenti, e riceve soddisfazioni che valuta di meno; il produttore, a cui viene impedito di guadagnare in quel settore, deve adeguarsi a guadagni più bassi in un altro settore.

Un effetto in genere è la formazione di mercati “neri”; ma, a causa dell’illegalità, le quantità offerte sono comunque inferiori a quelle che si sarebbero realizzate in un mercato legale, e il prezzo sul mercato nero è più alto per compensare il produttore dei rischi connessi con la violazione della legge. Inoltre l’illegalità ostacola il processo di distribuzione delle informazioni ai consumatori (es. attraverso la pubblicità).

Restrizioni parziali alla produzione

Legislazione pro lavoro: il limite alle ore giornaliere di lavoro riduce la produzione totale e dunque il tenore di vita anche dei lavoratori. Nei paesi più arretrati, in cui la produttività del lavoro è molto più bassa, i danni per quei lavoratori sono ancora maggiori (è lo stesso motivo per cui in quei paesi gli stessi genitori desiderano il lavoro infantile). Il fatto che il tenore di vita del lavoratore medio americano sia incomparabilmente più soddisfacente di quello del lavoratore medio cinese non è una conquista del governo e delle leggi, ma dipende dal fatto che il capitale investito per ogni impiegato è molto maggiore che in Cina e conseguentemente che la produttività marginale del lavoro è molto più alta.

Divieto del lavoro minorile: il reddito delle famiglie con figli viene arbitrariamente ridotto; aumenta la quota di popolazione che consuma soltanto e dunque il tenore di vita complessivo si riduce. Restringendosi l’offerta di lavoro aumentano i saggi di salario. Nei paesi meno sviluppati le famiglie non hanno redditi tali da potersi permettere il mantenimento e l’istruzione dei figli fino all’età di 14 o 16 anni, come avviene nei paesi più ricchi.

Licenze (es. tassisti): solo alcuni possono offrire il bene o il servizio; in caso di assegnazione di monopoli, solo uno. Restringono l’offerta di lavoro e di imprese. Il pagamento della licenza impedisce l’ingresso di coloro che hanno piccole disponibilità di capitale iniziale.

Privilegi – Anziché introdurre la proibizione assoluta lo Stato a volte assegna la produzione di un dato bene in monopolio ad una sola impresa. Con gli effetti noti del monopolio (prezzi più alti). Esempi di privilegi monopolistici sono molte delle restrizioni parziali elencate sopra (es. le licenze assegnano solo ad alcuni il diritto di produrre un bene o offrire un servizio).[4]

Brevetti: non sono una protezione dei diritti di proprietà, ma un privilegio monopolistico garantito dallo Stato al primo scopritore di un determinato tipo di invenzione. Nel libero mercato un’invenzione può essere protetta senza brevetti: se ad una persona vengono rubati da casa un progetto o un nuovo bene egli è già protetto dalla norma che vieta il furto.

Le misure restrittive avvantaggiano sempre qualcuno, danneggiando tutti gli altri. Tuttavia nel lungo andare tale vantaggio scompare, perché il settore privilegiato richiama nuovi imprenditori, la cui competizione tende a eliminare il guadagno specifico del privilegio. In generale, la situazione creatasi è meno efficiente, perché alcune risorse si sono indirizzate verso un settore a più bassa produttività, in cui i ricavi sono mantenuti artificialmente alti dal dazio.

Informazione asimmetrica  

È la situazione in cui una delle parti coinvolte nello scambio non ha (o ha meno) informazioni dell’altra parte relativamente al bene o al servizio acquistato. Esempi: sostanze contenute nei beni alimentari[5] o nei farmaci, malattie del soggetto che stipula un’assicurazione sulla vita, stile di vita del soggetto che sottoscrive un’assicurazione sanitaria, pubblicità ingannevole. In questa categoria possono essere comprese tutte le situazioni in cui lo stato interviene per la “tutela dei consumatori”; i quali, non avendo – o avendo meno – conoscenze sui beni acquistati rispetto a chi li ha prodotti, potrebbero essere preda di produttori con pochi scrupoli. Schematizzando, il presupposto su cui si fonda l’intervento è che 1) il regolatore è in grado di far emergere le informazioni mentre l’interazione fra privati no; 2) il modo sicuro e corretto per realizzare un bene o servizio (la qualità) è definibile a tavolino. L’intervento pubblico prevalentemente è incentrato sulle regolamentazioni; ad esempio, controlli e vincoli per la sicurezza e salubrità dei prodotti.

Critiche – Le interazioni fra privati, cioè il mercato, sono in grado di garantire la sicurezza e la qualità dei prodotti. In particolare, proprio la demonizzata “ricerca del profitto”: un’impresa che produce beni dannosi si rovina il nome e non vende più, compromettendo ricavi e profitti. Inoltre, se un individuo ha venduto cibo diverso da ciò che è indicato sull’etichetta o adulterato, è punibile per frode e, nel secondo caso, per lesioni.[6] Infine i concorrenti o associazioni di consumatori possono segnalare o denunciare comportamenti scorretti o informazioni pubblicitarie ingannevoli.

Il fatto che un individuo perderebbe troppo tempo ed energie per conoscere le caratteristiche di ciascun prodotto conduce i fautori della regolamentazione pubblica a ipotizzare come unica alternativa l’ingerenza dei funzionari statali, che svolgerebbero invece tale attività a tempo pieno. La prima parte dell’obiezione è vera, ma la funzione di controllo e informazione può essere svolta benissimo da associazioni private, come già oggi avviene. Si svilupperebbero ancora di più servizi di assicurazione, associazioni che effettuano analisi di laboratorio sugli alimenti, riviste[7] e siti web con valutazioni dei prodotti[8] (internet ha inferto un duro colpo alle asimmetrie informative in ogni campo[9]).

Per quanto riguarda il punto 2), “qualità” è una caratteristica soggettiva e la valutano i consumatori sul mercato. Tra l’altro, ogni individuo ha un proprio trade-off fra prezzo e qualità. Così come per la sicurezza, che non è un valore assoluto, ma viene continuamente confrontata con altri aspetti: probabilmente non ci sarebbero più incidenti automobilistici se tutti fossero costretti ad andare a 10 k/h, ma nessuno propone una misura del genere. Gli individui hanno atteggiamenti diversi rispetto al rischio. Il mercato è capace di assecondare il trade-off che ciascuna persona desidera fra sicurezza e costo del bene. Infatti alcuni imprenditori, per garantire standard di sicurezza superiori, avranno costi superiori, e dunque il bene avrà un prezzo più alto; i consumatori che gradiscono questa maggiore sicurezza (coloro cioè che valutano i miglioramenti nella sicurezza di più dell’incremento di prezzo) acquisteranno il bene.

L’imposizione statale indiscriminata attuata attraverso la legislazione elimina dalla produzione i produttori che lo Stato giudica di bassa qualità, quindi riduce l’offerta e la concorrenza e fa aumentare i prezzi (danneggiando così soprattutto i meno abbienti).[10]

A volte un impedimento introdotto per garantire la sicurezza sotto un certo aspetto riduce la sicurezza in un altro.[11]

Inoltre, la monopolizzazione della decisione da parte del regolatore pubblico diminuisce l’incentivo del consumatore a essere attento rispetto al bene o al servizio che sta acquistando.

Nel caso di asimmetria informativa fra assicurato malato e compagnia di assicurazione non c’è alcun intervento statale che possa riequilibrare la situazione; è sufficiente l’incentivo della compagnia, che potrebbe richiedere determinate analisi all’interlocutore prima della stipulazione del contratto.[12]

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

[1] In Italia, così come in altri paesi, le eco-tasse non vengono introdotte su singoli produttori inquinanti ma sui settori: ad esempio sulla benzina, sul bollo, sulla bolletta elettrica, sui consumi di carbone e gas metano, sull’immatricolazione dell’automobile e della motocicletta, sui sacchetti di plastica, sulle pile, sugli oli lubrificanti, sugli imballaggi, sui materiali per costruzioni, sui biglietti aerei, sui rifiuti. In Italia nel 2012 la somma incassata da queste tasse è stata pari a 44 miliardi di euro; tuttavia solo l’1% di questa cifra è stata destinata ad azioni di risanamento ambientale (sistemazione idrogeologica, disinquinamento dell’aria), il resto è stato destinato a coperture finanziarie che non hanno alcuna attinenza con l’ambiente.

[2] L’economia non si occupa dei problemi etici e non può dire se tali politiche paternalistiche siano buone o cattive. Qui si esamina solo la catallassi dell’interventismo, in base alla quale si può illustrare soltanto se un dato intervento consegua o no i fini prefissati. Facendo solo un cenno alla questione etica, come detto molti sostengono che è “realistico” fare ciò, perché altrimenti gli individui danneggerebbero se stessi. Tuttavia, una volta ammesso il principio si rischia il piano inclinato (slippery slope), perché risulta difficile sul piano logico obiettare a imposizioni ulteriori: se è in causa il benessere fisico delle persone, perché non imporre anche l’attività fisica o le diete? E perché limitare l’intervento alla protezione del fisico, e non estenderlo all’anima e alla mente, impedendo di leggere libri cattivi, vedere cattive commedie o cattivi dipinti e così via? Se si abolisce la libertà dell’uomo a stabilire il proprio consumo, gli si tolgono tutte le libertà.

[3] L’intervento volto a modificare i consumi in alcuni casi è giustificato attraverso la cosiddetta “teoria del sentiero obbligato”: un prodotto o una soluzione migliore nel mercato non si affermerebbe perché un individuo singolo o un piccolo produttore non può imporre la soluzione migliore – il costo da sostenere per passare alla soluzione migliore è troppo alto. Ad esempio, si scopre che è più efficiente guidare a sinistra anziché a destra; tuttavia nessun privato può cambiare la soluzione esistente guidando a sinistra. È necessario che lo Stato imponga il cambiamento di regola. Dunque il mercato non riuscirebbe a pervenire alla soluzione migliore. Un esempio di ciò sarebbe il sistema operativo Windows rispetto a Macintosh: il prodotto migliore è il secondo, ma si è affermato il primo. Ciò avverrebbe perché nel mondo dell’alta tecnologia, a differenza delle vecchie industrie manifatturiere, il profitto marginale per un’impresa aumenta con ciascun cliente addizionale; ogni Windows in più venduto comporta un costo via via minore per Microsoft, mentre aggiunge un ammontare crescente al valore di Windows. La “teoria economica dei profitti crescenti” conclude che a causa di questo vantaggio, ottenuto grazie alla dimensione, l’impresa affermata sul mercato schiaccia i nuovi arrivati, che sono spesso portatori di prodotti migliori. Il sistema economico si “blocca” su un sentiero che non è il migliore.

Il primo errore in questo argomento è che non esiste alcun criterio oggettivo per stabilire se una tecnologia è “migliore per la società”, al di fuori dei profitti e delle perdite degli imprenditori che hanno scelto quella tecnologia. In secondo luogo non è vero che il mercato non scalza un’impresa affermata: ad esempio il sistema VHS sostituì il sistema Betamax della Sony come standard delle videocassette.

 

[4] In generale il corporativismo privilegia gli interessi dei produttori a scapito di quelli dei consumatori.

[5] Questo argomento è utilizzato anche per legittimare politiche protezionistiche. Ad esempio, l’Unione Europea introduce vaghi e cangianti “standard di qualità” sui prodotti importabili nell’area. Per proteggere i consumatori europei dalle aflatossine, micotossine prodotte da specie fungine, vengono vietate le importazioni di cereali e frutta secca da molti paesi africani. Il danno per gli esportatori africani è stato calcolato in 650 milioni di dollari all’anno, con una riduzione delle esportazioni pari al 64% (dati 2011). La Banca mondiale ha stimato che tale politica previene soltanto un decesso su un miliardo di persone all’anno.

[6] Il sito di aste eBay è un esempio mirabile della capacità dei meccanismi di mercato di garantire sicurezza e fronteggiare i comportamenti truffaldini o sleali. Il successo di questo mercato telematico è determinato in grande misura dalla trasmissione delle informazioni sulla reputazione dei venditori e dei compratori. Prima di un acquisto il compratore può informarsi sul venditore guardando la percentuale di feedback positivi che ha ricevuto dagli acquirenti precedenti. La stessa forma di controllo è riservata al compratore, che, se con reputazione di cattivo pagatore, non troverà chi è disposto a vendergli beni; o il venditore si cautelerà con modalità particolari della transazione (es. pagamento anticipato). Queste informazioni, inoltre, non sono date una volta per tutte, ma aumentano transazione dopo transazione, cioè con l’ampliarsi della dimensione del mercato.

[7] Ad esempio “Quattroruote” per le automobili.

[8] Oltre al già menzionato eBay, altri esempi sono “TripAdvisor” per gli alberghi e i ristoranti, “Wine Spectator” per i vini.

[9] Grazie al telefono cellulare e a internet molti agricoltori africani possono conoscere i prezzi delle loro derrate su mercati anche molto lontani, scardinando così il potere degli intermediari, che offrivano loro prezzi nettamente inferiori rispetto a quelli di rivendita.

[10] «Per rendersi conto delle ripercussioni che hanno tali regolamentazioni ‘protettive’, si immagini che un governo decida di proibire la vendita di qualunque veicolo con caratteristiche qualitative inferiori ad una Mercedes. Ciò non garantirebbe forse a ciascuno di guidare sempre la migliore e più sicura delle automobili? Non proprio: dopo il decreto continuerebbero a circolare principalmente solo le automobili di coloro che possono permettersi il prezzo di una Mercedes». F. Karsten, K. Beckman, Oltre la democrazia, Usemlab, Massa, 2012, pp. 62-63. Un altro esempio di regolamentazione che provoca aumenti di prezzi è costituita dai lunghi tempi imposti per la sperimentazione dei farmaci: «essa rende anche la vita impossibile alle piccole aziende, che non sono in grado di mantenere il livello di capitalizzazione necessario per far fronte ad un’attesa di dieci anni prima che i prodotti possano cominciare a generare qualche ricavo. Tutto ciò riduce la concorrenza a vantaggio delle grandi imprese farmaceutiche, consentendo loro di far pagare prezzi più alti. È bizzarro che gli stati democratici operino così bene per favorire gli interessi dei potenti a spese del normale consumatore». J. Narveson, You and the State: A Short Introduction to Political Philosophy, Rowman & Littlefield, New York, 2008, p. 150.

[11] Negli anni Settanta del Novecento l’economista Sam Peltzman produsse una ricerca che evidenziava come l’introduzione di alcuni standard di sicurezza nelle automobili (cinture, piantone dello sterzo e parabrezza ad assorbimento d’urto) avesse indotto una guida più veloce e più rischiosa. La mortalità dei passeggeri per incidente stradale si era ridotta, ma era aumentata quella dei pedoni, dei ciclisti e dei motociclisti, ovviamente non protetti dai sistemi introdotti nelle automobili. I guidatori, percependo un abbassamento del rischio, assunsero comportamenti alla guida più imprudenti, determinando aumenti di fatalità a carico dei “non passeggeri”. Un altro esempio di spostamento del rischio causato dalla regolamentazione è il seguente: alcuni anni fa negli Stati Uniti fu imposta l’eliminazione del cordoncino che stringe il cappuccio delle giacche per bambini, perché un bambino aveva rischiato di soffocare; ma questa misura può provocare una polmonite perché non ci si può riparare dal freddo e dal vento forti.

[12] Un caso in cui l’asimmetria informativa diventa addirittura reato è l’insider trading (trattare titoli possedendo informazioni riservate). Ma l’argomento che la conoscenza, se non distribuita in maniera omogenea fra tutte le persone, possa rendere un’azione illegittima, potenzialmente può impedire qualsiasi transazione di mercato. Una persona che ha acquistato un ombrello perché ha visto una trasmissione meteo avrebbe acquisito un illecito vantaggio su tutti coloro che non hanno visto la stessa trasmissione, dunque sarebbe colpevole; il che è un’assurdità.

 

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La qualità della moneta (parte seconda)

Ven, 24/10/2014 - 08:00

II. La teoria della qualità della moneta nella storia

La teoria della qualità della moneta, anche se non sotto questo nome, gode di una lunga tradizione. Anche se molti autori hanno discusso sui fattori che influenzano la qualità della moneta, non è mai stato raggiunto un consenso unanime. Juan de Mariana (1609) spiega che il deterioramento della qualità delle monete d’oro dev’essere considerato come una tassa (ingiusta). Sir William Petty ([1662] 1889) considera il deterioramento della qualità delle monete da parte del governo una tassa. Adam Smith (1776) parla dell’origine della moneta e di proprietà importanti, come la capacità di durare nel tempo e la divisibilità. Jean-Baptise Say ([1806] 1855) afferma che una buona moneta dev’essere divisibile, di qualità omogenea, resistente all’attrito, cara quanto basta e malleabile. Inoltre, analizza l’adulterazione della qualità della moneta in casi storici come quello di Filippo I di Francia. Nassau William Senior ([1850] 1853) e John Stuart Mill ([1848] 1965) sono due autori classici che discutono le qualità dei beni che possono renderli adatti a diventare moneta. Carl Menger (1871) spiega l’emersone della moneta come un processo spontaneo del mercato in cui prevalgono beni dotati di qualità specifiche. Così, il trattamento delle qualità della moneta era stato molto diffuso prima del ventesimo secolo, come attesta questo brano di William Stanley Jevons (1875, pag. 30):

Molti autori recenti, come Huskisson, Mac Culloch, James Mill, Garnier, Chevalier e altri, hanno descritto in modo soddisfacente le qualità che dovrebbe possedere il materiale impiegato come moneta. Sembra, peraltro, che gli autori precedenti avessero inquadrato l’argomento altrettanto bene, o quasi. Harris ha illustrar queste qualità con una chiarezza degna di nota nel suo ‘Essay upon Money and Coins’, pubblicato nel 1757, un’opera che è apparsa prima de ‘La Ricchezza delle Nazioni’, eppure offre un’esposizione dei princìpi della moneta che è ben difficile migliorare ai giorni nostri. E ottant’anni prima, Rice Vaughan, nel suo eccellente piccolo ‘Teatise on Money’, aveva scritto un riepilogo breve ma soddisfacente delle qualità che si richiedono alla moneta. Addirittura, troviamo che William Strafford, l’autore del rimarchevole dialogo dell’età elisabettiana (1581) intitolato ‘A Brief Conceipte of English Policy’, ha dimostrato una comprensione perfetta dell’argomento. Di tutti gli autori, comunque, M. Chevalier offre il resoconto più completo e accurato delle proprietà che la moneta dovrebbe possedere, e io seguirò le sue opinioni in molti punti.”.

Economisti Austriaci come Mises (1953, cap. I) e Rothbard (2004, pagg. 189-93) hanno seguito Carl Menger nella loro analisi delle origini della moneta. Mentre Mises non elenca le qualità specifiche che aiutano un bene a diventare moneta, Rothbard (2008, pag. 6) menziona le “qualità proprie della moneta”: la moneta merce attira una domanda notevole, è altamente divisibile, facile a trasportarsi, dura nel tempo e ha un alto valore per unità di prodotto.

Tuttavia, Mises e Rothbard non vanno oltre questo quadro e non menzionano – almeno non in modo esplicito – l’importanza della qualità della moneta per la domanda di moneta. In effetti, Mises non menziona la qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda né nella Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (1953, pagg. 131-37), né in Human Action (1998) nel suo capitolo sulla domanda di moneta (cap. 17). Come afferma Salerno (2006, pag. 39): “Mises (1998, pp. 398-402) ha fornito solo una discussione molto schematica della domanda di moneta, che non può sostenere l’intero peso di una teoria dei prezzi monetari.”.

Rothbard (2004, pag. 756) compie un progresso, rispetto a Mises, nell’analisi concettuale della domanda di moneta e afferma: “La domanda totale di moneta sul mercato consiste di due parti: la domanda di moneta per lo scambio (da parte dei venditori di tutti gli altri beni, che desiderano acquistare moneta) e la domanda di moneta come riserva (la domanda di moneta da detenere, da parte di coloro che già ne detengono).”.

Rothbard (2008, pag. 39) sottolinea che i mutamenti nella domanda di moneta (come ad es. il mantenimento di riserve di cassa) ne cambiano il potere d’acquisto. Nei capitoli sulla domanda di moneta (2008, cap. 5; 2004, cap. 11 §5), egli, come Mises, non menziona la qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda, non in modo esplicito. Menziona, tuttavia (2008, pagg. 65-74), due fattori che sono importanti per la qualità della moneta: la fiducia nella stessa e le aspettative di inflazione o deflazione.

Riesaminando i contributi di Mises e di Rothbard, sorge spontanea la domanda: come mai questi autori non sono andati oltre e non hanno sviluppato una teoria esplicita della qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda? La risposta risiede, con ogni probabilità, nel fatto che essi trascurano la funzione della moneta come riserva di ricchezza. Questa funzione è essenziale per la qualità della moneta ed è più sensibile ai cambiamenti che non le funzioni di mezzo di pagamento e unità di conto.

In effetti, Mises (1953, pag. 35) segue Menger (1871, pag. 278) e sostiene che la funzione di riserva di ricchezza è una funzione derivata e non necessaria della moneta. Anzi, Mises (1998, pag. 401) si concentra sulla funzione di mezzo di scambio in maniera ancor più esclusiva di Menger: “La moneta è il bene che serve come il mezzo di scambio generalmente accettato e comunemente usato. Questa è la sua unica funzione. Tutte le altre funzioni che si attribuiscono alla moneta sono semplicemente aspetti particolari della sua funzione primaria e unica, quella di mezzo di scambio.”.

Mises (1953, pagg. 107, 110, 129; 1990, cap. 4) e Rothbard (2004, pagg. 764-65) si concentrano sulla funzione di scambio. In questo modo, trascurano fattori importanti per il valore della moneta. Siccome non analizzano in dettaglio la funzione di riserva di ricchezza, non indicano neanche gli effetti che i cambiamenti in essa, o la qualità della moneta in generale, possono avere sulla domanda di moneta.

In contrapposizione con l’esitante analisi della moneta in termini qualitativi svolta dagli economisti sopra menzionati, esiste anche una corrente, nella letteratura economica, che non tratta affatto gli aspetti relativi alla qualità. Questa è la pura e semplice teoria quantitativa della moneta difesa da David Ricardo. Per Ricardo non importa se siano moneta le monete d’oro, un pollo, i semi di cacao, un gettone di pietra o una nota cartacea. La sola cosa che conta è la quantità. Gli aspetti quantitativi spiegano tutti i fenomeni monetari. In effetti, per Ricardo, tutte le qualità della moneta devono ritenersi implicite nel carattere limitato della sua quantità.

Ricardo e i seguaci della teoria quantitativa pura e semplice pongono un’enfasi molto forte sulla funzione di scambio della moneta, messa in luce da John Law e Adam Smith, per i quali la moneta è, fondamentalmente, un buono (voucher) per comprare beni. La moneta è semplicemente un mezzo di circolazione. Questi fautori della teoria quantitativa, pertanto, trascurano completamente la funzione della moneta come riserva di ricchezza. Ricardo implica, altresì, che non vi sia differenza alcuna tra la cartamoneta inconvertibile e i certificati monetari convertibili. Egli, di conseguenza, trascura la domanda di moneta. Per lui, la convertibilità è solo un metodo pratico per porre un limite alla quantità di moneta.

Per chi crede in questa teoria quantitativa, “il valore della moneta è una funzione della sua quantità, è del tutto indipendente dal valore del materiale usato per il conio, [valore, quest’ultimo,] derivato solamente dai suoi usi peculiari…” (pag. 49).

Secondo quella teoria, fintantoché il numero di scambi e la rapidità di circolazione della moneta restano gli stessi, nulla può alterare il valore dell’unità, e con esso il livello dei prezzi, tranne mutamenti nel volume della valuta.” (Scott 1897, pag. 56).

Di conseguenza, i fautori della teoria quantitativa tendono a trascurare l’importanza della domanda di moneta. Come fa notare Carver (1934, pag. 188): “Per lo più, le teorie quantitative della moneta si presentano come teorie basate sulla domanda e sull’offerta. Sfortunatamente, alla domanda è stata dedicata un’attenzione minore che all’offerta di moneta. In effetti, alcuni di coloro che espongono la teoria quantitativa ignorano completamente la domanda di moneta e procedono assumendo che conti solo l’offerta. Questo ignorare l’aspetto della domanda e concentrarsi solo sull’aspetto dell’offerta sembra bastato sull’ulteriore assunto che la domanda di moneta sia, in un momento determinato e date quelle tali circostanze, fissa; che consista unicamente nel numero di beni e servizi che sono in vendita.”.

A tutt’oggi, la teoria quantitativa della moneta continua a dominare nei manuali di economia più diffusi. Alcuni dei testi più usati sono: Mankiw (2004), Blanchard (2006), Stockman (1999), Hyman (1994), Slavin (1994), Boyed e Melvin (1994), Sachs e Larrain (1993), Ekelund e Tollison (2000), Case e Fair (1994), Dornbusch e Fischer (1990). Solo pochi autori di manuali (Colander 1995 e Sloman 1994) menzionano le qualità della moneta, mentre Melotte e Moore (1995) affermano che una buona moneta dev’essere divisibile, facile a trasportarsi, durevole e di valore stabile. Addirittura, il manuale di Abel, Bernanke e Croushore (2008) non parla affatto delle qualità.

Williamson (2005, pag. 536) si spinge fino a discutere svariati problemi relativi alle qualità della moneta merce: in primo luogo, la sua qualità sarebbe difficile a identificarsi. In secondo luogo, produrla sarebbe costo. In terzo luogo, l’uso della merce come moneta la distoglie da altri usi.

Williamson (2005) potrebbe aver fornito il vero motivo per cui si scrivono solo poche righe – se si scrivono – a proposito della qualità della moneta, perché è stato l’avvento della moneta-segno che ha spinto gli economisti a credere di aver trovato la forma perfetta di moneta. Così, Lewis e Mizen (2000, pag. 47) affermano che la moneta cartacea può, in linea di principio, funzionare meglio della moneta-merce. Sostengono che il suo valore può essere stabilizzato meglio e che comporta costi minori in termini di risorse.

Un secondo motivo per la virtuale scomparsa della qualità della moneta dall’analisi economica è il modello dell’equilibrio generale e la matematizzazione della scienza economica. Nell’analisi basata sull’equilibrio generale, non esiste alcun processo. Con quest’analisi, l’evoluzione e l’origine della moneta, che richiederebbero un’analisi della qualità della moneta, non possono essere spiegate. In effetti, la teoria quantitativa della moneta non può spiegare né il sorgere della moneta né la sua demonetizzazione. Inoltre, la matematizzazione in economia e la corrispondente ascesa della teoria quantitativa della moneta lasciano ampio spazio alle misurazioni. Dal momento che la quantità della moneta si può impiegare meglio in termini di matematica e misurazioni, la sua qualità è passata in cavalleria.

Intuizioni nel campo della teoria della qualità della moneta sono esistite prima del ventesimo secolo. Ma queste anticipazioni si limitano ad elencare le caratteristiche che deve possedere un buon mezzo di scambio, trascurando di sottolineare l’importanza delle caratteristiche per il potere d’acquisto della moneta. In altri termini, esse non studiano l’impatto dei mutamenti di tali caratteristiche sul potere d’acquisto e non si traducono in una teoria unitaria della qualità della moneta. La moneta assolve ad altre funzioni, oltre a servire come mezzo di scambio. Essa funge anche da riserva di valore e unità di conto. Una completa teoria della qualità della moneta, pertanto, deve studiare le qualità di una moneta anche rispetto a queste altre due funzioni. Qui non si prenderà in esame la funzione di unità di conto, per concentrarsi invece sulle funzioni di mezzo di scambio e riserva di ricchezza.

Articolo di Philipp Bagus su THE QUARTERLY JOURNAL OF AUSTRIAN ECONOMICS 12, NO. 4 (2009): 22–45

Tradotto da Guido Ferro Canale

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