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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 13 min fa

Il tasso di interesse ed il suo senso economico

Ven, 27/05/2016 - 08:53

Il 16 dicembre 2015 la Federal Reserve USA, dopo ben sette anni, ha deciso di variare l’interesse americano di base, il Federal Funds Rate (l’interesse che le banche si addebitano per i prestiti di 1 giorno) rialzandolo dello 0,25 per cento (da 0-0,25 a 0,25-0,5).

Nelle prime intenzioni della Federal Reserve a questo primo rialzo sarebbero dovuti seguire nel corso del 2016 altri quattro rialzi. Con molta più probabilità di rialzi nel corso di quest’anno invece c’è ne sarà soltanto uno al massimo due e sempre di piccola entità: anni di tassi di interesse nominali schiacciati straordinariamente verso il basso altro non hanno fatto che accumulare errori economici su errori, ed ora ad ogni rialzo ecco che questi errori verranno a galla. Dopo una lunga sbornia di bassi tassi di interesse, rialzi di questi troppo ravvicinati nel tempo e/o di entità più che piccola potrebbero avere conseguenze devastanti. I banchieri centrali non comprenderanno il perché di certi fenomeni, ma quei dati sull’economia reale non in linea con le loro aspettative seguiti al rialzo del 16 dicembre 2015 assieme alla caduta dei mercati finanziari d’inizio anno già stanno conducendo alla prudenza.

Se la politica monetaria mantiene nominalmente per diversi anni tassi di interesse monetari straordinariamente bassi e l’economia nel frattempo rimane stagnante significa che il capitale presente all’interno della società è nel complesso male allocato. L’economia reale reagisce a questa situazione generando crisi, reclamando il cambiamento del contesto istituzionale in cui gli agenti economici si trovano ad operare e un innalzamento dei tassi nominali al livello di quelli che sarebbero realmente allo scopo di permettere un riaccumulo del risparmio reale, dato che la crisi genera distruzione di parte del capitale. Se le autorità monetarie cercano di contrastare tutto ciò spingendo i tassi nominali ancora più giù, i tassi di interesse reali occultamente saliranno ancor di più nella direzione opposta e questo, in ultimo, finisce per disallineare ancor di più la produzione con la sua domanda.

Tutto sommato, possiamo dire di essere (ancora) in stagflazione: si sta tendenzialmente mantenendo una crescita dei mezzi legali di pagamento, la quale crescita però non tiene il ritmo necessario da impedire il manifestarsi in ogni periodo di tempo degli effetti di inversione propri di una crisi economica. Scordatevi in ogni caso che la soluzione sia aumentare in modo progressivo il ritmo di tale crescita … a meno che non desideriate il fallimento completo dell’attuale sistema monetario a corso legale.  Il fatto che l’inflazione dei prezzi non salga quanto desiderato dalle autorità monetarie ed in alcuni casi vi sia anche una deflazione dei prezzi è in realtà un buon segno perché rappresentano manifestamente il sintomo di un’economia reale che reagisce a politiche monetarie sbagliate; sbagliate nella loro natura e non perché insufficienti.

Ogni rialzo dei tassi da parte delle autorità monetarie fino a quando il suo livello nominale non corrisponderà sostanzialmente al suo livello reale porterà con sé degli effetti di riassestamento. Data l’enorme quantità di errori economici che si sono venuti ad accumulare, un adeguamento graduale degli aspetti monetari a quelli reali, ossia un rialzo dei tassi piuttosto scaglionato e misurato nel tempo è probabilmente la cosa più intelligente che la grande moderazione macroeconomica delle autorità monetarie possa adesso fare allo scopo di ammortizzare almeno un po’ i (più o meno) consistenti effetti di riassestamento che seguiranno ad ogni innalzamento dei tassi. Di sicuro, così facendo ci vorrà più tempo per risanare la situazione, ma se fino a ieri neanche si permetteva al paziente di scendere dal letto, oggi chiedergli di colpo di tornare a fare una vita totalmente normale può essere troppo incauto.

Allorché una crisi economica scoppia può essere cosa saggia non consentire una contrazione dell’offerta monetaria indiscriminata, giacché alcuni prezzi, resistendo alla pressione verso il basso, non riescono a deflazionarsi tempestivamente quanto la riduzione dell’offerta monetaria. Queste resistenze provocano altresì un innalzamento della domanda monetaria e sono il frutto di una serie di rigidità. La prima di queste rigidità si chiama Stato, il quale tanto riesce facilmente a crescere durante i periodi di tepore inflazionistico tanto fatica fa a contrarsi quando questo tepore viene meno od incomincia a venire meno – Questo è uno dei motivi per cui una società senza Stato sarebbe cosa desiderabile, ma siccome lo Stato altro non è che una proiezione della stupidità umana che sorge per via irriflessa non c’è da stupirsi che esista e qualora si riesca a farlo sparire ci vorranno in ogni caso tempi biblici.

Tuttavia, se si vuole uscire dalla crisi, seppur gradualmente, al processo di smantellamento di ciò che era cresciuto sotto il tetto del tepore inflazionistico deve essere comunque dato il permesso di proseguire. In tal senso, una crescita della dimensione della spesa statale non solo allunga i tempi della crisi, ma la acuisce, proponendoci una società che complessivamente avrà orizzonti temporali tendenzialmente sempre più corti.

Certamente, nell’ambito dell’intermediazione di fondi, non c’è cosa più difficile che far coincidere il tasso di interesse della moneta con quel tasso di interesse che si avrebbe se i capitali reali si prestassero in natura e quindi il tasso nominale con quello reale. Tale coincidenza è fondamentale perché riflette pienamente e correttamente l’equilibrio fra investimento e risparmio di una società presa nel suo insieme.

Il modo migliore per affrontare questa difficoltà risiede nel decentramento decisionale. Come ciascun individuo possiede una conoscenza superiore delle proprie risorse rispetto a qualsiasi altro individuo, così un sistema bancario decentrato possiede una conoscenza superiore rispetto ad un sistema centralizzato. Queste conoscenze superiori potranno essere poi tanto efficacemente utilizzate tendenzialmente quanto più si riesce a tenerle immuni dalle interferenze politiche.

Asserito quanto, allora, l’attuale monopolio di emissione e riserva bancaria centralizzata andrebbe sostituito con una pluralità di istituti di emissione e la piena libertà di scelta della moneta da utilizzare, cioè l’abolizione del corso legale in linea di principio, e dal momento che l’offerta di capitale reale di un’economia è sempre materialmente limitata mentre la moneta di origine bancaria è in teoria riproducibile in maniera illimitata assicurare una certa riserva di liquidità metallica a copertura dei depositi è condizione auspicabile per garantire produzione sostenibile e stabilità monetaria.

Nell’attuale sistema di intermediazione finanziaria i costi di creazione delle riserve bancarie è in sostanza inesistente o poco significante rispetto al potere di acquisto dei mezzi legali di pagamento messi a disposizione, giacché tutto può essere scaricato sui contribuenti finali per via del corso legale sulla moneta e di una assenza totale di convertibilità della moneta bancaria. Ed è tutto questo che finisce per generare costantemente strutture della produzione insostenibili a cui seguono inevitabilmente apparati statali sovradimensionati.

Tornando specificatamente al tasso di interesse, questo rappresenta quel prezzo di mercato che mette in relazione i beni presenti con i beni futuri. Prezzo che per convenzione viene esposto in termini percentuali. Non esiste prezzo più rilevante del tasso interesse, in quanto tutta la struttura produttiva può essere letta come un enorme mercato di scambio tra beni presenti e beni futuri.

Elemento base di ogni tasso di interesse è la preferenza temporale ed essendo le nostre valutazioni psichiche di ordine economico mirate a raggiungere uno stadio futuro maggiormente soddisfacente di quello corrente qualsiasi individuo quando agisce economicamente riduce volontariamente il consumo dei suoi beni presenti per (nella speranza di poter) conseguire in futuro beni con un valore complessivo maggiore. Come conseguenza di ciò, il prezzo del tasso di interesse non può che avere un valore reale sempre positivo.

Le nostre valutazioni psichiche di ordine economico rispondono ad un fondamentale elemento esterno: quantomeno inconsciamente, siamo tutti consapevoli dell’esistenza del postulato della scarsità delle risorse ed è per questo che il tasso di interesse (come qualsiasi altro altro prezzo) viene economicamente impostato da ciascuno di noi sempre con un valore reale positivo.

Ora, poiché nella realtà la stragrande maggioranza delle transazioni avviene per mezzo del denaro può essere che nel mondo economico il tasso di interesse, pur mantenendo sempre valore positivo, si possa esprimere in termini nominali anche con un numero pari a zero o addirittura negativo. Tuttavia, tale situazione, più che una realtà inerente i fatti umani, è una costruzione analitica. Le cose di questo mondo, infatti, sono sempre caratterizzate da una serie di fattori, quali rigidità, abitudini e soprattutto continue fluttuazioni impossibili da prevedere o quantomeno da prevedere totalmente, che, anche nei casi più favorevoli, ci costringono a tenere un margine sempre un po’ più alto dello stretto necessario; stretto necessario, tra l’altro, di cui non conosciamo mai esattamente tutte le dimensioni – per tale motivo, è corretto affermare che nessuno di noi è in grado di massimizzare in senso stretto alcunché; economizzare sì, ma massimizzare in senso stretto è al di fuori dalla portata umana.

Prendiamo come esempio il mercato dei prestiti di denaro per spiegare il perché di quanto sopra appena affermato.

Il mercato dei prestiti di denaro va scorporato in 3 componenti che assieme vanno a definire il suo tasso di interesse lordo.

Il tasso di interesse originario, la componente fondamentale per porre in essere lo scambio di beni presenti con beni futuri, e cioè quel prezzo che viene determinato dalla preferenza temporale. Gli individui con una preferenza temporale alta sacrificano il conseguimento immediato dei loro fini  solo se pensano o si aspettano di ottenere in futuro valori (soggettivi) molto elevati. Gli individui con preferenza temporale bassa sono disposti a sacrificare il conseguimento immediato dei loro fini per assicurarsi in futuro valori (soggettivi) non molto (più) elevati.

Asserito quanto, l’intensità psichica della valutazione soggettiva dei beni presenti in relazione ai beni futuri, seppur varia da individuo ad individuo, risulterà essere sempre economicamente positiva e sarà dunque sempre espressa con un numero maggiore di zero.

Il premio per il rischio imprenditoriale, vale a dire quella componente addizionale volta a ripagare il rischio di controparte.

Dato che al mondo non esiste alcuna intrapresa umana di cui si possa essere assolutamente certi del buon fine (o quantomeno che il buon fine arrivi esattamente nei tempi e/o nelle modalità prospettate all’inizio) anche questo dato risulterà essere sempre economicamente positivo e anch’esso andrà sempre espresso con un numero maggiore di zero.

Il premio per l’atteso incremento o decremento del potere di acquisto dell’unità monetaria nella quale si effettuano e si calcolano le transazioni tra beni presenti e beni futuri.

Quest’ultima componente invece si può esprimere anche con un numero pari o inferiore a zero. Quando si prevede che il potere di acquisto del denaro andrà ad incrementare questa componente verrà espressa con un numero inferiore a zero, viceversa quando si prevede che andrà a diminuire  questa componente verrà espressa con un numero maggiore di zero. Ovviamente, qualora si preveda che il potere di acquisto non subirà variazioni questa componente sarà espressa con un numero pari a zero.

Attraverso l’analisi di queste tre componenti si evince chiaramente che le nostre valutazioni psichiche di ordine economico assegneranno al tasso di interesse sui prestiti di denaro, in quanto prezzo, sempre un valore reale positivo.

In termini nominali, questo valore positivo potrebbe essere anche espresso con somme neutre o persino negative qualora ci si aspetti un aumento del potere di acquisto dell’unità monetaria tale da compensare o addirittura andare oltre la compensazione della somma tra il tasso di interesse originario ed il premio per il rischio imprenditoriale. Di certo, allorché la crescita economica è accompagnata da un risparmio reale corrispondente, la componente del potere di acquisto della moneta si esprime in termini negativi, dato che la tendenza è verso la diminuzione dei prezzi dei beni di consumo, tanto nel breve quanto nel lungo periodo. Una crescita accompagnata da un risparmio reale corrispondente è sana e sostenibile pertanto ciò induce anche ad abbassare il valore della preferenza temporale nonché il livello medio del premio per il rischio imprenditoriale. Malgrado ciò, pensare che questa componente possa assumere concretamente proporzioni nominali tali da compensare del tutto o addirittura andare oltre la compensazione della somma tra il tasso di interesse originario ed il premio per il rischio imprenditoriale è comunque quantomeno molto difficile, perché la realtà dei fatti umani è talmente complessa e costantemente sottoposta ad imprevisti di ogni genere che ognuno di noi nel momento in cui effettua i propri calcoli economici tende a tenersi quel cosiddetto margine in più.

Questo sopra descritto è il mondo delle valutazioni economiche pure. Tuttavia, le anzidette valutazioni possono subire delle interferenze, delle giustificazioni non economiche, che non sono in grado di mutare il senso economico del tasso di interesse, che avrà sempre un valore reale positivo, ma di reprimerlo, di dissimularlo, facendo sembrare che all’interno delle valutazioni economiche possano sussistere tassi di interesse con valori reali negativi.

Il primo tipo di interferenze sono quelle sentimentali. Nessuno vieta a Tizio di prestare 10.000 euro al suo amico Caio con scadenza ad 1 anno e accontentarsi di ricevere indietro soltanto 9000 euro generando per lui una perdita non solo in termini nominali ma anche in termini reali (si è supposto pertanto che nel frattempo il potere di acquisto dell’unità monetaria non crescesse sufficientemente oppure che rimanesse stabile oppure che diminuisse). In tale caso, il legame di amicizia ha la meglio sul mondo delle valutazioni economiche e pur di aiutare un proprio amico in difficoltà Tizio è disposto ad assumersi volontariamente una perdita economica e altrettanto volontariamente reprimere il senso economico del tasso di interesse.

Questo tipo di interferenze va da sé che non potranno mai rappresentare una regola generale, ma saranno collegate a casi umani particolarissimi.

Interferenze invece che possono rappresentare una regola generale sono quelle collegate al controllo politico dell’economia. Tale controllo rappresenta un errore epistemologico che nasconde sempre da qualche parte un costo, giacché opacizza il sistema di trasmissione dell’informazione e di guida cognitiva della produzione e della divisione del lavoro.

Spieghiamo anche qui con un esempio.

Alcune banche centrali, tra cui la BCE, hanno imposto tassi negativi sui loro depositi di riserva con l’obiettivo di stimolare i prestiti delle banche commerciali e rimettere così in moto la domanda aggregata. Questi tassi nominalmente negativi sui depositi di riserva molto probabilmente lo sono anche in termini reali, dato che la deflazione dei prezzi non riesce a prendere costantemente piede. Tuttavia, sempre in termini reali, si stanno tendenzialmente rivelando essere comunque più convenienti del prestare all’economia reale se è vero che il mercato del credito alle imprese fa fatica a ripartire. Se le alternative sono tra perdere qualcosa nel tempo tenendo ferme presso la banca centrale le proprie riserve in eccesso e prestare ad un’economia reale sempre più impantanata in un capitale male allocato (per via delle stesse decisioni delle banche centrali e delle dimensioni degli apparati statali) perdendo molto di più, non vi è dubbio che le banche commerciali sceglieranno la prima opzione rispetto alla seconda.

Tuttavia, sussiste, seppur non concessa alle banche commerciali, anche una terza opzione, quella in cui si riflette il senso economico del tasso di interesse, vale a dire quella di depositare queste somme di denaro fisicamente in un caveau (dunque tesaurizzazione), allo scopo di preservare dalla distruzione il capitale potenzialmente rappresentato da queste somme e di trasferire il suo eventuale utilizzo attivo in periodi di tempo futuri ritenuti economicamente positivi. Ma qui stiamo parlando di banche commerciali sistematicamente collegate a denaro a corso legale e in un tale contesto le relazioni sono prevalentemente di genere politico e non economico; di conseguenza, siccome le banche commerciali rappresentano, all’interno del circuito unico di trasmissione, un elemento inferiore rispetto alla banca centrale e al suo mandante, cioè lo Stato, non può esistere il fatto che queste prendano intenzionalmente iniziative in conflitto con gli interessi degli elementi più alti.

Da questo esempio si deve dedurre che gli agenti economici possono, come regola generale, accettare l’idea di reprimere il senso economico del tasso di interesse e quindi impostare dei tassi di interesse realmente negativi unicamente in presenza di una coercizione forzosa. Tale coercizione impedisce la ricerca e la scelta dell’alternativa positiva.

In conclusione, allorché si fa del corso legale un attributo generale e necessario del denaro è possibile che le autorità pubbliche reprimano regolarmente il senso economico del tasso di interesse con un senso di tipo politico. Quando ciò avviene, lo scopo non è certo quello di promuovere un’allocazione economica delle risorse, bensì quello di imporre al mercato un’allocazione politica di quest’ultime. Magari si ritiene che l’allocazione politica sia più efficiente di quella economica, ma i fatti alla lunga dimostrano l’esatto opposto.

Keynes affermava di volere un tasso di interesse pari a zero perché un “po’ di riflessione” avrebbe mostrato “quali enormi mutamenti sociali si possono ottenere da una scomparsa progressiva di un saggio di remunerazione sulla ricchezza accumulata”. Ma se, in termini reali, un tasso di interesse pari a zero è contrario al suo senso economico, quel senso che rimanda al postulato della scarsità delle risorse, figuriamoci cosa può essere un tasso di interesse negativo.

Quando il potere politico si affranca da qualsiasi limitazione di ordine economico, il buon senso tende a venire meno, le protezioni clientelari si propagano a dismisura, la selezione competitiva viene marginalizzata, il benessere diffuso subisce un nitido declino.

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Come curare la povertà

Mer, 25/05/2016 - 09:08

Il presidente Johnson ha dichiarato guerra totale “alla povertà umana”. É un obiettivo lodabile. É infatti stato lo scopo di legislatori, statisti, economisti, riformatori, gruppi religiosi – l’obiettivo di ogni uomo di buona volontà- da tempo immemore. É un obiettivo condiviso da tutti gli economisti che si riconoscono nell’imprenditorialità privata dai tempi di Adam Smith e da tutti i socialisti e comunisti dai tempi di Marx. Il problema non concerne i fini bensì i mezzi. Qual’è il modo migliorare per sradicare la povertà?

Sfortunatamente i mezzi proposti dal signor Johnsom sono dubbi. Propone maggiori e più vasti programmi di spesa pubblica – “per creare più case e più scuole, più biblioteche e ospedali di qualsiasi sessione del Congresso nella storia della Repubblica” e “per finanziare il più grande supporto federale nella storia per l’istruzione, la sanità, per il reinserimento dei disoccupati e per aiutare gli handicappati fisici ed economici”

 

Non con l’infazione

Se sia possibile fare tutto ciò e al contempo tagliare il budget per la spesa Federale è lasciato a considerazioni successive. Ma anche a fronte delle sue stesse proiezioni il piano di spesa comporterà una combinazione di deficit negli introiti fiscali per l’anno corrente e per l’anno prossimo pari a 15 miliardi di dollari. Questa differenza sarà probabilmente finanziata con l’inflazione – ad esempio stampando più moneta, abbassando il potere d’acquisto del dollaro e dunque aumentando i prezzi. Ciò non può essere d’aiuto per i poveri. Indipendentemente dal risultato immediato, il risultato di lungo periodo dell’inflazione sarà la distorsione della struttura produttiva, e quindi il rallentamento del tasso di crescita dell’economia. Questo non può diminuire la povertà. Se il governo prende a prestito 15 miliardi adesso per ridurre le tasse di 11 miliardi significa che dovrà alzare le tasse nel futuro ad un livello ancora maggiore di prima per poter pagare anche il nuovo debito. Ciò scoraggia la produzione e l’occupazione, e non può quindi aiutare i poveri.

La proposta economica del signor Johnson più dannosa sarebbe quella di imporre una ancor maggiore aliquota fiscale sugli straordinari rispetto all’attuale maggiorazione del 50%. Ciò può solo aumentare i costi di produzione, far lievitare i prezzi, ridurre le vendite e la produzione, e quindi ridurre l’occupazione. Non potrà aiutare i poveri.

Mr. Johnson propone di dare fondi Federali alle “aree cronicamente disagiate degli Appalachi”, di espandere “lo sviluppo dell’area, di “distribuire più cibo ai bisognosi tramite un più vasto programma di buoni alimentari”. Queste sono tutte forme della vecchia idea di prendere dal ricco per dare al povero, di prendere dal più produttivo per dare al meno produttivo. Ciò che dimenticano i riformatori che appoggiano tali proposte è che non puoi “redistribuire” i frutti della produzione senza ridurre drasticamente la produzione stessa.

La “redistribuzione” riduce gli incentivi da entrambi i lati dell’ascensore sociale. Poiché il più produttivo viene maggiormente tassato ha un minor incentivo a sforzarsi per guadagnarlo. Poiché il povero riceve sussidi e aiuti ha un minor incentivo a migliorare la propria condizione con i suoi sforzi. Il problema del curare la povertà è che è difficile ed ha due facce. Mitigare gli ostacoli posti dalla sfortuna senza minare gli incentivi verso lo sforzo ed il successo.

 

Ripristinare gli incentivi

Il modo per curare la povertà non è l’inflazione, non gli schemi “condividi la ricchezza” o il socialismo, ma precisamente le politiche opposte – l’adozione della proprietà privata, libero commercio, libero mercato e libertà d’impresa. É dovuto al fatto che abbiamo adottato questo sistema, più di altre nazioni, che siamo diventati la più produttiva e quindi la più ricca nazione della terra. Attraverso questo sistema è stato fatto di più per sconfiggere la povertà negli ultimi due secoli di tutta la precedete storia.

Il modo per combattere le rimanenti sacche di povertà è mantenere questo sistema; ridurre l’intervento governativo anziché aumentarlo; ridurre la spesa pubblica e la tassazione punitiva — in breve, aumentare gli incentivi per favorire l’iniziativa, lo sforzo, l’assunzione di rischi, il risparmio e l’investimento per aumentare l’occupazione, la produttività ed i salari reali.

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L’Italia sta affondando, lentamente

Lun, 23/05/2016 - 08:46

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!” — Dante Alighieri

Se devo essere sincero, il clima di campagna elettorale non mi tange affatto. Sebbene l’Italia sia entrata in quel vortice di notizie e commenti riguardanti la nuova tornata elettorale, la repellenza provata nei confronti dell’attuale sistema democratico è una forza che mi tiene lontano dalle urne. Sono ormai dieci anni che mi tiene lontano dalle urne. Esattamente dall’ultimo picco di borsa italiano, quando l’entrata nell’euro da parte del nostro paese era riuscita a rimandare l’insolvenza nazionale. Infatti sin dal tonfo durante la Grande Recessione, la borsa italiana non è andata a da nessuna parte, passando da un rimbalzo ad un altro in quello che è sempre di più un lento deterioramento delle condizioni economiche di base.

Lo stesso vale per il mondo politico. Siamo passati da una figura politica ad un’altra, senza ottenere altro che un dissesto sociale continuo. Eppure la retorica del cambiamento non finisce mai d’essere ripetuta. Eppure la retorica della ripresa economica, dopo l’ennesimo rimbalzo verso il nulla, non finisce mai d’essere ripetuta.

 

È come se ci trovassimo in un continuo presente, in cui tutte le realtà che ne fanno parte si sforzano di prolungare questo stato di quiete il più a lungo possibile. Non esiste un futuro. In sostanza è quello che sta affermando la BCE sin da quando ha inaugurato i tassi negativi sui depositi in custodia presso la sua struttura. Inoltre, è quello che si ritrovano ad affrontare coloro che popolano i mercati azionari e obbligazionari. Infatti i margini di rendimento sono così sottili che ormai non esistono più giudizi oggettivi per determinare quale titolo valga la pena acquistare e quale no. Le banche centrali mondiali, attraverso la loro gigantesca Offerta d’Acquisto sotto forma di accomodamento monetario, hanno inondato i mercati finanziari con un continuo flusso di fondi a buon mercato, i quali hanno inizialmente distrutto una qualsiasi parvenza di determinazione onesta dei prezzi e in seguito assottigliato al centesimo di punto percentuale i rendimenti dei vari titoli.

Non solo, ma la nota peggiore di questa storia è data dalla pericolosità che rappresenta per la ponderazione del rischio la sinergia di questi due elementi. Non sorprende quindi, se il mercato ad alto rendimento sia stato reso “innocuo” negli ultimi 7 anni da una baldoria del credito alimentata dalle banche centrali e trasmessa in questi mercati (principalmente) da investitori istituzionali. Insomma, finché è fluito e finché fluisce il denaro a basso costo, pare che si crei una sorta di nebbia avvolgente che mantiene le cose in stallo. In un presente continuo. Ma ci sono essenzialmente due variabili che perturbano questo presunto equilibrio: l’esplosività dell’ingegneria finanziaria e il deterioramento dei creatori di ricchezza reale.

Per quanto riguarda il primo elemento, abbiamo visto come esso sia cresciuto a dismisura sin da quando le banche centrali hanno messo mano al loro arsenale non convenzionale. Accedere al credito è diventato molto più facile per chi potesse garantire denaro contante in controparte, o un flusso di cassa cospicuo. Inutile dire che il ricorso ad asset intangibili come quest’ultimo è stata una pratica comune tra le grandi aziende. Di conseguenza hanno potuto aggiustare l’andamento dei loto titoli in borsa attraverso campagne di riacquisti d’azioni proprie. Ma per quanto possa far apparire appetibile all’esterno una determinata attività, siamo tutti consci delle conseguenze che comporta ammassare debiti su debiti in un periodo in cui gli utili vengono depressi da correnti deflazionistiche.

Non solo, ma questo va a deprimere le spese in conto capitale che non hanno ragione d’essere in un ambiente in cui la fiducia dei consumatori è calante e le scorte s’accumulano.

 

 

Quindi l’unico modo che si ha per creare una sorta di presunta crescita economica è quella di far sembrare che il proprio titolo in borsa guadagni fiducia, nonostante la realtà dica il contrario, oppure rivolgersi ad un altro trucco finanziario: acquisizioni e fusioni. Ovvero, creare valore aggiunto fondendosi con altre attività commerciali che debbano, in qualche modo, creare una nuova realtà il cui potenziale di crescita è superiore alle due entità separate. Ciò non avviene solo a livello aziendale, ma anche a livello bancario. Attraverso l’esborso d’ enormi somme di denaro si conferisce ad attività commerciali un valore che in realtà non hanno, costruendo sull’apparenza valore aggiunto che non esiste. Quest’ultima cosa soprattutto in virtù del fatto che il sistema bancario italiano è pingue di sofferenze, legate soprattutto al mondo obbligazionario della grande imprenditoria. Oltre alla loro esposizione nei confronti del debito sovrano, le banche commerciali hanno in pancia quantità esplosive di prestiti non performanti a famiglie ed imprese.

Ecco perché Draghi, ad esempio, ha incluso nell’accomodamento monetario europeo anche i bond IG. Ecco perché l’Italia si sta accapigliando affinché venga creata una sorta di bad bank che inglobi le sofferenze di suddette banche. All’aumentare delle problematiche create dalle precedenti intrusioni centrali da parte di banche centrali e stati, si risponderà con maggiori intrusioni centrali. E, come di consueto, col benestare del mondo accademico. Leggete con attenzione l’ultimo paragrafo di questo articolo. Gli autori si suppone che siano degli economisti di fama internazionale. Eppure affermano quanto scritto nell’ultimo paragrafo. Sin dal 1936 l’economia è diventata semplicemente il mero studio di formule e assiomi predefiniti, dove gli studenti avrebbero imparato a memoria le lezioni presenti nei libri di testo imposti dallo screening accademico. Cosa succede quando si viene “costretti” ad imparare a memoria? Stagnazione intellettuale. Perseguimento ostinato di metodi d’indagine sbagliati. Rigidità mentale. Conoscere a memoria formule sofisticate può fare di una persona un economista nell’accezione moderna del termine, ma di sicuro non la renderà un bravo economista.

Quando scopre che oltre il recinto intellettuale in cui è stata confinata, esiste un mondo di gran lunga più ampio, si trincererà con tutte le sue forze entro i confini “sicuri” del suo territorio, affermando che l’unico mondo esistente è quello sancito dalla tradizione accademica moderna. Può affermarlo, ma non è così. I fallimenti sempre più accentuati della pianificazione monetaria centrale sono un monito: esiste un mondo più ampio oltre la recinzione dell’economia mainstream, il quale non può essere delimitato da formule sofisticate.

Il fatto che la realtà sia molto più ricca di dettagli, il fatto che gli attori di mercato siano molto più creativi e variegati rispetto agli assunti dei ciechi credenti nei modelli economici, il fatto che l’accentramento dei poteri decisionali sortisca inevitabilmente errori di magnitudine maggiore — come la richiesta di far diventare la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) la nuova IRI — questi fatti sono invisibili alla maggior parte degli economisti moderni. Ignorano come i costi e i benefici aggregati, siano semplicemente un’approssimazione sciatta della realtà, perennemente sconfessati dai costi e dai benefici relativi. La loro cecità fideistica li porterà ad essere ricordati come degli zimbelli. È accaduto agli “economisti” marxisti; accadrà anche per keynesiani e monetaristi.

Detto in modo diverso, questa gente vuole prendere i depositi postali e utilizzarli come garanzia collaterale per qualsiasi “investimento” lo stato voglia intraprendere. Piramidare sui depositi postali credito fittizio, equivale a creare una quantità maggiore di sofferenze economiche rispetto a quella che si vuole recintare. L’emissione di bond da parte di Atlante, ad esempio, rappresenta solamente un trucco per sfruttare la leva finanziaria e far credere ai mercati che è possibile trincerare in totale sicurezza tutte le sofferenze in Italia. Salvo poi scoprire, come accade ogni volta, che i numeri erano troppi ottimisti (soprattutto quelli che riguardano la valutazione di suddette sofferenze) e finire come la Popolare di Vicenza, la quale dopo gli eccessi degli anni passati ha lanciato la sua IPO a €0.10/azione rispetto ai €60/azione di qualche anno fa. Il cosiddetto fondo salva-banche, quindi, si appresta a salvare entità simili, con tutti i dubbi riguardanti il piano industriale dei prossimi cinque anni.

In poche parole, non esistono le basi grazie alle quali erigere una ripresa economica. Ciò che finora abbiamo visto in Europa e in particolare in Italia, è stato un tentativo da parte della banca centrale di puntellare i bilanci di coloro protetti dal suo cartello: stati e banche commerciali. Assicurazioni, fondi pensione e il resto degli investitori istituzionali hanno goduto indirettamente della manna monetaria, grazie soprattutto alla gigantesca Offerta d’Acquisto scatenata dalle banche commerciali in cerca di affari facili in virtù di un costo di carrying ridicolo tra tassi d’interesse e asset finanziari. Sin dal primo QE negli USA e dal primo LTRO in Europa, la strutturazione dell’accesso al credito è diventata sempre più frastagliata seguendo un percorso che ha annullato una qualsiasi ponderazione sana del rischio. Nessuna piccola/media impresa o famiglia si sognerebbe mai di prendere in prestito denaro overnight per le proprie attività. Nessuna piccola/media impresa o famiglia si sognerebbe mai di ricorrere al mercato dei pronti contro termine, vendere asset, raccogliere fondi e utilizzarli di nuovo per comprare altri asset.

Gli strumenti non convenzionali delle banche centrali hanno alimentato questo tipo d’attività finanziaria, lasciando il conto da pagare alla popolazione di Main Street. Infatti, nonostante piccole/medie imprese e famiglie abbiano intrapreso un percorso di deleveraging sin dall’inizio della Grande Recessione, tale percorso è stato reso ancor più dissestato dalla sottrazione di risorse economiche finite nei bilanci di quelle entità salvaguardate dal cartello delle banche centrali. Come ho sottolineato finora, tali risorse non sono state utilizzate per creare qualcosa di concreto o aumentare il bacino della ricchezza reale, bensì sono state sprecate. Non è un caso se la Grecia sia ancora in alto mare. Su queste pagine avete potuto leggere come e perché: le banche centrali, attraverso la manna monetaria concessa ai protetti dal loro cartello, hanno cercato d’innescare un effetto ricchezza a cascata su tutta la società. Questa cascata ha zampillato acqua fino al mercato azionario/obbligazionario. Perché? Perché l’economia più ampia non è in grado di portare ulteriore debito visto che ha raggiunto una condizione di Picco del Debito.

In questo modo la trasmissione della politica monetaria delle banche centrali all’economia più ampia è praticamente rotta. Questo, inoltre, è uno dei motivi per cui la manna monetaria è rimasta sostanzialmente confinata nel circuito finanziario. La gente comune, o Main Street, non è avvezza a giocare in borsa. Ciò lo dimostra anche il suo livello di alfabetizzazione finanziaria, in special modo quando Banca Marche ha proposto prodotti d’investimento ai propri clienti e questi ultimi si sono lasciati raggirare. L’unica cosa che la gente comune comprende quando si parla d’investimenti è la casa. Molto meno il mercato obbligazionario statale, sebbene parecchi di loro investano denaro in tali strumenti. Ciononostante la casa rimane il veicolo attraverso il quale le famiglie, ad esempio, hanno cercato di mettere da parte qualcosa per il futuro o crearsi un flussi di cassa aggiuntivo.

Il recente scoppio della bolla immobiliare italiana ha messo una croce su questo mercato, e ciò ha significato una fonte di guadagno in meno per la classe media. La contrazione del settore immobiliare ha lasciato a spasso un bacino di lavoratori non indifferente, e tale situazione è stata peggiorata oltremisura dalla fame smisurata dello stato che ha dovuto iniziare a diminuire il deficit ed aumentare le tasse affinché potesse stare al passo delle sue spese crescenti. La disoccupazione ciclica è diventata quindi istituzionale, dove le persone sono state incapacitate nel trovare nuovi lavori o aprire nuove attività dalla voracità fiscale dello stato e dall’oppressività della sua macchina burocratica.

La magnitudine che l’apparato statale ha ricoperto nel corso degli anni, a causa di un falso flusso di tasse apparentemente costante facilitato dal boom fasullo alimentato dalle banche centrali, ha creato un monumentale comma 22: non può licenziare il personale in surplus (politicamente suicida), non può smettere di aumentare le tasse (finanziariamente suicida). Questo gigantesco masso posto sulle schiene dei contribuenti, rappresenta l’ostacolo più grande ad una ripresa sostenibile dell’economia. È per questo che l’attuale governo italiano può creare sprazzi di occupazione solo quando inaugura una campagna di incentivi all’occupazione stessa; è per questo che le imprese cercano d’assumere quanti più individui in modalità part-time, in modo da evitare le magagne burocratiche dietro l’angolo quando gli incentivi terminano.

 

 

Di conseguenza, sebbene sia aumentata la quantità dei lavori è diminuita la loro qualità. Ma, come possiamo vedere dai due grafici qui sopra, oltre al part-time sono aumentati anche gli scoraggiati che non riescono a trovare lavoro e quelli che non lo cercano più. Ciò influisce sul tasso d’inattività. Senza dimenticare i dati riguardanti i “nuovi” occupati, poiché l’attuale pseudo-ripresa del mondo del lavoro italiano ha essenzialmente i capelli grigi. Questo perché, oltre a rappresentare un bacino affidabile d’esperienza a differenza di coloro che sono rimasti parcheggiati per anni nelle università e che non possono garantire sin da subito un adeguato livello produttività/redditività, le nuove riforme pensionistiche li costringono a rimanere nella forza lavoro ancora altri anni prima di poter aspirare alla vita da pensionati.

In tal modo, quei pochi settori della grande impresa che hanno goduto in modo indiretto della manna monetaria delle banche centrali, hanno potuto mostrare bilanci positivi e desiderio d’ingaggiare nuovi dipendenti. Un caso del genere è la Fiat, la quale ha goduto della spinta dei prestiti per automobili statunitense e ha potuto trainare la produzione industriale italiana e di riflesso il livello occupazionale. Ma una volta che le bolle scoppiano, si portano dietro tutti quei settori che hanno trainato nel corso del tempo. È una questione di tempo e saremo di nuovo di fronte all’ennesimo ciclo boom/bust in cui sono state scaraventate risorse economiche in doline finanziarie che non hanno fatto altro che sprecarle. Inutile sottolineare che tali situazioni distruggono ricchezza reale, non la creano; peggio ancora, indeboliscono i creatori di ricchezza reale i quali sono bersagliati da una doppia sventagliata di proiettili: voracità fiscale statale e bolle.

È esattamente in questo modo che le due variabili di cui ho discusso finora, ovvero, ingegneria finanziaria fuori controllo e deterioramento delle condizioni dei creatori di ricchezza, diraderanno la nebbia avvolgente che costringe l’attuale ambiente economico a vivere in un presente costante.

Nonostante quanto detto, Draghi ha affermato che è pronto a scatenare una maggiore devastazione monetaria se quanto finora messo in campo non risultasse sufficiente. Vediamo, quindi. Finora il bilancio della BCE è tornato a quello che era all’epoca del secondo LTRO, e i risultati per l’economia più ampia sono stati pressoché deludenti.

 

 

L’allentamento monetario in Europa è servito fondamentalmente per creare una gigantesca offerta d’acquisto per il pattume obbligazionario degli stati che ormai i mercati stavano scaricando a tamburo battente. I bond statali sono diventati l’equivalente di scarafaggi dei motel: entrano nei loro bilanci e non escono più. Questo diminuisce artificialmente il rendimento dei titoli di stato italiani, cosa che fa credere ai mercati che le passività dello stato italiano sono solide. Quindi, nonostante un debito al 132% del PIL, i rendimenti obbligazionari sono ridicoli. Per caso il governo ha pensato di mettere i conti in ordine? Manco per sogno.

Col nuovo DEF possiamo delineare quale sarà la strada che il governo intende perseguire durante quest’anno. Appare evidente che quanto viene sbandierato ai quattro venti sui media mainstream dai due principali firmatari di questo documento, non è affatto ciò che viene scritto. A pagina 35, infatti, trovate una tabella in cui vi sono riassunti entrate e spese. Prendendo come riferimento l’aggiornamento del DEF 2015, notiamo come siano leggermente calate sia le spese sia le entrate. Spulciando tra le spese (pag. 35 per il DEF 2016 e pag. 32 per il DEF 2015), notiamo che sono stati fondamentalmente gli interessi passivi i protagonisti di questa discesa. Quindi niente spendig review in vista (anche perché nei prossimi 4 anni si prevede che la spesa aumenterà), ma tante grazie alla Grande Offerta d’Acquisto dello zio Mario.

Per quanto riguarda le entrate, invece, la lieve discesa della pressione fiscale è dovuta sostanzialmente all’indebitamento netto. Ciononostante il quadro tendenziale ci mostra una pressione fiscale ancora alta nei prossimi 4 anni. Ma il cuore della questione è l’indebitamento netto che lo scorso DEF prevedeva a 1.8 in rapporto al PIL. Chi poteva crederci che si fosse passati in 6 mesi da 2.6 a 1.8? Nessuno. Infatti quest’anno si avrà un deficit/PIL al 2.3, mentre si ripropone per l’anno prossimo un 1.4. Fantasie. E per l’anno prossimo ci sono anche le clausole di salvaguardia in agguato.

Infine, a mettere il turbo alle fantasie, ci pensa il quadro economico interno a pagina 21. Facendo il solito confronto con la nota d’aggiornamento del DEF 2015, si prevedeva per l’anno scorso investimenti in crescita dell’1.2% e un 2% netto per quest’anno. Invece nel nuovo DEF scopriamo che sono cresciuti solo dello 0.8% e invece si prevede che cresceranno del 2.2% l’anno prossimo. Stesso discorso per le scorte che secondo questi buffoni dovevano diminuire quest’anno in base alla nota d’aggiornamento DEF dell’anno scorso. Invece sono aumentate. Ciononostante prevedono nel nuovo DEF che per l’anno prossimo addirittura si azzereranno! Come? Per lo stesso motivo per cui ne prevedevano una diminuzione per quest’anno: ripresa della domanda interna, visto che il commercio globale è quasi morto stecchito. (Se notate la voce esportazioni crescerà solo dell’1.6% quest’anno rispetto al 4.3% dell’anno scorso, mentre ci si aspetta che ricrescano del 3.8% nel 2017!) Davvero?

 

Ma questa mossa della BCE sta uccidendo i famosi risparmiatori italiani. Con i conti di risparmio che rendono una miseria e lo stato che sequestra risorse economiche attraverso i suoi disavanzi, i risparmiatori vengono lasciati a corto di opzioni tra cui scegliere, costretti quindi ad intaccare i loro risparmi per far fronte ai costi della vita in costante ascesa. Se non fosse per i prezzi del petrolio che stanno dando una tregua ai consumatori europei, il peso dei prezzi relativi avrebbe schiacciato ciò che rimane dell’economia di Main Street. La colonia di vecchi in cui si sta trasformando l’Italia e la prospettiva di una pensione impossibile, dovrebbe spingere quante più persone possibili ad immagazzinare denaro per far fronte alle incertezze del futuro.

Invece queste vengono ignorate a causa dell’ambiente economico sull’orlo della NIRP. Quindi, sì, l’accomodamento monetario ha una data di scadenza e nel frattempo trasferirà quanta più ricchezza reale a coloro protetti dal cartello delle banche centrali affinché possano sopravvivere un giorno in più.

 

Inutile dire che l’Italia, ormai, è una causa persa. È solo una questione di tempo prima che la follia dello zio Mario e il carrozzone di politici nostrani che guidano la macchina burocratica, facciano esplodere il “belpaese”.

 

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Come non si cura la povertà

Ven, 20/05/2016 - 08:54

Dall’inizio della storia, tanto riformatori in buona fede che demagoghi hanno cercato di eliminare od almeno ridurre la povertà tramite l’intervento dello stato. Nella maggior parte dei casi, i rimedi proposti sono tuttavia serviti soltanto ad aggravare il problema.

Il più frequente e diffuso tra questi rimedi proposti è stato semplicemente quello di togliere al ricco per dare al povero. Il rimedio ha avuto un migliaio di varianti differenti, ma in definitiva tutte giungono a questo punto. La ricchezza deve essere “condivisa”, “redistribuita”, “eguagliata”. Infatti nelle menti di molti riformatori il male principale non è la povertà, ma la disuguaglianza.

Questi schemi di redistribuzione diretta (inclusa la “riforma agraria” ed il “reddito garantito”) sono così immediatamente rilevanti per il problema della povertà che necessitano di un approfondimento distinto. Qui devo accontentarmi di ricordare al lettore che tutti gli schemi finalizzati a redistribuire od eguagliare i redditi o la ricchezza con forza minano o distruggono gli incentivi da entrambi i lati dell‘azione economica.
Devono ridurre od eliminare gli incentivi tanto all‘indiviuduo senza abilità od incapace di migliorare la propria condizione con le proprie forze, quanto all’individuo abile ed operoso che considererà poco sensato guadagnare oltre ciò che gli è permesso tenere. Questi schemi redistributivi devono inevitabilmente ridurre la dimensione della torta che sarà redistribuita. Possono solo livellare al ribasso. L’effetto di lungo termine che provocano è di ridurre la produzione e condurre all’imporìverimento della nazione.

Il problema che affrontiamo qui è che i falsi rimedi alla povertà sono quasi infiniti di numero. Un tentativo di esporre approfonditamente la confutazione di ognuno di essi sarebbe un dispendio sproporzionato in termini di tempo. Alcuni di questi rimedi errati, tuttavia, sono così largamente considerati come cure efficaci o riduzioni della povertà che se io non mi riferissi ad essi potrei essere accusato di aver intrapreso un’ampia analisi dei rimedi per la povertà ignorando alcuni dei più ovvi. Ciò che farò, come compromesso, sarà di prendere alcuni dei più diffusi e presunti rimedi per la povertà ed indicare brevemente in ciascun caso la natura dei difetti od i principali errori contenuti in essi.

 

Sindacati e Scioperi

Negli ultimi due secoli, il “rimedio” praticato più ampiamente per i bassi salari è stato la creazione di monopoli sindacali del lavoro e l’uso della minaccia di sciopero.
Oggi in quasi ogni nazione ciò è stato possibile nella misura attuale grazie alle politiche governative che permettono ed incoraggiano le tattiche coercitive dei sindacati e vietano o limitano le contromisure dei datori di lavoro. Come risultato dell’esclusività dei sindacati, della deliberata inefficienza, dell‘inerzia, dei dannosi scioperi e minacce di scioperi e delle arbitrarie politiche sindacali si è avuto l‘effetto a lungo termine di scoraggiare l’investimento di capitale e di rendere più basso, e non più alto di quanto sarebbe stato altrimenti, il salario medio reale dell’intero corpus di lavoratori.

Quasi tutte queste politiche sindacali arbitrarie sono state assolutamente miopi. Quando i sindacati insistono sull’assunzione di addetti che non sono necessari per svolgere un lavoro (richiedendo pompieri non necessari sulle locomotive diesel; impedendo alla dimensione delle squadre di lavoratori portuali di scendere sotto – diciamo – i 20 uomini indipendentemente dalla dimensione del lavoro; chiedendo che le stesse stampanti dei giornali duplichino copie pubblicitarie, etc.) il risultato può essere quello di mantenere o creare qualche posto di lavoro in più nel breve periodo, ma solo a costo di rendere impossibile la creazione di un equivalente o maggior numero di posti di lavoro più produttivi.

La stessa critica si applica alla vecchia politica sindacale di opporsi all’uso di macchinari più efficienti. Tali macchinari vengono installati solamente quando permettono la riduzione dei costi di produzione. Quando ciò accade, o si riducono i prezzi portando ad un aumento di produzione e di vendite del bene prodotto, oppure si rendono disponibili profitti più alti per un aumento di reinvestimento in altre produzioni. In entrambi i casi l’effetto di lungo periodo è di eliminare posti di lavoro poco produttivi sostituendoli con posti di lavoro più produttivi. Già nel 1970 fu pubblicato un libro per mano di uno scrittore che gode di una eccellente reputazione di economista, che si opponeva all’introduzione di macchinari più efficienti nei paesi sottosviluppati sulla base del fatto che essi avrebbero “ridotto la domanda di lavoro”. La naturale conclusione di ciò è che il modo per massimizzare i posti di lavoro è quello di rendere tutti i lavori il più inefficienti e improduttivi possibili.

 

Salari Straordinari

Un simile giudizio deve essere dato su tutti gli schemi “condividi il lavoro”. L‘attuale legge federale sul salario orario prevede che il datore di lavoro debba pagare il 50% di penale oraria per tutte le ore per cui un addetto lavora in eccesso alle 40 ore a settimana, indipendentemente da quanto sia alto lo stipendio orario normale.

Questo provvedimento fu inserito per l‘insistenza dei sindacati. Il suo scopo era quello di rendere così costoso per il datore di lavoro far lavorare le persone in regime di straordinario da obbligarlo ad assumere nuovi lavoratori.

L’esperienza dimostra che la normativa ha avuto in realtà l’effetto di ridurre la durata della settimana lavorativa. Nel decennio che va dal 1960 al 1969 incluso, la media annuale della settimana lavorativa nel settore manifatturiero è variata solamente da un minimo di 397 ore nel 1960 ad un massimo di 41,3 ore nel 1966. Anche le variazioni mensili non mostrano molte variazioni. La durata minima della settimana media lavorativa nei 14 mesi che vanno da Giugno 1969 a Luglio 1970 è stata di 39,7 ore e la massima di 41 ore.

Ma da ciò non consegue che la riduzione oraria abbia creato più posti di lavoro nel lungo termine oppure abbia aumentato il monte salario che sarebbe esistito senza l’obbligo di aumento del 50% del salario in regime di straordinario. Non c’è dubbio che in casi isolati siano stati assunti più addetti di quanto sarebbe stato altrimenti. Ma l’effetto principale della legge sugli straordinari è stato quello di aumentare i costi di produzione. Imprese già operanti in regime standard di pieno orario hanno spesso dovuto rifiutare nuovi ordinativi perchè non potevano permettersi le maggiorazioni per gli straordinari necessarie per eseguire quegli ordini. Non potevano permettersi di assumere nuovi dipendenti per quello che poteva essere un aumento solo temporaneo della domanda in quanto avrebbero dovuto installare anche nuove macchinari.

Più alti costi di produzione comportano prezzi più alti. Questi significano quindi mercati più ristretti e minori vendite.  Ciò comporta che un numero minore di beni e servizi sarà prodotto. Nel lungo periodo gli interessi dell’intera classe di lavoratori saranno inversamente influenzati dalle penali obbligatorie sugli straordinari.

Tutto ciò non significa che la settimana lavorativa dovrebbe essere più lunga, bensì che la durata della settimana lavorativa e l’entità delle maggiorazioni per il lavoro straordinario dovrebbero essere lasciate alla contrattazione volontaria tra singoli lavoratori o sindacati e datori di lavoro. In ogni caso, restrizioni legali alla durata della settimana lavorativa non possono aumentare il numero di posti di lavoro nel lungo perioodo. Ciò che possono fare nel breve periodo deve necessariamente essere a spese della produzione e del salario reale dell‘intera classe di lavoratori.

 

Leggi sul Salario Minimo

Questo ci conduce al tema delle leggi sul salario minimo. É profondamente scoraggiante che nella seconda metà del XX secolo, in quella che è ritenuta un‘era di grande raffinatezza economica, gli Stati Uniti debbano avere in vigore tali leggi e che sia ancora necessario protestare contro una normativa tanto futile e dannosa. Danneggia proprio i lavoratori marginali che dovrebbe aiutare.

Posso solo ripetere ciò che ho già scritto in altro testo. Quando esiste una legge per la quale nessuno deve essere pagato meno di 65$ per 40 ore settimanali, allora nessuno i cui servigi siano valutati 64$ a settimana sarà assunto da un datore di lavoro. Non possiamo far valere un lavoratore un certo ammontare rendendo per chiunque illegale offrire di meno. Stiamo meramente privando il lavoratore del diritto di guadagnare quell’importo che le sue abilità ed opportunità gli permetterebbero di guadagnare; allo stesso tempo, priviamo la comunità dei modesti servizi che egli è capace di fornire. In breve, sostituiamo un basso salario con la disoccupazione.

Qui non posso tuttavia dedicare maggior spazio a questo tema. Affido il lettore agli accurati approfondimenti ed agli studi statistici di eminenti economisti come il Professor Yale Brozen, Arthur Burns, Milton Friedman, Gottfried Habelerler, e James Tobin, i quali hanno evidenziato, per esempio, come i nostri salari minimi legali crescenti abbiano aumentato negli anni recenti la disoccupazione, specialmente tra gli adolescenti afro americani.

 

L’Onere Crescente dei Piani Assistenziali e delle Tasse

Nell’ultima generazione è stato promulgato in quasi ogni grande nazione del mondo un intero ventaglio di misure “sociali”, la maggior parte delle quali hanno l’obiettivo apparente di “aiutare i poveri” in un verso o in un altro. Queste misure includono non solo l‘aiuto diretto, ma anche sussidi alla disoccupazione, per anzianità, per malattia, per affitti, per aziende agricole, per veterani, in una profusione che sembra senza fine. Molte persone ricevono non solo uno, ma molti di questi sussidi.

I programmi spesso si sovrappongono e si duplicano l’un l’altro. Qual è il loro effetto reale? Ognuno di questi deve essere pagato da quell‘uomo cronicamente dimenticato, il contribuente. In forse metà dei casi, Paolo è in effetti tassato per pagare i suoi stessi sussidi e non guadagna niente al netto della bilancia (salvo il fatto che è costretto a spendere il denaro che ha guadagnato in altre direzioni rispetto a quelle che avrebbe scelto lui). Negli altri casi, Pietro è obbligato a pagare per i sussidi di Paolo. Quando uno di questi schemi o un ulteriore espansione dello stesso vengono proposti, i politici favorevoli si dilungano sempre su quanto generosamente il governo benevolo dovrebbe pagare Paolo; essi tralasciano di menzionare il fatto che questo denaro aggiuntivo deve essere tolto a Pietro. Affinchè a Paolo sia consentito ricevere di più di quel che guadagna, a Pietro deve essere permesso di tenersi meno di ciò che guadagna.

L’onere crescente della tassazione non solo mina gli incentivi individuali a lavorare e guadagnare di più, ma scoraggia in ogni modo l’accumulazione di capitale e distorce, sbilancia e deprime la produzione. Il reddito e la ricchezza totale reale risultano meno di quanto sarebbero altrimenti. Al netto della bilancia c’è più povertà anzichè meno.

Tuttavia l’aumento della tassazione è così impopolare che molti di questi aiuti “sociali” sono in origine emanati senza un aumento della tassazione per coprirli. Il risultato sono cronici deficit di biancio pubblico, coperti con l’emissione di addizionale moneta cartacea inconvertibile. E ciò ha condotto nell’ultimo quarto di secolo al costante deprezzamento del potere d’acquisto praticamente di qualsiasi valuta nel mondo. Tutti i creditori, inclusi gli acquirenti di obbligazioni governative, i detentori di polizze assicurative ed i titolari di depositi bancari vincolati sono sistematicamente ingannati.

Ancora una volta le vittime principali sono i lavoratori e le famiglie di risparmiatori con redditi modesti. Tuttavia questa inflazione monetaria, potenzialmente distruttiva e rovinosa per la produzione, è ovunque giustificata da politici e presunti economisti come necessaria per “la piena occupazione” e per la “crescita economica”. La verità è che se questa inflazione monetaria persiste può condurre solamente al disastro economico.

 

Il controllo dei Prezzi e dei Salari

Molte di quelle stesse persone che all’inizio chiedono inflazione (o le politiche che inevitabilmente conducono ad essa), quando ne vedono le conseguenze nell’aumento dei prezzi e dei salari nominali, propongono come cura della situazione non di fermare l’inflazione, ma l’imposizione governativa del controllo dei prezzi e dei salari. Tuttavia tutti questi tentativi di sopprimere i sintomi aumentano enormemente il danno. Il controllo dei prezzi e dei salari, proprio per il fatto che possono apparire temporaneamente efficaci, semplicemente distorcono, distruggono e riducono la produzione: di nuovo conducendo all’impoverimento generalizzato.

Ancora qui, come con gli altri falsi rimedi per la povertà, costituirebbe un ingiusticabile digressione evidenziare tutte le errate e nefaste conseguenze di sussidi speciali, di improvvida spesa pubblica, di finanziamento a deficit, di inflazione monetaria e controllo di prezzi e salari. Di questi temi mi sono occupato in due precedenti libri: “Il fallimento della Nuova Economia” e “Cosa dovresti sapere circa l’inflazione” e lì ovviamente potete trovare un‘estesa letteratura sull’argomento. Il punto principale da ripetere qui è che queste politiche non aiutano a curare la povertà.

Altri falsi rimedi contro la povertà sono la tassazione progressiva sui redditi, così come l’elevata imposizione sulle plusvalenze da capitale, le tasse di successione e le tasse sul reddito aziendale. Tutte queste misure hanno l’effetto di scoraggiare la produzione, l’investimento e l’accumulazione di capitale. In tal senso contribuiscono a prolungare anzichè eliminare la povertà.

 

Socialismo Integrale

Giungiamo adesso al falso rimedio per la povertà che per ultimo affronteremo in questo articolo: il Socialismo Integrale.

Ora la parola “socialismo” è largamente utilizzata almeno in due distinti significati, solitamente ma non necessariamente legati assieme nelle menti di chi la pronuncia. Il primo è la redistribuzione della ricchezza o del reddito – se non rendere uguali i redditi, almeno renderli più simili di quanto siano in un‘economia di mercato. Tuttavia la maggioranza di coloro che si propongono questo obiettivo, oggi pensano che ciò possa essere raggiunto sia eliminando il meccanismo dell’impresa privata sia tassando i redditi elevati per sussidiare quelli piccoli.

Con “Socialismo Integrale” mi riferisco alla proposta Marxista di “gestione e proprietà collettiva dei mezzi di produzione”

Oggi una delle più suggestive differenze tra gli anni ’70 e gli anni ’50, o anche gli anni ’20, è l’ascesa nell‘opinione pubblica del Socialismo 2.0 – la redistribuzione del reddito – ed il declino del Socialismo 1.0 – proprietà e gestione governativo. Il motivo è che, nell’ultima metà del secolo, il Socialismo 1.0 è stato largamente sperimentato. In particolare in Europa c’è adesso una lunga storia di gestione e proprietà governativa di “beni pubblici” come le ferrovie, le industrie dell’energia e dell‘elettricità, del telegrafo e del telefono. Ed ovunque la vicenda è stata sempre la stessa: deficit praticamente perpetui e soprattutto servizi scadenti in confronto con quelli forniti dalle imprese private. Il servizio postale, un monopolio governativo quasi ovunque, è anche praticamente ovunque noto per i suoi limiti, inefficienze ed inerzia (il contrasto con i risultati del servizio “privato” tuttavia, ad esempio negli Stati Uniti, spesso non viene percepito a causa del lento strangolamento dovuto alla normativa ed alla turbativa del governo a danno delle imprese delle ferrovie, telefoniche e dell‘energia).

Come risultato di questa storia, la maggior parte dei partiti socialisti in Europa capisce di non poter più attrarre voti promettendo di nazionalizzare più industrie. Tuttavia ciò che ancora non viene riconosciuto dai socialisti, dall‘opinione pubblica o anche da più di una piccola minoranza di economisti, è che l‘attuale proprietà e gestione governativa delle imprese, non solo nella “capitalista” Europa ma anche nell’Unione Sovietica, riesce a funzionare fintanto che – per il proprio calcolo economico – può fare affidamento sui prezzi del mercato mondiale stabilitisi tramite l’interazione tra le imprese private.

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Inflazione, deflazione, confusione

Mer, 18/05/2016 - 09:05

Negli ultimi 2 anni la sinistra ha insistito a descrivere la libera impresa come un’economia caratterizzata da alti e bassi. I funzionari OPA hanno sostenuto che solo il controllo dei prezzi può prevenire una ripetizione del boom del 1920-21 e del successivo collasso ed i politici britannici hanno evidenziato che il loro nuovo “socialismo democratico” funzionerà meravigliosamente solo se l’instabile America non darà luogo ad un altro crack trascinando in basso con sé anche il resto del mondo. Quindi sorprende poco che molta gente si chieda se il recente crollo azionario alla fine non prefiguri questa battuta d’arresto dell’economia reale, attesa da tempo.

Non è una domanda facile a cui rispondere, perché l’economia americana è diventata il campo di battaglia di politiche e contropolitiche che non le sono proprie ma provengono essenzialmente dall’esterno. Queste pratiche politiche conflittuali sono da una parte quelle che tendono a creare inflazione, e dall’altra parte quelle che tendono a portare recessione.

Le forze inflazionistiche sono evidenti e fino ad ora sono state sotto controllo. Le loro principali cause sono il finanziamento governativo del deficit ed altri provvedimenti politici che incrementano la quantità di moneta e di credito. Le forze inflazionistiche finora verificatesi si possono misurare grosso modo tramite l’incremento del debito nazionale a 265.000.000,00 di dollari, nonché tramite il denaro ed il credito che sono più che triplicati rispetto al volume di prima della guerra.

L’inflazione potenziale futura è segnalata da un budget previsionale ancora non in pareggio (nonostante un bilancio in pareggio nel primo trimestre dell’anno fiscale corrente) e da una politica di tassi di interesse artificialmente bassi che promuove ulteriori incrementi del credito ed ulteriore monetizzazione del debito pubblico. Fino a quando l’inflazione farà aumentare i prezzi più velocemente dei costi, stimolerà la crescita dell’economia, nuove imprese ed occupazione.

Di contro, anche le forze recessive sono altrettanto potenti. La principale di esse è il controllo dei prezzi, gestito peraltro con spirito ostile ai profitti ed agli affari. Questo ha deformato le relazioni tra i margini di profitto e distorto e squilibrato la produzione. I costruttori edili si trovano con i mattoni ma senza porte, vetri e vasche da bagno. Sulle linee di montaggio, le automobili aspettano i paraurti o le batterie. La compressione dei profitti proveniente dall’alto si scontra con le altre forze dal basso. Gli scioperi senza fine e le interruzioni nella produzione sono seguiti da incrementi salariali senza fine. Per incoraggiare e forzare questi incrementi salariali l’Amministrazione ignora gli elementari diritti di proprietà, nazionalizza le miniere e firma direttamente i contratti con forti aumenti salariali. In definitiva, questi incrementi di salario devono spingere i costi al punto in cui molte aziende non riescono più ad operare, oppure devono far salire i prezzi a livelli che faranno diminuire gli acquisti.

In entrambi i casi rallenteranno la produzione e provocheranno disoccupazione forzata. Negli ambienti delle agenzie di Washington si aggiunge a tutto ciò un’ostilità di fondo verso gli affari, che si riflette in innumerevoli vessazioni.

Tra questi due tipi di forze – quello inflazionistico o quello depressivo – quale dominerà i prossimi 6-12 mesi:? E’ impossibile dirlo, almeno fino a quando non conosceremo la composizione del prossimo congresso e le decisioni principali che verranno adottate dalle figure politiche di riferimento – il Presidente Truman, i segretari Snyder, Byrnes, Anderson, Paul Porter, Wilson Wyatt, Marriner Eccles, ed i membri delle agenzie PDB, ICC, OWMR, NLRB and CPA.

Le decisioni di questi uomini sono incomparabilmente più importanti oggi nel determinare l’andamento futuro degli affari, rispetto alle decisioni semplicemente esecutive che possano prendere i singoli uomini di affari privati.

Una cosa che comunque non potremo avere simultaneamente sarà l’inflazionee la deflazione, visto che non potremo avere contemporaneamente un’espansione ed una contrazione nell’offerta di denaro. Ma potremmo avere un’inflazione frustrata. Potremmo avere, come l’esperienza dell’Europa ha già dimostrato possibile, sia inflazione che contrazione industriale, sia inflazione che disoccupazione, sia inflazione che stagnazione.

Il vero pericolo da affrontare nei prossimi 6-12 mesi sarà che se l’attuale combinazione di decisioni politiche porterà a tali risultati, i dirigenti dell’Amministrazione, invece di rimuovere i controlli asfissianti che li provocano, potrebbero decidere che il vero problema sia l’inflazione insufficiente, e potrebbero avviarsi quindi verso le disastrose politiche di ulteriore incremento e corruzione del denaro e dell’offerta del credito. Il nostro grande nemico oggi, in breve, è l’analfabetismo economico e la confusione di coloro che, avendo il potere politico di farlo, parlano di voler ‘pianificare’, ‘stabilizzare’ e controllare rigidamente l’economia.

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I mercati non hanno bisogno di tassi d’interesse negativi

Lun, 16/05/2016 - 09:54

Martin Wolf, condirettore e capo opinionista economico al Financial Timessembra aver dimenticato la natura dei tassi di interesse e la loro funzione di coordinamento. Secondo lui, le banche centrali non sono da biasimare nella loro insistenza a mantenere tassi di interesse bassi o negativi. Egli scrive: “Dobbiamo considerare i tassi ultra-bassi come sintomi della nostra crisi, non la sua causa”.

Wolf continua poi sostenendo che “i tassi di interesse negativi non sono colpa delle banche centrali”. E’ difficile comprendere come Wolf possa giustificare questa affermazione. I tassi di interesse negativi non ci sono mai stati, né durante il gold standard, né nei sistemi di banche libere, né in un’economia di libero mercato. In un mercato senza interferenze il tasso di interesse riflette infatti il tasso sociale di preferenza temporale, esso rappresenta il “prezzo del tempo”. E come è legge universale dell’azione umana che la preferenza temporale deve sempre essere positiva, così nel mercato libero i tassi di interesse non possono assolutamente essere negativi.

Di questo articolo sarebbe necessaria una critica quasi riga per riga, tanto mal concepiti e fallaci sono gli argomenti in esso contenuti che risulta difficile ignorarli. Ad ogni modo, sottoporrò a critica soltanto alcuni punti.

In particolare, esaminerò: (1) l’idea che le banche centrali non hanno nulla a che fare con i tassi di interesse negativi, (2) l’idea che esista una situazione di eccesso di risparmio/carenza di investimento, e (3) l’idea che i bassi tassi di interesse sono una conseguenza della bassa crescita di produttività.

 

Di chi è la responsabilità per i tassi negativi?

Non vi è alcuna necessità di mercato per i tassi di interesse negativi. Tuttavia, nel secondo paragrafo dell’articolo di Mr. Wolf, possiamo leggere:

L’economia mondiale è affetta da un eccesso di risparmio riguardante le opportunità di investimento. Le autorità monetarie stanno contribuendo a garantire che i tassi di interesse siano in linea con tale situazione. In ultima analisi, sono le forze di mercato a decidere i tassi che i risparmiatori ottengono. Ahimè, il mercato sta dicendo che i loro risparmi non valgono molto, almeno al margine.

Questo paragrafo presenta molteplici difetti. In primo luogo, vi è l’argomento in base al quale è il mercato che “determina” il tasso di interesse. Ma in un mondo dove il credito è fortemente influenzato dalle politiche delle autorità monetarie, è chiaro che i tassi di interesse non sono determinati dal mercato. Grazie alle operazioni di mercato aperto, le banche centrali sono in grado di ridurre il tasso di interesse ben al di sotto del livello di libero mercato, favorendo peraltro l’investimento sbagliato e dunque la crisi.

Con questa affermazione Mr. Wolf intendeva magari sostenere che il mercato è capace di adattarsi alle condizioni stabilite dalle banche centrali. Ma questo non è assolutamente un argomento a favore delle banche centrali e dei tassi di interesse negativi. Il mercato “si adatta” virtualmente a tutto: al crimine, ai regolamenti, all’inflazione, ecc. Se si verifica un aumento della criminalità in una città particolare – e di conseguenza il prezzo degli immobili diminuisce – dovremmo dire che il crimine non ha provocato questa diminuzione dal momento che “in ultima analisi, sarebbero le forze di mercato a determinare il prezzo degli immobili”? Il fatto che le forze di mercato si adattino alle politiche monetarie governative non può in ogni caso giustificare operazioni governative di contraffazione, così come non si può giustificare il furto, l’omicidio o qualsiasi altra aggressione.

 

L’inesistente eccesso di risparmio

Un secondo problema di questo particolare paragrafo è che, se ci fosse davvero un eccesso di risparmio, ne conseguirebbe che i tassi di interesse dovrebbero diminuire da soli, senza la necessità di alcuna “autorità monetaria”. Finché non vi è un forte intervento dello Stato nel libero mercato, non si può assolutamente verificare alcun “eccesso di risparmio”. Martin Wolf sostiene il contrario e ci riporta alla teoria sviluppata da Alvin Hansen, il principale economista keynesiano in America dopo la seconda guerra mondiale.

Secondo Hansen la depressione o la “stagnazione secolare” sono il risultato di una mancanza di opportunità di investimento. Egli sostiene anche che la Grande Depressione fu il risultato di una carenza di investimenti dovuta alla lenta crescita della popolazione ed all’assenza di innovazione. Oggi, questa teoria sta rinascendo con l’ipotesi della stagnazione secolare. Uno dei più importanti sostenitori, Laurence H. Summers, scrive:

Alvin Hansen ha indicato il rischio di stagnazione secolare alla fine degli anni 1930, per rilevare il boom dell’economia soltanto durante e dopo la seconda guerra mondiale. E’ certamente possibile che alcuni grandi eventi esogeni porteranno all’aumento della spesa o alla riduzione del risparmio in modo che nel settore industriale cresca il FERIR [tasso reale di piena occupazione] e renda irrilevanti le preoccupazioni che ho espresso. Ma in mancanza di guerra, non è ovvio quali potrebbero essere tali eventi. Inoltre, la maggior parte delle ragioni addotte per la caduta del FERIR sono probabilmente destinate a continuare almeno per il prossimo decennio.

In realtà Murray Rothbard criticò la “mancanza di opportunità di investimento” spiegando la depressione e la stagnazione secolare nel suo libro America’s Great Depression (pp. 68-72). Come ha osservato Rothbard, qualora si fondi il proprio ragionamento sul concetto walrasiano di equilibrio generale – dove le condizioni e le preferenze sono mantenute costanti – è facile concludere che soltanto un cambiamento negli ultimi dati (popolazione, tecnologia …) possa creare nuovi investimenti. Così, se la spiegazione principale dello sviluppo e della depressione deriva da un nuovo investimento, ne consegue che solo cambiamenti come la guerra, l’innovazione, la crescita della popolazione, ecc. possono dare avvio a nuove opportunità di investimento.

Il problema della teoria sostenuta da Hansen, Summers, e Wolf è che trascura il ruolo della preferenza temporale come fattore determinante dell’investimento. Infatti ci sono sempre opportunità di investimento dal momento che le esigenze umane sono insaziabili. Ma siccome le risorse sono scarse, risparmi compresi, è necessario scegliere le priorità sulle quali dovremmo investire in base ai nostri obiettivi di preferenza temporale. Come dice Rothbard “sono le preferenze temporali (i ‘gusti’ della società per il consumo immediato rispetto a quello futuro) che determinano l’importo che gli individui decideranno di risparmiare ed investire”.

Inoltre Rothbard continua:

Quello che ci serve, insomma, sono i risparmi: questi sono il fattore limitativo di un investimento. Ed il risparmio, a sua volta, è limitato dalla preferenza temporale: la preferenza per il consumo presente più del consumo futuro. L’investimento deriva sempre da un allungamento dei processi di produzione, poiché i processi produttivi più brevi sono i primi ad essere sviluppati. I processi più lunghi rimangono bloccati sebbene più produttivi, perché non sono sviluppati a causa delle limitazioni di preferenza temporale. Ad esempio, non c’è alcun investimento in macchine migliori e nuove perché non è disponibile abbastanza risparmio.

Così, dobbiamo concludere assolutamente che un ”eccesso di risparmio” non esiste.

 

La necessità di risparmio reale

Al contrario, abbiamo bisogno di maggior risparmio reale per promuovere la crescita economica. Quello che abbiamo in eccesso è invece il credito fiduciario derivante dalle politiche inflazionistiche delle banche centrali. Tali politiche porteranno all’esasperazione gli alti e bassi del ciclo economico. Inoltre, la politica delle banche centrali di tassi di interesse ultra-bassi potrà indurre gli imprenditori ad intraprendere progetti meno redditizi e si allenterà il vincolo che loro hanno sul libero mercato di soddisfare le esigenze più urgenti, non ancora soddisfatte, dei consumatori.

Come afferma Mises in Human Action, nel mercato senza interferenze il tasso di interesse “impedisce che l’imprenditore dia inizio a progetti la cui realizzazione verrà disapprovata dal pubblico a causa della lunghezza del tempo di attesa di cui hanno bisogno. E lo costringe ad impiegare lo stock disponibile di beni capitali in modo da soddisfare al meglio i bisogni più urgenti dei consumatori”.

Tassi di interesse negativi sono una ricetta per il disastro. Provocando errori nelle scelte di investimento, sono una causa fondamentale di stagnazione economica e depressione.

L’idea che la responsabilità sia la mancanza di opportunità di investimento dà origine ad errori altrettanto fondamentali, soprattutto per quanto riguarda la formazione del tasso di interesse. Così, scrive Martin Wolf:

L’eccesso di risparmio (o la carenza di investimento, se si preferisce) è il risultato di sviluppi sia prima che dopo la crisi. Anche prima del 2007, i tassi di interesse reali a lungo termine erano in declino. Da allora, la debolezza degli investimenti privati, le riduzioni degli investimenti pubblici, una tendenza rallentamento della produttività ed i picchi di debito lasciati in eredità dalla crisi hanno tra loro interagito per far abbassare il tasso reale di equilibrio degli interessi. Per poco tempo, una forte domanda post-crisi nelle economie emergenti ha in parte compensato queste tendenze. Ma ora anche questa è venuta meno.

L’errore più evidente in questo paragrafo è l’affermazione completamente falsa secondo cui esiste una relazione causale tra la produttività ed il tasso di interesse. La teoria austriaca dimostra invece che non vi è nulla di simile. I tassi di interesse non dipendono dalla produttività, come molti economisti classici affermano, ma dalla preferenza temporale. Non è la maggiore produttività dei processi di produzione più lunghi che spinge il tasso di interesse, bensì il contrario.

Il tasso di interesse dipende dal tasso sociale di preferenza temporale e spiega perché i processi di produzione più brevi vengono utilizzati nonostante l’esistenza di processi più lunghi, che garantirebbero maggiore produzione per unità di input. Come afferma Israel Kirzner “considerazioni non riguardanti la produttività possono certamente entrare a far parte della spiegazione relativa ai tassi di interesse”.

 

Dobbiamo stimolare la domanda

E ‘evidente che il tentativo di Mr. Wolf di esonerare le banche centrali dalla loro responsabilità in merito ai tassi negativi si basa sui concetti keynesiani secondo cui le banche centrali devono fare qualcosa. Martin Wolf ritiene che la stabilità delle nostre economie si basi sui governi e sulle banche centrali, che i tassi di interesse debbano essere “resi coerenti” e che la domanda aggregata debba essere “equilibrata”. D’altra parte egli non sembra disposto a riconoscere che la conseguenza non intenzionale dell’intervento delle banche centrali che lui chiede è proprio la situazione attuale dei tassi di interesse negativi. Wolf scrive:

Qualcuno obietterà che il calo dei tassi di interesse reali è solo il risultato della politica monetaria, non delle forze reali. Questo è sbagliato. La politica monetaria determina in effetti i tassi nominali a breve termine ed influenza quelli a lungo termine. Ma l’obiettivo della stabilità dei prezzi significa che la politica ha lo scopo di bilanciare la domanda aggregata con l’offerta potenziale. Le banche centrali hanno semplicemente compreso che i tassi ultra-bassi sono necessari per raggiungere questo obiettivo.

Dopo aver letto quest’ultimo paragrafo, è legittimo chiedersi quale sia il limite della potenziale auto-contraddizione di Mr. Wolf. Infatti egli sostiene che le banche centrali non hanno nulla a che fare con i tassi di interesse negativi e, contemporaneamente, che non solo le banche centrali determinano i tassi di interesse, ma anche che “hanno compreso che i tassi di interesse ultra-bassi sono necessari.” Perciò Mr. Wolf ha chiarito al lettore, nonostante le proprie intenzioni, che le banche centrali sono assolutamente responsabili dei tassi di interesse negativi.

Inoltre, dobbiamo sottolineare che la “stabilità dei prezzi” che Martin Wolf sembra prediligere è un obiettivo illusorio. Un’economia in espansione può funzionare molto bene con la deflazione dei prezzi. L’idea che i governi dovrebbero manipolare domanda od offerta aggregate al fine di garantire la stabilità economica e dei prezzi è fallace. Infatti, se un concetto deve essere acquisito dall’economia classica, è che l’offerta aggregata e la domanda aggregata sono due facce della stessa medaglia e che, come scrisse Ricardo, “gli uomini sbagliano nella produzioni, non è questione di mancanza di domanda”. Non c’è assolutamente alcuna necessità di un’autorità politica per equilibrare la domanda e l’offerta aggregate. Ne consegue che viene meno anche l’ultima giustificazione di Mr. Wolf a favore dei banchieri centrali.

L’affermazione che i tassi di interesse negativi sono in qualche modo naturali o rispondenti alle esigenze dell’economia è assurda e, senza le interferenze di banche centrali e governi, il tema dei tassi di interesse negativi sarebbe inesistente.

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Lo Stato (parte settima)

Gio, 12/05/2016 - 09:22

Il loro dominio sarebbe altrimenti la somma felicità del contribuente.
«È il superfluo, dicono loro, non il necessario che deve essere colpito dall’imposta.»

Non sarebbe forse una bella età quella in cui, per coprirci di benefici, il fisco si contentasse di prendere solo il nostro superfluo?

Ma questo non è tutto. I Montagnardi aspirano a che « l’imposta perda il suo carattere oppressivo e non sia nulla di più che un atto di fraternità. »

Bontà del cielo!  io ben sapevo che va di moda infilare dappertutto la fraternità, ma escludevo di certo che la si potesse introdurre tra le carte dell’agente delle tasse.

Scendendo ai dettagli, i firmatari del programma affermano:
« Noi vogliamo l’abolizione immediata delle imposte che colpiscono i beni di prima necessità, come il sale, le bevande, eccetera.
« La riforma  dell’imposta fondiaria, delle imposte di consumo, delle concessioni.
« L’amministrazione gratuita della giustizia, vale a dire la semplificazione delle procedure e la riduzione delle spese.»
(Qui si fa senza dubbio riferimento al costo dei bolli)

Così, imposta fondiaria, imposta di consumo, patenti, bolli, sale, bevande, valori postali, tutto viene messo nel calderone. Questi signori hanno trovato il segreto di concedere un attivismo sfrenato alla mano benefica dello Stato paralizzando al tempo stesso la mano rude.

Ebbene, chiedo io al lettore equilibrato, non è questo far mostra di infantilismo, e per di più di infantilismo dannoso?
Come è possibile che il popolo non faccia una rivoluzione dopo l’altra, dal momento che ha deciso di fermare la propria protesta solo dopo aver compreso l’esistenza di questa contraddizione: « Non dare nulla allo Stato e ricevere molto in cambio! »
C’è qualcuno forse che crede che se i Montagnardi arrivassero al potere, non sarebbero essi stessi le vittime dei raggiri che utilizzano per impadronirsene?

Cittadini, in tutte le epoche, si sono presentati due sistemi politici, e tutti e due possono avanzare buone ragioni per la loro esistenza.  In base al primo, lo Stato deve fare molto, ma ha anche il diritto di prendere molto. In base all’altro, la doppia azione di dare e di prendere deve essere estremamente ridotta. Bisogna scegliere tra questi due sistemi. Ma, per quanto riguarda un terzo sistema, che prende qualcosa degli altri due, e che consiste nell’esigere tutto dallo Stato senza dare alcunché, esso è chimerico, assurdo, puerile, contraddittorio, pericoloso. Coloro che lo sostengono, per ricavarne la soddisfazione di accusare tutti i governi di impotenza e di esporli così alle vostre invettive, questi vi illudono e vi ingannano, o quanto meno ingannano sé stessi.

Quanto a noi, pensiamo che lo Stato non è e non dovrebbe essere altra cosa che la forza messa in comune, non per essere tra tutti i cittadini uno strumento di oppressione e di spoliazione, ma, al contrario, per garantire a ciascuno il suo, e far regnare la giustizia e la pace.

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Lo Stato (parte sesta)

Mer, 11/05/2016 - 09:21

Leggete l’ultimo Manifesto dei Montagnardi, quello che essi hanno emesso in occasione dell’elezione presidenziale. È un po’ lungo, ma, dopotutto, può essere riassunto in due parole: lo Stato deve dare molto ai cittadini e pretendere poco da essi. È sempre la stessa tattica, o se si vuole, lo stesso errore.

« Lo Stato deve offrire gratuitamente l’istruzione e l’educazione a tutti i cittadini. »

Esso deve:
« Un insegnamento generale e professionale appropriato, per quanto possibile, ai bisogni, alle inclinazioni e alle capacità di ciascun cittadino. »

Esso deve:
« Insegnare al cittadino i doveri verso Dio, verso gli uomini e verso sé stesso; sviluppare i suoi sentimenti, le sue inclinazioni e le sue facoltà, procurargli infine le conoscenze per esercitare il suo lavoro, per garantirsi i suoi interessi e per far valere i suoi diritti. »

Esso deve:
« Mettere alla portata di tutti le lettere e le arti, il patrimonio culturale, i tesori dello spirito, tutti i godimenti intellettuali che innalzano e fortificano l’animo umano. »

Esso deve:
« Offrire riparazione per ogni calamità, incendio, inondazione, ecc. (questo eccetera ne dice più di quanto non sembri) sofferti da un cittadino. »

Esso deve:
« Intervenire nei rapporti tra capitale e lavoro e farsi regolatore del credito. »

Esso deve:
« Procurare all’agricoltura dei sostegni sicuri e una protezione efficace. »

Esso deve:
« Acquisire la proprietà di ferrovie, canali, miniere, » e senza dubbio amministrarli con quella capacità gestionale che lo caratterizzano.

Esso deve:
« Stimolare le imprese audaci, incoraggiarle e aiutarle per mezzo di tutte le risorse capaci di farle trionfare. Regolatore del credito, lo Stato indirizzerà con le sue direttive le associazioni industriali e agricole, al fine di garantirne il successo. »

Lo Stato deve occuparsi di tutto ciò, senza tralasciare i compiti che esso assolve attualmente; e, per fare un esempio, occorrerà che esso conservi sempre, nei confronti degli stranieri, un atteggiamento minaccioso; infatti, affermano i firmatari del programma, « uniti da questa santa solidarietà e memori delle imprese gloriose della Francia repubblicana, noi trasportiamo i nostri desideri e le nostre speranze al di là delle barriere che il dispotismo innalza tra le nazioni: i diritti che noi pretendiamo, noi li vogliamo anche per tutti coloro che il giogo della tirannia opprime; noi vogliamo che questo nostro glorioso esercito sia ancora, se occorre, l’esercito della libertà. »

Voi vi rendete conto che la mano premurosa dello Stato, questa buona mano che dona e distribuisce, sarà molto occupata sotto il governo dei Montagnardi. Voi credete forse che anche l’altra mano, quella rude, che penetra e svuota le nostre tasche, non sarà altrettanto occupata?

Abbandonate le vostre illusioni. Coloro che cercano la popolarità non saprebbero il loro mestiere, se non avessero acquisito l’arte di mostrare la mano benevola, mentre nascondono la mano rude.

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Lo Stato (parte quinta)

Mar, 10/05/2016 - 09:21

Non è forse questa la causa di tutte le rivoluzioni?  Perché, tra lo Stato che elargisce promesse impossibili, e il pubblico che concepisce speranze irrealizzabili, vengono ad interporsi due classi di individui: gli ambiziosi e gli utopisti. Il loro ruolo è interamente segnato dalla situazione. È sufficiente a questi cortigiani della popolarità gridare alle orecchie del popolo:
« Il potere ti inganna; se noi fossimo al loro posto, noi davvero ti riempiremmo di ogni bene e ti libereremmo dalle tasse. »

E il popolo crede, e il popolo spera, e il popolo fa una rivoluzione.

I nuovi cortigiani non fanno in tempo ad occupare i posti di comando, che viene loro intimato di decidersi a fare.
« Datemi dunque del lavoro, cibo, assistenza, credito, istruzione, colonie, dice il popolo, e al tempo stesso, in base alle vostre promesse, liberatemi dalle ganasce del fisco. »

Lo Stato nuovo non è meno imbarazzato di quello vecchio, perché, quando si tratta di cose impossibili, è facile promettere ma non certo mantenere le promesse. Cerca quindi di guadagnar tempo, e ne ha bisogno per far maturare i suoi vasti progetti. Per prima cosa, compie dei timidi tentativi; da un lato, estende un po’ l’istruzione primaria; dall’altro, modifica un po’ l’imposta sugli alcolici (1830).
Ma la contraddizione si erge sempre davanti a lui: se vuole essere filantropo, è costretto ad essere fiscale; e se rinunzia alla fiscalità, occorre che rinunzi anche alla filantropia.

Queste due promesse cozzano sempre e necessariamente l’una contro l’altra.
Fare ricorso al credito, vale a dire divorare le risorse del futuro, è questo certo un mezzo pratico di conciliare le promesse; si tenta di distribuire un po’ di benefici nel presente creando parecchi guasti per il futuro. Ma procedere in questa maniera evoca lo spettro della bancarotta che estingue il credito. Che fare dunque?  A quel punto il nuovo Stato prende l’iniziativa coraggiosamente; raccoglie delle forze per mantenersi al potere, sopprime la libertà d’espressione, ricorre a misure arbitrarie, ridicolizza gli antichi proclami, dichiara che non si può amministrare che a patto di essere impopolare; detto in breve, si proclama potere governativo.

Ed è lì che lo attendono altri soggetti che sono ansiosi di popolarità. Essi sfruttano la stessa illusione, passano attraverso gli stessi sentieri, ottengono lo stesso successo, e ben presto vanno a farsi inghiottire nel medesimo baratro.  È così che noi siamo arrivati a Febbraio. A quell’epoca, l’illusione che rappresenta il soggetto di questo articolo era penetrata più a fondo che mai nella mente del popolo, attraverso le dottrine socialiste. Più che in altro momento, esso si aspettava che lo Stato sotto la forma repubblicana, aprisse totalmente la sorgente dei benefici e chiudesse quella delle imposte.
« Sono stato spesso ingannato, diceva il popolo, ma farò io stesso attenzione che non mi si prenda in giro anche stavolta. »

Che poteva fare il governo provvisorio?  Ahimè!  ciò che fa sempre in simili circostanze: promettere e guadagnar tempo. Di promesse non fa certo difetto, e per dare ad esse maggiore solennità, le suggella in alcuni decreti.
« Innalzamento del benessere, diminuzione dei carichi di lavoro, assistenza, credito, istruzione gratuita, colonie agricole, dissodamenti, e al tempo stesso riduzione della tassa sul sale, sulle bevande, sui timbri postali, sulla carne, tutto sarà votato … alla prima riunione dell’Assemblea nazionale ».

L’Assemblea nazionale si è riunita, e dal momento che non si può dar corso a due esigenze contraddittorie, il suo compito, il suo triste compito, è consistito nel ritirare, nella maniera più silenziosa, uno dopo l’altro, tutti i decreti del governo provvisorio.

Al tempo stesso, per non rendere la delusione troppo crudele, è stato necessario fare delle eccezioni. Certi impegni sono stati mantenuti, altri hanno ricevuto un piccolo segnale di approvazione. Così l’amministrazione attualmente in carica può compiere uno sforzo di immaginazione riguardo a nuove tasse.

Adesso io mi immagino di vedere quello che succederà di qui a qualche mese, e mi chiedo, con la tristezza nel cuore, che cosa accadrà quando degli agenti dello stato del tutto nuovi si recheranno nelle nostre campagne per prelevare le nuove imposte sulle successioni, sui redditi, sui profitti della produzione agricola. Che il Cielo mi smentisca, ma io ci vedo ancora un ruolo per tutti coloro che sono a caccia di popolarità

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Lo Stato (parte quarta)

Lun, 09/05/2016 - 09:19

Se io mi sono permesso di criticare le prime parole della nostra Costituzione, è perché qui non si tratta, come si potrebbe credere, di una pura sottigliezza metafisica. Io sostengo che questa personificazione dello Stato si è rivelata in passato e sarà in futuro una fonte feconda di calamità e di sconvolgimenti.

Ecco il Pubblico da una parte, lo Stato dall’altra, considerati come due esseri distinti, il primo tenuto a riversare doni sul secondo, il secondo sentendosi in diritto di reclamare dal primo un torrente di umane soddisfazioni. Che cosa deve accadere?

Nella realtà dei fatti, lo Stato non è monco e non può esserlo. Esso ha due mani, l’una per ricevere e l’altra per dare, o, altrimenti detto, la mano rude e la mano dolce. L’attività della seconda è necessariamente subordinata all’attività della prima.

A rigore, lo Stato potrebbe prendere senza dare. Questo si è visto e si spiega per via della natura porosa e assorbente delle sue mani, che trattengono sempre una parte e talvolta la totalità di ciò che esse toccano. Ma quello che non si è mai visto, quello che non si vedrà mai e che non si può nemmeno concepire, è l’eventualità che lo Stato restituisca al pubblico più di quanto esso prenda. È dunque una follia totale l’assumere nei confronti dello Stato l’atteggiamento umile dei mendicanti. È radicalmente fuori della portata dello Stato conferire un vantaggio particolare ad alcuni individui che costituiscono la comunità, senza infliggere un danno superiore alla comunità nel suo complesso.

Esso si trova dunque posto, in rapporto alle nostre esigenze, in un chiaro circolo vizioso.

Se esso rifiuta di compiere il bene che ci si attende da lui, esso viene accusato di impotenza, di cattiva volontà, d’incapacità. Se esso cerca di compiere il bene, è costretto a colpire il popolo di tasse in misura doppia, a fare più male che bene, e ad attirarsi, per altri versi, la disaffezione generale.

Così, nel pubblico si alimentano delle speranze e da parte del governo si esprimono due promesse: molti benefici e nessuna imposta. Speranze e promesse che, essendo contraddittorie, non si realizzano mai.

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Lo Stato (parte terza)

Ven, 06/05/2016 - 09:15

Essendo certo che, da una parte, noi tutti rivolgiamo allo Stato simili richieste, e che, dall’altra parte, è assodato che lo Stato non può procurare il godimento agli uni senza accrescere il lavoro degli altri, in attesa di un’altra definizione dello Stato, mi ritengo autorizzato a fornire qui la mia. Chissà che essa non ottenga il primo premio?
Eccola:

Lo Stato
è la grande finzione
attraverso la quale tutti
cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri.

Infatti,  oggi come ieri, chi più chi meno, ognuno vorrebbe certamente trarre vantaggio dal lavoro degli altri. Questa inclinazione non si ha il coraggio di mostrarla apertamente, la si nasconde anche a sé stessi, e allora che cosa si fa? Ci si immagina un intermediario, ci si rivolge allo Stato, e ogni ceto, uno dopo l’altro, vorrebbe dirgli:
« Voi che avete la facoltà di espropriare legalmente, onestamente, prendete dal pubblico, e noi ripartiremo il tutto.»

Ahimè!  lo Stato ha anch’esso una notevole inclinazione a seguire questo diabolico suggerimento, in quanto esso è composto da ministri, funzionari, in una parola esseri umani che, come tutti gli esseri umani, recano in sé questo desiderio e afferrano sempre con sollecitudine l’opportunità di veder accrescere le loro ricchezze e la loro influenza. Lo Stato impara dunque ben presto che può ricavarci qualcosa dal ruolo che il pubblico gli affida. Esso sarà l’arbitro, il padrone dei destini di tutti: raccoglierà molto, e dunque gli resterà molto per sé stesso; moltiplicherà il numero dei suoi rappresentanti, amplierà la portata delle sue attribuzioni, finirà per assumere proporzioni schiaccianti.

Ma ciò che occorre assolutamente notare, è la stupefacente cecità del pubblico in tutto ciò. Quando dei soldati fortunati riducevano i vinti in uno stato di schiavitù, essi erano persone barbare ma il loro comportamento non era assurdo. Il loro fine, come il nostro, era quello di vivere a carico degli altri; ma, al pari di noi, essi raggiungevano il loro obiettivo. Che cosa dobbiamo pensare di un popolo nel caso in cui esso non sembri dubitare che il saccheggio reciproco non è per questo meno spoliatore per il fatto di essere reciproco, che non è meno criminale per il solo fatto che viene portato a compimento a norma di legge e in maniera ordinata, che esso non aggiunge nulla al pubblico benessere, che esso, al contrario, lo diminuisce dell’ammontare che costa mantenere questo intermediario dispendioso che chiamiamo lo Stato?

E questa grande chimera, noi l’abbiamo posta, a edificazione del popolo, all’inizio della nostra Costituzione. Ecco le prime parole del preambolo:

« La Francia si è costituita in Repubblica per … richiamare tutti i cittadini verso un livello sempre più elevato di moralità, saggezza e benessere. »

Così, è la Francia o l’astrazione, che richiama i Francesi o le realtà della vita alla moralità, al benessere, ecc. Non significa questo sprofondare in quella bizzarra illusione che ci porta ad aspettare tutto da una energia che non è la nostra?  Non significa forse dare ad intendere che esiste, a fianco e al di fuori dei Francesi, un essere virtuoso, illuminato, ricco, che può riversare su di loro la sua beneficenza?  Non significa forse supporre, e di certo in maniera del tutto gratuita, che vi sia tra la Francia e i Francesi, tra la semplice denominazione condensata ed astratta di tutte le individualità e queste stesse individualità, rapporti simili a quelli che esistono tra il padre e il figlio, il tutore e il pupillo, l’insegnante e lo scolaro?  Io so bene che si dice talvolta in maniera metaforica: La patria è una tenera madre. Ma per cogliere in flagrante delitto di vacuità il dettato costituzionale, è sufficiente mostrare che esso può essere rigirato, non solo senza inconvenienti, ma persino con un certo tornaconto.
Forse che l’esattezza di espressione ne soffrirebbe se il preambolo avesse recitato:

« I Francesi si sono costituiti in Repubblica per richiamare la Francia ad un livello sempre più elevato di moralità, saggezza e benessere? »

Ora, quale è il valore di un assioma dove il soggetto e l’attributo possono essere scambiati senza alcun inconveniente? Tutti capiscono quando si dice: la madre allatterà il neonato. Ma sarebbe ridicolo dire: il neonato allatterà la madre.

Gli Americani si sono fatti una concezione differente dei rapporti tra i cittadini e lo Stato, allorché essi hanno collocato all’inizio della loro Costituzione queste semplici parole:

«Noi, il popolo degli Stati Uniti, per formare una unione più completa, per stabilire la giustizia, assicurare la pace all’interno, provvedere alla difesa comune, accrescere il benessere generale e assicurare i benefici della libertà a noi stessi e ai nostri discendenti, decretiamo, ecc.»

Qui non troviamo nessuna creazione chimerica, nessuna astrazione a cui i cittadini chiedono tutto. Essi non si aspettano niente se non da essi stessi e dalla loro personale forza di volontà.

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Lo Stato (parte seconda)

Gio, 05/05/2016 - 09:10

Oh! chiedo perdono a voi, sublimi uomini di lettere, che non vi arrestate di fronte a nulla, nemmeno davanti alle contraddizioni. Ho torto, senza alcun dubbio, e mi ritiro umilmente. Io non chiedo di meglio, siatene certi, se davvero voi avete scoperto, al di fuori di noi, un benefattore dalle risorse inesauribili che si chiama lo Stato, che ha del pane per tutte le bocche, del lavoro per tutte le braccia, dei capitali per tutte le imprese economiche, del credito per tutti i progetti, dell’unguento per tutte le piaghe, del balsamo per tutte le sofferenze, dei consigli per tutte le indecisioni, delle soluzioni per tutti i dubbi, delle verità per tutti gli esseri pensanti, delle distrazioni per tutte le tribolazioni, del latte per l’infanzia, del vino per la vecchiaia, un benefattore che provvede a tutti i nostri bisogni, previene tutti i nostri desideri, soddisfa tutte le nostre curiosità, corregge tutti i nostri errori, tutte le nostre manchevolezze, e ci dispensa oramai tutti dall’essere previdenti, prudenti, giudiziosi, saggi, esperti, ordinati, economi, temperati, attivi.

E perché non dovrei io desiderarlo?  Dio mi perdoni, più ci rifletto, più trovo la cosa conveniente, e non vedo l’ora di avere anch’io, al mio servizio, questa fonte inesauribile di ricchezze e di illuminazioni, questo elisir universale, questo tesoro senza fondo, questo consigliere infallibile che voi chiamate Stato.

Per cui io chiedo che me lo si mostri, che lo si definisca, ed è per questo che propongo di istituire un premio per il primo che svelerà questa fenice. Perché, in fin dei conti, sarete ben d’accordo con me che questa scoperta preziosa non è stata ancora fatta, dal momento che, fino ad ora, tutto ciò che si presenta sotto il nome di Stato, la gente lo rifiuta immediatamente, proprio perché non soddisfa le condizioni peraltro un po’ contraddittorie del programma.

Occorre proprio dirlo?  Io temo che tutti noi siamo, a questo riguardo, sotto l’influsso ingannevole di una delle più bizzarre illusioni che si siano mai impadronite dello spirito umano.

L’essere umano rifugge la Pena e la Sofferenza. E nonostante ciò è condannato per natura alla Sofferenza delle Privazioni se non prende su di sé la Pena del Lavoro. Non gli resta dunque che la scelta tra questi due mali.

Come fare per evitarli tutti e due?  Finora egli non ha trovato e non troverà mai che un solo mezzo, che è quello di godere del lavoro altrui; si tratta di fare in modo che la Pena e il Godimento non incombano su ciascuno secondo un rapporto naturale, ma che tutta la pena ricada sugli uni e tutti i godimenti giungano agli altri. Da ciò deriva la schiavitù, lo sfruttamento, quale che sia la forma presa da questi fenomeni: guerre, inganni, violenze, restrizioni, frodi, ecc., abusi mostruosi ma in linea con l’idea che ha dato loro origine.  Si deve odiare e combattere gli oppressori, ma non si può dire che essi siano assurdi.

La schiavitù scompare, grazie al cielo, e, d’altro lato, questa disposizione d’animo per cui noi ci impegnamo a difendere i nostri beni, fa sì che la ruberia pura e semplice non è più così agevole. Nonostante ciò un qualcosa rimane. È questa infelice inclinazione a dividere in due parti il complesso delle esperienze di vita, rigettando sugli altri la Pena e conservando per sé stessi il Godimento. Occorre vedere sotto quale nuova forma si manifesti questa sciagurata tendenza.

L’oppressore non agisce più direttamente sull’oppresso contando sulle sue proprie forze. No, la nostra coscienza è diventata troppo accorta per agire in questo modo. Sussistono ancora il tiranno e la vittima, ma tra di loro si pone un intermediario che è lo Stato, vale a dire la legge stessa. Che cosa di più asettico per mettere a tacere i nostri scrupoli e, ciò che è forse estremamente apprezzabile, a vincere le resistenze?  Dunque, tutti, sotto un qualsiasi titolo, sotto un pretesto o l’altro, noi ci rivolgiamo allo Stato. Noi gli diciamo:
«Io non trovo che vi sia, tra i miei godimenti e le mie fatiche lavorative un rapporto proporzionale che mi soddisfi. Mi piacerebbe tanto, per ristabilire l’equilibrio desiderato, prendere qualcosa dalle risorse degli altri. Ma ciò è pericoloso. Non potreste voi per caso facilitarmi la cosa? Non potreste voi farmi avere un buon posto? O bloccare opportunamente le attività industriali dei miei concorrenti? O meglio ancora, prestarmi senza interessi dei capitali che avrete preso ai loro possessori? Oppure educare i miei ragazzi a spese del pubblico? O accordarmi dei premi di produzione? O assicurarmi una vita serena quando avrò cinquant’anni? In questo modo raggiungerò il mio obiettivo in piena tranquillità di coscienza, perché sarà la legge stessa che avrà agito per me, e io avrò tutti i vantaggi dell’accaparramento senza avere né i rischi né l’odio!»

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Lo Stato (parte prima)

Mer, 04/05/2016 - 09:12

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata nel Journal des Débats il 25 settembre 1848; serba chiarisima l’impressione dei moti rivoluzionari di quell’anno, ma ciò nulla toglie all’attualità delle sue considerazioni. <E potrebbe rivelarsi istruttivo, per le sorprendenti coincidenze di analisi, leggerlo insieme con il testo dedicato alla Francia 1848-51 da Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte.

 

Io vorrei che si istituisse un premio, non di cinquecento franchi, ma di un milione di franchi, con attribuzione di corone d’alloro, croci al merito e nastrini, per premiare colui che offrirà una definizione buona, semplice e intelligente di questo termine: lo Stato.

Quale immenso servizio non sarebbe reso alla società!

Lo Stato!
Che cos’è?  dov’è?  cosa fa?  cosa dovrebbe fare?

Tutto quello che noi sappiamo, è che è un personaggio misterioso, e certamente il più sollecitato, il più tormentato, il più indaffarato, il più consigliato, il più accusato, il più invocato e il più incitato che ci sia al mondo.

Signore, io non ho l’onore di conoscervi, ma sono pronto a scommettere dieci a uno che da alcuni mesi voi sognate progetti grandiosi; e se questo è vero, scommetto ancora dieci a uno che voi assegnate allo Stato il compito di realizzarli.

E voi, Signora, io sono sicuro che nel profondo del vostro animo desiderate che vengano sanati tutti i mali di questa povera umanità, e che non sareste nient’affatto scontenta se solo lo Stato si accingesse a questo compito.

Ma, ahimè!  il meschino, come Figaro, non sa né a chi prestare ascolto, né da quale parte indirizzarsi. Le centomila bocche della stampa e delle tribune gli gridano tutte assieme:

« Organizzate il lavoro e i lavoratori.
Estirpate l’egoismo.
Reprimete l’insolenza e la tirannia del capitale.
Promuovete degli esperimenti sulla concimazione e sulla produzione delle uova.
Riempite il paese di strade ferrate.
Irrigate le pianure.
Rimboscate le montagne.
Fondate delle fattorie modello.
Fondate dei laboratori in cui si lavori tutti in armonia.
Colonizzate l’Algeria.
Date il latte ai fanciulli.
Istruite la gioventù.
Assistete la vecchiaia.
Inviate nelle campagne gli abitanti delle città.
Uniformate i profitti di tutte le industrie.
Date in prestito il denaro, senza interesse, a coloro che lo desiderano.
Liberate dal giogo straniero l’Italia, la Polonia e  l’Ungheria.
Allevate e migliorate la razza dei cavalli da sella.
Incoraggiate l’arte, dateci dei musicisti e delle ballerine.
Vietate il commercio e, al tempo stesso, create una marina mercantile.
Scoprite per noi la verità e fate entrare nelle nostre teste un pizzico di ragione.
Lo Stato ha per missione il compito di rischiarare, sviluppare, ingrandire,
fortificare, spiritualizzare e santificare l’animo dei popoli. »

« Eh ! Signori, un po’ di pazienza  » risponde lo Stato, con aria dimessa.

« Cercherò di dare soddisfazione alle vostre richieste, ma per fare ciò mi occorrono delle risorse. Ho approntato delle risoluzioni concernenti cinque o sei imposte del tutto nuove e le più benigne al mondo. Vedrete che sarà un piacere pagarle. »

A quel punto un grande grido si eleva al cielo:
« Che!  Cosa!  che merito ci sarebbe nel fare alcunché ricevendo delle risorse!  Per agire così non vale proprio la pena di chiamarsi lo Stato.  Lungi dal colpirci con nuove tasse, noi vi intimiamo di sopprimere quelle in vigore.

Cancellate:

L’imposta sul sale;
L’imposta sulle bevande;
L’imposta sulla corrispondenza;
L’imposta di consumo;
Le patenti;
Le prestazioni obbligatorie. »

Nel bel mezzo di questo tumulto, e dopo che il paese ha cambiato due o tre volte il governo dello Stato per non aver soddisfatto a tutte queste richieste, io mi sono permesso di far osservare che esse erano contraddittorie.
Di cosa mi sono impicciato, per l’amor del cielo!  non potevo tenere per me questa malaugurata considerazione?

Eccomi allora discreditato per sempre; e adesso è assodato che sono un essere senza cuore e senza fegato, un filosofo arido, un individualista, un borghese, e, per riassumere il tutto, un economista della scuola inglese o americana.

 

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Non sta aumentando la disuguaglianza, bensì la propaganda

Lun, 02/05/2016 - 09:19

Non finiscono mai. Siamo assediati da articoli narranti una disuguaglianza economica crescente. Articoli del genere hanno tre cose in comune:

  1. Ognuno ha una spiegazione/uomo nero preferito.
  2. Ognuno chiede riforme politiche per rendere le cose più uguali.
  3. Ognuno non menziona la legge 20/80 di Pareto.

Ecco il problema principale con questi articoli: sin dal 1897 la disuguaglianza economica non è aumentata — l’anno in cui Vilfredo Pareto pubblicò la sua scoperta: circa il 20% delle persone in ogni nazione europea da lui studiata possedeva circa l’80% della ricchezza.

Ogni anno, quando circa 1,500 delle persone più ricche del mondo si incontrano a Davos per partecipare al World Economic Forum, un gruppo di sinistra chiamato Oxfam pubblica una relazione. Il gruppo riscrive la relazione annuale e il comunicato stampa d’accompagnamento, ma trasmette sempre lo stesso messaggio: circa l’1% dei ricchi possiede il 50% della ricchezza mondiale. Ho scritto una risposta ad Oxfam e alla sua relazione del 2014 e del 2015: “In occidente è aumentata la disuguaglianza economica sin dal 1897? Probabilmente no.”

Anche la destra inveisce indignata. Ecco un esempio.

 

LA PIRAMIDE DI PARETO

I grafici qui sotto sono stati presentati da Charles Hugh Smith. Mi piacciono perché comprendono una coppia di grafici. Hanno in comune l’immagine di una piramide. Rappresentano graficamente ciò che intendeva Pareto.

Siamo tenuti ad essere atterriti.

Io non lo sono.

La legge di Pareto è una legge delle potenze. Ecco perché è una piramide.

  1. Il 20% della popolazione possiede l’80% della ricchezza.
  2. Il 4% (0.2 x 20%) della popolazione possiede il 64% (0.8 x 80%) della ricchezza.
  3. Lo 0.8% (0.2 x 4%) della popolazione possiede il 51% (0.8 x 64%) della ricchezza.

La piramide di Smith mostra che lo 0.7% della popolazione possiede il 45% della ricchezza.

Mi sembra una cifra accurata. Come si dice, è abbastanza accurata affinché lo stato possa andare avanti.

Smith dà la colpa al Federal Reserve System.

La sua spiegazione ha senso per tutti noi “fanatici” anti-banche centrali, almeno quando si parla di quali gruppi sono in cima. Non ha senso rispetto all’esistenza della piramide. Ecco perché nulla ha senso per quanto riguarda l’esistenza della piramide.

Non sappiamo perché sia così. Sappiamo solo che è il risultato storico più ricorrente.

Secondo Smith la Federal Reserve è la causa di questa piramide. Ma non è così, perché è la causa di chi arriva nella parte superiore della piramide — forse.

Per capire che entra e che esce, e perché, dobbiamo conoscere la legge che disciplina la struttura della piramide. Purtroppo nessuno ha proposto una spiegazione plausibile.

Smith resuscita il suo grafico in un articolo del 6 Aprile 2016.

Smith è un bravo autore. Non capisce la presenza della legge di Pareto. Non ne parla mai.

 

RIFORME!

Visto che i critici del capitalismo moderno vogliono mandarlo alla gogna per la disuguaglianza, resuscitano questa piramide del possesso. Gridano: “Vergogna Vergogna!” Poi gridano: “Riforme! Riforme!”

Il loro uomo nero preferito potrebbe essere la causa che manda in cima alla piramide un determinato gruppo. Ma i lettori non dovrebbero mai dimenticare questa regola di analisi: questo non spiega la natura perpetua del modello 20/80.

Ecco il problema: il modello persisterà nel periodo post-riforma. Poi i nuovi gruppi potranno accusare d’ingiustizia qualunque gruppo sia nella fascia sociale dell’1% (in realtà lo 0.8%).

Ci saranno discussioni su come quelle persone siano arrivate in cima. Ci saranno discussioni su chi è stato fregato. Ma possiamo essere certi di questa cosa: la piramide sarà ancora lì, proprio come la piramide di Cheope. Tutte le altre sette meraviglie del mondo antico sono scomparse, ma questa ancora rimane, restia al cambiamento. Nessuno sa come gli egiziani siano riusciti a costruirla, così come non si sa perché la piramide di Pareto continui ad esserci.

I riformatori proprio non lo capiscono: la piramide di Pareto si trova ovunque, non importa cosa voglia fare un qualsiasi gruppo riformatore.

Questo non vale solo per la ricchezza, ma si applica ad un insieme variegato di situazioni. Nessuno sa perché, ma è così.

Richard Koch ha fatto una fortuna scrivendo libri su come applicare Pareto nel mondo degli affari. Sono libri buoni. In particolare ne consiglio due agli studenti del Ron Paul Curriculum.

La curva di Pareto è un potpurrì d’indignazione per quegli autori che hanno bisogno di qualcosa su cui scrivere, sia a favore che contro una particolare riforma.

È davvero un peccato che nessuno possa spiegarla.

 

CONCLUSIONE

La legge di Pareto non solo è diffusa, è conveniente per tutti i riformatori economici. Tutto ciò che devono fare è questo quando scrivono le loro giustificazioni per una riforma:

  1. Collegare le ultime statistiche sulla distribuzione della ricchezza.
  2. Creare un grafico a piramide.
  3. Offrire una spiegazione di come un gruppo abbia politicamente truccato l’economia per favorire sé stesso.
  4. Invocare una riforma.
  5. Rifiutarsi di menzionare che l’ultima distribuzione devia leggermente da un modello universale.

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Date a Cesare ciò che è di Cesare: Gesù era un socialista?

Ven, 29/04/2016 - 09:29

Il 16 giugno 1992 il Daily Telegraph di Londra riportava questa osservazione sorprendentemente audace dell’ex leader sovietico Mikhail Gorbachev: “Gesù fu il primo socialista, il primo a cercare una vita migliore per l’umanità”.[1]

Forse dovremmo essere comprensivi nei confronti di Gorbachev per le sue varie lacune in questo caso. Un uomo che scalò fin sulla cima di un impero stridentemente ateo, con una storia spiacevole dal punto di vista dei diritti umani, probabilmente non era uno studioso della Bibbia. Ma sicuramente sapeva che se il socialismo non è altro che la ricerca di “una vita migliore per l’umanità”, allora Gesù non avrebbe potuto essere il suo primo sostenitore; sarebbe, infatti, solo uno dei diversi miliardi di loro.

Non è necessario essere cristiani per accorgersi degli errori nell’affermazione di Gorbachev. Si può essere una persona di fede o non averne per niente. Basta solo conoscere i fatti, la storia e la logica. Puoi anche essere un socialista – ma avere gli occhi aperti – e renderti conto che Gesù non era dalla tua parte.
Definiamo prima la parola socialismo, che la frase di Gorbachev offusca soltanto. Il socialismo non è pensieri felici, fantasie nebulose, mere buone intenzioni, o dei bambini che dividono le loro caramelle di halloween l’uno con l’altro. In un moderno contesto politico economico e sociale, il socialismo non è volontario come le ragazze Scout. La sua caratteristica centrale è la concentrazione di potere per realizzare forzatamente uno o più (o più spesso tutti) di questi obiettivi: pianificazione centrale dell’economia, proprietà dei beni attribuita al governo e redistribuzione della ricchezza. Nessuna quantità di retorici “facciamo tutto per voi” o “è per il tuo bene” o “noi stiamo aiutando le persone” può cancellare questo. Ciò che rende il socialismo vero socialismo è il fatto che tu non possa scegliere, un punto questo reso chiaro da David Boaz del Cato Institute:

“Una differenza tra libertarianismo [un sistema basato sulla scelta personale e sulla libertà] e il socialismo è che una società socialista non può tollerare gruppi di persone che praticano la libertà, ma una società libertaria può permettere comodamente alle persone di scegliere il socialismo volontariamente. Se un gruppo di persone – anche un grande gruppo – volesse acquistare dei terreni e possederli in comune, sarebbe libero di farlo. L’ordinamento giuridico libertario richiederebbe solo che nessuno sia costretto a entrare in questo gruppo o a rinunciare alla propria proprietà”.[2]

Il governo, piccolo o grande che sia, è l’unica entità nella società che detiene un monopolio legale della forza. Più forza esercita contro le persone, più subordina le scelte dei governati alle volontà dei loro governanti, ovvero, più socialista diventa. Un lettore potrebbe obiettare a questa definizione che “socializzare” qualcosa significa solo “condividerlo” e “aiutare le persone” in questo processo, ma questa è una spiegazione puerile. È il modo in cui viene fatto che definisce il sistema. Se fatto con l’uso della forza è socialismo. Se fatto attraverso la persuasione, la libera volontà, e il rispetto dei diritti di proprietà è completamente un’altra cosa.

Dunque, Gesù era veramente un socialista? Avvicinandosi di più all’argomento di questo saggio, davvero predicava la redistribuzione dei guadagni per punire i ricchi o per aiutare i poveri?

Sentii per la prima volta “Gesù era un socialista” o “Gesù era per la redistribuzione” circa 40 anni fa. Ero perplesso. Avevo sempre creduto che il messaggio di Gesù fosse che la più importante decisione di una persona nella propria vita terrena fosse di riconoscere o meno Gesù come un Salvatore. Questa decisione era chiaramente molto personale – individuale e volontaria. Ha sempre dato molta importanza al fatto che il rinnovamento interiore e spirituale fosse molto più determinante per il benessere di una persona rispetto alle cose materiali. Mi chiedevo, “come avrebbe potuto lo stesso Gesù invocare l’uso della forza per togliere ad alcuni e dare ad altri?”. Non riuscivo proprio a immaginarlo nel sostenere una sentenza penale o una multa per le persone che non vogliono sborsare i loro soldi per pagare i programmi di welfare del governo.

“Aspetta un minuto” mi si obietterà, “Gesù non rispose dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio, quando i farisei cercarono di ingannarlo per denunciare una tassa imposta dai romani?”. Sì, infatti lo disse. Si legge prima nel Vangelo di Matteo, 22:15-22 e poi in quello di Marco, 12:13-17. Ma notate che tutto dipende solo da cosa realmente appartiene a Cesare e cosa no, il che è un avallo piuttosto potente dei diritti di proprietà. Gesù non disse nulla come “Questo appartiene a Cesare se solo Cesare lo dice, senza guardare a quanto ne vuole, come lo ottiene e come sceglie di spenderlo.”

Il fatto è che uno può scorrere tutte le scritture, passarle in un pettine dai denti molto fini, ma non trovare neppure una parola di Gesù che sostenga la redistribuzione forzata della ricchezza da parte delle autorità politiche. Nessuna frase.

Ci si chiederà: “Ma Gesù non disse di essere venuto per sostenere la legge?”. Sì, in Matteo 5:17–20 egli dichiarò: “Non pensate che io sia venuto per abolire le leggi o i Profeti; non sono venuto ad abolirle ma a compierle”.[3] In Luca 24:44 chiarisce questo quando dichiara: “Tutto ciò che è scritto su di me nelle leggi di Mosè, i Profeti e i Salmi deve essere compiuto”. Non disse: “Sosterrò qualunque legge sia implementata dal governo”. Stava parlando specificamente della Legge Mosaica (principalmente i Dieci Comandamenti) e le profezie sul suo stesso avvento.

Considerate l’ottavo dei dieci comandamenti: “Non rubare”. Notate la frase dopo la parola “rubare”. Questo monito non deve essere letto come “Non rubare a meno che gli altri abbiano più di te” o “Non rubare a meno che tu sia assolutamente certo che potresti spendere quei soldi meglio del tizio che li ha guadagnati”. E nemmeno disse, “Non dovresti rubare, ma puoi assumere qualcun altro, come ad esempio un politico, che lo faccia per te”.

Se la gente fosse ancora tentata a rubare, il decimo comandamento è rivolto a stroncare sul nascere uno dei principali motivi del furto (e della redistribuzione): ”Non desiderare la roba d’altri”. In altre parole, se non è tuo, tieni le mani a posto.

In Luca 12:13–15, Gesù si confronta con una richiesta di redistribuzione. Un uomo con una lamentela gli si avvicina e chiede: “Maestro, di’ a mio fratello di dividere l’eredità con me”. Gesù replica così: “Uomo, chi mi ha nominato giudice o arbitro tra voi? Stai attento! Stai in guardia contro tutti i tipi di avidità; la vita non consiste nell’abbondanza di proprietà” (enfasi aggiunta). Wow! Avrebbe potuto pareggiare le ricchezze dei due uomini con un gesto della mano, ma invece ha scelto di denunciare l’invidia.

“E cosa ne dici allora della storia del buon Samaritano? Non è un esempio a favore dei programmi dello stato sociale o della redistribuzione?” mi chiederai. La risposta è un enfatico “No!”. Consideriamo i dettagli della storia, come riportatato in Luca 10:29–37: un viaggiatore viene incontro a un uomo sul bordo di una strada. L’uomo è stato picchiato e derubato e abbandonato moribondo. Cosa fa il viaggiatore? aiuta quell’uomo da sé, subito, con le proprie risorse. Non dice, “scrivi una lettera all’imperatore” o ”cercati il tuo assistente sociale” andandosene via. Se avesse fatto questo, oggi lo conosceremmo come il “buono-a-nulla Samaritano”, se ancora venisse ricordato.

La storia del Buon Samaritano insegna ad aiutare una persona bisognosa volontariamente con amore e compassione. Non c’è alcun indizio che il Samaritano “dovesse” alcunché all’uomo bisognoso o che fosse il dovere di un lontano politico di aiutarlo coi soldi degli altri.

In più, Gesù non chiese mai l’uguaglianza nelle ricchezze materiali, e men che meno l’uso della forza politica, neppure in situazioni di estremo bisogno. Nel suo libro, Biblical Economics, il teologo R. C. Sproul Jr. nota che Gesù vuole che “i poveri siano aiutati” ma non a mano armata, e la forza del governo non è altro che questo:

“Sono convinto che le manovre politiche ed economiche che riguardano la redistribuzione forzata della ricchezza attraverso l’intervento del governo non sono né giuste né sicure. Tali politiche sono sia non etiche che inefficaci… Sembra che i socialisti siano dalla parte di Dio solo superficialmente. Purtroppo i loro programmi e i loro mezzi favoriscono maggiore povertà anche se i loro cuori rimangono fedeli alla causa di eliminarla. Il tragico errore che pervade il pensiero socialista è che esista una necessaria relazione causale tra la ricchezza dei ricchi e la povertà dei poveri. I socialisti presumono che la ricchezza di un uomo sia basata sulla povertà dell’altro uomo; perciò, per fermare la povertà e aiutare il povero, ci occorre il socialismo”.[4]

Al commento di Sproul aggiungerei questo: talvolta un uomo diventa ricco solo o in parte grazie alle sue conoscenze politiche. Egli si assicura certi favori o sussidi dal governo, o usa il governo per fermare i suoi concorrenti. Nessuno che ragioni in modo logico che sia in favore della libertà e dei diritti di proprietà, che sia cristiano o meno, supporta queste pratiche. Sono forme di furto, e la loro fonte è il potere politico – quella cosa deleteria che socialisti e progressisti chiedono di aumentare.

La ricchezza legittima si produce volontariamente. Viene dalla creazione di valore e dal reciproco e benefico scambio volontario. Non sboccia dal potere politico che redistribuisce al contrario, prendendo dal povero e dando al ricco. Gli imprenditori economici sono una manna per la società; gli imprenditori politici sono completamente un’altra razza. Noi tutti beneficiamo di uno Steve Jobs che inventa un Iphone; ma quando il Festival del Poeta Cowboy in Nevada ottiene un sussidio pubblico grazie al Senatore Harry Reid, o Goldman Sachs ottiene un salvataggio a spese dei contribuenti, milioni di noi vengono danneggiati e devono pagare per questo.

E cosa dire del riferimento nei libri degli Atti ai primi cristiani che vendevano i loro beni terreni e che condividevano i guadagni? questa sembra un’utopia progressista. A una più attenta analisi tuttavia, emerge che questi primi Cristiani non vendettero tutto quello che avevano e nessuno glielo ordinò né ci si aspettava lo facessero. Ad esempio continuarono a incontrarsi nelle loro case private. Nel suo capitolo di contributo al libro del 2014 For the Least of These: A Biblical Answer to Poverty (Gli ultimi: una risposta Biblica alla povertà) Art Lindsey dell’istituto per la Fede, il lavoro e gli scritti Economici scrive:

“Ancora, in questo passaggio dagli Atti, non c’è nessuna menzione dello stato. Questi primi credenti donavano i loro beni liberamente, senza coercizione, volontariamente. In ogni altro punto delle scritture vediamo che i Cristiani sono esortati a dare solo in questa maniera, liberamente, perché “Dio ama chi dà con gioia” (2 Corinthians 9:7). È pieno di indicazioni che i diritti di proprietà privata erano ancora in vigore”.[5]

Può far irritare i progressisti apprendere che le parole e le gesta di Gesù ripetutamente confermarono queste virtù capitaliste di critica importanza come il contratto, il profitto e la proprietà privata. Per esempio considerate la sua parabola dei talenti (Matteo 25:14–30; guardate una delle letture raccomandate sotto). Di tanti uomini nella storia, quello che prende i suoi soldi e li brucia è rimproverato mentre quello che investe e genera i maggiori ricavi è applaudito e premiato.

Pur non centrali nella storia, le buone lezioni sulla offerta e la domanda, come la sacralità del contratto, sono visibili nella parabola di Gesù dei lavoratori della vigna (Matteo 20:1–16). Un proprietario terriero offre una paga per attrarre urgentemente lavoratori per una giornata di lavoro di raccolta dei grappoli. Verso la fine della giornata, si accorge che deve velocemente assumere altre persone e per riuscire a farlo offre per un’ora di lavoro quel che prima aveva offerto per una giornata intera ai primi lavoratori. Quando uno di questi che avevano lavorato per tutto il giorno si lamenta, egli risponde “non sono ingiusto con te amico. Non ti va di lavorare per un denarius? Prendi la tua paga e va. Vorrei dare all’ultimo che ho assunto lo stesso che ho dato a te. Non ho diritto di fare quel che voglio del mio denaro? o sei invidioso perché sono generoso?”

La ben nota “Regola d’oro” è pronunciata dalle labbra di Gesù stesso, in Matteo 7:12: “Così, in generale, fate agli altri ciò che vorreste gli altri facessero a voi, perché questo riassume le Leggi e i Profeti”. In Matteo 19:19 Gesù dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Da nessuna parte suggerisce lontanamente che dovremmo disprezzare un nostro vicino a causa della sua ricchezza o cercare di prendergliela. Se non vuoi che la tua ricchezza ti venga confiscata (e la maggior parte della gente non lo vuole) allora chiaramente non ci si aspetta che tu la confischi ad altri.

La dottrina cristiana mette in guardia dall’avidità. Lo stesso fa l’economista contemporaneo Thomas Sowell: “non ho mai capito perché è avidità volersi tenere i propri soldi ma non è avidità volersi prendere i soldi di altri”. Usare il potere del governo per impossessarsi della proprietà di un’altra persona non è esattamente altruista. Gesù non ha mai fatto intendere che accumulare ricchezza pacificamente attraverso il commercio sia in qualche modo sbagliato; egli implorò solo le persone di non permettere alla ricchezza di guidare la loro vita o di corrompere il loro carattere. Per questo motivo il suo più grande apostolo, Paolo, non disse che il denaro era il male nel famoso versetto in 1 Timoteo 6:10. Qui quel che veramente disse: “Perché l’amore per il denaro è la radice del male. Certa gente, per la brama di denaro si è allontanata dalla fede e si trafigge con molto dolore” (enfasi aggiunta). Infatti, i progressisti stessi non si sono allontanati spontaneamente dal denaro, perché è il denaro degli altri, specialmente quello dei ricchi, che reclamano sempre a gran voce.

In Matteo 19:23, Gesù dice, “in verità vi dico, sarà difficile per chi è ricco entrare nel regno dei cieli”. Un redistribuzionista potrebbe dire “Eureka! Ecco! Non gli piacevano i ricchi!” e poi abusare di questo commento al di là di quanto è riconosciuto per giustificare uno schema dopo l’altro di Ruba-a-Pietro-per-pagare-Paolo. Ma questo ammonimento è totalmente in continuità con tutto il resto che dice Gesù. Non è un incitamento a invidiare i ricchi, a prendere dai ricchi, o a dare telefonini “gratis” ai poveri. È un appello al carattere. È l’osservazione che certa gente si lascia guidare dalla ricchezza invece del contrario. È un avvertimento sulle tentazioni (che si presentano in molte forme, non solo come ricchezza materiale). Non sappiamo che tra i ricchi, così come tra i poveri, si trovano persone buone e cattive? Non abbiamo visto alcuni ricchi personaggi famosi corrotti dalla loro fama e fortuna, mentre altri, pur sempre ricchi, vivono vite perfettamente degne? Non abbiamo visto alcuni poveri che si lasciano demoralizzare e snervare dalla loro povertà, mentre altri tra i poveri la vedono come un incentivo a migliorare se stessi e le proprie comunità?

Quando la prima versione di questo saggio apparve nel Gennaio del 2015, molti amici “progressisti” mi hanno posto i Romani come esempio contrario alle mie tesi (sentimenti simili sono espressi in 1 Pietro 2:13-20 e Tito 3:1-2). Nel passaggio 13 sui Romani, l’apostolo Paolo raccomanda la sottomissione alle autorità governative e ammonisce contro la ribellione. Inoltre aggiunge che se devi delle tasse, le devi pagare. E così un socialista o “progressista” di oggi potrebbe dire che questo giustifichi ogni sorta di azione compresa la redistribuzione, lo stato assistenziale, o qualunque cosa lo stato voglia fare a te o per te. Questo è però un salto logico.

Qui, come in ogni altra parte della Bibbia, il contesto è importante. Paolo parlava ai primi cristiani in un ambiente che ribolliva di sentimenti anti-romani. Egli indubitabilmente non voleva che la crescita della cristianità fosse segnata dalla violenza o da altre provocazioni contro i romani che sarebbero state brutalmente represse. Cercava di spostare lo sguardo delle persone verso le cose che per lui erano più alte e di più immediata importanza.

Ma è un errore enorme decontestualizzare le parole di Paolo per giustificare una particolare visione del ruolo del governo, nominalmente “progressista” o “socialista”. Supponiamo che le “autorità governative” siano inserite in uno stato minimo con limitazioni Costituzionali e garanzie sulle libertà personali e sulla proprietà privata. Supponiamo inoltre che le regole di tale regime avvertano chiaramente i governati, “ti proteggiamo dalle aggressioni che minacciano i tuoi diritti e le tue proprietà ma d’altra parte non ti daremo nulla gratis. Hai diritto alle tue libertà; a impegnarti in commerci e carità private, ad accordarti pacificamente con tutti; a vivere come credi se non danneggi gli altri. Ma noi del governo non ruberemo a Pietro per dare a Paolo”. Non c’è nulla nei Romani 13:1-7 che dica che a queste “autorità di governo” sia dovuto meno rispetto che a quelle redistribuzioniste in uno stato assistenziale.

Chiaramente, i versi dei Romani 13:1-7 legittimano l’esistenza del governo in sé ma non ordinano ciò che chiedono i socialisti e i “progressisti”. La Bibbia infatti è piena di storie su persone che coraggiosamente e giustamente hanno resistito alle prevaricazioni dei governi. Qualcuno realisticamente crede che se Gesù avesse predicato prima dell’esodo degli Ebrei dall’Egitto avrebbe detto: “i Faraoni chiedono che restiate, perciò disfate i bagagli e tornate al lavoro? “.

Norman Horn, un ingegnere chimico, ricercatore scientifico e fondatore di LibertarianChristians.com, nota che sia il Vecchio che il Nuovo Testamento forniscono molte testimonianze di lodevole disobbedienza allo stato:

“Gli Ebrei che sfidano i decreti del Faraone per uccidere i loro neonati (Exodus 1); Rahab che mente al Re di Jerico sulle spie Ebree (Joshua 2); Ehud che inganna i ministri del Re e che assassina il re (Giudici, 3); Daniele, Shadrack, Meshak, e Abednego che si rifiutano di adeguarsi ai decreti del Re e salvati miracolosamente due volte per averlo fatto (Daniele 3 e 6): i Magi che dall’Oriente disobbediscono gli ordini di Erode (Matteo, 2); e Pietro e Giovanni che scelgono di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. (Atti 5)”.[6]

A rischio di insistere su questo, condivido questi approfondimenti tratti da una conversazione col mio collega Jeffrey Tucker della Foundation for Economic Education:

“Maria, Gesù, e Giuseppe fuggirono da Betlemme piuttosto di obbedire all’ordine di Erode di uccidere tutti i bambini. Se Romani 13 avesse voluto dire che chiunque avrebbe dovuto sottomettersi sempre, Gesù sarebbe stato ucciso la settimana dopo la sua nascita… La resistenza ovviamente può essere morale. La cristianità ha ispirato resistenza allo stato nel corso della storia e nei tempi moderni, dalla Rivoluzione americana alle proteste per i diritti civili alla resistenza polacca al comunismo. Gesù stesso diede l’esempio: evitò il governo quando potè, gli resistette in maniera prudente quando possibile e alla fine lo rispettò quando doveva farlo”.

L’evidenza empirica oggi è che, come osservò Montesquieu due secoli fa, “i paesi sono ben coltivati non per quanto sono fertili ma per quanto sono liberi”.[7] Le nazioni che possiedono la maggiore libertà economica (e i governi più piccoli) hanno più alti tassi di crescita economica a lungo termine e sono più prosperi di quelli che si impegnano in pratiche socialiste e redistributive. I paesi con minore libertà economica hanno sempre i peggiori standard di vita. I paesi liberi e i loro popoli si distinguono per azioni caritatevoli, mentre il saldo netto di quelli socialisti li mostra sempre dal lato dei riceventi. Perché questo è importante? Perché non puoi redistribuire nulla a nessuno se questo non è creato da qualcuno in primo luogo, e i fatti suggeriscono che l’unica cosa che i regimi socialisti e redistributori fanno durevolmente per i poveri è offrire loro molta compagnia.

Negli insegnamenti di Gesù e in molte altre parti del Nuovo Testamento, ai Cristiani – in realtà a tutti – viene consigliato di essere “spiriti generosi”, di prendersi cura della famiglia, di aiutare i poveri, di assistere le vedove e gli orfani, di mostrare gentilezza e mantenere il più alto profilo. Come questo si possa tradurre negli sporchi affari degli schemi di redistribuzione coercitiva, clientelare e politicamente guidata è una questione per i prevaricatori con agenda politica. Non è qualcosa per gli studiosi di cosa dica o non dica realmente la Bibbia.

Cerca la tua coscienza. Considera la realtà. Sii attento ai fatti. Chiedi a te stesso: quando si devono aiutare i poveri, Gesù preferirebbe che tu dia i tuoi soldi liberamente all’esercito della salvezza o sotto minaccia della pistola puntata dal ministero dello stato assistenziale?

Gesù non era uno sprovveduto. Non era interessato alle pubbliche professioni di carità in cui i legalisti e ipocriti Farisei erano appassionatamente impegnati. Scaricò le loro chiacchere autoreferenziali e irrilevanti. Sapeva che erano spesso insincere, raramente indicative di come conducevano i loro affari personali, e portavano sempre a finali morti pieni di insidie e delusioni lungo la strada. Difficilmente avrebbe senso per lui glorificare i poveri sostenendo le politiche che compromettono il processo di creazione della ricchezza necessario ad aiutarli. In una analisi finale, non sosterrebbe mai uno schema che non funziona e che è basato sull’invidia o sulla ruberia. A discapito dei tentativi di molti progressisti dei tempi moderni di farne un redistribuzionista dello stato assistenziale, Gesù non era niente del genere.

 

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Note

[1] London Daily Telegraph, 16 giugno, 1992.

[2] David Boaz, “The Coming Libertarian Age”, Cato Policy Report (gennaio-febbraio 1997).

[3] Tutte le citazioni bibliche sono tratte da “the New International Version” (NIV).

[4] R. C. Sproul, Jr. , Biblical Economics: A Commonsense Guide to Our Daily Bread (Bristol, TN: Draught Horse Press, 2002), p. 138.

[5] Anne Bradley and Art Lindsley, eds., For the Least of These: A Biblical Answer to Poverty (Bloomington, IN: Westbow Press, 2014), p. 110.

[6] Norman Horn, “New Testament Theology of the State, Part 2,” LibertarianChristians.com, Nov. 28, 2008, http://libertarianchristians.com/2008/11/28/new-testament-theology-2/

[7] Montesquieu, The Spirit of the Laws (1748).

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Letture raccomandate

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L’eurozona abbraccia l’elicottero monetario

Mer, 27/04/2016 - 09:27

Il 10 Marzo 2016, il presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi ha fatto sorgere l’aspettativa che l’autorità monetaria potrebbe, ad un certo punto, istituire l’elicottero monetario. Quest’ultimo indica fondamentalmente una dispensa gratuita di nuova moneta, ad esempio, ai consumatori, alle imprese e agli enti del settore pubblico.

Perché la Bce vuole fare una cosa simile? Si teme che il settore bancario dell’eurozona non sia più disposto o in grado di sfornare sempre più credito e denaro. Si teme quindi che l’eurozona possa cadere nella deflazione; vale a dire in un periodo di calo dei prezzi accompagnati dal calo della produzione e dell’occupazione.

Questo, a sua volta, potrebbe mettere in pericolo l’intero euro-progetto. Alcuni economisti dicono che l’elicottero monetario potrebbe evitare un tale esito. La Bce ha solo bisogno di stampare nuova moneta e consegnarla a “chi ne ha bisogno”. La nuova moneta verrà utilizzata per l’acquisto di beni e servizi.

Questo, si dice, sosterrà i redditi nominali: porterà ad una maggiore produzione di beni e/o a prezzi dei beni più elevati.

 

Creazione di moneta, chi vince e chi perde

Le cose non sono però così semplici. Qualsiasi aumento della quantità di moneta porta ad una redistribuzione del reddito e della ricchezza tra le persone. I primi destinatari della nuova moneta possono acquistare beni a prezzi ancora invariati, mentre i riceventi successivi possono acquistare beni solo a prezzi già elevati.

I primi diventeranno più ricchi a spese di questi ultimi. Chi dovrebbe ottenere per primo la nuova moneta? E come queste dispense dovrebbero essere misurate: su una base pro capite, per reddito, o per conto in banca? Qualunque sia il criterio che verrà scelto, l’assegnazione di nuova moneta sarà un affare arbitrario.[1]

Anche se tutte le persone potessero godere allo stesso tempo dello stesso cambiamento proporzionale di loro disponibilità monetaria, esse saranno influenzate in modo differente.1 L’ultimo interesse per l’elicottero monetario è strettamente legato ai problemi creati dall’odierno regime a moneta legale.

La moneta legale è prodotta attraverso l’espansione del credito, e rende il debito complessivo dell’economia in crescita al di sopra delle entrate. Di conseguenza, il rapporto debito-reddito continua a scalare, determinando prima o poi una situazione di sovra-indebitamento.

Uno può sperare che l’elicottero monetario possa porre fine alla dinamica del debito sfavorevole causata dalla moneta legale. In primo luogo, sostituendo la creazione di moneta basata sul credito con l’elicottero monetario, ciò potrebbe impedire al carico del debito economico di salire ulteriormente, pur confermando un afflusso “sufficiente” di nuova moneta nel sistema economico.

In secondo luogo, la nuova iniezione di moneta innalza i redditi nominali. Gli economisti di mentalità keynesiana sostengono che l’aumento monetario induce la produzione di beni più alti. Tuttavia gli economisti di scuola Austriaca tengono una visione piuttosto diversa: vale a dire che l’iniezione di nuova moneta comporterà prezzi più alti.

Il punto indiscutibile è che la moneta ha una sola funzione: la funzione di mezzo di scambio. Tutte le altre funzioni della moneta (unità di conto e funzione di riserva di valore) sono solo sub-funzioni della funzione di mezzo di scambio della moneta. Qualsiasi aumento della quantità di moneta non fa e non può rendere un’economia più ricca, è solo inflazione.[2]

L’elicottero monetario non è un miglioramento sulla moneta legale quando si tratta di conseguenze inflazionistiche. È anch’essa creata dal nulla. In realtà, l’elicottero monetario potrebbe facilmente rivelarsi e divenire un incubo inflazionistico. Una volta che la banca centrale inizia l’emissione dell’elicottero monetario, la domanda di nuova moneta salirà alle stelle.

 

Le banche centrali e i gruppi politici d’interesse

La banca centrale sarà sempre più sotto la pressione politica per dispensare moneta a un numero crescente di “persone ed industrie in difficoltà” e l’aumento della quantità di nuova moneta non sarà mai sufficiente a soddisfare la domanda di moneta. Non è quindi troppo inverosimile supporre che la creazione di un elicottero monetario andrebbe facilmente fuori controllo.

Questo è quello che successe nel periodo della rivoluzione francese, quando il governo decise di emettere assignates, e più tardi mandats, come moneta cartacea non coperta, destinata a sostenere le finanze pubbliche e a rilanciare l’attività economica. Queste somme rappresentano l’elicottero monetario e hanno fallito miseramente, con conseguente iperinflazione nel 1796 e un crollo dell’economia.

Una volta che il governo rivoluzionario francese decise di emettere gli assignates, niente poté contenerne l’ulteriore emissione. Nel suo libro Fiat Money Inflation in France (1896), Andrew D. White rileva in questo contesto:

«il vecchio grido di una “scarsità del medium di circolazione” non venne placato; apparve non molto tempo dopo ogni emissione, non importa quanto grande. Ma ogni studente di storia finanziaria sa che questo grido viene sempre dopo tali emissioni (anzi, deve venire), a causa dell’obbedienza ad una legge naturale, l’ex scarsità, o meglio l’insufficienza di moneta ricorre non appena i prezzi vengono regolati al nuovo volume, e arriva qualche piccolo rilancio del business con il consueto aumento del credito».[3]

In considerazione della catastrofe economica causata dall’iperinflazione, quale diretta conseguenza di sempre maggiori emissioni di carta moneta non sostenuta, White osserva:

«L’acuta sofferenza da naufragio e rovina portata dagli assignats, mandats e dall’altra cartamoneta nel processo di ripudio perdurò quasi dieci anni, ma il periodo di recupero impiegò più a lungo rispetto alla generazione che ne seguì. Richiese pienamente quarant’anni per portare il capitale, l’industria, il commercio e il credito fino alla loro condizione quando la rivoluzione iniziò, e richiese un “uomo a cavallo” che stabilì la monarchia sulle rovine della Repubblica e buttò via milioni di vite per l’Impero, da aggiungere ai milioni che furono sacrificati dalla Rivoluzione».[4]

Dal punto di vista politico-economico, l’idea che l’elicottero monetario possa essere utilizzato con saggezza sembra illusorio. Suggerendolo, ad un certo punto può trasformare l’euro in un elicottero monetario, la Bce è entrata in un pendio scivoloso: l’istituzione dell’elicottero monetario potrebbe rivelarsi pericolosa e forse anche un colpo fatale alla già fragile architettura politico-economica dell’euro.

 

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Note

[1] Per una ulteriore spiegazione si veda Ludwig von Mises (1953), The Theory of Money and Credit, parte 2, capitolo 2 (II) §8, pagg. 137-145, specialmente pagg. 141-143.

[2] Ciò significa che i prezzi risultano essere più elevati rispetto a una situazione in cui la quantità di

moneta era rimasta invariata.

[3] A.D. White (1933 [1896]), Fiat Money Inflation in France, How It Came, What It Brought, and How It Ended (D. Appleton-Century Company: New York, London), pag. 46.

[4] Ibid., pag. 62.

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Il vero costo della redditività aziendale: l’insostenibile burnout della “classe professionale”

Lun, 25/04/2016 - 09:17

Ciò che nessun analista finanziario osa confessare è che i profitti aziendali che acclama ogni quarto d’ora sono prodotti ad un costo che molti Americani saranno presto incapaci di sopportare.

Se lavori per Corporate America in una mansione manageriale o professionale, sai tutto del burnout, perché lo vedi intorno a te o perché lo stai sperimentando tu stesso. I lettori descrivono ciò che stanno vedendo nella classifica delle prime 500 aziende di S&P e tutte le storie (anonime perché tutti sanno che la verità li porterà al licenziamento) riguardano gli alti costi personali da sostenere per guadagnare alti stipendi “facendo” i numeri: non solo i ricavi, ma tutti gli importanti profitti che alimentano le multi-miliardarie valutazioni delle aziende americane ed i mercati finanziari che gioiscono nella loro magnificenza e nei loro profitti sempre crescenti.

Corporate America dipende da questa categoria professionale che consegue i propri stupendi profitti: gli avvocati, i medici e gli infermieri che producono tutto lavoro fatturabile; i contabili che o falsificano le carte o guardano dall’altra parte quando gli altri manipolano i bilanci per rendere la compagnia più redditizia di quanto non lo sia già; i managers che spremono i lavoratori per produrre di più, gli ingegneri di software ed i project managers che sono sempre sotto scadenza e sempre pressati per ottimizzare il tempo; i procacciatori di Wall Street che devono assumere integratori ed altri pericolosi stimolanti per lavorare 70-80 ore a settimana, settimana dopo settimana; i moltissimi dipendenti da antidolorifico o altre medicine per gestire i propri dolori fisici e psicologici; i genitori che lavorano e le cui vite familiari stanno implodendo sotto le richieste dei loro datori di lavoro; gli assistenti sociali caricati con sempre maggiori pesi … gli esempi sono infiniti.

Anche se non fai parte di questa categoria professionale, vedi il burnout intorno a te: le persone esaurite da distruttivi tragitti fino al lavoro, il destreggiarsi fra due lavori, piccoli imprenditori che ricorrono all’auto-sfruttamento lavorando orari assurdi per poco denaro (o addirittura nulla) solo per mantenere viva la propria impresa (ed il sogno di auto-impiego).

Ciò che nessun analista finanziario osa confessare è che i profitti aziendali che acclama ogni quarto d’ora sono prodotti ad un costo che molti Americani saranno presto incapaci di sopportare. Milioni di addetti altamente specializzati ed indispensabili di Corporate America – dai medici ed infermieri ai top manager e tecnologi esperti – stanno tutti programmando di smettere, andare in pensione, ridurre l’orario o presentare un reclamo per lo stipendio a causa dello stress legato al loro lavoro.

C’è un numero crescente di letteratura medica e di management sul burnout occupazionale: link dell’articolo.

Un numero sempre maggiore di dati suggerisce che il burnout è clinicamente e nosologicamente simile alla depressione. In uno studio, che ha comparato direttamente i sintomi depressivi in lavoratori in burnout e pazienti clinicamente depressi, non è stata trovata nessuna significativa differenza diagnostica fra i due gruppi: i lavoratori in burnout riportavano tanti sintomi depressivi quanto i clinicamente depressi.

Sebbene nessuno ha l’ardire di collegare i crescenti carichi di lavoro ed i profitti aziendali, non è una coincidenza che i profitti delle aziende statunitensi siano cresciute non solo quando la produzione è stata portata all’estero ed è iniziata la finanziarizzazione, ma anche quando i carichi di lavoro sono cresciuti ed il “work-life balance” è diventato un parolone per ciò che non era più possibile?

 

Molte persone stanno lodando gli sforzi delle aziende per alleviare lo stress sul luogo di lavoro con sedute di yoga e cose simili. Lo definisco B.S.: quello che le persone vogliono è meno pressione, più tempo con le prprie famiglie ed essere trattate come esseri umani invece che unità di produzione intercambiabili. Le lezioni di yoga e le occasionali feste aziendali non suppliscono certo a queste necessità.

Immagina cosa accade quando cadono i profitti aziendali. Si trovano a perdere molti soldi tutte le persone ricche al top della piramide: i dirigenti che confidano negli enormi guadagni derivanti dalle stock options, i fondi di investimento hedge che hanno scommesso tutto sulla sovraperformance di un’azienda ed i grandi investitori istituzionali proprietari delle azioni della compagnia.

Non stupisce dunque che la pressione sulla categoria manageriale sia così continua ed intensa: l’intera traballante struttura della ricchezza nel mercato finanziario americano è sul punto di collassare non appena si crea un buco nei profitti.

Ci sono alcuni modi per uscire dal burnout che coinvolge la Corporate America, ma ognuno di essi ha il proprio trade-off ed il proprio costo. Uno è il prepensionamento, un altro è il prepensionamento più un piccolo lavoro part-time non stressante. Un altro ancora è l’auto-impiego nell’economia non finanziaria (link) oppure in altri settori aperti all’auto-impiego.

L’indipendenza finanziaria è il Sogno Americano perché ci offre la libertà di dire Prendi questo lavoro e tienitelo.

Sfortunatamente, i costi per avviare una piccola attività stanno crescendo a causa delle tasse inique dei governi locali, delle imposte più alte, dell’aumento dei costi di assicurazione sanitaria, etc.

Link

Link

Molti profughi della Corporate America vorrebbero uscire domani, ma quando guardano alle alternative, vedono il loro reddito passare da 90.000/100.000$ a 30.000$ o meno fuori dalle fortezze della Corporate America e del Governo.

Questo significa un ripensamento completo della struttura dei costi di una famiglia: pagare tutti i debiti, ridimensionare le spese non di centinaia ma di migliaia di dollari e trovare dei modi per sviluppare flussi multipli di reddito che una famiglia ha e controlla.

Può essere fatto, ma richiede una rivoluzione nella comprensione e nella organizzazione finanziaria. I lettori affezionati sanno che questo è ciò che ho scritto da dieci anni nel blog e nel libro Trova un lavoro, Costruisci una vera carriera e sfida un’economia sconcertante, che può essere letto anche come manuale per principianti da chi sta cercando un’opportunità di auto-impiego.

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Austrografia

Ven, 22/04/2016 - 09:46

Il mio primo approccio con la scuola austriaca di economia risale ai mesi di gennaio e febbraio 2010. Incuriosito dalla crisi in atto e cercando di capire i perché più profondi di questa, smanettavo su internet alla ricerca di qualche spunto interessante. Certo, durante il mio percorso di studi universitari avevo studiato la materia economica, ma quello che avevo appresso mi era apparso da subito lacunoso dinanzi alle problematiche che stavano poco alla volta emergendo.

La lettura di Usemlab di Francesco Carbone ha rappresentato la porta d’ingresso verso un mondo fino ad allora a me sconosciuto: l’università, infatti, non mi aveva accennato nemmeno l’esistenza di una cosiddetta scuola austriaca di economia, ed una volta che ne venni a conoscenza compresi neanche troppo gradualmente il perché.

Dopo Usemlab venne Rischio Calcolato, Ideas Have a Consequences, Freedonia, etc, ma soprattutto i libri dei grandi esponenti di questa scuola.

Con il tempo, i nomi di von Mises, von Hayek, Rothbard, Menger, Bruno Leoni, solo per citarne alcuni, mi divennero familiari ed aprirono i miei occhi sul reale modus operandi del processo economico. Questi stessi nomi, nel contempo, mi aiutarono a comprendere che il testo di riferimento dei miei studi economici, vale a dire Economics di Paul A. Samuelson e William D. Nordhaus, non era, come da più di cinquanta anni asseriva il mondo accademico, perlomeno quello più in vista, una mirabile sintesi di tutte quelle verità che la scienza economica era riuscita ad individuare sino a quel momento, ma un insieme di parole che era bene leggere solamente per sottoporle in seguito ad una devastante critica.

Definire la scuola austriaca meramente come una scuola di pensiero economico è piuttosto riduttivo: essa è più ampiamente una logica ed una epistemologia che si pone a difesa della libertà e della dignità della persona umana. Libertà che si realizza pienamente nel momento in cui ogni individuo può agire in assenza di impedimenti, con gli unici vincoli rappresentati dal rispetto dei diritti di proprietà e di auto-proprietà altrui. Proprietà sulle cose che si acquisisce tramite prima fruizione o attraverso scambi volontari.

L’insegnamento principale che condivide chiunque si sente di appartenere a questa scuola di pensiero è quello secondo il quale per raggiungere il più vasto benessere materiale e per la realizzazione dei fini individuali più vari occorre servirsi del libero processo di mobilitazione di risorse e di conoscenze, meglio noto come ordine esteso di libero mercato. Non esiste “austriaco”, infatti, che non possa condividere questo fondamentale insegnamento.

All’interno di questo insegnamento, non ho la pretesa però di costituire un’etica oggettiva che affermi il valore preminente della libertà in termini assoluti, piuttosto sostengo la libertà sempre in relazione a qualcos’altro. Vorrei poter sostenere la società libera su valori e diritti oggettivamente fondati, ossia che non richiedono alcun confronto perché leggi umane che trovano il proprio fondamento in proposizioni descrittive. Tuttavia, in ossequio alla cosiddetta legge di Hume, non è logicamente possibile derivare proposizioni prescrittive partendo da proposizioni unicamente descrittive.

La proposizioni descrittive ci consegnano informazioni sul mondo vere o false che non necessitano per essere approvate (come, ad esempio, la frase: “quella finestra è aperta”) di ragionamenti deduttivi, esprimenti una relazione od una affermazione nuova. Esse, dunque, sono proposizioni a carattere universale in sé e per sé, cioè che non richiedono per essere accettate una decisione umana.

Le proposizioni prescrittive (come ad esempio, “non uccidere e non rubare perché sono azioni sbagliate”) richiedono, invece, per essere accettate una serie di ragionamenti consequenzialisti i quali implicano delle valutazioni psichiche e conseguentemente delle decisioni umane. Ciò significa che tali proposizioni non possono contenere un carattere universale in sé e per sé, ma la loro universalità dipende dalla stima che ne fanno gli esseri umani.

In sintesi, so di non poter andare oltre la constatazione che i fatti umani in quanto tali non hanno senso e che questi fatti acquisiscono senso soltanto mediante le nostre decisioni. So che le scienze, non solo quella naturali ma anche quella sociali come l’economia, non sono in grado di generare etica.

I fini sono sempre soggettivi come i valori che li sottintendono. I giudizi di valore, quindi, esprimono sempre delle preferenze di carattere soggettivo e non oggettivo. Vorrei poter affermare che il diritto alla proprietà privata ed alla auto-proprietà sono cose buone e giuste perché derivanti da un ordine di leggi naturali suscettibili di essere scoperte dalla ragione. Tuttavia, più umilmente, essendo solo un essere umano e perciò non in grado di accedere a dei criteri per valutare in maniera oggettiva dei giudizi di valore, mi devo limitare ad affermare che il diritto alla proprietà privata ed alla auto-proprietà sono cose buone e giuste poiché rappresentano quei presupposti capaci di assecondare meglio il più vasto benessere materiale e il più alto numero di preferenze individuali.

Asserito quanto, sono però convinto che, accanto al rispetto dei diritti di proprietà ed auto proprietà, l’osservanza, in linea generale, di una certa altra moralità consistente in alcuni sentimenti i quali, facendomi sentire il resto dell’umanità e del creato come una parte integrante di me stesso, mi spingono ad aiutare il prossimo anche qualora non si ottenga alcun vantaggio materiale diretto dal far questo, non può che giovare all’ordine esteso di libero mercato, giacché ciò finisce per evitare, in un senso più ampio, la possibilità dello scatenarsi di ostilità; assenza di ostilità che è elemento indispensabile affinché il libero mercato possa sviluppare tutti i suoi effetti.

Se c’è uno sconosciuto a terra bisognoso del mio aiuto, i miei diritti di proprietà e di auto-proprietà non mi obbligano né ad aiutare né a non aiutare questa persona. Ciò nonostante, il riconoscere che la difficoltà vissuta in quell’istante da quella persona un giorno potrebbe essere anche la mia, mi persuade a prestargli attenzione e soccorso.

Tuttavia, seppur riconosca valore positivo a quest’altra moralità, sto allo stesso tempo attento a non mettere questa aprioristicamente dinanzi alle leggi universali che governano l’economia. In tal senso, non solo il rispetto dei diritti di proprietà e di auto-proprietà altrui ma anche quest’altra moralità nasce come frutto di una serie di convenzioni e, dunque, non come una considerazione a priori.

Ciascun essere umano, di volta in volta, dovrebbe decidere autonomamente quale limite raggiungere con quest’altra moralità e gli altri dovrebbero rispettare tali decisioni. Di conseguenza, se si accoglie tale visione, il comportamento di chi cerca di andare oltre a quello che l’altro ha deciso volontariamente essere il suo limite non può essere legittimamente tollerato.

Per quanto concerne la dimensione economica della vita, c’è necessariamente da dire inoltre che questa non ha come base ultima il desiderio di ricchezza, bensì la condizione di scarsità delle risorse reali. Infatti, il desiderio di ottenere in ogni situazione un guadagno economico maggiore rispetto ad uno minore può essere anche soppresso (ad esempio, a fronte di un guadagno economico maggiore, qualcuno potrà sempre preferire la preservazione di un rapporto affettivo), ma la condizione di scarsità delle risorse reali, invece, non lo potrà mai essere. Non esiste utopia, prescrizione legislativa o morale che possa abbattere tale condizione.

L’essere consapevole e rispettoso delle reali fondamenta della dimensione economica dell’esistenza umana mi induce ad auto-definirmi come un utilitarista. Utilitarista, non perché smanioso in ogni caso e nonostante tutto di aumentare i miei possedimenti materiali, ma perché perfettamente conscio che sono i mezzi e non i fini ultimi dell’azione ad essere economici e conseguentemente perché perfettamente conscio che ogni scelta comporta da qualche parte un sacrificio.

Il processo di mobilitazione di risorse e di conoscenze senza l’uso o la minaccia d’uso della forza dovrebbe essere universalmente inteso da tutti gli esseri umani come il migliore dei procedimenti sociali possibili, giacché consente di scoprire continuamente fatti che, senza di esso, nessuno conoscerebbe o utilizzerebbe. Tuttavia, dobbiamo prendere atto che tale processo, anche nelle migliori delle ipotesi, non è in grado farci pervenire alla massimizzazione in senso stretto di un qualche risultato misurabile, ma più semplicemente riesce a condurre, in condizioni favorevoli, all’utilizzo di maggiori capacità e conoscenze rispetto a qualsiasi altra procedura sociale di umana ideazione. Non siamo, pertanto, capaci di porre in essere una massimizzazione in senso stretto del prodotto globale effettivo dell’economia e della possibilità media di tutti, ma capaci di porre in essere una continua economizzazione di questi due aspetti, seguendo i precetti dell’ordine esteso di libero mercato, questo senz’altro sì.

Sostenere l’idea della massimizzazione in senso stretto ci porta necessariamente a ipotizzare che l’uomo, se posto in determinate condizioni, possa divenire ottimizzatore in qualunque istante della funzione di utilità, ma ciò è assai lontano dalla realtà dei fatti, dato che gli individui non conoscono in anticipo tutti gli esiti che le loro azioni alimentano.

Possiamo avere una conoscenza rilevante per quello che riguarda gli scopi che intendiamo raggiungere ed i mezzi in nostro possesso, ma non possiamo avere una conoscenza rilevante per quello che riguarda tutto ciò che giace e soggiace nell’ambito dell’ordine complessivo. Le relazioni con gli altri e con il mondo esterno sono per ciascuno di noi piene di punti oscuri ed è per questo motivo che la vita, nella sua essenza, rappresenta un viaggio esplorativo verso l’ignoto ed un procedimento di continua correzione dei nostri errori. In ogni caso, ciascun singolo individuo possiede conoscenze sulle proprie specifiche circostanze di tempo e di luogo superiori a qualsiasi altro soggetto e tutte queste conoscenze possono essere utilizzate “al meglio” solo se le decisioni che dipendono da queste vengono prese da chi le detiene o con la sua attiva collaborazione.

Se potessimo accedere a tutte le conoscenze rilevanti in anticipo, l’uomo sarebbe un illuminato calcolatore non tormentato dall’incertezza, dalle paure e dalle angosce e capace contemporaneamente di azzeccare ogni decisione e previsione, anche le più minimali.

Da tutto ciò deriva che il processo sociale possiede carattere prevalentemente ateologico. Gli individui nel loro agire accanto agli obiettivi consapevolmente perseguiti, o addirittura al posto di questi, generano un continuo flusso di conseguenze inintenzionali.

Seguendo il tracciato dell’individualismo metodologico:

ogni azione è riconducibile ad un’azione individuale, poiché gli individui sono le sole unità realmente esistenti del mondo sociale e i cosiddetti organismi collettivi altro non sono che costrutti mentali, concetti ausiliari utili alla comunicazione scritta e parlata degli individui; ogni azione individuale genera esiti alcuni dei quali, se non tutti, possono essere non voluti; i fenomeni sociali (come le norme legislative, i canoni morali, i prezzi, e le istituzioni) nascono, di regola, dall’involontario risultato di un’attività volta alla ricerca di un interesse individuale, visto che, sebbene siano il risultato di decisioni prese da un certo numero di persone, non sono stati tuttavia coscientemente e deliberatamente progettati da nessuno.

La spiegazione a mano invisibile di come normalmente nascono i fenomeni sociali rappresenta, pertanto, l’ovvio approdo dell’individualismo metodologico. A loro volta, individualismo metodologico e processo a mano invisibile non possono che avere come necessario sfondo la teoria evoluzionistica. L’azione umana è carattere proprio della mente di ciascuno. L’assioma dell’azione umana, secondo il quale ognuno di noi con le proprie azioni sceglie dei mezzi per raggiungere determinati fini soggettivi, si confronta quotidianamente con l’esperienza fattuale, generando così un procedimento di condizionamento vicendevole.

Affermare la prevalenza di un ordine inintenzionale non sottintende che l’essere umano sia caratterizzato da una mancanza di consapevolezza. Tutte le azioni umane sono volte ad un fine. Di conseguenza, l’uomo non può essere scusato per il fine che persegue. Tuttavia, ciò non significa che nel perseguire quel determinato fine non si possano generare a cascata delle conseguenze inintenzionali, dato che nessuno è in possesso di quella conoscenza rilevante che concerne l’ordine complessivo, conoscenza che permetterebbe di programmare con estrema esattezza il futuro, ma che è inaccessibile ad ogni uomo in quanto essere imperfetto.

Chiaramente, se ci si prefigge di realizzare dei mutamenti sociali che perfezionino e migliorino la qualità della vita e delle cose esistenti, non si può fare affidamento esclusivamente sulle conseguenze inintenzionali; per far questo, occorre necessariamente anche forza di volontà, preparazione tecnica e scientifica. Ma pensare di poter eliminare queste conseguenze oppure di coartarle forzosamente secondo il volere di un determinato punto di vista, ci fa sfociare nell’iperrazionalismo, vale a dire nell’assegnare un’infinita quanto illusoria fiducia nelle capacità della razionalità umana di poter plasmare a proprio piacimento i fenomeni sociali.

Deficit di bilancio permanenti, inflazione cronica, quote tendenzialmente crescenti dell’economia nazionale direttamente od indirettamente in mano al settore pubblico, continue malversazioni sulla proprietà privata degli individui, persistenti domande di politiche dei redditi, imposizioni tributarie che in alcuni casi rappresentano delle vere e proprie istigazioni al suicidio, organizzazioni statali assunte come depositarie di assolute verità morali, istituzioni religiose solitamente incapaci di dare dei messaggi che vadano oltre dei meri luoghi comuni. A questo si è, al momento, sostanzialmente ridotto il nostro Occidente. Tragedia, non trionfo.

Tutto ciò è il risultato estremo del sistema di pianificazione centrale del capitalismo, sistema anche noto con il nome di interventismo.

Tale sistema consente l’esistenza nominale di un regime di diritti di proprietà privata ma cerca di evitare i presunti eccessi del capitalismo tramite forme di dirigismo.

Finché i diritti di proprietà privata non vengono lesi oltre un certo limite, gli effetti positivi che l’economia riuscirà a generare risulteranno essere quantitativamente maggiori rispetto a quelli negativi. Allorché si oltrepassa quel certo limite, ovviamente, gli effetti negativi avranno la meglio su quelli positivi.

Nel momento in cui si oltrepassa quel certo limite, si instaura inevitabilmente un meccanismo perverso: gli interventi dello Stato per cercare di aggiustare quegli squilibri che lo stesso Stato con le sue decisioni arbitrarie ha in precedenza creato, lungi dal risolvere i problemi, finiscono per dirottare l’intero apparato produttivo e distributivo verso una totale pianificazione centrale. Poco alla volta, il sistema di libera impresa viene annichilito da politica e burocrazia. Le risultanti frizioni e strozzature, infatti, vengono successivamente attribuite, esplicitamente o implicitamente, ai diritti dei singoli sulle loro proprietà e ciò, in ultimo, viene utilizzato per imporre argomenti a favore di ulteriori restrizioni e regolamentazioni.

Questo meccanismo perverso, pertanto, viene portato avanti dalle autorità centrali non soltanto attraverso l’uso della forza o la minaccia d’uso della forza, ma anche e forse soprattutto attraverso la strumentalizzazione del linguaggio: individualista non è più colui che cerca di sottrarsi al conformismo, bensì colui che si comporta come un bieco egoista; l’imposizione tributaria non è più una discutibile pratica sociale coercitiva, bensì una pratica sociale assolutamente necessaria se si vuole affermare poi il benessere generale; l’inflazione non è più la falsificazione del rapporto tra risorse reali messe volontariamente a disposizione dagli agenti economici ed offerta di intermediari dello scambio, o, in altri termini, un eccesso di intermediari dello scambio sulla domanda, bensì un mero effetto di tutto ciò, ossia un aumento del livello generale dei prezzi.

Proprio per evitare di cadere sotto i colpi di tale strumentalizzazione, il sottoscritto ha deciso di non usare più il termine capitalismo per indicare quel processo economico contraddistinto da una libera mobilitazione delle risorse e delle conoscenze, un termine ormai “sputtanato” da anni di propaganda statalista. Al suo posto utilizzo la terminologia ordine esteso di libero mercato, oppure più semplicemente libero mercato.

Il pensiero, se vuole centrare l’obiettivo di essere adeguatamente compreso, deve sempre tener conto delle parole con cui vuole manifestarsi e del significato corrente di queste parole. Per questo motivo, se la maggior parte della gente non lega più il termine capitalismo con le parole libertà e cooperazione sociale volontaria, meglio sostituire la parola capitalismo con altri vocaboli più adeguati alla situazione vigente.

Alla base di questo processo degenerativo che conduce l’umanità verso forme di cattivo universalismo o verso forme di cattivo patriottismo, due facce della stessa medaglia, vi è sempre il monopolio sull’emissione monetaria e la centralizzazione della riserva bancaria. Per mezzo di queste, le autorità centrali sono in grado di porre in essere una gestione della massa monetaria prevalentemente irrazionale dal punto di vista economico, con lo scopo di alimentare il potere dell’organizzazione statale e dei gruppi privati ad essa contigui in modo occulto.

Il monopolio sull’emissione monetaria e l’assenza di una vera libertà bancaria consentono allo Stato di espandersi più di quanto non possa fare se dovesse ricorrere alla sola imposizione tributaria, giacché così operando si possono imporre al mercato o mantenere in circolazione (con abuso di autorità legale) forme patologiche di intermediari dello scambio. Lo Stato mediante o meno una banca centrale eccede nella creazione di moneta per acquisire risorse sociali aggiuntive a quelle che derivano dalla sola imposizione tributaria, dato che stampare denaro in questa maniera altro non è che una diversa modalità di imposizione: invece di privare le persone del loro denaro, si priva il denaro del suo potere di acquisto. In entrambi i casi, ciò viene fatto per avvantaggiare alcune persone a scapito di altre.

La crisi prevede che per riportare la direzione dell’economia stabilmente verso una tendenza all’equilibrio è necessario uno smantellamento di quella struttura produttiva che si è venuta a formare a seguito dell’eccesiva offerta di intermediari dello scambio; tale eccessiva offerta ha sicuramente anche attivato un processo continuato e prolungato di incremento non uniforme dei prezzi.

Assieme allo smantellamento di questa struttura produttiva, devono essere ridotte, se non addirittura cancellate quelle promesse fatte dagli Stati che si sono sviluppate anch’esse sotto il tepore della spinta inflazionistica.

Nel far ciò, tuttavia, è auspicabile non cadere nella tentazione di porre in essere una contrazione indiscriminata dell’offerta di intermediari dello scambio. Infatti, lo scoppio della crisi produce con sé un aumento della domanda di moneta e qualora si giungesse ad una contrazione che ponesse l’offerta di moneta (largamente) al di sotto della sua domanda le conseguenze per l’economia sarebbero assai nefaste soprattutto sotto il profilo della disoccupazione involontaria.

Infatti, in assenza di un meccanismo di compensazione interbancaria, un disequilibrio fra domanda ed offerta di moneta viene corretto attraverso una variazione dei prezzi. Ma tale meccanismo di adeguamento implica effetti negativi, poiché quando l’adeguamento avviene al rialzo la crescita dei prezzi non è mai uniforme e si vengono a costituire strutture della produzione insostenibili, quando, invece, è al ribasso l’eventuale ma allo stesso tempo molto probabile resistenza verso il basso a tale pressione di alcuni prezzi dovuta ai più disparati motivi, direi soprattutto istituzionali, fa in modo che un certo numero di risorse umane rimanga involontariamente bloccata al di fuori della produzione della reale.

La trasmissione dell’informazione basata sul rispetto dei diritti di proprietà e di auto-proprietà e sul sistema dei prezzi rappresenta il meccanismo fulcro dell’ordine esteso di libero mercato. Il rispetto di tali diritti rappresenta l’elemento necessario della cooperazione sociale volontaria; una guida all’azione sociale che ci dice quello che obbligatoriamente non bisogna fare se vogliamo evitare di scatenare ostilità. Malgrado ciò, affinché una società possa essere non solo pacifica ma anche produttiva, occorre affiancare a questa guida necessaria, una guida all’azione sociale sufficiente, una guida che ci dica cosa bisogna fare per rispondere attivamente ai reciproci bisogni e alle preferenze di tutti. Questa seconda guida è il sistema dei prezzi.

La continua fluttuazione dei segnali di prezzo rende possibile il coordinamento spontaneo di progetti, in persistente cambiamento, di innumerevoli persone; persone che, in larghissima parte, tra di loro non si conoscono e nemmeno hanno mai effettuato una qualche comunicazione scritta o parlata. Certo, a volte tale coordinamento fallisce, e con esso la realizzazione di alcuni progetti, e questo avviene perché, come sopra si è esaustivamente esposto, nessun essere umano è in possesso di quella conoscenza rilevante circa l’ordine complessivo. Nonostante ciò, chi pensa che i progetti dei singoli individui possano essere meglio coordinati tra di loro per mezzo di una struttura sociale deliberatamente pianificata che forza i diritti di proprietà e di auto-proprietà e deforma il sistema segnaletico dei prezzi, verrà progressivamente smentito dai fatti. Maggiore sarà l’estensione e l’intensità di tale pianificazione, maggiore sarà l’impoverimento diffuso, il numero dei fallimenti, la corruzione e la servitù.

Si può difendere l’ordine esteso di libero mercato in diverse maniere. A mio avviso, va principalmente difeso perché consente ad una parte tendenzialmente sempre più nutrita dell’umanità la possibilità di condurre delle vite che possano definirsi in qualche modo significative.

Poiché essere imperfetto, l’uomo non può che proiettare in taluna misura questa sua imperfezione nelle azioni e nelle relazioni che continuamente implementa. Tuttavia, se lasciati liberi di agire nel rispetto di quei diritti qui più volte menzionati, gli esseri umani, nel loro complesso, riescono a conseguire più di quanto una singola mente umana potrebbe mai progettare o prevedere.

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La “presunzione intellettuale” e la diffusione delle idee keynesiane nonostante il loro evidente fallimento

Mer, 20/04/2016 - 09:34

Se si affronta il successo e la diffusione delle idee keynesiane fra gli intellettuali da un punto di vista utilitarista è evidente la convergenza di interesse fra ceto politico e ceto intellettuale: i politici hanno bisogno di una qualche giustificazione da dare alle masse per aumentare l’intermediazione di risorse economiche e gli intellettuali agiscono da ufficio marketing ricavandone compensi. Naturalmente i compensi non sono solo di natura economica, ma anche in termini di prestigio (premi, passaggi in tv, incarichi, ecc.) e di potere. Il riconoscimento pubblico fa sempre piacere ed essere consigliere del principe o addirittura nella stanza dei bottoni non lascia certamente indifferenti. Quanti “professori” hanno avuto cariche pubbliche?

Ci sono altri aspetti che forse sono preponderanti e che in ogni caso incidono in maniera importante a fianco dell’aspetto utilitarista. Il principale di questi lo potremmo denominare la “presunzione dell’intellettuale”, ovvero la convinzione che dalla “maggior cultura acquisita” discenda automaticamente il ruolo di guida della vita altrui a cui insegnare cosa è giusto e cosa è sbagliato. Quanti laureati che non hanno mai letto un quotidiano o un libro in più rispetto a quelli scolastici si gonfiano per la loro presunta cultura superiore? E quale migliore strumento dello Stato per dettare le regole a cui ci si deve attenere?

Ovviamente in questa presunzione c’è buona fede e non volontà di potenza, ma gli effetti sono gli stessi. Quest’idea è supportata da un positivismo mai veramente scomparso, altrimenti non si spiegherebbe come mai le cosiddette scienze sociali tendono a scimmiottare le metodologie delle scienze “dure”. Il successo di scienze come matematica, fisica, chimica ha infatti innescato un processo di imitazione da parte delle altre scienze, che ha determinato l’affermarsi di teorie che da un lato prevedono una “matematizzazione” e dall’altro la possibilità di modificare la realtà dall’alto, con meccanismi di cause ed effetto. Il meccanicismo di Cartesio è di fatto esteso all’uomo e non a caso a volte è capitato di leggere l’espressione “ingegneria sociale”. L’idea è, che si possano indurre delle conseguenze desiderate nella società, intervenendo su alcuni aspetti della realtà come se si stesse regolando o modificando un dispositivo meccanico. Naturalmente le “statistiche dei fenomeni sociali” su cui si basa la matematizzazione delle scienze sociali sono ben diverse dalla raccolta dati di un fenomeno fisico. Da un lato una serie storica che si presume possa ripetersi più o meno allo stesso modo, dall’altro numeri ripetibili sotto le stesse condizioni.

L’economia, come le altre scienze, non ha potuto non essere coinvolta in questo processo di “scientificazione” e anzi, più di altre, perché tratta di fenomeni come i prezzi che si esprimono sotto forma numerica. Da ciò discende un’importante conseguenza. Se le leggi dell’economia si possono esprimere tramite equazioni matematiche, per quante complesse, è evidente la tentazione e la convinzione che basti manipolarne un po’ i coefficienti per ottenere i risultati desiderati.

La scuola austriaca di economia rifiutando la matematizzazione e confidando nell’ordine spontaneo di mercato si pone fuori dai paradigmi oggi dominanti. Per quanto, affrontando razionalmente le questioni, è lampante il fallimento delle politiche keynesiane, la scuola austriaca deve fare uno sforzo enorme per poter emergere contro i paradigmi dominanti. Di fatto, per un’economista formatosi nelle università, si tratterebbe di rivedere tutto quello imparato in anni di studio. Ma cosa più determinante, l’affidarsi ai meccanismi di mercato non solo toglie ogni giustificazione all’intervento del potere politico, ma riduce il ruolo di guida dell’intellettuale.

In conclusione, per quanto la realtà dia ragione a politiche economiche liberiste e in particolare alla scuola austriaca di economia, c’è un mondo intellettuale che si rifiuta di vedere la realtà, ancorato ai suoi paradigmi e al suo ruolo di guida e di consigliere del principe.

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Il denaro sarà digitale, ma sarà libero?

Lun, 18/04/2016 - 09:25

Il Bitcoin ci offre uno sguardo sul futuro del denaro – una forma di denaro puramente digitale che è individuale, privato, globale, e libero (non nel senso di gratuito). Il Bitcoin spesso è confrontato con il sistema bancario esistente, contrapponendo le sue proprietà futuristiche con il mondo lento, antiquato e obsoleto dei bonifici, degli assegni, degli “orari bancari” e delle limitazioni.

Ma il futuro non sarà una scelta tra il “denaro tradizionale” e la criptomoneta. Sarà invece una scelta tra due visioni in competizione della moneta digitale: una basata sulla libertà e sulla scelta, l’altra basata sul controllo e sulla sorveglianza, un sistema totalitario distopico di controllo cui nessuno può sfuggire.

Ora siamo al bivio tra queste due opzioni e siamo chiamati a scegliere il futuro del denaro con saggezza.

Il contante, gli assegni e altre forme di moneta tangibile gradualmente sono andati svanendo negli ultimi decenni. Ora ci stiamo spostando rapidamente verso una società senza contante dove tutto il denaro è solo digitale. Nel passato i pagamenti in contanti erano abituali e graditi; le transazioni a credito erano viste con sospetto. Ma da quando siamo entrati in una società basata sul debito, l‘anomalia è diventato il contante. La scritta ‘per tutti i debiti pubblici o privati’ (Ndt: si riferisce alle due frasi stampate sul dollaro, ‘noi confidiamo in dio’ e ‘questa banconota è mezzo legale di pagamento per tutti i debiti pubblici o privati’) non suona più vera. Oggi, se provi a comprare un’automobile in contanti, sarai trattato con estremo sospetto. Grandi quantità di contante vengono associate ad attività criminali e la dimensione di ‘grandi’ diventa ogni giorno più piccola. Questa è la maniera con cui arrivare ad una società senza contanti: rendere il contante sospetto in sé, quindi criminale.

La transizione dal contante al denaro digitale non è solo un cambiamento di forma. È un passaggio da transazioni che sono private, da persona a persona e decentralizzate, a transazioni che sono monitorate, intermediate e sotto controllo centralizzato. Negli ultimi due decenni, i pagamenti digitali sono diventati uno strumento sempre più potente di sorveglianza. I cittadini che si preoccupano del monitoraggio del loro governo sulle proprie telefonate, allo stesso tempo sono ignari del fatto che ogni transazione che fanno con una carta di plastica o tramite una rete di pagamenti online può essere esaminata senza alcun sospetto che questa sia un crimine, senza garanzie o alcuna forma di supervisione giudiziale. Molti governi nazionali, sotto la pressione delle leggi antiterrorismo, hanno implementato i propri sforzi legislativi e le loro agenzie di intelligence, con accesso illimitato ai dati finanziari. Non dovrebbe sorprendervi sapere che questi poteri sono usati sempre più ampiamente ogni giorno che passa, sempre più allontanandosi dagli scopi dichiarati inizialmente.

In che strano mondo viviamo oggi. La sorveglianza totale di ogni transazione per tutti i cittadini, senza alcun fondamento o sospetto, non è solo considerata normale, ma presentata come un valore, una forma di patriottismo. Usare il contante o desiderare di tutelare la tua riservatezza finanziaria è intrinsecamente sospetto, una posizione radicale, vicina ad essere considerata criminale.

Un futuro dove tutti i pagamenti sono tracciabili è terrificante, ma un mondo con un controllo centralizzato sulle transazioni sarebbe persino peggio. Il denaro digitale con il controllo centralizzato significa lo sradicamento della proprietà privata dall’essere un diritto. Invece, il tuo denaro esiste solo come un inserimento in un database, dove il saldo è controllato interamente da una parte estranea.

Gestendo le reti di pagamento, un governo ha il controllo effettivo su tutti i partecipanti, incluse le banche, le società e gli individui. Già oggi, le banche vengono costrette ad adottare una blacklist finanziaria globale per paura di essere disconnesse dalle reti come la ‘Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (SWIFT)’ e la ‘Automated Clearing House (ACH)’. Questa rete di controllo si sta espandendo ed è usata sempre più frequentemente come arma geopolitica.

Il futuro delle valute digitali centralizzate renderà questo controllo finalmente facile da compiere a livello individuale. Partecipi alla protesta “sbagliata”? Il saldo del tuo conto è azzerato. Hai comprato un libro sospetto? Aspettati una visitina della polizia. Hai disturbato qualcuno al potere? Possono rovistare tra tutte le tue transazioni fino a trovarti qualcosa di abbastanza consistente che tu possa temere di perdere.

I tuoi movimenti possono essere tracciati, i tuoi amici identificati, le tue affiliazioni a gruppi politici analizzate ed incrociate con le tue abitudini di lettura. Nessuna parte della tua vita resta riservata quando ogni forma di denaro è digitalizzata ed ogni transazione può essere tracciata, bloccata, sequestrata e cancellata. I risparmi di una vita sono tuoi solo finché non offendi qualcuno che ha potere. Quando il denaro è controllato centralmente, la proprietà di qualsiasi cosa diventa un privilegio che il governo può revocare. La proprietà non è un diritto inalienabile, ma una gentile concessione data a chi è acquiescente col sistema. La combinazione di sorveglianza sulle comunicazioni e completo controllo sul denaro porterà ad una tirannia dalla forza sconosciuta al mondo.

Le sorveglianza totalitaria del denaro è pericolosa per le istituzioni democratiche, e questo potere compromette il contratto sociale e corrompe chi è al potere. Non ci può essere autodeterminazione, libertà di espressione, di associazione o di coscienza in una società dove ogni centesimo che spendi è monitorato e controllato.

Anche se pensi che il tuo governo sia benevolo ed userà questi poteri estremi solo contro “i terroristi”, vivrai sempre ad una elezione di distanza dal perdere le tue libertà. Anche i governi presunti benevoli nelle democrazie liberali stanno già usando il loro potere sul denaro per condizionare i giornalisti e gli oppositori politici, permettendo invece ai loro amici banchieri di finanziare tiranni, signori della guerra e milizie varie in giro per il mondo.

Il Bitcoin offre un futuro sostanzialmente diverso per il denaro. Il Bitcoin è contante digitale; le sue transazioni sono da persona a persona, private e decentralizzate. Il Bitcoin combina le migliori qualità del contante con la convenienza, la rapidità e la flessibilità di uno strumento digitale.

Il Bitcoin permette un futuro alternativo di libertà personale e riservatezza che spazza via gli sviluppi della sorveglianza statale degli ultimi decenni e reintroduce l’emancipazione finanziaria attraverso la matematica e la crittografia. Attraverso la sua rete globale e decentralizzata, il Bitcoin non offre nessun punto centrale di controllo, nessuna posizione di potere per attivare la censura, nessuna possibilità di sequestrare o congelare i fondi da parte di un terzo che non segua il dovuto processo, nessun controllo sui fondi in mancanza di accesso alle chiavi.

Mancando di un centro di controllo, il Bitcoin contrasta la centralizzazione. Mancando della concentrazione di potere, resiste al dominio totalitario. In mancanza di identificatori, promuove la riservatezza e rende impossibile una sorveglianza totale.

Trascurando i confini politici in quanto irrilevanti per la rete, il Bitcoin rifugge dal nazionalismo e dai giochi geopolitici. Disperdendo il potere, rafforza gli individui. Il Bitcoin è un protocollo di libero commercio, così come il protocollo di trasmissione di internet o il TCP/IP è un protocollo di libertà di parola. Il modello del Bitcoin può essere replicato per creare miriadi di diverse forme di denaro decentralizzato, tutte superiori al futuro distopico cui saremmo destinati in alternativa.

Potremo vivere in un mondo dove il denaro funziona come ogni altro strumento su internet, libero da controlli o interferenze. In un futuro digitale decentralizzato, il denaro sarà controllato dagli individui, la banca sarà una ‘app’, ed il governo sarà impotente nel fermare i flussi di denaro come lo è oggi nel fermare il flusso della verità.

In questo futuro, il denaro sarà uno strumento di liberazione dalla tirannia, una via di fuga dalle banche corrotte, un rifugio dalla iperinflazione. Da 4 a 6 miliardi di persone senza accesso ai servizi finanziari internazionali potranno evitare il sistema bancario e connettersi direttamente all’economia mondiale. Gli individui non dovranno scegliere tra il controllare il proprio denaro e partecipare alla rete finanziaria globale. Potranno unirsi alla finanza globale peer-to-peer, dove le terze parti fiduciarie e le file interminabili di banchieri ed intermediari saranno cose del passato.

Mentre il futuro del denaro è senza dubbio digitale, esso potrà prendere due forme radicalmente diverse. Potremmo vivere un panopticon finanziario, una camicia di forza di controllo e tirannia. Oppure potremmo vivere in una società aperta dove la nostra privacy sarà protetta dalla crittografia, non soggetta al capriccio di ogni piccolo burocrate – dove il nostro denaro digitale sarebbe globale, senza confini, anonimo e controllato dall’individuo. La scelta tra libertà e tirannia finanziaria è una scelta di fondo tra libertà e tirannia vere e proprie. Scegliamo la libertà finanziaria: scegliamo la libertà.

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