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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 59 min 4 sec fa

Perché la dipendenza economica dagli altri è una cosa buona

Lun, 20/04/2015 - 08:00

Nelle discussioni relative alle politiche pubbliche, le parole “indipendenza” e “dipendenza” appaiono frequentemente. Dato che l’ideologia politica americana è stata definita in molti modi dalla Dichiarazione d’Indipendenza, agli americani viene spontaneo pensare all’indipendenza come a qualcosa di positivo e alla dipendenza in senso opposto. Di conseguenza, proposte per implementare politiche statali che riducano la dipendenza dagli altri – in particolare, quella dal “petrolio estero” è la manifestazione più comune al momento – trovano spesso il favore del pubblico.

Sfortunatamente, le nostre idee circa della dipendenza e indipendenza nei contesti politici ed economici sono alquanto confuse.

La dipendenza economica è limitata dalla disponibilità di altre possibili scelte

La dipendenza economica non ha lo stesso significato della dipendenza politica. Ipotizziamo che vogliate acquistare degli prodotti da rivendere, successivamente, nel vostro negozio, e supponiamo che la miglior proposta di fornitura ricevuta fosse di 3 $, mentre la seconda miglior offerta ammontasse a 5 $. La libertà di scegliere l’opzione più conveniente corrisponde all’indipendenza economica: qualunque fornitore scegliate vi rende economicamente dipendenti da quel fornitore, nella fattispecie da quello più conveniente.

Supponiamo ancora che il grossista più costoso, quello dei prodotti venduti a 5 $, goda di un’ottima reputazione nel fornire dei prodotti di qualità e con estrema puntualità, ma decidete comunque di avvalervi dei servizi offerti dal grossista più conveniente, assumendo su di voi il rischio di che questi non interromperà la sua fornitura, che il prezzo non cambierà o, semplicemente, che non smetterà di vendere del tutto. In tal modo, diventate dipendenti dalle scelte del fornitore (quelle riguardanti le operazioni relative al suo business) e dalla sua continua disponibilità nel vendere a voi sempre al prezzo originario. Il vostro potenziale danno, o rischio, sono rappresentati dai 2 $ di differenza fra la prima e la seconda miglior offerta.

In altre parole, l’indipendenza economica – vale a dire il potere di scegliere fra diverse alternative – tipicamente si concreterà nel divenire, in qualche misura, dipendenti dal socio d’affari prescelto. Sicché, accettate il rischio di poter essere danneggiati da eventuali scostamenti dall’accordo originario (un’offerta a voi favorevole).

È importante, in ogni caso, comprendere i limiti dell’eventuale danno. Quando gli accordi sono volontari, la presenza sul mercato di altre offerte vantaggiose pone un limite superiore ai danni della dipendenza da un particolare socio d’affari. Nel nostro esempio, se i prodotti da 3 $ non fossero più disponibili, potreste rivolgervi al venditore che li offriva a 5 $. Grazie all’indipendenza economica è disponibile un’alternativa e il danno viene limitato ai 2 $ di differenza fra le due offerte. Perciò, il potenziale “danno” si manifesta nella misura in cui l’attuale guadagno acquisito da una partnership – scelta in relazione alle vostre alternative – possa essere ridotto o eliminato in futuro. Tuttavia, se si è liberi di scegliere fra dei venditori in libera concorrenza, la disponibilità di più accordi volontari con altre persone (ovverosia i grossi stessi) garantisce l’inconsistenza di ulteriori possibili “danni” oltre a quello testé rilevato.

La dipendenza politica non riguarda le scelte, ma la coercizione

La dipendenza statale si pone in forte contrasto con la dipendenza economica. Posto che i governi dispongono del potere di coercizione su di voi, gli stessi si attribuiscono la prerogativa di eliminare delle opzioni che altri attori economici vi offrirebbero volontariamente. Non solo possono sbarrare la strada alle migliori alternative che avete, ma sono capaci altresì di estromettere quelle che vi proteggerebbero da eventuali pericoli scaturenti dagli accordi volontari. Di fatto, possono eliminare ogni cosa. Come ebbe ad affermare superbamente Barry Goldwater: “Un governo abbastanza grande da darti tutto ciò che desideri, è abbastanza grande da portar via tutto ciò che hai”.

La dipendenza va bene, se volontaria

Ancorché l’indipendenza economica sia perfettamente compatibile con la dipendenza volontaria dai soci d’affari che ci offrono i maggiori benefici, la vera scelta non si limita a quella tra indipendenza e dipendenza; la vera scelta che dobbiamo affrontare è quella tra la dipendenza che risulta da accordi volontari e la dipendenza che consegue al controllo statale.

“L’indipendenza petrolifera” ed altre fallacie

È altresì importante notare che i tipici dibattiti sulla dipendenza, tra i quali “ridurre la nostra dipendenza dal petrolio estero”, si rivelano generalmente scuse fuorvianti al fine di imporre delle restrizioni politiche volte a  danneggiare i cittadini. Per esempio, il protezionismo venduto come una scelta fra i “buoni” produttori americani e i “cattivi” stranieri ignora il fatto che commerciamo con quelli stranieri perché sono più efficienti delle nostre alternative domestiche. Eliminare tali migliori opzioni rischia di deteriorare seriamente il benessere dei cittadini americani. Un modo migliore di comprendere i risultati di questo ragionamento è vederli come una cospirazione fra i produttori americani ed il governo per danneggiare i consumatori statunitensi ed i fornitori stranieri che offrono loro maggiori benefici.

Infine, va messo in discussione il modo in cui le argomentazioni relative alla dipendenza vengono solitamente incorniciate nel dibattito pubblico, cioè come se non esistesse mai il problema di dipendere da altri americani, ma sempre quantomeno un potenziale problema di dipendenza estera. Ci fidiamo davvero così tanto degli altri americani? Se così fosse, perché abbiamo così tante leggi e prigioni per scoraggiare i nostri vicini dal farci del male? In sostanza, la cosa migliore che possiamo fare per agevolare la fiducia posta nei nostri vicini domestici è negargli qualsiasi potere di coercizione nei nostri confronti; e la stessa difesa della proprietà su noi stessi ci consentirebbe, allo stesso modo, di fidarci dei nostri soci in affari non americani. Al contrario, il potere nocivo della coercizione statale, continuamente impiegata al servizio di qualcuno, non solo deve necessariamente danneggiare qualcun altro, ma ci pone totalmente in balìa dei nostri governanti, lasciandoci davvero pochi motivi per fare affidamento su di loro.

Articolo di Gary Galles su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

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Introduzione al FMI: politiche e gergo

Ven, 17/04/2015 - 08:00

Nel 1984, all’interno dell’introduzione di From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences, Henry Hazlitt ha offerto al pubblico alcune pagine molto illuminanti – oggi come allora – sul Fondo Monetario Internazionale; in base alla mia esperienza, le considero particolarmente utili per chiunque voglia accostarsi ad un qualsiasi documento del FMI, dagli Articles of Agreement in giù, e cominciare a capirci qualcosa.

Alla conferenza [di Bretton Woods], principalmente sotto la guida di John Maynard Keynes, rappresentante dell’Inghilterra, sono state prese tutte le decisioni sbagliate. L’inflazione è stata istituzionalizzata. E, a dispetto del caos monetario che da allora è andato crescendo, i politici del mondo non hanno mai ripreso seriamente in esame le premesse inflazioniate che hanno guidato gli autori degli accordi di Bretton Woods. La principale istituzione fondata a Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale, non solo è stata conservata, ma i suoi poteri inflazionasti e le relative pratiche sono stati enormemente ampliati.

[…]

Il sistema di Bretton Woods continua a provocare gravi danni, perché il dollaro, sebbene non più basato sull’oro e soggetto esso stesso a deprezzamento, continua ad essere impiegato (nel momento in cui scrivo) come principale valuta di riserva del mondo, mentre le istituzioni da lui fondate, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca [Mondiale], continuano a concedere nuovi, enormi prestiti a governi irresponsabili e imprevidenti.

[…]

Lo scopo apparente del fondo era “promuovere la cooperazione monetaria internazionale”. Il modo principale in cui si proponeva di attuarlo era far sì che tutti gli Stati membri rendessero una quota delle rispettive valute disponibile per il prestito ai Paesi membri “in temporanea difficoltà con la bilancia dei pagamenti”. Le singole nazioni le cui valute dovevano essere rese disponibili non avrebbero dovuto decidere da sé l’ammontare dei loro prestiti alle nazioni riceventi, né la loro durata.

Questa decisione era ed è tuttora presa dai burocrati internazionali che mandano avanti il FMI. Come questi funzionari stabiliscano che questi problemi con la bilancia dei pagamenti sono meramente “temporanei”, non so proprio. In ogni caso, i prestiti “temporanei”, normalmente, sono andati da uno a tre anni. Fino ad un momento recente, i prestiti sono stati accordati in via pressoché automatica, su richiesta della nazione ricevente.

Dovrebbe essere evidente ictu oculi che tutta questa procedura è dannosa. Naturalmente, è possibile che una nazione si ritrovi in difficoltà con la bilancia dei pagamenti senz’alcuna vera colpa da parte sua, per via di un terremoto, di una siccità prolungata, o perché è stata costretta ad una guerra essenzialmente difensiva. Ma, nella massima parte dei casi, le difficoltà con la bilancia dei pagamenti sono il frutto di politiche dannose da parte della nazione che viene a soffrirne. Politiche che possono consistere nel fissare una parità troppo alta per la propria valuta, che incoraggia i suoi cittadini o il governo stesso ad acquistare troppi beni di importazione; nell’incoraggiare i suoi sindacati a stabilire saggi salariali interni troppo alti; nell’imposizione di salari minimi; nell’esigere tasse troppo alte sui redditi individuali o societari (distruggendo gli incentivi alla produzione e impedendo la creazione di capitale sufficiente per gli investimenti); nell’imporre calmieri ai prezzi; nel minare i diritti di proprietà; in tentativi di redistribuzione del reddito; nel seguire altre politiche anticapitaliste; o perfino nell’imposizione di un socialismo in piena regola. Dal momento che, oggigiorno, quasi tutti i governi – specialmente quelli dei Paesi “in via di sviluppo” – adottano almeno alcune di queste politiche, non c’è da stupirsi che taluni di questi Paesi si ritrovino “in difficoltà con la bilancia dei pagamenti” rispetto ad altri.

Una “difficoltà con la bilancia dei pagamenti”, insomma, è quasi sempre un semplice sintomo di una malattia molto più vasta e radicale. Se le nazioni con problemi “nella bilancia dei pagamenti” non potessero contare su un’istituzione governativa mondiale che opera quasi come un ente di beneficenza e fossero obbligate a ricorrere a banche private, interne o estere, gestite in modo prudente, per il proprio salvataggio, sarebbero costrette a riformare drasticamente le loro politiche per ottenere tali prestiti. Così come stanno le cose, il FMI, di fatto, le incoraggia a proseguire sulla loro rotta socialista e inflazionista. I prestiti del FMI non solo incoraggiano un’inflazione prolungata nei Paesi riceventi, ma contribuiscono direttamente in proprio all’inflazione mondiale. (Questi prestiti, per inciso, sono concessi, nella maggior parte dei casi, a tassi inferiori a quelli di mercato).

Ma il Fondo ha accresciuto l’inflazione mondiale in un altro modo ancora, non previsto negli Articles of Agreement iniziali del 1944. Nel 1970, ha creato una nuova valuta, chiamata “Diritti Speciali di Prelievo” (DSP) [“Special Drawing Rights” – SDRs]. Questi DSP sono stati creati dal nulla, con un tratto di penna. Stando a quel che dice il Fondo, sono stati creati “per venire incontro ad una preoccupazione diffusa per la possibile inadeguatezza nella crescita della liquidità internazionale” (un eufemismo keynesiano per “non abbastanza cartamoneta”).

Questi DSP, per come la mette il Fondo, sono stati distribuiti ai membri – su loro richiesta – in proporzione alle loro quote, nel corso di periodi specifici. Durante il primo periodo, 1970-72, sono stati distribuiti 9.3 miliardi di DSP. Non ci sono state altre distribuzioni fino al 1 gennaio 1979. Tranche da 4 miliardi di DSP ciascuna sono state distribuite il 1 gennaio 1979, il 1 gennaio 1980 e il 1 gennaio 1981. I DSP ora [aprile 1982] in essere assommano a 21.4 miliardi, circa il 5% delle attuali riserve internazionali, oro escluso.

Vista la facilità con cui è stata creata questa moneta-segno mondiale, il suo volume limitato (anche se in eccesso per 20 miliardi di DSP) potrebbe colpire molti per la sua apparente moderazione. Ma, come vedremo, la loro creazione ha stabilito un precedente minaccioso.

Dovrei definire in modo più specifico e diretto cosa sia un DSP. Da luglio 1974 a dicembre 1980, il DSP è stato valutato sulla base dei tassi di cambio sul mercato di un paniere comprendente le valute dei sedici membri con le maggiori esportazioni di beni e servizi. Da gennaio 1981, il paniere è stato composto dalle valute dei cinque membri con le maggiori esportazioni di beni e servizi. Le valute, con i rispettivi coefficienti ponderali nel paniere, sono: dollaro USA (42%); marco tedesco (19%); yen, franco francese e lira sterlina (15% ciascuna).

Il DSP funge da unità di conto ufficiale per i libri contabili del FMI. E’ progettato – così dice il Fondo – “per diventare, in futuro, la principale risorsa [asset] del sistema monetario internazionale”.

Ma vale la pena di notare alcune cose riguardo ad esso. Il suo valore muta ogni giorno, rispetto al dollaro e ad ogni altra valuta nazionale. (Per esempio, il 25 agosto 1982, il DSP valeva 1,099 dollari e sei giorni dopo 1,083). Fatto più importante, il DSP, composto di un paniere di valute cartacee è a sua volta un’unità monetaria cartacea, governata da una media ponderata dell’inflazione in cinque Paesi e costantemente declinante in termini di potere d’acquisto.

Svariati Paesi hanno ancorato le proprie valute al DSP… cioè ad un’ancora che slitta. Tuttavia, il FMI si vanta che la sua politica resta quella di “ridurre gradualmente il ruolo monetario dell’oro”, e addita con orgoglio la vendita, da parte sua, di 50 milioni di once d’oro tra il 1975 e il 1980: un terzo di quanto ne possedeva nel 1975. Il Ministero del Tesoro USA può fare un proclama analogo. Ciò che né il Fondo né il Ministero del Tesoro si preoccupano di sottolineare è che l’oro ha un valore enormemente più alto oggi rispetto al momento in cui le vendite sono state compiute. Il profitto è andato agli speculatori di tutto il mondo e ad altri soggetti privati. Il contribuente Americano e, in parte, quello straniero hanno perso di nuovo.

[…]

Tuttavia, non è facile descrivere con precisione, in termini non tecnici, cos’abbia fatto il FMI fino a questo momento. Il Fondo ha un gergo tutto suo. I suoi libri contabili sono tenuti in Diritti Speciali di Prelievo (DSP), che sono voci di bilancio artificiali e non stanno nella tasca di nessuno. I suoi prestiti vengono raramente chiamati prestiti, ma [di norma] “acquisti”, perché un Paese usa la propria unità monetaria per “comprare”, tramite il Fondo, DSP, dollari, o qualunque altra valuta nazionale. I rimborsi al Fondo sono chiamati “riacquisti di acquisti” [“repurchases of purchases”].

Così, alla data del 30 settembre 1982, gli acquisti totali, inclusi quelli “della tranche di riserva”, sui libri contabili del FMI a partire da quando ha intrapreso l’attività ammontavano a 66.567 milioni di DSP (U.S. $71.879 milioni). Sempre alla data del 30 settembre 1982, il totale dei riacquisti di acquisti ammontava a 36.744 milioni di DSP.

L’importo totale dei prestiti in essere, alla data del 30 settembre 1982, era di 16.697 milioni di DSP (U.S. $ 18.020 milioni). La mezza dozzina di prestatari in cima alla classifica era: India, 1.766 milioni di DSP; Yugoslavia, 1.469 milioni di DSP; Turchia, 1.346 milioni di DSP; Corea del Sud, 1.148 milioni di DSP; Pakistan, 1.079 milioni di DSP; e le Filippine, 780 milioni di DSP; per un totale di 7.588 milioni di DSP, o 8.193 milioni in valuta degli Stati Uniti. Il futuro, naturalmente, può solo formare oggetto di congetture, ma la prospettiva è minacciosa. Uno sguardo in avanti ammonitore è stato pubblicato sul New York Times del 9 gennaio 1983. Per allora, il complesso di prestiti FMI in corso era salito a ventun miliardi di dollari. I direttori esecutivi del Fondo avevano appena approvato un prestito da 3,9 miliardi di dollari progettato come un salvataggio d’emergenza per il Messico, praticamente fallito. Il Fondo si era altresì accordato su un pacchetto simile per l’Argentina. Uno per il Brasile era stato quasi completato. In coda per ulteriori aiuti da parte del Fondo, che già aveva in corso prestiti in trentatré Paesi in gravi difficoltà, stavano il Cile, le Filippine e il Portogallo.

Molti avevano temuto, nell’autunno del 1982, che il Messico si sarebbe semplicemente rifiutato di compiere qualsiasi pagamento sui suoi 85 miliardi di dollari di debito estero, così creando una crisi finanziaria internazionale ancora più grave. Così, il direttore responsabile del Fondo, il francese Jacques de Larosière, prima di erogare il prestito, ha avvertito le banche private, che già avevano prestato miliardi al Messico, che, se non ne avessero accordati altri, si sarebbero potute ritrovare con uno zero spaccato in tasca. Ha incontrato una delegazione che rappresentava millequattrocento banche d’affari con prestiti al Messico in corso. Prima che il FMI ci mettesse un solo centesimo in più – ha detto loro – le banche private avrebbero dovuto rinnovare oltre venti miliardi di dollari dei loro crediti verso il Messico, che venivano a scadenza tra agosto 1982 e la fine del 1984, e concedere cinque miliardi di dollari in prestiti nuovi. Condizioni analoghe, in seguito, sono state annesse ai prestiti del Fondo ad Argentina e Brasile.

Così, il FMI adesso sta usando i propri prestiti come una leva per costringere a prolungare i vecchi prestiti privati e ad erogarne di nuovi. Tutto questo può sembrare momentaneamente rassicurante. Quantomeno tenta di porre la maggior parte del fardello e del rischio futuri a carico degli imprudenti prestatori privati del passato (e, a ruota, dei loro creditori), piuttosto che dei contribuenti di tutto il mondo e dei detentori della valuta nazionale.

Ma dove porta tutto questo? Non potrebbe consistere soltanto nello scambiare moneta buona per moneta cattiva? Per quanto tempo ancora i giocolieri internazionali potranno tenere in aria questo debito non pagato che continua a crescere?

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Una nuova alba di libertà

Mer, 15/04/2015 - 08:00

Continuando in tema della recente collaborazione tra il Mises Italia e Liberty.me, pubblichiamo l’articolo inaugurale di J. Tucker per l’apertura della città libertaria, datato agosto 2014.

* * *

E’ fantastico vivere in tempi di rivoluzione tecnologica: sta promuovendo libertà nel mondo tramite l’imprenditorialità ed il settore privato, la libera impresa, la tecnologia e gli scambi quotidiani.

Viviamo in un nuovo mondo di contatti personali che raggiungono ogni angolo del pianeta, un mondo emerso negli ultimi 20 anni ed il cui passo di sviluppo sta accelerando. Non solo, ma tutto questo sta accadendo al di fuori della pianificazione statale. La tecnologia sta cambiando il modo in cui pensiamo la politica, abbattendo i vecchi modelli. Il campo della libertà non può ignorare questa epoca storica: stiamo assistendo ad un esempio reale di come le scelte individuali in una nuova frontiera della libertà possano sfociare in una meravigliosa anarchia. Il risultato non è caotico nè statico: ovunque stanno emergendo idee variopinte che nel XX secolo si sarebbero ritenute impensabili. Il mondo digitale rappresenta l’ultima smentita del modello statale di pianificazione sociale. Quel che dicevano essere impossibile si sta rivelando come possibile, profittevole e produttivo.

Questo è il nostro momento e dobbiamo tuffarci direttamente nel suo centro. Ma come? Per rispondere a questa domanda abbiamo appena lanciato Liberty.me, una città digitale interamente dedicata alla libertà. Se ami la libertà, quello è il posto per te. Liberty.me esiste per promuovere la libertà personale ed economica nella tua vita e, come conseguenza, nel nostro mondo. Non si tratta di marciare per le strade, far pressioni presso politici o ritirarsi in isolamento. Si tratta di costruire un mondo di libertà. Liberty.me offre uno spazio in cui pubblicare i tuoi contenuti ed intrattenere il tuo pubblico, una comunità in amicizia, un’aula online con frequenti seminari, una vasta libreria di titoli ed un forum per le discussioni. C’è tutto quanto desideri da una comunità digitale impegnata nella causa della libertà.

Incluso nel periodo di prova hai il pacchetto completo. Liberty.me è infatti uno spazio pubblico (dopotutto, si tratta di aprirsi al mondo intero) ma anche privato: niente troll, pubblicità fastidiose o flame. E’ la più completa soluzione al maggior problema che oggi abbiamo tutti di fronte, e la risposta muove dal prendere una decisione nella nostra stessa vita. A Liberty.me crediamo che la libertà si debba innanzituto vivere, ecco perché ci siamo concentrati su temi pratici: come possiamo usare la tecnologia per vivere vite più libere? Come possiamo organizzare le nostre finanze per evitare rapine dal Leviatano? Quali film e libri riescono ad ispirarci? Che fare a proposito dell’istruzione, della sanità, degli spostamenti, della difesa personale?

Sappiamo per certo come lo stato stia rendendo le nostre vite sempre più difficili, ma non dovremmo arrenderci: con intelligenza, preparazione e determinazione possiamo superare tale barriera. Non possiamo aspettare che sia la politica a far la differenza: dobbiamo agire noi stessi. Nel breve periodo in cui ha operato, Liberty.me è già stata etichettata come un santuario di creatività ed ispirazione, promuovendo un senso di comunione tra persone votate alla libertà. In quale modo si conquistava la libertà nel passato? Con impegno e pratica quotidiane: sviluppando istituzioni, superando il sovrano in astuzia, cooperando per fornire alternative. Sono le comunità e le reti di interessi comuni ad aver promosso la libertà, comunità come Liberty.me.

Iscriviti oggi a Liberty.me! Approfitta dei 30 giorni di periodo di prova gratuito ed usa il codice LIBERTY per godere di uno sconto del 35%. Mandami un messaggio appena ti registri, così potrò salutarti, per poi tuffarti nell’avventura intellettuale. Abbiamo i mezzi per renderti la vita più libera, per superare e distanziare chi vuol dominare il mondo. Diamoci da fare!

 

(Fonte: A New Dawn for Liberty)

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Liberty.me & Mises Italia: parte la collaborazione

Lun, 13/04/2015 - 08:00

Annunciamo con piacere l’inizio di una collaborazione tra la città libertaria Liberty.me ed il Mises Italia, al fine di promuovere i loro contenuti anche tra il pubblico italiano. Sul sito di quella è già attivo un nostro blog dedicato alla riproposizione in lingua italiana dei suoi contenuti chiave, aggiornato mensilmente con nuove traduzioni.

Scopo primario di questa collaborazione è per noi il fornire ai nostri soci un accesso alla ricchissima biblioteca digitale del portale Liberty.me: il progetto guidato da Jeffrey Tucker si è infatti distinto per un’originalità dei contenuti che siamo certi i nostri lettori apprezzeranno. A fianco dei testi classici di teoria economica troviamo infatti anche un’ampia serie di guide specifiche su temi pratici ed attuali, sempre argomentati in chiave di economia austriaca e filosofia libertaria: chi volesse accostarsi ai nostri ideali tamite un approccio più concreto potrà trovare in esse un valido punto di partenza.

Di seguito, una lista dei titoli digitali che già da oggi i soci Bastiat ed i soci Rothbard del Mises Italia potranno richiedere mensilmente come parte dei propri benefici. La lista completa degli e-book Liberty.me e Laissez-Faire Books scaricabili è comunque sempre disponibile presso questa pagina.

 

1. Liberty.me Books

J.D. Acton – Lord Acton’s History of Freedom
F. Ballvé – Essential of Economics
H.E. Barnes – Perpetual War For Perpetual Peace
F. Bastiat – Economic Harmonies
F. Bastiat – Economic Sophisms
F. Bastiat – Selected Essays on Political Economy
F. Bastiat – The Law
L. Baudin – A Socialist Empire: The Incas of Peru
E. de La Boétie – The Politics of Obedience
R. Bourne – War is the Wealth of the State
E. Braun – Finance Behind the Veil of Money
G. Callahan – Economics for Real People
R. Chantillon – An Essay on Economic Theory
G. Chartier – Conscience of an Anarchist
F. Chodorov – Income Tax: Root of all Evil
F. Chodorov – Out of Step
F. Chodorov – The Rise and Fall of Society
J. Cox – Minimum Wage, Maximum Damage
J. Cox – The Concise Guide to Economics
C. Darrow – Resist Not Evil
M. DiBaggio – House of Refuge
L. Erhard – Prosperity through Competition
J.T. Flynn – As We Go Marching
J.T. Flynn – Men of Wealth
J.T. Flynn – While You Slept
D. French – The Failure of Common Knowledge
D. French – Walk Away
G. Galles – Faulty Premises, Faulty Policies
G. Garrett – A Bubble that Broke the World
G. Garrett – Harangue
G. Garrett – Satan’s Bushel
G. Garrett – The Cinder Buggy: a Fable in Iron and Steel
G. Garrett – The Driver
A. Gray – The Socialist Tradition: Moses to Lenin
L.A. Hahn – Economics of Illusion
F.A. Harper – The Writings of F.A. Harper – vol.1
F.A. Harper – The Writings of F.A. Harper – vol.2
H.J. Haskell – The New Deal in Old Rome
F.A. Hayek – A Tiger by the Tail
F.A. Hayek – Denationalization of Money
F.A. Hayek – Prices and Production
H. Hazlitt – Time Will Run Back
H. Hazlitt – The Foundations of Morality
H. Hazlitt – The Way to Willpower
H. Hazlitt – Thinking as a Science
A. Herbert – The Voluntaryst Creed
K. Hess – Death of Politics
H.H. Hoppe – A Theory of Socialism and Capitalism
A. Kinsella – Against Intellectual Property
R.W. Lane – Give Me Liberty
R.W. Lane – The Discovery of Freedom
R.W. Lane – Young Pioneers
A.L. Macfie – Theories of the Trade Cycle
O.S. Marden – How They Succeeded
O.S. Marden – The Joys of Living
W. McElroy – The Art of Being Free
C. Menger – Principles of Economics
L. von Mises – Economic Calculation in the Socialist Commonwealth
L. von Mises – Economic Policy: Thoughts for Today and Tomorrow
L. von Mises – Human Action
L. von Mises – Liberalism
L. von Mises – Nation, State and Economy
L. von Mises – Socialism
L. von Mises – Theory and History
L. von Mises – Theory of Money and Credit
G. de Molinari – The Production of Security
I. Morehouse – Better off Free
R.P. Murphy – Chaos Theory
A.J. Nock – Jefferson
A.J. Nock – Memoirs of a Superflous Man
A.J. Nock – Our Enemy, the State
A.J. Nock – The Theory of Education in the United States
F. Oppenheimer – The State
T. Paine – Common Sense
I. Paterson – Never Ask the End
I. Paterson – The God of the Machine
I. Paterson – The Shadow Riders
S. Patterson – What’s the Big Deal About Bitcoin?
C.A. Phillips – Banking and the Business Cycle
P.E. de Puydt – Panarchy
A. Rand – Anthem
L.E. Read – Anything That’s Peaceful
L.E. Read – I, Pencil
G. Reisman – Piketty’s Capital
E. Richter – Pictures of the Socialistic Future
L. Robbins – The Economic Basis of Class Conflict
M.N. Rothbard – America’s Great Depression
M.N. Rothbard – Anatomy of the State
M.N. Rothbard – Education: Free and Compulsory
M.N. Rothbard – For a New Liberty
M.N. Rothbard – Freedom, Inequality, Primitivism and the Division of Labor
M.N. Rothbard – What Has Government Done to Our Money
M. Sennholz – Leonard Read: Philosopher of Liberty
L. Spooner – No Treason
L. Spooner – Trial by Jury
W.G. Sumner – A History of American Currency
W.G. Sumner – What the Social Classes Owe Each Other
M.&L. Tannehill – The Market for Liberty
H.D. Thoreau – Here There is no State
B.R. Tucker – Instead of a Book
J.A. Tucker – 25 Life-Changing Classics
J.A. Tucker – A Beautiful Anarchy
J.A. Tucker – Bit by Bit
J.A. Tucker – Bourbon for Breakfast
J.A. Tucker – It’s a Jetsons World
J.A. Tucker – Liberty.me: Freedom is a Do-It-Yourself Project
M. Villeneuve – The Third Way
C. Watner – The Essential Voluntaryist
H.G. Weaver – The Mainspring of Human Progress
E. Zamiatin – We

2. Liberty Guides

J. Arman – A Guide for Liberty-Loving Parents
C. Belt – Building a Business Under Leviathan: Nevada
M. Borders – Voice and Exit Manifesto
G. Brooks – Defend Liberty in the Church
H. Cesare – How to Get Free Household Essential
D. Clark – Building an Armory from Scratch
D. Clark – How to Buy Your First Handgun
J. Desyllas – Negotiate for Mutual Profit
J.S. Diedrich – Sell Liberty Like Don Draper
D.E. French – Peer-to-Peer Lending
W.N. Grigg – Alternatives to the Police State
J. Hanners – How to Deal With the Police
J. Hunt – Surviving Obamacare
S. Kinsella – Do Business Without Intellectual Property
V. Malherbe – How to Buy, Sell & Store Precious Metals
T. Mayer – Reclaim Your Privacy
W. McElroy – How to Be an Individual Anarchist
W. McElroy – The Art of Argumentation
W. McElroy – The Liberty Prepping Mindset
I. Morehouse – Rethinking Higher Education
R. Murphy – How to Be an Independent Intellectual
S. Patterson – Up and Running with Bitcoin
S. Pierre – Free State Project Guide
T. Swanson – Internationalize: Teach English in East Asia
J.A. Tucker – Dress Like a Man
J.A. Tucker – Free Your Laundry From Government Mandated Filth
J.A. Tucker – Hack Your House
J.A. Tucker – Prepare for Life Without the State
J.A. Tucker – Talking Liberty
J.A. Tucker – Young & Unemployed: What to Do

3. Member Books

J. Brown – State of Terror
S.J. Collins – Everything Voluntary
R. England – Free is Beautiful
A. Kokesh – Freedom!
T. Patron – The Bitcoin Revolution
L.W. Reed – Great Myths of the Great Depression
D. Romney – Rule of Law
J. Siegel – Libertarian Treehugger
W. Trabex – How to Write Fiction

4. Other Books

(NOTA: diversi titoli qui elencati sono anche disponibili in forma gratuita presso altri portali, quali ad esempio il mises.org)
W. Block – Defending the Undefendable
L.E. Carabini – Inclined to Liberty
P. Champagne – The Book of Satoshi
J.B. Clark – Essentials of Economic Theory
P. Eltzbacher – Anarchism
H. Hazlitt – Economics in One Lesson
H.H. Hoppe – The Economics and Ethics of Private Property
J.G. Hülsmann – Mises: the Last Knight of Liberalism
S.E. Konkin III – An Agorist Primer
S.E. Konkin III – New Libertarian Manifesto
J.J. Martin – Men Against the State
L. von Mises – Planned Chaos
S. Molyneux – Everyday Anarchy
S. Molyneux Practical Anarchy
S. Molyneux – Universally Preferable Behaviour
T. Paine – Rights of Man
T. Paine – The Writings of Thomas Paine
R. Paul – A Foreign Policy of Freedom
R. Paul – Freedom Under Siege
R. Paul – Mises and Austrian Economics
R. Paul – Pursue the Cause of Liberty
P.J. Proudhon- What is Property?
G. Reimann – The Vampire Economy: Doing Business Under Fascism
R. Rocker – Anarcho-Syndicalism
R. Rocker – Pioneers of American Freedom
M.N. Rothbard – An Austrian Perspective on the History of Economic Thought
M.N. Rothbard – Conceived in Liberty
M.N. Rothbard – History of Money and Banking in the United States: the Colonial Era to World War II
M.N. Rothbard – Man, Economy and State, with Power and Market
M.N. Rothbard – The Origins of the Federal Reserve
B. Shaffer – A Libertarian Critique of Intellectual Property
B. Shaffer – Boundaries of Order
B. Shaffer – In Restraint of Trade
B. Shaffer – The Wizards of Ozymandias
H. Spencer – The Man Versus the State
L. Spooner – A Defence for Fugitive Slaves
L. Spooner – The Unconstitutionality of Slavery
L. Spooner – Vices are not Crimes
C.T. Sprading – Liberty and the Great Libertarians
C.C. Tansill – Back Door to War: the Roosevelt Foreign Policy 1933-1941
B.R. Tucker – Liberty – vol.1
Voltaire – Toleration and Other Essays
VV. AA. – SFL/LFA Short Fiction Contest Collection
A.D. White – Fiat Money Inflation in France
E.B. White, W. Strunk Jr. – The Elements of Style
E.V. Zenker – Anarchism: a Criticism and History of the Anarchist Theory

 

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Cronache da Bretton Woods (parte terza)

Ven, 10/04/2015 - 09:00

L’accordo prevedeva che ogni Paese potesse ridurre la parità della propria valuta ogniqualvolta ciò fosse necessario per correggere uno “squilibrio strutturale”, e che l’istituendo Fondo Monetario Internazionale non dovesse respingere una proposta in tal senso. Non erano posti limiti al numero di queste riduzioni, purché, singolarmente considerate, fossero pari o inferiori al 10%. Dopo aver ottenuto l’accettazione della propria valuta a quella parità, da parte degli altri membri, ogni Paese membro poteva recedere dal Fondo in qualsiasi momento, purché ne desse avviso scritto. Non era specificato alcun termine di preavviso.

Come assicurerà la stabilità?

26 giugno 1944

Uno degli scopi apparenti del proposto Fondi di Stabilizzazione Internazionale è “promuovere la stabilità dei cambi”. Ma, quanto più si esamina la “esposizione dei princìpi” per il fondo, tanto più difficile diventa trovarvi stabilità per i cambi. Essa prevede bensì che, quando una nazione entra nel fondo, sarà fissata o stabilita una parità per la sua valuta; ma questa, a quanto pare, può essere cambiata in qualsiasi momento. Un Paese membro può proporre un cambiamento nella parità della propria valuta, ad esempio, se lo considera “appropriato per correggere uno squilibrio strutturale” [Schedule C, punto 6: “A member shall not propose a change in the par value of its currency except to correct, or prevent the emergence of, a fundamental disequilibrium.” – NdT]. Lo “squilibrio strutturale” non è definito nell’esposizione. Nessun Paese che intenda svalutare dovrebbe trovar particolari difficoltà ad argomentare che vuole farlo per correggere uno “squilibrio strutturale”.

L’esposizione dei princìpi prosegue:

Il fondo approverà il mutamento richiesto nella parità della valuta di un membro se è essenziale alla correzione di uno squilibrio strutturale. In particolare, il fondo non respingerà una richiesta di cambiamento, necessaria a ristabilire l’equilibrio, additando le politiche interne, sociali o politiche, del Paese richiedente.”. [Schedule C, punto 7 – NdT]

In altre parole, le nazioni che sono state intente a sostenere la valuta di quel Paese non possono respingere una svalutazione solo perché il lamentato “squilibrio strutturale” è stato il risultato diretto di politiche interne nocive.

L’esposizione dei princìpi prevede che un Paese membro possa ridurre la parità fissata per la propria valuta fino al 10%. “In caso di richiesta di un’ulteriore modifica, che non rientri nella clausola che precede e non superi il 10%, il fondo deciderà entro due giorni dalla ricezione della richiesta, se lo domanda il richiedente.”. Questo è un po’ ambiguo, ma sembra implicare che una nazione può svalutare di un altro 10% con il consenso del fondo. Supponiamo che la nazione voglia svalutare ancora di più? Questo caso sembra previsto all’Art. VIII, Par. 1: “Un Paese membro può recedere dal fondo mediante comunicazione scritta.”. Non è specificato alcun termine di preavviso: a quanto pare, il recesso del Paese membro può aver luogo subito dopo che la comunicazione è stata ricevuta. [Ora art. XXVI, par. 1: “Any member may withdraw from the Fund at any time by transmitting a notice in writing to the Fund at its principal office. Withdrawal shall become effective on the date such notice is received.“, e Schedule J – NdT]

In altre parole, mentre, secondo questo progetto, le nazioni creditrici nette si impegnano, tramite i loro contributi al fondo, ad acquistare la valuta di ogni nazione debitrice netta per mantenerla alla parità, non hanno nessuna garanzia che il valore di queste valute che vengono a detenere non si riduca all’improvviso, per un repentino atto di svalutazione da parte delle nazioni le cui valute detengono.

Articolo di Henry Hazlitt in From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences

Tradotto da Guido Ferro Canale

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L’esperimento keynesiano della Corea del sud si avvia a diventare globale

Mer, 08/04/2015 - 08:00

The Birth of Korean Cool, di Euny Hong, Picador Press, 2014

Quelli tra noi che hanno raggiunto una certa età si ricorderanno gli ultimi anni ’80 e primi ’90 quando ci sentivamo dire che il Giappone avrebbe conquistato il mondo. Compravamo le loro auto, giocavamo coi loro videogiochi, usavamo la loro tecnologia per ogni piccola cosa. Ci dicevano che i Giapponesi avrebbero dominato il mondo. Erano i migliori nel gioco di squadra, mettevano più enfasi sul gruppo che sull’individuo. Lavoravano più duramente degli altri. Nel 1992, un politico giapponese di alto livello, Yoshio Sakurauchi, dichiarò che gli Americani sono “troppo pigri” per poter competere con i lavoratori Giapponesi e che un terzo dei lavoratori Americani “non può nemmeno leggere”. Il romanzo del 1992 di Michael Crichton “Rising Sun/Sol Levante” (e il suo adattamento per la versione cinematografica del 1993) hanno alimentato ulteriormente questi pensieri nella testa di molti Americani.

Nessuno oggi pensa più che i Giapponesi conquisteranno il mondo. È emerso che la, rinomata, corazzata economica giapponese era basata sul gioco di squadra e sul duro lavoro meno di quanto invece fosse basata sulla pianificazione centrale, il denaro facile, il welfare aziendale e le barriere alle importazioni. Dunque, il crollo che seguì il boom non dovrebbe sorprendere nessuno. Oggi, la Corea del sud (che in questo articolo chiamerò “Corea”) sembra aver ricominciato, per molti aspetti, da dove il Giappone aveva smesso. La Sony, dal Giappone, ha intrapreso una strada di profondo declino, ma i marchi coreani Samsung ed LG sono invece marchi rispettati a livello internazionale. La Hyundai, pur se ancora guardata come un marchio di bassa qualità per molti, ha però esteso la propria penetrazione in modo massiccio nell’ultimo decennio, con la costruzione di uno stabilimento da un miliardo di dollari in Alabama  nel 2005 e un altro in Georgia nel 2009.

L’ascesa della Corea sulla scena globale 

Il tentativo di dominazione globale della Corea è differente da quello giapponese. Mentre la musica, i film e la TV Giapponesi non ottennero mai molta popolarità fuori dal Giappone (non è esatto, forse è vero che non ottennero popolarità in USA ma se pensiamo ai cartoni animati ottennero enorme popolarità in europa e nel resto dell’estremo oriente come ho letto in vari articoli e come sappiamo per nostra esperienza , nota del traduttore), la cultura pop Coreana è diventata un fenomeno globale. Guidiamo le loro auto e usiamo i loro Smartphone, ma i Coreani vogliono che noi ascoltiamo la loro musica e guardiamo i loro film. Pochi negli Stati Uniti notarono l’ascesa della cultura Pop Coreana prima del 2012 quando il video musicale del singolo “Gangnam Style”  del rapper PSY diventò uno dei più visti di tutti i tempi su You Tube. Improvvisamente, quasi tutti avevano sentito parlare di “K-pop”.Inoltre, chiunque navighi le ultime versioni di Netflix è probabile abbia notato un considerevole aumento del numero disponibile di film in lingua Coreana, inclusi successi internazionali come l’action-thriller del 2003 Old Boy e il film Horror del 2006 The Host. L’ascesa della musica, dei film e della TV Coreani –e anche dei videogiochi- però non è un risultato del libero mercato.  È il risultato delle politiche governative Coreane che coordinano, sussidiano e proteggono le industrie della cultura pop Coreana, tra tutte le altre. Nel suo nuovo libro La nascita del “Cool” Coreano (The Birth of Korean Cool), Euny Hong esplora le origini e il successo di questo programma, pesantemente supportato e coordinato dalle agenzie governative Coreane e conosciuto come “Hallyu” o “l’onda Coreana”. Non parla solo di potere economico ma anche di relazioni internazionali e lo stato Coreano usa “Hallyu” come parte di un più vasto programma disegnato per progettare un “soft power” Coreano.

In Corea fanno le cose in modo diverso

Hong, un giornalista, approccia l’argomento attraverso la propria esperienza da Americana di nascita, di etnia Coreana, che ha vissuto in Corea durante la sua adolescenza.  Racconta il rampante nazionalismo nella scuola e nella società Coreane, il bisogno di conformismo, la generale predisposizione dei Coreani verso lo stato e la nazione, mentre i comportamenti individualistici sono visti come patologia sociale.

Hong riporta molti aneddoti, con simpatia nei confronti della Corea e dei Coreani, che illustrano questi fatti, anche se gli occidentali, dalla mentalità propensa al laissez-faire, probabilmente vedranno tali esperienze con stupore e forse anche sconcerto. Hong ci racconta che quella personalità tipicamente americana del “cattivo ragazzo”, così dominante nella cultura popolare Americana, non esiste in Corea.

Questo si evince dalla cultura popolare del paese. La cosa più vicina al “cattivo ragazzo” che lo scenario musicale pop Coreano esprime, è il rapper PSY, che viene considerato un ribelle perché non ha conseguito a scuola tutti voti eccellenti e qualche volta fa arrabbiare i genitori.

Non è sorprendente dunque, continua Hong, che la cultura popolare in Corea sia reggimentale, corporativa, pianificata e guidata da una etica dell’impegno verso il gruppo e dal sovvertimento dell’artista individuale.

Attraverso una agenzia statale chiamata “Ministero della Creazione del Futuro” il governo Coreano collabora con le aziende culturali del settore apparentemente privato per massimizzare l’influenza della cultura Pop Coreana all’interno del paese e all’estero.

Il governo Coreano, ha storicamente impiegato il protezionismo per incoraggiare la cultura Pop Coreana. Hong nota per esempio che nei decenni passati il governo Coreano ha richiesto ai cinema Coreani di programmare almeno 146 giorni all’anno di film prodotti in Corea, e che le società di produzione cinematografica hanno dovuto produrre un film Coreano per ogni film importato.

Si può dire tranquillamente che l’industria del cinema Coreano abbia beneficiato di questo tipo di protezionismo…il governo ha costruito e gestito anche teatri e case d’arte

Fin dalla crisi finanziaria asiatica dei tardi anni novanta tuttavia, il governo Coreano ha provveduto a diffondere assistenza per la cultura pop coreana sui mercati internazionali, usando le tasse per finanziare la doppiatura dei programmi coreani in lingue straniere e usando i diplomatici per negoziare la programmazione di trasmissioni televisive coreane sulle TV straniere.

La “cooperazione” delle aziende-del-governo

Tutto questo ben si adatta alle consolidate usanze politiche Coreane.

Proprio come l’economia giapponese è stata a lungo influenzata e anche dominata dalle più grandi aziende collegate allo stato conosciute come keiretsu e zaibatsu, la Corea ha delle analoghe società multinazionali conosciute come chaebols. Come versione Coreana del “too-big-to-fail,  ma molto più significative per la generale economia Coreana, queste entità hanno svolto un ruolo chiave nel rendere operative le politiche governative Coreane attraverso la “cooperazione-governativa-chaebol”.

Hong nota che l’ascesa della cultura pop promossa dal governo non può essere pienamente capita al di fuori di questo contesto, e nei capitoli finali del suo libro esamina questa tradizione della cooperazione delle aziende governative rifacendosi ai casi di Samsung, LG, e altre imprese Coreane che pur di grande successo si sono costruite sui favori e sulla tassazione del governo.

Hong scrive: “come per molte delle storie di successo della Corea, l’affermazione sul palcoscenico internazionale della Samsung è attribuibile al diretto intervento del governo nelle sue fasi cruciali.”.

E affinchè nessuno creda che la Samsung sia come qualsiasi altra impresa, ci ricorda che “Samsung da sola genera un quinto del PIL del paese”. Non è difficile capire come lo stato Coreano possa considerare Samsung una estensione di se stesso. “Ciò che è buono per Samsung è buono per la Corea” è senza dubbio una frase che esprime il sentimento che circola nei corridoi delle Agenzie governative Coreane.

Hong, come giornalista, semplicemente prende atto e descrive la politica economica dello stato Coreano al suo “valore di facciata”. Naturalmente tutta questa pianificazione centrale dell’economia Coreana è stata un enorme successo. Lo possiamo vedere da come gli standard di vita sono cresciuti a passi da gigante dagli anni 60 quando la Corea era di fatto un paese del terzo mondo.

È solo un’altra storia di successo – ci è stato detto – del Keynesismo neo-mercantilista dove le aziende di governo o sussidiate dal governo, eseguono i piani del governo per migliorare l’economia che si basa  sulle decisioni degli agenti governativi.

Per qualche conoscitore dell’economia classica o Austriaca, tuttavia, si può analizzare questo impianto economico e chiedersi cosa “non si vede” dietro tutti questi favoritismi governativi e questo processo decisionale centralizzato.

Quanto potrebbero spendere dei propri soldi i Coreani se le loro risorse non venissero confiscate per essere assegnate alle grandi chaebols e per essere spese per garantire i mutui alle aziende favorite dal governo? Quali innovazioni potrebbero emergere se le piccole imprese e start-up della Corea avessero l’opportunità di poter competere contro le enormi imprese “too-big-to-fail” ? Non lo sapremo mai.

Racconti precauzionali

Ciò che sappiamo, tuttavia, è che quando un governo nazionale mette tutte le sue uova in un cesto, come ha fatto il governo Coreano, il successo può essere passeggero. Cosa accadrà se Samsung si avvierà sulla strada già percorsa da Sony in passato? O se la Hyundai imiterà General Motors? Ci saranno solo più salvataggi, “stimoli” e come suggeriscono le esperienze Giapponese e Americana, ondate di denaro facile ?

In una cultura dove il tempo libero è visto con sospetto e ci si aspetta che gli studenti studino 18 ore al giorno, è possibile andare avanti apparentemente in modo indefinito mentre i cattivi investimenti si accumulano e il governo devia sempre più ricchezza per spingere le sue aziende preferite. Ma alla fine, come ha mostrato il Giappone e come sempre di più mostrano gli Stati Uniti, queste politiche portano con ogni probabilità alla stagnazione e alla dissipazione del capitale. Sotto queste condizioni, i lavoratori Americani e Giapponesi possono lavorare sempre più ore e sempre più duramente per mantenersi sul proprio standard di vita, ma il reddito disponibile non sembra più crescere.

Il caso del Giappone, una volta-il-dominatore-del-mondo, è un ammonimento per tutti, ma lo stesso si può dire per gli USA.

È vero che l’economia degli Stati Uniti è più diversificata e più basata sull’imprenditorialità diffusa rispetto alle economie giapponese e coreana, ma per quante decadi l’America può resistere alla sua propensione a drogare il proprio settore finanziario e altri settori amici-del-governo a spese dei contribuenti e degli imprenditori ? Forse stiamo vivendo la risposta a questa domanda già oggi.

Una lettura di La nascita del “Cool” Coreano (The Birth of Korean Cool), ci dice che la Corea è ancora nella fase di boom. Ma noi abbiamo già visto questo film, anche se non in Coreano.

Articolo di Ryan McMaken su Mises.org

Traduzione di Andrea Coletta

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli

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Cronache da Bretton Woods (parte seconda)

Ven, 03/04/2015 - 09:00

Laccordo prevedeva fin dallinizio la possibilità di una svalutazione uniforme delle valute dei membri rispetto alloro. Ciò ha deliberatamente legittimato linflazione mondiale futura.

Per linflazione mondiale?

24 giugno 1944

Nell’esposizione dei princìpi per il prospettato Fondo di Stabilizzazione Internazionale si trova questo breve paragrafo:

Si può apportare un cambiamento concordato e uniforme alle parità auree delle valute dei membri, purché con lapprovazione di ogni Paese membro che detenga il 10% o più delle quote complessive.”. [Cfr., oggi, Schedule C sulle parità, la cui fissazione è divenuta eventuale e che possono essere cambiate da ogni singolo Paese senza limiti di sorta, purché con il consenso del Fondo, pena l’espulsione – NdT]

Questa è una clausola che permetterebbe l’inflazione mondiale. L’esperienza ha mostrato che è quanto mai improbabile che un qualsiasi Governo voglia alzare la parità aurea della propria valuta, così cagionando una caduta di prezzi o salari sul piano interno. Da tempo immemorabile, e specialmente negli ultimi tre decenni, le pressioni politiche sono andate nel senso della svalutazione e dell’inflazione. Pochi sono i Paesi in cui i gruppi di pressione che gridano più forte non sono favorevoli, in ogni momento o quasi, ad una svalutazione o inflazione che alzerebbe troppo i prezzi dei prodotti agricoli o i saggi salariali, rispetto al livello dei prezzi esistente, oppure per arrecar sollievo ai debitori, in particolare il Governo stesso, che verrà esortato a cancellare il fardello del proprio debito interno con l’espediente dell’inflazione. Prevedere l’inflazione uniforme in tutti i principali Paesi accrescerebbe, in ciascun Paese, la tentazione di inflazionare, rimuovendo alcune penalizzazioni immediate. Quando la valuta di un singolo Paese comincia a cedere per colpa di politiche inflazioniate, seguono due risultati imbarazzanti. Il primo è l’immediata perdita di oro, a meno che il Governo non ne proibisca l’esportazione (il che fa scendere ancor più la valuta); l’altro è l’umiliazione di vedere la valuta del Paese scambiata con uno sconto in altre nazioni. Un’inflazione uniforme nei Paesi più importanti del mondo eviterebbe entrambi questi imbarazzi.

Ma resterebbero i veri mali dell’inflazione. I soggetti con salari o compensi fissi vedrebbero contrarsi il loro potere d’acquisto. I pensionati cederebbero contrarsi il potere d’acquisto delle loro pensioni. I detentori di titoli di Stato, spesso acquistati per puro patriottismo, vedrebbero contrarsi il potere d’acquisto del loro capitale e degli interessi. Sarebbe molto più difficile prendere in prestito capitale in forma di titoli o di ipoteche; e, perciò, molti edifici non verrebbero costruiti e molte imprese non nascerebbero, data la prospettiva di quest’inflazione.

Sarebbe difficile immaginare una minaccia alla stabilità e alla piena produzione nel mondo più seria della prospettiva costante di un’inflazione globale uniforme, da cui i politici di ogni Paese verrebbero tentati con tanta facilità.

Articolo di Henry Hazlitt in From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences

Tradotto da Guido Ferro Canale

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Austriaci e analisi economica del diritto

Mer, 01/04/2015 - 08:05

L’Analisi Economica del Diritto (Economic Analysis of Law o Law and Economics) ha la sua origine nell’Università di Chicago negli anni Sessanta del Novecento, e influenza profondamente il pensiero giuridico contemporaneo.

Un’importante branca di tale disciplina è la teoria economica dei diritti di proprietà, che studia il rapporto intercorrente fra economie esterne e diritti di proprietà nell’ambito delle transazioni di mercato. Essa ha avuto un notevole sviluppo nell’ultimo trentennio negli Stati Uniti per opera di giuristi come Richard Posner e di economisti come Harold Demsetz e Ronald H. Coase.

L’analisi economica del diritto cerca di offrire una soluzione all’indeterminatezza in cui la teoria del diritto si era venuta a trovare a seguito delle stringenti critiche che il realismo giuridico americano aveva mosso ai suoi fondamenti teorici. Il tentativo di conferire nuovamente al diritto un soddisfacente grado di scientificità viene effettuato applicando a esso l’economia (rectius: la microeconomia), e in particolare utilizzando il criterio di efficienza economica quale principio fondamentale da cui ricavare le norme giuridiche ottimali.

Le premesse metodologiche dell’AED sono quelle della tradizione neoclassica: gli individui sono esseri razionali che tendono a massimizzare la propria utilità.

La massimizzazione del benessere può essere conseguita introducendo regole giuridiche che, modificando i costi di transazione, contribuiscono al raggiungimento delle soluzioni più efficienti. In particolare, i giudici e il sistema giuridico devono assegnare i diritti di proprietà come avrebbe fatto il mercato se non fossero esistiti costi di transazione. Gli strumenti giuridici dunque devono mimare il mercato, interferendo con i diritti di proprietà con l’obiettivo della massimizzazione della ricchezza. Il diritto, modificando i prezzi relativi, influenzerà i comportamenti dei soggetti. Il diritto dunque diventa un insieme di incentivi rivolti ai consociati. Le norme giuridiche devono essere valutate in base ai comportamenti (modificati) che i soggetti tengono (in conseguenza degli incentivi che hanno ricevuto dalle norme).

Il punto d’appoggio è rappresentato dal teorema di Coase[1]. Esso è un problema di esternalità. Un soggetto nel corso della sua attività economica ne danneggia un altro.

Nell’ambito di tale attività esistono costi di transazione, come ad esempio la ricerca del bene oggetto di scambio, l’individuazione dell’interlocutore, la negoziazione (cioè la definizione dei termini contrattuali), l’esecuzione (di cui fanno parte i costi di trasporto), eventuali comportamenti opportunistici.

Se tali costi sono nulli, la regolamentazione statale è inutile, e le parti (il produttore e la vittima dell’esternalità) devono essere libere di stipulare gli accordi che preferiscono, poiché esistono gli incentivi necessari a realizzare una condizione di ottimo sociale (inoltre, non importa come sono assegnati i diritti di proprietà; v. infra). Il diritto dovrebbe intervenire solo nel caso in cui la negoziazione fra soggetti non è priva di costi. Ad esempio, inquinatore e inquinato si mettono d’accordo sulla miglior soluzione: un risarcimento, lo spostamento della fabbrica, lo spostamento dell’inquinato finanziato dall’inquinatore, l’installazione di depuratori finanziato totalmente o parzialmente dall’inquinato ecc. Chi ha interesse a ottenere un particolare diritto – per esempio il diritto ad inquinare – è disposto a pagare di più per esso, e, se l’altra parte accetta, il diritto è acquisito da colui che lo valuta di più, dunque si ha un risultato efficiente. La norma imposta dal legislatore sulla base di astratti criteri di giustizia potrebbe essere meno efficiente, cioè potrebbe determinare un grado di benessere inferiore a quello generato dalla libera negoziazione fra le parti. Ciascuna delle parti tenderà a realizzare l’uguaglianza fra costi e ricavi marginali. L’allocazione che ne deriva, paretianamente efficiente, si determinerà qualunque sia la distribuzione iniziale dei diritti di proprietà.

Questo criterio è applicabile a tutte le controversie fra privati conseguenti ad attività che invadono la proprietà altrui. La norma giuridica da adottare è quella che determina il costo più basso (dunque la più efficiente, perché è quella che determina il massimo benessere collettivo). L’esempio classico è quello della locomotiva che riversa scintille nei terreni degli agricoltori. C’è una disputa fra una società ferroviaria e il proprietario di un campo adiacente ai binari perché la locomotiva a carbone emette scintille che danneggiano (incendiano) il terreno dell’agricoltore. Per Coase in questa situazione non vi è un danneggiante (la compagnia) e un danneggiato (l’agricoltore); da questa situazione entrambi sopportano costi. L’agricoltore vede bruciato parte del suo raccolto, la compagnia subisce un danno se l’agricoltore impedisce al treno di passare o gli impone di rallentare o di installare dei dispositivi antiscintille.

In tale situazione, possono essere introdotte due norme alternative: a) diritto di proprietà assegnato al contadino e risarcimento dei danni da parte della ferrovia; b) diritto di proprietà assegnato alla ferrovia e pagamento da parte del contadino per far interrompere le emissioni di scintille attraverso l’applicazione del dispositivo. Se il danno al campo ammonta a 100.000 dollari, e il dispositivo antiscintille costa 75.000 dollari, nel caso a) la ferrovia preferirà pagare i 75.000 del dispositivo piuttosto che i 100.000 di risarcimento, nel caso b) al contadino converrà offrire una cifra minore di 100.000 e maggiore di 75.000, poniamo 90.000, per convincere la ferrovia ad installare il dispositivo. Entrambe le possibilità consistono nell’installazione dell’apparecchio. Cioè, indipendentemente da quale assegnazione dei titoli di proprietà venga fatta, senza costi di transazione, con le parti che negoziano liberamente, si determina la soluzione più efficiente, quella che genera il massimo benessere collettivo, il costo di 75.000 anziché di 100.000; ed è ciò che conta. Non si guarda la situazione delle due parti coinvolte, chi è dalla parte del giusto.

Supponiamo ora che le cifre siano invertite: la perdita di raccolto è pari a 75.000 e il costo dell’apparecchio è 100.000. Nel caso a), cioè con la ferrovia riconosciuta responsabile, essa pagherà 75.000 al contadino, ma non installerà l’apparecchio; nel caso b) con l’agricoltore riconosciuto responsabile, egli non è in grado (non gli conviene) di pagare alla ferrovia una somma tale da installare l’apparecchio. Entrambi gli scenari danno vita allo stesso risultato: non vi sarà l’apparecchio. Dunque, indipendentemente da come sono assegnati inizialmente i diritti di proprietà, secondo Coase l’allocazione dei fattori della produzione sarà la stessa.

In questa situazione, poiché non vi sono costi di transazione, le due parti devono negoziare liberamente, dunque non deve essere imposta una norma giuridica statale unica e uguale per tutti (ad esempio, il divieto per la compagnia di invasione della proprietà con risarcimento del danno).

Se invece i costi di transazione sono positivi (caso più realistico), ad esempio se le parti non si accordano, vi deve essere un intervento “normativo”. Un giudice quindi, sulla base di questo criterio di utilità, dovrebbe assegnare i diritti di proprietà alle parti in causa in modo che la “ricchezza” o il “valore della produzione” sia massimizzato[2] (cioè assegnare i diritti come avrebbe fatto il mercato se non fossero esistiti costi di transazione). Dunque, se il costo dell’apparecchio è inferiore alla perdita di raccolto, allora il giudice dovrebbe schierarsi con il contadino e considerare responsabile la ferrovia (soluzione a). Altrimenti, se il costo dell’apparecchio è maggiore della perdita di raccolto, il giudice dovrebbe schierarsi con la ferrovia e considerare responsabile il contadino (soluzione b). Il giudice (lo Stato) dunque assegna i diritti di proprietà.

Dal modello di Coase si sono sviluppate successivamente applicazioni che hanno superato il campo specifico dei diritti di proprietà e delle esternalità, per diventare uno strumento metodologico unitario applicabile ad aree sempre più estese del diritto.

A livello metodologico, si può riscontrare un’importante coincidenza fra le tesi libertarie e l’approccio dell’EAL a proposito del sistema di common law. Il diritto giurisprudenziale, per le sue caratteristiche strutturali, prima fra tutte la derivazione da un processo di selezione naturale, è considerato più efficace del civil law europeo-continentale ai fini della produzione di risultati efficienti. In generale, molti esponenti dell’EAL ritengono che per spiegare il diritto prodotto dal legislatore si debba ricorrere ad altre teorie.

Una delle aree di più fertile applicazione dell’EAL è il diritto di proprietà. Un esponente che elabora tale ramo della teoria con esiti libertari è David Friedman[3].

Un altro campo particolarmente fecondo è il diritto contrattuale. In tale ambito, una questione di rilevante interesse è la definizione delle condizioni per l’attuabilità di un contratto. Negli scambi differiti nel tempo (ad esempio: una parte paga subito e l’altra promette la consegna della merce in futuro), affinché le transazioni e la cooperazione non vengano disincentivate, è opportuno che la promessa sia suscettibile di esecuzione coattiva.

Posner ha cercato di individuare le circostanze in cui le promesse gratuite possano essere legalmente azionabili. Per individuare le regole ottimali è necessario confrontare l’utilità della promessa per il promittente con il costo sociale dell’esecuzione della promessa. Le promesse non dovrebbero essere azionabili quando i costi di esecuzione superano il guadagno da esse apportato.

Un altro importante aspetto è la determinazione del contenuto delle regole suppletive, quelle che integrano i contratti incompleti, in cui le parti rinunciano a pattuire alcune clausole. I. Ayres e R. Gertner[4] suggeriscono di introdurre “clausole penali suppletive” che diano «almeno ad una delle parti contraenti l’incentivo a negoziare per la disapplicazione delle regole suppletive»[5], in modo da indurre i contraenti a rivelare le proprie preferenze nella fase di formazione del contratto. Lo strumento della clausola penale suppletiva è utilizzato anche per eliminare l’asimmetria nelle informazioni fra le parti.

Per quanto riguarda l’inadempimento contrattuale, il diritto anglo-americano privilegia il rimedio del risarcimento del danno. J.H. Barton[6] si è occupato dei casi in cui l’oggetto del contratto è infungibile, e i danni diventano difficili da valutare. A. Schwartz[7] ha cercato di portare argomenti a favore dell’esecuzione in forma specifica.

In materia di responsabilità civile, l’approccio in esame, in contrasto con la teoria tradizionale che mira esclusivamente a compensare la vittima per il danno sofferto, è interessato alla produzione di incentivi per comportamenti efficienti. La responsabilità ha la funzione di internalizzare i costi esterni, cioè i danni potenziali che gli atti (o le omissioni) degli individui possono cagionare agli altri. Le regole ottimali sono quelle che impongono un livello di precauzione che minimizza il costo sociale dei danni.

La negligenza di una condotta è dedotta dal confronto fra l’entità del rischio, la gravità dell’eventuale danno e i costi della prevenzione. La regola che emerge produce un equilibrio fra l’utilità conseguibile da chi intraprende la condotta e il rischio che essa genera per gli altri.

Altri settori del diritto privato in cui l’EAL si è cimentata sono il diritto di famiglia e il diritto societario.

Particolarmente interessanti sono le applicazioni dell’analisi economica al diritto penale. La giustizia penale ha lo scopo di minimizzare i costi sociali. Secondo Posner il diritto penale non fa altro che vietare atti inefficienti, quali i trasferimenti di ricchezza coercitivi, per dissuadere dai quali non sono sufficienti rimedi esclusivamente civilistici[8]. L’approccio economico istituisce un’analogia tra sanzione legale e prezzo. La sanzione è il prezzo che si deve pagare per poter intraprendere un’attività illecita. L’autore valuta benefici e costi dell’atto criminoso, scontati per la loro probabilità (di riuscita o di fallimento). Sulla base di tale premessa, è possibile utilizzare gli strumenti della teoria dei prezzi per esaminare i rapporti fra sanzioni alternative e comportamenti illeciti. In base alla legge della domanda, un aumento del prezzo (sanzione) associato ad una determinata attività (o un aumento della probabilità di arresto), distoglierà dall’attività sanzionata, generando un effetto di sostituzione. È evidente in tale modello la predilezione per la funzione di deterrenza esercitata dalla sanzione.

In generale, se il beneficio conseguito dall’autore dell’illecito è inferiore al costo sociale (danno subito dalla vittima e/o dalla società), l’attività illecita verrà resa non vantaggiosa se la sanzione sarà correlata al beneficio. Se, al contrario, il vantaggio ottenuto dal criminale non è noto o è superiore al costo sociale, per conseguire un livello di deterrenza efficiente il valore della sanzione dovrà essere legato al costo sociale.

Per quanto riguarda le sanzioni pecuniarie, esse vengono concepite come strumenti per il controllo delle esternalità. Poiché realisticamente la probabilità di condanna dell’autore di un illecito è inferiore a uno, la sanzione non può essere uguale al costo sociale, come avverrebbe in un approccio à la Pigou. Potrebbe invece essere rapportata alla probabilità effettiva di identificazione e al patrimonio dell’autore, trascurando i costi esterni. M.A. Polinsky e S. Shavell[9] hanno però criticato tale soluzione, perché non prende in considerazione il diverso atteggiamento degli autori rispetto al rischio.

Gary Becker ha applicato il teorema di Coase al diritto penale. Le sanzioni e le spese per l’apparato repressivo del crimine devono essere stabilite in maniera tale da minimizzare le perdite sociali derivanti dal crimine. Prevale la funzione deterrente della pena. Vengono quindi privilegiate le multe pagate allo Stato anziché i risarcimenti alla vittima. Anche il carcere non è considerato la soluzione migliore, perché in questo modo il “pagamento” da parte del criminale non viene conseguito dal resto della società, e si determina una perdita sociale[10].

L’analisi economica del diritto ha sviluppato diversi modelli per individuare il livello di risorse da impiegare nell’attività di prevenzione e repressione del crimine. Si confrontano i costi generati dal crimine con i costi associati alle diverse attività di polizia (indagine, intelligence, stipendi ai poliziotti ecc.). L’aumento delle spese per l’attività di polizia ovviamente aumenta la probabilità di scoperta e condanna del colpevole, tuttavia tale beneficio marginale potrebbe essere conseguito a prezzo di un ingente impiego di risorse, cioè con costi marginali proibitivi. L’analisi economica richiama a una posizione di equilibrio, rammentando che l’obiettivo da massimizzare è il beneficio sociale netto.

Concludiamo questa sommaria rassegna limitandoci soltanto a segnalare un altro settore di applicazione dell’EAL, il diritto costituzionale, i cui risultati sono tuttavia per ora meno sofisticati di quelli raggiunti in materia di diritto civile.

  Le critiche della Scuola Austriaca

1) Il teorema di Coase semplicemente cancella i diritti di proprietà. Non si tiene conto che l’agricoltore è il proprietario, e dunque la ferrovia è l’aggressore e l’agricoltore la vittima. L’agricoltore se vuole deve poter impedire l’immissione di scintille nel suo terreno (e ottenere dagli agenti dello Stato l’esclusione con la forza dell’invasore); e, se è stato provocato un danno, sulla base del principio giuridico della responsabilità oggettiva (strict liability), ottenere il risarcimento; punto e basta. Invece Coase vede questo eventuale rifiuto dell’agricoltore come un danno, imposto alla compagnia ferroviaria e alla società, da comparare con il danno subito dall’agricoltore. Si guarda alla società come un tutto, e si dice che, considerando il valore economico totale della produzione della collettività, è irrilevante se è l’agricoltore a dare una somma di denaro alla compagnia o viceversa, basta che la soluzione sia quella che determina la massima produzione complessiva (la massima utilità). Il diritto di proprietà è azzerato.

Se questo fosse accettato come criterio generale di analisi economica, le conseguenze sarebbero moralmente inaccettabili: si potrebbe dire che qualsiasi restrizione dei rapimenti danneggia i rapitori, e una mancanza di restrizioni danneggia le vittime, dunque non bisogna vietare del tutto il rapimento ma trovare la soluzione intermedia che genera il massimo benessere sociale.

Inoltre non viene preso in considerazione il senso di frustrazione e di ingiustizia sofferto dall’agricoltore per il fatto di non veder rispettato un suo diritto. E le conseguenze sull’intera società di questo venir meno della sicurezza del proprio diritto alla proprietà. I costi non sono solo costi monetari, ma anche psicologici. Un’etica deve consentire a un individuo di decidere sul “giusto o ingiusto” prima che agisca, e deve riguardare qualcosa che è sotto il controllo dell’attore, come avviene per la teoria classica della proprietà privata (acquisizione originaria ecc.). Invece nella teoria ora esaminata nessuno può determinare ex ante se le sue azioni condurranno o no a una massimizzazione della ricchezza collettiva. Chi si assoggetterebbe al giudizio di un giudice che non gli consentisse di sapere in anticipo quali sono le azioni giuste e quali quelle ingiuste, ma che giudicasse ex post, dopo i fatti?

Una situazione in cui ognuno è insicuro dei propri titoli di proprietà non condurrà di certo alla massimizzazione della ricchezza nel lungo periodo.

2) Ai fini del valore della produzione complessiva, conta come sono assegnati i diritti di proprietà. Quanta produzione si realizza dipende da quanto sono protetti i diritti di proprietà degli homesteader e dei produttori. La dottrina del “non conta” è controproducente ai fini dell’obiettivo della massimizzazione della ricchezza.

3) Non è vero che l’uso delle risorse non è condizionato dall’allocazione iniziale dei diritti di proprietà. Esempio: il contadino, anziché il raccolto, perde un giardino fiorito che vale 1000 per lui ma è privo di valore per tutti gli altri. Se il giudice assegna la responsabilità alla ferrovia, l’apparecchio da 750 sarà installato. Altrimenti, l’apparecchio non sarà installato, perché il contadino non possiede una cifra tale da convincere la ferrovia a installarlo. L’allocazione delle risorse dunque è differente a seconda dell’assegnazione iniziale dei diritti di proprietà.

4) I giudici assegnano i diritti di proprietà a seconda della mutevolezza dei dati di mercato. Se l’apparecchio è meno caro del danno al raccolto, il contadino è considerato nel giusto, se l’apparecchio è più caro del danno, è considerata nel giusto la ferrovia. Dunque, circostanze diverse in momenti diversi determinano una redistribuzione dei titoli di proprietà. Nessuno può essere sicuro della sua proprietà[11].

5) Non è possibile misurare in maniera oggettiva l’utilità e quindi confrontare le utilità di individui diversi: il valore affettivo del campo per l’agricoltore potrebbe essere altissimo (es. 1.000.000 di dollari, costo psichico), o infinito. Quindi, dal punto di vista della teoria di Coase, accadrà questo: nel Caso a) (diritti assegnati all’agricoltore), l’agricoltore non sarà contento di ricevere solo 100.000 dollari come risarcimento. Richiederà l’emissione di un’ingiunzione contro qualsiasi ulteriore aggressione della sua proprietà, e anche se la legge consente alle parti di trattare per rimuovere l’ingiunzione, egli insisterà per ottenere almeno un milione di dollari dalla compagnia ferroviaria, che questa non vorrà pagare. Al contrario, nel Caso b), è improbabile che l’agricoltore trovi un modo per ottenere il milione di dollari necessario per far cessare l’invasione nel terreno.

Tutto ciò avviene perché non è possibile alcun calcolo di costi e benefici sociali fatti da un terzo (il giudice). Con la misurazione oggettiva dell’utilità, di fatto si dà al giudice il ruolo del pianificatore.

L’impossibilità del calcolo relativo a costi e benefici sociali svuota di significato anche il concetto di “efficienza” intesa a livello collettivo, cioè applicata a istituzioni sociali o a politiche pubbliche. A livello individuale, l’efficienza può essere definita come la miglior combinazione dei mezzi per raggiungere determinati fini. Ma anche a livello individuale l’efficienza è una chimera: si potrebbe affermare che, essendo gli obiettivi un dato scelto dal soggetto, almeno i mezzi da lui impiegati, le sue azioni, sono efficienti. Ma nemmeno questo si può dire, perché per agire in maniera efficiente, un individuo dovrebbe avere conoscenza perfetta (le migliori tecnologie, azioni e reazioni di tutti gli altri individui, tutti gli eventi naturali futuri), ma ciò è impossibile, viviamo in un mondo di incertezza. L’azione è un processo di apprendimento: l’individuo, mentre agisce per perseguire determinati fini, impara cose nuove, dunque le sue azioni iniziali non possono essere considerate efficienti, perché, se avesse saputo le cose che ha imparato dopo, avrebbe agito in maniera diversa. Inoltre, anche i fini non sono dati in maniera statica, perché appena l’individuo apprende cose nuove sulla realtà, i suoi fini cambiano. E se i suoi fini cambiano, il concetto di efficienza – la miglior combinazione di mezzi per conseguire determinati fini – diventa di nuovo priva di significato.

Se il concetto di efficienza è inutilizzabile per i singoli, lo è a maggior ragione per l’intera società. Se l’efficienza ha senso solo in relazione ai fini delle persone, e tali fini differiscono o entrano in conflitto, il problema è: quali fini verranno perseguiti? Per l’utilitarismo i fini degli individui sono gli stessi, il fine comune universale è un più alto benessere (spesso identificato nella massimizzazione del Pil), e dunque il problema è solo quello di scoprire i mezzi adatti. Ma supponiamo che per una o più persone parte del loro “prodotto” è qualcosa che altre persone considerano dannoso; ad esempio, alcuni desiderano l’uguaglianza totale delle ricchezze, mentre altri la considerano una disutilità gigantesca; oppure alcuni desiderano la schiavitù o lo sterminio di un determinato gruppo etnico, il quale a sua volta considera questo “prodotto” finale una grave riduzione di benessere. In base alla logica della AED, la vista del gruppo etnico potrebbe essere definita un’“esternalità negativa” per il resto della società, e questi costi esterni possono essere internalizzati costringendo il gruppo etnico in questione a pagare gli altri nella misura necessaria a indurli a lasciarli in pace. Non vi è nulla di avalutativo, di “value-free” in questa soluzione, vi è una scelta etica (aberrante).

Dove vi sono fini in conflitto, l’“efficienza” di un gruppo diventa il danno di un altro. L’efficienza quindi non può diventare la base del diritto o delle politiche pubbliche. Dove vi sono fini in conflitto (e questa situazione è la norma) l’obiettivo di “minimizzare il costo sociale” è impossibile, perché i costi psichici di individui diversi non possono essere sommati, essendo soggettivi e non misurabili quantitativamente. Un osservatore esterno (un giudice) non può conoscere i processi mentali interni di un individuo, dunque non può stabilire quale somma di denaro debba essere trasferita da un soggetto a un altro[12].

6) Ci sono sempre costi di transazione; che non sono altro che costi, come tutti gli altri; e i costi sono soggettivi, quindi non misurabili e confrontabili. Lo Stato non risolve il problema dei costi di transazione meglio del mercato.

7) Coase pretende di introdurre un criterio value-free, ma in realtà introduce la norma etica dell’“efficienza”, in base alla quale devono essere assegnati i diritti di proprietà.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Coase, R., The Problem of Social Costs, in «Journal of Law and Economics», n. 3, ottobre 1960.

Posner, R.A. Economic Analysis of the Law, Little, Brown, Boston, 1992.

Parisi, F. e Posner, R. A., Scuole e tendenze nell’analisi economica del diritto, in “Biblioteca della libertà”, nn. 147, 148, 149, 1998/1999;

- Law and Economics, 3 voll., Elgar-Ashgate, Cheltenham, 1997.

AA.VV., Il mercato delle regole, il Mulino, Bologna, 1999.

Chiancone, A. e Porrini, D., Lezioni di analisi economica del diritto, Giappichelli, Torino, 1996.

Gallo, P., Analisi economica del diritto, Giappichelli, Torino, 1998.

Rothbard, M. N., Diritto, diritti di proprietà e inquinamento, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/essays/diritto-diritti-proprietà-e-inquinamento.pdf, 11 novembre 2009, in particolare pp. 2-4. Ed. or. Law, Property Rights, and Air Pollution, in «Cato Journal» 2, n. 1, primavera 1982.

- The Myth of Efficiency, in M. J. Rizzo (a cura di), Time, Uncertainty, and Disequilibrium, Lexington Books, Lexington, Mass., 1979, pp. 90-95; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 266-273.

Hoppe, H.-H., The Ethics and Economics of Private Property,  in E. Colombatto (a cura di), Elgar Companion to the Economics of Private Property, Elgar, Londra, 2004.

Block, W., Coase and Demsetz on Private Property Rights, in “Journal of Libertarian Studies” 1, no. 2, 1977;

- Ethics, Efficiency, Coasian Property Rights, and Psychic Income: A Reply to Harold Demsetz, in “Review of Austrian Economics” 8, no. 2, 1995.

 Note

[1] R. Coase, The Problem of Social Costs, in «Journal of Law and Economics», n. 3, ottobre 1960.

[2] Per Posner il “principio di massimizzazione della ricchezza” di fatto coincide con il criterio di Efficienza Kaldor-Hicks, secondo cui una regola, decisione o azione è efficiente se e solo se coloro che ne beneficiano potrebbero potenzialmente compensare coloro che perdono e continuare a conseguire un guadagno netto.

[3] Per un esame dell’approccio di David Friedman v. P. Vernaglione, David Friedman, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/autori-libertari/david-friedman.pdf, 31-7-2009.

[4] I. Ayres I., R. Gertner, Filling Gaps in Incomplete Contracts: An Economic Theory of Default Rules, in “Yale Law Journal”, 99, 1989.

[5] F. Parisi, R.A. Posner, Scuole e tendenze nell’analisi economica del diritto, n. 148, cit., p. 10.

[6] J.H. Barton, The Economics Basis of Damages for Breach of Contract, in “Journal of Legal Studies”, n. 1, 1972.

[7] A. Schwartz, The Case for Specific Performance, in “Yale Law Journal”, 89, 1979.

[8] Il limite più evidente del ricorso alla responsabilità civile si ha nel caso in cui l’autore dell’illecito possieda risorse finanziarie insufficienti.

[9] M.A. Polinsky, S. Shavell, The Optimal Tradeoff Between the Probability and Magnitude of Fines, in “American Economic Review”, 69, 1979.

[10] G. Becker, Crime and Punishment: An Economic Approach, in “The Journal of Political Economy”, 76, 1968, pp. 169-217. All’impostazione di Becker sono state rivolte le seguenti critiche: 1) L’impossibilità delle comparazioni interpersonali di utilità, che non consente il calcolo dei costi sociali del crimine; 2) la vittima, e il suo diritto al risarcimento, anche psicologico, non vengono considerati; 3) per Becker il costo di un omicidio è dato dalla perdita dei guadagni futuri della vittima, e non si calcola il valore della vita in sé. Per cui se venisse ucciso un handicappato che non lavora ed è quindi un consumatore netto di risorse, non essendoci una perdita netta per la società, quell’omicidio non dovrebbe essere sanzionato; verrebbe ammesso l’omicidio selettivo.

 

 

[11] Inoltre, anche i prezzi relativi cambiano in continuazione, dunque l’assunzione di prezzi relativi fissi, in base ai quali il giudice prende le decisioni, è irrealistica e fallace.

[12] M.N. Rothbard, The Myth of Efficiency, in M. J. Rizzo (a cura di), Time, Uncertainty, and Disequilibrium, Lexington Books, Lexington, Mass., 1979, pp. 90-95; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 266-273.

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Il policentrismo legale, il problema della circolarità e il teorema di regressione dello sviluppo istituzionale

Lun, 30/03/2015 - 08:09

Volume 17, Nr. 4 (Inverno 2014)

Il policentrismo legale è la visione secondo la quale la legge e la difesa non sono, nei loro aspetti rilevanti, diversi dagli altri beni e servizi normalmente forniti dal mercato e che, nella prospettiva delle riconosciute superiori capacità del mercato nell’allocazione delle risorse, le agenzie di protezione e di arbitrato in libera competizione fornirebbero questi beni a un livello di qualità molto superiore rispetto a quel che fanno i monopoli territoriali della forza.

(Tannehill and Tannehill, 1970; Rothbard, 1973; Molinari, [1849] 1977; Fielding, 1978; Friedman, 1989; Hoppe, 1999; Murphy, 2002; Stringham, 2007; Hasnas, 2008; Long, 2008).

Il monocentrismo legale dall’altra parte è il termine che uso per indicare l’opinione comunemente accettata secondo cui la legge e la difesa sono i tipici beni pubblici, che possono essere, solo, forniti, se proprio devono essere forniti da qualcuno, da un monopolio territoriale della forza (altrimenti detto ‘stato’).

La prima visione si è sviluppata in dialettica con quella successiva, e essendo uno dei più recenti sviluppi nel campo della economia politica, è comparativamente raro trovare delle critiche validamente formulate su di essa. Quella che ritengo di maggior interesse e che vorrei trattare in questo scritto è centrata sul cosiddetto ‘problema della circolarità’ (Morris, 1998; Lee, 2008; Buchanan, 2011), che evidenzia le presunte intrinseche lacune nel policentrismo legale. Tale problema si può riassumere brevemente così: per poter constatare che la competizione tra agenzie di protezione avrebbe effetti positivi, i policentristi spesso citano i risultati della teoria dei prezzi nella competizione di mercato. Questo comporterebbe dunque un problema di circolarità: il mercato infatti presuppone un quadro legale; perciò, prima che i policentristi possano usare, a proposito, gli argomenti teorici dei prezzi in regime concorrenziale di mercato, devono dimostrare che i requisiti legali necessari al funzionamento del mercato siano soddisfatti, il che è come dire che i diritti di proprietà e i contratti, siano fatti rispettare. Se questi requisiti non risultano soddisfatti, utilizzare la competizione di mercato come argomento in favore del policentrismo legale è una contraddizione circolare nel ragionamento. (Wiebe, 2012, p. 1)

La preoccupazione implicita  qui è che gli argomenti di discussione basati sulla teoria dei prezzi in un mercato concorrenziale e altre caratteristiche del sistema istituzionale competitivo che migliorano l’efficienza, dipendano dall’esistenza di uno stabile quadro di riferimento legale in un ambiente privo di stato, ma non se ne possa dimostrare l’esistenza in quel caso.

Per rispondere a questa obiezione, deve essere sottolineato che le difficoltà che scaturiscono dall’argomento della circolarità, non sono in nessun modo caratteristica esclusiva di un sistema legale policentrico. Lo stesso argomento infatti, o del tutto simile, può essere svolto ad esempio contro la spiegazione ‘contrattuale’ del monocentrismo governativo legale: si deve infatti affermare che, se il cosiddetto contratto sociale può essere stipulato in presenza dello ‘stato di natura’, ciò significa che lo stato (visto come un garante nella applicazione e rispetto dei contratti) è superfluo, e se al contrario il contratto sociale non può essere creato in uno stato di natura, lo stato stesso risulta impossibile da creare. Tirando le somme, o la posizione del ‘contratto sociale’ è viziata dalla circolarità o in alternativa il contratto sociale, non avendo bisogno di uno stato che lo faccia rispettare, diventerebbe esso stesso una anomalia che si autorealizza.

La ragione per cui illustro questo parallelo è che sono convinto che evidenzi il fatto che la contraddizione della circolarità che si affaccia nel contesto di entrambi i sistemi legali menzionati sopra non porta a nessuna invalidità di base in nessuno dei due. Per rendere ancora più chiaro questo fatto, mi baserò sulle gerarchie dei livelli di analisi sociali proposti da Williamson (1998, 2000), il quale distingue tra istituzioni ‘morbide’ – costumi, tradizioni, norme e religioni – che emergono in modo largamente spontaneo e si sviluppano attraverso una evoluzione continua, e istituzioni ‘dure’ il cui scopo è di codificare le ‘regole formali del gioco’ (ibid. p.597) cioè quelle che si riferiscono ai diritti di proprietà e alle leggi per il rispetto dei contratti.

Laddove un sostenitore del policentrismo legale afferma che ‘un mercato funzionante e un ordine legale sorgono insieme’ (Long, 2008, p. 141), un sostenitore del monopolio coercitivo legale può affermare in modo altrettanto giustificato che uno stato funzionante e un ordine legale funzionante nascono insieme. Il parallelo tra le due discussioni per me mostra che gli ordini legali, indipendentemente dalle loro specifiche caratteristiche e singolarità, come l’essere mono o policentrici, sono necessariamente radicati nelle loro sottostanti istituzioni ‘morbide’ (costumi tradizioni, norme sociali generali, etc ): in altre parole, se per ‘stato di natura’ uno intende una situazione in cui non ci sono istituzioni legali più rigide ciò significa ritenere che i sistemi legali sorgano in modo diretto da uno ‘stato di natura’.

Questo è illustrato, per esempio, dal fatto  che i ‘criminali nomadi’ (Olson, 2000) si possono basare sulle morbide istituzioni informali della fiducia e ostracismo per risolvere il loro personale dilemma del prigioniero,per  organizzare, con successo, una propria polizia, eliminare i cani sciolti o “irregolari” ed eventualmente trasformarsi in banditi sedentari. Lo stesso principio si applica alle comunità anarchiche che cercano di sopravvivere per qualche tempo senza essere soggiocati dai banditi nomadi divenuti sedentari ma che generano abbastanza ricchezza da essere appetibili.

Quindi quel che conta alla fine per la stabilità ed efficacia di ogni tipo di istituzioni legali ‘dure’  (che siano monocentriche o policentriche, coercitive o volontarie, monopolistiche o competitive) è l’insieme corrispondente di istituzioni legali ‘morbide’, cioè quelle radicate negli usi costumi e tradizioni, religioni o per parlare in modo più generale, tutte quelle basate sulle preferenze o sugli incentivi volontari. Quindi queste sono, in modo importante e per tutti gli usi pratici, un dato ultimo, perché vengono generate con una evoluzione che si sviluppa in lunghi periodi in un modo endogeno. Il messaggio familiare di Mises, De la Boetie, Hume e i loro successori nell’era moderna è che qualunque monopolio territoriale della forza che fallisca nel reggersi sopra queste istituzioni o almeno non ci vengano a patti, sono destinate a collassare. (Hume, [1742] 1971; Higgs, 1987; Mises, [1949] 1996, pp. 188–191; de la Boetie, 1997). Secondo la teoria del policentrismo legale, lo stesso può dirsi per ogni agenzia di protezione o di arbitrato, cioè per ogni ente il cui modo di operare fallisca nel riflettere fedelmente i valori  condivisi e le aspettative della società che si propone di assistere con servizi legali e di protezione (Boettke, Coyne, and Leeson, 2008).

Una delle specificità più caratterizzanti di ogni ordine legale policentrico e contrattuale è che il ruolo che assegna alle istituzioni formalizzate è meramente di rendere operanti in modo più efficace le regole basate sulle istituzioni informali presenti nella società.

In altre parole, in un tale ordine le istituzioni ‘dure’ non stabiliscono le regole della cooperazione sociale, bensì ne permettono il processo di applicazione per beneficiare della divisione del lavoro, del calcolo economico, dell’accumulazione di capitale, di un maggiore incentivo alla compatibilità e altre caratteristiche di crescente efficienza e benessere fornite dalle transazioni delle libere imprese.

Per come la vedo io, l’affermazione principale, sulla non circolarità del policentrismo legale, è che la competizione di mercato nel campo della legge e della difesa della sicurezza generi precisamente queste caratteristiche benefiche, mentre il monopolio statale in questi campi impedisce il loro emergere. Questo è tanto più verosimile perché l’idea, che sta dietro la coercizione del monocentrismo legale, è essenzialmente di scavalcare le suddette istituzioni informali e ‘morbide’ piuttosto che consultarle, il che porta a una impossibilità di fare una distinzione logicamente significativa tra la applicazione della legge del monopolio coercitivo e una mera affermazione di poterla applicare. Questo, a sua volta, rende il concetto stesso di legge vuoto o arbitrario. (Wisniewski, 2013).

Esistono numerosi esempi storici dei suddetti processi di sviluppo delle istituzioni ‘dure’e formali a partire dalle loro controparti ‘morbide’ e informali, alcune delle quali portano a risultati monocentrici e altre a risultati policentrici.

La lista di esempi appartenenti alla prima categoria è sicuramente più lunga, ma questo non dovrebbe sorprendere, visto che è un fatto noto e consolidato che scavalcare i problemi di gestione della azione collettiva è molto più facile per dei banditi nomadi che per degli aspiranti imprenditori di mercato. (Olson, [1965] 1971).

L’efficienza istituzionale è una funzione della sottostante struttura di incentivi, che a sua volta è ampiamente funzione delle sottostanti condizioni ideologiche. Come succede, le caratteristiche prasseologiche della azione collettiva, implicano che la minoranza possa intraprenderla molto più facilmente della maggioranza, visto che all’interno di piccoli gruppi i benefici che se ne ricavano sono molto più concentrati, gli interessi sono molto più uniformi e il controllo degli “irregolari” è molto più facile. Ciò, abbinato con le ferree leggi dell’oligarchia (Mosca, 1939; Michels, [1915] 1959), comporta che sia molto più facile per le bande nomadi generare delle strutture di incentivi che favoriscano l’intrapresa di azioni collettive, piuttosto di quanto non lo sia per i pacifici membri di gruppi sociali più estesi. In altre parole, è molto più facile stabilire un  monopolio territoriale della forza di quanto sia creare una rete di agenzie private che competano nel fornire protezione e arbitrati che possano salvaguardare una data società dalle depredazioni di un monopolio.

Tuttavia, la difficoltà della seconda opzione non comporta in nessun modo la sua impossibilità- bensì porta dritto al collegamento cruciale tra gli incentivi e le preferenze, e al fatto fondamentale che modificare con successo questa ultima realtà può alleviare sostanzialmente il problema della azione collettiva. (Hummel, 2001; Stringham and Hummel, 2010). Quindi possiamo ricavare quello che potrebbe essere il teorema della regressione dello sviluppo istituzionale, dove il sorgere delle istituzioni più altamente formalizzate (dure) è condizionato dallo sviluppo delle istituzioni meno formalizzate (morbide). Nessuna presunta circolarità sembra poter inficiare questo processo.

In risposta a questo, gli obiettori della circolarità potrebbero suggerire che la soluzione suddetta sia di scarso valore, perché le “istituzioni informali sono limitate nella loro scalabilità”, cioè nella capacità di funzionare efficacemente al crescere della popolazione. Per esempio il meccanismo della reputazione in grandi gruppi anonimi potrebbe rompersi, perché comunicarsi informazioni sugli imbroglioni diventa insostenibilmente costoso.” (Wiebe, 2012, p. 8). Io penso che questa ipotesi si basi su un fraintendimento del ruolo delle istituzioni informali nel costruire un sistema di governo policentrico. L’obiezione della scalabilità sarebbe valida se il ruolo delle istituzioni informali fosse quello di sostituire le corrispondenti controparti formali, invece di costituirne le fondamenta perché possano sorgere. Questo, tuttavia, non è il caso – infatti non appena delle istituzioni formali emergono sullo sfondo delle loro controparti informali, la scalabilità di queste ultime (o la non scalabilità) diventa irrilevante.Questo è meglio spiegato dalla famosa descrizione di Menger del processo di evoluzione dal basso verso l’alto ([1871] 1976), per cui la merce di più facile commerciabilità assume il ruolo di mezzo universale di scambio, superando nella competizione tutte le sue rivali meno commerciabili, trasformando quindi una economia di baratto in una economia monetaria. Ora, mentre gli accordi iniziali di baratto sono necessari per l’inizio del processo citato che culmina nell’emergere di una moneta, insieme al quadro istituzionale complesso e formalizzato che permette la sua operatività reale, la scalabilità del primo contesto (quello di baratto) non è in nessun modo equivalente o proporzionale a quello del secondo (quello monetario). Una economia di baratto è chiaramente limitata nella sua capacità di applicarsi su larga scala, ma una economia monetaria non lo è. Analogamente, i meccanismi ‘morbidi’ reputazionali potrebbero essere limitati nella possibilità di creare un contesto di istituzioni legali e di protezione su larga scala, ma lo stesso problema potrebbe non sussistere per le istituzioni ‘dure’che su quelle si fondano. Una conclusione diversa si potrebbe raggiungere solo se erroneamente si pensasse alle istituzioni formali e informali come reciprocamente sostitutive e non complementari. In sostanza, non sembrano esserci, analizzando la posizione del policentrismo legale, problemi insormontabili di circolarità.Ricadendo nella gerarchia dei livelli di analisi sociale descritto nella nuova letteratura istituzionalista (Williamson, 1998, 2000) possiamo generare un teorema della regressione dello sviluppo istituzionale che gestisce ogni problema di circolarità in questo contesto. Anche il problema della scalabilità non sembra un problema soverchiante. La ragione per cui delle istituzioni volontarie e competitive nel campo della legge e della sua difesa hanno bisogno di un tempo più lungo per raggiungere dimensioni sufficienti rispetto a quelle coercitive e centralizzate derivano dalle caratteristiche prasseologiche della azione collettiva, ma questa è una osservazione ben conosciuta, valutata a lungo dai teorici del policentrismo legale, che riconoscono chiaramente il ruolo indispensabile dell’ideologia e delle preferenze nel correggere l’asimmetria sopracitata. (Hummel, 2001; Stringham and Hummel, 2010). Quindi per come la vedo io, il problema della circolarità fallisce nell’invalidare il policentrismo legale:

1.         A questo punto si potrebbe dedurre che l’affermazione che il contratto sociale sia vulnerabile al problema della circolarità non sia vera. Il ragionamento è questo: l’argomento del contratto sociale afferma che l’autorità dello stato si poggi su un accordo concluso in uno “stato di natura”. Questo non dice che tale accordo possa applicarsi nello stato di natura e in tal senso questa è la via attraverso cui si esce dal circolo vizioso: il contratto sociale può essere stipulato ma non può essere applicato in assenza di uno stato. Tuttavia, dal momento che il contratto sociale non può istituire lo stato prima che sia concretamente applicato e, per definizione, nulla può concretizzarlo nello stato di natura, la supposta capacità dell’ipotesi dello stato di natura di evitare l’obiezione della circolarità, non sembra ancora capace di raggiungere i suoi obiettivi.

2.         La possibilità che un sistema legale sia imposto per conquista sugli abitanti di un dato territorio e che sopravviva nel lungo termine dipende dall’abilità dei conquistatori di integrarlo con le locali istituzioni ‘morbide’ a un livello sufficiente.

3.         Va posto l’accento sul fatto che queste osservazioni non contraddicono la mia precedente affermazione che qualunque monopolio territoriale della forza che fallisca nell’attingere dalle locali istituzioni informali esistenti in una società o che almeno con esse non giunga a una pace, è destinato al collasso. Questo succede per 2 motivi:  primo perché scavalcare tali istituzioni non equivale a ignorarle del tutto, secondo perchè appena i monopoli territoriali della forza consolidano il loro potere nel tempo, la loro dipendenza da tali istituzioni si può allentare.

4.         Un soluzione simile viene suggerita da Friedman (1996), il quale afferma che gli accordi formali di un ordine legale e di difesa policentrico può galleggiare sul preesistente equilibrio generato sulla base di una serie passata di pericolosi giochi reciproci. Io penso che la narrativa descritta in questo scritto sia complementare e migliorativa della proposta di Friedman nella misura in cui essa sia radicata nella distinzione e nella relazione reciproca tra incentivi e preferenze, così come tra diversi tipi di istituzioni qualitativamente differenti.

5.         In chiusura, porterebbe valore aggiunto dire che anche se l’argomento della circolarità fosse risultato corretto, l’affermazione che i vantaggi della competizione di mercato rendono un sistema legale policentrico preferibile a uno monocentrico non sarebbe stata confutata. L’argomento della circolarità in quel caso avrebbe mostrato solo lo stato come necessario per istituire un sistema legale. Non mostrerebbe che, una volta che un sistema legale esista, il sistema monocentrico debba essere mantenuto.

Articolo di  su Mises.org

Traduzione di Andrea Coletta

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli

Riferimenti bibliografici:

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Articoli citati:

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Cronache da Bretton Woods (parte prima)

Ven, 27/03/2015 - 09:00

Nel 1984, un Henry Hazlitt novantenne, ma ancora in piena attività, ha pubblicato From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences, una raccolta di pezzi vari – per lo più articoli – sul sistema monetario internazionale che include, tra l’altro, gli editoriali da lui scritti per il New York Times proprio mentre si svolgevano i lavori preparatori degli accordi istitutivi di FMI e Banca Mondiale;1 siccome egli è stato l’unico, tra i giornalisti economici di grido, a criticare fieramente prima le bozze2 e, poi, i testi definitivi dei trattati, mi è parso quanto mai opportuno tradurre quegli editoriali. E, dal momento che ciascuno affronta un aspetto diverso, pur con qualche inevitabile ripetizione, ho dato loro una veste e un titolo comuni: “Cronache da Bretton Woods”, appunto.

Molti pronosticano, per il FMI, un ruolo di banca centrale planetaria nel prossimo futuro, dati i rischi di collasso delle principali monete-segno e del relativo cartello; il teorema dell’unificazione politica spinge indubbiamente in tal senso e, a meno di un ritorno, davvero miracoloso, ai princìpi di un sistema monetario sano, indubbiamente prima o poi arriveremmo all’accentramento del potere di emettere mezzi fiduciari su scala planetaria. Superfluo aggiungere che ogni istituzione del genere sarebbe rovinosa in sé e per sé; ma nient’affatto superfluo, a mio parere, notare fino a che punto il FMI, principale candidato a tale ruolo, sia inflazionista fin dalla nascita. E, a tal fine, ho voluto chiosare gli articoli di Hazlitt, inserendo rimandi al testo vigente degli Articles of Agreement of the International Monetary Fund.

“Anziché rimarcare la necessità, per ciascun Paese, di preservare la forza della propria moneta mantenendo la convertibilità, conservando un bilancio in pareggio ed evitando inflazione, ostacoli al commercio e restrizioni agli scambi, l’accordo di Bretton Woods propose che le valute forti dovessero sussidiare le deboli. Perse di vista il fatto che il principale dovere degli Stati Uniti era mantenere l’integrità del dollaro.”

Per la stabilità nei cambi valutari

1 giugno 1944

La Conferenza Monetaria e Finanziaria delle Nazioni Unite convocata dal Presidente si riunirà a un mese da oggi. Persegue lo scopo, altamente desiderabile, di assicurare la stabilità dei tassi di cambio nel mondo del dopoguerra. Ma la recente proposta per un Fondo di Stabilizzazione Internazionale da otto miliardi di dollari fraintende la natura del problema e lo affronta dalla parte sbagliata. Essenzialmente, essa cerca di fissare il valore della valuta di ogni Paese rispetto alle altre prevedendo che il fondo compri le valute deboli e venda le valute forti alle parità fissate. E’ ovvio che una valuta debole scenderà al suo vero valore di mercato nell’esatto momento in cui tali acquisti cesseranno. Ma, fintantoché gli acquisti continueranno, le nazioni con valute forti staranno sussidiando le nazioni con valute deboli (o almeno i privati che tali valute detengono) e sussidiando, per questa via, anche le politiche economiche interne, quali che possano essere, delle nazioni con valuta debole. Gli Stati Uniti, come contribuenti principali del fondo, sarebbero i principali perdenti; ma il denaro erogato in questo modo non solopotrebbe non riuscire ad aiutare la ripresa mondiale, ma, protraendo politiche non sane all’interno delle nazioni le cui valute non possono essere sostenute che da tali acquisti, potrebbe addirittura nuocere.

La soluzione vera di questo problema comincerebbe all’altro estremo. Cercherebbe di rendere sane le valute all’interno di ciascun Paese. Se ogni nazione può mantenere l’integrità della propria valuta, se ogni nazione tiene la sua unità monetaria alla parità, allora il problema di conservare una relazione stabile tra balte diverse risolverà sé stesso. Il vero compito della conferenza monetaria imminente, pertanto, dovrebbe essere stabilire i princìpi e ricercare i metodi attraverso cui si possa fare ciò.

I principi generali non dovrebbero essere difficili a formularsi. Il primo requisito per una valuta stabile è che sia convertibile in qualcosa che sia fisso e definito di per sé: a tutti i fini pratici, questo significa un ritorno al sistema aureo storico. Un altro requisito per una valuta stabile è un bilancio in equilibrio. Un terzo requisito è che i Governi si astengano dall’inflazione della valuta e del credito. Un quarto è l’eliminazione, o almeno una riduzione notevole, delle barriere d’anteguerra al commercio internazionale: tariffe, quote, restrizioni al cambio valutario, e tutto il resto.

Questi requisiti ornano un’unità. Se uno di essi viene violato sarà difficile, se non impossibile, soddisfare gli altri. Così, se il bilancio di una nazione è in rosso cronico, essa è praticamente costretta a ricorrere a prestiti, tramite inflazione valutaria o creditizia, per colmare la differenza. Quando fa ciò, mina la fiducia nella propria unità monetaria e non può continuare i pagamenti in oro. Allora, gli esponenti del Governo dicono che il sistema aureo “è andato in pezzi”, quando in realtà intendono che le loro stesse politiche lo hanno mandato in pezzi.

Dopo la guerra, ci saranno problemi seri quasi per ogni nazione che fissi una nuova parità valutaria ad un livello dove possa essere mantenuta. Ma a convinzione che solo nazioni ricche possano permettersi un sistema aureo è erronea. Come disse in un’occasione il Visconte Goschen, uno dei più capaci Cancellieri dello Scacchiere d’Inghilterra: “Le nostre possibilità di ottenere oro sarebbero esaurite soltanto nel momento in cui al Paese non rimanesse più nulla da vendere.”.

Il maggior contributo che gli Stati Uniti, da soli, potrebbero offrire alla stabilità valutaria mondiale nel dopoguerra è annunciare la decisione di stabilizzare la propria valuta. Incidentalmente ci aiuterebbe, com’è ovvio, se anche altre nazioni tornassero al sistema aureo. Ma lo faranno solo nella misura in cui riconosceranno che lo stanno facendo non, anzitutto, come un favore a noi, ma a sé stesse.

Articolo di Henry Hazlitt in From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences

Tradotto da Guido Ferro Canale

Note

1 Nel volume, ogni editoriale è preceduto da un commento in corsivo, anch’esso tradotto in questa sede (qui è virgolettato, per distinguerlo dal mio corsivo, che precede immediatamente).

2 Anche se meno fieramente di quanto avrebbe voluto: nell’introduzione, a pag. 10, egli scrive che “In my editorials for The New York Times, the understatement of the case against the defects of the Bretton Woods agreements was deliberate, because I had always to bear in mind that I was writing not in my own name but that of the newspaper. For one example: in the effort not to seem ‘extreme’, I looked for mitigating merits, and was far too kind to the proposed International Bank, simply because, unlike the Fund, it was not called upon to make enormous loans automatically, but allowed to exercise some discretion. The article setting it up even went so far as to stipulate that a committee selected by the Bank mustlearn whether a would-be borrower was ‘in a position to meet its obligations!’.

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Austriaci e monetaristi

Mer, 25/03/2015 - 09:00

Di seguito vengono esaminate, in maniera schematica e per punti, le differenze fra le due Scuole[1].

1) Metodologia

  1. a) La Scuola di Chicago è positivista, preferisce l’analisi storica, quantitativa, basata sull’equilibrio; le teorie devono essere testate empiricamente e, se i risultati le contraddicono, devono essere respinte o riviste. Gli austriaci sono per un’analisi deduttiva, soggettiva, qualitativa, basata sul processo di mercato in squilibrio; l’economia dev’essere basata su assiomi autoevidenti; i dati empirici non possono provare o confutare alcuna teoria. Le relazioni interpersonali che si manifestano nello scambio non possono essere misurate, in quanto espressione di preferenze soggettive e mutevoli, non suscettibili di previsione econometrica e non imprigionabili in costanti quantitative.

Skousen ha fatto notare che anche il modello di Friedman a volte ha sbagliato le previsioni: ad es. negli anni ‘70 non previde l’aumento del prezzo del petrolio e negli anni ‘80 sottostimò la disinflazione[2].

  1. b) I Chicago sono per un modello di concorrenza pura “sempre in equilibrio”, che assume che vi sia informazione perfetta e senza costi. Gli austriaci per un modello più dinamico, che enfatizza il funzionamento del mercato come un “processo”, che inevitabilmente è basato sulla creazione di “squilibri” creativi.

La Scuola di Chicago ammette sul piano teorico il concetto di “concorrenza perfetta” (ogni produttore è piccolo in misura sufficiente a non poter influenzare il prezzo del proprio prodotto), migliore della concorrenza imperfetta esistente nel mondo reale; e quindi accoglie la necessità di normative antitrust (ma successivamente ha modificato tale posizione in una direzione più liberista, rimanendo a favore di interventi solo nei confronti delle fusioni orizzontali, giudicate nella maggior parte dei casi collusive e dannose per i consumatori)[3].

2) La moneta

Entrambi sono favorevoli alla riserva del 100%, in quanto sistema di stabilizzazione. Tuttavia la differenza è sul tipo di moneta che funge da copertura: i Chicago sono per la fiat money, gli Austriaci per l’oro o la merce pregiata scelta dal mercato.

Friedman è stato favorevole all’eliminazione di qualsiasi legame delle valute con l’oro, e a un sistema cartaceo inconvertibile sotto il controllo completo del sistema della Riserva federale; ogni Stato ha il potere e il monopolio assoluto di stampare la propria moneta fiat. Gli argomenti sono i seguenti: il più importante è lo spreco di risorse necessario a estrarre, lavorare e conservare l’oro (per lasciarlo poi immobilizzato nei forzieri di Fort Knox); per Friedman il costo sarebbe pari al 4% del pil ogni anno, imparagonabile con il costo trascurabile della produzione della moneta fiat. Il secondo motivo è che le variazioni della quantità di moneta in conseguenza di scoperte di oro sarebbero considerevoli e improvvise, determinando inflazione dei prezzi e instabilità ciclica.

Gli Austriaci sono favorevoli a un sistema aureo completo o al free banking. Per quanto riguarda il costo di produrre oro, R. Garrison ha risposto a Friedman che oggi si continua a estrarre e lavorare oro, dunque i costi ci sono comunque, non lieviterebbero in misura particolare se si tornasse al gold standard; anzi, è proprio la presenza della moneta cartacea ad accentuare i costi dell’estrazione-lavorazione dell’oro, perché il sistema cartaceo fa salire il prezzo dell’oro, e dunque incentiva la sua produzione. Per quanto riguarda le variazioni di potere d’acquisto a seguito di scoperte d’oro, Rothbard ha replicato che, qualunque bene venga scelto come moneta, le variazioni del valore di scambio sono inevitabili; e comunque, davanti alla pessima prova fornita dalla moneta cartacea nel corso del Novecento (inflazioni elevate), i rischi paventati per l’oro sono poca cosa.

Friedman, come I. Fisher, opera una separazione fra la sfera “micro” e la sfera “macro”. Da un lato vi è il mondo in cui si formano i singoli prezzi, sulla base della domanda e dell’offerta; da un altro lato esiste un “livello dei prezzi” aggregato, determinato dalla quantità di moneta e dalla sua velocità di circolazione; e questi due mondi non si incontrano. La sfera macro è tipicamente l’oggetto dell’intervento statale, che si ritiene non interferisca con i singoli prezzi. Lo Stato deve mantenere il livello dei prezzi stabile.

Gli Austriaci hanno integrato sfera micro e macro. I prezzi devono fluttuare liberamente. I monetaristi pongono come un dogma indimostrato la positività di un livello dei prezzi stabile; ma, ad esempio, nella prima metà dell’Ottocento il livello dei prezzi è stato costantemente in diminuzione; perché questo evento dovrebbe essere ritenuto negativo? Tutt’altro. Dunque nel settore monetario gli esponenti della Scuola di Chicago non sono free-marketers.

Nei rapporti fra monete Friedman è a favore di cambi flessibili, in quanto in tal modo i tassi di cambio rifletterebbero le variazioni della domanda e dell’offerta di monete, come avviene agli altri prezzi nel libero mercato. Gli Austriaci obiettano che in questo campo il libero mercato è chiamato in causa a sproposito, in quanto oggi le monete sono prodotte ed emesse dagli Stati. Inoltre, le monete oggi esistenti, se si risale indietro nel tempo, non erano altro che unità di peso dell’oro: ad es., prima del 1914 un dollaro era 1/20 di un’oncia d’oro, la sterlina ¼. Esse dunque differivano solo nel nome, in quanto erano differenti unità di peso dello stesso bene, l’oro. Una volta stabilita inizialmente quale unità di peso d’oro ogni singola valuta rappresentasse, i rapporti di scambio fra di loro erano automaticamente fissati: 1 sterlina pari a 5 dollari. Dunque gli stati non potevano “fissare arbitrariamente” alcunché: cambiare arbitrariamente i tassi di cambio sarebbe come cambiare arbitrariamente le unità di misura, cioè come dire che 1 metro non è composto da 100 centimetri ma da 105, il che è un’assurdità.

Ancora: perché non andare oltre e consentire monete diverse all’interno degli stati americani, liberamente oscillanti fra di loro; e poi monete a livello di contea, città, quartiere e così via? Ma a questo punto i commerci entrerebbero in una condizione caotica, perché verrebbe meno la principale funzione della moneta, l’essere mezzo di scambio generale, e con essa la possibilità del calcolo economico[4].

Neutralità o non neutralità della moneta – Per i monetaristi la moneta è neutrale nel lungo periodo. Per gli Austriaci non è neutrale né nel breve né nel lungo periodo, modifica l’economia reale, cioè la struttura produttiva, la distribuzione del reddito e i prezzi relativi. La conclusione monetarista è l’esito della summenzionata separazione fra sfera macro e sfera micro. In conseguenza di questa, per i monetaristi è possibile e utile concepire un “livello dei prezzi”, misurabile attraverso un indice; mentre per gli Austriaci tale aggregazione nasconde i mutamenti dei prezzi relativi, e la sua misurazione è fuorviante e poco significativa, perché ogni individuo ha proprio un paniere di beni, dunque un proprio indice dei prezzi, e amalgamarli non ha senso[5].

3) La teoria del ciclo economico

In generale i Chicago ritengono che l’aspetto più debole, anzi completamente sbagliato, della teoria Austriaca sia la teoria del ciclo, e la (connessa) teoria del capitale.

La teoria friedmaniana è puramente monetaria e aggregata. Aderendo all’ipotesi dei mercati efficienti (attori razionali e mercati che si aggiustano rapidamente), una recessione può essere causata solo da shock improvvisi. Il ciclo è fondamentalmente una serie casuale di aumenti e riduzioni nel tempo del livello dei prezzi. Non viene proposta una teoria sulla relazione causale fra i boom e le depressioni. Si registra solo statisticamente che il mercato è sottoposto a questa “danza della moneta”. Secondo il Plucking Model di Friedman, esiste una stretta correlazione fra l’ampiezza della contrazione e l’espansione successiva, ma non viceversa. Cioè, non è detto che se si verifica un periodo di grande boom, sicuramente successivamente si verifica una recessione altrettanto grande (critica della teoria del ciclo austriaca), mentre è sempre vero che a una recessione segue una ripresa della stessa consistenza (e successivamente una crescita più lenta ma stabile).

Se le autorità monetarie eccedono nell’aumentare la quantità di moneta, in base al meccanismo di trasmissione l’effetto è prevalentemente nominale (inflazione dei prezzi), non vi sono squilibri strutturali di lungo periodo nell’economia. La moneta addizionale introdotta si diffonde in maniera uniforme per tutto il sistema economico, e dunque altera i prezzi assoluti ma non i prezzi relativi e i processi produttivi; nel lungo periodo dunque è neutrale (il motivo di questo rifiuto a considerare più realisticamente gli effetti “parziali” della moneta risiede nella difesa del libero mercato: un sistema liberamente competitivo aggiusta rapidamente le distorsioni).  L’obiettivo dunque è che il governo controlli l’offerta di moneta per mantenere stabile il livello dei prezzi.

Teoria austriaca del ciclo: l’inflazione (o la riduzione del tasso di interesse al di sotto di quello di mercato) provocata dalle autorità monetarie determina distorsioni nel settore reale, in particolare sovrainvestimenti; la depressione è l’aggiustamento degli eccessi[6].

Il punto di vista dei monetaristi è puramente macroeconomico e ignora i mutamenti micro, cioè le modificazioni nella struttura produttiva, in particolare nel settore dei beni capitali, che fanno seguito all’aumento della moneta. Questo limite dipende anche dalla mancanza di una teoria del capitale (o di aver assunto la teoria del capitale à la Clark). I dati (USA anni ‘70, Giappone fine ‘80 e ‘90, USA 1995-2003) confermerebbero la tesi austriaca: nei periodi inflazionistici l’economia è molto più volatile.

Lettura della depressione del 1929: per Friedman la Federal Reserve erroneamente non aveva aumentato l’offerta di moneta durante la recessione, anzi l’aveva ridotta di un terzo (aumento dei tassi, sterilizzazione delle importazioni di oro, chiusura del credito alle banche) trasformando una recessione in una depressione. Per gli Austriaci l’errore era stato di inflazionare (aumento dell’offerta di moneta e del credito) durante gli anni ‘20, creando un boom da sovrainvestimento, artificiale; la depressione non fu che l’inevitabile aggiustamento di una struttura produttiva distorta. Inflazionare la quantità di moneta avrebbe solo aggravato la situazione e posposto la ripresa sana. La controversia dunque si sposta sull’evidenza empirica: Friedman mostra che nel periodo 1921-’29 la quantità di moneta M2 è cresciuta del 46%, meno della crescita del pil (4% contro 5,2% all’anno). Inoltre i prezzi negli anni ‘20 erano rimasti stabili (ma non quelli del mercato azionario); dunque la politica monetaria era stata corretta. Rothbard obietta sul tipo di aggregati finanziari da considerare: a M2 aggiunge le azioni delle società cooperative che erogavano mutui ai soci (savings and loans), i depositi presso le unioni di credito e i valori di riscatto delle assicurazioni sulla vita, tutti sostituti della moneta che potevano essere facilmente convertiti in moneta al loro valore nominale. Considerando anche questi aggregati l’incremento della quantità di moneta sarebbe del 61,7% e non del 46%. Economisti anche austriaci hanno detto che non c’era bisogno di forzare così tanto la definizione di moneta (i riscatti delle assicurazioni sulla vita in genere non sono trattati come attività liquide), perché per dimostrare una politica di credito facile bastava far riferimento alla riduzione artificiale del tasso di interesse al di sotto di quello naturale, che potrebbe aver determinato il boom dei beni capitali.

4) Politiche fiscali

  1. a) Friedman preferisce le imposte sul reddito. Prelevate attraverso la ritenuta alla fonte, da Friedman proposta durante la seconda guerra mondiale quando era al dipartimento del Tesoro.

Molti Austriaci non anarcocapitalisti preferiscono le imposte indirette, perché lasciano un margine di libertà in più.

  1. b) L’imposta negativa sul reddito, forma di assistenza ai più poveri. Per gli Austriaci disincentiva il lavoro e grava sui contribuenti.

5) Esternalità e servizi pubblici

Oltre a giustizia, ordine pubblico e difesa, Friedman ammette per l’istruzione e i parchi la mano pubblica, perché sono due casi in cui gli individui traggono benefici che non pagano; dunque bisogna essere costretti a pagare attraverso le imposte. Per gli Austriaci questo schema può essere applicato a quasi tutte le situazioni della vita umana, dunque in tal modo si statalizzerebbe quasi tutto[7].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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- La metodologia dell’economia positiva (1953), in Metodo, consumo e moneta, il Mulino, Bologna, 1996, pp. 93-136; ed. or. The Methodology of Positive Economics, in Essays in Positive Economics, University of Chicago Press, Chicago, 1953.

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Skousen, M., Vienna and Chicago, Friends or Foes?, Capital Press, Washington DC, 2005.

 Note

[1] Per un’illustrazione della teoria di Milton Friedman, v. P. Vernaglione, La Scuola di Chicago – il Monetarismo, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teorie-economiche/monetarismo.doc, 31 luglio 2009.

[2] Per un esame più approfondito delle differenze fra il metodo Austriaco e quello positivista, v. P. Vernaglione, Differenze epistemologiche, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/differenze-epistemologiche.doc, 31 luglio 2009.

[3] La Scuola di Chicago ha offerto un contributo decisivo anche alla tradizione di ricerca di Law and Economics. Per un’illustrazione di tale approccio e delle critiche degli Austriaci v. P. Vernaglione, Austriaci e Analisi economica del diritto, in http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-aed.doc, 31 luglio 2009.

[4] M.N. Rothbard, Gold vs. Fluctuating Fiat Exchange Rates, in H. F. Sennholz (a cura di), Gold is Money, Greenwood Press, Westport, Conn., 1975, pp. 24-40; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 350-363; The World Currency Crisis, in «The Free Market», febbraio 1986, pp. 1, 3–4.

[5] Su questo ultimo aspetto, v. M.N. Rothbard, Timberlake on the Austrian Theory of Money: A Comment, in «Review of Austrian Economics» 2, 1988, pp. 179-187.

[6] Per un’illustrazione più approfondita della teoria del ciclo Austriaca v. P. Vernaglione, Ciclo economico, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/ciclo.doc, 31 luglio 2009.

[7] Per la critica degli Austriaci alla teoria dei beni pubblici v. P. Vernaglione, Interferenze coercitive. L’intervento dello Stato, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/intervento-stato.doc, 31 luglio 2009, pp. 8-12.

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Boom petrolifero e overdose di stato

Lun, 23/03/2015 - 08:00

Fa di certo piacere quando lo stato acquista enormi quantità del tuo prodotto. Mentre il prezzo del petrolio continua a registrare  record negativi, gli automobilisti festeggiano ed i dirigenti delle compagnie pretrolifere sudano freddo. Niente paura: lo stato sta correndo in soccorso… dell’industria petrolifera. Il Department of Energy sta programmando un intervento tramite l’acquisto di 5 milioni di barili: è indispensabile per la sicurezza nazionale, che credevi?

Con un andamento che ha sorpreso ogni previsione, il prezzo del petrolio è crollato del 55% nell’ultimo anno apportando enormi benefici ad automobilisti, imprenditori e consumatori. E’ un impressionante esempio di quanto efficacemente i prezzi rivelino informazioni sulla realtà sottostante le risorse di mercato. La tecnologia ha spazzato via le paure selvagge ed infondate di carenze petrolifere: la produzione è ai massimi storici in risposta ad una domanda record. Gli incredibili eventi recenti sono un grande beneficio per i consumatori poiché le spinte al ribasso stanno tenendo a freno i prezzi al distributore. Il mercato ci offre petrolio come mai prima: non sta fallendo, sta invece registrando un successo oltre ogni aspettativa.

Gli “esperti” continuano ad ammonirci su come tale andamento sia solo temporaneo, ma nessuno può dirlo con esattezza: entro la fine dell’anno  potremmo anche vedere il petrolio a 20 $/barile. Il piano di acquisto di stato prevede il conferimento dei nuovi barili presso la Strategic Petroleum Reserve, un’eredità del passsato dalla presidenza Ford. Nelle parole del Department of Energy, essa fa incetta della produzione delle compagnie petrolifere “per proteggere gli Stati Uniti dal rischio di gravi interruzioni nell’approvvigionamento petrolifero tramite l’acquisto, deposito, distribuzione e gestione di scorte petrolifere d’emergenza”. Tuttavia, lungi dal notare un’interruzione nel servizio, stiamo assistendo ad un’offerta petrolifera  maggiore e migliore. Puoi capire dal gergo usato sopra quanto quel programma di stato sia invece tra i più arretrati immaginabili: esso dimostra la più totale incomprensione del funzionamento del sistema di prezzi, cioè del meccanismo che segnala carenze o surplus di mercato. I prezzi coordinano l’interesse di acquirenti e venditori trasmettendo informazioni reali sulla scarsità delle risorse sottostanti a un dato prodotto. Prezzi in aumento inviano informazioni sulla domanda e sull’offeta, disincentivando il consumo e promuovendo la produzione. Prezzi in calo a propria volta incoraggiano il consumatori all’acquisto, ed i produttori a diminuire la produzione.

Il sistema dei prezzi funziona davvero, nonostante certi penosi tentativi di pianificazione centralizzata. Il piano di acquisti di stato rappresenta inoltre solo mezza giornata di produzione petrolifera negli Stati Uniti, come se un intervento tanto minuscolo potesse fare la differenza tra prosperità e disastro. Se fosse davvero necessario detenere una riserva strategica di petrolio, non dovremmo allora averne una anche per le carote, la carne di manzo, gli iPad, le scarpe da tennis o l’uva passa? Tenetevi forte: per quest’ultima ne esiste davvero una: la National Raisin Reserve, anacronismo altrettanto bizzarro ereditato dall’era della Grande Depressione e che impone ai produttori di uva passa di destinare allo stato metà del proprio raccolto, al fine di mantenerne alto il prezzo.

La Strategic Petroleum Reserve detiene riserve totali pari a due mesi di produzione petrolifera degli USA, la quale rappresenta solo il 10% della produzione mondiale. Perché non portarla a sei mesi, o un anno? E perché mai solo mezza giornata di produzione? Non vi è alcun criterio razionale dietro a questa decisione. Poniamo che accada davvero una qualche sorta di catastrofe che provochi un blocco della produzione: i prezzi schizzerebbero alle stelle attivando un notevole aumento di produzione petrolifera in tutto il mondo. Poniamo anche che, per ragioni di politica estera, gli USA blocchino qualunque importazione petrolifera ed inizino ad attingere alle proprie riserve: non sarebbe di certo il consumatore a beneficiarne ma lo stato, il quale si preoccuperebbe di inviarle all’esercito ed a tutte le proprie agenzie ritenute essenziali.

In altre parole, questo programma non ha nulla a che fare con te e me, nemmeno in teoria. Per comprendere come una creatura come la SPR possa mai esistere basterà guardare a chi ne beneficia di più: l’industria petrolifera. E’ un mercato protetto, un sussidio alla grande industria proprio come i buoni alimentari lo sono per il settore agricolo. Forse è questo il motivo per cui una simile proposta viene rispolverata proprio ora che i prezzi petroliferi sono in forte discesa: per assistenzialismo di stato all’industria, per altro ben poco velato.

Il programma di sussidio della SPR fu introdotto quando i prezzi del petrolio erano controllati dallo stato e sull’industria petrolifera gravavano forti pressioni finanziarie: la riserva contribuì ad alleviare tale pressione, classico caso di come un intervento di stato ne richieda poi un altro fino a che una certa categoria privilegiata resti soddisfatta del nuovo equilibrio. La SPR fu la classica toppa sopra un “buco del mercato” creato dallo stato. Non si ha più un controllo sui prezzi petroliferi sin dagli ultimi anni ’70, il che rimuove ogni necessità oggettiva di una riserva. Il solo periodo in cui si sono registrate code ai distributori fu quando era presente uno zar che ordinava alle persone quanta benzina acquistare ed a quale prezzo. Le code sparirono dopo la rimozione di tale controllo.

Qual è il danno provocato dalla Strategic Petroleum Reserve? Innanzitutto quello di uno scriteriato spreco di soldi del contribuente. Qualora l’offerta di petrolio fosse davvero carente, il fatto di iniettarne altro proveniente da una riserva di stato attiverebbe nel mercato pressioni al ribasso dei prezzi, riducendo l’incentivo dei produttori ad aumentare la produzione proprio quando ce ne sarebbe più bisogno.

La SPR è un perfetto esempio del pericolo di un qualunque programma di governo: una volta avviato è estemamente difficle liberarsene, indipendentemente da quanto irrilevante il motivo iniziale sia diventato. Eccoci dunque quarant’anni dopo, con significativi aumenti della produzione petrolifera e dell’innovazione nel campo della raffinazione e distribuzione, ma stiamo ancora pagando caro per un piano di accumulo privo di alcun senso dal punto di vista economico. Lo si dovrebbe abolire del tutto, come suggerì Ronald Reagan nel 1980 (prima di cambiare idea e dirsi favorevole ad una sua espansione). In conclusione, si può dire che la SPR assomigli molto al Servizio Postale: esiste solo grazie ad una magica combinazione di ingoranza economca e privilegi di casta.

(Originale: Oil Boom and Governemnt Glut)

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Quando sognavano l’Unione Sovietica

Ven, 20/03/2015 - 09:00

The Austrian School: Past and Present, scritto da Randall G. Holcombe come introduzione alla raccolta di saggi da lui curata, 15 Great Austrian Economists (Ludwig von Mises Institute, 1999), è un saggio molto ricco di informazioni e di spunti. Ho scelto di tradurne alcuni brani significativi, perché è opportuno non dimenticare, oggi, quali siano stati, in un passato ancora prossimo, miti e modelli dei macroeconomisti. Sperando che quel passato non ritorni, in versione anche peggiore, come futuro distopico, visto che tutto fa pensare che il mainstream dei simil-economisti continui a lavorare in quello stesso senso…

Un altro fattore che ha allontanato l’economia Austriaca dal mainstream è stato il dibattito sul calcolo socialista. Nel 1919, poco dopo la formazione dell’Unione Sovietica, Ludwig von Mises, ad un convegno della professione, presentò un articolo dove sosteneva la tesi che le economie a panificazione centrale fossero condannate al fallimento. Mises ha sviluppato la propria idea in opere successi e e ha continuato a difendere la sua tesi fino alla morte, nel 1973. Hayek si è unito al dibattito al fianco di Mises, un’aggiunta di peso; ma la maggior parte degli altri economisti si è ammassata sull’altro fronte, dando vita a quello che è stato chiamato il dibattito sul calcolo economico socialista. L’opinione comune degli economisti di professione era che Mises avesse torto e che la pianificazione centrale non solo fosse praticabile, [ma] che fosse superiore al mercato come metodo di allocazione delle risorse economiche. Mises, il principale portavoce della Scuola Austriaca, è stato identificato con la sua posizione nel dibattito sul calcolo socialista in modo tanto stretto che ha gettato un’ombra su tutta quanta la teoria economica Austriaca. Entro il 1950, qualsiasi economista esprimesse sostegno alla Scuola Austriaca si stava, implicitamente, schierando su quella che era generalmente considerata la posizione perdente nel dibattito. Pochi economisti dell’ambiente accademico erano disposti a farlo.

Entro la metà del ventesimo secolo, la teoria economica si è concentrata sulle condizioni matematiche per l’equilibrio economico, e la politica economica si è concentrata sui modi in cui l’intervento del Governo nell’economia può favorire la prosperità. La teoria Austriaca, con la sua enfasi sui processi di mercato anziché le condizioni di equilibrio, con la sua attenzione per l’attività d’impresa, anziché l’equilibrio concorrenziale sui merci a zero profitti, e con la sua attenzione per l’allocazione delle risorse prodotta dal mercato anziché per la pianificazione governativa, si era spostata ai margini della scienza economica, da una delle forze principali al centro del pensiero economico, qual era stata.

Giunti al 1950, tutto ciò che restava della Scuola Austriaca era Ludwig von Mises, e i suoi studenti alla New York University. Mises e Hayek, i due Austriaci più in vista, erano sempre identificati con la loro ostinazione a credere che le economie socialiste fossero condannate a fallire, la quale li screditava agli occhi della maggior parte dei professori di economia.

[…]

Dal suo nadir a metà del ventesimo secolo, la teoria Austriaca ha continuato a guadagnare visibilità, sia dentro l’accademia sia fuori. F.A. Hayek ha vinto il Premio Nobel per l’economia nel 1974, dando alla Scuola Austriaca attenzione e rispettabilità. A quel punto, un piccolo movimento i rinascita Austriaca, condotto da Kirzner e Rothbard, era già in corso, e il Premio Nobel di Hayek gli ha fornito una spinta in più. Tuttavia, la Scuola Austriaca era sempre banded dal fatto di trovarsi sulla posizione perdente nel dibattito sul calcolo socialista. Nel 1973, l’anno della morte di Mises, Paul Samuelson, altro Premio Nobel per l’economia e uno dei più importanti professori di economia della corrente dominante, sosteneva, nel proprio manuale introduttivo, che, a dispetto del fatto che l’Unione Sovietica aveva circa metà del reddito pro capite USA, il suo sistema economico superiore, basato sulla pianificazione centrale, le assicurava una crescita più rapida. Basandosi su quest’assunto, Samuelson prevedeva che il reddito pro capite nell’URSS potesse raggiungere quello degli Stati Uniti già nel 1990, e quasi certamente entro il 2015.1 Tenete presente che la previsione di Samuelson si trovava in un best-seller, il suo manuale istituzionale per matricole, e che era la linea standard che si insegnava nelle aule universitarie in quel tempo. Chiaramente, il mainstream non aveva accettato le idee della teoria Austriaca.

Ironicamente, il dibattito sul calcolo socialista, che tanto aveva macchiar la reputazione della Scuola Austriaca perché Mises e Hayek rifiutavano di cedere, divenne una delle maggiori vittorie della teoria economica Austriaca dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, seguito dal collasso dell’Unione Sovietica nel 1991. Saltò fuori che Mises aveva ragione, e i ritmici della Scuola Austriaca, che un tempo ne avevano respinte le tesi come fuori del mondo, vennero convertiti, se non in fan, almeno in esploratori curiosi. Economisti che, in un altro momento, avevano scartato la Scuola Austriaca volevano scoprire quali intuizioni avessero portato Mises e una misera manciata di altri ad essere così certo delle loro idee, a dispetto della disapprovazione pressoché unanime degli economisti di cattedra e di carriera.

Mentre il ventesimo secolo si avvicina al termine, molte delle idee che un tempo distinguevano la teoria Austriaca dal mainstream sono, ora, oggetto di indagine da parte degli economisti mainstream. Decenni or sono, i macroeconomisti hanno riconosciuto a necessità di disaggregare le proprie elaborazioni teoriche, scendendo al lavello del comportamento individuale, e gli economisti riconoscono sempre più l’importanza dell’incertezza e dell’informazione imperfetta per il modo in cui gli individui prendono decisioni e i mercati operano. Tuttavia, resta una divisione netta in molte aree; la più ovvia è, forse, la persistente concentrazione del mainstream sulle proprietà matematiche dell’equilibrio, rispetto alla concentrazione degli Austriaci sul processo di mercato.

NOTE

1 Paul A. Samuelson, Economics, New York 1973 (IX ed.), pag. 883.

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Quando è lo stato a seminare malattie.

Mer, 18/03/2015 - 08:00

Conoscete quel vecchio mito sull’industria del confezionamento carni? Nel 1906 Upton Sinclair pubblicò il proprio libro, dal titolo The Jungle, e scandalizzò il paese intero descrivendo gli orrori di quel settore. Esseri umani bolliti in tinozze e spediti al macello; parti di roditori mescolate alla carne, e così via. Di conseguenza, il Federal Meat Inspection Act fu approvato in parlamento ed i consumatori furono salvati da tremende infezioni. La lezione fu che lo stato è necessario per impedire alle imprese alimentari private di avvelenarci tutti coi loro prodotti.

Non solo, ma questo mito è oggi responsabile del largo sostegno all’intervento statale per contrastare l’ebola e dell’attività di ispezione alimentare del Ministero dell’Agricoltura satunitense, della regolamentazione dei medicinali da parte della FDA, della pianificazione centrale sulla produzione alimentare, del Centro per la Prevenzione e Controllo delle malattie e delle legioni di burocrati che ispezionano e certificano le imprese ad ogni piè sospinto. Questo mito è a fondamento della giustificazione addotta dallo stato per intromettersi in ciò che mangiamo e nel modo in cui ci occupiamo della nostra salute.

Tutto si basa sull’assunto implausibile che le persone impegnate nel confezionamento e vendita di un prodotto alimentare non abbiano alcun interesse a che quest’ultimo possa farci male. Basta un solo secondo, tuttavia, per comprendere come una simile idea sia del tutto falsa: in un libero mercato basato sul consumatore, l’attenzione verso il cliente è il miglior criterio di regolazione (il che presumibilmente comprende anche il non volerti uccidere); la reputazione del produttore è un potente strumento di profitto e l’igiene lo è per la reputazione, da molto prima dell’arrivo di Yelp.

Lawrence Reed si è occupato di altri miti sull’industria del confezionamento carni; l’opera di Sinclair non era intesa come resoconto fedele dei fatti: era più una fantasia in forma di sermone socialista. Provocò una levata di voci in favore di una maggiore regolamentazione, ma il vero motivo per cui la relativa norma fu approvata sta nel fatto che i maggiori produttori di carni di Chicago compresero come essa avrebbe messo al tappeto i loro concorrenti. Infatti, le ispezioni sulle carni imposero a questi ultimi costi tali da trasformare quel settore in un oligopolio. Ecco perché i principali sostenitori del disegno di legge furono proprio i maggiori produttori: la normativa ebbe più a che fare col proteggere una elite che col difendere il consumatore.

A proposito di questi retroscena storici, c’è molto altro da sapere sulle giustificazioni addotte dallo stato per intromettersi nel settore sanitario. La norma imponeva ispezioni federali in loco a qualunque ora ed in qualunque impianto produttivo. A quel tempo, i legislatori escogitarono un metodo inaffidabile per l’individuazione di carne guasta: infilzare il campione con una sonda e poi annusarla. Se l’odore era di fresco, l’ispettore avrebbe infilzato la sonda in un altro campione, per poi annusarla di nuovo. Questa procedura era attuata su ciascun campione selezionato all’interno di un impianto.

Nel suo libro The Food-Safety Fallacy: More Regulation Doesn’t Necessarily Make Food Safer (Northeastern University Law Journal, vol. 4, no. 1), Baylen J. Linnekin sottolinea quanto questo metodo ispettivo fosse fondamentalmente difettoso: innanzitutto i patogeni della carne non sono necessariamente rilevabili all’olfatto; si richiede infatti del tempo affinché inizino a far puzzare la carne. Inoltre, essi possono diffondere malattie anche attraverso il contatto: la sonda infilzata nel campione può entrare in contatto con dei batteri e passarli al campione successivo senza che l’ispettore se ne accorga. Tale metodo di ispezione fu certamente responsabile della rasmissione di patogeni da campioni guasti a campioni sani e facendo sì che l’intero stabilimento diventi un ricettacolo di patogeni, invece di isolarli all’interno di un solo campione. Come spiega Linnkin:

In un innumerevole quantità di casi gli ispettori della USDA senza alcun dubbio trasmisero batteri dannosi da campioni di carne contaminati ad altri sani e, di conseguenza, furono direttamente responsabili dell’insorgenza di malattie in un numero imprecisato di statunitensi.

In termini di efficacia nel trasmettere patogeni da carni infette a carni sane, il metodo “pungi e annusa” fulcro del sistema di ispezione carni della USDA fino alla fine degli anni ’90 del XX secolo, fu senza dubbio lo strumento ideale. A ciò si aggiunga il fatto che gli stessi ispettori USDA sin dall’inizio furono critici del protocollo e che la USDA mancò al proprio ruolo di controllore presso centinaia di stabilimenti per quasi tre decenni. Diviene allora piuttosto chiaro come, invece di aumentare la sicurezza alimentare, tale metodo rese il cibo meno sano ed i consumatori meno sicuri.

Sì, hai letto bene: il metodo “pungi e annusa” fu inaugurato nel 1906 e restò in vigore fino agli anni ’90. Lo stesso sito della USDA pubblica il resoconto di un ispettore che suggerì l’abbandono di una pratica, quella realtiva all’ispezione carni, durata più a lungo del regime sovietico.

Quando in ambiente scolastico si parla di sicurezza alimentare, di solito vengono elencati alcuni episodi di scandali alimentari per poi concludere con l’approvazione della normativa in materia. Sembra esserci una generale carenza di curiosità riguardo a quanto avvenne dopo: i legislatori ottennero il risultato cercato? La situazione migliorò? Se sì, fu questo miglioramento dovuto alla normativa in materia, oppure alle innovazioni introdotte dai privati? Oppure la situazione è peggiorata e, in caso sia accaduto proprio questo, possiamo attribuirne la responsabilità agli stessi legislatori? Queste sono le domande che dobbiamo chiederci.

Il motivo per cui pessime pratiche durano nel tempo senza essere rimpiazzate tramite una più efficace sperimentazione è direttamente connesso all’immobilismo della macchina pubblica. Una volta che una norma è in pratica, nessuno può fermarla indipendentemente dal fatto che possa essere assolutamente priva di senso. Ne avete una prova ogni volta in cui vi mettete in coda per i controlli di sicurezza all’aeroporto: l’irrazionalità è tale da lasciare ogni volta a bocca aperta… me e pure gli addetti alla sicurezza! Requisiscono bottiglie di shampoo ma fan passare accendini; a volte sequestrano i cavatappi, altre no. Ti analizzano le mani per verificare che tu non abbia manipolato esplosivi, ma l’improbabilità di un evento simile fa sì che l’addetto stesso riesca a stento a mantenere una faccia seria.

Ogni qualvolta lo stato impone delle regole opera come se avesso impostato il pilota automatico; non ha importanza quanto idiote, dannose, irrazionali o obsolete siano: quelle regole finiscono col surclassare la capacità di ragionamento umana. Quando si parla di sanità, una simile pratica diviene assai problematica: in questo settore della vita nessuno vuole un supervisore impermeabile alle innovazioni ed al progresso, nessuno vuole trovarsi sottoposto ad un regime specializzato nel seguire protocolli indipendentemente dalla loro efficacia, invece di migliorarsi avendo un fine concreto in mente.

Questo è il motivo per cui nelle società dominate dallo stato tutto scivola in ibernazione. A esempio, la Cuba di oggi ricorda ancora le illustrazioni degli anni ’50 e la Germania dell’Est dopo il crollo del muro, così come l’Unione Sovietica, ci ha presentato una società tato arretrata. E’ il motivo per cui il servizio postale non riesce a rinnovarsi e la scuola pubblica è ferma agli anni ’70. Una volta introdotto un piano di stato, non lo si schioda più manco quando è evidente il suo fallimento.

La vicenda del metodo “pungi e annusa” nell’industria del confezionamento carni serva da monito contro ogni forma di regolamentazione statale intesa a proteggerci da infezioni, a portarci maggior sicurezza o ad ogni altra cosa. Viviamo in un mondo di continuo cambiamento ed aumentata conoscenza: le nostre vite ed il nostro benessere dipendono da sistemi economici capaci di adattarsi al primo, elaborare la seconda e renderla utile al servizio di bisogni umani. Un’economia di mercato competitiva svolge esattamente questa funzione.

 

(Originale: When the Governement Spreads Diseses: the 1906 Meat Inspection Act)

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Austriaci e neoclassici

Lun, 16/03/2015 - 09:00

In questo lavoro vengono esaminate le principali differenze fra la Scuola Austriaca e la tradizione Neoclassica. Sebbene nelle classificazioni dottrinali più sommarie gli Austriaci vengano incorporati nella scuola Neoclassica, ciò può essere considerato corretto solo relativamente alle origini delle due tradizioni di ricerca, in particolare con Menger. Successivamente le differenze metodologiche si sono accentuate in una misura tale da configurare due orientamenti teorici distinti, e a tratti contrapposti[1].

1) Le scuole classica e neoclassica considerano come soggetto idealtipico l’homo oeconomicus, l’uomo d’affari, il cui obiettivo è la massimizzazione del profitto monetario, o in generale dell’interesse personale inteso in senso strettamente egoistico. Ma questo modello è parziale, e non dà conto ad esempio di una figura centrale come è quella del consumatore, e di un atto fondamentale qual è il consumo; oppure di preferenze diverse dal guadagno monetario, come ad esempio il valore affettivo che un individuo attribuisce ad un determinato bene. L’homo oeconomicus afferra solo una parte dell’uomo, mentre l’uomo agente e la teoria dell’azione umana colgono l’intera dinamica economica.

2) Equilibrio – I neoclassici ritengono che l’economia di mercato sia sempre in uno stato di equilibrio di lungo periodo, senza profitti, perdite e incertezza. La Scuola di Losanna (Walras, Pareto, Schumpeter) si limita a determinare le appropriate grandezze degli elementi del sistema, appunto le condizioni dell’equilibrio.

In fisica “equilibrio” è uno stato in cui un’entità rimane; ma in economia c’è una tendenza verso l’equilibrio, mai uno stato di equilibrio. Gli Austriaci infatti si sono concentrati non sull’equilibrio ma sul processo attraverso il quale il mercato muove verso l’equilibrio; e in questo contesto il tempo diventa un concetto centrale[2]. Gli attori economici, poiché agiscono per uno scopo, per raggiungere un dato stato finale, puntano all’equilibrio; il concetto di azione, di processo, implica lo stato di equilibrio. Ma nel mondo reale questo equilibrio non è mai completamente raggiunto, è sempre modificato, perché cambiano continuamente le determinanti dell’attività economica: valori, risorse, tecnologie, conoscenze, prodotti ecc. Per il semplice fatto che l’uomo agisce, non vi può essere equilibrio.

Le equazioni del modello non contengono informazioni sulle azioni umane, che conducono da uno stato di squilibrio a uno di equilibrio.

La Scuola Austriaca ha sviluppato un’analisi dinamica, dei processi di mercato, non statica.

3) Conoscenza perfetta – La teoria neoclassica ha posto la premessa irrealistica della perfetta conoscenza da parte di tutti gli operatori economici, consumatori, produttori, imprese. Dunque le domande, le offerte, i costi, i prezzi, i prodotti, le tecnologie, i mercati sarebbero completamente noti a tutti. La Scuola delle aspettative razionali ha estremizzato tale tesi asserendo che il mercato, come un’entità reificata onnisciente, possiede la conoscenza delle suddette informazioni non solo relativamente al presente, ma anche al futuro[3].

Secondo l’impostazione prasseologica misesiana, al contrario, la conoscenza del presente, e meno ancora quella del futuro, non è mai perfetta, e il mondo in generale, e il mercato in particolare, sono eternamente caratterizzati dall’incertezza. D’altra parte l’uomo acquisisce la conoscenza, che si spera aumenti nel tempo, delle leggi naturali e delle leggi di causa ed effetto, che gli consentono di scoprire migliori e più numerosi modi di controllare la natura e di conseguire i propri scopi con maggiore efficacia. Per quanto riguarda l’incertezza, è compito dell’imprenditore fronteggiarla assumendo rischi, cercando di conseguire profitti ed evitare le perdite[4].

Per il prasseologo, quindi, l’Uomo Misesiano affronta il mondo conoscendo sicuramente alcune cose del suo mondo e non conoscendone altre. Egli sa con certezza che lui e il mondo, comprese le altre persone e le risorse, esistono; sa che le leggi naturali e le leggi di causa ed effetto esistono; e che tale conoscenza si accresce nel tempo. La sua conoscenza tecnologica sul tipo di beni che soddisferanno i suoi bisogni e sul modo in cui acquisirli aumenta continuamente. Eppure egli vive in un mondo di incertezza, di domande, risorse, prodotti, prezzi e costi futuri incerti, tutti problemi che gli imprenditori affrontano. Nel tempo, gli imprenditori che hanno successo nel sopportare i rischi e nel prevedere il loro specifico futuro conseguiranno profitti ed espanderanno le loro attività, mentre coloro che non sanno sopportare i rischi e prevedono male soffriranno perdite e necessariamente vedranno contrarsi il loro campo di attività. Di conseguenza, gli imprenditori tenderanno a stare attenti e ad aver successo in molte delle loro previsioni.

L’ipotesi di conoscenza perfetta non può dare conto del fatto che i giudizi corretti degli imprenditori sono premiati e quelli sbagliati sono penalizzati, e questa è una spiegazione fondamentale di come i mercati servono le preferenze dei consumatori; in altri termini, l’ipotesi di conoscenza perfetta comporta l’assenza dell’errore da parte dell’imprenditore. Inoltre è cancellata la moneta.

4) Le curve di indifferenza – Esse indicano che combinazioni diverse nel consumo di due beni apportano lo stesso benessere. Nella teoria dell’azione Austriaca l’agente sceglie sempre una soluzione, e compiendo quella scelta rivela la sua preferenza, non è indifferente. L’azione umana consiste nel tentativo di sostituire una condizione peggiore con una migliore, non di passare a una condizione identica a quella di prima: perché fare sforzi per rimanere con lo stesso benessere di prima? Inoltre se un individuo è indifferente fra due alternative, non può scegliere nessuna delle due. L’“indifferenza” non è un criterio utile per l’azione.

L’indifferenza è il concetto centrale nella teoria del valore neoclassica. Mentre per gli Austriaci il valore di un bene è dato dal fine soggettivo (o utilità) che quel bene riesce a far conseguire all’utilizzatore, per i neoclassici è definito in termini di più beni (due beni o due gruppi di beni): il valore di ogni singolo bene è l’ammontare di un altro bene verso cui l’agente è indifferente, per un dato livello di soddisfazione.

Quando i neoclassici determinano la composizione del consumo attraverso la tangenza fra linea del bilancio e curva di indifferenza, e dunque l’uguaglianza fra il rapporto fra i prezzi e il rapporto fra le utilità marginali, utilizzano i prezzi come una proxy per calcolare i valori. Ma il calcolo dei valori è impossibile (v. prossimo punto).

5) Ordinale e cardinale – L’utilità non può essere quantificata attraverso unità di misura (unità estensiva), come si fa per altri settori, come il peso, la lunghezza, la temperatura. Le utilità che si ricavano da opzioni alternative sono grandezze intensive e possono essere messe solo in ordine (decrescente) dal singolo individuo. Ancora più antiscientifica e impossibile è la comparazione delle utilità fra individui diversi. Anche se oggi la stragrande maggioranza della teoria neoclassica afferma di rifarsi a un criterio ordinale, tuttavia la cardinalità riemerge in alcuni pezzi di analisi. Ad esempio, quando si utilizza l’equazione UM1/p1=UM2/p2, ciò vuol dire automaticamente che si sta utilizzando il criterio cardinale, perché se si divide il valore che sta al numeratore, che è utilità, per una qualsiasi altra cosa, significa che esso è inevitabilmente concepito in termini cardinali, di numeri da dividere per altri numeri. Se infatti al numeratore ci fosse una valutazione ordinale, ad esempio il secondo o il terzo, tale circostanza non consentirebbe alcun criterio operativo, cioè non darebbe proprio la possibilità di effettuare la divisione.

Altri esempi di utilizzazione implicita del criterio cardinale: ogni volta che su un grafico cartesiano si pone il reddito sull’asse delle ascisse e l’utilità (totale e/o marginale) sull’asse delle ordinate si sta utilizzando l’utilità cardinale (ciò che avviene nei manuali Musgrave e Varian); quando si presenta un’analisi costi-benefici; quando si fa riferimento alle esternalità; quando si dice che la concorrenza imperfetta è economicamente inefficiente.

Anche l’uso dei miglioramenti paretiani incorre in problemi: non è possibile sapere se una politica ha migliorato il benessere di alcuni senza peggiorare il benessere anche solo di uno; ad esempio, anche una politica che ha aumentato la disponibilità di beni per tutti gli individui potrebbe scontentare gli ambientalisti o gli asceti.

I prezzi di mercato sono gli unici strumenti con cui è possibile calcolare l’efficienza, e dipendono dai giudizi soggettivi di individui che sostengono un costo effettivo per la loro scelta.

6) Continuo o discreto – L’azione umana avviene con modalità discreta, perché gli esseri umani non possono fare differenziazioni infinitesimali. Le curve della matematica, con il loro carattere continuo, non rappresentano l’azione umana. Inoltre conducono a conclusioni errate: ad esempio, quando nel grafico della concorrenza imperfetta si rappresenta la curva di domanda decrescente e la curva dei costi a U, si conclude che il punto di equilibrio è quello a costi medi più alti (figura 1).

                                                             Figura 1

 

 

 

 

 

 

 

Se però la curva dei costi viene rappresentata in una versione non-continua, è possibile che il punto di equilibrio sia quello più basso nella curva (figura 2).

Figura 2

 

 

 

 

 

 

7) Non c’è bisogno che, nella posizione di equilibrio, l’utilità marginale dell’acquirente sia uguale all’utilità marginale del venditore; il beneficio che i due traggono dallo scambio esiste anche se le loro utilità marginali sono diseguali.

8) I neoclassici credono nell’esistenza di “beni pubblici”, gli Austriaci no[5].

 

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Rothbard, M. N., Toward a Reconstruction of Utility and Welfare Economics, in M. Sennholz (a cura di), On Freedom and Free Enterprise: Essays in Honor of Ludwig von Mises, Van Nostrand, Princeton, 1956, pp. 224-262.

Man, Economy and State, Van Nostrand, Princeton, 1962.

Per la citazione del presente saggio: P. Vernaglione, Austriaci e neoclassici, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-neoclassici.doc, 31 luglio 2009.

 Note

[1] Esponenti Neoclassici in senso stretto vanno considerati Walras, Jevons, Marshall, Edgeworth, Wicksteed, Fisher, Pigou. Sul piano metodologico mantengono molte delle opzioni neoclassiche gli esponenti della cosiddetta “sintesi keynesiano-neoclassica”, dominante a partire dalla metà del Novecento.

[2] G.P. O’Driscoll e M.J Rizzo hanno osservato che il tempo dei neoclassici è il tempo “newtoniano”, in cui ci si muove in avanti e indietro, nel passato, nel presente e nel futuro; cioè, nei modelli di equilibrio generale la variabile tempo può alterarsi liberamente (più precisamente, il valore collocato in pedice). Invece il tempo degli Austriaci è un tempo “reale”, che comporta la conoscenza di ciò che è accaduto in passato e l’incertezza sul futuro. G.P. O’Driscoll, M.J. Rizzo, The Economics of Time and Ignorance, Routledge New York, 1996.

[3] Più precisamente, affermano che il mercato possiede una conoscenza assoluta delle “distribuzioni di probabilità” di tutti gli eventi futuri, essendo qualsiasi errore puramente casuale. Ma ciò aggrava solo il problema, perché il concetto di “distribuzione della probabilità” può essere usato solo per eventi omogenei, casuali [indipendenti dal percorso] e indefinitamente replicabili. Ma gli eventi del mondo dell’azione umana sono quasi esattamente di tipo opposto: sono quasi tutti eterogenei, non casuali [dipendenti dal percorso] e difficilmente replicabili. Inoltre, anche nel caso altamente improbabile che tali condizioni si verificassero, le class probabilities [probabilità di classi di eventi] non potrebbero assolutamente essere utilizzate per spiegare o prevedere eventi, che è ciò con cui abbiamo a che fare nella vita umana.

[4] Mises ha incorporato nella sua prasseologia l’utile distinzione di Knight fra rischio assicurabile (come le lotterie, il gioco d’azzardo o la roulette) e incertezza non assicurabile (perché gli eventi sono eterogenei, non casuali e non ripetibili), che grava sull’imprenditore e per la quale egli consegue profitti o soffre perdite. Vedi L. von Mises, Planning for Freedom and other Essays and Addresses, Libertarian Press, South Holland, Ill., 1952, pp. 108-130.

[5] Su questo punto si veda P. Vernaglione, Interferenze coercitive. L’intervento dello Stato, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/intervento-stato.doc, 31 luglio 2009, pp. 8-12.

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La bolla che ha fatto scoppiare il mondo. Cosmologia

Ven, 13/03/2015 - 09:00

The Bubble That Broke The World (Boston, 1932) è, in larga misura, il frutto della rielaborazione di una serie di articoli di Garet Garrett sul Sunday Evening Post, dedicati, ovviamente, al tema della Grande Depressione. Ai miei occhi, la traduzione delle pagine iniziali del volume – parte del capitolo Cosmology of the Bubble – si è imposta quasi come un imperativo categorico, tanto forti, eloquenti ed istruttive suonavano le analogie con il presente. Ma debbo confessare il mio timore che la storia della bolla che non si volle lasciar scoppiare, alla fine, si rivelerà più brutta ancora.

Il Signore dona la crescita, ma l’uomo ha inventato il credito

Le illusioni di massa non sono rare. Insaporiscono la storia dell’umanità. Le caratteristiche dell’allucinazione sono ben note; e così pure la variante improvvisa che prende il nome di “mania” e, generalmente, colpisce un luogo preciso, come la mania dei tulipani in Olanda molti anni fa, o la mania per le azioni ordinarie in un’epoca recente a Wall Street. Ma un’illusione che influenza la mentalità del mondo intero nello stesso momento era, fin qui, sconosciuta. La nostra esperienza in proposito è originale.

Questa è un’illusione che riguarda il credito. E sebbene, data la natura stessa del credito, ci si debba aspettare che una sorta di linea separi le prospettive del creditore e del debitore, in questo caso il fatto assurdo è che, per più di dieci anni, creditori e debitori, insieme, si sono lanciati negli stessi tranelli. Sotto molti aspetti, come si vedrà, la follia di chi prestava ha superato la leggerezza di chi prendeva in prestito.

I contorni di quest’illusione universale possono essere indicati da tre dei suoi tratti caratteristici.

Primo, l’idea che la panacea per il debito sia il credito.

Il debito, nell’ordine di grandezza attuale, è nato con la [Prima] Guerra Mondiale. Senza il credito, la guerra non sarebbe potuta proseguire per più di quattro mesi; con l’aiuto del credito, è andata avanti per più di quattro anni. La vittoria ha seguito il credito. Il prezzo è stato un debito che lascia senza fiato. In Europa, il debito di guerra era sia interno sia esterno. Il debito di guerra americano era soltanto interno. Questa era l’unica nazione che non avesse preso in prestito nulla; non solo non ha preso in prestito nulla, ma, parallelamente allo sforzo bellico proprio, ha prestato au suoi alleati europei oltre dieci billion di dollari. Tanto dovevano i governi europei al Tesoro degli Stati Uniti, oltre ai loro debiti reciproci e verso i rispettivi popoli. Lo strumento scelto dall’Europa per aggredire il proprio debito, sia interno sia esterno, è stato il ricorso al credito. Ha lanciato appelli a questa nazione per somme enormi di credito privato – somme che erano inimmaginabili prima della guerra – decidendo che, a meno che il credito americano non le avesse fornito i mezzi con cui cominciare a liberarsi del fardello del debito, non sarebbe riuscita a liberarsene affatto.

Risultato: Il fardello del debito privato dell’Europa verso questo Paese, oggi, è più grande del fardello del suo debito di guerra; e il debito di guerra, con gli interessi arretrati, è più grande di quanto fosse il giorno in cui è stata firmata la pace. E non si tratta solo dell’Europa. Quando la guerra è finita, il debito era il terrore economico del mondo. Come pagarlo, era il gigantesco problema. E tuttavia, a stento troverete una nazione, a stento una qualsiasi suddivisione di nazione, stato, città, paese o regione che non abbia moltiplicato il proprio debito, dopo la guerra. La sommatoria di quest’incremento è prodigiosa, e una sua percentuale molto alta è costituita dal ricorso al credito per evitare di pagare il debito.

Secondo, una dottrina socio-politica, oggi ampiamente accettata, che muove dalla premessa che la gente abbia diritto a certi miglioramenti nelle condizioni di vita. Se non possono permetterseli subito, cioè se questi miglioramenti non possono essere forniti dalle loro sole risorse, comunque vi hanno diritto, e gliele deve fornire il credito. E affinché ciò non suoni irragionevole, si aggiunge la tesi secondo cui, se la qualità della vita verrà innalzata dal credito, come naturalmente avverrà per un certo periodo, allora le persone diventeranno creditori migliori, clienti migliori, gente migliore con cui vivere e in grado, finalmente, di pagare volontariamente i propri debiti.

Risultato: Probabilmente metà di tutti i governi, nazionali e locali, nell’area della civiltà occidentale è in fallimento o in stato di crisi acuta per aver preso in prestito somme eccessive, seguendo questa dottrina. Essa ha rovinato il credito di Paesi che partivano senza alcun debito di guerra, Paesi che si erano arricchiti a dismisura co il commercio in tempo di guerra, e Paesi creati di sana pianta dalla guerra. Ora, mentre il credito viene meno e la qualità della vita tende a precipitare dalle altezze a cui, per un certo periodo, il credito l’ha sostenuta, tra i politici c’è costernazione. Sentirete dire che è in pericolo il governo stesso. Come farà ad evitare il caos sociale, come farà a sopravvivere, senza l’aiuto del credito? Come farà la gente a vivere nel modo cui si è abituata, e come hanno diritto di vivere, senza l’aiuto del credito? Bisognerà dire loro di tornare ai vecchi sistemi? Non torneranno indietro. Prima si ribelleranno. Fin qui la retorica, a indicare la posizione emotiva. Essa non dice che ciò contro cui la gente minaccia di ribellarsi è il pagamento del debito per il credito che è stato divorato. Quando hanno vissuto per un po’ al di sopra dei propri mezzi, il debito li sommerge. Se si tassano per ripagarlo, questo significa tornare un pochino indietro. Se ripudiano il proprio debito, questa è la fine del loro credito. In tale dilemma, la soluzione ideale, tanto raccomandata perfino al creditore, è ancora più credito, ancora più debito.

Terzo, la tesi che la prosperità è un prodotto del credito, mentre, fin dai primordi del pensiero economico, è stato supposto che la prosperità derivasse dalla crescita della ricchezza e dal suo scambio, e che il credito ne fosse il prodotto.

Questo modo di pensare invertito è stato fondamentale. Ha razionalizzato l’illusione nel suo insieme. Il suo trionfo fittizio più stupefacente è stato nel campo della finanza internazionale, dove è diventato non ortodosso dubitare che, impiegando il debito in grandezze progressivamente crescenti per gonfiare il commercio internazionale, fosse risolto il problema del debito tra le nazioni. Tutti i Paesi debitori avrebbero assolto i propri obblighi verso l’estero grazie ad una bilancia commerciale favorevole.

Un saldo favorevole nel commercio estero di una nazione deriva dal fatto che vende più di quanto compri. Era possibile per le nazioni vendere l’una all’altra più di quanto comprassero l’una dall’altra, in modo che tutte finissero per avere una bilancia commerciale a favore? Certamente. Ma come? Vendendo a credito. Concedendosi reciprocamente il credito con cui comprare l’una i beni dell’altra. Naturalmente, non tutte le nazioni avrebbero avuto la stessa capacità di elargire prestiti. Ciascuna avrebbe dovuto prestare in proporzione ai propri mezzi. In tal caso, questo Paese sarebbe stato il prestatore principale. E lo è stato.

Man mano che il credito Americano veniva elargito alle nazioni d’Europa per importi che oltrepassavano il miliardo all’anno, in nome di una vaga “espansione” del nostro commercio con l’estero, qualche volta veniva posta la domanda: “Dove sta il profitto nel commercio, se, per ottenerlo, devi prestare ai tuoi clienti i soldi con cui comprano i tuoi beni?”.

La risposta era: “Ma, se non prestiamo loro il denaro perché comprino i nostri beni, non possono comprarli affatto. E allora cosa dovremmo fare con la nostra eccedenza di beni?”.

Man mano che diveniva evidente che le nazioni europee stavano impiegando enormi importi di credito Americano per accrescere la capacità di impianti industriali loro analoghi ai nostri, tutto ciò con l’intenzione di produrre una grossa eccedenza di beni a condizioni concorrenziali e venderli all’estero, qualche volta veniva posta un’altra domanda: “Non stiamo forse elargendo all’Europa credito Americano per accrescere la sua eccedenza esportabile di beni simili a quelli di cui noli stessi abbiamo da vendere un’eccedenza in crescita? Non è forse vero che, mediante il credito Americano, stiamo aiutando i nostri concorrenti a collocarsi in una posizione migliore, rispetto ai prodotti Americani, sui mercati mondiali?”.

La risposta era: “Ovviamente è così. Dovete rammentare che queste nazioni di cui parlate come concorrenti vanno viste anche come debitrici. Ci devono una gran quantità di denaro. A meno che non concediamo loro il credito con cui accrescere la loro capacità di produrre eccedenze per l’esportazione, non saranno mai in grado di pagarci il loro debito.”.

Se mai rimaneva qualche dubbio sul punto a cui ci si poteva aspettare che arrivasse una nazione creditrice, è stato risolto da un eminente cervello tedesco, con il dono, tipico della sua razza, di dominare, con la forza della logica, tutte le implicazioni difficili di un’illusione colossale. Si trattava del dott. Schacht, già presidente della Reichsbank tedesca. Stava parlando in questo Paese. E ai Paesi creditori – principalmente questo – egli riservava l’attività di concessione di crediti, attraverso una banca internazionale, ai popoli arretrati del mondo, al fine di spingerli a comprare radio Americane e coloranti tedeschi. In virtù di quest’argomento in favore di una prosperità mondiale senza fine, quale prodotto del credito illimitato elargito al commercio con l’estero, abbiamo concesso  miliardi di credito Americano ai nostri debitori, ai nostri concorrenti, ai nostri clienti, cominciando ad accordare prestiti di qualche rilievo anche alle popolazioni arretrate; abbiamo concesso credito a concorrenti che lo hanno girato ai propri clienti; abbiamo concesso credito alla Germania, che lo ha concesso alla Russia, per consentire alla Russia di comprare prodotti tedeschi, inclusi quelli chimici. Per molti anni, nel commercio estero ha regnato l’estasi. Tutte le curve statistiche che rappresentano la prosperità mondiale salivano come serpenti rampanti.

Risultato: Molto più debito. Un collasso su scala mondiale del commercio estero, di gran lunga il peggiore dall’inizio dell’epoca moderna. I serpenti statistici completamente abbattuti. Un credito che rappresenta molte centinaia di milioni di giornate lavorative bloccato in impianti industriali inattivi sia qui sia in Europa. Sono inattivi perché la gente non può permettersi di acquistarne i prodotti a prezzi che consentirebbero all’industria di pagare gli interessi sul proprio debito. Un Paese potrebbe scordarsi del proprio debito, liberare i propri impianti e inondare i mercati del mondo con beni a basso prezzo, e, grazie a quest’offensiva, eliminare un bel po’ di concorrenza. Ma, naturalmente, questo pensiero balena a tutti, e così, tutti, all’unisono, innalzano barriere tariffarie molto alte l’uno contro i beni dell’altro, per tenerli fuori. Queste barriere tariffarie possono essere viste come reazioni istintive. Probabilmente, preannunziamno una riorganizzazione del commercio mondiale, in cui lo scambio di beni in concorrenza tra loro tenderà a calare mentre quello di beni diversi e non concorrenziali tenderà a crescere. E tuttavia, quasi vi convinceranno che la rovina del commercio eteri sono state le barriere tariffarie in quanto tali, non l’inflazione creditizia, non l’assurdità del tentativo di creare, attraverso il credito, un totale di esportazioni internazionali maggiore della somma delle relative importazioni, in modo tale che ogni Paese potesse avere un saldo favorevole con cui pagare i propri debiti, ma solo in questa maniera stupida, propria di persone che vogliono tutte vendere senza comprare.

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I molti errori di David Ricardo

Mer, 11/03/2015 - 08:30

Questo saggio è un adattamento da “Austrian Perspective on the History of Economic Thought, Volume II” di Murray N.Rothbard.

* * *

Mentre Ricardo riconobbe formalmente come domanda e offerta determinino giorno per giorno il prezzo di mercato, non ne trasse però alcuna conseguenza. …Ricardo giudicò l’utilità come necessaria alla produzione ma non le assegnò alcuna influenza sul valore o sul prezzo; nel ‘paradosso del valore’ considera unicamente il valore di scambio, abbandonando completamente l’utilità. Non solo ma, in modo tanto sprezzante quanto aperto, egli scartò anche qualunque tentativo di spiegare il meccanismo di formazione dei prezzi di beni che non sono riproducibili, cioè di cui non si può aumentare la produzione tramite lavoro. Dunque Ricardo semplicemente rinunciò a spiegare il valore di quei beni, come i dipinti, in numero limitato e non incrementabile. In pratica, Ricardo rinunciò a una spiegazione generale dei prezzi al consumo. Siamo dunque arrivati alla più compiuta teoria ricardiana -e marxiana- del valore-lavoro.

Il cupo mondo di Ricardo

Il sistema ricardiano ora è completo: i prezzi dei beni sono determinati dai loro costi, cioè dalla quantità di lavoro infuso in essi, aggiungendo poi senza troppi complimenti il saggio uniforme di profitto. In particolare, visto che il prezzo di ogni bene è uniforme, esso eguaglierà il costo di produzione sul terreno coltivabile più caro (cioè a rendita zero), ovvero quello marginale. In breve, il prezzo sarà determinato dal costo, cioè la quantità di ore di lavoro sul terreno a rendita zero usato per realizzare il prodotto. Col passare del tempo quindi, e l’aumentare della popolazione, terreni sempre meno produttivi devono essere sfruttati facendo così aumentare sempre più il prezzo del grano. Questo succede perché la quantità di ore di lavoro richieste per produrre il grano continuano ad aumentare, visto che il lavoro si deve applicare su terreni sempre più improduttivi. Di conseguenza, il prezzo del grano continua ad aumentare. Visto che i salari vengono mantenuti precisamente al livello di sussistenza (corrispondente al costo del grano che cresce), a causa della pressione demografica, ciò significa che la quota di salario deve continuare a crescere per tenersi in linea con un prezzo del grano in continua ascesa. Poiché la quota di salario deve continuare a crescere nel tempo, quella di profitto calerà di conseguenza fino a raggiungere un livello stazionario.
La visione di Ricardo è allo stesso tempo cupa e infestata da un presunto conflitto di classe intrinseco al libero mercato. In primo luogo il conflitto è tautologico perché, dato il totale fisso da spartire, si afferma come la quota di entrate di un gruppo possa aumentare soltanto a scapito di quella altrui. Tuttavia, l’aspetto centrale del libero mercato nel mondo reale è che la produzione cresce, dunque allarga la torta da spartire. Secondo problema: se ci concentriamo sui singoli fattori di produzione e su quanto guadagnano, cosa che poi fece la teoria della produttività marginale, (e pure J.B. Say), ogni fattore tende a guadagnare il suo prodotto marginale, e non dobbiamo più preoccuparci delle tanto ventilate leggi, in realtà inesistenti, e dei conflitti nella distribuzione dei redditi tra macro-classi. Ricardo mantenne alta la propria attenzione sul problema, o meglio sui problemi radicalmente sbagliati.

Ricardo porta a Marx

Il conflitto di classe qui in gioco è tuttavia molto più marcato di quanto faccia supporre Ricardo col proprio tautologico approccio macroeconomico. Infatti, se il valore è il solo prodotto delle ore di lavoro diventa facile per Marx, che dopotutto era un neo-ricardiano, reclamare il ritorno ai lavoratori di tutto il valore ‘che appartiene al lavoro’ e che il capitale ha sottratto. La rivedicazione del socialismo ricardiano affinché tutto il prodotto sia restituito alla forza lavoro deriva direttamente dalla teoria ricardiana, anche se ovviamente Ricardo e gli altri esponenti ortodossi della sua dottrina non fecero mai questo salto logico. Ricardo avrebbe ribattuto che il capitale era in un certo senso lavoro “congelato” o “incorporato” in esso; Marx invece fece propria quella rivendicazione, sostenendo semplicemente come tutti i lavoratori impegnati nella produzione del capitale, alias lavoro congelato, dovessero ricevere pieno compenso per quanto prodotto. A ben vedere, nessuno di loro aveva ragione: se infatti concedessimo che nei beni capitali vi sia un qualche cosa di ‘congelato’ dovremmo aggiungere, usando le parole del grande teorico austriaco Böhm-Bawerk, che il capitale è lavoro congelato ma anche terra e tempo. Se dunque la forza lavoro ne ricaverebbe un salario, la terra ricaverebbe una rendita laddove gli interessi (o profitti di lungo termine) sarebbero il prezzo del tempo. Per cercare di mitigare gli imbarazzanti errori della teoria ricardiana del valore-lavoro, aluni analisti hanno di recente affermato (come nel caso di Smith, ma anche di altri più estremi) che Ricardo in realtà non stesse cercando di spiegare le cause ultime del valore e dei prezzi, ma solo di misurare l’andamento del valore nel tempo, considerando il lavoro come misura costante del valore. Ciò tuttavia difficilmente attenua i difetti nell’impianto di Ricardo: al contrario, ai vari errori e capricci di quel sistema aggiunge una novità importante: la vana ricerca dell’inesistente chimera della invariabilità.

La chimera della invariabilità del valore

Poiché il valore varia continuamente e non ci sono costanti, può essere misurata una base fissa di valore rispetto alla quale gli altri valori variano. Perciò, rifiutando la definizione di Say del valore di un bene come il suo potere di acquisto su altri beni scambiati, Ricardo si lanciò alla ricerca dell’entità immutabile, la forza inamovibile:

Un Franco non è misura di valore se non di una pari quantità dello stesso metallo di cui è fatto, a meno che il Franco, e ciò che tramite esso debba essere misurato, possano ricondursi in qualche modo ad un’altra grandezza comune ad entrambi. Questa grandezza secondo me può essere il lavoro, visto che entrambe le cose sono il risultato del lavoro; e perciò il lavoro è una misura comune attraverso la quale sia il loro valore relativo che reale può essere stimato.

Si dovrebbe notare come entrambi i prodotti siano il risultato dell’impiego di capitale, terra, risparmi e imprenditorialità tanto quanto del lavoro, e in ogni caso il loro valore è incommensurabile se non in termini del reciproco potere di acquisto, come aveva postulato Say.

Il conflitto di classe implicito nella teoria del valore ricardiana

Un conflitto di classe ancora più forte di quello già implicito nella teoria del valore-lavoro scaturiva dall’approccio di Ricardo verso i proprietari terrieri e le loro rendite. Secondo tale approccio, queste derivano unicamente dal controllo dei proprietari sui terreni, il che secondo molti dei seguaci di Ricardo costituiva un’ingiusta remunerazione. E continuando, la visione pessimista di Ricardo affermava come la forza lavoro dovesse essere mantenuta a livelli di sussistenza ed i profitti dei capitalisti inevitabilmente ridursi nel tempo. Mentre queste due categorie se la passano male come al solito (la forza lavoro) o sempre peggio (il capitale), gli oziosi e inutili proprietari terrieri continuerebbero ad accaparrarsi le ricchezze del mondo. Le classi produttive soffrono mentre gli sfaccendati signori terrieri, approfittandosi di una risorsa naturale, si arricchiscono alle spalle dei produttori. Se da Ricardo si arriva implicitamente a Marx, in modo ancor più diretto si giunge ad Henry George: lo spettro della nazionalizzazione delle terre o la tassa unica su tutta la rendita terriera provenivano direttamente da Ricardo.

Ricardo ed i proprietari terrieri

Uno dei grandi errori della teoria di Ricardo sta nell’ignorare la fondamentale funzione che svolgono i proprietari terrieri: infatti questi allocano le terre al loro uso più produttivo. Le terre non si allocano da sole; esse devono essere allocate da qualcuno e solo chi ne ricava un ritorno ha l’incentivo o l’abilità di assegnare le varie particelle di terreno al loro uso più profittevole, dunque più produttivo ed economico. Ricardo stesso non giunse mai alle estreme conseguenze di auspicare l’espropriazione delle rendite terriere da parte del governo. La sua soluzione di breve termine consisteva nell’invocare una riduzione della tassa sul grano o addirittura nell’abolire totalmente le leggi sul grano. Le tasse sul grano ne mantenevano alto il prezzo facendo sì che anche terreni meno produttivi fossero adibiti a tale coltivazione. L’abrogazione di quelle leggi avrebbe permesso all’Inghilterra l’importazione di grano a basso costo, rinviando dunque la coltivazione di terreni di qualità inferiore e con più alti costi. I prezzi del grano si sarebbero abbassati per qualche tempo, i livelli salariali di conseguenza sarebbero immediatamente calati mentre gli aumentati profitti avrebbero accelerato l’accumulo di capitale. La deprimente “economia stazionaria” sarebbe così stata allontanata. L’altra azione di Ricardo contro i signori terrieri fu di tipo politico: unendosi in parlamento a Mill ed agli altri Benthamiani radicali nell’invocare riforme democratiche, Ricardo sperava di dirottare il potere politico dalle mani dell’aristocrazia, cioè in pratica i proprietari terrieri, a quelle delle masse popolari.

La logica conseguenza della dottrina ricardiana: la tassa sui terreni

Se Ricardo era tuttavia troppo individualista o timoroso per abbracciare tutte le conseguenze logiche del suo stesso sistema, James Mill era di un’altra pasta e fu il primo grande ‘Georgista’ a chiedere con convinzione ed entusiasmo una tassa unica sulle rendite terriere. Dal suo alto incarico nella Compagnia delle Indie Orientali, Mill si sentì in grado di influenzare le politiche del governo Indiano.
Prima di ottenere quell’incarico Mill ebbe la presunzione di scrivere una estesa Storia dell’india Britannica (1817) senza mai essere stato in quel paese, né conoscendo alcuna delle sue molte lingue. Completamente immerso nella sprezzante convinzione che quello fosse un paese totalmente incivile, Mill auspicò una tassa ‘scientifica’ unificata sulle rendite terriere: da buon ricardiano era infatti convinto che una tale tassa non andasse a incidere sui costi di produzione, e dunque non disincentivasse l’offerta di beni e servizi. Essa non avrebbe dunque avuto effetti negativi sulla produzione, ma solo sui profitti ingiusti dei proprietari terrieri. In pratica, secondo lui una tassa sulla rendita non era davvero una tassa! La tassa sulla terra sarebbe anche potuta arrivare al 100% della produzione derivata dalla diversa fertilità del suolo e lo stato, sempre secondo Mill, avrebbe potuto destinare questa tassa senza costi al miglioramento pubblico e, soprattutto, al mantenimento dell’ordine e della sicurezza in India.

Eppure Ricardo promuoveva il Laissez-Faire

Vediamo ora le dannose implicazioni della visione errata secondo cui gli oneri di produzione, da un punto di vista olistico o sociale, non siano “realmente” un costo. Perché se una spesa non è considerata parte del costo di produzione, allora essa non contribuisce ai fattori di produzione e tale somma può essere quindi confiscata dal governo senza conseguenze negative.
A dispetto della sua visione profondamente pessimista sulla natura e conseguenze del libero mercato, Ricardo stranamente parteggiò per il laissez-faire in modo più netto di Adam Smith.
Probabilmente ciò fu dovuto alla sua convinzione che in ogni caso l’intervento del governo non avrebbe fatto che peggiorare i problemi. La tassazione avrebbe dovuto essere minima, perché in ogni sua forma essa distorce l‘accumulo di capitale e lo allontana dagli impieghi migliori, come nel caso delle tariffe sulle importazioni. Leggi mal scritte e uno stato assistenziale riuscirebbero soltanto ad aggravare le pressioni malthusiane del popolo sui livelli di salario. Da seguace della legge di Say, si oppose poi sia alle misure del governo per stimolare i consumi, sia al debito pubblico. In generale, per Ricardo la miglior cosa che un governo potesse fare per stimolare la produzione era di rimuovere quegli ostacoli alla crescita che il governo stesso aveva posto.

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Adottiamo uno stato sociale hayekiano

Lun, 09/03/2015 - 09:00

L’ultimo numero dell’Econ Journal Watch tratta la correlazione tra supporto per la regolazione economica e le ridistribuzioni dello stato sociale nelle opinioni degli economisti. Daniel Klein si domanda, nel capitolo iniziale del numero, perché esiste un economista che supporta una pesante regolamentazione economica e allo stesso modo supporta anche una forte redistribuzione del reddito?

Come possono esserci i problemi di tassazione progressiva, redistribuzione e di piani governativi universali, così possono esserci – continua – problemi di regolamentazione dell’utilità pubblica, antitrust, protezione dei consumatori, sicurezza del lavoro e degli standard lavorativi, protezione ambientale, regolamentazione finanziaria, regolamentazione assicurativa, controlli dell’uso della terra, regolamentazione del settore abitativo, regolazione dell’agricoltura, del sistema sanitario,  dei trasporti, dell’energia e così via? Una bella domanda. Lui ipotizza che gli economisti siano motivati anzitutto dai loro sentimenti riguardo la “governalizzazione” – una preferenza in genere favorevole o contraria con l’utilizzare il governo per risolvere i problemi che la società affronta.

 Ma, come afferma Andreas Bergh, un altro contributore, non sono convinto che alla fine una delle altre configurazioni sia così sgradevole. Bergh sostiene che uno stato sociale hayekiano sia possibile e probabilmente più invitante di quello suggerito da Klein. Sono d’accordo.

 Probabilmente, la più efficace argomentazione generale contro la regolamentazione è data da Hayek, il quale afferma che in un mondo complesso, le nostre azioni spesso hanno conseguenze inaspettate. Un ordine spontaneo è un sistema non casuale che è il risultato di scelte individuali, non il disegno di un pianificatore centrale. Un linguaggio privo di un ente pianificatore centrale potrebbe essere un esempio, come potrebbe esserlo un’economia di libero mercato.

 Nelle parole di Adam Ferguson, queste sono il risultato dell’azione umana, ma non del disegno umano. Il ragionamento di Hayek è tale perché gli eventi in questo disegno sono stati modellati dalle scelte interne degli individui; ciò che ad un osservatore esterno potrebbe apparire come un’inefficienza o fallimento potrebbe avere una logica nascosta in sé.

 I pianificatori centrali o i legislatori spesso sono privi delle informazioni che servirebbero loro per implementare buone regole e, in contesti in cui le preferenze personali o le innovazioni possano modificarsi nel tempo, essi potrebbero non essere mai in grado di stabilire regole che raggiungano i loro stessi obiettivi.

 Questo ragionamento è stato confermato da un più recente lavoro che ha enfatizzato il valore del riscontro continuo nel processo d’apprendimento (quello che i mercati hanno, ma i regolatori no) e i pericoli nell’imporre lo stesso errore all’interno di un intero sistema. Se pensiamo che il futuro sia sostanzialmente sconosciuto in un mondo complesso, e quindi molti piani sono sbagliati, ma che noi possiamo apprendere dai nostri errori e successi, dovremmo allora augurarci il maggior numero di esperimenti possibile, con altrettanti errori da cui imparare.

 In termini pratici, questo significa che dovremmo avere una predisposizione contro la regolamentazione, anche quella che sembra essere in grado di risolvere i problemi, se previene le persone dallo sperimentare. Ci sono anche rilevanti esempi di tentativi di regolamentazioni con pessimi risultati che peggiorano ulteriormente poiché tutti gli individui sono stati forzati nel commettere lo stesso errore, il che rinforza ancora di più questa predisposizione. Più un sistema è complesso, più dovremmo avere pluralismo di vedute.

 Tutto ciò ha a che fare con l’avere una limitata conoscenza, senza incentivi, in un mondo complesso, anche se, certamente, possono essere mosse, valutando caso per caso, valide obiezioni concernenti gli incentivi contro certe regolazioni.

 Ma questo non ci dice molto riguardo la distribuzione della ricchezza in una società. Per usare la terminologia di Bergh, la redistribuzione potrebbe essere qualcosa di attuabile ammesso un livello relativamente basso di conoscenza. Questo non significa che non possa fallire – certamente può, molto facilmente se è impostato un livello di redistribuzione troppo alto (o troppo basso) – o che il sistema  in sé sia mal costruito.

 La particolare distribuzione di ricchezza in un’economia potrebbe essere un efficiente riflesso di chi è più produttivo, e gli interventi che provano a correggere ciò sono probabilmente destinati a fallire per le stesse ragioni per cui gli altri interventi, disegnati per migliorare l’efficienza di mercato, falliranno.

 Ma potremmo avere anche preoccupazioni non economiche riguardo la distribuzione della ricchezza. Un’economia in cui tutti sono pagati in base alla loro produttività potrebbe essere particolarmente brutale per coloro che non sono molto produttivi e non possono farci nulla. Potrebbe essere auspicabile, per il loro benessere, una redistribuzione del reddito.

 Si potrebbe anche voler redistribuire denaro per incoraggiare un tipo di sperimentazione che porti verso l’innovazione. O, come sostiene Ben, spostare l’attenzione del mercato sul soddisfacimento dei bisogni delle persone improduttive (povere) più di quanto fa attualmente.

 Una buona tesi contro ciò sarebbe che non abbiamo bisogno che lo stato redistribuisca – poichè la carità privata da sola è sufficiente. Ci sono prove a favore di questa posizione, ma, ancora, non abbastanza. Forse un giorno ci saranno e io cambierò idea.

 Fino ad allora, sto con Bergh. Uno stato sociale di tipo hayekiano non permetterebbe quasi alcun tipo di regolazione dell’economia, ma ridistribuirebbe un po’ di denaro per questioni di assistenza. Questo sembra non solo possibile, ma particolarmente auspicabile.

Articolo di Sam Bowman su Adamsmith.org

Traduzione di Filippo Massari

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli

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Il prezzo della moneta. Una disamina critica della teoria dell’interesse di Keynes (parte prima)

Ven, 06/03/2015 - 09:00

The Price of Money è il cap. V di Interest and Usury, la tesi di dottorato in cui padre Dempsey – sotto la guida di Schumpeter, che a lui deve le informazioni sulla Scolastica poi accolte nella Storia dell’analisi economica e divenute così patrimonio comune – mette a confronto le teorie modernedellinteresse (cioè, quelle posteriori a Boehm-Bawerk, da Wicksell in poi) e lanalisi dellusura in tre autori della Seconda Scolastica, Molina, Lessio e de Lugo. Il raffronto presenta un indubbio interesse in sé e per sé, ma mi è parso che questa garbatissima demolizione della Teoria Generale – fin qui, si direbbe, sfuggita anche ad una vera e propria storia dei conati antikeynesiani1 – meritasse di essere tradotta e offerta, per la prima volta, al pubblico italiano. Non so se ammirare di più la capacità, invero stupefacente, di trovare un senso compiuto entro quel volume labirintico o leleganza con cui i punti critici vengono messi a nudo; ma credo che i lettori sapranno apprezzare entrambi gli aspetti.

John Maynard Keynes è con buona probabilità, l’economista più influente di questa generazione. Le sue idee sono conosciute meglio e più discusse tra il pubblico di quelle di qualsiasi altro economista vivente. Ma questa popolarità non è dovuta al nitore del suo stile; la sua prosa non si presta ad essere riassunta in termini chiari e semplici. Termini fondamentali – ad esempio, profitti, risparmi, investimenti – nelle sue opere compaiono con significati esoterici. Secondo Noah Webster, “efficienza” significa “capacità di fare bene qualcosa”. Per Keynes, l’efficienza marginale del capitale non è una questione di capacità produttiva, bensì di aspettative. Esaminate più da vicino, le aspettative si riducono ad una sorta di stato d’animo medio. Uno stato d’animo medio, sprovvisto di una base oggettiva e percettibile che lo determini, è un concetto alquanto elusivo che non viene associato prontamente all’efficienza.

L’ampio raggio delle idee di Keynes non agevola affatto un’analisi accurata: la sua portata supera di gran lunga l’ambito di ciò che padroneggia. In uno dei suoi opuscoli, troviamo affastellate non solo la teoria dei salari e dell’interesse, ma l’intera teoria dei prezzi, in equilibrio e in transizione, con lunghi excursus sull’ammortamento e suoi costi, il ciclo economico, il mercantilismo, e il denaro a scadenza, la filosofia sociale e la politica tributaria. E’ inclusa molta “psicologia”, di pertinenza assai dubbia. Non è inutile osservare che la sua preoccupazione circa la tendenza degli Americani a pensare la stessa cosa nello stesso momento non è stata confermata dalla reazione, qui, ai crittogrammi del suo ultimo libro. Keynes non esita a chiedere ai suoi colleghi economisti di abiurare a molto di quel che hanno appreso: la teoria “classica” è una “teoria assurda”; Marshall aveva ragione a ritenere “inutile” l’analisi di Böhm-Bawerk; Mises, Hayek e Robbins hanno raggiunto “le loro conclusioni invertendo del tutto lordine logico”; gli studi più raffinati sulla teoria dei prezzi sono una “confusione dove nulla è chiaro e tutto è possibile”.2

Il tasso di interesse naturale di Wicksell, che per Wicksell era “essenzialmente variabile” e che, in assenza di innovazione, sarebbe zero, per Keynes è “semplicemente il tasso di interesse che manterrà lo status quo.”.3

Keynes impiega il concetto di “periodo di produzione” nel senso di “unità temporali che occorrono perché si notino i cambiamenti nella domanda di esso [il prodotto] che devono darsi se esso deve presentare la massima elasticità di impiego.”. Questa definizione, egli concede, non è identica a quella corrente, ma gli “sembra” che “incorpori gli aspetti significativi del concetto.”. Tutte queste particolarità sono complicate dal fatto che il libro è stato palesemente scritto in tutta fretta e non rappresenta uno studio integrato con attenzione, ma una serie di osservazioni, connesse in modo vago e di qualità variabile; riassumerlo è un’impresa.

Così, la teoria di Keynes presenta due problemi distinti. Qual è la sua posizione? E che rapporto ha con una qualche “posizione classica” precedente, non accuratamente definita, rispetto a cui egli si considera in disaccordo? Nessuna di queste domande consente una risposta sintetica. Il secondo punto, sebbene sembri molto importante per Keynes, è davvero di scarsa importanza per il nostro scopo e non occorre occuparcene a lungo. Keynes trova due difetti nella posizione classica.

La teoria classica premette che i saggi salariali tendono ad adeguarsi alle condizioni della domanda e dellofferta in modo tale che non può esistere una disoccupazione involontaria, a parte quella dovuta alle fluttuazioni industriali. [] Non esiste alcuna possibilità di chiamare in soccorso della produzione capitale e lavoro che, altrimenti, non sarebbero stati impiegati. Ci possono essere ben pochi dubbi che fino a tempi recenti, in ogni caso per quanto riguarda questo Paese, questa premessa della teoria classica corrispondeva alla realtà dei fatti. Dalla guerra in poi, tuttavia, c’è ragione di credere che i salariati siano riusciti a mantenere le medie dei salari reali più alte di quelle che, nelle presenti condizioni, sono compatibili con il pieno impiego. [] La semplice possibilità rende necessario indagare in proposito [] da un punto di vista più generale di quello che è stato comune fin qui, distinguendo 1) casi in cui la premessa classica si verifica e 2) casi in cui non si verifica.”.4

Questa è una buona esposizione del principale argomento di Keynes contro i “classicisti”, di cui egli considera Arthur Cecil Pigou come il più importante esponente contemporaneo e il principale colpevole. Quale argomento contro la posizione “classica” e Pigou, la citazione che precede avrebbe ben altro impatto se fosse contenuta negli scritti di Keynes, anziché in un’opera, nient’affatto recente, di Pigou.

La teoria classica diventa “una teoria assurda” su un altro particolare importante:

Per il fatto che lassunto che il reddito è costante non è compatibile con lassunto che queste due curve [curva della domanda di capitale e curva dellofferta di risparmio] possano spostarsi luna indipendentemente dallaltra. Quindi, se una di loro si sposta, generalmente cambierà il reddito.”.5

“Lammontare del reddito dei percettori dinteresse dipende dalla quantità delle risorse da loro prestate e dal tasso di sconto, cioè dal tasso di interesse. [] Proprio come linteresse figura in misura maggiore nel valore attuale di una nota di credito a cinque anni che in quello di una nota a un anno, così figura in misura maggiore in una comunità dove il periodo di produzione è lungo e vi è molto capitale rispetto al numero dei lavoratori. Le diseguaglianze di reddito tendono, in questo senso, a divenire più grandi a mano a mano che crescono i redditi totali.”.6

“Forse non è ingiustificato desumerne che c’è una considerevole massa di risparmi al margine. La fissità del tasso di interesse durante un periodo tanto lungo di cambiamenti sorprendenti sia negli usi sia nellaccumulazione del capitale sembrerebbe indicare una causa fissa: un prezzo dofferta marginale a cui il tasso di rendimento, nel complesso, si è adattato. Questo prezzo dofferta, senza dubbio, sarà verosimilmente influenzato, in futuro, dal fatto stesso dellaccumulazione ingente, o almeno da quelle condizioni generali dellindustria e della società che la accompagnano. La crescita del numero di persone che appartengono alle classi agiate, nonché dei loro redditi, fa sì che risparmi e investimenti crescano in volume e richiedano sacrifici minori. Il prezzo di offerta marginale potrebbe scendere, nel corso dei prossimi venti/cinquantanni, ad un tasso intorno al due per cento. [] Laccumulazione procede veloce e promette di continuare a farlo. [] Labitudine allaccumulazione è talmente radicata, tra le classi prospere della società moderna, che sembra che vada per la sua strada, prescindendo dal tasso di interesse.”.7

Questi brani non sono tratti da un saggio polemico di alto livello, ma da un manuale standard molto vecchio e sperimentato. Sebbene il loro autore, Frank W. Taussig, non tragga affatto, da osservazioni del genere, le stesse conclusioni di Keynes, simili citazioni rendono oltremodo improbabile che tutti gli autori precedenti abbiano completamente trascurato la possibilità che l’interesse fosse, almeno in parte, una funzione del livello del reddito, e specialmente della distribuzione del reddito, ad un qualsiasi particolare livello di produzione totale. Brani del genere fanno mettere in dubbio l’asserto che “la teoria classica non si limita a trascurare linfluenza dei cambiamenti nei livelli del reddito, ma implica lerrore formale.”.8 Pertanto, potremo correttamente procedere ad un’esposizione diretta della teoria propria di Keynes, senza preoccuparci dei suoi possibili rapporti con una qualche putativa teoria classica, se non nella misura in cui il metodo di esposizione di Keynes include simili riferimenti. Allora accetteremo la sua illustrazione senza commentarla in punto di esattezza storica.

La posizione di Keynes sul rapporto tra interesse e moneta è esposta in due opere di peso, Trattato sulla moneta, scritto nel 1930, e Teoria generale delloccupazione, dellinteresse e della moneta, scritta nel 1935. Entrambe le opere hanno dato origine ad ampie dispute, in parte per le idee ivi contenute, ma più per gli inviti, rivolti agli economisti, a “cambiarsi i pantaloni” e abbandonare una nebulosa congerie di cose con cui Keynes era stato “allevato”.

La prima di queste opere era uno studio degno di nota, ma non sorprendente. Nelle parti che, in questa sede, ci occupiamo di esaminare, non conteneva nulla di essenziale che non fosse già ben noto ai lettori di Knut Wicksell e Dennis H. Robertson.9 Tra risparmi e investimenti, si esponeva, era possibile una divergenza. Il tasso di interesse che si stabiliva quando erano in parità era il “tasso naturale di interesse”, che tendeva a ristabilirsi. L’espansione dei mezzi di pagamento (in pratica, i depositi bancari) poteva indurre “risparmio forzato” e generare profitti “figurativi”; tali profitti figurativi erano esclusi della definizione di reddito, e fintantoché fosse cresciuta la massa monetaria, prezzi e profitti si sarebbero alzati senza un tetto preciso, à la Wicksell. “In base alla mia stessa definizione, sane condizioni del creditosarebbero, ovviamente, quelle in cui il saggio dinteresse sul mercato fosse uguale al tasso naturale, e sia il valore sia il costo dei nuovi investimenti fossero uguali al volume dei risparmi del momento.”.10 Le proposte pratiche di Keynes erano volte a conservare queste “sane condizioni del credito”. Tasso di sconto, operazioni di mercato aperto e modifica dei requisiti di riserva dovevano essere orchestrati in modo tale da mantenere il flusso di moneta in termini tali che “il livello dei prezzi del prodotto nel suo complesso corrisponda esattamente al tasso monetario di efficienza dei ricavi dei fattori di produzione”.11 Keynes aveva già affermato di intendere “esattamente la stessa cosa con le tre espressioni: 1) reddito della comunità espresso in termini monetari; 2) ricavi dei fattori di produzione; e 3) costo di produzione”,12 escludendo i profitti dai costi come pure da reddito e ricavi. Questo ci lascia con un Trattato fondamentalmente semplice, comprensibile nella struttura, non offuscato dalla grande conoscenza pratica di Keynes su questioni finanziarie né dal suo gusto per uno stile icastico e caustico.

Bernard W. Dempsey, Interest and Usury, Londra 1948, pagg. 88-91

Traduzione di Guido Ferro Canale

Note

1Il riferimento è a M. Skousen (ed.), Dissent on Keynes. A Critical Appraisal of Keynesian Economics, New York – Westport (Conn.) – London 1992, dove padre Dempsey non è menzionato, sebbene il capitolo introduttivo del volume ambisca appunto a passare in rassegna tutte le critiche rivolte alla teoria keynesiana. Questa, probabilmente, è la più incisiva dei primi anni dopo la pubblicazione della Teoria Generale… ma sembra che sia anche, a tutt’oggi, la meno conosciuta.

2 J. M.Keynes,The General Theory of Employment, Interest and Money, pp. 179, 176, 192, 292.

3Ibid., pag. 243.

4Arthur CecilPigou, A Study in Public Finance, London, 1928, pp. 218·220 (corsivi aggiunti).

5General Theory, p. 179.

6Frank W. Taussig, Principles of Economics, New York, 1916, Vol. II, p. 204.

71bid.. pp. 26-27. Le citazioni di Taussig da parte di Keynes sono tratte dalle pagg. 20 e 29: cfr. General Theory, p. 176.

8General Theory, p. 179.

9Questa sede è adatta quanto qualsiasi altra per esprimere rimpianto per il fatto che la posizione di Robertson, benchéparzialmente nota grazie ad una lunga serie di articoli influenti e ad alcune monografie molto brevi, non sia mai stata presentata in uno studio sistematico del tasso di interesse. Che Keynes sia in debito con lui è chiaro; ma un’esposizione completa delle opinioni di un autore con i grandi meriti di Robertson è desiderabile per sé stessa.

10John Maynard Keynes, Treatise on Money, London, 1930, Vol. II, p. 350.

11Ibid., Vol. I, p. 155. [Nell’interpretazione di F.A. Hayek, Contra Keynes and Cambridge: Essays, Correspondence, pag. 139, il concetto di “money rate of efficiency earnings of the Factors of Production” è inteso come rapporto tra total income e total output (E/O, secondo l’algebra propria del Trattato); cfr. amplius ibid. per le considerazioni critiche di Hayek. N.d.T.].

12Ibid., Vol. I, p. 123.

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Hegel ed il Romanticismo

Mer, 04/03/2015 - 08:30

[Questo articolo è un estratto dal secondo volume, capitolo 11, di An Austrian Perspective on the History of Economic Thought (1995). Un file audio MP3 di questo capitolo, letto (in inglese) da Jeff Riggenbach, è disponibile a questo indirizzo.]

* * *

G.W.F. Hegel, purtroppo, non fu un’aberrante e bizzarra forza nel pensiero europeo, ma soltanto  il contorto e ipertrofico esempio, forse il più influente, di ciò che deve essere considerato il paradigma dominante della sua epoca: il tanto celebrato Romanticismo. In diverse varianti ed in modi differenti gli scrittori romantici della prima metà del XIX secolo, specialmente in Germania e Gran Bretagna, tanto i poeti e  romanzieri quanto i filosofi, erano dominati da un simile creazionismo e da una simile escatologia. Potremmo appellarci ad essa come al mito “dell’alienazione e del ritorno” o “del riassorbimento”.

Dio creò l’universo dall’imperfezione e dalla necessità, separando così l’uomo e le specie organiche dalla precedente unità con sè. Mentre questa trascendenza della creazione, questo Aufhebung [a], ha permesso a Dio e all’uomo, o Dio-uomo, di sviluppare le loro (sue?) capacità e di progredire, una tragica alienazione continuerà fino al giorno in cui, in modo inevitabile e risoluto, Dio e l’uomo si fonderanno in un’unica cosmica massa informe. O piuttosto, se fossimo panteisti come era Hegel, fino a che l’uomo non scoprirà che egli stesso è l’uomo-Dio e l’alienazione dell’uomo dall’uomo, dell’uomo dalla natura e dell’uomo da Dio finiranno mentre tutto viene fuso in un unico grande ammasso senza forma: la scoperta della realtà dell’Armonia cosmica e dunque l’unione con essa. La Storia, che in modo predeterminato  tende verso questo fine, giungerà quindi ad un termine. Nella metafora romantica l’uomo, ovviamente inteso come generico “organismo” e non come individuo, tornerà infine “a casa”. La Storia è quindi una “spirale verso l’alto” che punta alla meta stabilita per l’Uomo, un viaggio di ritorno verso casa ma ad un livello di gran lunga più elevato dell’unità originale con Dio nell’epoca precedente alla creazione.

Il fatto che gli scrittori romantici fossero dominati da questo paradigma è stato brillantemente esposto da uno dei massimi critici letterari del Romanticismo, M.H. Abrams, il quale segnala questa tensione guida nella letteratura inglese che va da Wordsworth a D.H. Lawrence. Abrams enfatizza come Wordsworth abbia virtualmente dedicato la propria intera produzione ad un “argomento eroico” o “altamente romantico”, ad un tentativo di controbattere e trascendere l’epocale poema di Milton incentrato su una visione cristiano-ortodossa dell’uomo e di Dio. In opposizione alla visione cristiana di Milton del Paradiso e dell’Inferno come alternative per ciascuna singola anima, e al secondo avvento di Cristo come momento in cui si porrà fine alla Storia e ci sarà il ritorno dell’uomo in paradiso, l’ideale di Wordsworth mette in campo una propria visione panteistica della spirale verso l’alto della Storia, confluente in una cosmica unificazione e nel conseguente ritorno a casa dell’uomo dall’alienazione.[1] La conclusiva fine del mondo, l’avvento del Regno di Dio, è allontanata dalla  collocazione che la tradizione Cristiana assegna al paradiso per essere invece portata sulla Terra; in tal modo, come tutte le volte in cui la fine del mondo è resa immanente, si creano problemi ideologici, sociali e politici spettacolarmente gravi. O, per usare un concetto di Abrams, la visione romantica costituisce la secolarizzazione della teologia.

I romanzi epici dei greci e dei romani, dice Wordsworth, cantavano delle “armi e degli uomini”, “finora l’unico Argomento ritenuto eroico”. Al contrario, all’inizio del suo grande Paradaise Lost, Milton dichiara: [b]

Onde sorgendo a par del tema eccelso,
Svelare all’uom la Provvidenza eterna
Io possa, e scioglier d’ogni dubbio gli alti
Di Dio consigli e le ragioni arcane.

Wordsworth ora asserisce che il suo tema, che sorpassa quello di Milton in importanza, è stato instillato in lui dai “sacri poteri e facoltà” di Dio, rendendolo capace (presagendo i desideri di Marx) di creare un mondo tutto suo, nonostante egli comprenda, in un inusitato lampo di realismo, che “qualcuno potrebbe definirla pazzia” poiché “passarono in” lui “Genio, Potere, Creazione e la stessa Divinità”. Wordsworth conclude: “Questo è, in realtà, argomento eroico,” un “più sublime tema/Di quel furor che per tre volte intorno/Spinse ai muri di Troia il fero Achille”. Anche altri inglesi come Coleridge, Shelley, Keats e persino Blake, il quale tuttavia cercò di mescolare cristianesimo e panteismo, da fedeli seguaci erano immersi nel paradigma di Wordsworth.

Tutti questi scrittori erano stati immersi nella dottrina cristiana, da cui poterono attingere per creare senza volerlo la loro propria versione eretica e panteistica del millenarismo. Lo stesso Wordsworth era stato educato per diventare un prete anglicano. Coleridge era filosofo e predicatore laico, oltre ad essere stato lì lì per diventare ministro del culto unitario; era un neo-platonico così come seguace dei lavori di Jacob Boehme. Keats era un discepolo dichiarato del programma di Wordsworth, che definiva come il mezzo verso la salvezza secolare. Infine Shelley, sebbene fosse un ateo dichiarato, idolatrava il “sacro” Milton sopra ongi altro poeta ed era costantemente immerso nello studio della Bibbia.
Si dovrebbe inoltre notare che Wordswsorth, al pari di Hegel, era un precoce entusiasta della rivoluzione francese e dei suoi ideali liberali, per poi trasformarsi, una volta disilluso, in uno statalista conservatore ed abbracciare una versione panteista dell’inevitabile redenzione attraverso la Storia.

I romantici tedeschi erano addirittura più immersi nella religione e nel misticismo di quanto lo fossero le controparti inglesi. Hegel, Friedrich von Schelling, Friedrich von Schiller, Friedrich Hölderlin e Johann Gottlieb Fichte erano tutti studenti di teologia, molti dei quali insieme ad Hegel all’Università di Tubinga. Tutti loro tentarono esplicitamente di applicare una dottrina religiosa alle loro filosofie. Novalis era avido lettore della Bibbia, mentre Hegel, dal canto suo, nelle Lezioni di Storia e Filosofia dedicò gran parte delle proprie attenzioni a Boehme, definito da Schelling quale “fenomeno miracoloso nella storia dell’umanità”.

Fu inoltre Friedrich Schiller, mentore di Hegel, a subire l’influenza dello scozzese Adam Ferguson nel denunciare la specializzazione e la divisione del lavoro come forme di alienazione e di frammentazione dell’uomo, e fu ancora Schiller colui il quale, coniando l’esplicito concetto di Aufhebung e la dialettica, influenzò Hegel negli anni ’90 del XVIII secolo.[2]

In Inghilterra, diverse decadi più tardi, il tempestoso scrittore statalista e conservatore Thomas Carlyle rese omaggio a Friedrich Schiller scrivendone la biografia nel 1825. Da allora, gli scritti di Carlyle sono stati permeati da una visione Hegeliana: l’unità è bene e la diversità, o  separazione, è maligna e malata; le scienze, al pari dell’individualismo, sono divisione e smembramento. L’individualità, sbraitava Carlyle, equivale ad alienazione dalla natura, dagli altri e da se stessi; tuttavia, un giorno verrà la svolta, la rinascita spirituale portata da figure che saranno degne di essere ricordate (“grandi uomini”) per cui l’uomo tornerà a casa, ad un mondo amichevole, per mezzo della completa cancellazione,  “l’annichilimento di se stessi” (Selbst-todtung).

Infine, in Passato e Presente (1843), Carlyle applicò la propria visione profondamente anti individualistica (e, si potrebbe anche dire, anti umana) agli affari economici: egli denunciò l’egoismo, l’avidità materiale e il laissez-faire i quali, incoraggiando l’allontanamento reciproco tra gli uomini, avevano condotto ad un mondo “divenuto un qualcosa di inanimato” ed estraneo persino agli altri esseri umani parte di un ordine sociale nel quale “il pagamento in contanti è […] l’unico nesso tra un uomo e l’altro”. In contrapposizione a questo “nesso monetario” metafisicamente malvagio egli pone invece il nesso intimo con la natura e gli altri esseri umani, la relazione dell’”amore”. La scena era pronta per l’avvento di Karl Marx.[3]

 

NOTE:

[a] Aufhebung: sostantivo ted. dal verbo aufheben, che ha duplice significato di «togliere via, eliminare» e di «sollevare, conservare». Con questo termine Hegel esprime il carattere peculiare del processo dialettico, il quale «nega», «supera» un momento, una categoria, ecc. e al tempo stesso lo «eleva» e «conserva» in un ulteriore momento, in un’ulteriore categoria, che quindi ne è l’inveramento e il completamento. La negazione dialettica di un momento ne annulla dunque soltanto l’immediatezza, e in effetti lo riafferma e lo compie in un grado superiore di svolgimento. [Tratto da Treccani, ultimo accesso 30 dicembre 2014] – NdT.

[b] Traduzione da Il Paradiso Perduto, ultimo accesso 30 dicembre 2014 – NdT.

[1] M.H. Abrams, Natural Supernaturalism: Tradition and Revolution in Romantic Literature (New York: Norton, 1971). La rappresentazione di Milton della Caduta e la Seconda Venuta è veramente eloquente e commovente. Sulla perdita dell’Eden: “Addio, felici campi; addio soggiorno/D’eterna gioia.” (traduzione da Il Paradiso Perduto, ultimo accesso 30 dicembre 2014 – NdT). E, sulla Seconda Venuta: “Il tempo tornerà indietro e ci riporterà all’età dell’oro”, “E così alla fine la nostra gioia/Sarà piena e perfetta,/Ma ora comincia …” (traduzione di Adriano Gualandi, dall’ode On the Morning of Christ’s Nativity – NdT).

[2] Riguardo all’influenza esercitata da Schiller su Hegel, Marx e i successivi sociologi in merito all’organicismo e all’alienazione, vedi Leon Bramson, The Political Context of Sociology (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1961), p. 30.

[3] Vedi Abrams, op. cit., nota 17, p. 311.

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