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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 56 min 49 sec fa

Cosa c’è di così preoccupante nella deflazione?

Lun, 02/03/2015 - 09:00

Quando si parla di deflazione, l’economia tradizionale non è più la scienza del senso comune, ma diventa la scienza dell’insensato. La maggior parte degli economisti oggi dice a cuor leggero che “un po’ di inflazione fa bene” e si preoccupano della deflazione. Di certo, nella loro vita personale, questi stessi economisti danno la caccia sui giornali agli ultimi sconti.

Colui che impersona al meglio questa paura di deflazione è Ben Bernanke, ex presidente della Federal Reserve. La sua interpretazione della grande depressione ha largamente influenzato il suo pregiudizio contro la deflazione. È vero che la grande depressione e la deflazione andarono mano nella mano in alcuni paesi; ma, dobbiamo stare attenti a distinguere tra associazione e causa, e a valutare correttamente l’influenza della causa. Un recente studio di Atkeson e Kehoe che prende in considerazione un periodo di 180 anni per 17 paesi, non ha trovato alcuna relazione tra deflazione e depressione. Lo studio ha in realtà trovato un maggior numero di episodi di depressione correlati all’ inflazione che alla deflazione. In questo arco di tempo, 65 episodi di deflazione su 73 non erano correlati alla depressione e 21 depressioni su 29 non erano correlate alla deflazione.

Il principale argomento contro la deflazione è che quando i prezzi cadono, i consumatori rimandano i loro acquisti per approfittare di prezzi ancora più bassi in futuro. Certamente si presume che questo riduca la domanda, il che causerà una caduta dei prezzi ancora maggiore e così via, fino a che si avrà una spirale di deflazione-depressione dell’economia. La direzione della causa è chiara: la deflazione causa la depressione. Si può trovare questo ragionamento in quasi tutte le introduzioni ai libri di testo economici.  La Fed di St. Louis ha recentemente scritto:

Mentre l’idea di prezzi più bassi può sembrare attraente, la deflazione è una seria preoccupazione per diverse ragioni. La deflazione scoraggia la spesa e l’investimento perché i consumatori, che credono che i prezzi scenderanno ancora di più, rimandano gli acquisti, preferendo invece risparmiare e aspettare prezzi ancora più bassi. Una diminuzione della spesa, a sua volta, diminuisce le vendite e i profitti delle imprese, aumentando così la disoccupazione”.

Ci sono diversi problemi in questo ragionamento. Il primo è che, indipendentemente da quanto basso sia il livello dei prezzi dei beni di consumo previsto, la gente continuerà a consumare una certa quantità nel presente e per fare questo ha bisogno di spendere nel presente in investimenti per assicurarsi il flusso di beni di consumo nel futuro. Come si può notare, diversi prodotti tecnologici hanno avuto una domanda notevole, nonostante vivessero in un ambiente deflazionistico. Apple è stata in grado di vendere la sua ultima versione dell’iPhone, nonostante molte persone si aspettassero che lo stesso telefono sarebbe diventato molto più economico in sei mesi.

Il secondo errore di questo ragionamento consiste nel presupporre che noi basiamo le nostre aspettative solo sul passato. I prezzi che calano fanno sì che noi anticipiamo la loro continua caduta. Certo, le nostre aspettative sono basate su una moltitudine di fattori, tra cui i prezzi del passato sono solo unici. Sono sicuro che gli economisti della Fed sono sorpresi che non abbiamo reagito ai tassi d’interesse più bassi, come facemmo dopo la bolla delle dot-com del 2001. Le azioni umane non possono essere semplicemente modellate come si fa con le reazioni delle cavie da laboratorio negli esperimenti di biologia.

Un terzo errore è quello di ignorare che se consumiamo di meno, dobbiamo risparmiare di più. Gli investimenti devono quindi essere più alti. Dunque, l’aumento del risparmio che può portare alla deflazione non riduce la domanda aggregata, ma semplicemente ne altera la composizione. La domanda per il consumo di beni calerà, per essere rimpiazzata dalla domanda per i beni di capitale. Al massimo, questo porterà a crescita e a più beni di consumo nel futuro, siccome l’economia ha più capitale con cui lavorare.

La crescita diminuisce i prezzi: questa è una buona cosa. Il periodo di massima crescita negli Stati Uniti durante il XIX secolo, dal 1820 al 1850 e dal 1865 al 1900, fu associato ad una deflazione significativa. In questi due casi, i prezzi si dimezzarono.

Mi si lasci spiegare questo punto attraverso un esempio molto semplice. Supponiamo di avere 10 matite e 10$. Qual è il prezzo di una matita? Non può essere 2$ dal momento che avremmo matite che rimangono invendute, così il prezzo tenderà a scendere. Non può essere 50 centesimi, poiché le persone avrebbero soldi e niente da comprare. I prezzi ritornerebbero su. Questo porterebbe a un equilibrio in cui le matite verrebbero vendute per 1$ l’una. Ora supponiamo di raddoppiare il numero di matite, così da averne 20 e 10$. Il prezzo scenderà da 1$ a 50 centesimi. Mantenendo il resto inalterato, incluso il denaro a disposizione, il prezzo verrà dimezzato; il calo dei prezzi qui è molto positivo, dato che i nostri dollari ora ci permettono di avere più beni e servizi. Questo riflette la capacità della società di espandere i confini della scarsità. Non potremmo mai conquistare la scarsità, altrimenti tutti i prezzi sarebbero zero, ma i prezzi in caduta mostrano che stiamo vincendo questa battaglia cruciale. Più beni e servizi per tutti è una buona cosa e la deflazione riflette questa abbondanza aggiuntiva.

Ora parliamo della deflazione che causa certe paure in così tanti economisti. Supponiamo che il costo di produzione di una matita sia 80 centesimi. Il tasso di rendimento è del 25 percento. Ora supponiamo che le persone mettano da parte 5$ e conservino il denaro sotto il materasso invece di risparmiarlo. Il prezzo di una matita sarà nuovamente dimezzato, calando da 1$ a 50 centesimi. Se anche il costo di produzione cala a 40 centesimi per matita, allora non c’è problema siccome il tasso di rendimento rimane 25 percento. Quello che gli economisti temono è che i costi di produzione siano vischiosi e non si aggiustino coi prezzi di vendita, così che le aziende producano a 80 centesimi e vendano a 50 centesimi. Questo porta a bancarotta, disoccupazione, e diminuzione delle uscite, così ora produrremmo solo 8 matite, il che causa una maggior accumulo di denaro, più fallimenti e così via. Si capisce il quadro. Per evitare questo, molti economisti raccomandano che il governo stampi 5$, mantenendo il prezzo delle matite immutato a 1$, ed evitando una spirale di deflazione-depressione nell’economia.

Certo, ci sono anche dei grossi problemi in questa breve storia. C’è sempre un certo grado di vischiosità sia nei prezzi di entrata che in quelli di uscita. Non si vorrebbe dover costantemente rinegoziare il proprio salario, né si vorrebbe costantemente controllare il prezzo del biglietto dell’ultimo film. Quindi, ciò che è importante è il ritardo esistente tra i cambiamenti nei prezzi d’uscita e nei prezzi d’entrata. Se il ritardo non è lungo, allora la politica risolutiva descritta sopra potrebbe essere non necessaria e controproduttiva. In più, gli imprenditori sopravvivono attraverso le previsioni del prezzo finale e poi decidendo la quantità di input per essere in grado di trarne profitto. Questo suggerirebbe che il ritardo è probabilmente relativamente breve.

In aggiunta, l’emissione di moneta è distorsiva. Quando la banca centrale aggiunge 5$ al sistema economico, non è neutrale. Inizialmente avvantaggia coloro che ricevono i soldi per primi, il governo e le banche, e penalizza coloro che ricevono i soldi per ultimi, gli stipendiati e i poveri. La stampa di moneta e l’effetto sui prezzi, a questa associato, è l’opposto di quello di Robin Hood, prendere dai poveri per dare ai ricchi. Questi ricevitori iniziali, i ricchi, spenderanno i soldi in una certa maniera, alterando i prezzi relativi nell’economia.

Ora, cosa succede quando l’economia migliora e le persone invertono la loro accumulazione di denaro? Abbiamo adesso 10 matite e 15$. Mantenendo il resto invariato, i prezzi cresceranno da 1$ a 1,50$, a meno che il governo non ritiri i 5$ che ha immesso nel sistema. Se lo fa, questo creerà un altro periodo di prezzi relativi alterati. La cura potrebbe essere peggiore della malattia.

In un mondo con più prodotti, l’inflazione (includendo anche i prezzi degli asset) derivata da un’eccessiva crescita di credito causa cambiamenti nei prezzi relativi che inducono investimenti insostenibili, come quello immobiliare dal 2001 al 2007. La deflazione, nella fase d’assestamento, è un parziale riallineamento di questi prezzi relativi verso quello che la società vuole sia prodotto. La stampa di denaro interferisce semplicemente con questo essenziale processo di pulizia. La soluzione reale è di eliminare la riserva frazionaria e le banche centrali.

L’inflazione è molto peggio della deflazione perché deruba gli stipendiati e i poveri. Le banche centrali sono la causa primaria dell’inflazione e sono la ragione principale dell’aumento delle differenze di reddito, dal momento che i ricchi diventano più ricchi e la classe media sprofonda verso la povertà. Questo andamento è ovvio e crescente dalla scomparsa del sistema Bretton Woods nel 1971 e la sua sostituzione con le valute legali. Il potere della banca centrale dipende dall’abilità di generare inflazione.

Questo è il motivo per cui le banche centrali hanno così generosamente supportato la ricerca economica in così tanti istituti accademici per giustificare le politiche inflazionistiche attuali della banca centrale. La falsa credenza comune che “un po’ di inflazione è cosa buona” è stata presentata dai media e dagli economisti per una ragione. L’inflazione è un furto durante il sonno, siccome dilapida il valore del denaro nei portafogli. Un’inflazione del due percento per 35 anni riduce il valore della moneta nelle tasche di chi la possiede del 50 percento. Almeno il male ha una faccia. Si chiama banca centrale.

Molte volte la deflazione segue un periodo di inflazione causata dalla banca centrale. La deflazione è parte del processo di leva contrario che è necessario dopo una così eccessiva politica della banca centrale. Come gli economisti Austriaci hanno sempre detto, “temete le esplosioni, non l’arresto”. Ritardare la deflazione estendendo una bolla o creando nuove bolle stampando più denaro, ritarda solamente l’aggiustamento, rendendolo molto più doloroso.

La soluzione reale è di porre fine alla riserva frazionaria e alle banche centrali. Un mondo senza riserva frazionaria e banche centrali sarebbe un mondo di dolce deflazione, che sarebbe da accogliere come l’indice di una delle più grandi conquiste dell’umanità: l’aumento degli standard di vita per tutti.

Articolo di Franck Hollenbeck su Mises.org

Traduzione di Filippo Massari

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli

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Sab, 28/02/2015 - 09:15

 

 

Di seguito, una lista dei titoli digitali che da oggi i soci Bastiat e Rothbard del Mises Italia potranno richiedere mensilmente come parte dei loro benefici. La lista completa degli e-book scaricabili è disponibile presso questa pagina.

 

1. Liberty.me Books

J. Tucker – Bit by Bit
G. Reisman – Piketty’s Capital
S. Patterson – What’s the Big Deal About Bitcoin?
I. Morehouse – Better off Free
k. Hess – Death of Politics
C. Watner – The Essential Voluntaryist
M. DiBaggio – House of Refuge
M. Villeneuve – The Third Way

2. Liberty Guides 3. Member Books 4. Other Books

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Due facce della stessa moneta svilita

Ven, 27/02/2015 - 09:00

All’inizio della Teoria Generale, Keynes dice che le sue idee verranno senz’altro respinte, perché sono così nuove e rivoluzionarie. Verso la fine dello stesso libro, sembra che se ne sia dimenticato, perché ora dice che sta rivitalizzando le stesse idee vecchie di secoli che, un tempo, aveva scartato, considerandole come gli errori più assurdi. Perlomeno, egli riconosce di star cambiando la propria posizione, benché non spieghi come le sue idee possano essere nuove, rivoluzionarie, e anche vecchie di secoli. Questo viaggia di conserva con la sua descrizione di sé stesso come un membro del “coraggioso esercito di ribelli ed eretici attraverso i secoli”, proprio mentre raccomanda politiche che fanno appello agli istinti più vili – e più rivolti al vantaggio proprio – degli uomini politici; e proprio mentre si gode tutti gli enormi privilegi che derivano dal trovarsi in vetta all’establishment finanziario e politico del tempo. Anche se potrebbe essere vero che, come ha detto lo stoico dell’arte Kenneth Clark, Keynes “non ha mai abbassato la luce dei suoi fari”, non si può certo dire che sapesse guidare su un solo lato della strada. Keynes sarebbe diventato il principale difensore del “capitalismo clientelare”, che è probabilmente l’espressione migliore per descrivere il nostro sistema attuale. Come probabilmente sapete, molti degli scritti di Keynes sono intenzionalmente oscuri, anche se la trama sottostante può essere svelata e disfatta, come ha dimostrato, in maniera così brillante, Henry Hazlitt in The Failure of ‘The New Economics’.

Qual è la vera e propria essenza del keynesismo? Possiamo descriverla nei termini più concisi e semplici, in modo che ognuno possa capire cosa vi sia di sbagliato, e così dissipare la nebbia intellettuale che circonda e protegge il capitalismo clientelare?

A prima vista, potrebbe sembrare che l’essenza del keynesismo sia semplicemente l’infinito contraddire sé stessi cui ho già fatto riferimento. Keynes non è mai stato in un posto solo, né in senso intellettuale né in altro, per lungo tempo.

Per esempio, si scagliava contro l’amore per il denaro. Lo chiamava “il verme… che rode le viscere della civiltà moderna”. Si scagliava contro la speculazione finanziaria, ma speculava avidamente in prima persona. Ad un certo punto, è stato completamente spazzato via e ha dovuto chiedere aiuto a suo padre, un insegnante. Altre due volte, sarebbe potuto essere spazzato via: una di queste è il ’29, che non aveva previsto, l’altra il ’37, che – di nuovo – non aveva previsto.

Il rapporto di Keynes con l’oro è un buon esempio del suo perenne contraddire sé stesso. Nel 1922, ha scritto sul Manchester Guardian: “Se il sistema aureo potesse essere reintrodotto… siamo tutti convinti che la riforma promuoverebbe il commercio e la produzione come nient’altro”. Poco tempo dopo ha descritto l’oro come la “barbara reliquia”. Eppure, proprio mentre chiamava l’oro la “barbara reliquia”, in privato continuava a raccomandarlo come un mezzo per diversificare gli investimenti.

Quando passiamo alla teoria economica di Keynes, forse la più surreale contraddizione in termini era che un asserito eccesso di risparmio – troppa liquidità inattiva, in ipotesi – potesse essere curato inondando l’economia con nuova liquidità, stampata di fresco dal governo. In modo forse ancor più bizzarro, Keynes sostiene che dovremmo chiamare questa nuova liquidità “risparmio”, perché rappresenta un “risparmio” genuino tanto quanto il “risparmio tradizionale”. Vale a dire, il denaro che esce dai torchi governativi non è affatto diverso dal denaro che noi guadagniamo e decidiamo di non spendere.

Tutto questo nuovo “risparmio” entra nell’economia attraverso il meccanismo dei tassi d’interesse bassi. A questo punto, Keynes confonde ulteriormente i suoi predecessori e maggiori, sostenendo che non sono i tassi alti, come si era sempre pensato, bensì i tassi bassi ad accrescere il risparmio… anche se eravamo partiti ipotizzando, in prima battuta, che i risparmi fossero troppi.

Su questo punto, i seguaci di Keynes gli fanno eco perfino oggi. Greenspan, Bernanke e Krugman hanno scritto tutti quanti a proposito di un eccesso di risparmio che si troverebbe alla radice dei nostri problemi, e hanno proposto più denaro e tassi d’interessi più bassi come cura, anche se non chiamano più il nuovo denaro “risparmio genuino”. Preferiscono “quantitative easing” e consimili eufemismi oscuri.

Il keynesiano Gregory Mankiw, uno dei due principali consiglieri nominati da Mitt Romney per i temi economici, ha perfino proposto di far montare l’inflazione dei prezzi dal consumo, per creare tassi d’interesse profondamente negativi, forse addirittura a -6%. In altre parole, aumentare l’inflazione fino al 6% circa, ma mantenere i tassi d’interesse schiacciati intorno allo zero comprando titoli con tutto il denaro che occorre stampare, non importa quanto.

Quest’ultima proposta di tassi di interesse profondamente negativi supera perfino Keynes. La Teoria generale sostiene, in effetti, che i tassi d’interesse potrebbero e dovrebbero essere portati a zero in via permanente (cfr. pagg. 220-21 e 336). Quest’idea di tassi a zero permanenti appare per la prima volta in Proudhon, anche se Keynes non lo riconosce o forse non lo sa, e appare assurda a prima vista. Prestare denaro a tasso zero equivale a regalarlo, ed è difficile capire come possa aver valore qualcosa che viene regalato. Nondimeno, Keynes ha detto che sarebbe stato ragionevole arrivare ai tassi zero (e a dividendi zero) nel corso di una generazione. Con questo termine di paragone, evidentemente lo abbiamo deluso, perché avremmo dovuto raggiungere quest’utopia entro il 1966.

Ma si noti che perfino Keynes non ha proposto tassi d’interesse negativi. L’idea di tassi manovrati fino a restare in terreno negativo mi ricorda un proverbio Yiddish che, mi dicono, si traduce pressapoco così: “Intelligente, intelligente, stupido”. Servono persone molto intelligenti per escogitarla, ma ciò non vuol dire che non sia tumida. Ed è preoccupante che non venga semplicemente dal Presidente Bush o dal Presidente Obama. Nulla che provenga da quelle parti potrebbe sorprendere. Il Presidente Bush ha detto: “Ho abbandonato i princìpi del libero mercato per salvare il sistema del libero mercato”. Il suo successore, Presidente Obama, ha detto, nel suo primo messaggio sul bilancio, che ci stava portando da “un’epoca di prendere in prestito e spendere” ad un’epoca di “risparmiare e investire”. A questo punto, ci siamo ritrovati Mitt Romney, che non solo si affida ad un ex-consigliere di Bush, ma addirittura ad uno che propone tassi d’interesse profondamente negativi. Una persona molto gradevole, potrei aggiungere, ma non uno che ci serve di nuovo a Washington.

Anche questi consiglieri di Romney, naturalmente, credevano nella favola dello stimolo”prendi in prestito e spendi”. Di solito, ci si dimentica che Keynes ci aveva assicurato che ogni dollaro di uno stimolo del genere avrebbe prodotto fino a dodici dollari di crescita, e non meno di quattro dollari. Naturalmente, perfino i keynesiani più ardenti sono stati incapaci di dimostrare anche solo un effetto di un dollaro. Come faceva Keynes a sapere che si sarebbero ottenuti come minimo quattro dollari? Non lo sapeva. Ha detto al governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, che le sue idee erano “una certezza matematica”, ma questo era soltanto un rozzo bluff.

Quel che si può verificare sul piano empirico è che tutto il debito, pubblico e privato, ha generato una crescita sempre minore per decenni. Nei dieci anni successivi al 1959, le cifre ufficiali dicono che si ottenevano 73 centesimi di crescita per ogni dollaro preso in prestito. Arrivati alla Crisi del 2008, si era scesi a 19 centesimi. E secondo me, allora, in realtà, [il ritorno] era già negativo ed è profondamente negativo adesso.

Anziché seguire Keynes e i suoi seguaci giù per tutte queste tane di coniglio [chiara allusione ad Alice nel Paese delle Meraviglie], domandiamoci: c’è un Leitmotiv in quest’assurdità? Sì, c’è. Il Leitmotiv è che i prezzi di mercato non hanno importanza. In un sistema infarcito di paradossi, questo è il paradosso supremo: “Per aggiustare il sistema dei prezzi e dei profitti, dobbiamo sovvertirla. Nessun rapporto di mercato tra prezzi e profitti dev’essere lasciato in pace. Il sistema prezzi/profitti dev’essere pungolato, spinto, tirato in qua e in là, solo per essere lasciato nel caos più totale.”. L’attacco ai tassi di interesse e ai livelli di cambio è particolarmente distruttivo, ma tutta questa folle manipolazione dei prezzi è distruttiva.

E’ dunque questa l’essenza del keynesismo, la sua cieca distruzione del meccanismo dei prezzi, dal quale dipende ogni economia, come ha dimostrato Mises? Sì. Ma potrebbe esserci un’essenza ancor più profonda.

Quando pensiamo agli slogan di Keynes, troviamo che posseggono una caratteristica che è quasi una formula fissa. Si prende una considerazione affermatasi da lungo tempo – per esempio, che l’eccesso di spesa e il debito sono la strada per il fallimento e la rovina – e la si ribalta. No, spesa e debito sono la strada verso la ricchezza.

Per i vittoriani, spendere nei limiti dei propri mezzi ed evitare il debito non erano soltanto princìpi finanziari. Erano princìpi morali. Keynes, che si stava consapevolmente ribellando contro quegli stessi vittoriani, ha descritto il loro “moralismo da quaderno di scuola” come “medioevale [e] barbaro”. Alla sua cerchia di intimi ha detto che “Io resto, e resterò sempre, un immoralista.”.

Ricorderete il famoso ammonimento di Mr. Micawber nel romanzo ottocentesco di Charles Dickens, David Copperfield: “Entrata annuale venti sterline, spesa annuale diciannove, diciannove e sei, risultato felicità. Entrata annuale venti sterline, spesa annuale venti zero e sei, risultato povertà”.

Keynes ha certamente sovvertito quest’idea. In particolare, ha insinuato l’idea molto stramba, ma ora molto prevalente, che saggezza e moralità vecchio stampo sono sorpassate, perfino un po’ ritardate, e, punto ancor più singolare, in conflitto con la scienza. Tutto ciò è assolutamente assurdo, ma permea la nostra cultura. E le stesse persone che predicano onestà e responsabilità fuori del campo economico, per esempio nel mondo in cui trattiamo l’ambiente, non riescono affatto a comprendere che Keynes sta predicando disonestà e insostenibilità nel campo economico.

Così, in conclusione, quando scarnifichiamo il keynesismo fino alla sua essenza, la sua relazione con il capitalismo clientelare diventa perfino più chiara. Il capitalismo clientelare rappresenta sia una corruzione del capitalismo sia una corruzione della morale. A sua volta, il keynesismo rappresenta sia una corruzione della scienza economica sia una corruzione della morale. Capitalismo clientelare e keynesismo sono solo due facce della stessa moneta svilita.

Articolo di Hunter Lewis su Mises Daily, 2 maggio 2013 (e prima su The Free Market, gennaio 2013).

Tradotto da Guido Ferro Canale

 

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La Scuola Austriaca: differenze interne – VI e ultima parte

Mer, 25/02/2015 - 09:00

5. Etica e utilitarismo

Mises è un assolutista epistemologico ma un relativista etico. È kantiano in epistemologia e utilitarista in etica. Un’etica assoluta, oggettiva, non esiste; l’uomo, attraverso l’uso della ragione, non può scoprire un’etica vera, scientifica. I fini ultimi, i valori, sono soggettivi, personali e arbitrari. La ragione può solo stabilire i mezzi migliori per raggiungere i fini (soggettivi e arbitrari). La politica migliore è quella che rende massima l’utilità sociale. La libertà economica va introdotta perché è benefica, non perché è giusta sulla base di un astratto principio di diritto naturale; l’operare della natura non ci consente di ricavare conclusioni sul bene o sul male (L’azione umana e Teoria e storia)[1].

Tuttavia Mises non rinuncia alla difesa del liberalismo. Poiché ciò comporta l’affermazione di alcuni valori e fini ultimi, egli deve riconciliare le sue due posizioni, e cioè 1) la possibilità di pervenire a verità in campo economico ma non in campo etico con 2) la difesa del liberalismo.

Mises cerca la soluzione cercando di dedurre il liberalismo di laissez faire dalla “neutrale” analisi prasseologica. Egli offre due tentativi di soluzione.

1) Il primo è una variante del principio di unanimità: se una data politica conduce a conseguenze (evidenziate dalla prasseologia) che tutti i sostenitori concordano essere cattive, allora anche l’economista value-free è autorizzato a definire quella politica “cattiva”. Ad esempio, i sostenitori di una politica di controllo dei prezzi la sostengono perché ritengono che migliori la situazione economica; la prasseologia dimostra che il controllo di un prezzo produce scarsità, dunque produce un obiettivo diverso da quello voluto dai sostenitori; allora questa politica si può definire “cattiva” proprio dal punto di vista di coloro che l’avevano inizialmente sostenuta. Tutti i sostenitori dei controlli di prezzo, dopo la dimostrazione dell’economista, per Mises devono ammettere che la misura è “cattiva”[2].

Rothbard ha criticato tale ragionamento nei termini seguenti. Come fa il prasseologo (Mises) a sapere che cosa è desiderabile per i sostenitori di quella data politica, cioè a sapere quali sono i motivi per cui l’hanno sostenuta, visto che non è possibile conoscere le loro scale di valori, e a maggior ragione le scale di valori nel momento futuro in cui si verificheranno le conseguenze della misura presa? Il prasseologo o l’economista non può conoscere le scale di valori se non attraverso le “preferenze dimostrate” dalle concrete azioni degli individui (e in questo caso la concreta azione è l’implementazione del controllo di prezzo). Nei termini dell’esempio proposto da Mises, come fa egli a essere sicuro che i difensori dei controlli di prezzo non vogliono le scarsità? Potrebbero essere degli egalitaristi che preferiscono la scarsità perché in tal modo il ricco non può comprare più del povero; oppure intellettuali alla Galbraith che avversano la società opulenta.

Altro esempio: un sindacato ottiene un aumento di salario per i propri membri, e facendo così fa perdere il lavoro a, o impedisce l’assunzione di, un certo numero di lavoratori; dal punto di vista del sindacato questo obbiettivo è soddisfacente, ed è stato conseguito.

Dunque non è vero che tutti i sostenitori dei controlli di prezzo, dopo la dimostrazione dell’economista, devono ammettere che la misura è “cattiva”. Basta che ve ne sia anche solo uno che, dopo la dimostrazione dell’economista, continui a favorire quella conseguenza (la scarsità), e Mises automaticamente nel giudicare quella misura “cattiva” ha introdotto un suo personale giudizio di valore.

C’è anche un altro motivo per cui i sostenitori della misura interventista possono continuare a difenderla anche dopo averne appreso le conseguenze negative, ed è il fatto che possono avere un’alta preferenza temporale, e dunque disinteressarsi del fatto che nel lungo periodo un’imposta o un sussidio determinano consumo di capitale, o un controllo di prezzo la scarsità, perché mirano ai vantaggi di breve periodo (ad esempio, comprare il bene a prezzo più basso); e Mises non può sostenere che il lungo periodo è superiore al breve periodo (cioè che una preferenza temporale è “troppo alta” o “troppo bassa”) senza abbandonare la sua etica soggettivista.

Insomma, è illegittimo dire che in conseguenza di misure stataliste tutti si considerano in condizioni peggiori di prima[3].

2) Nella seconda soluzione, completamente differente, Mises ammette che l’economista in quanto scienziato non può difendere il laissez-faire perché ciò comporta un giudizio di valore, ma in quanto cittadino sì. Dunque Mises, in quanto utilitarista, introduce un unico ristretto giudizio di valore: egli vuole che siano realizzati i desideri della maggioranza degli uomini; la maggioranza degli uomini (non più tutti come nel precedente punto) condivide alcuni obbiettivi funzionali al raggiungimento della felicità: quasi tutti preferiscono la vita alla morte, la salute alla malattia, l’abbondanza alla povertà. Egli quindi, come cittadino, cioè personalmente, desidera che siano conseguiti gli obiettivi della maggioranza, e dunque sceglie il liberalismo, perché la scienza economica dimostra che le politiche liberali conseguono quegli obiettivi; il liberalismo insegna agli individui che condividono questi obiettivi come agire per raggiungerli. Quando si afferma che un controllo dei prezzi è “cattivo” si intende che è cattivo non dal punto di vista dell’economista, ma dal punto di vista di coloro che desiderano l’abbondanza. Coloro che scelgono obbiettivi opposti – gli asceti, o coloro per i quali l’uguaglianza sociale ha più valore del benessere e della libertà – certamente non accettano il liberalismo, e Mises non dice che la scienza economica dimostra che hanno torto.

In questo modo Mises non ha introdotto un giudizio di valore personale specifico (es. la libertà in astratto), ma ritiene di aver introdotto un giudizio di valore ridotto al minimo possibile (procedurale), perché ha sostenuto i desideri soggettivi della maggioranza delle persone.

In questo quadro l’impostazione consequenzialista è da Mises chiaramente esplicitata: l’assioma dell’azione presuppone la libera scelta; il sistema capitalista è superiore a quello socialista perché questo “conduce a una riduzione nella produttività del lavoro” e a una “diminuzione della ricchezza”. La libertà per i liberali era importante non perché essi fossero “a conoscenza dei disegni di Dio e della Natura” ma perché la libera attività economica produce una maggiore ricchezza complessiva. La proprietà privata va difesa non come un “privilegio del proprietario, ma [in quanto] istituzione sociale che genera il benessere e il vantaggio di tutti” [4].

La critica di Rothbard a questa seconda soluzione è incentrata su due argomenti.

1) Non è vero che la prosperità e l’abbondanza sono i soli obiettivi della maggior parte delle persone; la stessa analisi misesiana sulle scale di valori ordinate e sull’utilità marginale decrescente avrebbe dovuto renderlo più consapevole della competizione fra valori e obiettivi diversi. È cioè realistico pensare che si possa costituire una maggioranza di persone che, o per invidia o per ideali egalitaristici, desidera un po’ più di eguaglianza e un po’ meno abbondanza rispetto a quella garantita dal libero mercato. Come utilitarista, Mises non potrebbe obiettare alcunché ad una simile maggioranza.

2) Le critiche generali all’utilitarismo (la maggioranza potrebbe violare i diritti delle minoranze).

Per Rothbard quindi l’approccio utilitarista e relativista all’etica di Mises non è sufficiente a sostenere la libertà, in questo modo non ci sono argomenti per confutare i nemici della libertà. È necessaria un’etica basata su principi assoluti[5].

 In generale, la critica sulle valutazioni etiche nascoste nel ragionamento economico viene estesa da Rothbard alle scuole economiche che basano il loro sostegno al libero mercato su impostazioni utilitariste o positivistiche.

Gli esponenti della Scuola di Chicago sostengono di difendere il libero mercato non sul terreno etico bensì su quello dell’“efficienza”. L’economista pro-libero mercato auspica una situazione in cui tutti gli scambi volontari fra individui siano possibili, dunque legittimi.

Tuttavia, obietta Rothbard, ogni scambio implica uno scambio di titoli di proprietà privata. Dunque, difendere il diritto a effettuare un dato scambio (bene in cambio di un altro bene, che può essere costituito da moneta), significa anche difendere la correttezza, e dunque la giustizia, dei titoli di proprietà esistenti. Ad esempio, nel mio acquisto di un giornale, difendere la legittimità della mia proprietà dell’euro e la legittimità della proprietà della copia del giornale da parte del venditore. Cioè si asserisce implicitamente che è “bene” o “giusto” che io, prima dello scambio, sia proprietario dell’euro e il venditore della copia del giornale. Ma gli economisti non esplicitano mai tale estensione del ragionamento, perché farlo significa adottare un dato sistema etico-politico. Gli economisti hanno quasi sempre considerato tale campo al di fuori della loro disciplina; ma se è così, non possono legittimamente difendere il libero mercato. Ciò può essere dimostrato attraverso un semplice esempio: nel caso precedente, se io avessi rubato il mio euro a una terza persona (o se il giornalaio avesse rubato la sua copia di giornale ad un’altra persona), io non sarei il legittimo proprietario dell’euro, e dunque non avrei il diritto di cederlo in cambio del giornale. Dunque, non solo l’economista non può difendere il libero mercato senza introdurre una teoria della giustizia dei titoli di proprietà; egli non può nemmeno definire, delineare un libero mercato senza tale teoria della giustizia. Perché nel descrivere ed esporre il modello di libero mercato, l’economista sta descrivendo un sistema in cui i titoli di proprietà vengono scambiati, e quindi egli deve anche descrivere ed esporre innanzi tutto come quei titoli di proprietà siano stati conseguiti; cioè deve possedere una teoria della proprietà originaria, di come la proprietà giunge in essere[6].

Un errore simile viene compiuto da James Buchanan con il “Principio di Unanimità”, considerato un criterio avalutativo per l’economista. In base ad esso, una data politica pubblica è legittima (e value-free) se tutti sono d’accordo. Ma tale principio assume implicitamente che tutti i titoli di proprietà esistenti siano giusti. Il che significa che, tornando all’esempio precedente, sarebbe illegittimo sottrarre la copia di giornale al venditore anche se egli l’ha rubata. Ma se il suo titolo è illegittimo, la copia deve essergli sottratta e restituita al legittimo proprietario. Di nuovo, i sistemi etici irrompono inevitabilmente nella discussione.

Anche il Principio di Compensazione, adottato da molti economisti come guida avalutativa a interventi pubblici, è poco solido. Esso assume che sia concettualmente possibile misurare le perdite (in termini di utilità) e compensare così i danneggiati. Ad esempio, l’introduzione di una tariffa protezionistica sullo zinco è “buona” o socialmente utile se coloro che traggono guadagni (incrementi di utilità) dalla tariffa possono ricompensare coloro che ne sono danneggiati e in più rimane ai primi ancora un surplus monetario. Ma l’utilità, entità puramente psichica, non è misurabile e confrontabile, né concettualmente né praticamente. Dunque, nell’esempio precedente, supponiamo che esista anche un solo oppositore della tariffa, il quale dichiara di subire una perdita di utilità così grande in seguito all’introduzione della tariffa (ad esempio perché è un convinto sostenitore del libero mercato) che nessuna somma di denaro potrebbe compensarla. Nessuno potrebbe obiettare, e il Principio di Compensazione è confutato. Ovviamente, non potrebbe essere invocato nemmeno nel caso opposto, per cancellare una tariffa sullo zinco esistente: potrebbe esistere un protezionista convinto che dichiara di subire una perdita psichica enorme e non risarcibile sul piano monetario. Il principio di Compensazione fallisce in entrambi i casi.

Un altro tentativo wertfrei è l’analisi Coase-Demsetz[7].

Un giudizio di valore non esplicitato si presenta anche a proposito della tematica delle esternalità. Si dà per scontato, senza dimostrarlo, che tutte le esternalità debbano essere internalizzate, costringendo i beneficiari a pagare, altrimenti, in seguito al problema del free rider, la produzione del bene è “troppo bassa”. Ma troppo bassa per chi, e in base a quali standard etici? Il concetto “troppo bassa” è un giudizio di valore.

Altro esempio di uso illegittimo di assunzioni di valore implicite in economia è l’asserzione della scuola di Chicago secondo cui bisogna conseguire un livello dei prezzi costante. Il valore di tale obiettivo non è affatto autoevidente e indiscutibile, basti pensare al fatto che è legittimo auspicare prezzi calanti, con conseguenti incrementi del tenore di vita dei consumatori; circostanza possibile con sistemi monetari diversi da quello oggi dominante[8].

6. Sovranità del consumatore

Come detto, indichiamo anche due differenze su punti non essenziali della teoria. Il primo intercorre fra Mises e Rothbard. Per il primo sul mercato esiste la sovranità del consumatore; invece per Rothbard i prezzi e le quantità di equilibrio derivano sempre dall’incontro fra le preferenze dei consumatori e dei produttori, non dall’influenza unilaterale dei consumatori.

7. I bisogni

Su questo punto il dissenso è fra Menger e Mises.

Menger distingue tra bisogni reali e immaginari: i secondi derivano da errori o conoscenze lacunose della realtà; Menger porta come esempi gli utensili usati per realizzare immagini idolatriche, o i cosmetici.

Per Mises questa distinzione è inutile, perché si formano prezzi anche per i beni funzionali al soddisfacimento dei bisogni (presunti) “immaginari”, dunque fanno parte dell’economia come teoria.

Bohm-Bawerk cade in un errore simile: secondo lui la teoria della determinazione dei prezzi dovrebbe essere divisa in due parti: la prima dovrebbe formulare la teoria partendo dall’ipotesi che le persone coinvolte nello scambio hanno come unico motivo il guadagno economico (immediato); la seconda dovrebbe tenere conto dei valori non economici delle persone, l’altruismo, la comodità, l’appartenenza religiosa o razziale ecc.

Mises replica che non c’è bisogno di compiere questa dicotomia. I valori non economici influenzano l’azione umana e si riflettono sui prezzi: la persona che vuole acquistare un bene a prezzo più alto da un amico al tempo stesso consegue due obiettivi “immediati”, acquista il bene e favorisce l’amico; la persona che accetta di acquistare un bene a prezzo più alto sotto casa perché non vuole arrivare al negozio meno caro ma più lontano paga il bene più il risparmio di fatica. In tutto ciò non vi è niente di diverso dall’acquisto di una poltrona per stare più comodi a casa propria, o dall’assunzione di una domestica per i lavori di casa. Se si applica il metodo soggettivistico, le distinzioni fra motivi economici e motivi non economici non hanno senso, e di fatto non sono possibili.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

 [1] M.N. Rothbard, Ludwig von Mises and Natural Law: A Comment on Professor Gonce, in «Journal of Libertarian Studies» 4, no. 2, primavera 1980, pp. 289-297.

[2] L. von Mises, L’azione umana (1949), Utet, Torino, 1959, p. 852.

[3] M.N. Rothbard, Praxeology, Value Judgments, and Public Policy, in E.G. Dolan (a cura di), The Foundations of Modern Austrian Economics, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 89-111; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 78-99. Di converso, è una conclusione non legittima anche sostenere che un’azione è “buona” per il solo fatto di aumentare il benessere degli scambianti. Un caso tipico di introduzione surrettizia di giudizi di valore nel ragionamento economico è l’Ottimo Paretiano: il fatto che due individui dopo un certo scambio stiano complessivamente meglio di prima (senza che nemmeno uno dei due stia peggio) è giudicato, appunto, un esito “ottimo”; cioè dal semplice fatto dello scambio si conclude che esso sia una cosa “buona”. Ma vi potrebbero essere altri individui che, ad esempio, sono invidiosi dei due scambianti, e dunque non si può dire che il benessere “di tutta la società” è sicuramente aumentato. Chi afferma che quello scambio è “buono” deve prima dimostrare che l’invidia è “male”, dunque ha bisogno di una teoria etica, che non può ricavare dall’economia. M.N. Rothbard, Value Implications of Economic Theory, in «The American Economist», primavera 1973, pp. 35-39; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 255-265.

[4] L. von Mises, L’azione umana, cit., pp. 149-150.

[5] M.N. Rothbard, Praxeology, Value Judgments, and Public Policy, cit. pp. 93-96.

[6] Quando Milton Friedman si è confrontato con la questione dei fondamenti filosofici della libertà, ha esplicitato la seguente posizione personale: il valore alla base del mio credo libertario è la tolleranza, a sua volta basato su un atteggiamento di umiltà intellettuale. Non ho diritto di costringere qualcun altro perché non posso essere sicuro di stare dalla parte della ragione e lui del torto (M. Friedman, “Say ‘No’ to Intolerance”, Liberty Magazine 4 no. 6, pp. 17–20; M. e R. Friedman, Two Lucky People, University of Chicago Press, Chicago, 1998). A questa posizione relativista hanno replicato Kinsella, Hoppe e Block. Per Kinsella ciò significa che non possiamo censurare alcune idee perché non possiamo essere sicuri che tali idee siano sbagliate; da cui si ricava che, se potessimo sapere con certezza ciò che è giusto e sbagliato, avremmo il diritto di vietare le azioni immorali, tra cui anche eventuali idee immorali, anche se non rappresentano un’aggressione fisica agli individui o alle loro proprietà (S. Kinsella, “Milton Friedman on Intolerance, Liberty, Mises, Etc.”, in http://blog.mises.org/archives/011004.asp, 9 novembre 2009). Secondo Hoppe è falso affermare che la convinzione nell’esistenza di un’etica razionale implichi intolleranza e autoritarismo, mentre il relativismo garantisca tolleranza e pluralismo. Al contrario, senza valori assoluti “tolleranza” e “pluralismo” sono anch’essi ideologie arbitrarie, e non vi è motivo di accettarli più di quanto non ve ne sia di accettare il cannibalismo o la schiavitù. Solo se esistono valori assoluti, come il diritto alla proprietà di se stessi – cioè solo se la “tolleranza” non è uno qualsiasi della moltitudine di valori tollerabili – allora la tolleranza stessa può essere salvaguardata (H-H Hoppe, “The Western State as a Paradigm: Learning from History”, in Paul Gottfried, ed., Politics and Regimes: Religion & Public Life, Vol. 30, Transaction Publishers, Edison, NJ, 1997). Per Block la tolleranza non può essere il principio base del libertarismo in quanto filosofia politica, perché non consente di dedurre un criterio per fissare le norme giuridiche, in quanto a volte supporta posizioni che rappresentano un’aggressione al corpo o alla proprietà altrui e altre volte no. W. Block, “Milton Friedman on Intolerance: A Critique,” Libertarian Papers 2, 41, 2010, www.libertarianpapers.org.

[7] Sulla quale v. P. Vernaglione, Austriaci e Analisi Economica del Diritto, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-aed.doc, 31 luglio 2009..

[8] M.N. Rothbard, Value Implications of Economic Theory, in «The American Economist», primavera 1973, pp. 35-39; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 255-265.

 

Bibliografia

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Perché i servizi del settore privato sembrano costare di più

Lun, 23/02/2015 - 09:00

Immaginate di essere un promettente meccanico che vuole aprire una nuova officina di riparazione auto. La vostra idea è quella di fornire dei servizi di manutenzione di base per i cittadini meno abbienti, a prezzi convenienti, chiedendo per il vostro lavoro il minimo necessario, comprando pezzi di ricambio usati (ma adeguati). Un tale servizio sarebbe perfetto per quelle persone che cercano di far guadagnare alla propria auto un paio d’anni in più – senza niente di eccezionale, mirando soltanto alla pura funzionalità.

Adesso, supponiamo che il vostro vicino voglia aprire anch’egli un’officina, ma usando un diverso modello di business. È riuscito a persuadere l’amministrazione locale che un servizio di manutenzione di base è un diritto umano e che dovrebbe essere fornito a tutti, gratis. Dato che nessuno può offrire a lungo un servizio gratuito, ci sarà bisogno di finanziare in qualche modo questo servizio “gratis”. L’amministrazione ed il vostro vicino escogitano il seguente piano: la prima raccoglierà la “tassa manutenzione auto” da tutto il vicinato, indipendentemente dalle reali necessità delle persone, per poi consegnare il denaro al vostro vicino. Infine, quest’ultimo annuncerà di offrir gratis il servizio a chiunque ne abbia bisogno.

Ciò diventa un problema per voi. Anche se chiedeste solo, diciamo, 15 $ all’ora per il vostro lavoro, comprando i pezzi di ricambio meno costosi in modo che ai vostri clienti costi solo 50$ sostituire il proprio ammortizzatore anteriore, rimarrebbe comunque ben più costoso rispetto agli zero dollari chiesti dal vostro vicino, per un servizio simile.

Potete provare a rendere la vostra attività sempre più conveniente chiedendo meno, ma anche se il servizio fosse fornito gratuitamente, avreste ancora bisogno di comprare i pezzi di ricambio. E, nel lungo periodo, avrete bisogno di una qualche fonte di reddito. Di conseguenza, non potrete fornire il vostro lavoro gratis in eterno.

Quindi, abbassare il prezzo del servizio non vi renderà più competitivi rispetto al vicino. Avrete bisogno di fornire qualcosa di diverso, qualcosa capace di attrarre le persone disposte a pagare per la cura della loro auto. Si può provare ad offrire un servizio base, ma anche una migliore assistenza ai clienti. Per esempio, potreste mostrarvi più gentili rispetto al vostro vicino, fornire un servizio più tempestivo, offrire una garanzia, ecc. ecc.

Ma i vostri clienti sarebbero abbastanza interessati a questi servizi aggiuntivi da pagare, diciamo, 50$ per averli? Magari qualcuno, ma è più probabile che la maggior parte di essi preferirebbe ricevere un servizio inferiore – ma gratuito – che pagare 50$ per un servizio superiore. Ricordate, stiamo parlando delle persone che vogliono la funzionalità pura e semplice. Non saranno molto interessate a degli extra che vorrete offrirgli.

A questo punto, capite come sia necessario focalizzarsi su una diversa clientela. Avrete bisogno di persone che non sarebbero soddisfatte dal servizio offerto dal vostro vicino anche se offerto gratuitamente, persone che guidino auto nuove, che vogliano installare delle nuove parti e che diano anche abbastanza valore alla cortesia ed alla puntualità per pagarle. Di sicuro, questo tipo di servizio sarà più costoso di quello “essenziale” progettato inizialmente. Abbandonate il vostro piano di fornire un servizio di base, per aprire invece un esclusivo negozio di riparazioni che offra servizi di alta qualità, orientati verso clienti potenzialmente molto remunerativi.

Adesso abbiamo due attività di riparazione auto nel vicinato: l’officina del vostro vicino – la quale fornisce un servizio di base gratuito ai clienti, usufruendo però di una tassa ad hoc pagata da tutto il vicinato – e il vostro negozio di riparazioni che fornisce manutenzione superiore verso i clienti più abbienti.

Analizzare dall’esterno questa situazione senza essere a conoscenza del vostro processo decisionale potrebbe far pensare a qualcuno che le officine private sono di per sé più costose e che non hanno interesse nel fornire servizio ai clienti capaci di pagare poco. Questa interpretazione è sbagliata. Conoscere l’invisibile processo decisionale che sta sullo sfondo ci aiuta a capire che l’esistenza di un’attività finanziata tramite le tasse incentiva il proprietario del negozio privato ad abbandonare i propri progetti di fornire servizi meno costosi. Al contrario, decide di occuparsi di un servizio ben più caro. La sua abilità di rimanere a buon mercato è stata impedita dall’esistenza di un concorrente finanziato da soldi pubblici.

Ho usato l’esempio di attività di riparazione, ma la questione non riguarda solo le officine. Il messaggio qui è molto più generale. Possiamo applicare questo ragionamento praticamente ad ogni prodotto o servizio, ottenendo risultati simili. L’esistenza di un servizio di base finanziato dalle tasse sostituisce la fornitura di uno stesso servizio (o di uno migliore) e motiva l’imprenditore privato a concentrarsi su una base di clientela più ricca. Ciò fa apparire i servizi privati naturalmente più costosi, ma si tratta solamente di un’impressione superficiale. Comprendere la logica delle scelte umane che porta a tale risultato ci aiuta a capire perché non dovremmo farci ingannare da questo ragionamento fallace.

Articolo di Predrag Rajsic su mises.org

Tradotto da Alessio Cuozzo

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L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola austriaca (parte terza)

Ven, 20/02/2015 - 09:00

La concorrenza in seno alla classe dirigente e fra diverse classi dirigenti causa una tendenza alla concentrazione crescente. In ciò, il marxismo ha ragione. Ciononostante, la sua falsa teoria dello sfruttamento lo conduce ancora una volta a localizzarne la causa laddove non c’è. Il marxismo crede che questa tendenza sia insita nella concorrenza capitalista. Ora, è casomai finché la gente pratica il capitalismo proprio che la concorrenza non è una forma d’interazione a somma zero. Il primo utilizzatore, il produttore, il risparmiatore, il contraente accordi, non realizzano mai profitti gli uni a spese degli altri. Ovverosia i loro guadagni lasciano le risorse materiali degli altri completamente intatte, ovverosia (come nel caso di ogni scambio contrattuale) implicano in effetti un profitto per entambe le parti. È così che il capitalismo può giustificare accrescimenti di ricchezze in senso assoluto. Ma nel suo sistema, è impossibile pretendere che vi sia una qualunque tendenza alla concentrazione. Per contro, le interazioni a somma zero, caratterizzano non solo le relazioni fra padroni e servi, ma anche fra gli sfruttatori, essi stessi in concorrenza. Lo sfruttamento, inteso come acquisizioni della proprietà non produttive e non contrattuali, può esistere solo laddove ci sia qualcosa da espropriare. Evidentemente, se la concorrenza fosse libera nel business dello sfruttamento, non vi sarebbe più niente da espropriare. Ciò implica che lo sfruttamento necessita di un monopolio su un dato territorio e una popolazione; e la concorrenza fra gli sfruttatori è per sua stessa natura selezionatrice, e deve portare a una tendenza alla concentrazione delle imprese sfruttatrici così come alla centralizzazione in seno ad ogni impresa. L’evoluzione degli Stati, diversamente da quella delle imprese capitaliste, fornisce l’immagine più evidente di questa tendenza: esiste oggi un ben più piccolo numero di Stati che controllano e sfruttano ben più vasti territori che nel corso dei secoli passati. E all’interno di ogni apparato statale, c’era di fatto una tendenza all’accrescimento dei poteri dello Stato centrale a spese delle realtà regionali e locali.  Ciononostante, e per la stessa ragione, abbiamo anche potuto osservare una tendenza alla concentrazione al di fuori dell’apparato dello Stato. E ciò non è avvenuto, come ormai dovremmo intuire facilmente, a causa di una caratteristica del capitalismo, ma perché la classe dirigente (sfruttatrice) ha esteso la sua impresa fino al cuore della società civile attraverso la creazione di un’alleanza fra lo Stato e l’alta finanza, e particolarmente con l’istituzione di un sistema di banca centrale. Se si produce una concentrazione e una centralizzazione del potere dello Stato, è del tutto naturale che queste portino con sè un processo parallelo di concentrazione relativa e di cartellizzazione di banche e industria. Con l’accrescimento dei poteri dello Stato, aumenta anche quello dell’associazione Banca-industria di eliminare o danneggiare i loro concorrenti economici per mezzo di espropriazioni non contrattuali e non produttive. La concentrazione delle imprese è un riflesso della statalizzazione della vita economica.

I primi mezzi dell’espansione del potere dello Stato e dell’eliminazione dei centri di potere rivali sono la guerra e la dominazione militare. La concorrenza fra gli Stati implica una tendenza alla guerra e all’imperialismo. In quanto centri di sfruttamento, i loro interessi sono per loro natura antagonisti. Inoltre, siccome ognuno possiede al suo interno il controllo del fisco e della produzione della falsa moneta, è possibile per le classi dirigenti finanziare guerre imperialiste con i soldi degli altri. Naturalmente, se non dobbiamo finanziarci da soli i rischi che ci prendiamo, se possiamo far pagare agli altri i danni, abbiamo la tendenza a prenderci un po’ più di rischi e ad appassionarci un po’ di più al grilletto. Il marxismo, contrariamente a buona parte della scienza cosiddetta borghese, presenta le cose così come sono: c’è una tendenza bella e buona all’imperialismo nel corso della storia; e le più grandi potenze imperialiste sono chiaramente i paesi capitalisti più avanzati. Però, la spiegazione è una volta di più sbagliata. È lo Stato, in quanto esente da regole capitaliste di acquisizione di proprietà ad essere per natura aggressivo. E l’evidenza storica di una stretta correlazione tra capitalismo e imperialismo contraddice questa affermazione solo apparentemente. È estremamente facile spiegarla ricordando che, per uscire con successo da una guerra tra Stati, un governo deve poter disporre (in termini relativi) di sufficienti risorse. In quanto impresa di sfruttamento, lo Stato è per natura distruttore di ricchezze e di capitale. La ricchezza è prodotta esclusivamente dalla società civile; e più deboli sono i poteri di estorsione dello Stato, più la società accumula ricchezze e capitale produttivo. Così, per quanto possa apparire paradossale a prima vista, più uno stato è debole o liberale e più il capitalismo vi si sviluppa; un’economia capitalista da rapinare rende lo Stato più ricco; e uno Stato più ricco ha sempre più possibilità di successo in guerre espansioniste. È questa relazione che spiega perché in primis gli Stati dell’Europa occidentale, e in particolare la Gran Bretagna, furono i paesi imperialisti dominanti, e perché nel XX sec. questo ruolo è stato preso dagli Stati Uniti.

C’è anche una spiegazione semplice e diretta e una volta di più non marxista a questa osservazione sulla quale i marxisti insistono sempre, che l’istituzione industriale e bancaria figura generalmente fra i difensori più strenui della potenza militare e dell’espansionismo imperiale. Non è perché l’espansione dei mercati capitalisti avrebbe bisogno dello sfruttamento, ma perché lo sviluppo degli affari privilegiati e protetti dagli uomini di stato ha bisogno che questa protezione si estenda anche ai paesi stranieri e che ostacolino allo stesso modo i concorrenti non residenti, se non più di quanto facciano con i residenti, attraverso acquisizioni non produttive e non contrattuali di proprietà. Nello specifico, si sostiene l’imperialismo se promette di portare alla dominazione militare di un paese ad opera di un altro. Di modo che, da una posizione di forza militare, diviene possibile stabilire ciò che possiamo chiamare un sistema di imperialismo monetario. Lo stato dominante utilizzerà il suo potere per imporre una politica di inflazione internazionale coordinata. La sua banca centrale conduce il gioco attraverso la contraffazione, e le banche centrali dei paesi subordinati ricevono l’ordine di impiegare la loro divisa come riserva e produrre inflazione su questa base. In questo modo, così come lo stato dominante in quanto primo favoreggiatore della falsa moneta di riserva, il suo sistema bancario e industriale possono dedicarsi ad una espropriazione quasi gratuita dei proprietari e dei produttori stranieri. Un sistema a doppio strato di sfruttatori si impone ormai alle classi sfruttate dei territori dominati: oltre al loro stato nazionale e alla sua élite, uno stato e una classe di un paese straniero, il che è causa di una dipendenza economica prolungata e una stagnazione relativa dell’economia nei confronti della nazione dominante. È quasta situazione, del tutto non capitalista, che caratterizza Stati Uniti e dollaro e che dà origine all’accusa, del tutto giustificata, di sfruttamento e di imperialismo della moneta americana ad opera degli USA.

Infine, la crescente concentrazione e la centralizzazione dei poteri di sfruttamento portano alla stagnazione economica e creano perciò le condizioni oggettive per la loro caduta, così come l’instaurazione di una società senza classi capace di produrre una prosperità inaudita.

Contrariamente alle affermazioni marxiste, tuttavia, ciò non è il risultato naturale del decorso storico. In effetti, non esiste nulla che assomigli a queste pretese leggi inesorabili della storia così come i marxisti le immaginano. Allo stesso modo non c’è, come credeva Marx, una “tendenza all’abbassamento del tasso di profitto” a causa di un “accrescimento nella composizione organica del capitale” (e cioè, un accrescimento della quantità del capitale fisso in rapporto al capitale variabile). Così come la teoria del valore – lavoro è irreparabilmente falsa, lo è anche l’abbassamento tendenziale del tasso di profitto che ne è dedotto. La fonte del valore, dell’interesse e del profitto non coincide solo con la cessione di lavoro materiale ma molto più in generale con l’azione umana, cioè l’impiego di risorse rare al servizio di progetti di persone che sono costrette dalla preferenza temporale e dall’incertezza (la conoscenza imperfetta). Non c’è quindi alcuna ragione di supporre che i cambiamenti nella “composizione organica” del capitale debbano avere qualche relazione sistematica con cambiamenti nell’interesse e nel profitto.

Ciò che succede è che la probabilità di crisi che stimolino lo sviluppo di un più alto grado di coscienza di classe (cioè le condizioni soggettive per un rovesciamento della classe dirigente) aumenta a causa – per usare un termine caro a Marx – della “dialettica” dello sfruttamento che ho già descritto più sopra: lo sfruttamento distrugge la formazione di capitale. Di modo che, nel corso della concorrenza tra aziende sfruttatrici, cioè fra gli stati, i meno sfruttatori o più liberali tendono a prevalere perché dispongono di più ampie risorse. Il processo imperialista comincia dunque ad avere un effetto relativamente liberatorio sulle società che capitano sotto la sua scure. Un modello di società relativamente più capitalista è esportato verso società relativamente meno capitaliste (cioè più sfruttatrici). Ciò stimola lo sviluppo di forze produttive, favorisce l’integrazione economica, stabilisce un vero mercato mondiale. La popolazione di conseguenza cresce, e le aspettative economiche per l’avvenire raggiungono livelli inauditi. Ciononostante, via via che la dominazione sfruttatrice rafforza la sua influenza,  spariscono progressivamente le limitazioni esterne al potere di sfruttamento e di espropriazione interna dello stato dominante. Lo sfruttamento interno, l’imposizione e la regolamentazione cominciano ad aumentare man mano che la classe dirigente si avvicina al suo obiettivo finale di dominazione mondiale. Si afferma la stagnazione economica e le speranze – mondiali – di miglioramento sono frustrate. E questa situazione, di aspettative elevate e di una realtà economica che smentisce sempre più queste attese, è la situazione classica perché si sviluppi un potenziale rivoluzionario. Compare allora un bisogno disperato di soluzioni ideologiche alla crisi che si annuncia, così come un riconoscimento più consapevole del fatto che la dominazione statale, l’imposizione e la regolamentazione – lungi dall’offrire una soluzione – costituisce in vero il problema stesso cui bisogna far fronte. Se, in questa situazione di stagnazione economica, di crisi e disillusione ideologica, una soluzione positiva è offerta da una filosofia liberale sistematica affiancata dal suo omologo economico (la teoria economica austriaca); se questa ideologia viene diffusa da un movimento attivista, allora le prospettive di un effettivo infiammarsi di questo potenziale rivoluzionario divengono oltremodo promettenti e favorevoli. Le pressioni antistatali prenderanno vigore e indurranno una tendenza irresistibile allo smantellamento del potere della classe dirigente e dello stato quale strumento del suo sfruttamento.

Se ciò avrà luogo, e nella misura in cui si farà, non significherà – contrariamente al modello marxista – la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Infatti, la proprietà “sociale” non è solo inefficace, come abbiamo visto; è anche incompatibile con l’idea che lo stato possa mai “deperire”. Poiché, se i mezzi di produzione sono posseduti collettivamente, e se supponiamo, il che è realista, che le idee di tutti in quanto all’impiego di questi mezzi non coincideranno sempre (il contrario sarebbe un miracolo), allora saranno proprio i fattori di produzione socialmente posseduti ad avere bisogno di un intervento perpetuo dello stato, cioè di un’istituzione che possa imporre con la forza la volontà di qualcuno su qualcun’altro. Al contrario, il deperimento dello stato, e con lui la fine dello sfruttamento e l’inizio della libertà, così come una prosperità economica senza precedenti, implica l’avvento di una società di pura proprietà privata senz’altra regola che non sia quella del diritto privato.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe apparso in origine su Journal of Libertarian Studies, vol. IX, n°2, autunno 1990; poi ripreso come capitolo 4 di The Economics and Ethics of Private Property (Boston, Kluwer Academic Publishers, 1993).

Tradotto da Fabio Lazzarin e qui ripreso per gentile concessione di Libreria del Ponte

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La Scuola Austriaca: differenze interne – V parte

Mer, 18/02/2015 - 09:00

4. Teoria della conoscenza: kantismo e aristotelismo

L’approccio prasseologico di Mises è neokantiano, quello di Rothbard tomista.

Mises cerca di ristabilire i fondamenti filosofici razionalistici, stando dalla parte di Leibniz e Kant contro Locke e Hume. Quando Locke afferma “niente è nell’intelletto che prima non è stato nei sensi” Leibniz risponde “eccetto l’intelletto stesso”.

Sul piano epistemologico, la prasseologia di Mises è influenzata da Kant, ma solo per le classificazioni fra proposizioni analitiche, sintetiche, a priori e a posteriori, e in particolare per l’asserzione che esistono anche proposizioni sintetiche vere a priori[1]. Mises ha risolto il problema del come possiamo conoscere le verità a priori, che Kant aveva lasciato insoluto.

Il problema è il seguente: come si fa a stabilire la verità di tali proposizioni se la logica formale non è sufficiente e le osservazioni non sono necessarie? La risposta di Kant è che la verità deriva da assiomi materiali auto-evidenti. Auto-evidenti significa che non si possono negare senza essere in contraddizione; cioè il tentativo di negarli rappresenta un’ammissione implicita della loro veridicità. Questi assiomi si ricavano non dall’esperienza, ma dalla riflessione su noi stessi in quanto soggetti pensanti; la ragione umana comprende che tali verità devono essere necessariamente nel modo in cui sono. Però per Kant tali proposizioni sintetiche a priori sono solo asserzioni sul funzionamento della mente umana e nient’altro; per Mises molto di più: sono asserzioni sulla realtà esterna. Ed è il concetto di azione a offrire il ponte fra la mente e la realtà esterna.

Le verità di tali proposizioni non sono semplicemente categorie della nostra mente, perché tali categorie sono fondate sulle categorie dell’azione. L’essere categorie dell’azione elimina il rischio che vi sia una distanza fra il mondo mentale e quello reale; cioè la mente non si inganna nel dichiarare alcune verità (proposizioni sintetiche a priori), perché è attraverso l’azione che la mente e la realtà entrano in contatto.

Mises, in accordo con l’epistemologia kantiana, considera l’assioma fondamentale una legge del pensiero e quindi una verità categoriale a priori rispetto ad ogni esperienza, perché, come la legge di causa ed effetto, è parte del carattere necessario della struttura logica della mente umana. Cioè, la realtà può essere colta solo attraverso la mente, che è fatta in un determinato modo. (Per Rothbard la realtà è, a prescindere.) Pensare e agire sono caratteristiche tipiche ed esclusive dell’uomo. Esiste solo una logica che è intellegibile per la mente umana, e un solo modo d’azione che è umano e comprensibile alla mente umana. Per la mente umana concepire relazioni logiche in contraddizione con la struttura logica della nostra mente è impossibile; così come un modo d’azione le cui categorie differiscano da quelle dei nostri modi d’azione. La struttura logica della mente umana è definibile a priori. Le relazioni logiche fondamentali non possono essere soggette a prove o confutazioni, perché ogni tentativo volto a provarle deve presupporre la loro validità. Esse sono proposizioni primarie antecedenti a ogni definizione reale o nominale. La mente umana è incapace di immaginare categorie logiche in contraddizione con tali relazioni logiche. Esse sono i prerequisiti della percezione, della conoscenza, dell’esperienza. La mente umana non è una tabula rasa su cui gli eventi esterni scrivono la propria storia; è equipaggiata con un set di strumenti (la sua struttura logica) necessari per comprendere la realtà. L’uomo ha acquisito questi strumenti nel corso della sua evoluzione dallo stato di ameba allo stato presente; ma questi strumenti sono logicamente antecedenti a qualsiasi esperienza. La struttura logica della mente dell’uomo primitivo è identica a quella dell’uomo contemporaneo; il contenuto dei pensieri è diverso.

La struttura logica della ragione umana, e quindi le categorie del pensiero e dell’azione sono immutabili e universali. L’idea che A potrebbe essere al tempo stesso non-A o che preferire A a B potrebbe comportare allo stesso tempo il preferire B ad A è inconcepibile e assurda per la mente umana. Non possiamo pensare a un mondo senza la causalità e la teleologia.

Le categorie del pensiero e dell’azione umana – le relazioni logiche fondamentali – sono comuni a tutta l’umanità, indipendentemente dalla classe o dalla razza. Non sono convenzioni, ma fatti biologici che hanno una funzione precisa nella lotta dell’uomo per l’esistenza. Sono adeguate alla struttura della realtà, rivelano questa struttura alla mente umana e, in questo senso, per l’uomo sono fatti ontologici di base. È impossibile dimostrare la validità delle fondazioni a priori della logica e della prasseologia senza riferirsi alle fondazioni medesime; la ragione è un dato ultimo e non può essere messa in discussione da se stessa; l’esistenza della ragione umana è un fatto non-razionale.

In sintesi: la mente impone determinate forme o strutture alla realtà nel momento in cui la conosce. La conoscenza non è mai conoscenza diretta della realtà in sé, la realtà è modellata dalla mente, che ha una data struttura. Barry Smith chiama “imposizionista” (impositionist) questo tipo di apriorismo, perché “impone” al mondo, alla realtà, le strutture della mente; quello che segue, di tipo aristotelico, lo definisce “riflessivo” (reflectionist).

La posizione epistemologica di Rothbard invece fa riferimento ad Aristotele e S. Tommaso[2] più che a Kant: la metafisica e l’epistemologia aristoteliche sono coerenti con l’assioma dell’azione di Mises e possono offrire un fondamento superiore alla prasseologia misesiana. Quindi considera l’assioma dell’azione una legge di realtà più che una legge del pensiero, e dunque “empirica” più che “a priori”. Rothbard vuole contrastare l’idealismo kantiano ortodosso che ritiene che esistano leggi del pensiero indipendenti dalla realtà e addirittura imposte alla realtà dalla mente. Egli nega l’affermazione di Mises (L’azione umana) che esistano “leggi della struttura logica” della mente umana che la mente impone alla struttura caotica della realtà; per Mises il concetto di azione è parte della struttura logica della mente; dunque l’assioma dell’azione è una verità categorica che viene prima di qualsiasi esperienza umana. Invece Rothbard preferisce chiamare tali presunte leggi della struttura logica “leggi di realtà”. La mente apprende tali leggi attraverso l’investigazione e il confronto dei fatti del mondo reale. L’assioma fondamentale dell’azione e gli assiomi sussidiari derivano dall’esperienza della realtà; cioè, sono indotti (successivamente i principi economici sono dedotti dall’assioma)[3]. In altri termini, possiamo avere una conoscenza della realtà perché certe strutture di essa hanno un grado di intellegibilità in sé, e non dipendono dai modellamenti fatti dalla mente umana.

La concezione (conception) è una specie di consapevolezza, un modo di apprendere le cose, o comprenderle, e non, come in Kant, una presunta manipolazione soggettiva dei cosiddetti universali solo “mentale” o “logica” nella loro provenienza e non-cognitiva in natura. La conception nel penetrare i dati dei sensi senz’altro li porta a sintesi, ma è una sintesi cognitiva nell’apprendere, un comprendere che è tutt’uno con l’apprendere stesso, non, come in Kant, una condizione della percezione anteriore, un processo anteriore che costituisce sia la percezione sia il suo oggetto. In altre parole, percezione ed esperienza non sono i risultati di un processo sintetico a priori, ma sono essi stessi apprendimento sintetico o comprensivo, la cui unità è prescritta solo dalla natura del reale, cioè dagli oggetti capiti nel loro insieme e non dalla consapevolezza stessa, la cui natura cognitiva è di apprendere il reale, come esso è (H. Chapman).

Questo è un empirismo talmente diverso dall’empirismo moderno (pura raccolta di fatti frammentari) che Rothbard accetta di definirlo “a priori” per i suoi scopi analitici. Infatti 1) è una legge di realtà così ampiamente basata sulla comune esperienza umana, che una volta enunciata si manifesta come autoevidente, e quindi empiricamente significativa e vera e non falsificabile; 2) è fondata su un’esperienza universale interna e non semplicemente esterna, cioè la sua evidenza è riflessiva più che fisica; e 3) è chiaramente a priori rispetto alla complessità degli eventi storici, considerati dall’empirismo moderno l’unico concetto di esperienza. Rothbard non usa l’espressione “sintetico a priori” usata da Hoppe[4].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Per altri aspetti l’epistemologia di Kant tende all’idealismo (la realtà viene creata dalla mente): per lui la conoscenza da parte degli individui non è conoscenza della realtà, bensì conoscenza della struttura della propria mente, struttura che la mente sovrappone alla realtà. Non è la nostra conoscenza che deve conformarsi alla realtà osservabile, ma la realtà osservabile che deve conformarsi alla nostra conoscenza. Cioè, la mente non usa le leggi del pensiero per percepire la realtà come è, ma artificialmente costruisce la realtà per adeguarla alla struttura delle leggi della mente, che la mente non può eludere o trascendere. Una realtà così interpretata non è una rappresentazione di qualcosa che è “là fuori”, ma una creazione della mente stessa. In sostanza, esistono leggi della mente che non sono leggi della realtà. Kant si accorse di trovarsi davanti ad una difficoltà: ad esempio, la realtà si conforma al principio di causalità; ma tale principio deve essere compreso come un principio a cui le operazioni della nostra mente devono conformarsi. Questo è possibile solo se la realtà è creata dalla mente, ma questa è un’assurda assunzione idealistica. Kant fallì nel tentativo di offrire una via d’uscita soddisfacente a tale dilemma. Non è dunque su questo aspetto che Mises segue Kant.

[2] M.N. Rothbard, In Defense of “Extreme Apriorism”, in «Southern Economic Journal», gennaio 1957, pp. 314-320.

Un autore che condivide l’impostazione rothbardiana è Roderick T. Long.

[3] Secondo G. Stolyarov quella di Rothbard è un’interpretazione sbagliata del pensiero di Mises: il passo di Mises a cui Rothbard fa riferimento è “il concetto di azione è parte del carattere essenziale e necessario della struttura logica della mente umana”. E lo interpreta nel senso che tali leggi della struttura logica della mente sono imposte dalla mente alla realtà esterna. Secondo Stolyanov, dal fatto che vi sia un carattere essenziale e necessario e una struttura logica della mente umana (circostanza su cui anche Rothbard concorderebbe), non segue che la mente deve necessariamente imporre questa struttura sulla realtà, o che la realtà è caotica. Rothbard su questo punto travisa Mises perché ritiene che sul piano epistemologico sia un kantiano ortodosso, mentre Mises è kantiano solo nel riconoscimento dell’esistenza di proposizioni sintetiche a priori. Un kantiano ortodosso afferma che le leggi della struttura logica della mente sono a priori rispetto a qualsiasi esperienza, non Mises, che, secondo anche l’interpretazione di Hoppe, fa derivare l’assioma dell’azione e le proposizioni sintetiche a priori dall’esperienza riflessiva, dunque esperienza in senso ampio, non dissimile da quella di Rothbard. A questo punto scompare la distinzione operata da Rothbard fra “legge di realtà” e “legge del pensiero (della mente)”: l’assioma dell’azione è una legge della realtà ma è anche inevitabilmente una legge della mente, nel senso che la mente deve operare secondo tale legge, che lo voglia o no; la legge dell’azione è vincolante per una mente in funzione come la legge di gravità è vincolante per un corpo. Le differenze sono solo terminologiche, perché Rothbard, da aristotelico, usa una terminologia aristotelica (ad esempio, usa “empirico” come equivalente di “esperienza”), mentre Mises (e Hoppe), da kantiani, usano una terminologia kantiana (“empirico” significa solo “storicamente contingente”, dunque nel senso dell’empirismo-positivismo).

[4] Secondo Geoffry A. Plauché la prasseologia misesiana di tipo kantiano soffre di due limiti: 1) una distanza fra la conoscenza riflessiva e la percezione della realtà empirica, e di conseguenza 2) la mancanza di un’adeguata spiegazione del processo di scoperta degli elementi basilari della prasseologia – i concetti prasseologici e l’assioma dell’azione. Questa difficoltà può essere superata applicando un apriorismo aristotelico. Si ritiene che Kant abbia il monopolio sul concetto di a priori, invece vi è un tipo di apriorismo anche all’interno della tradizione aristotelica. Un aristotelico come S. Tommaso, nella Summa teologica I.2, nella critica all’argomento ontologico di Anselmo, definisce l’a priori in termini aristotelici, come ciò che è prima (prior) in maniera assoluta. All’interno della tradizione filosofica Austriaca, l’apriorismo aristotelico può essere rinvenuto in Franz Brentano, nel primo Husserl e nei suoi allievi Adolf Reinach e J. Daubert; circa la branca economica, in Menger e Rothbard. Le sbrigative frasi di Rothbard non rappresentano una teoria epistemologica che dimostri la verità dell’assioma dell’azione, e dunque che supporti la prasseologia. Per Rothbard, come per i misesiani kantiani, i concetti della prasseologia e dell’economia derivano tutti in maniera completa dall’assioma dell’azione, come Minerva dalla testa di Giove. Ma nella tradizione aristotelico-tomista i concetti e le proposizioni scientifiche non si formano in questo modo. In sintesi, l’aristotelismo di Plauché è l’utilizzazione in coppia del particolare e dell’universale: i concetti si acquisiscono sempre con un processo induttivo, i fenomeni particolari (come le azioni umane) mostrano delle essenze che possono essere estratte da essi attraverso la riflessione.

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Corea del Nord: da Regno Isolato a Regno Mercantile?

Lun, 16/02/2015 - 08:30

Verso la fine del suo eccezionale discorso allo One Young World Summit di Dublino di quest’anno, la transfuga nordcoreana nonché attivista per i diritti umani Yeon-mi Park ha elencato tre metodi attraverso i quali le persone comuni possono aiutare coloro alla ricerca della libertà in Corea del Nord:

“Primo, educa te stesso, in modo da poter accrescere la consapevolezza della crisi umana in Corea del Nord. Secondo, aiuta e supporta i rifugiati nordcoreani che stanno cercando di scappare verso la libertà. Terzo, partecipa alla petizione per chiedere alla Cina di fermare i rimpatri”.

A questa lista, l’uomo d’affari svizzero Felix Abt potrebbe aggiungere un quarto punto: fai affari con loro. Questo suggerimento costituisce il cuore del suo nuovo libro: A Capitalist in North Korea: My Seven Years in the Hermit Kingdom (Tuttle Publishing, 2014).

Da regno isolato a regno mercantile

Coloro che hanno familiarità con la situazione in Corea del Nord (ufficialmente conosciuta come la Repubblica Democratica Popolare di Corea, o DPRK) non troverà il titolo del libro di Abt così scioccante come probabilmente intendeva essere. Di certo, fin dal 2009 – e indubbiamente anche prima – i media e gli organi di stampa occidentali riportavano la “segreta economia capitalista della Corea del Nord“ (ovvero, il mercato nero) che fiorì come risposta alla carestia della metà degli anni ’90. Scrivendo per il Washington Post nel Maggio del 2014, la stessa Yeon-mi Park si riferì ai giovani che attualmente vivono in Corea del Nord come ai “Jangmadang, o la ‘Generazione del Mercato Nero’”. Questi giovani, disse, sono molto più individualisti dei loro predecessori, molto meno leali al regime dominante di Kim, e con infinite possibilità in più di essere esposti ai media ed alle informazioni estere.

Il libro di Abt amplifica ed approfondisce tutti questi punti. Partendo dalla sua esperienza personale come direttore del comparto estero di una compagnia farmaceutica nordcoreana, nonché co-fondatore della Pyongyang Business School, descrive la rapida incursione della DPRK nelle attività di franchising, di assistenza ai clienti, di forum online (!), dei venditori di biciclette, della motivazione del personale e persino nella più anti socialista di tutte le attività di mercato: la pubblicità.

Queste idee e pratiche sono ancora molto recenti nel più famigerato “bastione del comunismo” (parole di Abt) nel mondo, ma il governo già si trova a dover attuare graduali modifiche alle proprie politiche di mercato. Due rapidi esempi: “Sono permessi orari di apertura più flessibili per i mercati ed a più compagnie è permesso di intrattenere rapporti commerciali con l’estero”.

Nonostante questi sviluppi positivi, Abt lamenta comunque come “sembra non esserci una fine in vista per i seri problemi finanziari dell’economia più centralmente pianificata del mondo” e ne spartisce la colpa tra diversi responsabili: 1) la politica militare nordcoreana, 2) l’eccessiva dipendenza dagli aiuti umanitari esteri, 3) le sanzioni ed embarghi stranieri.

“La Corea del Nord”, afferma Abt, “è la nazione più pesantemente sanzionata al mondo e nessun altro popolo ha dovuto fare i conti con gli enormi limiti che le potenze occidentali ed asiatiche hanno imposto alla loro economia”.

Due passi avanti, un passo indietro

Certamente, gli argomenti contro le sanzioni verso la Corea del Nord sono difficili da far accettare, visti i ben documentati abusi dei diritti umani nel paese e le annuali minacce nucleari contro gli Stati Uniti e la Corea del Sud. Diversi commenti su Amazon hanno accusato Abt di star semplicemente ripetendo a pappagallo la propaganda nordcoreana, etichettandolo come “Pyongyang Pete” e “l’utile idiota della Dinastia Kim”. Anche molti libertari, a lungo oppositori dell’embargo verso Cuba, si troveranno probabilmente d’accordo sul fatto che molte delle sofferenze interne ed internazionali della Corea del Nord sono autoinflitte.

Per esempio, nel 2006, l’ex presidente del caseificio più grande della Corea del Sud propose come strategia quella di fornire ad ogni bambino in Nord Corea un bicchiere di latte al giorno. “Organizzazioni benefiche ed individui benestanti aderirono al progetto”, scrive Abt, “ma dopo il primo test nucleare di Kim Jong Il, l’idea svanì velocemente”.

Abt segnala inoltre come nel 2007 il sito DailyNK riportò che la Corea del Nord spende fino al 40% del proprio budget annuale in monumenti e celebrazioni dedicate al regime di Kim. Abt racconta come “rimase senza fiato” davanti all’imponenza di tali monumenti, così come di altri palazzi quali il Koryo Hotel, dove “fino a mille ospiti possono soggiornare in 504 stanze, su 45 piani”.

Leggendo però fino alla fine di A Capitalist in North Korea scopriremo che “lungo la maggior parte delle settimane, le camere d’hotel occupate sono meno di un terzo”. I video dei turisti a Pyongyang su YouTube avvalorano questo punto. Quasi ogni giorno dell’anno le 504 camere del Koryo Hotel rimangono vuote (un prevedibile effetto collaterale delle ferree restrizioni di viaggio imposte dalla DPRK). Ciò non rappresenta propriamente un’efficiente allocazione delle risorse.

Oltretutto, il governo nordcoreano talvolta contrasta le attività di mercato degli investitori stranieri con repressione e clientelismo. Nel 2006 una farmacia di proprietà cinese fu chiusa poiché costituiva un pericolo verso il sistema sanitario pubblico socialista. Diversi anni dopo, un internet provider tedesco riuscì a fare pressione sul governo affinché proibisse l’installazione di antenne paraboliche ad altri concorrenti stranieri.

“Com’è possibile allora riformare il sistema?”

Eppure nulla di tutto ciò, nè i test nucleari, gli hotel vuoti o gli ambigui accordi d’affari potrebbe in alcun modo esser evitato tramite sanzioni che colpiscono le banche straniere, l’attrezzatura agricola, i fertilizzanti, i cellulari, gli alcolici, il formaggio francese o gli articoli di lusso. “Le attuali sanzioni non solo hanno fallito nel limitare gli sviluppi nucleari e gli abusi dei diritti umani dell’ambizioso leader nordcoreano”, afferma Emma Campbell in un articolo del maggio 2013 per l’East Asia Forum, “ma hanno limitato anche le azioni delle ONG umanitarie che cercano di fornire servizi essenziali all’interno della DPRK”.

Tra questi servizi si conta il tentativo di sviluppare una classe imprenditoriale orientata al mercato che sia meno dipendente dal regime e più capace di condurre affari col mondo esterno in modo pacifico e redditizio. Sebbene Abt sia chiaro nello specificare come fare business in Corea del Nord non è garanzia di successo, lo vede giustamente come uno dei migliori metodi per migliorare la vita di milioni di nordcoreani intrappolati fra la repressione interna ed estera.
“L’attività d’impresa”, scrive, “è la strada da percorrere per il paese di Kim… una promettente strada per aprire e cambiare il paese finora isolato e per cambiare in meglio il corso degli eventi”.

Il lontano obiettivo di aprire la Corea del Nord al mondo esterno potrà di certo essere raggiunto iniziando con l’aprire il mondo esterno alla Corea del Nord.

 Articolo di J. Wiltz su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo, revisione di Felice Rocchitelli.

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L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca (parte seconda)

Ven, 13/02/2015 - 09:00

Quello che non va, conseguentemente, nella teoria marxista dello sfruttamento è che non riconosce il fenomeno della preferenza temporale come categoria universale dell’azione umana. Che il lavoratore non riceva  il “valore totale” del suo lavoro non ha niente a che vedere con lo sfruttamento, ma riflette solo il fatto che è impossibile per un uomo scambiare beni futuri con beni presenti senza pagare un interesse. Contrariamente alla situazione dello schiavo e del padrone nella quale il secondo sfrutta il primo, la relazione tra lavoratore libero e capitalista è vantaggiosa per entrambi. Il lavoratore entra nell’accordo perché, data la sua preferenza temporale, preferisce una minor quantità di beni subito a una maggiore più tardi; e il capitalista lo fa perché, data la sua preferenza temporale, c’è un ordine di preferenze inverso, che mette una maggior quantità di beni futuri al di sotto di una minore subito. I loro interessi non sono antagonisti ma armoniosi. Se il capitalista non aspettasse un interesse, il lavoratore ne sarebbe svantaggiato, dovendo attendere più a lungo di quanto speri (4). E non possiamo più, come fa Marx, considerare il sistema capitalista salariale come un ostacolo allo sviluppo ulteriore delle forze produttive. Se non permettessimo più al lavoratore di vendere i suoi servizi e al capitalista di comprarli, la produzione non aumenterebbe ma diminuirebbe, perché essa dovrebbe accontentarsi di un minore capitale accumulato.

Del tutto contrariamente alle affermazioni di Marx, lo sviluppo di queste famose forze produttive non raggiungerebbe affatto nuovi apici in un sistema di produzione socializzato, ma sprofonderebbe miseramente. Perché è evidente che il capitale deve essere creato in punti e momenti determinati, e per la prima messa a frutto, dalla produzione e dal risparmio di individui particolari. In ogni caso, è accumulato nella speranza che potrà portare un aumento nella produzione di beni e servizi a venire. Il valore attribuito al suo capitale da qualcuno che agisce riflette il valore che attribuisce  all’insieme dei redditi che può ottenere dalla sua cooperazione, scontato del suo tasso di preferenza temporale. Se, come nel caso della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, un soggetto non ha più la padronanza esclusiva del suo capitale accumulato né conseguentemente dei redditi futuri derivanti dal suo impiego; se al contrario permettiamo a non produttori (sia della prima messa a frutto che di ulteriori produzioni) e a non risparmiatori di disporne parzialmente, ciò ridurrà automaticamente il valore per lui delle rendite future e dunque dei capitali materiali. Il periodo di produzione, il carattere indiretto della struttura di produzione, sarà per forza accorciato, e deve necessariamente derivarne un impoverimento.

Se la teoria dello sfruttamento di Marx e le sue idee sul modo di mettere fine allo stesso e di far regnare la prosperità universale sono false al punto da sembrare ridicole, è chiaro che ogni teoria che ne fosse dedotta dev’essere anch’essa falsa. Oppure, se fosse giusta, bisogna pensare che ne è stata dedotta in modo errato. Invece di assoggettarmi ad una laboriosa illustrazione di tutti gli errori di ragionamento dell’argomento marxista, dal suo punto di partenza sbagliato alla teoria della storia che ho illustrato all’inizio – come corretta – prenderò una scorciatoia. Comincerò col presentare, il più rapidamente possibile, la teoria corretta dello sfruttamento, cioè la teoria austriaca, quella di von Mises e di Rothbard; farò un breve schizzo delle giustificazioni che essa dà alla teoria storica della lotta di classe; e, al volo, sottolineerò sia delle differenze essenziali tra la teoria austriaca e quella marxista, sia alcune affinità tra di esse, scaturite dalla loro convinzione comune che lo sfruttamento, la classe sfruttatrice, esistono eccome.

Il punto di partenza dell’analisi austriaca dello sfruttamento, come d’obbligo, è semplice e chiaro. Infatti, l’abbiamo già stabilito nel corso dell’analisi della teoria marxista: lo sfruttamento caratterizzava senza tanti complimenti il rapporto fra lo schiavo e il suo padrone così come fra il contadino e il signore feudale. Ma non abbiamo trovato alcuno sfruttamento possibile nel capitalismo proprio. Qual’è la differenza di principio fra i due casi? La risposta è: il riconoscimento o no del principio del Diritto della prima messa a frutto. Il vassallo è sfruttato perché non ha la padronanza esclusiva della terra che era stato il primo a mettere a frutto, e lo schiavo non è padrone del suo proprio corpo di cui era (è il caso di dirlo) il primo occupante. Se, al contrario, ognuno ha la proprietà esclusiva del proprio corpo (cioè se è un lavoratore libero) e agisce rispettando il Diritto del primo utilizzatore, allora non ci può essere sfruttamento. È logicamente assurdo pretendere che colui che si impadronisce di oggetti che non appartengono ancora a nessuno, o che destina questi beni a produzioni future, o risparmia dei beni accaparrati o prodotti in questo modo per accrescere la disponibilità dei prodotti nell’avvenire, possa sfruttare chichessia facendolo. Nessuno ha sottratto niente a nessuno durante questo processo, e inoltre si sono prodotti più beni. E sarebbe ugualmente assurdo pretendere che un accordo fra differenti proprietari iniziali, risparmiatori e produttori, sull’uso dei loro beni accaparrati, sempre senza sfruttamento, possa comportare un qualche tipo di ingiustizia. Al contrario, è quando si produce una differenza di qualsiasi natura nei confronti del principio della prima messa a frutto che ha luogo lo sfruttamento. Vi è sfruttamento quando una persona fa prevalere le sue pretese sulla proprietà parziale o totale di beni che non è stata la prima a mettere a frutto, che non ha prodotto, o che non ha acquisito per contratto con un produttore – precedente proprietario. Lo sfruttamento è l’espropriazione dei primi utilizzatori, produttori e risparmiatori da parte di non – primi utilizzatori, dei non – produttori, dei non – risparmiatori giunti in un secondo momento. È l’espropriazione di gente le cui pretese sulla loro proprietà si fondano sul lavoro e il contratto, esercitata da parte di gente le cui pretese escono da non si sa dove, e che non tengono in alcun conto il lavoro e i contratti degli altri.

Inutile dire che lo sfruttamento definito in questo modo è parte integrante della storia umana. Ci sono due modi di arricchirsi: o si mettono a frutto delle risorse inutilizzate, si produce, si risparmia, si contratta, oppure si espropriano coloro che hanno messo a frutto, prodotto, risparmiato e contrattato. Ci sono sempre state, a fianco della messa a frutto, del risparmio, acquisizioni di proprietà non fondate sulla produzione e sul contratto. E nel corso dell’evoluzione economica, così come i produttori e i contraenti liberi accordi possono costituirsi in società, in imprese, in associazioni, gli sfruttatori possono accordarsi per formare imprese di sfruttamento su larga scala: Stati e governi. La classe dirigente (la quale, ancora una volta, può essere gerarchizzata) è inizialmente composta dai membri di queste imprese di sfruttamento. Di modo che, con una classe dirigente installata su un dato territorio e dedita allo sfruttamento delle risorse economiche di una classe di produttori sfruttati, tutto si traduce senza tanti complimenti nella lotta tra sfruttatori e sfruttati. Allora, la storia è essenzialmente quella delle vittorie e delle sconfitte dei padroni nei loro tentativi di accrescere al massimo i proventi del loro sfruttamento e quella di coloro che cercano di frenare e invertire questa tendenza. È su questa valutazione della storia che i marxisti e gli “austriaci” si trovano d’accordo, e perciò esiste una notevole affinità fra le ricerche storiche dell’una e dell’altra scuola. L’una e l’altra si oppongono a una storiografia che riconosce solo azioni e interazioni, su un piede di parità morale o economica; e tutt’e due si oppongono ugualmente a una storiografia per la quale, invece di usare questa neutralità, sarebbe conveniente esaltare la narrazione attraverso giudizi di valore puramente soggettivi. No: bisogna raccontare la storia in termini di libertà e di sfruttamento, di parassitismo e di impoverimento, di proprietà privata e di sua distruzione. Diversamente, la si falsifica.

Mentre le imprese produttrici compaiono e scompaiono perché sostenute o non sostenute volontariamente, una classe dirigente non arriva mai al potere perché vi sarebbe una domanda per i suoi servizi, e non abdica nemmeno quando è evidente che ci si augura la sua scomparsa. È veramente eccessivo chiedere all’immaginazione di credere che i primi utilizzatori, produttori, liberi contraenti accordi, avrebbero voluto che li si espropriasse. Si deve forzarli a rassegnarvisi, e ciò prova in maniera definitiva che non vi era alcuna domanda in quel senso. Non si può mai dire che sia possibile detronizzare una classe dirigente astenendosi da ogni transazione con essa, come si fa fallire un’impresa produttiva. È da transazioni non-produttive e non-contrattuali che la classe dirigente trae il suo reddito, e nessun boicottaggio può intaccarlo. Piuttosto, ciò che rende possibile l’emergere di un’impresa di sfruttamento, e ciò che può abbatterla, è uno stato particolare dell’opinione pubblica o, secondo la terminologia marxista, uno stato particolare della coscienza di classe.

Uno sfruttatore ha delle vittime, e le vittime sono dei nemici potenziali. Si può immaginare che questa resistenza possa essere spezzata a lungo con la forza nel caso di un gruppo di uomini che sfrutta un altro gruppo più o meno delle stesse dimensioni. Invece, ci vuole ben più che la forza per sviluppare lo sfruttamento di una popolazione diverse volte più numerosa. Per riuscirci, l’impresa deve avere il sostegno dell’opinione pubblica. Bisogna che una maggioranza della popolazione accetti come legittime gli atti che assicurano lo sfruttamento. Questa accettazione può oscillare fra l’entusiasmo attivo e la rassegnazione passiva. Ma dev’essere accettazione, nel senso che la maggioranza deve aver abbandonato l’idea di resistere attivamente o passivamente ad ogni tentativo di imporre acquisizioni non-produttive e non-contrattuali della proprietà. La coscienza di classe dev’essere debole, poco sviluppata, incerta. È solo se un tale stato di cose perdura che una impresa di sfruttamento può prosperare benché nessuno ne abbia bisogno. Il potere della classe dirigente si può rompere solo, e nella misura in cui, sfruttati ed espropriati acquisiscono un’idea chiara del loro stato, e si uniscono ad altri membri della loro classe in un movimento ideologico che propugna l’idea  di una società senza classi nella quale venga abolita ogni forma di sfruttamento. È solo, e nella misura in cui, la maggioranza degli sfruttati si integra consciamente in un tale movimento, e se tutti si indignano per le acquisizioni non produttive e non contrattuali della proprietà, rivolgono il loro disprezzo verso chiunque si dedichi a tali atti, e rifiutano deliberatamente di contribuire in alcun modo alle loro imprese, che si può condurre questo potere alla disfatta.

L’abolizione progressiva della dominazione feudale e assolutista, la comparsa di società via via sempre più capitaliste in Europa occidentale e negli Stati Uniti, e conseguentemente uno sviluppo inaudito della produzione e della popolazione, sono stati i risultati di una accresciuta presa di coscienza da parte degli sfruttati, saldati assieme dall’ideologia liberale dei diritti naturali. Fin qui, marxisti e austriaci sono d’accordo. Dove non lo sono, per contro, è sul giudizio dato a ciò che segue: in seguito a una perdita di coscienza di classe, il processo di liberalizzazione si è invertito, aumentando senza sosta il livello di sfruttamento in queste società dopo la fine del XIX sec., particolarmente dopo la prima guerra mondiale. In realtà, per gli austriaci, il marxismo ha una gran parte di responsabilità in questa degradazione, facendo perdere di vista il concetto corretto di sfruttamento, secondo il quale i proprietari iniziali, produttori, liberi contraenti accordi sono vittime di coloro che non hanno prodotto nulla né concluso alcun contratto, e mandando avanti, nella peggior confusione, il falso conflitto del capitalista e del salariato.

L’istituzione di una classe dirigente su una classe sfruttata diverse volte più numerosa tramite la violenza e la manipolazione dell’opinione pubblica, cioè un basso livello di coscienza di classe presso gli fruttati, trova la sua espressione istituzionale più fondamentale nella creazione di un sistema di “diritto pubblico” sovrapposto al diritto privato. La classe dirigente stessa si defila e protegge la sua situazione dominante adottando una costituzione per il funzionamento interno della sua impresa. In un certo senso, formalizzando il funzionamento interno dello Stato così come i suoi rapporti con la popolazione sfruttata, una costituzione crea un certo grado di stabilità giuridica. Più si incorporano nozioni popolari e familiari del diritto privato nel “diritto” pubblico e costituzionale, più si creeranno le condizioni di un’opinione pubblica favorevole. Per contro, ogni costituzione o “diritto” pubblico formalizzano lo statuto di esenzione della classe dirigente per ciò che concerne il principio dell’appropriazione non aggressiva. Razionalizzano il “diritto” dei rappresentanti dello Stato di dedicarsi ad acquisizioni non contrattuali e non produttive e la subordinazione infine del diritto privato al “diritto” pubblico. Una giustizia di classe, cioè un dualismo che istituisce un insieme di leggi per i dirigenti e un altro per i sottomessi, finisce per accentuare questo dualismo fra “diritto” pubblico e privato, questa dominazione e questa infiltrazione del “diritto” pubblico nel diritto privato. Non è, come credono i marxisti, che ci sia una giustizia di classe perché i diritti di proprietà sono riconosciuti dalla legge. Al contrario,  la giustizia di classe compare ogni qual volta c’è una distinzione legale fra una classe di persone che agiscono secondo il “diritto” pubblico protette da questo e un’altra classe che agisce secondo una sorta di diritto privato subordinato che si suppone la protegga. Più particolarmente quindi, la tesi fondamentale della teoria marxista dello Stato (fra le altre), è falsa. Lo Stato non è sfruttatore perché protegge i diritti di proprietà dei capitalisti ma perché esso stesso è esentato dal dover acquisire la sua proprietà attraverso la produzione e la contrattazione.

Nonostante questo equivoco fondamentale, proprio perché il marxismo interpreta a giusto titolo lo Stato come sfruttatore (contrariamente, ad esempio, alla scuola della Public Choice, che tende a farlo passare da impresa come le altre), ha ben compreso certi principî fondamentali del suo funzionamento. Per cominciare, riconosce la funzione strategica delle politiche redistributive dello Stato. Quale impresa di sfruttamento, lo Stato è sempre interessato a che regni un basso livello di coscienza di classe fra la gente. La redistribuzione della proprietà e del reddito – una politica del “divide et impera” – è il mezzo che lo Stato adotta per gettare pomi di discordia nella società e distruggere la formazione di una coscienza di classe unificatrice presso gli sfruttati. Inoltre, la redistribuzione dei poteri di Stato democratizzando esso stesso la sua struttura, aprendo a tutti le porte per posizioni di potere e dando a tutti il diritto di partecipare alle scelte del personale e della politica dello Stato, è un mezzo per ridurre la resistenza allo sfruttamento. In secondo luogo, lo Stato è puramente e semplicemente, come i marxisti lo concepiscono, il grande centro della propaganda e della mistificazione ideologica: lo sfruttamento è libertà; le imposte sono contribuzioni volontarie; le relazioni non contrattuali sono “idealmente” contrattuali; nessuno comanda nessuno, ci governiamo da soli; senza lo Stato non vi sarebbe né diritto né sicurezza; e i poveri morirebbero di fame ecc. Tutto ciò appartiene a una superstruttura ideologica che mira a legittimare una infrastruttura di sfruttamento economico. E infine i marxisti hanno ragione anche ad identificare una stretta alleanza fra lo Stato e i capitalisti, più in particolare l’alta finanza anche se la spiegazione che ne danno non è difendibile. La ragione non è che l’istituzione borghese considera e sostiene lo Stato come garante dei diritti di proprietà e del contrattualismo. Al contrario, lo considera a giusto titolo come l’antitesi stessa della proprietà privata (ciò che è lampante) ed è proprio per questa ragione che vi si interessa molto da vicino. Più un affare riesce e più grande è il pericolo che venga sfruttato dallo Stato, ma, allo stesso modo, maggiori sono i potenziali guadagni da realizzare se può farsi accordare dallo Stato una protezione particolare che la esenti parzialmente dalle costrizioni della concorrenza capitalista. Perciò l’élite capitalista (alta finanza) si interessa allo Stato e anela ad infiltrarvisi. Da parte sua, la casta dei dirigenti è interessata a una stretta collaborazione con l’élite capitalista per via del potere finanziario di quest’ultima. In particolare l’alta finanza è interessata, perché lo Stato, in quanto impresa di sfruttamento, desidera naturalmente avere una totale autonomia per creare falsa moneta. Offrendo di associare l’élite bancaria ai suoi progetti di banking illegittimo, e permettendo loro di approfittare di questa falsificazione a partire dai suoi biglietti della Santa Farsa nel sistema bancario a copertura parziale, lo Stato può facilmente raggiungere questo obiettivo e istituire un sistema di monopolio di emissione monetaria e un cartello bancario diretto dalla banca centrale. Di modo che, attraverso questa complicità diretta nella produzione di falsa moneta col sistema bancario e, per estensione, con i più grossi clienti di dette banche, la classe dirigente si estende in effetti ben al di là dell’apparato statale, fino ai centri nervosi della società civile, il che non è molto differente, in apparenza, dal quadro che pretendono di fare i marxisti della cooperazione fra banca, élites capitaliste e Stato.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe apparso in origine su Journal of Libertarian Studies, vol. IX, n°2, autunno 1990; poi ripreso come capitolo 4 di The Economics and Ethics of Private Property (Boston, Kluwer Academic Publishers, 1993).

Tradotto da Fabio Lazzarin e qui ripreso per gentile concessione di Libreria del Ponte

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La Scuola Austriaca: differenze interne – IV parte

Mer, 11/02/2015 - 09:00

3. Ludwig Lachmann

Lachmann estremizza gli elementi soggettivisti della Scuola Austriaca[1] e sostiene che tutto è soggettivo e incerto; dunque nega l’esistenza oggettiva del mondo reale, delle leggi oggettive di causa ed effetto e della validità oggettiva della logica deduttiva. Una posizione nichilista, accusano i razionalisti. Nella teoria del valore, nega o sottovaluta il fatto oggettivo che gli oggetti fisici sono prodotti, scambiati, valutati, sebbene valutati soggettivamente.

Questo soggettivismo estremo ha conseguenze anche sulla conoscenza. Per Lachmann l’uomo è soggetto a una radicale incertezza che sfocia nel nichilismo. Lachmann estremizza la tesi Austriaca che il futuro è incerto, affermando che il futuro è assolutamente inconoscibile.

Il mantra preferito di Lachmann è: “il passato è, in linea di principio, assolutamente conoscibile; il futuro è assolutamente inconoscibile”. Poiché il futuro è per Lachmann assolutamente inconoscibile, l’uomo non conosce leggi economiche, né leggi di causa ed effetto, qualitative o quantitative. Di fatto egli non può avere alcuna Verstehen di modelli di comportamento che possono verificarsi in futuro con una certa probabilità. In ogni istante di tempo l’agente lachmanniano avanza in un vuoto senza sentieri[2].

Dal momento che non esistono leggi di causa ed effetto nell’azione umana, il soggetto non può compiere il primo passo per indovinare che cosa sta accadendo, o è probabile che accada, ai prezzi. I prezzi che si determinano sul mercato sono privi di significato ai fini del calcolo economico perché la conoscenza è continuamente cangiante. Dunque la scienza economica non può dire alcunché di preciso sulla razionalità o ottimalità dell’allocazione delle risorse nel libero mercato. In questo modo l’economia come scienza si dissolve. La moneta e i prezzi, poi, non possono avere alcuna relazione nel futuro, qualitativa o quantitativa, il che significa che non sono affatto correlati sul piano causale.

In un tale contesto, l’imprenditore lachmanniano può esistere, ma perde totalmente di significato. A differenza dell’uomo hayek-kirzneriano, non può apprendere dai segnali del mercato perché egli non può conoscere alcunché in alcun modo, anche attraverso i segnali di prezzo. L’Uomo Lachmanniano è totalmente privo di conoscenza, e nell’economia di mercato a stento si trova in una condizione migliore – sa di più – del pianificatore socialista.

Per Lachmann un ulteriore effetto del fatto che il processo di mercato è guidato da aspettative totalmente soggettive e volubili è che il mercato è incapace di eliminare gli imprenditori peggiori.

I misesiani invece sostengono una “moderata incertezza”. Replicano che è vero che la conoscenza del presente, e meno ancora quella del futuro, non è mai perfetta, e il mondo in generale, e il mercato in particolare, sono eternamente caratterizzati dall’incertezza. Domande, risorse, prodotti, prezzi e costi futuri sono incerti. Tuttavia l’uomo ha anche alcune certezze: sa con certezza che lui e il mondo, comprese le altre persone e le risorse, esistono; sa che le leggi naturali e le leggi di causa ed effetto esistono; che tale conoscenza si accresce nel tempo; e gli consente di scoprire migliori e più numerosi modi di controllare la natura e di conseguire i propri scopi con maggiore efficacia; e si accresce anche la conoscenza relativa al tipo di beni che soddisferanno i suoi bisogni.

L’incertezza viene fronteggiata dall’imprenditore attraverso l’assunzione di rischi, cercando di conseguire profitti ed evitare perdite. Nel tempo, gli imprenditori che hanno successo nel sopportare i rischi e nel prevedere il loro specifico futuro conseguiranno profitti ed espanderanno le loro attività, mentre coloro che non sanno sopportare i rischi e prevedono male soffriranno perdite e necessariamente vedranno contrarsi il loro campo di attività. Di conseguenza, gli imprenditori tenderanno a stare attenti e ad aver successo in molte delle loro previsioni.

Inoltre, circa la teoria economica, l’imprenditore che conosce la teoria di Mises può prevedere alcune cose: ad esempio, può prevedere che un aumento della quantità di moneta ceteris paribus provocherà un aumento dei prezzi. Dunque non è vero che un imprenditore non può fare alcuna previsione.

Infine, sempre in tema di conoscibilità, trascurando qui la sopravvalutazione lachmanniana della conoscibilità assoluta del passato (davvero sappiamo con certezza perché Cesare varcò il Rubicone?), per quanto riguarda il futuro «io so molte cose del futuro con assoluta certezza: so con assoluta certezza, ad esempio, che non sarò mai eletto presidente degli Stati Uniti. So, se possibile con certezza anche maggiore, che non sarò mai nominato re d’Inghilterra. Sostengo di essere molto più certo di questi eventi futuri che non del motivo per cui Lenin, alla stazione Finlandia, fosse l’unico bolscevico a capire che saltare molte importanti fasi poteva condurre ad una rivoluzione vittoriosa in Russia»[3].

I lachmanniani non hanno addotto argomenti reali per supportare il loro spostamento dall’incertezza moderata a quella assoluta.

Per quanto riguarda l’equilibrio finale, Lachmann si sbarazza del tutto del concetto. Lo considera privo di significato. Tutti i seguaci di Lachmann, nonché gli altri Austriaci non misesiani, usano invece in maniera ossessiva l’espressione “processo di mercato”, così gettando via con l’acqua sporca neoclassica non solo l’equilibrio ma lo stesso bambino della teoria economica. I “processi” connotano più i moti e i meccanismi impersonali che non le scelte consapevoli di persone che intraprendono un’attività volta a uno scopo[4]. Così però si rinuncia a qualsiasi possibilità di capire gli stessi processi di mercato, perché questi “processi” sono in realtà azioni umane che, a differenza dei movimenti delle pietre o degli atomi, sono necessariamente intenzionali e volti a uno scopo[5]. Quindi ogni azione sul mercato deve già implicare lo scopo, o stato finale, di quell’azione. L’azione, o “processo”, già presuppone lo stato di equilibrio, anche se quello stato non viene mai pienamente raggiunto. Di nuovo, la differenza cruciale è l’abbandono da parte dei non misesiani del concetto misesiano di azione – azione che è necessariamente diretta a un obiettivo o stato finale, e che è intenzionale, attiva e basata sull’assunzione del rischio.

I misesiani riescono a utilizzare il concetto di equilibrio non rinunciando all’elemento dinamico dell’azione economica (cioè riescono ad affrontare la teoria economica) attraverso quelle che Mises chiamò “costruzioni immaginarie” o “esperimenti mentali”, che per il prasseologo rappresentano l’unico sostituto degli esperimenti di laboratorio delle scienze fisiche. In breve, il teorico economico postula un equilibrio, quindi muta mentalmente una variabile, mantiene costanti tutte le altre variabili rilevanti ed esamina l’effetto che si determina sulla variabile oggetto di studio. Respingere l’impiego del concetto di equilibrio conduce inevitabilmente alla distruzione di tutta la teoria economica o delle leggi economiche.

Secondo i misesiani, poiché Lachmann nega in assoluto la possibilità di conoscere il futuro, e quindi qualsiasi legge economica, qualitativa o quantitativa, lui e i suoi seguaci diventano inevitabilmente meri istituzionalisti, meri storici che registrano le attività economiche passate dell’individuo. Mises avrebbe definito Lachmann e i lachmanniani, come definì tutti gli altri istituzionalisti, “antieconomisti”, dove l’espressione non rappresentava solamente un epiteto, ma anche una sintesi descrittiva. Dal momento che i lachmanniani avversano anche la semplice possibilità di una teoria economica, non devono essere proprio più considerati economisti. Potrebbero essere definiti “storici”, se non fosse che a) fanno molto poco lavoro storico effettivo e b) per essere un buono storico bisogna saper usare le teorie causali delle diverse discipline per riuscire a spiegare eventi storici unici, e gli strumenti delle leggi economiche sono una parte indispensabile di qualsiasi autentico bagaglio dello storico. In un certo senso, i lachmanniani e gli altri istituzionalisti operano come anti-economisti e “meta-storici” professionali, spendendo le loro energie nel denunciare l’economia e nell’esortare gli altri economisti ad agire come storici[6].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Ludwig Lachmann era stato allievo di Hayek alla London School of Economics negli anni Trenta e i suoi scritti furono in genere misesiani fino alla metà degli anni Settanta, quando si convertì al nichilismo del suo vecchio amico, e allievo di Hayek, l’inglese G.L.S. Shackle. V. la elogiativa recensione de L’azione umana di Mises, “The Science of Human Action,” Economica 18, Novembre 1951, pp. 412-427. L’opera davvero notevole di Lachmann fu il misesiano Capital and its Structure (London School of Economics, Londra, 1956) che, presumibilmente per quel motivo, non è mai citato dai lachmanniani contemporanei. Il momento spartiacque dell’annuncio della sua conversione al pensiero di Shackle fu “From Mises to Shackle: An Essay on Austrian Economics and the Kaleidic Society”, Journal of Economic Literature 14, marzo 1976, pp. 54-62.

[2] Quando è stato incalzato, Lachmann ha ammesso che questa ignoranza totale non vale per le leggi del mondo fisico. Sono solo le leggi e i comportamenti relativi alla sfera umana che per lui non possono esistere.

[3] M.N. Rothbard, La situazione attuale della teoria economica Austriaca, cit., p. 9. L’ambigua attenuazione di Lachmann – conoscibile “in linea di principio” – non è sufficiente per salvare la sua visione ingenuamente ottimistica della nostra conoscenza del passato. In linea di principio, come possiamo capire perché Lenin vide nella concatenazione degli eventi russi qualcosa che nessuno degli altri bolscevichi, anche con visioni del mondo molto simili, riuscì a vedere? L’unicità dell’individuo, che sia quella dell’imprenditore, dell’inventore, di chi prevede gli eventi o del creatore, fondamentalmente non può essere “spiegata” in maniera deterministica.

[4] L’uso del concetto di “processo di mercato” come un mantra si è diffuso grazie a Don Lavoie, un misesiano poi diventato lachmanniano e anche “ermeneutico”, sulla base della filosofia continentale di Heidegger e del suo allievo Gadamer. Lavoie istituì il Center for the Study of Market Processes (CSMP) presso la George Mason University, e nel 1983 l’istituto pubblicò una rivista, Market Process. Il più importante lavoro di Ludwig Lachmann – da lachmanniano – è The Market as an Economic Process, Basil Blackwell, Oxford, 1986.

Gli hayekiani a loro volta, a differenza dei lachmanniani, hanno mantenuto il concetto di equilibrio e l’idea che gli imprenditori muovono sempre l’economia verso l’equilibrio. Gli hayekiani però, incluso Kirzner, stanno conducendo la battaglia su basi empiriche anziché prasseologiche. In altre parole, gli hayekiani ritengono che gli imprenditori, nel processo di apprendimento dai segnali del mercato, di fatto muovono l’economia verso l’equilibrio. I lachmanniani ovviamente ritengono che gli imprenditori non possono apprendere alcunché e quindi l’economia o si allontana dall’equilibrio o comunque non si muove in una direzione precisa. La battaglia fra le due impostazioni quindi avviene sulle stime empiriche dei tassi di velocità: gli hayekiani sostengono che gli imprenditori apprendono dai segnali di prezzo più velocemente del cambiamento dei dati, e quindi muovono l’economia verso l’equilibrio. I lachmanniani viceversa ritengono che i dati mutano più velocemente della capacità delle persone di apprenderli (assumendo che esse in assoluto possano apprenderli) e quindi l’economia di fatto si allontana dall’equilibrio. La disputa è una mera contesa empirica sui tassi di velocità del mutamento: una disputa che, per la natura delle cose, non può mai essere risolta.

[5] L’immagine, suggerita da Lachmann, del mercato come un “caleidoscopio” non è erronea se si intende che nuove informazioni, e nuove azioni, modificano in continuazione i prezzi e gli equilibri, come la rotazione degli specchi all’interno del caleidoscopio genera diverse figure colorate, che cambiano vorticosamente senza ripetersi mai. È invece ingannevole se la si intende come la raffigurazione di un meccanismo cieco.

[6] Nel giudizio sugli sviluppi della teoria Austriaca contemporanea ha prevalso una linea interpretativa che si può definire di tipo “Whig”, secondo cui la conoscenza, sia del mondo fisico sia di quello sociale, progredisce sempre, per cui le teorie e/o i modelli esplicativi temporalmente successivi sono sempre migliori di quelli precedenti. Applicando tale criterio alla Scuola Austriaca, Hayek doveva essere per forza migliore di Mises; e poi Lachmann migliore di entrambi; e quindi Lavoie migliore di Lachmann e così via. Se Khun ha messo in discussione tale visione per le scienze naturali, a maggior ragione le obiezioni valgono per le discipline sociali, come l’economia, in cui a volte teorie successive si sono rivelate peggiori di quelle precedenti.

I misesiani, che criticano gli sviluppi hayekiani, di Lachmann, di Rizzo e di Lavoie sono stati accusati di volere semplicemente che la teoria economica Austriaca sia statica, che ripeta per sempre meccanicamente le parole e le idee di Mises. Non è così; vi sono stati e vi sono numerosi sviluppi e avanzamenti creativi nell’economia misesiana negli ultimi quaranta anni: in particolare i primi lavori di Rothbard sulla teoria del monopolio, sulla teoria della rendita, sull’economia del benessere, sull’intervento dello Stato e sulla teoria dei diritti di proprietà; successivamente i lavori di Hans-Hermann Hoppe sul metodo prasseologico, sulla comparazione fra i sistemi economici, sulla tassazione e su una teoria dei diritti prasseologica; e di Joseph T. Salerno sulla contrapposizione fra Mises e Hayek relativamente al ruolo della ragione, sul libero scambio e sul calcolo nel socialismo; e sul lavoro di Hutt sul coordinamento di mercato realizzato dai prezzi contro il “coordinamento dei piani” hayekiano. Tutti questi contributi, così come il lavoro sul retroterra filosofico dell’economia Austriaca realizzato da Barry Smith e David Gordon, rappresentano notevoli e creativi progressi nello sviluppo, elaborazione e rigore del paradigma misesiano originale. In più, vi sono i contributi contenuti nella «Review of Austrian Economics» e altrove su numerosi aspetti della teoria, del metodo, della storia e della politica.

Dal punto di vista della storia della teoria Austriaca, è a partire dalla metà degli anni Settanta del Novecento che avviene la rinascita della scuola, simboleggiata dal Nobel a Hayek nel 1974. Ma erano stati soprattutto i lavori di Rothbard a interessare studenti e accademici, tanto è vero che l’Institute for Humane Studies nel 1974 promuove la prima conferenza sull’economia Austriaca a South Royalton, nel Vermont, con più di trenta partecipanti; replicata anche nel 1975 a Hartford, nel Connecticut, e nel 1976 nel Castello di Windsor in Gran Bretagna, alle quali partecipano esponenti quali Rothbard, Kirzner, Lachmann, Hazlitt, Hutt, Hayek, Yeager. Dalla fine degli anni Settanta fino alla metà degli Ottanta le istituzioni finanziariamente più dotate (Institute for Human Studies, Cato Institute) mettono la sordina alla versione misesiana, e privilegiano Hayek e Popper in quanto più moderati e più presentabili di fronte al mondo accademico, e successivamente Kirzner e Lachmann. A metà degli Ottanta, con la nascita del Mises Institute per opera di Llewellyn Jr. e della rivista “Quarterly Journal of Austrian Economics” per opera di Rothbard, si ha la rinascita della versione misesiana della scuola.

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Un’università costruita dalla mano invisibile

Lun, 09/02/2015 - 08:30

L’articolo di oggi è particolarmente gradito poiché getta uno sguardo su una vicenda del passato italico sconosciuta ai più, ma riprova della fecondità di un periodo a torto descritto come oscuro e testimonianza di come un’istituzione tanto celebrata sia nientemeno che il prodotto di un processo spontaneo di mercato. Merito della scoperta di questa perla spetta a due nuove gradite presenze: Filippo Massari e Felice Rocchitelli, traduttore il primo e revisore il secondo. Nel ringraziarli per il contributo, vi presentiamo il loro primo brano per il Mises Italia.

* * *

La storia dell’Università di Bologna offre un esempio di come i meccanismi di ordine spontaneo quali associazioni di mutuo soccorso e giurisdizioni in competizione tra loro, a sottolineare la natura anarchica del mercato, possano funzionare in un contesto universitario.

Molte università medievali erano gestite dall’alto verso il basso. L’Università di Parigi, ad esempio, fu fondata, organizzata e finanziata dal governo e gli studenti sottostavano ai severi controlli e regolamenti della facoltà. Ma l’Università di Bologna era gestita dal basso verso l’alto, controllata e finanziata dagli studenti. Per quanto riguarda la sua fondazione, nessuno ha realmente creato l’Università di Bologna: essa è semplicemente sorta spontaneamente dalle interazioni tra individui intenti a realizzare qualcos’altro.

Nel XII secolo Bologna era al centro della vita intellettuale e culturale: gli studenti venivano a Bologna da ogni parte d’Europa per imparare da illustri studiosi che non erano originariamente organizzati in una università: ciascuno operava autonomamente, offrendo corsi per conto proprio e accettando qualsiasi tariffa che gli studenti fossero disposti a pagare. Se un professore si fosse rivelato un pessimo insegnante o avesse chiesto troppi soldi, i suoi studenti sarebbero passati a un altro docente; i professori dovevano competere per accaparrarsi gli studenti e venivano pagati solo se quest’ultimi trovavano i loro corsi all’altezza.

La città ben presto divenne affollata di studenti stranieri, ma essere uno straniero a Bologna aveva i suoi svantaggi; i forestieri erano soggetti a diverse forme di svantaggi legali. Ad esempio, venivano considerati responsabili per i debiti dei loro connazionali. Se infatti John, un mercante inglese, fosse stato in debito con Giovanni, un nativo bolognese, e John avesse lasciato la città, allora l’innocente passante James, qualora cittadino inglese, avrebbe potuto subire dalla legge bolognese l’obbligo di rimborsare a Giovanni la somma dovuta da John.

Gli studenti stranieri, per garantire la sicurezza e la protezione reciproca, incominciarono dunque a riunirsi  in associazioni chiamate “nazioni” a seconda della loro nazionalità; una “nazione” era ad esempio composta da tutti gli studenti inglesi, un’altra da quelli francesi e così via. Se qualche studente avesse avuto bisogno di assistenza (ad esempio, nel pagare i debiti di altre persone come richiesto dal governo), gli altri membri della sua “nazione” sarebbero intervenuti in aiuto. A tal fine ciascuno era disposto ad assumersi l’impegno di versare un contributo nella cassa comune, in cambio della certezza che egli stesso avrebbe potuto attingerne in caso di necessità.

Con il tempo, le diverse “nazioni” trovarono utile ripartire maggiormente il rischio unendosi tra loro in un’organizzazione più grande chiamata universitas. Questa non era ancora un’università nel suo significato moderno; l’equivalente letterario più vicino al latino universitas è “corporazione”. La universitas era essenzialmente una impresa cooperativa fondata da studenti; i professori non ne facevano parte. La universitas era organizzata democraticamente; le attività  abituali erano condotte da un comitato rappresentativo formato da due membri per ogni “nazione”, mentre le questioni importanti venivano decise a maggioranza attraverso il voto di un’assemblea composta da tutti i membri della universitas (la somiglianza con l’antico sistema ateniese è notevole). La universitas si pronunciava su dispute interne e forniva un’assistenza generale ai suoi membri.

Fondata la universitas, gli studenti avevano a disposizione un efficace strumento di contrattazione con il governo cittadino (abbastanza simile agli attuali sindacati). Gli studenti furono in grado di far leva in maniera considerevole per quel che riguardava le proprie dispute con la città, perché se gli studenti avessero deciso di entrare in “sciopero” lasciando la città, i professori avrebbero seguito i propri clienti e la città avrebbe perso un’importante fonte di entrate. Così la città si arrese, riconoscendo i diritti degli studenti stranieri e garantendo alla universitas una giurisdizione civile e penale su tutti i suoi membri. Anche se la universitas era un’organizzazione interamente privata, essa acquisì uno status legale indipendente interno, ancorché non del tutto subordinato, alla struttura del governo cittadino.

Come ha fatto la universitas di Bologna a trasformarsi nell’Università di Bologna? Dopotutto, questo efficace mezzo di contrattazione con la città poteva anche essere usato come mezzo efficace di contrattazione collettiva con i professori. Gli studenti, organizzati all’interno della universitas, potevano controllare i professori boicottando le lezioni e trattenendo i pagamenti. Questo diede alla universitas il potere di determinare la durata e la materia dei corsi, oltre alle le tariffe dei professori. Presto i professori si trovarono a propria volta assunti e licenziati dalla universitas stessa, anziché dai suoi singoli membri operanti a livello individuale. E’ a questo punto che la universitas diventa finalmente “Università”.

In qualità di dipendenti dell’Università gestita dagli studenti, i professori potevano essere multati se non cominciavano e finivano le lezioni in tempo, o se non fornivano tutto il materiale entro la fine del corso. Un comitato di studenti era incaricato di tenere d’occhio i professori e di riportare comportamenti scorretti; i membri di questo comitato erano ufficialmente chiamati Denunciatori dei Professori.

I professori non erano completamente privi di potere: formarono una propria associazione per le contrattazioni collettive, il Collegio degli Insegnanti, e ottennero il diritto di determinare sia le tariffe degli esami che i requisiti per il diploma. Dalla negoziazione emerse dunque un equilibrio di diritti: i doveri dei professori erano determinati dagli studenti, mentre i doveri degli studenti erano determinati dai professori. Si trattava di uno schema di condivisione del potere; gli studenti, comunque, continuavano ad essere la parte dominante poiché erano loro a pagare i clienti e collettivamente avevano più influenza.

Questa organizzazione semi anarchica fu alla fine smantellata quando il governo cittadino prese il controllo e cominciò a pagare i professori direttamente con i soldi derivanti dalle tasse, trasformando l’Università di Bologna in un’istituzione finanziata pubblicamente. In qualsiasi modo interpretiamo questa mossa, come altruismo di spirito pubblico o come una cinica presa di potere, il risultato fu che i professori divennero dipendenti dal governo cittadino anziché dagli studenti, i quali persero la propria leva iniziale quando il potere passò dal corpo studentesco ai politici bolognesi.

 

Fonte principale: Harold J. Berman, Law and Revolution: The Formation of the Western Legal Tradition. Harvard University Press, Cambridge, 1983.

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L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca (parte prima)

Ven, 06/02/2015 - 09:00

Ecco cosa intendo fare in questo articolo: prima di tutto, presentare le tesi che costituiscono il nocciolo duro della teoria marxista della storia. Affermo che sono tutte giuste, essenzialmente. Poi dimostrerò come, nel marxismo, queste conclusioni corrette sono dedotte da un punto di partenza sbagliato. Infine dimostrerò come la scuola austriaca, nella tradizione di von Mises e Rothbard, può dare una spiegazione corretta, sebbene categoricamente diversa, della loro validità.

Cominciamo dal nocciolo duro del sistema marxista:

- “La storia dell’umanità è la storia della lotta delle classi.” È la storia delle lotte tra una classe dirigente relativamente ristretta e una classe più ampia di sfruttati. La prima forma di sfruttamento è economica: la classe dirigente espropria una parte della produzione degli sfruttati o, come dicono i marxisti, “fa proprio un surplus sociale” e ne dispone per il proprio consumo.

- La classe dirigente è unita dal suo interesse comune a mantenere la sua posizione di sfruttatrice e  ad accrescere al massimo questo suo surplus. Non lascia mai di sua spontanea volontà il suo potere né la sua rendita da sfruttamento. Al contrario, possiamo farle perdere potere e rendita solo attraverso la lotta, il cui risultato dipende dalla coscienza di classe degli sfruttati, cioè dalla misura in cui questi sfruttati sono coscienti della loro condizione e sono coscientemente uniti con gli altri membri della loro classe in una opposizione comune al loro sfruttamento.

- La dominazione di classe si manifesta principalmente attraverso delle disposizioni particolari sulla assegnazione dei diritti di proprietà  o, nella terminologia marxista, attraverso delle “relazioni di produzione” particolari. Per proteggere queste disposizioni o relazioni di produzione, la classe dirigente concepisce lo stato come l’apparato di assoggettamento  e di coercizione. Lo stato impone e contribuisce a riprodurre una struttura di classe data dall’amministrazione di un sistema di “giustizia di classe”, e favorisce la creazione e la conservazione di una superstruttura ideologica destinata a dare legittimità al sistema di dominazione di classe.

- All’interno, il processo di concorrenza in seno alla classe dirigente genera la tendenza a una concentrazione e a una centralizzazione crescenti. Un sistema di sfruttamento policentrico viene rimpiazzato progressivamente da un sistema oligarchico o monopolistico. Sempre meno centri di sfruttamento rimangono in funzione, e quelli che restano vengono sempre più integrati in un ordine gerarchico. All’esterno, cioè nel contesto del sistema internazionale, questo processo interno di centralizzazione porterà (tanto più intensamente quanto più sarà avanzato) a guerre imperialiste tra stati e all’espansione territoriale della dominazione sfruttatrice.

- Infine, avvicinandosi la centralizzazione e l’espansione della dominazione sfruttatrice al loro limite ultimo di dominazione mondiale, la dominazione di classe sarà sempre meno compatibile con l’ulteriore sviluppo e miglioramento delle “forze produttive”. La stagnazione economica e le crisi divengono sempre più caratteristiche e creano le “condizioni oggettive” per l’emergere di una coscienza di classe rivoluzionaria fra gli sfruttati. La situazione si fa matura per l’avvento di una società senza classi, per il “deperimento dello stato”, per rimpiazzare “il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose”, e ne risulta un’incredibile prosperità.

Tutte queste tesi possono essere perfettamente giustificate, come sto per dimostrare. Ma sfortunatamente, è il marxismo, il quale sottoscrive ognuna di esse, che ha fatto più di ogni sistema ideologico per screditarle, deducendole da una teoria dello sfruttamento la cui assurdità è lampante. In cosa consiste questa teoria marxista dello sfruttamento? Per Marx, dei sistemi sociali pre capitalisti quali lo schiavismo e il feudalesimo sono caratterizzati dallo sfruttamento. Fin qui, nessuna obiezione; dopo tutto, lo schiavo non è un lavoratore libero e non si può dire che abbia dei benefìcî ad essere ridotto in schiavitù. Al contrario, la sua soddisfazione ne è ridotta per accrescere la ricchezza del suo padrone. L’interesse dello schiavo e quello del suo padrone sono dunque a dir poco antagonisti. Lo stesso si può dire degli interessi del Signore feudale che esige dal vassallo un affitto per la terra che esso stesso (il vassallo) era stato il primo a mettere a frutto per proprio conto. Poiché ha rubato la sua terra e la sua libertà il guadagno del Signore è stata la perdita del vassallo. E non si può meno dubitare che la schiavitù così come il feudalesimo ostacolano lo sviluppo delle forze produttive. Né lo schiavo né il servo saranno mai tanto produttivi quanto lo sarebbero in assenza di schiavitù o di servitù.

No; l’unica idea nuova di Marx è che essenzialmente nulla cambia per quanto riguarda lo sfruttamento in un sistema capitalista, cioè quando lo schiavo diviene un lavoratore libero, o un vassallo decide di coltivare una terra che un altro è stato il primo a mettere a frutto, e paga un affitto in cambio del diritto di farlo. È vero che Marx, nel famoso capitolo 24 del primo tomo del suo Il Capitale, fa una descrizione della comparsa del capitalismo che intende dimostrare che una gran parte, se non la maggior parte della proprietà capitalista iniziale risulta dal furto, dall’accaparramento delle terre e dalla conquista. Allo stesso modo, nel capitolo 25 sulla “teoria moderna del colonialismo”, sottolinea pesantemente il ruolo della forza e della violenza nell’esportazione del sitema capitalista verso quello che noi chiameremmo il terzo mondo. Vediamo bene che tutto ciò è grossomodo esatto, e nella misura in cui lo è, non cercheremo contrasti con chiunque chiamasse “sfruttatore” quel capitalismo. Ciononostante, dobbiamo restare coscienti del fatto che qui Marx si abbandona a una manipolazione. Lanciandosi in tutte queste ricerche storiche per eccitare l’indignazione del lettore davanti alle brutalità commesse per costituire la maggior parte delle fortune capitaliste, tralascia in realtà la questione oggetto stesso del dibattito. Distoglie la nostra attenzione dal fatto che la sua tesi è essenzialmente diversa, sapendo che anche se avessimo un capitalismo “proprio”, cioè un capitalismo nel quale l’appropriazione originale risultasse da nient’altro che dalla prima messa a frutto del lavoro e del risparmio, il capitalista che ingaggiasse dei lavoratori con quel capitale non fosse considerato meno sfruttatore. Infatti, Marx considerava anche questa dimostrazione come il suo maggior contributo all’analisi economica. Qual’è dunque la sua famosa dimostrazione del carattere di sfruttamento di un capitalismo proprio?

Consiste nell’osservare che i prezzi dei fattori di produzione, e segnatamente i salari pagati ai lavoratori dai capitalisti, sono inferiori ai prezzi dei prodotti venduti. Il lavoratore, per esempio, riceve un salario corrispondente a beni di consumo che possono essere prodotti in tre giorni, ma per quel salario lavora in effetti cinque giorni, e produce quindi in beni di consumo più ricchezza di quella che riceve come remunerazione. La produzione di questi due giorni supplementari, il plusvalore in termini marxisti, è fatta propria dal capitalista. Conseguentemente, secondo Marx, c’è sfruttamento.

Cosa c’è che non va in quest’analisi? La risposta diviene evidente, quando ci si chiede perché mai il lavoratore accetti un tale scambio. Accetta perché il suo salario rappresenta dei prodotti attuali, mentre i servizi del suo lavoro rappresentano solo dei prodotti futuri, e perché  attribuisce più valore ai beni presenti. Dopo tutto, potrebbe decidere di non vendere le sue prestazioni al capitalista e recuperare egli stesso il valore totale del suo prodotto. Ma questo significherebbe sicuramente attendere più a lungo per accedere ai prodotti di consumo. Vendendo i servizi del suo lavoro, dimostra che preferisce ricevere meno prodotti di consumo oggi piuttosto di trarne eventualmente dei vantaggi domani. Da parte sua, perché il capitalista conclude l’affare col lavoratore? Perché accetta di anticipare prodotti attuali (in denaro) al lavoratore in cambio di servizi che frutteranno solo più avanti? Evidentemente non vorrebbe sborsare oggi 1000$ per riceverne in cambio la stessa somma dopo un anno. In questo caso, perché non tenersi la somma con il vantaggio di averla a disposizione per un anno intero? No, bisogna che si possa aspettare di ottenere più dei 1000$ nell’avvenire se deve lasciarli ora al lavoratore. Bisogna che ne abbia un utile, o più esattamente riceverne un interesse. D’altra parte è anche costretto in altro modo a questo scambio, perché colui che agisce preferisce sempre una soddisfazione immediata alla stessa nell’avvenire. Poiché si può ottenere una somma più consistene nell’avvenire quando la si abbandona nel presente, perché non risparmia più di quanto faccia? Perché non assume più lavoratori, se ognuno di loro gli consente una rendita da interesse supplementare? La risposta qui, è altrettanto evidente: perché il capitalista è anch’egli un consumatore, e non può evitare di esserlo. L’ammontare del suo risparmio e dei suoi investimenti è limitato necessariamente per il fatto che anche lui, come il lavoratore, ha bisogno di beni immediati “in tale misura da assicurare la copertura dei bisogni la cui soddisfazione durante l’attesa è giudicata più urgente dei vantaggi che porterebbe un allungamento supplementare del periodo di produzione”.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe apparso in origine su Journal of Libertarian Studies, vol. IX, n°2, autunno 1990; poi ripreso come capitolo 4 di The Economics and Ethics of Private Property (Boston, Kluwer Academic Publishers, 1993).

Tradotto da Fabio Lazzarin e qui ripreso per gentile concessione di Libreria del Ponte

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La Scuola Austriaca: differenze interne – III parte

Mer, 04/02/2015 - 09:00

2.3 Il ruolo dell’imprenditore

Il terzo punto di dissenso riguarda gli effetti che la teoria hayekiana della conoscenza ha sul ruolo dell’imprenditore. L’imprenditore di Kirzner[1] è un soggetto complessivamente passivo, che dipende dai “segnali” forniti dal sistema dei prezzi di mercato (tra cui profitti e perdite), e non assume rischi. Per Kirzner l’unica qualità dell’imprenditore è la “prontezza” (alertness), afferrare i segnali del mercato prima dei concorrenti, scoprire le opportunità ancora non percepite da altri[2]. L’azione umana come “finalizzata a uno scopo” (purposefulness), concetto che Kirzner considera ancora centrale, è ridefinita solo in termini di “prontezza” (mentre per Mises rappresenta la capacità di scegliere ed economizzare). L’uomo kirzneriano affronta solo il presente, non il futuro, dunque nel suo mondo non vi sono rischi o incertezza. Ma la prontezza è diversa dall’incertezza, e non elimina l’incertezza; una persona può essere pronta e cogliere un’opportunità, ma questo non garantisce che alla fine la sua azione produca un profitto. Esempio: un individuo si accorge che un medesimo bene è venduto a un prezzo in un luogo e ad un prezzo più alto in un altro luogo; allora acquista i beni nel primo luogo per venderli nel secondo (arbitraggio). Nel notare tale discrepanza di prezzo è stato pronto; ma nel periodo di tempo che passa dall’acquisto alla vendita potrebbero accadere degli eventi che non gli consentono di realizzare il profitto sperato, o addirittura che gli infliggono una perdita. Ad esempio, apre un nuovo negozio che vende il bene a un prezzo addirittura più basso del prezzo del primo luogo, oppure molte persone che abitano nel secondo luogo si trasferiscono in altre zone e così via. La prontezza non elimina l’incertezza. Con il criterio della prontezza si possono spiegare i profitti, ma non esiste un criterio per spiegare le perdite.

Nel mondo misesiano, invece, l’imprenditore è estremamente attivo. Per Mises, come si è visto nel paragrafo precedente, l’elemento che definisce l’azione umana è l’esser volta a uno scopo, e l’intero processo di mercato può essere dedotto dal fatto che la ragione guida il comportamento volto a degli scopi, ed esso consiste nella scelta (choice) e nella efficiente allocazione delle risorse scarse. Dunque per Mises l’aspetto cruciale dell’attività imprenditoriale è l’assunzione di rischi, e quindi l’imprenditore conseguirà profitti se avrà avuto una maggiore capacità di prevedere il futuro, e perdite se avrà avuto una capacità inferiore di previsione. L’imprenditore misesiano non è un passivo (sebbene pronto) recipiente di conoscenza fornita dal sistema dei prezzi, ma un soggetto attivo, che prevede, che valuta, che prende rischi. Kirzner trasforma l’homo agens (misesiano) in homo quaerens, un uomo che cerca perpetuamente e senza fine nuova conoscenza che però poi non trasforma in un conto economico al fine di migliorare il suo benessere. La propensione a scoprire nuove opportunità in sé, da sola, non è in grado di generare altre proposizioni sull’azione umana, e nemmeno sul processo di mercato. Non è la scoperta che guida i mercati, ma la massimizzazione dell’utilità[3].

2.4 Il “coordinamento” svolto dal mercato

È il quarto aspetto che divide le due correnti. Per Hayek il mercato svolge la funzione di “coordinamento dei piani individuali”. I misesiani replicano che tale concetto è legato a quello di equilibrio: se il mercato non può tendere verso un equilibrio definitivo, così anche i piani, che sono variabili e soggettivi, non saranno mai coordinati, o resi eguali. Esempio: il valore capitale di un’azienda, nella posizione di equilibrio finale, sarà di $ 100 milioni, in base ai rendimenti futuri e al tasso di interesse; quindi, date 100 milioni di azioni, il prezzo di equilibrio di ogni azione è pari a $100. Anche considerando i dati del mercato invariabili, non c’è ragione di considerare i piani di tutti i partecipanti al mercato “coordinati” per capire che il prezzo di equilibrio sarà di $100. Fino alla fine vi possono essere e vi saranno individui con varie aspettative, di rialzo o di ribasso, e con volatilità del prezzo delle azioni fino a quando non si raggiunge uno stato finale di quiete. In breve, mentre qualsiasi azione è per sua natura volta all’equilibrio, e, se i dati non variano, il mercato tende all’equilibrio, i piani soggettivi non saranno mai “coordinati” finché non si giunge all’equilibrio finale; ma poiché questo stato non si raggiunge mai definitivamente, l’intero concetto di “coordinamento dei piani” dovrebbe essere eliminato in quanto inutile, fuorviante e falso.

Questo non significa che il mercato non “coordina”: si può parlare di coordinamento nel mercato, ma ciò avviene attraverso il sistema dei prezzi. Nei mercati di ogni giorno (non nell’inesistente terra dell’equilibrio finale), i prezzi si muovono (coordinano) in modo che non vi siano carenze o sovrapproduzioni. Se i prezzi sono liberi di muoversi, si possono determinare cattive allocazioni delle risorse, ma mai penurie o sovrapproduzioni permanenti. Esempio: si supponga che durante una guerra si determini una cattiva allocazione delle risorse in agricoltura, perché le offerte provenienti da altri paesi si riducono, e dunque cresca la domanda di prodotti agricoli forniti all’interno del paese. I prezzi dei prodotti e delle fattorie crescono e cresce la produzione. Quando la guerra finisce, la produzione interna risulta eccessiva, e i prezzi del cibo e delle fattorie cadono, eliminando i beni invenduti. Dunque anche se la guerra ha determinato una cattiva allocazione delle risorse (troppa produzione interna di prodotti agricoli e quindi troppe risorse dedicate all’agricoltura), i prezzi hanno svolto con successo la loro funzione di coordinamento, perché hanno eguagliato domanda e offerta, eliminando le carenze o i surplus.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] I. Kirzner, Concorrenza e imprenditorialità, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 1997; ed. or. Competition and Entrepreneurship, University of Chicago Press, Chicago, 1973.

[2] Secondo la metafora utilizzata da Kirzner, una banconota da 10 dollari è in terra. Molte persone non vedono quella banconota; ma l’imprenditore è più pronto degli altri e così è il primo a vederla e ad afferrarla. La superiore prontezza, la prontezza rispetto alla realtà esterna, spiega i profitti dell’imprenditore.

[3] Un’altra differenza fra Kirzner e Rothbard riguarda un aspetto della teoria del valore: Kirzner utilizza il criterio neoclassico dei prezzi come una proxy per effettuare il calcolo dei valori delle utilità: I. Kirzner, Market Theory and the Price System, Van Nostrand, Princeton, NJ, 1963 (v. P. Vernaglione, Austriaci e Neoclassici, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-neoclassici.doc, 31 luglio 2009, punti 4 e 5).

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Libertà e proprietà: i Livellatori e Locke

Lun, 02/02/2015 - 08:30

[Estratto da An Austrian Perspective on the History of Economic Thought, vol. 1, Economic Thought Before Adam Smith. Un file audio MP3 di questo articolo (in inglese), letto da Jeff Riggenbach, è disponibile per il download.]

* * *

Il tumulto della guerra civile inglese negli anni ’40 e ’50 del XVII secolo generò uno sconvolgimento politico ed istituzionale, e stimolò considerazioni radicali riguardo alla politica. Siccome la guerra civile venne combattuta per motivi religiosi e politici, gran parte delle nuove riflessioni si basarono su, o si ispirarono a, visioni e principi religiosi. Così, come vedremo più avanti nel capitolo riguardo alle radici del marxismo, sette comuniste millenarie saltarono fuori nuovamente per la prima volta dalla frenesia degli anabattisti dei primi del XVI secolo in Germania ed Olanda. Particolarmente importanti durante la frenesia della guerra civile di sinistra furono i Diggers, i Ranters e la setta dei Fifth Monarchists.[1]

Diametralmente opposti nei nuovi pensieri generati dalla guerra civile troviamo, nel mezzo delle forze della sinistra repubblicana maggiormente in voga, il primo consapevole movimento libertario di massa: i Livellatori. In una serie di considerevoli dibattiti all’interno dell’esercito repubblicano, specialmente tra i seguaci di Cromwell e i Livellatori, questi ultimi, guidati da John Lilburne, Richard Overton e William Walwyn, diedero vita ad una dottrina libertaria straordinariamente consistente, sostenendo i diritti di “proprietà di se stessi”, proprietà privata, libertà religiosa per l’individuo e minima interferenza governativa nella società. Inoltre, i diritti di ciascun individuo sulla sua persona e proprietà erano “naturali”, cioè derivati dalla natura dell’uomo e dell’universo, e dunque non dipendenvano dal governo né da esso potevano essere abrogati. Nonostante l’economia fosse tutt’altro che l’argomento primario per il Livellatori, il loro aderire ad un’economia di libero mercato era una semplice derivazione della loro enfasi messa sulla libertà ed i diritti di proprietà privata.

Per un po’ sembrò che i Livellatori potessero trionfare nella guerra civile, ma Cromwell decise di risolvere il dibattito nell’esercito usando la forza e stabilì la propria dittatura coercitiva, insieme ad una teocrazia puritana radicale, sbattendo il capo dei livellatori in prigione. La vittoria di Cromwell e dei suoi puritani sui Livellatori si dimostrò disastrosa per il corso della storia inglese. Infatti essa significò che “repubblicanesimo”, agli occhi degli inglesi, sarebbe per sempre stato associato al dominio  sanguinario dei santi di Cromwell, il regno del fanatismo religioso ed il saccheggio delle grandi cattedrali inglesi. Dunque, la morte di Cromwell condusse rapidamente alla restaurazione degli Stuart ed al discredito permanente della causa repubblicana. È probabile, d’altro canto, che uno stato di natura come asupicato dai Livellatori, una tolleranza religiosa ed un governo minimo sarebbero potuti risultare grosso modo accettabili per il popolo inglese, e avrebbero potuto assicurare in Inghilterra  un corso di gran lunga più libertario di quanto effettivamente si sia visto dopo la Restaurazione e l’insediamento dei Whig.[2]

La discussione storiografica sul grande teorico politico libertario John Locke (1632-1704), che salì alla ribalta dopo la guerra civile ed in particolare negli anni ’80 del XVII secolo, si è impantanata in un mucchio di intepretazioni l’una in conflitto con l’altra. Locke era un pensatore politico radicalmente individualista o uno scolastico protestante conservatore? Un individualista o un maggioritario? Un filosofo puro o un sobillatore? Un radicale messaggero della modernità o uno che si rifaceva alle virtù classiche o medievali?

Molte di queste interpretazioni sono, strano a dirsi, non molto contraddittorie. A questo punto dovremmo comprendere come gli scolastici, pur avendo  dominato le tradizioni medievale e post-medievale, furono pionieri ed elaboratori delle tradizioni della legge naturale e dei diritti naturali. La contrapposizione “tradizione” contro “modernità” è in gran parte un’antitesi artificiale. “Moderni” come Locke o forse persino Hobbes potrebbero essere stati individualisti e “giuristi”, ma erano anche immersi nella dottrina scolastica e della legge naturale. Locke potrebbe essere stato, e lo era davvero, un ardente protestante, ma era anche uno scolastico protestante, pesantemente influenzato dal fondatore della dottrina scolastica protestante, l’olandese Ugo Grozio, che d’altro canto era stato fortemente influenzato dagli spagnoli cattolici tardo scolastici. Come abbiamo già visto, questi grandi scolastici gesuiti spagnoli del tardo XVI secolo, come Suarez e Mariana, erano sostenitori del diritto naturale contrattuale. Mariana in particolare si dimostrò decisamente come precursore di Locke nel suo rimarcare il diritto delle persone a riprendersi i diritti di sovranità che avevano in precedenza riposto nel re. Mentre Locke sviluppò il pensiero libertario dei diritti naturali in modo più completo rispetto ai suoi predecessori, questo pensiero era ancora esattamente incorporato nella tradizione scolastica della legge naturale.[3]

Nemmeno John Pocock e i suoi seguaci risultano convincenti nel tentativo di collocare una distinzione artificiale e creare uno scontro tra gli interessi libertari di Locke o dei suoi futuri seguaci da un lato, e la devozione alla “virtù classica” dall’altro. Da questo punto di vista i libertari Lockeiani del XVIII secolo, da Cato a Jefferson, vengono magicamente trasformati da radicali individualisti e sostenitori del libero mercato a nostalgici reazionari che fanno riferimento alla “virtù classica” antica o rinascimentale. I seguaci di tale virtù in qualche modo diventano comunitari vecchio stile piuttosto che moderni individualisti. E, di nuovo, perché mai i libertari e gli oppositori dell’interventismo statale non possono anche opporsi alla “corruzione” e alla prodigalità dello Stato? Di fatto, i due vanno generalmente a braccetto. Appena comprendiamo che, generalmente, e certamente fino a Bentham, i devoti alla libertà, alla proprietà e al libero mercato sono stati di solito moralisti così come sostenitori di un’economia di libero mercato, l’antitesi proposta da Pocock comincia ad andare in pezzi. Per i libertari del XVII e del XVIII secolo, e di fatto per i libertari in più o meno tutte le epoche ed in qualsiasi luogo, gli attacchi all’interventismo statale e alla corruzione morale del governo vanno felicemente mano nella mano.[4]

Ci sono ancora anomalie nella carriera e nel pensiero di John Locke, ma possono essere spiegate dalla chiara discussione e dalle implicazioni dell’impressionante lavoro di Richard Ashcraft.[5] Essenzialmente, Ashcraft dimostra che la carriera di Locke può essere divisa in due parti. Il padre di Locke, un avvocato di campagna e figlio di un poco importante puritano di piccola nobiltà terriera, combattè nell’esercito di Cromwell e fu in grado di usare il traino politico del suo mentore, il colonnello Alexander Popham, che era un parlamentare, per inserire John nella promettente scuola di Westminster. A Westminster, e poi a Christ Church in Oxford, Locke ottenne una laurea breve e poi una specialistica nel 1658, passando poi a docente universitario di greco e retorica nel 1662; divenne quindi studente di medicina ed infine medico per poter stare ad Oxford senza dover far parte di un ordine religioso.

Nonostante, o forse a causa de, la formazione e le conoscenze puritane di Locke, egli rientrò chiaramente sotto l’influenza degli scienziati baconiani ad Oxford, Robert Boyle in particolare, e dunque tentò di adottare il punto di vista “scientifico”, empirico, velatamente assolutista dei suoi amici e mentori. Mentre erano ad Oxford, Locke e i suoi  colleghi accolsero entusiasticamente la restaurazione di Carlo II ed infatti lo stesso re ordinò all’università di tenere Locke come studente di medicina, senza farlo aderire ad un ordine religioso. Mentre era ad Oxford, Locke adottò la metodologia empirica e la filosofia dei sensi dei baconiani, il che lo condusse più tardi al suo Essay Concerning Human Understanding. Inoltre nel 1661 Locke, nonostante il successivo sostegno alla causa della tolleranza religiosa, scrisse due trattati condannandola a favore  dell’imposizione dell’ortodossia religiosa da parte di uno Stato assoluto. Nel 1668 Locke fu eletto alla Royal Society, raggiungendo i suoi compagni scienziati seguaci di Bacone.

Comunque, qualcosa accadde a John Locke nell’anno 1666, quando divenne un medico, e nell’anno seguente quando divenne segretario personale, consigliere, scrittore, teorico e amico intimo del grande Lord Ashley (Anthony Ashley Cooper), che nel 1672 fu nominato il primo Conte di Shaftesbury. Fu merito di Shafterbury se Locke, da quel momento in avanti, si tuffò nella filosofia politica ed economica nonché nel servizio pubblico così come negli intrighi rivoluzionari. Locke adottò in tutto e per tutto la mentalità dei liberali classici Whig grazie a Shaftesbury, e fu proprio questi a convertire Locke per l’intero corso della sua vita in un fermo sostenitore della tolleranza religiosa ed in un esponente libertario della proprietà di se stessi, dei diritti di proprietà e dell’economia di libero mercato. Fu Shaftesbury a trasformare Locke in un libertario e a stimolarlo nello sviluppo di una sua propria teoria libertaria.

John Locke, in breve, divenne rapidamente un sostenitore di Shaftersbury e dunque un liberale classico ed un libertario. Durante tutta la sua vita, anche dopo la morte di Shaftesbury nel 1683, Locke ebbe solo parole di ammirazione per il suo amico e mentore: l’epitaffio di Locke per Shaftesbury dichiarava come quest’ultimo fosse “un vigoroso ed indefesso sostenitore della libertà civile ed ecclesiastica”. Il revisore dell’edizione definitiva dei Two Treatises of Government di Locke ha giustamente scritto che “senza Shaftesbury, Locke non sarebbe stato affatto Locke”. Questa verità è stata nascosta troppo spesso dagli storici, i quali hanno  mostrato un’assurda repulsione verso quel clima in cui la teoria e filosofia politica spesso si sviluppano, vale a dire nell’arroventato clima della battaglia politica ed ideologica. Invece, molti sentirono il bisogno di nascondere questa relazione al fine di costruire un’immagine idealizzata di Locke, del filosofo puro e distaccato, separato dagli sporchi e mondani affari politici del mondo.[6]

Il professor Ashcraft mostra inoltre come Locke e Shaftesbury cominciarono a costruire, anche in modo consapevole, un movimento neo livellatore elaborando dottrine molto simili a quelle dei Livellatori. L’intera struttura di pensiero di Locke nel suo Two Treatises of Government, scritto negli anni 1681-1682 come canovaccio per giustificare l’imminente rivoluzione Whig contro gli Stuart, era un’elaborazione ed uno sviluppo creativo della dottrina dei Livellatori. Questo pensiero affondava le sue radici nella proprietà di se stessi, deducendo come corollario i diritti di proprietà e libero scambio, la giustificazione dello stato come strumento per proteggerli ed il diritto di rovesciare un qualsivoglia governo che tradisca o sovverta tale mandato. Uno dei capi dei precedenti Livellatori, il sindaco John Wildman, fu perfino vicino alla cerchia di Locke e Shaftesbury durante gli anni ’80 del XVII secolo.

La profonda affinità tra Locke ed il pensiero degli scolastici è stata oscurata dall’innegabile fatto che per Locke, Shaftesbury e i Whig il vero nemico della libertà civile e religiosa, il grande difensore dell’assolutismo monarchico durante il tardo XVII secolo e nel XVIII secolo era la chiesa cattolica. Allora, circa alla metà del XVII secolo, il cattolicesimo o “papismo” era identificato non con i diritti naturali né con i controlli sul despotismo regale del passato, ma con l’assolutismo della Francia di Luigi XIV, il maggior Stato assolutista d’Europa, e precedentemente con l’assolutista Spagna. In ciò la Riforma, dopo un secolo, era riuscita a rimuovere la tirannia monarchica nei paesi cattolici così come in quelli protestanti. Dall’inizio del XVII secolo, infatti, la chiesa cattolica in Francia, giansenista e fedele al re nello spirito, era stata più un agente per l’assolutismo regale che un freno ai suoi abusi. Di fatto, durante il XVII secolo, si poteva dire a buona ragione che il più prospero paese in Europa era la protestante Olanda, che era anche il più libero in termini economici e di libertà civili, con una politica decentralizzata  priva di avventurismi imperialisti.[7]

Così, fu facile per i Whig inglesi e per i liberali classici identificare l’assolutismo, la tassazione arbitraria, i controlli e le incessanti guerre degli Stuart con il cattolicesimo verso cui gli Stuart stavano muovendo non troppo segretamente, così come con lo spettro di Luigi XIV verso cui gli Stuart stavano altrettanto virando. Come risultato, la tradizione inglese e dei coloni americani, inclusa anche quella libertaria, si permeò di un fanatico anti cattolicesimo; l’idea di includere i malvagi cattolici nella lista delle religioni tollerate era raramente presa in considerazione.

Dobbiamo chiarire un errore che di solito si commette riguardo alla sistematica teoria sulla proprietà di Locke: quello sulla sua teoria del lavoro. Locke pone le radici della sua teoria dei diritti di proprietà naturali nel diritto di ciascuno alla proprietà di se stesso, di una “proprietà” sulla sua persona. Che cosa allora stabilisce l’originale diritto di qualcuno sulla materia, o sulla terra, o la proprietà di una risorsa naturale, oltre che della sua persona? Nella brillante e molto acuta teoria di Locke, la proprietà è condotta dai beni comuni, cioè dalla non proprietà, alla proprietà privata nello stesso modo in cui un uomo inizia ad usare una proprietà in disuso: “mescolando del lavoro suo proprio”, la sua personale energia, con una risorsa naturale prima non usata e non posseduta, convertendola così ad un uso produttivo e diventandone quindi il proprietario.

La proprietà privata di una risorsa materiale è stabilita dal primo uso. I due assiomi della proprietà del proprio corpo e del primo uso, o “proprietà del primo arrivato”, delle risorse naturali stabiliscono la “spontaneità”, la moralità e i diritti di proprietà che soggiacciono all’intera economia di libero mercato. Poiché se un uomo legittimamente detiene la proprietà materiale delle risorse su cui si è stabilito ed ha lavorato, allora per deduzione egli ha il diritto di scambiare tali titoli di proprietà per quelli su cui altri si sono stabiliti ed hanno lavorato. Per cui, se qualcuno detiene una certa proprietà, costui ha il diritto di scambiarla per la proprietà di qualcun altro, o di cederla a terzi consenzienti. Questa catena di deduzioni sta a fondamento del diritto di fare liberi scambi e di stipulare liberi contratti, così come del diritto di lasciare in eredità un bene, e dunque dell’intera struttura dei diritti di proprietà che distingue l’economia di mercato.

Molti storici, specialmente marxisti, hanno tratto soddisfazione nell’affermare che John Locke sia di fatto il fondatore della “teoria del valore-lavoro” marxista (che Marx avrebbe a propria volta preso da Smith e ancor più da Ricardo), ma quella di Locke è una teoria del lavoro basata sulla proprietà, ovvero una teoria di come la proprietà materiale giustamente divenga possesso per mezzo dello sforzo lavorativo o della ”unione” del lavoro alla materia. Questa teoria non ha assolutamente niente a che fare con ciò che determina il valore o il prezzo dei beni o dei servizi sul mercato, e quindi non ha niente a che fare con la successiva “teoria del valore-lavoro.”

Tradotto da Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giorgio Venzo

 

Note

[1] Ci fu un passaggio diretto di idee da Thomas  Müntzer e dai comunisti anabattisti all’ Inghilterra. Uno dei collaboratori di  Müntzer, Henry Niclaes, sopravvisse alla frattura degli anabattisti per trovare nel familismo, un credo panteistico che affermava che l’uomo è Dio ed invocava la creazione del regno di Dio (uomo) in Terra, l’unico posto in cui un tale regno potesse mai esistere. Le idee familiste furono portate in Inghilterra da un discepolo di Niclaes, Christopher Vittels, un carpentiere olandese, e il familismo si diffuse in Inghilterra durante il tardo XVI secolo. Un centro del familismo nei primi del XVII secolo in Inghilterra fu a Grindleton, nello Yorkshire. Là, nella decade dopo il 1615, i “grindletoniani” furono guidati dal curato anglicano di Grindleton, il reverendo Roger Brearly. Parte del fascino del familismo stava nel suo antinomianismo: l’idea secondo cui persone sinceramente devote a Dio, come loro stessi, per definizione non avrebbero mai potuto commettere un peccato. Gli antinomiani erano dunque soliti sfoggiare un comportamento generalmente considerato peccaminoso, al fine di dimostrare a tutti il loro status divino e “libero-dal-peccato”.

[2] I Livellatori hanno acquistato una colorazione di sinistra a causa del loro appellativo. Inoltre sono stati ammirati dagli storici marxisti, entusiasti del loro estremismo, e sono stati considerati come le figure più consistenti nella “rivoluzione borghese” dei secoli XVII e seguenti. I Livellatori, comunque, non erano in alcun modo egalitari, eccetto nel senso libertario del laissez-faire, ovvero per il fatto che si opponevano a privilegi speciali garantiti dallo Stato. Sui Livellatori, vedi specialmente Don M. Wolfe (ed.), Leveller Manifestoes of the Puritan Revolution (1944, New York: Humanities Press, 1967), compresa la lunga introduzione del revisore; vedi inoltre l’ultima collezione dei trattati dei Livellatori in A.L. Morton (ed.), Freedom in Arms: A Selection of Leveller Writings (London: Lawrence & Wishart, 1975). Vedi anche il classico H.N. Brailsford, The Levellers and the English Revolution (Stanford, Calif.: Stanford University Press, 1961). Uno dei migliori riassunti sulla dottrina dei Livellatori si trova in C.B. Macpherson, The Political Theory of Possessive Individualism: Hobbes to Locke (Oxford: Clarendon Press, 1962), pp. 137–59.

[3] Gran parte della confusione è dovuta all’interpretazione di Leo Strauss e dei suoi seguaci, secondo cui Locke fu un sostenitore dei diritti naturali in aperta rottura (seguendo Hobbes) con l’antica saggia tradizione della legge naturale. In realtà proprio Locke, il sostenitore dei diritti naturali, sviluppò la tradizione scolastica della legge naturale, e fu agli antipodi dell’apologia destrorsa di stampo groziano di Hobbes verso lo Stato assoluto. Su Hobbes, Locke ed il circolo Tew, vedi Richard Tuck, Natural Rights: Their Origin and Development (Cambridge: Cambridge University Press, 1979). L’interpretazione di Leo Strauss si trova nel suo Natural Right and History (Chicago: University of Chicago Press, 1953). Per una critica a Strauss, e per rimarcare che Locke non fu un hobbesiano ma si collocò invece nella tradizione della legge naturale, vedi Raghuveer Singh, “John Locke and the Theory of Natural Law,” Political Studies 9 (June 1961), pp. 105–18.

[4] Il locus classicus della tesi Pocockiana è J.G.A. Pocock, The Machiavellian Movement (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1975). In aggiunta alle contrastanti opere di Isaac Kramnick e Joyce Appleby, vedi in particolare la brillante confutazione dell’esempio centrale di Pocock: l’enfasi sulla presunta “virtù classica” delle Cato’s Letters di stampo profondamente lockeiano, le quali divennero la singola fonte libertaria di maggior influenza sui rivoluzionari americani. Ronald Hamowy, “Cato’s Letters: John Locke and the Republican Paradigm,” History of Political Thought 11 (1990), pp. 273–94.

[5] Richard Ashcraft, Revolutionary Politics and Locke’s Two Treatises on Government (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1986).

[6] Ibid., pp. 75–82, 370–71.

[7] Una più dettagliata analisi delle politiche olandesi del XVII secolo mostrerebbe, comunque, che il partito in favore del libero mercato, della decentralizzazione e della pace era quello dei repubblicani o arminiani, seguaci del teologo protestante Jacobus Arminius teologicamente vicino ai cattolici nel credere nel libero arbitrio ai fini della salvezza dell’anima. D’altro canto, il partito “calvinista” in Olanda favoriva la monarchia degli Orange, lo statalismo, il controllo sui mercati ed una politica straniera improntata alla guerra. (Vedi anche l’articolo http://vonmises.it/2014/07/16/il-cibo-e-larte-del-commercio/ – NdT)

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La qualità della moneta (parte sesta e ultima)

Ven, 30/01/2015 - 09:00

Un’ultima caratteristica della qualità della moneta come riserva di ricchezza sono le politiche, l’ideologia, il personale, il credito e la condizione del governo.1 Quando la situazione di bilancio del governo migliora (peggiora), il pericolo di un suo ricorso ad un peggioramento del sistema monetario è minore (maggiore) di quanto sarebbe stato altrimenti. Un peggioramento (miglioramento) del sistema monetario può consistere nell’abbandono di (ritorno a) un sistema di moneta-merce, un cambiamento nel tasso di conversione o l’accresciuto (ridotto) uso delle rotative per finanziare le spese del governo.

In effetti, un deficit di bilancio è come una “malattia della moneta” e ne riduce la qualità (Röpke 1954, pag. 142). La somma dei debiti pubblici è come un “cancro monetario” e pesa sulla qualità della moneta. In effetti, la condizione del governo può farsi molto allarmante e sorge il timore che esso cesserà di esistere, cioè che potrebbe essere travolto da una rivoluzione o essere sconfitto in una guerra.

In un sistema di moneta-segno, il fallimento o la fine di un governo significano, con buona probabilità, la fine della moneta e la rendono priva di valore. E’ la fiducia nell’economia e nelle possibilità del governo di raccogliere gettito fiscale a tenere in piedi il valore della moneta-segno. Le possibilità di gettito sono fondamentali, poiché una cartamoneta-segno è coperta dalle riserve del sistema bancario e della banca centrale, che sono in larga misura debiti del governo. Quando i debiti del governo perdono ogni valore per colpa di una fine del governo, dovuta alla guerra o alla rivoluzione, la moneta-segno perderà valore a sua volta e potrebbe cessare di esistere. Un esempio sarebbero i greenback durante la Guerra di Secessione americana. Il loro deprezzamento in termini di oro cresceva dopo le sconfitte nordiste ed era ridotto dalle vittorie nordiste (Studenski e Kross 1963, pag. 147).

Un altro esempio è l’evolversi della situazione riguardo alla valuta delle Filippine emessa dai Giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, come riferita da Henry Hazlitt (1978, pag. 76):

Uno degli esempi più efficaci dell’importanza della qualità della valuta si è verificato nelle Filippine, nell’ultimo periodo della Seconda Guerra Mondiale. Le forze comandate dal Generale Douglas MacArthur erano sbarcate a Leyte nell’ultima settimana di ottobre 1944. Da quel momento in poi, ottennero una serie di vittorie pressoché ininterrotta. Nella capitale, Manila, si scatenò lo spendi e spandi. A novembre e dicembre 1944, i prezzi a Manila crebbero ad altezze vertiginose. Perché? Non c’era nessun aumento nella quantità di moneta. Ma gli abitanti sapevano che, non appena le forze americane avessero trionfato completamente, i loro peso emessi dal Giappone non avrebbero avuto valore alcuno. Così sì affrettavano a sbarazzarsene in cambio di qualsiasi bene reale riuscissero ad ottenere.”.

Non soltanto le guerre influenzano la qualità della moneta; anche lo sviluppo economico. Qualunque cosa disturbi o interrompa lo sviluppo limita le possibilità del governo di raccogliere gettito e, quindi, potenzialmente la qualità di una moneta. L’importanza, per la qualità della moneta, delle politiche governative implica che il governo può migliorarla se può, credibilmente, imporre restrizioni alle sue politiche fiscali. Così, l’introduzione, nella Costituzione di un Paese, di un nuovo articolo che rende obbligatorio il pareggio di bilancio può aumentare la qualità della moneta. Un esempio correlato è il “Patto di Stabilità e Crescita” dell’Unione Europea. Il “Patto di Stabilità e Crescita” impone un deficit di bilancio annuale non superiore al 3% del PIL e un debito nazionale inferiore al 60% del PIL, o che si avvicini a tale valore. Questo è stato suggerito per accrescere la fiducia nella valuta euro e fornire una garanzia alla sua qualità. D’altro canto, firmare un trattato che probabilmente porterà a politiche governative azzardate e alla monetizzazione dei debiti diminuirà la qualità della moneta. Un esempio è la firma del Trattato di Versailles dopo la Prima Guerra Mondiale (Bresciani-Turroni 1968, pag. 54). La fiducia nel futuro della Germania diminuì e s’innescò una fuga dal marco tedesco. In modo simile, Charles Rist (1966, pag. 152) rimarca l’importanza della finanza pubblica per una valuta:

Quando la convertibilità della carta dev’essere ristabilita e i cambi stabilizzati, finanze sane e un bilancio in pareggio contano molto di più dei limiti alla quantità di carta. In un caso del genere, la cosa importante è rassicurare i detentori stranieri di garanzie o divise su quello che sarà in definitiva il valore della carta, e questo si può fare solo convincendoli che è stata ristabilita la stabilità finanziaria dello Stato.”.

Da tutto ciò possiamo dedurre che un governo fiscalmente irresponsabile riduce la qualità della moneta. Questo perchè, tramite una tassazione eccessiva, distrugge le capacità produttive del Paese, riducendo la qualità dei debiti governativi in essere. E accresce altresì lo stesso ammontare dei debiti governativi, il che implica livelli ancora più alti di tassazione in futuro, oppure la monetizzazione del debito. Ciò implica una riduzione della qualità della moneta. Perciò, un cambiamento nel governo stesso, nel suo personale, nella filosofia, nelle promesse, etc., può cambiare la qualità della moneta senza alcun mutamento nella quantità.

VI. Conclusioni

Gli studi economici hanno largamente trascurato la teoria qualitativa della moneta, concentrandosi principalmente sulla quantità di moneta. I mutamenti nella qualità della moneta sono molto importanti per il suo potere d’acquisto e possono spiegare molti fenomeni. La qualità della moneta modifica il potere d’acquisto anzitutto alterando la domanda di moneta, che rispecchia la mutata valutazione di una quantità fissa di moneta sui piatti della bilancia del pubblico. La quantità attesa di moneta è solo uno di molti fattori che influiscono sulla qualità e deriva la propria importanza dai suoi effetti sulla medesima. Perciò una teoria monetaria integrata deve porre l’accento sulla qualità della moneta e spiegare l’importanza della qualità attesa correlandola ai suoi effetti sulla qualità stessa.

La qualità della moneta è in continuo mutamento. I cambiamenti nella qualità della moneta possono essere lenti, ma anche bruschi. Di conseguenza, possono avere un impatto sul potere d’acquisto maggiore dei cambiamenti nella quantità, che raramente sono bruschi. In effetti, gli incrementi nella quantità di moneta sono sempre meno importanti quanto più alta è la qualità della moneta. Questo perchè, con una moneta di qualità elevata, ci sarà una domanda forte ad assorbire la quantità addizionale di moneta come riserva di valore o per scopi industriali o di consumo. Se la sua qualità peggiora o ci si aspetta che peggiori, questo può avere effetti pesanti sul potere d’acquisto della moneta. Inoltre, gli incrementi nella quantità di una moneta di qualità elevata, come un sistema aureo [coperto] al 100%, non sfociano in un peggioramento dell’integrità della moneta. Al contrario, incrementi nella quantità di una moneta di qualità inferiore, cioè una cartamoneta a riserva frazionaria, possono provocare un peggioramento nella qualità della moneta diminuendo la copertura media delle unità monetarie esistenti in precedenza.

Insomma, è tempo che gli economisti spostino la propria attenzione sull’analisi della qualità della moneta e sul modo in cui può essere cambiata, in linea con l’analisi in questo articolo. Per esempio, bisognerebbe analizzare in maggior dettaglio la qualità di diversi regimi monetari e politici, le proprietà rilevanti di una buona moneta, il ruolo delle aspettative e la qualità dei mezzi di scambio.

Articolo di Philipp Bagus su THE QUARTERLY JOURNAL OF AUSTRIAN ECONOMICS 12, NO. 4 (2009): 22–45

Tradotto da Guido Ferro Canale

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Note

1 In proposito, v. anche Hazlitt (1978, pag. 76).

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Il caos inflazionistico davanti a noi

Mer, 28/01/2015 - 09:00

L’articolo di oggi viene proposto assieme ad una sorpresa: l’esordio di Andrea Coletta in qualità di traduttore per il Mises Italia. Nel ringraziarlo per il suo contributo, lo accogliamo con un caloroso benvenuto tra noi: che la vicinanza agli scritti austriaci possa entusiasmarlo, nelle idee ed azioni, con quella stessa passione che ha contraddistinto gli autori.

* * *

Le prospettive monetarie per gli Stati Uniti, e per il mondo, non sono mai state così nere come oggi. Il budget federale è in deficit di circa 200 miliardi di dollari all’anno e la possibilità che rientri in pareggio almeno entro 5 anni è molto remota. Al momento di questo scritto, il presidente e i leader della maggioranza al senato hanno elaborato un coraggioso piano di riduzione delle spese per l’esercizio fiscale del 1986, ma i parlamentari democratici hanno deciso di opporvisi anche se una maggioranza del senato dovesse essere favorevole, sulla base del fatto che in esso mancherebbe la “compassione”. Gli enormi deficit quindi probabilmente continueranno.

Quello che succede negli Stati Uniti, succede nella maggior parte degli altri paesi. I governi hanno praticamente tutti adottato il cosiddetto schema dello “stato sociale” e le forze politiche in ogni paese sembrano assicurarne la continuità. Schiere di gruppi di pressione, da quelli che ricevono sussidi di disoccupazione ai beneficiari della sicurezza sociale, reclamano la continuazione dei pagamenti a cui si sono abituati e il relativo progressivo adeguamento al costo della vita. Ma questo significa che più è grande l’inflazione passata e presente, maggiore sarà quella futura. E’ stato stimato sul New York Times del 28 aprile 1985 che in Israele l’inflazione si sia assestata al 1000% l’anno; il giorno prima si riportava di come l’inflazione in Argentina fosse attesa al 900% per lo stesso mese, e così via.

Mentre non c’è una singola fonte, a quanto ne so, dove si possa trovare un calcolo giornaliero delle ultime serie mensili o annuali dei tassi di inflazione per ciascuna delle principali valute mondiali, una mera lista ricavata dalla tabella dei tassi di cambio di queste verso il dollaro (che si deprezza a propria volta nei confronti dei beni reali) può dirci cosa accade veramente. Un dollaro (dal 26 aprile 1985) comprava 4.900 cruzeiro brasiliani, 1.186 rupie indonesiane, 932 sheckel israeliani, 2.001 lire italiane, 253 yen giapponesi, 246 peso messicani, 868 sole peruviane e 496 lire turche.

Si potrebbe pensare che quanto accada alle altre valute in giro per il mondo sia irrilevante per le prospettive di inflazione negli Stati Uniti o per un eventuale ritorno allo standard aureo, ma non è così: infatti, le ‘cattive valute’ danneggiano le valute migliori.

Questo principio si avvera grazie al sistema valutario di Bretton Woods, impostato tra il 1944 e il 1945. Gli architetti di questo accordo, dopo aver esplicitamente permesso non solo le svalutazioni da parte di singoli paesi in ogni momento ma anche svalutazioni uniformi di gruppi di valute in base ad accordi reciproci, resero omaggio all’idea dello standard aureo prevedendo che un solo paese, gli Stati Uniti, avrebbe mantenuto la convertibilità del Dollaro in una quantità fissa di oro e accettato altre valute in cambio di dollari, secondo i cambi ufficiali.

Quando il Dollaro fu reso inconvertibile in oro il 15 agosto del 1971, la responsabilità fu addossata al presidente Nixon che fece l’annuncio, tuttavia egli deve risponderne solo in parte poiché ben lungi dall’esserne unico responsabile.

Il giorno in cui sospese le conversioni in oro, le riserve d’oro degli Stati Uniti ammontavano solo al 2% della moneta circolante e dei depositi a vista e a scadenza: c’erano solo 2.23$ in oro per ogni 100$ di promesse di carta degli Stati Uniti.

Tutto ciò non tiene però in conto gli ‘Eurodollari’ circolanti o anche soltanto le monete ed i depositi circolanti in altri paesi sottoscrittori e partecipanti al sistema monetario di Bretton Woods (che avevano il diritto, secondo quegli accordi, di convertire le proprie valute in dollari o oro).

Le riserve d’oro reali e definitive sulle quali si poteva contare come base per il corso legale erano quindi probabilmente solo una frazione dell’1% del totale delle obbligazioni cartacee verso di esse. Gli accordi di Bretton Woods erano quindi intrinsecamente insostenibili e impossibili da rispettare. Anche se Nixon non avesse chiuso la ‘finestra’ di convertibilità in oro il 15 agosto del 1971, sarebbe stato forzato a farlo una settimana dopo o giù di lì, per mancanza di ulteriori riserve d’oro necessarie a mantenere gli impegni di pagamento.

Quella che nel 1971 fu una corsa all’oro, nel 1986 (anno in cui l’autore scrive – NdT) è diventata una corsa al Dollaro. In termini della sua convertibilità in beni reali, il Dollaro continua a svalutarsi sempre più, ma ciononostante è considerato la meno insicura tra le valute di cui esista ampia offerta. Per questo motivo, gli uomini d’affari e le persone più ricche dei paesi esteri continuano a usarlo come valuta di scambio internazionale e riserva di valore, o quantomeno come migliore protezione contro la svalutazione se raffrontato con le rispettive divise nazionali. Questo fenomeno ha temporaneamente incrementato la domanda di dollari e quindi ha sostenuto il suo tasso di cambio rispetto alle altre valute, tuttavia ne ha anche incentivato ulteriormente l’offerta: in parte per soddisfare l’aumentata domanda, in parte perché gli effetti delle nuove immissioni non si sono immediatamente riflessi in un aumento proporzionale dell’indice dei prezzi al consumo.

Questo è però processo deleterio poiché comporta che, in un mondo di sole valute cartacee irredimibili, i cittadini dei paesi con valute più inflazionate cercheranno di convertirle in altre meno svalutate, portando quest’ultime ad accelerare la propria inflazione. Il peggiore trascina con sé il migliore.

Mi piacerebbe poter prevedere un punto di arresto di questo processo, in forma di un sussulto di responsabilità politica, ma sfortunatamente nulla appare all’orizzonte. Non riesco proprio ad immaginare come i politici delle nostre democrazie, con lo sguardo sempre rivolto al ristretto orizzonte di elezioni a 2 mesi, o massimo a 2 anni, possano costringersi a ridurre, se non saggiamente ad abolire completamente, le elargizioni di stato a tutti i gruppi di pressione che costituiscono la platea del cosiddetto “stato sociale”.

Dobbiamo inoltre chiarire un punto: c’è solo una riforma monetaria possibile ed è il ritorno di tutte le principali nazioni del mondo a quel sistema di standard aureo che appare così vetusto ai più. Non ci sono altre riforme complicate o “trucchetti” per “economizzare” l’impiego dell’oro: esse, come gli economisti hanno scoperto, porterebbero solo a nuova inflazione ed al crollo delle valute stesse. Nemmeno si potrà cominciare a parlare di un ritorno allo standard aureo fino a quando gli Stati Uniti non riusciranno ad azzerare il deficit federale e a mantenere il proprio bilancio in pari o in surplus per almeno un paio di anni.

Quando il mondo imparerà che l’inflazione non è la cura dei mali economici ma ne è una delle cause principali? C’è da chiederselo dopo gli innumerevoli esempi di cicli di espansione e recessione economica susseguitisi nella storia, come la rivoluzione dovuta al Continental americano del 1776, gli Assignats Francesi del 1789, il disastro del Marco tedesco del 1918-23 e il disordine monetario provocato dagli accordi di Bretton Woods.

Saggio di Henry Hazlitt su Mises.org

Traduzione di Andrea Coletta

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La Scuola Austriaca: differenze interne – II parte

Lun, 26/01/2015 - 09:00

2.2 La conoscenza

La tematica appena esaminata sull’intenzionalità o inintenzionalità delle azioni umane è strettamente intrecciata al problema della conoscenza.

Per gli antirazionalisti gli esiti inintenzionali rappresentano anche per gli individui – e consentono loro – l’acquisizione della conoscenza che altrimenti manca.

Per gli hayekiani gli uomini sono caratterizzati da una pervasiva e sistematica ignoranza sui dati del mercato. (È questo anche l’argomento contro l’intervento statale e il socialismo: i pianificatori non possono conoscere alcunché). Tuttavia per questa ignoranza esiste una via d’uscita: anche se di fatto non conosce alcunché, l’Uomo Hayekiano può con sofferenza apprendere attraverso i processi del libero mercato, così come relativamente al diritto può utilizzare le norme frutto dell’“evoluzione”. Esiste un mondo di conoscenza disponibile, con le forze inconsce del mercato che offrono all’uomo tale conoscenza attraverso i prezzi di mercato e i segnali derivanti dai profitti e dalle perdite. È significativa l’espressione utilizzata da Hayek e Kirzner sul mercato come un “processo di scoperta”. Gli individui “scelgono” eventualmente il mercato solo nel senso che preferiscono mantenere qualcosa che già esiste, e che ci si accorge che funziona. Tale argomento è applicabile anche al diritto: poiché la ragione non ha alcun ruolo, o un ruolo molto piccolo, negli affari umani, gli uomini che gestiscono lo Stato non sanno abbastanza per poter stabilire ‘a tavolino’ norme giuridiche o costituzionali per l’intera società. Dunque è opportuno aderire alle regole frutto dell’evoluzione, che sono superiori a quelle costruttivisticamente realizzate, perché incorporano le conoscenze disperse, diffuse nella società. Poiché non conosciamo, non dobbiamo progettare niente a tavolino. La ragione non può fornire informazioni a priori sul valore utilitaristico di qualsiasi istituzione o insieme di istituzioni economiche e sociali.

Per i misesiani invece i soggetti del sistema economico conoscono molte cose dei propri mercati – non solo i prezzi, ma tutta la conoscenza qualitativa che deve essere incorporata nella produzione e nelle iniziative rischiose: il tipo di consumatori, il tipo di prodotti che vorranno, dove acquistare le materie prime e come trasformarle e così via – cioè tutta la conoscenza specifica di cui Hayek ha parlato in altri contesti. Il libero sistema dei prezzi è vitale per l’imprenditore ma non è, come in Hayek-Kirzner, la sua unica fonte di conoscenza.

Inoltre, per Hayek conta solo la conoscenza, per Mises due cose, la conoscenza e la valutazione (appraisal) da parte dell’imprenditore; queste due cose sono complementari, ma hanno nature diverse e funzioni diverse. Lo scopo dell’individuo agente (imprenditore) non è la pura e semplice acquisizione di conoscenza, ma un’azione volta a un obiettivo. La conoscenza è un processo individuale attraverso il quale ogni imprenditore impara il più possibile sugli aspetti qualitativi del mercato: preferenze, prodotti, risorse, tecniche, domande, luoghi di approvvigionamento ecc.; questo processo inevitabilmente si sviluppa solo nelle menti di ogni singolo imprenditore.

Parte di queste informazioni (dell’immediato passato) si trasfondono nei prezzi presenti, che però sono qualcosa in più della conoscenza qualitativa (valutazione individuale), sono un processo sociale, disponibile per tutti i partecipanti. La conoscenza è un prius, una guida importante (per le previsioni future), ma non è tutto: ciò a cui è interessato l’imprenditore sono i prezzi e i costi presenti e soprattutto futuri; egli infatti utilizza risorse presenti ma in funzione delle stime che compie dei prezzi futuri. I prezzi presenti sono un’utile base sulla quale gli imprenditori, indovinando (anticipando) i cambiamenti futuri, provano a prevedere anche i prezzi futuri, che sono strumenti per il calcolo economico, non strumenti di conoscenza [1]. La conoscenza futura non può mai essere certa, dunque il punto non è di conoscere le condizioni future (e non vi è un rapporto causale diretto fra prezzi presenti e prezzi futuri, nel senso che i prezzi presenti non determinano automaticamente e unilateralmente i prezzi futuri).

Utilizzando l’esempio di Mises, se un imprenditore decide di entrare nell’industria conserviera, ha bisogno ora di avere tutti gli elementi necessari per realizzare lo stabilimento e la produzione nella maniera economicamente più efficiente, cioè ha bisogno dei prezzi di mercato. Le informazioni sulle condizioni future non bastano; esse sono sempre incerte, e dunque se in futuro cambiano i gusti dei consumatori il suo investimento risulterà sbagliato, ma il problema non è di avere le conoscenze delle condizioni future. Il punto-chiave del problema del calcolo economico non è l’incertezza del futuro: se fosse così, si potrebbe dire che gli imprenditori delle ferrovie non avrebbero mai realizzato le linee ferroviarie se avessero saputo in anticipo i progressi che da lì a breve ci sarebbero stati nella motorizzazione e nell’aviazione; ma è un ragionamento assurdo.

Il calcolo economico in sé non è un mezzo per acquisire la conoscenza, ma il prerequisito dell’azione razionale all’interno di un assetto con divisione del lavoro; il calcolo economico offre agli individui, quale che sia la loro conoscenza, lo strumento indispensabile per conseguire una comprensione e una comparazione dei mezzi e dei fini dell’azione sociale. Lo scopo dell’azione umana non è quello di “conoscere” ma di impiegare dei mezzi per conseguire dei fini.

 2.4.1 La conoscenza applicata al problema del socialismo

Questa teoria conduce a un altro elemento di dissenso fra i due paradigmi, che riguarda il motivo principale della superiore efficienza del mercato, e correlativamente delle difficoltà di funzionamento delle economie pianificate.

Per Hayek (e Kirzner) le difficoltà del socialismo dipendono solo da un problema di “conoscenza”, mentre per Mises da un problema di “calcolabilità” (di proprietà).

Per gli hayekiani, il pianificatore socialista non conosce, e non può conoscere, le informazioni, che sono i gusti dei consumatori, le tecnologie e le risorse disponibili, perché queste informazioni decisive sono disperse, diffuse fra un elevatissimo numero di soggetti, e non potranno mai essere note ad un unico centro decisionale. Dunque il pianificatore non può allocare le risorse in maniera efficiente. Le decisioni relative all’impiego delle risorse devono essere lasciate al livello più decentrato possibile, perché nessuno può avere la conoscenza di tutte le concrete circostanze di tempo e di luogo meglio dei singoli individui che ne sono coinvolti. L’assenza di iniziativa privata in concorrenza impedisce che vengano “scoperte” e assecondate le informazioni-preferenze della moltitudine di soggetti che compongono il sistema economico. I prezzi fissati d’autorità infatti non corrispondono al valore delle risorse incorporate nei beni, cioè all’utilità che procurano e alla scarsità relativa. Le quantità predeterminate dal piano (offerta complessiva, investimenti, approvvigionamento di fattori produttivi) dunque non corrispondono alle quantità che avrebbero domandato gli individui in base ai propri gusti e alle proprie necessità, e che avrebbero predisposto gli imprenditori in base a valutazioni di efficienza. Da ciò il manifestarsi di penurie e inefficienze gigantesche in molti settori produttivi.

Per i misesiani invece il problema del socialismo è un problema di calcolo economico[2], cioè di prezzi, dipendente dall’assenza di proprietà private dei fattori. La conoscenza è importante, è un fattore qualitativo che il sistema dei prezzi trasforma in un elemento quantitativo; ma il problema del socialismo non è principalmente questo.

Per capirlo si ipotizzi una situazione magica in cui sia possibile conoscere tutte le scale di preferenza dei consumatori, tutte le tecniche produttive e tutte le risorse esistenti, e che questi dati siano forniti al pianificatore. Per Hayek questo basterebbe ad allocare in maniera efficiente le risorse; dunque in una condizione simile i prezzi non servirebbero. Per Hayek quindi l’utilità dei prezzi è una questione di realismo: data la natura del mondo e la natura umana, è impossibile conoscere tutte le informazioni, e dunque è opportuno che vi siano i prezzi che le convogliano.

Per Mises invece il pianificatore non sarebbe ugualmente in grado di calcolare, perché non avrebbe a disposizione costi e prezzi, soprattutto della terra e dei beni capitali; e non avrebbe a disposizione tali prezzi perché mancano proprietà private di tali mezzi di produzione, e quindi lo scambio di tali proprietà.

È la centralizzazione della proprietà realizzata dal pianificatore, non l’impossibilità di centralizzare tutta la conoscenza nel pianificatore, la causa del disastro economico socialista. La concentrazione di tutta la proprietà nelle mani di una singola agenzia statale elimina il mercato dei beni capitali, e con esso i prezzi di tali beni; senza prezzi è impossibile il calcolo economico. L’efficienza è il risultato dell’esistenza di una pluralità di proprietà private. Infatti, anche l’amministratore di una grande impresa privata non può possedere la conoscenza dispersa fra tutti gli impiegati, ma ciò non impedisce che egli pianifichi, e che gli esiti siano efficienti. Questo è possibile perché l’azienda è immersa in un contesto di proprietà private e di prezzi dei fattori, e dunque essa, a differenza del pianificatore pubblico, può effettuare il calcolo economico[3].

Per Rothbard[4] il calcolo economico è impossibile non solo nel socialismo, ma in qualsiasi sistema in cui vi sia un unico agente (sia esso lo Stato o un’impresa) che possiede e dirige tutte le risorse: ad esempio, se esiste un’unica impresa privata, che possiede l’intera economia, ed internalizza l’intera attività economica, anche in quel caso il calcolo economico è impossibile, perché anche in quel caso non esistono prezzi (di mercato).

Dunque quello del socialismo è un problema di proprietà, non di conoscenza.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] I prezzi presenti sono un’utile base di conoscenza, ma paradossalmente, dice Mises, vi potrebbe essere un’efficiente allocazione delle risorse anche se per magia si verificasse un oblio di tutti i prezzi presenti e passati. Il processo sarebbe più tormentato; gli imprenditori perderebbero più tempo per aggiustare la produzione alla domanda dei consumatori; bisognerebbe rientrare in possesso di molti dati; si incorrerebbe in errori che invece, conoscendo i prezzi, sarebbero evitati; le fluttuazioni dei prezzi inizialmente sarebbero molto più violente. Ma, alla fine, pagato il prezzo, le persone avrebbero di nuovo acquisito l’esperienza necessaria ad un buon andamento del processo di mercato.

[2] È un altro senso in cui si può dire che per i misesiani la società può essere considerata un fenomeno razionale.

[3] Mises fa il seguente esempio: supponiamo che il manager socialista abbia a sua disposizione tutta la conoscenza tecnologica della sua epoca; un elenco di tutti i fattori della produzione disponibili, compreso il lavoro; gli esperti gli forniscano un’informazione perfetta su tutto ciò che egli chiede; un potere misterioso gli consenta di conoscere i fini ultimi di tutti i consumatori; dunque, egli conosce tutte le “circostanze di tempo e di luogo”. Supponiamo che, sotto queste condizioni, il manager debba costruire un palazzo. Nonostante questa conoscenza perfetta, egli si troverà di fronte all’insolubile problema di quale scegliere fra i vari metodi tecnologici; ciascun metodo infatti impiega i fattori in quantità differenti, assorbe periodi di produzione differenti, e realizza palazzi di differente qualità. Non ha un denominatore comune per misurare i vari materiali e i tipi di lavoro, e dunque non può compararli; enumerare le qualità fisiche e chimiche dei materiali, come fanno i suoi esperti, serve a poco, perché tali enunciazioni non sono correlate l’una con l’altra, non si può istituire alcuna connessione certa fra di esse, perché non le si può calcolare in termini di prezzi monetari. Quindi il manager non può confrontare costi e ricavi attesi.

[4] M.N. Rothbard, Ludwig von Mises and Economic Calculation Under Socialism, in L. Moss (a cura di), The Economics of Ludwig von Mises, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 67-77; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 397-407; The End of Socialism and the Calculation Debate Revisited, in «Review of Austrian Economics» 5, n. 2, 1991, pp. 51-76; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 408-437.

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Riflettore sull’economia keynesiana – II parte

Mer, 21/01/2015 - 09:00

Il Modello criticato

Ricordiamo che perché il modello keynesiano sia valido, i due fondamentali fattori determinanti il reddito, vale a dire, la funzione del consumo e l’investimento indipendente, devono rimanere costanti abbastanza a lungo per raggiungere e mantenere l’equilibrio del reddito. Come minimo, per queste due variabili deve essere possibile rimanere costanti, anche se, generalmente, non sono tali nella realtà. L’essenza dell’errore di base del sistema keynesiano è, tuttavia, che è impossible che queste variabili rimangano costanti per la durata richiesta.

Ricordiamo che quando reddito = 100, consumo = 90, risparmio = 10 ed investimento = 10, il sistema è supposto essere nell’equilibrio, perché le aspettative aggregate delle imprese e del pubblico sono soddisfatte. Nel complesso, entrambi i gruppi sono perfettamente soddisfatti con la situazione, tanto che non c’è presumibilmente tendenza ad una variazione del livello di reddito. Ma gli aggregati hanno un senso soltanto nel mondo dell’aritmetica, non nel mondo reale. Le imprese possono ricevere in aggregato proprio quanto avevano previsto; ma questo non significa che ogni singola azienda sia necessariamente in una posizione di equilibrio. Le imprese non fanno guadagni in aggregato. Alcune aziende possono fare degli utili eccezionali, mentre altre possono subire perdite inattese. Senza contare che, in aggregato, questi profitti e perdite possono annullarsi e che ogni azienda dovrà procedere agli aggiustamenti relativi alla propria esperienza particolare. Questo aggiustamento varierà ampiamente da azienda e azienda e da industria ad industria. In questa situazione, il livello dell’investimento non può rimanere a 10 e la funzione del consumo non rimarrà fissa, obbligando il livello del reddito a cambiare. Niente nel sistema keynesiano, tuttavia, può dirci quanto lontano o in quale direzione si muoverà una di queste variabili.

Analogamente, nella teoria keynesiana del processo di aggiustamento verso il livello di equilibrio, se l’investimento aggregato è maggiore del risparmio aggregato, si suppone che l’economia si espanderà verso il livello di reddito dove il risparmio aggregato è uguale all’investimento aggregato. Nel processo stesso di espansione, tuttavia, la funzione del consumo (e del risparmio) non può rimanere costante. Utili eccezionali saranno distribuiti irregolarmente (ed in un modo sconosciuto) fra le numerose aziende, conducendo così a diversi tipi di aggiustamento. Questi aggiustamenti possono condurre ad un aumento sconosciuto nel volume degli investimenti. Inoltre, sotto lo slancio dell’espansione, le nuove imprese entreranno nel sistema economico, cambiando così il livello di investimento.

In più, con l’espansione del reddito, la ripartizione del reddito fra gli individui nel sistema economico necessariamente cambia. È un fatto importante, di solito trascurato, che l’assunto keynesiano di una funzione rigida del consumo presuppone una data ripartizione del reddito. Di conseguenza, il cambiamento nella ripartizione del reddito causerà un cambiamento nella funzione del consumo di dimensioni e direzione ignote. Ancora, la certa emersione di guadagni in conto capitale cambierà la funzione del consumo.

Quindi, dato che i fondamentali fattori keynesiani di determinazione del reddito – la funzione del consumo ed il livello dell’investimento – non possono rimanere costanti, non possono determinare alcun livello di equilibrio del reddito, neppure approssimativamente. Non c’è alcun punto verso cui il reddito si dirigerà o dove tenderà a rimanere. Tutto quel che possiamo dire è che ci sarà un movimento complesso nelle variabili di direzione e grado sconosciuti.

Questo fallimento del modello keynesiano è il risultato diretto dei fuorviati concetti aggregativi. Il consumo non è solo una funzione del reddito; dipende, in un modo complesso, al livello del reddito passato, dal reddito futuro previsto, dalla fase del ciclo congiunturale, dalla lunghezza del periodo di tempo in discussione, dai prezzi dei prodotti, dai guadagni in conto capitale o dalle perdite e dai bilanci dei consumatori.

Ancora, la ripartizione del sistema economico in pochi aggregati suppone che questi aggregati siano indipendenti tra loro, che siano determinati e possano cambiare indipendentemente. Questo trascura la grande quantità di interdipendenza e di interazione fra gli aggregati. Quindi, il risparmio non è indipendente dall’investimento; la maggior parte, specialmente il risparmio di impresa, è fatta in previsione di investimenti futuri. Di conseguenza, un cambiamento nelle prospettive per investimenti vantaggiosi avrà una grande influenza sulla funzione del risparmio e quindi sulla funzione del consumo. Analogamente, l’investimento è influenzato dal livello di reddito, dagli sviluppi previsti del reddito futuro, dal consumo previsto e dal flusso del risparmio. Per esempio, un calo nel risparmio significherà un taglio nei fondi monetari disponibili per investimenti, che saranno così limitati.

Un’ulteriore dimostrazione della fallacia degli aggregati è l’assunto keynesiano che lo Stato può semplicemente aggiungere o sottrarre la sua spesa da quella dell’economia privata. Ciò suppone che le decisioni di investimento privato rimangano costanti, inalterate dai deficit di governo o dai surplus. Non c’è alcuna base per questo assunto. In più, la tassazione progressiva del reddito, che è progettata per spingere al consumo, si presume non abbia effetto sugli investimenti privati. Questo non può essere vero, poiché, come abbiamo già visto, una limitazione nel risparmio ridurrà gli investimenti.

Quindi, l’economia aggregativa è una rappresentazione drasticamente falsa della realtà. Gli aggregati sono soltanto un mantello aritmetico sul mondo reale, dove il gran numero di imprese e di individui reagiscono ed interagiscono in maniera altamente complessa. Gli stessi presunti “fattori determinanti fondamentali” del sistema keynesiano sono determinati dalle interazioni complesse in seno e tra questi aggregati.

La nostra analisi è confermata dal fatto che i keynesiani hanno fallito completamente nei loro tentativi di stabilire una funzione reale e stabile del consumo. Le statistiche rivelano il fatto che la funzione del consumo cambia considerevolmente con il mese dell’anno, la fase del ciclo congiunturale e nel lungo termine. Le abitudini dei consumatori sono certamente cambiate nel corso degli anni. A breve termine, un cambiamento nel reddito delle famiglie condurrà soltanto ad un cambiamento nei consumi dopo un ritardo di un certo periodo di tempo. In altri casi, i cambiamenti nel consumo possono essere indotti da previsti cambiamenti nel reddito (per esempio, con il credito al consumo). Questa instabilità della funzione del consumo elimina la possibilità di qualsiasi validità del modello keynesiano.

Ancora un altro errore fondamentale nel sistema keynesiano è il supposto rapporto unico fra reddito ed occupazione. Questo rapporto dipende, come abbiamo visto sopra, sull’assunto che le tecniche, la quantità e la qualità dei macchinari ed il tasso salariale e di efficienza del lavoro siano fissi. Questo assunto omette fattori di basilare importanza nella vita economica e può essere vero soltanto per un periodo estremamente breve. I keynesiani, tuttavia, tentano di usare questa relazione sui lunghi periodi come base per la predizione del livello di occupazione. Un risultato diretto fu il fiasco keynesiano della predizione di otto milioni di disoccupati dopo la fine della guerra.

Il dispositivo più importante che assicura la relazione unica fra reddito ed occupazione è l’assunto del tasso salariale monetario costante. Questo significa che, nel modello keynesiano, un aumento degli dispendii può aumentare l’occupazione soltanto se i tassi salariali monetari non aumentano. In altre parole, l’occupazione può aumentare solo se il tasso del salario reale scende (tasso salariale relativo ai prezzi ed ai profitti). Inoltre, non ci può essere un livello di equilibrio della disoccupazione su larga scala nel modello keynesiano a meno che i tassi salariali monetari non siano rigidi e non siano liberi di scendere.

Questo risultato è estremamente interessante, poiché gli economisti classici hanno sempre sostenuto che l’occupazione aumenterà soltanto se il tasso del salario reale scende e che la disoccupazione su larga scala può persistere soltanto se ai tassi salariali viene impedito di scendere con l’interferenza monopolistica nel mercato del lavoro. Sia i keynesiani che gli economisti liberali riconoscono che i tassi salariali monetari, specialmente dall’avvento del New Deal, non sono più liberi di scendere a causa del controllo monopolistico operato dal sindacato e dal governo sul mercato di lavoro.

I keynesiani rimedierebbero a questa situazione ingannando i sindacati nell’accettare tassi di salario reale più bassi, mentre i prezzi ed i profitti aumentano attraverso la spesa di deficit del governo. Propongono di realizzare questo compito contando sull’ignoranza del sindacato, accoppiata ai frequenti appelli “al senso di responsabilità dalla direzione dei lavoratori.” In questi giorni quando i sindacati emettono grida di rabbia e minacciano di colpire ad ogni segnale di prezzi più alti o di maggiori profitti, un tal atteggiamento è incredibilmente ingenuo. Lungi dall’avere un senso di responsabilità, lo scopo della maggior parte dei sindacati sembra essere tassi salariali in veloce e continuo aumento, prezzi più bassi e profitti inesistenti.

È evidente che la soluzione liberale di ricostruzione di un mercato del lavoro liberamente competitivo con l’eliminazione dei monopoli del sindacato e dell’interferenza governativa è un requisito essenziale per la rapida scomparsa della disoccupazione come questa si presenta nel sistema economico.

I keynesiani, in particolar modo i rabbiosi partigiani del “movimento liberal-labor,” tentano di confutare questa soluzione sostenendo che i tagli dei tassi salariali monetari non conducono ad una riduzione della disoccupazione. Sostengono che i redditi da stipendio verrebbero ridotti, quindi riducendo la domanda di beni di consumo ed abbassando i prezzi, lasciando i tassi del salario reale al loro livello precedente.

Questa discussione si basa su una confusione fra il tasso salariale ed il reddito da stipendio. Una riduzione dei tassi di salariali monetari, specialmente nelle industrie dove i tassi salariali sono stati più rigidi, condurrà immediatamente ad un aumento nelle ore di lavoro effettive e nel numero di uomini impiegati. (Naturalmente, la quantità dell’aumento varierà da industria a industria.) In questo modo, i pagamenti totali sono aumentati, così aumentando a loro volta i redditi da stipendio e la domanda di beni di consumo. Un calo nei tassi salariali monetari avrà un effetto particolarmente favorevole sull’occupazione nell’industria edilizia e dei beni capitale. Proprio quelle industrie che ora hanno i sindacati più forti.

Ancora, se i redditi da stipendio sono ridotti, allora i redditi degli imprenditori e di altri saranno aumentati e il “potere d’acquisto” totale nella comunità non declinerà.

“L’Economia Matura”

È importante ricordare che il keynesismo nacque e catturò il suo vasto seguito nell’impeto della Grande Depressione degli anni trenta, di una depressione unica per lunghezza e gravità e, in particolare, nella persistenza della disoccupazione su larga scala. Fu il suo tentativo di fornire una spiegazione per gli eventi degli anni trenta che guadagnarono al keynesismo il suo seguito popolare. Usando un modello con assunti che ne limitano l’applicazione ad un periodo di tempo molto breve, e completamente fallace nella sua dipendenza da semplici aggregati, tutti i keynesiani decretarono con sicurezza che la cura erano i deficit governativi.

Interpretando il significato della depressione, tuttavia, i keynesiani hanno compagnia. I “moderati” sostengono che si trattò semplicemente di una severa depressione nel familiare giro dei cicli congiunturali. I keynesiani “radicali”, guidati dal professor Hansen di Harvard, assericono che i trenta introdussero negli Stati Uniti un’era di “stagnazione secolare (di lunga durata).” Sostengono che l’economia americana è ora matura, che le occasioni per investimenti ed espansione sono in gran parte esaurite, tanto che si può prevedere che la spesa per investimenti rimarrà ad un livello permanente basso, ad un livello troppo basso per garantire la piena occupazione. La cura per questa situazione, secondo i keynes-hanseniti, è un programma permanente di governo di spesa di deficit su progetti a lungo termine e pesante tassazione del reddito progressiva per aumentare permanentemente il consumo e scoraggiare il risparmio.

Dove la tesi di ristagno di Hansen va oltre il modello di Keynes è nel suo tentativo di spiegare i fattori determinanti del livello di investimento. L’investimento si suppone sia determinato “dalla quantità di opportunità per gli investimenti” che, a loro volta, è determinata (1) dal miglioramento tecnologico, (2) dalla crescita della popolazione e (3) dalla disponibilità di nuovi territori. Gli hanseniti continuano a disegnare un’immagine tenebrosa delle opportunità per gli investimenti privati nel mondo moderno.

Il decennio dei trenta fu la prima nella storia americana con un declino nello sviluppo della popolazione e non ci sono nuovi territori da sviluppare – la “frontiera” è chiusa. Di conseguenza, possiamo contare soltanto sul progresso tecnologico per ottenere delle opportunità per gli investimenti, opportunità che devono essere molto più grandi di quanto lo fossero in passato per ammortizzare i cambiamenti sfavorevoli degli altri due fattori. Per quanto riguarda il progresso tecnologico, anch’esso sta rallentando. Dopo tutto, le ferrovie sono già state costruite e l’industria automobilistica ha raggiunto la maturità. Qualsiasi miglioramento secondario in essa con ogni probabilità potrebbe essere impedito dai “monopolisti reazionari,” ecc.

Esaminiamo ciascuno dei fattori determinanti l’investimento secondo Hansen. L’oscurità riguardo alla mancanza di nuove terre da sviluppare – la sparizione della “frontiera” – può essere dissipata rapidamente. La frontiera è sparita nel 1890 senza interessare sensibilmente il progresso e la veloce prosperità dell’America; ovviamente non può essere fonte di problemi adesso. Questo è confermato dal fatto che, dal 1890, l’investimento pro capite in America è stato maggiore nelle zone più antiche che nelle zone recenti della frontiera.

È difficile vedere come possa un declino nella crescita della popolazione influenzare avversamente gli investimenti. La crescita della popolazione non fornisce una fonte indipendente di opportunità per investimenti. Una calo del tasso di crescita della popolazione può influenzare avversamente l’investimento solo se

1. Tutti i desideri dei consumatori esistenti sono soddisfatti in modo completo. In quel caso, la crescita della popolazione sarebbe l’unica fonte supplementare di domanda di beni di consumo. Questa situazione chiaramente non esiste; c’è un numero infinito di desideri insoddisfatti.

2. Il declino conduce ad una ridotta domanda di beni di consumo. Non c’è ragione per la quale questo dovrebbe essere il caso. Le famiglie non useranno in modo diverso i soldi che avrebbero altrimenti speso per i loro bambini?

In particolare, Hansen sostiene che il calo catastrofico nell’edilizia negli anni trenta fu causato dal declino nella crescita della popolazione, che ridusse la domanda di nuovi alloggi. Il fattore rilevante a questo proposito, tuttavia, è il tasso di crescita nel numero di famiglie; che negli anni trenta non declinò. Ancora, Manhattan aveva avuto una popolazione totale declinante (non solo il tasso di crescita) dal 1911, tuttavia negli anni 20 a Manhattan si registrò il più grande boom edilizio residenziale della sua storia.

Per concludere, se il nostro male è la sottopopolazione, perchè nessuno ha suggerito la sovvenzione dell’immigrazione per curare la disoccupazione? Avrebbe lo stesso effetto dell’aumento nel tasso di crescita della popolazione. Il fatto che Hansen non abbia neppure suggerito questa soluzione è una dimostrazione conclusiva dell’assurdità dell’argomento della “crescita della popolazione”.

Il terzo fattore, il progresso tecnologico, è certamente importante; è una delle principali caratteristiche dinamiche di un’economia di libera impresa. Il progresso tecnologico, tuttavia, è un fattore decisamente favorevole. Ora sta continuando ad un tasso più veloce che mai, con le industrie che spendono somme senza precedenti sulla ricerca e sullo sviluppo di nuove tecniche. Nuove industrie già appaiono all’orizzonte. C’è certamente ogni motivo di essere euforici piuttosto che tetri sulle possibilità del progresso tecnologico.

Questo è quanto per la minaccia dell’economia matura. Abbiamo visto che dei tre presunti fattori determinanti l’investimento, uno solo è rilevante, e le sue prospettive sono molto favorevoli. La tesi dell’economia matura di Hansen è una spiegazione della realtà economica senza valore almeno quanto il resto dell’impianto keynesiano.

Così si conclude la nostra lunga analisi della bufala più riuscita e più perniciosa nella storia del pensiero economico: il keynesismo. Tutto il pensiero keynesiano è un intreccio di distorsioni, errori e di assunti drasticamente non realistici. Gli effetti politici viziosi del programma keynesiano sono stati considerati solo di sfuggita. Sono semplicemente fin troppo evidenti: legislatori di Stato impegnati nel furto diretto con la tassazione “progressiva”, che creano e spendono nuovi soldi in concorrenza con gli individui, dirigendo gli investimenti, “influenzando” il consumo – lo Stato onnipotente, l’individuo inerme e strozzato sotto il giogo. Tutto ciò in nome del “salvataggio della libera impresa.” (Raro è il Keynesian che ammette di essere un socialista.) Questo è il prezzo che ci viene richiesto di pagare per applicare una teoria completamente fallace!

Ma il problema della spiegazione della Grande Depressione ancora permane. È un problema che ha bisogno di una ricerca completa ed attenta; in questo contesto, possiamo indicare soltanto in breve quelle che sembrano essere promettenti linee d’indagine. Ecco alcuni dei fatti: durante il decennio dei trenta, i nuovi investimenti calarono rapidamente (specialmente nell’edilizia); la spesa dei consumatori aumentò; le tariffe erano al loro massimo livello; la disoccupazione rimase ad un livello anormalmente alto durante il decennio; i prezzi dei prodotti scesero; i tassi salariali aumentarono (in particolare nell’edilizia); le imposte sul reddito aumentarono notevolmente e diventarono molto più nettamente progressive; gli scioperi e gli associati ai sindacati crebbero notevolmente, in particolar modo nelle industrie delle merci capitale. Ci fu inoltre un enorme sviluppo della burocrazia federale, di una pesante “legislazione sociale,” e dell’atteggiamento anti-business estremamente ostile del governo del New Deal.

Questi fatti indicano che la depressione non fu il risultato di un’economia che era diventata improvvisamente “matura,” ma delle politiche del New Deal. Un’economia di libera impresa non può funzionare con successo sotto gli attacchi costanti di un potere di polizia coercitivo. L’investimento non viene deciso secondo una certa “mistica opportunità.” È determinato dalle prospettive per il profitto e dalle prospettive di mantenere quel profitto. Le prospettive per il profitto dipendono da costi più bassi rispetto ai prezzi previsti ed le prospettive per il mantenimento del profitto dipendono dal più basso livello possibile di tassazione.

L’effetto del New Deal fu di aumentare drasticamente i costi attraverso la costruzione di un movimento del sindacato monopolista, che causò direttamente l’aumento dei tassi salariali (anche quando i prezzi erano bassi e in caduta) ed all’abbassata efficienza per via di “picchetti,” rallentamenti, sciperi, privilegi di anzianità, ecc. La sicurezza della proprietà era compromessa dai continui assedi del governo del New Deal, in particolar modo tramite la tassazione confiscatoria che prosciugò il flusso necessario del risparmio e non lasciò alcun motivo per investire produttivamente il risparmio rimasto. Questo risparmio, invece, trovò la sua strada verso l’acquisto di titoli governativi per finanziare ogni tipo di progetti di nessuna utilità.

Il benessere economico, quindi, così come i principi di base della moralità e della giustizia, conduce allo stesso obiettivo politico necessario: il ristabilimento della sicurezza della proprietà privata da tutte le forme di coercizione, senza cui non ci può essere libertà individuale né prosperità economica durevole né progresso.

Saggio di Murray Rothbard su Mises.org

Traduzione di Flavio Tibaldi

Pubblicato originariamente su La Voce del Gongoro

Link alla prima parte

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La Scuola Austriaca: differenze interne – I parte

Lun, 19/01/2015 - 09:00

1. Introduzione

In questo saggio verranno esaminati i punti di dissenso, metodologici e sostantivi, all’interno della Scuola Austriaca. Ci si soffermerà prevalentemente sulle differenze maggiormente significative, che intercorrono tra misesiani e hayekiani. Verrà quindi illustrata quella che può essere considerata una terza corrente, rappresentata da Ludwig Lachmann, che ha estremizzato il soggettivismo della teoria, con esiti di indeterminatezza circa il conseguimento di alcune verità prasseologiche che gli altri paradigmi danno per acquisite.

Successivamente verrà esaminato il diverso approccio di Ludwig von Mises e Murray Rothbard alla teoria della conoscenza e all’etica, estendendo il confronto alle scuole economiche che fondano il loro sostegno al libero mercato su basi utilitariste. Infine si accennerà a due differenze, di minor rilievo, relative al concetto di “sovranità del consumatore” e all’introduzione mengeriana della distinzione fra bisogni “reali” e “immaginari”.

2. Mises vs Hayek

Per quanto riguarda le differenze fra il paradigma misesiano, o realista causale, e quello hayekiano[1], ne vengono analizzate quattro. Le due più importanti vertono sulle possibilità della razionalità umana, e riguardano l’intenzionalità delle azioni umane e il problema della conoscenza all’interno del sistema economico-sociale. Questi due aspetti, fra loro interconnessi, hanno riflessi sul terzo punto di dissenso, il ruolo dell’imprenditore. La quarta divergenza infine ha per oggetto il concetto di “coordinamento” (dei piani individuali o dei prezzi).

2.1 Intenzionalità e inintenzionalità

La prima e principale differenza riguarda la lettura della dinamica sociale, inintenzionale e spontanea per gli hayekiani, consapevole per i misesiani.

  1. von Hayek è un antirazionalista: egli propone tre concetti per chiarire la sua tesi sulla non razionalità dell’azione umana: “ordine spontaneo”, “conseguenze inintenzionali delle azioni umane” e “prodotto dell’azione umana ma non del progetto umano”[2]. Tali espressioni sono in realtà varianti dello stesso concetto, e indicano che regole e istituzioni umane (moneta, lingua, diritto ecc.) sono esito di una evoluzione non consapevole, puramente riflessiva e tropistica. L’interazione delle azioni intenzionali degli individui conduce a esiti nuovi, imprevisti, non voluti inizialmente dagli individui agenti, dunque non imputabili alle loro specifiche volontà. In una dinamica di selezione naturale, gli uomini, attraverso gli scambi reciproci, manifestano le proprie esigenze e trasmettono le relative informazioni (catallassi), cioè le “circostanze particolari di tempo e di luogo” disperse fra milioni di individui; tramite questo processo di scoperta fanno sopravvivere involontariamente le istituzioni migliori, cioè quelle più vantaggiose. Le migliori istituzioni sono quelle che derivano da idee e pratiche che si sviluppano gradualmente.

Dunque, non è la consapevolezza razionale dei benefici del libero mercato che ha portato alla sua diffusione. Queste norme possono emergere solo dalle cieche, inconsce forze dell’evoluzione[3]. Questa lettura della dinamica sociale si riflette, come si vedrà nel successivo paragrafo, anche sulla teoria della conoscenza.

I razionalisti ritengono invece che l’ordine sia volontario, nel senso che deriva da azioni volontarie. Per Mises (sulla scorta di Aristotele) l’uomo è l’unico essere razionale; può conoscere e imparare, e lo può fare attraverso l’uso della ragione. L’enfasi sull’azione umana comporta l’evidenziazione dell’importanza della ragione umana, in quanto scopritrice dei bisogni e dei mezzi per soddisfarli; azione umana e ragione umana sono strettamente collegate, perché ogni azione è basata su una precisa idea del rapporto di causa ed effetto. Le azioni umane sono razionalmente orientate, e ampiamente consapevoli degli effetti possibili (anche se non in grado di prevedere perfettamente l’esito finale). Gli esseri umani agiscono e scelgono, non sono “mossi” inconsciamente, roboticamente, immotivatamente. Questo non significa che gli uomini seguono sempre la ragione, ma che sono in grado di farlo.

Per i misesiani lo scopo del teorico sociale è quello di spiegare le conseguenze dirette e indirette delle azioni umane[4], non le conseguenze intenzionali e inintenzionali. Se le conseguenze indirette possono essere definite e descritte, possono essere anche intese; altrimenti, se sono inconsce, di esse non si può dire alcunché. Qualcosa che è indefinibile, non può avere un’influenza verificabile sulle azioni di chiunque; né può essere considerata responsabile del successo di differenti gruppi sociali. Nella maggior parte dei casi le azioni delle persone ottengono le conseguenze volute; se non fosse così, le persone non continuerebbero a ripetere tali azioni. La ripetizione abituale (abitudini) di molte azioni non è qualcosa di inspiegabile e meccanico; le azioni vengono ripetute perché hanno condotto con successo agli obiettivi prefissati[5].

Anche se una persona non coglie immediatamente le conseguenze sociali indirette delle sue azioni, questa ignoranza comunque non rimarrà per molto: ad esempio, circa l’opportunità o meno della divisione del lavoro e degli scambi interpersonali di beni, un individuo, ripetendo scambi con altri individui, si rende conto che trae da essi un beneficio. La divisione del lavoro è attuata consapevolmente perché si constata che migliora il benessere, che consente di raggiungere gli obiettivi individuali. Ogni individuo agisce in questo modo consciamente, perché la ragione gli dice che egli starà meglio se si specializzerà ed effettuerà lo scambio mentre starà peggio se non lo farà. Ma c’è di più: gli individui si rendono conto che le proprie azioni non beneficiano solo se stessi ma anche gli altri scambianti; e dunque riconoscono anche sul piano intellettuale astratto il principio di giustizia interpersonale e di progresso economico: tutti i risultati degli scambi volontari sono giusti, e il progresso dipende dall’estensione della divisione del lavoro basata sulla proprietà privata e sull’universalizzazione dell’uso della moneta[6].

È la ragione – il corpo della teoria economica prasseologicamente dedotta – che può dirgli, e gli dice, che l’economia di mercato funziona molto bene, mentre la pianificazione no. Tutto ciò si può riconoscere razionalmente: c’è un motivo razionale che spinge a preservare gli scambi volontari e quindi l’economia di libero mercato. Ed è possibile convincere l’opinione pubblica di tale superiorità, perché le idee contano, influenzano profondamente i comportamenti.

Lo stesso si dica per le norme giuridiche: il diritto è una parte del sistema delle regole di condotta indispensabili per la preservazione della società (pace, prosperità). Esso si evolve, è un processo evoluzionistico, ma razionale, non cieco; il diritto è teleologico, volto a uno scopo. Le norme giuridiche vengono corrette e adeguate con l’uso della ragione, è assurdo accettare tutte le norme solo perché esistono. Hayek loda il common law come esempio di ordine spontaneo inintenzionale: ma i giudici individuano, elaborano e applicano consapevolmente i principi giuridici; la ragione e il progetto deliberato sono rilevanti nel common law, il fatto che tali principi non siano imposti da uno Stato sovrano non significa che non siano frutto della ragione. I misesiani considererebbero assurdo accettare tutte le norme solo perché esistono, senza nemmeno correggerle attraverso l’uso della ragione.

La società dunque non è un “ordine spontaneo” bensì un “ordine razionale”, il risultato di comportamenti consci, volti a uno scopo, di cooperazione consapevole.

Oltre al mercato e al diritto, anche istituzioni sociali e regole come il linguaggio[7], la morale, le consuetudini, la proprietà privata, il matrimonio monogamico[8] ecc. sono il frutto di sforzi consapevoli volti a garantire meglio la suddetta cooperazione sociale (divisione del lavoro e scambio). Affermare ciò non significa sostenere che queste istituzioni sono nate all’improvviso da una singola mente, o da un contratto sociale; si sono modificate e modellate nel corso della storia, ma sempre in seguito al progetto consapevole di esseri umani concreti.

Inoltre, i gruppi sociali non imitano le pratiche “migliori” inconsciamente: anche nelle epoche più primitive, in cui esistevano gruppi sociali completamente isolati e separati, ognuno di questi necessariamente deve aver sperimentato le pratiche dell’appropriazione originaria, della produzione e dello scambio; dunque ogni gruppo può riconoscere la validità universale delle regole che consentono tali azioni. Se Hayek avesse ragione, cioè se le suddette pratiche fossero il risultato di mutazioni spontanee o di imitazioni cieche, vorrebbe dire che alcuni gruppi sociali (quelli cancellati dalla selezione della storia) in passato non hanno seguito queste pratiche, dunque non hanno realizzato l’appropriazione originaria, non hanno prodotto, non hanno scambiato, e quindi si sono rapidamente estinti. Ma allora è possibile individuare razionalmente le pratiche “giuste”, e le cause del fiorire delle civiltà non sono incomprensibili e nascoste.

L’enfasi sulle abitudini inconsce non riesce a rendere conto di due fenomeni della dinamica sociale. In primo luogo, la teoria di Hayek non riesce a spiegare come, e perché, le regole “buone” sono state introdotte all’inizio. I razionalisti lo sanno spiegare: sono state introdotte perché erano razionalmente superiori, ciò che Hayek nega. In secondo luogo, la teoria antirazionalista non sa spiegare come cambiano le regole. Il vero concetto di evoluzione ha a che fare con i geni e le mutazioni, ma qui non si spiega perché le mutazioni avvengono. Inoltre l’evoluzione richiama un processo lento, e allora non rende conto di un fenomeno come il crollo repentino dei sistemi comunisti est europei (il cui motivo è che quel sistema non poteva funzionare bene, e ciò era razionalmente spiegabile).

In generale, poi, i misesiani ritengono che bisogna mantenere una presunzione di intenzionalità delle conseguenze delle azioni umane: infatti, poiché le azioni sono dirette a uno scopo, sono intenzionali, è molto probabile che le conseguenze siano quelle volute, dunque l’onere della prova dovrebbe ricadere su chi afferma che sono inintenzionali (un esempio di conseguenza inintenzionale sono le perdite subite da un imprenditore, ma a parte tale caso la presunzione dovrebbe stare dalla parte dell’intenzionalità).

Ancora: i razionalisti ritengono erroneo, o ultroneo, questo assillo degli hayekiani di celebrare le conseguenze inintenzionali. Non sarebbe meglio, obiettano, se queste conseguenze favorevoli ai consumatori o agli standard di vita generali fossero anche capite e volute dagli attori? In altri termini: richiamando la celebre frase di Adam Smith sul macellaio, il birraio e il fornaio, non si può stare nelle loro teste e sapere con certezza che essi non sono consapevoli di beneficiare i consumatori. Supponiamo che desiderino e capiscano le conseguenze personali della loro produzione, il conseguimento di un profitto soddisfacente; ma supponiamo anche che essi vengano informati, dagli economisti o da altri studiosi, che le loro azioni hanno anche l’effetto di aiutare il resto della società e gli standard di vita generali. Allora essi comprenderebbero anche questo benessere generale, pur concedendo che il loro interesse personale sarebbe ancora l’obiettivo principale. Essi quindi vogliono anche il secondo tipo di conseguenze. Dunque non si può dire che la teoria economica studia solo le conseguenze non intenzionali dell’azione umana[9].

Inoltre, essi si sentirebbero probabilmente, come minimo, meglio e più felici per le attività che svolgono, sapendo che beneficiano i consumatori oltre che se stessi. Non si capisce come una simile conoscenza possa nuocere[10].

Un altro rilievo mosso dai misesiani è che tale visione evolutiva fa ritenere che tutto ciò che viene “dopo” è sempre meglio di ciò che c’era “prima”, aderendo in tal modo alla teoria Whig della storia, e alla visione di autori come Ferguson, Hegel e Marx, che, con argomenti metodologici diversi, concludono che la storia muove verso il bene. E se ciò che viene “dopo” è necessariamente meglio di ciò che viene “prima”, se le regole esistenti sono le migliori, si legittima anche l’interventismo statale del XX secolo e contemporaneo. Ma lo Stato non cresce “spontaneamente”, è l’azione di élite e lobby che consapevolmente conseguono i loro interessi di espropriazione dei contribuenti per il proprio vantaggio.

Infine, rileva J. Salerno, istituzioni involontarie (il termine di Mises è unwitting) sono quelle che in genere si determinano in una condizione di disintegrazione sociale, non di ordine sociale. Quando le norme sociali, i comportamenti, le istituzioni non sono frutto di un’antecedente riflessione razionale, allora tendenzialmente sono il sintomo di una condizione caotica. La storia umana non è una tacita, automatica e irenica evoluzione, ma l’esito del conflitto fra ideologie diverse: che vi sia progresso, regresso o disintegrazione sociale dipende dalle idee che gli uomini riescono a comunicare e se riescono a convincere gli altri, dunque se si affermano quelle di laissez faire o quelle stataliste[11].

Se l’uomo vuole conseguire un cambiamento sociale positivo, non può contare sulle conseguenze “inintenzionali” e spontanee, al contrario, deve capire con chiarezza che il libero mercato porta prosperità e lo statalismo porta povertà. Questa è una visione razionalista dell’evoluzione sociale.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Fra gli esponenti del paradigma misesiano vanno indicati Rothbard, H. Hazlitt, H. Sennholz, J. Salerno, H.-H. Hoppe, D. Armentano, J.G. Hülsmann, W. Block, P.G. Klein. Vicini all’impostazione hayekiana possono essere considerati B. Leoni, I. Kirzner, P. O’Driscoll jr., L. Yeager, S. Horwitz, W.N. Butos, B. Caldwell, J. Hasnas, K. Vaughn, M.J. Rizzo e G.P. O’Driscoll. La teoria di K. Popper sulla falsificabilità come tratto caratteristico delle teorie scientifiche viene accolta da Hayek, dunque quella popperiana non può essere considerata una posizione distinta all’interno della Scuola. Mario J. Rizzo e Gerald P. O’Driscoll in The Economics of Time and Ignorance (Basil Blackwell, New York, 1985) trattano ampiamente temi hayekiani e lachmanniani, approdando ad un irrazionalismo bergsoniano.

[2] F. von Hayek, Economia e conoscenza (1937), L’uso della conoscenza nella società (1945), in F. Donzelli (a cura di), Conoscenza, mercato, pianificazione, il Mulino, Bologna, 1988; Competition as a Discovery Procedure (1968), «The Quarterly Journal of Austrian Economics», vol. 5 n. 3, autunno 2002; Legge, legislazione e libertà (1973), il Saggiatore, Milano, 1994; The Pretence of Knowledge, Nobel Lecture, 11-12-1974, in «The American Economic Review», vol. 79, Issue 6, dicembre 1989, pp. 3-7.

[3] H.-H. Hoppe ricostruisce (e critica) nel seguente modo la teoria antirazionalista di Hayek. Essa consiste di tre proposizioni: 1) Una persona inizialmente compie un’azione spontanea e inconscia, senza sapere perché e per quale scopo. E una persona mantiene questa pratica senza alcuna ragione, che abbia o no conseguito un successo (perché se non c’è uno scopo non vi può essere né successo né fallimento) (Mutazione culturale). 2) La nuova pratica è imitata da altri membri del gruppo – ancora senza alcun motivo (Trasmissione culturale). 3) Membri di altri gruppi non imitano quella pratica. I gruppi che adottano spontaneamente e imitano inconsciamente la pratica migliore evidenzieranno una maggior crescita della popolazione, maggior ricchezza, o comunque “prevarranno” (Selezione culturale). Istituzioni e pratiche come la proprietà privata, la divisione del lavoro, la moneta o lo Stato sono sorte e si sono affermate grazie al meccanismo ora descritto.

La prima proposizione, replica Hoppe, può applicarsi a un vegetale ma non a un essere umano, perché un’azione è sempre un atto conscio in vista di uno o più scopi.

Circa la seconda proposizione, l’imitazione avviene perché gli individui vogliono accrescere il proprio benessere e la propria ricchezza, non senza motivo. Un classico esempio di tale dinamica è il diffondersi di un bene quale moneta: coloro che lo utilizzano come mezzo di scambio, aggiungendosi a (imitando) coloro che già lo utilizzavano in precedenza, si comportano così per risolvere i propri problemi di scambio; la nascita di un unico mezzo di scambio universale non è frutto del caso, non è un esito inintenzionale.

Per quanto riguarda la terza proposizione, anche nelle epoche più primitive, in cui esistevano gruppi sociali completamente isolati e separati, tutti questi gruppi necessariamente devono aver sperimentato le pratiche dell’appropriazione originaria, della produzione e dello scambio; dunque ogni gruppo può riconoscere la validità universale delle regole che li consentono.

Hayek propone anche una variante più moderata della sua tesi: molte istituzioni e pratiche sociali sono le conseguenze inintenzionali di singole azioni intenzionali. Dunque non tutte le azioni sono inconsapevoli (come nella prima versione), ma comunque sono le conseguenze non volute a decretare il successo delle pratiche individuali. E poiché tali conseguenze inintenzionali non possono essere conosciute, il processo di evoluzione sociale è in ultima istanza irrazionale, guidato non dalla giustezza o falsità delle idee, ma da un cieco meccanismo di selezione. La critica a questa versione è riportata di seguito nel testo (conseguenze indirette o inintenzionali). H.-H. Hoppe, Hayek on Government and Social Evolution: A Critique, in «The Review of Austrian Economics», vol. 7, n. 1, 1994, pp. 67-93.

[4] Un esempio di esse è contenuto nell’“errore della finestra rotta” di Bastia, in cui ‘ciò che non si vede’ è una serie di azioni alternative che si sarebbero sviluppate se il proprietario della finestra non avesse dovuto spendere i soldi per ripararla.

[5] Secondo l’esempio proposto da Rothbard: «se una persona vive a Long Island, e ogni mattina prende il treno a Penn Station e poi l’autobus fino al suo posto di lavoro, effettuando il percorso inverso la sera, il suo successo nel comprendere le relazioni di causa ed effetto e provocare le conseguenze volute lo spinge a ripetere queste azioni». La situazione attuale della teoria economica Austriaca, in http://rothbard.altervista.org/essays/la-situazione-attuale-della-teoria-economica-austriaca.doc, p. 21.

[6] Le forze che determinano il mercato sono i giudizi di valore soggettivi degli individui che vi partecipano, e le azioni conseguenti a tali giudizi di valore. Ogni fenomeno di mercato può essere fatto risalire a scelte specifiche di membri della società, che agiscono per rimuovere un’insoddisfazione. Non vi sono automatismi, né misteriose forze meccaniche. I prezzi, però, sono fenomeni “sociali”, nel senso che, anche se ciascun individuo contribuisce alla loro formazione, essi rappresentano qualcosa in più del singolo contributo di ogni individuo: rappresentano l’interazione delle valutazioni degli individui partecipanti. Quanto più ampio è il mercato, minore è l’incidenza sul prezzo di ciascun singolo individuo. Ecco perché i prezzi appaiono al singolo individuo come un dato che egli “prende”, e relativamente al quale aggiusta la sua condotta.

[7] Il linguaggio è spesso citato dagli evoluzionisti sociali come l’archetipo dell’istituzione che si sviluppa in modo inconscio, l’esempio indiscutibile di esito inintenzionale. Ma perché il linguaggio non dovrebbe essere stato razionalmente creato? Ricerche recenti rivalutano le teorie illuministiche (Condillac, Thomas Reid, Lord Momboddo) secondo le quali il linguaggio è stato consciamente creato.

La riflessione conscia degli uomini sulle relazioni sociali e i loro tentativi deliberati di ridisegnare tali relazioni sociali secondo varie ideologie ha un impatto fortissimo sul linguaggio. Il linguaggio è uno strumento del pensiero così come dell’azione sociale, dunque è al fondo ideologico. I termini astratti contenuti in una lingua sono il precipitato delle idee di un popolo sui temi più disparati.

[8] Il matrimonio monogamico e la famiglia nucleare sono istituzioni sociali che si sono evolute come prodotti razionali in relazione alla divisione del lavoro. In particolare, il matrimonio è l’applicazione del principio della divisione del lavoro ai settori della vita umana extracatallattici, come, ad esempio, la cura dei figli. È una forma di cooperazione sociale in risposta al fenomeno pervasivo della vita umana, la scarsità. Il matrimonio e la vita familiare non sono (solo) prodotti dell’istinto sessuale innato. Infatti anche gli animali hanno rapporti sessuali, ma non sviluppano relazioni sociali. Coniugi e figli vivono insieme perché traggono vantaggi dalla cooperazione sociale. La coabitazione non è determinata dal sesso, ma dalle esigenze della cooperazione sociale, è un prodotto del pensiero e dell’azione, non dell’istinto.

[9] M.N. Rothbard, The Consequences of Human Action: Intended or Unintended?, in «The Free Market», maggio 1987, pp. 3–4.

[10] «Si potrebbe obiettare che il macellaio e il fornaio potrebbero effettivamente sentirsi meglio; ma, a parte ciò, la conoscenza delle conseguenze inintenzionali non avrebbe effetti sulle loro concrete azioni sul mercato. Tuttavia, sapere che stanno contribuendo al benessere generale potrebbe influenzare le loro attività in maniera piuttosto profonda. Si consideri il seguente caso: un brillante imprenditore è impegnato in un’attività produttiva. Tuttavia egli ha assorbito la posizione culturale generale secondo cui massimizzando i suoi profitti nuoce in qualche modo al suo prossimo. Come risultato egli, per placare la propria coscienza, intraprende deliberatamente azioni che ridurranno i suoi profitti – non li elimineranno completamente, ma li ridurranno rispetto ad un livello che egli considera “estremo” o anche “immorale”.

Successivamente l’imprenditore legge Mises o qualche altro economista o studioso radicalmente a favore del libero mercato. Apprende, con suo grande stupore e sollievo, che, quanto maggiore è l’ammontare dei suoi profitti, tanto più egli giova ai consumatori, all’intera società e al suo prossimo. Si libera quindi dal senso di colpa che lo aveva afflitto e corregge le sue azioni intraprendendo una felice e benefica massimizzazione dei profitti.

Questo […] caso mostra perché è meglio fare luce, sostituire l’ignoranza con la conoscenza e quindi mostrare all’imprenditore tutte le conseguenze prevedibili delle sue azioni. Le sue azioni ora saranno modificate dal fatto che tutte le conseguenze di esse sono consapevoli e intenzionali. Non solo non vi è alcunché di sbagliato in tale processo, ma migliorerà sia la vita dell’imprenditore sia quella della società. Nonostante l’opinione contraria di Hayek, la conoscenza resta migliore dell’ignoranza». M.N. Rothbard, La situazione attuale della teoria economica Austriaca, cit., pp. 22.

[11] J. Salerno, Ludwig von Mises as Social Rationalist, in «The Review of Austrian Economics» 4, 1990, pp. 50-52.

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Appunti sulla politica monetaria della FED

Ven, 16/01/2015 - 09:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

Nell’indagare le origini della crisi dovremmo cercare di non confinare la nostra analisi solo al periodo che va dallo scoppio della bolla dotcom, alla crisi oggetto della nostra ricerca. Uno studio più comprensivo dovrebbe tener conto anche delle politiche monetarie della Fed nei tardi anni ottanta e degli anni novanta.

Secondo O’Driscoll, nel periodo in cui Volcker fu a capo della Fed (dal 1979 al 1987) fu enfatizzato il controllo della quantità di moneta al fine di controllare l’evoluzione dei prezzi, e gradualmente nel corso del suo mandato ci si spostò verso un controllo maggiormente centrato sul livello dei prezzi stessi.

In questo periodo l’economia americana registrò una imponente crescita, ma vide verificarsi due importanti crisi finanziarie. La prima è quella nota come crisi delle Save&Loan, così denominata per l’elevato numero di fallimenti nel settore bancario: “la crisi delle S&L che vide nel periodo 1980-1994 il fallimento di circa 1300 su 4039 istituzioni del risparmio”1

La seconda fu una crisi delle banche commerciali, strettamente collegata alla prima cui sopra delle S&L. Questa crisi ebbe radici regionali, nascendo nel sud.ovest, ed espandendosi poi al New England, e coinvolse alcune tra le maggiori banche, quale ad esempio Citibank. Circa 1600 Banche risentirono della crisi, finendo per fallire o per sopravvivere grazie a fondi FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation).

Ci furono poi due importanti crash nei mercati azionari: il primo nell’ottobre dell’1987, il secondo associato allo scoppia della bolla dotcom nel 2000.

Prima di illustrare l’evoluzione della politica monetaria statunitense, alcune note su come concretamente opera la Fed, e su cosa rappresenta il “tasso dei fondi federali”.

Questo tasso non viene fissato direttamente dalla Fed, ma costituisce un obiettivo di politica monetaria della Fed; essa si premura di farlo giungere ad un determinato livello mediante le operazioni di mercato aperto. Le banche infatti detengono conti presso la Fed e li usano per effettuare pagamenti. I saldi di fine giornata vengono usati per soddisfare la riserva obbligatoria, oppure, se maggiori di quelli desiderati, vengono prestati “overnight” ad altre banche che ne hanno bisogno: “Il mercato su cui si scambiano i saldi detenuti presso la Fed (Federal Fund Balance) si chiama Federal Fund Market, il tasso a cui si concedono i prestiti è il federal fund rate. L’offerta totale di Federal Fund Balance disponibili per le banche è determinato dalle operazioni di mercato aperto, attraverso le quali si determinano una certa quantità di liquidità, oppure un certo tasso sui federal funds (non è possibile fissare entrambi)”2 .

Gli altri strumenti sono la riserva obbligatoria e la manovra del tasso ufficiale di sconto “la gestione dell’offerta di base monetaria attraverso lo sportello per lo sconto, applicato alle banche sui prestiti che ricevono dallo sportello per lo sconto”3.

Il tasso di sconto di norma è più basso del federal funds rate, al fine di indurre le banche a procurarsi le risorse sul mercato interbancario.

Diminuendo questo tasso la Fed rende più conveniente chiedere liquidità direttamente a lei, aumentando la mole di riserve detenute dalle banche. Interessante è focalizzarci sull’offerta di riserve da parte della Fed; queste vengono, come dicevamo, gestite essenzialmente mediante le operazioni di mercato aperto (ODMA), le quali determinano l’offerta di Federal Reserve Balances: “acquisti di titoli aumentano la quantità di Federal Reserve Balances perché la Fed crea questa riserve per pagare il venditore, accreditando il conto della sua banca presso la Fed”4.

Fornendo allora maggiore liquidità alle banche, crea riserve in eccesso che le banche, che non amano tenere riserve superiori al necessario dato che non fruttano interesse, possono prestare sul mercato interbancario; l’offerta ora aumentata genera una spinta al ribasso del tasso di equilibrio, cioè del Federal Funds Rate. In questo modo nuova moneta entra in circolo.Riprendiamo il filo del discorso; gli anni 80 furono un periodo di forte lotta contro l’inflazione, che dagli anni 70 era il male dei principali paesi avanzati, con una evoluzione del livello dei prezzi a doppia cifra. Volcker, all’inizio degli anni 80, mise in atto una gigantesca operazione di restrizione monetaria, portando il federal funds rate per certi periodi anche al di sopra del 18%; diminuendo progressivamente le aspettative di inflazione anche il tasso iniziò a declinare verso livelli più normali. Nell’87 Greenspan subentra a Volcker; l’inizio del suo mandato sembra essere lungo una linea di continuità con il mandato del suo predecessore; Greenspan mette in atto una nuova stretta monetaria, e sul finire degli anni 80 il federal funds rate è alle soglie del 10%. La svolta avviene con il cambio ai vertici della Casa Bianca, e con la volontà di far uscire gli Usa fuori dalla crisi del 92: i tassi vengono drasticamente tagliati, e nel settembre del 92 sono portati al 3%.

Pian piano i tassi virarono verso l’alto, raggiungendo il 6% in prossimità dell’esplosione della bolla dotcom.

Dopo l’esplosione della bolla i tassi furono drasticamente tagliati, fino a raggiungere il livello (per allora) record dell’1% nel giugno del 2003. Il tasso rimarrà su questo livello per un anno, venendo poi progressivamente ritoccato verso l’alto, sino alla soglia del 5,25% nel giugno 2006.

Parallela alla diminuzione dei federal funds rate ci fu l’aumento della liquidità: “a partire dal 2001 l’incremento annuo è stato di circa il 10% (il che implica il raddoppio della quantità di moneta in circolazione ogni circa 6/7 anni), rimanendo sull’8% a partire dalla seconda metà del 2003”5

Con una inflazione media superiore al livello dei tassi nominali per quasi tre anni, negli Usa i tassi reali d’interesse, come fa notare L. White, sono stati addirittura negativi; evento senza precedenti.

Cosa ha spinto la Fed a porre in essere una politica monetaria di questo tipo? E come l’hanno giustificata agli occhi dell’opinione pubblica?

Greenspan maturò nel tempo la convinzione, frutto probabilmente dell’osservazione dei fenomeni economici lungo gli anni, che l’economia vivesse di cicli: periodi di espansione, nei quali l’economia cresceva (boom); fino a raggiungere un picco, il momento in cui la bolla esplodeva, con conseguente crisi (bust). In questa cornice teorica, l’idea di Greenspan, divenuta nota come “The Greenspan Put”, ed esposta la prima volta in un discorso del dicembre 2002, era che non fosse nelle possibilità della Fed non solo il fermare una bolla, ma anche solo riuscire di capire se ci si trovasse o meno all’interno di questa; non potendolo definire, non poteva essere considerato compito della Fed individuarla e fermarla prima che facesse danni; compito della Fed era di, invece, verificare l’esplosione della stessa, ed intervenire al fine di evitare il fenomeno deflattivo; la missione era riuscire ad evitare che si precipitasse in una spirale deflazionistica.

Riprendendo una sua stessa testimonianza del 1999, Greenspan disse che “la Fed si concentrerà su politiche volte a mitigare le conseguenze della crisi (quando questa accadesse) e facilitare la transizione alla successiva espansione”6

Ben Bernanke, che succederà al vertice della Fed al posto di Greenspan, aveva a lungo studiato la grande depressione del 29, ed era convinto che questa fosse, in sostanza, dovuta ad un grande errore della Fed: l’aver lasciato che l’economia americana entrasse in forte deflazione, ed anzi averla favorita con politiche monetarie restrittive:”Nel 2002 Bernanke convinse Greenspan che il pericolo numero uno per l’economia americana fosse la possibilità di cadere in una spirale fisheriana debito-deflazione. Tale timore spinse la Fed a utilizzare la leva monetaria tagliando i tassi fino all’1% e tenendoli a quel livello per un anno”7.

Tale tipo di politica (unita agli stimoli fiscali del primo mandato Bush) provocarono un’imponente crescita economica; veemente in particolare risultò la crescita nel settore immobiliare, nel quale si verificò una spettacolare crescita dei prezzi (in verità tale crescita è precedente, e datava dalla metà degli anni 90). Le pressioni inflazionistiche iniziarono a farsi sentire, e progressivamente i tassi virarono verso l’alto al fine di compensare aspettative crescenti circa i prezzi. Dall’1% del giugno 2003 il tasso sale fino ad arrivare nel luglio 2007 al 5.25%.

A ciò va aggiunto che nelle altre principali economie industriali i tassi di interesse reali non erano molto più elevati di quelli statunitensi. Di fronte al ristagno della crescita economica nell’area dell’euro, la BCE ha mantenuto i tassi di interesse reali a breve termine al disotto dell’1% durante gran parte del periodo da metà 2001 al 2005, mentre i corrispondenti tassi giapponesi hanno oscillato fra lo 0 e l’1% per buona parte dell’ultimo decennio. E, anche al fine di contenere le pressioni verso un apprezzamento del tasso di cambio, molte economie emergenti hanno seguito l’esempio di quelle industriali.

Gabriele Manzo

Note

1 O’Driscoll G, 2009, Money and the present crisi, pg 175, Cato Journal

2 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 127

3 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

4 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

5 Ravier A Lewin P, 2009, The Subprime Crisis, pg 5

6 Greenspan A, 2002, Remarks before the Economic Club of New York

7 Dowd K, 2009, Moral Hazard and the financial crisis, pg 157, Cato Journal

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