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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 2 giorni 4 ore fa

Riflettore sull’economia keynesiana – II parte

Mer, 21/01/2015 - 09:00

Il Modello criticato

Ricordiamo che perché il modello keynesiano sia valido, i due fondamentali fattori determinanti il reddito, vale a dire, la funzione del consumo e l’investimento indipendente, devono rimanere costanti abbastanza a lungo per raggiungere e mantenere l’equilibrio del reddito. Come minimo, per queste due variabili deve essere possibile rimanere costanti, anche se, generalmente, non sono tali nella realtà. L’essenza dell’errore di base del sistema keynesiano è, tuttavia, che è impossible che queste variabili rimangano costanti per la durata richiesta.

Ricordiamo che quando reddito = 100, consumo = 90, risparmio = 10 ed investimento = 10, il sistema è supposto essere nell’equilibrio, perché le aspettative aggregate delle imprese e del pubblico sono soddisfatte. Nel complesso, entrambi i gruppi sono perfettamente soddisfatti con la situazione, tanto che non c’è presumibilmente tendenza ad una variazione del livello di reddito. Ma gli aggregati hanno un senso soltanto nel mondo dell’aritmetica, non nel mondo reale. Le imprese possono ricevere in aggregato proprio quanto avevano previsto; ma questo non significa che ogni singola azienda sia necessariamente in una posizione di equilibrio. Le imprese non fanno guadagni in aggregato. Alcune aziende possono fare degli utili eccezionali, mentre altre possono subire perdite inattese. Senza contare che, in aggregato, questi profitti e perdite possono annullarsi e che ogni azienda dovrà procedere agli aggiustamenti relativi alla propria esperienza particolare. Questo aggiustamento varierà ampiamente da azienda e azienda e da industria ad industria. In questa situazione, il livello dell’investimento non può rimanere a 10 e la funzione del consumo non rimarrà fissa, obbligando il livello del reddito a cambiare. Niente nel sistema keynesiano, tuttavia, può dirci quanto lontano o in quale direzione si muoverà una di queste variabili.

Analogamente, nella teoria keynesiana del processo di aggiustamento verso il livello di equilibrio, se l’investimento aggregato è maggiore del risparmio aggregato, si suppone che l’economia si espanderà verso il livello di reddito dove il risparmio aggregato è uguale all’investimento aggregato. Nel processo stesso di espansione, tuttavia, la funzione del consumo (e del risparmio) non può rimanere costante. Utili eccezionali saranno distribuiti irregolarmente (ed in un modo sconosciuto) fra le numerose aziende, conducendo così a diversi tipi di aggiustamento. Questi aggiustamenti possono condurre ad un aumento sconosciuto nel volume degli investimenti. Inoltre, sotto lo slancio dell’espansione, le nuove imprese entreranno nel sistema economico, cambiando così il livello di investimento.

In più, con l’espansione del reddito, la ripartizione del reddito fra gli individui nel sistema economico necessariamente cambia. È un fatto importante, di solito trascurato, che l’assunto keynesiano di una funzione rigida del consumo presuppone una data ripartizione del reddito. Di conseguenza, il cambiamento nella ripartizione del reddito causerà un cambiamento nella funzione del consumo di dimensioni e direzione ignote. Ancora, la certa emersione di guadagni in conto capitale cambierà la funzione del consumo.

Quindi, dato che i fondamentali fattori keynesiani di determinazione del reddito – la funzione del consumo ed il livello dell’investimento – non possono rimanere costanti, non possono determinare alcun livello di equilibrio del reddito, neppure approssimativamente. Non c’è alcun punto verso cui il reddito si dirigerà o dove tenderà a rimanere. Tutto quel che possiamo dire è che ci sarà un movimento complesso nelle variabili di direzione e grado sconosciuti.

Questo fallimento del modello keynesiano è il risultato diretto dei fuorviati concetti aggregativi. Il consumo non è solo una funzione del reddito; dipende, in un modo complesso, al livello del reddito passato, dal reddito futuro previsto, dalla fase del ciclo congiunturale, dalla lunghezza del periodo di tempo in discussione, dai prezzi dei prodotti, dai guadagni in conto capitale o dalle perdite e dai bilanci dei consumatori.

Ancora, la ripartizione del sistema economico in pochi aggregati suppone che questi aggregati siano indipendenti tra loro, che siano determinati e possano cambiare indipendentemente. Questo trascura la grande quantità di interdipendenza e di interazione fra gli aggregati. Quindi, il risparmio non è indipendente dall’investimento; la maggior parte, specialmente il risparmio di impresa, è fatta in previsione di investimenti futuri. Di conseguenza, un cambiamento nelle prospettive per investimenti vantaggiosi avrà una grande influenza sulla funzione del risparmio e quindi sulla funzione del consumo. Analogamente, l’investimento è influenzato dal livello di reddito, dagli sviluppi previsti del reddito futuro, dal consumo previsto e dal flusso del risparmio. Per esempio, un calo nel risparmio significherà un taglio nei fondi monetari disponibili per investimenti, che saranno così limitati.

Un’ulteriore dimostrazione della fallacia degli aggregati è l’assunto keynesiano che lo Stato può semplicemente aggiungere o sottrarre la sua spesa da quella dell’economia privata. Ciò suppone che le decisioni di investimento privato rimangano costanti, inalterate dai deficit di governo o dai surplus. Non c’è alcuna base per questo assunto. In più, la tassazione progressiva del reddito, che è progettata per spingere al consumo, si presume non abbia effetto sugli investimenti privati. Questo non può essere vero, poiché, come abbiamo già visto, una limitazione nel risparmio ridurrà gli investimenti.

Quindi, l’economia aggregativa è una rappresentazione drasticamente falsa della realtà. Gli aggregati sono soltanto un mantello aritmetico sul mondo reale, dove il gran numero di imprese e di individui reagiscono ed interagiscono in maniera altamente complessa. Gli stessi presunti “fattori determinanti fondamentali” del sistema keynesiano sono determinati dalle interazioni complesse in seno e tra questi aggregati.

La nostra analisi è confermata dal fatto che i keynesiani hanno fallito completamente nei loro tentativi di stabilire una funzione reale e stabile del consumo. Le statistiche rivelano il fatto che la funzione del consumo cambia considerevolmente con il mese dell’anno, la fase del ciclo congiunturale e nel lungo termine. Le abitudini dei consumatori sono certamente cambiate nel corso degli anni. A breve termine, un cambiamento nel reddito delle famiglie condurrà soltanto ad un cambiamento nei consumi dopo un ritardo di un certo periodo di tempo. In altri casi, i cambiamenti nel consumo possono essere indotti da previsti cambiamenti nel reddito (per esempio, con il credito al consumo). Questa instabilità della funzione del consumo elimina la possibilità di qualsiasi validità del modello keynesiano.

Ancora un altro errore fondamentale nel sistema keynesiano è il supposto rapporto unico fra reddito ed occupazione. Questo rapporto dipende, come abbiamo visto sopra, sull’assunto che le tecniche, la quantità e la qualità dei macchinari ed il tasso salariale e di efficienza del lavoro siano fissi. Questo assunto omette fattori di basilare importanza nella vita economica e può essere vero soltanto per un periodo estremamente breve. I keynesiani, tuttavia, tentano di usare questa relazione sui lunghi periodi come base per la predizione del livello di occupazione. Un risultato diretto fu il fiasco keynesiano della predizione di otto milioni di disoccupati dopo la fine della guerra.

Il dispositivo più importante che assicura la relazione unica fra reddito ed occupazione è l’assunto del tasso salariale monetario costante. Questo significa che, nel modello keynesiano, un aumento degli dispendii può aumentare l’occupazione soltanto se i tassi salariali monetari non aumentano. In altre parole, l’occupazione può aumentare solo se il tasso del salario reale scende (tasso salariale relativo ai prezzi ed ai profitti). Inoltre, non ci può essere un livello di equilibrio della disoccupazione su larga scala nel modello keynesiano a meno che i tassi salariali monetari non siano rigidi e non siano liberi di scendere.

Questo risultato è estremamente interessante, poiché gli economisti classici hanno sempre sostenuto che l’occupazione aumenterà soltanto se il tasso del salario reale scende e che la disoccupazione su larga scala può persistere soltanto se ai tassi salariali viene impedito di scendere con l’interferenza monopolistica nel mercato del lavoro. Sia i keynesiani che gli economisti liberali riconoscono che i tassi salariali monetari, specialmente dall’avvento del New Deal, non sono più liberi di scendere a causa del controllo monopolistico operato dal sindacato e dal governo sul mercato di lavoro.

I keynesiani rimedierebbero a questa situazione ingannando i sindacati nell’accettare tassi di salario reale più bassi, mentre i prezzi ed i profitti aumentano attraverso la spesa di deficit del governo. Propongono di realizzare questo compito contando sull’ignoranza del sindacato, accoppiata ai frequenti appelli “al senso di responsabilità dalla direzione dei lavoratori.” In questi giorni quando i sindacati emettono grida di rabbia e minacciano di colpire ad ogni segnale di prezzi più alti o di maggiori profitti, un tal atteggiamento è incredibilmente ingenuo. Lungi dall’avere un senso di responsabilità, lo scopo della maggior parte dei sindacati sembra essere tassi salariali in veloce e continuo aumento, prezzi più bassi e profitti inesistenti.

È evidente che la soluzione liberale di ricostruzione di un mercato del lavoro liberamente competitivo con l’eliminazione dei monopoli del sindacato e dell’interferenza governativa è un requisito essenziale per la rapida scomparsa della disoccupazione come questa si presenta nel sistema economico.

I keynesiani, in particolar modo i rabbiosi partigiani del “movimento liberal-labor,” tentano di confutare questa soluzione sostenendo che i tagli dei tassi salariali monetari non conducono ad una riduzione della disoccupazione. Sostengono che i redditi da stipendio verrebbero ridotti, quindi riducendo la domanda di beni di consumo ed abbassando i prezzi, lasciando i tassi del salario reale al loro livello precedente.

Questa discussione si basa su una confusione fra il tasso salariale ed il reddito da stipendio. Una riduzione dei tassi di salariali monetari, specialmente nelle industrie dove i tassi salariali sono stati più rigidi, condurrà immediatamente ad un aumento nelle ore di lavoro effettive e nel numero di uomini impiegati. (Naturalmente, la quantità dell’aumento varierà da industria a industria.) In questo modo, i pagamenti totali sono aumentati, così aumentando a loro volta i redditi da stipendio e la domanda di beni di consumo. Un calo nei tassi salariali monetari avrà un effetto particolarmente favorevole sull’occupazione nell’industria edilizia e dei beni capitale. Proprio quelle industrie che ora hanno i sindacati più forti.

Ancora, se i redditi da stipendio sono ridotti, allora i redditi degli imprenditori e di altri saranno aumentati e il “potere d’acquisto” totale nella comunità non declinerà.

“L’Economia Matura”

È importante ricordare che il keynesismo nacque e catturò il suo vasto seguito nell’impeto della Grande Depressione degli anni trenta, di una depressione unica per lunghezza e gravità e, in particolare, nella persistenza della disoccupazione su larga scala. Fu il suo tentativo di fornire una spiegazione per gli eventi degli anni trenta che guadagnarono al keynesismo il suo seguito popolare. Usando un modello con assunti che ne limitano l’applicazione ad un periodo di tempo molto breve, e completamente fallace nella sua dipendenza da semplici aggregati, tutti i keynesiani decretarono con sicurezza che la cura erano i deficit governativi.

Interpretando il significato della depressione, tuttavia, i keynesiani hanno compagnia. I “moderati” sostengono che si trattò semplicemente di una severa depressione nel familiare giro dei cicli congiunturali. I keynesiani “radicali”, guidati dal professor Hansen di Harvard, assericono che i trenta introdussero negli Stati Uniti un’era di “stagnazione secolare (di lunga durata).” Sostengono che l’economia americana è ora matura, che le occasioni per investimenti ed espansione sono in gran parte esaurite, tanto che si può prevedere che la spesa per investimenti rimarrà ad un livello permanente basso, ad un livello troppo basso per garantire la piena occupazione. La cura per questa situazione, secondo i keynes-hanseniti, è un programma permanente di governo di spesa di deficit su progetti a lungo termine e pesante tassazione del reddito progressiva per aumentare permanentemente il consumo e scoraggiare il risparmio.

Dove la tesi di ristagno di Hansen va oltre il modello di Keynes è nel suo tentativo di spiegare i fattori determinanti del livello di investimento. L’investimento si suppone sia determinato “dalla quantità di opportunità per gli investimenti” che, a loro volta, è determinata (1) dal miglioramento tecnologico, (2) dalla crescita della popolazione e (3) dalla disponibilità di nuovi territori. Gli hanseniti continuano a disegnare un’immagine tenebrosa delle opportunità per gli investimenti privati nel mondo moderno.

Il decennio dei trenta fu la prima nella storia americana con un declino nello sviluppo della popolazione e non ci sono nuovi territori da sviluppare – la “frontiera” è chiusa. Di conseguenza, possiamo contare soltanto sul progresso tecnologico per ottenere delle opportunità per gli investimenti, opportunità che devono essere molto più grandi di quanto lo fossero in passato per ammortizzare i cambiamenti sfavorevoli degli altri due fattori. Per quanto riguarda il progresso tecnologico, anch’esso sta rallentando. Dopo tutto, le ferrovie sono già state costruite e l’industria automobilistica ha raggiunto la maturità. Qualsiasi miglioramento secondario in essa con ogni probabilità potrebbe essere impedito dai “monopolisti reazionari,” ecc.

Esaminiamo ciascuno dei fattori determinanti l’investimento secondo Hansen. L’oscurità riguardo alla mancanza di nuove terre da sviluppare – la sparizione della “frontiera” – può essere dissipata rapidamente. La frontiera è sparita nel 1890 senza interessare sensibilmente il progresso e la veloce prosperità dell’America; ovviamente non può essere fonte di problemi adesso. Questo è confermato dal fatto che, dal 1890, l’investimento pro capite in America è stato maggiore nelle zone più antiche che nelle zone recenti della frontiera.

È difficile vedere come possa un declino nella crescita della popolazione influenzare avversamente gli investimenti. La crescita della popolazione non fornisce una fonte indipendente di opportunità per investimenti. Una calo del tasso di crescita della popolazione può influenzare avversamente l’investimento solo se

1. Tutti i desideri dei consumatori esistenti sono soddisfatti in modo completo. In quel caso, la crescita della popolazione sarebbe l’unica fonte supplementare di domanda di beni di consumo. Questa situazione chiaramente non esiste; c’è un numero infinito di desideri insoddisfatti.

2. Il declino conduce ad una ridotta domanda di beni di consumo. Non c’è ragione per la quale questo dovrebbe essere il caso. Le famiglie non useranno in modo diverso i soldi che avrebbero altrimenti speso per i loro bambini?

In particolare, Hansen sostiene che il calo catastrofico nell’edilizia negli anni trenta fu causato dal declino nella crescita della popolazione, che ridusse la domanda di nuovi alloggi. Il fattore rilevante a questo proposito, tuttavia, è il tasso di crescita nel numero di famiglie; che negli anni trenta non declinò. Ancora, Manhattan aveva avuto una popolazione totale declinante (non solo il tasso di crescita) dal 1911, tuttavia negli anni 20 a Manhattan si registrò il più grande boom edilizio residenziale della sua storia.

Per concludere, se il nostro male è la sottopopolazione, perchè nessuno ha suggerito la sovvenzione dell’immigrazione per curare la disoccupazione? Avrebbe lo stesso effetto dell’aumento nel tasso di crescita della popolazione. Il fatto che Hansen non abbia neppure suggerito questa soluzione è una dimostrazione conclusiva dell’assurdità dell’argomento della “crescita della popolazione”.

Il terzo fattore, il progresso tecnologico, è certamente importante; è una delle principali caratteristiche dinamiche di un’economia di libera impresa. Il progresso tecnologico, tuttavia, è un fattore decisamente favorevole. Ora sta continuando ad un tasso più veloce che mai, con le industrie che spendono somme senza precedenti sulla ricerca e sullo sviluppo di nuove tecniche. Nuove industrie già appaiono all’orizzonte. C’è certamente ogni motivo di essere euforici piuttosto che tetri sulle possibilità del progresso tecnologico.

Questo è quanto per la minaccia dell’economia matura. Abbiamo visto che dei tre presunti fattori determinanti l’investimento, uno solo è rilevante, e le sue prospettive sono molto favorevoli. La tesi dell’economia matura di Hansen è una spiegazione della realtà economica senza valore almeno quanto il resto dell’impianto keynesiano.

Così si conclude la nostra lunga analisi della bufala più riuscita e più perniciosa nella storia del pensiero economico: il keynesismo. Tutto il pensiero keynesiano è un intreccio di distorsioni, errori e di assunti drasticamente non realistici. Gli effetti politici viziosi del programma keynesiano sono stati considerati solo di sfuggita. Sono semplicemente fin troppo evidenti: legislatori di Stato impegnati nel furto diretto con la tassazione “progressiva”, che creano e spendono nuovi soldi in concorrenza con gli individui, dirigendo gli investimenti, “influenzando” il consumo – lo Stato onnipotente, l’individuo inerme e strozzato sotto il giogo. Tutto ciò in nome del “salvataggio della libera impresa.” (Raro è il Keynesian che ammette di essere un socialista.) Questo è il prezzo che ci viene richiesto di pagare per applicare una teoria completamente fallace!

Ma il problema della spiegazione della Grande Depressione ancora permane. È un problema che ha bisogno di una ricerca completa ed attenta; in questo contesto, possiamo indicare soltanto in breve quelle che sembrano essere promettenti linee d’indagine. Ecco alcuni dei fatti: durante il decennio dei trenta, i nuovi investimenti calarono rapidamente (specialmente nell’edilizia); la spesa dei consumatori aumentò; le tariffe erano al loro massimo livello; la disoccupazione rimase ad un livello anormalmente alto durante il decennio; i prezzi dei prodotti scesero; i tassi salariali aumentarono (in particolare nell’edilizia); le imposte sul reddito aumentarono notevolmente e diventarono molto più nettamente progressive; gli scioperi e gli associati ai sindacati crebbero notevolmente, in particolar modo nelle industrie delle merci capitale. Ci fu inoltre un enorme sviluppo della burocrazia federale, di una pesante “legislazione sociale,” e dell’atteggiamento anti-business estremamente ostile del governo del New Deal.

Questi fatti indicano che la depressione non fu il risultato di un’economia che era diventata improvvisamente “matura,” ma delle politiche del New Deal. Un’economia di libera impresa non può funzionare con successo sotto gli attacchi costanti di un potere di polizia coercitivo. L’investimento non viene deciso secondo una certa “mistica opportunità.” È determinato dalle prospettive per il profitto e dalle prospettive di mantenere quel profitto. Le prospettive per il profitto dipendono da costi più bassi rispetto ai prezzi previsti ed le prospettive per il mantenimento del profitto dipendono dal più basso livello possibile di tassazione.

L’effetto del New Deal fu di aumentare drasticamente i costi attraverso la costruzione di un movimento del sindacato monopolista, che causò direttamente l’aumento dei tassi salariali (anche quando i prezzi erano bassi e in caduta) ed all’abbassata efficienza per via di “picchetti,” rallentamenti, sciperi, privilegi di anzianità, ecc. La sicurezza della proprietà era compromessa dai continui assedi del governo del New Deal, in particolar modo tramite la tassazione confiscatoria che prosciugò il flusso necessario del risparmio e non lasciò alcun motivo per investire produttivamente il risparmio rimasto. Questo risparmio, invece, trovò la sua strada verso l’acquisto di titoli governativi per finanziare ogni tipo di progetti di nessuna utilità.

Il benessere economico, quindi, così come i principi di base della moralità e della giustizia, conduce allo stesso obiettivo politico necessario: il ristabilimento della sicurezza della proprietà privata da tutte le forme di coercizione, senza cui non ci può essere libertà individuale né prosperità economica durevole né progresso.

Saggio di Murray Rothbard su Mises.org

Traduzione di Flavio Tibaldi

Pubblicato originariamente su La Voce del Gongoro

Link alla prima parte

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La Scuola Austriaca: differenze interne – I parte

Lun, 19/01/2015 - 09:00

1. Introduzione

In questo saggio verranno esaminati i punti di dissenso, metodologici e sostantivi, all’interno della Scuola Austriaca. Ci si soffermerà prevalentemente sulle differenze maggiormente significative, che intercorrono tra misesiani e hayekiani. Verrà quindi illustrata quella che può essere considerata una terza corrente, rappresentata da Ludwig Lachmann, che ha estremizzato il soggettivismo della teoria, con esiti di indeterminatezza circa il conseguimento di alcune verità prasseologiche che gli altri paradigmi danno per acquisite.

Successivamente verrà esaminato il diverso approccio di Ludwig von Mises e Murray Rothbard alla teoria della conoscenza e all’etica, estendendo il confronto alle scuole economiche che fondano il loro sostegno al libero mercato su basi utilitariste. Infine si accennerà a due differenze, di minor rilievo, relative al concetto di “sovranità del consumatore” e all’introduzione mengeriana della distinzione fra bisogni “reali” e “immaginari”.

2. Mises vs Hayek

Per quanto riguarda le differenze fra il paradigma misesiano, o realista causale, e quello hayekiano[1], ne vengono analizzate quattro. Le due più importanti vertono sulle possibilità della razionalità umana, e riguardano l’intenzionalità delle azioni umane e il problema della conoscenza all’interno del sistema economico-sociale. Questi due aspetti, fra loro interconnessi, hanno riflessi sul terzo punto di dissenso, il ruolo dell’imprenditore. La quarta divergenza infine ha per oggetto il concetto di “coordinamento” (dei piani individuali o dei prezzi).

2.1 Intenzionalità e inintenzionalità

La prima e principale differenza riguarda la lettura della dinamica sociale, inintenzionale e spontanea per gli hayekiani, consapevole per i misesiani.

  1. von Hayek è un antirazionalista: egli propone tre concetti per chiarire la sua tesi sulla non razionalità dell’azione umana: “ordine spontaneo”, “conseguenze inintenzionali delle azioni umane” e “prodotto dell’azione umana ma non del progetto umano”[2]. Tali espressioni sono in realtà varianti dello stesso concetto, e indicano che regole e istituzioni umane (moneta, lingua, diritto ecc.) sono esito di una evoluzione non consapevole, puramente riflessiva e tropistica. L’interazione delle azioni intenzionali degli individui conduce a esiti nuovi, imprevisti, non voluti inizialmente dagli individui agenti, dunque non imputabili alle loro specifiche volontà. In una dinamica di selezione naturale, gli uomini, attraverso gli scambi reciproci, manifestano le proprie esigenze e trasmettono le relative informazioni (catallassi), cioè le “circostanze particolari di tempo e di luogo” disperse fra milioni di individui; tramite questo processo di scoperta fanno sopravvivere involontariamente le istituzioni migliori, cioè quelle più vantaggiose. Le migliori istituzioni sono quelle che derivano da idee e pratiche che si sviluppano gradualmente.

Dunque, non è la consapevolezza razionale dei benefici del libero mercato che ha portato alla sua diffusione. Queste norme possono emergere solo dalle cieche, inconsce forze dell’evoluzione[3]. Questa lettura della dinamica sociale si riflette, come si vedrà nel successivo paragrafo, anche sulla teoria della conoscenza.

I razionalisti ritengono invece che l’ordine sia volontario, nel senso che deriva da azioni volontarie. Per Mises (sulla scorta di Aristotele) l’uomo è l’unico essere razionale; può conoscere e imparare, e lo può fare attraverso l’uso della ragione. L’enfasi sull’azione umana comporta l’evidenziazione dell’importanza della ragione umana, in quanto scopritrice dei bisogni e dei mezzi per soddisfarli; azione umana e ragione umana sono strettamente collegate, perché ogni azione è basata su una precisa idea del rapporto di causa ed effetto. Le azioni umane sono razionalmente orientate, e ampiamente consapevoli degli effetti possibili (anche se non in grado di prevedere perfettamente l’esito finale). Gli esseri umani agiscono e scelgono, non sono “mossi” inconsciamente, roboticamente, immotivatamente. Questo non significa che gli uomini seguono sempre la ragione, ma che sono in grado di farlo.

Per i misesiani lo scopo del teorico sociale è quello di spiegare le conseguenze dirette e indirette delle azioni umane[4], non le conseguenze intenzionali e inintenzionali. Se le conseguenze indirette possono essere definite e descritte, possono essere anche intese; altrimenti, se sono inconsce, di esse non si può dire alcunché. Qualcosa che è indefinibile, non può avere un’influenza verificabile sulle azioni di chiunque; né può essere considerata responsabile del successo di differenti gruppi sociali. Nella maggior parte dei casi le azioni delle persone ottengono le conseguenze volute; se non fosse così, le persone non continuerebbero a ripetere tali azioni. La ripetizione abituale (abitudini) di molte azioni non è qualcosa di inspiegabile e meccanico; le azioni vengono ripetute perché hanno condotto con successo agli obiettivi prefissati[5].

Anche se una persona non coglie immediatamente le conseguenze sociali indirette delle sue azioni, questa ignoranza comunque non rimarrà per molto: ad esempio, circa l’opportunità o meno della divisione del lavoro e degli scambi interpersonali di beni, un individuo, ripetendo scambi con altri individui, si rende conto che trae da essi un beneficio. La divisione del lavoro è attuata consapevolmente perché si constata che migliora il benessere, che consente di raggiungere gli obiettivi individuali. Ogni individuo agisce in questo modo consciamente, perché la ragione gli dice che egli starà meglio se si specializzerà ed effettuerà lo scambio mentre starà peggio se non lo farà. Ma c’è di più: gli individui si rendono conto che le proprie azioni non beneficiano solo se stessi ma anche gli altri scambianti; e dunque riconoscono anche sul piano intellettuale astratto il principio di giustizia interpersonale e di progresso economico: tutti i risultati degli scambi volontari sono giusti, e il progresso dipende dall’estensione della divisione del lavoro basata sulla proprietà privata e sull’universalizzazione dell’uso della moneta[6].

È la ragione – il corpo della teoria economica prasseologicamente dedotta – che può dirgli, e gli dice, che l’economia di mercato funziona molto bene, mentre la pianificazione no. Tutto ciò si può riconoscere razionalmente: c’è un motivo razionale che spinge a preservare gli scambi volontari e quindi l’economia di libero mercato. Ed è possibile convincere l’opinione pubblica di tale superiorità, perché le idee contano, influenzano profondamente i comportamenti.

Lo stesso si dica per le norme giuridiche: il diritto è una parte del sistema delle regole di condotta indispensabili per la preservazione della società (pace, prosperità). Esso si evolve, è un processo evoluzionistico, ma razionale, non cieco; il diritto è teleologico, volto a uno scopo. Le norme giuridiche vengono corrette e adeguate con l’uso della ragione, è assurdo accettare tutte le norme solo perché esistono. Hayek loda il common law come esempio di ordine spontaneo inintenzionale: ma i giudici individuano, elaborano e applicano consapevolmente i principi giuridici; la ragione e il progetto deliberato sono rilevanti nel common law, il fatto che tali principi non siano imposti da uno Stato sovrano non significa che non siano frutto della ragione. I misesiani considererebbero assurdo accettare tutte le norme solo perché esistono, senza nemmeno correggerle attraverso l’uso della ragione.

La società dunque non è un “ordine spontaneo” bensì un “ordine razionale”, il risultato di comportamenti consci, volti a uno scopo, di cooperazione consapevole.

Oltre al mercato e al diritto, anche istituzioni sociali e regole come il linguaggio[7], la morale, le consuetudini, la proprietà privata, il matrimonio monogamico[8] ecc. sono il frutto di sforzi consapevoli volti a garantire meglio la suddetta cooperazione sociale (divisione del lavoro e scambio). Affermare ciò non significa sostenere che queste istituzioni sono nate all’improvviso da una singola mente, o da un contratto sociale; si sono modificate e modellate nel corso della storia, ma sempre in seguito al progetto consapevole di esseri umani concreti.

Inoltre, i gruppi sociali non imitano le pratiche “migliori” inconsciamente: anche nelle epoche più primitive, in cui esistevano gruppi sociali completamente isolati e separati, ognuno di questi necessariamente deve aver sperimentato le pratiche dell’appropriazione originaria, della produzione e dello scambio; dunque ogni gruppo può riconoscere la validità universale delle regole che consentono tali azioni. Se Hayek avesse ragione, cioè se le suddette pratiche fossero il risultato di mutazioni spontanee o di imitazioni cieche, vorrebbe dire che alcuni gruppi sociali (quelli cancellati dalla selezione della storia) in passato non hanno seguito queste pratiche, dunque non hanno realizzato l’appropriazione originaria, non hanno prodotto, non hanno scambiato, e quindi si sono rapidamente estinti. Ma allora è possibile individuare razionalmente le pratiche “giuste”, e le cause del fiorire delle civiltà non sono incomprensibili e nascoste.

L’enfasi sulle abitudini inconsce non riesce a rendere conto di due fenomeni della dinamica sociale. In primo luogo, la teoria di Hayek non riesce a spiegare come, e perché, le regole “buone” sono state introdotte all’inizio. I razionalisti lo sanno spiegare: sono state introdotte perché erano razionalmente superiori, ciò che Hayek nega. In secondo luogo, la teoria antirazionalista non sa spiegare come cambiano le regole. Il vero concetto di evoluzione ha a che fare con i geni e le mutazioni, ma qui non si spiega perché le mutazioni avvengono. Inoltre l’evoluzione richiama un processo lento, e allora non rende conto di un fenomeno come il crollo repentino dei sistemi comunisti est europei (il cui motivo è che quel sistema non poteva funzionare bene, e ciò era razionalmente spiegabile).

In generale, poi, i misesiani ritengono che bisogna mantenere una presunzione di intenzionalità delle conseguenze delle azioni umane: infatti, poiché le azioni sono dirette a uno scopo, sono intenzionali, è molto probabile che le conseguenze siano quelle volute, dunque l’onere della prova dovrebbe ricadere su chi afferma che sono inintenzionali (un esempio di conseguenza inintenzionale sono le perdite subite da un imprenditore, ma a parte tale caso la presunzione dovrebbe stare dalla parte dell’intenzionalità).

Ancora: i razionalisti ritengono erroneo, o ultroneo, questo assillo degli hayekiani di celebrare le conseguenze inintenzionali. Non sarebbe meglio, obiettano, se queste conseguenze favorevoli ai consumatori o agli standard di vita generali fossero anche capite e volute dagli attori? In altri termini: richiamando la celebre frase di Adam Smith sul macellaio, il birraio e il fornaio, non si può stare nelle loro teste e sapere con certezza che essi non sono consapevoli di beneficiare i consumatori. Supponiamo che desiderino e capiscano le conseguenze personali della loro produzione, il conseguimento di un profitto soddisfacente; ma supponiamo anche che essi vengano informati, dagli economisti o da altri studiosi, che le loro azioni hanno anche l’effetto di aiutare il resto della società e gli standard di vita generali. Allora essi comprenderebbero anche questo benessere generale, pur concedendo che il loro interesse personale sarebbe ancora l’obiettivo principale. Essi quindi vogliono anche il secondo tipo di conseguenze. Dunque non si può dire che la teoria economica studia solo le conseguenze non intenzionali dell’azione umana[9].

Inoltre, essi si sentirebbero probabilmente, come minimo, meglio e più felici per le attività che svolgono, sapendo che beneficiano i consumatori oltre che se stessi. Non si capisce come una simile conoscenza possa nuocere[10].

Un altro rilievo mosso dai misesiani è che tale visione evolutiva fa ritenere che tutto ciò che viene “dopo” è sempre meglio di ciò che c’era “prima”, aderendo in tal modo alla teoria Whig della storia, e alla visione di autori come Ferguson, Hegel e Marx, che, con argomenti metodologici diversi, concludono che la storia muove verso il bene. E se ciò che viene “dopo” è necessariamente meglio di ciò che viene “prima”, se le regole esistenti sono le migliori, si legittima anche l’interventismo statale del XX secolo e contemporaneo. Ma lo Stato non cresce “spontaneamente”, è l’azione di élite e lobby che consapevolmente conseguono i loro interessi di espropriazione dei contribuenti per il proprio vantaggio.

Infine, rileva J. Salerno, istituzioni involontarie (il termine di Mises è unwitting) sono quelle che in genere si determinano in una condizione di disintegrazione sociale, non di ordine sociale. Quando le norme sociali, i comportamenti, le istituzioni non sono frutto di un’antecedente riflessione razionale, allora tendenzialmente sono il sintomo di una condizione caotica. La storia umana non è una tacita, automatica e irenica evoluzione, ma l’esito del conflitto fra ideologie diverse: che vi sia progresso, regresso o disintegrazione sociale dipende dalle idee che gli uomini riescono a comunicare e se riescono a convincere gli altri, dunque se si affermano quelle di laissez faire o quelle stataliste[11].

Se l’uomo vuole conseguire un cambiamento sociale positivo, non può contare sulle conseguenze “inintenzionali” e spontanee, al contrario, deve capire con chiarezza che il libero mercato porta prosperità e lo statalismo porta povertà. Questa è una visione razionalista dell’evoluzione sociale.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Fra gli esponenti del paradigma misesiano vanno indicati Rothbard, H. Hazlitt, H. Sennholz, J. Salerno, H.-H. Hoppe, D. Armentano, J.G. Hülsmann, W. Block, P.G. Klein. Vicini all’impostazione hayekiana possono essere considerati B. Leoni, I. Kirzner, P. O’Driscoll jr., L. Yeager, S. Horwitz, W.N. Butos, B. Caldwell, J. Hasnas, K. Vaughn, M.J. Rizzo e G.P. O’Driscoll. La teoria di K. Popper sulla falsificabilità come tratto caratteristico delle teorie scientifiche viene accolta da Hayek, dunque quella popperiana non può essere considerata una posizione distinta all’interno della Scuola. Mario J. Rizzo e Gerald P. O’Driscoll in The Economics of Time and Ignorance (Basil Blackwell, New York, 1985) trattano ampiamente temi hayekiani e lachmanniani, approdando ad un irrazionalismo bergsoniano.

[2] F. von Hayek, Economia e conoscenza (1937), L’uso della conoscenza nella società (1945), in F. Donzelli (a cura di), Conoscenza, mercato, pianificazione, il Mulino, Bologna, 1988; Competition as a Discovery Procedure (1968), «The Quarterly Journal of Austrian Economics», vol. 5 n. 3, autunno 2002; Legge, legislazione e libertà (1973), il Saggiatore, Milano, 1994; The Pretence of Knowledge, Nobel Lecture, 11-12-1974, in «The American Economic Review», vol. 79, Issue 6, dicembre 1989, pp. 3-7.

[3] H.-H. Hoppe ricostruisce (e critica) nel seguente modo la teoria antirazionalista di Hayek. Essa consiste di tre proposizioni: 1) Una persona inizialmente compie un’azione spontanea e inconscia, senza sapere perché e per quale scopo. E una persona mantiene questa pratica senza alcuna ragione, che abbia o no conseguito un successo (perché se non c’è uno scopo non vi può essere né successo né fallimento) (Mutazione culturale). 2) La nuova pratica è imitata da altri membri del gruppo – ancora senza alcun motivo (Trasmissione culturale). 3) Membri di altri gruppi non imitano quella pratica. I gruppi che adottano spontaneamente e imitano inconsciamente la pratica migliore evidenzieranno una maggior crescita della popolazione, maggior ricchezza, o comunque “prevarranno” (Selezione culturale). Istituzioni e pratiche come la proprietà privata, la divisione del lavoro, la moneta o lo Stato sono sorte e si sono affermate grazie al meccanismo ora descritto.

La prima proposizione, replica Hoppe, può applicarsi a un vegetale ma non a un essere umano, perché un’azione è sempre un atto conscio in vista di uno o più scopi.

Circa la seconda proposizione, l’imitazione avviene perché gli individui vogliono accrescere il proprio benessere e la propria ricchezza, non senza motivo. Un classico esempio di tale dinamica è il diffondersi di un bene quale moneta: coloro che lo utilizzano come mezzo di scambio, aggiungendosi a (imitando) coloro che già lo utilizzavano in precedenza, si comportano così per risolvere i propri problemi di scambio; la nascita di un unico mezzo di scambio universale non è frutto del caso, non è un esito inintenzionale.

Per quanto riguarda la terza proposizione, anche nelle epoche più primitive, in cui esistevano gruppi sociali completamente isolati e separati, tutti questi gruppi necessariamente devono aver sperimentato le pratiche dell’appropriazione originaria, della produzione e dello scambio; dunque ogni gruppo può riconoscere la validità universale delle regole che li consentono.

Hayek propone anche una variante più moderata della sua tesi: molte istituzioni e pratiche sociali sono le conseguenze inintenzionali di singole azioni intenzionali. Dunque non tutte le azioni sono inconsapevoli (come nella prima versione), ma comunque sono le conseguenze non volute a decretare il successo delle pratiche individuali. E poiché tali conseguenze inintenzionali non possono essere conosciute, il processo di evoluzione sociale è in ultima istanza irrazionale, guidato non dalla giustezza o falsità delle idee, ma da un cieco meccanismo di selezione. La critica a questa versione è riportata di seguito nel testo (conseguenze indirette o inintenzionali). H.-H. Hoppe, Hayek on Government and Social Evolution: A Critique, in «The Review of Austrian Economics», vol. 7, n. 1, 1994, pp. 67-93.

[4] Un esempio di esse è contenuto nell’“errore della finestra rotta” di Bastia, in cui ‘ciò che non si vede’ è una serie di azioni alternative che si sarebbero sviluppate se il proprietario della finestra non avesse dovuto spendere i soldi per ripararla.

[5] Secondo l’esempio proposto da Rothbard: «se una persona vive a Long Island, e ogni mattina prende il treno a Penn Station e poi l’autobus fino al suo posto di lavoro, effettuando il percorso inverso la sera, il suo successo nel comprendere le relazioni di causa ed effetto e provocare le conseguenze volute lo spinge a ripetere queste azioni». La situazione attuale della teoria economica Austriaca, in http://rothbard.altervista.org/essays/la-situazione-attuale-della-teoria-economica-austriaca.doc, p. 21.

[6] Le forze che determinano il mercato sono i giudizi di valore soggettivi degli individui che vi partecipano, e le azioni conseguenti a tali giudizi di valore. Ogni fenomeno di mercato può essere fatto risalire a scelte specifiche di membri della società, che agiscono per rimuovere un’insoddisfazione. Non vi sono automatismi, né misteriose forze meccaniche. I prezzi, però, sono fenomeni “sociali”, nel senso che, anche se ciascun individuo contribuisce alla loro formazione, essi rappresentano qualcosa in più del singolo contributo di ogni individuo: rappresentano l’interazione delle valutazioni degli individui partecipanti. Quanto più ampio è il mercato, minore è l’incidenza sul prezzo di ciascun singolo individuo. Ecco perché i prezzi appaiono al singolo individuo come un dato che egli “prende”, e relativamente al quale aggiusta la sua condotta.

[7] Il linguaggio è spesso citato dagli evoluzionisti sociali come l’archetipo dell’istituzione che si sviluppa in modo inconscio, l’esempio indiscutibile di esito inintenzionale. Ma perché il linguaggio non dovrebbe essere stato razionalmente creato? Ricerche recenti rivalutano le teorie illuministiche (Condillac, Thomas Reid, Lord Momboddo) secondo le quali il linguaggio è stato consciamente creato.

La riflessione conscia degli uomini sulle relazioni sociali e i loro tentativi deliberati di ridisegnare tali relazioni sociali secondo varie ideologie ha un impatto fortissimo sul linguaggio. Il linguaggio è uno strumento del pensiero così come dell’azione sociale, dunque è al fondo ideologico. I termini astratti contenuti in una lingua sono il precipitato delle idee di un popolo sui temi più disparati.

[8] Il matrimonio monogamico e la famiglia nucleare sono istituzioni sociali che si sono evolute come prodotti razionali in relazione alla divisione del lavoro. In particolare, il matrimonio è l’applicazione del principio della divisione del lavoro ai settori della vita umana extracatallattici, come, ad esempio, la cura dei figli. È una forma di cooperazione sociale in risposta al fenomeno pervasivo della vita umana, la scarsità. Il matrimonio e la vita familiare non sono (solo) prodotti dell’istinto sessuale innato. Infatti anche gli animali hanno rapporti sessuali, ma non sviluppano relazioni sociali. Coniugi e figli vivono insieme perché traggono vantaggi dalla cooperazione sociale. La coabitazione non è determinata dal sesso, ma dalle esigenze della cooperazione sociale, è un prodotto del pensiero e dell’azione, non dell’istinto.

[9] M.N. Rothbard, The Consequences of Human Action: Intended or Unintended?, in «The Free Market», maggio 1987, pp. 3–4.

[10] «Si potrebbe obiettare che il macellaio e il fornaio potrebbero effettivamente sentirsi meglio; ma, a parte ciò, la conoscenza delle conseguenze inintenzionali non avrebbe effetti sulle loro concrete azioni sul mercato. Tuttavia, sapere che stanno contribuendo al benessere generale potrebbe influenzare le loro attività in maniera piuttosto profonda. Si consideri il seguente caso: un brillante imprenditore è impegnato in un’attività produttiva. Tuttavia egli ha assorbito la posizione culturale generale secondo cui massimizzando i suoi profitti nuoce in qualche modo al suo prossimo. Come risultato egli, per placare la propria coscienza, intraprende deliberatamente azioni che ridurranno i suoi profitti – non li elimineranno completamente, ma li ridurranno rispetto ad un livello che egli considera “estremo” o anche “immorale”.

Successivamente l’imprenditore legge Mises o qualche altro economista o studioso radicalmente a favore del libero mercato. Apprende, con suo grande stupore e sollievo, che, quanto maggiore è l’ammontare dei suoi profitti, tanto più egli giova ai consumatori, all’intera società e al suo prossimo. Si libera quindi dal senso di colpa che lo aveva afflitto e corregge le sue azioni intraprendendo una felice e benefica massimizzazione dei profitti.

Questo […] caso mostra perché è meglio fare luce, sostituire l’ignoranza con la conoscenza e quindi mostrare all’imprenditore tutte le conseguenze prevedibili delle sue azioni. Le sue azioni ora saranno modificate dal fatto che tutte le conseguenze di esse sono consapevoli e intenzionali. Non solo non vi è alcunché di sbagliato in tale processo, ma migliorerà sia la vita dell’imprenditore sia quella della società. Nonostante l’opinione contraria di Hayek, la conoscenza resta migliore dell’ignoranza». M.N. Rothbard, La situazione attuale della teoria economica Austriaca, cit., pp. 22.

[11] J. Salerno, Ludwig von Mises as Social Rationalist, in «The Review of Austrian Economics» 4, 1990, pp. 50-52.

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Appunti sulla politica monetaria della FED

Ven, 16/01/2015 - 09:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

Nell’indagare le origini della crisi dovremmo cercare di non confinare la nostra analisi solo al periodo che va dallo scoppio della bolla dotcom, alla crisi oggetto della nostra ricerca. Uno studio più comprensivo dovrebbe tener conto anche delle politiche monetarie della Fed nei tardi anni ottanta e degli anni novanta.

Secondo O’Driscoll, nel periodo in cui Volcker fu a capo della Fed (dal 1979 al 1987) fu enfatizzato il controllo della quantità di moneta al fine di controllare l’evoluzione dei prezzi, e gradualmente nel corso del suo mandato ci si spostò verso un controllo maggiormente centrato sul livello dei prezzi stessi.

In questo periodo l’economia americana registrò una imponente crescita, ma vide verificarsi due importanti crisi finanziarie. La prima è quella nota come crisi delle Save&Loan, così denominata per l’elevato numero di fallimenti nel settore bancario: “la crisi delle S&L che vide nel periodo 1980-1994 il fallimento di circa 1300 su 4039 istituzioni del risparmio”1

La seconda fu una crisi delle banche commerciali, strettamente collegata alla prima cui sopra delle S&L. Questa crisi ebbe radici regionali, nascendo nel sud.ovest, ed espandendosi poi al New England, e coinvolse alcune tra le maggiori banche, quale ad esempio Citibank. Circa 1600 Banche risentirono della crisi, finendo per fallire o per sopravvivere grazie a fondi FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation).

Ci furono poi due importanti crash nei mercati azionari: il primo nell’ottobre dell’1987, il secondo associato allo scoppia della bolla dotcom nel 2000.

Prima di illustrare l’evoluzione della politica monetaria statunitense, alcune note su come concretamente opera la Fed, e su cosa rappresenta il “tasso dei fondi federali”.

Questo tasso non viene fissato direttamente dalla Fed, ma costituisce un obiettivo di politica monetaria della Fed; essa si premura di farlo giungere ad un determinato livello mediante le operazioni di mercato aperto. Le banche infatti detengono conti presso la Fed e li usano per effettuare pagamenti. I saldi di fine giornata vengono usati per soddisfare la riserva obbligatoria, oppure, se maggiori di quelli desiderati, vengono prestati “overnight” ad altre banche che ne hanno bisogno: “Il mercato su cui si scambiano i saldi detenuti presso la Fed (Federal Fund Balance) si chiama Federal Fund Market, il tasso a cui si concedono i prestiti è il federal fund rate. L’offerta totale di Federal Fund Balance disponibili per le banche è determinato dalle operazioni di mercato aperto, attraverso le quali si determinano una certa quantità di liquidità, oppure un certo tasso sui federal funds (non è possibile fissare entrambi)”2 .

Gli altri strumenti sono la riserva obbligatoria e la manovra del tasso ufficiale di sconto “la gestione dell’offerta di base monetaria attraverso lo sportello per lo sconto, applicato alle banche sui prestiti che ricevono dallo sportello per lo sconto”3.

Il tasso di sconto di norma è più basso del federal funds rate, al fine di indurre le banche a procurarsi le risorse sul mercato interbancario.

Diminuendo questo tasso la Fed rende più conveniente chiedere liquidità direttamente a lei, aumentando la mole di riserve detenute dalle banche. Interessante è focalizzarci sull’offerta di riserve da parte della Fed; queste vengono, come dicevamo, gestite essenzialmente mediante le operazioni di mercato aperto (ODMA), le quali determinano l’offerta di Federal Reserve Balances: “acquisti di titoli aumentano la quantità di Federal Reserve Balances perché la Fed crea questa riserve per pagare il venditore, accreditando il conto della sua banca presso la Fed”4.

Fornendo allora maggiore liquidità alle banche, crea riserve in eccesso che le banche, che non amano tenere riserve superiori al necessario dato che non fruttano interesse, possono prestare sul mercato interbancario; l’offerta ora aumentata genera una spinta al ribasso del tasso di equilibrio, cioè del Federal Funds Rate. In questo modo nuova moneta entra in circolo.Riprendiamo il filo del discorso; gli anni 80 furono un periodo di forte lotta contro l’inflazione, che dagli anni 70 era il male dei principali paesi avanzati, con una evoluzione del livello dei prezzi a doppia cifra. Volcker, all’inizio degli anni 80, mise in atto una gigantesca operazione di restrizione monetaria, portando il federal funds rate per certi periodi anche al di sopra del 18%; diminuendo progressivamente le aspettative di inflazione anche il tasso iniziò a declinare verso livelli più normali. Nell’87 Greenspan subentra a Volcker; l’inizio del suo mandato sembra essere lungo una linea di continuità con il mandato del suo predecessore; Greenspan mette in atto una nuova stretta monetaria, e sul finire degli anni 80 il federal funds rate è alle soglie del 10%. La svolta avviene con il cambio ai vertici della Casa Bianca, e con la volontà di far uscire gli Usa fuori dalla crisi del 92: i tassi vengono drasticamente tagliati, e nel settembre del 92 sono portati al 3%.

Pian piano i tassi virarono verso l’alto, raggiungendo il 6% in prossimità dell’esplosione della bolla dotcom.

Dopo l’esplosione della bolla i tassi furono drasticamente tagliati, fino a raggiungere il livello (per allora) record dell’1% nel giugno del 2003. Il tasso rimarrà su questo livello per un anno, venendo poi progressivamente ritoccato verso l’alto, sino alla soglia del 5,25% nel giugno 2006.

Parallela alla diminuzione dei federal funds rate ci fu l’aumento della liquidità: “a partire dal 2001 l’incremento annuo è stato di circa il 10% (il che implica il raddoppio della quantità di moneta in circolazione ogni circa 6/7 anni), rimanendo sull’8% a partire dalla seconda metà del 2003”5

Con una inflazione media superiore al livello dei tassi nominali per quasi tre anni, negli Usa i tassi reali d’interesse, come fa notare L. White, sono stati addirittura negativi; evento senza precedenti.

Cosa ha spinto la Fed a porre in essere una politica monetaria di questo tipo? E come l’hanno giustificata agli occhi dell’opinione pubblica?

Greenspan maturò nel tempo la convinzione, frutto probabilmente dell’osservazione dei fenomeni economici lungo gli anni, che l’economia vivesse di cicli: periodi di espansione, nei quali l’economia cresceva (boom); fino a raggiungere un picco, il momento in cui la bolla esplodeva, con conseguente crisi (bust). In questa cornice teorica, l’idea di Greenspan, divenuta nota come “The Greenspan Put”, ed esposta la prima volta in un discorso del dicembre 2002, era che non fosse nelle possibilità della Fed non solo il fermare una bolla, ma anche solo riuscire di capire se ci si trovasse o meno all’interno di questa; non potendolo definire, non poteva essere considerato compito della Fed individuarla e fermarla prima che facesse danni; compito della Fed era di, invece, verificare l’esplosione della stessa, ed intervenire al fine di evitare il fenomeno deflattivo; la missione era riuscire ad evitare che si precipitasse in una spirale deflazionistica.

Riprendendo una sua stessa testimonianza del 1999, Greenspan disse che “la Fed si concentrerà su politiche volte a mitigare le conseguenze della crisi (quando questa accadesse) e facilitare la transizione alla successiva espansione”6

Ben Bernanke, che succederà al vertice della Fed al posto di Greenspan, aveva a lungo studiato la grande depressione del 29, ed era convinto che questa fosse, in sostanza, dovuta ad un grande errore della Fed: l’aver lasciato che l’economia americana entrasse in forte deflazione, ed anzi averla favorita con politiche monetarie restrittive:”Nel 2002 Bernanke convinse Greenspan che il pericolo numero uno per l’economia americana fosse la possibilità di cadere in una spirale fisheriana debito-deflazione. Tale timore spinse la Fed a utilizzare la leva monetaria tagliando i tassi fino all’1% e tenendoli a quel livello per un anno”7.

Tale tipo di politica (unita agli stimoli fiscali del primo mandato Bush) provocarono un’imponente crescita economica; veemente in particolare risultò la crescita nel settore immobiliare, nel quale si verificò una spettacolare crescita dei prezzi (in verità tale crescita è precedente, e datava dalla metà degli anni 90). Le pressioni inflazionistiche iniziarono a farsi sentire, e progressivamente i tassi virarono verso l’alto al fine di compensare aspettative crescenti circa i prezzi. Dall’1% del giugno 2003 il tasso sale fino ad arrivare nel luglio 2007 al 5.25%.

A ciò va aggiunto che nelle altre principali economie industriali i tassi di interesse reali non erano molto più elevati di quelli statunitensi. Di fronte al ristagno della crescita economica nell’area dell’euro, la BCE ha mantenuto i tassi di interesse reali a breve termine al disotto dell’1% durante gran parte del periodo da metà 2001 al 2005, mentre i corrispondenti tassi giapponesi hanno oscillato fra lo 0 e l’1% per buona parte dell’ultimo decennio. E, anche al fine di contenere le pressioni verso un apprezzamento del tasso di cambio, molte economie emergenti hanno seguito l’esempio di quelle industriali.

Gabriele Manzo

Note

1 O’Driscoll G, 2009, Money and the present crisi, pg 175, Cato Journal

2 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 127

3 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

4 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

5 Ravier A Lewin P, 2009, The Subprime Crisis, pg 5

6 Greenspan A, 2002, Remarks before the Economic Club of New York

7 Dowd K, 2009, Moral Hazard and the financial crisis, pg 157, Cato Journal

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Riflettore sull’economia keynesiana – I parte

Mer, 14/01/2015 - 09:00

  1. Sua Rilevanza
  2. Il Modello Spiegato
  3. Il Modello Criticato
  4. “L’Economia Matura”

Sua Rilevanza

Cinquanta anni fa, l’allora esuberante popolo americano poco sapeva e poco si curava dell’economia. Comprendeva, tuttavia, le virtù della libertà economica e questa comprensione era condivisa dagli economisti, che integravano il buonsenso con i più acuti strumenti di analisi.

Attualmente, l’economia sembra essere il primo problema dell’America e del mondo. I giornali sono pieni di discussioni complesse sul preventivo di spesa, su prezzi e stipendi, su prestiti stranieri e produzione. Gli economisti attuali aumentano notevolmente la confusione del pubblico. L’eminente professor X dice che il suo programma è l’unica cura per i mali economici del mondo; l’ugualmente eminente professor Y sostiene che questa è assurdità: così gira la giostra.

Tuttavia, una scuola di pensiero – il keynesismo – è riuscita a catturare la gran maggioranza degli economisti. L’economia keynesiana – che orgogliosamente si auto-proclama come “moderna,” anche se profondamente radicata nel pensiero medievale e mercantilista – si è offerto al mondo come la panacea per le nostre difficoltà economiche. I keynesiani sostengono, con suprema baldanza, di aver “scoperto” cosa determina il livello di occupazione in ogni dato momento. Assericono che la disoccupazione può venir curata prontamente con la spesa governativa di deficit e che l’inflazione può essere controllata per mezzo di eccedenze di imposta del governo.

Con grande arroganza intellettuale, i keynesiani spazzano via ogni opposizione bollandola come “reazionaria,” “antiquata,” ecc. Sono estremamente vanagloriosi per aver guadagnato la devozione di tutti i giovani economisti – un’affermazione che ha, purtroppo, molto di vero. Il pensiero keynesiano è fiorito nel New Deal, nelle dichiarazione del presidente Truman, nel suo Consiglio dei Consulenti Economici, con Henry Wallace, nei sindacati dei lavoratori, nella maggior parte della stampa, in tutti i governi stranieri e nei comitati delle Nazioni Unite e, con qualche sorpresa, fra gli “uomini d’affari illuminati” del genere Comitato per lo Sviluppo Economico.

Contro questo furioso assalto, molti cittadini di idee sinceramente liberali di sono stati influenzati dai keynesiani – specialmente dall’argomento che un pesante intervento governativo secondo loro “risolverà il problema della disoccupazione.” L’aspetto più scoraggiante della situazione è che gli argomenti dei keynesiani non sono stati contrastati efficacemente dagli economisti liberali, che si sono generalmente ritrovati impotenti nell’onda di marea. Gli economisti liberali hanno limitato i loro attacchi al programma politico dei keynesiani – non si sono occupati adeguatamente della teoria economica su cui questo programma è basato. Di conseguenza, l’affermazione dei keynesiani che il loro programma assicurerà la piena occupazione è passato generalmente incontestato.

Il motivo di questa debolezza da parte degli economisti liberali è comprensibile. Sono cresciuti con l’“economia neoclassica,” che è fondata sull’attenta analisi delle realtà economiche ed è basata sulle azioni di unità individuali nel sistema economico. La teoria keynesiana si basa su un modello del sistema economico – un modello che semplifica in modo drastico la realtà ma è estremamente complesso a causa della sua natura astratta e matematica. Per questa ragione, gli economisti liberali si sono scoperti confusi e sconcertati da questa “nuova” economia. Poiché i keynesiani erano gli unici economisti preparati per discutere il loro sistema, potevano facilmente convincere gli economisti e gli allievi più giovani della sua superiorità.

Per lanciare con successo un contrattacco contro l’invasione keynesiana, quindi, richiede più della giusta indignazione per le proposte di intervento governativo nel programma keynesiano. Richiede una cittadinanza ben informata che capisca a fondo la teoria keynesiana stessa, con i suoi numerosi errori, i presupposti non realistici ed i concetti malfermi. Per questo motivo sarà necessario seguire un difficile percorso attraverso un complesso labirinto di gergo tecnico per esaminare il modello keynesiano nel dettaglio.

Un’altra difficoltà nell’impresa di esaminare il keynesismo è la netta divergenza di opinioni fra i vari rami del movimento. Tutte le sfumature di keynesiani, tuttavia, sono d’accordo nel condividere una tendenza comune verso la funzione dello Stato, e tutte accettano il modello keynesiano come base per analizzare la situazione economica.

Tutti i keynesiani immaginano lo Stato come grande serbatoio potenziale di benefici, pronto per essere sfruttato. La preoccupazione principale per il keynesiano è di decidere la politica economica: quali dovrebbero essere le finalità economiche dello Stato e quali mezzi dovrebbe adottare lo Stato per realizzarli? Lo Stato è, naturalmente, sempre sinonimo di “noi”: cosa dovremmo fare “noi” per assicurare la piena occupazione? è una delle domande preferite. (se “noi” è riferito al “popolo” o ai keynesiani stessi non viene mai veramente chiarito.)

Nei tempi medioevali e premoderni, anche gli antenati dei keynesiani che sostenevano politiche simili avevano affermato che lo Stato non poteva sbagliare. A quel tempo, il re ed i suoi nobili erano i governanti dello Stato. Ora abbiamo periodicamente il dubbio privilegio della scelta dei nostri governanti da due insiemi di aspiranti assetati di potere. Questo ci rende una democrazia.” [1] Così, i governanti dello Stato, “democraticamente eletti” e quindi rappresentanti il “popolo,” sono autorizzati, secondo quanto si dice, a controllare il sistema economico e a costringere, persuadere, “influenzare,” e ridistribuire la ricchezza dei loro riluttanti sudditi.

Un’importante illustrazione recente del pensiero politico keynesiano è stato il messaggio di Truman che annunciava il veto sulla riduzione dell’imposta sul reddito. La ragione principale per il veto è stata che le imposte elevate sono necessarie per “controllare l’inflazione,” dal momento che un periodo di “boom” richiede un avanzo di bilancio per “drenare il potere di acquisto eccedente.”

Di primo acchito, questo argomento sembra convincente ed è sostenuto da quasi tutti gli economisti, compresi molti conservatori non-keynesiani. Sono tutti molto fieri di opporsi alla via “politicamente facile” della riduzione delle tasse nell’interesse della verità scientifica, del benessere nazionale e della “lotta contro inflazione.”

È necessario, tuttavia, analizzare il problema più attentamente. Qual è l’essenza dell’inflazione? Consiste nell’aumento dei prezzi, con alcuni prezzi che aumentano più velocemente di altri. [2] Che cos’è un prezzo? È una somma di denaro (potere di acquisto generale) pagata volontariamente da un individuo ad un altro in cambio di un determinato servizio reso dal secondo individuo al primo. Questo servizio può essere sotto forma d’un determinato prodotto o un beneficio intangibile.

D’altra parte, che cos’è una tassa? Una tassa è l’espropriazione coercitiva della proprietà di un individuo dai governanti dello Stato. I governanti usano questa proprietà per qualsiasi scopo desiderino: solitamente i governanti la distribuiranno in un tal modo che assicuri la continuazione della loro carica, ovvero sovvenzionando i gruppi favoriti. In più, i governanti decidono quali individui pagheranno le tasse – decisione che consiste nell’espropriare la proprietà dei gruppi non graditi dai governanti.

Un prezzo, quindi, è un atto libero di scambio volontario fra due individui, da cui entrambi traggono beneficio (altrimenti lo scambio non avrebbe luogo!). Una tassa è un atto obbligatorio di espropriazione, senza alcun beneficio per l’individuo (a meno che si trovi all’estremità ricevente della proprietà espropriata dallo Stato a qualcun altro).

Alla luce di questa distinzione, sostenere le imposte elevate per impedire i prezzi elevati ricorda un ladro di strada che assicura alla vittima che il suo furto controlla l’inflazione, dal momento che non intende spendere i soldi per un certo tempo o che potrebbe usarlo per rimborsare i suoi debiti. Quando si sveglierà il popolo americano e realizzerà che il furto avvantaggia soltanto il ladro e che il comandamento “non rubare” si applica ai governanti (ed ai keynesiani) così come a chiunque altro?

Il Modello Spiegato

La teoria (o modello) keynesiana ipersemplifica il mondo reale occupandosi di pochi grandi aggregati, ammassando l’attività di tutti gli individui in una nazione.

Il concetto basilare usato è reddito nazionale aggregato, che è definito come uguale al valore monetario della produzione nazionale di merci e servizi durante un dato periodo di tempo. È inoltre uguale all’insieme del reddito ricevuto dagli individui durante quel periodo (profitti corporativi non distribuiti compresi).

Ora, l’equazione fondamentale del sistema keynesiano è reddito aggregato = spesa aggregata. L’unica maniera in cui un individuo possa ricevere un reddito in denaro è che un certo altro individuo spenda una somma uguale. Per contro, ogni atto di spesa da parte di un individuo provoca un reddito in denaro equivalente per qualcun’altro. Ciò è ovviamente e sempre, vero. Il sig. Smith spende un dollaro nella drogheria del sig. Jones: questo atto risulta in un dollaro di reddito per il sig. Jones. Il sig. Smith riceve il suo reddito annuale come conseguenza di un atto di spesa della XYZ Company; la XYZ Company riceve il relativo reddito annuale come conseguenza delle spese fatte da tutti i suoi clienti, ecc. In ogni caso, i consumi e soltanto i consumi, possono generare un reddito in denaro.

Le spese aggregate sono classificate in due tipi base: (1) la spesa finale per le merci ed i servizi che sono stati prodotti durante il periodo è uguale al consumo e (2) la spesa sui mezzi di produzione di queste merci è uguale all’investimento. Quindi, il reddito in denaro è creato tramite decisioni di spesa, consistenti in decisioni di consumo e decisioni di investimento.

Ora, un individuo, ricevendo il suo reddito, lo divide fra consumo e risparmio. Risparmiare, nel sistema keynesiano, è definito semplicemente come non spendere nel consumo. Un principio keynesiano fondamentale è che, per qualsiasi livello particolare di reddito aggregato, c’è un determinato importo definito e prevedibile che verrà consumato e un importo definito che verrà risparmiato. Questo rapporto fra reddito e consumo aggregati è considerato come stabile, fissato dalle abitudini dei consumatori. Nel gergo matematico keynesiano, il consumo aggregato (e di conseguenza il risparmio aggregato) è una funzione stabile e passiva del reddito (la famosa funzione del consumo). Per esempio, useremo la funzione del consumo: consumo = 90 per cento del reddito. (Questa è una funzione altamente semplificata, ma serve ad illustrare i principi di base del modello keynesiano.) In questo caso, la funzione del risparmio sarebbe risparmio = 10 per cento del reddito.

La spesa per consumo, quindi, è determinata passivamente dal livello di reddito nazionale. La spesa per investimenti, tuttavia, secondo i keynesiani, è effettuata indipendentemente dal reddito nazionale. In questa fase, cosa determini l’investimento non è importante: il punto cruciale è che è determinato indipendentemente dal livello di reddito.

Abbiamo lasciato fuori due fattori che determinano anch’essi il livello di spesa. Se le esportazioni sono superiori alle importazioni, la quantità totale di spesa in un paese è aumentata, quindi il reddito nazionale aumenta. Inoltre, un deficit di bilancio pubblico aumenta la spesa ed il reddito aggregati (a condizione che altri tipi di spesa si possano considerare costanti). Mettendo da parte il problema del commercio estero, è evidente che i deficit o le eccedenze di governo sono, come gli investimenti, decisi indipendentemente dal livello di reddito nazionale.

Quindi, reddito = spese indipendenti (investimenti privati + deficit di governo) + spese passive di consumo. Usando la nostra funzione illustrativa del consumo, reddito = spese indipendenti + 90 per cento del reddito. Ora, con semplice aritmetica, il reddito è uguale a dieci volte le spese independenti. Per ogni aumento nelle spese independenti, ci sarà un aumento di dieci volte del reddito. Similmente, una diminuzione nelle spese indipendenti condurrà ad un calo di dieci volte del reddito. Questo effetto “moltiplicatore” sul reddito verrà realizzato da qualunque tipo di spesa indipendente – sia deficit di governo che investimenti privati. Quindi, nel modello keynesiano, i deficit di governo e gli investimenti privati hanno lo stesso effetto economico.

Ora esaminiamo dettagliatamente il processo con cui un reddito di equilibrio è determinato nel modello keynesiano. Il livello di equilibrio è il livello a cui il reddito nazionale tende a depositarsi.

Assumiamo che reddito aggregato = 100, consumo = 90, risparmio = 10 ed investimento = 10. Inoltre supponiamo che non ci sia deficit o eccedenza di governo. Per i keynesiani, questa situazione è una posizione di equilibrio: il reddito tende a rimanere a 100. Una posizione di equilibrio è raggiunta perché entrambi i gruppi principali nell’economia – le aziende e i consumatori – sono soddisfatti. Le aziende, nell’aggregato, sborsano 100. Di questi 100, 10 sono investiti nel capitale e 90 sono utilizzati per produrre beni di consumo. L’insieme delle aziende si aspetta che questi 90 vengano recuperate con la vendita dei beni di consumo. I consumatori soddisfanno le aspettative delle aziende dividendo il reddito di 100 in 90 per consumo e 10 nel risparmio. Quindi, le aziende aggregate sono soddisfatte della situazione ed i consumatori aggregati sono soddisfatti perché stanno consumando il 90 per cento del loro reddito e risparmiandone il 10 per cento.

Adesso lasciate che la spesa indipendente aumenti a 20, a causa di un aumento negli investimenti privati o a causa di un deficit di governo. Ora, i pagamenti di reddito ai consumatori è 90 + 20 = 110. I consumatori, ricevendo 110, vorranno consumarne il 90 per cento, o 99, e risparmiarne 11. Ora, le aziende, che avevano previsto un consumo di 90, sono sorprese piacevolmente nel vedere i consumatori spingere i prezzi e ridurre gli stock dei commercianti nello sforzo di consumare 99. Di conseguenza, le aziende espandono la loro produzione di beni di consumo a 99 e sborsano 99 + 20 = 119, prevedendo un ritorno di 99 dalle vendite. Ma di nuovo sono piacevolmente sorprese, poiché i consumatori vorranno spendere il 90 per cento di 119, o 107. Questo processo di espansione continua fino a che il reddito non sia nuovamente pari a dieci volte gli investimenti – quando il consumo è di nuovo pari al 90 per cento del reddito. Il punto sarà raggiunto quando reddito = 200, investimento = 20, consumo = 180 e risparmio = 20.

È importante notare che l’equilibrio è stato raggiunto in entrambi i casi quando investimento aggregato = risparmio aggregato. Il suddetto processo di equilibrio può essere descritto in termini di risparmio ed investimento: Quando l’investimento è maggiore del risparmio, l’economia si espande ed il reddito nazionale aumenta fino a che il risparmio aggregato non sia pari all’investimento aggregato. Similmente, l’economia si contrae se l’investimento è minore del risparmio, finché non ritornino ad essere uguali.

Si noti che due cose molto importanti devono rimanere costanti affinché l’equilibrio sia raggiunto. La funzione del consumo (e quindi la funzione del risparmio) è assunta come sempre costante mentre il livello di investimento è costante almeno finché l’equilibrio è raggiunto. Una domanda si pone ora: cosa c’è di così importante nel reddito in denaro aggregato da renderlo il centro d’attenzione permanente? Prima di rispondere a questa domanda, è necessario fare determinate premesse.

Supponete che le seguenti cose siano considerate come date (o costanti): lo stato attuale di tutte le tecniche, l’attuale efficienza, la quantità e la distribuzione di tutto il lavoro, la quantità e la qualità attuale di ogni macchinario, la distribuzione attuale del reddito nazionale, la struttura attuale dei prezzi relativi, i tassi salariali attuali nominali (!) e la struttura attuale dei gusti del consumatore, delle risorse naturali e delle istituzioni economiche e politiche.

Allora, dati questi presupposti, per ogni livello di reddito monetario nazionale, corrisponde un livello unico e definito di occupazione. Più alto il reddito nazionale, più alto sarà il livello di occupazione, fino a raggiungere uno stato di “piena occupazione.” (Possiamo definire semplicemente la piena occupazione come livello molto basso di disoccupazione.) Quando il livello di piena occupazione è raggiunto, un più alto reddito monetario rappresenterà soltanto un aumento dei prezzi, senza l’aumento nella produzione fisica (reddito reale) e nell’occupazione.

Riassumendo il suddetto modello, conosciuto come teoria keynesiana dell’equilibrio di sottoccupazione: ad ogni livello di reddito nazionale corrisponde un unico livello di occupazione. C’è, quindi, un determinato livello di reddito cui corrisponde uno stato di piena occupazione, senza un grande aumento dei prezzi. Un reddito inferiore a questo reddito di “piena occupazione” significherà disoccupazione su vasta scala; un reddito superiore significherà grande inflazione dei prezzi.

Il livello di reddito, in un sistema di impresa privata, è determinato dal livello delle spese indipendenti di investimento e delle spese di consumo che sono una funzione passiva del livello di reddito. Il livello di reddito risultante tenderà a depositarsi al punto in cui l’investimento aggregato è pari al risparmio aggregato.

Ora (e qui è il grande climax keynesiano), non c’è alcun motivo di assumere che questo livello di equilibrio del reddito determinato nel libero mercato coinciderà con il livello di reddito di “piena occupazione” – può essere superiore o inferiore.

Ciò è il modello dell’economia privata accettata da tutti i keynesiani. Lo Stato, affermano i keynesiani, ha la responsabilità di mantenere il sistema economico al livello di reddito di “piena occupazione,” perché “noi” non possiamo dipendere dall’economia privata per farlo.

Il modello keynesiano fornisce i mezzi con cui lo Stato può compiere questa operazione. Dal momento che i deficit di governo hanno gli stessi effetti sul reddito dell’investimento privato, tutto ciò che lo Stato deve fare è di valutare il previsto livello di reddito di equilibrio dell’economia privata. Se è inferiore al livello di “piena occupazione,” lo Stato può impegnarsi nella spesa di deficit fino a raggiungere il livello di reddito voluto. Allo stesso modo, se è superiore al livello voluto, lo Stato può ottenere eccedenze di bilancio con imposte elevate. Lo Stato, se lo desidera, può anche stimolare o scoraggiare gli investimenti o i consumi privati per mezzo di tasse e sovvenzioni, o imporre tariffe se vuole generare un’eccedenza di esportazioni. La prescrizione keynesiana favorita per stimolare i consumi è la tassazione progressiva del reddito, visto che i “ricchi” sono quelli che risparmiano di più. Il metodo favorito per “incoraggiare l’investimento privato” è di sovvenzionare gli industriali “ progressisti” e “illuminati” a scapito dei grandi affaristi Tory.”

Saggio di Murray Rothbard su Mises.org

Traduzione di Flavio Tibaldi

Pubblicato originariamente su La Voce del Gongoro

Note

[1] Questo non implica che la democrazia sia diabolica. Significa che la democrazia dovrebbe essere considerata come tecnica desiderabile per la scelta dei governanti in modo competitivo, a condizione che il potere di questi governanti sia rigorosamente limitata.

[2] La causa dell’aumento dei prezzi è generalmente un’abbondanza di moneta fiat creata dai passati o presenti deficit di governo.

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Macroeconomia

Lun, 12/01/2015 - 09:00

Gli Austriaci non simpatizzano molto per la macroeconomia. L’analisi condotta a livello di grandi aggregati – produzione globale, investimenti totali, livello dei prezzi, esportazioni ecc. – rischia di nascondere la circostanza fondamentale che le grandezze globali non sono altro che il risultato delle azioni e interazioni dei singoli agenti (nelle loro vesti di acquirenti, venditori, risparmiatori; individualismo metodologico), il cui comportamento è meglio colto dalla microeconomia. Le proposizioni della macroeconomia non sono altro che la teoria microeconomica completamente sviluppata; il funzionamento del sistema economico è spiegato nel modo più adeguato attraverso le sue unità elementari e le loro regole di composizione.

I macroeconomisti, principalmente della tradizione keynesiana, asseriscono invece l’esistenza di un certo grado di autonomia della macroeconomia, la non completa riducibilità di questa alla microeconomia. Con la conseguente enfatizzazione di strumenti quali il modello IS-LM[1] e la misurabilità statistica e la manipolazione del Pil e delle sue componenti; e, accusano gli Austriaci, con la perdita della corretta percezione delle relazioni causali fra le variabili.

Quanto detto non significa che la scuola Austriaca non abbia proposto analisi di taglio macroeconomico, cioè descrizioni che illustrano gli effetti di determinate azioni a livello dell’intero sistema economico. In particolare vi sono due temi che possono essere qualificati ‘macro’: i mutamenti nelle preferenze temporali e gli aumenti nella quantità di moneta con le loro conseguenze nel creare i cicli economici. Dunque la teoria del ciclo e la teoria della preferenza temporale sono descrizioni macroeconomiche, in quanto le conseguenze dei cambiamenti si ripercuotono su tutti i mercati e non possono essere isolate e limitate al mercato della moneta e a quello dei tassi di interesse.

Non a caso Roger Garrison[2], uno degli Austriaci più impegnati nell’analisi macroeconomica, ha affermato che il tempo e la moneta sono gli “universali” della teoria economica. Le varie scuole – keynesismo, monetarismo, nuova macroeconomia classica, neokeynesismo – trattano il tempo e la moneta troppo superficialmente rispetto al ruolo centrale che giocano nelle economie reali. In ultima istanza, l’argomento della macroeconomia è l’intersezione fra il “mercato del tempo” e il “mercato della moneta”.

Infatti la moneta è il mezzo di scambio universale, essa entra negli scambi con tutti i beni, e dunque i suoi mutamenti quantitativi influenzano tutti i mercati. Mentre gli eccessi di offerta o domanda di qualsiasi bene possono essere rimossi attraverso mutamenti del prezzo, con effetti minimi sui mercati degli altri beni, gli eccessi di offerta o domanda di moneta non possono essere limitati al solo mercato della moneta.

Per quanto riguarda il tempo, tutte le attività produttive ne sono coinvolte. La preferenza temporale determina il tasso di interesse, che a sua volta stabilisce il livello dei risparmi e degli investimenti. Mutamenti del tasso di interesse provocano cambiamenti nella struttura della produzione e del capitale; dunque si riverberano sul sistema economico nel suo complesso. Il capitale è una sequenza di stadi di produzione, la sua struttura temporale è una variabile macroeconomica chiave.

In sostanza, poiché tutti usano la moneta e tutte le azioni coinvolgono il tempo, cambiamenti nella quantità di moneta o nelle preferenze temporali incidono su tutti i mercati. Tuttavia la peculiarità della macroeconomia Austriaca è data dal fatto che gli effetti macroeconomici hanno sempre un carattere microeconomico, nel senso che sono originati da decisioni di specifici soggetti (ad esempio la banca centrale per la quantità di moneta o i tassi di interesse) che provocano distorsioni dei prezzi e modifiche conseguenti nei comportamenti degli agenti economici, la cui interazione alla fine del processo può essere letta in termini di risultati macro.

La teoria del ciclo Austriaca dunque può essere considerata l’analisi macroeconomica per eccellenza.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] La curva IS è definita in base all’assunzione che risparmi e investimenti sono uguali. Ex post lo sono sicuramente, ma non è necessario che lo siano ex ante, come invece ipotizza l’analisi IS-LM. Se il tasso di interesse non è in linea con le preferenze di risparmiatori e investitori, risparmi e investimenti ex ante possono divergere, provocando cambiamenti nei prezzi e nell’allocazione delle risorse, compreso il lavoro. Inoltre il tasso di interesse non viene considerato il coordinatore del mercato dei fondi. Il modello macroeconomico, così come la Teoria generale di Keynes, non riescono a cogliere tutto ciò, e a renderne conto.

[2] R. Garrison, Time and Money: The Universals of Macroeconomic Theorizing, in “Journal of Macroeconomics” 6, 2, primavera 1984, pp. 197–213.

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Abbiamo bisogno di un prestatore di ultima istanza?

Ven, 09/01/2015 - 09:00

Il referendum scozzese per l’indipendenza si è concluso con esito negativo. Non ci saranno, per ora, ulteriori discussioni su cosa dovrebbe fare la Scozia con le proprie istituzioni monetarie. Comunque, c’è ancora una questione che mi piacerebbe venisse discussa dato che trascende il caso particolare della Scozia, indipendentemente dal voto in favore dell’indipendenza o meno.

Esiste, infatti, una diffusa convinzione secondo cui un solido sistema bancario necessiti di una banca centrale che agisca come prestatore di ultima istanza. In breve, la questione è la seguente: esistono delle potenziali instabilità intrinseche al sistema bancario e per evitare una crisi che metta a repentaglio i metodi di pagamento, una banca centrale “esterna” alle forze del mercato dovrebbe agire come prestatore ultimo.

Ci sono due problemi con questa linea di ragionamento. Innanzitutto, viene si premette un sistema bancario strutturalmente instabile. Ciò non è così ovvio come, talvolta, si crede. Inoltre, si assume come avere un prestatore “di ultima istanza” equivalga ad avere una banca centrale.

Ipotizziamo che la Scozia avesse votato in favore dell’indipendenza, decidendo unilateralmente di continuare ad usare la sterlina inglese (è opportuno tener presente che – rispetto ad un accordo bilaterale – una decisione unilaterale dà al paese più flessibilità nel caso in futuro si voglia cambiare la valuta, ad esempio nel caso in cui la sterlina inglese si rivelasse una scelta sbagliata). Nel caso di una scelta unilaterale di questo tipo, in linea di principio le banche scozzesi non potrebbero rivolgersi alla Banca d’Inghilterra come prestatore di ultima istanza.

Non è che le banche che non abbiano accesso al credito manchino di una banca centrale. La questione è se il “prestatore di ultima istanza” debba fornire credito alle banche in ogni circostanza, oppure soltanto alle banche che non hanno liquidità ma che sono comunque solventi (perché possiedono asset di valore, ad esempio, ndr.). Ma se la banca centrale, nella sua funzione di prestatore finale, deve imitare il mercato, che senso ha averne una? E se una banca centrale non si comporta come il mercato, ma al contrario, fornisce facile accesso al credito a banche insolventi, allora non solo si aggiungono pericolosi problemi di moralità relativi al settore bancario, ma si mina l’efficienza stessa del mercato. Un mercato finanziario in cui banche insolventi sono capaci di sopravvivere grazie ad un prestatore di ultima istanza è meno efficiente e stabile di un mercato dove le stesse necessitino di essere solventi per non fallire (come in ogni altro mercato).

Le Crisi Bancarie Premiano le Banche Efficienti

La crisi del 1890 nel sistema free banking australiano è significativa. Mentre le banche insolventi avevano problemi finanziari e perdevano riserve, quelle più efficienti aumentavano le proprie riserve invece che perderle, un risultato opposto a quello che ci si aspetterebbe seguendo la tesi dell’instabilità strutturale. Quote di mercato passavano dalle banche inefficienti a quelle efficienti. Il sistema bancario non era instabile. In realtà, fu l’interferenza governativa introdotta per “controllare” la crisi a peggiorare le cose. L’emanazione di 5 giorni festivi per le banche rese incerta la differenza fra quelle solventi ed insolventi; il mercato non aveva una netta distinzione fra quali banche meritassero fiducia e quali no. Inoltre, l’intervento governativo permise alle banche ormai fallite di riaprire senza dover pagare i propri debiti passati. Quelle che utilizzarono le proprie riserve ed i propri depositi in maniera efficiente si trovavano, dunque, in una situazione peggiore di quella di banche a cui fu permesso di ignorare i propri obblighi finanziari. Gli istituti bancari efficienti cominciarono a perdere le loro riserve in favore di quelli inefficienti, ormai liberi da debiti.

Un altro esempio storico è quello dell’Ayr Bank, durante il periodo del free banking scozzese. La Ayr Bank fece ciò che non era tenuta a fare: emise banconote convertibili in oro in eccesso. Com’era prevedibile, la banca fallì. Questo caso viene, talvolta, preso ad esempio di come il fallimento di una banca possa danneggiare altri istituti, dato che il fallimento dell’Ayr Bank colpì negativamente molte piccole banche. Tuttavia, ciò è solo parzialmente vero: le banche che fallirono erano quelle che avevano investito nell’Ayr Bank, esponendosi finanziariamente ad essa. Fallirono dunque le banche che si comportarono esattamente come la Ayr Bank stessa: gestendo male le proprie risorse, ovvero investendo in maniera imprudente.

Libertà e Flessibilità Sono le Risposte

Le altre banche libere che gestirono meglio i propri soldi non furono colpite dalla crisi, la quale fornì soltanto un ulteriore esempio storico di come funzioni il mercato in ambito bancario e in relazione alla moneta, laddove gli attori siano in grado di distinguere fra banche efficienti e non. Inoltre, com’è comune nel settore bancario, i conti correnti di una banca sulla via del fallimento possono essere acquisiti da banche in buone condizioni finanziarie, il che vuol dire che il fallimento di una banca non implica necessariamente una perdita del deposito per i propri clienti. Esattamente come la bancarotta di un’azienda non è un fallimento del mercato, ma una correzione dello stesso, tale interpretazione dovrebbe applicarsi in egual modo nei casi di fallimento di banche inefficienti, i quali aumentano la quota di mercato di quelle efficienti (come in qualunque altro ambito).

È del tutto improbabile che la Scozia avrebbe optato per il free banking, se avesse votato in favore dell’indipendenza. Un’alternativa per la Scozia (o per qualunque altro paese neo-indipendente) potrebbe essere l’uso dell’Euro (o di una qualunque altra moneta) piuttosto che della sterlina. In ogni caso, determinare quale valuta sia la migliore da utilizzare dovrebbe essere una scelta demandata alla popolazione locale, mentre scoprire quale moneta dia più vantaggi è un processo ottenibile tramite il mercato.

Il bisogno di un prestatore di ultima istanza non è un forte argomento per giustificare l’esistenza di una banca centrale. Al contrario, potrebbe essere uno dei motivi per non averne una.

Articolo di su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Fallimento del mercato o fallimento dell’interventismo pubblico?

Mer, 07/01/2015 - 09:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

La crisi economico-finanziaria che tra il 2007 e il 2008 ha colpito tutto l’occidente industrializzato, è fenomeno così complesso da rendere semplicistico qualsiasi tentativo di spiegarla basandosi solo su alcuni semplici fattori causali. La stessa teoria austriaca, fin qui descritta nella versione datane da von Hayek, ben difficilmente può dirsi spiegazione univoca e completa del fenomeno. Ma tale problematica affligge, a prescindere dalla loro coerenza interna e dal loro potere esplicativo, tutte le teorie che riguardino un fenomeno sociale di queste dimensioni.

Il problema di fondo consiste nel fatto che, per quanto sulla carta si possa mostrare che, dato A segue B, non è possibile effettuare una reale controprova: eliminare, cioè, o modificare il fattore (o i fattori) indicato come causale, e verificare che effettivamente non segua più B; questo privilegio, riservato alle hard science, non è concesso alle scienze sociali, e quindi a quella economica; si possono certamente effettuare comparazioni tra fenomeni storici, che non saranno mai però perfettamente identici; o effettuare simulazioni di tipo econometrico; non però esperimenti paragonabili a quelli che si possono condurre, ad esempio, nella fisica sperimentale; una delle conseguenze è che non si riesce a falsificare (popperianamente parlando) un determinato tipo di ipotesi che quindi, per quanto screditate, possono sempre tornare a ripresentarsi, sotto vesti magari anche leggermente diverse.

Come mette in evidenza von Hayek nella prolusione tenuta in occasione della consegna del premio Nobel per l’economia:

“Diversamente dalla posizione che esiste nelle scienze fisiche, nell’economia e in altre discipline che si occupano di fenomeni essenzialmente complessi, gli aspetti degli eventi da spiegare di cui possiamo ottenere dati quantitativi sono necessariamente limitati e possono non includere quelli importanti. Mentre nelle scienze fisiche si assume generalmente, probabilmente a buona ragione, che ogni fattore importante, che determina gli eventi osservati, può essere a sua volta direttamente osservabile e misurabile, nello studio di fenomeni complessi come il mercato, che dipendono dalle azioni di molti individui, difficilmente tutte le circostanze che determineranno il risultato di un processo, per i motivi che spiegherò più avanti, potranno mai essere completamente conosciute o misurabili”.1

Senza contare, poi, quanto grande risulta l’influenza di impostazioni etiche di tipo differente nella scelta di un determinato tipo di lettura dei fenomeni economico-sociali; e quanto l’inconciliabilità di questi punti di vista renda difficoltoso il confronto, stante che la lettura di un certo fenomeno è determinata spesso a priori.

Ma lasciando da parte queste considerazioni metodologiche, quello che tenteremo di fare sarà allora di inquadrare, sulla scia dell’impostazione tracciata da Hayek e dai maestri austriaci, il complesso fenomeno di crisi del 2008; ci focalizzeremo innanzitutto sulle conseguenze di un certo tipo di politica monetaria espansionistica portata avanti dalla Fed, come Machlup fa notare: “La tesi fondamentale della teoria del ciclo economico di Hayek è che i fattori monetari costituiscono la causa del ciclo stesso, ma i fenomeni reali lo costituiscono”2 , vale a dire che il ciclo è determinato da fattori monetari, ma tali fattori monetari producono effetti reali sull’economia (il che si ricollega al discorso sulla non-neutralità della moneta che prima abbiamo svolto)

Quando si parla della crisi del 2008 è divenuto quasi un luogo comune descriverla come una crisi del libero mercato o del libero scambio

A sostenere questa linea di pensiero sono in tanti, dal presidente francese Sarkozy, che ha annunciato «la fine del Capitalismo Laissez-faire», all’economista Roubini, sino allo stesso New York Times, che non manca di ricordare come gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una mentalità laissez-faire e che negli ultimi 30 anni questo si sia tradotto in una politica di deregulation sempre più spinta.

Un importante economista come Lawrence Summers ha scritto, esprimendosi sull’ultima crisi “il pendolo sta tornando – e deve continuare a tornare- verso un rafforzamento del ruolo del governo al fine di salvare i mercati dai loro eccessi e dalle loro inadeguatezze”3.

Come fa notare Pascal Salin “[la crisi] spesso interpretata come conseguenza del comportamento di banchieri avidi e miopi che avrebbero approfittato dell’eccessiva libertà apportata da una deregolamentazione finanziaria senza limiti, finisce per essere considerata la prova d’una instabilità interna del capitalismo e della conseguente necessità di una maggiore regolamentazione statale”4

Tesi non troppo distante da quella sostenuta da Marx a metà dell’800, circa una fatale tendenza del sistema capitalistico alla crisi. Ancor più significativo è il giudizio di Alan Greenspan, capo della Federal Reserve per 18 anni, fino al gennaio del 2006.

Il 23 ottobre 2008, nel corso della sua audizione richiesta da parte d’un comitato della Camera dei Rappresentanti americana incaricato di determinare le cause del crollo della Borsa, Alan Greenspan ha, come scrive il New York Times, “ammesso di aver avuto torto nel fidarsi del mercato per regolare il sistema finanziario senza un controllo supplementare del Governo”. E continua dicendo: “Ho commesso un errore nel fare affidamento sull’interesse privato delle organizzazioni, principalmente del banchieri, per proteggere i loro azionisti. Quanti tra noi facevano affidamento sull’interesse degli istituti di credito per proteggere gli azionisti (io in particolare) sono in stato di shock ed incredulità. Ho trovato una faglia nell’ideologia capitalista. Non so fino a che punto sia significativa o duratura, ma questo mi ha fatto piombare in uno stato di grande smarrimento. La ragione per la quale sono scioccato è che l’ideologia del libero mercato ha funzionato per quarant’anni, ed anche eccezionalmente bene”5

Il problema però, nel sostenere una tesi di questo tipo, è che parlare di “libero mercato” in una situazione come quella pre-2008 è una forzatura; come scrive K. Dowd, professore di Financial Risk Management alla Nottingham Business School “l’argomento è privo di senso, perché non abbiamo un libero mercato. Piuttosto, i mercati operano all’interno di un contesto di intenso intervento statale; la nostra priorità deve essere d’investigare le condizioni e i parametri entro cui i mercati sono lasciati “liberi” di operare”6.

La tesi che sosterremo è, quindi, che la crisi non è il prodotto d’un fallimento del capitalismo o del libero mercato; ma, coerentemente a quanto esposto nel capitolo teorico sul ciclo economico austriaco, individueremo la causa principale nella politica monetaria condotta dalla Federal Reserve; sotto Alan Greenspan prima, ed ora Ben Bernanke, la Fed ha posto in essere un tipo di politica monetaria tale da favorire in modo massiccio l’azzardo morale tra gli investitori, in modo particolare nel settore immobiliare e nel settore dei prodotti finanziari.

Quello che Gary Gorton ha chiamato “il panico del 2007” è il risultato dell’agire da un lato della politica monetaria, dall’altro degli sforzi delle autorità statali di garantire l’accesso alla casa di proprietà per un numero il più elevato possibile di soggetti; tale impostazione ha favorito la crescita dei cosiddetti mutui sub-prime (n.a. anche se in realtà, al di là di mutui prime o subprime, sono stati i mutui a tasso variabile, quindi quelli che maggiormente risentono del livello dei federal funds rate, a subire il tracollo maggiore al momento dell’esplosione della bolla), ed il fiorire di un’impressionante mole di prodotti finanziari derivati al fine di sostenere tali prestiti.

Sempre secondo Gorton (2008), al fine di sostenere economicamente i mutui subprime, il sistema finanziario ha sviluppato una complessa serie di prodotti finanziari (interlinked securities, special purpose vehicles and derivatives) connessi ai mutui subprime. Il valore di queste securities risultò essere inusualmente sensibile al valore dei prezzi immobiliari sottostanti.

Quando però la Fed, preoccupata di derive inflazionistiche, decide di correggere la sua politica facendo virare verso l’alto il federal funds rate, che tocca il picco di 5.25% nel giugno 2006; e in contemporanea la crescita del prezzo degli immobili inizia a frenare per poi iniziare a flettere, i nodi vengono al pettine: gli effetti si ripercuotono sui prodotti derivati ed assicurativi, venendo amplificate dalla carenza di informazioni affidabili (complice l’estrema difficoltà nel calcolarlo) circa la valutazione del rischio implicito in tutti questi prodotti.

Procediamo dunque ad illustrare nel dettaglio la storia che, qui su, abbiamo solo abbozzato nelle sue linee di fondo.

Gabriele Manzo

Note

1 Von Hayek F, 1974, The Pretence of Knowledge

2 Machlup, F. (1974) “Friedrich von Hayek’s Contributions to Economics.”

3 Summers, L. 2008 “The pendulum swings towards regulation” Financial Times

4 Salin P, 2011, Ritornare al Capitalismo per evitare le crisi, pg XXXIII

5 Salin P, 2011, Ritornare al Capitalismo per evitare le crisi, pg 18

6 Dowd K, 2009, Moral Hazard and the financial crisis, pg 141, Cato Journal

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Contro la proprietà intellettuale: una breve guida

Lun, 05/01/2015 - 09:00

Come molti libertari, inizialmente assunsi che la proprietà intellettuale (PI) fosse un tipo legittimo di diritto di proprietà. Ma nutrivo sospetti sin dal principio: c’era qualcosa di troppo utilitaristico e orientato al risultato nell’argomentazione mossa da Ayn Rand, presumibilmente partendo da sani principi, in favore della PI. C’era anche qualcosa di troppo artificiale riguardo alle classificazioni statutarie dello stato del diritto d’autore e del brevetto. Iniziai il praticantato in avvocatura specializzata in brevetti attorno al 1992, e più imparavo sulla PI più i miei dubbi crescevano.

Infine realizzai che la PI è incompatibile con i genuini diritti di proprietà. (Questo riflette l’abbandono del mio iniziale miniarchismo Randiano in favore di un anarchismo Rothbardiano, nel momento in cui realizzai che lo Stato è l’incarnazione dell’aggressione e non può essere giustificato. Vedi il mio articolo “What It Means To Be an Anarcho-Capitalist.”)

Così, nel 1995 iniziai a pubblicare articoli mettendo in evidenza i problemi connessi alla PI, culminando infine nel mio prolisso articolo del 2001, apparso sul Journal of Libertarian Studies, intitolato “Against Intellectual Property,” che fu ripubblicato in formato monografico l’anno scorso (NdT: 2008) dal Mises Institute. Un sommario dell’argomento contenuto in questo articolo era stato avanzato nel mio articolo “In Defense of Napster and Against the Second Homesteading Rule” (LewRockwell.com, 2000), e vari di questi pezzi sono stati tradotti in altre lingue.

Recentemente ci sono stati parecchi scritti più proficui sulla PI, e, dato che il mio precedente articolo su Napster è ormai datato, è giunto il momento di riaffermare concisamente i principali argomenti libertari contro la PI, e fornire riferimenti bibliografici ad alcune delle pubblicazioni chiave contro la PI.

La struttura libertaria

Questa sezione fornisce un breve quadro della struttura libertaria prima di applicare questi principi alla PI.[1] Come spiegò Rothbard, tutti i diritti sono diritti di proprietà. Ma un diritto di proprietà è semplicemente il diritto esclusivo di controllare una risorsa finita. I diritti di proprietà semplicemente specificano chi possiede, chi ha il diritto di controllare, risorse scarse.

Nessun sistema politico è agnostico in materia di proprietà delle varie risorse. Al contrario: un qualsivoglia dato sistema di diritti di proprietà assegna un particolare proprietario ad ogni risorsa scarsa. Nessuna delle varie forme di socialismo, per esempio, nega i diritti di proprietà; ogni sistema socialista specifica un proprietario per ogni risorsa scarsa.

Se lo Stato nazionalizza una fabbrica, esso sta affermando la sua proprietà di quei mezzi di produzione. Se lo Stato ti tassa, esso sta implicitamente affermando la sua proprietà sui fondi presi. Se la mia terra venisse trasferita ad un costruttore privato con una legge di espropriazione per pubblica utilità, il costruttore sarebbe ora il proprietario. Così, la protezione ed il rispetto dei diritti di proprietà non sono unici del libertarianismo.

Ciò che è distintivo riguardo al libertarianismo sono le sue particolari regole di assegnamento della proprietà – il suo punto di vista su chi è il proprietario di ogni risorsa contestabile, e come determinarlo. Così, la domanda è: quali sono le regole libertarie di assegnazione della proprietà che distinguono la nostra filosofia dalle altre?

Proprietà del corpo

Ci sono due tipi di risorse scarse: i corpi umani e le risorse esterne trovate in natura.

I corpi umani sono ovviamente risorse scarse. Come il Professor Hans-Hermann Hoppe osserva, persino in un paradiso con una superabbondanza di beni,

il corpo fisico di qualsiasi persona sarebbe ancora una risorsa scarsa e così ci sarebbe il bisogno di stabilire delle regole di proprietà, ovvero esisterebbero delle regole riguardanti i corpi delle persone. Non siamo soliti pensare al nostro corpo in termini di bene scarso, ma immaginando la situazione più ideale possibile a cui uno possa sperare, il Giardino dell’Eden, diventa possibile realizzare che il corpo di ognuno è di fatto il prototipo di un bene scarso per l’uso del quale i diritti di proprietà, ovvero di proprietà esclusiva, devono in qualche modo essere stabiliti, al fine di evitare scontri.

Ora, il distinto punto di vista libertario è quello secondo cui ogni persona possiede completamente il suo stesso corpo – almeno inizialmente, fino a che qualcosa non cambi questa condizione (per esempio se una persona commette un qualche crimine per il quale egli scambia o perde alcuni dei suoi diritti). Implicita nell’idea di auto-possesso risiede la credenza per cui ogni persona abbia sul corpo che egli o ella controlla direttamente, ed in cui vive, maggior diritto rispetto a chiunque altro. Io ho maggior diritto a controllare il mio corpo di quanto non ne abbia tu, in quanto è il mio corpo; io ho un collegamento ed una connessione unici al mio corpo che gli altri non hanno, e questo è prioritario alle pretese di qualsiasi altra persona.

Così possiamo vedere che chiunque altro al di fuori dell’occupante originale di un corpo è un secondo arrivato rispetto all’occupante originale stesso. Il tuo diritto sul mio corpo è inferiore in parte perché io l’ho avuto prima. La persona che reclama il tuo corpo può difficilmente rispondere al significato di ciò che Hoppe chiama la distinzione “precedente-successivo”, dato che egli adotta questa stessa regola nei confronti del suo stesso corpo – egli deve presupporre il possesso del suo stesso corpo al fine di reclamare il possesso del tuo.

La regola dell’auto-possedimento può sembrare ovvia, ma è mantenuta solo dai libertari. I non libertari non credono nella completa auto-proprietà. Certamente essi solitamente garantiscono che ogni persona abbia alcuni diritti sul suo corpo, ma credono che ogni persona sia parzialmente posseduta da una qualche altra persona o entità – di solito lo Stato, o la società. In altre parole, noi libertari siamo i soli che davvero si oppongono alla schiavitù sui principi. I non libertari sono in favore di almeno una schiavitù parziale.

Questa schiavitù è implicita nelle azioni e nelle leggi dello Stato come la tassazione, la coscrizione, e la proibizione di droghe. Il libertario dice che ogni individuo è in pieno possesso del suo corpo: egli ha il diritto di controllare il suo corpo, di decidere se ingerire o meno narcotici, lavorare per meno della paga minima, pagare le tasse, arruolarsi, e così via.

Ma coloro che credono in tali leggi, credono che lo Stato sia almeno in parte proprietario dei corpi di coloro che sono soggetti a tali leggi. A loro non piace dire che credono nella schiavitù, ma è ciò che fanno. Il progressista vuole che gli evasori vengano messi in galera – ovvero, schiavizzati. Il conservatore vuole schiavizzati i consumatori di marijuana.

Proprietà sulle cose esterne

In aggiunta ai corpi umani, le risorse scarse includono oggetti esterni. A differenza dei corpi umani, comunque, le cose esterne sono inizialmente sconosciute. Il punto di vista libertario rispetto a tali risorse esterne è molto semplice: il proprietario di una data risorsa scarsa è la persona che per prima ne reclama la proprietà, o qualcuno che possa tracciare il tuo titolo contrattuale indietro fino al primo proprietario. Questa persona ha un maggior diritto rispetto a chiunque altro che voglia la suddetta proprietà. Chiunque altro è un secondo arrivato rispetto al primo possessore.

Questa regola del primo arrivato è in realtà implicita nell’idea stessa di possedere la proprietà. Se il precedente possessore della proprietà non avesse avuto un maggior diritto di una seconda persona che avesse voluto prendere la proprietà da lui, allora per quale motivo avrebbe la seconda persona un maggior diritto di una terza persona che arrivi ancora dopo? (O rispetto al primo proprietario che provi a riprendersela indietro?) In altre parole, per negare il cruciale valore della distinzione precedente-successivo si devono negare i diritti di proprietà in toto.

Qualsiasi punto di vista non libertario è così incoerente. Da un lato essi presuppongono la distinzione precedente-successivo quando assegnano la proprietà ad una data persona (in quanto essa dice che una certa persona ha un maggior diritto rispetto ai seguenti ricorrenti). Dall’altro lato, essi agiscono contrariamente a questo principio ogni volta che prendono la proprietà dal possessore originale e la assegnano ad un qualche secondo arrivato.

Ma ciò che è rilevante per i nostri scopi qui è la posizione libertaria, non l’incoerenza degli altri punti di vista. E, riassumendo, la posizione libertaria sui diritti di proprietà sugli oggetti esterni è quella per cui, in qualsiasi disputa o contesa su una qualsiasi risorsa scarsa, il possessore originale – la persona che si è appropriata della risorsa dal suo stato non posseduto (o dalla sua cessione contrattuale), abbellendola o trasformandola – ha un maggior diritto rispetto ai secondi arrivati, coloro che non si sono appropriati della risorsa scarsa.

Libertarianismo sulla PI

Data la comprensione libertaria dei diritti di proprietà, come abbozzata in precedenza, risulta chiaro che le istituzioni dei brevetti e dei diritti d’autore sono semplicemente indifendibili. I brevetti assegnano diritti sulle “invenzioni” – macchine utili, o processi. Un brevetto è una concessione da parte dello Stato che permette al brevettante di usare il sistema giudiziario statale al fine di proibire agli altri di usare le loro proprietà in alcuni modi – per esempio riconfigurare le loro proprietà in base ad uno schema o un progetto descritto nel brevetto, oppure usare le loro proprietà (inclusi i loro stessi corpi) in una certa sequenza di passi descritti nel brevetto.

I diritti d’autore di riferiscono a “lavori originali” come libri, articoli, film e programmi informatici. Un diritto d’autore è una concessione da parte dello Stato che permette al detentore del diritto d’autore di impedire ad altri di usare le loro proprietà – per esempio, inchiostro e carta – in alcuni modi.

In entrambi i casi lo Stato sta conferendo ad A un diritto di controllare la proprietà di B – A può dire a B di non fare certe cose con la proprietà di B. Dato che la proprietà corrisponde al diritto di controllare, la PI concede ad A la co-proprietà della proprietà di B. Questo chiaramente non può essere giustificato sotto i principi libertari. B già possiede la sua proprietà. Rispetto a B, A è un secondo arrivato. B è colui il quale si è impossessato della proprietà, non A. è troppo tardi per A reclamare la proprietà di B – B lo ha già fatto. La risorsa non è più senza un proprietario.

Concedere ad A dei diritti di proprietà sulla proprietà di B è incompatibile in modo piuttosto ovvio con i principi libertari di base. Non è niente più che una redistribuzione della ricchezza. La PI è dunque anti-libertaria e ingiustificata. (Vedi Against Intellectual Property, pagine 43-45, 55-56).

Allora, perché questo è un argomento controverso? Perché alcuni libertari ancora sostengono la legittimità dei diritti di PI?

Utilitarismo

Uno dei motivi per cui i libertari sostengono la PI è che essi si approcciano al libertarianismo nel suo complesso da una prospettiva utilitarista invece che di principio. Essi sono favorevoli a leggi che aumentano l’utilità o la ricchezza nel complesso. Inoltre, essi credono che la propaganda statale secondo cui i diritti alla PI garantiti dallo Stato incrementino realmente il benessere complessivo.

Ora, la prospettiva utilitarista è, in se stessa, abbastanza scadente perché qualsiasi sorta di terribile politica potrebbe essere giustificata in questo modo: perché non prendere metà della fortuna di Bill Gates e darla ai poveri? Non sarebbe la somma totale dei guadagni delle migliaia di persone che riceverebbero i sussidi pubblici più grande della riduzione delle utilità di Gates? Dopo tutto, è pur sempre un milionario. E se un uomo fosse estremamente bisognoso di fare sesso, non potrebbe il suo guadagno essere maggiore della perdita sofferta dalla vittima stuprata, diciamo, se questa fosse una prostituta?

Ma anche se ignoriamo i problemi etici e non solo legati all’approccio utilitarista, o alla massimizzazione del benessere, rimane bizzarro che i libertari utilitaristi siano a favore della PI quando non hanno dimostrato che la PI aumenti il benessere complessivo. (Per un ulteriore approfondimento dei vari problemi connessi con l’utilitarismo, vedi Against Intellectual Property, pp. 19-23.) Essi semplicemente assumono che lo faccia, e poi basano le loro opinioni politiche su questa assunzione. Va oltre la disputa il fatto che il sistema della PI imponga costi significativi, anche solo in termini economici – per non parlare in termini di libertà.

Comunque, l’argomentazione secondo cui l’incentivo fornito dalle leggi sulla PI stimolino addizionale innovazione e creatività non è nemmeno stata provata. È del tutto possibile – addirittura probabile secondo me – che il sistema della PI, oltre ad aggiungere milioni di dollari di costi alla società, in realtà riduca o impedisca l’innovazione, aggiungendo il danno oltre alla beffa.

Ma anche se assumessimo che il sistema della PI stimoli qualche innovazione addizionale e degna di valore, nessuno ha ancora stabilito che il valore dei guadagni che si danno ad intendere sia maggiore dei costi del sistema. Se chiedete ad un avvocato di PI come fanno a sapere che ci sia un guadagno netto, otterrete il silenzio come risposta (questo è specialmente vero per i rappresentanti legali dei brevetti.) Queste persone non possono fare riferimento a nessuna ricerca per supportare la posizione utilitarista; di solito costoro fanno riferimento all’Articolo I della Costituzione (NdT: degli Stati Uniti d’America), Sezione 8, come se gli accordi passati stretti tra politici di due secoli fa fossero una sorta di prova.

Infatti, per quanto sono stato in grado di dire, virtualmente qualsiasi studio che cerchi di tener conto dei costi e dei benefici delle leggi sui diritti d’autore e sui brevetti arriva alla conclusione che questi schemi costano più di quanto facciano guadagnare, che essi di fatto riducono l’innovazione, oppure che lo studio è inconcludente. Non ci sono studi che mostrino un netto guadagno. Ci sono solo ripetizioni di propaganda statale.

Chiunque accetti l’utilitarismo dovrebbe, basandosi sull’evidenza disponibile, essere contrapposto alla PI.

Creazionismo libertario

Un’altra ragione per cui molti libertari sono in favore della PI è la confusione riguardo all’origine della proprietà e dei diritti di proprietà. Essi accettano la superficiale osservazione secondo cui una persona può diventare possessore di qualcosa in tre modi: impossessandosi di una cosa non posseduta, tramite uno scambio contrattuale, e per creazione.

L’errore sta nel concetto secondo cui la creazione sia una causa indipendente di proprietà – ovvero, indipendente dall’impossessarsi di qualcosa o dal contrattare. Comunque, è facile vedere che non lo è, è facile vedere che la “creazione” non è né necessariasufficiente come causa di proprietà.

Se scolpisci una statua usando il tuo grosso pezzo di marmo, tu possiedi la creazione risultante perché tu già possiedi il marmo. Lo possedevi prima, e lo possiedi ora. E se tu ti impossessi di una risorsa prima senza proprietario, come un campo, usandolo e dunque stabilendo confini pubblicamente visibili, lo possiedi perché questo primo uso e questa recinzione ti danno un maggior diritto rispetto ai secondi arrivati. Dunque, la creazione non è necessaria.

Supponiamo ora che tu scolpisca una statua nel marmo di qualcun altro – senza permesso o con, come avviene quando un impiegato lo faccia col marmo del suo datore di lavoro – allora tu non possiedi la risultante statua, anche se tu l’hai “creata”. Se stai usando marmo rubato a qualcuno, il tuo averlo vandalizzato non sottrae al proprietario il suo diritto ad esso. E se stai lavorando al marmo del tuo datore di lavoro, egli possiede la risultante statua. Così, la creazione non è sufficiente. (Vedi anche Against Intellectual Property, pp.36-42.)

Oppure, come spiega Sheldon Richman:

Una ragione chiave [per cui i libertari sono in favore della PI] è l’importanza connessa all’atto della creazione. Se qualcuno scrive o compone un lavoro originale, o inventa qualcosa di nuovo, secondo logica egli o ella dovrebbe possederlo perché non sarebbe esistito senza il creatore. Comunque, io propongo l’idea secondo cui così come è importante la creatività perché un uomo prosperi, essa non è la causa della proprietà dei beni prodotti. … Dunque, qual è la causa? La precedente proprietà degli input attraverso l’acquisto, il dono, o l’appropriazione originale. Questo è sufficiente a stabilire la proprietà dei prodotti. Le idee non necessariamente contribuiscono con fattori addizionali. Se costruissi un modello di aeroplano usando legno e colla, lo possiederei non a causa di una qualsivoglia idea nella mia testa, ma perché possedevo il legno, la colla, e me stesso.

Ovviamente, questa argomentazione non vuole negare l’importanza della conoscenza, o della creazione e dell’innovazione. Tutte le azioni, incluse l’azione che impiega mezzi scarsi posseduti, coinvolge l’uso di conoscenza tecnica – conoscenza di leggi causali, per esempio. Certamente, la creazione è un importante mezzo per aumentare il benessere. Come Hoppe ha osservato:

Uno può procurarsi ed aumentare il benessere tramite l’appropriazione, la produzione e lo scambio contrattuale, oppure espropriando e sfruttando i coloni, i produttori, o coloro che eseguono scambi contrattuali. Non ci sono alternative.

Ma mentre la produzione o la creazione sono il mezzo per guadagnare “benessere”, essi non sono una causa indipendente di proprietà o diritti. La produzione non è la creazione di nuova materia; è la trasformazione di cose da una forma a un’altra – la trasformazione di cose che uno necessariamente già possiede. Usando il tuo lavoro e la tua creatività per trasformare la tua proprietà in un qualche prodotto finito più prezioso ti dà maggiore benessere, ma non diritti di proprietà addizionali.

Dunque, l’idea secondo cui tu possiedi qualsiasi cosa crei è confusa, e non giustifica la PI.

L’approccio contrattuale

Alcuni argomentano anche che una certa forma di diritto d’autore o, possibilmente, di brevetto potrebbe essere creata da un certo tipo di trucchi contrattuali – per esempio, da un venditore che vende ad un compratore un prodotto con un motivo (un libro, un CD, etc.) o una macchina utile, alla condizione che non venga copiata. Per esempio, Brown vende un’innovativa trappola per topi a Green, a condizione che Green non la riproduca. (Questo è l’esempio di Rothbard, tratto da “Conoscenza, verità e menzogna”, che è discusso alle pagine 51-55 di Against Intellectual Property)

Ad ogni modo, affinché la PI funzioni, si devono vincolare non solo il compratore ed il venditore, ma anche tutte le terze parti. Il contratto tra il compratore e il venditore non può fare ciò – esso vincola solo il compratore ed il venditore. Nell’esempio dato sopra, anche se Green è d’accordo nel non copiare la trappola per topi di Brown, Black non ha alcun contratto con Brown. Brown non ha alcun diritto contrattuale che impedisca a Black dall’usare la proprietà stessa di Black in accordo con qualsivoglia conoscenza o informazione che Black abbia. Così, anche l’approccio contrattuale fallisce. (Vedi anche Against Intellectual Property, pp. 45–55.)

 IP e statismo

Un ulteriore problema con la PI può essere menzionato. E questo problema consiste nel fatto che i diritti di PI sono schemi regolamentari, schemi che sono costruiti solo per mezzo di una legislazione. Un brevetto o un codice di diritti d’autore in un sistema legale decentralizzato, basato sui casi particolari, non potrebbe verificarsi in una società libera più di quanto potrebbe un Atto per favorire gli Americani Disabili. In altre parole, la PI richiede sia una legislatura sia uno Stato. Per i libertari che rigettano la legittimità dello Stato o della legge regolamentata, questo è un altro difetto della PI.

Bigliografia anti-PI

Saggio di Stephan Kinsella su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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La rivoluzione scolastica di Ron Paul

Ven, 02/01/2015 - 09:00

Ron Paul, Illustre Consigliere del Mises Institute, ha recentemente rilasciato il suo nuovo libro La rivoluzione scolastica: una nuova risposta al nostro malridotto sistema educativo. Il Dottor Paul ha parlato con noi del suo nuovo libro e come la decentralizzazione, la competizione, e l’istruzione on-line stiano rivoluzionando l’educazione.

Mises Institute: I suoi libri in passato hanno affrontato problemi come la moneta metallica, la proprietà privata, e il sistema delle banche centrali. Perché ora sta rivolgendo la sua attenzione all’educazione?

Ron Paul: La gente durante le campagne presidenziali ha parlato di una Rivoluzione di Ron Paul. Ma senza una rivoluzione nell’educazione non ci può essere nessuna Rivoluzione. Se le persone arrivano ad imparare la filosofia della libertà solo attraverso rappresentazioni satiriche, se proprio giungono ad impararla, e non vengono mai esposti agli economisti Austriaci, sarà difficile o impossibile sostenere nel lungo termine il nostro attuale slancio.

Non mi fraintenda: sono elettrizzato dai nostri progressi e sono più ottimista di quanto non sia mai stato. Ma per il lungo termine, sono preoccupato che tutto questo eccitamento possa svanire se non esista l’infrastruttura per mantenerlo. E questo significa che non possiamo ignorare l’educazione.

MI: Come descriverebbe la sua educazione? Come lo Stato ha cambiato il modo in cui siamo educati oggi rispetto ad allora?

RP: Io ero piuttosto felice della mia educazione. Ho frequentato una scuola pubblica, sì, ma sinceramente era circa tanto valida quanto un’istituzione governativa può essere: avevamo un completo controllo locale, nessuna pedagogia alla moda ma ridicola ci era stata imposta, e gli studenti venivano da famiglie con solide origini. Avevamo i nostri piantagrane, ma, davvero, nessuna delle patologie che incontriamo così spesso oggi.

MI: Lei cita Leonard Read più di una volta nel suo libro. Come ha formato i suoi punti di vista sull’educazione e la libertà?

RP: Da Leonard Read, che ho molto ammirato, ho preso un impegno ad educare il pubblico ai principi della libertà in ogni occasione. Leonard non avrebbe potuto immaginare le opportunità che avremmo avuto oggi – con internet, l’insegnamento a casa, e la straordinaria combinazione dei due.

MI: Le risorse online per l’educazione stanno rendendo più facile per le persone educarsi ed educare gli altri?

RP: Questo è metterla in modo blando! Avere le grandi opere dei grandi pensatori della nostra tradizione, più articoli, discorsi, libri, e materiale di ogni genere a portata di mano, semplicemente mi meraviglia. Anche senza un curriculum organizzato per guidare qualcuno, chiunque sia bramoso di conoscenza la troverà. Questo è il modo in cui molte persone finiscono con lo scoprire l’Istituto Mises, non è vero?

Sto gestendo un mucchio di progetti in questi giorni. Per certi versi, sono più occupato di quando ero in Congresso. Ma cosa ci può essere di più importante che toccare con mano le grandi idee della libertà, che cambiano la vita di future generazioni, e dare a questi studenti l’educazione che lei ed io avremmo solo potuto sognare?

Tuttavia, il curriculum che ho progettato (RonPaulCurriculum.com), e a cui faccio riferimento nel libro, è più che solo storia ed economia. È matematica e scienze, è letteratura, è scrittura, è capacità di parlare in pubblico, è imparare come iniziare la propria attività, e, soprattutto, è imparare come imparare. Tutte queste sono abilità che serviranno bene una giovane persona. Se un numero considerevole di giovani persone libertarie ha queste abilità, credo che le cose comincino a cambiare.

MI: Come può la competizione nell’educazione fornire una migliore esperienza per gli studenti?

RP: Allo stesso modo in cui la competizione in qualsiasi cosa fornisce una migliore esperienza per i consumatori. La competizione nell’educazione sarà particolarmente feroce. Se le scuole governative stanno spendendo tra i 10000 $ ai 15000 $ all’anno per studente, ed io posso dare agli studenti una migliore educazione per, diciamo, 750 $, come potrà il loro modello commerciale sopravvivere? Per inerzia, certamente, ma con i bilanci statale e locali sotto un crescente sforzo, come può durare a lungo l’attuale modello nel campo dell’educazione?

MI: Nel libro lei è chiaramente in favore dell’educazione a casa. Ma quando viene il momento di andare all’università, non avranno bisogno gli studenti di un qualche certificato formale rilasciato da una scuola accreditata?

RP: In questi giorni, con l’educazione domestica sempre più convenzionale, e con le competenze accademiche di così tanti ragazzi educati a casa non più messe seriamente in dubbio, le università sono meno severe su questo. Qualcuno con buoni risultati ai test standard, o che ottiene crediti universitari tramite gli esami CLEP (NdT: College Level Examination Program, ovvero Programma di Esami di Livello Universitario), ha dimostrato i meriti sia del suo curriculum sia suoi personali. Il mio personale curriculum di educazione a casa, il Ron Paul Curriculum, pone il superamento degli esami CLEP come una priorità. Questo è un fiore all’occhiello per lo studente, e sono una montagna di soldi nei portafogli dei genitori quando uno studente può saltare corsi, o addirittura intere classi.

MI: Nonostante tutta questa crescita dell’educazione a casa, la maggior parte degli studenti continua ad andare in scuole pubbliche. Dunque, è possibile fare la differenza con così tanti che ancora ricevono un’educazione convenzionale indirizzata dallo Stato?

RP: Non abbiamo bisogno di convincere tutti. La maggior parte delle persone non hanno alcun interesse nelle questioni che guidano lei e me. Dobbiamo persuadere una minoranza dedicata. Dobbiamo raggiungere i leader intellettuali di domani dalle nostre fila. Se anche il 5 percento del pubblico americano fosse veramente pratico dei grandi pensatori e classici della filosofia della libertà, sarebbe una situazione molto, molto diversa.

Inoltre, ricordi che la trasmissione di notizie ed informazioni sta diventando decentralizzata. Uno non deve più essere parte dei mezzi della classe dirigente per ricevere ascolto o addirittura essere seguito. Sto cercando di allenare le prossime generazioni di libertari a prendere questo ruolo. In questo modo possiamo avere un’influenza spropositata rispetto al numero che siamo.

Un’ultima cosa, se posso: penso che molti genitori che gradiscono l’idea dell’educazione a casa manchino di confidenza nel farlo. Questa è una paura comprensibile. Pochi genitori si sentono a loro agio all’idea di rispondere ai lori figli a domande di calcolo e fisica. In La rivoluzione scolastica spiego perché questo problema non debba essere insuperabile. I genitori possono dare ai loro figli un’educazione eccellente senza che siano loro ad insegnare la gran parte delle materie ai livelli più alti, o senza assumere insegnanti costosi.

Stiamo vivendo in un periodo di rapidi cambiamenti, in così tante aree della vita. Il modo di educare può essere il più importante di questi cambiamenti. Dobbiamo essere in anticipo. Questo è il motivo per cui ho scritto questo libro.

Intervista a Ron Paul su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Economia internazionale

Lun, 29/12/2014 - 09:00

Gli economisti hanno dedicato alla “teoria del commercio internazionale” un’attenzione superiore alla sua effettiva importanza analitica; infatti essa non è altro che l’analisi del libero mercato applicata ad un’area geograficamente più vasta. Si commercia perché esiste, ed è conveniente, la divisione del lavoro, e di conseguenza lo scambio.

 Cause del commercio internazionale: 1) diverse condizioni di produzione: i paesi hanno dotazioni di risorse naturali diverse; 2) economie di scala: è conveniente estendere il volume della produzione, e dunque conquistare mercati esteri, per ridurre i costi; 3) differenze di gusti: anche se le condizioni di produzione fossero uguali ovunque, i gusti delle popolazioni sono diversi.

Dal ‘500 al ‘700 il mercantilismo è la dottrina economica dominante: sostiene politiche protezionistiche per conseguire avanzi nella bilancia dei pagamenti, che si traducono in aumenti degli stock di oro e argento. A partire dalla seconda metà del ‘700 inizia la reazione teorica a tale dottrina, per merito di David Hume ed Adam Smith.

  1. Smith: ogni paese deve specializzarsi nelle produzioni in cui ha costi assoluti minori rispetto agli altri paesi.
  2. Ricardo-Torrens, “teorema dei costi comparati”: anche se un paese è svantaggiato in tutte le produzioni, è conveniente che si specializzi nella produzione in cui ha un vantaggio comparativamente maggiore o anche uno svantaggio comparativamente minore, e scambiare. [1]
  3. Marshall, introducendo le curve di comportamento, determina anche la ragione di scambio.
  4. Teoria di Hecksher-Ohlin: importanza delle differenze nella dotazione dei fattori produttivi.
  5. Teoria del ciclo del prodotto (Vernon, Hirsch).

Bilancia dei pagamenti: registrazione di tutte le transazioni effettuate in un dato periodo di tempo fra i residenti del paese che compie la rilevazione e i residenti degli altri paesi. È divisa in 4 sezioni: 1) partite correnti, che comprende: esportazioni e importazioni di beni (bilancia commerciale); partite invisibili (perché non passano materialmente la frontiera) comprendenti esportazioni e importazioni di servizi (es. proventi del turismo, noli marittimi per merci e passeggeri, premi di assicurazione, servizi di trasporto, redditi da lavoro [redditi di residenti per prestazioni fatte all’estero e viceversa], redditi da capitale [interessi e profitti su investimenti], commissioni bancarie, brevetti industriali); trasferimenti unilaterali, che sono flussi finanziari senza contropartita (es. rimesse degli emigrati, aiuti internazionali, riparazioni di guerra); 2) movimenti di capitale, che include le variazioni della posizione debitoria e creditoria dei residenti verso i non residenti, sia pubblici che privati; es.: investimenti diretti, volti ad acquisire un controllo durevole su un’impresa, investimenti di portafoglio (azioni, obbligazioni, titoli di proprietà immobiliare), crediti commerciali, prestiti. A questo punto si tira la linea; 3) i movimenti monetari misurano l’attività delle istituzioni monetarie per far fronte all’avanzo o al disavanzo, che si traducono nelle variazioni delle riserve di liquidità (oro, valute convertibili, dsp, operazioni con il FMI, attività e passività verso l’estero delle aziende di credito); 4) errori ed omissioni: registra eventuali discordanze fra poste attive e passive dovute a inesattezze di registrazione, movimenti illegali ecc.

Se si applica il metodo individualistico, si evidenziano i limiti del valore euristico dell’aggregato “bilancia dei pagamenti” (e dei vincoli che in nome del suo equilibrio vengono imposti ai sistemi economici). Calcolare il valore degli scambi effettuati fra due paesi diversi non è altro che calcolare la somma degli scambi effettuati da individui che si trovano in una data porzione di territorio con individui che si trovano in un’altra porzione di territorio. Poiché alla lunga un individuo non può consumare più di quanto produce, applicando il metodo compositivo si deduce che tutti gli individui di un determinato territorio non possono per lungo tempo consumare più di quanto producono, e importare più di quanto esportano. Sono gli aggiustamenti inevitabili dell’economia a generare l’equilibrio delle bilance dei pagamenti, individuali e collettive. Il senso comune contemporaneo, invece, giudica “buone” le esportazioni e “cattive” le importazioni, e invoca interventi di riequilibrio in caso di disavanzo.

L’arbitrarietà della bilancia dei pagamenti è illustrata dal fatto che nessuno si preoccupa della bilancia dei pagamenti fra, ad esempio, Roma e Napoli, non vi sono funzionari che registrano gli scambi fra questi due insiemi di residenti, e ciò solo perché si trovano all’interno del confine dello stato italiano.

Il protezionismo

Il protezionismo si consegue attraverso tre strumenti: tariffe (o dazi) doganali[2], quote (o contingenti) e normative restrittive o discriminatorie (con l’argomento, o pretesto, della salubrità e sicurezza dei consumatori). Il primo incide sul prezzo, aumentandolo di una data percentuale, che è il dazio; il secondo è un limite quantitativo, il numero di beni importati che non può essere superato; così come il terzo, sebbene non fissi esplicitamente un valore numerico.

Il protezionismo è immorale, perché vieta ad alcuni individui, discriminati per aree territoriali, di intraprendere scambi volontari, e inefficiente, perché impedisce che le risorse si dirigano dove sono maggiormente richieste. L’inefficienza del protezionismo è evidente se si pone mente al fatto che la divisione del lavoro, e lo scambio che ne consegue, è la condizione più efficiente. Se la divisione del lavoro e lo scambio è efficiente a livello di uno Stato, sarà ancora più efficiente a livello mondiale. Il libero scambio fra nazioni non è altro che un’applicazione del principio generale della specializzazione, del vantaggio comparato e dello scambio fra individui[3].

Con il protezionismo i consumatori sono danneggiati perché sono costretti o ad acquistare prodotti di minor qualità o a pagare prezzi più alti, che servono a sussidiare produttori inefficienti (o meno efficienti dei produttori esteri).

Applicando la reductio ad absurdum emerge l’infondatezza dell’argomento protezionista: se si invoca l’introduzione di dazi doganali ritenendo che questi difendano efficacemente la produzione e l’occupazione interna ad un singolo Stato, per coerenza bisognerebbe accettare anche un protezionismo a livello regionale o locale. Infatti, se è vero che il protezionismo internazionale può rendere un intero paese, come ad esempio l’Italia, prospero, allora dev’essere altrettanto vero che il protezionismo interregionale renderà prosperi la Lombardia, il Lazio o la Campania; e, all’interno di ciascuna di queste regioni, grazie ad un protezionismo municipale, le singole città. Se gli argomenti protezionistici fossero corretti, costituirebbero un vero e proprio atto d’accusa nei confronti di tutti gli scambi, difendendo implicitamente la tesi secondo la quale ciascuno sarebbe più prospero e forte se non commerciasse con alcuno e rimanesse in una condizione di isolamento autosufficiente. Se l’autosufficienza invocata dai protezionisti a livello di una data comunità venisse applicata a livello individuale non vi sarebbe più divisione del lavoro e il tenore di vita delle persone crollerebbe a livelli primitivi. È vero che le restrizioni a livello di nazione non sono così afflittive come quelli ipoteticamente imposti a un individuo, ma la differenza è solamente di grado, non di genere; l’esempio dimostra che la restrizione a livello di nazione rende la situazione meno efficiente rispetto a una restrizione a livello di continente, che a sua volta è meno efficiente dell’assenza totale di restrizioni a livello mondiale.

Si tenga presente che il libero commercio per un paese è vantaggioso anche se gli altri paesi con cui commercia attuano politiche protezionistiche nei suoi confronti: infatti i residenti in quel paese acquisterebbero i beni esteri desiderati, e non sarebbero costretti a sprecare risorse per produrre quei beni.

L’argomento dell’“industria nascente”: il dazio protegge temporaneamente un dato settore, finché quelle imprese “apprendono” come diventare efficienti; nel lungo periodo dunque verrebbe garantita una maggior concorrenza. Ma chi lo dice che sicuramente le imprese protette diventeranno competitive? Se il capitale privato non investe in quel settore vuol dire che gli investimenti non sono profittevoli. Dunque l’effetto è un danno immediato per il consumatore grazie ai più alti prezzi e un danno indiretto perché si determina una diversione artificiale delle risorse verso un settore che non è quello che soddisfa i desideri più urgenti dei consumatori.

L’argomento della disoccupazione interna: si perdono posti di lavoro all’interno nelle produzioni che subiscono la concorrenza estera. Ma la legge della divisione del lavoro insegna che le risorse disoccupate saranno sollecitate a produrre beni e servizi diversi da quelli prodotti, in maniera più efficiente, all’estero, e dunque la ricchezza complessiva crescerà. I danneggiati dal dazio sono: i consumatori, i produttori del paese estero (più meritevoli perché più efficienti), i produttori interni di beni che i consumatori avrebbero acquistato se non avessero dovuto destinare le risorse (in più) all’acquisto del bene con prezzo più alto e i produttori di beni interni che i consumatori del paese estero avrebbero comprato se avessero avuto a disposizione il reddito derivante dall’esportazione. Inoltre le risorse (lavoro, materie prime ecc.) si indirizzano verso la produzione del bene protetto e vengono distolte dalle produzioni in cui sarebbero state impiegate se ai consumatori venisse lasciata la libera scelta; dunque c’è un impiego meno efficiente delle risorse. Non ci si deve concentrare solo sui posti di lavoro creati nel settore protetto (ciò che si vede), ma anche su quelli distrutti in altri settori (ciò che non si vede).

Dumping: vendere sottocosto deve rappresentare una libertà del produttore. Tra l’altro vantaggiosa per il consumatore.

Se un paese pratica aiuti all’esportazione, il paese che importa ne trae ugualmente vantaggio e non dovrebbe lamentarsene come invece avviene in base all’argomento delle ‘pari condizioni’ (level playing field), perché le importazioni avvengono a prezzo più basso e ciò consente di indirizzare i fattori produttivi verso produzioni diverse da quelle oggetto di importazione.

Una politica protezionistica determina quasi sempre un atteggiamento di rappresaglia da parte dei paesi penalizzati, dunque danneggia anche le esportazioni del paese che la pratica (per non parlare delle tensioni che possono sfociare in conflitti bellici)[4].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

 

[1] Esempi.

Vantaggio assoluto. Due paesi, Inghilterra e Portogallo; il primo ha un vantaggio nella produzione di grano, il secondo di vino. Se non commerciano e si mantengono autarchici producono in un anno rispettivamente 500 tonnellate di grano e 15 litri di vino e 25 tonnellate di grano e 400 litri di vino. Assumendo per semplicità che questi due beni possano essere sommati, il pil inglese sarà pari a 515 e quello portoghese a 425, per un totale di 940. Se invece i due paesi si specializzano nella produzione in cui hanno un vantaggio, impiegando in essa tutte le risorse (che prima erano equiripartite nella produzione di due beni), raddoppiano la produzione, per un pil totale di 1800 (tabella 1).

grano vino pil Inghilterra 500 15 515 Portogallo 25 400 425 no scambi 525 415 940 scambi 1000 800 1800

Tabella 1

Vantaggio comparato. Anche se l’Inghilterra è più efficiente in entrambe le produzioni, la specializzazione e lo scambio restano vantaggiosi. L’Inghilterra ha un vantaggio comparativamente maggiore nella produzione di vino, perché ne produce il 76,9% in più rispetto al Portogallo (115 contro 65), mentre produce solo l’11,1% in più di grano (400 contro 360). Dunque all’Inghilterra conviene specializzarsi nella produzione di vino e al Portogallo nella produzione di grano, il che porterà a un pil complessivo di 950 anziché 940 (tabella 2).

 

grano vino pil Inghilterra 400 115 515 Portogallo 360 65 425 no scambi 760 180 940 scambi 720 230 950

Tabella 2

Un altro modo di esemplificare il medesimo teorema, evidenziando i costi, è il seguente. Il sistema economico dei due paesi, Inghilterra e Portogallo, è formato da 10 lavoratori, che lavorano per un anno. Il costo di una unità dei due beni, grano e vino, è espresso in termini di attività lavorativa svolta da un lavoratore: nell’esempio della tabella 3, per produrre una unità di grano in Inghilterra sono necessari 4 lavoratori (come detto, la giornata lavorativa è una sola), in Portogallo 6. E rispettivamente 9 lavoratori e 3 per produrre 1 unità di vino.

 

grano vino Inghilterra 4 9 Portogallo 6 3

Tabella 3

Se i 10 lavoratori inglesi dovessero produrre entrambi i beni, essi riuscirebbero a produrre 1 unità di grano e 0,66 unità di vino. Infatti 4 lavoratori sarebbero impegnati a produrre 1 unità di grano, gli altri 6 sarebbero occupati a produrre vino, ma, poiché per produrre 1 unità di vino sono necessari 9 lavoratori, quei 6 riuscirebbero a produrre solo i 2/3 di 1, cioè 0,66. Seguendo lo stesso ragionamento si arriva alla conclusione che i portoghesi otterrebbero 1 di grano e 1,33 di vino.

Se gli inglesi si applicassero soltanto alla produzione di grano, nella quale hanno un costo assoluto minore, otterrebbero 2,5 unità. Se i portoghesi si concentrassero soltanto sulla produzione di vino, nella quale hanno un costo assoluto minore, otterrebbero 3,33 unità. Ai due paesi conviene specializzarsi nella produzione in cui sono più efficienti, cioè in cui hanno un costo assoluto minore, e scambiare. Supponiamo che il rapporto di scambio fra i due beni sia di 1 a 1, cioè che il prezzo dei due beni sul mercato sia identico. Gli inglesi potrebbero cedere 1 unità di grano, ottenendo in cambio 1 unità di vino. In questo modo stanno meglio rispetto all’ipotesi autarchica, perché dispongono di 1,5 di grano e 1 di vino, mentre nell’ipotesi autarchica otterrebbero, come abbiamo visto, 1 di grano e 0,66 di vino. I portoghesi potrebbero cedere 1 unità di vino, ottenendo in cambio 1 unità di grano. Anch’essi stanno meglio rispetto all’ipotesi autarchica, perché dispongono di 1 di grano e 2,33 di vino, mentre nell’ipotesi autarchica otterrebbero 1 di grano e 1,33 di vino. È quindi dimostrata la superiorità della divisione del lavoro e dello scambio.

Questa teoria è valida anche nel caso in cui un paese sia superiore all’altro nella produzione di entrambi i beni, ma il paese svantaggiato ha uno svantaggio minore nella produzione di un bene (comparati i costi, si vede che il rapporto fra i costi dei due beni all’interno di ciascun paese, è diverso: nell’esempio della tabella 4, in Inghilterra è pari a 4/9 = 0,44, in Portogallo a 6/10 = 0,6).

 

grano vino Inghilterra 4 9 Portogallo 6 10

Tabella 4

Se i 10 lavoratori inglesi dovessero produrre entrambi i beni, essi riuscirebbero a produrre 1 unità di grano e 0,66 unità di vino; i portoghesi otterrebbero 1 di grano e 0,40 di vino.

Se gli inglesi si applicassero soltanto alla produzione di grano, nella quale hanno un costo comparativamente minore, otterrebbero 2,5 unità. Se i portoghesi si concentrassero soltanto sulla produzione di vino, nella quale hanno uno svantaggio comparativamente minore, otterrebbero 1 unità. Anche in questo caso ai due paesi conviene specializzarsi in una produzione e scambiare. Supponiamo che il rapporto di scambio sia 1 a 2, cioè che il prezzo del vino sia doppio di quello del grano. Gli inglesi, per ottenere 0,66 di vino, devono cedere 1,32 unità di grano; resterebbero quindi con 2,5 – 1,32 = 1,18. Dunque stanno meglio del caso in cui avessero scelto l’autarchia; infatti ora dispongono di 1,18 di grano e 0,66 di vino, mentre con la scelta autarchica disporrebbero di 1 di grano e 0,66 di vino. I portoghesi per ottenere 1 unità di grano danno in cambio 0,50 unità di vino; ora restano con 1 – 0,50 = 0,50 di vino. Anch’essi stanno meglio dell’ipotesi autarchica, perché ora hanno 1 di grano e 0,50 di vino, altrimenti disporrebbero di 1 di grano e 0,40 di vino.

 

[2] Nel 1950 in tutto il mondo le tariffe medie (esclusa l’agricoltura) rappresentavano il 40% del prezzo; nel 2000 il 5%.

[3] «Restringere le importazioni di automobili dal Giappone per “creare posti di lavoro” per i lavoratori americani a Detroit è insensato come la situazione in cui un individuo si rifiuti di andare dal dentista per “creare lavoro” per sua moglie, in modo che sia lei a effettuare la pulizia dei denti e a controllarne le carie». R.P. Murphy, Lessons for the Young Economist, Mises Institute, Auburn, Al, 2010, p. 290.

[4] M.N. Rothbard, The Dangerous Nonsense of Protectionism, monografia per il Mises Institute, successivamente presentata con il titolo Protectionism and the Destruction of Prosperity, 1986. In italiano Protezionismo e distruzione della prosperità, in La libertà dei libertari, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2000, pp. 101-116; pubblicato con il titolo Il nuovo protezionismo e con diversa traduzione in H. Disney (a cura di), No al protezionismo!, IBL, Rubbettino-Facco, Soveria Mannelli (Cz)-Treviglio (Bg), 2004.

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Perché essere ottimisti

Mer, 24/12/2014 - 08:00

Questo articolo è adattato da un discorso rilasciato al Costa Mesa Mises Circle 2014, “Society Without the State,” tenuto l’8 novembre 2014.

Vi ho promesso un po’ di ottimismo per oggi. Forse uno dei libertari più ottimisti di sempre è stato Murray Rothbard, un felice intellettuale guerriero se mai ce ne è stato uno. Ed egli era molto entusiasta riguardo alla rivoluzione delle idee libertarie perché aveva compreso fondamentalmente che la libertà è l’unica maniera per organizzare la società che sia compatibile con la natura e l’azione umane. Ed era questo ottimismo, questa inamovibile fede nel fatto che siamo nel giusto e che gli statalisti siano in torto, che lo ha guidato alla creazione di uno sbalorditivo lavoro in difesa della libertà personale. Ora, fatemi sottolineare il fatto che Rothbard, nonostante la sua reputazione di irremovibile intellettuale, vedeva i suoi sforzi come pragmatici, non utopici. Egli aveva compreso piuttosto chiaramente che l’utopia è l’elemento caratteristico dei campioni intellettuali dello Stato, non dei detrattori dello Stato. Egli aveva compreso che l’utopia e lo statalismo, e non la libertà, avevano prodotto i grandi mostri e le grandi guerre del ventesimo secolo.

Più di tutto, egli aveva compreso che i veri utopisti sono i pianificatori centrali che credono di poter prevalere sulla natura umana ed indirizzare gli attori umani come bestiame. Per citare Murray: “L’uomo che pone tutte le armi e tutto il potere decisionale nelle mani di un governo centrale e poi dice ‘autolimitati'; costui è il vero utopista poco pratico.” Agli occhi di Rothbard un mondo libertario sarebbe un mondo migliore, non perfetto. Dunque, mentre la nostra rivoluzione è di fatto intellettuale, è anche ottimista e pragmatica. Dovremmo parlare di libertà in termini di principi fondamentali, e come questi principi operano per una migliore società precisamente perché essi sono in accordo con l’innato desiderio umano per la libertà. Lasciamo che gli statalisti spieghino i loro grandi schemi, mentre noi offriamo una visione realistica di un mondo organizzato intorno alla società civile e ai mercati.

Ora, tutti quelli tra noi che sono menti-libere hanno sentito almeno una versione dell’accusa di essere “irrealistici”: “Oh, il libertarianismo sarebbe stupendo ma è irrealistico,” dicono. L’anarco-capitalismo è una cosa di cui parlare in una discussione in un dormitorio o durante una conferenza di filosofia, ma tale società è troppo poco pratica ed idealistica per il mondo reale. Gli Stati sono esistiti da quando ci sono le società umane, non ti libererai mai di loro. Qualcuno potrebbe addirittura arrivare ad affermare che un mercato esiste per i “servizi” del governo, vedendo come gli Stati sembrino costantemente spuntare nella storia dell’umanità.

Ma esaminiamo questo punto. Se credi che lo Stato sia dannoso piuttosto che un benefattore; se credi che lo Stato minacci i diritti individuali e i diritti di proprietà, piuttosto che proteggerli; se credi che lo Stato diminuisca le nostre possibilità per raggiungere pace e prosperità; se credi, insomma, che lo Stato sia una forza immensa per il male nella nostra società, una forza che ci rende tutti quanti molto più poveri, perché mai sarebbe irrealistico lavorare per la sua eliminazione?

Notate che l’accusa di essere irrealistici, poco pratici, o eccessivamente idealisti non è mai applicata alla medicina o alla prevenzione dei crimini. Nessuno dice ai ricercatori contro il cancro “dovreste essere più realistici, il cancro e le infezioni esisteranno sempre. Perché non lavorate invece per rendere meno grave il comune raffreddore?” Nessuno dice ad un investigatore “Oh, il crimine organizzato e la violenza sono parte della natura umana, è inutile cercare di prevenirli. Forse dovresti concentrarti sul ridurre i furti di biciclette.”

Dunque, perché dovremmo essere dispiaciuti o timidi o meno che completamente ottimisti nella nostra battaglia contro lo Stato? Non dovremmo. Come il ricercatore contro il cancro, come chi combatte il crimine, dovremmo essere audaci, dovremmo essere ottimisti, e dovremmo essere vigorosi nella nostra opposizione al governo. Noi dovremmo essere certi del successo finale della nostra missione, così come Murray Rothbard lo era.

Sono ottimista perché lo Stato è fiscalmente insostenibile

Rimane assodato che vinceremo. Lo Stato, almeno così come è attualmente costituito negli Stati Uniti e nella maggior parte delle nazioni occidentali, sta morendo sotto il peso della sua assoluta insostenibilità fiscale.

Sono curioso di sapere se qualcuno di voi ha mai sentito di Herbert Stein. Forse conoscete Ben Stein da “Win Ben Stein’s Money” e Ferris Bueller’s Day Off. Herbert Stein era suo padre. Herbert Stein era un economista, e presidente del Council of Ecnomic Advisors, una sorta di squadra di supporto per i presidenti Richard Nixon e Gerald Ford. Non è il mio tipo di economista, ed era solo vagamente in favore del liberto mercato, ma era pur sempre un economista. E apparentemente un uomo interessante: nei suoi ultimi anni scrisse brevemente un’anonima rubrica di consigli per Slate e giornali stampati, dal titolo “Dear Prudence” (“Cara Prudenza”).

Herbert Stein se ne uscì con la sua propria legge, nota come legge di Herbert Stein. Essa dice che: “Se qualcosa non può andare avanti in eterno, si fermerà.” Sembra semplice. L’ha usata per descrivere gli andamenti economici come il bilancio dei deficit nei pagamenti. Egli intendeva dire che non serviva alcun programma per fermare qualcosa che si sarebbe fermata da sola, qualcosa che non sarebbe potuta essere sostenuta. E, chiaramente, il governo degli Stati Uniti, il più grande e potente governo che sia mai esistito, non può essere sostenuto. Non in un senso fiscale. Impossibile, non c’è modo.

Non stiamo parlando semplicemente dei 17 bilioni di dollari di debito in buoni del Tesoro che il governo federale deve ai suoi creditori. Stiamo parlando della non sostenibilità ad un livello assai più grande. L’economista Laurence Kotlikoff usa un concetto noto sotto il nome di buco fiscale, che è molto più preciso, e molto più sconfortante, del rilevamento del debito del Tesoro. Il buco fiscale in sostanza misura il valore attuale delle future entrate tramite le tasse, contro il valore attuale delle future obbligazioni governative. Dunque, non solo il debito dei titoli di stato, ma anche la previdenza sociale, medica, i programmi assistenziali, etc. E Kotlikoff ha tirato fuori un buco fiscale di più di 200 BILIONI di dollari. Fatemelo ripetere: 200 BILIONI di dollari. Ora, non abbiamo tempo oggi di discutere i dettagli della situazione fiscale del governo federale, e come sia stato calcolato questo buco fiscale. Ma rimane certo che la realtà è ampiamente peggiore di quanto chiunque nel governo o nella stampa che segue l’opinione più diffusa ammetterà.

Capite che non c’è nessuna volontà politica a Washington di tagliare le voci costose come la previdenza sociale, medica, i sussidi pubblici per il welfare, e alla difesa. Nessuna. Ricordate le grida durante i dibattiti sul sequestro? Assistite allo sdegno quando il Congresso semplicemente considera tagli al tasso di crescita di certi programmi! Non c’è nessuna volontà politica a Washington di contrastare l’aumento esorbitante delle tasse, che non aiuterebbe comunque. La politica non risolverà questo problema. La realtà fiscale del nostro governo federale non può essere sistemata, né politicamente né economicamente. Non possiamo risolvere questo problema. I numeri dietro al buco fiscale di Kotlikoff semplicemente non possono essere vinti, ma solo rimandati – ed ulteriormente peggiorati – da un’espansione monetaria senza fine.

Può sembrare quasi divertente, ma questa realtà ci dà motivo di essere ottimisti. Sappiamo che la situazione attuale non può durare, così – in quanto persone orientate alla libertà – abbiamo la straordinaria opportunità di riconoscere tutto ciò, ed iniziare a costruire il futuro. Non dobbiamo lavorare con la delusione che tutto continuerà come al solito, che il sistema funzionerà se solo lo riformassimo o tentassimo di aggiustarlo o eleggessimo le persone giuste. Noi possiamo essere onesti e riconoscere che la democrazia non funziona, non può funzionare, e prima sarà esposta al fallimento e meglio sarà. Noi dovremmo celebrare questa comprensione, perché non può avvenire nessun progresso verso la libertà finché non comprendiamo la realtà e i problemi a portata di mano.

Sono ottimista perché lo Stato è intellettualmente insostenibile

Ma abbiamo una più profonda e più soddisfacente ragione per essere ottimisti. Lo Stato non è solo fiscalmente insostenibile, è anche intellettualmente insostenibile. Dovremmo essere ottimisti perché stiamo vivendo all’inizio di quello che Hans-Hermann Hoppe chiama una rivoluzione “basso-alto”. Basso-alto perché parte dall’individuo e da un livello iper-locale. Basso-alto perché poggia su di una radicale decentralizzazione e secessione politica. Basso-alto perché scavalca le strutture di potere e le politiche tradizionali. Basso-alto perché scavalca le scuole statali, gli intellettuali statali, così come i mezzi di comunicazione statali.

I governanti, e le classi politiche che li mantengono, stanno affrontando una rivoluzione di idee non violenta che era difficilmente immaginabile solo venti anni fa. E questa rivoluzione colpirà al cuore di quell’unica vera risorsa di questi Stati: la loro legittimità agli occhi di coloro che loro governerebbero. La rivoluzione basso-alto è basata su individui informati che sempre più non hanno bisogno di élite, siano esse politiche, accademiche o scientifiche, che gestiscano le loro vite. È basata sul riconoscimento che gli schemi governativi nazionale e globale hanno fallito nel risolvere, o anche solo affrontare, enormi problemi strutturali come la fame, le cure mediche, l’energia e lo sviluppo economico. È basata su una radicale decentralizzazione, politica e non solo, perché la vasta diversità di interessi degli individui richiede la fine di editti governativi alto-basso e del bullismo del 51 percento dell’elettorato.

Questo può succedere – e sta accadendo – addirittura senza necessariamente una tacita accettazione o comprensione della libertà da parte della maggioranza delle persone. Essi semplicemente vedono con i loro occhi che lo Stato non funziona, quindi naturalmente cercano un’altra strada. Penso che questo sia specialmente vero per la generazione Y, che non è particolarmente libertaria ma comunque pur sempre profondamente diffidente nei confronti del governo.

La tecnologia gioca un ruolo enorme in questa rivoluzione basso-alto. La tecnologia ci ha dato l’abilità di trovare compagni di viaggio ovunque nel mondo, e di confrontare appunti riguardo a quello che i nostri aspiranti governatori stanno facendo. È stato preso il monopolio sul mercato delle idee e portato via dagli sbocchi dei mezzi di comunicazione tradizionali. Essa ha abbassato enormemente il costo di imparare e di acquistare conoscenza. È stato letteralmente portato il vasto magazzino della conoscenza umana sulla punta delle nostre dita! I governi passeranno un periodo terribilmente difficile nel tenere tutte queste informazioni, per non menzionare le idee di libertà, lontane dalle persone che sono sempre più connesse ed affamate di una vita migliore.

Potremmo dire che la frittata è fatta. Per essere assolutamente chiaro: la tecnologia non è un’ideologia. E la tecnologia è usata dallo Stato, così come è usata contro di esso. Immaginate Edgar Hoover con l’apparato dell’NSA di oggi disponibile per lui! E la tecnologia non può mai cambiare le scelte fondamentali prima di noi: libertà o statalismo. Non c’è nessuna “terza via”. Gli esseri umani trattano l’un l’altro volontariamente, attraverso la società civile e i mercati, oppure trattano l’un l’altro usando la costrizione, attraverso il crimine o il governo. I mezzi economici o i mezzi politici, l’antica scelta rimane la stessa.

Ma il libero e virtualmente istantaneo flusso di informazioni ha radicalmente trasformato il mondo. Ai governanti piace parlare di democrazia. Bene, stanno per capirla bene e profondamente. La vera democrazia, dove le persone votano mostrando il loro dissenso, votano coi loro portafogli, ed i loro apparecchi telefonici, attraversando i confini.

Sono ottimista che questa interconnessione globale porrà una grossa minaccia per la possibilità di sopravvivenza di molti Stati-nazione, e conseguentemente per le loro classi politiche reggenti. Le persone sono ora connesse da idee, interessi, valori condivisi, commercio e non solo dalla geografia e dalla nazionalità. Infatti, l’importanza della geografia e della nazionalità si sta riducendo giorno dopo giorno.

Forse la più grande eredità della rivoluzione della rete sarà la rovina dei sistemi educativi statali. Le unioni di insegnanti, scuole schifose e obbligatorie, burocrazie amministrative enormi, bizzarre pensioni, e studenti terribili che fanno debiti chiedendo prestiti, sono chiaramente insostenibili. Le scuole governative chiaramente costano troppo ed insegnano troppo poco riguardo a cose importanti, come linguaggi classici, scienze e matematica rigorose, abilità di mercato, e gestione del denaro. Quello che insegnano è spesso dannoso e statalista – l’assortimento completo degli studi della vittima.

La libertà non è possibile in una società riempita di persone male educate ed indottrinate dallo Stato. Quindi la necessità per la separazione dell’educazione e lo Stato non è mai stata così grande, ed è alla nostra portata. La rivoluzione dell’educazione in rete, ancora nella sua infanzia, renderà l’apprendimento meno costoso, più facile, più efficiente, e – la cosa più importante – responsabile. L’educazione basata sul mercato produrrà risultati concreti – l’antitesi dell’educazione governativa. Dovremmo tutti essere felici di assistere allo sgretolarsi del modello educativo dello Stato.

Tutti questi felici sviluppi avranno luogo seguendo il loro ritmo, alcune volte velocemente – come per il crollo della precedente Unione Sovietica – ed altre lentamente. C’è una grande ragione per essere ottimisti che questa rivoluzione basso-alto possa aver luogo inesorabilmente, ed in modo non violento. Non ci sono garanzie, ovviamente, e ci possiamo aspettare che gli interessi politici reagiscano violentemente con la minaccia. Ma molti di questi movimenti tellurici sono già sulla loro strada, ed uno ha un’idea del fatto che il potere sta scorrendo via dalle classi politiche, lentamente ma inesorabilmente. Gli Stati e gli statalisti stanno perdendo il loro più grande bene: la legittimazione.

Ma nessuno di questi modi di appassire della legittimità dello Stato dovrebbe sorprenderci. Proprio come Mises in conclusione spiegò l’impossibilità del socialismo come sistema economico, il grande economista spagnolo Jesús Huerta de Soto ed altri fanno il punto dell’impossibilità dello statalismo come sistema sociale, legale e politico. Come spiega Huerta de Soto, è semplicemente impossibile intellettualmente difendere uno Stato centrale coercitivo con un monopolio sull’aggressione. Tale Stato non può raggiungere i suoi obiettivi, esattamente come i pianificatori di un’economia centrale non possono conoscere il prezzo da dare ad un chilogrammo di farina o il numero di automobili da produrre. L’enorme volume di informazione che sarebbe necessario ad uno Stato omnicomprensivo è troppo disperso, troppo tacito, troppo rapidamente mutevole, e troppo distorto quando comandato dallo Stato piuttosto che ricevuto dal mercato.

Signore e signori, non è la libertà ad essere impossibile: è lo statalismo.

Conclusioni

Personalmente, non mi interessa se ti definisci conservatore, costituzionalista, liberale classico, libertario, miniarchico, anarco-capitalista, progressista, o qualsiasi altra cosa – questo messaggio è per te. Tutto ciò che conta è che tu riconosca e sia d’accordo sul fatto che lo Stato è fuori controllo, anche se solo in un’area, come le leggi sulla droga o la politica estera – possiamo affinare i dettagli in seguito! Siamo così lontani da ciò che chiunque in questa stanza si figura come una società libera che molte di queste etichette e differenze sembrano quantomeno trascurabili.

Murray Rothbard usò una metafora del treno della libertà che penso si applichi piuttosto bene oggi; in realtà lui la prese in prestito dal defunto Gene Burns, che è stato per anni un fenomenale conduttore radiofonico a San Francisco.

La metafora del treno della libertà per costruire un movimento è molto semplice: se vuoi più libertà, unisciti a noi. Sali sul treno. Puoi scendere quando vuoi. Forse sei in favore del 60 percento delle nostre idee, o l’80 percento, o il 90, o quello che è. Unisciti a noi, e facciamo tanta strada insieme quanta vuoi, e scendi quando vuoi. Come ho detto precedentemente, siamo così lontani da ciò che chiunque in questa stanza considera una società libera che difficilmente dovremmo preoccuparci di ciò adesso. Facciamo solamente in modo che il treno si muova nella direzione giusta! Mi piace davvero questa metafora; è di sicuro meglio che chiuderci in noi stessi in strette scatole.

Quindi, per concludere, voglio incoraggiarti ad abbracciare una strategia ottimista per la libertà. Comprendi che semplicemente non dobbiamo convincere tutti, e nemmeno la maggioranza delle persone, del fatto che la libertà sia migliore. Di certo non dobbiamo convincere i nostri oppositori. Oggi, giusto come nell’America coloniale durante la nostra rivoluzione, la maggior parte delle persone è indecisa.

Come il conduttore radiofonico Herman Cain ha detto recentemente ad un radioascoltatore, possiamo salvare solo coloro che vogliono essere salvati. Decisamente troppo spesso lasciamo agli statalisti la struttura del dibattito. Decisamente troppo spesso le persone con una mentalità-libera sono definite da ciò che opponiamo – il governo – piuttosto che da ciò che proponiamo: la libertà.

Dunque, proponi la libertà, e perora la causa dell’ottimismo. Dopotutto, nonostante lo Stato e le sue depredazioni, conduciamo ancora vite magnifiche comparate a quelle di virtualmente qualsiasi essere umano che abbia camminato su questa Terra – re e regine inclusi. Se lasciamo che lo Stato ci renda infelici o pessimisti riguardo al nostro futuro, avremo fallito non solo per i nostri figli e nipoti, ma anche per i nostri antenati.

Grazie.

Articolo di Jeff Deist su Bastiat.Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Wicksell e il processo cumulativo

Lun, 22/12/2014 - 08:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

E’ un luogo comune della letteratura critica su Hayek far risalire le origini della sua teoria del ciclo economico al modello che Wicksell descrive in “Interest and Price”, quello che viene definito processo cumulativo. Nel momento in cui, dopo l’assegnazione del premio nobel nel 1974, tornarono sotto i riflettori le tesi austriache, alcuni interpretarono Hayek come un neo-wickselliano: “Sia la formulazione svedese (n.a. ci si riferisce a Erik Lindahl, Gunnar Myrdal, e Erik Lundberg) che quella austriaca del ciclo economico, possono a buona ragione esser lette come interpretazioni neo-wickselliane del ciclo”.1

Vale la pena di notare, in via preliminare, che Wicksell con questo modello non cerca di costruire una teoria delle fluttuazioni cicliche: quello che egli mette al centro del modello è il movimento del livello generale dei prezzi in certi intervalli di tempo più o meno lunghi. Per quanto gran parte del libro sia dedicato alla teoria del capitale, che riprende e sviluppa la teoria di Böhm-Bawerk, nel modello di processo cumulativo tutto questo viene messo da parte; per come è strutturato il modello non v’è spazio per analisi sul cambiamento della struttura produttiva; le analisi che egli stesso aveva compiuto relativamente alle conseguenze di un aumento del risparmio disponibile sul livello del tasso di interesse di mercato, e di questo sulla lunghezza della struttura produttiva, vengono qui del tutto messe da parte.

Wicksell stesso avverserà duramente i primi tentativi di Mises, nella “Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (1912)” di applicare il proprio modello alle fluttuazioni economiche. E questo per un motivo semplice: per lui il ciclo non dipende da fattori monetari, ma fattori reali.

Per Wicksell ciò “che caratterizza le moderne economie, rispetto a questo ipotetico stato stazionario, è soprattutto il rapido aumento della popolazione ed il conseguente aumento della domanda di beni di consumo. Per soddisfare quest’ultima è necessario un altrettanto costante sviluppo della produzione”.2 Il problema è che si verifica un disallineamento tra il saggio di crescita della popolazione, con conseguente crescita nella domanda dei beni di consumo, e il ritmo con cui aumenta la produzione. A causa dei rendimenti marginali decrescenti, anche quando tutta la forza lavoro trova occupazione, l’apporto che questa può dare alla produzione è minore di quel che servirebbe: “Per contrastare la legge dei rendimenti decrescenti, conseguenza della limitatezza delle risorse naturali, occorrono scoperte e invenzioni, miglioramenti tecnici e commerciali, nuovi metodi produttivi ma è nella natura delle cose che le grandi scoperte ed invenzioni debbano avvenire in maniera sporadica”.3 Per Wicksell all’origine del fenomeno ciclico vi è appunto questo scollamento, questa mancanza di sincronia tra produzione e domanda di beni di consumo.

In “Interest and Price” Wicksell considera una economia di puro credito, in cui le banche, libere da qualsiasi obbligo di riserva obbligatoria, adeguano automaticamente la loro offerta di credito alla domanda di prestiti da parte delle imprese, mantenendo il saggio di interesse sui prestiti concessi ad un livello costante. Wicksell ipotizza l’esistenza di un saggio di interesse naturale, che riflette le forze reali all’opera nel sistema. Se, per un qualsiasi motivo, si verifica una variazione nel livello del saggio naturale (variazione nelle preferenze, un cambiamento nella tecnologia disponibile ecc), stante la fissità del saggio monetario, si verifica una discrepanza tra il livello dei due saggi di interesse. La differenza tra il saggio monetario, che rappresenta quanto le imprese dovranno ridare alle banche per il prestito, ed il saggio naturale, che, oltre a quanto già detto, in equilibrio rappresenta il saggio di profitto medio, “diviene il motore di un processo inflazionistico che si autoriproduce fin tanto che permane la divergenza tra i due saggi”4. Il modello di Wicksell è costruito esplicitamente al fine di chiarire le cause del processo di variazione del livello dei prezzi ed i meccanismi attraverso cui si riproduce o si arresta; il modello “nella sua incisiva semplicità, è costruito sulla base di ipotesi che hanno il preciso scopo di isolare il fenomeno in esame”.5

“Ad un certo punto, per un qualsiasi motivo (ad esempio perché la produttività del lavoro è aumentata e il tasso naturale è cresciuto o perché le banche vogliono espandere il credito) il tasso di interesse monetario è fissato al di sotto del livello di quello reale, cioè si determina i<r.

All’inizio del nuovo periodo di produzione, poiché il livello dei prezzi non è ancora cambiato, gli imprenditori richiedono il consueto finanziamento K per pagare come sempre i salari wN. […]Gli imprenditori debbono infatti restituire un debito, aumentato degli interessi, pari a K(1+i), ma la produzione in loro possesso ha un valore maggiore, cioè è pari a pC(1+r), con pC=K. E’ chiaro che è sorto un extraprofitto di cui si appropriano gli imprenditori dato dalla differenza tra i due tassi.

Chiamando E questo extraprofitto, si ha: E= K(r-i) “6

A tal punto è chiaro che l’esistenza di tale extra-profitto spinge gli imprenditori a cercare di espandere le loro attività produttive, aumentando gli investimenti nella produzione. Le banche, dal canto loro, non hanno problemi ad accogliere la richiesta di nuovi finanziamenti che ritornano loro indietro sotto forma di nuovi depositi. Stante il fatto che in questo modello siamo in una situazione di pieno impiego, non è possibile aumentare facilmente la produzione, e la maggior domanda in termini di beni e in termini di lavoro si scarica sostanzialmente sui prezzi, generando un processo inflattivo.

Wicksell mette in evidenza che le banche non sono in alcun modo obbligate a portare i tassi monetari al livello del tasso naturale; e questo fa si che il processo inflattivo possa andar avanti anche a lungo.

Torniamo allora ad evidenziare come, per quanto Hayek nella prima lezione di Prezzi e Produzione apprezzi il contributo di Wicksell, “quello che io definirei il quarto dei principali stadi del progresso della teoria monetaria è stato in parte costruito sulle fondamenta poste da Wicksell”7, in realtà è fortemente criticato su un punto: nel modello cumulativo l’espansione monetaria fa variare solo il livello generale dei prezzi: i finanziamenti forniti dalle banche agli imprenditori non fanno cambiare le scelte delle tecniche produttive, e la struttura rimane inalterata. Per Hayek è invece centrale andare ad indagare come l’espansione monetaria vada a modificare i prezzi relativi, e quindi incentivi gli imprenditori a produrre un bene piuttosto che un altro, a produrre beni consumo piuttosto che beni di produzione “basta riflettere perché appaia ovvio che quasi ogni cambiamento nella quantità di moneta, qualunque sia la sua influenza sul livello dei prezzi, deve sempre influenzare i prezzi relativi. E poiché non vi può essere dubbio che siano i prezzi relativi a determinare volume e direzione della produzione, quasi ogni cambiamento nella quantità di moneta deve necessariamente influenzare anche la produzione”8.

Wicksell era però consapevole di quanto le ipotesi da lui adottate fossero lontane dalla realtà, e che nella pratica il movimento dei prezzi descritto si sovrappone ad altri movimenti, indipendenti, dei salari di natura dissimile se non opposta. E non manca di indicare, seppur in modo fuggevole, la via da seguire qualora le ipotesi venissero rilassate. In un passo di “Interessi e Prezzi” infatti dice “è nel potere delle istituzioni creditizie, che agiscono in cooperazione con gli imprenditori, di determinare l’orientamento della produzione e conseguentemente il periodo d’investimento del capitale […] nella realtà concreta, come risultato di una facilitazione nelle condizioni del credito la produzione tenderà ad essere modificata in modo tale che la lunghezza media del periodo d’investimento del capitale risulterà accresciuta”.9

Ma oltre questi pochi cenni Wicksell non spinge la propria analisi. Ed è’ certamente merito di Hayek, come fa notare Marina Colonna, l’aver richiamato l’attenzione sui pochi passi che Wicksell dedica all’influenza del credito sulla produzione. Ma tale strada era ancora tutta da percorrere, ed a farlo sarà lo stesso Hayek.

Siamo ora pronti per analizzare la teoria del ciclo di Hayek.

Gabriele Manzo

Note

1Wagner R.E., 2007, Knut Wicksell and Contemporary Political Economy, pg 16 (traduzione dall’inglese)

2Baron H, 2007, La Teoria del Ciclo di Hayek, pg 6

3Baron H, 2007, La Teoria del Ciclo di Hayek, pg 6

4Colonna, M 1990, Introduzione a “Prezzi e Produzione:Il dibattito sulla moneta “pg XXXIII

5Colonna, M 1990, Introduzione a “Prezzi e Produzione:Il dibattito sulla moneta “pg XXXIII

6Perri, S, Dispense di Microeconomia 2010/2011: Knut Wicksell: la moneta e l’economia creditizia, il

tasso naturale e il tasso monetario di interesse, pg 12

7Hayek, F A, 1990, Prezzi e Produzione, pg 31

8Hayek, F A, 1990, Prezzi e Produzione, pg 32

9Wicksell K, Interessi e Prezzi, pg 295

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Brevetti e diritti d’autore

Ven, 19/12/2014 - 08:00

Venendo ora a parlare di brevetti e diritti d’autore, ci chiediamo: quale dei due, se ce ne è uno, è in accordo con il puro libero mercato, e qual è un privilegiato monopolio concesso dallo Stato? In questo capitolo abbiamo analizzato gli aspetti economici del puro libero mercato, dove un individuo e la sua proprietà non sono soggetti a molestie. È dunque importante decidere se i brevetti o i diritti d’autore persisterebbero in una società puramente libera e non invasiva, o se piuttosto essi siano una funzione dell’ingerenza governativa.

Circa tutti gli scrittori hanno trattato come appartenenti allo stesso gruppo i brevetti e i diritti d’autore. I più hanno considerato entrambi come concessioni di un privilegio monopolistico esclusivo conferito dallo Stato; alcuni hanno considerato entrambi come parte o pacchetto annesso ai diritti di proprietà in un libero mercato. Ma all’incirca tutti hanno considerato i brevetti e i diritti d’autore come equivalenti: i primi conferirebbero un diritto di proprietà esclusivo nel campo delle invenzioni meccaniche, gli altri in quello delle creazioni letterarie. [93] Tuttavia, questo raggruppamento dei brevetti e dei diritti d’autore è completamente fallace: i due sono completamente diversi in relazione al libero mercato.

È vero che un brevetto e un diritto d’autore sono entrambi diritti di proprietà esclusiva, ed è anche vero che entrambi sono diritti di proprietà nel campo delle innovazioni. Ma c’è una differenza cruciale nella loro applicazione legale. Se un autore o un compositore crede che il suo diritto d’autore sia stato violato e se prende un provvedimento legale, egli deve “provare che l’accusato abbia avuto ‘accesso’ al lavoro che si dice essere stato plagiato. Se l’accusato produce qualcosa di identico al lavoro del querelante per pura coincidenza, allora non c’è plagio.” [94] In altre parole, i diritti d’autore sono fondati sulla persecuzione del furto implicito. Il querelante deve provare che l’accusato abbia rubato la creazione del primo riproducendola e vendendola egli stesso, violando il suo contratto, o di chiunque altro, stipulato con il venditore originale. Ma se il difensore giunge indipendentemente alla stessa creazione, il querelante non ha alcun privilegiato diritto d’autore che possa impedire al querelato di usare e vendere il suo prodotto.
D’altro canto, i brevetti sono completamente diversi. Infatti:

[Ipotizziamo che] tu abbia brevettato la tua invenzione e che tu legga sul giornale una notizia che dice che John Doe, il quale vive in una città 2000 miglia dalla tua, ha inventato un dispositivo identico o simile, e che egli ha autorizzato la compagnia EZ di produrlo. […] Né Doe né la compagnia EZ […] hanno mai sentito della tua invenzione. Tutti credono che Doe sia l’inventore di un dispositivo nuovo e originale. Essi potrebbero tutti essere colpevoli di violazione del tuo brevetto […] il fatto che la loro violazione sia avvenuta nell’ignoranza dei fatti veri ed in modo non intenzionale non costituisce una difesa. [95]

Dunque, il brevetto non ha niente a che fare con il furto implicito. Esso conferisce un privilegio esclusivo al primo inventore, e se chiunque altro dovesse, del tutto indipendentemente, inventare lo stesso macchinario o prodotto, o uno simile, al secondo inventore sarebbe impedito con la forza di mettere in produzione tale invenzione.

Abbiamo visto nel capitolo 2 che la cartina tornasole con la quale giudichiamo se una certa pratica o legge è consona o meno al libero mercato è questa: è la pratica che viene bandita un furto, sia esso implicito o esplicito? Se lo è, allora il libero mercato la metterebbe fuorilegge; altrimenti, la sua stessa messa fuori legge è un ingerenza governativa nel libero mercato. Consideriamo i diritti d’autore. Un uomo scrive un libro o compone della musica. Quando pubblica il libro o lo spartito musicale egli stampa in prima pagina la parola “copyright”. Questo indica che qualunque uomo che accetti di comprare quel prodotto accetta anche come parte dello scambio di non ricopiare o riprodurre quel lavoro per venderlo. In altre parole, l’autore non vende interamente la sua proprietà al compratore; egli la vende sotto la condizione che il compratore non la riprodurrà per fini di lucro. Poiché il compratore non compra l’intera proprietà, ma solo a questa condizione, qualsiasi sua violazione del contratto, o di qualunque compratore successivo, è un furto implicito e sarà trattato come tale dal libero mercato. Il diritto d’autore è perciò un logico espediente del diritto di proprietà nel libero mercato.

Parte della protezione oggigiorno ottenuta da un inventore grazie ai brevetti potrebbe essere raggiunta in un libero mercato da un tipo di protezione di “diritto d’autore”. Così, oggi gli inventori devono marchiare le loro macchine come brevettate. Il marchio pone i compratori a conoscenza del fatto che l’invenzione è brevettata e che non possono vendere tale articolo. Ma lo stesso può essere fatto per estendere il sistema dei diritti d’autore, e senza brevetti. In un puro libero mercato, l’inventore potrebbe marchiare la sua macchina con la scritta copyright e, dunque, chiunque comprasse tale macchina la comprerebbe a condizione di non riprodurla o venderla a scopo di lucro. Qualsiasi violazione di questo contratto costituirebbe un furto implicito e sarebbe perseguito in accordo con il libero mercato.

Il brevetto non è compatibile con il libero mercato precisamente fino al punto in cui oltrepassa il diritto d’autore. L’uomo che non ha comprato una macchina (NdT: e non l’abbia vista in precedenza. Vedi Knowledge, True and False, M.N. Rothbard) e che arriva alla stessa invenzione indipendentemente, potrà, in un libero mercato, perfettamente usare e vendere la sua invenzione. I brevetti impediscono ad un uomo di usare la sua invenzione anche se l’intera proprietà è sua e non ha rubato alcuna invenzione al primo inventore, né esplicitamente né implicitamente. Dunque, i brevetti sono privilegi monopolistici esclusivi concessi dallo Stato e sono invasivi nei confronti dei diritti di proprietà nel mercato.

La distinzione cruciale tra brevetti e diritti d’autore, dunque, non è quella per cui gli uni si riferiscono a prodotti di meccanica e gli altri ad opere letterarie. Il fatto che essi siano stati applicati in questo modo è una coincidenza storica e non mostra la cruciale differenza tra i due. [96] Questa differenza cruciale risiede nel fatto che il diritto d’autore è un attributo logico dei diritti di proprietà nel libero mercato, mentre il brevetto è un’invasione monopolistica di tale diritto.

L’applicazione dei brevetti alle invenzioni meccaniche e dei diritti d’autore alle opere letterarie è particolarmente inappropriata. Sarebbe più aderente al libero mercato se fosse il contrario, perché le creazioni letterarie sono prodotti unici dell’individuo: è praticamente impossibile che vengano duplicati indipendentemente da qualcun altro. Dunque, un brevetto, invece che un diritto d’autore, per le produzioni letterarie farebbe una piccola differenza in pratica. D’altro canto, le invenzioni meccaniche sono scoperte delle leggi naturali piuttosto che creazioni individuali, e dunque invenzioni simili create indipendentemente si registrano in continuazione. [97] La contemporaneità delle invenzioni è un fatto storicamente famigliare. Quindi, se si desidera mantenere un libero mercato, è particolarmente importante permettere i diritti d’autore, ma non i brevetti per le invenzioni meccaniche.

La common law è spesso stata una buona guida alla legge in accordo col libero mercato. Quindi non sorprende che il diritto d’autore nella common law prevalga per i manoscritti letterari non pubblicati, mentre non esista una cosa simile ad un brevetto. In common law l’inventore ha anche il diritto di non rendere pubblica la sua invenzione e mantenerla al sicuro da furto, ovvero, egli ha l’equivalente della protezione del diritto d’autore per invenzioni non rese pubbliche.

Nel libero mercato non ci sarebbero quindi cose come i brevetti. Comunque, ci sarebbero diritti d’autore per qualsiasi inventore o creatore che ne faccia uso, e questo diritto d’autore sarebbe perpetuo, non limitato ad un certo numero di anni. Ovviamente un bene, per essere completamente proprietà di un individuo, deve essere permanentemente ed in modo perpetuo di proprietà dell’uomo e dei suoi eredi e affidatari. Se lo Stato decreta che la proprietà di un uomo cessa ad una certa data, questo significa che lo Stato è il vero proprietario e che esso semplicemente garantisce all’uomo l’uso della proprietà per un certo periodo di tempo. [98]

Alcuni difensori dei brevetti affermano che non sono privilegi monopolistici, ma semplicemente diritti di proprietà sulle invenzioni o anche sulle “idee”. Ma, come abbiamo visto, il diritto di proprietà di chiunque è difeso, nella legge libertaria, senza un brevetto. Se qualcuno ha un’idea o un piano e costruisce un’invenzione, e questa viene rubata dalla sua casa, la rapina è un atto di furto illegale secondo la legge generale. D’altro canto, i brevetti in realtà invadono i diritti di proprietà di quei scopritori indipendenti di un’idea o di un’invenzione che abbiano fatto la scoperta dopo che il brevetto sia stato registrato. Quindi, i brevetti sono invasori piuttosto che difensori dei diritti di proprietà. L’apparente pretestualità di questa argomentazione secondo cui i brevetti proteggono i diritti di proprietà sulle idee è dimostrata dal fatto che non tutte, ma solo certi tipi di idee originali, certi tipi di innovazioni, sono considerate brevettabili.

Un altro argomento diffuso in favore dei brevetti è che la “società” sta semplicemente facendo un contratto con l’inventore per comprare il suo segreto, cosicché la “società” potrà usarlo. In primo luogo, la “società” potrebbe pagare un sussidio diretto, o un certo prezzo, all’inventore; non dovrebbe impedire a tutti i seguenti inventori di commercializzare le loro invenzioni in quel campo. In secondo luogo, non c’è nulla nell’economia libera che impedisca ad un qualsiasi individuo o gruppo di individui di acquistare invenzioni segrete dai loro creatori. Non è necessario un brevetto monopolistico.

L’argomento in favore dei brevetti più diffuso tra gli economisti è quello utilitaristico secondo cui un brevetto per un certo numero di anni sarebbe necessario per incoraggiare una quantità sufficiente di spese di ricerca per le invenzioni e le innovazioni nei procedimenti industriali e di produzione.

Questo è un argomento curioso, perché sorge spontanea una domanda. Secondo quale standard si giudicano le spese per la ricerca “troppo onerose”, “troppo poche”, o in quantità sufficiente? Questo è un problema affrontato da qualsiasi attività di intervento governativo nella produzione del mercato. Le risorse – le terre e i lavoratori migliori, i beni capitali, il tempo – in una società sono limitate, e potrebbero essere usate per un’innumerevole quantità di fini diversi. Secondo quale standard qualcuno afferma che alcuni usi sono “eccessivi”, che certi altri sono “insufficienti”, ecc.? Qualcuno osserva che ci sono piccoli investimenti in Arizona, ma grandi affari in Pennsylvania; indignato, egli afferma che l’Arizona merita più investimenti. Ma quali standard può usare per fare tale affermazione? Il mercato ha uno standard razionale: le più alte entrate economiche ed il più alto profitto; obiettivi che possono essere raggiunti solo massimizzando il servizio che tende a soddisfare i desideri del consumatore. Questo principio del massimo servizio offerto ai consumatori e, parimenti, ai produttori – ovvero, a chiunque – governa l’apparentemente misteriosa allocazione di risorse del mercato: quanto dedicare ad una ditta o ad un’altra, ad un’area o un’altra, al presente o al futuro, ad un bene o ad un altro, alla ricerca rispetto ad altre forme di investimento. Ma l’osservatore che critica questa allocazione potrebbe non avere alcuno standard razionale per la decisione; egli ha solo il suo capriccio arbitrario. Questo è specialmente vero per quanto riguarda le critiche in relazione alla produttività. Qualcuno che rimprovera i consumatori per comprare troppi cosmetici potrebbe avere, giustamente o meno, una qualche base razionale per la sua critica. Ma uno che pensa che di più o di meno di una certa risorsa dovrebbe essere usata in una certa maniera o che le ditte commerciali sono “troppo grandi” o “troppo piccole” o che si spende troppo o troppo poco in ricerca o viene investito in una nuova macchina, può non avere alcuna base razionale per la sua critica. In breve, i commerci stanno producendo per il mercato, guidati dalle ultime valutazioni dei consumatori su quel mercato. Gli osservatori esterni possono criticare le valutazioni finali dei consumatori se scelgono – sebbene essi interferiscano con il consumo basandosi su queste valutazioni, e impongano una perdita di utilità ai consumatori – ma non possono criticare legittimamente i mezzi: le relazioni produttive, i fattori di allocazione, ecc., con cui questi fini sono serviti.

I fondi capitali sono limitati e devono essere allocati per vari usi, uno dei quali sono le spese per la ricerca. Nel mercato, decisioni ponderate sono prese nell’allocare fondi per la ricerca, in accordo con la miglior attesa imprenditoriale di un futuro incerto. Incoraggiare in modo coercitivo i fondi alla ricerca distorcerebbe ed ostacolerebbe la soddisfazione dei consumatori e dei produttori nel mercato.

Molti difensori dei brevetti credono che le ordinarie condizioni competitive del mercato non incoraggino abbastanza l’adozione di nuovi processi e che dunque le innovazioni debbano essere promosse coercitivamente dal governo. Ma il mercato decide sul tasso di introduzione di nuovi processi così come decide sul tasso di industrializzazione di una nuova area geografica. Infatti, questa argomentazione in favore dei brevetti è molto simile a quello sul(la regolamentazione del)le tariffe delle industrie-appena-nate – ovvero, argomentazione secondo cui i processi di mercato non sono sufficienti per permettere l’introduzione di nuovi processi degni di nota. E la risposta ad entrambi questi argomenti è la stessa: che le persone devono bilanciare la maggior produttività dei nuovi processi contro il costo di installarli, ovvero contro il vantaggio posseduto dai vecchi processi per il fatto di essere già stati costruiti ed esistere. Privilegiando coercitivamente l’innovazione smantellerebbe inutilmente piani validi già esistenti, e imporrebbe un carico eccessivo sui consumatori. In questo modo i desideri dei consumatori non sarebbero soddisfatti nel modo più economico.

Non è affatto auto-evidente che i brevetti incoraggino una crescita della quantità assoluta di fondi per la ricerca. Ma certamente i brevetti distorcono il tipo di ricerca verso cui i fondi vengono indirizzati. Difatti, mentre è vero che il primo scopritore beneficia a causa del privilegio concessogli, è anche vero che i suoi concorrenti sono esclusi dalla produzione in quell’area del brevetto per molti anni. E poiché un brevetto può basarsi su di un altro ad esso collegato nello stesso campo, i concorrenti possono spesso essere scoraggiati indefinitamente dall’allocare ulteriori risorse nell’area generalmente coperta da tale brevetto. Inoltre, il brevettante è egli stesso scoraggiato dall’intraprendere ulteriori ricerche in tale campo, dato che il privilegio concessogli gli permette di sedersi sugli allori per l’intero periodo di durata del brevetto, con l’assicurazione che nessun concorrente potrà sconfinare nel suo terreno. L’incitamento dovuto alla concorrenza per sviluppare ulteriori ricerche è soppresso. Le spese per la ricerca sono quindi oltre-stimolate nei primi passi prima che chiunque ottenga un brevetto, e sono eccessivamente ristrette nel periodo dopo che il brevetto è stato ricevuto. In aggiunta, alcune invenzioni sono considerate brevettabili, mentre altre no. Il sistema dei brevetti dunque ha l’ulteriore effetto di stimolare artificialmente le spese per la ricerca nelle aree brevettabili, mentre restringe artificialmente la ricerca nelle aree non brevettabili.

I produttori non hanno affatto favorito in modo unanime i brevetti. R.A. Macfie, guida del fiorente movimento inglese per l’abolizione dei brevetti durante il XIX secolo, era presidente della Camera di Commercio di Liverpool. [99] Il produttore I.K. Brunel, prima di una riunione della House of Lords, condannò l’effetto dei brevetti nello stimolare sprechi nello spendere le risorse su ricerche per invenzioni brevettabili non sperimentate. Risorse che si sarebbero potute usare meglio nel settore della produzione. E Austin Robinson ha messo in evidenza che molte industrie sono d’accordo con l’idea di non avere brevetti:

In pratica, l’imposizione di monopoli brevettati è spesso così difficile […] che i produttori concorrenti hanno preferito in alcune industrie mettere insieme i brevetti. In questo modo hanno cercato (di ottenere) una ricompensa sufficiente per coprire (le spese legate al)l’innovazione tecnica, […] avvantaggiandosi della priorità che di solito una sperimentazione precoce dà, e nei conseguenti buoni frutti che potrebbero nascere da ciò.[100]

Come Arnold Plant riassunse il problema delle spese per ricerche concorrenziali ed innovazioni:

Non può neanche essere assunto che gli inventori cessino di essere impiegati se l’impresa perde il monopolio sull’uso delle loro invenzioni. Le aziende li impiegano oggi per la produzione di invenzioni non brevettabili, e non lo fanno meramente per il profitto che tale priorità assicura. In una concorrenza attiva […] nessuna ditta può permettersi di rimanere indietro ai suoi rivali. La reputazione di un’azienda dipende dalla sua abilità di stare in testa, di essere la prima nel mercato a proporre nuovi miglioramenti nei suoi prodotti e nuove riduzioni nei loro costi. [101]

Infine, ovviamente, il mercato stesso fornisce una rotta facile ed efficace per coloro i quali sentono che non vengono fatte abbastanza spese in certe direzioni. Essi stessi possono fare queste spese per conto loro. Dunque, coloro che volessero vedere costruite e sfruttate più invenzioni sono liberi di unirsi insieme e sovvenzionare tale scopo in qualsiasi modo essi ritengano essere il migliore. In tale modo essi aggiungerebbero, come consumatori, risorse al campo della ricerca e dell’innovazione. E non forzerebbero altri consumatori a perdere utilità conferendo concessioni di monopolio né distorcendo le allocazioni del mercato. Le loro spese volontarie diventerebbero parte del mercato ed esprimerebbero le valutazioni conclusive del consumatore. Inoltre, i seguenti inventori non sarebbero limitati. I sostenitori di un’invenzione potrebbero raggiungere il loro scopo senza chiamare in causa lo Stato e senza imporre perdite ad un grande numero di persone.

Tratto da “Man, Economy and State with Power and Market” di Murray N. Rothbard, su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[93] Henry George fu una notevole eccezione. Vedi la sua eccellente discussione in Progress and Poverty (New York: Modern Library, 1929), p. 411 n.

[94] Richard Wincor, How to Secure Copyright (New York: Oceana Pub­lishers, 1950), p. 37.

[95] Irving Mandell, How to Protect and Patent Your Invention (New York: Oceana Publishers, 1951), p. 34.

[96] Questo può essere visto nel campo dei progetti, che possono essere sottoposto a diritto d’autore o brevetto.

[97] Per un accenno legale sulla corretta distinzione tra diritti d’autore e monopolio, vedi F.E. Skone James, “Copyright” in Encyclopedia Britannica (14th ed.; London, 1929), VI, 415–16. Per il punto di vista degli economisti del XIX secolo sui brevetti, vedi Fritz Machlup e Edith T. Penrose, “The Patent Controversy in the Nineteenth Century,” Journal of Economic History, maggio, 1950, pp. 1–29. Vedi anche Fritz Machlup, An Economic Review of the Patent System (Washington, D.C.: United States Government Printing Office, 1958).

[98] Ovviamente, non ci sarebbe niente che impedirebbe al creatore o ai suoi eredi dall’abbandonare volontariamente questo diritto di proprietà e farlo diventare di “pubblico dominio”, se così desiderano.

[99] Vedi l’illuminante articolo di Machlup e Penrose, “Patent Controversy in the Nineteenth Century,” pp. 1–29.

[100] Citato in Edith Penrose, Economics of the International Patent System (Baltimore: Johns Hopkins Press, 1951), p. 36; see also ibid., pp. 19–41.

[101] Arnold Plant, “The Economic Theory concerning Patents for Inventions,” Economica, February, 1934, p. 44.

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Gli Austriaci ti rovinano la vita: condannato a 20 anni di corsi!

Mer, 17/12/2014 - 07:00

Grazie ai tesserati del Mises Italia che mi hanno dato l’opportunità di seguire le lezioni direttamente dalla Mises Academy, mi è possibile approfondire peculiarmente la mia conoscenza delle tesi della Teoria Austriaca.

SOMMARIO

La possibilità che mi è stata offerta dai tesserati del Mises Italia rappresenta un’occasione unica per chi come me è letteralmente affamato di Teoria Austriaca. Sebbene io vi possa sembrare eccessivamente entusiasta di questa opportunità, vi assicuro che di fronte a voi non c’è una persona alla stregua di Faust. La conoscenza capillare dei vari argomenti trattati con dovizia di particolari da parte dei professori della Mises Academy rappresenta un trampolino di lancio per guadagnare prestigio e visibilità all’interno del panorama economico Austriaco italiano. Non solo perché avere accesso ai corsi dell’accademia forma in maniera completa lo studente, ma anche perché permette alla persona di poter comunicare il sapere Austriaco attraverso un ventaglio più ampio di concetti ed esempi.
I corsi messi a disposizione degli studenti trattano tutti gli argomenti che riguardano la tradizione Austriaca. Dalla filosofia alla storia, dalla storia dell’economia all’economia stessa, i corsi sono suddivisi in categorie facilmente accessibili. Non solo, ma il materiale messo a disposizione dello studente è davvero sconfinato. Libri gratuiti, video, file audio, sessioni di dialogo studente-professore rappresentano quanto di meglio possa offrire un istituto accademico dedicato all’insegnamento e alla piena comprensione della materia sostenuta.

COSA SI IMPARA

Fondamentalmente la lezione principale che qualsiasi studente apprende sin dall’inizio è questa: l’individuo è al centro degli studi economici, storici e filosofici. Ma più che l’individuo, le azioni dell’individuo. Ogni corso dà accesso ad un nuovo punto di vista che va ad ampliare questo concetto di partenza, presentando allo studente un corpo teorico includente un’epistemologia chiara e coerente. Il mio consiglio per i “novizi” è quello di seguire dapprima tutti i corsi del professor Robert Murphy. Oltre ad utilizzare un inglese fluente e di facile comprensione, inserisce in tutte le sue lezioni una mole pazzesca di esempi che permettono un apprendimento rapido degli argomenti trattati. La sua dialettica scherzosa e attenta ai dettagli permette allo studente di segure con agilità i video didattici in cui egli parla di teoria economica, materia che al solo sentire la maggior parte delle persone saluterebbe con uno sbadiglio.
Alla fine del corso è possibile sostenere un “esame” sotto forma di quiz e richiedere un certificato di partecipazione col quale rivendicare la propria conoscenza della materia. I libri di testo su cui studiare, inoltre, sono in formato .epub e .pdf. Consiglio il primo formato. Scaricando un ottimo programma di lettura come Calibre è possibile usufruire di materiale didattico altamente professionale e di facile assimilazione, la cui lettura scorrevole permette al lettore di leggerlo direttamente dal PC senza possederne una copia cartacea.
Ultima nota per i video: qualità audio e video discreta, nonostante ciò ampiamente comprensibili.

I VANTAGGI

Il vantaggio principale dell’usufruire dei corsi della Mises Academy è il riuscire a pensare come un economista. Soprattutto, il poter sviluppare quella mentalità che contraddisngue l’economista medio dal buon economista, come avrebbe detto anche Bastiat. I corsi dedicati all’economia hanno come scopo esattemente questo, oltre al divulgare gli insegnamenti della Teoria Austriaca.
I corsi dedicati alla storia guardano con occhio critico agli eventi del passato e ne tracciano una versione alternativa. Oltre a ripassare eventi accaduti nel passato di cui si tende a scordarne l’esistenza col passare del tempo, si dà grande risalto ad un nobile studio critico degli eventi passati: il revisionismo.
Infine gli studi incentrati sulla filosofia conducono lo studente a migliorare il proprio ragionamento logico-deduttivo. Fenomenale il corso del professor David Gordon, a tal riguardo, intitolato Economic Reasoning.

ESPERIENZA PERSONALE

Mi sono iscritto ai corsi del Mises Academy l’ottobre scorso. In realtà mi ero iscritto solamente a due corsi tra la miriade da scegliere. Voglio dire, sono davvero tantissimi: circa 54 ma a prima vista si resta sbalorditi da come, scorrendo la pagina principale dei corsi, essa sembri davvero non finire mai. Comunque dopo aver scelto i miei corsi, effettuo il pagamento. L’iscrizione doveva essere immediata, invece non succede niente. Aspetto un giorno e ancora nulla, quindi mi sono deciso a contattare il servizio di assistenza della Mises Academy. Dopo poche ore venivo contattato nientemeno che da Daniel Sanchez, uno dei ricercatori più famosi (nonché rettore) della Mises Academy.
Dopo aver illustrato il mio problema, egli mi rassicura che sarebbe stato risolto in breve tempo. Due giorni dopo ricevevo la notifica dell’avvenuta risoluzione dei disguidi avvenuti a seguito del pagamento, e la conferma che avrei potuto seguire tutti i corsi messi a disposizione dalla Mises Academy come indennizzo. Gentilezza e responsabilità oltre ogni immaginazione.
L’inghippo è che ora io sono fregato: condannato a seguire più di 50 corsi per il resto della mia vita… e forse anche la prossima!

TEMPO

Un ultimo appunto. I corsi sono totalmente gestibili da parte dello studente e non ci sono orari o scadenze da rispettare.

CONCLUSIONE

Raccomando fortemente l’iscrizione ai corsi della Mises Academy per tutti coloro intenzionati a voler approfondire la loro conoscenza della Scuola Austriaca. Inizierete a porvi le giuste domande quando vi troverete di fronte ai fatti della vita che apparentemente sembrano non aver un’interpretazione chiara. Muniti di questo modo di pensare, sarà più difficile che possiate trovarvi impreparati quando arriverà il Grande Default.

Francesco Simoncelli

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Campagna tesseramento 2015

Lun, 15/12/2014 - 07:00

Con l’avvicinarsi del periodo natalizio siamo lieti di annunciarvi l’avvio della campagna tesseramento 2015.
Pur mantenendo come obiettivo l’educazione economica, abbiamo introdotto alcune modifiche aumentando i benefici di base dei soci ordinari a livello di quelli sostenitori e dedicando a questi ultimi la possibilità di un approfondimento attivo tamite gli ottimi corsi online della Mises Academy, con tanto di certificato nominale di superamento.

Volendo scegliere per questa piccola comunità il giusto posto tra le cose del mondo, vediamo intorno a noi una realtà nient’affatto dovuta a una sfortunata e passeggera congiuntura economica, o ai danni di un particolare editto che, se rimosso, farebbe strada ad un’inversione di rotta. Il piano inclinato su cui un’intera civiltà sta scivolando è fatto di idee: limiti nel concepire la dinamica delle interazioni sociali, incoscienza del nostro potere individuale e delle connesse responsabilità, diffidenza verso i risultati del rispettare la libertà altrui. Tuttavia, l’insegnamento della Scuola Austriaca è senz’altro all’altezza del compito di accompagnarvi nel dissipare questi ostacoli e fornirvi un’educazione di prim’ordine. Ecco dunque il nostro messaggio a chi stia valutando il tesseramento: siate oggi l’avanguardia di una riscoperta che ogni giorno di più, semplicemente, non può essere più rimandata! Ai lettori di sempre, invece, la rassicurazione che i contenuti del Mises Italia saranno sempre disponibili gratuitamente alla lettura e download.

Qui una scorciatoia alle pagine d’interesse nel nostro sito:
punto di partenza per il tesseramento;
elenco di tutti i benefici ai soci;
– pagina per i candidati collaboratori.

Se saprete far tesoro delle parole di von Mises, Hayek, Hazlitt, Rockwell e degli altri autori tutti, la ricompensa sarà la comprensione dell’importanza di una vita davvero vissuta in pace col prossimo, delle innumerevoli potenzialità insite nell’esercizio quotidiano della propria individualità ed imprenditorialità, nonché la chiara visione di quanto benessere una società basata su scambi volontari riesca ad apportare a tutti i suoi partecipanti.
Tenendo sempre presenti queste verità, procediamo nel 2015 decisi nella nostra missione e fiduciosi nel numero di coloro che vorranno apprenderle.

A tutti voi, futuri soci e lettori, la nostra gratitudine per il tempo donato alla causa dell’educazione e libertà economica.
La redazione del Mises Italia.

 

P.S.: in coda, una nota estetica. Basta con le denominazioni “ordinario” e “sostenitore”: troppo polverose! Tra pochi giorni il Mises Italia conterà soci Bastiat e soci Rothbard, in onore di due tra i nostri autori preferiti.

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Il Regno Unito è una “Nazione per consenso”? – II Parte

Ven, 12/12/2014 - 08:00

III. Ripensare la Secessione

Innanzitutto, possiamo concludere che non tutti i confini di uno Stato sono giusti. Un obiettivo per i libertari dovrebbe essere trasformare gli attuali Stati-Nazione in entità nazionali i cui limiti potrebbero essere definiti giusti, nello stesso senso in cui lo sono i confini della proprietà privata; il che significa decomporre l’attuale Stato nazionale coercitivo in nazioni genuine o nazioni per consenso. Ad esempio, gli abitanti della Fredonia dell’Est dovrebbero poter ottenere una secessione volontaria dalla Fredonia per unirsi ai propri compagni in Ruritania. I liberali classici dovrebbero resistere all’impulso di dire che i confini nazionali “non fanno alcuna differenza”. È vero che – come sostengono da tempo – meno interventismo governativo ci sia nella Fredonia o in Ruritania, meno differenza farebbe la presenza o meno di un confine. Ma anche sotto uno Stato minimo, i confini nazionali implicherebbero comunque delle differenze, talvolta grandi per gli abitanti dell’area. Ad esempio, quale lingua – Ruritaniano, Fredoniano o entrambe? – verrebbe usata in quel territorio per i cartelli stradali, gli elenchi telefonici, gli atti giudiziari o le lezioni a scuola?

In breve: ogni gruppo, ogni nazionalità, dovrebbe avere il diritto di secessione da qualunque Stato nazionale e di poter unirsi a qualunque altro Stato nazionale che lo accetti. Questa semplice riforma porterebbe molto avanti il progetto delle nazioni per consenso. Gli scozzesi, se lo volessero, dovrebbero avere dagli inglesi la possibilità di lasciare il Regno Unito e diventare indipendenti, o anche di unirsi ad una Confederazione Gaelica qualora i costituenti lo desiderassero.

Uno delle reazioni comuni ad un mondo con più nazioni è la preoccupazione per la moltitudine di barriere commerciali che potrebbero essere erette. Ma, a parità di condizioni, più è grande il numero di nuove nazioni e più è limitata l’estensione di ciascuna, meglio è. Sarebbe molto più difficile, infatti, disseminare l’illusione dell’auto-sufficienza se lo slogan per convincere il pubblico fosse “Compra Nord Dakota” o addirittura “Compra 56sima strada”, piuttosto che l’attuale “Compra americano”. Ugualmente, con “abbasso il Sud Dakota” o, a maggior ragione, “abbasso la 55sima strada”, sarebbe più difficile diffondere paura o odio che rispetto a degli slogan contro il popolo giapponese. Allo stesso modo, le assurdità e le infelici conseguenze della moneta legale sarebbero molto più evidenti se ogni provincia o ogni quartiere stampasse la propria valuta. Un mondo più decentralizzato molto probabilmente utilizzerebbe beni tangibili, come l’oro o l’argento, per i propri soldi.

IV. Il Modello Anarco-Capitalista Puro

In questo saggio, rilancio il modello anarco-capitalista puro non tanto per difendere il modello in sé quanto per proporlo come guida per dirimere le controverse dispute attuali riguardo al concetto di nazionalità. Il modello puro prevede semplicemente come nessuna terra, nessun metro quadrato del mondo, dovrebbe rimanere “pubblico”; ogni metro quadro di terra, siano strade, piazze o quartieri, è privatizzato. La privatizzazione totale aiuterebbe a risolvere i problemi relativi alla nazionalità, spesso in modi sorprendenti, e suggerisco agli Stati esistenti, o agli Stati liberali classici, di cercare di integrare questo sistema anche fintanto che alcune zone rimangono all’interno della sfera governativa.

Confini Aperti, o il Problema del Campo dei Santi

Il tema dei confini aperti o della libera immigrazione è diventato un problema sempre più grande per i liberali classici. Ciò innanzitutto perché il welfare state aumenta i sussidi agli immigrati che entrano e ricevono assistenza permanente e, in secondo luogo, perché i confini culturali vengono sempre più sommersi. Ho cominciato a rivedere il mio punto di vista sull’immigrazione quando, ai tempi in cui crollò l’Unione Sovietica, divenne chiaro che gruppi etnici russi vennero incoraggiati ad allargarsi verso l’Estonia e la Lettonia con l’obiettivo di distruggere le cultura e le lingue di quei popoli. Prima, era facile rigettare l’irrealistico romanzo anti-immigrazione di Jean Raspail “Il Campo dei Santi”, in cui l’intera popolazione dell’India decide di spostarsi tramite piccole barche verso la Francia e i francesi – contagiati dall’ideologia liberale – non poterono trovare il consenso per prevenire la propria distruzione economica e culturale. Dato che i problemi culturali e quelli relativi al welfare state si sono intensificati, è oggi impossibile rifiutare a priori le preoccupazioni di Raspail.
Comunque, ripensando all’immigrazione sulla base del modello anarco-capitalista, mi è parso chiaro che un paese totalmente privatizzato non avrebbe affatto “confini aperti”. Se ogni lembo di terra in un paese fosse proprietà di un individuo, un gruppo, un’azienda, ciò significherebbe che nessun immigrato potrebbe entrarci senza che prima gli venga accordato l’ingresso e la possibilità di affittare o acquistare una proprietà. Un paese totalmente privatizzando sarebbe tanto “chiuso” quanto gli abitanti del luogo lo desiderino. Appare evidente, quindi, che il regime di “confini aperti”, che esiste de facto negli Stati Uniti, equivale ad un’apertura obbligata dallo Stato centrale, colui che possiede tutte le strade e gli spazi pubblici, e non riflette genuinamente i desideri dei proprietari.

Sotto una totale privatizzazione, molti conflitti locali e problemi di “esternalità” – non soltanto il problema dell’immigrazione – sarebbero efficacemente risolti. Se tutti i luoghi ed i quartieri appartenessero ad imprese private, aziende o comunità contrattuali, regnerebbe la vera diversità, in accordo con le preferenze di ciascuna comunità. Alcuni vicinati sarebbero etnicamente o economicamente diversi, mentre altri sarebbero etnicamente o economicamente omogenei. Alcune località permetterebbero la pornografia, la prostituzione, la droga o l’aborto, altri ne proibirebbero qualcuno o anche tutti quanti. Le proibizioni non sarebbero imposte dallo Stato ma sarebbero semplicemente i requisiti per risiedere o usare il territorio di proprietà di una persona o di una comunità. Da un lato, gli statisti che hanno il desiderio di imporre i loro valori a tutti gli altri rimarrebbero delusi; dall’altro, ogni gruppo o interesse avrebbe quantomeno la soddisfazione di vivere in un quartiere di persone che condividono i suoi stessi valori e le sue stesse preferenze. Se la proprietà dei quartieri non potrebbe comunque creare utopie o essere una panacea per tutti i conflitti, quantomeno fornirebbe la soluzione migliore possibile in cui la maggior parte delle persone potrebbero voler vivere.

Enclave ed Exclave

Un problema ovvio relativo alle secessioni delle nazionalità dagli stati centralizzati riguarda le aree miste, le cosiddette enclave ed exclave.
Aver decomposto il gonfio Stato nazionale della Jugoslavia nelle sue parti costituenti ha risolto molti conflitti fornendo indipendenza nazionale per sloveni, serbi e croati; ma per quanto riguarda la Bosnia, dove molte città e villaggi sono misti? Una soluzione è incoraggiare ancor più il fenomeno, attraverso una sempre maggiore decentralizzazione. Se, per esempio, la parte est di Sarajevo è serba e quella ovest è musulmana, allora potrebbero diventare parte delle rispettive nazioni.

Ma ciò porterebbe chiaramente in un grande numero di enclave, cioè parti di nazioni circondate da altre nazioni. Come si potrebbe risolvere ciò? Innanzitutto, il problema delle enclave/exclave esiste adesso. Uno dei conflitti più feroci esistenti, in cui gli Stati Uniti non si sono ancora intromessi perché non è stato ancora mostrato sulla CNN, è il problema del Nagorno-Karabakh, un’exclave armena completamente circondata e, quindi formalmente all’interno dell’Azerbaijan. Nagorno-Karabakh dovrebbe essere chiaramente parte dell’Armenia. Ma, dunque, come faranno gli armeni di Karabkh ad uscire dalla loro situazione, bloccati dagli azeri? E come possono evitare uno scontro militare per cercare di aprire un corridoio di terra verso l’Armenia?

Sotto una totale privatizzazione, questi problemi sparirebbero immediatamente. Oggigiorno, nessuno negli Stati Uniti compra un terreno senza accertarsi se il suo titolo sia pulito; allo stesso modo, in un mondo completamente privatizzato, i diritti di accesso sarebbero ovviamente una parte cruciale della proprietà della terra. In un mondo del genere, allora, i proprietari di Karabkh si assicurerebbero di aver comprato i diritti di accesso per un corridoio azero.
La decentralizzazione fornisce anche una soluzione praticabile per il semi-insolubile conflitto permanente nell’Irlanda del Nord. Quando gli inglesi divisero l’Irlanda nei primi anni ’20, concordarono una seconda, più supervisionata, divisione. Non misero mai in pratica questa promessa. Se gli inglesi permettessero davvero in Irlanda del Nord un dettagliato voto di secessione, distretto per distretto, la maggior parte dell’area – a maggioranza cattolica – probabilmente si unirebbe alla Repubblica: alcune contee come Tyrone e Fermanagh, il sud di Down e di Armagh, per fare alcuni esempi. I protestanti rimarrebbero probabilmente con Belfast, la contea di Antrim ed alcune altre aree al nord di Belfast. Il problema maggiore che rimarrebbe sarebbe la presenza dell’enclave cattolica all’interno della città di Belfast ma, di nuovo, un’aderenza al modello anarco-capitalista potrebbe essere conseguita permettendo l’acquisto di diritti d’accesso all’enclave.

Nell’attesa di una totale privatizzazione, è chiaro che il nostro modello potrebbe venir gradualmente implementato – e i conflitti minimizzati – permettendo le secessioni ed il controllo locale fino un micro-livello rionale e sviluppando diritti d’accesso per le enclave e le exclave. Negli Stati Uniti, per i libertari ed i liberali classici – e sicuramente per tante altre minoranze o gruppi dissidenti – nell’avvicinarsi a tale radicale decentralizzazione, sarebbe importante cominciare a far porre la maggior attenzione possibile sul dimenticato Decimo Emendamento e cercare di decomporre il ruolo ed il potere accentratore della Corte Suprema. Più che cercare di portare persone con una simile tendenza ideologica nella Corte Suprema, il suo potere dovrebbe essere limitato e minimizzato il più possibile, ed il suo ruolo spezzettato in diversi corpi giudiziari statali o addirittura locali.

La Cittadinanza ed i Diritti di Voto

Un problema esasperante attualmente ruota attorno a chi debba diventare cittadino di un determinato paese, dato che la cittadinanza conferisce anche i diritti al voto. Il modello Anglo-Americano, in cui ogni bambino nato sul territorio del paese diventa automaticamente cittadino, invita chiaramente i genitori in attesa ad usufruire del sussidio dell’immigrazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, un problema attuale riguarda gli immigrati illegali i cui bambini – se nati sul suolo americano – automaticamente diventano cittadini e dunque danno diritto a sé e ad i propri genitori ai sussidi assistenziali permanenti e all’assistenza sanitaria gratuita. Il sistema francese, in cui bisogna essere nati da chi è già in possesso della cittadinanza per ottenerla, è chiaramente ben più vicino all’idea di una nazione per consenso.

È altresì importante ripensare all’intero concetto ed alla funzione del voto. Dovrebbero aver tutti il “diritto” a votare? A Rose Wilder Lane, teorica libertaria americana di metà XX secolo, una volta fu chiesto se credesse nel suffragio femminile. “No” disse, “e sono contraria anche al suffragio maschile”. I lettoni e gli estoni hanno brillantemente affrontato il problema degli immigrati russi permettendo loro di rimanere residenti, ma senza garantirgli la cittadinanza e, quindi, il diritto al voto. Gli svizzeri accolgono temporaneamente lavoratori stranieri, ma scoraggiano severamente l’immigrazione permanente e, a maggior ragione, la cittadinanza ed il diritto di voto.

Per comprendere meglio, consideriamo ancora il modello anarco-capitalista. Come si svolgerebbe il voto in una società totalmente privatizzata? Non soltanto sarebbe diverso, ma ancor più importante, a chi interesserebbe davvero votare? Probabilmente, per un economista, la forma più soddisfacente di voto è quella che ha un’azienda, una società per azioni, in cui il voto è proporzionato alla quantità di azioni della società possedute da ciascuno. Ma ci sono anche, e ci sarebbero, una miriade di associazioni private di ogni sorta. Solitamente si suppone che le decisioni all’interno dei gruppi vengano prese sulla base di un voto per ciascun membro ma, generalmente, non è davvero così. Indubbiamente, i gruppi meglio gestiti e più gradevoli sono quelli mantenuti da una piccola oligarchia dei più abili e dei più interessati che si rinnova da sé, un sistema migliore sia per i membri ordinari senza diritto di voto sia per le élite. Se io fossi un normale membro di un club di scacchi, perché dovrei preoccuparmi di votare se fossi soddisfatto del modo in cui il club viene gestito? E se fossi interessato nel gestirne gli affari, probabilmente mi verrebbe chiesto di unirmi all’élite dalla stessa riconoscente oligarchia, la quale sarebbe sempre alla ricerca di membri energici. Infine, se non fossi felice della gestione, posso prontamente abbandonare il club ed unirmi ad un altro o, addirittura, formarne uno da me. Ciò, ovviamente, è una delle grandi virtù di una società libera e privatizzata, sia che consideriamo un club di scacchi sia una comunità locale unita da un contratto.

Chiaramente, più ci avviciniamo al modello puro e più aree ed ambiti della vita diventano privatizzate o micro-decentralizzate, meno importanza avrà il votare. Di certo, siamo molto lontani da questo obiettivo. Ma è importante cominciare ed in particolare cambiare la nostra cultura politica, che considera la “democrazia”, o il “diritto” di voto, come il bene politico supremo. In realtà, il processo di voto dovrebbe essere considerato irrilevante, di totale scarsa importanza e mai un “diritto”, tranne come possibile meccanismo che discende da un contratto consensuale. Nel mondo moderno, la democrazia o il voto sono importanti soltanto o per unirsi al governo, o per ratificare l’uso dello stesso nel controllare gli altri, o per usarlo come un modo per prevenire di essere controllati come individui o come gruppi. In ogni caso, votare è al massimo un inefficace strumento di auto-difesa, ed è molto meglio rimpiazzarlo spezzando interamente il potere centrale governativo.

Riassumendo, se procedessimo con la decomposizione e la decentralizzazione del moderno Stato-Nazione centralizzato e coercitivo, smantellandolo nelle sue nazionalità costituenti ed in localismi, ridurremmo contemporaneamente il raggio del potere governativo, la portata e l’importanza del voto e l’estensione del conflitto sociale. Gli ambiti del contratto privato e del consenso volontario sarebbero maggiori, ed il brutale e repressivo stato si dissolverebbe gradualmente in un ordine sociale armonioso e sempre più prospero.

Saggio di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Interferenze coercitive – VIII parte

Mer, 10/12/2014 - 08:00

Il socialismo

 Quando l’intervento statale si estende a tutto il sistema economico ed elimina la proprietà privata si ha il socialismo. Il socialismo è la monopolizzazione forzata dell’intera sfera produttiva da parte dello Stato, il quale possiede tutti i mezzi di produzione.

Riguardo al socialismo, per la prasseologia il solo problema da discutere è se un sistema socialista può funzionare come sistema della divisione del lavoro. Tratto essenziale del socialismo è che una volontà sola agisce. Nell’analisi prasseologica dei problemi del socialismo non ci si occupa dei giudizi di valore e dei fini ultimi di chi dirige; li si acquisisce come dati. Si considera semplicemente la questione se un essere umano, dotato della struttura logica della mente umana, possa essere adeguato ai compiti di direzione di una società socialista. Colui che dirige ha a disposizione tutta la conoscenza tecnologica del suo tempo, e l’inventario di tutti i fattori materiali di produzione disponibili, compresa la mano d’opera. Egli deve scegliere fra una infinita varietà di progetti in modo tale che nessun bisogno da lui considerato più urgente rimanga insoddisfatto a causa del fatto che le risorse sono impiegate per la soddisfazione di bisogni che considera meno urgenti. In sostanza, il problema fondamentale è l’impiego dei mezzi per raggiungere i fini ultimi.

L’impossibilità di funzionamento del socialismo viene dimostrata per la prima volta da L. von Mises nel celebre articolo Il calcolo economico nel socialismo del 1920.

La ragione fondamentale del fallimento del socialismo, per quanto benigno possa essere il pianificatore, è di non poter calcolare, perché è privo degli strumenti per calcolare i profitti e le perdite, in conseguenza dell’assenza della proprietà privata, quindi di un mercato e dunque dei prezzi, in particolare dei prezzi dei mezzi di produzione.

Per un ipotetico pianificatore centrale le decisioni da prendere sull’allocazione delle risorse sono miliardi e miliardi. Nessuno le può prendere senza i prezzi di mercato dei fattori di produzione a cui bisogna assegnare i diversi usi. Sono i prezzi che rendono possibili i calcoli, e dunque la valutazione dei profitti e delle perdite.

Il pianificatore non può sapere quali beni ordinare ai lavoratori di produrre; a quale stadio della produzione; quanto prodotto ad ogni singolo stadio della produzione; quali tecniche o materie prime utilizzare e quanto; a quale luogo assegnare tale produzione; quali sono i costi; quale processo produttivo è o non è efficiente. In un’economia più complessa di quella di Crusoe o di un livello familiare primitivo, il pianificatore socialista non sa rispondere a tutte queste questioni perché come detto manca dello strumento indispensabile di cui dispone invece l’imprenditore privato: un mercato dei mezzi di produzione, che genera prezzi monetari basati sul genuino scambio di tali mezzi da parte dei loro proprietari orientati al profitto.

I prezzi dei fattori produttivi riflettono le migliori valutazioni sulla loro capacità di soddisfare i bisogni dei consumatori.

È la centralizzazione della proprietà realizzata dal pianificatore, non l’impossibilità di centralizzare tutta la conoscenza nel pianificatore, la causa del disastro economico socialista. La concentrazione di tutta la proprietà nelle mani di una singola agenzia statale elimina il mercato dei beni capitali, e con esso i prezzi di tali beni; senza prezzi è impossibile il calcolo economico. L’efficienza è il risultato dell’esistenza di una pluralità di proprietà private. Infatti, anche l’amministratore di una grande impresa privata non può possedere la conoscenza dispersa fra tutti gli impiegati, ma ciò non impedisce che egli pianifichi, e che gli esiti siano efficienti. Questo è possibile perché l’azienda è immersa in un contesto di proprietà private e di prezzi dei fattori, e dunque essa, a differenza del pianificatore pubblico, può effettuare il calcolo economico.

In Unione Sovietica i prezzi esistevano, dunque essa è fallita per altri motivi, perché i prezzi non erano di mercato.

Nel settore dei beni di consumo teoricamente un meccanismo di aggiustamento per tentativi ed errori potrebbe sussistere, grazie al comportamento dei consumatori: il pianificatore fissa i prezzi inizialmente, quindi mette in vendita i beni e verifica se vi sono surplus o scarsità. Nel primo caso riduce il prezzo, nel secondo lo aumenta, finché il mercato è sgombro (clear). Ma il problema non è questo, è la mancanza di prezzi per i fattori produttivi, in quanto manca un meccanismo di domanda e offerta (mercato) per tali beni. I produttori devono utilizzare la terra e i beni capitali per decidere la quantità di beni di consumo da offrire. Nel settore dei beni di produzione lo Stato socialista, monopolista, è al tempo stesso acquirente e venditore in ogni transazione; in un’economia avanzata queste transazioni rappresentano i mercati più vitali e più complessi. Dunque il calcolo economico è impossibile in questo settore, e necessariamente regnerà il caos. In sostanza, il pianificatore non può sapere quali beni ordinare ai lavoratori di produrre; a quale stadio della produzione; quanto prodotto ad ogni singolo stadio della produzione; quali tecniche o materie prime utilizzare e quante; a quale luogo assegnare tale produzione; quali sono i costi; quale processo produttivo è o non è efficiente. In un’economia più complessa di quella di livello familiare primitivo, il pianificatore socialista non sa rispondere a tutte queste questioni perché, come detto, manca dello strumento indispensabile di cui dispone invece l’imprenditore privato: un mercato dei mezzi di produzione, che genera prezzi monetari basati sul genuino scambio di tali mezzi da parte dei loro proprietari orientati al profitto [1].

Per Rothbard[2] il calcolo economico è impossibile non solo nel socialismo, ma in qualsiasi sistema in cui vi sia un unico agente (sia esso lo Stato o un’impresa) che possiede e dirige tutte le risorse: ad esempio, se esiste un’unica impresa privata, che possiede l’intera economia, ed internalizza l’intera attività economica, anche in quel caso il calcolo economico è impossibile, perché anche in quel caso non esistono prezzi (di mercato) [3].

Dopo l’articolo di Mises si cercarono schemi di calcolo. Infatti, se tutti i materiali e i servizi sono espressi in termini fisici, non vi è un comune denominatore, e il direttore della produzione non può confrontarli, e non può confrontare costi e guadagni attesi. Se si elimina il calcolo economico in termini di moneta non si ha più il mezzo per fare una scelta razionale fra le varie alternative.

Gli schemi di calcolo economico proposti dai socialisti possono essere classificati in sei tipi:

  • calcolo in quantità fisiche. Come detto, essendo le quantità eterogenee, il calcolo è impossibile;
  • sulla base della teoria del valore-lavoro, l’unità di calcolo è l’ora-lavoro. Non tiene conto dei fattori di produzione originari e delle diverse qualità di lavoro a parità di quantità;
  • l’unità è una quantità di utilità. Ma l’utilità non è misurabile, si può solo disporre in scale di gradazione;
  • il calcolo viene fatto con l’aiuto delle equazioni differenziali della catallassi matematica. Ma esse sono possibili solo in un mondo statico, che considera solo un equilibrio finale definitivo;
  • istituzione di un quasi-mercato artificiale (O. Lange): il mercato non viene abolito, cambia solo il fatto che la proprietà è pubblica e il direttore di un’impresa distribuisce il profitto a tutti anziché ai proprietari. Tale soluzione trascura che l’economia è un sistema dinamico, non un sistema in cui l’assegnazione del capitale alle varie branche è assegnato una volta e per sempre;
  • il calcolo è reso superfluo dal ricorso al metodo “tentativo ed errore”.

Il tentativo che ebbe più notorietà fu quello di Lange, H.D. Dickinson, Lerner e Taylor (1929, 1936), contenuto nei punti 5) e 6). Secondo questa soluzione il pianificatore socialista può risolvere il problema di calcolo ordinando ai vari manager di fissare dei prezzi iniziali. Si parte da uno schema walrasiano di equilibrio generale. I prezzi veri si determineranno nello stesso modo in cui si formano nel mercato capitalista: per tentativi ed errori. Data una quantità di beni di consumo, se i prezzi iniziali fissati sono troppo bassi si verificherà una scarsità del bene, e allora il pianificatore alzerà il prezzo finché la scarsità scompare e il mercato è sgombro (clear). Se invece i prezzi sono troppo alti, vi sarà un surplus e i pianificatori ridurranno i prezzi riportando il mercato in equilibrio.

Questa diventò la Posizione Ufficiale Ortodossa del mondo accademico: a loro parere era stato dimostrato che, abbandonando l’utopia di un socialismo senza moneta o senza prezzi o con prezzi calcolati in termini di valore-lavoro, si poteva risolvere il problema del pianificatore. Anche Pareto e Barone dissero che la posizione di Mises sull’impossibilità del calcolo non era corretta, perché anche in un sistema socialista, come sotto il capitalismo, esisteva il numero di equazioni di domanda, offerta e prezzi richieste.

A quel punto, anche Hayek e Robbins abbandonarono la posizione estrema di Mises e si assestarono su una seconda linea di difesa: il problema del calcolo economico si può risolvere sul piano teoretico, ma in pratica sarebbe difficile. Ripiegarono dunque su un problema di grado di efficienza, anziché di drastica differenza di tipologia.

Tra l’altro per Hayek il problema del socialismo è un problema di conoscenza, non di proprietà, come per Mises.

Nonostante tale consenso, la soluzione di Lange conteneva diversi errori:

1) L’equilibrio generale, in cui sono date e immutabili tutte le grandezze – gusti, tecnologie, risorse naturali – non può descrivere il mondo reale, che è caratterizzato dal cambiamento incessante. A causa di tale incertezza l’imprenditore diventa l’attore cruciale.

2) Il modello per tentativi ed errori si concentra sulla determinazione dei prezzi dei beni di consumo, ma, come Mises ripete spesso, il problema è la determinazione dei prezzi dei fattori della produzione. I produttori devono utilizzare la terra e i beni capitali per decidere la quantità di beni di consumo da offrire. Nel settore dei beni di produzione lo Stato socialista, monopolista, è al tempo steso acquirente e venditore in ogni transazione; in un’economia avanzata queste transazioni rappresentano i mercati più vitali e più complessi. Dunque il calcolo economico è impossibile in questo settore, e necessariamente regnerà il caos.

3) I socialisti di mercato guardano al problema economico dal punto di vista del manager dell’impresa privata, che cerca di realizzare profitti o evitare perdite, ma all’interno di una rigida struttura in cui l’allocazione del capitale è data per ciascuna branca dell’industria e per ciascuna azienda. Ma il manager dell’impresa privata nel capitalismo è diverso dall’imprenditore capitalista, che è la vera forza guida del mercato capitalista. Le operazioni dei manager, il loro acquistare e vendere, sono solo una piccola frazione della totalità delle operazioni di mercato, sono un’attività subordinata, e le loro operazioni non modificano l’allocazione dei beni capitali alle varie branche e imprese, che è invece la decisione cruciale. Invece gli imprenditori e i capitalisti implementano nuove imprese, ne aumentano o diminuiscono le dimensioni, le fondono con altre imprese, acquistano o vendono azioni e obbligazioni (cioè quote di terra e beni capitali), garantiscono o riscuotono crediti; in breve eseguono tutti quegli atti che riguardano il mercato monetario e dei capitali. I capitalisti-imprenditori sono promotori, speculatori, investitori e prestatori di denaro; sono le transazioni finanziarie di questi che incanalano la produzione verso i settori che soddisfano i bisogni più urgenti dei consumatori. Il sistema capitalista non è un sistema manageriale, è un sistema imprenditoriale. In sostanza, nel mercato socialista manca il mercato dei beni capitali, con i relativi prezzi, e dunque non si possono stimare i costi; i fattori sono assegnati in maniera rigida alle varie produzioni.

4) il calcolo non è reso superfluo dal ricorso al metodo “tentativo ed errore”, perché, se non esiste una misura aritmetica per valutare il tentativo riuscito e quello errato, il metodo non è applicabile.[4]

Il problema non è piano o non piano; il problema è: chi pianifica? Ogni membro della società per se stesso, o un governo per tutti? Dunque l’alternativa è libertà contro onnipotenza governativa. Il laissez faire non significa lasciare agire forze meccaniche senz’anima, ma lasciare che ogni individuo cooperi come vuole alla divisione sociale del lavoro.

Inoltre, quale piano dovrebbe essere attuato? Ognuno che invoca un piano invoca il suo piano. Il pianificatore vuole sfidare i desideri dei consumatori e sostituirvi la propria volontà. Si vede dietro ciò la autodeificazione degli interventisti, con gli esiti autoritari che vi sono connessi.

Il secondo problema del socialismo è quello degli incentivi. In sostanza, la cancellazione della motivazione a lavorare. Prima dell’articolo di Mises del 1920 tutti gli studiosi ritenevano che il problema del socialismo fosse solo un problema di incentivi. Se tutti ricevono lo stesso reddito, indipendentemente dallo sforzo compiuto, se cioè il prodotto del proprio lavoro viene sottratto, o al contrario si ottiene un reddito superiore al contributo offerto, si è scoraggiati dall’impegnarsi. Se poi si fa riferimento alla formula marxiana “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni”, c’è anche un problema relativo alla qualità del lavoro da svolgere, sintetizzato nella famosa domanda: sotto il socialismo chi raccoglierà l’immondizia? Cioè, non c’è l’incentivo a svolgere i lavori più dequalificati e a svolgerli bene. In un’economia di mercato, invece, se pochi sono disposti a svolgere un determinato lavoro, gli stipendi saliranno, spingendo altre persone a svolgere quel lavoro.

Ma anche se l’intera società fosse costituita di santi altruisti, che vogliono soddisfare innanzitutto i bisogni degli altri, ugualmente vi sarebbe bisogno dei prezzi di mercato per sapere come allocare in maniera razionale i fattori della produzione (Mises).

La concentrazione del potere – In un’economia di mercato c’è spazio anche per le preferenze minoritarie, in un sistema socialista i bisogni da soddisfare vengono decisi autoritativamente (e male), il controllo sulle vite degli individui diventa pervasivo.

Un sistema pianificato tende inevitabilmente all’autoritarismo perché i gruppi sociali scontenti della loro condizione all’interno del piano economico (ad es. i minatori scontenti dei salari loro assegnati) non possono scegliere occupazioni alternative, e vengono costretti ad accettare quella soluzione (Hayek, La via della schiavitù).

La chimera dell’uguaglianza – Gli individui sono differenti fra loro. Uguaglianza giuridica e uguaglianza sostanziale sono incompatibili, perché per raggiungere l’uguaglianza sostanziale bisogna trattare gli individui in maniera differente sul piano legislativo (Hayek, La costituzione della libertà).

L’idea che il socialismo possa raggiungere l’uguaglianza materiale sopprimendo solo la libertà economica è insostenibile; esso infatti viola inevitabilmente anche le libertà personali: uno Stato che ha in mano tutti i mezzi di comunicazione decide chi esprime le proprie idee.

Lasciare esprimere i gusti e i talenti personali arricchisce molto di più tutta la società.[5]

La storia, come raramente capita, ha offerto “esperimenti di laboratorio” che dimostrano la schiacciante superiorità dei sistemi di mercato sui sistemi socialisti: due differenti architetture istituzionali e proprietarie imposte a un popolo omogeneo per reddito, cultura, lingua ecc.: è ciò che è avvenuto alle due germanie e alle due coree.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Note

[1] L. von Mises, Il calcolo economico nello Stato socialista (1920), in AA.VV., Pianificazione economica collettivistica, Einaudi, Torino, 1946.

[2] M.N. Rothbard, Ludwig von Mises and Economic Calculation Under Socialism, in L. Moss (a cura di), The Economics of Ludwig von Mises, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 67-77; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 397-407; The End of Socialism and the Calculation Debate Revisited, in «Review of Austrian Economics» 5, n. 2, 1991, pp. 51-76; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 408-437.

[3] Mises fa il seguente esempio: supponiamo che il manager socialista abbia a sua disposizione tutta la conoscenza tecnologica della sua epoca; un elenco di tutti i fattori della produzione disponibili, compreso il lavoro; gli esperti gli forniscano un’informazione perfetta su tutto ciò che egli chiede; un potere misterioso gli consenta di conoscere i fini ultimi di tutti i consumatori; dunque, egli conosce tutte le “circostanze di tempo e di luogo”. Supponiamo che, sotto queste condizioni, il manager debba costruire un palazzo. Nonostante questa conoscenza perfetta, egli si troverà di fronte all’insolubile problema di quale scegliere fra i vari metodi tecnologici; ciascun metodo infatti impiega i fattori in quantità differenti, assorbe periodi di produzione differenti, e realizza palazzi di differente qualità. Non ha un denominatore comune per misurare i vari materiali e i tipi di lavoro, e dunque non può compararli; enumerare le qualità fisiche e chimiche dei materiali, come fanno i suoi esperti, serve a poco, perché tali enunciazioni non sono correlate l’una con l’altra, non si può istituire alcuna connessione certa fra di esse, perché non le si può calcolare in termini di prezzi monetari. Quindi il manager non può confrontare costi e ricavi attesi.

[4] Cfr. M.N. Rothbard, The End of Socialism and the Calculation Debate Revisited, in «Review of Austrian Economics» 5, n. 2, 1991, pp. 51-76.

[5] Sul problema della transizione dei paesi ex-socialisti ad un’economia di mercato v. M.N. Rothbard, Come smantellare il socialismo, in La libertà dei libertari, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2000, pp. 27-45, ed. or. How and How Not To Desocialize, in «Review of Austrian Economics» 6, n. 1, 1992; A Radical Prescription for the Socialist Bloc, in «The Free Market», marzo 1990, pp. 1, 3–4; H.-H. Hoppe, Socialismo e desocializzazione, in Democrazia: il dio che ha fallito (2001), Liberilibri, Macerata, 2005.

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Interlibertarians 2014: banche e moneta, di F. Simoncelli

Ven, 05/12/2014 - 07:00

La recente edizione di Interlibertarians 2014, svoltasi domenica scorsa a Lugano, è stata incentrata sul tema Banche & Moneta ed ha visto, tra gli altri, la partecipazione attiva di Francesco Simoncelli a nome dell’associazione Ludwig von mises Italia.

Presentiamo di seguito la sua esposizione, incentrata su una panoramica delle cause storiche dell’ascesa e sviluppo del sistema a banca centrale nel periodo tra la fine del XIX secolo e quella fatidica data dell’agosto 1971, quando l’ultimo pallido ricordo di standard aureo fu spazzato da Richard Nixon per aprire le porte ad una nuova epoca di più sfrontato inflazionismo.

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L’Azione Umana: il paragrafo mancante

Mer, 03/12/2014 - 07:00

Publichiamo la parte mancante dal paragrafo 6, capitolo XXVII, dell’edizione italiana del 1959 de L’Azione Umana di Ludwig von Mises.
Punto centrale dell’esposizione consiste nel riconoscere la corruzione come fenomeno imprescindibile dal sistema statale: abituati infatti ad intenderla come evento isolato di funzionari deviati, e dunque concausa della deriva dell’impianto democratico, dimentichiamo spesso come essa invece abbracci una casistica assai più larga e sistematica di comportamenti arbitrari ed illegittimi, anche quando operati nel pieno rispetto della normativa vigente. In un regime interventista la corruzione è infatti implicita nell’esercizio della funzione, non nella decisione particolare del funzionario.

 

* * *

La corruzione

 

Un’analisi sull’interventismo sarebbe del tutto incompleta senza un riferimento al fenomeno della corruzione.

Difficilmente l’interferenza dello stato nei processi di mercato, come subita dal cittadino coinvolto, potrebbe essere etichettata come qualcosa di diverso da una sequenza di confische o elargizioni. E’ la norma che ciascun individuo, isolato o come elemento di una categoria, possa essere arricchito solo a spese di altri individui o categorie; in molti casi, tuttavia, il danno imposto a un gruppo non viene affatto bilanciato dal beneficio assegnato ad altri.

Non esiste alcuna via su cui si possa esercitare in modo legittimo e morale il tremendo potere che l’interventismo mette nelle mani di parlamenti e governi. Gli apologeti dell’interventismo si illudono di poter sostituire la discrezionalità illimitata di un legislatore sommamente saggio e disnteressato, con una corte di burocrati infaticabili e scrupolosi al seguito, a quelle che essi etichettano come conseguenze “socialmente deleterie” della proprietà e degli interessi privati. Ai loro occhi, l’uomo comune è un fanciullo indifeso in urgente bisogno di un guardiano paterno per proteggerlo dalle astuzie dei malintenzionati. In nome di una più “elevata e nobile” idea di giustizia, essi rigettano qualunque nozione storica di legge e legalità: tutto ciò che essi compiono è sempre giusto poiché va a danno di chi, egoisticamente, vuol trattenere per sè quanto agli occhi di tale superiore concetto di giustizia dovrebbe appartenere ad altri.

I concetti di altruismo ed egoismo, assoggettati a tale logica distorta, sono contraddittori e privi di senso: come si è detto, infatti, ogni azione mira al perseguimento di uno stato di cose che benefici l’attore economico più di quello in cui egli si troverebbe se non avesse intrapreso la data azione. Ogni azione è perciò da considerarsi egoistica. Chi si adopera per sfamare dei bambini agisce dietro aspettativa di ricavarne un beneficio futuro, oppure perché valorizza la propria soddisfazione in seguito a un tale dono più di quanto avrebbe fatto nello spendere la stessa somma in altri beni. Il politico, dunque, agisce sempre in modo egoistico sia quando sostiene un provvedimento assai popolare, al solo fine di avvantaggiarsi per l’elezione ad una carica, sia quando procede a testa bassa nel realizzare un progetto impopolare della cui utilità è però convinto, precludendosi così quei vantaggi di cui avrebbe potuto godere se solo avesse tradito le proprie idee.

Nel gergo anticapitalista le parole egoista ed altruista sono usate per etichettare le persone attraverso la lente di una dottrina che considera la parità di richezza e stipendio come l’unica naturale e giusta condizione sociale, che marchia come sfruttatore chiunque guadagni più della media e che condanna l’attività imprenditoriale in quanto deleteria per il benessere collettivo. Gestire un’attività, dipendere direttamente dall’approvazione o rifiuto del consumatore verso le proprie azioni, sollecitare la preferenza degli acquirenti e ricavarne profitti qualora si riesca a servirli meglio della concorrenza è, dal punto di vista dell’ideologia dominante, egoista e vergognoso. Solo quelli a libro paga dello stato meritano il titolo di altruisti e nobili.

Sfortunatamente, politici e burocrati non hanno nulla di angelico: imparano ben presto come le loro decisioni siano in grado di influenzare il settore produttivo con ingenti perdite o, alle volte, enormi vantaggi. Certamente vi sono burocrati che rifiutano le tangenti, tuttavia ve ne sono altri sempre disposti ad approfittare di ogni “affare sicuro” che permetta loro di spartirsi i proventi coi beneficiari del loro favore.

In molte branche amministrative del complesso interventista, il favoritismo semplicemente non può essere evitato. Si prenda ad esempio il caso delle licenze d’importazione o esportazione: poiché la pratica di rilascio comporta un costo fisso per lo spedizioniere, quale criterio applica lo stato per scremare i benficiari dai respinti? Non ve ne è infatti uno oggettivo o neutrale, a disposizione del decisore, per evitare favoritismi e parzialità. Che tale dinamica poi coinvolga il passaggio di mano di bustarelle non ha davvero importanza: lo scandalo resta, anche nel caso in cui la licenza sia assegnata a chi abbia portato o si ritiene possa apportare un vantaggio d’altro tipo (ad esempio, tramite il voto) a coloro da cui dipende la decisione.

La corruzione è effetto ineludibile dell’interventismo. Lasciamo agli storici ed agli studiosi di legge di occuparsi dei problemi ad essa connessi*.

 

* E’ consuetudine oggi appoggiare l’ideale delle rivoluzioni comuniste denunciando come corrotti i regimi non comunisti oggetto dell’attacco. Fu così che si cercò di giustificare l’iniziale approvazione di parte della stampa ed alcuni parlamentari staunitensi, ai comunisti cinesi prima e a quelli cubani poi, etichettando come corrotti i regimi di Chiang Kai-shek e Batista. Tuttavia, da questo punto di vista, qualunque rivoluzione comunista contro un governo non pienamente devoto al laissez-faire appare del tutto giustificata.

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L’edizione italiana de L’Azione Umana di Ludwig von Mises: un caso editoriale da Paese arretrato

Lun, 01/12/2014 - 08:00

In seguito alle numerose richieste inoltrate dai lettori per informarsi sull’esistenza di una versione in lingua italiana de L’Azione Umana, e data la rilevanza che il tema trattato detiene per l’associazione, riproponiamo con piacere l’ottimo studio comparativo del Prof. Alessandro Vitale, docente presso l’Università di Milano, sulla versione originale del capolavoro di Mises e le sfortunate vicende della trasposizione italiana. Il brano è stato publicato in anteprima venerdì scorso, sul sito del Movimento Libertario, ma era inizialmente inteso all’esposizione orale durante la conferenza di Interlibertarians tenutasi a Lugano nella giornata di ieri.

Come omaggio ai lettori e ringraziamento al Prof. Vitale, questo mercoledì 3 dicembre il Mises Italia pubblicherà anche la traduzione italiana del paragrafo mancante dal capitolo XXVII, a titolo La corruzione.

 

Premessa

Se qualcuno nutrisse ancora dubbi sul fatto che l’Italia è stata ed è ancora un Paese culturalmente arretrato, potrebbe fugarli definitivamente soffermandosi non solo sugli innumerevoli casi di opere scientifiche, letterarie, storiche, giuridiche, politiche ed economiche che sono state pubblicate con ritardi di trenta o quarant’anni – quando non di mezzo secolo – e spesso strappate all’emarginazione solo da valenti e coraggiosi studiosi (basterebbe pensare al caso emblematico di Bruno Leoni), ma soprattutto su quei casi (molto più frequenti di quanto non si creda) di testi di immenso valore, dati alle stampe svogliatamente, per coprire vuoti troppo macroscopici e poi lasciati languire nella loro obsolescenza, in polverosi scaffali inaccessibili di biblioteche invecchiate e raramente aggiornate.

In gran parte questo è accaduto nel Novecento non solo nei Paesi autoritari o totalitari, come quelli di socialismo reale – nei quali opere di notevole importanza, sfuggite alla censura e tradotte nella prima edizione, non venivano più aggiornate, finivano nel dimenticatoio e diventavano introvabili o, se ci si ricordava della loro esistenza, venivano confinate in armadi chiusi e inaccessibili nelle grandi biblioteche – ma anche nei Paesi occidentali più attardati e poco rispettosi dell’evoluzione culturale mondiale, soprattutto perché privi di una comunità scientifica degna di questo nome, che sappia dibattere e far progredire la conoscenza. Fra i primi e i secondi vi è stata solo una differenza di grado e spesso il risultato è stato pressoché identico.

L’Italia, presentata per decenni come Paese “garante della libera circolazione delle opere letterarie e scientifiche” – a differenza di quanto accadeva nel blocco politico-militare sovietizzato – nonostante le apparenze ha continuato a manifestare, dal secondo dopoguerra a oggi, caratteristiche inquietanti in tutto simili a quelle dei Paesi di socialismo reale. In questo Paese però, più che l’opera di burocrati e censori della cultura ha pesato, in termini di obsolescenza e di muffa intellettuale e accademica, quella delle case editrici e di una schiera sterminata di conformisti “intellettuali organici”, di partito o di movimenti politico-sociali.

Il destino della traduzione italiana (1959) del capolavoro di Ludwig von Mises (1881-1973), Human Action[1] (1949) è paradigmatico in questo senso, data la straordinaria importanza del Trattato. Pubblicata alla fine degli anni Quaranta, quest’opera era stata elaborata sulla base del precedente Nationalökonomie, Theorie des Handelns und Wirtschaftens (1940) – mantenendone, quasi dieci anni dopo, la struttura generale e riscrivendone il contenuto – da quello che può essere definito senza ombra di dubbio – alla luce di quanto accaduto nel corso dell’intero secolo scorso – il più grande economista del Novecento, ma al contempo anche uno dei più grandi scienziati sociali di tutti i tempi. Human Action è stata tradotta in italiano nel 1959 per i tipi della Utet di Torino e rimane ancora oggi, dopo una recente ristampa a bassa tiratura, a cura delle Edizioni Il Sole 24 ore (2010), l’unica traduzione disponibile in lingua italiana, di fatto solo nelle biblioteche universitarie – essendo ormai esaurita nelle librerie.

Come ormai noto, quest’opera nella sua originale formulazione in lingua inglese, è stata il primo trattato generale di qualsiasi tradizione economica – e non solo di quella Austriaca dell’economia dai tempi della Prima guerra mondiale – capace di racchiudere un sistema integrale di pensiero economico coerente, al punto da abbracciare l’intera teoria economica, sviluppata sulla base delle implicazioni logicamente stringenti, dedotte dagli stabili assiomi dell’azione dell’uomo che agisce con fini e obiettivi nel mondo reale. Un’opera di capitale importanza, nonostante gli innumerevoli detrattori, che ha subito in questo Paese un trattamento e un destino a dir poco scandalosi.

 

  1. L’edizione italiana de L’Azione umana: un prodotto editoriale distorto e obsoleto.

 

Da tempo si sa che l’edizione del 1959 de L’Azione Umana, l’unica disponibile in italiano, è una versione raffazzonata e quanto mai sciatta di quella pietra miliare delle scienze economiche e sociali. Quanto più l’originale consente di comprendere un’infinità di fenomeni cruciali per la nostra vita – dal crollo dei sistemi amministrati di socialismo reale, alle conseguenze distruttive dell’interventismo statale in economia, al ciclo economico e alle crisi – tanto più la traduzione si mostra del tutto inaffidabile, densa di errori e a tratti confusa e illeggibile. I termini usati, ad esempio, inducono spesso in errore. Per citare uno dei casi più gravi, government viene tradotto sempre con “governo” e non con “Stato”. Questo provoca confusione: da una parte fra la natura contingente e variabile delle azioni e delle decisioni politiche e, dall’altra, la realtà strutturale e permanente dell’azione dell’apparato statale e delle sue conseguenze nella pratica dilagante dell’interventismo. Soprattutto, però, essendo stata condotta sulla prima edizione, la traduzione del 1959 è priva delle aggiunte inserite nelle edizioni successive[2], alcune delle quali di capitale importanza, soprattutto per la vicenda di questo Paese.

La traduzione del 1959 è stata stampata a cura, con introduzione e traduzione di Tullio Bagiotti. Già la breve parte introduttiva di quell’economista dell’Università di Padova e assistente di Giovanni Demaria all’Università Bocconi di Milano, del tutto inadeguata (per usare un eufemismo) a questo capolavoro, presenta tratti riduttivi, superficiali e persino calunniosi. Non solo Bagiotti – spingendosi ben oltre la marginalizzazione di Mises e l’esclusione di quest’ultimo dall’economia mainstream – ironizza sul senso del titolo del Trattato, probabilmente non comprendendone il significato più profondo, ma lascia intendere che quell’opera, basata su una presunta metodologia fatta di certezze apodittiche intransigenti che conducono a una «perfetta circolarità», è figlia di una polemica politica innervata di ideologia anti-marxista che ne rispecchia l’impostazione di fondo, soltanto capovolgendola. Quella breve presentazione, sarcastica e a tratti sibillina, che sorvola allegramente, senza discuterlo, sul valore scientifico dell’opera di Mises[3], sembra riecheggiare, anche se in forma più garbata, le ben note denigratorie definizioni che Marx diede dell’opera e della figura di Frédéric Bastiat: entrambi giudizi risibili a fronte dell’evoluzione della teoria e della realtà economica, che si sono incaricate nel corso del tempo di dimostrare del tutto prive di fondamento anche le superficiali note introduttive del Bagiotti, che non facevano alcun cenno al significato pionieristico del lavoro misesiano sulla moneta, sulla teoria del ciclo economico, sulla teoria del capitale, sul lungo dibattito sull’economia di piano (e sull’impossibilità del calcolo economico nei sistemi socialisti), sulla devastazione prodotta da interventismo e statalismo integrale.[4] Su quella presentazione tuttavia non vale nemmeno la pena di soffermarsi. Quelle paginette rimarranno – per coloro che sono stati e saranno in grado di comprendere il valore scientifico di altezza siderale dell’opera di Mises – un classico esempio della serietà scientifica delle nostre Accademie e di come siano stati e continuino a essere trattati in questo Paese innumerevoli studiosi e scienziati di straordinario valore e di altezza siderale, troppo di frequente ridotti a caricature.

Fin qui nulla di nuovo o di poco noto. Quello che non è stato ancora notato adeguatamente è che la traduzione del 1949 in lingua italiana dell’opera di Mises è rimasta quella condotta sulla prima edizione, senza che nessuno (compresa la Casa Editrice) si accorgesse della necessità pubblicare gli aggiornamenti o di dare alle stampe edizioni successive che tenessero conto delle aggiunte, pubblicate in lingua inglese, in particolare nella Seconda e nella Terza Edizione del Trattato.

 

  1. Corruption: il “paragrafo mancante” del capitolo XXVII, Parte Sesta (The Hampered Market Economy – L’economia vincolata).

 

A parte le aggiunte di ampie sezioni in capitoli sparsi, piuttosto rilevanti[5], il vuoto più grave dell’edizione italiana del 1959 è rappresentato dall’intero sottoparagrafo intitolato Corruption, aggiunto nella Terza edizione del Trattato, in lingua inglese, alla fine del paragrafo 6 (Direct Government Interference with Consumption)[6] del capitolo XXVII (The Government and the Market)[7], della Parte sesta (The Hampered Market Economy).[8] Questo sottoparagrafo è stato aggiunto da Mises, in quanto, come da lui dichiarato proprio nelle prime righe di questa parte mancante nell’edizione italiana, l’analisi dell’interventismo statale non è completa senza quella della corruzione. Nel sottoparagrafo Mises sviluppa in modo tagliente la teoria, già delineata in particolare nel capitolo X di Human Action, nel quale aveva contrapposto la cooperazione basata sul contratto (relazione simmetrica) a quella “politica”, basata invece sul comando e sulla subordinazione (relazione asimmetrica)[9], dalla quale deriva la contrapposizione logica fra società basate sullo scambio volontario e società basate sui vincoli egemonici. Una contrapposizione di enorme importanza, delineata anche in Socialism[10], che coincide sia con la teoria di Buno Leoni della contrapposizione fra rapporto politico (egemonico, ossia di potere e “disproduttivo”) e rapporto economico-produttivo (basato su relazioni di complementarietà e di reciprocità)[11], sia con quella di Gianfranco Miglio, presa ripetutamente di mira da alcuni political scientist nostrani (senza riuscire a smontarla), della “doppia obbligazione”: “obbligazione politica” e “obbligazione contratto-scambio”.

Nelle società dominate dai vincoli egemonici, il ruolo dei politici e dei burocrati è destinata a dilagare e a diventare dominante. Parallelamente si sviluppa la corruzione, come insieme di tentativi di influire, in un crescente bellum omnium contra omnes, sulla decisione politica in modo da ottenere, in un gioco a somma zero[12], vantaggi e sovvenzioni, privilegi, concessioni e rendite politiche e per volgere a proprio vantaggio, usando mezzi politici (cioè “non-economici” o “anti-economici”) per acquisire ricchezze, vantaggi e benefici di ogni genere.[13] Queste azioni, derivanti proprio dal dilagare dei vincoli egemonici, comprese le interferenze statali nel consumo, vengono espulse da Mises dall’ambito della catallaxy, in quanto ad essa senza ombra di dubbio estranee (extraeconomiche). È evidente che se tutto dipende da chi detiene il potere, tenderà a dilagare anche una lotta senza quartiere per influenzare chi comanda.

L’analisi di Mises procede con estrema profondità, delineando, in quel brillante e sintetico sottoparagafo, una teoria stringente, costellata di deduzioni taglienti, quali: «Non ci sono azioni d’interferenza statale nel mercato che, considerate dal punto di vista dei cittadini interessati, non possano essere qualificate che come confische come doni». Oppure: «Non esiste un modo giusto ed equo di esercitare l’enorme potere che l’interventismo mette nelle mani del legislatore e del potere esecutivo». La discrezionalità nell’allocazione delle risorse (rendite politiche) con criteri politici arbitrari appare in questo paragrafo in tutta la sua crudezza e realtà.[14] Da questa deriva che il presunto “disinteresse” di politici, legislatori e burocrati nell’azione interventista legittimata dal mito del “bene pubblico” è una chimera, non corrisponde affatto a “una più alta e più nobile idea di giustizia” e paralizza invece gli effetti della cooperazione umana, assoggettando ad esproprio e a paralisi l’azione imprenditoriale, presentata come opera di “sfruttatori” contraria al commune bonum, visto come una forzata uguaglianza di ricchezze e di reddito quale “unica condizione naturale ed equa della società”. Mises in questa parte, mancante nel testo italiano, non solo smonta definitivamente la nozione corrente e infondata di “sfruttamento economico”, ma smaschera anche la pretesa di altruismo e di “socialità” dell’azione pervasiva dei governanti e dei loro aiutanti, che sono, come dice, sul libro paga dello Stato. Quello che va sotto tale pretesa, infatti, è un rovesciamento della realtà: partecipare al mercato e ottenere un profitto dipendente dalla capacità di soddisfare meglio di altri concorrenti il consumatore, è considerato “egoista” e “vergognoso” dall’ideologia della burocrazia, mentre solo coloro che fanno parte del vasto entourage degli uomini che impersonano lo Stato e che da questa organizzazione dipendono, sono considerati nobili e altruisti. La realtà è invece che proprio l’interventismo consente all’egoismo politico-burocratico il suo massimo dispiegamento. Non solo questo mira a generare, con le sue pretese paternalistiche di livellamento egualitario, continua conflittualità[15], ma è anche fonte di vantaggi in termini di risorse e di potere.

Il capolavoro di Mises contenuto in questo sottoparagrafo è infatti quello di mettere a nudo la realtà delle democrazie contemporanee, innervate di interventismo, per i vantaggi che ne traggono le classi politico-burocratiche. Favoritismo e rendite politiche, non guadagnate sul mercato, sono connaturate all’interventismo (e del protezionismo, della concessione di licenze governative, di favori, ecc.): lo sorreggono, in una spasmodica corsa ad essere tra i beneficiari (i tax-consumers) piuttosto che tra le vittime (tax-payers) della relazione di dominio.[16] La corruzione in tal modo è consustanziale all’interventismo statale nell’economia. Come scrive qui Mises, con realismo politico: «Corruption is a regular effect of interventionism».[17] Le licenze particolari date a persone dalle quali ci si aspetta rendano favori o servizi in cambio, finiscono legate a rendite materiali da corruzione e/o al voto di scambio. Politici e burocrati, infatti, cercheranno di servirsi di ogni occasione sicura per entrare in contatto con coloro per i quali le loro decisioni sono vantaggiose, sfruttandole a loro volta a proprio vantaggio. Tutta la cooperazione sociale di mercato finisce così per saltare. Infatti è evidente che in un prevalente rapporto egemonico la vita dei cittadini dipende sempre più dal potere politico e si trasformerà in lotta contro tutti gli altri per guadagnarne i favori e influenzare coloro che emettono i comandi nella forma di legislazione. Anziché dedicare i propri sforzi a sviluppare la propri creatività imprenditoriale (o la ricerca scientifica), così, volta a soddisfare al meglio possibile i bisogni degli altri, essi si impegneranno in un vasto processo corruttivo per influenzare gli ordini, le leggi e la distribuzione della ricchezza o anche, in casi estremi, per cercare di difendersi dall’interventismo e dalla dilagante legislazione, prodotta a catena da uomini che, pur non partecipando né al processo di produzione né a quello di scambio impongono tutto a coloro che di quello vivono. Corruzione, spesa pubblica, voto di scambio (in democrazie nelle quali per l’individuo o il piccolo gruppo non c’è alcuna possibilità di disobbedire alla volontà della maggioranza), devastante pervertimento del concetto stesso di “giustizia”[18], politiche redistributive e dilagare della burocrazia appaiono in questo sottoparagrafo di Human Action strettamente collegate, in una sintesi che non ha paragoni. I corollari di questo meccanismo sono innumerevoli: l’emergere di una società sbilanciata dal prevalere del rapporto “egemonico” (politico, di comando-obbedienza), nella quale contano solo le relazioni personali con chi comanda e in cui la corruzione è premiata, trasformando l’onestà e la vita del proprio lavoro in un martirio. Infatti, coloro che possono avere accesso alla rappresentanza politica (gruppi di pressione) o ai vertici della burocrazia per guadagnare favori al di fuori della competizione di mercato (e del merito oggettivamente riconosciuto), saranno stimolati a cercare di influenzarle, per non rimanere esclusi da un gioco del genere, a differenza di tutti gli altri che sono indotti a comportarsi in questo modo. Tuttavia, in una società siffatta, la proprietà sarà anche precaria, poiché sarà ottenuta grazie ai più forti; anche i più deboli non godranno di alcuna protezione in merito a questo diritto, che diventa una precaria attribuzione legale. Le basi della cooperazione sociale saranno così destinate a saltare.

 

  1. Un’edizione da macero e due paradossi.

 

L’edizione italiana del 1959 de L’Azione Umana, per quanto rappresenti una versione della prima edizione americana, è un testo che va sostituito al più presto con un’edizione completa e accurata nella traduzione (il più possibile fedele all’originale) e, cosa che non dovrebbe mai accadere ai libri, può essere tranquillamente mandata al macero. Questo caso editoriale, infatti, rappresenta con ogni evidenza un grave macigno nella cultura scientifica italiana. Generazioni di studenti che possono essere venuti in contatto, per un puro, fortunato caso (data l’esclusione sistematica delle opere della Scuola Austriaca dall’insegnamento mainstream nelle Accademie italiane fino a oggi – ma questa non rappresenta un’eccezione nel panorama europeo continentale), con quella traduzione de L’Azione umana, hanno potuto leggere l’opera in questa versione mal presentata, disastrata dal punto di vista linguistico e soprattutto non aggiornata, ignorando il fatto che le edizioni successive alla prima erano diverse, più ricche e dotate di sviluppi cruciali. Va anche considerato il fatto che, fino alla fine degli anni Novanta, ossia con l’avvento di internet e del mercato librario on-line (con la parziale, ancora timida ripresa di una “globalizzazione” post-guerra fredda), procurarsi i testi originali era molto difficile. Oggi la situazione è cambiata, ma rimangono ancora emblematici, a fronte di questa traduzione, due paradossi.

Il primo è che – dato che forse ancora pochi, a parte gli studiosi, hanno potuto leggere le aggiunte alla Seconda e Terza Edizione – il caso del sottoparagrafo mancante Corruption rappresenta un vuoto particolarmente grave per l’Italia. Oltre a fornire la descrizione e la spiegazione di una logica conseguenza dei sistemi di socialismo reale (a lungo descritti in questo Paese come portatori di una fantomatica “giustizia sociale”, ma finiti tutti nelle pastoie di una corruzione materiale e morale sconfinata e nella devastazione della cooperazione sociale, esistente invece in epoche precedenti alla statalizzazione integrale nei Paesi che li hanno sperimentati) [19], infatti, quella parte mancante va al cuore di uno dei principali problemi di questo Paese, che sta annegando a causa dell’interventismo: la corruzione e il dilagare delle rendite politiche, in uno scenario di lotta, sempre più all’ultimo sangue, fra bande parassitarie che si spartiscono il “bottino” derivante dalla tassazione e dalla regolamentazione e che aspirano a mettere le mani su settori sempre più ampi delle attività umane controllate e regolamentate dallo Stato e dalla sua debordante legislazione. Per non parlare della corruzione insita nel voto di scambio. Con l’ulteriore “sotto-paradosso” che in un momento di crisi dovuta soprattutto all’interventismo dello Stato, la gente continua a incolpare il mercato e a invocare ancor più interventi e regolamentazione, trasformando politici e burocrati in salvatori: una soluzione con ogni evidenza letale, delle cui conseguenze si finirà per accorgersi troppo tardi.

Il secondo paradosso, che sfiora l’umorismo, è il fatto che – contrariamente a questo vuoto tutto italiano – in Russia, il Paese europeo più devastato dallo statalismo integrale, dall’economia amministrata e dalle utopie criminali del Novecento e oggi in una fase di lampante restaurazione politica, accompagnata da un rigurgito di censura, esiste già dal 2005 un’eccellente traduzione[20] dell’opera principale di Mises, condotta sulla base della Terza Edizione americana. Il luogo di pubblicazione è la città di Cheljabinsk, in Siberia, nella quale sono stati pubblicati in traduzione russa un’infinità di testi della tradizione liberale classica, della Scuola Austriaca dell’economia e del libertarismo contemporaneo. La cosa non sorprende, in quanto Cheljabinsk è un’altamente dinamica città mercantile storica, che ebbe un rapido sviluppo nel primo decennio del Novecento – l’epoca di maggior fioritura dell’Impero Russo – e che si è sviluppata in forma simile ad alcune città americane: per questo è stata anche definita “la Chicago d’oltre Urali”. Quello siberiano in generale, del resto, è sempre stato un ambito culturale diverso (e più libero) rispetto a quello della Russia europea.[21] Nella bella edizione russa di Human Action figurano un accurato glossario dei termini, un repertorio dei giudizi più anticonformisti sull’opera di Mises, un dettagliato dizionario biografico e un minuzioso indice degli argomenti e dei sotto-argomenti. Inoltre, sul piano linguistico i termini-chiave sono tradotti correttamente (government con gosudarstvo; the hampered market economy con deformirovannaja rynochnaja ekonomika, ecc.) e vi figura anche l’importante sottoparagrafo korrupcija[22], di enorme rilevanza per un Paese che vede fra i suoi più gravi problemi, ereditati dal periodo sovietico, proprio quello della corruzione, che impedisce il ritorno a livelli che pur erano stati raggiunti dall’economia pre-rivoluzionaria. La traduzione della Terza Edizione americana (Contemporary Books, Chicago 1996) è condotta con accuratezza, dedizione, utilizzando al massimo l’infinita plasticità della lingua russa per rendere al meglio i termini scientifici originali, dimostrando con ogni evidenza un rispetto e un attaccamento quasi affettivo all’opera di Mises e rivitalizzando in tal modo una gloriosa tradizione prerivoluzionaria nello studio dell’economia, che aveva visto non a caso (accanto a quella, comunque la si consideri, di levatura mondiale dei Tugan-Baranovsky, Dmitrjev, Kondratjev, Slutskij, ecc.), l’eccezionale opera di Boris Brutzkus[23], l’economista che parallelamente e indipendentemente da Mises sviluppò la teoria dell’impossibilità del calcolo economico in un’“economia” socialista.

 

Conclusioni.

 

Senza un’edizione aggiornata e completa di uno dei maggiori capolavori di tutti i tempi della teoria economica e delle scienze sociali, appare molto difficile pensare a un Paese in grado di ragionare e di confrontarsi su questioni chiave, che soprattutto lo riguardano direttamente, come quelle omesse nell’edizione della Utet. Quella del 1959 era un’edizione stampata controvoglia, per coprire un vuoto che sarebbe apparso troppo macroscopico. In un’epoca nella quale sta maturando la rivolta[24] contro la chiusura dei programmi universitari e di dottorato verso scuole di pensiero censurate e/o considerate “inferiori” dal mainstream accademico – acritico e fondato su modelli di pensiero e di comportamento umano irrealistici, incapaci di spiegare fenomeni decisivi, in quanto arroccati su teorie sorpassate, statiche e amorfe – un’edizione come quella italiana di Human Action appare ancor più intollerabile. L’opera di Mises in salsa italiana potrebbe essere considerata come una delle tante incappate in una semplice disavventura editoriale. Il grave sta nel fatto che non si è trattato di questo. La vicenda di quell’edizione è invece dipesa da una pianificata e proterva politica culturale di marginalizzazione (come senza dubbio dimostrano le paginette introduttive), a tutto favore di programmi di ricerca dominanti, di un insegnamento ortodosso infarcito di stordenti e arcane formule matematiche e orientato da gruppi di “intellettuali di corte”, volto a frenare o a scoraggiare la possibilità di avvicinarsi seriamente e con una strumentazione adeguata a teorie differenti (e in grado di spiegare i fenomeni: basta pensare al collasso del socialismo reale o a quello dell’economia accademica di fronte alla crisi corrente) rispetto a quelle prevalenti. Quella traduzione dimostra che Mises ha subito un trattamento inaccettabile in questo Paese, non diversamente da quello di tanti altri scienziati (Leoni, Miglio, ecc.) e che rende inevitabilmente quanto mai attuale, particolarmente oggi e per quanto visto sopra, il monito di Frédéric Bastiat: «Quando la ragione pubblica smarrita onora ciò che è spregevole, disprezza ciò che è onorevole, punisce la virtù e ricompensa il vizio, incoraggia ciò che nuoce e scoraggia ciò che è utile, applaudisce alla menzogna e soffoca il vero sotto l’indifferenza o l’insulto, una nazione volge le spalle al progresso e non vi può essere ricondotta se non dalle terribili lezioni delle catastrofi».[25]

Alessandro Vitale

[1] L. von Mises, Human Action. A Treatise on Economics, New Heaven, Yale University Press, 1949.

[2] Per un quadro completo delle cancellature dalla prima edizione e delle importanti aggiunte alle edizioni successive a quella del 1949, si veda L. von Mises Human Action. A Treatise on Economics, The Scholar’s Edition, The Ludwig von Mises Institute, Auburn Alabama 1998, pag. xxii.

[3] Come aveva notato nel 2003 Lorenzo Infantino, «È come se Bagiotti avesse voluto porre su Mises (e sulla stessa opera introdotta) una pietra tombale». L. Infantino, Ludwig von Mises e le scienze sociali del ventesimo secolo, in: L. Infantino, N. Iannello (cur.), Ludwig von Mises e le scienze sociali nella grande Vienna, Rubbettino 2004, pp. 10-12.

[4] L. Infantino, Ludwig von Mises e le scienze sociali del ventesimo secolo, cit., p.12.

[5] L. von Mises Human Action. A Treatise on Economics, The Scholar’s Edition, The Ludwig von Mises Institute, Auburn Alabama 1998, Ibidem.

[6] Pag. 732 della Quarta Edizione (Wilkes & Fox, 1996), che riproduce la Terza Edizione (1966), pubblicata dalla Henry Regnery Company – Yale University Press.

[7] Pag. 716 della Quarta Edizione.

[8] Ibidem, pag. 716. The hampered market economy viene tradotto nell’edizione italiana, ricavata dalla prima edizione, con “L’economia vincolata”, mentre il senso dell’aggettivo andrebbe reso più correttamente con “intralciata”, “ostacolata”, “deformata”, “bloccata”, in quanto il termine inglese indica un vero e proprio impedimento al suo funzionamento, fino a trasformarla in qualcosa di diverso, ossia in un sistema “anti-economico” o “non-economico”. Cfr. The Concise Oxford Dictionary of English Etymology, Oxford University Press, 1996.

[9] Per una rapida individuazione, si veda l’antologia di G. Vestuti (a cura di), Il realismo politico di Ludwig von Mises e di Friedrich von Hayek, Giuffré, Milano 1989, pp.159-162.

[10] «L’accrescimento delle richezze può essere ottenuto o attraverso lo scambio, che è l’unico metodo possibile in un’economia capitalistica, o attraverso atti di violenza ed esplicite richieste, come in una società militaristica, dove il più forte ottiene con la forza, il più debole chiedendo». L. von Mises, Socialismo (1922), Rusconi, Milano 1989, p. 415.

[11] B. Leoni, Lezioni di dottrina dello Stato, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pp.165-169 e soprattutto 260-267.

[12] Mises scrive: «As a rule, one individual or a group of individuals is enriched at the expenses of other individuals or groups of individuals. But in many cases, the harm done to some peoples does not correspond to any advantage for other people». Quarta Edizione di Human Action, (Wilkes & Fox, 1996), pag. 734.

[13] Miglio ha introdotto negli anni Sessanta nella politologia scientifica il termine di “rendita politica”, che non è altro che una garanzia politica materiale di beni e vantaggi nella loro forma più concreta, fornendone una teoria e una tipologia (in gran parte corrispondente a quella di Mises) taglienti come un rasoio. Cfr. G. Miglio, Lezioni di Politica, vol. 2. Scienza della Politica, Il Mulino, Bologna 2011, pp. 320-361. Naturalmente la dinamica della corruzione coincide in larga parte con quella descritta da Mises.

[14] Nell’analisi di Miglio l’allocazione delle risorse occupa una parte centrale nell’analisi della rendita politica. È il titolare del potere che con atti arbitrari (che ostacolano la razionalità economica) è in grado di decidere sulla distribuzione del “bottino politico” conquistato al di fuori dell’uso di “mezzi economici” e addirittura di usarlo nella lotta politica. Quanto più il mercato sarà compresso, tanto più vi sarà spazio per la rendita politica. G. Miglio, Lezioni di politica, cit., p. 329.

[15] I costi delle rendite politiche saranno scaricati sui “cittadini vinti” in questa lotta di accaparramento di risorse pubbliche.

[16] C. Lottieri, Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni. Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, p. 239.

[17] Human Action, Quarta Edizione, (Wilkes & Fox, 1996), pag. 736. Inutile aggiungere che questo coincide con e spiega anche cosa intendeva Bastiat con la famosa affermazione:«Lo Stato è la grande finzione in cui ognuno tenta di vivere alle spalle di tutti gli altri». Coincide inoltre con la scoperta di Leoni dell’analogia fra economia pianificata e legislazione e con la sua realistica constatazione che nell’ordine statuale e delle moderne democrazie sia inevitabile una guerra legale di tutti contro tutti, condotta per mezzo della legislazione e della rappresentanza politica. B. Leoni, Decisioni politiche e regole di maggioranza (1960), ora in: Idem, Scritti di scienza politica e teoria del diritto, Rubbettino-Facco, Soveria Mannelli 2009, pp. 123-137; B. Leoni, La libertà e la legge (1961), Rubbettino, Soveria Mannelli 1994, p. 23.

[18] Del resto, le politiche pubbliche finalizzate alla realizzazione della c.d. “giustizia sociale” devastano la sicurezza giuridica, provocando una corruzione dilagante.

[19] La spiegazione teorica di queste conseguenze era già presente, come noto, in L. von Mises, Die Gemeinwirtschaft (1932, 2a ed.) (Socialism: An Economic and Sociological Analysis, Liberty Fund, Indianapolis, 1981; trad, it.: Rusconi, Milano 1990).

[20] L. von Mises, Chelovecheskaja dejatel’nost’. Traktat po ekonomicheskoj teorii, Sozium, Cheljabinsk, 2005.

[21] Mi permetto di rimandare per questo a A. Vitale, Noi e l’Europa Orientale “extracomunitaria”: un incontro frenato e gli ostacoli alla libertà delle popolazioni europee. In: AA.VV., La nostra libertà e le altre culture. Scontro o incontro nell’Europa del futuro, Regione Friuli-Venezia Giulia, Associazione culturale Carlo Cattaneo, Pordenone 2004, pp. 53-93; A. Vitale, La “Slavia Ortodossa” e la politica internazionale. Questioni di geopolitica e di geocultura. In: AA.VV. I due polmoni dell’Europa. Est e Ovest alla prova dell’integrazione. Rimini 2001. (Atti dell’Università d’Estate – S. Marino) pp. 89-105.

[22] L. von Mises, Chelovecheskaja dejatel’nost’, cit, pp. 688-689.

[23] Su questo studioso si veda, oltre a B. Brutzkus, Economic Planning in Soviet Russia, Routledge, London 1935, anche, fra molti altri, D. R. Steele, From Marx to Mises, Post-capitalist Society and the Challenge of Economic Calculation, Open Court Publishing Company, La Salle, Illinois1992 e J.M. Kovács, M. Tardos, Reform and Transformation in Eastern Europe. Soviet Type Economics on the Threshold of Change, Routledge, London-New York 1992.

[24] Si veda ad es. l’autentica rivolta avvenuta fra studenti e docenti dell’Università di Manchester, ma anche in altre prestigiose istituzioni, contro una scienza economica che non ha avuto niente da dire in merito alla crisi mondiale attuale. Sebbene orientata anche al recupero del post-keynesismo e prevalentemente alla critica radicale del paradigma neoclassico, viene menzionata come scuola con la quale è necessario confrontarsi anche la Scuola Austriaca. Cfr. http://www.post-crasheconomics.com/

[25] F. Bastiat, Armonie economiche, Utet, Torino 1954, p. 595.

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