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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 44 min 16 sec fa

La qualità della moneta (parte seconda)

1 ora 27 min fa

II. La teoria della qualità della moneta nella storia

La teoria della qualità della moneta, anche se non sotto questo nome, gode di una lunga tradizione. Anche se molti autori hanno discusso sui fattori che influenzano la qualità della moneta, non è mai stato raggiunto un consenso unanime. Juan de Mariana (1609) spiega che il deterioramento della qualità delle monete d’oro dev’essere considerato come una tassa (ingiusta). Sir William Petty ([1662] 1889) considera il deterioramento della qualità delle monete da parte del governo una tassa. Adam Smith (1776) parla dell’origine della moneta e di proprietà importanti, come la capacità di durare nel tempo e la divisibilità. Jean-Baptise Say ([1806] 1855) afferma che una buona moneta dev’essere divisibile, di qualità omogenea, resistente all’attrito, cara quanto basta e malleabile. Inoltre, analizza l’adulterazione della qualità della moneta in casi storici come quello di Filippo I di Francia. Nassau William Senior ([1850] 1853) e John Stuart Mill ([1848] 1965) sono due autori classici che discutono le qualità dei beni che possono renderli adatti a diventare moneta. Carl Menger (1871) spiega l’emersone della moneta come un processo spontaneo del mercato in cui prevalgono beni dotati di qualità specifiche. Così, il trattamento delle qualità della moneta era stato molto diffuso prima del ventesimo secolo, come attesta questo brano di William Stanley Jevons (1875, pag. 30):

Molti autori recenti, come Huskisson, Mac Culloch, James Mill, Garnier, Chevalier e altri, hanno descritto in modo soddisfacente le qualità che dovrebbe possedere il materiale impiegato come moneta. Sembra, peraltro, che gli autori precedenti avessero inquadrato l’argomento altrettanto bene, o quasi. Harris ha illustrar queste qualità con una chiarezza degna di nota nel suo ‘Essay upon Money and Coins’, pubblicato nel 1757, un’opera che è apparsa prima de ‘La Ricchezza delle Nazioni’, eppure offre un’esposizione dei princìpi della moneta che è ben difficile migliorare ai giorni nostri. E ottant’anni prima, Rice Vaughan, nel suo eccellente piccolo ‘Teatise on Money’, aveva scritto un riepilogo breve ma soddisfacente delle qualità che si richiedono alla moneta. Addirittura, troviamo che William Strafford, l’autore del rimarchevole dialogo dell’età elisabettiana (1581) intitolato ‘A Brief Conceipte of English Policy’, ha dimostrato una comprensione perfetta dell’argomento. Di tutti gli autori, comunque, M. Chevalier offre il resoconto più completo e accurato delle proprietà che la moneta dovrebbe possedere, e io seguirò le sue opinioni in molti punti.”.

Economisti Austriaci come Mises (1953, cap. I) e Rothbard (2004, pagg. 189-93) hanno seguito Carl Menger nella loro analisi delle origini della moneta. Mentre Mises non elenca le qualità specifiche che aiutano un bene a diventare moneta, Rothbard (2008, pag. 6) menziona le “qualità proprie della moneta”: la moneta merce attira una domanda notevole, è altamente divisibile, facile a trasportarsi, dura nel tempo e ha un alto valore per unità di prodotto.

Tuttavia, Mises e Rothbard non vanno oltre questo quadro e non menzionano – almeno non in modo esplicito – l’importanza della qualità della moneta per la domanda di moneta. In effetti, Mises non menziona la qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda né nella Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (1953, pagg. 131-37), né in Human Action (1998) nel suo capitolo sulla domanda di moneta (cap. 17). Come afferma Salerno (2006, pag. 39): “Mises (1998, pp. 398-402) ha fornito solo una discussione molto schematica della domanda di moneta, che non può sostenere l’intero peso di una teoria dei prezzi monetari.”.

Rothbard (2004, pag. 756) compie un progresso, rispetto a Mises, nell’analisi concettuale della domanda di moneta e afferma: “La domanda totale di moneta sul mercato consiste di due parti: la domanda di moneta per lo scambio (da parte dei venditori di tutti gli altri beni, che desiderano acquistare moneta) e la domanda di moneta come riserva (la domanda di moneta da detenere, da parte di coloro che già ne detengono).”.

Rothbard (2008, pag. 39) sottolinea che i mutamenti nella domanda di moneta (come ad es. il mantenimento di riserve di cassa) ne cambiano il potere d’acquisto. Nei capitoli sulla domanda di moneta (2008, cap. 5; 2004, cap. 11 §5), egli, come Mises, non menziona la qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda, non in modo esplicito. Menziona, tuttavia (2008, pagg. 65-74), due fattori che sono importanti per la qualità della moneta: la fiducia nella stessa e le aspettative di inflazione o deflazione.

Riesaminando i contributi di Mises e di Rothbard, sorge spontanea la domanda: come mai questi autori non sono andati oltre e non hanno sviluppato una teoria esplicita della qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda? La risposta risiede, con ogni probabilità, nel fatto che essi trascurano la funzione della moneta come riserva di ricchezza. Questa funzione è essenziale per la qualità della moneta ed è più sensibile ai cambiamenti che non le funzioni di mezzo di pagamento e unità di conto.

In effetti, Mises (1953, pag. 35) segue Menger (1871, pag. 278) e sostiene che la funzione di riserva di ricchezza è una funzione derivata e non necessaria della moneta. Anzi, Mises (1998, pag. 401) si concentra sulla funzione di mezzo di scambio in maniera ancor più esclusiva di Menger: “La moneta è il bene che serve come il mezzo di scambio generalmente accettato e comunemente usato. Questa è la sua unica funzione. Tutte le altre funzioni che si attribuiscono alla moneta sono semplicemente aspetti particolari della sua funzione primaria e unica, quella di mezzo di scambio.”.

Mises (1953, pagg. 107, 110, 129; 1990, cap. 4) e Rothbard (2004, pagg. 764-65) si concentrano sulla funzione di scambio. In questo modo, trascurano fattori importanti per il valore della moneta. Siccome non analizzano in dettaglio la funzione di riserva di ricchezza, non indicano neanche gli effetti che i cambiamenti in essa, o la qualità della moneta in generale, possono avere sulla domanda di moneta.

In contrapposizione con l’esitante analisi della moneta in termini qualitativi svolta dagli economisti sopra menzionati, esiste anche una corrente, nella letteratura economica, che non tratta affatto gli aspetti relativi alla qualità. Questa è la pura e semplice teoria quantitativa della moneta difesa da David Ricardo. Per Ricardo non importa se siano moneta le monete d’oro, un pollo, i semi di cacao, un gettone di pietra o una nota cartacea. La sola cosa che conta è la quantità. Gli aspetti quantitativi spiegano tutti i fenomeni monetari. In effetti, per Ricardo, tutte le qualità della moneta devono ritenersi implicite nel carattere limitato della sua quantità.

Ricardo e i seguaci della teoria quantitativa pura e semplice pongono un’enfasi molto forte sulla funzione di scambio della moneta, messa in luce da John Law e Adam Smith, per i quali la moneta è, fondamentalmente, un buono (voucher) per comprare beni. La moneta è semplicemente un mezzo di circolazione. Questi fautori della teoria quantitativa, pertanto, trascurano completamente la funzione della moneta come riserva di ricchezza. Ricardo implica, altresì, che non vi sia differenza alcuna tra la cartamoneta inconvertibile e i certificati monetari convertibili. Egli, di conseguenza, trascura la domanda di moneta. Per lui, la convertibilità è solo un metodo pratico per porre un limite alla quantità di moneta.

Per chi crede in questa teoria quantitativa, “il valore della moneta è una funzione della sua quantità, è del tutto indipendente dal valore del materiale usato per il conio, [valore, quest’ultimo,] derivato solamente dai suoi usi peculiari…” (pag. 49).

Secondo quella teoria, fintantoché il numero di scambi e la rapidità di circolazione della moneta restano gli stessi, nulla può alterare il valore dell’unità, e con esso il livello dei prezzi, tranne mutamenti nel volume della valuta.” (Scott 1897, pag. 56).

Di conseguenza, i fautori della teoria quantitativa tendono a trascurare l’importanza della domanda di moneta. Come fa notare Carver (1934, pag. 188): “Per lo più, le teorie quantitative della moneta si presentano come teorie basate sulla domanda e sull’offerta. Sfortunatamente, alla domanda è stata dedicata un’attenzione minore che all’offerta di moneta. In effetti, alcuni di coloro che espongono la teoria quantitativa ignorano completamente la domanda di moneta e procedono assumendo che conti solo l’offerta. Questo ignorare l’aspetto della domanda e concentrarsi solo sull’aspetto dell’offerta sembra bastato sull’ulteriore assunto che la domanda di moneta sia, in un momento determinato e date quelle tali circostanze, fissa; che consista unicamente nel numero di beni e servizi che sono in vendita.”.

A tutt’oggi, la teoria quantitativa della moneta continua a dominare nei manuali di economia più diffusi. Alcuni dei testi più usati sono: Mankiw (2004), Blanchard (2006), Stockman (1999), Hyman (1994), Slavin (1994), Boyed e Melvin (1994), Sachs e Larrain (1993), Ekelund e Tollison (2000), Case e Fair (1994), Dornbusch e Fischer (1990). Solo pochi autori di manuali (Colander 1995 e Sloman 1994) menzionano le qualità della moneta, mentre Melotte e Moore (1995) affermano che una buona moneta dev’essere divisibile, facile a trasportarsi, durevole e di valore stabile. Addirittura, il manuale di Abel, Bernanke e Croushore (2008) non parla affatto delle qualità.

Williamson (2005, pag. 536) si spinge fino a discutere svariati problemi relativi alle qualità della moneta merce: in primo luogo, la sua qualità sarebbe difficile a identificarsi. In secondo luogo, produrla sarebbe costo. In terzo luogo, l’uso della merce come moneta la distoglie da altri usi.

Williamson (2005) potrebbe aver fornito il vero motivo per cui si scrivono solo poche righe – se si scrivono – a proposito della qualità della moneta, perché è stato l’avvento della moneta-segno che ha spinto gli economisti a credere di aver trovato la forma perfetta di moneta. Così, Lewis e Mizen (2000, pag. 47) affermano che la moneta cartacea può, in linea di principio, funzionare meglio della moneta-merce. Sostengono che il suo valore può essere stabilizzato meglio e che comporta costi minori in termini di risorse.

Un secondo motivo per la virtuale scomparsa della qualità della moneta dall’analisi economica è il modello dell’equilibrio generale e la matematizzazione della scienza economica. Nell’analisi basata sull’equilibrio generale, non esiste alcun processo. Con quest’analisi, l’evoluzione e l’origine della moneta, che richiederebbero un’analisi della qualità della moneta, non possono essere spiegate. In effetti, la teoria quantitativa della moneta non può spiegare né il sorgere della moneta né la sua demonetizzazione. Inoltre, la matematizzazione in economia e la corrispondente ascesa della teoria quantitativa della moneta lasciano ampio spazio alle misurazioni. Dal momento che la quantità della moneta si può impiegare meglio in termini di matematica e misurazioni, la sua qualità è passata in cavalleria.

Intuizioni nel campo della teoria della qualità della moneta sono esistite prima del ventesimo secolo. Ma queste anticipazioni si limitano ad elencare le caratteristiche che deve possedere un buon mezzo di scambio, trascurando di sottolineare l’importanza delle caratteristiche per il potere d’acquisto della moneta. In altri termini, esse non studiano l’impatto dei mutamenti di tali caratteristiche sul potere d’acquisto e non si traducono in una teoria unitaria della qualità della moneta. La moneta assolve ad altre funzioni, oltre a servire come mezzo di scambio. Essa funge anche da riserva di valore e unità di conto. Una completa teoria della qualità della moneta, pertanto, deve studiare le qualità di una moneta anche rispetto a queste altre due funzioni. Qui non si prenderà in esame la funzione di unità di conto, per concentrarsi invece sulle funzioni di mezzo di scambio e riserva di ricchezza.

Articolo di Philipp Bagus su THE QUARTERLY JOURNAL OF AUSTRIAN ECONOMICS 12, NO. 4 (2009): 22–45

Tradotto da Guido Ferro Canale

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Le interferenze coercitive – II parte

Lun, 20/10/2014 - 08:00

Spesa pubblica e legislazione

 Con le risorse prelevate coercitivamente dai privati lo Stato effettua una serie di spese: paga gli stipendi dei funzionari pubblici, acquista beni (tavoli, penne, carta, termometri ecc.) necessari per l’erogazione di servizi pubblici, effettua trasferimenti a individui. La spesa pubblica può essere suddivisa in due grandi categorie: trasferimenti e impiego di risorse (es. imprese pubbliche). Nei primi lo Stato sussidia privati individui che decidono autonomamente come impiegare quelle risorse; nei secondi i beni e le risorse sono usate direttamente dallo Stato per produrre beni o servizi.

L’altro grande strumento di interferenza statale nell’economia è rappresentato dalla normazione, costituzionale, primaria e secondaria, che può modificare l’allocazione delle risorse senza intermediare queste direttamente, come invece avviene nella modalità precedente, caratterizzata dalla sequenza prelievo-spesa pubblica.

 Efficienza

 L’intervento statale qui analizzato si origina dalla premessa secondo cui il mercato in alcune circostanze non sarebbe in grado di allocare le risorse nella maniera più efficiente, realizzando quantità prodotte subottimali (in difetto o in eccesso), danni ai beni ambientali, monopoli, consumi distorti, asimmetrie informative.

Per affrontare i primi due aspetti è opportuno esaminare preliminarmente il concetto, proposto dalla teoria convenzionale, di esternalità. L’esternalità è l’effetto esterno (positivo o negativo) che l’azione di un soggetto fa ricadere su altri soggetti. Esempi di esternalità negative sono l’inquinamento, i fumi, i rumori, una malattia contagiosa; esempi di esternalità positive sono i ‘beni pubblici’, o un bosco che diffonde aria pulita in una vallata o evita l’erosione del suolo. Nel caso delle diseconomie esterne vi sono costi non pagati dal produttore, e dunque l’attività produttiva non sarebbe ottimale, ma superiore a quella ottimale. In caso di economie esterne, vi sono benefici non retribuiti al produttore che li ha generati, e dunque la produzione sarebbe sub-ottimale, cioè inferiore a quella che apporta il massimo benessere.[1]

 Beni pubblici (o collettivi)

I public goods sono i beni la cui utilità è goduta collettivamente, non individualmente, cioè sono caratterizzati – definizione di Samuelson (1954) – da non-escludibilità (non posso escludere un’altra persona dal godimento del bene) e da non-rivalità (non ho interesse a escludere un’altra persona dal consumo, perché la sua utilizzazione non riduce la mia; detta anche “indivisibilità”) [2]. Esempi: giustizia, ordine pubblico, difesa, servizio antincendio, fari. Secondo la teoria prevalente, questi beni o servizi non possono essere divisi in dosi di dimensioni variabili, come avviene per un qualsiasi bene tangibile (es. il pane), perché, una volta che sono attivati, vengono goduti automaticamente da tutti. Un esempio classico è rappresentato da una macchina della polizia che pattuglia un isolato; tutti coloro che abitano in quella sezione di territorio sono automaticamente protetti dal servizio predisposto, godendo ad esempio dell’effetto di deterrenza nei confronti di eventuali scippatori o ladri di appartamenti. Anche volendo, un residente non potrebbe sottrarsi alla fruizione del servizio, che si estende necessariamente (“effetto esterno” non circoscrivibile) ad una data area spaziale[3].

A causa di tale caratteristica, secondo la teoria prevalente il finanziamento dei beni pubblici dovrebbe essere coercitivo, altrimenti può insorgere il problema del free rider: data la non escludibilità dal godimento del bene, ne usufruiranno anche coloro che non pagano; dunque il finanziamento volontario non funzionerebbe, perché ogni individuo avrebbe l’incentivo a non pagare, a fare lo “scroccone”, sapendo che godrà ugualmente del servizio pagato dagli altri. In aggiunta, nessuno vuole trovarsi nella condizione del “babbeo” (sucker), contribuendo mentre altri fruitori non contribuiscono[4]. L’esito è che il bene, per carenza di risorse, o non sarebbe fornito (incassi inferiori al costo di produzione) o sarebbe fornito in quantità subottimali, cioè minori di quanto servirebbe. Gli incentivi al guadagno non sarebbero sufficienti a indurre gli agenti privati a fornire i beni collettivi. Da qui la conclusione: i beni pubblici devono essere forniti dallo Stato attraverso l’imposizione fiscale.

Critiche

1) Tutti i beni definiti “pubblici” sono in realtà divisibili. Nel senso che non esiste un’entità assoluta, una quantità fissa di un bene, ad esempio la protezione, fornita dallo Stato a tutti, come non esiste un bene assoluto chiamato “cibo” o “vestiario”. Un elemento ineliminabile dell’esistenza umana è che gli individui vivono in uno spazio tridimensionale sulla superficie della terra. Un bene produce effetti esterni su un determinato spazio fisico, e non su un altro, e all’interno dello spazio fisico su cui ha effetti, incide in misura maggiore in alcune zone e minore in altre. Ciò significa che anche per i beni summenzionati esiste escludibilità e rivalità. Ad esempio, relativamente all’escludibilità: le guardie giurate che proteggono una banca possono non intervenire contro il ladro che deruba un negozio che non è loro cliente; dunque è possibile escludere (in questo caso il titolare del negozio) dal servizio della protezione. Rivalità: se un poliziotto pattuglia un quartiere non ne può pattugliare un altro; dunque c’è rivalità nel consumo, perché io ho interesse a che il poliziotto pattugli il mio quartiere e non quello limitrofo, altrimenti il servizio prestato a me si riduce. Questo significa che, nei fatti, ci sono gradi praticamente infiniti di protezione: da un poliziotto solo che pattuglia un intero quartiere a più guardie del corpo personali attive ventiquattro ore su ventiquattro, il che evidenzia la divisibilità del servizio. Anche riguardo alla difesa nazionale, talvolta considerata un bene pubblico “puro”, la maggior parte degli strumenti non difende l’intero territorio nella stessa maniera: un sottomarino che pattuglia l’Oceano Pacifico orientale protegge la California molto più di Boston. D’altra parte, la difesa dev’essere divisibile: se non fosse così, essa, una volta predisposta, difenderebbe anche il territorio del nemico; invece è possibile limitarla al territorio che interessa[5].

Allora, se non esiste una quantità assoluta, ma quantità concrete, è possibile realizzare una quantità ottima di tali beni sulla base delle leggi della domanda e dell’offerta[6].

2) Per quanto riguarda la non perfetta coincidenza fra acquirente e beneficiario, che determinerebbe il problema del free rider (vengono beneficiate persone che non pagano), si fa notare che tantissime attività private beneficiano indirettamente soggetti diversi dagli acquirenti, eppure i sostenitori dell’esistenza dei beni pubblici non ne reclamano un finanziamento coercitivo (e ciò non comporta il venir meno dell’attività); in sostanza, come per primo notò il filosofo ed economista Rothbard, non si vede perché le esternalità positive debbano rappresentare un problema sociale. Esempi: a) la vista del giardino del mio vicino potrebbe darmi piacere, ma devo essere tassato per questo, anche se non è un servizio che ho chiesto esplicitamente? Il giurista R. Barnett propone un esempio simile: la vista di un campo da golf da una finestra della sua abitazione. Nonostante egli traesse piacere da quella vista, il circolo di golf non gli ha mai chiesto il pagamento di una somma di denaro. Le quote pagate dai soci erano sufficienti per l’attività del circolo, cioè per la produzione e l’utilizzazione del bene. Tra l’altro, il mercato riesce a incorporare la maggiore o minore gradevolezza di un luogo, attraverso il prezzo (o il canone d’affitto) più alto o più basso dell’abitazione che in esso si trova. b) Tutti noi che viviamo nel momento presente godiamo della grande accumulazione di beni, invenzioni e idee realizzata dai nostri antenati, senza la quale vivremmo in una giungla primitiva.[7] c) Altri esempi di benefici (esternalità positive) non pagati sono l’effetto del deodorante utilizzato da una persona per gli altri passeggeri di un autobus, o la musica goduta da coloro che non mettono i soldi nel cappello dei musicisti di strada, o le bellezze architettoniche di una città, o il piacere estetico generato negli uomini dalla cosmesi delle donne; tuttavia nessun economista suggerirebbe di costringere i soggetti beneficiati in tutte queste circostanze a pagare i produttori. d) W. Block ha ironicamente osservato che anche un bene privato come un paio di calze produce effetti esterni: se un individuo non le indossa d’inverno può raffreddarsi, dunque non lavorare e quindi contrarre la produzione nazionale, oppure può contagiare altre persone che lo frequentano. Tutti questi esempi dimostrano che il problema del free-rider è in realtà molto meno importante di quanto la teoria prevalente non suggerisca, perché, paradossalmente, esso è molto diffuso nel mondo reale. Insomma, l’argomento del free rider è un argomento che “prova troppo”. In sostanza, non tutte le esternalità devono essere pagate, ma solo quelle che un individuo ha espressamente richiesto (sul mercato), “rivelando” le sue preferenze.

3) Il grado di privatezza o pubblicità dei beni è dato dalle circostanze, dalle valutazioni e dalle preferenze degli individui, che sono mutevoli: secondo l’esempio di Hoppe, un bene giudicato privatissimo come il colore delle mie mutande può diventare un bene pubblico nel momento in cui qualcuno comincia a interessarsene; mentre un bene considerato pubblico come il colore della facciata della mia casa può diventare privato nel momento in cui gli altri smettono di interessarsene.

4) L’utilità tratta dagli individui non è misurabile, dunque lo Stato non ha strumenti per conoscere quanto beneficio ciascuno trarrebbe dai beni e quindi il corrispondente ammontare di tassa da pagare. Oppure, quello che per lo Stato è un “bene”, per uno o più persone può essere un “male” (es. le spese per la difesa per un pacifista). In teoria si dovrebbe chiedere ad ogni persona il suo atteggiamento nei confronti di ogni bene, per sapere se deve finanziarlo o no. Ma sarebbero costi di transazione giganteschi; inoltre la persona potrebbe mentire; infine i gusti cambiano, dunque questa indagine dovrebbe essere continua, ma ciò impedirebbe in pratica di prendere qualunque decisione.[8]

Dunque è impossibile qualunque criterio oggettivo di distinzione fra beni privati e pubblici sulla base di particolari caratteristiche tecniche o fisico-chimiche del bene.

5) La maggior parte dei beni pubblici ha una base territoriale, il che compromette la caratteristica della non-escludibilità. Il proprietario di una data area territoriale infatti può controllarne l’accesso, e può quindi incorporare il costo dei beni pubblici nel prezzo richiesto ai residenti, in particolare nei canoni. In tal caso non si pongono problemi di free riding. Esempi: comprensori tipo Olgiata o Casalpalocco, condominî[9], club sportivi, centri commerciali, campeggi, parchi tematici[10], private town[11].

6) Si parte dal pregiudizio che i privati, a seguito dell’esistenza di elevati costi di transazione (fare incontrare e accordare un elevato numero di persone), volontariamente non contribuirebbero, o non contribuirebbero in maniera sufficiente. La tesi convenzionale, come si è visto, ritiene che la condizione di “babbeo” sia indiscutibilmente preclusiva del contributo. Ma l’evidenza empirica è di tutt’altro segno. Se un bene è importante gli individui si accordano e contribuiscono anche sapendo che ci sono alcuni free rider[12]. L’esistenza di free-rider nella realtà è diffusissima, eppure non impedisce quasi mai la produzione e l’offerta dei beni caratterizzati da non-escludibilità. Il contributo volontario alla fornitura di un bene non escludibile può avvenire per diversi motivi, di segno egoistico o altruistico: ad esempio per senso di giustizia; o a causa del boicottaggio sociale che deriverebbe da un comportamento opportunistico; o dal desiderio di accettazione e integrazione in una data comunità; o per “simpatia” smithiana. Esempio: le luminarie di Natale nei quartieri, spesso finanziate dai commercianti della zona; il fatto che alcuni commercianti non contribuiscano non induce gli altri a non contribuire. Se la pervasività del free riding non si determina per un bene non primario, ancora minore sarà la sua incidenza per beni considerati più urgenti, come la protezione o il servizio antincendio. La tesi del fallimento di mercato parte da un presupposto erroneo, che gli individui o i nuclei familiari siano atomistici, unità isolate che non comunicano; ma non è così: in vista del soddisfacimento di un bisogno, gli individui intraprendono contatti reciproci e iniziative.

I punti 5) e 6) dimostrano che, volendo ammettere l’esistenza di beni pubblici, non si vede perché tali beni debbano essere fornito dallo Stato, e non da un’impresa privata, in grado di esprimere una struttura di governance (organizzazione interna) ed economie di scala efficienti.

7) L’evidenza storica mostra che tutti i beni oggi definiti (spesso erroneamente) pubblici e monopolizzati dallo Stato in passato erano offerti da privati: la giustizia, la protezione[13], l’istruzione[14], il servizio postale, le strade[15], i fari[16]. Ed attualmente servizi giurisdizionali o di protezione sono offerti da privati o gestiti privatamente: le polizie private (vigilantes), le guardie del corpo[17], le scorte, le agenzie di investigazione, gli impianti antifurto, le sbarre alle finestre, i cani da guardia, la detenzione di armi, le cassette di sicurezza, le assicurazioni, la giustizia civile (arbitrati e transazioni, es. American Arbitration Association, o la London Commercial Court per le controversie fra parti appartenenti a paesi diversi)[18], le carceri. Non c’è un solo bene pubblico che non sia stato o non sia offerto da privati.

Si dice che la difesa è un “fallimento del mercato”; ma intanto la storia anche recente evidenzia solo i fallimenti dello Stato in questo settore: Pearl Harbour, l’11 settembre. Lo stesso vale per l’ordine pubblico: la percentuale di reati non perseguiti sul totale è altissima.[19]

Piero Vernaglione Tratto da Rothbardiana Link alla prima parte

Note

[1] Al concetto di esternalità quale premessa di un intervento di rettifica può essere rivolta la già esaminata obiezione sull’impossibilità di un calcolo oggettivo dell’utilità (benefici) o della disutilità (costi), entità soggettive e non misurabili. Per la scuola Austriaca le uniche esternalità (negative) sono quelle derivanti da un’invasione fisica della proprietà altrui, come ad esempio accadrebbe se il mio vicino gettasse la sua spazzatura nel mio giardino.

[2] Il termine “pubblici” dunque non significa “di proprietà dello Stato”, ma l’equivoco è frequente; anche perché, nella letteratura economica, l’espressione “beni pubblici” spesso si riferisce al sottoinsieme dei beni collettivi costituito dai beni forniti dallo Stato.

[3] Spesso vengono erroneamente inseriti in tale categoria beni che non possiedono entrambe le caratteristiche della non-escludibilità e della non-rivalità. Ad esempio le strade mancano di entrambi i requisiti, perché, oltre ad esistere rivalità nel consumo determinata dalla caratteristica della “congestionabilità” (il traffico ne è un tipico esempio), è possibile anche l’escludibilità, cioè la possibilità di selezionare a piacere attraverso sbarre o pedaggi. Un altro bene è il segnale televisivo, che è caratterizzato da non-rivalità (il fatto che una persona veda un programma non riduce la possibilità per un’altra di vedere lo stesso programma), ma è escludibile: si pensi agli strumenti tecnologici di crittazione del segnale oggi utilizzati dalle pay tv, che consentono di escludere singoli individui dalla visione di un programma televisivo. Anche la ricerca non è un bene pubblico: infatti coloro che vogliono godere dei frutti della ricerca pagano acquistando i libri, le pubblicazioni ecc. che la contengono, mentre chi non paga è escluso dalla conoscenza e apprendimento delle nuove idee; inoltre i proprietari di brevetti possono escludere gli altri dalla produzione dei frutti delle ricerche.

[4] Nei termini della teoria dei giochi, è il caso del “dilemma del prigioniero” in cui ogni individuo ha un incentivo a non cooperare, anche se potrebbe esservi un guadagno collettivo nell’ipotesi di cooperazione.

[5] Anche relativamente a beni per i quali non si mette in discussione la loro natura collettiva grazie ad un’esternalità non circoscrivibile, come un monumento o la facciata di un palazzo esteticamente gradevoli, l’elemento spaziale rende tali beni congestionabili. Come ha osservato M. Gaffney (1968), «un paio di occhi in più che ammirano una cascata non va a diminuirne la bellezza, ma il proprietario di quegli occhi occupa una piazzola di campeggio e una sede stradale, risorse limitate che devono essere razionate». Inoltre, «se le cascate Yosemite rispettassero veramente i criteri di bene pubblico – nessun costo marginale – allora una singola cascata dovrebbe soddisfare il mondo intero. […] Ma le cascate servono uno spazio limitato, e l’accesso è razionato dal controllo di tale spazio».

[6] Quando gli economisti parlano di quantità “ottimale” (che lo Stato garantirebbe e il mercato no), non indicano mai il criterio oggettivo in base al quale si possa stabilire tale ottimalità. Una “funzione del benessere sociale” è impossibile (teorema dell’impossibilità di Arrow) perché i valori sono soggettivi, dunque una scala di valori sociali non esiste e qualunque metodo di derivazione di tale funzione è arbitrario e dunque dittatoriale.

[7] Questo argomento viene utilizzato dagli esponenti del collettivismo metodologico e dai redistributivisti per attenuare o confutare la legittimità dei guadagni personali, soprattutto quando sono di grande entità, giustificando il trasferimento dei redditi alla “collettività” e, con un salto logico, allo Stato. Se il merito di ciò che si è riusciti a realizzare è dovuto, in misura più o meno grande, all’ambiente in cui si vive – al contesto infrastrutturale, culturale, istituzionale – allora non si ha titolo ad appropriarsi di tutti i frutti dei propri sforzi, iniziative e invenzioni; quei frutti vanno condivisi. L’errore in tale ragionamento è duplice: 1) il fatto che l’essere umano tragga un vantaggio enorme dalle interazioni con gli altri, dalla socialità (senza di essa qualsiasi individuo non avrebbe a disposizione nemmeno il linguaggio per esprimere i concetti, oltre alle conoscenze sviluppatesi in tutta la storia umana precedente) non significa che egli sia deterministicamente una semplice e passiva espressione o derivazione del “tutto” sociale. Se fosse così, non si potrebbero spiegare le innumerevoli situazioni in cui individui specifici, rielaborando le idee ricevute, hanno prodotto grazie alla propria individualità nuove idee e progressi nei vari campi del sapere e della tecnologia. Il collettivismo «nega che gli individui possano formarsi idee per proprio conto, governare le proprie vite alla luce di tali idee e essere responsabili dei risultati di esse. [...] Sebbene noi siamo esseri sociali, vi è una insopprimibile individualità delle nostre vite, e per la nostra realizzazione ciò implica che dobbiamo poter essere sovrani delle nostre vite» (T.R. Machan, Libertarianism, For and Against, Rowman & Littlefield, Lanham, Maryland, 2005, p. 68). 2) Il secondo errore consiste nel salto logico di identificare nei trasferimenti coercitivi dell’imposizione fiscale i canali che ripristinano una condizione di giustizia, risarcendo chi davvero ha contribuito alla ricchezza complessiva. Ma «le imposte non sono lo strumento per rimettere alla società i nostri debiti. Se lo fossero, probabilmente alcuni di noi più che al paese in cui vivono dovrebbero mandare un assegno mensile al professore di liceo che per primo ha visto in loro del talento, devolvere quote del proprio reddito per mettere fiori sulla tomba della nonna che per prima li ha accompagnati al pianoforte, inviare i propri ringraziamenti alla famiglia di Charles Darwin o a quella di Guglielmo Marconi» (A. Mingardi, L’intelligenza del denaro, Marsilio, Venezia, 2013, p. 213). Inoltre, i benefici che il soggetto ha ricevuto dalle generazioni precedenti e dai contemporanei non erano stati da lui richiesti.

[8] Per gli stessi motivi la celebrata analisi costi-benefici di fatto è impossibile. Se i costi e i benefici sono espressi in termini di utilità, essi non sono misurabili e confrontabili; gli eventi futuri non sono prevedibili e quantificabili (quante persone moriranno senza la cintura di sicurezza in automobile?); infine, se costi e benefici sono espressi in termini monetari, non si capisce come assegnare il valore di alcuni eventi in unità monetarie (quanti euro vale aver salvato la vita dell’automobilista?).

[9] Come Fort Ellsworth in Virginia.

[10] Ad esempio Disneyworld in Florida, che copre un area di 116 km2 a sud-est di Orlando.

[11] Come Arden nel Delaware o Reston in Virginia.

[12] Nei termini della teoria dei giochi svolta da de Jasay: per i teorici dei beni pubblici il risultato “fare il free rider e non avere il bene pubblico” è preferita al risultato “avere il bene pubblico ma risultare babbeo”. Ma per de Jasay la struttura degli incentivi può essere tale da far preferire per prima sempre la scelta da free rider, ma di preferire la scelta da babbeo a quella di trovarsi senza il bene pubblico. A. de Jasay, Social Contract, Free Ride: A Study of the Public Goods Problem, Clarendon Press, Oxford, 1989.

[13] Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna la polizia pubblica viene imposta solo a partire dalla metà dell’Ottocento, e a fronte di notevoli resistenze da parte della cittadinanza: cfr. T.A. Ricks, B.G. Tillett,  C.W. Van Meter, Principles of Security, Criminal Justice Studies, Anderson Publishing Co., Cincinnati, 1981, p. 5; F. Morn, The Eye that Never Sleeps, University Press, Bloomington, Ind., 1982, p. 8.

[14] High e Hellig (1998) hanno dimostrato che in Gran Bretagna e negli Stati Uniti l’istruzione veniva fornita in forma privata e su larga scala prima che i governi la soppiantassero.

[15] Oggi negli Stati Uniti strade private esistono in molte comunità, in particolare a St. Louis, nel Missouri. Il finanziamento tramite tariffe sul passaggio e parcometri è più efficiente rispetto al finanziamento tramite fiscalità generale.

[16] I fari dei porti (lighthouses) hanno rappresentato l’esempio di bene collettivo più utilizzato dagli economisti (Mill, Samuelson, Arrow, Buchanan, Heilbroner, Thurow). Ma in Inghilterra dal ‘600 all’800 i fari erano gestiti da privati, che riscuotevano quando le imbarcazioni attraccavano al porto, e in relazione alla rotta seguita.

[17] Negli Stati Uniti oggi i poliziotti privati sono il doppio di quelli pubblici, un chiaro sintomo dell’insufficienza e dell’inefficienza della polizia statale.

[18] Negli Stati Uniti circa il 75% delle controversie commerciali sono definite tramite arbitrato privato o mediazione.

[19] Su questo aspetto i dati riguardanti i vari stati del mondo configurano una vera e propria bancarotta nella capacità di fornire protezione ai cittadini. In Italia nel 2011 i furti non puniti sono stati pari al 97,4% del totale, gli omicidi il 60%, le rapine l’80%. Un processo civile dura in media sette anni, uno penale cinque (dati ministero della giustizia 2012).

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La qualità della moneta (parte prima)

Ven, 17/10/2014 - 08:00

Quest’articolo di Philipp Bagus costituisce senza dubbio – almeno nelle ambizioni, ma fors’anche nei risultati – il maggior contributo alla teoria monetaria da quando Ludwig von Mises ha pubblicato la Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione. Basti dire che l’intento di Bagus è fondare una teoria qualitativa che, superando le note deficienze della quantitativa, ne mantenga l’acquisizione sull’importanza dell’offerta, ma all’interno di un quadro dove diventa centrale la domanda di moneta – finora poco o per nulla analizzata – come fattore determinante nell’uso monetario di un bene o nella sussistenza della moneta-segno.

Alcuni assunti dell’A. non mi persuadono del tutto e sarò lieto, se ne avrò il tempo e le energie, di dedicare un articolo all’argomento; ma considero indispensabile offrire ai lettori italiani una traduzione integrale di questo contributo teorico, perché, quale che ne sia l’esito ultimo in sede di dibattito scientifico, esso resterà una pietra miliare.

Qui, però, mi permetto una notazione critica proprio come traduttore: Bagus, forse perché tedesco e quindi abituato alle parole composte, scrive in un inglese decisamente ricco di ripetizioni; il risultato, in italiano, è un’insistenza quasi ossessiva sul termine “moneta”. Nell’impossibilità di ricorrere a sinonimi come “denaro”, non usati nella teoria monetaria, ho scelto di rispettare questa peculiarità stilistica e sostituire “money” con pronomi e particelle varie solo quando mi pareva che la leggibilità del testo lo imponesse; mi scuso, quindi, con i lettori per l’impressione negativa che potrebbero riportare dal persistente eccesso di iterazioni. 

 

Abstract: Molto è stato scritto sulla quantità della moneta e i suoi effetti sul potere d’acquisto. Invece, i mutamenti nella qualità della moneta sono stati generalmente trascurati. Questo saggio analizza i mutamenti nella qualità della moneta e l’influenza di questa sul potere d’acquisto della moneta.

I. Introduzione

Di recente, la teoria economica ha trascurato i legami tra il potere d’acquisto e la qualità della moneta. Per colmare questa lacuna, intendo analizzare la qualità della moneta e l’impatto dei suoi cambiamenti sul potere d’acquisto della medesima. Sosterrò che i cambiamenti nella qualità possono essere ben più importanti, per il valore della moneta, delle variazioni quantitative. Questa conclusione è in linea con l’approccio soggettivista della Scuola Austriaca. In effetti, la quantità di moneta è un aggregato oggettivo e misurabile. La teoria quantitativa è il cuore della teoria monetaria neoclassica, ma non si sposa bene con l’approccio austriaco. Invece, la qualità della moneta è un concetto soggettivo e dovrebbe stare al centro di una teoria monetaria basata sull’azione umana. La moneta serve alle persone perché permette loro di perseguire i propri scopi in modo più efficienti e assolve per loro a certe funzioni. Tanto meglio queste funzioni della moneta vengono assolte agli occhi degli attori [economici], tanto maggiore il valore che attribuiscono alla moneta. La qualità della moneta è, di conseguenza, definita come la sua capacità – così come percepita dagli attori – di assolvere alle sue funzioni principali, ossia di fungere da mezzo di scambio, riserva di ricchezza e unità di conto. Perciò, la teoria della qualità della moneta sostiene che la domanda di moneta dipende dalla qualità della moneta. Questa, in effetti, è – insieme con l’incertezza, le innovazioni finanziarie (carte di credito, Bancomat, MMMF), la frequenza dei pagamenti etc. – uno dei fattori importanti che influenzano la domanda di moneta come riserva o fondo cassa. Sicché, la teoria della qualità della moneta entra in contrasto con una spiegazione unilaterale del livello dei prezzi, fondata sulla teoria quantitativa.

Per prima cosa, riesaminerò il modo in cui quantità e qualità della moneta sono state trattate dagli economisti. Quindi, analizzerò diverse proprietà della moneta che ne influenzano la qualità e il modo in cui esse possono cambiare.  Nella disamina, mi concentro sulle funzioni di mezzo di scambio e riserva di valore. Concludo con una sintesi delle mie scoperte.

[L'inizio della disamina vera e propria sarà pubblicato tra sette giorni. N.d.T.]

Articolo di Philipp Bagus su THE QUARTERLY JOURNAL OF AUSTRIAN ECONOMICS 12, NO. 4 (2009): 22–45

Tradotto da Guido Ferro Canale

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Scambio e cooperazione: come il libero mercato beneficia tutti

Mer, 15/10/2014 - 08:00

Di seguito, cercherò di fornire delle spiegazioni in ordine all’idea più importante nella storia dell’analisi sociale. La nozione (in realtà, trattasi di una descrizione della realtà che ci circonda, ancorché raramente percepita) è conosciuta da secoli. È stata osservata dagli antichi. È stata descritta con rigore dai monaci tardo – medievali che operavano in Spagna. È stata analizzata con precisione scientifica nel periodo classico. Ed è stata la base dei progressi della teoria sociale nel corso del XX secolo.
Di fatto, essa rappresenta una parte essenziale nella causa della libertà. Ha costituito il fondamento della fiducia riposta dai nostri antenati nella possibilità di sbarazzarsi di un dominio tirannico, senza che al contempo la società rischiasse di sprofondare nella povertà e nel caos. L’incapacità di comprendere questa idea è alla radice del pregiudizio diffuso contro la libertà e contro la libera intrapresa, così invalso ai nostri tempi, ravvisabile sia a sinistra che a destra.

Sto parlando della divisione del lavoro, conosciuta anche come la legge del vantaggio comparato o come legge dei costi comparati, ovvero anche come legge di associazione. Possiamo definirla come più ci aggrada, ma si tratta probabilmente del più grande contributo che l’economia ha fornito ai fini della comprensione dell’universo che ci sta attorno.
Questa legge – una sorta di vera e propria legge di gravità, non certo una legge come quella sui limiti di velocità – è una descrizione dei motivi che inducono le persone a  cooperare, nonché dell’ubiquità delle condizioni che promuovono tale cooperazione. Se ci si fermasse a ragionare solo per qualche minuto, si riuscirebbe a comprendere come sia possibile che la società funzioni e possa generare valore anche in assenza di una mano visibile che ne diriga il suo percorso. Così come potremmo anche accorgerci di quanto infondate ed ingannevoli siano le critiche mosse all’economia di mercato, in funzione della sua natura votata a consentire ai forti di prevaricare sui deboli.

Questa legge dimostra come sia possibile che le persone possano ottener profitto, tanto dal punto di vista materiale quanto da ogni altro aspetto, cooperando tra di loro, anziché agendo in condizioni di isolamento. Esse non solo possono propiziare la soddisfazione che deriva dal compartecipare alla realizzazione dei progetti con propri simili; ma possono guadagnare in concreto, acquisendo beni e servizi tangibili, i quali diventano accessibili a tutti noi.

Quello che più rileva è che ognuno riesce a guadagnare di più rispetto alla somma delle singole parti. Attraverso la cooperazione e lo scambio, siamo in grado di generare maggiori output di quanti se ne riuscirebbero a produrre in condizioni di isolamento. Questo principio è valido tanto nei contesti economici più semplici, quanto negli scenari più complessi.

Dovremmo cercare di declinare questo principio in maniera più rigorosa, così che si riesca ad apprezzare la magia legata al funzionamento del mercato (sono debitore, per queste elaborazioni, a  Ludwig von Mises per quanto esposto in Human Action, a Murray Rothbard con Freedom, Inequality… ” e soprattutto a Manuel Ayau ed al suo Not a Zero-Sum Game, disponibile attraverso il canale Mises. Org).

Supponiamo che entrambi, il sottoscritto e tu lettore, siamo in grado di sfornare sia delle ciambelle che delle torte. Ma c’è un problema di fondo: tu riesci a fare tutto con incredibile efficienza. In effetti, tu sei il mglior produttore di torte e ciambelle che si sia mai visto in circolazione. Un vero e proprio fuoriclasse,  uno dei migliori di tutti i tempi.

Al contempo, io non mi avvicino minimamente al tuo livello. Certo, anche le mie ciambelle sono altrettanto buone, ma ci metto una vita a prepararle. Con le torte è la stessa storia. Ci metto tutto l’impegno possibile, faccio di tutto per provarci, ma non riesco proprio a cuocerle come fai tu.

Cosa dobbiamo aspettarci che accada in situazioni di questo genere? La risposta intuitiva, che siamo abituati a sentire in qualsiasi aula di sociologia del paese, è che tu ti metterai a produrre sia le ciambelle, che le torte. Nessun altro lo potrà fare. Sostanzialmente, avrai un completo predominio su tutti e acquisirai uno sconfinato potere di mercato. Se qualcuno volesse fare la stessa cosa, dovrebbe comunque scendere a patti con te e con te solo.  Tu sei privilegiato, baciato dalla fortuna, ricco, potente, e il resto di noi non potrà far altro che vivere con soggezione, dipendendo da te.
Ma in realtà, non è  propriamente quello che succede.  Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capirne i motivi.
Supponiamo di non esserci mai incontrati, e che stiamo entrambi sfornando ciambelle e torte. Ecco cosa accade in un periodo di 24 ore: tu riesci a sfornare 12  ciambelle in 12 ore e 6 torte nelle restanti 12. Io, d’altro canto, riesco solamente a produrre 6 ciambelle nelle prime 12 ore, ed appena 2 torte nelle restanti 12.

 

Produzione in condizioni di isolamento

 

Tu

Tu

Io

Io

Ore

12

12

12

12

Produttività

12 ciambelle

6 torte

6 ciambelle

2 torte

 

Se entrambi lavoriamo a questo ritmo, la produzione totale sarà di 18 ciambelle e di 8 torte.
In ogni caso, il costo di ogni decisione può essere rappresentato come il valore della miglior alternativa cui si rinuncia, a fronte del perseguimento di quelle decisione. Quindi, per te il costo di ogni torta è pari a quello di 2 ciambelle  e, parimenti, il costo di ogni ciambella equivale a quello di mezza torta. Per me, il costo opportunità di sfornare una torta è di 3 ciambelle, mentre quello di produrre una ciambella è pari ad 1/3 di una torta.

Se si presta attenzione, potrai renderti conto che tu sei in grado comunque di organizzarti, mentre io, su questo fronte, me la passo piuttosto male. Quali possibilità avrei, dunque?
Forse la mia speranza è aggrappata al fatto ineludibile che, anche per te come per tutti, sia le risorse che il tempo sono tiranneggiati dal principio di scarsità e che, per un verso o per l’altro, non ne avresti mai a sufficienza. Ed è questo che ti induce a cominciare a pensare ad uno scambio. Sebbene io non sia così bravo né a sfornare torte, né a produrre ciambelle, puoi facilmente osservare che potresti ottenere di più, tanto delle une quanto delle altre, promuovendo la nostra cooperazione, in maniera tale da liberare il tuo tempo per specializzarti in quello che riesci a fare meglio.

Di fatto, comunque, pur specializzandoti nel produrre torte, avrai ancora bisogno di ottenere le ciambelle. Quindi potresti pianificare di porre in essere lo scambio con il sottoscritto, cedendo delle torte in corrispettivo delle ciambelle. Con questo progetto in mente, tenderai ad incrementare la produzione di torte, riducendo contestualmente quella delle ciambelle. D’altro canto, io smetterò completamente di sfornare torte, dedicandomi completamente alla produzione di ciambelle, nella speranza di porre in essere lo scambio produttivo con te.

 

Produzione in un contesto di cooperazione

 

Tu

Tu

Io

Io

Ore

8

16

24

0

Produttività

8 ciambelle

8 torte

12 ciambelle

0 torte

 

In tal modo, potrai dedicare 8 ore della giornata a creare ciambelle, sfornandone 8; nelle restanti 16 ore, riuscirai così a cuocere 8 torte. Nel frattempo, io mi posso concentrare esclusivamente nella produzione di ciambelle, sfornandone 12 nell’arco della giornata.
A questo punto, facciamo due conti. Prima della nostra cooperazione, si riusciva a produrre 18 ciambelle ed 8 torte. A seguito degli accordi di collaborazione, arriviamo ad un risultato complessivo di 20 ciambelle e 8 torte.

Allora, qual è il guadagno in tal caso? Precisamente, di due ciambelle. Ti pare incredibile? Non è cambiato nulla, nel frattempo; non si è registrato un incremento del nostro potenziale produttivo, non vi sono stati sviluppi tecnologici, così come non si sono riscontrate variazioni della curva di domanda dei consumatori, delle loro preferenze temporali, o ancora non abbiamo assistito ad alcun sovvertimento delle variabili di fondo. È accaduto semplicemente che abbiamo concordato di porre in essere delle strategie cooperative di scambio produttivo, anziché continuare a produrre in condizioni di isolamento e … voilà … come per magia ecco spuntare due ciambelle supplementari.
Pensi che vi sia un inganno? Riprendi l’esperimento che abbiamo fatto, controlla i numeri e le ipotesi. Io sono lo scarso di sempre, e tu il solito campione. E tuttavia c’è un ruolo per entrambi.
Facciamo un passo ulteriore e supponiamo che adesso sia giunto il momento di concretizzare lo scambio dei beni che abbiamo prodotto. Tu mi potresti dare 2 delle tue torte, in cambio di 5 delle mie ciambelle. Il che ti porta ora ad avere 13 ciambelle e 6 torte, mentre io posso contare su 7 ciambelle e 2 torte.

 

Risultati dopo lo scambio

 

Tu

Tu

Io

Io

Risultati

13 ciambelle

6 torte

7 ciambelle

2 torte

 

Lo scambio sarebbe del tutto ragionevole, posto che le ciambelle che acquisti da me ti sarebbero costate, in termini di tempo, ben 5 ore di lavoro. Certo,  ho impiegato 10 ore per cuocerle, ma cosa ottengo in contropartita se posso accedere allo scambio? Ben 2 torte, la cui produzione mi avrebbe assorbito 12 ore di lavoro. Quindi questo processo cooperativo è sicuramente funzionale, nella misura in cui, specializzandomi, ho risparmiato 2 ore di lavoro. Tu invece, incoraggiandomi a sfornare solo ciambelle, quanto tempo sei riuscito a risparmiare? Ben cinque ore, durante le quali ti sei potuto dedicare alla produzione di torte.

E quali sono i costi, in termini pratici e quantificandoli in beni materiali, cui dobbiamo far fronte per aver posto in essere lo scambio? Tu hai rinunciato a due torte. Io a 5 ciambelle. Se il nostro tempo è misurato in termini di beni prodotti, tu hai rinunciato al tempo necessario a sfornare 4 ciambelle per ottenerne 5, guadagnandone quindi 1. Io, al contrario, ho dovuto cedere 5 ciambelle, ma ho potuto risparmiare il tempo equivalente per produrne sei, atteso che il mio rapporto produttivo tra ciambelle e torte è di 3 a 1.

Alla fine, chi ha guadagnato di più tra noi? In termini concreti, come numero di ciambelle, otteniamo lo stesso risultato: una in più a testa. In termini di tempo, ho guadagnato più io. Come numero di torte, hai tratto un maggior vantaggio tu. Chi ne esce vincitore? Entrambi!  Quindi, nuovamente, a cosa dobbiamo questo mutuo guadagno? Alla cooperazione e  allo scambio. Niente di più, niente di meno.

Ora , si potrebbe asserire che tutto ciò è assurdo. Anche perché nessuno si è seduto a tavolino per fissare le matrici di cambio in base alle quali possiamo trarre beneficio dalla divisione del lavoro.  Ma è quello che, in realtà, facciamo ogni volta. Potrei essere, al contempo, un musicista sublime e un programmatore web. Ma, dichiarando di possedere un maggior vantaggio in qualità di programmatore, decido di lasciare la produzione musicale ad altri, anche se lo faranno in maniera meno efficace del sottoscritto.

È così anche nel mondo degli affari, a ben pensarci: il boss potrebbe essere al contempo sia un ottimo contabile che uno straordinario uomo delle pulizie, così come svolgere un egregio lavoro tanto nello sviluppo commerciale che nel supporto alla clientela. Potrebbe sicuramente espletare questi incarichi in maniera più efficiente rispetto a chiunque altro, ma il costo di fare una cosa si sostanzia nella rinuncia a portarne a termine un’altra. Ha senso dipendere dagli altri nella misura in cui tutti riescono a specializzarsi.

Si prenda ad esempio un grande pianista del XIX secolo, Franz Liszt. Era il miglior musicista in Europa, e soprattutto il più pagato. Supponiamo che egli fosse anche un grande accordatore di pianoforti. Gli sarebbe valsa la pena rinunciare ad un prova, in vista di un’esibizione che gli avrebbe fruttato 20 mila dollari, per accordare il proprio piano? Direi proprio di no. Avrebbe sicuramente preferito pagare qualcuno  200 dollari, per farlo in sua vece. Il costo opportunità di accordare il piano era sicuramente molto alto per Liszt, ma molto basso per l’accordatore chiamato in causa. Scambiando, ne avrebbero tratto beneficio entrambi.

Lo stesso discorso può essere fatto per i medici e per gli infermieri. Il medico potrebbe avere una grande abilità nella preparazione dei pazienti, ma se facesse così si ritroverebbe a  rinunciare ad eseguire un altro intervento chirurgico, rimettendoci così molte migliaia di dollari.

Si noti che queste considerazioni mantengono la loro validità anche nel caso in cui una persona disponesse di un vantaggio assoluto in ogni ambito del suo agire operativo. Quello che rileva, nel mondo reale, non è tanto il vantaggio assoluto, quanto il vantaggio comparato. Ecco, dunque, dove la legge di associazione si sostanzia e si concreta. E ciò che è indiscutibile per due persone, lo è anche per duecento, per duemila, così come per tutte le persone che vivono sulla terra. Prendiamo il caso del commercio internazionale, in virtù del quale si esaltano i mutui vantaggi per gli agenti che risiedono in paesi diversi.

Questo è il motivo per cui il commercio genera benefici per tutti, sia ai paesi poveri che a quelli ricchi, come aveva già notato Bartolomé de Albornoz nel XVI secolo:

Se non fosse per questi contratti, alcuni [paesi, ndt] perderebbero l’opportunità di ottenere beni che altri dispongono in abbondanza, così come, di converso, non sarebbero in grado di condividere le risorse che sono state oggetto di scambio con quei paesi in cui esse sono scarse.

Si noti che questi mutui guadagni non rivengono da un disegno pianificato a monte, bensì semplicemente dalla libertà di associazione, che Papa Leone XIII definì un “diritto dell’uomo” nella sua enciclica Rerum Novarum:

Se è [lo Stato] proibisce ai suoi cittadini il diritto di formare associazioni, contravviene al principio stesso della propria esistenza; in quanto entrambi, sia le associazioni che lo Stato, esistono in virtù del medesimo principio, ovvero, la propensione naturale dell’uomo a vivere in società.

Entrambi i vantaggi, di natura morale e pratica, sono stati ribaditi da Papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica Centesimus Annus:

È sempre più evidente come il lavoro di un individuo abbia delle naturali interrelazioni con il lavoro degli altri.  Oggi più che mai, il concetto di lavoro postula il lavorare con gli altri e il lavorare per gli altri: in buona sostanza, si tratta di fare qualcosa in favore di qualcun altro. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo nella misura in cui le persone diventano più consapevoli delle potenzialità produttive della terra, nonché più profondamente coscienti dei bisogni di quanti che sono poi i beneficiari del loro lavoro.

La legge è stata formalizzata da David Ricardo in Inghilterra e ulteriormente enfatizzata dagli economisti, sin da allora. Il senso di tale legge è inequivocabile: essa postula semplicemente che non è necessario che tutti gli individui che popolano questa terra siano dotati degli stessi talenti, al fine di trarre vantaggio dalla cooperazione. In realtà, è proprio la diversità degli individui che rende proficuo l’operare assieme e il porre in essere transazioni di libero scambio mutualmente vantaggiose.
Detto altrimenti, ciò significa che l’isolamento e l’autosufficienza conducono alla miseria. La cooperazione e la divisione del lavoro, al contrario, sono il percorso da intraprendere se si vuole generare ricchezza. Una volta capiti questi assunti basilari, si potranno confutare tutte le librerie piene di assurdità, in cui sono stati riversati fiumi di inchiostro tanto dalla sinistra che dalla destra.

 

Articolo di Jeffrey Tucker su Mises.org

 

Traduzione di Cristian Merlo

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Le interferenze coercitive – I parte

Lun, 13/10/2014 - 08:00

L’intervento dello Stato

I tipi di intervento coercitivo in generale (di cui grande parte è l’intervento statale) possono essere classificati in tre grandi categorie:

1)     intervento autistico, quando il soggetto aggressore comanda ad alcuni individui di fare o non fare determinate cose. In questo tipo di intervento viene ristretto l’uso che l’individuo può fare di se stesso e della sua proprietà, non gli scambi con altri (ecco perché autistico). Esempi: omicidio, divieto di esprimere il proprio pensiero, o la propria fede religiosa, non poter costruire su un proprio terreno a causa di vincoli urbanistici.

2)     intervento binario, in cui chi interviene costringe l’individuo a scambiare con lui o a trasferirgli unilateralmente una risorsa. Es: servizi pubblici in monopolio, tassazione, coscrizione, manipolazione della moneta e del credito.

3)    intervento triangolare, in cui l’interveniente costringe o vieta a due individui di effettuare uno scambio. Esso può assumere due forme: controlli sui prezzi e controlli sui beni (e servizi). Es.: controlli di prezzo, licenze, controlli sui prodotti (divieto di commerciare alcuni beni, come gli stupefacenti), quote nelle assunzioni, limiti all’orario di lavoro, limiti minimi all’età lavorativa, divieto di licenziamento, fissazione degli orari degli esercizi commerciali, norme per l’accesso alle professioni, limiti alle commistioni fra banche e imprese, vigilanza sui mercati finanziari, controlli di qualità sui beni di consumo, norme per la sicurezza e la salubrità dei luoghi di lavoro, norme antinquinamento.

Tutti questi sono esempi di relazione egemonica, alternativa a quella volontaria.

 Una classificazione di tipo funzionale, basata sugli scopi dell’intervento, è invece la seguente: prelievo, efficienza, redistribuzione del reddito, stabilizzazione macroeconomica. Per una maggiore organicità e compattezza espositive (pur perdendo qualcosa in termini di rigore concettuale) di seguito verrà seguita questa classificazione.

La tassazione

La tassazione è il primo scalino nella sequenza prelievo-spesa operata dallo Stato.

I tributi sono il prelievo forzoso effettuato dallo Stato. Sono costituiti da imposte, tasse e contributi.

L’imposta è un prelievo connesso alla capacità contributiva, indipendente dal fatto che il contribuente richieda o utilizzi un determinato servizio prodotto dallo Stato o da un ente pubblico. Invece la tassa si paga a fronte di una controprestazione specifica dell’amministrazione dello Stato: es. tasse scolastiche, t. per la raccolta dei rifiuti, t. per la patente, concessioni, autorizzazioni, t. portuali.

I contributi sono pagamenti volti a provvedere a evenienze future: es. previdenziali, sanitari[1].

 Imposte dirette   }  sul reddito, sul patrimonio  } proporzionali, progressive, in somma fissa

Imposte indirette } sugli scambi, sui consumi

Imposte dirette: colpiscono manifestazioni immediate della capacità contributiva (della ricchezza): reddito e patrimonio.

Imposta sul reddito – È quella che colpisce i redditi netti, cioè salari, rendite della terra, interessi e profitti (e anche i guadagni di capitale, che sono redditi assimilabili ai profitti)[2]. Il reddito dunque può derivare, oltre che dal lavoro, anche dai patrimoni.

Difficoltà nella definizione del concetto di reddito: esistono tipi di reddito impossibili da quantificare, ad es. la rendita derivante dall’alloggio nella propria casa, i servizi prodotti dalle casalinghe, i beni ottenuti in regalo (non si determina il prezzo sul mercato).

Effetti

L’effetto principale è il disincentivo. Riducendo il reddito, cioè l’utilità marginale del lavoro, l’imposta spinge alla riduzione del lavoro e quindi della produzione. Se un lavoratore ritiene che un’ora di lavoro in più gli fa conseguire un reddito incrementale che, decurtato dall’imposta, ora gli apporta un’utilità inferiore alla disutilità del lavoro, allora ridurrà la quantità di lavoro. L’imposta non può essere trasferita (v. infra), e dunque l’effetto finale è la riduzione del reddito, nominale e reale, del soggetto. Lo stesso ragionamento vale per l’imprenditore (imposta sui profitti): se si perde l’intero euro quando si perde (quando l’investimento va male), mentre si guadagna solo una frazione di euro quando si vince (a causa dell’imposta), la disponibilità ad assumersi il rischio dell’investimento crolla; l’effetto è una riduzione degli investimenti a vantaggio del consumo presente.[3]

Anche se la reazione all’imposta fosse di segno contrario, e cioè un aumento della quantità di lavoro per ripristinare lo stesso reddito conseguito prima dell’imposta, il benessere si è comunque ridotto: infatti si è ridotto il tenore di vita dell’individuo, perché egli rinuncia, a parità di reddito, a maggiori quantità di riposo (che è un bene di consumo).

Il fatto che la tassazione riduce il benessere dell’individuo può essere dimostrato attraverso il criterio delle “preferenze rivelate”. Se il contribuente desiderasse dare allo Stato parte del suo reddito, lo farebbe volontariamente, cioè rivelerebbe la sua preferenza attraverso l’azione del trasferimento; se non lo fa vuol dire che la sua preferenza è di trattenere preso di sé il proprio reddito, e dunque la sottrazione forzata da parte dello stato riduce il suo benessere.

Quando tale imposta colpisce le società (le persone giuridiche in generale) si ha una duplicazione dell’imposta sui proprietari, che subiscono il prelievo una prima volta sul reddito netto prodotto dalla società e una seconda volta sul reddito residuo distribuito a ciascuno di essi.[4]

 Imposta sul patrimonio (capitale) – Colpisce il valore del patrimonio accumulato. Che può essere costituito da beni fisici – appartamenti, edifici, terreni – o da denaro o titoli. Un tipico esempio di imposta patrimoniale è quella che colpisce l’eredità e le donazioni. È sul singolo cespite anziché sulla persona.

L’imposta sul patrimonio è caratterizzata da un elemento di contraddittorietà e iniquità: per pagarla bisogna attingere al reddito, cioè a una fonte di ricchezza diversa dal patrimonio, e che è stata già tassata separatamente[5]. Oppure, se l’imposta è troppo onerosa, si perviene al paradosso di esser costretti a vendere il patrimonio per poter pagare l’imposta su di esso.

Il valore (prezzo) del patrimonio è conoscibile solo nel momento in cui è oggetto di compravendita, non in astratto; dunque, essendo impossibile stabilire a priori il valore della base imponibile, di fatto l’imposta è arbitraria.

 Imposte indirette – Colpiscono manifestazioni mediate della capacità contributiva, cioè presuppongono il possesso di risorse: si dividono in i. sugli scambi e i. sul consumo. Esempi delle prime sono l’Iva[6], l’i. di registro e di bollo; esempi delle seconde sono le i. di fabbricazione (su benzina, alcolici), sui tabacchi, i dazi doganali.

Effetti: distorcono i prezzi, che sono segnali per il calcolo economico.

 Struttura dei tributi

Imposta proporzionale – L’aliquota (percentuale di reddito sottratto) è unica.

Imposta progressiva – All’aumentare del reddito aumenta l’aliquota [7].

Imposta regressiva – All’aumentare del reddito si riduce l’aliquota; un tipico esempio è l’imposta in somma fissa (o eguale, o head tax o poll tax): ogni individuo paga la stessa somma in termini assoluti, dunque calcolata come percentuale sul reddito, tale somma si riduce all’aumentare del reddito[8].

Limiti – Disincentiva la produzione[9]. In presenza di inflazione l’imposta progressiva determina il fenomeno del “drenaggio fiscale”: l’aumento solamente nominale dei redditi fa slittare questi nello scaglione superiore, determinando un maggior prelievo fiscale nonostante il reddito reale sia rimasto immutato; il reddito netto reale è inferiore a quello precedente allo slittamento.

Dal punto di vista del contribuente, non è detto che la progressività sia peggiore della proporzionalità: bisogna considerare il livello complessivo della tassazione: un’aliquota unica del 50% è più gravosa di due aliquote progressive del 5% e del 10%.[10]

L’imposta neutrale – Un’imposta neutrale è un’imposta che non devia il funzionamento del mercato dalle linee in cui si svilupperebbe in assenza di qualsiasi tassazione. Imposta neutrale non significa che la distribuzione del reddito resta invariata, ma che la distribuzione del reddito e tutti gli altri aspetti dell’economia vengono modificati dall’imposta nello stesso modo in cui sarebbero modificati da un prezzo di libero mercato.

Nessuna imposta è neutrale. Ciò è vero innanzi tutto per una considerazione di ordine generale: una comunità in cui esiste lo Stato è inevitabilmente divisa in pagatori di tasse e consumatori di tasse; questi ultimi, al di là delle finzioni formali, di fatto non pagano tasse. Un dipendente pubblico che guadagna $10.000 e paga $2000 di tasse di fatto guadagna $8000 raccolti dalle tasse altrui, e non paga tasse.

Inoltre, qualsiasi imposta riduce il consumo dei beni che i tassati avrebbero liberamente acquistato e aumenta la domanda dei beni che lo Stato acquista con le risorse raccolte; facendo spostare i fattori da alcune produzioni ad altre; e facendo aumentare i prezzi dei beni da esso domandati.

Entrando nel dettaglio, non è neutrale né l’imposta pro-capite (una somma uguale per tutti indipendentemente dal reddito e dalla ricchezza) né quella proporzionale o progressiva. La prima, ad esempio, riduce la produzione dei beni consumati dai ceti a redditi bassi più della produzione dei beni consumati dagli individui più abbienti. L’imposta proporzionale lascia immutati i rapporti reciproci fra tutti i redditi. Ma non basta questa condizione per dire che è neutrale; infatti, come detto, un’imposta neutrale è un’imposta che influenza l’economia come se essa fosse un prezzo di libero mercato; ma questo è impossibile, perché i prezzi di mercato non sono proporzionali al reddito o alla ricchezza dell’acquirente (un miliardario non paga un chilo di pane diecimila volte di più di un acquirente dal reddito medio). L’imposta progressiva accentua questo aspetto, quindi è ancora più lontana dalla neutralità. Le alte imposte sui redditi alti riducono il risparmio.

Oggi comunque a nessuno interessa la neutralità della tassazione bensì che realizzi la giustizia sociale; dunque si vuole che la tassazione non sia neutrale.[11]

La traslazione e incidenza dell’imposta – È l’aumento di prezzo del bene o del servizio di un ammontare pari all’imposta, in modo tale da scaricare l’imposta sul consumatore.

Nessuna imposta, né sul reddito né sui beni, può essere trasferita totalmente in avanti, perché la determinazione del prezzo di un prodotto è condizionata in maniera decisiva dalle schede di domanda dei consumatori. Costi più alti o tasse più alte non modificano quelle schede. Dunque, se il produttore aumenta il prezzo, la domanda si riduce ed egli vende meno unità del bene; se invece mantiene lo stesso prezzo, parte del ricavo è sottratto dallo Stato. In conclusione, l’introduzione di un tributo sicuramente ridurrà i guadagni del produttore, che dunque è il soggetto inciso.

La traslazione è molto più probabile che avvenga all’indietro anziché in avanti, cioè influenza più rapidamente i fattori di produzione che i consumatori. Se un’imposta colpisce un solo settore (es. i liquori), i fattori lasciano il settore tassato e 1) o restano disoccupati o 2) si dirigono verso i settori non tassati.

La stessa cosa avviene, per lo stesso motivo, anche nel caso di un’imposta sulle vendite generale: l’effetto è una riduzione dei guadagni delle imprese e successivamente dei loro fattori produttivi (meno domandati), e non un aumento dei prezzi. Dunque si può dire che, di fatto, l’imposta sulle vendite si traduce, anche se in maniera erratica, in un’imposta sul reddito perché, come abbiamo visto, alla fine colpisce il reddito dei fattori.

La traslazione in avanti è possibile solo se c’è un parallelo aumento nella quantità di moneta, perché in tal modo gli aumenti di prezzo possono essere assorbiti dai consumatori.

L’imposta totale – E’ quella che toglie tutto il reddito a tutti (e con il cui ricavato si dà a tutti la stessa somma), oppure che toglie a ciascuno una somma tale per cui tutti abbiano lo stesso reddito netto. Con una tale imposta gli imprenditori diventano indifferenti riguardo ai diversi modi di condotta, in quanto non derivano più alcun reddito dall’impiego dei mezzi di produzione.

Principi di ripartizione dei tributi

Gli economisti si sono spesi molto per individuare “canoni di giustizia” nel prelievo fiscale, introducendo criteri etici nel discorso economico.

1) Adam Smith: 3 criteri: i costi della raccolta devono essere minimi; il pagamento comodo[12]; il tributo certo e non arbitrario, così che i contribuenti sappiano in anticipo quanto dovranno pagare.

2) Uniformità di trattamento – I principi individuati per realizzare tale uniformità sono stati due:

a) principio della capacità contributiva – sul piano teorico sono stati proposti tre criteri basati sul sacrificio. Il presupposto di tale criterio è l’utilità, nonché la comparazione interpersonale delle utilità e l’ipotesi che gli individui hanno la stessa scheda di utilità della moneta (e dunque soffre degli stessi limiti logici). Sacrificio uguale (J.S. Mill): l’imposta deve sottrarre a ogni contribuente una quantità uguale di utilità. Sacrificio proporzionale (olandesi): l’imposta deve sottrarre una quantità di utilità proporzionale all’utilità totale. Sacrificio minimo (Pigou, Edgeworth): il sacrificio totale (dell’intera collettività) provocato dal prelievo deve essere minimo. Tali criteri possono essere soddisfatti da imposte sia regressive sia proporzionali sia progressive. La giustificazione delle ultime due è stata la seguente: poiché l’utilità marginale è decrescente, l’ultimo dollaro del ricco apporta meno utilità dell’ultimo dollaro del povero, dunque per sottrarre la stessa utilità bisogna prelevare più dollari al ricco. Sul piano storico, in un primo momento si è ritenuto che il criterio della capacità contributiva fosse soddisfatto dalla tassazione proporzionale; nella seconda metà dell’800 si è affermata l’interpretazione secondo cui la capacità contributiva cresce più che proporzionalmente al crescere del reddito.

Ognuna di queste soluzioni è arbitraria, l’“eguale capacità” fra due (o più) individui non può essere mai dimostrata, perché le schede di utilità delle persone non sono uguali.

b) principio del beneficio – il tributo è pari al beneficio conseguito dal servizio pubblico con esso attivato. I tributi attivati secondo questo criterio della controprestazione sono denominati tasse (v. supra). Per le imposte, che oggi sono redistributive, questo criterio è inapplicato. E inapplicabile, perché il beneficio è soggettivo, non misurabile, non comparabile, e si può rilevare solo sul mercato; quando gli individui, scambiando volontariamente, dimostrano qual è il beneficio che vogliono conseguire.

Le difficoltà logiche cui vanno incontro i diversi criteri ha fatto dire genericamente che l’uguaglianza di trattamento suggerisce di realizzare tendenzialmente l’uguaglianza di fronte alla legge, redditi uguali devono essere trattati in maniera uguale. Ma ciò è concettualmente impossibile; ad esempio, la rende tale la divisione in pagatori e consumatori di tributi.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] La pressione fiscale è la somma delle imposte dirette e indirette e dei contributi sociali in percentuale rispetto al pil. La pressione tributaria invece è la somma di imposte dirette e indirette (quindi senza i contributi) rispetto al pil. In Italia nel 2012 la pressione fiscale è stata pari al 45,2%. Questo dato, che è quello in genere diffuso dai mezzi di informazione, è ricavato tenendo conto della quota di economia sommersa, pari al 17,5% del pil, che ovviamente evade le imposte e i contributi. Calcolando il dato solo relativamente alle attività economiche emerse, la percentuale raggiunge il 55%. Tuttavia, se si considerano tutti i prelievi forzosi sui redditi e sugli acquisti degli individui, e cioè imposte (dirette e indirette, locali o nazionali), tasse, contributi (previdenziali e sanitari), accise (carburanti, energia) e canoni, la quota raggiunge i due terzi del reddito. Per quanto riguarda la ripartizione fra imposte dirette e indirette, si equivalgono: il 34,3% del gettito è rappresentato da imposte dirette, il 34,9% da imposte indirette. Per quanto riguarda la pressione fiscale in altri paesi: Stati Uniti 26,3%, Regno Unito 38,1%, Germania 40,4%, Francia 46,3%, Danimarca 47,4% [Elaborazione dati Confcommercio 2012].

[2] Esempi di imposte di questo tipo in Italia sono l’Irpef e l’Irpeg.

[3] Si aggiungano anche i costi – monetari, di tempo e di fatica – sopportati dal contribuente, come il mantenimento della contabilità, il ricorso a commercialisti o consulenti, la compilazione di moduli, la numerosità degli adempimenti; tutte risorse sottratte alla produzione di beni o servizi utili.

[4] Un esempio di distorsione provocata da un’imposta sul reddito è la differente aliquota introdotta sugli interessi di diverse attività finanziarie. Spesso i titoli pubblici sono favoriti rispetto alle obbligazioni di società private.

[5] Questa illogicità persiste sia se il patrimonio non frutta reddito sia se lo frutta. Nel primo caso, ad esempio l’appartamento in cui si vive o un appartamento in cui vive un figlio, il soggetto inciso non consegue alcun reddito, mentre è costretto a intaccare un proprio reddito derivante da altra fonte per il pagamento dell’imposta. Nel secondo caso, ad esempio un appartamento affittato, il reddito che si consegue viene già tassato separatamente, in quanto reddito.

[6] L’Imposta sul Valore Aggiunto è così chiamata perché colpisce il valore aggiunto al bene da ogni fase del processo di produzione e commercializzazione. In Italia le aliquote sono tre: 20%, che è quella ordinaria; 10%, aliquota ridotta applicata ai servizi turistici, 4% sui beni di prima necessità (alimentari, prima casa).

[7] La progressività può modificarsi, cioè essere accentuata o attenuata, attraverso le deduzioni (sgravio dall’imponibile di alcune spese, es. sanitarie) e le detrazioni (riduzione della somma dovuta al fisco). Sul piano storico, l’ingresso ufficiale nei sistemi fiscali moderni delle aliquote progressive avviene nel 1910 in Gran Bretagna: su proposta del Cancelliere dello Scacchiere Lloyd George, il parlamento introduce una soprattassa sull’imposta sul reddito.

[8] Per la sua regressività l’imposta in somma fissa è giudicata particolarmente odiosa. Se la somma non è elevata, dunque se non grava in maniera significativa sui redditi bassi, diventa tollerabile. Nel 1989 in Gran Bretagna il governo Thatcher sostituì, per gli enti locali, l’imposta proporzionale sulla proprietà (casa) con una “poll tax” su ogni adulto residente. Le proteste derivarono dal fatto che i comuni mantennero elevato il livello della tassazione, aumentandolo anche di un terzo rispetto al livello precedente la riforma. M.N. Rothbard, Mrs. Thatcher’s Poll Tax, in «The Free Market», giugno 1990, pp. 1, 3.

[9] Negli Stati Uniti (dati 2005) il 53,7% delle imposte sul reddito sono state pagate dai contribuenti con un reddito superiore ai 200.000 dollari; l’82% dai percettori di redditi superiori a 100.000 dollari, che rappresentano il 19% della popolazione. Dunque gran parte delle imposte sono pagate dai soggetti a reddito alto o molto alto, in genere quelli più produttivi.

[10] Sull’imposta proporzionale, o flat tax, v. M.N. Rothbard, The Case Against the Flat Tax, in L.H. Rockwell Jr. (a cura di), The Free Market Reader, L. von Mises Institute, Auburn, 1988.

[11] M.N. Rothbard, The Myth of Neutral Taxation, in «The Cato Journal» 1, no. 2, autunno 1981, pp. 519-564; ristampato in The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 56-108.

[12] Oggi tale principio è violato in maniera clamorosa: la complessità delle norme fiscali, il numero di adempimenti e le difficoltà di compilazione sono tali da aver generato una professione specifica, il commercialista.

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Domani, quando la fine ebbe inizio

Ven, 10/10/2014 - 08:00

Offro qui ai lettori, in traduzione, una parte dell’Introduction di J. Rickards, The Death of Money. The Coming Collapse of the International Monetary System (Portflolio/Penguin). Credo che il contenuto basterà a spiegare il titolo scelto per l’articolo; ma sono stato influenzato anche da un romanzo piuttosto celebre: J. Marsden, Tomorrow, When The War Began. L’analogia bellica – che spero non diventi profezia – non ha certo bisogno di essere illustrata e mi sembra particolarmente calzante, perché Rickards ha pubblicato anche un best-seller intitolato Currency Wars. Il versetto dell’Apocalisse, invece, è posto dall’A. in esergo all’intero libro, però credo si attagli molto bene anche a quest’excerptum.

Scrivi, dunque, le cose che hai visto

e le cose che stanno accadendo

e le cose che devono accadere tra breve

(Ap 1,19 – traduzione mia)

Ai giorni nostri, pochi Americani ricordano che il dollaro ha quasi smesso di fungere da valuta di riserva mondiale nel 1978. In quell’anno, l’indice di valore del dollaro (dollar index) della Federal Reserve1 scese ad un livello allarmante e il Tesoro degli Stati Uniti fu costretto a emettere titoli di Stato denominati in franchi svizzeri. I creditori stranieri non nutrivano più fiducia nel dollaro USA come riserva di valore. Il dollaro stava perdendo potere d’acquisto, che si è dimezzato tra il 1977 e il 1981; negli Stati Uniti, l’inflazione ha superato il 50% nell’arco di questi cinque anni. A partire dal 1979, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) non ha avuto altra scelta che mobilitare le proprie risorse per emettere valuta mondiale (dritti speciali di prelievo, o DSP). Inondò il mercato con 12,1 miliardi in DSP per fornire liquidità mentre la fiducia del mondo nel dollaro calava.

Faremmo bene a richiamare alla mente quei giorni oscuri. Il prezzo dell’oro crebbe del 500% dal 1977 al 1980.2 Quella che era cominciata come una svalutazione controllata del dollaro, con l’abbandono della convertibilità in oro da parte del Presidente Richard Nixon nel 1971, divenne una rotta in piena regola prima che il decennio finisse. La catastrofe del dollaro penetrò perfino nella cultura popolare. Rollover, film del 1981 interpretato da Jane Fonda, riguardava un piano segreto dei Paesi produttori di petrolio per speculare al ribasso sul dollaro e comprare oro; finiva con il collasso del sistema bancario, il panico sui mercati finanziari e rivolte in tutto il mondo. Si trattava di fiction, ma davvero potente, forse preveggente.

Anche se il panico sul dollaro montò in crescendo verso la fine degli anni Settanta, la perdita di fiducia si fece sentire già ad agosto 1971, subito dopo che Nixon abbandonò la copertura aurea del dollaro stesso. La scrittrice Janet Tavakoli descrive la situazione in cui si ritrovarono gli Americani che erano all’estero il giorno in cui gli spasmi dell’agonia del dollaro si manifestarono in tutta la loro gravità: “All’improvviso, gli Americani in viaggio all’estero scoprirono che ristoranti, alberghi e negozianti non volevano accollarsi il rischio del cambio fluttuante che ora i loro dollari comportavano. A Ferragosto, le banche a Roma erano chiuse e gli Americani colti di sorpresa senza contanti si trovarono in difficoltà.

Il direttore dell’albergo chiedeva ai clienti in partenza: ‘Avete oro? Perché, guardate un po’ cos’ha combinato, il vostro Presidente americano!’. Parlava seriamente, riguardo all’oro: lo avrebbe accettato in pagamento. …

Io ho subito chiesto di pagare il mio conto in anticipo e in lire. … Il direttore applaudì per la gioia. Egl e il resto dello staff mi trattarono come se appartenessi ad una stirpe regale. Non ero come quegli altri Americani con i loro stupidi dollari. Per il resto del mio soggiorno, nessun negoziante o ristorante volle avere a che fare con me, finché non dimostravo di poter pagare in lire.”.

In seguito, gli sforzi di Paul Walker, presidente della Fed, e del neo-eletto Ronald Reagan avrebbero salvato il dollaro. Volcker alzò i tassi al 19% nel 1981 per tagliare le gambe all’inflazione e rendere il dollaro una scelta attraente per i capitali stranieri. A partire dal 1981, Reagan tagliò tasse e regole, il che ripristinò la fiducia degli imprenditori e trasformò gli Stati Uniti in una calamita per gli investimenti esteri. A marzo 1985, l’indice di valore del dollaro era risalito del 50% dal suo picco negativo a ottobre 1978 e i prezzi dell’oro erano scesi del 60% dal proprio picco positivo nel 1980. Il tasso d’inflazione negli Stati Uniti calò dal 13,5% nel 1980 all’1,9% nel 1986. Le buone notizie fecero sì che Hollywood non producesse alcun Rollover 2. A metà degli anni Ottanta, l’incendio era spento e l’era del Re Dollaro era iniziata. Il dollaro non era scomparso, come valuta di riserva mondiale, dopo il 1978, ma c’era andato molto vicino.

Adesso il mondo vive un ritorno al futuro.

Oggi, nell’economia mondiale, si può osservare una costellazione di sintomi simile a quella del 1978. A luglio 2011, l’indice di valore del dollaro della Federal Reserve ha toccato un minimo storico, inferiore di oltre il 4% a livello da panico dell’ottobre 1978. Ad agosto 2009, il FMI ha nuovamente agito come unità di pronto intervento monetario (monetary first responder)3 e si è lanciato al soccorso con una nuova emissione di DSP equivalente a 310 miliardi di dollari, incrementando dell’850% il volume di DSP in circolazione. All’inizio di settembre, i prezzi dell’oro hanno raggiunto un massimo storico, vicino a 1900 dollari l’oncia, oltre il 200% in pi del prezzo medio del 2006, subito prima che cominciasse la nuova depressione. La cultura popolare del ventunesimo secolo si è goduta la sua versione di Rollover, un racconto televisivo di crisi finanziaria intitolato Too Big To Fail.

I paralleli tra il 1978 e gli eventi degli ultimi tempi sono inquietanti, ma imperfetti. Allora, per il mondo imperversava un elemento che oggi non si fa vedere. E’ il cane che non ha abbaiato: l’inflazione. Ma il fatto che il cane non si senta non vuol dire che non costituisca una minaccia. Metodi comunemente seguiti per misurare l’inflazione del dollaro, come l’indice dei prezzi al consumo, si sono mossi a malapena dal 2008 in qua; anzi, in alcuni mesi è emersa una leggera deflazione. L’inflazione ha fatto capolino in Cina, dove il governo ha rivalutato la moneta per soffocarla, e in Brasile, dove gli aumenti tariffari in servizi di base come i biglietti dell’autobus hanno innescato rivolte. L’inflazione nei prezzi del cibo è stata anche un fattore che ha contributo alle proteste, nei momenti iniziali della “primavera araba”. Eppure, l’inflazione del dollaro USA è rimasta sottotono.

Guardando più da vicino, scopriamo un vero e proprio artigianato che calcola gli indici dei prezzi USA impiegando i metodi anteriori al 1990 e panieri alternativi di beni e servizi, più rappresentativi, a suo dire, dell’inflazione che gli Americani debbono affrontare davvero. Esso lancia segnali d’allarme, perché i metodi alternativi danno l’inflazione USA, nell’ipotesi peggiore, intorno al 9% annuo, anziché il 2% che si legge nelle misure governative ufficiali. Chiunque acquisti latte, pane o benzina sarebbe certamente d’accordo con la stima più alta. Ma, per quanto rivelatrici possano essere, queste statistiche non ufficiali hanno scarso impatto sui mercati valutari internazionali o sulla politica della Federal Reserve. Per comprendere le minacce al dollaro e le possibili risposte della Fed in termini di politica monetaria, è necessario vedere il dollaro attraverso gli occhi della Fed. Da quella prospettiva, l’inflazione non è un problema; anzi, un’inflazione più alta è la risposta della Fed alla crisi del debito e, nello stesso tempo, un obiettivo politico.

Questa politica inflazionista è un invito al disastro, anche se alcuni critici della Fed si grattano la testa, perplessi dall’apparente assenza di inflazione a petto di una stampa di denaro senza precedenti da parte della Federal Reserve e delle altre maggiori banche centrali. Molti si chiedono come sia possibile che la Fed abbia incrementato la base monetaria del 400% dal 2008, praticamente senza inflazione. Ma due spiegazioni sono fin troppo immediate.. e predicono il potenziale collasso. La prima è che l’economia USA è danneggiata in modo strutturale, tanto che non si può impiegare utilmente il denaro facile. La seconda è che l’inflazione sta arrivando. Entrambe le spiegazioni sono vere: l’economia è in pezzi e l’inflazione in cammino.

[…]

Anche se la parola collasso, se applicata al dollaro, ha un suono apocalittico, il suo significato è perfettamente pragmatico. Il collasso è semplicemente la perdita di fiducia, da parte di cittadini e banche centrali, nel futuro potere d’acquisto del dollaro. Il risultato è che i detentori di dollari li buttano via, vuoi spendendoli più in fretta, vuoi comprando beni rifugio. Il rapido mutamento nei comportamenti conduce dapprima a tassi di interesse più alti, maggior inflazione, e alla distruzione del processo di formazione del capitale. Il risultato finale può essere deflazione (analogamente agli anni Trenta) o inflazione (analogamente agli anni Settanta) o entrambe.

[…]

Via via che il circolo vizioso dell’inflazione acquisterà forza, si prospetterà una ripetizione della fine degli anni Settanta. Prezzi dell’oro alle stelle e il dollaro alle stalle, due facce della stessa medaglia, faran presto ad apparire. La differenza tra il prossimo episodio di inflazione fuori controllo e l’ultimo è che la Russia, la Cina e il FMI saranno pronti con oro e DSP, non con dollari, per fornire nuovi attivi da portare a riserva. La prossima volta che il dollaro cadrà dalla corda tesa, non ci sarà rete di salvataggio.

Guido Ferro Canale

Note

1Introdotto nel 1973, indica il valore del dollaro rispetto ad un paniere di valute e, quindi, un suo calo segnala il deprezzamento relativo della divisa statunitense rispetto alle altre monete-segno (e ad un valore iniziale di 100). Un paniere più ampio e coefficienti ponderali teoricamente meglio allineati ai flussi commerciali contraddistinguono, invece, l’affine broad index o trade-weighted dollar index. [N.d.T.]

2Nel 1977, ormai certo che la convertibilità del dollaro non sarebbe stata ripristinata, il Congresso abrogò le norme volute da Roosevelt, che impedivano a qualsiasi privato cittadino di concludere contratti con clausole oro. [N.d.T.]

3First responder, nel gergo medico ospedaliero USA, è la prima persona con addestramento medico che arriva sul luogo dell’intervento [N.d.T.].

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Pena e proporzionalità – II parte

Mer, 08/10/2014 - 08:00

[Questo articolo è tratto dal capitolo 13 di  The Ethics of Liberty.[1] È possibile ascoltare  questo articolo in MP3, letto da Jeff Riggenbach (in inglese). L’intero libro è in preparazione per podcast e download.]

Dovrebbe essere evidente che la nostra teoria della pena proporzionale – per cui le persone possono essere punite perdendo i loro diritti al punto in cui esse li hanno tolti agli altri – è una teoria della pena schiettamente punitiva, una teoria “dente (o due denti) per dente” [12]. La punizione gode di una cattiva reputazione presso i filosofi, che generalmente scartano velocemente il concetto etichettandolo come “primitivo” o “barbaro”, e poi vanno avanti portando la discussione su altre due principali teorie della pena: quella della deterrenza e quella della riabilitazione. Ma scartare un ragionamento solamente perché considerato “barbaro” difficilmente può essere sufficiente; dopo tutto, è possibile che in questo caso, i “barbari” insistano su un concetto che era superiore ai credi più moderni.

Il professor H.L.A. Hart descrive nel seguente modo la “forma più grezza” di proporzionalità, così come l’abbiamo sostenuta qui (la legge del taglione):

[Essa è] la nozione per cui ciò che il criminale ha fatto dovrebbe essere fatto a lui, e dovunque si pensi alla punizione come primitiva, come spesso è, questa idea si riafferma: l’assassino dovrebbe essere ucciso, l’assalitore violento dovrebbe essere picchiato.” [13]

Ma “primitiva” è una critica scarsamente valida e lo stesso Hart ammette che questa forma “grezza” mostra meno difficoltà che le versioni più “raffinate” delle tesi proporzionali-retributiva. La sua unica critica ragionata, che egli sembra pensare congedi il problema, è una citazione da Blackstone:

Ci sono un gran numero di crimini le cui pene, qualora seguissimo l’approccio punitivo, si manifesterebbero come assurde ed inique. Il furto non può essere punito col furto, la diffamazione con la diffamazione, la contraffazione con la contraffazione, l’adulterio con l’adulterio.”

Ma questi sono criticismi scarsamente convincenti. Furto e contraffazione costituiscono una rapina, ed il ladro può certamente essere obbligato a fornire alla vittima quanto sottratto e i danni proporzionali; in questo caso non c’è alcun problema concettuale. L’adulterio, nell’ottica libertaria, non è nemmeno un crimine, e neanche, come si vedrà più avanti, la “diffamazione”. [14]

Torniamo dunque alle due maggiori teorie moderne, e vediamo se esse forniscono un criterio per la pena che davvero incontri la nostra idea di giustizia, come la retribuzione sicuramente fornisce. [15] La deterrenza era il principio proposto dall’utilitarismo come parte integrante del suo aggressivo rigetto dei principi di giustizia e di legge naturale, e della sostituzione di questi cosiddetti principi metafisici con un severo pragmatismo. Lo scopo pratico della pena si supponeva fosse dissuadere ulteriori crimini, sia che tale dissuasione venisse dal criminale stesso, sia che venisse da altri membri della società. Ma questo criterio di deterrenza implica schemi di pena che pressoché tutti considererebbero enormemente ingiusti. Per esempio, se non ci fosse nessuna pena per nessun crimine, un grande numero di persone commetterebbe furti meschini, come rubare frutta da una bancarella. D’altro canto, la maggior parte delle persone ha incorporata in se stessa una più grande contrarietà a commettere un omicidio piuttosto che commettere qualche futile taccheggio, e sarebbe molto meno predisposta a commettere un grosso crimine. Dunque, se l’obiettivo della pena è quello di avere un effetto deterrente per il crimine, allora una pena assai maggiore dovrebbe essere richiesta per prevenire il taccheggio invece che prevenire gli omicidi, un sistema che va contro gli standard etici della maggior parte delle persone. Come risultato, adottando il criterio della deterrenza, ci dovrebbe essere una rigida pena capitale per furti trascurabili – per il ladro di caramelle – mentre gli assassini potrebbero incorrere solo in una pena di pochi mesi in galera. [16]

In modo simile, una classica critica al principio di deterrenza è che, se la deterrenza fosse il nostro solo criterio, sarebbe perfettamente appropriato per la polizia o la corte giustiziare pubblicamente per un crimine una persona che sanno essere innocente, ma della cui colpevolezza essi hanno convinto il pubblico. L’esecuzione concordata di un uomo innocente – tenuto conto, ovviamente, del fatto che l’accordo può essere tenuto segreto – eserciterebbe un effetto deterrente in modo tanto completo quanto l’esecuzione di un colpevole. E di nuovo, ovviamente, anche una tale politica va violentemente contro gli standard di giustizia di pressappoco chiunque.

Il fatto che circa chiunque considererebbe tali schemi di pena grotteschi, nonostante il loro adempimento del criterio di deterrenza, mostra che le persone sono interessate in qualcosa di più importante della deterrenza stessa. Cosa questo potrebbe essere è indicato dall’obiezione prevalente secondo cui queste scale di pena basate sulla deterrenza, o l’uccisione di un uomo innocente, invertono chiaramente la nostra solita visione di giustizia. Invece che avere una pena che “si adegui al crimine” commesso, viene in questo modo classificata in proporzione inversa alla sua gravità, o assegnata all’innocente piuttosto che al colpevole. In breve, il principio di deterrenza implica una clamorosa violazione del senso intuitivo secondo cui la giustizia presuppone una qualche forma di adeguamento e proporzionalità della pena alla parte colpevole, e ad essa soltanto.

Il più recente criterio di pena, e che si suppone essere il più “umanitario”, è quello della “riabilitazione” del criminale. Per la giustizia di vecchio stampo, l’argomentazione è a sostegno o del risarcimento o dello scoraggiare futuri crimini, concentrandosi sul punire il criminale; il nuovo criterio tenta umanamente di riformarlo e riabilitarlo. Ma facendo ulteriori considerazioni, il principio “umanitario” di riabilitazione non solo conduce ad ingiustizie palesi ed arbitrarie, ma pone anche un potere arbitrario ed enorme di decidere del destino degli uomini nelle mani di coloro che dispensano la pena. Così, supponiamo che Smith sia un genocida, mentre Jones abbia rubato un po’ di frutta da una bancarella. Invece che essere condannati in proporzione ai loro crimini, le loro sentenze sono ora indeterminate, con l’incarcerazione che terminerebbe nel momento in cui essi apparissero “riabilitati” con successo.

Ma questo conferisce nelle mani di un gruppo arbitrario di supposti riabilitatori il potere di determinare la vita dei prigionieri. Significherebbe che, invece che uguaglianza di fronte alla legge – un criterio basilare in giustizia – ovvero a crimini identici seguono uguali pene, un uomo potrebbe andare in prigione per poche settimane, se viene velocemente “riabilitato”, mentre un altro potrebbe rimanere in prigione indefinitamente. Così, nel nostro caso di Smith e Jones, supponiamo che il genocida Smith sia, secondo il nostro consiglio di “esperti”, rapidamente riabilitato. Egli sarebbe rilasciato in tre settimane, tra gli applausi dei supposti riformatori di successo. Nel frattempo, Jones, il ladro di frutta, persiste nell’essere incorreggibile e chiaramente non-riabilitabile, almeno agli occhi del consiglio di esperti. Seguendo la logica di tale principio, egli deve rimanere incarcerato indefinitamente, forse per il resto della sua vita: mentre il crimine era trascurabile, egli continuerebbe ad avere un cattivo ascendente sui suoi mentori “umanitari”.

Così, il Professor K.G. Armstrong scrive sul principio del metter sulla retta via:

Lo schema logico delle pene sarà quello di dare a ciascun criminale un trattamento di riabilitazione fino a che egli non sia sufficientemente cambiato per gli esperti al punto da certificarlo corretto. Su questa teoria, qualsiasi sentenza deve essere indeterminata – “essere determinata secondo il desiderio dello Psicologo”, forse – dato che non c’è più alcuna base per il principio considerato di dare un limite alla pena. “Hai rubato una pagnotta? Bene, dobbiamo correggerti, anche se prenderà il resto della tua vita”. Dal momento che è colpevole, il criminale perde i suoi diritti come essere umano. … Questa non è una forma di umanitarismo che desidero.” [17]

La tirannia e le palesi ingiustizie della teoria “umanitaria” della pena-come-correzione non sono mai state palesate in una maniera più scintillante di come abbia mostrato C.S. Lewis. Notando che i “riformatori” chiamano le azioni da loro proposte “guarigione” o “terapia” piuttosto che “pena”, Lewis aggiunge:

Ebbene, non facciamoci ingannare da un nome. Essere sottratto senza consenso alla mia casa e ai miei amici; perdere la mia libertà; subire tutte quelle aggressioni alla mia personalità che la moderna psicoterapia sa come portare a termine … sapere che questo processo non finirà mai fino a quando i miei carcerieri saranno riusciti nel loro intento o io sarò diventato abbastanza furbo da imbrogliarli facendo credere loro in un successo solo apparente – a chi importa se tutto ciò viene chiamato Pena o no? Che esso includa la gran parte degli elementi per cui qualsiasi pena viene temuta – vergogna, esilio, prigionia ed anni mangiato dalle locuste – è ovvio. Solo un’enorme immeritatezza potrebbe giustificare tutto ciò; ma la non meritatezza è proprio il concetto che la teoria Umanitaria ha gettato a mare.”

Lewis va avanti per dimostrare la tirannia particolarmente dura che probabilmente verrebbe imposta dagli “umanitari” che hanno intenzione di infliggere le loro “riforme” e “cure” alla popolazione:

Tra tutte le tirannie, una tirannia esercitata per il bene delle sue vittime può darsi che sia la più oppressiva. Potrebbe essere meglio vivere sotto baroni briganti piuttosto che sotto pii ficcanaso onnipotenti. La crudeltà del barone brigante potrebbe di tanto in tanto riposare, la sua cupidigia potrebbe ad un certo punto essere soddisfatta; ma quelli che ci tormentano per il nostro stesso bene ci tormenteranno senza fine in quanto loro lo stanno facendo con l’approvazione della loro stessa coscienza. Loro avrebbero più possibilità di accedere al Paradiso qualora rendessero allo stesso tempo più probabile la realizzazione dell’Inferno in terra. Questa grande gentilezza ferisce come un insulto intollerabile. Essere “curati” contro il proprio volere, e curati contro stati che potremmo non considerare malattie, deve essere messo al livello di quelli che non hanno ancora raggiunto l’età della ragione o coloro che mai la raggiungeranno; essere messi in classe con gli infanti, gli imbecilli e gli animali domestici. Ma per essere puniti, comunque severamente, perché noi lo abbiamo meritato, perché noi “avremmo dovuto sapere meglio”, dobbiamo essere trattati come esseri umani fatti ad immagine e somiglianza di Dio.”

Inoltre, come dice Lewis, i legislatori possono usare il concetto di “malattia” come mezzo per etichettare qualsiasi azione che a loro non piace come “crimine” ed infliggere poi una legge totalitaria nel nome della terapia.

Se il crimine e la malattia devono essere trattati allo stesso modo, ne segue che qualsiasi stato mentale che i nostri padroni decidono di chiamare “malattia” può essere trattato come crimine; e curato in modo compulsivo. Sarebbe vano implorare che gli stati mentali che non piacciono al governo non debbano sempre coinvolgere depravazione morale e non debbano quindi sempre meritare la confisca della libertà. Per i nostri padroni non saranno usati concetti come Merito e Pena, ma quelli di malattia e cura… Non sarà persecuzione. Anche se il trattamento fosse doloroso, anche se fosse eterno, anche se fosse fatale, questo sarebbe solo un incidente increscioso; l’intenzione era puramente terapeutica. Persino nella medicina ordinaria ci sono operazioni dolorose ed operazioni fatali; così anche in questa. Ma siccome questi sono “trattamenti”, non pene, essi possono essere criticati solo da compagni-esperti, e su basi tecniche, e mai da uomini in quanto uomini e sul terreno della giustizia.” [18]

Così, vediamo che l’approccio curativo della pena tanto di moda può essere almeno tanto grottesco e molto più incerto ed arbitrario del principio di deterrenza. La punizione rimane la nostra unica teoria giusta e percorribile di pena, ed un trattamento uguale per crimini uguali è fondamentale per tale giustizia retributiva. La giustizia barbara risulta essere quella giusta, mentre quelle “moderna” ed “umanitaria” risultano essere delle parodie grottesche della giustizia.

Tratto da The Ethics of Liberty di Murray N. Rothbard

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[12] La retribuzione è stata interessantemente soprannominata “restituzione spirituale”. Vedi Schafer, Restitution to Victims of Crime, pp. 120–21. Vedi anche la difesa della pena capitale per l’omicidio di Robert Gahringer, “Punishment as Language,” Ethics (October 1960): 47–48:

Un attacco totale richiede un contrasto totale; ed uno dovrebbe bene comprendere che nella nostra situazione attuale la pena capitale è l’unico simbolo di contrasto totale. Cos’altro potrebbe esprimere l’enormità di un omicidio in un modo accessibile agli uomini per cui l’omicidio è un atto possibile? Sicuramente, una minor pena indicherebbe un crimine meno significativo (corsivo originale di Gahringer).

Sulla pena in generale come contrasto all’attacco contro un diritto, vedi anche F.H. Bradley, Ethical Studies, 2nd ed. (Oxford: Oxford University Press, 1927), ristampato in Ezorsky, ed., Philosophical Perspectives on Punishment, pp. 109–10:

Perché … merito la pena? È perché sono stato colpevole. Ho fatto qualcosa di “sbagliato” … la negazione di un “diritto”, l’asserzione di un non-diritto. … La cancellazione della colpa … è comunque un bene di per sé; e così, non perché una pura negazione sia buona, ma perché il rifiuto di una cosa sbagliata è l’affermazione di un diritto. … La pena è la negazione dell’errore tramite l’affermazione di un diritto.

Un influente argomento a favore del retributivismo è trovato in Herbert Morris, On Guilt and Innocence (Berkeley: University of California Press, 1976), pp. 31–58.

[13] Per un tentativo di costruire un codice legislativo che imponga pene proporzionali al crimine – così come la restituzione alla vittima – vedi Thomas Jefferson, “A Bill for Proportioning Crimes and Punishments” in The Writings of Thomas Jefferson, A. Lipscomb e A. Bergh, eds. (Washington, D.C.: Thomas Jefferson Memorial Assn., 1904), vol. 1, pp. 218–39.

[14] H.L.A. Hart, Punishment and Responsibility (New York: Oxford University Press, 1968), p. 161.

[15] Così, Webster’s definisce la “retribuzione” come “l’elargire o il ricevere una ricompensa o una pena in accordo con ciò che è meritato dall’individuo”.

[16] Nella sua critica al principio di deterrenza della pena, il Professor Armstrong, in “The Retributivist Hits Back,” pp. 32–33, chiede:

Perché fermarsi al minimo? Perché non stare dalla parte dei bottoni e penalizzare il criminale in un qualche modo alquanto spettacolare – ciò non avrebbe più probabilità di scoraggiare gli altri? Che sia frustato fino alla morte, ovviamente pubblicamente, per un divieto di sosta; ciò certamente avrebbe un effetto deterrente su di me dal parcheggiare in un posto riservato per il Vice-Cancelliere!

Similmente, D.J.B. Hawkins, in “Punishment and Moral Responsibility,” The Modem Law Review (November 1944), ristampato in Grupp, ed., Theories of Punishment, p. 14, scrive:

Se il motivo della deterrenza fosse da solo preso in considerazione, dovremmo punire più pesantemente quei reati che siamo molto tentati di commettere e che, non portandosi dietro una grande colpa morale, la gente commette piuttosto facilmente. I reati stradali forniscono un esempio famigliare.

[17] Armstrong, “The Retributivist Hits Back,” p. 33.

[18] C.S. Lewis, “The Humanitarian Theory of Punishment,” Twentieth Century (Autumn 1948–49), ristampato in Grupp, ed., Theories of Punishment, pp. 304–7. Vedi anche Francis A. Allen, “Criminal Justice, Legal Values, and the Rehabilitative Ideal,” in ibid., pp. 317–30.

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Il cavallo che non beve e l’iperinflazione futura

Lun, 06/10/2014 - 08:00

La Federal Reserve Bank di St. Louis gestisce un blog, On the Economy, dove scrivono – a titolo personale – i suoi economisti ed esperti. Il settembre, vi è apparso un pezzo di sicuro interesse: “What Does Money Velocity Tell Us about Low Inflation in the U.S.?”: le autrici, Yi Wen e Maria A. Arias, offrono una spiegazione di taglio monetarista all’assenza di impatto degli stimoli monetari sull’indice dei prezzi al consumo… e, aggiungono, anche sulla crescita del PIL nominale. Questo è il primo motivo di interesse; il secondo consiste nella critica esplicita alla politica di quantitative easing; il terzo, direi, proprio nell’assenza di tale eufemismo e nel dire pane al pane, parlando esplicitamente di incremento della base monetaria. Il quarto, nel fatto di costituire una buona base di partenza per un’analisi più articolata.

Le autrici, premessa una citazione di Friedman sulla natura monetaria dell’inflazione e richiamata l’equazione degli scambi, MV = PQ, osservano che “l’inflazione negli USA si sarebbe dovuta aggirare intorno al 31% annuo tra il 2008 e il 2013, quando l’offerta di moneta è cresciuta ad un tasso medio del 33% annuo e il prodotto [reale, Q] ad un andamento medio appena inferiore al 2%”. Spiegano, quindi, la differenza calcolando la velocità di circolazione, secondo la formula V = PQ/M = PIL nominale/M. Ne risulta che “Nel primo e nel secondo quadrimestre del 2014, la velocità della base monetaria [banconote e monete in circolazione, più riserve delle banche presso la Fed, N.dd.AA.] era a 4.4, il livello più basso nel periodo di riferimento [che comincia nel 1985, nota mia]. Questo vuol dire che, durante l’anno passato, ogni dollaro della base monetaria è stato speso, nell’economia, solo 4.4 volte, rispetto a 17.2 subito prima della recessione.”.

A questo punto, fermiamoci un attimo e ragioniamo.

Che da MV = PQ si passi a V = PQ/M non è solo algebra elementare, è pura tautologia.

In altri termini: assunta esplicitamente in ipotesi la proporzionalità diretta tra M e PQ, in costanza di V, non è un gran risultato appurare che questa proporzione manca perché V è cambiata. Non lo è, soprattutto, se il calcolo di V utilizza proprio gli altri due termini del quid explanandum.

In effetti, il problema di fondo dell’equazione degli scambi – meglio, uno dei suoi tanti problemi – sta nel fatto di presentare tre termini – M, V e P – che esprimono necessariamente grandezze monetarie, accomunandoli però a un quarto, Q, che dovrebbe avere, invece, natura reale (altrimenti, come distinguerlo da P?). Dopodiché, il ragionamento prosegue assumendo un rapporto di proporzionalità diretta tra grandezze disomogenee, MV e PQ.

Tuttavia, premesso questo rilievo di metodo, necessario per non cadere nella trappola delle misurazioni e recuperare un sano distacco dai grafici, occorre dire che, in sostanza, le due economiste hanno ragione: l’incremento della base monetaria dovrebbe tradursi in inflazione e quindi, automaticamente, in una crescita del PIL nominale (quello reale è altra faccenda); se questo non succede è perché “il cavallo non beve”, ossia i soldi non vengono spesi. Con tutti i loro limiti, calcoli e grafici possono indicare linee di tendenza; e ci dicono che M, globalmente considerata, viene spesa sempre di meno.

Questo implica” – prosegue immediatamente il testo – “che l’incremento senza precedenti della base monetaria, causato [driven] dalle massicce iniezioni di liquidità da parte della Fed attraverso i suoi programmi di acquisto di asset su vasta scala non è riuscito a cagionare nemmeno un incremento nel PIL nominale in proporzione 1:1. Così, è precisamente il drastico calo nella velocità che ha compensato il drastico incremento nell’offerta di moneta, portando alla variazione pressoché nulla del PIL nominale (sia di P sia di Q)”.

Sbaglierò, ma, ai miei occhi, questo assomiglia molto ad un attacco frontale alla politica espansiva.

Soprattutto visto il seguito dell’articolo.

Passando, infatti a chiedersi perché il cavallo non beva, le autrici indicano due cause: un’economia depressa dopo la crisi e… il taglio dei tassi di interesse.

Concentrandosi su quest’ultimo aspetto, spiegano, con molta semplicità, che, con i rendimenti quasi a zero – si potrebbe aggiungere: negativi in termini reali, perfino secondo l’indice ufficiale dei prezzi al consumo – i titoli di Stato non sono più il miglior “parcheggio” di breve termine per la liquidità, questo ruolo spetta alla moneta stessa.

Sotto questo profilo, la politica monetaria non convenzionale ha rafforzato la recessione, stimolando la domanda di moneta del settore privato tramite il perseguimento di un tasso di interesse troppo basso (cioè con la politica dei tassi a zero).”. Chissà se a Janet Yellen saranno fischiate le orecchie!

Fin qui le autrici, il cui rinvio al concetto di liquidity trap non aggiunge nulla di sostanziale. Ora pensiamo ad approfondire l’analisi.

Credo che l’articolo in commento meriti un elogio particolare perché – in maniera implicita, ma chiarissima – descrive la “tesaurizzazione” non come un comportamento assurdo o immorale, ma, al contrario, quale scelta perfettamente razionale che, rebus sic stantibus, è di fatto la più conveniente. Ne seguono due considerazioni: anzitutto, almeno hic et nunc, per favorire davvero la ripresa occorrerebbe alzare i tassi; ma soprattutto… nel momento in cui i tassi si alzeranno, la liquidità in sonno si muoverà. Anzi, comincerà a muoversi anche prima, non appena si potrà anticipare con un minimo di precisione l’incremento futuro. Adesso, tutti stanno attendendo la fine del tapering; i mercati continuano a salire, i prezzi dei beni rifugio a scendere. Ma le previsioni per il dopo ottobre sono, necessariamente, ribassiste; si tratterà solo di vedere se assisteremo ad un semplice ribasso oppure ad un crac, ossia quanto denaro muoveranno gli speculatori al ribasso. Ai bankster conviene sicuramente un crac: potranno sperare in un nuovo giro di stimoli. Attenzione, però: adesso come adesso, l’economia è in una glooming situation, scrivono giustamente le autrici. Una nuova crisi eliminerebbe molta incertezza: al buio ci si orienta meglio che nella nebbia. E quindi anche il denaro contante, nonché i depositi a vista si muoverebbero, presumibilmente verso i beni rifugio.

Resta da dire qualcosa sulle prospettive dell’economia reale. E qui occorrono, più che mai, lenti Austriache: non rimprovero alle autrici di aver trascurato il tema, dato che il loro obiettivo era – evidentemente – attaccare la politica monetaria con argomenti monetaristi; ma noi dobbiamo evitare l’errore di considerare “l’economia” un unico aggregato, uniformemente depresso. Anche se, indubbiamente, il grafico sulla stima di V può tornare utile come approssimazione del “dinamismo” economico (propensione al consumo o all’investimento); e ci dice che la recessione sta peggiorando. Meno i soldi vengono spesi, più alta, ceteris paribus, la paura per il futuro e peggiori le prospettive concrete.

Peraltro, il medesimo grafico mostra anche un trend di lungo periodo, assolutamente non considerato dalle autrici: dal 1985 ad oggi, V – tolto qualche breve periodo – scende sempre. Si mantiene sopra a 20 fino alla recessione del ’91/’92, balla poco sotto 17. fino ala fine del decennio, scende ancora quando scoppia la bolla delle dot.com, poi si riprende, tornando quasi a 17. subito prima della recessione attuale. Indi, il precipizio.

Questo mi fa pensare che, dopotutto, tali calcoli abbiano un’utilità reale, che mostrino, con una discreta approssimazione, il deterioramento di lungo periodo causato dai mezzi fiduciari e dai cattivi investimenti. Deterioramento che prosegue anche in assenza di recessioni conclamate. Se così fosse, il recupero di V dopo la recessione dei primi anni Duemila e fino al crac attuale potrebbe spiegarsi con gli straordinari guadagni in produttività apportati dall’informatizzazione; e la sua relativa modestia rispetto ad essi esprimere l’ammontare dei cattivi investimenti lanciati.

Se, però, abbandoniamo il quadro generale e scendiamo nel dettaglio, il quadro dell’economia USA si presenta assai meno monolitico. Accanto a settori come l’immobiliare, dove la liquidazione è stata impedita da una ripresa artificiale, ma si prospetta un nuovo crac, ve ne sono altri in piena espansione, come l’industria estrattiva (petrolio, shale gas), e quella che si chiamava new economy, quando non era ancora così integrata con la old, non ha affatto cessato di crescere. Al contrario: fin dalla loro nascita, informatica ed elettronica testimoniano che la previsione di prezzi finale in calo non costituisce affatto un freno per gli investimenti, fintantoché siano comunque assicurati i ritorni reali. L’ammontare di risorse umane e materiali che si è reindirizzato verso questi settori, in particolare verso l’industria estrattiva, è enorme, proporzionato solo ai profitti attesi. Semmai, si può pensare che la paura persistente abbia ridotto il volume degli investimenti, rispetto a quello che si sarebbe verificato se la recessione avesse avuto termine prima… ossia, se la Federal Reserve non avesse arrestato il processo di liquidazione delle bolle.

Beninteso, questo ci porta un passo più in là: probabilmente, le manipolazioni del mercato si sono spinte oltre i limiti stessi della loro efficacia. Mi spiego meglio: il mercato è un processo di coordinamento spontaneo attraverso cui si genera – anzitutto sotto forma di prezzi – l’informazione occorrente agli operatori economici per le scelte quotidiane; esso viene manipolato proprio nell’intento di influenzare tali scelte. Questo presuppone, però, che gli operatori continuino a trattare come attendibile l’informazione manipolata; il che non è più vero. Non lo è per gli investitori appena avvertiti, dal momento che di “droga monetaria” parla perfino il giornalismo economico corrente. E certamente non lo è per Main Street, che non vede miglioramenti tangibili e, quindi, giustamente diffida di tutti i discorsi sulla ripresa: annusa la fregatura in agguato e si regola di conseguenza. E’ vero, dunque, che il cavallo non beve per via dei tassi a zero; ma anche che la manipolazione dei mercati tramite la politica monetaria ha distrutto la fiducia nei prezzi e, più in generale, nelle informazioni che il mercato stesso dovrebbe fornire. La “trappola della liquidità” costituisce l’esito logico di un processo interventista che sega il ramo su cui è seduto; se ne può uscire abbandonando ogni intervento oppure – prospettiva più probabile – arrivando alla coercizione diretta, esplicita, su vasta scala.

Ma sarebbe ingenuo illudersi che, per questa singolare via, gli effetti distorsivi dei tassi a zero sulle politiche di investimento siano stati neutralizzati del tutto; al contrario, con ogni probabilità stiamo assistendo a un inedito, la proliferazione di cattivi investimenti pur in assenza di un boom (o meglio, in presenza di un boom quasi soltanto finanziario). Si pensi solo ai corsi di Borsa e a come il loro andamento abbia reso più agevole, per le società quotate, il lancio di nuovi progetti imprenditoriali; o, sia pure in misura minore, alla compressione dei rendimenti obbligazionari. E, si badi bene, non sto neppure considerando i prodotti strutturati.

Tutto questo ci riporta al problema dei tassi di interesse, ma da un’angolazione che definirei wickselliana: se crollano le aspettative sul rendimento reale – p.es. per il notevole timore di non riuscire a smerciare i prodotti, che dunque appaiono del tutto inutili se non gravosi – nessuna politica monetaria, per accomodante che sia, riuscirà a rilanciare gli investimenti, perché il prestito comporta pur sempre un costo certo, la cui utilità è, in tali circostanze, altamente incerta. Ludwig von Mises, nel 1912, ha donato al mondo la prima, embrionale formulazione della teoria del ciclo proprio completando questo spunto e asserendo che il mercato ristabilirà la coincidenza tra interesse naturale e monetario, rialzando quest’ultimo tramite una crisi. Se, come indubbiamente è, i cattivi investimenti sono in corso e superano l’entità fisiologica degli errori imprenditoriali, una nuova crisi è inevitabile e i tassi si alzeranno (poco importa quando, se dopo ottobre o più in là). La vera incognita consiste nel comportamento dei detentori di liquidità; ma, in qualunque direzione si muovano, saranno i veri market mover.

Il che significa che la politica monetaria avrà ucciso sé stessa: non più capace di controllare – sia pur indirettamente – il livello dei prezzi, potrà solo tentar di reagire agli eventi e cercar di escogitare qualche nuovo trucco (effcace o meno, è un altro discorso).

Ma gli apprendisti stregoni faran bene a pregare che, nel frattempo, l’acqua dell’iperinflazione non arrivi alla loro gola.

Per la precisione, la testata precisa “Views expressed are not necessarily those of the Federal Reserve Bank of St. Louis or of the Federal Reserve System.”. Non fornisce, però, criteri distintivi.

Il testo usa average pace in entrambi i casi, ma ho distinto “tasso medio” e “andamento medio”, perché, se vogliamo parlare di prodotto reale, Q, non possiamo computare tassi di incremento, che suppongono l’omogeneità dei beni o servizi prodotti. E’ quasi superfluo osservare che l’unico modo per renderli omogenei è valutarli in denaro; ma questo implica già un riferimento a P, termine che l’equazione vorrebbe mantenere ben distinto.

E qui non sto tenendo conto del fatto che V, proprio in quanto velocità, chiama in causa il tempo, mentre Q no: dopotutto, almeno questo difetto si può facilmente correggere, leggendo Q in senso dinamico (quantità prodotta nell’unità di tempo). Anche se P non è certo una grandezza statica.

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Gary North: revisionismo bellico

Ven, 03/10/2014 - 07:00

Vi sarà forse capitato, durante un dibattito su avvenimenti storici contemporanei, di leggere sul viso altrui quell’espressione di disagio per il fatto di doversi confrontare con chi sta contestando punti chiave dell’interpretazione storica più diffusa.

Chissà quale sarebbe invece la loro espressione nell’apprendere quanto sfrontate e sistematiche siano le fallacie logiche e le falsità contenute nella storia, soprattutto quella economica, da cui attingono per formare le proprie opinioni ed azioni. Appare addirittura disarmante la modalità esplicita e quasi infantile con cui quelle verità sono nascoste o piegate alle esigenze dell’attuale monopolista dell’istruzione pubblica.

Nel video in calce, sottotitolato in italiano, Gary North lancia un appello a favore di un sano processo di revisionismo storico portando, come esempio di quel processo di distorsione, un episodio che ancora oggi costituisce per il grande pubblico il maggior ostacolo alla comprensione di un fatto storico di importanza rilevante.

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Pena e proporzionalità – I parte

Mer, 01/10/2014 - 08:00

[Questo articolo è tratto dal capitolo 13 di  The Ethics of Liberty.[1] È possibile ascoltare  questo articolo in MP3, letto da Jeff Riggenbach (in inglese). L’intero libro è in preparazione per podcast e download.]

Pochi aspetti della teoria politica libertaria vertono in uno stato meno soddisfacente rispetto alla teoria della pena. [2] Di solito, i libertari sono stati soddisfatti di asserire o sviluppare l’assioma per cui nessuno possa aggredire la persona o la proprietà altrui; quali sanzioni potrebbero essere prese contro un tale invasore sono state, in genere, scarsamente trattate. Abbiamo avanzato il punto di vista per cui il criminale perde i suoi diritti in misura uguale a quelli di cui priva un’altra persona: la teoria della “proporzionalità”. Ora dobbiamo fare ulteriori considerazioni su ciò che tale teoria della pena proporzionale potrebbe implicare.

In primo luogo, dovrebbe essere chiaro che il principio proporzionale è considerabile come una massima pena per il criminale, piuttosto che obbligatoria. Nella società libertaria ci sono, come abbiamo detto, solo due parti in una disputa o in un’azione legale: la vittima, o querelante, ed il presunto criminale, o imputato. È il querelante che fornisce capi d’accusa alla corte contro il malfattore. In un mondo libertario, non ci sarebbero crimini contro una mal definita “società” e, dunque, nemmeno una figura come il “procuratore distrettuale” che decide su di un’accusa e poi muove tali accuse contro un presunto criminale. La regola della proporzionalità ci dice quanto un querelante possa pretendere da un imputato colpevole e niente più; essa impone il limite massimo alla pena che può essere inflitta prima che colui che infligge la pena diventi egli stesso un criminale aggressore.

Così, dovrebbe essere piuttosto chiaro che, sotto la legge libertaria, la pena capitale dovrebbe essere limitata strettamente ai crimini di assassinio. Un criminale perderebbe il suo diritto alla vita solo se ha prima tolto ad una vittima lo stesso diritto. Non sarebbe permesso, dunque, ad un venditore a cui sono state rubate delle caramelle, di giustiziare il ladro di caramelle sorpreso in flagranza di reato. Se lo dovesse fare, allora egli, il venditore, sarebbe un assassino ingiustificato, che potrebbe essere portato alla sbarra della giustizia dagli eredi o designati del ladro di caramelle.

Ma, nella legge libertaria, non ci sarebbe alcuna costrizione sul querelante di esigere questa massima pena. Se il querelante o il suo erede, per esempio, non credesse nella pena capitale, per qualsivoglia ragione, egli potrebbe volontariamente perdonare il malfattore  di parte o tutte le sue pene. Se egli fosse un tolstoiano, e fosse contrario alle pene di qualsiasi genere, egli potrebbe semplicemente perdonare il criminale, e ciò sarebbe tutto.

Oppure – e questo ha una lunga ed onorabile tradizione nell’antica legge occidentale – la vittima o il suo erede potrebbe permettere al criminale di comprare la sua cancellazione di parte o di tutta la sua pena. Così, se la proporzionalità permettesse alla vittima di spedire il criminale in galera per dieci anni, il criminale potrebbe, se la vittima lo desiderasse, pagare la vittima per ridurre o eliminare questa sentenza. La teoria della proporzionalità fornisce solo il limite superiore alla pena – dato che ci dice quale livello della pena una vittima possa giustamente imporre.

Un problema potrebbe sorgere in caso di omicidio – dato che gli eredi di una vittima potrebbero mostrarsi meno che diligenti nel perseguire l’assassino, o potrebbero essere eccessivamente inclini a lasciare che l’omicida compri la sua libertà dalla pena. Questo problema può essere preso in considerazione semplicemente da persone che dichiarino nelle loro volontà quale pena vorrebbero infliggere ai loro possibili assassini. Colui che crede in una rigorosa retribuzione, così come il tolstoiano che si oppone a tutte le pene, potrebbero così vedere i loro desideri compiersi precisamente. Il deceduto, infatti, potrebbe, nel suo testamento, fornire una parte dei suoi beni in favore, diciamo, di una compagnia di assicurazione contro i crimini, a cui egli assegna il ruolo dell’accusa del suo possibile assassino.

Se, dunque, la proporzionalità fissa il limite superiore alla pena, come possiamo stabilire la stessa proporzionalità? Il primo punto è che l’enfasi nelle pena non deve essere sul pagare il proprio debito nei confronti della “società”, qualsiasi cosa ciò possa significare, ma sul pagare i propri “debiti” nei confronti della vittima. Certamente, la parte iniziale di tale debito è la restituzione. Questo funziona chiaramente in casi di furto. Se A ha rubato 15000$ a B, allora la prima parte, o iniziale, della pena di A deve essere ridare 15000$ nelle mani di B (più i danni, i costi di giudizio e polizia, e gli interessi perduti).

Supponiamo che, come in molti casi, il ladro abbia già speso i soldi. In tal caso, il primo passo di una giusta pena libertaria sarebbe forzare il ladro a lavorare, ed allocare il guadagno derivante alla vittima finché la vittima non venga ripagata. La situazione ideale, dunque, mette il criminale schiettamente in uno stato di schiavitù nei confronti della vittima, con il criminale che rimane in tale condizione di schiavitù fintanto che egli abbia rimediato al reclamo dell’uomo che ha offeso. [3]

Dobbiamo notare che l’enfasi della pena-restituzione è diametralmente opposta alla pratica corrente di pena. Ciò che avviene oggi è la seguente assurdità: A ruba 15000 $ a B. Il governo scova, sottopone a processo e condanna A, tutto a spese di B, come uno dei numerosi pagatori di tasse resi vittime in questo processo. Poi, il governo, invece di forzare A a ripagare B o lavorare ai lavori forzati finché quel debito non venga pagato, forza B, la vittima, a pagare le tasse per mantenere il criminale in prigione per un tempo di dieci o venti anni. In quale mondo questa è giustizia? La vittima non solo perde i suoi soldi, ma paga ulteriormente per il dubbioso brivido di catturare, condannare ed infine mantenere il criminale; ed il criminale è anche in questo caso reso schiavo, ma non per il buon fine di ricompensare la sua vittima.

L’idea della priorità della restituzione alla vittima ha grandi precedenti nella legge; infatti, è un antico principio di legge a cui è stato permesso di indebolirsi all’ingrandirsi dello Stato e del suo monopolio delle istituzioni di giustizia. Nell’Irlanda medievale, per esempio, un re non era il capo di Stato ma piuttosto un assicuratore contro il crimine; se qualcuno avesse commesso un crimine, la prima cosa che sarebbe successa sarebbe stato il pagamento da parte del re del benefit “assicurativo” alla vittima e, poi, egli avrebbe proceduto a forzare il criminale a rimborsarlo (avendo completamente derivato la restituzione alla compagnia assicurativa della vittima dall’idea di restituzione alla vittima).

In molte parti dell’America coloniale, che erano troppo povere per permettersi il dubbio lusso delle prigioni, il ladro era vincolato dalle corti alla sua vittima tramite un contratto, ed era obbligato a lavorare per la sua vittima fino a che il suo “debito” non fosse pagato. Questo non significa necessariamente che le prigioni scomparirebbero nella società libertaria, ma sicuramente cambierebbero drasticamente, dato che il loro obiettivo principale sarebbe di obbligare i criminali a fornire un risarcimento alle loro vittime. [4]

Di fatto, nel Medio Evo in generale, il risarcimento alla vittima era il concetto dominante di pena; solo quando lo Stato divenne più potente le autorità governative sconfinarono sempre più nel processo di risarcimento, confiscando una sempre più grande porzione della proprietà del criminale per loro stessi e lasciando sempre meno alla vittima sfortunata. Infatti, come l’enfasi si spostò dalla restituzione alla vittima, cioè dalla compensazione della vittima da parte del criminale, alla pena per presunti crimini commessi “contro lo Stato”, le pene pretese dallo Stato divennero sempre più severe. Come scrisse il criminologo dei primi anni del XX secolo, William Tallack:

Era primariamente dovuto alla violenta cupidigia dei baroni feudali e dei poteri ecclesiastici medievali il fatto che i diritti delle parti lese venissero gradualmente violati ed infine, su larga scala, fatti propri da quelle autorità, che pretendevano una doppia rivalsa. Una su colui che aveva arrecato l’offesa, accaparrandosi la sua proprietà per loro stessi invece che darla alla sua vittima e poi facendogli scontare una pena in sotterranei, con torture, impalandolo o mandandolo alla forca. Ma la vittima originale era praticamente ignorata.”

O, come ha riassunto il Professor Schafer: “Come lo Stato ha monopolizzato l’istituzione delle pene, così i diritti della parte lesa sono stati lentamente separati dalla legge penale.” [5]

Tuttavia, dopo una prima considerazione sulla pena, il risarcimento può difficilmente servire come criterio completo e sufficiente: se un uomo assale un altro, e non c’è alcun furto di proprietà, non c’è ovviamente alcun modo per il criminale di effettuare la restituzione. Nelle antiche forme di legge, erano spesso fissate tabelle per il risarcimento economico che il criminale avrebbe dovuto pagare alla vittima: una certa somma per un’aggressione, una cert’altra per la mutilazione, ecc. Ma tali tabelle sono chiaramente completamente arbitrarie e non hanno alcuna relazione con la natura del crimine stesso. Dobbiamo dunque ricorrere al punto di vista secondo cui il criterio deve essere il seguente: perdita di diritti da parte del criminale della stessa entità di quelli che egli ha sottratto.

Ma come dobbiamo calibrare la natura dell’entità? Torniamo al furto di 15000$. Anche qui, la semplice restituzione dei 15000$ è scarsamente sufficiente per coprire il crimine (anche se aggiungiamo danni, costi, interessi, ecc.). Innanzitutto, la mera perdita del denaro rubato ovviamente non ha alcuna funzione deterrente per crimini futuri dello stesso tipo (sebbene vedremo in séguito che la deterrenza di per sé è un criterio sbagliato per calibrare la pena).

Se, poi, diciamo che il criminale perde i suoi diritti in misura in cui ne toglie alla vittima, allora dobbiamo dire che il criminale non dovrebbe solo restituire i 15000$, ma che dovrebbe essere forzato a pagare alla vittima altri 15000$, così che egli, in cambio, perda quei diritti (di proprietà del valore di 15000$) che aveva preso dalla vittima. Nel caso di furto, dunque, dovremmo dire che il criminale deve pagare il doppio dell’entità del furto: una volta per restituire l’ammontare sottratto ed un’altra volta per la perdita di ciò di cui aveva privato un altro. [6]

Ma non abbiamo ancora finito di elaborare l’estensione della privazione di diritti coinvolta in un crimine. Innanzitutto, A non ha semplicemente rubato 15000$ a B, il che può essere rimediato ed una pena equivalente può essere imposta. Egli ha anche messo B in una condizione di paura ed incertezza, un’incertezza estesa fintanto che la privazione di B continui. Ma la pena imposta ad A è fissata in anticipo e certa, mettendo così A in una condizione di gran lunga migliore rispetto a quella in cui era la sua vittima originale. Così, affinché venga imposta una pena proporzionale dovremmo inoltre aggiungere più che il doppio per risarcire la vittima in qualche modo per gli aspetti legati all’incertezza e alla paura della sua particolare traversia [7]. È impossibile dire esattamente quale dovrebbe essere questo risarcimento extra, ma questo non assolve alcun sistema di pena razionale – includendo quello che si applicherebbe in una società libertaria – dal problema di risolverlo al meglio delle proprie possibilità.

Nella questione concernente un attacco fisico, dove la restituzione nemmeno si applica, possiamo di nuovo applicare il nostro criterio di pena proporzionale; cosicché se A viene picchiato da B in un certo modo, allora B ha il diritto di picchiare A (o farlo picchiare da un impiegato giudiziario) persino di più rispetto all’entità subita.

In questo caso, potrebbe essere introdotta la possibilità per il criminale di pagare una cauzione per non subire la pena, ma solo come contratto volontario con il querelante. Per esempio, supponiamo che A abbia picchiato gravemente B; B ora ha il diritto di picchiare A altrettanto gravemente, o un po’ di più, o di ingaggiare qualcuno o qualche organizzazione per eseguire il pestaggio per conto suo (che, in una società libertaria, potrebbero essere sceriffi assunti da corti private in competizione). Ma A, ovviamente, è libero di provare a comprarsi il suo buono uscita e pagare B per rinunciare al suo diritto di vedere il suo aggressore percosso.

La vittima, allora, ha il diritto di esigere la pena fino alla quantità proporzionale determinata dall’entità del crimine, ma è anche libera di permettere all’aggressore di comprare la sua rinuncia alla pena, o può anche perdonare parzialmente o completamente l’aggressore. Il livello proporzionale di pena fissa il diritto della vittima, il limite superiore ammesso per la pena; ma quanto o se la vittima decide di esercitare tale diritto spetta alla vittima stessa. Il Professor Armstrong la pone in questi termini:

Ci dovrebbe essere una proporzione tra la durezza del crimine e la durezza della pena. Essa fissa un limite superiore alla pena e suggerisce ciò che è dovuto. … La giustizia conferisce all’autorità appropriata [dal nostro punto di vista, alla vittima] il diritto di punire i delinquenti fino ad un certo limite, ma uno non è necessariamente ed invariabilmente obbligato a punire fino al limite imposto dalla giustizia. In modo simile, se presto denaro ad una persona, ho un diritto, secondo giustizia, di vederli tornare indietro, ma se decido di non prenderli indietro non ho fatto nulla di ingiusto. Non posso pretendere più di quanto mi sia dovuto, ma sono libero di pretendere meno, o persino nulla.” [8]

O, come afferma il Professor McCloskey: “Non ci comportiamo ingiustamente se, mossi da benevolenza, imponiamo meno rispetto a ciò che è richiesto dalla giustizia, ma c’è una grave ingiustizia se viene superata la pena meritata.” [9]

Molte persone, quando messe di fronte al sistema legale libertario, sono preoccupate da questo problema: a qualcuno sarebbe concesso “prendere la legge nelle sue mani”? Sarebbe permesso alla vittima, o ad un suo amico, di esercitare giustizia personalmente sul criminale?

La risposta è, ovviamente, sì, poiché tutti i diritti di pena derivano dal diritto della vittima di autodifesa. Comunque, nella società libertaria, puramente di libero mercato, la vittima troverà in genere più conveniente affidare il compito alla polizia o agli agenti giudiziari. [10]

Supponiamo, per esempio, che Hatfield1 uccida McCoy1. McCoy2, allora, decide di cercare ed uccidere Hatfield1 per conto suo. Questo va bene, a parte il fatto che, come nel caso della coercizione della polizia discussa nella precedente sezione, McCoy2 potrebbe dover affrontare la prospettiva di essere accusato di omicidio in una corte privata da Hatfield2. Il punto è che se le corti trovano che Hatfield1 era di fatto l’assassino, allora non succede niente a McCoy2 nel nostro schema se non la pubblica approvazione per la giustizia compiuta. Ma se risulta che non c’erano abbastanza prove per dichiarare colpevole Hatfield1 per l’omicidio iniziale, o se di fatto qualche altro Hatfield o qualche estraneo ha commesso il crimine, allora McCoy2 come nel caso delle invasioni della polizia menzionate poc’anzi, non può implorare alcuna sorta di immunità; egli così diventa un assassino soggetto ad essere giustiziato dalla corte alla richiesta ufficiale degli irati eredi di Hatfield1.

Dunque, proprio in una società libertaria, la polizia sarà molto attenta ad evitare invasioni nei diritti di qualsiasi sospettato a meno che non siano assolutamente convinti della sua colpa e siano disponibili a mettere i loro corpi in prima linea per questa convinzione, così anche poche persone “prenderanno la legge nelle loro mani” a meno che non siano convinti in modo simile. Inoltre, se Hatfield1 semplicemente percuote McCoy1, e se McCoy1, in cambio, lo uccide, anche questo metterebbe McCoy1 in condizione di essere punito come assassino. Così, l’inclinazione pressoché universale sarebbe di lasciare l’esecuzione della giustizia alle corti, le cui decisioni basate sulla regola delle prove, procedure di prova, ecc. simili a ciò che si può applicare ora, sarebbero accettate dalla società come oneste e come il meglio che si possa raggiungere. [11]

Tratto da The Ethics of Liberty di Murray N. Rothbard

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] Questo capitolo è apparso sostanzialmente nella stessa forma in “Punishment and Proportionality” di Murray N. Rothbard, in Assessing the Criminal: Restitution, Retribution, and the Legal Process, edizioni R. Barnett e J. Hagel (Cambridge, Mass,: Ballinger Publishing, 1977), pp. 259–70.

[2] Deve essere notato, comunque, che tutti i sistemi legali, che siano libertari o meno, devono elaborare una qualche teoria della pena, e che i sistemi esistenti sono almeno in uno stato tanto insoddisfacente quanto la teoria della pena libertaria.

[3] Significativamente, l’unica eccezione alla proibizione della servitù involontaria nel Tredicesimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti è la “messa in schiavitù” dei criminali: “Né la schiavitù né la servitù involontaria, eccezion fatta per il caso in cui sia la pena per un crimine del quale la parte dovrebbe essere stata debitamente condannata, dovrebbe esistere negli Stati Uniti, o in qualsiasi altro luogo soggetto alla loro giurisdizione.”

[4] Sui principi della restituzione e “composizione” (per cui il criminale compra la vittima) in legge, vedi Stephen Schafer, Restitution to Victims of Crime (Chicago: Quadrangle Books, 1960).

[5] William Tallack, Reparation to the Injured and the Rights of the Victims of Crime to Compensation (London, 1900), pp. 11–12; Schafer, Restitution to Victims of Crime, pp. 7–8.

[6] Questo principio del raddoppio della pena libertario è stato descritto sommariamente dal Professor Walter Block come il principio dei “due denti per un dente”.

[7] Sono in debito con il Professor Robert Nozick dell’Università di Harvard per avermi fatto notare questo problema.

[8] K.G. Armstrong, “The Retributivist Hits Back,” Mind (1961), ristampato in Stanley E. Grupp, ed., Theories of Punishment (Bloomington: Indiana University Press, 1971), pp. 35–36.

[9] Dovremmo aggiungere che il “noi” qui dovrebbe stare per la vittima del crimine particolare. H.J. McCloskey, “A Non-Utilitarian Approach to Punishment,” Inquiry (1965), ristampato in Gertrude Ezorsky, ed., Philosophical Perspectives on Punishment (Albany: State University of New York Press, 1972), p. 132.

[10] Dal nostro punto di vista, il sistema libertario non sarebbe compatibile con il monopolio statale delle agenzie di difesa, come la polizia e le corti, che dovrebbero invece essere privatamente in competizione. Ad ogni modo, siccome questo è un trattato etico, non possiamo qui sviscerare la pragmatica questione del come precisamente un tale sistema “anarco-capitalista” di polizia e corti potrebbe funzionare in pratica. Per una trattazione di questo argomento, vedi Murray N. Rothbard, For a New Liberty, rev. ed. (New York: Macmillan, 1978), pp. 215–41.

[11] Tutto questo rievoca il brillante e acuto sistema di pena per i burocrati governativi ideato dal grande libertario H.L. Mencken. In A Mencken Crestomathy (New York: Alfred A. Knopf, 1949), pp. 386–87, egli propone che ogni cittadino,

che abbia esaminato gli atti di un dipendente e lo abbia trovato inadempiente può punirlo istantaneamente e sul posto, ed in qualsiasi maniera che gli sembri appropriata e conveniente – e che in caso la pena coinvolga un danneggiamento fisico del dipendente, la derivante inchiesta della gran giuria o del medico legale dovrebbero limitarsi semplicemente a rispondere alla questione se il dipendente abbia meritato ciò che ha ricevuto. In altre parole, propongo che non dovrebbe più essere malum in se per un cittadino prendere a pugni, nerbate, calci, storpiare, tagliare, ferire, colpire, mutilare, bruciare, prendere a mazzate, bastonate, scorticare o addirittura linciare un dipendente, e che dovrebbe essere malum prohibitum solo nel momento in cui la pena ecceda ciò che il dipendente si merita. L’ammontare di questo eccesso, se ve ne è alcuno, può essere determinato molto opportunamente da una giuria popolare, come altre questioni di colpa sono oggi determinate. Il giudice, o il parlamentare, o un altro dipendente, una volta dimessi dall’ospedale – o il suo principale erede in caso sia perito – si reca di fronte ad una gran giuria e mostra reclamo, e, se viene trovato un capo d’accusa, viene selezionata una giuria popolare, e tutte le prove sono mostrate ad essa. Se questa decide che il dipendente merita la pena che gli è stata inflitta, il cittadino che l’ha inflitta è assolto con onore. Se, al contrario, essa decide che la pena è stata eccessiva, allora il cittadino è giudicato colpevole di aggressione, di aver creato scompiglio, di omicidio, o qualsiasi cosa sia, ad un livello ripartito in base alla differenza tra ciò che il dipendente meritava e ciò che ha ricevuto, e la pena per tale eccesso segue il corso usuale.

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Ascesa e declino della società: capitolo V

Lun, 29/09/2014 - 07:00

Quel che si ottiene facilmente,
si perde altrettanto facilmente.

 

Poco dopo essersi stabilito nella propria bottega, uno dei nostri pionieri andò a pescare tornando con più pesce di quanto sarebbe riuscito a mangiare, sorse così il problema di cosa farne. Il suo vicino di casa lo risolse esprimendo il desiderio di poterne entrare in possesso. Anche quest’ultimo disponeva in abbondanza di un qualcosa, a quanto pare patate, di cui il pescatore era a corto. O forse il coltivatore si aspettava un grande raccolto di patate e promise al pescatore che in tempo di raccolto ne avrebbe messe da parte alcune per lui. In ogni caso, era stato deciso uno scambio immediato o potenziale il cui effetto avrebbe arricchito i menu delle persone coinvolte nello scambio. Così, con l’incremento delle loro rispettive soddisfazioni, o salari, venne piantato il seme di Main Street.

Alcuni sostengono che la Società debba la propria origine all’istinto umano di socialità ma quest’ultima e la propensione allo scambio sono così strettamente intrecciati che è impossibile determinarne singolarmente il rapporto di causalità; quando poi si considera come la compagnia sia di per sé uno scambio, anche se non di tipo economico, fare una distinzione tra i due diventa privo di significato. Il mercato è l’anima della Società. L’uno non potrebbe esistere senza l’altro, ed entrambi devono la propria origine alla continua ricerca di una vita più piena. E’ il mercato che rende possibile la specializzazione, poiché è l’esercizio attraverso il quale l’abbondanza prodotta dallo specialista, non potendo soddisfare direttamente i suoi desideri, viene tradotta in mezzi capaci di soddisfarla. E non importa quanto sia grande la popolazione, quanto variegata la specializzazione, quanto intricata la tecnica del commercio: il mercato è semplicemente l’attività del cedere quanto si vuole di meno in cambio di ciò che si vuole di più.

Ciò che si vuole di meno per ciò che si vuole di più! Ogni scambio, dunque, ha origine dal desiderio: il desiderio del venditore ed il desiderio del compratore. Ciascuno è consapevole della necessità impellente di entrare in possesso della cosa offerta (situazione che di conseguenza porta a valutare inferiormente la cosa ceduta) e, quando lo scambio è concluso, queste esperienze puramente soggettive si concretizzano in un punto d’incontro che chiamiamo prezzo.[1] Prima del prezzo e dello scambio, tuttavia, viene la capacità umana di creare una vasta gamma di desideri. Ed è un processo psicologico a cui diamo il nome di valore.

Le speculazioni sulla natura del valore cercano spesso di imbrigliarlo dentro una formula di utilità, quantificando l’utilità di ciò a cui si rinuncia rispetto alla cosa che si acquista, ma la matematica è incapace di misurare la variabile sfuggente del desiderio umano. La ricchezza di una nazione viene misurata in miliardi; quanto valore associa alla ricchezza nazionale un cittadino affamato? I proprietari di obbligazioni e mutui danno un certo valore a questi contratti perché consentono loro di soddisfare i propri desideri, ma per il debitore rappresentano un disagio. Le cifre non possono esprimere la soddisfazione di una donna che entra in possesso di una lavatrice, o la repulsione verso questa di una “donna in carriera”. Il perché le persone vogliano qualcosa, perché valutino una stessa cosa diversamente nel tempo, perché preferiscano una cosa rispetto ad un’altra sono tutte domande che non possono trovare risposta nella matematica. Quando guardiamo alla radice del valore arriviamo ad uno dei tanti enigmi della vita. Eppure, come molti altri fenomeni che sfuggono ad un’analisi completa, il valore esercita una funzione abbastanza comprensibile e, in quanto tale, spiega il mercato per ciò che è: l’alter ego della Società.

L’essenza del valore è la capacità umana di misurare l’intensità del desiderio. Quando i due pionieri hanno barattato le cose che avevano in abbondanza, i loro desideri erano limitati al necessario. Quando l’aumento della popolazione permette una maggiore suddivisione del lavoro, e quindi una maggiore varietà di beni e servizi, il problema di valutare i desideri e di esercitare la propria volontà a favore di questa o quella soddisfazione diviene anch’esso più intricato. Quando la scelta era limitata all’alternativa tra una pelle di orso e l’andare nudi, il problema delle vesti è prontamente risolto. Ora però la questione riguarda la scelta tra un abito a due e tre bottoni, tra il blu ed il grigio, per non parlare della qualità della lavorazione o delle dimensioni; inoltre la società ha introdotto un nuovo tipo di influenza sulla valutazione, quella dell’opinione pubblica, e di conseguenza lo stile ha assunto un ruolo cruciale. Prima del problema legato all’abbigliamento, deve esse presa una decisione tra l’abbigliamento stesso e la bardatura per il cavallo o una serie di libri per i propri figli. I desideri sono molti. Nell’ordine naturale delle cose, cosa ci spinge verso una decisione a favore di una gratificazione rispetto ad un’altra? Come si misura l’intensità del desiderio? La risposta che l’uomo dà a questa domanda è un rapporto tra variabili: prendendo in considerazione fattori come inclinazione, ambiente e necessità, sarà preferita quella gratificazione che produrrà più soddisfazione secondo il nostro giudizio e che sarà raggiunta in cambio del minimo sforzo. Sta infatti scritto nel libro della vita che il costo di ogni “bene” sia quella cosa indesiderabile chiamata sforzo.

Così il lavoro, in contrapposizione al desiderio, è il determinante ultimo del valore. Teniamo a mente, tuttavia, che non è il lavoro investito nella produzione del “bene” a stabilirne il valore — né il “costo di produzione” — ma piuttosto il lavoro che si deve svolgere per entrarvi in possesso.[2] Il pescatore non è inconsapevole dello sforzo necessario per ottenere il pesce, sforzo che invece avrebbe potuto impiegare per coltivare le patate, laddove l’altro pioniere sa quanto tempo ha investito nei propri tuberi. Questa consapevolezza del costo del lavoro influisce molto sulle loro rispettive valutazioni in relazione alle cose offerte nello scambio, pertanto il costo di produzione (o il costo di riproduzione) tende ad approssimare il prezzo della gratificazione.

Non servirebbe ai fini di questo saggio — che è interessato alle forze economiche alla base delle istituzioni sociali — approfondire la teoria, o le teorie, del valore e dei prezzi. È sufficiente ricordare che, non fosse per questa capacità umana di fare valutazioni, non esisterebbe il mercato e se non esistesse più il mercato non esisterebbe manco la Società. Nonostante tutto il pensiero recondito posto in questo argomento, non esiste definizione di valore più definitiva di quella che recita: “Ciò che si ottiene facilmente, lo si perde altrettando facilmente”. Ciò che si acquisisce con poco sforzo lo si cede con poca riluttanza se in questo modo si può entrare in possesso di qualcosa di voluto; d’altra parte, se ottenere un paio di scarpe richiedesse l’impiego di un mese di lavoro, entrerebbe in gioco un’influenza inibitoria e forse le vecchie scarpe tornerebbero utili per un periodo di tempo più lungo. È questa interazione di due forze psicologiche — intensità del desiderio ed avversione al lavoro — a rappresentare l’essenza del valore ed ogni tentativo di ridurlo ad una formula matematica sarebbe futile poiché richiederebbe una comprensione onniscente dei meccanismi interni di ogni individuo, in ogni circostanza. Quando viene terminato uno scambio le forze psicologiche si acquietano e questo atto oggettivo è un fatto storico misurabile; cioè, il prezzo pattuito ci dice qualcosa su quello che l’acquirente e il venditore hanno pensato prima che avesse luogo lo scambio. Non c’è modo di misurare le loro esperienze emotive precedenti ed anche dopo che è stato terminato lo scambio, non si può dire con certezza che verrà ripetuto. La determinazione del valore futuro si basa in gran parte sulle congetture, ecco perché esistono i saldi di fine stagione.

Questa impossibilità di fissare i valori futuri è la roccia su cui si fonda la “pianificazione economica”. Non solo il pianificatore è privo di dati su cui basare le proprie prognosi, ma nemmeno chi subisce la pianificazione può forniglieli: nessuno può predire con certezza cosa vorrà in futuro o quanto lo vorrà, poiché nessuno può prevedere le influenze che determineranno le proprie decisioni. Oggi si può essere ansiosi di possedere un cappello, domani ci si potrebbe convincere che quel copricapo provochi la caduta dei capelli, decidendo quindi di farne a meno; oppure che la riparazione del tetto sia un bisogno più pressante rispetto all’automobile dei nostri sogni; oppure una diminuzione del reddito potrebbe costringerci a rivalutare i nostri desideri. La variabilità delle scelte rende più precarie le previsioni, i produttori lo sanno bene. Il meglio che il progettista possa fare è prevedere i desideri “medi” sulla base delle esperienze passate, ma ciò elimina necessariamente i desideri della minoranza dell’anno precedente, minoranza che quest’anno potrebbero diventare la maggioranza.

Di fronte a questo problema, il “pianificatore economico” deve ricorrere alla costrizione, alla limitazione di scelta, allo strangolamento della fantasia. Il pianificatore si impegna a prescrivere ciò che l’individuo dovrebbe desiderare e lo fa in base alla propria convinzione di sapere meglio ciò che è “bene” per l’individuo. Poiché è sul mercato che si esprime la variabilità della scelta, attraverso il prezzo, la presunzione del pianificatore lo porta a tentare di pilotare il consumo mediante il controllo sui prezzi, ma questi non sono controllabili proprio perché i desideri non sono controllabili. L’ostacolo alla libera scelta che impone il pianificatore agisce come una diga su un fiume; l’acqua non smette di scorrere ma o trabocca dalla diga o si espande formando un lago. Il controllo sui prezzi non mette un freno a ciò che si vuole e si compra; crea semplicemente quello che la propaganda chiama “mercato nero,” il quale in realtà rappresenta il vero mercato, un po’ distorto ma comunque vero. Può essere illegale ma è altamente morale, perché nasce dal diritto dell’individuo su se stesso, sul prodotto delle proprie fatiche e sul perseguimento della felicità (che è l’essenza della vita).

Poiché risulta impossibile il controllo sul consumo mediante prezzi fissi, il pianificatore passa ad ostacolare la specializzazione produttiva. Cioè, si impegna a desocializzare la Società. Come abbiamo visto, gli uomini si incontrano e collaborano per il miglioramento della propria condizione — per aumentare il loro livello salariale comune — e realizzano questo scopo attraverso la specializzazione; qualsiasi tentativo di distorcere la specializzazione è quindi innaturale e regressivo: nella misura in cui il pianificatore riuscirà in questo compito, tenderà a rompere l’integrazione o a ritardarne la crescita. Come conseguenza, gli individui dovranno tirare avanti con meno e, non essendo ciò nella natura dell’uomo, per contrastare tale spinta interiore il pianificatore ricorrerà alla violenza. In ultima analisi la “pianificazione economica” poggia sull’epurazione. Da cosa? Dagli impulsi su cui è costruita la Società. Il “pianificatore economico” non controlla i prezzi o la produzione: controlla gli uomini.

Il valore è un’esperienza profondamente umana, ed è individuale. Non c’è modo per l’individuo di trasferire i propri concetti di valore a qualcun altro; non vi è modo di collettivizzare il valore. E’ un rapporto tra l’intensità del desiderio e l’avversione al lavoro, e può essere paragonato ad un’unità di misura su cui è tarata la stima con cui l’uomo impiega le proprie energie. E’ l’enunciazione economica della sua autostima. Quando una grande offerta di cose di cui vive riduce la quantità di lavoro con cui può acquisirle, la sua autostima ne trae giovamento; l’energia risparmiata diventa investibile in un ulteriore miglioramento delle sue condizioni. Il suo orizzonte si espande: può permettersi di pensare a Beethoven ed al baseball per via della facilità con cui può soddisfare i suoi desideri primari. Un’abbondanza generale, quindi, è sinonimo di prezzi bassi e di un orizzonte della vita allargato. Al contrario, prezzi alti causati da una scarsità di beni significano più energia spesa per soddisfare le proprie esigenze; il valore dello sforzo umano è diminuito. Più le cose costano meno, più l’uomo è ricco.[3]

Quindi è attraverso la produzione e l’abbondanza che l’uomo aumenta il livello salariale e la sua autostima. La ricerca della felicità è favorita dalla facilità con cui può acquisire soddisfazioni ed è ostacolato dalle difficoltà presentate dalla natura o dalle istituzioni artificiali. Tra i dispositivi che consentono di facilitare il lavoro, e di conseguenza lo scambio, c’è il denaro: esso è la prova che sia stato prodotto qualcosa di un certo valore e, per consuetudine e consenso comune, è accettato come un credito nei confronti della produzione di un valore paragonabile. È quella merce che, nella zona in cui è generalmente riconosciuto il suo valore, risulta scambiabile con tutte le altre ovviando così all’obsoleto baratto. Tuttavia, in sé non ha nessun valore, se non come metallo o carta, ed è apprezzato perché accettato sul mercato come prova che siano stati resi disponibili beni o servizi, che l’abbondanza generale sia stata aumentata dal lavoro. In ultima analisi, il denaro è dato in cambio di servizi offerti e per questa ragione è divenuto importante come misura di valore, nonostante il fatto che l’unità di misura non possa mai sostituirsi ai beni misurati ed il denaro non equivalga alla produzione.

L’ampia accettazione della misurazione del valore suggerisce al “pianificatore economico” che può controllare il consumo e regolare la produzione manipolando questa unità di misura. Portando surrettiziamente lo standard da 36 a 33 centimetri egli induce l’acquirente a illudersi di aver acquisito più beni, ma questo trucco non ha affatto prodotto più beni e l’acquirente scopre ben presto come la tela acquistata non sia sufficiente per gli abiti che intendeva cucire: è stato infatti truffato. Come risultato di questa esperienza, la sua stima del denaro diminuisce: ne chiederà di più in cambio del proprio lavoro e questo è tutto quanto il “pianificatore economico” ha raggiunto con la propria contraffazione: non controlla il consumo né regola la produzione. Fino a quando l’inganno non viene scoperto, la Società è derubata di una parte della sua produzione ma la rapina, quando scoperta, indebolisce la fiducia nel mercato, scoraggia la produzione (e quindi il consumo), fino a quando la Società non insiste sulla correzione del torto subito. L’effetto netto dell’inflazione, della svalutazione del denaro, è quello di ritardare la ricerca della felicità.

In sintesi, la forza motrice della Società è la capacità umana di valutare i desideri e operare scelte. Se non fosse per questi fenomeni, il mercato non sarebbe mai esistito, l’abbondanza della specializzazione risulterebbe impossibile e l’uomo sarebbe ridotto a vivere di quel che trova in natura, come gli altri animali. Nessun altro animale dà prova di una coscienza dei desideri paragonabile a quella dell’uomo. Nessun altro animale mostra una capacità di misurare un desiderio rispetto ad un altro o di agire in base alle decisioni risultanti da un simile ragionamento rinunciando deliberatamente al possesso di una cosa allo scopo di acquisirne un’altra maggiormente desiderata. Nessun altro animale opera scambi. D’altra parte, questo potenziale pervade l’esistenza stessa dell’uomo e a stento potrebbe esistere senza una percezione riguardante il valore. Dalla culla alla tomba, l’uomo opera sempre discriminazioni sulla desiderabilità: giocare con questo o quel giocattolo, studiare legge o medicina, mangiare pesce o pollame, indossare un cappello rosso o bianco: quale tra queste preferisce? Cosa gli darà la soddisfazione più grande al prezzo del minor disagio, prendendo in considerazione tutte le influenze del caso? Anche quando risponde “Non m’importa” — con una certa auto-abnegazione — viene costantemente chiamato a prendere decisioni a supporto di questa scelta.

Se le decisioni di un uomo siane giuste o sbagliate, se pensa che qualcosa di desiderabile sia in effetti più dannoso oppure alla fine gli fornirà un rendimento insufficiente per la quantità di sforzo investita, è qualcosa che va al di là della presente analisi. L’ignoranza influenza senza dubbio il suo giudizio e giocano la loro parte anche le limitazioni poste su di lui dalle circostanze e dall’ereditarietà. Ciò non toglie che la sua vita sia costituita da una sequenza di scelte, che il valore sia la sua guida costante nella ricerca di un’esistenza migliore e più piena.

Dovremmo concludere che la sua appartenenza alla Società non sia una questione di scelte, ma un evento miracoloso? Fu il destino o un semplice impulso animale a spingere il secondo pioniere a diventare vicino di casa del primo? Oppure un giudizio basato su una certa percezione del valore? Dal punto di vista della scienza politica, e tenendo a mente la validità etica della coercizione politica, la domanda è: la Società scaturisce dalla volontà dell’uomo o dalla volontà di Dio?

Quando consideriamo i vantaggi della cooperazione, di cui l’uomo è giudice, chiamare in causa l’intenzione divina è gratuito e forse malizioso. L’uomo è il miracolo, ma le sue istituzioni sono del tutto razionali. La Società è nata quando l’uomo è incappato nei benefici della specializzazione e del commercio. Questo non vuol dire che sia entrato a far parte della Società contrattualmente, proprio come si potrebbe entrare a far parte di un club; ma è piuttosto la sua volontà di vivere a spingerlo a partecipare ai benefici del mercato, è il suo senso del valore a trasformare un branco di individui in un gruppo cooperante.

 

(Vai al Capitolo IV)
(Vai al Capitolo III)
(Vai al Capitolo II)
(Vai al Capitolo I)
(Vai all’Introduzione)

 

NOTE:
[1] Se questo fosse un libro di economia, sarebbe necessario entrare in una discussione sulla moneta. Tuttavia, ciò esula dal campo di applicazione della presente analisi. Né verrà pienamente analizzato il concetto di valore, a cui questo capitolo è dedicato, come uno studente di economia si potrebbe aspettare: verrà trattato solo come una nota esplicativa sulle istituzioni sociali e politiche.
[2] La teoria secondo cui il valore di una cosa sia determinato dal lavoro speso fa acqua quando riflettiamo sulle cose di valore che non possono essere prodotte — che non hanno un “costo di produzione” — come le spiagge, i brevetti, i privilegi di monopolio ed i cimeli di famiglia.
[3] Facciamo un esempio esplicativo: un venditore offre un costoso capo di biancheria intima ad un agricoltore del Sud Dakota. Siamo nell’autunno del 1934, quando il lavoro rendeva poco. Il potenziale acquirente resta silente mentre il negoziante si fa sempre più loquace. Quest’ultimo cerca di chiudere l’affare e dice: “Cosa ne pensi John?”. E John risponde: “Sto pensando a quanta lana dovrò rinunciare per questo capo di biancheria”. Stava semplicemente soppesando il desiderio di un maggiore comfort con il costo in termini di lavoro. Forse stava soppesando il proprio desiderio di un maggiore comfort con la necessità della sua famiglia di mangiare. Dato che stiamo parlando di esseri umani, era coinvolto il suo concetto di valore.

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Azione interpersonale: violenza.

Ven, 26/09/2014 - 07:00

Estratto da: Man, Economy and State, with Power and Market, cap. II, par 1.

* * *

L’analisi nel capitolo 1 si è basata sulle implicazioni logiche dell’azione ed i suoi risultati valgono per tutte le azioni umane. L’applicazione di tali principi è stata limitata, invece, “all’economia di Crusoe” dove le azioni degli individui isolati sono considerate come a sé stanti poiché non vi è interazione tra le persone. Così l’analisi potrebbe essere facilmente e direttamente applicata al numero n di Crusoe isolati su n isole o altre aree isolate. Il compito successivo è quello di applicare ed estendere l’analisi per considerare le interazioni tra i singoli esseri umani.

Supponiamo che Crusoe alla fine scopra che un altro individuo, diciamo Jackson, ha vissuto un’esistenza isolata all’altra estremità dell’isola. Che tipo di interazione potrà mai avvenire tra loro? Un tipo di azione è la violenza: Crusoe può sentire un odio vigoroso verso Jackson e decidere di ucciderlo o altrimenti ferirlo. In questo caso Crusoe porrebbe fine alla sua esistenza, cioè assassinare Jackson, commettendo violenza; oppure potrebbe decidere di voler espropriare la casa di Jackson e la sua collezione di pellicce, uccidendo quindi Jackson per raggiungere questo fine. In entrambi i casi il risultato è un guadagno di Crusoe in soddisfazione, a spese di Jackson che, a dir poco, subisce una grande perdita psichica. Ciò è fondamentalmente  simile all’azione basata su una minaccia di violenza o intimidazione: Crusoe potrebbe infatti minacciare Jackson con un coltello e derubarlo delle pellicce e  scorte accumulate. Entrambi gli esempi sono casi di azione violenta e coinvolgono il guadagno di uno a danno dell’altro.

I seguenti fattori, singolarmente o in combinazione, potrebbero operare per indurre Crusoe (o Jackson) ad astenersi da qualsiasi azione violenta contro l’altro:

1. il ritenere che l’uso della violenza nei confronti di qualsiasi altro essere umano sia immorale, cioè che l’astenenersi dalla violenza contro un’altra persona sia uno scopo esso stesso, il cui posto nella propria scala di valori sia superiore a quello di eventuali vantaggi sotto forma di capitali o beni di consumo ottenibili con la violenza.
2. Il decidere che un’azione violenta potrebbe anche stabilire uno scomodo precedente, spingendo l’altra persona a prendere le armi a propria volta, invertendo i ruoli. Dando inizio ad un tipo di azione dove uno guadagna a scapito dell’altro, si dovrà necessariamente contemplare la possibilità di uscirne sconfitti.
3. Pur intuendo che un’azione violenta avrà come esito una vittoria contro l’altro, i “costi della guerra” potrebbero superare il guadagno netto. Così, la spesa di tempo ed energie per la lotta (la guerra può essere definita come l’azione violenta utilizzata da due o più avversari), per l’accumulo di armi (beni strumentali per usi bellici), ecc., potrebbe, in prospettiva, superare i benefici del bottino conquistato.
4. Anche sentendosi ragionevolmente certo della vittoria, e valutando i costi del combattimento come inferiori all’utilità del bottino, il vantaggio di breve periodo potrebbe essere superato dalle perdite di lungo periodo. La conquista delle pellicce e della casa di Jackson potrebbe infatti aumentare per qualche tempo la soddisfazione di Crusoe successiva al “periodo di produzione” (preparazione per la guerra più tempo speso combattendo) ma, trascorso questo lasso, l’edificio cadrà in rovina e le  pellicce diventeranno inutilizzabili. Crusoe potrebbe quindi concludere che, con l’uccisione di Jackson, ha perso definitivamente molti servizi che la sopravvivenza di Jackson avrebbero potuto fornire: ad esempio la sua compagnia o svariati tipi di beni di consumo o capitali. Come Jackson avrebbe potuto servire Crusoe senza ricorrere alla violenza sarà indicato più avanti ma, in ogni caso, Crusoe potrebbe astenersi dal ricorrere alla violenza stimando superiori i costi delle conseguenze di lungo periodo rispetto ai guadagni attesi nel breve periodo. D’altra parte, la sua preferenza temporale potrebbe essere così elevata da fargli ignorare le perdite di lungo periodo rispetto ai guadagni di breve periodo.

E’ possibile che Crusoe inizi un’azione violenta senza prendere in considerazione i costi della guerra o le conseguenze di lungo periodo: in tal caso la sua azione si rivelerà errata, cioè i mezzi usati non sarebbero i più appropriati per massimizzare il suo beneficio psichico.

Invece di uccidere l’avversario Crusoe potrebbe trovare più utile schiavizzarlo e, sotto costante minaccia di violenza, costringere Jackson a lavorare per soddisfare i bisogni di Crusoe invece dei propri.[1] In regine di schiavitù il padrone tratta gli schiavi come bestiame (cavalli ed altri animali), usandoli come fattori di produzione per soddisfare i propri bisogni e provvedendo al loro nutrimento, riparo, ecc., quanto basta per poter continuare a fare il padrone. E’ vero che lo schiavo accetta questo accordo, ma solo come risultato di una scelta tra il lavorare per il padrone e l’essere punito attraverso la violenza. Lavorare in queste condizioni è qualitativamente diverso dal non lavorare sotto minaccia di violenza e potrebbe essere definito come lavoro obbligatorio rispetto al lavoro libero o volontario. Quand’anche Jackson accettasse di lavorare come uno schiavo agli ordini di Crusoe, ciò non significherebbe che Jackson sia un sostenitore entusiasta della propria schiavitù, ma semplicemente che Jackson non crede che la rivolta contro il padrone migliorerebbe la propria condizione, a causa dei costi della rivolta in termini di possibile violenza inflitta, del lavoro di preparazione e della lotta, ecc.

La tesi secondo cui lo schiavo potrebbe essere un entusiasta sostenitore del sistema schiavistico per via del cibo ed altri servizi forniti dal padrone ignora il fatto che, in questo caso, la violenza e la minaccia di violenza da parte del padrone non sarebbero necessarie. Jackson si metterebbe volontariamente al servizio di Crusoe e questa condizione non sarebbe di schiavitù ma piuttosto qualcosa d’altro di cui tratteremo nel capitolo seguente.[2] [3] E’ chiaro come la condizione dello schiavo sia sempre peggiore di quella in assenza di minaccia di violenza da parte del padrone.

La relazione interpersonale in regime di schiavitù è conosciuta come egemonica.[4] La relazione è una di comando ed obbedienza, col primo imposto tramite minaccia di violenza. Il padrone utilizza gli schiavi come strumenti, in quanto fattori di produzione, per gratificare i propri bisogni. Così la schiavitù, o egemonia, è definita come un sistema in cui si deve lavorare agli ordini di un altro sotto minaccia di violenza. In una condizione egemonica l’uomo che obbedisce, cioé lo “schiavo,” il “servo della gleba” o il “subordinato” ha solo una scelta tra due alternative:

1. sottomettersi al padrone o al “dittatore”; oppure
2. ribellarsi al regime tramite violenza o rifiutandosi di obbedire agli ordini.

Scegliendo la prima si inchinerà al sovrano egemone e a tutte le sue decisioni e azioni. In questo caso il subordinato opererà una sola scelta, quella iniziale di obbedire al padrone, mentre tutte le sucessive saranno prese dal padrone. Il subordinato agisce come fattore di produzione passivo ad uso del padrone. Dopo tale scelta (irreversibile) da parte schiavo, questi si impegna nel lavoro coatto o obbligatorio e solo il dittatore è libero di scegliere ed agire.

La ribellione violenta può invece provocare i seguenti sviluppi:
a. combattimenti inconcludenti, senza vincitori né vinti, con una guerra che si trascina ad intermittenza per un lungo periodo di tempo, oppure cessazione delle ostilità con ristabilimento della pace (assenza di guerra);
b. il vincitore uccide lo sconfitto, nel qual caso non vi sarà più alcuna azione interpersonale tra le due parti;
c. il vincitore può semplicemente derubare lo sconfitto e andarsene, tornare all’isolamento, magari ricorrendo ad incursioni violente intermittenti; oppure
d. il vincitore può stabilire una tirannia egemonica sullo sconfitto, minacciandolo con la violenza.

Con (a) l’azione violenta si rivela fallimentare ed erronea; con (b) non vi sarà più alcuna interazione interpersonale; con (c) vi è un’alternanza tra rapina e isolamento; con (d) si stabilisce un legame egemonico continuo.

Tra questi risultati, solo con (d) viene costituita una relazione interpersonale costante. Queste relazioni sono di tipo coercitivo e coinvolgono i seguenti “scambi” obbligati: gli schiavi sono trattati come fattori di produzione in cambio di provviste alimentari od altro; i padroni acquistano fattori di produzione ed in cambio si impegnano a fornire sussistenza. Qualsiasi modello di scambi interpersonali costanti è definito società ed è chiaro come una società venga stabilita solo con il risultato (d).[5] Nel caso della riduzione in schiavitù di Jackson, la società costituita è una totalmente egemone.

Il termine “società” denota quindi un modello di scambi interpersonali tra gli esseri umani. E’ ovviamente assurdo trattare la “società” come qualcosa di “reale”, provvista di una forza a sé stante. Qualunque società è vuota di qualunque realtà diversa da quella degli individui che la compongono e le cui azioni determinano il tipo di modello sociale che verrà stabilito.

Abbiamo visto nel Capitolo 1 come ogni azione rappresenti uno scambio; possiamo ora dividere gli scambi in due categorie. La prima comprende quello autistico, estraneo cioé a qualunque forma di scambio interpersonale di servizi: tutti gli scambi isolati di Crusoe erano di tipo autistico. Dall’altra parte, l’esempio della schiavitù comporta uno scambio interpersonale in cui ciascuno cede alcune merci al fine di acquisirne altre dalla controparte. In questa forma di scambio obbligatorio, tuttavia, solo i padroni beneficiano in quanto unici ad agire per libera scelta: dovendo questi imporsi tramite minaccia di violenza per indurre la vittima ad effettuare lo scambio, è chiaro come quest’ultima ci perda. Il padrone usa il sottoposto come fattore di produzione verso l’ottenimento di un profitto a danno del secondo, e questo rapporto egemonico può essere chiamato sfruttamento. In regime di scambio egemonico il padrone sfrutta il sottoposto a proprio vantaggio.[6]

 

NOTE:

[1] Per una discussione sul passaggio da omicidio a schiavitù, cf. Franz Oppenheimer, The State (New York: Vanguard Press, 1914, reprinted 1928), pp. 55–70 and passim.
[2] E’ vero che l’uomo, in quanto tale, non può assolutamente garantire ad un altro uomo un servizio per tutta la vita nell’ambito di un accordo volontario. Così Jackson, in quel momento, potrebbe accettare di lavorare a vita sotto la direzione di Crusoe in cambio di cibo, vestiti, etc. ma non può garantire che in futuro non cambierà idea e decida di andarsene. In questo senso, la persona e la sua volontà sono “inalienabili”, cioè non possono essere ceduti a qualcun altro lungo un qualunque lasso di tempo futuro.
[3] Tale organizzazione non è una garanzia di “sicurezza” degli approvvigionamenti, poiché nessuno può garantire una costante fornitura di tali beni. Invece, significa semplicemente che A ritiene B più in grado di fornire un’offerta di questi beni.
[4] Cf. Mises, Azione Umana, pp. 196–99, e per un paragone tra schiavi ed animali, ibid., pp. 624–30.
[5] Non vi è qui, naturalmente, alcun giudizio di merito concernente il fatto che tale tipo di società, o il suo sviluppo, sia evento positivo, negativo o indifferente.
[6] Questo sistema è stato talvolta chiamato “cooperazione obbligatoria,” ma qui si preferisce riservare il termine “cooperazione” alle scelte volontarie.

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Capitalismo vs razzismo – II parte

Mer, 24/09/2014 - 07:00

Seconda parte di due della traduzione del brano Equal Pay for Equal Work: Capitalism vs. Racism, tratto dal volume Capitalism di George Reisman, capitolo VI, parte 1, paragrafo 4. In modo analogo al caso dei salari, qui Reisman concentra la propria logica sul caso degli affitti, traendo analoghe conclusioni rispetto a quello precedente.

* * *

 

Affitti

Il principio di “uniformità dei profitti” comporta che oltre ad un eguale remunerazione per un eguale lavoro, il sistema capitalista operi per rifornire equamente i membri di ciascun gruppo nella loro qualità di consumatori. A dimostrazione di questo fatto ipotizzate che le persone di colore debbano pagare mensilmente affitti di appena il 5% più alti di quelli dei bianchi, mentre i costi del padrone di casa siano gli stessi. Questo sovraprezzo del 5% costituirebbe un’aggiunta importante ai profitti del padrone di casa: se il profitto di quest’ultimo – inteso come percentuale sull’affitto –  fosse normalmente del 10%, un affitto maggiorato del 5% comporterebbe un extra profitto del 50%. Con un margine di profitto del 25%, invece,una maggiorazione d’affitto del 5% gli renderebbe un extra profitto del 20%.

In risposta a questi extra profitti, la costruzione di alloggi per persone di colore aumenterebbe e una maggiore percentuale delle abitazioni esistenti sarebbe loro affittata. Ovvio effetto dell’aumentata offerta di alloggi sarebbe la riduzione di quel sovraprezzo pagato dalle persone di colore, e poiché anche un mero 1% di sovraprezzo significherebbe importanti extra profitti nel mercato degli alloggi per persone di colore, persino un sovraprezzo di tale piccola misura non potrebbe essere mantenuto. In definitiva, le persone di colore non pagherebbero affitti più alti dei bianchi e otterrebbero alloggi qualitativamente uguali a quelli dei bianchi.

Allo stesso modo, ipotizzate che i commercianti nei quartieri neri facciano pagare prezzi più alti rispetto a quelli degli stessi beni venduti altrove, laddove i costi da loro incorsi siano ovunque i medesimi: in questo caso i prezzi più alti comporterebbero chiaramente un extra profitto. Di conseguenza, quei commercianti che stiano valutando dove collocare nuovi negozi sceglierebbero i quartieri delle persone di colore. La concorrenza di nuovi negozi, certamente, ridurrebbe i prezzi di vendita in questi quartieri e il processo andrebbe avanti finché i prezzi e i profitti da ottenere in quei quartieri non sarebbero più alti che altrove. Purtroppo oggi accade spesso sia che i prezzi al dettaglio nei quartieri delle persone di colore siano sostanzialmente più alti di quelli pagati per lo stesso bene nei quartieri dei bianchi sia che, contemporaneamente, i commercianti stiano abbandonando i primi piuttosto che affluirvi. Questa situazione è il risultato dell’esistenza di altri costi legati all’operare nei quartieri neri – causati da fenomeni quali il più alto tasso di effrazioni, piccoli furti e incendi dolosi – associati in molti casi all’incapacità di alzare i prezzi tanto da coprire i maggiori costi, incapacità derivante dal fatto che il rialzo di prezzo è limitato dalla concorrenza dei negozi nell’area circostante. L’ovvia soluzione consiste nel ridurre il tasso di crimini. (Nonostante tutta la retorica volta a sostenere il contrario, l’interesse economico della persona di colore media è affine a quello del commerciante che la rifornisce, non a quello del criminale che impoverisce e danneggia il commerciante.)

 

Conclusioni

Inoltre, nel sistema capitalista la segregazione razziale scomparirebbe, anche se sarebbe legalmente permessa nella proprietà privata. Scomparirebbe perché è fondamentalmente incompatibile con i requisiti dello scopo di lucro e perché è irrazionale.

L’imprenditore alla ricerca del profitto dipende vitalmente dal patrocinio dei clienti. Questa dipendenza è espressa in quei detti popolari come “il cliente è il re” e “il cliente ha sempre ragione.” Le persone di colore sono clienti e, mano a mano che si elevano economicamente, saranno clienti sempre più importanti. È assurdo credere che gli imprenditori vogliano perdere clienti negando loro l’accesso ai propri locali o umiliandoli con richieste quali una distinta e separata fontana per bere. La voglia di profitto dell’imprenditore gli farà mettere da parte tutta questa cattiveria. Non importa che ad egli personalmente possano non piacere le persone di colore. Tutto ciò che gli deve piacere è il loro denaro: la concorrenza con altri imprenditori per il patrocinio delle persone di colore farà il resto.

Potrebbe essere obiettato come, nonostante la volontà degli imprenditori di abolire la segregazione quando ciò sia profittevole, gli atteggiamenti dei clienti bianchi potrebbero impedire che tale azione sia profittevole. Ad esempio: non sarebbe ovviamente profittevole guadagnare 5 poveri clienti di colore e perdere 10 buoni clienti bianchi come risultato della desegregazione.

Casi come questo potrebbero sì esistere, in luoghi come il profondo Sud (degli U.S.A.) delle precedenti generazioni, ma solo in ambienti in progressiva riduzione. Anche nel profondo Sud del passato c’erano molti bianchi che auspicavano davvero un eguale trattamento per le persone di colore, e molti di più che non lo contrastavano abbastanza da revocare il proprio patrocinio alle imprese che avessero operato la desegregazione. Di conseguenza, in assenza di intervento governativo e della minaccia di violenza privata autorizzata dai governi locali,molti imprenditori nel Sud avrebbero riscontrato che, anche perdendo alcuni clienti bianchi tramite la desegregazione, essi non avrebbero mai perso tutti i clienti e avrebbero ottenuto più clienti di colore rispetto a quelli bianchi perduti. Ciò sarebbe certamente accaduto in aree densamente popolate- come città o grandi centri – e con percentuale di persone di colore piuttosto elevata. In zone come queste un imprenditore che operasse una desegregazione avrebbe potuto contare su un mercato di clienti di colore abbastanza grande da compensare più che adeguatamente la perdita di clienti bianchi. Per esempio, immaginate un grosso rivenditore al dettaglio, come Sears, in una città del Sud dove ci fossero altri due negozi simili. Se questo negozio abolisse la segregazione, non perderebbe certamente tutti i propri clienti bianchi: non molti bianchi del Sud erano tanto intolleranti da rifiutarsi di fare acquisti solo perché il negozio non umiliava più le persone di colore. La desegregazione, d’altra parte, permetterebbe a questo negozio di ottenere un grande numero di clienti di colore provenienti dagli altri due negozi, poiché essi accorrerebbero lì dove sono trattati come esseri umani. La desegregazione sarebbe stata perciò profittevole per questo negozio.

Questa dinamica si sarebbe ripetuta in tutto il Sud. Praticamente dal primo giorno di libertà sia dall’intervento governativo che dall’autorizzazione di questo all’uso di violenza privata, altri negozi, ristoranti, hotel e le più diverse imprese avrebbero abbandonato volontariamente la segregazione. L’esistenza di queste aziende avrebbe operato per il cambiamento degli atteggiamenti anche di quei bianchi che inizialmente rifiutavano di trattare con loro. Essi avrebbero aperto gli occhi sul fatto che gli altri non fossero contaminati dal contatto con le persone di colore e che neanche loro lo sarebbero stati. Perciò, col passare del tempo, sempre meno bianchi sarebbero stati pronti ad allontanare i propri affari dalle aziende che avevano operato la desegregazione. Il risultato sarebbe stato che gli imprenditori avrebbero avuto sempre meno da perdere realizzando la desegregazione e la crescente capacità di guadagno delle persone di colore, unita al crescente potere d’acquisto, avrebbe portato loro sempre più guadagni. Alla fine, la segregazione sarebbe stata considerata come qualcosa di eccentrico e avrebbe cessato di esistere completamente.

In questo modo, anche barriere come le clausole (razziali) restrittive nel settore immobiliare sarebbero state superate. La proprietà immobiliare libera da ogni restrizione, e perciò aperta ad un più ampio mercato, sarebbe diventata più profittevole di quella che le manteneva. Tali clausole sarebbero cadute in disuso e sarebbero state eliminate dal consenso volontario.

Pertanto, anche nelle zone come il profondo Sud, l’estensione della libertà economica propria del capitalismo ai problemi razziali sarebbe stata una importante misura per l’immediata integrazione, seguita da un crescita accelerata dell’integrazione stessa. E sarebbe stata raggiunta volontariamente, nel perseguimento dell’interesse personale, in uno spirito di reciproca buona volontà.

Tratto da Capitalism di George Reisman.

Traduzione di Miki Biasi

(Vai alla I parte)

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Omaggio ai lettori: il poster della Scuola Austriaca.

Lun, 22/09/2014 - 07:00

Riceviamo, e molto volentieri pubblichiamo, un omaggio proveniente direttamente dal Mises Institute in Auburn: il poster in italiano dei principali economisti di Scuola Austriaca, ricavato dall’originale in vendita presso il Mises Store. Ciascuno dei sei soggetti ha riportata in calce la sintesi del proprio contributo alla teoria austriaca ed alla battaglia d’idee per la libertà dell’individuo.

Il poster è liberamente scaricabile tramite link a fondo articolo. Coloro che desiderassero la versione ad alta definizione (formato .psd, 19.3 Mb, 4500×3000 px), ad esempio a fini di stampa su supporto fisico, potranno senz’altro inoltrare richiesta tramite il nostro indirizzo e-mail.

Un grazie di cuore a Dante Bayona, summer fellow al Mises Institute in Alabama, che assieme ad altri amici ha curato la traduzione in diverse lingue.

 

Sacrica il poster (formato .jpeg, 4.9 Mb, 4500×3000 px)

 

 

 

 

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Il ciclo naturale: VIII parte

Ven, 19/09/2014 - 08:00

VII. Conclusioni

 

L’analisi sin qui svolta ci permette di concludere, in maniera molto semplice, e sulla scia di autorevoli economisti del passato, che l’andamento ciclico è la forma che lo sviluppo assume in un’economia capitalistica.

Pur riconoscendo validi i presupposti di fondo della teoria austriaca del ciclo economico, in particolare nella versione di Hayek, dobbiamo riconoscere che non è sufficiente eliminare la banca centrale e il suo ruolo di ‘inganno’ esercitato attraverso il saggio di interesse monetario al fine di annientare le dinamiche cicliche dello sviluppo.

L’introduzione sistematica del ruolo di aspettative ‘reali’, che agiscono nel tempo ‘reale’, nel senso auspicato da Ludwig Lachmann, non può che condurci verso la riscoperta delle ondate secondarie di investimenti (imitazioni e speculazioni) sulle quali si è soffermato in particolare Schumpeter. Esse, rese possibili da una politica bancaria sensibile e parte del generale sentiment positivo di una fase di espansione, corrispondono precisamente a quella parte della fase di crescita che dovrà essere liquidata attraverso una crisi di riaggiustamento.

Riteniamo pertanto valido trattenere la distinzione austriaca tra crescita sostenibile e non. Ciò che invece intendiamo superare è la credenza che nel primo caso la fase espansiva non venga seguita da una crisi. Al contario, una crisi di liquidazione avviene in entrambi i casi. Sono l’intensità e la durata della crisi a marcare la differenza. In caso di boom originatosi in modo malsano sin dal principio, gran parte dei progetti imprenditoriali di lungo respiro avviati dagli imprenditori faticheranno ad essere completati. Nel caso invece di crescita avviata in modo ‘sostenibile’, sono solo le iniziative di imitazione e speculazione che non potranno essere completate. Per cui gli effetti positive della prima parte dell’espansione non saranno cancellati. Si tratterà solo di ‘fare pulizia’. Chiamiamo questo caso ciclo naturale. Nel caso precedente, invece, si tratterà di ricostruire su un mare di macerie.

 

Articolo di Carmelo Ferlito

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

Link alla terza parte

Link alla quarta  parte

Link alla quinta  parte Link alla sesta  parte Link alla settima  parte


REFERENCES

 

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Capitalismo vs razzismo – I parte

Mer, 17/09/2014 - 07:00

Prima parte di due della traduzione del brano Equal Pay for Equal Work: Capitalism vs. Racism, tratto dal volume Capitalism di George Reisman, capitolo VI, parte 1, paragrafo 4. Reisman illustra il processo con cui la funzione imprenditoriale opera spontaneamente una uniformazione dei salari tra esponenti di diversa razza e sesso, contrariamente all’opinione diffusa che serva invece il pugno del legislatore per correggere le deviazioni del sistema capitalistico dalla “corretta morale”.

* * *

 

Salari

Il principio di “uniformità dei salari” va inteso nel senso che, nel sistema capitalistico, esiste una forte tendenza a che per l’esecuzione del medesimo lavoro si percepisca una eguale retribuzione. Nonostante l’opinione prevalente secondo cui il capitalismo realizzerebbe discriminazioni arbitrarie nei confronti di quei gruppi come i “neri” e le “donne”, la realtà è che lo scopo di lucro dei datori di lavoro provoca l’eliminazione di tutte le differenze nella retribuzione che non siano basate su differenze nel rendimento lavorativo. Dove queste differenze persistono,  esse sono il risultato dell’intervento governativo o della coercizione posta in essere da privati e autorizzata dal governo.

Quando lo scopo di lucro è libero di operare, se due tipi di lavoro sono ugualmente produttivi, ed uno è meno costoso dell’altro, i datori di lavoro sceglieranno il meno costoso perché, così facendo, potranno abbattere i propri costi e aumentare iprofitti. L’effetto della scelta del lavoro meno costoso, però, è di aumentare la sua remunerazione, in quanto adesso è soggetto ad una domanda maggiore; mentre l’effetto del trascurare il lavoro più costoso consiste in una riduzione della sua remunerazione, dal momento che adesso è soggetto ad una domanda minore. Questo processo continua fintanto che le remunerazioni dei due tipi di lavoro diventano o perfettamente eguali oppure la differenza residua è cosi piccola che nessuno ne tiene conto.

A dimostrazione del fatto che anche le differenze molto piccole tra i salari non potrebbero permanere nel sistema capitalistico, considerate il seguente esempio. Ipotizzate che i lavoratori bianchi con un certo livello di abilità siano pagati 5$ all’ora. Ipotizzate, poi, che i lavoratori di colore con lo stesso livello di abilità possano essere assunti per appena il 5% in meno, cioè appena 25 centesimi all’ora in meno. Ipotizzate che un’industria impieghi 500 lavoratori con questo livello di abilità. Con una settimana lavorativa di 40 ore, per 50 settimane all’anno, questa insignificante differenza nei salari orari comporterebbe un risparmio nei costi del lavoro e un corrispondente ulteriore profitto annuale pari a 250,000$ se il proprietario dell’industria impiegasse 500 lavoratori di colore invece dei 500 bianchi (perché 25 cent. x 500 x 40 x 50 = 250,000$).

Anche nel caso di un piccolo stabilimento che impieghi solo 10 lavoratori, il risparmio annuale in termini di costo del lavoro, e quindi l’ulteriore profitto legato all’assunzione dei lavoratori di colore, sarebbe 5,000$ (dal momento che 25 cent. x 10 x 40 x 50 = 5,000$) – abbastanza da permettere al proprietario di acquistare una nuova auto ogni anno o per operare significativi miglioramenti nella propria impresa.

 Si può dubitare che ci siano tanti datori di lavoro così intolleranti da voler indulgere nel proprio pregiudizio in favore dei bianchi ad un costo di 250,000$ l’anno, o anche di 5,000$ l’anno. La chiara conseguenza di tutto ciò è che anche sottili differenze nei salari renderebbero l’impiego dei lavoratori di colore rispetto ai bianchi praticamente irresistibile. Non solo un differenziale del 5% nei salari non sarebbe sostenibile, ma neanche uno del 2% o persino dell’1%. Ogni differenziale di questo tipo spingerebbe i datori di lavoro ad assumere i lavoratori di colore preferendoli ai bianchi, e perciò comporterebbe un ulteriore aumento nei salari dei lavoratori di colore ed una ulteriore diminuzione nei salari dei bianchi, fino al raggiungimento di una perfetta uguaglianza.

Infatti, i datori di lavoro alla ricerca di profitto, proprio perché tali, sono del tutto indifferenti alla razza. La loro regola è: tra due lavoratori egualmente validi, assumi quello che è disposto a lavorare per una minore quantità  di denaro; tra due lavoratori  disposti a lavorare per la stessa quantità di denaro, assumi il lavoratore con le migliori capacità. La razza è semplicemente irrilevante. Ogni considerazione di razza significa costi extra e minori profitti; trattasi di un cattivo affare nel senso letterale del termine.

Si dovrebbe comprendere come uno dei più grandi meriti del capitalismo sia quello per cui i datori di lavoro sono praticamente costretti, per loro natura, ad ignorare la razza. La libera concorrenza nel capitalismo assicura questo risultato. Infatti, anche se inizialmente la maggioranza dei datori di lavoro fosse così fanaticamente intollerante da voler rinunciare ai profitti ulteriori per il gusto del proprio pregiudizio, essi non avrebbero il potere di impedire a una minoranza di datori di lavoro più razionali di guadagnare questi profitti extra (“razionalità” in questo contesto significa non esprimere giudizi morali su una persona in base alla sua appartenenza razziale e non permettere a questo giudizio di superare la voglia di profitto. Un giudizio di questo tipo rappresenterebbe una contraddizione logica in quanto la moralità attiene solo ad atti per i quali è possibile una scelta. L’irrazionalità è allora costituita dal sacrificio di un proprio bene oggettivo – l’ottenimento di un profitto – per il gusto di un giudizio irrazionale.)Grazie ai loro più alti profitti, i datori di lavoro più razionali avrebbero un reddito relativamente maggiore tramite il quale risparmiare ed estendere la propria impresa rispetto alla maggioranza irrazionale. Inoltre, operando a costi minori, potrebbero permettersi di vendere a prezzi minori e perciò aumentare ancor più i profitti, sottraendo clienti alla maggioranza irrazionale dei datori di lavoro. Il risultato sarebbe che i datori di lavoro più razionali tenderebbero a rimpiazzare quelli meno razionali in termini di importanza economica. Essi andrebbero a dettare le tendenze dell’economiae i loro atteggiamenti sarebbero trasmessi agli altri datori di lavoro, che cercherebbero di emulare il loro successo. In questo modo, il capitalismo garantisce praticamente la vittoria della razionalità sulla intolleranza razziale.

Questa discussione costituisce, inoltre, una confutazione delle accuse secondo cui, nel sistema capitalistico, le competenze e le abilità dei gruppi come quello delle persone di colore non siano utilizzate. Lo scopo di lucro, quando non ostacolato, conduce i datori di lavoro a porre i membri di tutti i gruppi nella più alta posizione che le loro competenze e qualifiche permettono. Considerate il seguente esempio. Ipotizzate che un esperto tornitore debba essere pagato 15$ all’ora, e che i lavoratori di colore che hanno appreso questa abilità in una scuola professionale siano attualmente impiegati come bidelli a 5$ l’ora. Qualunque datore di lavoro che li impiegasse  come tornitori a 10$ all’ora aggiungerebbe perciò ai suoi profitti 5$ per ogni ora del loro lavoro, rispetto all’impiego di lavoratori bianchi.

È ovvio che nel sistema capitalista, se le competenze e le abilità dei lavoratori di colore o di chiunque altro fossero sprecate in lavori poco qualificati e a bassa retribuzione, sarebbe nell’interesse finanziario personale del datore di lavoro cambiare questa situazione e ricercare quei lavoratori, in molti casi incorrendo anche in notevoli costi per la loro formazione. Di conseguenza, maggiore è il grado in cui le competenze e le abilità di un gruppo sono sprecate, maggiore è il profitto che può essere ottenuto modificando questa situazione. Ad esempio: se un lavoratore di colore, con la capacità di svolgere il lavoro da 100,000$ all’anno di vicepresidente di una società,stesse lavorando come commesso per 20,000$ all’anno, sarebbe nell’interesse di un datore di lavoro scovarlo e rettificare la sua situazione ancor più che nel caso del tornitore che lavorava come bidello. In questo caso, il datore di lavoro potrebbe duplicare il salario del lavoratore di colore, portandolo a 40,000$ e allo stesso tempo aggiungere 60,000$ ai propri profitti impiegandolo in una funzione appropriata alle sue competenze e abilità.

Certamente, come nel caso iniziale, i salari e gli stipendi dei lavoratori di colore impiegati nei lavori più qualificati e di più altro livello tenderebbero a corrispondere sempre più a quelli dei bianchi che svolgono i medesimi lavori. Perché se i datori di lavoro si facessero concorrenza tra loro per aggiudicarsi i lavoratori di colore, i salari di questi aumenterebbero laddove, per competere con i lavoratori di colore, i lavoratori bianchi dovrebbero accettare delle riduzioni. Infatti non appena le prime persone di colore, o i membri di altri gruppi in una situazione simile,fossero impiegate in una occupazione in cui non erano prima rappresentati e dimostrassero con successo la propria abilità con prestazioni effettive e soddisfacenti, ne seguirebbe un effetto dinamico: la rottura del taboo, seguita dalla prova visibile della sua carenza di fondamenta razionali, cambierebbe il modo in cui queste persone sono considerate. La domanda per i loro servizi allora aumenterebbe di molto (la storia del campionato di serie A di baseball ne fornisce una eccellente illustrazione. Una volta rotto il taboo sull’accesso delle persone di colore grazie all’impiego dell’abilissimo Jackie Robinson, tutte le barriere all’accesso caddero presto.)

Unitamente al fatto che la libera concorrenza coi membri del cosiddetto gruppo di minoranza possa comportare una caduta nei salari del membro medio del gruppo già costituito, in particolare i lavoratori maschi bianchi, dovrebbe essere compreso come ciascuna di queste riduzioni nei salari sarebbe parte di un processo teso all’aumento dei salari reali – lo standard di vita – del membro medio di tutti i gruppi. Perché esso sarebbe accompagnato da una riduzione nei prezzi dei beni di consumo maggiore di qualsiasi riduzione nel reddito monetario (al netto della tassazione) goduto dal membro medio dei gruppi già costituiti. Questa conclusione sarà definitivamente dimostrata nei capitoli successivi di questo libro.

Certamente, nessuno degli sviluppi di cui sopra può verificarsi nel caso siano ostacolati dall’esercizio della forza fisica. Ad esempio, quando i membri del Ku Klux Klan locale danno fuoco alla fabbrica di chi impieghi lavoratori di colore invece che bianchi, poiché certi di non essere puniti dalla legge. Oppure quando gli ufficiali del governo locale si attivano immediatamente per scovare ogni tipo di violazione delle normative edilizie, sanitarie e di sicurezza a carico di tale imprenditore, al punto da compromettere ogni sua attività: come conseguenza, nessun datore di lavoro cercherà più di avvantaggiarsi del basso salario delle persone di colore, dunque il salario di queste non tenderà a pareggiare quello dei bianchi aventi eguali competenze.

Sebbene non motivato dal pregiudizio razziale, ciò che è inoltre capace di interrompere l’avanzata delle persone di colore (e delle donne), sopratutto negli impieghi di alto livello, è un sistema di tassazione che sottragga la maggior parte del profitto addizionale ottenibile sfidando la consuetudine e ponendo in essere le necessarie innovazioni per condurle negli impieghi in cui non erano precedentemente rappresentate. Settori i cui profitti sono limitati dal governo, come le “public utilities”,  o il cui prodotto è acquistato secondo il principio del costo maggiorato (cost-plus), come quello degli appaltatori della Difesa, non hanno infatti alcun incentivo finanziario a porre in essere tali operazioni. Sicuramente in un ambiente dove la dannosa regolamentazione governativa può essere sguinzagliata in ogni momento praticamente su ogni impresa, o dove si possono accaparrare preziosi privilegi o sussidi governativi – cioè,ambienti dove non paga avere nemici o offendere qualsiasi gruppo significativo ed in cui,come dice il proverbio, “agitare le acque” non porta vantaggio – gli uomini d’affari non si affretteranno a realizzare tali controverse innovazioni e occupazioni. Ironia della sorte, misure come le leggi in materia di pari opportunità sul lavoro escludono direttamente la possibilità stessa di impiegare le persone di colore o le donne a salari più bassi per lo stesso lavoro come i bianchi o gli uomini. Esse perciò impediscono agli imprenditori di trovare insolitamente profittevole – profittevole abbastanza per iniziare a sfidare le tradizioni e le consuetudini basate su niente più che vuoti stereotipi – l’impiego di persone di colore o di donne nelle posizioni più alte.

Le discussioni successive mostreranno i particolari effetti distruttivi del salario minimo e delle legislazioni pro sindacati sulle persone di colore nell’impedire la possibilità stessa di un loro significativo avanzamento.

Tratto da Capitalism di George Reisman

Traduzione di Miki Biasi

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I disastri naturali non aumentano la crescita economica

Lun, 15/09/2014 - 08:00

La stagione degli uragani è alle porte e, ogni volta che un uragano colpisce, i commentatori televisivi e radiofonici, così come quelli che dovrebbero essere economisti, frettolosamente annunciano l’impatto positivo sulla crescita che segue le vicissitudini naturali. Ovviamente, se questo fosse vero, perché aspettare per la prossima calamità? Creiamone una radendo al suolo la città di New York e ammiriamo lo slancio generato. Distruggere case, palazzi e attrezzatura indubbiamente aiuterà parti dell’industria edile e, possibilmente, economie regionali, ma è un errore concludere che spingerà la crescita generale.

Questo popolare luogo comune è tirato in ballo ogni anno, nonostante Freédéric Bastiat, nel 1848, chiaramente lo accantonò con la sua parabola della finestra rotta. Ipotizziamo di rompere una finestra. Chiameremo il vetraio e lo pagheremo 100 dollari per la riparazione. Le persone che guardano diranno che è una cosa positiva. Cosa sarebbe successo al vetraio se non ci fossero state finestre rotte? I 100 dollari permetteranno al vetraio di comprare altri beni e servizi, creando utili per gli altri. Questo è “ciò che si vede”.

Se invece la finestra non fosse stata rotta, i 100 dollari sarebbero potuti servire per comprare un nuovo paio di scarpe. Il calzolaio avrebbe fatto un acquisto e avrebbe speso i soldi in modo diverso. Questo è “ciò che non si vede”.

La società (in questo caso, questi tre suoi membri) sta meglio se la finestra non fosse stata rotta, perché saremmo rimasti con una finestra intatta ed un paio di scarpe, invece che solo una finestra. La distruzione non porta a più beni e servizi o crescita. Questo è ciò che dovrebbe essere previsto.

Uno dei primi tentativi di quantificare l’impatto economico di una catastrofe fu un libro del 1969, The Economics of Natural Disasters. Gli autori, Howard Kunreuther e Douglas Dacy, studiarono ampiamente il caso del terremoto dell’Alaska del 1964, il più potente mai registrato in Nord America. Loro, prevedibilmente, conclusero che gli abitanti dell’Alaska stavano molto meglio dopo il terremoto, poiché erano piovuti soldi da donatori privati e concessioni e prestiti agevolati dal governo. Di nuovo, questo è “ciò che si vede”.

Mentre le compagnie edili beneficiano dalla ricostruzione dopo un disastro, dobbiamo sempre chiederci: “da dove provengono i soldi?” Se i fondi vengono dalla Federal Emergency Management Agency (FEMA) o dal National Flood Insurance Program (NFIP), il governo deve tassare, prendere in prestito, o stampare moneta. I contribuenti rimangono con meno soldi da spendere in altri settori.

L’economia dei disastri rimane un piccolo campo di studio. C’è stato un numero limitato di studi empirici che ha esaminato la connessione tra la crescita e i disastri naturali. Questi possono essere divisi in studi che esaminano l’impatto a breve e a lungo termine dei disastri. Gli studi a breve termine, in generale, hanno trovato una correlazione negativa tra disastri e crescita, mentre un minor numero di studi sul lungo termine ha avuto risultati misti.

Lo studio di lungo termine maggiormente citato è “Do Natural disasters Promote Long-run Growth?” di Mark Skidmore e Hideki Toya, i quali hanno esaminato la frequenza di disastri in 89 Paesi confrontandola con i loro tassi di crescita economica in un periodo di 30 anni. Gli autori hanno provato a controllare una moltitudine di fattori che potrebbero distorcere le scoperte, includendo la dimensione del Paese, la dimensione del governo, la distanza dall’equatore e la tendenza al commercio. Operando in questo modo, hanno trovato una correlazione positiva tra i disastri climatici (per esempio uragani e cicloni) e la crescita. Gli autori spiegano questa scoperta invocando ciò che potrebbe essere detto il contributo di Madre Natura a quello che l’economista Joseph Schumpeter notoriamente chiamò “distruzione creativa” del capitalismo. Distruggendo vecchie industrie e strade, aeroporti e ponti, i disastri permettono che vengano costruite infrastrutture nuove e più efficienti, forzando la transizione ad un’economia più raffinata e più produttiva. I disastri forniscono il servizio economico di ripulire infrastrutture obsolete per fare spazio a rimpiazzamenti più efficienti.

Ci sono tre principali problemi con questi studi empirici. Il primo è controfattuale: non possiamo misurare quale sarebbe stata la crescita se non fosse mai avvenuto il disastro; il secondo riguarda la correlazione e la causalità: non possiamo dire se il disastro abbia causato la crescita o se era semplicemente associato ad essa.

Il terzo problema è ciò che gli economisti chiamano “ceteris paribus”. È impossibile mantenere altri fattori costanti e misurare esclusivamente l’impatto di un disastro sulla crescita. Non ci sono laboratori per testare i concetti macroeconomici. Questa è la stessa limitazione dei lavori di Rogoff e di Reinhart sul debito e la crescita, e molte altre relazioni bilaterali in economia. Usando i dati storici dai primi anni del 1900, i ricercatori hanno trovato che al crescere del prezzo del grano anche il consumo di grano è cresciuto. Essi proclamarono trionfalmente che la curva di domanda aveva pendenza positiva. Ovviamente, la loro relazione non è una curva di domanda, ma rappresenta i punti di intersezione tra provviste e domanda. L’assunzione di “tenere tutto il resto costante” è stata violata. In economia, i dati empirici possono sostenere un ragionamento teorico, ma non possono provarlo o confutarlo.

Dunque, cosa facciamo se gli studi empirici hanno serie limitazioni? Torniamo alla teoria. Sappiamo che una curva di domanda ha una pendenza negativa a causa degli effetti di sostituzione e reddito. Wal-Mart non fa una svendita per vendere meno! Dalla teoria ci si aspetta anche che i disastri naturali riducano la crescita (ovvero, più capitale viene distrutto, maggiore è l’impatto negativo sulla crescita).

Più capitale significa maggiore crescita. Robinson Crusoe catturerebbe più pesce se sacrificasse del tempo che usa per pescare con le sue mani per costruire una rete. Ora, ipotizziamo che un uragano colpisca l’isola e distrugga tutte le sue reti. Robinson potrebbe tornare indietro a pescare a mani nude e la sua resa sarebbe stata permanentemente ridotta. Egli potrebbe soffrire addirittura un declino più grande nella rendita perdendo tempo nel fare nuove reti. La spiegazione di Skidmore-Toya è che lui applicherebbe nuovi metodi e nuove tecniche per costruire persino reti migliori, che gli permetterebbero di catturare più pesce di prima. Ovviamente, potremmo chiederci: se lui aveva questa conoscenza, perché Robinson non ha costruito tali reti migliori prima dell’uragano? Qui è dove la logica di Skidmore-Toya va in pezzi. Robinson non aveva costruito migliori reti prima dell’uragano perché non era ottimale per lui farlo.

Se una compagnia decide di sostituire una vecchia macchina con una nuova, tra le prime considerazioni ci sono il prezzo iniziale della nuova macchina, il tasso di interesse applicabile e i costi di operazione annuali ridotti della nuova macchina. Usando un’analisi di valore attuale netto, la compagnia determina il tempo ottimale per realizzare lo scambio (un’operazione reale). Un uragano forza uno scambio ad avvenire prima di quando sarebbe stato ottimale da un punto di vista di prezzo e profitto. L’uragano dunque ha creato un diverso percorso per la crescita. La distruzione creativa sarebbe avvenuta, ma su una diversa, e più ottimale, linea temporale.

Le stesse conclusioni possono essere tratte per ciò che riguarda i disastri creati dall’uomo. Al contrario di ciò che molti economisti keynesiani vorrebbero farci credere, la seconda guerra mondiale non tirò gli Stati Uniti fuori dalla grande depressione. Il capitalismo lo fece!

Articolo di Frank Hollenbeck su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Il ciclo naturale: VII parte

Ven, 12/09/2014 - 08:00

VI. L’introduzione delle imitazioni nel modello. Inevitabilità della crisi. Il ciclo naturale

 

Stando a quanto descritto nel paragravo V, la nostra visione sembra essere semplicemente la riscrittura dell’impostazione hayekiana, arricchita da alcuni elementi legati alla teoria delle aspettative. Infatti, ci siamo volutamente tenuti a distanza dai distinguo, per poterli approfondire nella presente sezione. Nel paragrafo precedente, infatti, ci siamo limitati a parlare di boom sostenibile e boom artificioso, descrivendo la crisi come una inevitabile conseguenza di una crescita dovuta a distorsioni nella struttura della produzione generate da squilibri nel sistema delle preferenze. Ora cercheremo di dimostrare come, invece, la crisi sia una conseguenza di tutte le fasi di crescita e come a distinguere un boom sostenibile da uno artificioso non sia l’insorgere della depressione, ma la sua intensità e durata. Pertanto, a nostro modo di vedere, anche in caso di espansione ‘sana’ la fase di crescita sarà seguita da un processo di riassestamento (crisi). Questo perché, anche, nello sviluppo sostenibile, positive aspettative di profitto, a ciclo innescato, facilitano l’emergere di iniziative speculativo-imitative che, ad un certo punto, devono essere liquidate al fine di ‘normalizzare’ il cammino di crescita. Ciò che distingue sviluppo sostenibile da boom artificioso non è l’emergere di una crisi; la differenza giace nella natura della crisi e nella sua intensità.

Gli elementi cruciali della nostra analisi sono quindi le aspettative e il processo imitativo. Come visto, Hayek (1929, p. 147) già nel 1929 riconosce il ruolo centrale delle aspettative, quando enfatizza le aspettative di profitto come il motore che guida le preferenze imprenditoriali, con la possibilità di rendere gli imprenditori maggiormente orientati al futuro e quindi portanto il tasso di interesse d’equilibrio verso un valore più alto.

Le aspettative di profitto sono un elemento chiave per la visione hayekiana sia in caso di crescita sostenibile sia nel caso opposto. Esse ci serviranno per descrivere l’insorgere delle imitazioni e dell’espansione secondaria, seguita poi da una crisi. È tempo dunque di vedere come la cosiddetta crescita sostenibile austriaca si trasformi, nella nostra visione, nel ciclo naturale.

Nella situazione ideale in cui non esista il tasso monetario (e la banca centrale), un allungamento del periodo di produzione, con l’emergere di processi di investimento capital-intensive, è possibile quando o i consumatori o gli investitori diventano maggiormente future-oriented. Se sono i consumatori a modificare le loro preferenze per primi, ciò si manifesterà in un accresciuto risparmio cui seguirà una diminuzione del tasso naturale di interesse, al fine di attirare gli investitori ad utilizzare quelle risorse per investimenti più roundabout. Se sono, invece, gli imprenditori a spingere per primi verso un allungamento della struttura produttiva, il tasso naturale si eleverà al fine di attirare i risparmiatori nella stessa direzione, fornendo le risorse necessarie ai nuovi investimenti. In entrambi i casi, il tasso naturale è mosso da una modifica della struttura delle preferenze temporali, generata a sua volta da diverse aspettative. Ciò che segue è un processo di sviluppo sostenibile.

Il ruolo delle aspettative imprenditoriali in generare investimenti capital-intensive è enfatizzato anche da Schumpeter, come è ben noto. Più sopra abbiamo anche visto come Hayek si riferisca esplicitamente a Schumpeter nel sottolineare il processo innovativo e di investimento che segue ad aspettative di profitto positive. In tale processo di espansione, secondo la tradizionale versione della ABCT, non sorgono gli elementi necessari a generare una crisi.

Tuttavia, l’osservazione della realtà ci spinge ad enfatizzare, come abbiamo già sottolineato sopra, che la prima ondata di investimenti è sempre seguita da un’ondata secondaria di imitazioni e speculazioni. Come analizzato, il ritmo della crescita economica diventa particolarmente sostenuto quando all’ondata primaria di investimenti imprenditoriali si aggiunge una fase di crescita secondaria spinta dagli istinti imitativi di imitatori alla ricerca di profitto e spinti dalla ‘moda’. A ben guardare, le speculazioni imitative sono tipiche di tutte le fase di boom registrate storicamente, dalla bolla dei tulipani del Seicento a quella della new economy nel 2001 a quella recente del settore immobiliare. Perché le imitazioni sono inevitabili? È quanto abbiamo visto precedentemente, riportando la visione lachmanniana sullo sviluppo capitalistico caratterizzato da innovazioni e imitazioni. Rimanendo fedeli al soggettivismo e al ruolo delle aspettative, è facile intuire come il successo di iniziative imprenditoriali sia facilmente seguito da imitatori alla ricerca di successo all’interno di ciò che all’inizio sembra sempre un periodo di crescita destinato a non finire. La fase primaria di crescita è carattarizzata da investimenti messi in moto da un numero limitato di imprenditori, coloro che sono in grado di cogliere opportunità che ai più rimangono oscure, e quindi i primi a modificare le proprie aspettative. La fase secondaria invece è caratterizzata dall’apparire sul mercato di una numero eccezionale di imitatori.

Abbiamo così individuato le prime due fasi del nostro ciclo naturale: l’espansione primaria, generata da un mutamento della struttura delle preferenze temporali e delle aspettative, e l’espansione secondaria, caratterizzata da investimenti imitativi.

Se la realtà delle speculazioni imitative è dunque ineliminabile, essa delinea i caratteri del processo di crescita, enfatizzando lo sviluppo al di sopra del livello immaginato inizialmente. Come l’ondata primaria di investimenti, anche la seconda è generata da aspettative di profitto, in particolare dall’aspettativa che la situazione in corso non cambi (Schumpeter, 1939, p. 145). Dal punto di vista quantitativo, inoltre, l’imitazione potrebbe essere addirittura più consistente del primo ciclo di investimenti, perché coinvolge un maggior numero di individui, con aspettative ‘sovraeccitate’ dal boom (Schumpeter, 1939, p. 146). Saranno proprio tali investimenti secondari a dover venire liquidati attraverso una crisi di aggiustamento, come cercheremo di dimostrare.

Il fatto che gli investimenti di ondata secondaria portino necessariamente ad una loro liquidazione, generando una crisi, anche in caso di boom non artificialmente indotto da scoordinamento tra tasso naturale e tasso monetario, sembrerebbe evidentemente in contraddizione con la versione tradizionale della teoria austriaca, che invece non ammette crisi qualora tale scoordinamento non sia alla base del processo di crescita. Noi riteniamo invece che tale visione debba essere superata, pur non negando la validità di fondo dell’approccio austriaco.

Ricapitoliamo il sorgere dell’espansione primaria caratterizzante il nostro ciclo naturale. Quando, per via di positive aspettative di profitto, gli imprenditori diventano maggiormente future-oriented, il tasso naturale di interesse cresce, al fine di muovere nella stessa direzione le preferenze dei consumatori, inducendoli a risparmiare di più, per generare risorse disponibili a soddisfare l’accresciuta richiesta di loanable funds da parte degli investitori. La situazione speculare è quella in cui sono le aspettative dei consumatori a mutare in un senso maggiormente orientato al futuro; in questo caso il tasso naturale di interesse scende, comunicando agli imprenditori che nuove risorse sono disponibili per investimenti più lunghi. In entrambe le situazioni inizia ciò che nel gergo austriaco è un boom sostenibile.

Secondo tale schema, visto che l’allungamento della struttura produttiva deriva da un mutamento delle preferenze temporali e gli operatori del mercato non sono ingannati da un tasso monetario non coerente con quello naturale, gli investimenti in atto troveranno sempre risorse a disposizione per completare i progetti imprenditoriali avviati. Questo proprio perché, senza l’interferenza delle autorità politico-monetarie, gli operatori del mercato sono liberi di ‘scoprirsi’ vicendevolmente e di riadattare il proprio schema di preferenze in modo conforme alla mutata situazione.

Tuttavia, a noi sembra di cogliere che tale visione non tenga conto di un dato fondamentale: il ritmo degli investimenti nel tempo reale. La distinzione schumpeteriana di ondata primaria e ondata secondaria degli investimenti diventa a questo proposito fondamentale. Infatti, sembra non generare alcun problema l’iniziale aumento degli investimenti seguito da una modifica nella struttura delle preferenze temporali. Sia nel caso di risparmio in salita che in quello di tasso naturale in crescita a causa delle aspettative di profitto, i tempi di insorgenza delle iniziative imprenditoriali sono necessariamente dettati dal riallineamento delle preferenze. Quando i risparmi aumentano, infatti, il problema non si pone proprio perché le aumentate risorse sono la la causa prima della diminuzione del tasso naturale e l’allungamento della struttura produttiva una conseguenza. Nel caso di aumentata domanda di loanable funds, inoltre, le nuove risorse per gli investimenti non sono a disposizione finché i consumatori non decidono di accrescere la propria propensione al risparmio, cioè fino a quando le intenzioni dei due gruppi di attori non si riallineano.

Il discorso cambia quando ad entrare in gioco è l’ondata secondaria degli investimenti, quella generata dal processo imitativo. Essa è anzitutto un fatto naturale, intrinseco al boom, di qualunque boom si tratti. Infatti, come enfatizzato da Schumpeter, il moto innovativo non si genera mai come fenomeno di massa; al contrario, esso sorge per iniziativa di alcuni spiriti ‘eletti’, gli imprenditori, la cui essenza consiste proprio nell’essere in grado di cogliere opportunità di profitto laddove altri non riescono invece a vederle[85]. In seguito, peraltro, quando il fenomeno espansivo è già in moto, quando ormai un’opportunità di profitto è stata individuata e colta da alcuni, la prospettiva di acciuffare una fetta della torta diventa allettante per i molti (ruolo delle aspettative). Non per coloro che hanno colto l’opportunità in gioco e hanno iniziato a investire, e che ormai sono sulla strada del raccoglimento dei frutti; ma per coloro che invece erano stati alla finestra e che ora tentano di prendere parte alla fase ascendente (con un lack temporale rispetto all’ondata primaria).

In che cosa si materializza il desiderio imitativo? In una nuova domanda di loanable funds, al fine di un inserimento nel ciclo espansivo di un processo produttivo più roundabout. Ciò significa il tentativo di allungare temporalmente il processo di espansione, aumentando il grado di incertezza.

 

More time taken implies more things can happen – providing the possibility of greater productivity but also greater uncertainty. Since the value of higher order (capital) goods depends on the prospective value of the consumer goods they are expected to produce, the elapse of time, and with it the arrival of unexpected events, implies that some production plans are bound to be disappointed and thus the value of specific capital goods will be affected[86].

 

Ed eccoci alla seconda fase del ciclo naturale, l’espansione secondaria. La pressione sulla domanda di fondi prestabili porta il tasso d’interesse naturale a salire ulteriormente, al fine di attirare nuovi risparmi per finanziare tali investimenti. E qui entra il gioco il ruolo delle banche in una misura molto simile a quella indicate da Schumpeter. Inizialmente la richiesta di loanable funds non può essere soddisfatta, perché le preferenze non si sono ancora riallineate sul nuovo livello di tasso di interesse, ed è anche probabile che questo riallineamento non avvenga.

Tuttavia, il sentiment positivo, le aspettative positive di profitto, che diventano ‘incandescenti’ al termine dell’espansione primaria, esercita un ruolo anche sull’azione delle banche. Infatti, proprio per quanto sta accadendo durante l’espansione, è molto probabile che le banche mettano a disposizione ‘fondi virtuali’, non rappresentati da risparmio reale (come durante la prima ondata di investimenti), spinte dall’aspettativa che l’adattamento delle preferenze dei consumatori (ulteriore risparmio) non può non avvenire, proprio a causa dell’entusiasmo generato dal boom. Così si torna al fenomeno misesiano della creazione di moneta, enfatizzato, con tutt’altro accento, anche da Schumpeter.

D’altro canto, è molto probabile che il riallineamento atteso non avvenga. Per quanto il tasso naturale sia accresciuto, per via delle aspettative di profitto manifestatesi nella richiesta di una seconda ondata (imitativa) di investimenti, la possibilità per il risparmio di accrescersi è limitata da due fattori in gioco. Uno, il più evidente, è che ovviamente i consumatori debbono anche consumare, quindi la loro possibilità di risparmiare (di allinearsi) è limitata oggettivamente dalla necessità di consumare. Inoltre, con tutta probabilità, anche i consumatori verranno influenzati dall’entusiasmo generale della fase di boom, mutando le loro preferenze in senso contrario, cioè accrescendo la loro propensione al consumo. Questo è maggiormente vero per il fatto che nella fase di boom i salari reali crescono, per attirare lavoratori nei nuovi settori d’investimento o per impiegare lavoratori prima disoccupati. Ciò, come nella tradizionale spiegazione austriaca, porta ad una pressione della domanda verso i beni di consumo, con un iniziale fenomeno di risparmio forzato e una susseguente necessità della struttura produttiva di tornare verso progetti present-oriented (beni di consumo). A questo punto, la crescita dei prezzi dei salari e la pressione sui prezzi dei beni di consumo porta a ciò che Hayek ha chiamato effetto Ricardo e che è una delle spiegazioni per cui una prolungata fase di boom sospinta da espansione monetaria è destinata a trasformarsi in una crisi.

 

[I]f the credit expansion boom does not come to an end sooner for some other reason, it must come to an end when consumer product prices advance ahead of wage and resource prices. The Ricardo effect lowers real wages and encourages a shift toward labor-intensive methods of production. A lowering of the real wage of labor makes short-term (labor-intensive) projects appear to be more profitable than long-term (capital-intensive) methods of production. The Ricardo effect may account for the sudden wave of bankruptcies among the large fixed-investment projects that occurred toward the end of many nineteenth-century business cycles[87].

 

Così, mentre la prima ondata di investimenti può completare il suo ciclo a causa dell’esistenza reale di fondi prestabili (senza la quale il ciclo espansivo non sarebbe neppure iniziato), la seconda si vedrà frustrata da un mutamento nella struttura delle preferenze dei consumatori e da una politica bancaria influenzata dalle aspettative di profitto.

La differenza tra crescita sostenibile e boom artificioso, dunque, giace nel seguente fatto: laddove il ciclo ‘viziato’ sia innescato da uno scoordinamento tra un tasso naturale e un tasso monetario controllato dalle autorità monetarie, in generale molti dei roundabout processes of production si trovano ad essere frustrati per l’insorgere del fenomeno hayekiano della scarsità di capitale così come descritto più sopra. In caso, invece, di boom sostenibile (ciclo naturale), generato per la modifica delle aspettative, è solo l’inevitabile ondata di investimenti imitativo-speculativi, sostenuta da una politica bancaria influenzata dal sentiment positivo, che si troverà in un secondo momento ad essere frustrata e la crisi sarà il necessario moto di liquidazione di tali malsane iniziative.

Ciò che seguirà in quest’ultimo caso sarà dunque una crisi (terza fase del ciclo naturale), ma limitata nella sua intensità, durata e quantità dei settori coinvolti. Potremmo chiamarla una crisi di riaggiustamento momentaneo, che non annulla gli effetti benefici del boom precedente, ma si limita a liquidare le iniziative imprenditoriali sorte a fine speculativo-imitativo. Non si verificherà, invece, il quarto stadio, tipico della crescita non sostenibile: la depressione.

Possiamo rappresentare la differenza tra espansione tra il tipico ‘boom and bust cycle’ austriaco e il ciclo naturale per il mezzo dei seguenti diagrammi.

 Figura 1: ‘Boom and Bust’ Cycle, generato dal conflitto tra tasso monetario e tasso naturale.

Figura 2: Il Ciclo Naturale.

 

Articolo di Carmelo Ferlito

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

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Link alla quarta parte Link alla quinta parte Link alla sesta parte

Note

[85] In ciò consiste la funzione imprenditoriale anche per la teoria austriaca tradizionale, che individua nella capacità di cogliere opportunità di profitto la causa del profitto.

[86] Lewin (2005, p. 151).

[87] Moss (2005, pp. 8-9).

 

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La filosofia della proprietà: II parte

Mer, 10/09/2014 - 08:00

Proprietà e diritti di proprietà

La vera funzione dell’individuo, nella sua veste di proprietario, ha fatto capolino per la prima volta con gli economisti Austriaci, i quali, nello sviluppare la teoria dell’utilità marginale, hanno constatato che il valore è una caratteristica tipicamente umana, la quale viene conferita a dei beni suscettibili di divenire oggetto di proprietà: una caratteristica che ha poco o nulla a che fare con la produzione o con i costi di produzione. Gli studiosi della prasseologia hanno enfatizzato che il soggetto predicabile di essere analizzato e compreso è solamente l’individuo agente. Ma anche in tal caso, una vera e propria indagine volta allo studio dell’aspirazione umana alla proprietà non si è affermata, in quanto, ancora una volta, si è posta maggiore attenzione ad approfondire la questione concettuale, nonché i flussi ed i riflussi associati alle curve di domanda ed offerta.

La natura della proprietà, le modalità di acquisizione, il suo sviluppo, la produzione, la distribuzione, il mantenimento, la conservazione e la sua protezione sono tutti aspetti che non devono certo essere trascurati.

Ma il primo e principale sforzo deve essere orientato a distinguere i “diritti di proprietà”, volti ad organizzare i rapporti tra gli uomini in merito all’uso dei beni e delle cose, dalla “proprietà”, nozione che identifica il bene suscettibile di divenire oggetto di appropriazione.

Possedere tale caratteristica non significa altro che i beni individuati sono soggetti alla sfera di azione del diritto di proprietà [da intendersi come un titolo legittimo a compiere azioni, ndt]. La proprietà della “cosa” sussiste fin tanto e nella misura in cui vi è un legittimo titolo di proprietà sulla stessa. In un territorio vergine, ancora inesplorato dall’uomo, la terra e tutte le pertinenze naturali sono oggetto di appropriazione. L’avvento dell’uomo non cambia il loro carattere, in quanto beni fisici. Ma il rapporto tra l’uomo e la terra, in merito all’organizzazione e all’uso di quest’ultima, cambia radicalmente nel momento in cui il processo acquisitivo prende corpo.

Intenderei qualificare questo tipo di proprietà, che si concretizza prima della integrazione di un atto di acquisizione, come “proprietà senza proprietario”. Analogamente, utilizzerei la stessa definizione per gli oggetti scartati, che un tempo facevano parte dell’assetto proprietario di un soggetto, ma a cui ora si vuole rinunciare. [Trattasi, in buona sostanza, del concetto delle “res nullius, ovvero il complesso delle “cose” che possono astrattamente essere oggetto di diritti, ma le quali attualmente non si trovano in proprietà di alcuno, ndt].

Una seconda classificazione di proprietà comprende tutti i beni che sono stati correttamente e legittimamente acquisiti. In costanza di questa tipologia di relazione, un proprietario (l’uomo) ha assunto il controllo sovrano su quei beni che egli rivendica come propri. Supponendo che non vi siano diritti di prelazione o pretese antagoniste nei confronti di questa proprietà, in modo tale che le determinazioni inerenti alla stessa originino dall’autorità del legittimo proprietario, e supponendo che l’esercizio di tale sovranità si sostanzi in un titolo a compiere azioni su quello specifico bene, allora il diritto di proprietà può ben dirsi pieno e completo: e ne consegue una condizione di titolarità corretta e legittima.

Una terza classificazione concerne la proprietà che non è stata legittimamente acquisita.

1. Un soggetto può presumere di disporre di qualcosa che invece non è di sua proprietà.
2. Un soggetto può conseguire i titoli di proprietà su di un bene ricorrendo al furto o alla frode, in forza dei quali il legittimo proprietario viene spogliato di ciò che è suo, attraverso l’esternazione di pretese confliggenti, fondate esclusivamente sul possesso fisico o sul controllo materiale della cosa, ed intese a negare  le legittime rivendicazioni dell’effettivo proprietario.

3. Un soggetto può acquistare un bene, per il quale ha corrisposto una contropartita piena, e venire al contempo a scoprire che un’altra persona o un gruppo di persone, le quali, al contrario, non hanno versato somma alcuna per la sua acquisizione, hanno la facoltà di interferire con il suo controllo esclusivo della proprietà, minando in tal modo la piena realizzazione della titolarità a compiere azioni.

La ricerca di uno specifico termine che veicolasse il significato che qui si va intendendo, in quanto e per quanto via sia il rimando ad un titolo di proprietà del tutto illegittimo, si è dimostrata infruttuosa. La persona o l’istituzione che eserciti il possesso su dei beni attraverso la forza o la frode può, dopo che il possesso si sia appalesato, agire come se la proprietà così acquisita lo sia in virtù di un titolo pieno e legittimo. Una disputa in ordine al suo controllo può pertanto conseguirne, o meno, a seconda che l’intromissione si possa configurare come legale o addirittura obbligatoria.

Ma la proprietà acquisita con la forza o con la frode non conserva delle prerogative specifiche, tali da consentirci di affermare inequivocabilmente, previa valutazione della situazione, “che i beni difettino di una legittima appropriazione”. La responsabilità del furto, della frode, o della violenza è ascrivibile alle persone coinvolte, non ai beni oggetto di appropriazione. La proprietà rimane innocente.

Tutti i beni passibili di essere appropriati sono soggetti al controllo esclusivo di qualche essere umano. Qualcuno, da qualche parte, dispone di un potere decisionale assoluto. Quando colui che reclama la proprietà ha versato l’intero corrispettivo per il suo conseguimento, ovvero ne ha legittimamente acquisito il titolo in virtù della propria incontestabile rivendicazione di un diritto alla prima occupazione [il cosiddetto atto di homesteading, ndt], possiamo senz’altro affermare  che la sovranità gestoria gli appartenga in maniera piena e valida.

Se, al contrario, esiste un uomo o un’agenzia cui il proprietario deve ricorrere per richiedere il permesso di utilizzare la propria proprietà come più gli aggradi, o per poterne disporre come meglio egli creda, non ci troviamo di fronte ad un proprietario sovrano, bensì la sovranità di controllo spetta a qualcun altro.

Nell’epoca in cui viviamo, una riflessione sui diritti di proprietà si prefigura di vitale importanza. Per molti anni si è ritenuto che delle ideologie confliggenti mettessero in discussione la questione se un sistema capitalistico fosse più o meno opportuno. Il socialismo veniva visto come l’antitesi del capitalismo. Ma il dibattito è incontroverso da tempo. Il capitalismo sopravviverà. Con il capitalismo intendiamo un sistema economico nel quale la ricchezza, tanto nella forma di risorse naturali o di prodotti finiti, è suscettibile di essere impiegata per generare ricchezza supplementare. Non vi è più una questione che affligge l’umanità, a questo punto. Perché la ricchezza sarà messa a frutto per la produzione di nuova ricchezza. La questione che rimane impregiudicata concerne invece i diritti di proprietà e la titolarità a disporre di quella ricchezza.

Deve, questa, essere posseduta da soggetti privati che la gestiranno come meglio credono (capitalismo privato)? Oppure, essa deve essere confiscata ai privati, non importa in base a quale pretesto, affinché possa essere ascritta alla proprietà pubblica e gestita collettivamente (capitalismo di Stato)? O, ancora, tale  ricchezza deve essere mantenuta, almeno da un punto di vista meramente formale, nelle mani dei privati, ancorché la sua effettiva gestione spetti poi a dei gruppi collettivi, non importa se di emanazione governativa o meno, i quali, pur non configurandosi come gli effettivi proprietari, possano comunque far valere determinate prerogative rivenienti dalla titolarità dei diritti (economia mista – fascismo)?

Se esiste un sistema di capitalismo privato, questo deve essere ineludibilmente fondato sulla proprietà privata e sulla gestione e sul controllo diretto dei mezzi di produzione e di distribuzione. Detto altrimenti, i beni strumentali (imprenditoriali) devono essere mantenuti e controllati dai privati.
Il socialismo, in tutto o in parte, caldeggia l’abolizione della proprietà privata degli strumenti di produzione e di distribuzione. La proprietà privata dei beni che non possiedono tali caratteristiche è tollerata, ma i mezzi produttivi (beni strumentali) devono essere posseduti e controllati dallo Stato o da qualche altra agenzia collettiva (certamente, non una società di proprietà privata), nell’alveo di un qual certo tipo di economia pianificata centralmente.

Esiste poi una particolare tipologia di socialismo, ai nostri giorni preminente, che di solito viene qualificata come “fascismo” [lo scritto, di cui si sta curando la traduzione, è stato edito negli anni sessanta, ndt]. Il fascismo è “socialismo nazionale” (nazi – ismo), in cui sono stati del tutto nazionalizzati l’uso, la funzione e la destinazione della proprietà (si assiste alla loro socializzazione); spogliato di questi requisiti essenziali, il concetto di proprietà privata comunque sopravvive, ancorché solo formalmente.

In tutte le tipologie di socialismo, si rivendica esclusivamente il perseguimento del benessere dell’intero corpo sociale, nel suo complesso. I diritti individuali di proprietà possono essere soppressi in qualsiasi momento, da parte del gruppo egemone al comando. Un’economia pianificata dal centro implica, per definizione, una proprietà privata limitata ai soli beni di consumo.
Fa comunque riflettere il fatto che in quei Paesi in cui si sia adottato il socialismo, non importa se sotto il vessillo comunista o sotto quello di uno stato sociale, ne è scaturito inevitabilmente una sorta di capitalismo di Stato. Lo Stato diventa sempre più parte attiva in materia economica, ponendosi al contempo come imprenditore, produttore, distributore, e finanziatore. In tal caso, il socialismo non conduce all’abolizione del capitalismo: di fatto, determina piuttosto la soppressione della proprietà privata e dell’effettivo controllo dei beni strumentali.

Vi è solo un autentico sistema che si contrappone al socialismo, ponendosi agli antipodi: ed è l’individualismo. In un sistema economico informato ai principi dell’individualismo, la proprietà privata e la gestione dei mezzi di produzione, di distribuzione e dei mezzi finanziari sarebbero del tutto preservate.

 

Primo capitolo di “The Philosophy of Ownership” di Robert LeFevre

Traduzione di Cristian Merlo

 

Link alla prima parte

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Ascesa e declino della società: capitolo IV

Lun, 08/09/2014 - 07:00

La Società sono le persone

 

La Società è un concetto collettivo e nient’altro; si tratta di una convenzione per indicare un certo numero di persone. La stessa cosa vale per la famiglia o le bande, o qualsiasi altro nome diamo ad un conglomerato di persone. La Società è differente rispetto a questi altri nomi collettivi poiché veicola l’idea di uno scopo o un punto di contatto in cui ogni individuo detiene un interesse, pur mantenendo intatta la propria identità e il perseguimento dei propri affari. Una famiglia è tenuta insieme da legami familiari, una folla consiste in un certo numero di persone tenute insieme da un’impresa comune, come ad esempio una partita di baseball o una conferenza. La Società, d’altra parte, abbraccia il padre ed il figlio, il dottore ed il contadino, il finanziere ed il lavoratore — una gamma di persone occupate in tutta una serie di mestieri e professioni e dedicate a una certa varietà di scopi, tutti personali ma allo stesso tempo tenuti insieme da un fine comune. Ma la Società rimane una parola, non un’entità. Non è una “persona”: se un censimento stabilisse l’esistenza di cento milioni di persone, non una di più, non potrebbe aversi alcun accrescimento della Società se non attraverso la procreazione. Il concetto di Società come persona metafisica fa cilecca quando osserviamo come la Società si dissolva allorquando le sue componenti si disperdono, come nel caso delle “città fantasma” o di una civiltà di cui abbiamo appreso l’esistenza solo dai reperti che si è lasciata dietro. Quando scompare l’individuo, scompare anche l’insieme.

Tale insieme non ha una vita a sé stante.

Usare un nome collettivo con un verbo al singolare ci trae in inganno; siamo propensi a personalizzare la collettività ed a pensare che abbia un corpo ed una psiche indipendenti, per poi trasferire in questa fabbricazione mentale alcune abitudini o caratteristiche degli individui reali; scegliamo dall’eterogeneità di questi ultimi alcuni tratti comuni e li ascriviamo all’immagine nella nostra testa. Ci ritroviamo così a parlare di Società dei Mormoni, di Società agricola, di Società avanzata; in realtà la Società non puo’ essere religiosa, non ha un’occupazione, è incapace di progredire; ci sono solo gli attributi delle singole persone. E’ un gioco di prestigio. Inventiamo una parola per creare un’impressione piuttosto che un fatto verificabile, poi la usiamo come se rappresentasse davvero un fatto verificabile.

Tutto ciò è evidente e non varrebbe la pena di spiegarlo se questo uso formale non ci avesse condotto in un vicolo cieco. Descrivere la Società come se fosse una persona ci abitua a giudicare ogni membro del gruppo in base all’impressione dell’insieme, e ad agire in base a tale giudizio. Attraverso questo trucco mentale la patologia deliberata della gerarchia Nazista fu trasferita a tutti i Tedeschi e, in quanto nostri nemici, decidemmo che il solo tedesco buono fosse un tedesco morto. La smania di massa verso la guerra è un prodotto di questa abitudine alla personificazione; diventa poi una questione di onore, non di omicidio, distruggere l’uniforme di questa personificazione. Questa negazione dell’individuo attraverso l’uso delle parole è la premessa per un qualsiasi ragionamento socialista: il socialismo non ha una ragione valida per esistere finché l’individuo, proprio come un grumo di zucchero, non viene letteralmente dissolto nella personificazione di una classe. Ogni schema politico per “migliorare” la Società si basa su questi giochi di parole.

Per questa ragione è necessario specificare come la Società non sia altro che una parola pratica, un simbolo, e che stiamo parlando di persone, ciascuna guidata dall’impellenza primordiale di vivere secondo i propri modi e dalle limitazioni delle capacità dei suoi abitanti. La Società è un’istituzione sviluppata dall’uomo per promuoverne gli scopi ed aspirazioni. E’ qualcosa che lo aiuta a migliorare la propria condizione, risparmiando fatica.

Ogni cosa ha un inizio, e l’inizio della Società ha da sempre attirato la curiosità del ragionamento filosofico. In questo campo è quasi diventato un assioma che la Società abbia avuto inizio dalla famiglia. Ciò potrebbe e non potrebbe essere vero. Tuttavia, la teoria non spiega l’organizzazione di gruppi i cui legami di consaguineità erano mancanti, come spesso accadeva nella colonizzazione dell’America o del nostro Ovest. Se ci sia mai stata una “prima” Società, è ragionevole presumere che sia nata proprio come queste comunità; presumendo, ovviamente, che l’uomo sia sempre stato quello che è. Sulla nascita e lo sviluppo di queste comunità abbiamo testimonianze dettagliate — sono avvenute proprio sotto i nostri nasi — e la loro gestazione ha seguito una via così uniforme da poter loro conferire il titolo di principio della Società.

Da solo o con famiglia al seguito, ogni pioniere stabilitosi su un appezzamento attorno al quale in seguito si sviluppò una metropoli fu spinto a procurarsi ogni necessità lì dove la natura poteva fornirgliele quasi pronte. Che si trattasse di un evaso di galera o di un perseguitato religioso, questo fatto non cambiava. Essendo umano, selezionava come luoghi d’attività quelli in cui, grazie alla fertilità del terreno, alla fornitura d’acqua e all’abbondanza di selvaggina, potesse ricavare il più alto dei rendimenti in compenso del proprio lavoro. Il bracciante nel secondo carro della fila è parimenti influenzato nella selezione di un luogo in cui stare, ma trovandosi a scegliere tra pari destinazioni deciderà per quella vicina al suo predecessore. Perché? La consolazione ed il conforto della compagnia sono un fatto da prendere in considerazione. Tuttavia, una vicinanza mantenuta al solo scopo di non restare soli è cosa di ben poco conto: non durerà a lungo, a meno che non venga instaurato un legame sostanziale. Tale legame è rappresentato dall’aumento delle soddisfazioni reso possibile dalla cooperazione nella costruzione di una casa, nella raccolta di legna da ardere, nello squartare un animale. In molti lavori due individui possono produrre più del doppio di quello che puo’ fare il singolo, mentre alcuni compiti non potrebbero essere portati a termine da un solo uomo. Il risultato di questo sforzo di cooperazione crea più soddisfazioni, più rendimenti. Prospera la socievolezza in base ai profitti reciproci della coopeazione e, quando osserviamo come la conoscenza maturi in amicizia (all’aumentare dei livelli di rendimento reciproci), è difficile dire quale sia la causa e quale l’effetto.

L’immigrazione nella comunità è proporzionale alle opportunità di impego profittevole consentite da questo ambiente rispetto ad altri: i nuovi lavoratori sono tutti attratti dalla prospettiva di un miglioramento personale. Sebbene arrivino dalla tormentata Irlanda o dalle montagne della Svezia, sebbene parlino il gergo del ghetto o si crogiolino nelle consonanti Slave, che siano scappati dallo squallore delle miniere Gallesi o dalla disoccupazione del New England, trovano in questi luoghi particolari un punto di contatto comune: un’abbondanza fiorente dalla natura e dalla cooperazione. Le differenze di razza, religione, lingua e costumi stimolano curiosità ed a volte irritazione, ma il contributo di ogni lavoratore all’incremento generale di ricchezza tende a liquidare queste differenze superficiali. L’aumento del livello di salari stimola la combinazione di particolarismi culturali.

Appena la sussistenza cessa di essere un problema pressante, come evidenziato dai granai stracolmi, si pone l’urgenza di soddisfare quei desideri che durante l’economia della scarsità erano solamente dei sogni. La baita in legno, fino a ieri una reggia, è adesso in disperato bisogno di tende, mobili, quadri; un senso di dignità sprona le persone a vestirsi bene di domenica; il granaio, prima usato come luogo di culto, deve essere sostituito da un edificio appropriato ed ogni madre pensa al mondo che il proprio figlio potrebbe conquistare, se gli fossero aperte le prospettive dell’apprendimento. Ma la soddisfazione di questi nuovi desideri richiede manodopera specializzata, competenze e conoscenze che il tuttofare autosufficiente non ha. A questo punto della crescita della Società, da dentro il gruppo o da fuori, arriva un individuo che, grazie a un’attitudine verso il commercio, offrirà i propri servizi come fabbro. E’ la necessità di tale servizio a suggerirgli come altri saranno disposti a pagarlo almeno quanto può guadagnare dalla comune attività di approvvigionamento primario. Il movente del profitto — cioè, la voglia di soddisfare i desideri col minimo sforzo — lo trasforma in uno specialista. Il movente del profitto funziona però bilateralmente: il contadino assume lo specialista perché così potrà impiegare più proficuamente il proprio tempo lavorando come agricoltore, invece che come fabbro. La relazione tra acquirente e venditore si basa su guadagni reciproci.

Lo specialista non emerge fino a quando non vi è abbastanza popolazione da aver bisogno di lui, e fino a quando quella popolazione non ha raggiunto un certo grado di benessere. È il lavoro nelle stalle, il capitale, che fa emergere la possibilità di assumere un sarto, un predicatore, un insegnante o un venditore ambulante, così da sbarazzarsi dei lavori “fai da te” imposti dalle necessità ed eseguiti alla bell’e meglio, ritardando quelli che invece sono meglio attrezzati a fare. L’accumulo di capitale è il prerequisito indispensabile alla specializzazione. Mano a mano che nuovi produttori affluiscono nella nascente comunità, sia in veste di specialisti o fornitori di servizi primari (i quali, trasferendo ad altri le proprie mansioni marginali, a propria volta diventano specialisti), aumenta il capitale o i saldi di conto corrente, cosa che risveglia nuovi desideri. Questo è il modo di agire degli esseri umani. In un secolo o due, l’accumulo di capitale raggiunge un punto in cui il negozio del ciabattino è rimpiazzato da un calzaturificio, il venditore ambulante dal grande magazzino e la piccola scuola di paese dall’università. La specializzazione si sedimenta su altra specializzazione non per progetto consapevole e certamente non per coercizione, ma (a) per l’aumento della popolazione, (b) per l’aumento conseguente nel livello dei salari e (c) per i risparmi che hanno reso possibile tutto ciò. Risalite ora da questi fattori fino al loro principio causale e arriverete al funzionamento de “l’uomo economico”: sempre intento al miglioramento della propria condizione ed al suo ampliamento nel modo più efficiente a disposizione.

Stiamo parlando dell’ascesa e dello sviluppo della Società Americana. Altre integrazioni sociali, come quelle in Tibet o Abissinia, non hanno mai superato uno stadio primitivo; altre ancora, come quelle europee, hanno impiegato più tempo per arrivare ad un livello simile a quello americano. La differenza non può trovarsi nel tipo di popolazione, poiché la Società Americana è composta da un’ampia rosa di popoli del mondo, ciascuno dei quali ha giocato la propria parte economica secondo copione. Senza dubbio le condizioni climatiche e la disponibilità di risorse naturali hanno influenzato il corso della Società Americana: l’uomo, dopo tutto, è un “animale della terra.” Ma altre persone benedette allo stesso modo non “si sono spostate”, o perlomeno non così velocemente, quindi per scoprirne la causa dobbiamo guardare ad alcuni vantaggi speciali di cui hanno goduto gli americani.

Attraverso il classico processo di eliminazione arriviamo a determinare questo vantaggio speciale: la libertà. Non solo da ostacoli politici ma anche dalle inibizioni che la tradizione istituzionalizzata impone sulle aspirazioni dell’uomo. Il giovane americano non aveva un governo costoso da sostenere, la tassazione era bassa e lo privava solo di pochi risparmi, non esisteva alcun sistema di caste che potesse deprimere la sua autostima. In realtà di tali limitazioni ne importò un paio, ma non ebbero il tempo sufficiente per sedimentarsi ed istituzionalizzarsi fino in fondo. Era libero di plasmarsi un destino in base alle capacità personali e scelse di seguire la propria naturale inclinazione: aumentare il salario attraverso la cooperazione e la specializzazione, risparmiare parte dei guadagni per investirli in strumenti che gli avrebbero permesso di produrre di più con uno sforzo minore. Era un capitalista in libertà.

Anche la Società nasce e cresce, con le proprie radici immerse nelle unità che la compongono. E’ tanto poco il risultato di una costruzione artificiale quanto lo è un albero, sebbene come l’albero la sua crescita può essere ostacolata da impedimenti artificiali o facilitata dalla loro rimozione. Esiste attualmente un’idea secondo cui la Società possa essere fabbricata, come una sedia o una scarpa, imponendo gli obiettivi di un gruppo di persone su un altro. Avendo compreso come la caratteristica speciale di quanto chiamiamo cultura avanzata sia la sua intensità di capitali, tale idea afferma che il mettervi mano per distribuirli a popoli “arretrati” ne velocizzerà lo sviluppo. Questa idea è tanto stupida quanto quella di forzare un bambino a stare al passo di un adulto. Non è un’industria che crea una Società, ma è quest’ultima che dà vita alla prima. Lì dove un sarto itinerante potrebbe senz’altro prendersi cura dei bisogni di una comunità nascente in fatto d’abbigliamento, questa considererebbe un’assurdità la presenza di una fabbrica di vestiti al proprio interno; solo quando la popolazione fu abbastanza grande e produttiva da soddisfare i propri bisogni antecedenti nacque spontanea l’idea di un’acciaieria. Una gratificazione fa nascere un altro desiderio e, in caso il secondo richieda tecniche ancora sconosciute, l’uomo ne prenderà nota e le inventerà. Ma deve essere libero per farlo. Questo è ciò di cui mancano di più i popoli “arretrati”: o l’espropriazione dei loro beni scoraggia la produzione e ne rende impossibile l’accumulo, oppure le abitudini indotte da istituzioni politiche o culturali inibiscono l’impulso di sognare. L’ingrediente fondamentale del progresso è la libertà.

I benefici della specializzazione non sono privi di contropesi. Mentre il pioniere si rivolge sempre di più al falegname professionista, perde quella capacità che il bisogno gli aveva fatto sviluppare, ed il figlio che alla fine succederà al padre non sarà capace di inchiodare al muro uno scaffale nella casa che suo padre aveva eretto dalle fondamenta. Il prezzo della specializzazione è l’interdipendenza: in una Società altamente sviluppata, dove il contributo di ogni lavoratore è una piccola frazione dell’intero, basarsi l’uno sull’altro è la condizione stessa dell’esistenza. New York muore di fame quando una tempesta di neve taglia i suoi mezzi di comunicazione con le fattorie.

E’ questo fatto che alimenta la credenza fantasiosa di una Società trascendente. Quando pensiamo alla miriade di lavoratori coinvolti nella produzione di una tazza di caffè — lavoratori nelle piantagioni e presidenti bancari, scaricatori di porto ed ingegneri ferroviari, produttori lattieri e raffinatori di zucchero — veniamo travolti dall’immensità del processo e siamo inclini a personalizzarlo; un trucco mentale non molto dissimile da quello con cui si divinizzava una tempesta altrimenti incomprensibile. Eppure non esiste una cosa come la “produzione sociale” — se con tale termine si implica qualcosa di più della produzione individuale. La Società non può produrre qualcosa; solo gli individui producono. Sebbene siano coinvolte un milione di persone nella produzione di quella tazza di caffè, ciascuna (come individuo) l’ha influenzata con le proprie mani. Se una tra questo milione venisse rimossa senza essere sostituita, la tazza di caffè non sarebbe prodotta e perciò non raggiungerebbe il consumatore. La produzione del nastro trasportatore è in esatta proporzione al numero di lavoratori che lo azionano.

Si arriva alla stessa conclusione quando ci si domanda il perché gli uomini lavorino: per soddisfare i propri desideri — e per nessun’altra ragione. Il funzionario che produce il documento di carico per una partita di caffè non è motivato da interesse in quel documento o nel caffè: fa quel lavoro solo perché in tal modo potrà soddisfare i propri desideri, tra i quali potrebbe non esservi il caffè. Se non gli fosse possibile scambiare i frutti del proprio lavoro con quanto desidera, si licenzierebbe da impiegato per dedicarsi ad ottenerlo in altro modo — forse tornando ad un’economia primitiva. Ogni lavoratore lavora per sé stesso. Ogni lavoratore è spinto a lavorare dalla volontà di vivere e non c’è modo di trasferire questa volontà ad un’altra persona o ad un gruppo di persone. Pertanto la locuzione “produzione sociale” — se significa qualcosa di più della somma totale della produzione degli individui — rappresenta solo un’astrazione maliziosa. E’ una locuzione che aleggia nel gergo del socialismo.

La Società è composta da Tom, Dick e Harry.

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