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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 51 min fa

Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – V parte

Mer, 01/07/2015 - 08:00

Economia del benessere: una critica

 

Economia ed Etica

Oggi fra gli economisti è generalmente accettata, almeno pro forma, l’idea che l’economia di per sé non può produrre giudizi etici. Non è invece abbastanza diffusa l’idea che, accettare la tesi precedente, non implica necessariamente l’accoglimento della posizione di Max Weber secondo cui l’etica non può mai essere dimostrata scientificamente o razionalmente. Sia che accettiamo la posizione di Max Weber, sia che aderiamo alla più antica visione di Platone ed Aristotele sulla plausibilità di un’etica razionale, dovrebbe comunque esser chiaro che l’ economia di per sé non può produrre una posizione etica. Se una scienza etica è possibile, dev’essere costruita al di fuori dei dati offerti dalle verità acquisite da tutte le altre scienze.

La medicina può accertare il fatto che un certo farmaco può curare una certa malattia, lasciando ad altre discipline la questione se la malattia dovrebbe essere curata. Allo stesso modo, l’economia può arrivare alla conclusione che la Politica A con duce ad un miglioramento della vita, della prosperità e della pace, mentre la Politica B conduce alla morte, alla povertà e alla guerra. Sia la medicina sia l’economia possono rilevare queste conseguenze in maniera scientifica, e senza introdurre giudizi etici nell’analisi. Si potrebbe obiettare che i medici non ricercherebbero possibili cure per una malattia se non fossero favorevoli alla cura, o gli economisti non indagherebbero le cause della prosperità se non fossero favorevoli a tale risultato. Su questo punto vi sono due risposte: 1) questo è indubbiamente vero in quasi tutti i casi, ma non è necessariamente così – alcuni medici o alcuni economisti possono essere interessati solo alla scoperta della verità, e 2) questo stabilisce solo la motivazione psicologica degli scienziati; non stabilisce che la disciplina in sé perviene ad alcuni valori. Al contrario, supporta la tesi che l’etica vi è pervenuta indipendentemente dalle scienze specifiche della medicina o dell’economia.

Allora, sia che sosteniamo la visione secondo cui l’etica riguarda emozioni o gusti non razionali, sia che crediamo in un etica razionale, dobbiamo convenire che la scienza economica per se non può produrre asserzioni etiche. Essendo il giudizio politico una branca dell’etica, alla politica si applica la stessa conclusione. Se, ad esempio, prosperità o povertà sono le alternative politiche, la scienza economica non può decidere fra esse: offre solamente la verità sulle conseguenze di ciascuna decisione politica alternativa. Come cittadini noi teniamo conto di queste verità quando prendiamo le nostre decisioni etico-politiche.

Il problema della Nuova Economia del Benessere: la regola dell’unanimità

Il problema dell’“economia del benessere” è stato sempre quello di trovare un modo per aggirare questa limitazione dell’economia, e produrre direttamente asserzioni etiche e soprattutto politiche. Poiché l’economia si occupa degli individui che mirano a massimizzare la loro utilità o felicità o benessere, il problema può essere tradotto nei seguenti termini: quando l’economia può dire che “la società sta meglio” in conseguenza di un dato cambiamento? O, in altro modo, quando possiamo dire che l’“utilità sociale” è stata incrementata o “massimizzata”?

Gli economisti neoclassici, guidati dal professor Pigou, trovarono una risposta semplice. L’economia può stabilire che l’utilità marginale della moneta di un individuo diminuisce all’aumentare del suo reddito monetario. Quindi, conclusero, l’utilità marginale di un dollaro è minore per un ricco che per un povero. A parità delle altre condizioni, l’utilità sociale è massimizzata da un’imposta sul reddito progressiva che toglie al ricco e dà al povero. Questa era la dimostrazione preferita dalla “vecchia economia del benessere”, basata sull’etica utilitarista benthamiana, e realizzata da Edgeworth e Pigou.

Gli economisti continuarono allegramente lungo questa strada finché non furono fermati dal professor Robbins. Robbins mostrò che questa dimostrazione dipendeva dalla comparazione interpersonale delle utilità, e poiché l’utilità non è una grandezza cardinale, tali confronti coinvolgono giudizi etici.46 Ciò che Robbins di fatto ottenne fu di reintrodurre nell’economia la Regola dell’Unanimità di Pareto, rendendola il filtro selettivo attraverso cui l’economia del benessere deve verificare le sue credenziali.47 Questa Regola funziona nel modo seguente: possiamo dire che il “benessere sociale” (meglio, l’“utilità sociale”) è aumentato in seguito a un cambiamento, solamente se nessun individuo sta peggio a causa del cambiamento (e almeno un individuo sta meglio). Se anche un solo individuo sta peggio, il fatto che le utilità interpersonali non possono essere sommate o sottratte impedisce all’economia di dire alcunché sull’utilità sociale. In assenza di unanimità, qualsiasi affermazione sull’utilità sociale implicherebbe un confronto interpersonale di tipo etico fra coloro che hanno guadagnato e coloro che hanno perso a seguito del cambiamento. Se, a seguito di un cambiamento, un numero X di individui guadagna e un numero Y perde, qualsiasi valore da sommare in una grandezza finale “sociale” implicherebbe necessariamente un giudizio etico sull’importanza relativa dei due gruppi. 48

La Regola dell’Unanimità di Pareto-Robbins conquistò l’economia e liquidò quasi completamente la vecchia economia del benessere pigouviana. Da allora è fiorita una sterminata letteratura, nota come “nuova economia del benessere”, che si è dedicata a una serie di tentativi di quadratura del cerchio: pronunciare determinati giudizi politici come se fossero economia scientifica, mantenendo anche la regola di unanimità.

La via d’uscita del professor Robbins

La formulazione della Regola dell’Unanimità à la Robbins sottovaluta notevolmente la portata del suo potere restrittivo sulle asserzioni degli economisti. Robbins ha sostenuto che, affinché gli economisti possano fare comparazioni interpersonali, sarebbe necessaria una sola asserzione etica: che ogni uomo ha una “eguale capacità di soddisfazione” in circostanze simili. Per sicurezza Robbins ammette che questa ipotesi etica non può essere posta dall’economia; ma, suggerisce, poiché ogni buon democratico è tenuto a fare questa ipotesi egalitaria, possiamo tutti egregiamente agire come se i confronti interpersonali di utilità si possano fare e procedere con i giudizi etici.

In primo luogo, è difficile, ad un’analisi attenta, dare senso all’espressione “eguale capacità di soddisfazione”. Robbins, come abbiamo visto, ammette che non possiamo in maniera scientifica confrontare le utilità o le soddisfazioni di individui diversi. Ma, non esistendo alcuna unità di soddisfazione con la quale possiamo effettuare confronti, qualsiasi affermazione che le soddisfazioni di individui differenti saranno “eguali” in una qualsiasi circostanza non ha significato. “Eguali” in che modo, e in quale unità di misura? Non siamo liberi di fare qualsiasi ipotesi etica ci piaccia, perché anche un’ipotesi etica dev’essere costruita con un senso, e i suoi termini devono essere definibili in una maniera che abbia significato. Dal momento che il termine “eguaglianza” non ha alcun significato senza qualche tipo di unità definibile, e dal momento che non esiste alcuna unità di soddisfazione o di utilità, ne segue che non vi può essere alcuna ipotesi etica di “eguale capacità di soddisfazione”, e che essa non può offrire una scorciatoia per permettere agli economisti di trarre conclusioni sulle politiche pubbliche.

La posizione di Robbins, inoltre, rappresenta una visione dell’etica, e della sua relazione con le questioni politico-economiche, molto semplicistica. Il problema del confronto interpersonale delle utilità è solo uno dei moltissimi problemi etici che devono essere discussi prima che si possa elaborare razionalmente qualsiasi conclusione politica. Supponiamo, ad esempio, che abbiano luogo due cambiamenti sociali, ciascuno dei quali determina nel 99 per cento della popolazione un incremento dell’utilità e nell’1 per cento una perdita. Per produrre un giudizio etico, sicuramente non può bastare alcuna ipotesi circa il confronto interpersonale delle utilità, se si trascura il contenuto del cambiamento stesso. Se, per esempio, un cambiamento era rappresentato dalla schiavizzazione dell’1 per cento da parte del 99 per cento, e l’altro cambiamento era costituito dalla rimozione di un sussidio statale all’1 per cento, è ovvio che vi sia una grande differenza nelle nostre asserzioni etiche nei due casi, anche se l’ipotizzata “utilità sociale” nei due casi è più o meno la stessa.

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

46 Lionel Robbins, “Interpersonal Comparisons of Utili ty,” Economic Journal (December 1938): 635-41; e Robbins, An Essay on the Nature and Significance of Economic Science, 2nd ed. (London: Macmillan, 1935), pp. 138-41.

47 Vilfredo Pareto, Manuel d’Économie Politique , 2nd ed. (Paris: Marcel Giard, 1927), p. 617.

48 Kemp cerca di alterare la Regola dell’Unanimità per interpretarla nel senso che l’utilità sociale aume nta solo se ognuno sta meglio, non stando peggio o essendo indifferente. Ma, come abbiamo visto, l’indifferenza non può evidenziarsi nell’azione, e quindi questa modifica non è valida. Murray C. Kemp, “Welfare Economics: A Stocktaking,” Economic Record (November 1954): 245.

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La concentrazione della ricchezza

Lun, 29/06/2015 - 08:00

1 Il problema

La tendenza alla concentrazione degli stabilimenti o delle imprese non è affatto equivalente ad una tendenza alla concentrazione della ricchezza. Nello stesso grado in cui le istituzioni e le imprese sono diventate sempre più grandi il capitalismo moderno ha sviluppato forme di impresa che permettono alle persone con piccole fortune di intraprendere grandi affari. La prova che non c’è tendenza a concentrare ricchezza sta nel numero di questi generi di impresa che sono nati e aumentano quotidianamente in importanza, mentre il singolo commerciante è quasi sparito dalla grande industria, dall’estrazione mineraria e dai trasporti. La storia delle forme di impresa, dal societas unius acti all’azienda azionaria moderna, è una grossa contraddizione della dottrina della concentrazione di capitale installata così arbitrariamente da Marx.

Se vogliamo dimostrare che i poveri stanno diventando sempre più numerosi e sempre più poveri ed i ricchi sempre meno numerosi e sempre più ricchi, è inutile osservare che in un remoto periodo dell’antichità, per noi elusivo quanto l’Età dell’Oro per Ovidio e Virgilio, le differenze di ricchezza erano minori di quanto lo siano oggi. Dobbiamo dimostrare che c’è una causa economica che conduce imperativamente alla concentrazione delle ricchezze. I marxisti non ci hanno neppure provato. La loro teoria che attribuisce all’era capitalista una speciale tendenza verso la concentrazione delle ricchezze, è pura invenzione. Il tentativo di dargli una certa specie di fondamento storico è disperato ed adduce proprio il contrario di quanto Marx asserisce ne venga dimostrato.

2 il fondamento delle ricchezze al di fuori dell’economia di mercato

Il desiderio di aumentare la ricchezza può essere soddisfatto con lo scambio, che è l’unico metodo possibile in un’economia capitalista, o con la violenza e la petizione come in una società militarista, in cui il forte acquista con la forza, il debole facendo una petizione. Nella società feudale la proprietà dei forti resiste a soltanto a condizione che abbiano il potere di mantenerla; quella dei deboli è sempre a rischio, dato che essendo acquistata per grazia dei forti dipende sempre da essi. I deboli mantengono la loro proprietà senza protezione legale. In una società militarista, quindi, non c’è nient’altro che il potere per ostacolare i forti dall’espansione della loro ricchezza. Possono continuare ad arricchirsi finché nessun uomo più forte gli si oppone.

In nessun tempo e luogo la proprietà della terra su vasta scala si è prodotta attraverso il lavoro delle forze economiche nel mercato. È il risultato dello sforzo militare e politico. Fondata sulla violenza, è stata mantenuta dalla violenza e da quella soltanto. Non appena i latifondi sono portati nella sfera delle transazioni del mercato cominciano a sbriciolarsi, finché infine spariscono completamente. Le cause economiche non hanno operato né alla loro formazione né al loro mantenimento. Le grandi ricchezze terriere non sono state create attraverso la superiorità economica della proprietà di vasta scala, ma con l’annessione violenta al di fuori del settore del commercio. “E bramano i campi” lamenta il profeta Michea, [1] “e li prendono con la forza; e le case, e se le prendono.” Prende così consistenza la proprietà di coloro che, nelle parole di Isaia, “uniscono casa alla casa… affiancano campo al campo, finché non c’è più posto, che possono essere posti soltanto nel centro della terra.”[2]

L’origine non-economica delle ricchezze terriere è rivelata chiaramente dal fatto che, in generale, l’espropriazione con cui sono state generate in nessun modo altera il sistema di produzione. Il vecchio proprietario rimane sul terreno sotto un titolo legale diverso e continua a portare avanti la produzione.

La proprietà terriera può essere fondata anche sui regali. Fu in questo modo che la chiesa acquistò i suoi grandi possedimenti nel regno dei Franchi. Non più tardi dell’ottavo secolo, questi latifondi caddero nelle mani della nobiltà; secondo la teoria più vecchia questo era il risultato di secolarizzazioni da parte di Carlo Martello e dei suoi successori, ma le recenti ricerche sono propense a ritenere responsabile “un’offensiva dell’aristocrazia laica”. [3]

Che in un’economia di mercato sia persino ora difficile mantenere i latifondi, è indicato dai tentativi di creare istituzioni legislative come il “Fideikommiss” (infeudamento sulla fiducia) e le relative istituzioni legali come l’inglese “entail.” Lo scopo del “Fideikommiss” era di mantenere la proprietà terriera su vasta scala, perché non poteva esser mantenuta in altro modo. La Legge sull’Eredità è cambiata, l’ipoteca e l’alienazione sono rese impossibili ed lo Stato è nominato guardiano del indivisibilità e dell’inalienabilità della proprietà, di modo che il prestigio della tradizione di famiglia non sarà alterato. Se le circostanze economiche avessero teso verso la continua concentrazione della proprietà terriera tali leggi sarebbero state superflue. La legislazione sarebbe stata promulgata contro la formazione delle proprietà piuttosto che per la loro protezione. Ma di tali leggi la storia legale non ne conosce. Le regolazioni contro il “Bauernlegen,” contro l’inclusione di terreno arabile, ecc., sono dirette contro i movimenti esterni al settore di commercio, cioè contro forza. Le limitazioni legali della manomorta sono simili. Le terre della manomorta, che, incidentalmente, sono protette legalmente più o meno alla stessa maniera del “Fideikommiss,” non aumentano per mezzo della forza dello sviluppo economico ma con le pie donazioni.

Ora la maggiore concentrazione delle ricchezze si deve trovare solo in agricoltura, dove la concentrazione degli stabilimenti è impossibile e la concentrazione delle imprese economicamente priva di scopo, dove la grande proprietà pare essere economicamente inferiore alla piccola ed incapace di resisterle nella libera concorrenza. La proprietà dei mezzi di produzione non fu mai più concentrata come ai tempi di Pliny, quando la metà della provincia d’Africa era posseduta da sei persone, o come all’epoca dei Merovingi, quando la Chiesa possedeva la maggior parte di tutta la terra francese. Ed in nessuna parte del mondo c’è meno proprietà terriera su grande scala che nella capitalista America del Nord.

3 La formazione delle fortune all’interno dell’economia di mercato

L’asserzione che la ricchezza da una parte e la povertà dall’altra sono in continuo aumento fu sostenuta inizialmente senza alcun collegamento cosciente con una teoria economica. I suoi sostenitori pensano di averla dedotta da un’osservazione dei rapporti sociali. Ma il giudizio dell’osservatore è influenzato dall’idea che la somma della ricchezza in ogni società sia una data quantità, di modo che se alcuni possiedono di più altri devono possedere di meno. [4] Siccome, tuttavia, in ogni società lo sviluppo di nuovi ricchi e la creazione di nuova povertà devono sempre essere trovati in modo cospicuo mentre il lento declino delle antiche fortune e il lento arricchimento di classi meno abbienti facilmente sfuggono all’occhio dell’allievo disattento, è facile arrivare alla prematura conclusione riassunta nello slogan socialista “i ricchi più ricchi, i poveri più poveri.”

Non è richiesta alcuna prolungata discussione per dimostrare che l’evidenza fallisce completamente nel convalidare questa asserzione. È un’ipotesi alquanto infondata che in una società basata sulla divisione del lavoro la ricchezza di qualcuno implichi la povertà di altri. Con determinati presupposti è vero per le società militariste, in cui non c’è divisione del lavoro. Ma in una società capitalista è falso. Inoltre un’opinione formata in base ad osservazioni casuali di quella stretta sezione di cui l’individuo è informato personalmente è una prova del tutto insufficiente per la teoria della concentrazione.

Lo straniero che visiti l’Inghilterra dotato di buone raccomandazioni ha l’opportunità di imparare qualcosa delle famiglie nobili e ricche e del loro modo di vivere. Se desidera conoscere di più o ritiene suo dovere fare della sua visita qualcosa di più di un viaggio di puro piacere, può fare un veloce giro delle attività delle grandi imprese. Per il profano, non c’è in questo niente di particolarmente attraente. Inizialmente il rumore, il trambusto, l’attività stupiscono l’ospite, ma dopo aver ispezionato due o tre fabbriche lo spettacolo si sviluppa monotono. Un simile studio sui rapporti sociali, d’altra parte, che può essere intrapreso durante una breve visita in Inghilterra, è stimolante. Una camminata attraverso i sobborghi di Londra o di qualunque altra grande città produce le impressioni più vivide e l’effetto sul viaggiatore che, quando non occupato in questo studio, si affretterà da un intrattenimento ad un altro, è due volte più potente. Così le visite ai sobborghi si sono trasformate in in un articolo popolare nell’itinerario dell’obbligatorio giro dell’Inghilterra del continentale. In questo modo il futuro statista ed economista ha tratto un’impressione degli effetti dell’industria sulle masse, che si sono trasformate in una base per le opinioni sociali di tutta una vita. È tornato a casa con la convinzione che l’industria crei pochi ricchi e molti poveri. Quando più tardi ha scritto o parlato delle condizioni industriali non si è mai dimenticato di descrivere la miseria che aveva trovato nei sobborghi, elaborando i particolari più dolorosi, spesso con un’esagerazione più o meno cosciente. Tutta l’immagine che dipinge non ci dice altro che qualche persona è ricca ed altre povere. Ma per sapere questo, non abbiamo bisogno del rapporto delle persone che hanno visto la sofferenza con i loro occhi. Prima che essi scrivessero già sapevamo che il capitalismo non ha ancora abolito tutta la miseria del mondo. Quello che devono stabilire come prova è che il numero di gente ricca stia diminuendo, mentre il singolo ricco diventa più ricco, e che il numero e la povertà dei poveri sia costantemente in aumento. Tuttavia, sarebbe necessaria una teoria dello sviluppo economico per dimostrarlo.

I tentativi di dimostrare tramite la ricerca statistica l’aumento progressivo della miseria delle masse e l’aumento della ricchezza di una classe ricca numericamente in diminuzione non sono migliori di questi semplici appelli all’emozione. Le stime dei redditi in denaro a disposizione dell’inchiesta statistica sono inutilizzabili perché il potere di acquisto del denaro si altera. Questo fatto da solo è sufficiente per mostrare che difettiamo di qualsiasi base per confrontare aritmeticamente la ripartizione del reddito in un certo numero di anni. Perché dove non è possibile ridurre ad un denominatore comune le vari merci e servizi di cui i redditi si compongono, non si può formare nessuna serie per il confronto storico dalle statistiche conosciute di reddito e di capitale.

L’attenzione dei sociologi è spesso attratta dal fatto che la ricchezza mercantile ed industriale, cioè la ricchezza non investita in terra e nella proprietà estrattiva, raramente viene mantenuta da una famiglia per un lungo periodo. Le famiglie borghesi passano costantemente talvolta così rapidamente dalla povertà alla ricchezza, che un uomo che è stato nel bisogno alcuni anni prima si trasforma in uno dei più ricchi del suo tempo. La storia delle fortune moderne è piena di storie di ragazzi mendicanti che sono diventati milionari. Poco è detto del deperimento delle fortune fra i benestanti. Ciò non avviene di solito così rapidamente da colpire l’osservatore casuale; un esame più attento, tuttavia, rivelerà quanto sia incessante tale processo. Raramente la ricchezza mercantile e industriale si mantiene in una famiglia per più di due o tre generazioni, a meno che, per mezzo di investimenti terrieri, abbia cessato di essere una ricchezza di questa natura. [5] Si trasforma in proprietà terriera, non più usata nel commercio dell’acquisizione attiva.

Le fortune investite nel capitale, contrariamente a quanto immaginato dall’ingenua filosofia economica dell’uomo comune, non rappresentano fonti di reddito eterne. Che il capitale renda un profitto, persino che si mantenga, non è in nessun modo un fatto manifesto che segue a priori dal fatto della sua esistenza. Le merci capitali, di cui il capitale concretamente si compone, appaiono e spariscono nella produzione; il loro posto prendono altre merci, in definitiva merci di consumo, dal cui valore dev’essere ricostituito il valore della massa capitale. Ciò è possibile soltanto quando la produzione è riuscita, cioè quando ha prodotto più valore di quello che ha assorbito. Non solo i profitti del capitale, ma la riproduzione del capitale stesso presuppone un processo di produzione riuscito. I profitti del capitale e del mantenimento del capitale sono sempre il risultato di un’impresa riuscita. Se questa impresa fallisce, l’investitore perde non solo il rendimento sul capitale, ma anche il suo fondo capitale originale. Bisogna distinguere con attenzione fra i mezzi di produzione prodotti ed i fattori primari di produzione. In agricoltura e silvicoltura le forze originali ed indistruttibili della terra si mantengono anche se la produzione viene a mancare, dato che la cattiva amministrazione non può dissiparla. Possono perdere valore attraverso i cambiamenti nella domanda, ma non possono perdere la loro capacità inerente di fornire i loro prodotti. Non è così nella produzione industriale. In essa tutto può essere perso, rami e radici. La produzione deve rifornire continuamente il capitale. Le diverse merci capitali che lo compongono hanno una vita limitata; l’esistenza del capitale è prolungata soltanto dal modo in cui il proprietario lo reinveste deliberatamente nella produzione. Per possedere un capitale bisogna riguadagnarlo di giorno in giorno. A lungo termine una fortuna capitale non è una fonte di reddito che possa essere goduta nell’inattività.

Combattere questi argomenti indicando il rendimento costante dei “buoni” investimenti di capitale sarebbe errato. Il punto è che gli investimenti devono essere “buoni,” e per esserlo, devono essere il risultato di una riuscita speculazione. Giocolieri aritmetici hanno calcolato l’importo a cui un penny, investito ad interesse composto ai tempi di Cristo, sarebbe arrivato oggi. Il risultato è così impressionante che si potrebbe ben chiedere perché nessuno sia stato così intelligente da guadagnare una fortuna in questo modo. Ma lasciando del tutto da parte tutti gli altri ostacoli ad una tal linea di condotta, c’è il principale problema che ad ogni investimento di capitale è legato il rischio della perdita totale o parziale della somma del capitale originale. Ciò è vero non solo per l’investimento imprenditoriale, ma anche per l’investimento che il capitalista fa prestando all’imprenditore, dato che il suo investimento dipende naturalmente in modo totale dall’imprenditore. Il suo rischio è più piccolo, perché l’imprenditore gli offre come sicurezza quella parte della propria ricchezza che è fuori dell’impresa immediata, ma i due rischi sono qualitativamente uguali. Anche chi presta denaro può perdere, e spesso perde, la sua ricchezza. [6]

Un investimento di capitali eterno è inesistente quanto uno sicuro. Ogni investimento di capitali è speculativo; il suo successo non può essere previsto con sicurezza assoluta. Neppure l’idea di un rendimento capitale “eterno e sicuro” potrebbe mai essersi presentata se i concetti dell’investimento capitale fossero stati presi dalla sfera del commercio e dell’impresa capitale. Le idee di eternità e di sicurezza vengono dagli affitti assicurati dalla proprietà terriera e dai relativi titoli di Stato. Corrisponde a circostanze reali soltanto laddove la legge riconosce come investimenti fiduciari quelli in terreni o nei redditi assicurati su terreni o accordati dallo Stato o da altre società di capitali. Nell’impresa capitalista non c’è reddito sicuro e nessuna sicurezza di ricchezza. È evidente che un’obbligazione investita in imprese al di fuori dell’agricoltura, della silvicoltura e dell’estrazione sarebbe senza senso.

Se, allora, le somme capitali non crescono da sé stesse, se per il loro mero mantenimento, a parte la loro fruttificazione ed il loro aumento, è richiesta costantemente una speculazione riuscita, non ci può essere questione alcuna sulla tendenza delle fortune a diventare sempre più grandi. Le fortune non possono crescere; qualcuno deve farle aumentare. [7] Per far questo la riuscita attività di un imprenditore è necessaria. Il capitale si riproduce, porta i suoi frutti ed aumenta soltanto a condizione che un investimento riuscito e fortunato resista nel tempo. Più è veloce il cambiamento nell’ambiente economico e più è breve il periodo in cui un investimento può essere considerato buono. Per la realizzazione di nuovi investimenti, per la riorganizzazione della produzione, per le innovazioni nella tecnica, sono necessarie abilità che soltanto pochi possiedono. Se in circostanze eccezionali queste sono ereditate di generazione in generazione, i successori sono in grado di mantenere la ricchezza lasciata dai loro antenati, forse persino aumentarla, nonostante il fatto che possa venir divisa dall’eredità. Ma se, come è generalmente il caso, gli eredi non sono pari alle richieste che la vita fa ad un imprenditore, la ricchezza ereditata sparisce velocemente.

Quando gli imprenditori ricchi desiderano perpetuare la loro ricchezza nella famiglia si rifugiano nella terra. I discendenti dei Fuggers e dei Welsers vivono persino oggi in considerevole abbondanza, se non nel lusso, ma da lungo tempo hanno cessato di essere commercianti ed hanno trasformato la loro ricchezza nella proprietà terriera. Sono diventati membri della nobiltà tedesca, in alcun modo differenti da altre nobili famiglie tedesche del sud. Numerose famiglie mercantili in altri paesi hanno subito lo stesso sviluppo; arricchitisi nel commercio e nell’industria hanno cessato di essere commercianti ed imprenditori e sono diventati proprietari terrieri, non per aumentare le loro fortune ma per mantenerle e trasmetterle ai loro figli ed ai figli dei loro figli. Le famiglie che hanno agito diversamente sono presto sparite nell’oscura povertà. Ci sono poche famiglie di bancari la cui impresa è esistita per cento o più anni e un’occhiata più attenta agli affari di questi pochi mostrerà che sono di solito commercialmente attivi soltanto nell’amministrazione di fortune realmente investite in terreni e miniere. Non ci sono antiche fortune che prosperano nel senso che crescono continuamente.

4 la teoria della povertà crescente

La teoria della povertà crescente tra le masse sta al centro del pensiero marxista così come di dottrine socialiste più vecchie. L’accumulazione della povertà è parallela all’accumulazione di capitale. È proprio del “carattere antagonistico della produzione capitalista” che “l’accumulazione di ricchezza ad un polo” sia simultaneamente “accumulazione di miseria, di tortura del lavoro, di schiavitù, di ignoranza, di brutalità e di degenerazione morale all’altro.” [8] Questa è la teoria dell’aumento progressivo dell’assoluta povertà delle masse. Basata unicamente sui processi tortuosi di un astruso sistema di pensiero, deve occuparci sempre di meno in quanto sta gradualmente retrocedendo sullo sfondo, anche nei testi dei discepoli ortodossi di Marx e nei programmi ufficiali dei partiti socialdemocratici. Anche Kautsky, durante la diatriba del revisionismo, si è ridotto a concedere che, secondo tutti i fatti, era precisamente nei paesi capitalisti più avanzati che la miseria fisica era in declino e che le classi operaie avevano un livello di vita più alto di cinquant’anni fa. [9] I marxisti ancora aderiscono alla teoria della povertà crescente puramente a causa del suo valore di propaganda e la sfrutta oggi proprio quanto durante la gioventù dell’ormai invecchiato partito.

Ma intellettualmente la teoria della crescita relativa della povertà, sviluppata da Rodbertus, ha sostituito la teoria della crescita assoluta. “La povertà,” dice Rodbertus, “è un concetto sociale, cioè relativo. Ora, io sostengo che i bisogni giustificabili delle classi operaie, poiché questi hanno raggiunto una più alta posizione sociale, sono diventati considerevolmente più numerosi. Sarebbe tanto sbagliato, ora che hanno raggiunto questa posizione, di non parlare, anche con salari immutati, di un deterioramento nel loro stato materiale, quanto lo sarebbe stato in una fase precedente quando i loro stipendi calarono ed ancora non avevano raggiunto questa posizione.” [10] Questo pensiero è derivato interamente dal punto di vista del socialista di Stato, che considera “giustificato” un innalzamento delle richieste degli operai ed assegna loro “una posizione più alta” nell’ordine sociale. Contro i giudizi arbitrari di questo genere, non c’è discussione possibile.

I marxisti hanno assunto la dottrina della crescita relativa della povertà. “Se nel corso dell’evoluzione il nipote di un piccolo mastro tessitore, che ha vissuto con i suoi operai qualificati, va ad abitare in una villa sfarzosa, magnificamente ammobiliata, mentre il nipote dell’operaio qualificato vive in un alloggio, comunque più comodo, senza dubbio, della soffitta di suo nonno nella casa del mastro tessitore, questo comunque contribuisce ad allargare la distanza sociale fra i due, quindi il nipote dell’operaio qualificato sentirà maggiormente la sua povertà vedendo le comodità alla portata del suo datore di lavoro. La sua posizione è migliore di quella del suo antenato, il suo livello di vita è aumentato, ma la sua situazione si è relativamente aggravata. La miseria sociale diventa più grande… gli operai relativamente più miserabili.” [11] Supponendo che questo sia vero, non sarebbe comunque un atto d’accusa contro il sistema capitalista. Se il capitalismo migliora la posizione economica di tutti, è di importanza secondaria che non porti tutti allo stesso livello. Un ordine sociale non è cattivo semplicemente perché aiuta uno più di un altro. Se sto meglio, in che cosa può nuocermi che altri stiano ancora meglio di me? Dobbiamo distruggere il capitalismo che meglio soddisfa di giorno in giorno i desideri di tutti, soltanto perché alcuni individui diventano ricchi ed alcuni di loro molto ricchi? Come, allora, si può asserire come “logicamente incontestabile” che “una crescita nella povertà relativa delle masse… deve infine condurre alla catastrofe.” [12]

Kautsky prova a diversificare la sua concezione della teoria marxista della crescita della povertà da quella che emerge dalla lettura imparziale diDas Kapital. “La parola povertà,” dice, “può significare povertà fisica, ma può anche significare povertà sociale. Nel primo senso è misurata dai bisogni fisiologici dell’uomo. Questi non sono effettivamente dappertutto e sempre gli stessi, comunque non evidenziano differenze così grandi come i bisogni sociali, la cui insoddisfazione produce la povertà sociale.” [13] È la povertà sociale, dice Kautsky, che Marx aveva in mente. Tenendo conto della chiarezza e della precisione di stile di Marx questa interpretazione è un capolavoro di sofismo ed è stata di conseguenza rifiutata dai revisionisti. A chi non prende le parole di Marx come rivelazione può, effettivamente, risultare indifferente se la teoria della crescita della povertà sociale è contenuta nel primo volume di Das Kapital o se è presa da Engels o se è stata proposta per la prima volta dai neo-marxisti. Le domande importanti sono se è difendibile e quali conclusioni ne conseguono.

Kautsky sostiene che lo sviluppo della povertà in senso sociale “è attestato dalla borghesia stessa, solo hanno dato alla questione un altro nome; la chiamano bramosia… Il fatto decisivo è che il contrasto fra i bisogni dei salariati e la possibilità di soddisfarli con i loro stipendi, il contrasto quindi fra lavoro salariato e capitale, sta diventando sempre maggiore.” [14] La bramosia è sempre esistita, nondimeno; non è un fenomeno nuovo. Possiamo persino ammettere che oggi sia più prevalente che in passato; il generale sforzo dopo il miglioramento della posizione economica è un peculiare segno caratteristico della società capitalista. Ma come si possa da questo concludere che l’ordine capitalista della società deve necessariamente cambiare in socialista, è inesplicabile.

Il fatto è che la dottrina della crescente povertà sociale relativa non è altro che un tentativo di dare una giustificazione economica a politiche basate sul rancore delle masse. Povertà sociale crescente significa meramente invidia crescente. [15] Mandeville e Hume, due dei maggiori osservatori della natura umana, hanno rilevato che l’intensità dell’invidia dipende dalla distanza fra l’invidiante e l’invidiato. Se la distanza è grande non ci si paragona all’invidiato e, infatti, non è percepita alcuna invidia. Minore la distanza, però, e maggiore è l’invidia. [16] Così si può dedurre dallo sviluppo di rancore nelle masse che le diseguaglianze di reddito stanno diminuendo. La “bramosia” crescente non è, come Kautsky pensa, una prova dell’aumento relativo della povertà; al contrario, indica che la distanza economica fra le classi sta diventando sempre minore.

Estratto di Socialismo: un’analisi economica e sociologica di Ludwig von Mises

Traduzione di Flavio Tibaldi pubblicata originariamente su La Voce del Gongoro

Note

[1] Michea, II, 2.

[2] Isaia, V, 8.

[3] Schröder, Lehrbuch der deutschen Rechtsgeschichte, pp. 159 ff.; Dopsch, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen der europäischen Kulturentwicklung, Part 2 (Vienna, 1920), pp. 289, 309 ff.

[4] Michels, Die Verelendungstheorie (Leipzig, 1928), pp. 19 ff.

[5] Hansen, Die drei Bevölkerungsstufen (Monaco di Baviera, 1889), pp. 181 ff.

[6] Questo è del tutto separato dagli effetti del deprezzamento monetario.

[7] Considerant tenta di provare la teoria della concentrazione con una metafora presa in prestito dai meccanici: “Les capitaux suivent aujourd’hui sans contrepoids la loi de leur propre gravitation; c’est que, s’attirant en raison de leurs masses, les richesses sociales se concentrent de plus en plus entre ks mains des grands possesseurs” (“Il capitale oggi segue, senza alcuna forza avversa, la legge del suo proprio magnetismo. Il capitale attrae a sé il capitale, per forza della sua stessa dimensione. La ricchezza sociale è sempre più concentrata nelle mani dei maggiori proprietari.”) Citato da Tugan-Baranowsky, Der moderne Sozialismus in seiner geschichtlichen Entwicklung, p. 62. Questo è un gioco di parole, niente più.

[8] Marx, Das Kapital, volume. I, p. 611.

[9] Kautsky, Bernstein und das Sozialdemokratische Programm (Stuttgart, 1899), p. 116.

[10] Rodbertus, “Erster sozialer Brief an v. Kirchmann” (Ausgabe von Zeller, Zur Erkenntnis unserer staatwirtschaftlichen Zustände, 2a ed. (Berlino, 1885), p. 273 n.

[11] Herman Müller, Karl Marx und die Gewerkschaften (Berlino, 1918) pp. 82 ff.

[12] Come fatto da Ballod, Der Zukunftsstaat, 2a ed.. (Stuttgart, 1919), p. 12.

[13] Kautsky, Bernstein und das Sozialdemokratische Programm, p. ll6.

[14] Ibid., p. 120.

[15] Confronta le osservazioni di Weitling, citate in Sombart, Der proletarische Sozialismus (Jena, 1924), Vol. I, p. 106.

[16] Hume, A Treatise of Human Nature, Lavori Filosofici, ed. Green and Grose (Londra, 1874), Vol. II, pp. 162 ff. ; Mandeville, Bienenfabel, ed. Bobertag (Monaco di Baviera, 1914), p. 123; Schatz, L’Individualisme Économique et Social (Parigi, 1907), p. 73 n2, chiamato questo un “idée fondamentale pour bien comprendre la cause profonde des antagonismes sociaux.” (“Idea fondamentale per una buona comprensione della causa profonda delle animosità sociali.”)

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Il Brasile: una vittima di volgare keynesismo

Ven, 26/06/2015 - 08:00

Tutte le vie keynesiane portano alla stagflazione. Ciò è quanto si è verificato negli anni ’70 in Europa e negli Stati Uniti, quando sia la stagnazione che l’inflazione colpirono contemporaneamente le rispettive economie. Oggi, è quanto si sta verificando in Brasile.

Sin dal proprio insediamento nel 2003, il Partito dei Lavoratori – a capo di tutti i successivi governi brasiliani – ha religiosamente implementato una dottrina economica orientata verso una crescita derivante dalla spesa pubblica. Attualmente, il paese è caduto in stagnazione, con una recessione che incombe davanti a sé ed un’inflazione in crescita. Tutti gli indicatori economici mostrano una spia rossa: dalla crescita economica, all’inflazione e al tasso di cambio, dalla produttività agli investimenti, alla produzione industriale.

Boom economici e bolle, a ritmo di samba

Ancora una volta, delle politiche keynesiane hanno condotto alla stagflazione. Alla fine, la dura realtà ha preso il sopravvento mandando in frantumi l’illusione di una facile ricchezza. L’arma della meraviglia keynesiana è divenuta impotente. I leader politici del Ministero delle Finanze e della Banca Centrale non hanno idea di cosa fare al momento. Dopotutto, non conoscono altre dottrine che non contemplino l’idea di stimolare l’economia spendendo ancor di più. Purtroppo, con le casse governative vuote e l’inflazione sempre più alta, spendere facendo deficit e tramite una politica monetaria espansiva sono strumenti a cui manca il carburante necessario per funzionare. Le esternalità positive, quali il boom della Cina e l’alta richiesta di materie prime, avevano spinto l’economia brasiliana durante la presidenza di Luiz Inácio “Lula” da Silva. Tali fattori, uniti ad enormi stimoli interni, avevano accelerato la crescita economica. Ma con la fine del boom delle materie prime ed il rallentamento della crescita cinese, questi fattori esterni non hanno più potuto aiutare il Brasile una volta che i consumi interni raggiunsero il culmine, costringendo sia i consumatori che il governo a ridimensionare le proprie aspettative frattanto che il peso del debito diventava insostenibile.

All’inizio del 2015, è diventato ovvio come sotto il Partito dei Lavoratori il paese avesse vissuto fin lì in una pura illusione durata 12 anni. Oggi fa ridere pensare che il presidente Lula annunciò che l’economia brasiliana era sul punto di superare quella del Regno Unito, salendo al livello delle grandi economie mondiali. Eppure, quando nel 2007 fu annunciato che il Brasile avrebbe ospitato i Mondiali di calcio del 2014, e nel 2009 il Comitato Olimpico scelse Rio de Janeiro per le Olimpiadi 2016, sembrò che l’ambito riconoscimento internazionale che Lula cercava per il suo operato fosse finalmente arrivato. Il giubilo domestico fu affiancato dall’esuberanza estera su come Lula avesse condotto il Brasile nel ventunesimo secolo.

Esattamente come molti brasiliani non vollero riconoscere la verità, anche gli osservatori esterni chiusero gli occhi davanti al fatto che governo brasiliano avesse praticato una delle forme più bieche di keynesismo. Il modello brasiliano è infatti pesantemente mischiato con il marxismo di Michal Kalecki. In Europa e negli Stati Uniti, qualche residuo di saggia economia è sopravvissuto agli assalti della “nuova economia”, ripristinando qualche principio classico e neoclassico. In Brasile c’è stata quasi una vittoria totale del “keynesismo kaleckiano” con la maggior parte dei rimanenti principi macroeconomici tagliati fuori.

Può il governo trasformare le pietre in pane?

Finanche oggi, l’economista polacco Kalecki gode ancora di una grande stima presso alcune delle più importanti università brasiliane. Il suo modello keynesiano sviluppato negli anni ’30 è diventato il paradigma fondamentale dei pianificatori economici, sebbene manchi di qualunque fondamenta microeconomica e sia in gran parte vuoto di contenuti realistici. Le teorie keynesiane proposte da Kalecki prendono i simboli macroeconomici per reali, e muovendoli secondo i principi algebrici arrivano alla conclusione che “i lavoratori spendono ciò che guadagnano” mentre “i capitalisti guadagnano ciò che spendono” (come riassunto tempo fa da Kaldor).

Conseguentemente, Kalecki ed i suoi seguaci marxisti decisero che quando lo Stato si comporta come i capitalisti, il governo può spendere quanto vuole fino a raggiungere la prosperità desiderata, mentre i lavoratori avrebbero ricevuto la loro giusta fetta di ricchezza in quanto consumatori. Anche più di Keynes, il vangelo di Kalecki predicava come i suoi adepti potessero trasformare le pietre in pane. Una spesa pubblica elevata in qualunque settore e combinata con un consumo di massa dei beni prometteva una ben più piacevole via verso la prosperità. Tale promessa ha rappresentato il principio della politica economica del Partito dei Lavoratori brasiliano degli ultimi 12 anni.

Lungo gran parte dei due periodi presidenziali di Lula, dall’inizio del 2003 alla fine del 2010, la ricetta Kalecki-Keynes sembrò funzionare. Il governo brasiliano formato da vecchi leader sindacali spendeva, i consumatori consumavano e l’economia cresceva. Al contempo, l’inflazione restava sotto controllo ed il tasso di disoccupazione calava. Non c’è da sorprendersi che il Presidente Lula ebbe un’immensa popolarità durante i suoi due mandati e che il suo partito sarebbe rimasto in carico quando il suo successore designato vinse le elezioni presidenziali nel 2010 e nel 2014.

Dilma Rousseff, politico di professione ed ex guerrigliera, non ebbe sempre vita facile nel vincere le elezioni. Quando si candidò per il secondo mandato, delle nubi cominciarono ad oscurare lo sfacciato ottimismo che ancora permeava il partito al governo. Nel 2011, il tasso di crescita economica cominciò a scendere. Il governo dapprima fugò i dubbi parlando di un calo temporaneo, per poi andare in panico quando nel 2012 la crescita cominciò a scendere ancor di più. Con le elezioni in arrivo nel 2014, il governo fece esattamente quanto prescrive la ricetta Kalecki-Keynes, aumentando ancor di più le proprie politiche espansive. Ciò può essere servito a far rivincere le elezioni, ma il prezzo da pagare fu soltanto rimandato a più tardi.

L’arrivo della disillusione

Adesso, nei primi mesi del 2015, la disillusione è finalmente arrivata. Le persone si sentono tradite dal falso ottimismo trasmesso dal governo. Il 15 Marzo, lo scandalo relativo alla corruzione della compagnia petrolifera brasiliana Petrobas, assieme al rapido deterioramento delle condizioni economiche, ha portato in piazza più di un milione di brasiliani per protestare contro il governo.

Ciò che molti manifestanti non riescono a vedere, comunque, è che il Brasile avrebbe bisogno più di un semplice cambio della squadra di governo. Il paese ha bisogno di un cambio di mentalità. Per rimettersi sulla strada della prosperità, il Brasile deve abbandonare la sua ideologia economica prevalente. Deve liberarsi della sua tradizione fatta di una dissoluta spesa pubblica e di credito facile, di un coinvolgimento d’ispirazione marxista dello Stato nell’economia, e del protezionismo istituito dopo aver adottato il Cepalismo (il principio economico fondante della Commissione Economica per l’America Latina). Al cuore del malessere attuale non ci sono circostanze eccezionali, bensì idee sbagliate di politica economica.

Per trovare la via d’uscita dalla crisi, il Brasile necessita di un gran dosaggio di liberalizzazioni economiche. Meno interventismo statale e più libertà di fare business devono essere i primi passi. Per rendere possibile ciò, è però necessario un cambio di mentalità. Il popolo brasiliano deve aprirsi ad un’alternativa che vada oltre il capitalismo di Stato. Per prosperare, ha bisogno di abbracciare una filosofia laissez-faire.

Tale compito è ingente e non molto diverso da quanto c’era da fare in elezioni precedenti, dato che quasi tutti i partiti al momento rappresentati nel Congresso brasiliano sono di sinistra o di estrema sinistra. Non esiste né un reale partito conservatore né un autentico partito pro-mercato. Questa situazione è più che sorprendente dato che, come mostrano spesso i sondaggi, la maggior parte dei brasiliani esprime il proprio orientamento politico verso il centrodestra ed in favore del libero mercato.

Il marxismo domina ancora nelle università

La ragione di questa discrepanza risiede nel fatto che la sinistra domina l’educazione superiore, in particolare nell’ambito delle scienze sociali, dell’economia e del diritto. È infatti da questi settori che nasce la maggior parte degli attivisti politici. Quando nel 1984 finì la dittatura militare, il sistema universitario cadde sotto il completo controllo della sinistra, ad ogni latitudine. In tal modo, la vita accademica risulta ideologicamente molto diversa dal resto della società brasiliana, dove il buonsenso continua a prevalere.

Per fortuna, l’evoluzione intellettuale non è più largamente dipendente dall’ambito accademico. Mentre la visione kalackiana delle politiche keynesiane e marxiste continua a dominare nelle università, è in crescita un forte movimento libertario capeggiato dal Mises Institute brasiliano. I giovani in particolare, affluiscono nel sito come il proverbiale nomade nel deserto alla ricerca dell’acqua. In passato, sono serviti decenni e talvolta secoli per veder prendere piede dei radicali cambi di mentalità.

Oggigiorno, grazie ad internet, le idee hanno un mercato proprio in cui tutti hanno libero accesso. Dovrebbe essere più facile per i brasiliani imparare che non basta essere stufi dell’attuale governo, e che è l’ora di trasformare il capitalismo di Stato del paese in un sistema di libero mercato orientato alla prosperità.

Articolo di  su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – IV parte

Mer, 24/06/2015 - 08:00

L’errore dell’indifferenza


I Rivoluzionari Hicksiani hanno sostituito il concetto di utilità cardinale con il concetto di classi di indifferenza, e negli ultimi vent’anni le riviste di economia si sono riempite di un garbuglio di curve di indifferenza, tangenti, “linee del bilanci o” ecc. bi- e tridimensionali. La conseguenza dell’adozione dell’approccio della preferenza dimostrata è che deve crollare l’intero concetto di classe di indifferenza, insieme alla complicata sovrastruttura eretta su di esso.

L’indifferenza non può mai essere dimostrata dall’azione. Al contrario. Ogni azione rappresenta necessariamente una scelta, e ogni scelta implica una precisa preferenza. L’azione comporta proprio il contrario dell’indifferenza. Il concetto di indifferenza è un esempio particolarmente infelice dell’errore dello psicologismo. Si assume che le classi di indifferenza esistano in qualche luogo e indipendentemente dall’azione. Questa ipotesi è particolarmente esplicita in quei trattati che cercano di definire le curve di indifferenza empiricamente, attraverso l’uso di elaborati questionari.

Se una persona è realmente indifferente fra due alternative, allora non può scegliere e non sceglierà fra esse. 29 L’indifferenza non è quindi mai rilevante per l’azione e non può essere dimostrata nell’azione. Se un individuo, ad esempio, è indifferente fra l’uso di 5,1 o 5,2 once di burro a causa della esiguità dell’unità, allora per lui non vi sarà motivo di agire in base a queste alternative. Egli utilizzerà il burro in unità di maggiori dimensioni, relativamente alle quali ammontari diversi per lui non sono indifferenti.

Il concetto di “indifferenza” può essere importante per la psicologia, ma non per l’economia. In psicologia siamo interessati a scoprire intensità d i preferenze, possibile indifferenza e così via. In economia invece siamo interessati solo ai valori rivelati attraverso le scelte. Per l’economia è irrilevante se un individuo sceglie l’alternativa A all’alternativa B perché preferisce intensamente A o perché ha scelto facendo testa o croce. Ciò che conta per l’economia è il fatto dell’ordine in graduatoria, non le ragioni che hanno spinto l’individuo a quella data graduatoria.

Recentemente il concetto di indifferenza è stato sottoposto a critiche severe. Il professor Armstrong ha rilevato che, secondo la curiosa formulazione di “indifferenza” di Hicks, è possibile che un individuo sia “indifferente” fra due alternative e tuttavia ne scelga una.30 Little ha rivolto valide critiche al concetto di indifferenza, ma la sua analisi è viziata dal desiderio di utilizzare teoremi erronei per giungere a conclusioni circa il benessere, e dalla sua metodologia radicalmente comportamentista.31 Un attacco molto interessante al concetto di indifferenza dal punto di vista della psicologia è stato sferrato dal professor Macfie.32

I teorici dell’indifferenza propongono due principali argomenti a difesa del ruolo dell’indifferenza nell’azione reale. Il primo consiste nel citare la famosa favola dell’asino di Buridano. Questo è l’asino “perfettamente razionale ”, che dimostra indifferenza rimanendo, da affamato, equidistante fra due balle di fieno parimenti gradite.33 Poiché le due balle di fieno sono di pari qualità sotto ogni aspetto, l’asino non ne può scegliere nessuna delle due e quindi muore di fame. Si ritiene che questo esempio illustri in che modo l’indifferenza si può rivelare nell’azione concreta. È difficile concepire un asino, o una persona, meno razionale di così. In realtà egli non si trova davanti a due scelte, ma a tre, essendo la terza la morte per fame. Anche ragionando in base ai criteri dei teorici dell’indifferenza, la terza scelta sarà collocata più in basso delle altre due sulla scala di preferenze dell’individuo. Egli non sceglierà la morte per fame.

Se entrambe le balle di fieno sono parimenti gradite, allora l’asino o l’individuo che deve scegliere l’una o l’altra, ricorrerà completamente alla sorte per decidere, ad esempio lanciando una moneta. Ma allora l’indifferenza anche in tal caso non è rivelata da questa scelta, perché il lancio della moneta gli ha consentito di individuare una preferenza!34

L’altro tentativo di dimostrare le classi di indifferenza si basa sulla fallacia coerenza-costanza, che abbiamo analizzato sopra. Su di essa si basa l’asserzione di Kennedy e Walsh secondo cui un individuo può rivelare indifferenza se, sollecitato a ripetere le sue scelte fra A e B nel tempo, egli sceglie ciascuna alternativa il 50 per cento delle volte.35

Se il concetto di curva di indifferenza individuale è completamente erroneo, è ovvio che il concetto di “curva di indifferenza della collettività”, che Baumol pretende di costruire partendo dalle curve individuali, merita di essere liquidato il più rapidamente possibile.36

I neo-cardinalisti: l’approccio von Neumann-Morgenstern

Negli ultimi anni il mondo dell’economia è stato travolto da una teoria dell’utilità neocardinalista e implicante una quasi-misurazione. Questo approccio, che ha il vantaggio psicologico di rivestirsi di una forma matematica più avanzata di quelle finora conosciute dall’economia, è stato fondato da von Neumann e Morgenstern nel loro celebrato lavoro.37 La loro teoria ha avuto l’ulteriore vantaggio di basarsi sugli sviluppi più recenti, e di moda, della filosofia della misurazione e della filosofia della probabilità. La tesi Neumann-Morgenstern è stata adottata dai principali economisti matematici e ha proceduto quasi incontrastata fino ad oggi. La principale consolazione degli ordinalisti è rappresentata dall’assicurazione, fornita dai neocardinalisti, che la loro dottrina si applica solo all’utilità in condizioni di incertezz a, e quindi non sconvolge troppo drasticamente la dottrina ordinalista.38 Tuttavia questa consolazione è davvero molto magra, se si considera che un certo grado di incertezza pervade qualsiasi azione.

La teoria Neumann-Morgenstern in breve è la seguente: un individuo può comparare non solo certi eventi, ma anche combinazioni di eventi con probabilità numeriche definite per ciascun evento. Quindi, secondo gli autori, se un individuo preferisce l’alternativa A all’alternativa B, e B a C, è in grado di decidere se preferisce B o una combinazione di probabilità 50:50 di C e A. Se preferisce B, allora si deduce che la sua preferenza di B su C è maggiore della sua preferenza di A su B. In tal modo vengono selezionate varie combinazioni di probabilità. Un’utilità numerica quasi-misurabile è assegnata alla sua scala di utilità in accordo con l’indifferenza delle utilità confrontata con varie combinazioni di probabilità di A o C. Il risultato è una scala numerica che si determina quando numeri arbitrari sono assegnati alle utilità di due degli eventi.

Gli errori di questa teoria sono numerosi e gravi:

  • Nessuno degli assiomi può essere convalidato sulla base delle preferenze dimostrate, dal momento che tutti gli assiomi possono essere certamente violati dai singoli attori.
  • La teoria poggia in maniera decisiva sull’ipotesi di costanza, in modo che le utilità possano essere rivelate attraverso l’azione nel tempo.
  • La teoria, per introdurre la scala numerica, fa grande affidamento sul fragile concetto di indifferenza delle utilità.
  • La teoria fondamentalmente si basa sull’erronea applicazione di una teoria della probabilità numerica ad un’area a cui non può essere applicata. Richard von Mises ha definitivamente dimostrato che una probabilità numerica può essere assegnata solo a situazioni in cui esiste una classe di entità, tale per cui non si conosce alcunché dei componenti tranne che essi sono membri di tale classe; e solo a situazioni in cui tentativi successivi rivelano una tendenza asintotica verso una proporzione stabile – frequenza con cui accade – di un certo evento di quella classe. A specifici eventi individuali non può essere applicata alcuna probabilità numerica.39 

Al contrario, nel campo dell’azione umana è vero esattamente l’opposto. Qui non vi sono classi composte da enti omogenei. Ogni evento è unico e diverso da altri eventi altrettanto unici. Questi eventi unici non sono ripetibili. Applicare quindi la teoria della probabilità numerica a tali eventi non ha senso.40 Non è un caso che i neocardinalisti si siano concentrati invariabilmente sulle lotterie e sul gioco d’azzardo. La teoria della probabilità può essere applicata proprio e solo alle lotterie. I teorici danno per scontata la sua applicabilità all’azione umana generale limitando la loro trattazione alle lotterie. Perché l’acquirente di un biglietto della lotteria sa solo che il singolo biglietto della lotteria è un membro di una classe di biglietti di una data ampiezza. L’imprenditore, al contrario, nell’assumere le sue decisioni si confronta con casi unici, relativamente ai quali egli conosce qualcosa e che hanno solo una limitata corrispondenza con altri casi.

  • I neocardinalisti ammettono che la loro teoria non è applicabile nemmeno al gioco d’azzardo se l’individuo ha un interesse o un disinteresse per il gioco d’azzardo in sé. Poiché il fatto che un uomo giochi dimostra che il gioco d’azzardo gli piace, è chiaro che la dottrina dell’utilità Neumann-Morgenstern fallisce anche in questo caso ritagliato su misura.41
  • Una curiosa nuova concezione della misurazione. La nuova filosofia della misurazione elimina i concetti di “cardinale” e “ordinale” in f vore di costruzioni elaborate quali “misurabile a una costante moltiplicativa” (cardinale); “misurabile a una trasformazione monotomica” (ordinale); “misurabile a una trasformazione lineare” (la nuova quasi-misurazione, di cui l’indice di utilità proposto da Neumann-Morgenstern è un esempio). Questa terminologia, a parte la sua inopportuna complessità (sotto l’influenza della matematica), implica che qualsiasi cosa, inclusa l’ordinalità, sia in qualche modo “misurabile”. Chi propone una nuova definizione di un termine importante deve provare la sua tesi; la nuova definizione di misurazione non lo ha fatto per niente. La misurazione, per qualsiasi definizione che abbia un minimo di ragionevolezza, implica la possibilità di un’unica assegnazione di numeri che possono essere significativamente soggetti a tutte le operazioni dell’aritmetica. Per realizzare ciò è ne cessario definire un’unità di misura costante. Per poter definire tale unità, la proprie tà da misurare deve estendersi nello spazio, in modo che sull’unità vi possa essere accordo fra tut ti in maniera oggettiva. Di conseguenza, stati soggettivi, che sono intensivi anziché oggettivamente estensivi, non possono essere misurati e sottoposti a operazioni aritmetiche. E l’utilità appartiene agli stati intensivi. La misurazione diventa ancora più implausibile quando si comprende che l’utilità è un concetto prasseologico, e non direttamente psicologico.

La replica più frequente è che stati soggettivi sono stati misurati; la vecchia, non scientifica sensazione soggettiva di calore ha lasciato il posto alla oggettiva scienza della termometria.42 Ma questa replica è erronea; la termometria non misura le sensazioni soggettive intensive in se stesse. Essa assume una correlazione approssimata fra la proprietà intensiva e un evento oggettivo estensivo – come l’espansione fisica del gas o del mercurio. E la termometria non può certamente pretendere di misurare con precisione gli stati soggettivi: tutti sappiamo che alcune persone, per varie ragioni, sentono più caldo o più freddo in momenti diversi anche se la temperatura esterna rimane la stessa.43 Sicuramente non può essere individuata alcuna correlazione per le scale di preferenza dimostrata in relazione alle lunghezze fisiche. Perché le preferenze non hanno base fisica diretta, come la sensazione di caldo.

Nessuna operazione aritmetica può essere compiuta sui numeri ordinali; per cui usare il termine “misurabile” in qualsiasi modo per i numeri ordinali significa confondere irrimediabilmente il significato del termine. Il miglior rimedio per una possibile confusione è forse evitare di usare qualsiasi numero per le graduatorie ordinali; il concetto di graduatoria può essere espresso con chiarezza attraverso le lettere (A, B, C…), usando la convenzione secondo cui A, ad esempio, esprime il livello più elevato.

Quanto al nuovo tipo di quasi-misurabilità, nessuno ha ancora provato la sua esistenza. L’onere della prova ricade su chi propone. Se un oggetto ha qualità di estensione, allora è, almeno sul piano teorico, suscettibile di misurazione, perché un’unità oggettiva costante può, in linea di principio, essere definita. Se tale oggetto è intensivo, allora non vi si può applicare alcuna unità di misura costante, e qualsiasi assegnazione di numeri dovrebbe essere ordinale. Non c’è posto per ipotesi intermedie. L’esempio preferito di quasi-misurabilità che viene continuamente proposto è, di nuovo, la temperatura. In termometria, si suppone che le scale in gradi centigradi e in gradi Fahrenheit siano convertibili l’una nell’altra non attraverso una costante moltiplicativa (cardinalità) ma moltiplicando e quindi aggiungendo una costante (una “trasformazione lineare”). Un’analisi più attenta, però, rivela che entrambe le scale sono semplici derivazioni da una scala basata su un punto che rappresenta lo zero assoluto. Per dimostrare la cardinalità della temperatura, tutto ciò di cui abbiamo bisogno è di trasformare entrambe le scale, in gradi centigradi e Fahrenheit, in scale in cui “zero assoluto” è zero, e a questo punto ciascuna sarà convertibile nell’altra in base a una costante moltiplicativa. Inoltre, la concreta misurazione della temperatura è una misurazione di lunghezza (della colonna di mercurio), per cui la temperatura di fatto è una misura derivata dalla dimensione della lunghezza, che è cardinalmente misurabile.44

Jacob Marschak, uno dei principali esponenti della scuola Neumann-Morgenstern, ha ammesso che il caso della temperatura è inadeguato ai fini della quasi-misurabilità, perché è derivato dalla originaria e cardinale misurazione della distanza. Tuttavia, sorprendentemente, al suo posto propone l’ altitudine. Ma se “la lettura della temperatura non è altro che distanza”, cos’altro è l’altitudine, che è solo e puramente distanza e lunghezza?45

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

29 I “teorici dell’indifferenza” sbagliano anche nell’ipotizzare incrementi infinitamente piccoli, essenziali per le loro rappresentazioni geometriche ma erronei per un’analisi dell’azione umana.

30 Wallace E. Armstrong, “The Determinateness of Utili ty Function,” Economic Journal (1939): 453-67. L’asserzione di Armstrong secondo cui l’indifferenza non è una relazione transitiva (come ha ipotizzato Hicks) si applica solo a unità, di differenti dimensioni, di un bene. Cfr. anche Armstrong, “A Note on the Theory of Consumers’ Behavior.”

31 Little, “Reformulation” e “Theory.” Un altro difet to dell’approccio della preferenza rivelata di Samuelson risiede nel fatto che egli tenta di “rivelare” le stesse curve di indifferenza.

32 Alec L. Macfie, “Choice in Psychology and as Econom ic Assumption,” Economic Journal (June 1953): 352-67.

33 Joseph A. Schumpeter, History of Economic Analysis (New York: Oxford University Press, 1954), pp. 94 n. 1064.

34  V. anche il monito di Croce relativamente all’uso degli animali nelle analisi che riguardano l’azione umana. Croce, “Economic Principle I,” p. 175.

35 Kennedy, “The Common Sense of Indifference Curves” e “On Descriptions of Consumer’s Behavior.”

36 William J. Baumol, Welfare Economics and the Theory of the State (1952; Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1965), pp. 47 e segg.

37 John von Neumann and Oskar Morgenstern, Theory of Games and Economic Behavior, 2nd ed. (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1947), pp. 8, 15-32, 617-32.

38 A tale proposito v. l’eccellente articolo divulgativo di Armen A. Alchian, “The Meaning of Utility Mea surement,” American Economic Review (May 1953): 384-397. I principali aderenti all’approccio Neumann-Morgenstern sono Marschak, Friedman, Savage e Samuelson. Le pretese della teoria, anche quella più sofisticata, di misurare in qualsiasi modo l’utilità sono state opportunamente smontate d a Ellsberg, che demolisce anche il tentativo di Marschak di rendere la teoria normativa. Tuttavia la critica di Ellsberg soffre del fatto di essere basata sul concetto di “significato operativo”. Ellsberg, “Classic and Current Notions of Measur able Utility,” Economic Journal (September 1954): 528-56.

 39 Richard von Mises, Probability, Statistics, and Truth (New York: Macmillan, 1957). Anche Ludwig von Mises, Human Action, pp. 106-17. Le teorie della probabilità di Rudolf Carnap e Hans Reichenbach, oggi di moda, non sono riuscite a demolire la validità dell’approccio di R ichard von Mises. Mises li confuta nella terza edizione tedesca del suo lavoro, purtroppo non disponibile in inglese. Richard von Mises, Wahrscheinlichkeit, Statistik, und Wahrheit, 3rd ed. (Vienna: J. Springer, 1951). L’unica critica plausibile rivolta a Richard von Mises è stata quella di W. Kneale, il quale ha fatto notare che l’assegnazione numerica della probabilità dipende da una sequenza infinita, laddove in nessuna attività umana può esistere una sequenza infinita. Ciò, comunque, indebolisce l’applicazione della probabilità numerica anche a campi come le lotterie, più che consentirle di estendersi ad altre aree. V. anche Little, “A Reformulation of the Theory of Consumers’ Behavior.”

40 Si veda la fondamentale distinzione di Frank Knight fra i casi limitati di “rischio” attuariale e la più ampia “incertezza” non attuariale. Frank H. Knight, Risk, Uncertainty, and Profit (2nd ed.; London, 1940). Anche G.L.S. Schackle ha rivolto un’eccellente critica all’appro ccio della probabilità in economia, soprattutto a q uello di Marschak. La sua teoria della “sorpresa”, però, è esposta a o biezioni simili; cfr. C.F. Carter, “Expectations in Economics,” Economic Journal (March 1950): 92–105; G.L.S. Schackle, Expectations in Economics (Cambridge: Cambridge Univesity Press, 1949), pp. 109–23.

41 È curioso che gli economisti siano stati tentati d i esaminare il gioco d’azzardo assumendo in primo luogo che al partecipante non piace giocare. È sulla base di tal e assunzione che Alfred Marshall basò la sua famosa “prova” che il gioco d’azzardo (a causa della diminuzione dell’uti lità della moneta di ogni individuo) è “irrazionale ”.

42 von Neumann and Morgenstern, Theory of Games and Economic Behavior, pp. 16–17.

43 Morris R. Cohen, A Preface to Logic (New York: Henry Holt, 1944), p. 151.

44 Sulla misurazione v. Norman Campbell, What is Science? (New York: Dover, 1952), pp. 109-34; e Campbell An Account of the Principles of Measurement and Calculation (London: Longmans, Green, 1928). Sebbene la posizione sulla misurazione descritta sopra non sia oggi di moda, è sostenuta dalla influente autorevolezza di Campbell. Una descrizione della controversia fra Campbell e S. Stevens sul tema della misurazione delle grandezze intensive fu inclusa nel testo non pubblicato di Hempel, Concept Formation, ma è stata purtroppo omessa nell’opera di Hempel pubblicata, Fundamentals of Concept Formation in Empirical Science (Chicago: University of Chicago, 1952). Si può trov are la critica di Campbell in A. Ferguson, et al. Interim Report (British Association for the Advancement of Science Final Report, 1940), pp. 331-49.

45 Jacob Marschak, “Rational Behavior, Uncertain Prosp ects, and Measureability,” Econometrica (April 1950): 131.

 

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La storia d’amore tra Paul Krugman e la Francia

Lun, 22/06/2015 - 08:00

Negli anni recenti, Paul Krugman ha difeso a spada tratta la Francia ed il suo welfare state, arrivando financo a fingere che l’economia francese fosse in condizioni migliori rispetto a quella britannica. Secondo le sue stesse parole: “In gran parte, ciò che affligge la Francia nel 2014 è l’ipocondria, la convinzione di avere delle malattie che non si possiedono”. In ogni caso, a parte qualche propagandista keynesiano, nessuno può realmente pensare che la Francia non sia in una profonda crisi, e che sia sempre più evidente come Krugman si sbagli.

Il Regno Unito, invece, quest’anno è il paese che sta crescendo più velocemente fra le maggiori economie europee. La crescita è aumentata dal primo trimestre del 2013 fino a toccare il 2.6% nel 2014 – un tasso 7 volte più alto di quello della Francia – e il tasso di occupazione britannico, sia in termini assoluti che come quota della popolazione adulta, non è mai stato così alto. Perfino i salari, costantemente in depressione dopo la crisi del 2008, hanno ricominciato a salire.

Come sono soliti fare, i politici britannici hanno approfittato delle buone performance dell’economia britannica proprio per prendersi gioco della Francia. Il Cancelliere Osborne (il ministro della finanze britannico, ndr.) ha dichiarato: “Quale contea ha creato più posti di lavoro di tutta la Francia? Il grande Yorkshire!”, dopo che gli ultimi dati mostravano un’occupazione a livello record nel Regno Unito. David Cameron ha recentemente affermato che: “I laburisti ci faranno fare la fine della Francia!”. È vero, distruggere verbalmente la Francia è come se fosse parte della cultura britannica, ma attualmente il Regno Unito è senza dubbio in condizioni reali migliori della Francia.

Austerità fiscale vs austerità di spesa

Dal 2009, la Francia ed il Regno Unito hanno adottato politiche economiche opposte. La Francia ha aumentato le tasse senza apportare tagli alla spesa pubblica. Il Regno Unito, al contrario, ha diminuito la spesa senza alzare l’imposizione fiscale. Fra il 2010 ed il 2013, il Regno Unito ha ridotto il suo deficit strutturale più di qualunque altra economia avanzata (precisamente il 4.7% del PIL).

Seguendo i ragionamenti di Krugman, ciò dovrebbe suggerire una crescita economica più elevata in Francia e più bassa nel Regno Unito. Tuttavia, non molto sorprendentemente, è accaduto l’esatto opposto: mentre l’economia francese ristagna, quella britannica ha beneficiato di un’ottima ripresa economica

La spesa pubblica in Francia è ora più di 11 punti del PIL più alta di quella del Regno Unito. Le tasse sono anch’esse molto più alte, mentre le regolamentazioni adottate dai britannici, in particolare quelle relative al mercato del lavoro, non sono così problematiche come in Francia. Di conseguenza, per l’apparato produttivo è stato ben più facile adattarsi alla crisi nel Regno Unito piuttosto che in Francia.

Oltretutto, mentre il settore pubblico in UK si riduce, al contrario si espande in Francia. Pertanto, misurare i progressi economici tramite il PIL – un metodo estremamente fallace – vuol dire sottostimare lo sviluppo avuto dall’economia britannica.

Le persone che sono costrette a pagare la spesa pubblica tramite la tassazione non avuto modo di esprimere le loro reali preferenze. Perciò, come detto da Joseph T. Salerno: “è certamente vero che una riduzione nella spesa pubblica reale causi una riduzione nel PIL reale, per il modo con cui è calcolato. Ma, la riduzione della spesa pubblica non ritarda la crescita nella produzione dei beni che soddisfano la domanda dei consumatori e, in realtà, solitamente la accelera”.

Fig. 1

 Ma anche se l’economia francese fosse grandiosa come dice Paul Krugman, perché ci sono così tanti transalpini che lasciano il proprio paese attraversando il canale della Manica? Per sapere se un’economia è prospera, basta guardare quante persone esprimono il proprio parere a riguardo andandosene via. Se Krugman l’avesse fatto, avrebbe potuto notare come sono molti più i francesi che emigrano a Londra, che non gli inglesi a Parigi. Il numero degli immigrati francesi nel Regno Unito è indubbiamente aumentato sensibilmente nel corso degli ultimi vent’anni. Il sindaco di Londra, Boris Johnson, è solito dire di essere il sindaco della sesta città francese più grande del mondo. Attualmente, ci sono più di 200.000 immigrati francesi soltanto a Londra.

Ovviamente, il Regno Unito è lontano dall’essere perfetto. Il debito pubblico ed il deficit rimangono troppo alti e c’è ancora parecchio da fare, specialmente nel settore della sanità pubblica britannica. Infatti, la spesa per la sanità pubblica continua ad aumentare – circa del 4% del suo volume fra il 2010/11 ed il 2014/15. Oltretutto, la Banca d’Inghilterra ha condotto una politica monetaria espansionistica che potrebbe portare all’instabilità e ad un ulteriore crisi. Ci potrebbe essere, per esempio, una nuova bolla immobiliare all’orizzonte.

I dati di Krugman vs i dati reali

L’8 Novembre 2013, Krugman criticò la decisione di Standard & Poor’s di declassare la Francia:

Chiedo scusa, ma credo che quando Standard & Poor’s si lamenta della mancanza di riforme, si stia in realtà lamentando di come Hollande stia alzando – invece di tagliare – le tasse sui ricchi, e di come in generale la Francia non sia un mercato abbastanza libero da soddisfare la cricca di Davos (dove si svolge annualmente il Forum Economico Mondiale, ndr.)”.

Qualche giorno dopo che Krugman scrisse queste righe, nel Regno Unito fu reso pubblico un tasso di occupazione addirittura più alto delle previsioni, mentre la Francia continuava ad avere un a un tasso di disoccupazione a doppia cifra. Già nel 2013 era ben visibile come qualcosa non andasse nelle politiche economiche francesi. Ma Krugman era convinto dell’opposto.

Nei primi giorni del Gennaio 2015, pubblicò un altro articolo che intendeva mostrare la superiorità dell’economia francese su quella britannica. Ancora una volta, non è passato molto tempo prima che nuovi dati mostrassero che ciò che Krugman scriveva era semplicemente falso. Per sostenere la sua tesi, pubblicò il seguente grafico senza alcuna fonte:


Fig. 2

Scrisse: “Il trionfo dell’austerità. O forse no. Ciò mostra la fallacia del tasso di crescita – non importa quanto male abbia fatto un’economia in un lungo periodo di tempo, dopo uno o due anni di buona crescita, verrà proclamato il successo”.

Ci sono due problemi principali con quanto scritto da Krugman. Innanzitutto, se guardiamo alla crescita pro capite del PIL sin dal 2000, il Regno Unito corre più della Francia. In secondo luogo, il grafico di Krugman è sbagliato. Sia guardando i dati del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale o dell’Eurostat, nessuno di questi conferma i suoi. Questo è ciò che mostra il vero grafico:

Fig. 3 

Fonte: Eurostat

 Inoltre, le politiche di austerità sono state introdotte nel Regno Unito soltanto dopo il 2009. Quindi, l’ortodossia keynesiana non è capace di spiegare perché la crescita, la diminuzione del tasso di disoccupazione e l’austerità abbiano preso piede esattamente nello stesso momento.

Disoccupazione

Dal Dicembre 2009 al Dicembre 2014, nel Regno Unito, il numero degli occupati nel settore pubblico è passato da 6.370.000 a 5.397.000 mentre l’impiego totale è aumentato di circa 1.700.000 posti. Tuttavia, bisogna specificare che i dati occupazionali del settore pubblico e di quello privato hanno risentito di svariate importanti riclassificazioni dove enti che impiegavano un gran numero di persone sono passati dal pubblico al privato. Ma anche tenendo in considerazione ciò, il numero di posti di lavoro creati dal settore privato rimane impressionante. D’altro canto, il numero degli impiegati statali in Francia ha continuato ad aumentare e il tasso di disoccupazione è ad un livello ancora molto alto. I keynesiani sono completamente incapaci di spiegare cosa sia successo. Si aspettavano che l’austerità avrebbe portato ad una recessione maggiore. Ciò, non è successo.

Fig. 4

Per chi non è della scuola di Keynes, comunque, il grafico può essere certamente spiegato, così come i superiori livelli di crescita del Regno Unito. Una riduzione nel numero degli impiegati statali è positiva in quanto quel lavoro diviene accessibile dalle compagnie private, facendo cadere i salari. Tale caduta rende possibili più progetti d’investimento. Quando il settore pubblico si restringe, diventa relativamente più attraente lavorare nel settore privato. Solo allora le forze imprenditoriali possono essere usate per servire i consumatori tramite il mercato, piuttosto che indirizzare gli stessi a cercare una rendita proveniente dall’arena politica.

Il futuro della Francia non è brillante come pensa Paul Krugman e le sue raccomandazioni sono lontane dall’essere verificate da teoria e fatti. Durante una crisi, la miglior regola che un governo può seguire è, come scrisse Rothbard, “non interferire con il processo di aggiustamento del mercato“. Un’altra cosa che il governo può fare è tagliare la spesa pubblica e le tasse. In parte, è quanto è stato fatto nel Regno Unito, specialmente se comparato alla Francia. Come mostrato da Rothbard, “la depressione è un periodo di strappo economico. Qualunque riduzione di tasse o di regolamentazioni che interferiscono con il libero mercato, stimolerà una sana attività economica; al contrario, qualunque aumento della tassazione deprimerà ulteriormente l’economia”.

Articolo di  su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

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Preludio alla Prima Guerra Mondiale

Ven, 19/06/2015 - 08:00

[Great Wars and Great Leaders: A Libertarian Rebuttal (2010)]

Con la guerra mondiale l’umanità entrò in una crisi per cui niente di ciò che era accaduto precedentemente nella storia poteva essere confrontato. […] Nella crisi mondiale, il cui inizio stiamo provando sulla nostra pelle, tutte le persone del mondo sono coinvolte. […] La guerra è diventata più spaventosa perché è dichiarata con tutti i mezzi e le tecniche altamente sviluppate che l’economia di libero mercato ha creato. […] Mai l’individuo fu più sottoposto alla tirannia come dallo scoppio della Grande Guerra e specialmente della rivoluzione mondiale. Non v’è modo di sottrarsi alla polizia e alle tecniche amministrative attuali.

Ludwig von Mises (1919)[1]

La prima guerra mondiale è il punto di svolta del XX secolo. Se la guerra non fosse avvenuta, probabilmente i prussiani Hohenzollerns sarebbero rimasti a capo della Germania, con il loro assortimento completo di re subordinati e di nobili al comando degli Stati tedeschi minori. Qualsiasi risultato elettorale avesse ottenuto Hitler alle elezioni del Reichstag, avrebbe potuto costruire la sua dittatura totalitaria e genocida al cospetto di questa potente superstruttura aristocratica? Sarebbe stato altamente improbabile. In Russia, le poche migliaia di rivoluzionari comunisti seguaci di Lenin fronteggiarono l’immensa armata dell’impero russo, la più vasta al mondo. Affinché Lenin potesse avere una qualsiasi possibilità di riuscire nel suo intento, era necessario che quella potente armata venisse prima polverizzata, così come fece la Germania. In tale contesto, un XX secolo senza la Grande Guerra sarebbe probabilmente coinciso con un secolo senza i nazisti o i comunisti. Provate ad immaginarlo. Fu anche un punto di svolta nella storia della nostra nazione americana, la quale, sotto il comando di Woodrow Wilson, si sviluppò in qualcosa di radicalmente diverso da ciò che era stata prima. Da tutto ciò deriva l’importanza delle origini di tale guerra, il suo svolgimento, ed il suo periodo successivo.

Introduzione

Nel 1919, quando il massacro ai fronti si era finalmente concluso, i vincitori si radunarono a Parigi per mettere insieme una serie di trattati di pace. Alla fine, questi furono debitamente firmati dai rappresentanti di quattro delle cinque nazioni sconfitte, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e la Bulgaria (l’ultimo accordo con la Turchia fu sottoscritto nel 1923), ciascuno in uno dei palazzi nelle vicinanze. La firma del più importante, il trattato con la Germania, fu apposta nel gran palazzo di Versailles. L’articolo 231 del trattato di Versailles recita:

Gli Alleati e i Governi Associati affermano, e la Germania accetta, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per aver causato tutte le perdite ed i danni che gli Alleati ed i Governi Associati e i loro cittadini hanno subito come conseguenza della guerra loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati.[2]

Non vi erano precedenti nella storia delle negoziazioni di pace nelle quali gli sconfitti in una guerra dovessero ammettere la responsabilità di averla cominciata. Il fatto che la “clausola di colpevolezza per la guerra” implicasse la responsabilità della Germania per la riparazione di una non menzionata ma enorme quantità di danni, gettò ulteriore benzina sul fuoco della controversia concernente il responsabile per lo scoppio della guerra. Questa divenne immediatamente, ed è rimasta, una delle questioni più dibattute negli scritti storici di tutti i tempi: quando i bolscevichi giunsero al potere, aprirono con gioia gli archivi zaristi, pubblicando documenti che includevano alcuni dei trattati segreti delle potenze dell’Intesa al fine di spartirsi il bottino una volta che la guerra fosse finita. Il loro obiettivo era di mettere in imbarazzo i bigotti governi “capitalisti”, che avevano insistito sull’incontaminata purezza della loro causa. Siffatta mossa contribuì alla pubblicazione dei rispettivi documenti da parte delle altre nazioni, ben prima di quanto ci si sarebbe potuto attendere.

Nel periodo tra le due guerre, si sviluppò un consenso tra gli accademici volto a sostenere la tesi dell’inutilità  storica della clausola di colpevolezza per la guerra inserita nel trattato di Versailles. Probabilmente l’interpretazione più rispettata era quella di Sidney Fay, il quale ripartì la maggior parte della responsabilità tra Austria, Russia, Serbia e Germania. [3] Nel 1952 una commissione di insigni storici francesi e tedeschi concluse:

I documenti non permettono una qualsivoglia attribuzione, ad un qualsiasi governo o nazione, di un desiderio premeditato della guerra europea nel 1914. La mancanza di fiducia era al suo più alto livello, ed i gruppi dirigenti erano dominati dal pensiero che la guerra fosse inevitabile; tutti pensavano che l’altro fronte stesse contemplando l’aggressione. […] [4]

Questa consenso di opinioni venne scosso nel 1961 con la pubblicazione di “Griff nach der Weltmacht” (“La conquista del potere mondiale”) di Fritz Fischer. Nella formulazione finale di questa interpretazione, Fischer e gli studiosi che lo seguirono mantennero l’interpretazione secondo cui nel 1914 il governo tedesco innescò deliberatamente una guerra europea al fine di imporre la sua egemonia in Europa. [5] (Magari tutti gli storici fossero così cinici riguardo i moventi dei loro Stati…) Le ricerche della scuola di Fischer forzarono alcuni studi minori al precedente punto di vista generalmente accettato.

Tuttavia, il pendolo storiografico adesso oscillava decisamente verso la direzione indicata da Fischer. Gli storici stranieri accettarono sostanzialmente la sua analisi, forse perché si adattava alla loro “immagine della storia della Germania, determinata in gran parte dall’esperienza della Germania di Hitler e della seconda guerra mondiale.” [6] I direttori di un’opera di riferimento americana sulla prima guerra mondiale, per esempio, affermano apertamente che “il Kaiser e il Ministro degli Esteri [tedesco] … insieme al personale tedesco … usarono intenzionalmente la crisi [causata dall’assassinio di Francesco Ferdinando] per scatenare una guerra europea generale. La verità è semplice, dannatamente semplice.” [7]

Beh, forse non così semplice. Fritz Stern ammonì che mentre la leggenda, diffusa durante il periodo interbellico da qualche storico nazionalista tedesco, in favore di una totale innocenza del loro governo “è stata effettivamente fatta esplodere, altrove  c’è la tendenza a creare una leggenda opposta, suggerendo che la Germania sia l’unica colpevole, e così facendo con lo scopo di perpetuare la leggenda in una forma diversa.” [8]

Preludio alla guerra

Le radici della prima guerra mondiale affondano negli ultimi decenni del XIX secolo. [9] Dopo la sconfitta della Francia da parte della Prussia, la comparsa nel 1871 di un grande Impero Tedesco alterò drammaticamente gli equilibri delle forze in Europa. Per secoli le terre tedesche erano state usate come campi di battaglia per le potenze europee, le quali sfruttarono la disunità del territorio per ingrandirsi esse stesse. Ora, le abilità politiche del ministro prussiano Otto von Bismarck e la forza dell’armata prussiana avevano creato ciò che chiaramente era la potenza continentale principale, che si estendeva dalla Francia ai confini della Russia, e dal Baltico alle Alpi.

Uno dei principali interessi di Bismarck, che servì come ministro prussiano e cancelliere tedesco per altri due decenni, era di preservare la nuova unità ritrovata, il secondo Reich. Soprattutto, la guerra doveva essere evitata. Il trattato di Francoforte, a conclusione della guerra franco-prussiana, costrinse la Francia a cedere l’Alsazia e metà della Lorena, una perdita a cui la Francia non si sarebbe mai rassegnata. Per isolare la Francia, Bismarck architettò un sistema di trattati di difesa con la Russia, l’Austria-Ungheria e l’Italia, assicurandosi che la Francia non potesse trovare alleati per un attacco alla Germania.

Nel 1890 l’anziano cancelliere fu rimosso dal suo incarico dal nuovo Kaiser, Guglielmo II. Nello stesso anno, la Russia venne improvvisamente svincolata dal legame con la Germania a seguito della scadenza e contestuale mancato rinnovo del “trattato di controassicurazione”. Cominciarono delle mosse diplomatiche a Parigi per convincere la Russia a stringere un’alleanza che potesse essere usata in seguito per gli scopi francesi, sia difensivi sia offensivi. [10] Le negoziazioni tra i leader civili e militari dei due paesi produssero, nel 1894, un trattato militare franco-russo, il quale rimase in vigore fino allo scoppio della prima guerra mondiale. All’epoca si era compreso, come il generale Boisdeffre riferì allo zar Alessandro III, che “mobilitazione significa guerra.” Anche una parziale mobilitazione da parte della Germania, dell’Austria-Ungheria o dell’Italia doveva ricevere in risposta una totale mobilitazione della Francia e della Russia e quindi l’inizio delle ostilità contro tutti e tre i membri della Triplice Alleanza. [11]

Negli anni che seguirono, la diplomazia francese continuò, come pose la questione Laurence Lafore, “in modo superbamente brillante.” [12] I tedeschi, invece, presero diverse cantonate, la peggiore delle quali fu l’inizio di una corsa agli armamenti nel settore navale con la Gran Bretagna: quando questa decise di abbandonare la sua tradizionale avversione ai legami con le altre potenze  in tempo di pace, la Francia offrì un’intesa amichevole, o un “accordo cordiale,” tra le due nazioni. Nel 1907, con l’incoraggiamento amichevole della Francia, Inghilterra e Russia risolsero diversi punti di contrasto, ed una Triplice Intesa venne a formarsi, in contrapposizione alla Triplice Alleanza.

Ad ogni modo, le due compagini differivano grandemente per forza e coesione: Gran Bretagna, Francia e Russia erano potenze mondiali; al contrario, Austria ed Italia rappresentavano le più deboli potenze europee; inoltre, l’inaffidabilità dell’Italia come alleato era arcinota, mentre l’Austria-Ungheria, composta da numerose nazionalità in contrasto tra loro, era tenuta insieme solo dalla lealtà nei confronti dell’antica dinastia degli Asburgo. In un’epoca di nazionalismo rampante, questa lealtà andava logorandosi in svariate zone, specialmente tra i soggetti serbi austriaci. Molti di questi sentivano un grande attaccamento al regno di Serbia, dove, a turno, ferventi nazionalisti non vedevano l’ora di creare una più grande Serbia, o forse addirittura un regno di tutti gli slavi del sud – una “Iugoslavia”.

Una serie di crisi negli anni che condussero al 1914 rinsaldò la Triplice Intesa al punto che i tedeschi si sentirono “accerchiati” da forze superiori. Nel 1911, quando la Francia si mosse per completare l’assoggettamento  del Marocco, la Germania si oppose energicamente. La risultante crisi rivelò quanto unite fossero diventate Francia e Gran Bretagna, tanto che i loro capi militari discussero la possibilità di inviare la forza di spedizione britannica attraverso il Canale (della Manica, NdR) in caso di guerra. [13] Nel 1913, un patto navale segreto stabilì che, in caso di ostilità, la Royal Navy avrebbe assunto la responsabilità di proteggere le coste francesi del Canale mentre la Francia si sarebbe occupata del Mediterraneo. “L’intesa anglo-francese era ora virtualmente un’alleanza militare.” [14] Nella democratica Gran Bretagna, tutto questo avvenne senza che parte della popolazione, del parlamento e persino del governo ne fosse a conoscenza”.

La disputa riguardo al Marocco venne risolta con un trasferimento di territori africani alla Germania, dimostrando che le rivalità coloniali, sebbene producessero tensioni, non erano sufficientemente centrali per condurre ad una guerra tra potenze. Tuttavia, la mossa della Francia in Marocco generò una serie di eventi che condussero alla guerra nei Balcani, e infine alla Grande Guerra. Secondo un precedente accordo, se la Francia avesse preso il Marocco, l’Italia avrebbe avuto il diritto di occupare l’odierna Libia, al tempo un possedimento dei turchi ottomani: l’Italia dichiarò guerra alla Turchia, e la sua vittoria destò l’appetito dei piccoli Stati balcanici per spartirsi ciò che rimaneva dei possedimenti turchi in Europa.

La Russia, specialmente dopo aver visto i propri piani mandati all’aria nell’Estremo Oriente per mano del Giappone nella guerra del 1904-1905, aveva grandi ambizioni nei Balcani. Nicholas Hartwig, il più influente ambasciatore russo in Serbia, era un estremo panslavista, ovvero un sostenitore del movimento per unire i popoli slavi sotto una leadership russa. Hartwig orchestrò la formazione della Lega Balcanica e, nel 1912, Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia dichiararono guerra alla Turchia. Quando la Bulgaria reclamò la fetta più grande della torta, i suoi precedenti alleati, insieme a Romania e alla stessa Turchia, attaccarono improvvisamente ed inaspettatamente la Bulgaria l’anno seguente, nella seconda guerra balcanica.

Queste guerre generarono una grande preoccupazione in Europa, particolarmente in Austria, che temeva l’allargamento della Serbia, sostenuta dalla Russia. A Vienna il capo dell’esercito, Conrad, promosse una guerra preventiva, venendo tuttavia frenata dal vecchio imperatore, Francesco Giuseppe. La Serbia uscì dai conflitti balcanici non solo con un territorio fortemente ingrandito, ma soprattutto animata da un rinvigorito nazionalismo, che la Russia era lieta di incitare. Sazonov, il ministro degli esteri russo, scrisse a Hartwig: “La terra promessa della Serbia si trova nell’attuale Ungheria,” fornendogli istruzioni per aiutare a preparare i serbi all’“inevitabile sforzo futuro.”[15] Per la primavera del 1914, i russi stavano organizzando un’altra lega balcanica, sotto il loro diretto controllo. Ricevettero il forte supporto della Francia, il cui nuovo presidente, Raymond Poncaré, nato in Lorena, era egli stesso un aggressivo nazionalista. Fu stimato che la nuova lega, capeggiata dalla Serbia, potesse fornire fino ad un milione di uomini sul fianco meridionale dell’Austria, distruggendo i piani militari degli Imperi Centrali. [16]

La corsa agli armamenti della Russia fu proporzionata alle sue ambizioni. Norman Stone ha scritto, con riferimento alla Russia, alla vigilia della Grande Guerra:

L’esercito era formato da 114 divisioni e mezzo di fanteria a fronte delle 96 tedesche, e contava 6720 carri armati contro i 6004 tedeschi. La costruzione di ferrovie strategiche fu di tale portata che, per il 1917, la Russia sarebbe stata in grado di inviare al fronte circa un centinaio di divisioni contro gli Imperi Centrali entro diciotto giorni dalla mobilitazione – pronti con soli tre giorni di ritardo rispetto alla Germania. Similmente, la Russia divenne, ancora una volta, un’importante potenza navale … nel 1913-1914 stava spendendo 24000000£ contro le 23000000£ spese dai tedeschi.” [17]

E questo senza considerare la Francia.

Il programma russo in corso prevedeva imponenti forze armate in aggiunta per il 1917, nell’eventualità fossero state necessarie: “I piani erano ormai avviati per una presa del potere tramite un colpo navale su Costantinopoli e gli Stretti, ed inoltre una convenzione navale con la Gran Bretagna consentì una cooperazione nel Baltico contro la Germania.” [18]

La Russia considerava ormai la Germania come un inevitabile nemico, poiché quest’ultima non avrebbe mai acconsentito alla conquista russa degli Stretti o alla creazione, guidata dalla stessa Russia, di un fronte balcanico il cui obiettivo era la caduta dell’Austria-Ungheria. La monarchia asburgica era l’ultimo alleato fedele della Germania, e la sua disintegrazione in una collezione di piccoli Stati, prevalentemente slavi, avrebbe aperto il fronte meridionale tedesco a possibili attacchi; la Germania sarebbe stata messa in una situazione militarmente impossibile, alla mercé dei suoi antagonisti continentali: l’Austria-Ungheria doveva essere preservata a tutti i costi.

Gli eventi si susseguirono fino al punto in cui il Colonnello Edward House, amico fidato di Woodrow Wilson, viaggiando in Europa per ottenere informazioni per il presidente, nel maggio 1914 scrisse il seguente resoconto:

La situazione è straordinaria. La corsa agli armamenti è totale e matta. […] C’è troppo odio, troppo astio. Non appena l’Inghilterra acconsentirà, la Francia e la Russia stringeranno sulla Germania e l’Austria.” [19]

Tratto dal primo capitolo di Great Wars and Great Leaders: A Libertarian Rebuttal di Ralph Raico

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

Note

[1] Ludwig von Mises, Nation, State, and Economy: Contributions to the Politics and History of Our Time, Leland B. Yeager, trans. (New York: New York University Press, 1983), pp. 215–16.

[2] Alan Sharp, The Versailles Settlement: Peacemaking in Paris, 1919 (New York: St. Martin’s Press, 1991), p. 87. La lettera di accompagnamento alleata del 16 giugno 1919 sostituì l’accusa, addossando alla Germania la colpa di aver deliberatamente scatenato la Grande Guerra al fine di soggiogare l’Europa, “il più grande crimine” mai commesso da una nazione supposta civile. Karl Dietrich Erdmann, “War Guilt 1914 Reconsidered: A Balance of New Research,” in H. W. Koch, ed., The Origins of the First World War: Great Power Rivalries and German War Aims, 2nd ed. (London: Macmillan, 1984), p. 342.

[3] Sidney B. Fay, The Origins of the World War, 2 vols. (New York: Free Press, 1966 [1928]).

[4] Joachim Remak, The Origins of World War I, 1871–1914, 2nd ed. (Fort Worth, Tex.: Harcourt, Brace, 1995), p. 131.

[5] Vedi Fritz Fischer, Germany’s Aims in the First World War (New York: W. W. Norton, 1967 [1961]); idem, War of Illusions: German Policies from 1911 to 1914 (New York: W. W. Norton, 1975 [1969]), Marian Jackson, trans.; Imanuel Geiss, July 1914: The Outbreak of the First World War, Selected Documents (New York: Charles Scribner’s, 1967 [1963–64]); e idem, German Foreign Policy, 1871–1914 (London: Routledge and Kegan Paul, 1975). Il lavoro di  John W. Langdon, July 1914: The Long Debate, 1918–1990 (New York: Berg, 1991) è un’utile disamina storiografica, da un punto di vista Fischeriano.

[6] H. W. Koch, “Introduction,” in idem, Origins, p. 11.

[7] Holger H. Herwig e Neil M. Heyman, eds., Biographical Dictionary of World War I (Westport, Conn.: Greenwood Press, 1982), p. 10.

[8] Fritz Stern, “Bethmann Hollweg and the War: The Limits of Responsibility,” in Leonard Krieger and Fritz Stern, eds., The Responsibility of Power: Historical Essays in Honor of Hajo Holborn (Garden City, N.Y.: Doubleday, 1967), p. 254. Cf. H. W. Koch, “Introduction,” p. 9: Fischer “ignora la fondamentale prontezza delle altre potenze europee ad entrare in guerra, ma anche i loro eccessivi intenti bellicosi che resero ogni forma di negoziazione della pace impossibile. Ciò che manca sono metodo e un criterio per fare confronti.” Anche Laurence Lafore, The Long Fuse: An Interpretation of the Origins of World War I, 2nd ed. (Prospect Heights, Ill.: Waveland Press, 1971), p. 22: “Il trattato di Fischer è nettamente incentrato sul versante tedesco degli accadimenti, ed una più ampia ispezione indica chiaramente che quello tedesco non era affatto l’unico popolo pronto a rischiare una guerra e che aveva in mente progetti espansionisti.”

[9] La seguente discussione fa riferimento a Luigi Albertini, The Origins of the War of 1914, Isabella M. Massey, trans. (Westport, Conn: Greenwood, 1980 [1952]), 3 vols.; L. C. F. Turner, Origins of the First World War (New York: Norton, 1970); James Joll, The Origins of the First World War, 2nd ed. (Longman: London, 1992); Remak, Origins; e Lafore, The Long Fuse, tra altri lavori.

[10] George F. Kennan, The Fateful Alliance: France, Russia, and the Coming of the First World War (New York: Pantheon, 1984), p. 30.

[11] Ibid., pp. 247–52.

[12] Lafore, The Long Fuse, p. 134.

[13] Nel febbraio 1912 il capo dell’esercito francese, Joffre, affermò: “Tutti gli accordi per lo sbarco inglese sono presi, fino al più piccolo dettaglio cosicché l’esercito inglese possa prendere parte alla prima grande battaglia.” Turner, Origins, pp. 30–31.

[14] Ibid., p. 25.

[15] Albertini, Origins, vol. 1, p. 486.

[16] Egmont Zechlin, “July 1914: Reply to a Polemic,” in Koch, Origins, p. 372.

[17] Hew Strachan, The First World War, vol. 1, To Arms (Oxford: Oxford University Press, 2001), pp. 30, 63: “Nell’estate [del 1913] il governo francese intervenne nelle negoziazioni russe sulla borsa francese per un prestito al fine di finanziare la costruzione della ferrovia. L’obiettivo francese era di mettere pressione e mantenerla sulla velocità della mobilitazione russa, così da coordinare attacchi mutuamente supportantisi alla Germania sia da est sia da ovest. …” “Per il 1914, i prestiti francesi avevano reso possibile la costruzione di ferrovie strategiche cosicché la mobilitazione russa potesse essere accelerata e le prime truppe entrare in battaglia entro quindici giorni.”

[18] Norman Stone, The Eastern Front, 1914–1917 (New York: Charles Scribner’s Sons, 1975), p. 18.

[19] Charles Seymour, ed., The Intimate Papers of Colonel House (Boston: Houghton Mifflin, 1926), vol. 1, p. 249.

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – III parte

Mer, 17/06/2015 - 08:00

Teoria dell’utilità

 

Nel corso dell’ultima generazione, la teoria dell’utilità si è scissa in due campi contrapposti: 1) coloro che restano aggrappati al vecchio concetto dell’utilità cardinale, misurabile e 2) coloro che hanno abbandonato il concetto di utilità cardinale, ma hanno proprio fatto a meno del concetto di utilità e lo hanno sostituito con un’analisi basata sulle curve di indifferenza.

Nella sua forma originaria l’approccio cardinalista, a parte una retroguardia, è stato abbandonato da tutti. Sulla base della preferenza dimostrata, la cardinalità dev’essere eliminata. Le grandezze psicologiche non possono essere misurate perché non esiste alcuna unità estensiva oggettiva – un requisito necessario della misurazione. Inoltre, la concreta scelta effettuata ovviamente non può mostrare alcuna forma di utilità misurabile; può solo mostrare che un’alternativa è preferita ad un’altra. 19

Utilità marginale ordinale e “utilità totale”

I ribelli ordinalisti, guidati da Hicks e Allen all’inizio degli anni Trenta del Novecento, ritennero che, insieme alla misurabilità, fosse necessario demolire il concetto stesso di utilità marginale. Nel fare ciò buttarono via il bambino dell’Utilità insieme all’acqua sporca della Cardinalità. Secondo il loro ragionamento l’utilità marginale in sé implica la misurabilità. Perché? La loro idea era basata sulla implicita assunzione neoclassica per cui il “marginale” dell’utilità marginale è equivalente al “marginale” del calcolo differenziale. Poiché in matematica una qualsiasi grandezza totale è l’integrale di grandezze marginali, gli economisti rapidamente supposero che l’“utilità totale” fosse l’integrale matematico di una successione di “utilità marginali”. 20 Forse ritennero che tale assunzione fosse essenziale ai fini di un’illustrazione matematica dell’utilità. Come risultato ipotizzarono che, ad esempio, l’utilità marginale di un bene disponibile in sei unità è uguale all’“utilità totale” di sei unità meno l’“utilità totale” di cinque unità. Se le utilità possono essere sottoposte all’operazione aritmetica della sottrazione, e possono essere differenziate e integrate, allora ovviamente il concetto di utilità marginale deve implicare utilità misurabili cardinalmente. 21

La rappresentazione matematica del calcolo si basa sull’ipotesi di continuità , cioè di incrementi infinitamente piccoli. Nell’azione umana però non vi possono essere incrementi infinitamente piccoli. L’azione umana e i fatti su cui si basa devono consistere in quantità osservabili e discrete e non in quantità infinitamente piccole. La rappresentazione dell’utilità con la modalità del calcolo è quindi illegittima.22

Comunque non vi è ragione di ritenere che l’utilità marginale debba essere concepita in termini di calcolo. Nell’azione umana, “marginale” non si riferisce ad un’unità infinitamente piccola, ma all’unità rilevante. Qualsiasi unità rilevante ai fini di una particolare azione è al margine. Ad esempio, se in una specifica situazione abbiamo a che fare con singole uova, allora ogni uovo è l’unità; se abbiamo a che fare con confezioni da sei uova, allora ogni confezione è l’unità. In entrambi i casi possiamo parlare di utilità marginale. Nel primo caso abbiamo a che fare con l’“utilità marginale di un uovo” avendo varie disponibilità di uova; nel secondo abbiamo a che fare con l’“utilità marginale delle confezioni” quale che sia la disponibilità di confezioni di uova. Entrambe le utilità sono marginali. Nessuna utilità è in alcun senso il “totale” dell’altra.

Per chiarire la relazione fra utilità marginale e ciò che è stato erroneamente chiamato “utilità totale” – ma in realtà si tratta dell’utilità marginale di un’unità di maggiori dimensioni, costruiamo ipoteticamente una tipica scala di preferenze relativa alle uova.

Ordine in base al valore

_ 5 uova

_ 4 uova

_ 3 uova

_ 2 uova

_ 1 uovo

_ secondo uovo

_ terzo uovo

_ quarto uovo

_ quinto uovo.

Questa è la scala di valore, o di preferenze, di una persona relativamente alle uova. Più alto il posto in graduatoria, più alto il valore. Al centro è collocato un uovo, il primo uovo in suo possesso. Per la Legge dell’Utilità (ordinale) Marginale Decrescente, il secondo, terzo, quarto uovo ecc. sono posizionati sotto il primo uovo nella sua scala di valori, e in quell’ordine. Ora, dal momento che le uova sono buone e quindi sono oggetto di desiderio, ne consegue che un uomo valuterà due uova più di una, tre più di due, e così via. Anziché definire ciò “utilità totale”, diremo che l’utilità marginale di una unità di un bene è sempre più alta dell’utilità marginale di una unità di dimensioni minori. Un insieme di 5 uova sarà posto più in alto in graduatoria di un insieme di 4 uova, e così via. Dev’essere chiaro che l’unica relazione aritmetica o matematica fra queste utilità marginali è semplicemente ordinale. Da un lato, data una certa unità, l’utilità marginale di essa si riduce all’aumentare della disponibilità di unità. Questa è la nota Legge dell’Utilità Marginale Decrescente. D’altro canto, l’utilità marginale di un’unità di più ampie dimensioni è maggiore dell’utilità marginale di un’unità di dimensioni minori. Questa è la legge già evidenziata. E non esiste alcuna relazione matematica fra, diciamo, l’utilità marginale di 4 uova e l’utilità marginale del quarto uovo, eccetto il fatto che la prima è maggiore della seconda.

Dobbiamo quindi concludere che non esiste l’utilità totale ; tutte le utilità sono marginali. Nei casi in cui la disponibilità di un bene ammonta ad una sola unità, allora l’“utilità totale” di quella quantità è semplicemente l’utilità marginale di una unità la cui dimensione coincide con l’intera quantità. Il concetto chiave è la dimensione variabile dell’unità marginale, che dipende dalla situazione.23

Un tipico errore relativo al concetto di utilità marginale è rappresentato da una recente affermazione del professor Kennedy, secondo cui “la parola ‘marginale’ presuppone incrementi di utilità” e quindi misurabilità. Ma la parola “marginale” presuppone non incrementi di utilità, bensì l’utilità derivante da incrementi di beni , e ciò non deve necessariamente avere a che fare con la misurabilità. 24

Il problema del professor Robbins

Il professor Lionel Robbins, nel corso di una recente difesa dell’ordinalismo, ha sollevato un problema che ha lasciato irrisolto. La dottrina prevalente, ha affermato, sostiene che, se la differenza fra le graduatorie di utilità può essere valutata dall’individuo, così come le graduatorie stesse, allora la scala di utilità può in qualche modo essere misurata. Per cui, dice Robbins, egli può valutare le differenze. Ad esempio, fra tre dipinti, può dire che preferisce un Rembrandt ad un Holbein molto meno di quanto non preferisca un Holbein ad un Munnings. Allora come si può salvare l’ordinalismo? 25 Robbins non sta ammettendo la misurabilità? Il dilemma di Robbins però era già stato risolto vent’anni prima in un famoso articolo di Oscar Lange. 26 Lange evidenziò che, nei termini di ciò che chiameremmo preferenza dimostrata, solo le graduatorie sono rivelate dagli atti di scelta. Le “differenze” nella graduatoria non vengono rivelate, e sono quindi mero psicologismo, che, per quanto interessante, è irrilevante per l’economia. Su questo aspetto dobbiamo solo aggiungere che le differenze di graduatoria possono essere rivelate attraverso la scelta concreta, quando i beni vengono acquisiti in cambio di moneta. Dobbiamo solo tenere presente che le unità monetarie (notoriamente molto divisibili) possono essere inserite nella stessa scala di preferenze in quanto beni. Ad esempio, supponiamo che una persona è disposta a pagare $10.000 per un Rembrandt, $8.000 per un Holbein e solo $20 per un Munnings. Allora la sua scala di valori avrà il seguente ordine decrescente: Rembrandt, $10.000; Holbein, $9.000, $8.000, $7.000, $6.000…, Munnings, $20. Queste graduatorie possono essere constatate e non c’è bisogno di sollevare alcuna questione di misurabilità delle utilità.

Che la moneta e le unità di vari beni possano essere ordinate su una scala di valori è la conseguenza del teorema di regressione di Mises, che rende possibile l’applicazione dell’analisi dell’utilità marginale alla moneta. 27 È tipico dell’approccio del professor Samuelson farsi beffe del problema della circolarità che il teorema della regressione della moneta aveva risolto. Egli ritorna a Léon Walras, che sviluppò l’idea di un “equilibrio generale in cui tutte le grandezze sono simultaneamente determinate da efficaci relazioni interdipendenti”, e lo contrappone alle “paure degli autori letterari” circa il ragionamento circolare.28 Questo è un esempio della perniciosa influenza del metodo matematico in economia. L’idea della mutua determinazione è appropriata per la fisica, che cerca di spiegare i movimenti privi di intenzione della materia. Ma in prasseologia la causa è nota: lo scopo individuale. In economia, quindi, il metodo corretto procede dall’azione causale agli effetti che ne conseguono

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

19 La primazia di Mises su tale conclusione è riconosciuta dal professor Robbins; cfr. Lionel Robbins, “Robertson on Utility and Scope”, Economica (May 1953): 99-111; Mises, Theory of Money and Credit, pp. 38-47 e passim. Il ruolo di Mises nella costruzione della teoria dell’utilità marginale di tipo ordinale è stato quasi totalmente negletto.

20 L’errore probabilmente ebbe inizio con Jevons. Cfr. Cfr. W. Stanley Jevons, Theory of Political Economy (London: Macmillan, 1888), pp. 49 e segg.

21 Che questo ragionamento sia alla base del rifiuto ordinalista dell’utilità marginale lo si può vedere in John R. Hicks, Value and Capital, 2nd ed. (Oxford: Oxford University Press, 1946), p. 19. Che molti ordinalisti rimpiangano la perdita dell’utilità marginale si può constatare nella seguente affermazione di Arrow: “La vecchia descrizione dell’utilità marginale decrescente come tendenza al soddisfacimento innanzi tutto dei desideri più intensi ha più senso” dell’attuale analisi basata sulle curve di indifferenza, ma purtroppo essa è “connessa alla insostenibile nozione di utilità misurabile”. Citata in D.H. Robertson, “Utility and All What?”  Economic Journal (December 1954): 667.

22 Hicks ammette la falsità dell’ipotesi di continuità ma ripone ciecamente la sua fede nella speranza che tutto sarà risolto quando le azioni individuali verranno aggregate. Hicks, Value and Capital, p. 11.

23 L’analisi dell’utilità totale fu proposta per la prima volta da Mises in Theory of Money and Credit, pp. 38-47. Fu ripresa da Harro F. Bernardelli, soprattutto nel suo “The End of the Marginal Utility Theory?” Economica (May 1938): 206. La trattazione di Bernardelli comunque è rovinata dal tentativo di trovare qualche forma di esposizione matematica legittima. Sull’incapacità degli economisti matematici di capire come maneggiare marginale e totale v. la critica a Bernardelli da parte di Paul A. Samuelson, “The End of Marginal Utility: A Note on Dr. Bernardelli’s Article,” Economica (February 1939): 86-87; Kelvin Lancaster, “A Refuta tion of Mr. Bernadelli,” Economica (August 1953): 259-62. Per le repliche v. Bernadelli, “A Reply to Mr. Samuelson’s Note,” Economica (February 1939): 88-89; e “Comment on Mr. Lancaster’s Refutation,” Economica (August 1954): 240-42.

24 V. Charles Kennedy, “Concerning Utility,” Economica (February 1954): 13. L’articolo di Kennedy, tra l’altro, è un tentativo di riabilitare un qualche cardinalismo distinguendo fra “quantità” e “ampiezza” e usando il concetto di “somma relazionale” di Bertrand Russell. Sicuramente questo tipo di approccio cade con un colpo del Rasoio di Occam – grande principio scientifico in base al quale le entità non devono essere inutilmente moltiplicate. Per una critica cfr. D.H. Robertson, “Utility and All What?” pp. 668-69.

25 Robbins, “Robertson on Utility and Scope,” p. 104.

26 Oskar Lange, “The Determinateness of the Utility Fu nction,” Review of Economic Studies (June 1934): 224 e segg. Purtroppo Lange si tirò indietro di fronte alle implicazioni della sua analisi e adottò un’ipotesi di cardinalità solo per lo spasmodico desiderio di raggiungere alcune irrinunciabili conclusioni in termini di “benessere”.

27 V. Mises, Theory of Money and Credit, pp. 97-123. Mises replicò ai critici in Human Action, pp. 405 e segg. L’unica critica successiva è stata quella di Gilbert, il quale afferma che il teorema non spiega come possa essere introdotta una moneta cartacea successivamente al crollo di un sistema monetario. Probabilmente egli si riferisce a casi come il Rentenmark tedesco. La risposta ovviamente è che tale valuta cartacea non fu introdotta de novo; l’oro e gli scambi con l’estero esistevano prima dell’esistenza delle mone te. Cfr. J.C. Gilbert, “The Demand for Money: the Development of an Economic Concept,” Journal of Political Economy (April 1953): 149.

28 Samuelson, Foundations of Economic Analysis, pp. 117-18. Per attacchi simili rivolti ai primi economisti Austriaci, cfr. Frank H. Knight, “Introduction” in Carl Menger , Principles of Economics (Glencoe, Ill.: The Free Press, 1950), p. 23; George J. Stigler, Production and Distribution Theories (New York: Macmillan, 1946), p. 181. Stigler critica Bohm-Bawerk per il suo disprezzo delle “determinazioni simultanee” e il sostegno al “vecchio concetto di causa ed effetto” e spiega tale atteggiamento con il fatto che Bohm-Bawerk non era preparato in matematica. Per la critica di Menger al concetto di determinazione simultanea cfr. Terence W. Hutchison, A Review of Economic Doctrines, 1870-1929 (Oxford: Clarendon Press, 1953), p. 147.

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Cosa ci rende più sicuri?

Lun, 15/06/2015 - 07:28

“Con questo orologio sento di poter facilmente fare una telefonata d’emergenza in caso mi senta minacciata per strada.” scrive una donna nell’elogiare il nuovo Apple Watch. Niente più affannose ricerche nella borsetta per poi accorgersi di aver pescato l’oggetto sbagliato. In caso poi abbia bisogno di indicazioni stradali, non dovrà più camminare fissando uno schermo: l’orologio invia vibrazioni a destra e sinistra sul polso per segnalare le svolte da prendere. Oltre a ciò, prosegue la commentatrice, c’è la possibilità di usarlo per chiamare un taxi in tarda notte, in caso nutra dubbi sulla sobrietà del guidatore designato. Tutto ciò è più utile di una bottiglietta di spray urticante, soluzione questa comunque vietata in diversi paesi, ed ha come risultato quello di una vita più sicura.

Da quel commento io traggo due insegnamenti: primo, che le donne abbiano un motivo in più per interessarsi alla propria sicurezza, potendo lo Stato fare assai poco a livello pratico in tale ambito, come esse ben sanno. Secondo, che la tecnologia stia fornendo loro, un dispositivo alla volta, una valida risposta alla domanda di sicurezza.

La gente spesso trascura di riflettere sui molti modi in cui il settore privato e le innovazioni frutto di imprenditorialità stiano davvero offrendo a tutti noi ciò che lo Stato è solito promettere. Sistemi di allarme, guardie private, serrature economiche, sistemi di sorveglianza, applicazioni software, sistemi a circuito chiuso e costante connettività: tutto ciò ha fatto di più per garantirci un mondo sicuro di quanto l’insieme di poliziotti, corti e prigioni sia mai riuscito. Non vi è dubbio poi che le violenze di ogni sorta stiano diminuendo drasticamente: gli omicidi sono in calo, le aggressioni pure come anche gli stupri e i reati contro la proprietà. E questo su base globale.

La gente intrattiene ogni tipo di teoria a riguardo: è perché ci sono più criminali in prigione o per l’invecchiamento della popolazione. E’ per via del maggior numero di poliziotti, o del loro addestramento, o del più efficiente sistema di scambio dati. E’ per via del maggior numero di armi in circolazione, o di aborti, o per il declino nel consumo di stupefacenti. E’ per l’economia in ripresa, o il minor numero di bande giovanili. Per la diffusione di farmaci psicotropi o per la benzina senza piombo. Stabilire il giusto rapporto causa – effetto è quasi impossibile.

Riflettiamo però un attimo sulle nostre vite; molte di quelle teorie sorvolano su ciò che è incredibilmente ovvio: nei vent’anni di questo andamento la tecnologia ha reso assai più difficile il furto, la rapina e l’omicidio.

Oggigiorno tutti noi camminiamo per strada con la possibilità di connetterci istantaneamente col mondo. La nostra posizione può esser resa nota con un click. Abbiamo allarmi per auto e per appartamenti, sistemi di sorveglianza per proprietà commerciali e residenziali. Molti nuovi complessi residenziali, non solo quelli per ricchi, sono progettati per una sicurezza estrema, richiedendo diversi passaggi per confermare un accesso. Il tipico appartamento urbano odierno sarebbe adatto per custodire il famoso Hope Diamond.

Anche i palmari hanno introdotto una notevole sicurezza: nelle nostre tasche portiamo la possibilità di registrare istantaneamente e diffondere globalmente dei video. E’ proprio vero: ovunque siamo, niente può più accadere che in teoria non si possa diffondere all’istante al mondo intero. Ogni ambito della vita, ed ogni suo particolare, può diventare un video da trasmettere in rete, laddove dispositivi di localizzazione permettono a chiunque di trovarci in pochi minuti.

L’Economist commenta:

Jan van Dijk, criminologo dell’Università di Tilburg nei Paesi Bassi, fa notare come negli anni ’50 e ’60 milioni di occidentali acquistarono per la prima volta automobili, televisori, registratori, gioielli e così via. Un bottino facile per i ladri.

Nei decenni successivi quelle persone si sono attrezzate con allarmi, serrature e cassette di sicurezza. Tra il 1995 ed il 2011 la proporzione di abitazioni inglesi dotate di allarme è aumentata del 50%, coprendo il 29% del totale. Beni un tempo ritenuti appetibili come bottino sono ormai trascurati: non conviene più irrompere in un appartamento per rubare un lettore DVD da €30.

Anche gli esercizi commerciali hanno investito molto in sicurezza, assumendo più guardie od installando porte intelligenti ed etichette per scoraggiare i furti.

La sicurezza privata è in molti luoghi un settore in forte crescita. In Europa il numero di guardie private è cresciuto del 90% nell’ultimo decennio, al punto da contare più addetti delle forze di polizia. I furgoni blindati sono oggi molto più difficili da scardinare e spesso sono scortati da auto della polizia. Un minor numero di imprese si trova a dover maneggiare elevate quantità di contanti e coloro che lo fanno ne detengono in minor numero presso i propri sportelli.

Non si tratta solo del fatto che la tecnologia renda il crimine più difficile, va anche considerato il fatto che essa aumenti le probabilità di essere scoperti e denunciati al pubblico. Quello della risoluzione di crimini ad opera di gruppi composti da individui isolati è un fenomeno in ascesa: reporter indipendenti oggi indagano anche tramite il setaccio dei social media. I proprietari di ristoranti usano spesso quest’ultimi per scambiarsi informazioni su truffatori e persone che non pagano il conto.

L’eco sollevata dal caso dell’omicida che ha manomesso il kayak del futuro marito è un altro grande esempio: ogni aspetto della vita dell’accusata è stato svelato. L’aver pubblicato una fotografia di sé mentre eseguiva una ruota subito dopo la morte del fidanzato è stato un indizio. In generale i social media hanno notevolmente alzato l’asta della credibilità personale, come ormai tutti sappiamo.

Nei film degli anni ’50 a un criminale sarebbe bastato valicare i confini di Stato per far perdere le proprie tracce. Farlo oggi sarebbe ridicolo: un paio di occhiali e un naso finto sono inutili quando non ti è possibile mangiare, prelevare contanti o affittare una stanza senza lasciar traccia della tua identità. Scordati anche di poter acquistare un biglietto aereo. Nell’istante in cui qualcuno sia colto sul fatto di un crimine, tutta la stampa del mondo ha accesso ai tuoi canali sociali come Instagram o LinkedIn. Persino i vecchi account MySpace non vengono cancellati.

Tutti questi aspetti del progresso tecnologico introdotto dal settore privato hanno plasmato un mondo in cui il crimine è altamente difficile, rischioso o costoso da portare a termine. Sopra tutto questo sta inoltre un fattore più potente delle forze di polizia: un libero mercato che apporta alla gente la sicurezza che desidera e per cui è disposta a pagare.

Certamente lo Stato si occupa di perseguire una frazione dei criminali e spesso impiega proprio quelle tecnologie; si consideri però da dove esse provengano: dallo spazio libero della creatività imprenditoriale, un luogo di inventiva che costantemente si adatta a soluzioni migliori senza bisogno di una pianificazione centrale, impiegando invece processi di apprendimento sociale. Dovremmo davvero credere, anche in questa epoca, che lo Stato sia la miglior fonte di sicurezza laddove il mercato non possa che fallire? Siamo seri!

Un vecchio adagio pone la sicurezza in contrasto con la libertà: ci è sempre stato detto che è necessario rinunciare a qualcosa. Dobbiamo rinunciare ad un po’ di libertà per essere più sicuri. Oppure, se preferissimo la libertà, dovremmo vivere immersi in quella paura che caratterizza lo stato selvaggio, la guerra di tutti contro tutti. Si tratta però di una falsa alternativa: stiamo infatti imparando che libertà e sicurezza possono andare per mano. E’ la libertà a consentire al mercato di lavorare per il nostro beneficio in ogni ambito della vita, incluse quelle della nostra sicurezza e mobilità in una società quanto meno violenta possibile.

Proprio qualche settimana fa è stato presentato al mondo un dispositivo da polso che ci permette in pochi secondi, chiamare un taxi, controllare la frequenza cardiaca e comunicarla a chiunque via peer-to-peer. Di affiggere messaggi su FaceBook, Instagram o Twitter che siano visibili al mondo intero. Sì, cose come queste ci rendono più sicuri e soddisfatti. La sicurezza è condizione oggetto di una domanda mondiale, e dove c’è domanda c’è un mercato pronto a soddisfarla.

(Articolo originale: What Makes us Safer? The Apple Watch or More Cops?)

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I recenti dati economici mostrano il lato positivo della deflazione

Ven, 12/06/2015 - 08:00

La Federal Reserve, la Banca Centrale Europea e la Bank of England ammoniscono ripetutamente di come la deflazione sia estremamente pericolosa per un’economia. Le banche centrali, la maggior parte degli economisti, ed i media, parlano della deflazione come uno dei più grandi disastri che possano colpire un’economia.

Data l’apparente importanza della questione – e il possibile danno collaterale delle politiche inflazionistiche – è incredibile quanto siano pochi coloro i quali si preoccupano di chiedersi la vera, fondamentale domanda: i dati storici dimostrano che la deflazione sia qualcosa di terribile? I numeri suggeriscono di no. In realtà, guardando alle recenti statistiche su PIL, inflazione ed occupazione, si potrebbe perfino dire che un po’ di deflazione sia ciò di cui molte economie avrebbero realmente bisogno. Esaminiamo alcuni esempi forniti dall’attualità.

Giappone

Il Giappone è l’unico paese occidentale ad aver sperimentato negli ultimi decenni una deflazione prolungata. Secondo l’opinione dei fobici della deflazione, quest’ultima sarebbe un disastro anche perché indurrebbe le famiglie a posticipare i loro acquisti, causando un calo dei consumi e un alto tasso di disoccupazione. Di conseguenza, il Giappone dovrebbe essere un paese caratterizzato da un’alta disoccupazione, tutto fuorché un’alta spesa per i consumi ed una qualità della vita molto più bassa di, diciamo, vent’anni fa. Il Giappone dovrebbe quindi anche essere assente da ogni confronto economico internazionale in termini di innovazione. Al contrario, il Giappone è presente nella top 5 di ogni ranking relativo ai paesi più innovativi al mondo, i consumi sono aumentati nonostante anni di diminuzione dei prezzi, il tasso di disoccupazione è più basso del 4% e le vie giapponesi sono colme di negozi pronti ad offrire ogni bene conosciuto dall’uomo.

Ovviamente, l’esperienza giapponese relativa alla deflazione potrebbe essere soltanto un’eccezione alla regola. Fortunatamente, abbiamo dei dati relativi anche ad altre economie.

Grecia

Nell’Eurozona, ci sono due paesi che recentemente sono caduti in deflazione: in Grecia, i prezzi sono in caduta sin dall’inizio del 2013; in Spagna, il tasso di inflazione annuo ha cominciato a scendere in picchiata alla fine della primavera del 2013, fino ad arrivare bruscamente allo 0% nell’autunno dello stesso anno. Da allora, è rimasto così sino all’estate del 2014, quando è ulteriormente sceso sotto lo zero.

Se diamo uno sguardo alla crescita del PIL in Grecia, scopriamo che nel primo trimestre del 2013 è calato di uno sconcertante 5.8%; in tutti i successivi trimestri dello stesso anno, il PIL greco ha continuato a scendere, sebbene con un tasso più basso. Nel primo trimestre del 2014, l’economia greca ha perso lo 0.4% della sua intera dimensione. È stato l’ultimo trimestre in cui il PIL greco è calato; da allora è tornata la crescita economica, dapprima solo allo 0.4%, per poi arrivare quasi al 2%. Quindi, l’economia ha cominciato a risollevarsi nello stesso momento in cui i prezzi hanno cominciato a scendere.

Spagna

In Spagna è possibile notare lo stesso scenario: verso la fine di Gennaio 2015, il paese iberico ha riportato una crescita economica dello 0.7%, la crescita più alta degli ultimi sette anni. Se tracciamo la crescita del PIL spagnolo negli ultimi anni, notiamo come il declino ha cominciato a rallentare nel primo trimestre del 2013 e che l’economia ha ripreso a crescere durante il terzo trimestre dello stesso anno; da allora, il PIL spagnolo è aumentato ad un tasso di crescita sempre più alto: dallo 0.2% del terzo trimestre 2013 allo 0.7% degli ultimi tre mesi del 2014. Come nel caso greco, è possibile notare come la ripresa economica abbia coinciso con la netta caduta dei prezzi e con un tasso d’inflazione diventato negativo.

I Paesi Bassi

Più a nord dell’Eurozona, nei Paesi Bassi, il tasso d’inflazione ha cominciato la sua rapida discesa nell’estate del 2013: il tasso annuo era passato da più del 3% all’1.5% in appena un paio di mesi, per poi proseguire la discesa; in meno di un anno è arrivato quasi allo 0%, stazionando su questo livello sino in tempi recenti, quando i prezzi si sono abbassati sotto lo zero.

Prendendo come modello i Paesi Bassi, se tracciamo nello stesso grafico del tasso d’inflazione annuo sia il tasso di disoccupazione sia la fiducia dei consumatori ed i loro effettivi consumi (questi ultimi persino risaliti al tasso più alto degli ultimi anni, ad un certo punto), notiamo lo stesso andamento che abbiamo visto in Grecia ed in Spagna: quasi allo stesso tempo, il tasso d’inflazione è sceso, i consumi sono cominciati a salire più rapidamente, il tasso di disoccupazione è cominciato a diminuire e la fiducia dei consumatori ha avuto una forte ripresa. Il PIL è passato dal contrarsi in ogni trimestre dall’inizio del 2012 al cominciare un’ascesa nel terzo trimestre 2013, tornando in territorio positivo negli ultimi mesi dello stesso anno e rimanendoci da allora.

I benefici della caduta dei prezzi

Perché questi sviluppi contraddicono ciò che abbiamo sentito dire dalle banche centrali e dagli economisti? Innanzitutto, il tasso d’inflazione generale ha cominciato a declinare principalmente a causa di una caduta – o di un modesto incremento – dei prezzi degli alimenti, ad esempio. In seguito, negli ultimi due mesi, la rapida caduta del prezzo del petrolio ha spinto pesantemente verso il basso il livello di inflazione del paniere del settore energetico. Alimenti ed energia sono le due categorie per cui le persone spendono una larga parte dei loro soldi; se hanno la possibilità di pagar meno per gli stessi, possono permettersi di spendere di più in altri beni e servizi. Dopo anni di aumenti di tasse ed altri assalti al loro reddito, molte persone in diversi paesi dell’Eurozona hanno cominciato ad avere più potere d’acquisto reale; nei Paesi Bassi, ad esempio, la caduta dell’inflazione aveva portato a qualcosa che gli olandesi non avevano sperimentato da anni: i loro salari aumentavano più dei prezzi. Nonostante ciò, i banchieri centrali si rifiutano di riconoscere questo beneficio, continuando ad ammonire sul pericolo della deflazione, riferendosi sovente alla Grande Depressione.

Allo stesso tempo, ciò che sappiamo per certo sulla deflazione è che aumenta il reale peso del debito. Non si può quindi fare a meno di chiedersi se questa insistenza sulla deflazione, come ragione per il quantitative easing nell’Eurozona, abbia qualcosa a che fare col fatto che molti paesi della zona euro si trascinino un enorme debito che diventerebbe ancor più grande con una deflazione protratta nel tempo. Le banche centrali danno la colpa di tutto ai prezzi che scendono… qualcosa di cui il cittadino medio in realtà avrebbe bisogno terribilmente.

Recentemente, ho parlato al leggendario governatore della Federal Reserve, Paul Volcker. Per Volcker, “l’idea secondo cui quando i prezzi scendono le persone smettono di comprare beni o alimenti meno costosi non ha molto senso. E puntare ad un tasso di inflazione del 2% annuo vuol dire che dopo un decennio i prezzi saranno più alti del 25%, raddoppiando ad ogni generazione. Questa non è ‘stabilità dei prezzi’, sebbene la chiamino così. Non capisco proprio perché le banche centrali vogliano una piccola inflazione”.

Forse, le banche centrali e gli economisti di tutto il mondo dovrebbero prendersi una pausa dalle loro teorie e i loro modelli economici per guardare i fatti del mondo reale, trovando un po’ di tempo per parlare con Volcker e ricordarsi che la deflazione non è il disastro che immaginano.

Articolo di Edin Mujagic su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

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Mad-Max: è la fine del mondo?

Mer, 10/06/2015 - 08:31

Che film è l’ultimo Mad Max!

Le riprese nel deserto, girate in Namibia e Australia, mi hanno ricordato Lawrence d’Arabia… almeno all’inizio. Poi la prima scena mostra Mad Max, costretto a vivere di quel che trova in natura, intento a mangiare cruda una lucertola a due teste. Questa scena però illustra in pieno l’ambientazione di estrema privazione che domina il film: la scarsità materiale impone a tutti dei comportamenti degradanti.

Dopodiché iniziano le scene d’azione: veicoli strani ed enormi, camion che consumano enormi quantità di carburante (chi lo ha prodotto?), tutti in corsa nel deserto per farsi saltare in aria a vicenda. Ci sono straccioni, operai dallo sguardo catatonico, braccianti sudici, donne guerriero dall’aspetto emaciato ed uno strano tipo di economia che sembra vivere di trasfusioni di sangue e latte materno; una band heavy-metal con un chitarrista lanciafiamme che gira su un camion corazzato e molte altre cose stravaganti.

L’intero film è urlato, sorprendente, mozzafiato, pazzo, ansiogeno e divertente dall’inizio alla fine. Vi lascerà sospesi. Poi ne scoprite la sostanza filosofica, venendo ispirati dal suo messaggio di trionfo sul despotismo. Mi ha ricordato il primo episodio della serie Mad Max, che vidi quando ero giovane: al tempo mi ero appena avvicinato alla causa di una società libera, avevo osato abbracciare la convinzione che non fosse lo stato a tenere insieme la società e promuoverne il benessere.

La società, avevo imparato da Bastiat ed altri, già contiene in sé stessa la capacità di ordinarsi. I mercati, i diritti di proprietà e la legge sono istituzioni emergenti in grado di creare le condizioni per una società prospera. Accettare tutto questo significa allontanarsi dall’ottica di destra/sinistra.

In qualche modo, e non sono certo del perché, la visione del primo episodio scosse le mie convinzioni: era davvero quello il modo in cui la libertà ci si presenta? Per carità! Terminato il film mi trovai a temere di essermi imbarcato in una visione politica che avrebbe portato dritto al mondo cupo e caotico di Mad Max… usiamo pure la parola “anarchico”. Un mondo senza regole e con solo un vago senso di moralità, dove le norme sociali sono decise al momento.

E’ forse questo il traguardo del libertarismo? Pur essendosi trattato di un pensiero fugace, privo di senso, mi chiedo quanti spettatori alla fine del film potrebbero intrattenere la stessa idea: se quello è il mondo in assenza di un forte potere centrale, allora no, grazie. Pensateci: l’ambientazione è tipicamente descritta come post apocalittica, ma chi ha distrutto il mondo com’era (domanda posta da uno dei personaggi dell’ultima versione del film)? Non lo sappiamo per certo, ma potremmo scommettere siano stati gli stessi che nel XX secolo fecero saltare per aria intere città, seminarono bombe su milioni di innocenti, massacrarono interi popoli con carestie, gulag, campi di lavoro, spedizioni punitive e camere a gas.

Sto parlando dello stato: questa è la sola istituzione con i mezzi e la volontà per distruggere la civiltà. Dunque, se proprio dovessi dar risposta a quella domanda, direi: a distruggere il mondo sono stati politici e burocrati. Non solo, ma anche in Mad Max notiamo la presenza dello stato, o quantomeno di una classe dominante: il suo nome è Immortan Joe, veste una strana maschera munita di un apparecchio respiratorio posto dietro al collo. E’ lui a controllare tutte le risorse (inclusa la più preziosa: l’acqua) e dirigere un culto religioso i cui adepti credono che un’assoluta obbedienza possa portare loro salvezza eterna. Li domina in modo completo e totale.

Egli è anche profondamente fuorilegge: adotta qualunque mezzo per il fine di mantenere il proprio potere. E’ questa la sua sola preoccupazione; oltre a ciò, vive nell’unica zona verde della regione monopolizzando e consumando la più preziosa risorsa sulla terra. A me suona esattamente come uno stato.

Per quel che riguarda il resto della società, è vero: non esiste legge, né alcuna istituzione stabile come la proprietà privata; di tessuto etico neanche a parlarne: anche per chi sa distinguere tra bene e male, le privazioni materiali sono tali e tante da rendere impensabile l’agire secondo principi morali. Questa non è una società: è la conseguenza della distruzione della società, del suo azzeramento assieme a tutte le convenzioni sociali di cooperazione.

Lo spettatore non può non chiedersi: cosa farei in una simile situazione? Beh, dovrei innanzitutto imparare a non essere schizzinoso di fronte ad una lucertola cruda a due teste. Dovrei imparare a guidare bene, ad usare un coltello ed a sparare per uccidere. Dovrei anche abituarmi alla vista del sangue.

Tuttavia, se davvero volessi avere un ruolo nel miglioramento di un mondo tanto terrificante, dovrei soprattutto impegnarmi nel rovesciare il mostruoso e malvagio Immortan Joe. Il mondo di Mad Max è pieno di difficoltà: le estreme condizioni di privazione materiale sono solo la più lampante e la soluzione richiede diritti di proprietà, libero mercato, accumulazione di capitale ed investimenti a lungo termine. Tutte grandi idee, ma impraticabili fintantoché vi è in essere un despota che ve ne priva proprio nel momento in cui iniziano a produrre ricchezza.

In altre parole, il problema del mondo di Mad Max non è un eccesso di libertà: è che la presenza di un tiranno non dà a quella alcuna occasione di lavorare. Questa è la ragione di tanto caos, della interminabili violenze e di incertezze e povertà schiaccianti. Fintantoché la tirannide non sarà rovesciata, e la classe dominante sloggiata dalle posizioni di potere, non vi potrà essere alcuna speranza. Nel film, il tentativo di spodestare il rompiscatole di turno è portato avanti da un gruppo di donne fuggite al suo controllo per andare a vivere alla larga dalla capitale. Esse lottano per la libertà di costruire qualcosa che assomigli ad una vita.

Qui si richiede di guardare sotto la superficie della storia narrata nel film: tale aspetto infatti ci racconta qualcosa di importante circa la politica ed i sessi. In particolare, che la consapevolezza della dignità e dei diritti umani universali è solo il prodotto della civilizzazione. Una società coercitiva e povera dove le regole sono fatte dal più forte sarebbe una società di donne rese schiave. Lo sappiamo dalla storia, ed il film centra il punto.

Infine, anche uno studioso di economia può ricavarne un saggio spunto sull’annosa questione del paradosso del valore tra acqua e diamanti: perché l’acqua, elemento necessario alla vita, costa meno di un diamante? Mad Max dà la risposta: è una questione di valore marginale e scarsità relativa. Nel mondo in cui lui vive, la gente farebbe di tutto per una goccia d’acqua da bere. O mangiare.

Grazie libertà, e grazie mercato, per averci soccorso da un mondo di Mad Max e Immortan Joe.

 

(Originale: “Is Mad-Max the end of freedom?“)

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Il prezzo della moneta. Per una disamina critica della teoria dell’interesse di Keynes (parte terza)

Lun, 08/06/2015 - 08:00

In momenti diversi, Keynes ha fornito definizioni del tasso di interesse, come pure descrizioni succinte, che sono utili per giungere ad una comprensione della sua analisi; forse lo scorcio più illuminante sulla teoria nel suo insieme è l’asserto che il tasso di interesse è “un fenomeno altamente psicologico”;1 “il suo valore attuale è governato, in larga misura, dall’opinione prevalente su quanto ci si aspetta che il suo valore sia”.2 Considerato che nessun’altra variabile economica è stata trattata secondo i metodi della matematica, impersonale ed obiettiva, quanto lo è stato l’interesse nella teoria economica e nella pratica degli affari, si resta piuttosto sconcertati all’apprendere che non c’è nulla di altro o di basso, ma che è la nostra opinione a renderlo tale.

Due definizioni possono essere riportate come aventi una natura più formale e consapevole delle altre. “Il tasso di interesse è la ricompensa per il fatto di privarsi della liquidità per un determinato lasso di tempo […] il prezzo che equilibra i desideri di detenere ricchezza in forma di contante con la quantità di contante disponibile.”3 Affermazioni del genere illustrano l’argomento di Keynes, secondo cui la sua teoria non è che uno sviluppo del senso comune in materia, il prezzo del denaro disponibile, il premio che il beneficiario del prestito deve pagare al prestatore affinché questi si privi di ricchezza generica per un debito specifico, “la proporzione inversa tra una somma di denaro e ciò che si può ottenere per il fatto di privarsi del controllo sulla moneta, in cambio di un debito, per un periodo di tempo stabilito”.4 Impiegando una tecnica d’analisi prediletta, Keynes riformula la stessa frase in questi termini: “Il tasso monetario d’interesse non è nient’altro che l’eccesso, in percentuale, di una somma di denaro di cui si è pattuita la consegna differita […] rispetto a quello che potremmo chiamare il prezzo istantaneo, o di cassa [spot or cash price], della somma sulla cui consegna differita ci si è accordati in quei termini.”.5

L’azione del tasso di interesse – definito, dunque, come “il prezzo dei soldi tesaurizzati”,6 “il premio che dev’essere offerto per indurre la gente a detenere la propria ricchezza in qualche forma diversa dal denaro tesaurizzato”7 – è concepita come segue: “la funzione del tasso di interesse è modificare i prezzi monetari di altri beni capitali in modo tale da rendere eguali l’attrattiva di detenere quelli e [l’attrattiva] di detenere contante […] Il tasso di interesse su un mutuo di qualità e scadenza date dev’essere fissato al livello che, secondo l’opinione di coloro che hanno la possibilità di scegliere (cioè i possessori della ricchezza), rende eguali le attrattive di detenere contante inattivo e di detenere un mutuo.”8 In altri termini, il prezzo di beni capitali nuovi e vecchi dev’essere abbastanza basso perché, in vista dei ricavi attesi, qualcuno li voglia comprare. E poiché il valore del bene dipende dai suoi ricavi attesi, che deriva dalla possibilità presente nella comunità di comprare il prodotto finito, se si sta ritirando dal mercato e accumulando il reddito guadagnato in precedenza, la prospettiva di guadagni attraenti non è notevole e il prezzo del bene dev’essere ribassato. Ma se viene resa disponibile moneta aggiuntiva, il tasso di interesse sarà più basso, il valore capitalizzato dei beni più alto, verranno prodotti nuovi beni, e reddito e consumo cresceranno. “Non è il tasso di interesse ma il livello dei redditi […] che assicura quest’uguaglianza […] tra risparmi e investimenti.”.9

La caratteristica più sorprendente di questa teoria dell’interesse è che il tasso di interesse può cambiare nel modo più drastico mentre le funzioni di produzione dei beni desiderati nella comunità restano inalterate. In ultima analisi, un mutamento abbastanza ampio e duraturo nel reddito della comunità può cambiare la domanda in misura sufficiente ad influenzare la relativa offerta di beni e così a modificare le funzioni di produzione in sé, ma, in prima battuta, non è affatto necessario che questo sia vero. In secondo luogo, sorge il problema di cosa determini questi sbalzi mercuriali nel desiderio di detenere moneta piuttosto che beni. In una comunità dove fosse in corso un qualsiasi progresso economico, ci sarebbe sempre un premio positivo sull’investimento; al di là del denaro per le spese quotidiane, di quello in attesa di impiego e di una somma modesta “perché non si sa mai”, non vi sarebbe alcun motivo ragionevole per non prendere il premio disponibile per fondi che non si fosse interessati a spendere nel consumo.

Dato il tasso di consumo, il tasso d’interesse di Keynes viene determinato da quattro fattori principali. Sul lato della domanda, c’è la domanda di moneta per fini d’investimento, e la domanda di moneta a scopo di tesaurizzazione; ossia, data la domanda di moneta in vista della spesa nei consumi, c’è la domanda di moneta per la spesa negli investimenti e la domanda per scopi di non-spesa. La domanda si confronta con un’offerta composta di due elementi, l’offerta di risparmi volontari da reddito precedente e l’offerta di fondi nuovi, che non sono mai stati reddito o costi, e che saranno il reddito che metterà in pari risparmi e investimenti. Di questi fattori, il volume dei consumi non va soggetto a sbalzi violenti, dato che gode di una stabilità stupefacente perfino nella depressione più acuta. La domanda per investimenti su una base puramente tecnica può essere calcolata in modo tollerabile. Questo lascia la tesaurizzazione e le modifiche improvvise nell’offerta di moneta come le variabili significative per spiegare grossi cambiamenti a breve termine nel tasso di interesse.

Ciò che ha attratto l’attenzione è stata la quantità di moneta oggetto di tesaurizzazione; e questo perché si è pensato che essa avesse un effetto proporzionale diretto sui prezzi, tramite il suo influsso sulla velocità di circolazione. Ma la quantità [di moneta] tesaurizzata può essere alterata solo se si cambia la quantità totale di moneta, oppure la quantità del reddito monetario corrente (parlo in termini lati); invece, le fluttuazioni nel grado di fiducia sono in grado di sortire un effetto piuttosto diverso, ossia di modificare, non l’ammontare effettivamente tesaurizzato, ma il premio che dev’essere offerto per indurre la gente a non tesaurizzare. E i cambiamenti nella propensione a tesaurizzare, o nello stato della preferenza per la liquidità, come l’ho chiamata io, principalmente non influiscono sui prezzi, ma sul tasso d’interesse; ogni effetto sui prezzi si produce per ripercussione, come una conseguenza ultima del cambiamento nel tasso di interesse.”.10

Si potrebbero formulare riserve riguardo alla prima frase di questo passaggio, soprattutto quanto alla locuzione “effetto proporzionale diretto”. Anche se potrebbero non insistere tanto sull’esclusività dell’impatto sui prezzi tramite quello sugli interessi, pochi economisti si prenderebbero la briga di negare il fatto o la sua importanza. Ma avrebbero molta difficoltà a considerarlo come una teoria dell’interesse; è, piuttosto, un caso abnorme di curva discontinua nell’offerta di fondi disponibili. Qualsiasi teoria dell’interesse dev’essere in grado di spiegare la sequenza di adattamento ad una modifica del genere, ma guardare questo caso particolare come se fosse tutta quanta la teoria non è affatto raccomandabile. Dato che il volume dei fondi disponibili per la tesaurizzazione è, in larga misura, sotto il controllo delle autorità monetarie, la decisione di tesaurizzare o no si riduce, in gran parte, a una scommessa sul modo in cui si orienterà la politica del Federal Reserve Board. Secondo questa lettura, la soluzione ovvia sembrerebbe consisterebbe nello scartare questo fattore eccentrico e fare nella vita reale quel che gli autori di manuali di economia han fatto normalmente, quando formulavano le loro teorie dell’interesse: porre la curva dell’offerta di fondi o come data, o come variabile ad un tasso passibile di calcolo secondo criteri obiettivi. Keynes marcia dritto verso questa conclusione, ma la scarta affermando che “a questo punto siamo in acque profonde”, al che aggiunge una citazione irrilevante riguardo a un’anatra.11 La logica sembrerebbe: una variabile che fluttua all’improvviso e rende pressoché impossibile una formazione accurata dei prezzi crea meno problemi se la trasformi nel centro del tuo sistema e la usi per far sì che altre variabili meno volatili fluttuino a tuo piacimento.

1General Theory, p. 202.

2Ibid., p. 203.

3General Theory, p. 167.

4Ibid. Dal momento che Mises era uno dei pochi ammessi – sia pure con qualche esitazione – nella compagnia degli eletti nel Trattato (Vol. I, p. 171), la seguente frase è interessante: “La loro teoria […] vede l’interesse come un compenso per la privazione temporanea della moneta in senso lato: senz’altro un’opinione di insuperabile naïveté. I suoi critici in ambito scientifico sono stati perfettamente giustificati a trattarla con disprezzo; è appena degna anche solo di una menzione en passant.” Mises, Theory of Money and Credit, p. 353.

5General Theory, p. 222.

6John Maynard Keynes, “Alternative Theories of the Rate of Interest,” Economic lournal, June, 1937, p. 250.

7John Maynard Keynes, “The General Theory of Employment,” Quarterly lournal of Economics, February, 1937, p. 216.

8“Alternative Theories,” loco cit., p. 250.

9Ibid.

10“The General Theory of Employment“, loc. cit.

11General Theory, pag. 183.

Bernard W. Dempsey, Interest and Usury, Londra 1948, pagg. 93-6, tradotto da Guido Ferro Canale

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Libero mercato: lavorare “meno” per avere sempre “di più”!

Ven, 05/06/2015 - 08:00

Il motto del titolo è uno di quelli che, di rado, si sente pronunciare a sostegno di un sistema di libero scambio basato sulla proprietà privata.
Infatti, pare che se le risorse fossero a disposizione di tutti (maledetta proprietà privata!), magicamente, ognuno si vedrebbe recapitare a casa propria i beni di cui ha bisogno (i beni che desidera).
Bellissimo, d’accordo. Ma come dovrebbe avvenire tutto ciò?
A sentire alcuni, ciascuno dovrebbe produrre per sè ciò che gli serve, avendo ormai a disposizione tutto il necessario; a sentire altri, dovrebbero sorgere piccole comunità locali in grado di produrre direttamente quanto i propri componenti desiderano; a sentire altri ancora, un governo democraticamente eletto dovrebbe adoperarsi per produrre ciò di cui ciascun cittadino necessita.

Benissimo! Cosa aspettiamo ad entrare in questo fantastico mondo? Viva la rivoluzione contro i capitalisti sfruttatori di manodopera! Abbasso la proprietà privata! nota 1
Ok… ehm… sì… un momento… un po’ di calma, cari rivoluzionari. Proviamo a guardare oltre la superficie del sistema che più disprezzate.

Cosa significa in fondo sistema di libero scambio basato sulla proprietà privata? nota 2
Proprietà privata, per farla breve, significa che ciascuno di noi ha il pieno controllo sul prodotto del proprio lavoro, cioè su ciò che produce mischiando il proprio lavoro con le risorse naturali a disposizione. nota 2
In questo modo, la “ricchezza” di una persona viene a dipendere solo da ciò che essa stessa produce: Pippo può disporre di beni per soddisfare i suoi desideri nella misura in cui li produce. Se vuole averne il doppio, deve produrne il doppio.

Insomma, per chiarirci: immaginiamo, da un lato, che Pippo adori mangiare pesce, sia bravo a suonare musica metal alla chitarra (si allena 3 ore alla settimana per essere così bravo) e desideri una casa confortevole per la propria famiglia, e, dall’altro lato, che egli sia bravo a pescare (3 ore per pesce), sia poco capace per quanto riguarda la costruzione di una chitarra (400 ore) e sia totalmente incapace di costruire una casa confortevole per la propria famiglia.

Può Pippo cercare di soddisfare, con meno fatica, i propri bisogni? Sì.
La soluzione è proprio nel concetto di proprietà privata: Pippo può decidere, volontariamente, di cedere a un’altra persona (Pongo) ciò che ha prodotto, in cambio di qualcosa che questa ha, a sua volta, prodotto. Naturalmente anche Pongo deve nutrire un qualche interesse per il prodotto del lavoro di Pippo. nota 3

Quindi, immaginiamo che Pongo, da un lato, sia bravissimo a costruire chitarre (100 ore), sia discreto nella costruzione di case (3 ore al giorno per un anno) e sia totalmente incapace nel pescare del pesce (20 ore per pesce), e, dall’altro lato, che il pesce sia la sua pietanza preferita e che voglia qualcuno che suoni musica metal al compleanno del figlio.

A questo punto, Pippo e Pongo, resisi conto delle loro rispettive situazioni, decidono di dar luogo agli scambi che ritengono soggettivamente necessari per la soddisfazione dei propri bisogni: Pippo potrebbe cedere a Pongo una decina di pesci in cambio della costruzione della chitarra, e Pongo potrebbe costruire la casa di Pippo in cambio dell’esibizione metal di Pippo al concerto del figlio.

Se tutto ciò si realizza senza l’uso della violenza (nè ad opera delle parti dello scambio, né ad opera di terzi estranei allo scambio) volta a modificare o influenzare il contenuto degli scambi, allora siamo in un sistema di libero scambio basato sulla proprietà privata.

Ora mi si dirà: Ebbe’, cosa c’è di eclatante? E io risponderò: forse non vi siete accorti della “magia”? Mi spiego meglio:
1) Pippo necessitava di 3 ore di lavoro per catturare 1 pesce mentre Pongo necessitava di 20 ore per raggiungere lo stesso risultato.
2) Pongo necessitava di 100 ore di lavoro per costruire una chitarra, mentre Pippo per raggiungere lo stesso risultato necessitava di 4 volte tanto.
3) Pippo necessitava di un tempo indeterminabile per costruire la sua casa mentre Pongo poteva costruirla in un solo anno.
4) Pongo non sapeva suonare musica metal (diciamo che non gli sarebbero bastate nemmeno 6 ore di allenamento al giorno) mentre Pippo era un genio della musica metal (pur allenandosi solo 3 ore alla settimana).

Quindi, con lo scambio che abbiamo visto realizzarsi, cosa è successo?
Pippo ha ottenuto una chitarra con 30 ore di lavoro (il tempo per pescare i pesci che Pongo vuole in cambio) invece che con 400; Pongo ha ottenuto 10 pesci con 100 ore di lavoro (il tempo per costruire la chitarra) invece che con 200; Pongo ha ottenuto qualcuno che suoni al compleanno di suo figlio (Pongo ci avrebbe messo 6 ore al giorno per un anno) costruendo una casa a Pippo (3 ore al giorno per un anno).

Non è fantastico?

A cosa è dovuto questo procedimento straordinario che ci permette di lavorare meno ed ottenere di più?

Due concetti: ”diversità di ciascun essere umano” e “proprietà privata”. nota 4 nota 5

Ogni tentativo di rinnegare o eliminare questi due concetti dovrebbe essere accompagnato dal motto: lavorare “di più” per avere sempre “meno”!

P.S. rivolto a coloro pronti a citarmi in giudizio per eccessiva banalità dell’argomento:
il liberalismo è banalità
.
Anzi, la banalità è tra le armi più forti che il liberalismo possiede per la propria diffusione.
Se solo qualcuno ne facesse uso…

Nota 1
Ma al giorno d’oggi qualcuno “crede” davvero all’esistenza di cose come il capitalismo e la proprietà privata?
Per i “credenti” si consiglia  questo articolo.

Nota 2
In questo momento non ci interessa entrare nei particolari della teoria libertaria.
Per approfondimenti  si rimanda a quest’ottimo articolo.

Nota 3
Ovviamente, il denaro, in quanto medio di scambio generalmente accettato, non potrebbe che facilitare tali scambi, persino i più improbabili.
Al riguardo, devo citare, mio malgrado,  un precedente contributo del sottoscritto.

Nota 4
Ovviamente c’è anche la diversità di risorse disponibili, ma non era il caso di parlarne qui.

Nota 5
Ulteriori conseguenze di questi due concetti sono ovviamente la specializzazione e la maggior produttività. Entrambe sono possibili grazie alla sicurezza assicurata dalla proprietà privata.

Articolo di Miki Biasi originariamente apparso su The Road to Liberty e qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore.

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Posizioni dei liberali riguardo alla religione

Mer, 03/06/2015 - 08:00

Scritto come introduzione a R. Raico, The Place of Religion in the Liberal Philosophy of Constant, Tocqueville and Lord Acton, Ludwig von Mises Institute, Auburn (AL) 2010, questo breve pezzo affronta un tema ricorrente nelle discussioni sul liberalismo e i suoi aspetti valoriali. E’ importante notare che il concetto di “libertà” che l’A. ha in mente è quello politico, precisamente il nucleo della filosofia politica libertaria; temi come la libertà di pensiero non vengono immediatamente in rilievo. Credo, comunque, che egli sia riuscito nell’impresa, a prima vista pressoché impossibile, di presentare con passione la propria tesi senza perdere in obiettività riguardo alle altre; e comunque – fatto forse ancor più importante – di mostrare la varietà di posizioni esistente all’interno del liberalismo stesso.

Religione e libertà: pochi argomenti sono più controversi tra i libertari d’oggigiorno. In proposito, si possono individuare almeno quattro posizioni. Una molto nota sostiene che religione e libertà sono sfere separate, isolate l’una dall’altra in modo pressoché ermetico, mentre ogni punto di contatto sul piano storico è meramente accidentale. Secondo un’altra posizione molto diffusa, religione e libertà sono antagoniste dirette. I fautori di questa tesi vedono nella religione il nemico più letale per la libertà dell’individuo, un nemico dell’umanità addirittura più grande dello Stato. Una terza posizione ribatte che religione e libertà sono complementari: da una parte, gli uomini pii agevolano le operazioni di una società con un governo minimo o inesistente e, dall’altra, la libertà politica agevola la vita religiosa, quale meglio aggrada a ciascuno. Infine, alcuni pensatori difendono una quarta posizione, cioè che la religione – e in particolare la fede cristiana – è fondamentale per la libertà dell’individuo, sia sul piano delle esperienze storiche sia a livello concettuale.

Nella nostra società, profondamente secolarizzata, la terza posizione è ritenuta azzardata e la quarta arrogante. Tuttavia, oggi, io credo proprio che siano entrambe vere e che la terza sia un’affermazione della verità a livello superficiale, mentre la quarta va alla radice della questione. Io, un tempo un interventista pagano, ho scorto dapprima le verità della teoria politica libertaria, e in seguito ho cominciato a comprendere che la luce di queste verità non era che un riflesso della luce che abbraccia ogni cosa, eterna, che s’irradia da Dio tramite Suo Figlio e lo Spirito Santo. Questa comprensione è stata un processo lento e adesso non saprei dire dove e quando finirà. Ma posso indicare le circostanze del suo inizio. Posso indicare quel singolo scrittore che ha smosso questa pietra dentro di me.

Agli inizi della mia carriera accademica, ho avuto la fortuna e il privilegio di tradurre il magnifico saggio di Ralph Raico sulla storia del liberalismo tedesco nella mia lingua materna.1 Quel libro illustra magnificamente le virtù del suo autore: la sua erudizione, il suo acume, il suo senso della giustizia e il suo coraggio. A me, ha aperto gli occhi. Ha appuntato l’attenzione direttamente sui protagonisti principali. In particolare, Friedrich Naumann, la cui fama di libertario era del tutto immeritata, è stato cacciato dal pantheon dei campioni della libertà, mentre Eugen Richter, oggi pressoché sconosciuto, è stato innalzato al posto che gli spettava di diritto, come l’uomo di punta del partito della libertà nella Germania fin de siècle. Ralph Raico ha spiegato che i liberali tedeschi hanno fallito, non da ultimo, perché, ad un certo punto, han cominciato a sbagliare bersaglio. Invece di opporsi allo Stato, han cominciato a vedere il nemico nella religione organizzata. Hanno appoggiato le leggi repressive di Bismarck, dirette a scatenare una “battaglia per la civilità” contro la Chiesa Cattolica.

Un esempio tipico di quest’errore è stato Rudolf Virchow, un chirurgo, professore universitario ed esponente di spicco del partito liberale, che, verso la religione organizzata, ha fatto mostra della stessa altitudine altezzosa e ignorante che costituisce altresì la piaga intellettuale della cultura moderna, e del movimento libertario moderno in particolare. Il libro di Ralph Raico metteva in luce le linee di continuità tra i Virchow di tutti i tempi e l’Illuminismo francese. Gli scritti – anticlericali da cima a fondo – di Voltaire, Rousseau, Diderot, d’Alembert, Helvétius, e di così tanti altri che si mostravano campioni della libertà individuale e oppositori dell’oppressione, aveva creato, nell’Europa continentale, una cultura del liberalismo in cui la contrapposizione tra fede e libertà era data per scontata. Di conseguenza, le persone religiose sono sempre state diffidenti verso questo movimento. Sembrava che si dovesse scegliere tra religione e libertà.

Tuttavia, il Prof. Raico ha altresì rimarcato che, all’interno del pensiero liberale classico, esisteva un’altra tradizione, una che riconosceva l’interdipendenza tra religione e libertà. Questa tradizione include, come suoi esponenti principali, i tre grandi pensatori che il Prof. Raico ha esaminato nella sua tesi di dottorato (1970), che spiega come il pensiero politico di Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville e Lord Acton scaturisse dalle loro convinzioni religiose. Quest’opera degli esordi viene qui ristampata e resa disponibile per tutte le persone di buona volontà. All’inizio del ventunesimo secolo, non ha perso la sua attualità e importanza come strumento per una nuova comprensione della storia del liberalismo. Do il benvenuto alla sua pubblicazione e prevedo che aprirà molti altri occhi.

1 Ralph Raico, Die Partei der Freiheit. Studien zur Geschichte des deutschen Liberalismus (Stuttgart: Lucius & Lucius, 1999).

Jörg Guido Hülsmann, tradotto da Guido Ferro Canale

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Il prezzo della moneta. Una disamina critica della teoria dell’interesse di Keynes (parte seconda)

Lun, 01/06/2015 - 08:00

Tuttavia, tra il 1930 e il 1935, nel mondo monetario sono successe molte cose da cui anche Keynes è rimasto colpito. Il suo riesame della propria posizione ha partorito la Teoria generale delloccupazione, dellinteresse e della moneta. In quell’opera, ai profitti figurativi è stata restituita una collocazione nel quadro di reddito, costo e ricavi, donde la conclusione, in un certo qual modo paradossale, che risparmi e investimenti devono, pertanto, essere uguali, perché altro non sono che due aspetti diversi della medesima cosa, o piuttosto nomi diversi per una stessa cosa. A questo risultato si perviene alterando, senza informarne il lettore, l’aspetto temporale del processo, mentre lo si è informato solo del fatto che si stava cambiando la terminologia. Il Trattato è una lineare analisi wickselliana dell’ineguaglianza antecedente di risparmi e investimenti, dovuta ad un’aggiunta netta di mezzi di pagamento. La Teoria generale vede il processo sia principiative sia terminative nello stesso momento… il che riesce un tantino sconcertante. Gli effetti di cambiamenti nell’offerta di moneta sono descritti dal momento iniziale a quello finale, mentre si prende per certa l’eguaglianza di risparmi e investimenti, che, in realtà, è solo futura e conseguente. Se escludiamo i casi estremi, in cui una moneta collassa per non riprendersi mai più, è sempre vero che il valore conseguente, finale degli investimenti sarà pari alla somma dell’antecedente risparmio volontario e del conseguente risparmio forzato.1 Quest’uguaglianza nel momento conclusivo dev’essere raggiunta: i materiali impiegati nella produzione, con tutta evidenza, non sono stati consumati. Il non-consumo è la somma di risparmio forzato e libero.

Il modo di Keynes per descrivere ciò consiste nell’affermare che è il livello dei redditi che eguaglia risparmi e investimenti.

Risparmi e investimenti sono le determinate del sistema, non le determinanti. […] Quando cambiano gli investimenti, il reddito deve necessariamente mutare solo di quel tanto che è necessario per rendere il cambiamento nei risparmi eguale a quello negli investimenti. […] Il livello di reddito dev’essere il fattore che porta l’ammontare risparmiato ad eguagliar l’ammontare investito.”.2

La stessa costruzione grammaticale di queste frasi rivela il carattere conseguente dell’equivalenza. Il meccanismo che produce quest’equivalenza tra due cose che sono eguali inevitabilmente e per definizione, e che “non possono essere differenti”3 l’una dall’altra, è chiamato il moltiplicatore. E’ il rapporto tra il reddito conseguente ai nuovi investimenti e il valore antecedente dei nuovi investimenti (dY/dI = k) e, secondo le definizioni di Keynes, ignorando la sequenza temporale, si può mostrare che è pari all’inverso del saggio di risparmio; cioè, se una comunità risparmia 1/10 del proprio reddito, il moltiplicatore è 10. Questo è il famoso principio dell’accelerazione, impostato in termini d’analisi tali che gli si può attribuire un valore matematico, quantitativo, abbastanza preciso. Il punto di vista di Keynes, che gli consente di stringere insieme l’inizio e la fine di un processo sequenziale, come se si trattasse di un singolo momento nel tempo, gli consente altresì di includere sia i risparmi volontari sia quelli forzati nel “risparmio” che il moltiplicatore rende uguale all’investimento. Keynes ammette che, se questo processo partisse dall’equilibrio e dal pieno utilizzo delle risorse, il moltiplicatore sarebbe una misura del risparmio forzato. Il fatto che egli non espliciti gli stessi rapporti come un deceleratore nei periodi di contrazione economica è significativo e istruttivo nei riguardi di quella che si presenta come una teoria generale.

Gli anni tra il Trattato e la Teoria generale sono stati anni di collasso universale dei prezzi, non solo i Paesi con difficoltà di bilancio ma anche, forse specialmente, negli Stati Uniti, sulla cui capacità, in definitiva, di pagare non vi era, allora, alcun ragionevole dubbio. In condizioni di prezzi in caduta, il possesso della moneta è preferibile al possesso di beni, per la ragione cogente che la moneta si apprezza via via che i beni si deprezzano. La tesaurizzazione durante la fase negativa di un ciclo economico è un fenomeno conosciuto. Questa circostanza, che ha formato oggetto di uno dei primi studi di Irving Fisher, Keynes erige a parametro speciale del tasso di interesse, insieme con i due già noti, il tasso di risparmio (a quanto pare, tramite il suo complementare, la propensione al consumo) e la produttività del capitale (a quanto pare, sotto il nome di “efficienza”, che, tuttavia, non è un attributo dei beni, ma uno stato mentale degli imprenditori, le loro “aspettative” sui profitti). Se ci si aspetta un incremento dei prezzi in generale, la preferenza per la liquidità è bassa; se ci si aspetta una caduta dei prezzi in generale, la preferenza per la liquidità è alta; e se la gente non ha la più pallida idea di cosa aspettarsi dall’oggi al domani, probabilmente sarà alta comunque. Se potessimo stabilire a priori che i cambiamenti nel valore della moneta restino estranei alla discussione, allora allora la preferenza per la liquidità non esisterebbe come variabile indipendente e l’analisi di Keynes coinciderebbe con quella di Fisher.4

La definizione “psicologica” dell’efficienza marginale del capitale fa sì che la linea di demarcazione tra preferenza per la liquidità e produttività venga offuscata. Se l’efficienza marginale del capitale è bassa e sta diventando più bassa ancora, questo da solo basta a spiegare qualsiasi grado di riluttanza ad assumere nuovi impegni, se si è liberi di detenere contante. Ma quest’aspettativa sui proventi può trovare la propria origine in fattori che alterano i prezzi d’offerta di alcuni beni singolarmente considerati, oppure in fattori che colpiscono singoli beni solo secondariamente, come parte di un movimento generale. Questi due casi sono piuttosto diversi ed è solo rispetto al secondo che la preferenza per la liquidità è significativa. Da ciò possiamo vedere che l’efficienza marginale del capitale di Keynes è diversa dal tasso di recupero dei costi di Fisher, perché Fisher considera vero, ma sfortunato, il fatto che, nella fase cumulativa ascendente di un ciclo, i cambiamenti attesi nel valore della moneta non condizionano a sufficienza l’inclinazione ad investire e, da un punto di vista metodologico, Fisher apporta le correzioni per questi cambiamenti dopo il fatto. Keynes, d’altro canto, accorda alla preferenza per la liquidità un ruolo dominante nel principio dell’analisi e crede altresì, probabilmente a ragione, che, nella fase cumulativa discendente di un ciclo, i cambiamenti attesi nel valore della moneta, tramite la preferenza per la liquidità, abbiano un impatto forte sul volume degli investimenti.

1“Conseguente” rispetto al processo innescato dai cambiamenti nell’offerta di moneta.

Nella frase precedente, abbiamo introdotto gli avverbi principiative e terminative, tratti dal Latino della Scolastica. Essi forniscono l’espressione più sintetica dei modi in cui un processo che si svolge nel tempo può essere legittimamente considerato da punti di vista temporali diversi… ma non in entrambi i modi nello stesso tempo.

2General Theory, pp. 184, 179.

3Ibid., p. 64.

4Keynes ammette senza difficoltà che le basi comuni e l’accordo sui princìpi generali sono considerevoli. Vedi infra.

Bernard W. Dempsey, Interest and Usury, Londra 1948, pagg. 91-3, tradotto da Guido Ferro Canale

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In lode della scuola pubblica

Ven, 29/05/2015 - 08:00

In un periodo in cui il governo italico sta infliggendo duri e selvaggi colpi alla scuola pubblica, ho sentito come doveroso difendere questa sacra istituzione, frutto del progresso dell’umanità democratica.

Tutti noi siamo a conoscenza di quali siano i grandiosi benefici apportati dalla scuola pubblica ai popoli che l’hanno adottata, preservata e migliorata.

Di fronte a tali evidenze, il nostro governo ha deciso di chiudere gli occhi. Il suo intento è sottile: far dimenticare a noi tutti quale sia l’essenza della scuola pubblica e quali siano i benefici effetti di una tale istituzione.

Questo modo di fare del nostro governo non deve intimorirci.

Credo che solo qualche metafora possa aiutarci a comprendere l’importante funzione svolta dalla scuola pubblica.

  1. Il canale unico

Ogni giorno ci capita di accendere la televisione e ogni volta si presenta il medesimo problema: troppi canali.

E’ questo il modo subdolo in cui ci costringono a compiere una scelta. La decisione è davvero difficile e spesso dobbiamo arrenderci a quella diabolica operazione che prende il nome di ZAPPING.

Ci tocca, infatti, sorbirci non solo i programmi più diversi, ma anche le più diverse opinioni sui medesimi argomenti: non ci è dato avere certezze! Persino nello stesso programma ci sono persone che la pensano diversamente!

Niente certezze! Si tratta di una continua messa in discussione dei punti fermi che credevamo di aver raggiunto. Tutto ciò è tremendamente sconfortante!

Unica è, però, la soluzione adatta a risolvere il nostro problema: abolizione di TUTTI i canali trasmessi sui nostri televisori e loro sostituzione con un CANALE UNICO dal nome “scuola pubblica”.

Quanto sarebbe bello! Finalmente vedremmo sparire la fonte delle nostre incertezze! Potremmo finalmente essere sicuri di ciò che apprendiamo e in ciò saremmo sostenuti dal consenso quasi unanime del resto della popolazione.

Una minaccia, però, incombe su questo paradiso.

  1. L’audience

Fatto il canale unico, bisogna fare gli spettatori.

Vogliamo davvero avere certezze? Se si, allora dobbiamo sapere, sin da subito, che l’istituzione del canale unico “scuola pubblica” non basta. La più grave minaccia alle nostre certezze viene da noi stessi: noi possiamo decidere di spegnere la televisione e non guardare l’unico canale disponibile.

Non ve l’aspettavate, vero? L’uomo è così sciocco da farsi danno da solo: la mente di chi non guarda il canale “scuola pubblica” potrebbe dar luogo a pensieri diversi da quelli degli spettatori “volontari” dell’unico canale.

Certo, questo, non contribuirebbe affatto a quel senso di certezza che abbiamo cercato di ottenere abolendo le cause dello ZAPPING.

Ma non disperiamo! Anche a questo problema esiste una soluzione: dobbiamo OBBLIGARE coloro che spengono la televisione a riaccenderla, minacciandoli con multe o galera. E dobbiamo obbligarli a guardarla 5-6 ore al giorno, 6 giorni alla settimana, per una decina d’anni.

Solo seguendo queste direttive, otterremo un pensiero unico.

Finalmente potremo raggiungere un senso di certezza!

Saranno rari i casi in cui qualcuno sarà in grado di mettere in discussione le nostre conoscenze!

  1. Il canone

Sappiamo tutti benissimo che tanto il canale unico, quanto gli spettatori non esisterebbero senza un altro elemento fondamentale: i presentatori e gli organizzatori dei programmi trasmessi sul canale “scuola pubblica” .

Costoro, tuttavia, necessitano di un compenso per il loro lavoro: essi si occupano di impostare la didattica e di insegnare. Non possono mica farlo tutti gratis! Dovranno pur nutrirsi!

E chi meglio degli spettatori può adempiere questo compito?

Non dobbiamo, però, permettere che gli spettatori decidano, da soli,  SE e QUANTO destinare ai presentatori e agli organizzatori dei programmi. Finiremmo per vanificare tutti gli obiettivi elencati nei primi 2 punti!

Dobbiamo semplicemente OBBLIGARLI a pagare questo compenso!

Solo così, i programmi meno interessanti potranno rimanere in vita!

Diversamente, quei programmi cesserebbero di essere trasmessi e il compenso versato per essi si dirigerebbe verso altre mete! E chi sa quali assurde mete sceglierebbero gli spettatori!

Non vedete già “nubi d’incertezza” all’orizzonte?!?!?

Conclusioni

Il mio elogio è giunto al termine, cari lettori.

Sono sicuro che mi abbiate inteso.

Per ora, una sola cosa è certa: d’ora in poi, tutti guarderemo alla sacra istituzione della scuola pubblica con occhi ben diversi.

Articolo di Miki Biasi originariamente apparso su The Road to Liberty e qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore

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EXPO. E’ “L’INFAME” CAPITALISMO (non Carlo Petrini o Jeffrey Sachs) A NUTRIRE 7 MILIARDI DI PERSONE (Il ruolo fondamentale del cristianesimo)

Lun, 25/05/2015 - 08:00

Da tanti pulpiti si tuona contro questo mondo infame in cui – si dice – i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Ma è davvero così?

No. Il 26 aprile scorso “Il Sole 24 ore” ha dedicato diverse pagine al primo “Rapporto Fondazione Hume-Sole 24 ore” da cui si evince che “negli ultimi 15 anni si sono ridotti gli squilibri a livello globale”. Seguono numeri e grafici. Ma potete star certi che nessuno si curerà di quei dati.

Anche l’Expo di Milano mostra la realtà che però viene poi contraddetta dalla sua narrazione ideologica, paradossalmente vicina agli slogan dei manifestanti “No Expo” di Milano.

Dopo il comunismo è arrivato il luogocomunismo, un rancido minestrone di banalità catastrofiste contro lo sviluppo, la tecnologia, il mercato, l’industria e il profitto.

Ma un’Esposizione universale che nel 2015 ha come tema “Nutrire il pianeta. Energia per la vita” anzitutto dovrebbe dichiarare ufficialmente morta e sepolta proprio quell’ideologia apocalittica che da Malthus, passando per Darwin e Marx, è arrivata a noi con le teorie del Club di Roma diventate poi pensiero dominante negli organismi internazionali e ora perfino in Vaticano (come dimostra il protagonismo di Jeffrey Sachs oltretevere e ciò che ha detto il cardinal Turkson del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace).

MALTHUS SEPOLTO

Dunque Malthus nel suo “Saggio sul principio della popolazione” del 1798 sosteneva che la crescita naturale della popolazione aveva una progressione geometrica (2, 4, 8, 16…), mentre la produzione di cibo una progressione aritmetica (2, 3, 4, 5…).

Da qui la previsione di sovrappopolazione, carestie, rivolte, epidemie e il collasso finale del sistema.

Che questo teorema fosse balordo lo si poteva capire subito, infatti nel 1870 il filosofo americano Emerson fece notare che Malthus non aveva considerato il vero fattore decisivo dell’economia politica: l’ingegno umano.

Lo ha ricordato in uno splendido articolo, sul sito “Agrarian Sciences”, Luigi Mariani, già docente di Agronomia e Agrometeorologia all’Università di Milano. Egli segnala che il XX secolo presenta dati che seppelliscono Malthus: grazie alla rivoluzione agricola infatti “le produzioni delle grandi colture sono aumentate di 5-6 volte a fronte di un aumento di 4 volte della popolazione mondiale. Questo è stato un fattore decisivo (insieme alle migliori cure mediche ed alle migliori condizioni di vita) per scongiurare la catastrofe malthusiana”.

Aggiornando con gli ultimi dati Fao le statistiche mondiali di produzione delle quattro grandi colture che sono alla base dell’alimentazione umana, Mariani precisa che “le rese dal 1961 ad oggi sono cresciute del 300 per cento per frumento, del 283 per cento per mais, del 240 per cento per riso e del 219 per cento per soia”.

Dunque Malthus ha preso una gran cantonata e il fattore uomo, che poi significa tecnologia, scienza, impresa, investimenti, profitto, commercio, è la più grande delle risorse e non è affatto il cancro del pianeta come crede un certo ecologismo (oltretutto proprio la tecnologia e lo sviluppo riducono drasticamente pure l’inquinamento urbano).

Lo stesso discorso fatto per le colture vale anche per le materie prime e le fonti di energia che – paradossalmente – invece di diminuire, aumentano grazie all’“ingegno umano” (cioè scienza, tecnologia e impresa); e qui rimando alla montagna di dati fornita da Bjorn Lomborg nel suo “L’ambientalista scettico”.

CONSEGUENZE

Mariani tira tre preziose conclusioni. La prima dice che “al contrario di quanto quasi tutti vanno in questi anni dicendoci, il clima non si è fatto più proibitivo per fare agricoltura”.

La seconda: “le periodiche intemperanze del tempo atmosferico (siccità, piovosità eccessiva, gelo, ecc.) sono ampiamente controbilanciate dai maggiori livelli di CO2 e dalla sempre migliore tecnologia umana (in termini di nuove varietà, concimazioni, irrigazioni, trattamenti fitosanitari, diserbi, tecniche conservazione dei prodotti, ecc.), la quale garantisce un sempre più efficace adattamento alla variabilità climatica”.

La terza conclusione: se grazie alla tecnologia oggi (dati Fao) l’89 per cento della popolazione mondiale gode di sicurezza alimentare, mentre nel 1970 ne godeva solo il 63 per cento e nel 1950 meno del 50 per cento, significa che va estesa a tutto il pianeta.

Questa è la realtà. Poi ci sono le narrazioni ideologiche, oggi dominanti, che dicono l’esatto opposto.

LUOGOCOMUNISTI

Prendo, come esempio, il documento firmato da tre guru del luogocomunismo, Ermanno Olmi, Carlo Petrini e don Luigi Ciotti e intitolato “Per un’Expo che getti un seme contro la fame nel mondo”.

Evitando di citare i dati strepitosi sopra riportati, essi tuonano: “Il pericolo tuttora reale è che l’esposizione universale sia solamente l’occasione strumentale per parlare e promuovere il cibo come merce”.

Ma che significa? Coloro che producono e distribuiscono cibo, dal contadino al dettagliante, hanno diritto a vendere i loro prodotti e ad essere remunerati altrimenti smetterebbero di produrli e faremmo tutti la fame.

Più in generale è proprio la grande rivoluzione industriale relativa all’agricoltura, seguendo la logica degli investimenti, dell’innovazione tecnologica e dei profitti che ha permesso oggi di nutrire gran parte dell’umanità.

Se 60 anni fa vivevano sulla Terra 2 miliardi di persone e 1 miliardo faceva la fame, mentre oggi siamo 7 miliardi e 6,2 miliardi hanno cibo a sufficienza, è proprio grazie al vituperato capitalismo che trasforma il cibo in merce, non è certo grazie a Carlo Petrini, né a Olmi o a don Ciotti. Se non considerassimo “il cibo come merce” moriremmo tutti di fame.

Poi i tre intellettuali si lanciano in filippiche strappalacrime di questo tipo: “Oggi la fame che perseguita grandi parti di mondo, determina migrazioni epocali, bibliche. Il Mediterraneo ogni giorno è tomba di una disperata umanità che cerca… il cibo quotidiano”.

Come abbiamo visto non è affatto vero che “oggi la fame perseguita grandi parti del mondo”, ma è vero il contrario: mai nella storia si è riusciti a nutrire tanta gente.

E gli esodi di massa sono dovuti in parte a guerre e oppressioni. In parte si verificano proprio nelle terre che non hanno “il cibo come merce”, ossia non hanno quello sviluppo fondato su industria, tecnologia e mercato.

Non ce l’hanno spesso per flagelli come l’islamismo che sta letteralmente devastando l’Africa subsahariana, ma su cui i nostri enfatici intellettuali evitano di puntare il dito.

IL FATTORE CRISTIANO

E’ storicamente dimostrabile che i fattori antropologici sono decisivi e – per esempio – un substrato culturale cristiano ha favorito lo sviluppo basato su istruzione, impresa, ricerca scientifica, investimenti e tecnologia, dentro un orizzonte che favorisce la democrazia e il rispetto dei diritti sociali e umani.

Del resto nessuno al mondo è tanto impegnato contro la fame quanto i cristiani, con gli aiuti nelle emergenze umanitarie, ma anche con iniziative di sviluppo che vanno dalla costruzione di pozzi, scuole e ospedali, all’artigianato e alla fondazione di università.

Vale pure per gli sprechi alimentari. In Italia il Banco Alimentare, la più grande iniziativa concreta che convoglia tonnellate di derrate alimentari verso i più bisognosi, nasce in ambito cattolico, ma ha aggregato attorno a sé energie di tutti i tipi e soprattutto è nata dal rapporto con una grande industria alimentare e dalla collaborazione della grande distribuzione.

Che non sono affatto nemici, ma protagonisti della nutrizione dell’umanità.

L’uomo non è il cancro del pianeta, ma la sua più grande risorsa anche per la salvagiardia dell’ambiente, perché nessuno inquina e devasta più della natura stessa.

Tanti si battono per proteggere la biodiversità, ma assai pochi si battono per quella che Benedetto XVI ha chiamato l’ecologia umana, a salvaguardia della vita, dell’integrità e della dignità dell’essere umano. Che è il grande “principio non negoziabile”.

Articolo di Antonio Socci, apparso su “Libero”, 3 maggio 2015, e ripreso dal sito dell’Autore

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Il consiglio di Pascal ai liberali: siate Bastiat!

Ven, 22/05/2015 - 08:00

Sono parecchi i motivi che impediscono la diffusione del liberalismo tra la gente. Oggi, ne discutiamo solo uno. Trattasi di un motivo che troppo spesso sottovalutiamo, forse per il suo carattere, per così dire, metodologico.

Mi riferisco al modo di esporre agli altri e in pubblico le teorie liberali e libertarie.

La scena che si ripropone su forum, blog e video è solitamente la seguente.

Ci sono un liberale e un non-liberale che discutono su un qualsivoglia argomento. Cosa fa solitamente il primo per convincere il secondo ad assumere posizioni liberali sull’argomento in questione?

Tiene (congiuntamente o alternativamente) 2 comportamenti:

1) comincia a dargli del socialista, comunista, nazi-fascista e cosi via, aggiungendo che non apprezza le potenzialità della proprietà privata e della libertà;

2) comincia a parlare di diritto naturale e dell’assoluta inviolabilità delle libertà individuali.

Credete che il liberale riuscirà nel suo intento, almeno nell’ 1% dei casi?

Sì e no: , se il non-liberale ha in sè già un qualche apprezzamento verso il valore della libertà; no, se il non-liberale è uno che ce l’ha a morte col capitalismo laissez-faire.

Dove sta il problema, quindi?

Eccolo: noi liberali vogliamo combattere le offese e i “ragionamenti intuizionisti” degli altri con altrettante offese e ragionamenti “intuizionisti” che potrebbero attirare solo chi già apprezza il valore della libertà.

Mi capita spesso di cadere in questa trappola, soprattutto quando non ho voglia di discutere o non mi ritengo ben preparato su un argomento. Tuttavia questo non è un buon motivo per continuare su una strada che è intrinsecamente sbagliata, per lo meno se abbiamo a cuore la diffusione del liberalismo nella nostra società.

Cosa c’entra Blaise Pascal in tutto questo? C’entra parecchio.

Proprio in queste settimane, mentre leggevo alcuni dei suoi “Pensieri”, mi sono imbattuto in alcune riflessioni interessanti, che presento qui:

“Quando si vuol discutere utilmente, e dimostrare a un altro che sbaglia, conviene osservare da quale lato egli considera la cosa, perché essa di solito da quel lato è vera, e riconoscergli questa verità, ma scoprirgli l’aspetto per cui essa è falsa.”

Pascal ci espone proprio il metodo cui facevamo riferimento all’inizio: se vogliamo convincere qualcuno cerchiamo di capire la sua posizione e riconosciamo le sue verità. Dopodichè, esponiamo l’altra faccia della medaglia.

E continua Pascal:

“Egli di ciò sarà contento, perché vedrà che non s’ingannava, e che sbagliava soltando nel non vederne altri aspetti: ora, non ci si affligge per non veder tutto, ma non si vuole ammettere di essersi ingannati.”

A ben vedere, questo è proprio il metodo usato magistralmente da Frédéric Bastiat nelle sue opere: riconoscere la verità di ciò che SI VEDE ma mostrare anche ciò che NON SI VEDE.

Proviamo, ora, a rendere il tutto più comprensibile con un esempio: ci sono il solito liberale e il solito non-liberale che discutono (ad esempio) di inquinamento. Il secondo, ovviamente, accusa il capitalismo laissez-faire di tutti i disastri ambientali.
Cosa potrebbe fare il primo (il liberale) per convincere il secondo (il non-liberale) ad assumere posizioni liberali su quell’argomento?

Magari, invece di accusarlo di essere un pianificatore centrale o di non capire la bellezza dell’ordine spontaneo, potrebbe cominciare riconoscendo la verità di quanto ha affermato il non-liberale: è vero, molte imprese inquinano e hanno inquinato!
A questo punto, però, il nostro liberale potrebbe spiegare come questo non sia un effetto del capitalismo laissez-faire dal momento che questa dottrina propugna la tutela della proprietà privata: se tu mi inquini senza il mio consenso, mi dispiace, ma stai violando la mia proprietà. Nota 1

Detto questo, bisogna intendersi su un punto: le risposte di un liberale non devono per forza essere argomenti economici di difficile comprensione, ma possono anche essere spiegazioni di alcuni dei “possibili” modi in cui, in una società libera, si risolverebbero molti dei problemi odierni (come nell’esempio sopra fatto). Proprio per questo è utile essere sempre ben informati su parecchi temi, per cos’ dire, “politici”.

Credo che SOLO DOPO aver proceduto a questo modo, possa essere di qualche utilità opporre al nostro interlocutore (non-liberale) la celebre frase di F.A. Hayek:

“Sarebbe altrettanto facile screditare la teoria del metodo scientifico per il fatto che non porta a previsioni controllabili di quel che scoprirà la scienza, quanto lo è screditare la teoria dl mercato per il fatto che non riesce a prevedere quali risultati particolari questo riuscirà a raggiungere.”

Non auspichiamo la nascita di nuovi Bastiat!

Dobbiamo essere noi stessi nuovi Bastiat!

Nota 1

So che la questione non è così semplice, ma non era il caso di entrare qui nei dettagli.

Articolo di Miki Biasi apparso in origine su The Road to Liberty e qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore

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Le disuguaglianze statistiche tra le razze dimostrano la discriminazione?

Lun, 18/05/2015 - 08:00

Nota dell’editore: Walter Williams è un insigne analista ed economista alla George Mason University di Fairfax, Virginia. Questo saggio fu originariamente pubblicato nel Novembre 2012 sotto il titolo “Diversità, Ignoranza e Stupidità” in The Freeman, il periodico della Foundation for Economic Education).

George Orwell era solito ammonire: “A volte il primo dovere degli uomini intelligenti è la riaffermazione dell’ovvio”. Questo è esattamente ciò che voglio fare – parlare dell’ovvio.

Docenti di diritto, tribunali e scienziati sociali hanno a lungo sostenuto come le grandi disuguaglianze statistiche provino l’esistenza di schemi e pratiche discriminatorie. Dietro tale visione c’è l’idea secondo cui senza discriminazioni, saremmo etnicamente distribuiti in modo proporzionale nelle caratteristiche socioeconomiche come ad esempio il reddito, l’educazione, il tipo di occupazione ed altri fattori. Non esiste una singola prova in alcun luogo ed in alcun tempo della storia dell’umanità che confermi come senza discriminazioni ci sarebbe una rappresentanza proporzionale, nonché un’assenza di grandi disuguaglianze statistiche relative a razza, sesso, nazionalità o a qualunque altra caratteristica. Tuttavia, molte delle nostre idee, leggi, controversie legali e politiche pubbliche sono basate sul concepire la proporzionalità come norma. Consideriamo dunque qualche grande disuguaglianza, per poi decidere se queste rappresentino ciò che avvocati e giudici chiamano “schemi e pratiche discriminatorie” e pensando poi a quali azioni correttive andrebbero intraprese.

Gli ebrei non raggiungono nemmeno l’1% della popolazione mondiale e soltanto il 3% di quella americana, eppure costituiscono il 20% dei premi Nobel ed il 39% dei vincitori americani. Questa è una gigantesca disuguaglianza statistica: è la commissione che aggiudica i Nobel a discriminare in favore degli ebrei, o sono gli ebrei ad essere impegnati in una cospirazione accademica contro tutti noi? In ogni caso, durante la Repubblica di Weimar – in Germania – gli ebrei erano soltanto l’1% della popolazione tedesca, ma rappresentavano il 10% dei dottori e dei dentisti del paese, il 17% degli avvocati ed una larga percentuale della comunità scientifica tedesca. Il 27% dei premi Nobel tedeschi sono ebrei.

La National Basketball Association (NBA, la lega professionistica americana di basket, ndr.) nel 2011 annoverava quasi l’80% dei giocatori neri ed il 17% bianchi. Se questa differenza è sconvolgente, pensate che gli asiatici sono solo l’1%. Non è abbastanza?  Cosa dire del fatto che i giocatori NBA più pagati sono neri e che per 45 volte su 57, un nero ha vinto il premio di Most Valuable Player (miglior giocatore stagionale, ndr.). Tali enormi disuguaglianze si verificano esattamente all’opposto nella National Hockey League, dove meno del 3% degli atleti sono neri. Questi costituiscono invece il 66% dei giocatori professionisti NFL e AFL (rispettivamente, la lega di football americano e australiano, ndr); nel restante 34%, non c’è un singolo sportivo giapponese. A tal proposito, non preoccupatevi, secondo il Japan Times Online (consultato il 17 Gennaio 2012): “Lo scout Larry Dixon dei Dallas Cowboys assicura che, posto che il mondo sta diventando ‘più piccolo’ a causa della globalizzazione, un giorno ci sarà un giocatore giapponese nella National Football League – sebbene non possa prevedere con certezza quando ciò accadrà”.

Mentre i giocatori professionisti neri di baseball sono scesi dal 18% di vent’anni fa, all’8.8% odierno, si rinvengono enormi differenze nei risultati conseguiti: quattro dei sei giocatori con più home-run totalizzati in carriera sono neri, così come ciascuno dei primi otto giocatori ad aver rubato più di 100 basi in una stagione. I neri, i cui avi giunsero dall’Africa Occidentale – inclusi gli afro-americani – detengono più del 95% dei record relativi alle discipline atletiche basate sulla corsa.

Come si spiegano queste enormi differenze nello sport? Richiedono l’attenzione dei tribunali?

Esistono peraltro delle disuguaglianze che potrebbero sconcertare in tema di diversità tra le persone. Per esempio, gli asiatici conseguono con regolarità i voti più alti nella parte matematica del SAT (Scholastic Aptitude Test, una prova attitudinale richiesta per l’ammissione ai college americani, ndr), mentre i neri hanno i più bassi.

Poi ci sono le disuguaglianze etniche/razziali sulla mortalità. Alle donne americane-vietnamiti è riscontrato un tasso di incidenza del cancro della cervice ben cinque volte più alto di quello delle donne caucasiche. Inoltre, tra due e undici volte più alto è il tasso relativo al tumore del fegato fra le popolazioni cinesi, filippine, giapponesi, coreane e vietnamite rispetto a quello dei caucasici.

La malattia di Tay-Sachs è rara fra popolazioni diverse dagli ebrei aschenaziti (di discendenza europea) e dai Cajun del sud della Louisiana; gli indiani Pima dell’Arizona hanno i tassi di diabete più alti al mondo; il cancro alla prostata è quasi due volte più comune fra gli uomini neri che fra i bianchi.

Come se non bastasse, c’è la questione della segregazione. La pagina “Room for Debate” del New York Times del 21 Maggio 2012 esordiva con “Jim Crow è morto, la segregazione continua. È tempo di ripristinare il servizio di scuolabus?”.

Il Civil Rights Project dell’Università di Harvard nel Gennaio 2003 dichiarava che le scuole erano sempre più etnicamente isolate, aggiungendo: “Gli obiettivi riguardanti i diritti civili non sono stati raggiunti. Da più di un decennio, l’intero paese ha imboccato il sentiero che porta ad una maggior segregazione”. Sei anni dopo, il Civil Rights Project di UCLA riportava: “le scuole negli Stati Uniti risultano più segregate oggi di quanto non lo siano state negli ultimi 40 anni”.

Pensiamo alla segregazione. Osservazioni casuali delle partite di hockey su ghiaccio suggeriscono come gli spettatori neri non siano minimamente rappresentativi con riferimento alla popolazione generale. Un’osservazione simile può essere fatta anche riguardo l’opera, le gare di equitazione e le degustazioni di vino. Le statistiche sulla popolazione del South Dakota, Iowa, Maine, Montana, Wyoming e Vermont evidenziano che neanche l’1% degli abitanti è nero; d’altro canto, in stati come la Georgia, l’Alabama e il Mississippi, i neri sono sovra-rappresentati rispetto alla loro percentuale nella popolazione generale.

Le persone di colore sono poco più del 50% della popolazione di Washington D.C. Il Reagan National Airport serve quella zona; come tutti gli altri aeroporti, ha delle fontanelle d’acqua. In nessun caso è stato possibile osservare se il 50% di chi le usa sia un uomo di colore: sarebbe una stima rozza, ma credo che ogni giorno non più del 10-15% delle persone che le usano siano di colore. Vorrebbe forse dire che le fontane del Reagan National Airport sono razziste? Diremmo che lo sono gli stati del South Dakota, dell’Iowa, del Maine, del Montana, del Wyoming e del Vermont? Oppure le partite di hockey su ghiaccio, l’opera, l’equitazione e le degustazioni di vino? Inoltre, qualcuno proporrebbe mai di portare dei neri in bus in South Dakota, Iowa, Maine, Montana e nel Wyoming, e i bianchi da questi stati alla Georgia, Alabama e Mississippi al fine di raggiungere un equilibrio etnico? Che azione correttiva può essere presa per conseguire l’integrazione razziale alle partite di hockey, all’opera, alle gare di equitazione e alle degustazioni di vino?

Una piccola riflessione mostra che le persone danno al termine “discriminazione razziale” un significato per l’uso di fontane, per l’opera e per le partite di hockey, ed uno completamente diverso per le scuole. Il ragionevole test per stabilire se le fontane del Reagan National Airport compiono atti discriminatori consisterebbe nello stabilire se una persona di colore sia libera di bere da una qualsiasi di esse. Se la risposta è affermativa, le fontane non sono affatto razziste – sebbene nessun nero voglia usarle per dissetarsi. Lo stesso identico test andrebbe eseguito per le scuole. Ossia, se uno studente nero vive in un particolare distretto scolastico, è forse libero di frequentare una particolare scuola? Se sì, la scuola non è luogo di segregazione, ancorché nessun nero effettivamente la frequenti. Quando un’attività non è etnicamente mista, un termine migliore sarebbe “etnicamente omogenea”, e ciò non significa affatto che essa sia discriminatoria.

 Voglio sperare che le persone pronte a gridare che le scuole sono luoghi di segregazione, non facciano altrettanto per le fontane degli aeroporti, per gli stati, per l’opera e per le partite di hockey su ghiaccio.

Riassumendo

  • Non esiste una singola evidenza in alcun luogo ed in alcun tempo della storia dell’umanità volta a dimostrare che senza discriminazioni vi sarebbe una rappresentanza equa e un’assenza di grandi disuguaglianze statistiche derivanti da razza, sesso, nazionalità o qualunque altra caratteristica.
  • Osservazioni casuali eseguite alle partite di hockey su ghiaccio suggeriscono come gli spettatori neri non siano minimamente rappresentativi con riferimento alla loro presenza nella popolazione generale. Ma ciò non significa “discriminazione”.
  • Per ulteriori informazioni, vedi:

“Discrimination and Liberty” di Walter E. Williams: http://tinyurl.com/mk7eu27

“The Economics and Politics of Discrimination” di George C. Leef: http://tinyurl.com/pkcu249

“Capitalism: Discrimination’s Implacable Enemy” di John Hood: http://tinyurl.com/m37vmju

“A Chance to End Racism in America” di Wendy McElroy: http://tinyurl.com/m5fq2yv

“Race and Economics: How Much Can Be Blamed on Discrimination?” di D. W. MacKenzie: http://tinyurl.com/pfsuhtm

“Lending Discrimination: The Unending Search” di Robert Batemarco: http://tinyurl.com/kb58n3w

Articolo di Walter Williams su Fee.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

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Lettera al governo: Fermate le armi!

Ven, 15/05/2015 - 08:00

Caro governo,

“noi tutti” ci siamo qui riuniti per farvi una richiesta: dovete impedire, una volta per tutte, l’uso delle armi ai privati cittadini.

Siamo stufi di rivedere sempre le stesse scene.

Non meritiamo di svolgere il nostro mestiere con la tranquillità che dovrebbe essere tipica di ogni lavoro?

Pensate: proprio quando siamo vicinissimi alla raccolta dei frutti del nostro lavoro, questi privati cittadini ci puntano le loro armi contro, trattenendo così i prodotti della nostra attività.

Quindi ribadiamo: è davvero necessario lavorare con l’ansia di essere sparati in qualunque momento?

Per questi motivi, Governo, vi chiediamo di intervenire! E dovete farlo subito! Per il nostro bene.

Tuttavia, se non riterrete sufficiente quanto detto finora, caro Governo, vi esponiamo le considerazioni di alcuni nostri amici:

Cosa significherebbe sostanzialmente “armi libere per i privati cittadini”?
Esattamente questo, caro Governo: gli organi di sicurezza dello Stato non avrebbero più il potere di eseguire perfettamente gli ordini di un governo democraticamente eletto, in quanto si dovrebbe temere la reazione di alcuni cittadini.

Dovete ammettere quanto tutto ciò sia contrario al “dialogo” democratico.

Fin qui, caro Governo, le considerazioni dei nostri amici.

A noi, però, queste considerazioni appaiono troppo moderate: se vogliamo estirpare la piaga delle armi, dobbiamo abolirle tout court. D’altronde cosa ci assicura che coloro che voi, caro Governo, avete preposto alla nostra sicurezza, in momenti di follia, ci puntino le armi contro?

Ciò che bisogna fare, è togliere le armi anche agli organi di sicurezza. Sarebbe anche più carino acciuffare i furfanti: non si farebbe loro del male e sconterebbero serenamente la loro pena in carcere.

Non è, questo, degno di uno Stato che voglia chiamarsi “civile”?

E’ una lettera piuttosto corta, ne siamo consci. Tuttavia speriamo che queste poche righe, caro Governo, vi facciano cogliere le ragioni più intime della nostra richiesta.

Confidiamo in ulteriori e proficue collaborazioni.

Con affetto,

ladri, rapinatori e autocrati di tutto il mondo

Articolo di Miki Biasi originariamente apparso su The Road to Liberty e qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – II parte

Mer, 13/05/2015 - 08:00

Il professor Samuelson e la “Preferenza Rivelata”

“Preferenza rivelata” – preferenza rivelata dalla scelta compiuta – sarebbe stata un’espressione appropriata per il nostro concetto. Ma è stata utilizzata per la prima volta da Samuelson per un suo concetto apparentemente simile ma in realtà profondamente diverso. La differenza fondamentale è questa: Samuelson presuppone l’esistenza di una sottostante scala di preferenze che forma la base delle azioni di un uomo e che rimane costante nel corso delle sue azioni nel tempo. Samuelson poi usa procedure matematiche complesse in un tentativo di “tracciare una mappa” della scala di preferenze dell’individuo sulla base delle sue numerose azioni.

 Il primo errore qui è l’assunzione che la scala di preferenze rimanga costante nel tempo. Non vi è ragione alcuna per presupporre una simile ipotesi. Tutto ciò che possiamo dire è che un’azione, in uno specifico punto nel tempo, rivela parte della scala di preferenze di un uomo in quel momento. Non vi è alcun motivo valido per assumere che essa rimanga costante da un punto del tempo a un altro.8

 I teorici della “preferenza rivelata” non si rendono conto di assumere l’ipotesi della costanza; credono che la loro premessa sia solo quella del comportamento coerente, che identificano con la “razionalità”. Essi ammettono che le persone non so no sempre “razionali”, ma difendono la loro teoria come una buona prima approssimazione o anche come una teoria dotata di valore normativo. In ogni caso, come ha fatto notare Mises, costanza e coerenza sono due cose completamente diverse. Coerenza significa che una persona mantiene un ordine transitivo nella graduatoria della sua scala di preferenze (se A è preferito a B e B è preferito a C, allora A è preferito a C). Ma la procedura della preferenza rivelata non si basa su tale assunzione, né su quella di costanza – secondo cui un individuo mantiene la stessa scala di valori nel tempo. Mentre la prima situazione potrebbe essere definita irrazionale, non vi è certamente alcunché di irrazionale nel fatto che le scale di valori di una persona cambino nel tempo. Quindi nessuna teoria valida può essere costruita sulla premessa della costanza di comportamento.9

 In base all’ipotesi di costanza, una delle procedure più assurde è consistita nel tentativo di giungere alla scala di preferenze del consumatore non attraverso l’osservazione dell’azione reale ma attraverso questionari. In vacuo, alcuni consumatori vengono intervistati esaurientemente su quale teorico gruppo di beni preferirebbero rispetto ad un altro e così via. Non solo tale procedura soffre dell’errore della costanza, ma non può essere attribuita alcuna certezza al mero fatto di interrogare le persone quando esse non si trovano di fronte alle scelte nella realtà. Non solo la valutazione di una persona differirà se parla delle scelte oppure se si trova nella situazione in cui sceglie effettivamente, ma in più non vi è la garanzia che stia dicendo la verità. 10

La bancarotta dell’approccio della preferenza rivelata non è mai stato illustrato meglio che da un importante seguace, il professor Kennedy. Dice Kennedy: “In quale scienza rispettabile l’ipotesi di coerenza (cioè di costanza) sarebbe accolta per un solo momento?” 11 Tuttavia egli sostiene che debba essere mantenuta ugualmente, altrimenti la teoria dell’utilità non servirebbe ad alcuno scopo proficuo. L’abbandono della verità in nome di una spuria utilità è una caratteristica tipica della tradizione positivista-pragmatista. Tranne che in certe ipotesi ausiliarie, dovrebbe essere ovvio che ciò che è falso non può essere utile nella costruzione di una teoria vera. Questo è particolarmente vero nell’economia, che è esplicitamente costruita su assiomi veri.12

Psicologismo e comportamentismo: trappole gemelle

 La dottrina della preferenza rivelata è un esempio di ciò che possiamo definire la fallacia dello “psicologismo”, che consiste nel considerare le scale di preferenza come se esistessero quali entità separate, indipendenti dall’azione reale. Lo psicologismo è un errore frequente nell’analisi dell’utilità. È basato sulla premessa che l’analisi dell’utilità sia una sorta di “psicologia” e che quindi l’economia, nell’elaborazione dei fondamenti della sua struttura teoretica, debba addentrarsi nell’analisi psicologica.

 La prasseologia, base della teoria economica, invece differisce dalla psicologia. La psicologia esamina il come e il perché le persone danno vita ai valori. Tratta il contenuto concreto dei fini e dei valori. L’economia, invece, si basa semplicemente sulla premessa dell’ esistenza dei fini, e quindi deduce la sua teoria valida da tale premessa generale.13 Essa quindi non ha nulla a che fare con il contenuto dei fini o con le operazioni interne della mente dell’uomo che agisce. 14

Se lo psicologismo dev’essere evitato, va evitato anche l’errore opposto del comportamentismo. Il comportamentista vuole eliminare completamente dall’economia il “soggettivismo”, cioè l’azione motivata, in quanto ritiene che qualsiasi traccia di soggettivismo non sia scientifica. Il suo ideale è il metodo della fisica, che tratta l’esame dei movimenti di materiali non mossi da scopi, inorganici. Nell’adottare questo metodo egli getta via la conoscenza soggettiva dell’azione, su cui è fondata la scienza economica; di fatto rende impossibile qualsiasi indagine scientifica sugli esseri umani. L’approccio comportamentista in economia ebbe inizio con Cassel, e il seguace contemporaneo più importante è il  professor  Little.  Little rifiuta la teoria della preferenza  dimostrata perché essa assume  l’esistenza  della  preferenza.  Egli  si  vanta  del  fatto  che,  nella  sua  analisi,  l’individuo massimizzante “alla fine scompare”, il che significa, ovviamente, che scompare anche l’economia. 15 Gli errori dello psicologismo e del comportamentismo hanno un’origine comune: il desiderio da parte dei loro sostenitori di dotare i loro concetti e procedure di “significato operativo”, sia nel campo del comportamento osservato sia nell’ambito delle operazioni mentali. Vilfredo Pareto, probabilmente il fondatore di un approccio esplicitamente positivista in economia, sostenne entrambi gli errori. Rifiutando l’approccio della preferenza dimostrata in quanto “tautologico”, Pareto cercò da un lato di eliminare le preferenze soggettive dall’economia, e dall’altro di investigare e misurare le scale di preferenza indipendentemente dall’azione reale. Pareto è stato, per molti aspetti, l’antenato spirituale della maggior parte dei teorici dell’utilità contemporanei. 16 17.

Una nota sulla critica del professor Armstrong

Il professor Armstrong ha elaborato una critica dell’approccio della preferenza rivelata che si potrebbe indubbiamente applicare anche alla preferenza dimostrata. Egli afferma che, quando viene preso in considerazione più di un bene, le scale di preferenza individuali non possono essere unitarie, e non possiamo ordinare i beni su un’unica scala.18 Al contrario, la caratteristica di una scala di preferenze dedotta è proprio di essere unitaria. Un uomo può scegliere tra due alternative, in base al maggiore o minor valore, solo se le colloca su un’unica scala. Ogni mezzo verrà impiegato in funzione dell’uso preferito. La scelta reale quindi dimostra sempre le preferenze rilevanti ordinate su una scala unitaria.

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

8. L’analisi di Samuelson soffre anche di altri errori, come l’uso delle scorrette procedure basate sui “ numeri indici”. Sugli errori teoretici dei numeri indici cfr. Mises, Theory of Money and Credit, pp. 187-94.

9. V. Mises, Human Action, pp. 102-3. Mises dimostra che Wicksteed e Robbins hanno commesso un errore analogo.

10. È un merito di Samuelson il rifiuto della tecnica del questionario. I professori Kennedy e Keckskemeti, per ragioni differenti, difendono il metodo del questionario. Kennedy afferma semplicemente, in maniera piuttosto illogica, che le procedure in vacuo comunque vengono utilizzate, quando il teorico afferma che una quantità maggiore di un bene è preferita a una quantità minore. Ma ciò non è in vacuo; è una conclusione basata sulla conoscenza prasseologica secondo cui, essendo un bene qualsiasi oggetto di azione, finché rimane un bene quantità maggiori devono essere preferite a quantità minori. Kennedy quindi ha tort o quando afferma che questo è un argomento circolare, perché il fatto che l’azione esiste non è “circolare”. Keckskemeti in realtà afferma che, ai fini della scoperta delle preferenze, il metodo del questionario è preferibile all’osservazione del comportamento. La base delle sue tesi è una dicotomia spuria fra valutazioni di utilità e valutazioni etiche. Le valutazioni etiche possono essere considerate coincidenti con i giudizi di utilità, oppure una sottospecie di essi, ma non possono essere distinte. Cfr. Charles Kennedy, “Th e Common Sense of Indifference Curves,” Oxford Economic Papers (January 1950): 123-31; Kenneth J. Arrow, “Review o f Paul Keckskemeti’s Meaning, Communication, and Value,” Econometrica (January 1955): 103.

11. Kennedy, “The Common Sense of Indifference Curves. ” L’articolo di Kennedy offre la miglior descrizion e sintetica dell’approccio della preferenza rivelata.

12. Anche questo errore deriva dalla fisica, in cui assunzioni quali l’assenza di attrito sono utili come prime approssimazioni – per conoscere fatti da leggi esplicative sconosciute. Per un proficuo scetticismo sul valore dei falsi assiomi, cfr. Martin Bronfenbrenner, “Contemporary Economics Resurveyed,” Journal of Political Economy (April 1953).

13. L’assioma dell’esistenza dei fini può essere considerato una proposizione nella psicologia filosofica. In quel senso, la prasseologia poggia sulla psicologia, ma poi il suo sviluppo diverge dalla psicologia in senso stretto. Sulla questione dello scopo, la prasseologia si pone esattamente nel solco della tradizione leibniziana della psicologia filosofica in opposizione alla tradizione lockiana sostenuta dai positivisti, dai comportamentisti e dagli associazionisti. Per un’illuminante analisi di questa tematica, cfr. Gordon W. Allport, Becoming (New Haven, Conn.: Yale University Press, 1955), pp. 6-17.

14. Di conseguenza la legge dell’utilità marginale dec rescente non è basata su qualche legge psicologica della sazietà dei desideri, ma sulla verità prasseologica secondo cui le prime unità di un bene saranno utilizzate per g li usi di maggior valore, le unità successive per gli usi di maggior valore successivi, e così via.

15. M.D. Little, “A Reformulation of the Theory of Co nsumers’ Behavior,” Oxford Economic Papers (January 1949): 90-99.

16. Vilfredo Pareto, “On the Economic Phenomenon,” International Economic Papers 3 (1953): 188-94. Per un’eccellente confutazione cfr. Benedetto Croce, “O n the Economic Principle, Parts I and II,” ibid.: 1 75-76. 201. Il famoso dibattito Croce-Pareto è un illuminante esempio di iniziale controversia fra visioni prasseologiche e positiviste in economia.

17. Un interessante esempio contemporaneo della combinazione di entrambi i tipi di errori è rappresentato da Vivian C. Walsh. Da un lato egli è un comportamentista estremo, che rifiuta di ammettere che qualsiasi preferenza è rilevante per l’azione, o può essere dimostrata dall’azione. Dall ’altro assume anche la posizione psicologista estrema secondo cui gli stati psicologici in sé possono essere direttamente osservati. A tal fine egli fa affidamento sul “senso comune”. Ma tale posizione è fallace perché le “osservazioni” psicologiche di Walsh sono idealtipi e non categorie analitiche. Walsh afferma: “dire che un individuo è un fumatore è diverso dall’asserire che egli sta fumando in questo momento”, attribuendo all’economia il primo tipo di asserzione. Ma questo tipo di asserzioni sono idealtipi storici, rilevanti per la storia e la psicologia, ma non per l’analisi economica. Vivian C. Walsh, “On Descriptions of Cons umers’ Behavior,” Economica (August 1954): 244-52. Sugli idealtipi e le loro relazioni con la prasseologia cfr. Mises, Human Action, pp. 59-64.

18. Wallace E. Armstrong, “A Note on the Theory of Cons umer’s Behavior,” Oxford Economic Papers (January 1950): 199 e segg. Su questo punto cfr. la replica di Little, in I.M.D. Little, “The Theory of Consumer’s Beh avior—A Comment,” ibid., 132-35.

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