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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 38 min 7 sec fa

L’infelice destino di Donald Trump è quello di assistere ad una crisi finanziaria ben peggiore rispetto all’ultima

Mer, 18/01/2017 - 08:53

Ad un terremoto non importa se sei progressista o populista. Distrugge la tua casa comunque. Allo stesso modo una crisi finanziaria è indifferente alla combinazione delle linee di condotta di un politico.

Le crisi sistemiche procedono secondo la propria dinamica basata sulla matrice di agenti di un sistema e la scala sistemica.

Il ritmo delle recenti crisi del 1994, 1998 e 2008 ci dice che un’altra crisi è probabilmente in arrivo. Un nuovo panico finanziario globale sarà una eredità dell’amministrazione Trump. Non sarà colpa di Trump, semplicemente la sua disgrazia.

I modelli di equilibrio e valore a rischio (VAR) utilizzati dalle banche non prevede il nuovo panico. Questi modelli sono pattume di scienza, si affidano, come fanno sempre, su nozioni di mercati efficienti, sul normale rischio distribuito, sulla liquidità continua e su un futuro che ricorda il passato. Nessuna di queste ipotesi corrisponde a realtà.

I progressi nella psicologia comportamentale hanno demolito l’idea di mercati efficienti. I dati mostrano che la distribuzione del grado di rischio è una curva esponenziale e non una normale curva a campana. La liquidità evapora quando ne hai più bisogno. I prezzi hanno un vuoto fra loro e non si muovono continuamente.

Ognuna delle crisi 1994, 1998 e 2008 è stata peggiore di quella precedente e richiedeva un più drastico intervento. Il futuro non assomiglia al passato e continua a peggiorare. I modelli standard sono logori.

I recenti miglioramenti del modello che tiene in considerazione il rischio del cosiddetto “colpo di coda” ancora non riesce a fare i conti con la scala sistemica. L’evento più catastrofico possibile, in un sistema complesso, è una funzione esponenziale di scala. In parole povere, se si raddoppia la dimensione del sistema, non si raddoppia il rischio; esso aumenta il fattore di cinque o più volte.

Dal 2008, le più grandi banche del mondo, sono più grandi in termini di patrimonio lordo, sia per la quota totale dei depositi sia per l’importanza nozionale dei derivati (nozionale: titolo sottostante dei derivati; i derivati sono contratti basati su una previsione, praticamente come una scommessa ndt). Tutto ciò che era troppo grande per fallire nel 2008, oggi è più grande ed esponenzialmente più pericoloso.

Il testamento biologico e l’ Autorità di Risoluzione del Dodd-Frank (riforma a tutela dei consumatori in risposta alla crisi finanziaria del 2008 ndt) sono entrate in un’area protetta con recinti. Sembrano imponenti, ma lo sono solo di facciata. Le riforme non potranno fare nulla per fermare una folla inferocita. I regolari aumenti di capitale non saranno sufficienti. Quando l’effetto leva di una istituzione finanziaria deve affrontare il panico della liquidità, nessuna quantità di capitale è sufficiente. Prendiamo ad esempio la riflessione fatta dalla leggenda del pugilato Mike Tyson: “nessuno schema sopravvive al primo pugno in faccia”.

Le banche dovrebbero prendere lezione da Mike Tyson.

Se i modelli esistenti non funzionano, cosa si fa? Una combinazione di: teoria della complessità, statistica bayesiana (da Thomas Bayes, il concetto di interpretazione delle probabilità ndt) e di psicologia comportamentale sono in grado di produrre modelli con un forte potere di previsione. Tali modelli sono stati sviluppati in pochi centri di eccellenza: come il Santa Fè Institute, la London School of Economics e l’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo. Però, sono ben lontani dalla tradizionale corrente di pensiero e non saranno adottati in tempo per mitigare la crisi successiva.

Il panico finanziario è dinamicamente e matematicamente identico a una varietà di fenomeni naturali quali: i terremoti e le valanghe. Mentre la neve si accumula sul versante di una montagna, gli osservatori esperti possono avvistare il pericolo di valanghe. Presto un fiocco di neve si posa in modo tale da sconvolgere gli altri che iniziano a slittare, formando uno scivolo e creando lo slancio per far scivolare il manto nevoso. Il tempismo è incerto, ma la valanga è inevitabile.

Quale fiocco di neve potrebbe farci precipitare nel prossimo panico finanziario? La Deutsche Bank è un candidato naturale. Meno ovvia è una mancata consegna fisica di oro in lingotti da una banca di Londra. Ciò esporrebbe il mercato dello “oro di carta” (sostituto dell’oro fisico ndt) iper-sfruttato per quello che è. Una catastrofe in scala naturale come quella di Fukushima.

Quello che incombe su questi fattori catalizzanti è una carenza globale di dollari, come è stato descritto dagli economisti Claudio Borio e Hyun Song Shin della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). Un dollaro forte potrebbe innescare un’ondata di default sui 9 trilioni di dollari (un milione alla terza ndt) di debito societario dei mercati emergenti. Quei valori del 1994, della Crisi Tequila (forte svalutazione del peso messicano sul dollaro, al quale era agganciato ndt), li farebbe sembrare un default addomesticato.

La crisi del 2008 è stata stroncata con decine di trilioni di dollari di swap su valute (derivati sui flussi di cassa ndt), stampa di denaro e taglio dei tassi coordinato dalle banche centrali di tutto il mondo. La prossima crisi sarà oltre la portata delle banche centrali e non potranno contenerla perché, dal 2008, non sono riuscite a normalizzare i tassi di interesse o i loro bilanci.

Le banche centrali saranno in grado di tirare fuori un altro coniglio dal cilindro? Ora di conigli ne hanno fuori molti.

Non sono falsi conigli.

Nella prossima crisi, la liquidità verrà dal Fondo Monetario Internazionale, che è il solo ad avere un bilancio pulito. Il FMI stamperà denaro per l’equivalente di 10 trilioni di dollari, in diritti speciali di prelievo per tutto il mondo (unità di conto, attività di riserva monetaria internazionale ndt). La Cina e la Russia acconsentiranno a questa iniezione di liquidità a condizione che si acceleri la scomparsa del dollaro come valuta di riferimento della riserva globale.

Trump può evitare questo destino? Forse. Le pattuglie sugli sci (servizio di soccorso), per ridurre il pericolo di valanghe utilizzano la dinamite per scrostare il manto nevoso. Allo stesso modo il sistema finanziario può essere reso più sicuro solo riducendone la portata. Le navi di grandi dimensioni utilizzano le paratie a tenuta stagna per ottenere lo stesso margine di sicurezza. Un buco nello scafo inonda quella parte, ma la nave non affonda.

Scrostare la finanza significa reintegrare il Glass-Steagall (legge bancaria del 1933 ndt) e pre-Big Bang: la separazione tra deposito e sottoscrizione titoli. Ciò significherebbe demolire le grandi banche. JP Morgan, Chase Manhattan e Chemical Bank devono riemergere dalla stretta di Jamie Dimon (Presidente e Amministratore delegato della JP Morgan Chase ndt). I derivati dovrebbero essere vietati ad eccezione dei futures quotati (contratti a termine standardizzati ndt) e legati a specifici beni utilizzati per la copertura commerciale. È il momento di chiudere il casinò.

Saprà Trump perseguire queste politiche? È improbabile. Tali proposte si perderanno in un mare di priorità concorrenti. I lobbisti bancari che gestiscono le leve di comando a Washington insabbieranno tutto e non cambierà un gran che.

Prima o poi ci sarà un nuovo Segretario del Tesoro e con la Presidente della Fed (Janet Yellen ndt) potranno ripercorrere le orme di Hank Paulson (già Segretario del Tesoro nella presidenza di George W. Bush ndt) e Ben Bernanke del 2008 e dire al Presidente Trump che il sistema sta avendo un attacco di cuore e non hanno alcun rimedio se non quello di suggerire: una telefonata a Madame Lagarde (FMI).

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L’elezione di Trump: miti e realtà

Lun, 16/01/2017 - 08:49

Prima si proseguire facciamo chiarezza su Trump, è necessario spazzare via un mucchio di sciocchezze che sono state dette durante le elezioni.

E’ stata un campagna dura ed i candidati, di entrambi i partiti, si sono contesi sempre la verità gettano fango sull’opposizione. Non è una novità che la maggior parte dei giornalisti abbiano un forte orientamento liberale. Questo è stato veritiero per decenni.

Ma, c’è una differenza tra pregiudizio e malignità. Questa volta è stato davvero diverso. In questa elezione, i giornalisti hanno abbandonato ogni finzione di comportamento etico e hanno puntato tutto sulla Clinton.

Il Washington Post ha detto ai suoi più giovani giornalisti di lavorare giorno e notte per distruggere Trump con ogni mezzo possibile. Il New York Times è andato oltre. Ha chiesto ai suoi giornalisti di immaginare come vivevano in Germania, nel dicembre 1932, un mese prima della elezione che ha poi consegnato il governo al Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori, i nazisti, e ha eletto Adolf Hitler Cancelliere della Germania.

I reporter che cosa diranno, ai loro figli ed ai loro nipoti, di avere fatto per fermare l’ascesa di Hitler? Agli occhi del redattore, Trump era un nuovo Hitler ed giornalisti erano in dovere di fermarlo con ogni mezzo lecito o illecito.

L’economista, dell’Università di Harvard, Larry Summers ha apertamente paragonato Trump al dittatore italiano, il fascista Benito Mussolini. Le reti televisive, NBC, ABC, CBS e CNN non erano da meno. Dopo le e-mail trapelate sulla Clinton, il presidente della campagna per le presidenziali, John Podesta, ha chiesto ai giornalisti da CNBC e al Politico (quotidiano americano che si occupa principalmente di politica ndt) di presentare i loro articoli in anticipo, per l’approvazione, al fine di non offendere i Clinton.

Venendo al dunque. Questa non era una segnalazione di parte, questo è stato uno sforzo concertato per distruggere un uomo: Donald Trump. Nonostante ciò, Trump ha vinto le elezioni.

Perché soffermarsi sul passato? Perché non andare avanti? Il motivo è che le conseguenze di questa missione dei media per distruggere Trump permaneva nelle menti di tanti americani e di tante persone in tutto il mondo.

Per milioni di elettori impegnati, quello che è successo nelle elezioni non è solo la normale delusione che si prova per qualsiasi sconfitta elettorale, vi ‘è un senso di dissonanza cognitiva, di completa negazione e di incredulità.

In poche parole, tutti i giorni, i Democratici, alcuni Repubblicani, i media, le élite globali e molti cittadini in tutto il mondo ancora non sono in grado di digerire una presidenza Trump.

Trump è impulsivo e a volte il suo comportamento è volgare. E’ un uomo d’affari astuto, ma non particolarmente esperto nei dibattiti con politici di vecchia data e che assillano le élite di Washington. Lui è un CEO (Chief Executive Officer: Amministratore delegato ndt) di successo, non un guru economico.

Ma, non è un razzista, un misogino o un antisemita. Sono tutte sciocchezze, che fanno parte dell’operazione multimediale, stimolate per abbattere Trump. Coloro che non possono andare oltre le grezze etichette appuntate su Trump non saranno in grado di comprendere il vero Trump, al lavoro.

Quando Trump prevede un dazio del 45% sulle merci importate dai Cinesi, i geek (persone con interessi nel campo tecnologico-digitale ndt) di Washington analizzano sui loro fogli elettronici i modelli economici. Cominciano a calcolare la resistenza sulla crescita e l’impatto sui posti di lavoro derivante da un aumento dei dazi su una quantità delle importazioni statica. Quello che non capiscono è che: per Trump la tariffa del 45% è solo il punto di partenza per una trattativa.

È un invito ai cinesi a fare qualche concessione in settori quali: gli investimenti diretti all’estero delle imprese americane ed il furto della proprietà intellettuale. Una volta che alcune concessioni saranno disponibili, Trump può abbassare la tariffa proposta dal 45% al 25% e quindi chiedere più concessioni. Fa tutto parte di “art of the deal” (anche nome del libro scritto da Trump nel 1987: l’arte di fare affari, ndt).

Ironia della sorte, i cinesi sembrano capire questo meglio dei media americani. La Cina ha recentemente affermato che se Trump impone dazi, passeranno i loro ordinativi di aerei dalla Boeing agli Airbus dell’Europa e vieteranno la vendita di iPhone della Apple in Cina. Questa è l’arte della trattativa cinese.

Ora che le due parti hanno annunciato le loro offerte di apertura, che i negoziati abbia inizio! Ecco come ogni affare funziona nel mondo reale. Solo Washington e i media non hanno capito questo comportamento della negoziazione.

Analoghe idee sbagliate valgono per una serie di politiche di Trump, compresi i tagli fiscali ed i piani di spesa. Trump ha una visione grandiosa, ma si dimostra un abile manipolatore quando si tratta di raggiungere i precedenti critici come Paul Ryan e Mitt Romney (candidati il primo come presidente il secondo scelto come vice nel 2012 perdendo le elezioni. ndt) . Questa non è l’azione di un neofita della politica, ma di un operatore esperto che sa che la cooperazione batte sempre il confronto.

Gli oppositori di Trump hanno fatto un errore fondamentale. Essi credevano nella loro stessa propaganda. Quando si piegano le regole dell’etica e della comunicazione con l’obiettivo di raggiungere un certo risultato, questa è pura e semplice propaganda.

Ma, i grandi propagandisti, come i veri fascisti, i comunisti, i peronisti in Argentina, ed i Dittatori africani sono sempre attenti al non credere a quello che dice la loro stessa gente. I media degli Stati Uniti sono caduti nella trappola che loro stessi hanno creato: quella di credere nell’immagine distorta di Trump. Questo li ha lasciati totalmente impreparati al risultato delle elezioni e li lasciati incapaci di interpretare la situazione attuale.

Questo è importante da tenere a mente durante la lettura, per la copertura dei rischi, in merito alle politiche economiche di Trump. Vi sarà sempre l’analisi distorta su tutto, dal cosiddetto “libero commercio” per la politica fiscale, la politica fiscale, la politica di regolamentazione e molto altro ancora.

Realtà elettorali

Una volta messi da parte i miti di Trump, uno ha bisogno di interiorizzare la realtà. Questo non era una vittoria tipica; è stata una disfatta completa dei Democratici. La grandezza della vittoria repubblicana è un affondo, ma è così importante che è giusto dire: finalmente il cambiamento è arrivato a Washington.

Questo è un vantaggio, se vi piace la politica di Trump, ma è anche una sfida analitica. Molti dei vecchi modelli politici sono ad un punto morto e non si possono più applicare e/o comparare.

I Repubblicani non solo hanno appena conquistato la Casa Bianca, ma hanno anche mantenuto il controllo del Senato e della Camera dei Rappresentanti. I Repubblicani hanno avuto il controllo della Casa Bianca e le due camere del Congresso negli anni 2002 – 2006, ma quelli sono stati usati in risposta all’11 settembre, la Guerra Globale al terrore e la Guerra in Iraq.

La spesa per la guerra ha lasciato poco spazio alla spesa per le infrastrutture del genere che Trump intende proporre. Prima del 2002, l’ultima volta che i repubblicani hanno ottenuto la Casa Bianca ed entrambe le Camere del Congresso, contemporaneamente, è stato nel 1928.

Ci sono differenze significative tra il controllo repubblicano nel 2017 ed il controllo repubblicano del 2002. Il Senato opera sotto la regola dell’ostruzionismo (cloture) che richiede 60 voti alla fine dibattito, su qualsiasi misura.

Il dibattito prolungato, il cosiddetto “filibustiere”, è una tradizione del Senato e non della Costituzione, ma in genere onorato in base alle regole del Senato. Le piccole maggioranze detenute dai repubblicani nel 2002-2006, generalmente, non erano sufficienti per superare la regola dei 60 voti. I leaders della minoranza Tom Daschle e Harry Reid hanno usato questa regola per bloccare le iniziative politiche repubblicane.

Ma durante il periodo del controllo democratico del Senato dal 2006 al 2014, la leadership ha fatto importanti modifiche alle regole. L’Obamacare è passata nella sua forma finale come una “riconciliazione di bilancio” (consente l’esame accelerato su diversi capitoli ndt) che richiede solo 51 voti e non 60. Tale struttura, l’Obamacare, potrebbe essere validamente abrogata oggi modificando le disposizioni in materia di bilancio con lo stesso criterio dei 51 voti.

Ancora più importante, Harry Reid ha cambiato la regola (cloture) dell’ostruzionismo su incarichi giudiziari (ad eccezione della Corte suprema) e per i candidati del ramo esecutivo. Applicando la nuova regola, i repubblicani possono rimodellare le Corti Federali, in particolare l’importante Circuit Court di Washington, DC.

Possono, senza la resistenza Democratica, occuparsi anche del personale di alto rango del ramo esecutivo, tra cui i funzionari di gabinetto. In effetti, i Repubblicani possono aggiungere il futuro controllo della magistratura da parte del Congresso e della Casa Bianca nel loro triplice potere.

Ecco la ciliegina sulla torta. I Repubblicani controllano 32 Legislatori Statali su 50 e 33 Governatorati su 50. Il controllo a livello statale è importante quando si tratta di dirigere la spesa in infrastrutture, creare zone industriali e lavorare con il governo federale per attuare le politiche di Trump.

In breve, il potere repubblicano, nel corso del processo politico americano, è più forte ora di quanto non lo sia mai stato in qualsiasi momento, dall’Era della Ricostruzione (1866-1876) in seguito alla Guerra Civile.

Né i Repubblicani né i Democratici hanno ancora pienamente compreso la portata di questo cambiamento storico. Questo, in pratica, significa che se i repubblicani sono d’accordo sul mix di politiche, sono nella posizione più forte per applicarle concretamente da 150 anni a questa parte.

I Democratici erano in una posizione allo stesso modo potente dopo l’elezione catastrofica di Lyndon B. Johnson nel 1964. Hanno usato quel potere per passare dal Medicare (programma di assicurazione medica amministrata dal governo ndt) ad altri programmi di riforma come la Great Society (Grande Società). Ma l’ arroganza ha anche portato alla tragedia della guerra in Vietnam.

Il potere democratico è stato sconfitto appena quattro anni dopo, con l’elezione di Richard Nixon nel 1968.

Resta da vedere se Trump saprà consolidare il potere del partito unico, come è stato fatto da Abraham Lincoln e Franklin Delano Roosevelt, o saprà sprecarla come Lyndon B. Johnson.

Saluti.

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Storia della riserva frazionaria: Perché le valutazioni del mercato azionario sono ampiamente influenzate dai tassi d’interesse? – Seconda Parte

Ven, 13/01/2017 - 08:35
  • Le banche centrali oggi appaiono più potenti che in qualsiasi momento della storia – qualcosa è cambiato?
  • No davvero – a causa del loro ruolo nella gestione del debito governativo e nella gestione della riserva frazionaria, le banche centrali hanno sempre avuto lo stesso potere.

Nella prima parte di questo articolo ho investigato lo sviluppo delle banche centrali, con un’attenzione particolare alla Banca d’Inghilterra. Ho considerato l’impatto drammatico che la Banca ha avuto sul costo dei prestiti alla corona/governo, a partire da un tasso medio dell’11% nei novant’anni precedenti al 1694 fino al 5% nei quarantacinque anni successivi.

In questa sezione considererò l’impatto che costi di prestito artificialmente bassi hanno avuto sul valore delle azioni e dei corporate bond. Infine, considererò il livello odierno dei tassi d’interesse, concentrandomi sui mercati più liquidi per le azioni e per i bond statunitensi. Le mie conclusioni potrebbero contrariare qualcuno, tuttavia non dovrebbero in realtà sorprendere, data la parzialità del sistema di riserva frazionaria (1) rispetto ai governi che queste banche centrali servono.

 

Il potere conflittuale delle banche centrali

Riassumendo, le banche centrali hanno il potere di provvedere liquidità e di fissare i tassi d’interesse. Ad ogni modo, la loro esistenza origina dalla loro funzione di finanziatori e sottoscrittori del prestito dei governi. I conflitti d’interesse, che risultano evidenti se si considerano i più antichi registri della Banca d’Inghilterra descritti nella prima parte di questo articolo, potrebbero sembrare meno ovvi oggigiorno, ma esistono comunque. In tempi recenti si è data molto credito alla convinzione che le banche centrali siano indipendenti, ma esiste ancora un conflitto politico inerente al cuore della relazione fra le banche e governi per i quali esse agiscono – anche le loro azioni sembrano esserne indipendenti.

Nel 1693 il governo britannico prese in prestito 1 milione di sterline al 14%. Quando la Banca d’Inghilterra venne fondata nel luglio 1694, essa prestò al governo 1,2 milioni di sterline all’8%. Entro il 1697 il governo prendeva in prestito al 6,3%. Il grafico qui sotto mostra l’evoluzione del bank rate e del gilt yield a partire dal 1694:

Fonte: Bank of England

Le punte raggiunte intorno al 1719-1720 si riferiscono alla bolla della South Sea Company: una prima controprova dell’onnipotenza delle banche centrali. Se una simile bolla scoppiasse oggi, mi aspetterei che i bond yields si abbassassero e non alzassero, ma ci sono prove – come ho sostenuto in questo articolo:  Is the “flight to quality” effect breaking down? – del fatto che la durata dei portafogli di bond sia cresciuta così drammaticamente che i bond non sono più oggi l’investimento sicuro che erano una volta.

Con il rapporto deficit/PIL al 260% sembra straordinario che nel 1819 si fosse in grado di prendere in prestito al 5% o 6%. Durante un tale periodo di così grande debito (negli anni 1560) anche il brillante Sir Thomas Gresham riuscì solamente a portare il costo del prestito per Elisabetta I, dal 14% al 12% — anche se la sua manipolazione al rialzo della sterlina sui mercati esteri fu un grande successo e segnò l’unico declino nei livelli di prezzo durante la grande inflazione del sedicesimo secolo.

Forse il mio confronto con l’era elisabettiana non è del tutto equo. I prezzi salirono del 22% fra il 1600 e il 1690, anche se caddero del 4% fra il 1690 e il 1740, tuttavia il dimezzamento del costo di prestito del governo non può essere ascritto solamente alla timida deflazione e ad una riduzione delle frizioni finanziarie. L’articolo North and Weingast – The Evolution of Institutions Governing Public Choice in 17th Century England sostiene il contrario, notando che l’incremento dei prestiti della Child’s Bank è un esempio dell’aumento di profondità di capitale:

Fonte: North and Weingast

Come mostra la tabella qui sotto, che ho anche commentato nella prima parte di questo articolo, credo che sia la discutibile etica della riserva frazionaria bancaria – con I requisiti della riserva governata dalle banche centrali—che porta I tassi di prestito governativo al di sotto dei “tassi naturali” d’interesse

Year Borrower Rate Notes Loans Mortgages Rental yield Usury Maximum 1604-1605 James I 10% from the Fishmongers 7.74% 5% 6.07% 10%* 1611-1612 James I 10% Secured by duties 7.86% 5% 5.85% 10% 1617 James I 10% Secured by bond 7.86% 5% 5.85% 10% 1625 Charles I 8% Secured by Crown revenues 7% 5% 6.26% 8% 1640 Charles I 8% Usual Rate 6.74% 5% 5.78% 8% 1660-1670 Charles II 8% 5.47% 4% 5.40% 6% 1665 Charles II 8-10% Secured by taxes 4% 4% 5.40% 6% 1660-1685 Charles II 10-20% 5.55% 4% 5.38% 6% 1680 Charles II 6% Secured by revenue 5% 5% 5.30% 6% 1690 William III 10-12% Secured by revenue 5.26% 5% 5.00% 6% 1690 William III 25-30% Unsecured 5.26% 5% 5.00% 6% 1692 Government 10% First Issue 5.26% 5% 5.00% 6% 1693 Government 14% Second issue 5.26% 5% 5.00% 6% 1694 Government 8% BoE loan secured by duties 5.26% 5% 5.00% 6% 1697 Government 6.30% Secured by Excise duties 5.26% 5% 5.00% 6% 1698 Government 8% Secured by Excise duties 5.26% 5% 5.00% 6% 1707 Government 5% Secured by Crown revenues 5%  5% 4.94% 6% 1728 Government 4% Secured by Coal duty 4.86%  5% 4.39% 5% 1731 Government 3% Secured by Excise duties 4.67%  5% 4.07% 5% 1739 Government 3% Sinking Fund 4.67%  5% 4.07% 5%

 

*Enrico VIII introdusse il primo massimo nel 1545. La legge sull’usura venne infine abolita nel 1854
Fonte: A History of Interest Rates – Sidney Homer, Richard Eugene Syllaand, English Institutional Evolution – North and Weingart, The Agricultural Revolution and the Industrial Revolution:England, 1500-1912 – Gregory Clark, University of California, Crown revenue and the political culture of early Stuart England – Simon Mark Healy (Birkbeck).

Year Gov-Loan Gov-Rent Gov-Mort Loans Rental Mortgage 1604-1693 5.19% 5.75% 6.46% 6.05% 5.48% 5% 1694-1739 0.33% 0.31% 0.33% 4.95% 4.64% 5%

Fonte: A History of Interest Rates – Sidney Homer, Richard Eugene Syllaand, English Institutional Evolution – North and Weingart, The Agricultural Revolution and the Industrial Revolution:England, 1500-1912 – Gregory Clark, University of California, Crown revenue and the political culture of early Stuart England – Simon Mark Healy (Birkbeck)

Il grafico qui sotto mostra l’evoluzione del debito del governo britannico come percentuale del PIL a partire dal 1692.

Fonte: ukpublicspending.co.uk, jpgraph

Il prestito governativo è spesso chiamato tassazione differita – siccome per pagare i prestiti di oggi, le tasse dovranno essere aumentate domani. Per una prospettiva differente su quest’idea si veda l’articolo Ralph Musgrave – National debt is not deferred tax.

L’inflazione è, a questo riguardo, chiaramente amica di chi prende in prestito, tuttavia, se si diminuisce artificialmente il costo dei prestiti da parte del governo, attraverso il potere bancario di riserva frazionaria, il governo è anche in grado di divertire una maggiore porzione di debito relativamente al PIL – o, almeno, alle future riscossioni tributarie. Ciò che rimane nascosto, è che questo prendere in prestito tende a far uscire dal mercato altri che potrebbero potenzialmente prendere in prestito, sottraendo loro capacità d’investimento.

Nonostante gli argomenti sul fatto che i governi possano allocare efficientemente il capitale, il tasso di crescita economica risente del fatto che i prestiti governativi siano finalizzati alla spesa generale oppure all’investimento di capitale.

 

Come le valutazioni azionarie risentono dei tassi d’interesse

Quando ancora vigeva lo standard aureo, le banche centrali non erano completamente libere nel loro potere di ridurre i tassi d’interesse per il fatto di essere obbligate a scambiare su richiesta oro per banconote.
Una volta passati alla moneta fiat – non basata su alcuna misura di valore all’infuori della percezione di mercato – le banche centrali poterono mantenere bassi i tassi d’interesse per più tempo. Bassi tassi d’interesse possono essere positivi per l’economia, come una misura contro-ciclica che mitiga le vicissitudini di una recessione, tuttavia quando vengono mantenuti per troppo tempo, distorcono il prezzo del denaro e questo porta a cattivi investimenti.

Tutto questo potrebbe sembrare provocatorio, ma assumiamo che il tasso d’interesse a cui il governo britannico può prendere in prestito sia solo di 300bp al di sotto del tasso che avrebbe dovuto essere negli ultimi 322 anni – ossia circa al 4% invece che al 7%. Che cosa significa questo per l’industria finanziaria?
Ci sono qui due forze al lavoro: un tasso di rischio più basso di quello “naturale”, che dovrebbe rendere possibile all’industria di prendere in prestito a prezzo scontato; sarebbero dunque in grado di finanziare nuovi progetti che, a condizioni normali, non sarebbero forieri di profitto, prolungando artificialmente un boom economico. L’altro effetto è di permettere al governo di togliere spazio ai prestiti del settore privato, specialmente durante i periodi di declino economico, quando i prestiti del governo incrementano proporzionalmente al calo dei profitti privati. L’impatto di questi due effetti sugli interessi industriali in un certo senso nega sé stesso. Nel lungo periodo, un eccesso di prestiti governativi riduce permanentemente la capacità economica di un paese, nel grado in cui l’investimento governativo è meno economicamente produttivo dell’investimento privato. Le politiche possono differire, come mostra il grafico qui sotto, quando il governo eccede del 15% del PIL, il tasso di crescita potenziale dell’economia ne inizia a soffrire:

Fonte: The Heritage Foundation, Peter Brimelow

La realtà è che gli investitori hanno la memoria corta rispetto al rischio di default e il governo britannico è riuscito ad evitare il default – anche se ha ridotto il coupon sul prestito di guerra (vedi il poster sopra) al 3,5% nel 1932. Nello stesso anno in cui fece default, o forse dovrei dire le fu perdonato il suo prestito inter-alleato verso gli Stati Uniti alla Conferenza di Losanna.

L’effetto sui prezzi delle azioni è però drammatico. Se i tassi d’interesse sui prestiti, a partire dai fidi bancari fino all’emissione di obbligazioni, è artificialmente basso, mentre il costo dei prestiti governativi dovrebbe incrementare durante una recessione economica, oppure se i tassi d’interesse governativi incrementano, allora la politica delle banche centrali – in relazione sia ai tassi d’interesse di corto e lungo termine – diventa sostanzialmente più importante della valutazione di un’azione, rispetto a quanto sarebbe in un mercato senza queste restrizioni.

 

Confrontare azioni e obbligazioni statunitensi

Durante gran parte del periodo che si è aperto nel 1971, il ribasso artificiale dei tassi d’interesse è stato oscurato dall’inflazione. Quando il tasso d’inflazione incrementò, allora la tradizionale relazione fra i dividenti azionari e le obbligazioni governative si invertì. Il grafico qui sotto mostra i dividendi di S&P500 (in rosso) e i ricavi da obbligazioni del tesoro statunitense dal 1871 al 2011.

Durante la maggior parte di questo periodo le rendite dei dividenti furono più alte dei ricavi obbligazionari. Questo è coerente con il concetto che dovrebbe esserci un incentivo per il rischio d’investimento azionario rispetto a quello obbligazionario. Durante l’era della grande inflazione, la relazione s’invertì, perché le azioni portavano con sé uno scudo naturale per l’inflazione, a differenza delle obbligazioni:

Source: Global Financial Data Inc.

L’incentivo medio per il possesso di azioni fra il 1871 e il 1957 era dell’1,83%. Oggi è +0,41%. La tabella sotto mostra il dividendo medio (DY) rispetto al ricavo obbligazionario (BY) e lo spread fra l’era pre-inflazionaria e post-inflazionaria:

Period DY BY Spread 1871-1957 5.34 3.51 1.83 1958-2010 3.11 6.53 -3.42

Fonte: Multpl.com

Dopo molte generazioni in cui le azioni servirono come scudo contro l’inflazione – senza accennare agli incentivi degli share options per i manager – non sorprende che oggi i dividendi siano bassi. I ricavi da obbligazioni governative hanno raggiunto un minimo storico, mentre gli incentivi di rischio richiesti dagli investitori per passare ai corporate bonds sono caduti e questo potrebbe avere l’effetto deprimere i dividendi azionari. Un buono del tesoro statunitense rende l’1,65%, meno della metà della sua media nel lungo periodo. I corporate bond e le azioni sono, dunque, molto più sensibili ai cambiamenti nelle banche centrali e ai tassi delle obbligazioni governative oggi rispetto ad ogni altro momento degli ultimi 145 anni.

 

Conclusioni

Mentre le misure di valutazione azionaria come i dividend cover price e i price to earning per share, rimangono valide, il loro impatto è di molto ridotto per effetto dei tassi d’interesse. Fin dalla nascita delle banche centrali, i tassi d’interesse “privi di rischio” sono stati artificialmente bassi. Questo è stato particolarmente vero durante i periodi di emissione di valuta fiat, quando la convertibilità aurea della moneta è stata sospesa.

Una normalizzazione dei tassi d’interesse non appare imminente, e ciò è una buona cosa per le azioni, ma sarebbe saggio, partendo da una prospettiva difensiva, cercare azioni corporate con buoni fondamentali, che possono offrire dividendi più alti. Il tasso di crescita dell’economia globale sta rallentando, l’inflazione rimane generalmente sotto controllo mentre la cerca di ricavi non diminuisce. E comunque la correlazione fra azioni e obbligazione è al suo minimo storico su un periodo di 145 anni come mostra questo grafico:


Fonte: Robert Shiller – Yale University

Non ci si faccia ingannare dai dati di correlazione giornaliera – con il livello assoluto dei ricavi da obbligazioni a meno della metà della media sul lungo periodo, è il mercato delle obbligazioni che determinerà la direzione delle azioni. Come i ricavi obbligazionari risalgono, cosa che, negli Stati Uniti, è determinata dall’aspettativa di una stretta della Federal Reserve (Fed), il mercato delle azioni cadrà. Il declino nelle azioni allora alza l’aspettativa di un ritardo nella stretta della Fed. La correlazione giornaliera sul quinquennio fra azioni e obbligazione allora potrebbe essere ora ad un picco negativo ma la correlazione annuale potrebbe rimanere ancora fortemente positiva. I manager di portafogli azionari, chiaramente, magnificano le virtù di un portafoglio diversificato, ma, quando i ricavi obbligazionari sono all’1,65% e i dividendi al 2,06%, non sarà di grande conforto per gli investitori in fondi pensione.

Ad esempio Calpers ancora resta ancorato ad un obiettivo di ritorno annuale del 7,5% — l’anno scorso ha riportato il 2,4%. L’Analisi delle Security, come fu intitolato un libro di Graham e Dodd del 1934, ha ancora un posto e, nel “grande dipanamento” che probabilmente arriverà quando tutte le politiche fiscali e monetarie siano esaurite, sarà probabilmente il miglior strumento per navigare acque non tracciate. Per ora, comunque, le banche centrali e i governi delle nazioni sviluppate, hanno ancora moltissimi strumenti da impegnare a disposizione. Il prezzo artificialmente basso del denaro continuerà a dominare i mercati per le obbligazioni, le valute, gli immobili e anche le azioni per ancora qualche tempo a venire.

 

Note: (1) Il prestito di riserva frazionaria è un sistema in cui solamente una frazione dei depositi bancari sono veramente riscontrati dal quantitativo di denaro a portata di mano.

Fonti addizionali
Nicholas Mayhew – Sterling (1999) Allen Lane
Phelps, Brown and Hopkins – Economica Vol 22 No 93 (1956)
Rondo Cameron – A Concise Economic History of the World – 3rd Edition (1997) OUP

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Storia della riserva frazionaria: Perché le valutazioni del mercato azionario sono ampiamente influenzate dai tassi d’interesse? – Prima Parte

Mer, 11/01/2017 - 08:54

La South Sea Company venne fondata nel 1711 e fu parte integrante dei trattati seguiti alla guerra di successione spagnola, che si concluse con l’assunzione, da parte della Società del debito sostenuto dall’Inghilterra durante la guerra. La South Sea Company fallì nel 1720.

  • Le banche centrali oggi appaiono più potenti che in qualsiasi momento della storia – qualcosa è cambiato?
  • No! Le banche centrali hanno sempre avuto lo stesso potere in virtù del loro ruolo nella gestione del debito governativo e della riserva frazionaria,.

A partire dagli anni ottanta del secolo scorso, i tassi di interesse hanno determinato i rendimenti del mercato azionario e così sarà anche nel prossimo futuro. Tale influenza è aumentata considerevolmente nei successivi trent’anni, ma le anomalie di prezzo nei tassi d’interesse sul mercato sono state un fattore di distorsione e instabilità per un tempo ancora maggiore: dall’invenzione delle banche centrali.

Nella prima parte di questo articolo analizzerò lo sviluppo del fenomeno delle banche centrali con particolare riferimento alla Banca d’Inghilterra. Nella seconda parte sosterrò che gli effetti a lungo termine dei prestiti governativi a interessi più bassi di quelli aziendali incrementa la prociclicalità, toglie spazio a investimenti privati economicamente più produttivi e, anche quando riduca i tassi d’interesse assoluti per qualunque tipo di prestito, conduce i tassi molto al di sotto del “tasso naturale” portando così a cattivi investimenti.

La prima parte, tuttavia, è soprattutto un tentativo di imparare dalla storia. Potreste notare un occasionale “déjà vu all’inverso” in quanto le politiche monetarie non convenzionali degli ultimi anni hanno precedenti ancora più eclatanti.

Breve storia delle banche centrali

Le banche medievali

Le Società fiorentine dei Bardi, dei Peruzzi e degli Acciaiuoli furono le prime vere banche dell’era moderna. La loro mission era quella di agire come corrispondenti per gli scambi commerciali fra differenti regioni geografiche a causa dell’ingente tempo, costo e rischio che comportava muovere oro e argento . I primi banchieri erano veramente “al servizio dell’industria”. Queste compagnie prosperarono all’inizio del dodicesimo secolo, ma dichiararono bancarotta nel 1345 dopo aver prestato troppo liberamente a sovrani insolventi, tra i quali, non ultimo, Edoardo III d’Inghilterra.

Edoardo I, il nonno di Edoardo III, aveva espulso gli Ebrei dall’Inghilterra solamente cinquant’anni prima (1290) e aveva portato alla bancarotta i Ricciardi di Lucca – una società mercantile italiana – da cui prendeva in prestito al tasso del 15%. I Ricciardi erano stati colti da una riduzione di liquidità nel 1294, quando scoppiò la guerra fra l’Inghilterra e la Francia – Edoardo I tentò di richiedere ancora più denaro ai Ricciardi che non ne avevano più. Forse i Bardi e i Peruzzi pensarono che un insieme diversificato di prestiti sub-prime avessero una migliore valutazione del credito rispetto a mutui contratti separatamente. Si stima che riuscissero a guadagnare fino al 40% d’interesse sul denaro prestato. Chiaramente Edoardo III era il re dei titoli spazzatura dei suoi tempi.

Altri piccoli istituti bancari crebbero in altre città italiane come Genova e Venezia. Queste prime banche funzionavano principalmente come depositi sicuri, benché fossero coinvolte anche in un limitato numero di prestiti a riserva frazionaria (1) nonostante questa pratica fosse assolutamente illegale. Lombard Street a Londra deve il nome dai banchieri italiani che operarono in questa parte della città fra il dodicesimo ed il tredicesimo secolo.

Dopo la peste bubbonica che fra gli anni 40 e 50 del quattordicesimo secolo ridusse del 30% la popolazione dell’Europa – secondo stime prudenziali morirono attorno ai 25 milioni di persone – gli scambi commerciali diminuirono, i prezzi si abbassarono e i salari medi aumentarono. Intorno al quindicesimo secolo la popolazione europea si era completamente ristabilita e la banca dei Medici (1397 – 1494) a Firenze – che aveva succursali a Roma, Milano, Venezia, Ginevra, Avignone, Lione, Londra e Bruges – e altre più piccole imprese, presero il posto delle banche precedenti. Il Monte dei Paschi di Siena (fondato nel 1472) è l’unica banca sopravvissuta fino ad oggi. Per evitare i rischi di bancarotta, queste nuove istituzioni furono fondate in una forma simile a quella delle moderne holding, con sussidiarie commerciali e responsabilità limitate.

La finanza europea si sviluppò lentamente a causa del divieto di usura posto dalla Chiesa Cattolica, iniziato, al Concilio di Nicea del 325, con una proibizione per il clero di prestare denaro. Più tardi, nel quarto secolo, il divieto venne esteso anche ai laici. Il divieto si rafforzò quando l’usura venne dichiarata illegale durante il regno di Carlo Magno (800-814), primo sacro romano imperatore, e raggiunse il suo apice nel 1311, quando Papa Clemente V rese assoluto il divieto di usura e dichiarò nulla ogni legislazione laica in suo favore. Siamo dunque in debito con le pratiche finanziarie del mondo arabo, architettate per aggirare le leggi coraniche sul pagamento di interessi, per l’invenzione della lettera di credito e della cambiale.

Nell’Europa settentrionale, la finanza mercantile crebbe con il successo di organizzazioni come la Lega Anseatica (1358) e la Compagnia dei Merchant Adventurers (1551), ma le lettere di credito e le cambiali conobbero una nuova importanza durante l’età delle scoperte geografiche. Compagnie come la Onorevole Compagnia delle Indie Orientali (1600) e la Compagnia Olandese delle Indie Orientali (1602) aumentarono vertiginosamente la domanda di servizi bancari.

L’avvento delle banche centrali e il diciottesimo secolo

Anche se si potrebbe sostenere che la Banca di Venezia (1157) è sia stato un precedente notevole, è opinione generale è che la prima banca centrale del mondo fu la Sveriges Riksbank. In principio chiamata la Riksens Standers Bank – banca dei patrimoni del reame – venne fondata dal parlamento svedese nel 1668, dopo la bancarotta del Banco di Stoccolma del 1664.

Dopo la “gloriosa rivoluzione” inglese, quando Giacomo II venne deposto a favore di Guglielmo e Maria (1699-89) le finanze governative erano in dissesto. La Banca d’Inghilterra, costruita su modello della Amsterdam Wisselbank (fondata nel 1609) invece di quello della Riksbank, ricevette l’approvazione reale nel 1694. Quest’ultima fu la trentottesima proposta di banca centrale presentata al Parlamento fin dal 1600.

La tabella qui sotto mostra i tassi d’interesse sui prestiti della Corona o del Governo durante il diciassettesimo e nel primo diciottesimo secolo. Ho ignorato i “prestiti forzati” avvenuti durante il regno di Carlo I dato che questi erano in realtà una forma di tassazione. Per un confronto ho delineato il tasso prevalente per i prestiti aziendali, mutui ipotecari e, dal momento che i dati sono molto più numerosi, il rendimento derivante dalle locazioni:

Anno

Mutuatario

Tasso

Note

Prestito

Ipoteca

Rendimento

Max Usura*

1604-1605

Giacomo I

10%

Dai
Pescivendoli

7,74%

5%

6,07%

10%

1611-1612

Giacomo I

10%

Assicurato dai dazi

7,86%

5%

5,85%

10%

1617

Giacomo I

10%

Assicurato dalle obbligazioni

7,86%

5%

5,85%

10%

1625

Carlo I

8%

Assicurato dalla Corona

7%

5%

6,26%

8%

1640

Carlo I

8%

Tasso Usuale

6,74%

5%

5,78%

8%

1660-1670

Carlo II

8%

5,47%

4%

5,40%

6%

1665

Carlo II

8-10%

Assicurato dalle tasse

4%

4%

5,40%

6%

1680

Carlo II

6%

Assicurato dalle entrate

5%

5%

5,30%

6%

1690

Guglielmo III

10-12%

Assicurato dalle entrate

5,26%

5%

5,00%

6%

1690

Guglielmo III

25-30%

Non assicurato

5,26%

5%

5,00%

6%

1692

Governo

10%

Prima istanza

5,26%

5%

5,00%

6%

1693

Governo

14%

Seconda istanza

5,26%

5%

5,00%

6%

1694

Governo

8%

Assicurato dai dazi

5,26%

5%

5,00%

6%

1697

Governo

6,30%

Assicurato dalle accise

5,26%

5%

5,00%

1698

Governo

8%

Assicurato dalle accise

5,26%

5%

5,00%

1707

Governo

5%

Assicurato dalle entrate della corona

5%

5%

4,94%

6%

1728

Governo

4%

Assicurato dal dazio sul carbone

4,86%

5%

4,94%

5%

1731

Governo

3%

Assicurato dalle accise

4,67%

5%

4,07%

5%

1739

Governo

3%

Fondo Naufragi

4,67%

5%

4,07%

5%

*Enrico VIII introdusse il primo tasso massimo nel 1545. La legge sull’usura venne infine abolita nel 1854

Fonte: A History of Interest Rates – Sidney Homer, Richard Eugene Syllaand, English Institutional Evolution – North and Weingart, The Agricultural Revolution and the Industrial Revolution:England, 1500-1912 – Gregory Clark, University of California, Crown revenue and the political culture of early Stuart England – Simon Mark Healy (Birkbeck).

I tassi d’interesse medi per ogni periodo sono qui usati per calcolare la forbice mostrata nella tabella sottostante. Il più grande cambiamento (6,46%) è fra i tassi dei prestiti presi dalla Corona o dal governo e i tassi d’ipoteca. Ho anche illustrato l’impatto sul tasso di prestito, quello di affitto e di ipoteca durante il periodo precedente e quello successivo alla creazione della Banca d’Inghilterra.

Anno

Prestito Gov

Affitto Gov

Ipoteca Gov

Prestito

Affitto

Ipoteca

1604-1693

5.19%

5.75%

6.46%

6.05%

5.48%

5%

1694-1739

0.33%

0.31%

0.33%

4.95%

4.64%

5%

Fonte: A History of Interest Rates – Sidney Homer, Richard Eugene Syllaand, English Institutional Evolution – North and Weingart, The Agricultural Revolution and the Industrial Revolution:England, 1500-1912 – Gregory Clark, University of California, Crown revenue and the political culture of early Stuart England – Simon Mark Healy (Birkbeck)

Il costo del denaro prestato diminui drasticamente (6%), così come il costo dei prestiti privati e delle rendite fondiarie (rispettivamente 1,1% e 0,84%) mentre i tassi ipotecari rimasero invariati. Se il declino nel costo dei prestiti fosse stato solamente il risultato delle innovazioni finanziarie, le riduzioni dei tassi d’interesse avrebbero dovuto essere distribuite più equamente. Questo risultato sembra invece derivare da quello che sarebbe stato più tardi noto come l’effetto Cantillon:

Alla comparsa del denaro, esso viene incanalato nell’economia verso gli attori o le industrie scelte dall’autorità centrale, il nuovo denaro incrementa la capacità di spesa e potere d’acquisto di questi attori iniziali, incrementando il loro benessere e capacità di spesa senza avere inizialmente alcun incremento di prezzo.

Nel 1692 e 1693 furono concessi in Inghilterra i primi due prestiti governativi, di un milione di sterline ciascuno, assicurati dai dazi su birra, liquori e sale con tassi d’interesse rispettivamente del 10% e del 14%. Come indicato dalla tabella, questi tassi non furono diversi dai costi dei prestiti che la Corona inglese aveva stipulato nel corso del secolo precedente. Elisabetta I e di Enrico VIII prestarono denaro a tassi di interesse simili nel secolo sedicesimo.

…Deve esser stato fastidioso per Guglielmo III pensare che il governo olandese fosse invece autorizzato a prendere in prestito al tasso del 3%, pur essendo impegnato nella guerra dei nove anni con la vicina Francia (1688-1697). Le compagnie commerciali inglesi, al contrario, ebbero tassi migliori (fra il 4,5% e il 6%) di quelli concessi al governo. Persino le obbligazioni a scadenza più lunga dei “Merchant Adventurers” ebbero un tasso del 6%. Le obbligazioni governative non erano ancora considerate obbligazioni prive di rischio – il che non è sorprendente, vista l’incidenza disastrosa nei secoli precedenti dei default della Corona sull’interesse e sul capitale.

Quando, nel 1694, i privati che fondarono la Banca d’Inghilterra capitalizzarono tramite sottoscrizione 1.2 milioni di sterline e li prestarono al governo al tasso dell’8% in cambio di alcuni privilegi, la Corona ne fu certamente soddisfatta. Essenzialmente aveva preso denaro in prestito a 6 punti percentuali in meno rispetto al tasso dell’anno precedente. Il Governo si lasciò dunque affascinare dagli alchimisti della Banca d’Inghilterra. Il costo del denaro cadde ulteriormente al 5% nel 1707 e il debito “nazionale” aumentò vertiginosamente fino a toccare i 20 milioni di sterline nel 1708.

Nel 1710 venne quindi convocata una commissione governativa per capire come si sarebbe potuta finanziare un’altra guerra – invece di come ripagare il debito. Questa commissione propose una soluzione elegante del problema: un’altra lotteria. La prima, bandita sotto gli auspici della Banca d’Inghilterra, non era stata un successo. Ma questa volta, siccome i biglietti vennero venduti ai direttori della Hollow Sword Blade Company – in realtà una delle prime “banche collaterali” – fu un successo.

L’indagine della commissione rivelò che il debito in eccesso era solo di 9 milioni di sterline – una rappresentazione che aveva richiesto non poca contabilità creativa. Edward Harley, fratello di Robert Harley, al tempo Cancelliere dello Scacchiere, e John Blunt, uno dei direttori della Hollow Sword Blade Company, avanzò una stravagante proposta: che i detentori dei prestiti governativi fossero obbligati a cederli alla neocostituita South Sea Company in cambio di quote dello stesso valore.

L’idea di assegnare debito in cambio di capitale fu attribuita a William Patterson, uno dei fondatori della Banca d’Inghilterra. Egli possedeva credenziali molto dubbie, essendo stato uno dei promotori dello schema di Darrien – un disastro finanziario che aveva portato al collasso dell’economia scozzese e all’Act of Union del 1707. Nonostante la reputazione di Patterson, la proposta venne immediatamente accettata dal governo britannico.

Il governo avrebbe dovuto pagare annualmente il 6% di interessi più le spese alla South Sea Company, i cui ricavi avrebbero dovuto essere distribuiti come dividendo ai detentori delle quote. Alla Società avrebbe dovuto essere garantito inoltre il monopolio dei commerci con il Sud America – anche se la maggior parte di questa regione era controllata dalla Spagna, con cui la Gran Bretagna era in guerra. Stavano insomma prendendo in prestito senza assicurazione e senza alcuna obbligazione di ripagare il capitale – in pratica un prestito perpetuo.

Una crisi di sarebbe probabilmente verificata se prima non fosse finita la guerra di successione spagnola (1713). Quando le ostilità con la Spagna ripresero nel 1718, i beni sudamericani della South Sea Company vennero sequestrati. Nonostante ciò, James Craggs, uno dei direttori della compagnia ed influente membro del parlamento, propose un nuovo schema per convertire le annualità governative, emesse dopo la lotteria del 1710, in azioni della South Sea Company.

Dovendo ripagare quanto speso per reprimere la Jacobit Ribellion, il Governo britannico aveva bisogno di ridurre ancora il costo dei suoi prestiti. Con il nuovo schema di conversione, il Governo avrebbe pagato alla South Sea Company il 5% – circa la metà del tasso a cui stava pagando il debito esistente. Dei 2,5 milioni di sterline di annualità disponibili per la conversione, 1,6 milioni vennero assorbiti. Il pubblico venne sicuramente influenzato dalle notizie delle fortune che si stavano ammassando in Francia nelle mani del finanziere scozzese John law, della Banque Générale Privée e degli investitori nella Mississippi Company.

Alla fine del 1719 il debito governativo britannico raggiunse i 50 milioni di sterline. Di questi, 3,4 milioni erano detenuti dalla Banca d’Inghilterra, 3,2 milioni dalla East india Company e 11,7 milioni dalla South Sea Company. Solamente 16,5 milioni erano detenuti da privati, di cui 15 milioni avevano scadenza da 22 a 87 anni. Le finanze governative avrebbero dovuto migliorare, ma il costo delle ribellioni giacobite (1715-16 e 1719) unite alla moltitudine di guerre europee, portò il rapporto debito/PIL ad incrementare dal 55% del 1713 (29 milioni di sterline) all’88% del 1721 (50 milioni di sterline).

Ciò che accadde alla South Sea Company è tipico delle bolle finanziarie – ascesa, collasso e recriminazione. I grafici qui sotto mostrano l’ascesa e il declino del prezzo delle azioni della Mississippi Company, della French East india Company e della South Sea Company durante le bolle del 1719 e 1720:

Dopo lo scoppio della bolla South Sea, il rapporto debito/PIL della gran Bretagna calò fino a un minimo del 63% nel 1739 – grazie alla crescita economica, in quanto il livello del debito rimase invariato a 50 milioni. Il rapporto ricominciò a risalire con la guerra dell’orecchio di Jenkins (1739-1748), la guerra di successione austriaca (1740-1748), la guerra dei sette anni(1754-1763) la guerra russo-turca (1768–74) la guerra americana di rivoluzione (1775-83), la quarta guerra anglo-olandese (1780–1784) e infine con le guerre francesi di rivoluzione (1792-1802)

Le guerre del diciottesimo secolo misero così tanto in tensione le risorse inglesi che nel 1797 venne introdotto un “periodo di restrizione”, dopo il quale le banconote non poterono essere convertite con monete d’oro. Questo periodo di non-convertibilità durò fino al 1821. Alla fine delle guerre napoleoniche, nel 1815, il debito nazionale toccò gli 850 milioni di sterline, ossia il 227% del PIL.

L’ascesa del potere della banca centrale – i secoli diciannovesimo e ventesimo

Nel periodo post-napoleonico (1821-1844) le banconote della Banca d’Inghilterra ebbero sempre maggior corso, in concomitanza con il fallimento di molte altre istituzioni finanziarie. Questo periodo culminò con il Bank Charter Act del 1844 che garantì alla Banca d’Inghilterra il monopolio sull’emissione delle banconote per l’Inghilterra e il Galles.

Tuttavia questo non era un monopolio senza restrizioni: il Bank Charter Act (BCA) vietava alla Banca di emettere nuove banconote senza che vi fosse un pari incremento della riserva aurea. L’emissione fiduciaria – ossia la parte dell’emissione di banconote non coperta dall’oro – venne bloccata al livello che aveva nel 1844. Inoltre, alla Banca d’Inghilterra venne richiesto di pubblicare un rendiconto separato per ogni sua attività di emissione di valuta.

In forza del BCA la Banca fu obbligata a rinunciare a qualsiasi attività di banco commerciale. Era diventata de facto il guardiano della riserva aurea del paese.

Questa fu un’evoluzione naturale verso il ruolo di “prestatore d’ultima istanza”, come Sir Francis Baring l’aveva soprannominata già nel 1797.

Il diciannovesimo fu poi il secolo di una serie di crisi bancarie – come quella di Overend and Gurney nel 1866 – da cui la pubblicazione del libro Lombard Street di Walter Bagehot nel 1873. Ironicamente, la Società fondata da Barings dovette essere salvata da un consorzio guidato dalla banca d’Inghilterra durante la crisi del debito sovrano del 1890. Per la Gran Bretagna, l’era dello standard aureo finì nel 1914 con lo scoppio della grande guerra. Fra il 1925 e il 1931, fu istituito un nuovo standard di scambio aureo che durò finché un’altra depressione mondiale non accelerò la sua scomparsa. Nel 1945 un altro standard aureo venne introdotto con gli accordi di Bretton Woods e un anno più tardi la Banca d’Inghilterra venne nazionalizzata. Gli accordi di Bretton Woods vennero meno nel 1971, anno in cui le banche centrali assunsero il potere di stampare moneta creata dal nulla e di fissare i tassi d’interesse nazionali. Dato che queste istituzioni sono attualmente possedute dallo stato, si sarebbe tentati di affermare che queste rappresentano una forma di “potere al popolo”. Attenzione a ciò che si desidera!

Note:

  1. Il sistema bancario a riserva frazionaria è un sistema in cui solo una parte (frazione) dei depositi è realmente riscontrata dal denaro disponibile nella banca.

Fonti ulteriori a quelle citate:

Nicholas Mayhew – Sterling (1999) Allen Lane

Phelps, Brown and Hopkins – Economica Vol 22 No 93 (1956)

Rondo Cameron – A Concise Economic History of the World – 3rd Edition (1997) OUP

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Il Presidente Trump potrebbe utilizzare il “libro dei desideri” di Reagan?

Lun, 09/01/2017 - 08:15

Proviamo a guardare l’amministrazione di Ronald Reagan, come quadro di riferimento, per esaminarlo e confrontarlo con il presidente-eletto Trump. In questo modo possiamo vedere quali aspettative potrebbero esserci per l’economia più avanti.

Ronald Reagan si insediò nel 1980 e ha ottenuto lo stesso tipo di accoglienza che Trump ha avuto oggi. Era considerato un buffone e un dopato. Che cosa sapeva? Era un ragazzo di Hollywood, come poteva essere presidente? Molti hanno detto che era instabile. Quello che poteva fare era di schiacciare il bottone nucleare e iniziare la terza Guerra Mondiale. Un sacco di cose che avete sentito dire su Trump sono esattamente quelle che hanno detto di Reagan in quel momento.

Reagan si insediò con un team di consulenti e ha fatto molte cose giuste. Lui non era solo. Molto aiuto lo ebbe da Paul Volcker, che era presidente della Fed in quel momento. Reagan e la Fed hanno lavorato assieme, in sincronia, per trasformare l’economia americana e farla ripartire. Reagan si insediò, mentre gli Stati Uniti affondavano in una brutta recessione, una delle peggiori dalla seconda Guerra Mondiale.

Ho sempre pensato che fu il genio di Ronald Reagan ad ottenere la fine precoce della recessione. La maggior parte dei presidenti non hanno mai concluso il loro mandato senza una recessione. Anche un Presidente come Trump può recuperare il ritardo, ma solo se tira la cinghia e cerca di evitare la recessione o, almeno la può rimandare il più a lungo possibile.

Alcuni presidenti hanno finito per avere una recessione alla fine del loro mandato e nel momento peggiore possibile. E’ esattamente quello che è successo a George Bush. Sappiamo tutti quello che è successo nel 2007-2008. Il presidente George W. Bush ha avuto una bolla speculativa per sei anni che poi è letteralmente esplosa nel suo ultimo anno di amministrazione. Clinton ha avuto una recessione alla fine del suo mandato. George W. Bush, ha avuto una recessione nel 1990, al termine del suo mandato che gli è costata la rielezione nel 1992.

Reagan ebbe la recessione all’inizio. Era in recessione tra il 1981 e 1982. Una volta passata, l’economia è cresciuta per sette anni consecutivi. E’ stata una delle più lunghe espansioni in tempo di pace della storia americana.

Il presidente Reagan ha avuto una grande squadra. Per oltre tre anni, dal 1983 al 1986, la crescita negli Stati Uniti ha avuto un incremento del 16%. Questo è stato un vero e proprio sviluppo e non era una crescita nominale. Non c’era l’inflazione in quel numero, il 16%, oltre il 5% l’anno. Ora, bisogna ricordare che nel 2009 Obama ha giurato come presidente e negli ultimi otto anni circa, la crescita media negli Stati Uniti è stata di appena il 2% annuo.

Archiviato questo, oggi i repubblicani tornano alla Casa Bianca ed avranno anche il Senato e la Camera dei Rappresentanti (a maggioranza repubblicana ndt).

L’ultima volta che è accaduto è stato nel 1928. Un sacco di gente potrebbe dire: “Beh, anche con Reagan lo hanno avuto? No, Reagan nel 1980 aveva il Senato e la Casa Bianca, ma non la Camera dei rappresentanti. I repubblicani non ottennero la Camera dei rappresentanti fino al 1994.

Per una migliore ricostruzione è importante evidenziarne la differenza.

Attualmente, il mercato azionario è alto e raggiunge i massimi storici. Perché il mercato azionario sta salendo? Trump è un big spender (uno spendaccione). Lo ha detto lui.

I titoli farmaceutici stanno salendo perché Trump ha annunciato che vuole abrogare e sostituire l’Obamacare che è di ostacolo all’industria medica e farmaceutica.

I titoli bancari sono in aumento perché la nuova amministrazione ha parlato di abrogazione della Dodd-Frank (una riforma a tutela dei consumatori, approvata da Obama nel 2010, dopo la crisi del 2008 ndt).

I titoli azionari delle aziende come Caterpillar e John Deere sono in crescita, perché stanno anticipando le necessità di avere macchine per il movimento terra per costruire tutte queste nuove strade.

I titoli dei trasporti sono in aumento, per l’aspettativa del miglioramento dalle ferrovie, ai porti, agli aeroporti. Anche i titoli della difesa stanno salendo in previsione di costruire quattro importanti velivoli di classe A, oltre ai J-35 da combattimento, ecc.

Con tutto ciò, perché il mercato obbligazionario sta scendendo e perché è l’oro va su? Significa migliaia di miliardi di dollari in tagli di spesa e fiscali. Vuol dire un deficit più alto. Significa che il disavanzo sarà finanziato probabilmente, con l’emissione di titoli del Tesoro

Molta gente sarebbe disposta ad avere una inflazione e a venirne fuori da questa impasse. La ragione di ciò è piuttosto semplice. Quali sono le cause di inflazione? Bene, molta gente pensa che sia lo stampare moneta a determinare l’inflazione. Questo non è effettivamente vero, o almeno non è completamente vero. La stampa del denaro è solo la metà di quello che è necessario per ottenere l’inflazione. La Fed ha stampato 3.2 miliardi di dollari di nuova moneta, negli ultimi sette anni, mentre altre banche centrali, nel mondo, hanno stampato molto di più.

La Banca Popolare Cinese ha stampato ancora di più. Più di quanto emesso dalla Banca Centrale Europea, dalla Banca d’Inghilterra, dalla Banca del Giappone e se guardiamo a tutto il mondo stiamo parlando di 15 miliardi di dollari negli ultimi sette anni. Dove è l’inflazione? Ebbene, la risposta è: il denaro stampato da solo non produce inflazione se la gente non lo spende, non lo prende in prestito, non lo investe e non lo mette in produzione. Questa si chiama: velocità di circolazione del denaro o ricambio del denaro.

Di solito uso questo esempio. Se stasera esco e vado a cena in un ristorante e do la mancia al il cameriere ed il cameriere prende un taxi, per andare a casa, ed il tassista prende la mancia e mette il carburante nella sua auto, il denaro ha velocità tre. Il mio dollaro ha fornito una mancia per il ristorante, una mancia al tassista per l’acquisto di un gallone di carburante, una velocità di tre volte. Se rimango a casa e guardare la televisione perché non mi sento di uscire e lascio il mio denaro in banca, ho la velocità pari a zero.

Bene, $ 4 miliardi di volte zero è pari a zero, significa che se non si dispone di una velocità, non si ha una economia. L’economia è a zero. La velocità sta affondando come una pietra, non solo negli ultimi otto anni, da quando c’è la crisi, ma da quasi 20 anni a partire dal 1998. Quindi sono quasi 18 anni che la velocità è in calo. Tutto questa stampare denaro non ha prodotto inflazione perché non abbiamo ricircolo.

I calcoli ci dicono che siamo fuori della media, non c’è troppa inflazione anche se si stampano soldi. John Maynard Keynes aveva dato un nome a tutto questo, un nome per quello che ho appena descritto; i casi sono due: “Esco e sono un grande spendaccione”; o “Resto a casa e conservo il mio denaro”. L’ha chiamato “spirito degli animali” (complesso di emozioni istintive che guidano il comportamento umano ndt); lo spirito degli animali è l’entusiasmo. E’ l’ottimismo contro il pessimismo. Si tratta di un sentimento in cui ci sentiamo abbastanza sicuri di prendere in prestito, comprare, investire o utilizzare il credito e spendere soldi.

Se lo facciamo, forse qualcun altro ottiene un lavoro perché il denaro che spendiamo va in qualche altra attività e quel ragazzo assunto è una persona che sta meglio (finanziariamente ndt) e spende soldi. Mentre questo è un concetto un po’ amorfo, non si tratta di qualcosa che può essere messa in equazioni. Esso dovrebbe essere inteso come una branca della psicologia comportamentale, o degli spiriti animali. Non li abbiamo avuti per otto anni e quello è stato un un periodo veramente lungo.

Lo spirito animale è sufficiente per Trump, sufficiente per metterlo di nuovo in movimento? Potrebbe esserlo. Penso che dobbiamo riflettere su questo. Questa è una delle più grandi domande che ci facciamo. Non voglio saltare a questa conclusione, ma potrebbe esserlo. Ronald Reagan lo ha fatto certamente. Ho disegnando questa analogia fra la Trump e Reagan. Ronald Reagan ha assolutamente ottenuto che gli spiriti animali si muovessero ancora.

Ora, esaminiamo le salienti differenze che esistono tra un presidente Reagan e un presidente Trump.

Quando Ronald Reagan ha prestato giuramento, i tassi di interesse erano al 20%. Questo è stato il tasso overnight (danaro prestato fra banche per massimo 24 ore. Letteralmente “da un giorno all’altro” ndt). Questo non è il tasso a lungo termine. Il tasso sui fed funds (fondi di riserva che le banche sono obbligate a detenere ndt) è stato del 20%. I tassi di interesse avevano una sola tendenza: quella verso il basso e quindi i tassi non potevano andare al 30%. Il paese si sarebbe raggomitolato su se stesso ed avrebbe dichiarato fallimento. Certamente, erano più in alti di quello che dovevano essere. Potevano avere solo una tendenza, cioè verso il basso. Trump è in arrivo con tassi di interesse che sono vicini allo zero e possono solo tendere verso l’alto.

Reagan ha avuto un forte vento di poppa sotto forma di tassi di interesse potenzialmente più bassi. Trump sta per avere un forte vento contrario in termini di tassi di interesse più elevati, la stessa cosa con l’inflazione. Quando Reagan si insediò, l’inflazione era al 13%. Nel 1984, Volcker lo aveva ridotto al 4% circa. E’ stata una disinflazione massiccia.

Nel 1980, ricordo che gli Stati Uniti ha un mercato azionario Toro (positivo) e un commercio orso toro. Azioni e obbligazioni stavano entrambe salendo. Le azioni salivano perché c’era una crescita reale e le obbligazioni stavano crescendo perché i tassi d’interesse e l’inflazione scendevano. Trump potrebbe trovarsi nella situazione opposta. Trump potrebbe avere un collasso sul mercato obbligazionario e vedere le azioni volatilizzarsi.

L’altra grande differenza è che quando Reagan ha prestato giuramento il rapporto debito/PIL degli Stati Uniti era del 35%. Quello più basso si è avuto dopo la fine della seconda Guerra Mondiale. Alla fine della seconda guerra mondiale, il rapporto tra il debito ed il PIL è stato del 100%. Negli anni ’70 era sceso a circa il 30%. E’ salito un po’, al 39%, all’inizio dell’amministrazione Reagan, dopo era intorno al 34%, quando Reagan ha prestato giuramento.

Reagan aveva un enorme spazio fiscale. Ha avuto un gigantesco margine di ampiezza per aumentare il rapporto debito/PIL, senza minacciare la solvibilità finanziaria degli Stati Uniti. Quando Reagan ha lasciato l’incarico, il rapporto debito/PIL era del 50%. Egli ha aggiunto 15 punti percentuali nel rapporto debito/PIL, l’ha portato dal 35 al 50%.

Il problema è che oggi il rapporto debito/PIL è già del 100%. Siamo di nuovo al punto in cui avevamo già registrato questi livelli cioè alla fine della seconda Guerra Mondiale. Oggi, è circa di 20 trilioni di dollari. Trump che cosa ha intenzione di fare? Trump vuole essere uno spendaccione.

Non ha lo spazio fiscale (di Reagan). Gli Stati Uniti stanno avvicinandosi pericolosamente al punto in cui l’Italia, la Spagna, la Grecia, il Giappone ed alcuni di questi altri paesi sono potenzialmente in bancarotta.

Dovrà far salire i tassi di interesse. Non ha l’inflazione che scende e sta per avere l’inflazione in salita. Non ha un rapporto debito/PIL basso, ne ha uno elevato.

Se la Fed lo approva, acquisiamo l’inflazione, se non lo approva, andiamo a sbattere contro un muro e andiamo in recessione.

Ora abbiamo due conseguenze: la recessione o l’inflazione. Nessuna delle due è buona.

Può avere origini diverse, ma l’instabilità del sistema ed il potenziale per il crollo non è cambiato, perché questa è una valanga di neve. La neve sul fianco della montagna è ancora lì.

Magari con Trump, non nevica così forte, ma il versante instabile è ancora lì e ci vuole ancora un solo fiocco di neve.

Saluti.

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E’ possibile un’unione monetaria senza un’unione politica?

Ven, 23/12/2016 - 08:13

Carl Menger ci ha esaustivamente insegnato nel 1892, con la sua opera Geld, che il denaro, l’intermediario dello scambio, si sviluppa attraverso un processo di tipo organico, ossia è un prodotto non programmato dell’interazione sociale.

Un frutto, quindi, che appartiene a quella cooperazione tra individui affrancata da interferenze politiche.

Nel concetto storico-empirico di denaro, pertanto, non è incluso come attributo necessario e generale la nozione di corso legale, cioè di oggetto che, in base ad un decreto declaratorio, il creditore è obbligato ad accettare a titolo di liquidazione di un debito monetario o di un’obbligazione qualsiasi.

I governi e l’opera nefasta di alcuni presunti economisti hanno poco a poco scardinato tale insegnamento e ciò è la causa per cui attualmente si ritiene comunemente che il corso legale sia un postulato necessario e generale del denaro.

Da provvedimento utile è indispensabile solo per certi casi specifici, il corso legale è divenuto così una regola universale.

Se si ritiene il corso legale un attributo necessario e generale del denaro, si finisce per confondere il concetto di denaro con quello di mezzo legale di pagamento.

Se il denaro viene equiparato all’interno dell’ordinamento sociale ad un mero mezzo legale di pagamento, non si può che vivere sotto un regime in cui abitualmente vengono considerati come denaro soltanto quei mezzi di circolazione ai quali il potere politico abbia conferito il corso legale.

Il risultato di questi fraintendimenti non possono che essere periodiche crisi economiche.

In tale contesto, la progressiva sostituzione della moneta metallica con quella assimilata in un semplice documento o bit, ha incentivato il fenomeno delle periodiche crisi economiche.

Oggigiorno, la domanda di moneta, cioè l’ammontare che decidiamo di trattenere, viene costantemente equivocata con la domanda di credito, cioè la l’ammontare che decidiamo di spendere, mentre il finanziamento fornito dal mercato dei capitali reali è stato sistematicamente sostituito con quello procurato dal mercato monetario.

I mezzi legali di pagamento, di norma, tendono sempre a sopravanzare la propria domanda e questo perché la loro possibilità di creazione è tendenzialmente illimitata, giacché arbitraria.

Tale eccedenza alimenta una spesa incontrollata che acquisisce tutto quello che incontra sul suo percorso.

Con all’origine un’emissione di mezzi legali di pagamento spropositati rispetto alla propria domanda, con tassi di interesse non più determinati dalle spontanee preferenze temporali degli agenti economici, bensì artificialmente determinati da meccanismi politici che per loro natura sono sprovvisti di una vera e propria capacità economica selettiva, è conseguentemente inevitabile che si dia vita a mal investimenti nella struttura produttiva e /o a bolle degli asset illiquidi.

Nel momento in cui questo fittizio processo di arricchimento deflagra, perché il capitale reale a fondamento non era e non è divenuto nel frattempo sufficiente a garantirne la sostenibilità, ecco che si manifestano apertamente tutti gli errori decisionali conseguiti anteriormente, ed ecco apparire un grande numero di fallimenti e di ridimensionamenti imprenditoriali nonché di persone senza più un’occupazione.

Decidere in base a conoscenze che in realtà non si possono avere di perseguire l’obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi e/o tentare di pianificare l’offerta di credito ad una domanda stimata attraverso sofisticati modelli econometrici, non è servito, non serve e non servirà mai ad impedire la periodicità delle crisi economiche.

Quel che serve per evitare ciò è, invece, un meccanismo impersonale di mercato capace tendenzialmente di regolare in maniera corretta offerta e domanda di moneta e di credito.

Di conseguenza, serve abbattere la teoria che fa ritenere il corso legale un attributo necessario e generale del denaro.

Il progetto di un’unica moneta europea fondata sul corso legale come attributo necessario e generale e da far produrre e gestire su delega degli Stati membri ad una banca centrale comune nasce sotto varie spinte e motivazioni che possiamo sintetizzare nel modo seguente:

Il sogno francese era quello di porre conclusione alla supremazia monetaria della Germania nell’ambito del quadro europeo, e al contempo ampliare, o perlomeno mantenere inalterata, la propria influenza sulla scena politica internazionale.

La Germania era pronta a sacrificare il proprio Marco e con esso il miglior andamento registrato da una valuta nazionale a partire dal secondo dopoguerra nei Paesi industrializzati (il che ha non ha comunque vietato al Marco di perdere tra il 1950 ed il 1975 il 50 per cento del suo potere d’acquisto interno), al fine di procedere alla riunificazione dei suoi territori.

I piccoli Paesi con alta produttività ed efficienza tecnologica, ed economie aperte si sono mostrati da subito interessati alla valuta unica, poiché abdicare alla loro autonomia monetaria non avrebbe significato alcunché se non rinunciare a fissare il livello nominale dei propri prezzi e dei propri salari.

I Paesi posti in una fase intermedia del loro sviluppo come Spagna ed Italia come pure le economie meno sviluppate, come Grecia, Portogallo ed Irlanda, avrebbero potuto da un lato gestire gli effetti negativi dell’inflazione monetaria e di quella dei prezzi in maniera senz’altro più occultata e dall’altro, se fossero stati in grado di utilizzare gli aiuti a fondo perduto che avrebbero ricevuto dall’Europa, ridurre il gap tecnologico che li separava dai Paesi più avanzati.

Allorché la sovranità monetaria dei Paesi membri è stata ceduta alla Banca Centrale Europea qualcuno può aver sperato che il Trattato di Maastricht prima ed il Patto Europeo di Stabilità e Crescita poi sarebbero serviti a porre sotto controllo le politiche nazionali di bilancio ed a promuovere simultaneamente uno sviluppo economico sostenibile.

Ma, ad oggi, non è stato così.

Ad oggi, non possiamo asserire di avere un’Unione (Monetaria) Europea economicamente sana ed ordinata.

L’attuale situazione dell’Eurozona è, infatti, costituita in buona parte da disoccupazione istituzionale, da redditi reali assai limitati, da crescita economica infima se non inesistente, da un apparato finanziario nel complesso vacillante e sottoposto alla paura di subire un effetto domino.

Tutto ciò, non rappresenta però il fallimento di quella normale pratica bancaria che vede acquistare denaro a buon mercato per piazzarlo successivamente a tassi d’interesse più elevati.

Tutto ciò rappresenta, invece, il fallimento di tale normale pratica bancaria quando questa viene sostenuta da un’autorità emittente mezzi di circolazione contraddistinti dal corso legale come attributo necessario e generale del denaro.

Le interferenze politiche incorporate nel postulato del corso legale come attributo necessario e generale del denaro, fanno in modo, infatti, che la suddetta pratica venga attuata sistematicamente ignorando e/o travisando le informazioni che giungono dalla realtà economica effettiva.

E’ una questione di mezzi, non di fini: ogniqualvolta ci troviamo dinanzi all’orchestrazione degli scambi economici in base a dei mandati coattivi il dissesto sistemico diviene non una eventualità, ma una certezza.

Nel momento in cui tale certezza si palesa esplicitamente si tratta solo di constatarne le dimensioni e cercare di porvi rimedio.

Porvi rimedio può significare solamente una cosa: permettere alla struttura delle merci da produrre di adattarsi il maggiormente possibile alla reale domanda dei mercati mondiali, evitare aumenti ulteriori del consumo a spese dei risparmi allo scopo di agevolare una crescita sostenibile mediante l’innovazione.

Charles P. Kindleberger, nella sua opera del 1984, A Financial Hystory of Western Europe ha sostenuto la tesi secondo la quale tutte le unioni monetarie (di successo) sono state il prodotto di un’operazione di unione politica.

Così è effettivamente stato nel caso tedesco, con la Prussia che ha guidato alla formazione della Germania.

Così è effettivamente stato nel caso italiano, con il Piemonte che ha guidato alla formazione dell’Italia.

In realtà, in Europa però un’area monetaria comune non rappresenta affatto una novità in assenza di uno spazio politico unito.

A seguito della rivoluzione commerciale del XIII secolo gli scambi europei si realizzavano tramite due monete dalle stesse caratteristiche, vale a dire il Ducato di Venezia e il Fiorino di Firenze.

Entrambe le monete per il 97,9 per cento del loro contenuto possedevano oro a 23 carati e mezzo.

Ed anche quando nel XVII secolo è stato introdotto il biglietto di banca, in tutta Europa circolavano ancora monete d’oro e d’argento le quali, benché con nomi differenti, erano accettate dovunque in maniera confacente al loro contenuto e al prezzo dei metalli.

In questo modo, i metalli preziosi fungevano da denaro tra diverse Nazioni nel medesimo tempo.

E lo facevano perché optati attraverso un processo di cooperazione tra individui affrancato da interferenze politiche.

Di conseguenza, possiamo affermare che se equipariamo il denaro ad un mero mezzo legale di pagamento, allora abbiamo senz’altro bisogno di uno spazio politico il più possibile unito affinché l’unione monetaria concernente origini il minor numero di tensioni tra i Paesi membri.

Se, invece, consideriamo il denaro per quello che in verità è, un prodotto non programmato dell’interazione sociale e dunque qualcosa in più e di diverso rispetto ad un mero mezzo legale di pagamento, allora non vi è alcun bisogno di creare uno spazio politico omogeneo per avere un’unione monetaria che si stabilisca pacificamente tra i Paesi membri.

Tuttavia, una scelta del primo tipo non ci deve condurre nell’errore di pensare che ciò ci terrà al riparo dalla generazione di nuove e periodiche crisi economiche.

E’ ritenere il corso legale come attributo necessario e generale sul denaro il cuore del problema in quanto sostenere ciò significa attivare delle interferenze politiche sulla produzione e gestione del denaro.

Le regolamentazioni bancarie da sole se rispettate e costruite sul buon senso possono attenuare, ma certamente non possono eliminare il cuore del problema.

Fino a quando il denaro sarà comunemente considerato un bene pubblico da produrre e da gestire su basi politiche, unioni o meno, avremo sempre a che fare con più o meno grandi tragedie collettive.

I metalli preziosi sono stati portati avanti dal mercato per assurgere alla funzione di denaro perché questi facilitavano enormemente la razionalizzazione del calcolo economico, essendo il rapporto di scambio fra i metalli preziosi e altre merci condizionato a fluttuazioni minori di quello esistente fra molti altri prodotti.

L’inelasticità della loro offerta li rendeva, quindi, particolarmente ed impersonalmente adatti a fungere da riferimento del valore.

Tuttavia, in questa sede non si vuole di certo sponsorizzare il ritorno alle transazioni commerciali per mezzo esclusivamente di monete composte da metalli preziosi.

Diversamente, si chiede soltanto che il denaro torni ad essere veramente denaro, e per far questo occorre abbattere tutti gli ostacoli al libero commercio delle valute e al libero esercizio dell’attività bancaria.

Cioè abbattere la teoria attualmente imperante nel nostro quotidiano che il corso legale sia un postulato necessario e generale del denaro e con essa, pertanto, le incorporate interferenze politiche.

Così facendo, tenere in circolazione monete che servono gli esclusivi interessi dei governanti e di quei gruppi privati ad essi contigui diventerebbe praticamente impossibile, giacché il mercato provvederebbe nel giro di non molto tempo alla loro rimozione.

Ed in tal senso e solo in tal senso, la sostituzione della moneta metallica con quella assimilata in un semplice documento o bit può rappresentare un avanzamento omnidirezionale.

In conclusione, c’è da dire anche che non esiste un bene o un paniere di beni capaci di mantenere perfettamente costanti nel tempo e nello spazio il proprio potere d’acquisto.

Ma qui non si tratta di stabilire criteri assoluti ed immutabili, ma unicamente idonei ai nostri fini.

Infondo, nel mondo non regna la perfezione, bensì soltanto il perfettibile.

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Paragonare Trump a Reagan

Mer, 21/12/2016 - 08:21

L’elezione di Donald Trump può essere paragonata per alcuni versi all’elezione di Ronald Reagan nel 1980. Ci sono somiglianze, ma anche alcune importanti differenze, che vedremo in seguito.

Prima di tutto, la principale somiglianza: Ronald Reagan è stato considerato un buffone, un dopato, un attore inadatto per la presidenza. Molti temevano che avrebbe premuto il pulsante nucleare dando inizio alla III (TERZA) guerra mondiale. Così molte delle cose che avete sentito dire su Trump sono esattamente quello che hanno detto di Reagan in quel momento.

Ma Reagan si insediò con un team di consulenti e ha fatto molte cose giuste. Ebbe un sacco di aiuto da Paul Volcker, che era alla guida della Fed in quel momento. C’è una cosa importante da ricordare: Reagan non era solo. Reagan ha fatto un gran lavoro in collaborazione con la Fed cominciando così a far girare l’economia statunitense. Prima che Reagan entrasse in carica l’economia era affondata in una delle peggiori recessioni dalla seconda Guerra Mondiale.

La recessione con Reagan durò dal 1981 al 1982. Ho sempre pensato che fosse il genio di Ronald Reagan a far superare la recessione così presto. La maggior parte dei presidenti non hanno mai concluso il loro mandato senza una recessione. Se riescono a ritardarla inizialmente, finiscono di solito con l’averla più tardi e nel momento peggiore possibile. Reagan per una volta anticipò la fine della recessione, poi l’economia è cresciuta per sette anni consecutivi.

Nei successivi tre anni, 1983-1986, la crescita negli Stati Uniti è stata del 16%. Di crescita reale e non di crescita nominale. Non c’era nessuna inflazione a diluire quel numero. Al contrario, la crescita media annua negli Stati Uniti dal 2009 è stata di appena il 2%. E tutto questo per quasi otto anni. Eppure, per tre anni nella fase iniziale di Reagan, la crescita media è stata di oltre il 5%.

Il 2% contro il 5% potrebbe non sembrare drammatico. Ma nel corso del tempo diventa una differenza drammatica per l’ordine di grandezza. Un’economia in crescita del 5%, o anche del 4%, se combinata, sarà due volte più ricca per 20 anni, rispetto ad una economia che cresce al 2%. C’è una grande differenza.

Ora, facciamo un passo indietro e parliamo un po’ di qualcosa che altrimenti non sentiamo dire quasi mai. Si parla di alcune importanti differenze tra l’economia di Ronald Reagan e l’economia che Donald Trump erediterà.

Quando Ronald Reagan ha prestato giuramento, i tassi di interesse erano al 20%. Erano più in alto di quello che dovevano essere. Essi potevano andare solo verso il basso, invece i tassi avevano la tendenza ad aumentare verso il 30%. Il paese sarebbe andato a gambe all’aria e avrebbe dichiarato il fallimento.

Ora, mentre ci prepariamo per il 2017, Trump entrerà alla Casa Bianca in circostanze molto diverse. I tassi di interesse sono vicini allo zero e non non possono che andare verso l’alto.

Reagan ha avuto un forte vento di poppa sotto forma di tassi di interesse potenzialmente più bassi. Trump sta per avere un grande vento contrario in termini di tassi di interesse potenzialmente più elevati. Il quadro inflazionistico è anche molto diverso.

Quando Reagan si insediò, l’inflazione correva al 13%. Nel 1984, Volcker l’aveva già ridotta a circa il 4%. E’ stata una disinflazione massiccia.

Le azioni e le obbligazioni salirono entrambe (di valore). Le azioni salivano per la crescita reale, le obbligazioni salivano perché i tassi di interesse e l’inflazione scendevano. Ora, Trump potrebbe vivere la situazione opposta. Trump potrebbe avere un mercato obbligazionario al collasso e le azioni potrebbero andare in fumo.

L’altra grande differenza, tra allora e adesso, è che quando Reagan ha giurato, nessuno aveva mai sentito parlare del rapporto debito/PIL USA che era del 35%; il più basso lo si ha solo dopo la fine della seconda Guerra Mondiale. Alla fine della seconda guerra MONDIALE il rapporto debito/PIL USA era al 100%. Negli anni ’70, era sceso a circa il 30% ed era leggermente risalito fino al 34%, quando Reagan aveva prestato giuramento.

Reagan quindi ha avuto un enorme spazio per la parte fiscale. Ha avuto un gigantesco margine di ampiezza e ne ha approfittato per aumentare il rapporto debito/PIL senza minacciare la solvibilità finanziaria degli Stati Uniti. Quando Reagan terminò il mandato, il rapporto debito/PIL era al 50%. Quindi ha aggiunto 15 punti percentuali tra il rapporto debito/PIL. Se prendo 15 e lo divido per 35, si può notare che ha aumentato il rapporto debito/PIL del 40%.

Ora, come ha speso i soldi Reagan? Per vincere la guerra fredda. Fondamentalmente Reagan ha superato la spesa perché i russi essi non potevano competere con noi. Così entro la fine del decennio, la guerra fredda era finita. Reagan istituì anche tagli fiscali massicci, che erano gli altri apportatori del deficit. Paul Krugman ed altri criticarono in quei giorni Reagan per la gestione del debito.

Ora, ecco il problema:

Oggi, il rapporto debito/PIL è al 100%, uguale a quello che avevamo alla fine della seconda Guerra Mondiale. Quando Obama entrò in carica, il debito nazionale era circa 10 trilioni (un milione alla terza ndt). Oggi, è circa 20 trilioni ed è in crescita. Obama ha caricato 10 trilioni di dollari, di nuovo debito, mettendolo in conto al vecchio, così il rapporto debito/PIL è ritornato nuovamente al 100%.

Trump cosa ha intenzione di fare? Vuole essere un big spender (un grande spendaccione)? Vuole tagliare le tasse? Spendere di più per la difesa? Spendere per costruire il muro (al confine con il Messico ndt)? Spendere in infrastrutture come: gli aeroporti, le strade, i ponti, le gallerie, le ferrovie, eccetera e con meno regolamentazione? Vuole essere Ronald Reagan? Purtroppo per Trump, Obama gli ha legato le mani.

Trump non avrà lo spazio fiscale che aveva Reagan. Gli Stati Uniti si stanno pericolosamente avvicinando a Paesi come: l’Italia, la Spagna, la Grecia ed il Giappone ed alcuni di questi paesi sono potenzialmente in bancarotta. Il punto è che Trump affronta enormi vincoli che Ronald Reagan non aveva.

Trump non avrà il paracadute dei tassi di interesse come lo aveva Reagan. Egli si appresta ad affrontare invece un aumento dei tassi di interesse. L’inflazione non sarà abbassata drasticamente. Egli è di fronte alla possibilità di una inflazione crescente, il che significa: aumento dei prezzi dei beni di consumo e aumento dei prezzi (del carburante) alla pompa. Non ha un rapporto debito/PIL basso come il 34% ereditato da Reagan, in realtà egli sta ereditando l’elevato rapporto debito-PIL del: 100%.

Trump sta cercando di copiare il playbook (la lista delle strategie ndt) di Reagan in un ambiente non-Reagan. Tale piano potrebbe immediatamente farlo andare a sbattere contro un muro. Potrebbe tradursi in qualcosa di simile alla stagflazione, dove otteniamo l’inflazione dalla spesa e dal deficit, ma non si ottiene la crescita. Questo perché dopo otto anni e 10 trilioni di dollari, siamo di fronte alla realtà di rendimenti marginali decrescenti. Questo accade quando: ogni nuovo dollaro non riesce a dare stimolo alla produzione ed alla crescita ed a fornire una quantità di crescita come il primo dollaro. In sostanza, il primo dollaro speso in una fase di espansione è molto più potente rispetto al deci miliardesimo dollaro speso dopo.

La raccolta della frutta a portata di mano è finita. Ora, è come una giraffa che sta cercando di arrampicarsi su un albero. A proposito, penso che i tagli fiscali siano una buona cosa. Non sto dicendo che le politiche di Trump siano cattive. Penso che molte di queste scelte siano positive, ma non credo che abbiano lo stesso obiettivo di come i suoi consiglieri intendano lavorare. Qualcuno potrebbe sedersi di fronte a lui e dire: “Signor Presidente, è possibile fare tutto questo, ma onestamente siamo fuori portata. Abbiamo finito di il tetto massimo di utilizzo. Non abbiamo più la possibilità di espandere il debito”.

E’ una buona occasione per il taglio delle imposte ed in questo momento aiuterà l’economia, ma non abbastanza da produrre la crescita necessaria e farne la differenza. Ciò significa avere un deficit più ampio. Aggiungendo a tutto ciò nuove spese, il rapporto debito/PIL è destinato ad aumentare.

Dove troveremo la capacità di indebitamento ammesso che la Fed la approvi?

Se la Fed la approva, essa produrrà inflazione. Se la Fed non la approva, andremo a sbattere contro un muro ed entriamo in recessione. Ecco due possibili scenari: di recessione o di inflazione. Nessuno dei due è buono. Possiamo anche ottenere il peggio dai due: la stagflazione, che ho citato. Scriveremo e ne parleremo di più su questo.

Le analogie fra Reagan e Trump sono interessanti. Ma ci sono grandi differenze e le persone non riescono a focalizzarle e quindi, hanno un sacco di motivi per essere preoccupate.

In questo momento, direi che se le cose dovessero andare davvero male e abbiamo una crisi finanziaria, allora vedremo la corsa verso l’acquisto dell’oro. Se l’economia cresce, ma si ottiene l’inflazione, andiamo ancora verso l’oro.

In questa situazione tutti i segnali portano all’oro quale bene rifugio.

Saluti,

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Concetti economici: l’inflazione, il controllo dei prezzi ed il collettivismo durante la rivoluzione francese

Lun, 19/12/2016 - 08:36

I Governi hanno un appetito insaziabile verso la ricchezza dei loro sudditi. Quando i governi non hanno più la possibilità di continuare ad aumentare le tasse o avere fondi a prestito hanno sempre fatto ricorso alla stampa di carta moneta per finanziare le loro spese crescenti. Le inflazioni risultanti hanno spesso minato il tessuto sociale, rovinato l’economia e, talvolta, portato la rivoluzione e la tirannia sulla loro scia. L’economia politica della Rivoluzione francese è un tragico esempio di questo. Prima della rivoluzione del 1789, il regno di Francia era un esempio da manuale del mercantilismo. Nulla è stato prodotto o venduto, importato o esportato senza l’approvazione e la regolamentazione del governo.

 

La stravaganza fiscale del governo e la rovina

Mentre il governo del Re di Francia metteva in ordine gli affari economici, la corte reale consumava la ricchezza nazionale. La guardia militare personale di Luigi XVI disponeva di 9.050 soldati; la sua famiglia aveva circa 4.030 servi civili che erano tenuti a servire la cena del Re, quattro dei quali avevano il compito di riempire il bicchiere con acqua o vino. Aveva anche al suo servizio 128 musicisti, 75 funzionari religiosi, 48 medici e 198 persone per la cura per il suo corpo.
Per pagare per questa stravaganza e le numerose altre spese della Corte, così come le imprese all’estero, finanziate dal Re (come ad esempio l’aiuto finanziario esteso ai coloni americani durante la guerra di indipendenza dagli inglesi), il Re ha dovuto fare affidamento su un sistema fiscale peculiare in cui ampie fasce della popolazione – in primo luogo la nobiltà ed il clero – erano esenti da ogni imposta, essendo le “classi inferiori” a sopportarne il peso.
Una delle più odiate imposte era il prelievo sul sale. Ogni capo famiglia era tenuto all’acquisto ogni anno di sette chili di sale per ogni membro della sua famiglia ad un prezzo fissato da parte del governo; se non riusciva a consumare tutto il sale acquistato l’anno precedente e cercava di comprarne meno rispetto alla quota del nuovo anno gli veniva comminata una multa speciale da parte dello Stato. Le punizioni per il contrabbando e la vendita di sale sul mercato nero erano rigide e disumane. Come abbiamo visto, in un precedente articolo, quando Luigi XVI era salito al trono nel 1774, la spesa pubblica era di 399,2 milioni di lire, con entrate fiscali solo circa per 372 milioni di lire, lasciando un deficit di 27,2 milioni di lire, pari a circa il 7 per cento della spesa. I prestiti e l’espansione monetaria, di anno in anno e per gli anni a venire, hanno fatto la differenza.
Nel tentativo di mettere fine al disordine finanziario, nel luglio 1774 il Re nomina un economista brillante, Anne Robert Jacques Turgot, per servire come Ministro delle Finanze. Turgot ha fatto tutto quanto in suo potere per frenare la spesa pubblica e la regolamentazione. Ma ogni proposta di riforma aumentava l’opposizione di gruppi privilegiati ed il Re alla fine lo ha destituito nel maggio 1776. Coloro che hanno seguito Turgot come controllore generale delle finanze del governo francese mancavano della sua interpretazione o della sua onestà. Semplicemente la crisi fiscale peggiorò. Come Thomas Carlyle (1795-1881) ha riassunto nel suo studio: La Rivoluzione Francese 1837:

“Trattasi di “mancanza di ingegno fiscale”, o di comunque si voglia chiamarlo, vi è la palpabile discrepanza tra le entrate e le spese; un deficit per l’Agenzia delle Entrate … Questo è il serio problema e senza apparente speranza della quadratura del cerchio. Il Controllore Joly de Fleury, che succedette a (Jacque) Necker, non poteva fare nulla per esso; nient’altro che proporre prestiti, che sono stati tardivamente compensati; l’imposizione di nuove tasse, il denaro senza interessi; produssero così rimostranze e malcontento.
Per quanto poco possa fare o non fare il controllore d’Ormesson; Joly ha difeso se stesso per un anno e un giorno, d’Ormesson si stima solo alcuni mesi …” La fatale paralisi assale il movimento sociale; ci avvolgono nuvole nere ed oscure; stiamo crollando negli abissi profondi della BANCAROTTA NAZIONALE?”

Il caos nelle finanze del re ha alla fine portato alla convocazione degli Stati Generali, chiamati in sessione anticipata nel 1789, in seguito all’inizio della rivoluzione francese con la presa della Bastiglia a Parigi nel luglio 1789. Ma le nuove autorità rivoluzionarie, nelle loro spese, erano stravaganti come il re. Grosse somme furono spese per opere pubbliche, per creare posti di lavoro e 17 milioni di lire (3,4 milioni di dollari) sono stati dati al popolo di Parigi in sussidi alimentari.

 

Gli Assegnati: la cartamoneta e l’inflazione dei prezzi selvaggi

Nel novembre 1789, Honoré Mirabeau avanza una proposta a tutte le difficoltà finanziarie del governo. Nel mese precedente, l’Assemblea Nazionale aveva nazionalizzato tutte i possedimenti e le proprietà della Chiesa. Mirabeau ora suggerisce che le banconote rilasciate dall’Assemblea Nazionale, siano garantite con le terre della Chiesa. Le note dovrebbero prima essere messe in circolazione come spesa per le opere pubbliche e poi per le altre spese del governo. Esse sarebbero rimborsabili alla pari come il prezzo di acquisto delle proprietà della Chiesa.
Allo stesso tempo, si è sostenuto che la circolazione monetaria aggiunta darebbe “stimolo” alle attività, creando posti di lavoro e mettendo soldi nelle tasche della classe operaia. (Più tardi sarebbero state le terre confiscate alla nobiltà, che era fuggita dalla Francia, ad essere utilizzate come garanzia fittizia dietro una marea di denaro di carta).
Il 17 marzo 1790, la rivoluzionaria Assemblea Nazionale ha votato per emettere una nuova moneta di carta chiamata Assignat (Assegnato) e nel mese di aprile 400 milioni (80 milioni di dollari) sono stati messi in circolazione. A corto di fondi, alla fine dell’estate, il governo ne ha emesso un altro da 800 milioni (160 milioni di dollari). Seymour Harris, nel suo studio: Gli assegnati (1930), traccia il percorso del deprezzamento della valuta di carta. Alla fine del 1791, circolavano 1,8 miliardi di Assegnati ed il loro potere d’acquisto era diminuito del 14 per cento. Nell’agosto 1793 il numero di Assegnati era aumentato a quasi 4,9 miliardi ed il loro valore era svalutato del 60 per cento. Nel novembre 1795 il numero degli gli Assegnati era di 19,7 miliardi e da allora il loro potere d’acquisto era diminuito del 99 per cento rispetto al primo emesso. In cinque anni i soldi della Francia rivoluzionaria valevano meno della carta su cui erano stampati.
Gli effetti di questo crollo monetario sono stati fantastici. Era stata creata una classe di debitori con un interesse derivato dall’inflazione perché il deprezzamento degli Assegnati significava per i debitori stessi essere rimborsati con denaro sempre più inutile. Altri avevano speculato sui terreni, spesso ex proprietà della Chiesa, che il governo aveva sequestrato e venduto e le loro fortune erano ora legate agli aumenti inflazionistici del valore dei terreni. Con i soldi sempre più inutili ogni giorno, il diletto del momento aveva la precedenza sulla pianificazione e sugli investimenti a lungo termine.
I beni erano accumulati e quindi divenuti più scarsi, perché i venditori prevedevano, all’indomani, un aumento dei prezzi.
Il sapone era diventato così scarso che lavandaie di Parigi hanno chiesto che i venditori che si rifiutavano di vendere il loro prodotto in cambio degli Assegnati fossero messi a morte. Nel febbraio 1793 a Parigi la folla attaccò più di 200 negozi, tutti saccheggiati per il pane, il caffè, lo zucchero e l’abbigliamento. Nella sua Storia della rivoluzione francese (1867), in quattro volumi, Heinrich von Sybel (1817-1895) spiega l’ambiente sociale e psicologico del tempo:

“Nessuno aveva in alcun modo fiducia nel futuro; pochi osarono fare investimenti in imprese per qualsiasi durata di tempo ed era reputata una follia limitare i piaceri del momento, per procurarsi un futuro incerto, economizzando …
Chi possedeva una manciata di Assegnati o di monete d’argento, si affrettava a spenderli nel più intenso godimento con il desiderio di catturare ogni piacere che faccia battere forte il cuore. In autunno, tutti i teatri erano stati riaperti ed erano frequentati con instancabile entusiasmo … Con gli spettacoli di cabaret i caffè non erano meno pieni dei teatri. Sera dopo sera, ogni quartiere della città risuonava di musica e balli …
Questi piaceri, purtroppo, hanno avuto una peculiare colorazione – accecanti luci e ombre cupe – dai ricordi e dai sentimenti della rivoluzione… In altri ambienti non c’era nessuno che non avesse perso un parente sulla ghigliottina; il vestito a palla alla moda, imitato dai capelli raccolti ed il bavero all’indietro come coloro che era portati all’esecuzione, i signori invitavano le loro partner alla danza con un cenno particolare, destinato a ricordare loro la caduta della testa mozzata.”

Di fatto il peso dell’inflazione su chi può ricadere? Sui più poveri. I finanzieri, i mercanti e gli speculatori delle materie prime, che di solito hanno partecipato al commercio internazionale, spesso dovevano proteggersi. Hanno accumulato oro e argento e lo hanno inviato all’estero per la custodia; hanno anche investito in arte e gioielli preziosi. La loro esperienza speculativa ha permesso a molti di stare al passo con l’inflazione e di trarre profitto dalle fluttuazioni di valuta. La classe operaia ed i poveri in generale, non avevano né le competenze né i mezzi per proteggere quel poco che avevano. Erano quelli che finirono per detenere i miliardi di Assegnati senza valore.
Infine, in data 22 dicembre 1795, il governo ha decretato che la stampa degli Assegnati fosse fermata. Le transazioni in oro e argento sono state autorizzate, dopo che erano state vietate e sono state riconosciute come moneta corrente. Il 18 febbraio, 1796, alle ore 9 del mattino, la macchine da stampa, le lastre e la carta utilizzata per stampare gli Assegnati sono state portate in Place Vendôme e davanti a una grande folla di parigini furono rotte e bruciate.

 

Il disastroso prezzo per tenere l’inflazione sotto controllo

Comunque, prima che l’epilogo con gli Assegnati fosse concluso, l’inflazione era cresciuta e peggiorata, una protesta si è levata dal “popolo” perché ai prezzi doveva essere impedito di salire. Il 4 maggio 1793, l’Assemblea Nazionale ha imposto i controlli sui prezzi del grano e ha precisato che doveva essere venduto solo nei mercati pubblici sotto l’occhio vigile degli Ispettori Statali, i quali avevano anche l’autorità di entrare nelle case private dei mercanti e confiscare il grano e la farina accumulati. La distruzione delle merci ai sensi del regolamento del governo era considerato un reato capitale.
Nel settembre 1793 i controlli ai prezzi furono estesi a tutti i beni dichiarati di “prima necessità”. Nel 1790 è stato proibito che gli aumenti dei prezzi salissero di più di un terzo. Analogamente, nella primavera del 1794, i salari furono posti sotto controllo. Tuttavia, le materie prime sparirono presto dai mercati. A Parigi non si trovava il caffè, oltre all’impossibilità di ottenere zucchero; le scorte di cibo diminuirono e gli agricoltori si rifiutarono di inviare i loro prodotti alle città. L’economista americano, Edwin Kemmerer (1875-1945), nel suo studio di economia della rivoluzione francese e nel suo libro: Money (denaro)(1935), ha spiegato alcuni modi di come furono evasi i controlli:

“Tra i metodi impiegati per eludere questo sistema di fissazione dei prezzi, come di seguito citati furono:
il ritirare le merci dal mercato;
la mancata produzione di nuovi materiali di consumo in cui le scorte esistenti erano esaurite;
la produzione e la vendita di qualità inferiore;
l’alimentazione del grano destinato agli animali da allevamento, a volte erano soggetti al prezzo massimo e non vi erano i prezzi degli animali vivi;
il prezzo del grano macinato in farina degli agricoltori era fatto dopo che il prezzo del grano era stato controllato, mentre per la farina non lo era.
Gli agricoltori vendevano i loro prodotti nelle case clandestinamente, invece di portarli al mercato. Quando i prezzi delle materie prime erano controllati, i prezzi dei manufatti, di frequente, aumentavano in modo anomalo e quando i prezzi dei beni di prima necessità erano bassi, il prezzo dei beni di lusso saliva.
Le scappatoie alla leggi producevano grandi profitti, mentre le sanzioni per l’evasione, se catturati, erano estreme. Ciò ha portato molto corruzione ufficiale. La fornitura di beni disponibili nei mercati a prezzi controllati era spesso inadeguata e la coda, come nelle città russe di oggi, è diventata una istituzione familiare.”

 

L’ideologia Totalitaria dello Stato sull’individuo

Durante la Repubblica giacobina di 1792-1794, uno sciame di regolatori, si diffuse in tutta la Francia, imponendo tetti ai prezzi, oltre all’intrusione in ogni angolo della vita privata delle persone; hanno imposto condanne a morte, confiscato la ricchezza e la proprietà ed inviato uomini, donne e bambini in prigione avviandoli al lavoro come schiavi. La Francia rivoluzionaria, in nome dello sforzo bellico, entrò in conflitto con molti dei suoi vicini, tutti i settori in qualsiasi modo relativi alla difesa nazionale o al commercio con l’estero sono stati posti sotto il controllo diretto dello Stato; i prezzi, la produzione e la distribuzione di tutti i prodotti da parte delle imprese private erano sotto il comando del governo. Una enorme burocrazia emerse per gestire tutto questo e la burocrazia inghiottì parte della crescente ricchezza nazionale.

Naturalmente, tutto questo seguito dalle premesse del pensiero giacobino, che sotto l’ombra della nozione di Rousseau della “volontà generale”, ha sostenuto che lo Stato aveva il dovere di imporre uno scopo comune a tutti. L’individuo era nulla; lo Stato era tutto. L’individuo è diventato l’astrazione e lo stato la realtà. Coloro che la “volontà generale “ ancora non avevano capita sarebbe stata loro insegnata; coloro che hanno resistito all’insegnamento ne sarebbe stati obbligati e coloro che hanno resistito agli ordini peririvano, perché solo i “nemici del popolo” si sarebbero opposti alla Verità collettivista.

Il rivoluzionario francese Bertand Barère (1755-1841) nel 1793 ha dichiarato:

“La Repubblica deve penetrare nelle anime dei cittadini attraverso tutti i sensi … Alcuni devono (alla Francia) la loro attività, altri le loro fortune, alcuni le loro raccomandazioni, altri il loro potere; tutti il loro sangue. Quindi, tutti i francesi di entrambi i sessi e di tutte le età sono chiamati al senso del patriottismo per difendere la libertà …
Affinché tutti possano prendere il proprio posto nel movimento nazionale e militare che è in preparazione. I giovani combatteranno; gli uomini sposati forgeranno le armi, forniranno la sussistenza, il trasporto di bagagli e l’artiglieria; le donne lavoreranno per le divise dei del soldati, faranno le tende e diventeranno infermiere negli ospedali per i feriti; i bambini faranno garze di lino e gli anziani, ancora una volta, svolgeranno la missione che era in uso dagli antichi, dovranno accattivarsi le piazze e lì infondere coraggio ai giovani guerrieri, trasmettendo l’odio verso i re e l’unità della Repubblica.”

Tutte le leggi, i costumi, le abitudini, le modalità del commercio, il pensiero ed il linguaggio dovevano essere uniformi e gli stessi per tutti. Nemmeno la famiglia aveva autonomia esistenziale; e bambini? Essi appartenevano allo Stato. Barère diceva:

“I principi che dovrebbero guidare i genitori sono che i bambini appartengono alla famiglia Generale della Repubblica, prima di appartenere alle singole famiglie. Lo spirito della vita privata deve scomparire quando chiama la Grande Famiglia. Siete nati per la Repubblica e non per l’orgoglio e l’arbitrio delle famiglie.”

Qui è nato il moderno collettivismo nazionale, la fedeltà e l’obbedienza allo Stato del “popolo”. Quando nel gennaio 1793 un messaggero fu inviato nella parte orientale del paese ad informare che le forze rivoluzionarie francesi avevano affrontato gli eserciti invasori di monarchi stranieri anti-rivoluzionari e che il re di Francia era stato giustiziato, uno degli ufficiali francesi chiese: “ per chi ci batteremo d’ora in poi se il re non c’è più?” La risposta fu: “Per la Nazione e per la Repubblica”.

 

Il ritorno ai principi del libero mercato

Nel tardo 1794 l’anti-giacobina Termidoriana prese il sopravvento nel governo e con essa i sostenitori di un mercato più libero che faccese al caso loro. Uno di loro, M. Eschasseriaux, dichiarò: “un sistema di economia è buono… quando l’agricoltore, il produttore ed il commerciante godono la piena libertà della loro proprietà, della loro produzione e delle loro attività”.
Ed il suo collega, M. Thibaudeau, ha sostenuto: “Considero il massimo (prezzo) come disastroso, la fonte di tutte le disgrazie che abbiamo vissuto. Ha aperto una carriera ai ladri, coperto la Francia con un mucchio di contrabbandieri e rovinato uomini onesti che rispettano la legge … So che quando il governo tenta di regolamentare tutto, tutto è perduto”.
Infine, il 27 dicembre 1794, i controlli sui prezzi ed i salari sono stato aboliti e le condizioni di mercato e di scambio sono stati ancora una volta consentiti. E dopo la fine degli Assegnati, un anno più tardi, le merci nuovamente affluivano al mercato e un grado di prosperità era stato ristabilito. Come Adolphe Thiers (1797-1877) descrive nella sua Storia della rivoluzione francese (1842):

“Nessuno scambio avveniva se non in argento. Questo denaro, che era stato apparentemente nascosto o esportato fuori dai confini, prese a circolare. Ovunque sia stato nascosto è venuto allo scoperto, quello che aveva lasciato la Francia è tornato …
Oro e argento, come tutte le merci, si spostava dove la domanda li attraeva, il loro prezzo diventava più alto o rimaneva allo stesso livello fino a quando la disponibilità era sufficiente e la richiesta veniva soddisfatta. Solo con l’oro e l’argento si potevano fare per i pagamenti nei mercati e furono pagati gli stipendi alle persone nello stesso modo. Uno persona avrebbe potuto dire che: senza i soldi di carta ha potuto vivere in Francia.

I garantiti [Assegnati] si trovavano soltanto nelle mani degli speculatori, che li hanno ricevuti dal governo e li hanno rivenduti agli acquirenti dei beni nazionali. Così la crisi finanziaria ha continuato ad esistere per lo Stato, ma ha quasi cessato di esistere per gli individui.”

Il modello delle idee collettiviste e delle politiche economiche che erano state sperimentate durante la Rivoluzione francese sono state sperimentate molte altre volte ed hanno avuto i loro sostenitori anche ai nostri tempi più moderni, tra cui, alcuni hanno suggerito, per esempio, gli scritti di economisti famosi come John Maynard Keynes.
Alla fine del 1936, l’economista di origine austriaca, Joseph A. Schumpeter, ha scritto una recensione su Keynes he ha recentemente pubblicato la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, che in una manciata di anni è diventata la ” nuova bibbia dell’economia”. Schumpeter ha concluso l’esame con la seguente osservazione:

“Chi accetta il messaggio là esposto (La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di John Maynard Keynes) riscrivere la storia dello ancien regime francese [vecchio regime] in questi termini:
Luigi XVI è stato un monarca più illuminato. Sentiva la necessità di stimolare la spesa e si era assicurato i servizi di tali esperti, da spendaccione come Madame de Pompadour e Madame de Barry. Hanno lavorato con efficienza insuperabile. La piena occupazione, la massima produzione ed in generale il benessere avrebbero dovuto esserne la conseguenza. E’ vero invece che: troviamo la miseria, la vergogna e alla fine di tutto, un mare di sangue. Ma quella era una possibile imprevidibilità.”

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Parole in libertà

Ven, 16/12/2016 - 08:59

Esistono due concezioni del tempo e del futuro.

Quella basata sul razionalismo costruttivista è teleologica, antindividualistica ed orientata verso un’allocazione politica delle risorse.

Quella basata sul razionalismo critico è evolutiva, darwiniana ed orientata verso l’innovazione e la produzione di beni e servizi corrispondenti alle reali esigenze del mercato.

La prima da origine ad un ordine prevalentemente prescrittivo, cioè un ordine fondato sul dominio dell’uomo sul’uomo.

La seconda da origine ad un ordine prevalentemente spontaneo, cioè un ordine fondato sulla libertà individuale di scelta, che è libertà di offrire e domandare.

Teleologica, perché, quale che sia la sua colorazione ideologica, il razionalismo costruttivista si nutre della presunzione di possedere un punto di vista privilegiato sul mondo.

Antindividualistica, perché il razionalismo costruttivista, ritenendo che vi sia un uomo o un’élite che possa entrare in possesso di tutti i dati rilevanti che giacciono nell’ambito del sistema complessivo, suppone che si possa dirigere adeguatamente la società per via centralistica.

Orientata verso un’allocazione politica delle risorse, perché il razionalismo costruttivista tende a marginalizzare la libera selezione competitiva a vantaggio delle manipolazioni governative.

Asserito quanto, il peccato originale del razionalismo costruttivista è quello di essere strutturalmente ipocrita rispetto ai fini.

Le proclamate buone intenzioni di chi si trova nella posizione di applicare concretamente e sistematicamente il razionalismo costruttivista, infatti, sono, nella loro essenza più profonda, solo propaganda per giustificare il proprio dominio.

L’incessante percorso della modernità è stato da sempre, almeno sino ad oggi, contraddistinto da un’alternarsi e/o da una commistione di processi sani e processi patologici.

Ogniqualvolta il processo sano trascende in quello patologico il razionalismo critico decade in quello costruttivista.

Nel contempo, il concetto di individualismo diviene abitualmente negativo, il che contribuisce a sostenere quella mitologia antropomorfica che vuole attribuire esistenza reale, vita, volontà, intenzionalità ai concetti collettivi.

Allorché i concetti collettivi vengono considerati come se fossero soggetti effettivi della realtà, alcuni individui ne approfittano per tentare di paralizzare la scelta individuale ed il confronto sostanziale, allo scopo di cercare di imporre un sistema nel quale tutti i membri della società siano meri strumenti di un’unica mente direttiva, ossia la loro.

La soppressione dell’economia di libero mercato e dunque del diritto generalizzato alla proprietà privata è il canale attraverso il quale costoro tentano di imporre la loro unica mente direttiva.

Il controllo economico, infatti, non rappresenta soltanto il controllo su un settore della vita umana, che può essere separato dal resto.

Il controllo economico è il controllo dei mezzi per tutti i nostri fini. E chiunque abbia l’esclusivo controllo dei mezzi decide per tutti gli altri quali fini debbano essere perseguiti, quali valori debbano essere considerati come tali e quali dei disvalori.

In estrema sintesi, chiunque abbia l’esclusivo controllo dei mezzi stabilisce sostanzialmente il credo e le aspirazioni di tutti gli altri.

L’economia di libero mercato va difesa perché consente a ciascuno di noi di esercitare compiutamente la nostra autonomia decisionale.

Maggiore sarà l’autonomia decisionale di cui ciascuno può disporre, tendenzialmente maggiore sarà la mobilitazione delle nostre particolari capacità e delle nostre particolari conoscenze.

La nostra autonomia decisionale pertanto è la chiave per accendere un estesissimo procedimento di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori che conduce complessivamente all’impiego di maggiori capacità e conoscenze rispetto a qualsiasi altra procedura.

Un procedimento che investe anche il cosiddetto bene comune.

Il bene comune non può essere, infatti, un qualcosa che possa essere costruito a tavolino.

Il bene comune è dato invece da un’insieme di norme giuridiche che non impongono o impongono assai limitatamente un contenuto specifico alle nostre azioni.

Queste norme a loro volta garantiscono un adeguato coadattamento delle iniziative individuali, lasciando contemporaneamente indeterminato il grado in cui i molteplici bisogni particolari saranno soddisfatti, vale a dire lasciando indeterminato l’ordine che concretamente si realizzerà.

Ciò significa che dobbiamo creare le condizioni favorevoli al bene comune, piuttosto che pianificare il bene comune.

Ciò significa che la politica dovrebbe limitarsi ad essere variabile complementare e non assumere il ruolo di variabile decisiva ed indipendente delle nostre vite.

In conclusione, come scrisse F. von Hayek in La via della schiavitù:

Il principio di ogni tentativo di creare un mondo di uomini liberi deve essere il seguente: una politica di libertà per l’individuo è la sola politica veramente progressista.

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Velocità di circolazione della moneta con la carta di credito

Mer, 14/12/2016 - 08:56

In periodi di crisi si dice sempre che: “bisogna fare in modo che ci sia un aumento della circolazione monetaria”. Tutti sappiamo che solo la BANCA CENTRALE EUROPEA è autorizzata a stampare denaro. Va bene, ma allora come fare? Esempio: per convenzione, diciamo che lo stipendio dei dipendenti, non statali, è generalmente pagato il giorno 10 del mese successivo, alla prestazione del lavoro, ed i dipendenti per tutto il mese potranno disporre del solo utilizzo dello stipendio ricevuto il 10 del mese precedente. Come diceva Richard CANTILLON (1680–1734): “SOLO IL DENARO E’ IL VERO NERBO DELLA CIRCOLAZIONE”, quindi si dovrebbe “dare vita” ad un nuovo modo perché questa circolazione sia più veloce possibile. Ora, sapendo che le aziende non possono disporre del denaro (sempre per convenzione) prima del giorno 10 del mese successivo, per il pagamento degli stipendi, come possiamo mettere in circolazione del denaro?

Bene, supponiamo che il pagamento degli stipendi abbia una cadenza settimanale anziché mensile.

Come? A mio avviso, semplicemente con una CARTA di CREDITO. Basterebbe dotare l’azienda di una carta di credito con la quale paga lo stipendio settimanalmente ai dipendenti incrementando immediatamente la disponibilità di liquido, con un notevole incremento della circolazione monetaria – trasformando così :

il denaro elettronico in denaro reale

Facendo un rapido calcolo possiamo immaginare circa 22 milioni di dipendenti che ricevono, “in contanti”, sempre circa, (e mediamente) 500 euro la settimana? Forse per un mese (o per 12 mesi …) siamo “diventati” come la BANCA CENTRALE EUROPEA. E, a mio avviso, con un notevole giovamento per le attività commerciali, artigianali ecc. Ovviamente, come tutti sappiamo le carte di credito avranno il saldo dello “speso” il giorno 10 del mese successivo, così per le aziende non cambierebbe niente. E se, oltre alle aziende, anche i dipendenti si dotassero di una carta di credito? …

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Concetti economici: il mercantilismo come strumento di pianificazione economica delle monarchie

Lun, 12/12/2016 - 08:24

Il Sistema Feudale ha portato alla disgregazione dell’unità della gran parte dell’Europa occidentale, meridionale ed orientale, conosciuta sotto l’Impero Romano. Dopo la caduta di Roma, l’Europa si divise in entità politiche ed economiche, locali e regionali, con un alto grado di isolamento le une dalle altre ma floride politicamente ed economicamente.

Tuttavia, a partire dai secoli XV e XVI, le nuove forze in gioco cominciarono a invertire la situazione. I Re ed i principi erano determinati a concentrare il potere nelle proprie mani, come governanti “assoluti” e questo significava ridurre il potere delle autorità nobiliari a livello locale e regionale.

Il mercantilismo si è sviluppato negli stati-nazione emergenti sotto i re, in particolare in Francia, in Spagna ed in Gran Bretagna, come un insieme di strumenti economici utili a centralizzare il potere ed il controllo politico.

Il cambiamento, in queste nazioni, è stato implementato in modi e misure diverse. In Spagna e in Francia le monarchie divennero quasi “assolute” nella misura in cui i metodi e le tecniche del tempo consentirono questa concentrazione di potere nelle mani dei re. In Gran Bretagna, una lunga storia di resistenza della nobiltà, contro la perdita dei loro diritti e privilegi “tradizionali”, impedì che ciò accadesse come invece sperimentato nelle altre nazioni.

 

Gli elementi chiave del mercantilismo

Il famoso economista e storico svedese, Eli Heckscher, nel suo studio classico: Il Mercantilismo (1935), ha riepilogato gli elementi del sistema mercantilista di pianificazione economica e di intervento in cinque punti:

  1. Il Mercantilismo come sistema di unificazione politica Il mercantilismo era principalmente un agente di unificazione … Il suo primo obiettivo era di rendere gli scopi dello Stato decisivi in una sfera economica uniforme e di asservire tutta l’attività economica alle valutazioni rispondenti ai requisiti dello Stato e al dominio dello Stato considerato come uniforme in natura.

  2. Il Mercantilismo come sistema di potere Quale era l’oggetto del mercantilismo utilizzato dalle forze economiche nell’interesse dello Stato? La principale risposta consisteva … nel rafforzare l’autorità dello Stato stesso; concentrata sul potere dello Stato … innanzitutto sul potere esterno dello stato in relazione con gli altri Stati.

  3. Il Mercantilismo come sistema di protezione L’approccio del mercantilismo relativamente all’approvvigionamento dei mezzi necessari a soddisfare i bisogni degli esseri umani, ad esempio, le materie prime, era la teoria in base alla quale la politica economica doveva essere principalmente diretta a proteggere un paese dal pericolo di avere troppe merci (importate da altri paesi).

  4. Il Mercantilismo come sistema monetario La relazione fra denaro e merci, nella concezione mercantilista dell’economia, era rappresentata dalla teoria della bilancia commerciale … Le considerazioni sulla bilancia commerciale ed il significato di denaro occupavano senza dubbio una posizione centrale nel mercantilismo.

  5. Il Mercantilismo come concezione della società Il mercantilismo ha rivelato un concetto abbastanza uniforme dei fenomeni sociali generali nel campo dell’economia ed anche questo ha influito in molti modi sulla natura della politica economica (per esempio: una concezione della società in cui tutti gli interessi dovevano essere fatti obbedendo al monarca come si evince dalla celebre frase del re di Francia, Luigi XIV – “Lo Stato sono io”).

Il dovere del Re di tutelare la produzione, il lavoro e le entrate dello Stato

Nella concezione mercantilista dello stato-nazione e della società in generale era dato per scontato che il governo del Re avesse sia il diritto e sia la responsabilità di controllare e dirigere le attività economiche dei suoi sudditi. Le terre e le persone in questi paesi erano riconosciute come proprietà del Re, che le utilizzava e ne disponeva nel modo che considerava più vantaggioso per i suoi interessi.

Nella misura in cui il monarca dimostrava un interesse per il benessere più immediato dei suoi sudditi, lo faceva solo in quanto mezzo necessario ai fini del suo miglioramento. Antoine de Montchrestien (1575-1621) elaborò questa opinione nel suo libro, Un Trattato sull’economia politica (1615), indirizzato al Re e alla Regina di Francia, nel quale avvertì del pericolo di permettere ai venditori stranieri di competere nel mercato francese.

“Innanzitutto, faccio notare alle loro Maestà che tutti gli attrezzi, la cui produzione è utilizzata, sia dentro che fuori del regno e non solo nelle città, ma in intere province, possono essere costruite abbondantemente e ad un ottimo prezzo nel paese di vostra Signoria.

Oltre a ciò, permettere di ricevere merci straniere qui significa togliere il lavoro a diverse migliaia di Vostri sudditi per i quali queste attività sono eredità e fonte di reddito; significa quindi ridurre la Vostra ricchezza e l’abbondanza che deriva e si incrementa attraverso la ricchezza del popolo. ”

Montchrestien ha proposto, a conclusione di questa argomentazione, ai Sovrani: “Quindi, dobbiamo gustare i frutti del nostro lavoro, ossia dobbiamo fare affidamento su noi stessi”.

L’idea del Mercantilista era che gli scambi con altri paesi fossero una fonte di disastro nazionale, compresa la perdita di posti di lavoro e la caduta dei redditi. Minava le tradizioni commerciali, che erano considerate il “patrimonio” del popolo, abbassando il gettito fiscale e riducendo così i ricavi del governo.

 

Il saldo attivo della bilancia commerciale per ottenere ricchezza (“Tresure”)

Tuttavia, sosteneva il Mercantilista, avrebbero potuto esserci dei guadagni derivanti dal commercio se il valore delle merci importate da altri paesi fosse ridotto al minimo e massimizzato il valore delle merci esportate. Quindi, i Mercantilisti sostenevano che il governo controllasse e dirigesse il commercio con l’estero per assicurare una bilancia commerciale “positiva”.

Thomas Mun (1571-1641) articolò questa idea nel suo lavoro, pubblicato postumo, Il Tesoro dell’Inghilterra nel commercio estero (1628):
“Anche se un Regno può essere arricchito dai doni ricevuti o acquistati da altre nazioni, queste sono cose incerte e, quando accadono, di poco conto. Quindi per aumentare la nostra ricchezza ed il nostro patrimonio nel commercio estero dobbiamo sempre osservare la regola: vendere agli stranieri – annualmente – più merci di quante loro merci consumiamo.

Supponiamo che questo Regno sia abbondantemente servito di stoffa, piombo, stagno, ferro, pesce e altre materie prime locali, dobbiamo, quindi, ogni anno esportare il surplus per un valore di duecentomila sterline; il che significa che siamo in grado, anche oltremare di acquistare ed importare merci straniere, per nostro uso e consumo, per un valore di cento ventimila sterline;

Per questo motivo deve essere tenuto in debita considerazione il nostro commercio, noi siamo certi che il Regno si arricchirà di duecentomila sterline l’anno, perché quella parte del nostro magazzino merci che non viene stornata ed utilizzata deve necessariamente essere reinserita nel patrimonio nazionale.

Per i Mercantilisti, la forma più grande e più preziosa della ricchezza (“tresure”) era il denaro, sotto forma di oro e argento. Con una grande “cassa di guerra” di oro e argento, il monarca sarebbe stato in grado di acquistare in patria e fuori tutti i beni e i servizi necessari per vincere conflitti e combattimenti, fra le nazioni del mondo, che i mercantilisti consideravano inevitabili e ineludibili nel “grande gioco” della sopravvivenza politica internazionale. Thomas Mun diceva:

“Un re che vuole mettere da parte molto denaro deve tentare con tutti i mezzi positivi di mantenere e aumentare il suo commercio estero, perché è l’unico modo per raggiungere non solo i suoi fini, ma anche per arricchire i suoi sudditi a suo beneficio futuro…

Il Guadagno dal commercio estero deve essere la regola per incrementare il loro patrimonio, anche se non dovesse esserci più ogni anno, in periodo pace prolungata e ben gestito col fine di trarne vantaggi, può diventare una grande somma di denaro in grado di consentire l’organizzazione di una difesa prolungata e può, persino, far finire o cambiare le sorti di una guerra. ”

Il corollario di questa politica è stato un tentativo consapevole di essere più autosufficienti possibile limitando le importazioni necessarie alle materie prime lavorabili e finibili in patria; questo “stimolerebbe” l’occupazione nazionale, andando incontro ad alcune esigenze economiche nazionali, e aggiungerebbe valore alla riesportazione in modo da creare un continuo flusso d’oro e d’argento da aggiungere al “patrimonio” del Re.

 

Un Impero coloniale dipendente e la Madre Patria

Anche il mercantilismo ha riconosciuto che la “madre patria” dovesse possedere colonie ricche in tutto il mondo, facendo sì che con i territori coloniali possa avere il controllo su risorse utili e sulle materie prime essenziali per il proprio sviluppo economico, garantendo per essa un apporto essenziale nei periodi di guerra con altri stati-nazione.
Per questo era richiesto alla “madre patria” di amministrare e mantenere i suoi territori coloniali in una posizione di sottomissione. Così, per esempio, il governo britannico ha tentato di limitare lo sviluppo e la produzione nelle sue tredici colonie americane.
In questo modo, la loro dipendenza dalla “madre patria” per i prodotti finiti, in cambio di materie prime coloniali, avrebbe reso più difficile per tali colonie diventare economicamente indipendenti da essa. E’ inoltre accertato che la “madre patria” potrebbe avere un guadagno netto – un saldo positivo della bilancia commerciale – anche dalle proprie dipendenze coloniali.

 

La pianificazione dell’economica nazionale sotto il Mercantilismo

Per evitare che i sudditi del re commerciassero liberamente con acquirenti e venditori di altri paesi, il potere statale è stato utilizzato per impedire le transazioni disapprovate dal re, costringendo i produttori a produrre ciò che il monarca riteneva gradito vendendo ai prezzi che dal monarca erano considerati “giusti” ed “equi”.
Il Reale di Francia, forse, è stato il più determinato a imporre e far rispettare i dettami economici mercantilisti. Il famoso liberale classico francese e sostenitore della libera impresa, Charles Dunoyer (1786-1862), ha spiegato la portata e la forma di molti di questi controlli e regolamenti governativi nel suo libro, Il passaggio alla Libertà (1845):

“Lo Stato ha esercitato sull’industria manifatturiera la giurisdizione più illimitata ed arbitraria. Ha disposto senza scrupoli delle risorse dei produttori; ha deciso chi sarebbe stato autorizzato a lavorare, cosa gli sarebbe stato permesso di fare, quali materiali avrebbero dovuto essere impiegati, quali processi seguiti, quali forme avrebbero dovuto essere date alla produzione.
Non era sufficiente fare bene o fare meglio; era necessario fare secondo le regole … Dovevano essere rispettate le norme di legge non i gusti dei consumatori. Legioni di ispettori, commissari, controllori, giurati, custodi erano incaricati della esecuzione della normativa.
I macchinari venivano distrutti ed i prodotti bruciati quando non erano conformi alle regole. C’erano diverse serie di regole per i beni destinati al consumo interno e per quelli destinati all’esportazione. Un artigiano non poteva scegliere il luogo in cui stabilirsi, né lavorare in tutte le stagioni, né lavorare per tutti i clienti.
Esiste un decreto del 30 marzo 1700 che limita a diciotto città il numero di luoghi dove le calze potevano essere tessute. Un decreto del 18 giugno, 1723, impone ai produttori di Rouen di sospendere il lavoro dal 1 ° luglio al 15 settembre, al fine di facilitare la raccolta (dei prodotti dell’agricoltura ndt).
Quando Luigi XIV si decise a costruire il colonnato del Louvre, proibì ai privati di impiegare operai senza il suo permesso, con una penale di 10.000 lire e proibì anche agli operai di lavorare per i privati, pena la reclusione, alla prima infrazione, e la galera, per la seconda. ”

C’era anche la testimonianza del signor Roland, che ha vissuto nella città francese di Rouen, relativamente al trattamento di uomini d’affari e commercianti accusati di violare le norme ed i regolamenti imposti dal governo sotto il mercantilismo, citato nella Storia della politica economica in Europa di Jerome-Adolph Blanqui (1846):

“I produttori sono stati condannati, i loro beni confiscati, copie del loro giudizio di confisca iscritto in ogni luogo pubblico; fortuna, reputazione, credito, tutto perso e distrutto.
E per quale reato? Perché avevano fabbricato un tipo di tessuto in lana pettinata chiamato shag, com’è in uso in Inghilterra, e vendendolo in Francia, mentre le norme francesi stabilivano che il tipo di tessuto doveva essere mohair (Fibra tessile ricavata dal pelo delle capre tibetane e d’Angora, particolarmente morbida e lucente n.d.t.).
Ho visto altri produttori trattati nello stesso modo perché avevano fatto dei camlets (collari su camicette delle donne) di una particolare larghezza, utilizzata in Inghilterra e in Germania, per i quali c’era una grande richiesta dalla Spagna, dal Portogallo, da altri paesi e da altre parti della Francia, e per i quali la normativa francese prescriveva altre larghezze. ”

Ma una delle migliori descrizioni di quanto fosse diffusa la normativa mercantilista ed i controlli estesi in ogni angolo della società francese è quella che si trova nel libro di Alexis de Tocqueville (1805-1859): La Rivoluzione francese ed il vecchio regime (1856), e vale la pena citarle per esteso:

“Il governo aveva accentrato nella sua gestione tutte le città del regno, grandi e piccole. Esso era consultato da tutti i sudditi e dava pareri su tutto e regolava anche le sagre. Era il governo che dava disposizioni per i festeggiamenti in pubblico, per i fuochi d’artificio, per le illuminazioni …
Non c’erano il Parlamento, né proprietà, né governatori ma solamente una trentina di Capi per le richieste (vale a dire dirigenti burocrati delle agenzie di pianificazione a Parigi), per quanto concerneva il benessere, la miseria, l’abbondanza o tutto quanto ritenevano dipendesse da loro …
Sotto il vecchio regime, come oggi, nessuna città, quartiere, villaggio, borgo, per quanto piccolo, nessun ospedale, chiesa, convento, università poteva esprimere una volontà libera nei suoi affari privati, o amministrare la sua proprietà, come si credeva meglio. Allora, come oggi, l’amministrazione era il guardiano di tutto il popolo francese …
Era necessario un grande apparato perché il governo potesse sapere tutto e gestire tutto a Parigi. Le quantità di documenti archiviati erano enormi e la lentezza con cui le imprese pubbliche trattavano gli affari era tale che – in meno di un anno – sono stato in grado di scoprire ogni caso in cui un paese aveva ottenuto il permesso di aumentare i campanili della chiesa o riparare il suo presbiterio. In generale, passavano due o tre anni prima che tali petizioni venissero soddisfatte, concesse…
I ministri sono sovraccarichi di informazioni sugli affari. Tutto è fatto da loro o attraverso loro e se le informazioni non erano coincidenti con il loro potere, erano costretti a lasciare che i loro impiegati agissero a piacimento diventando i veri padroni del paese (cioè, l’autorità è stata delegata a una burocrazia permanente) …
Una marcata caratteristica del governo francese, anche a quel tempo, era l’odio che portava verso chiunque, sia esso nobile o meno, e che ipoteticamente si immischiava negli affari pubblici, senza portarli alla sua conoscenza. Il governo era spaventato dall’organizzazione del più piccolo ente pubblico che avesse osato esistere senza il suo permesso. Il governo era turbato dalla formazione di una società libera. Non si poteva tollerare alcuna forma di associazione che si fosse arbitrariamente formata e su cui aveva presidio. In poche parole, si contrastavano le persone che guardavano oltre i loro interessi e si preferiva l’inerzia generale alla rivalità …
Avendo il Governo annesso la località della Providence, le persone invocarono un aiuto per i loro bisogni privati. Sono state ricevute cumuli di petizioni da persone che volevano vedere soddisfatti i loro scopi privati e meschini, sempre per il bene pubblico…
Nessuno si aspettava di riuscire in una impresa qualsiasi senza aiuto dello Stato. Gli agricoltori, i quali, come categoria, sono generalmente testardi e irrequieti, sono stati indotti a credere che l’arretratezza dell’agricoltura fosse dovuta alla mancanza di consigli e aiuti da parte del governo …
A malincuore leggiamo questo: gli agricoltori chiedono di essere rimborsati del valore del bestiame o dei cavalli perduti; uomini in difficoltà implorano per un prestito che consenta loro di lavorare la terra con profitto; produttori implorano che i monopoli schiaccino la concorrenza; uomini d’affari confidano i loro problemi finanziari all’Intendente (il burocrate locale), chiedendo assistenza o un prestito. Sembrerebbe che i fondi pubblici fossero suscettibili ad essere utilizzati in questo modo …
La Francia è altro rispetto a Parigi e poche lontane province che Parigi non ha ancora avuto il tempo di inglobare.”

 

Il contrabbandiere: eroico riformatore del libero scambio

Quanto più le politiche mercantilistiche del governo hanno tentato di limitare e deviare la produzione, il commercio e gli affari in direzioni diverse da come gli individui avrebbero voluto orientare le proprie attività, tanto più hanno creato incentivi per il “contrabbando” – il mercato nero – per aggirare i controlli.
Gli economisti liberali del XIX secolo compresero, e spesso misero in evidenza, che le normative restrittive, distorsive e fuori luogo avevano soffocato un più libero commercio, più aperto all’interno e tra le nazioni e che, come reazione correttiva, si è creato il “mercato nero” per aggirare da ogni parte le imposizioni dello Stato. Ha spiegato Jerome-Adolph Blanqui:

“E’ nella natura delle cattive istituzioni quello di non essere mai rispettate, dando vita a proteste che finiscono col determinarne la riforma. Il contrabbando era l’unico sistema (contro il mercantilismo) e la costante e più espressiva di queste proteste …
E’ alquanto preciso nelle sue consegne come il mercante più scrupoloso; sfida le stagioni ed i guardiani delle dogane, a tal punto che le compagnie di assicurazione, che lo proteggono, possono contare su un minor numero di perdite rispetto a qualsiasi altro.
Il contrabbando è, infatti l’unico mezzo che resta alle varie attività per procurarsi i prodotti vietati, il cui uso è indispensabile per esse…
E’ grazie al contrabbando che il commercio non perì sotto il regime mercantilista … Mentre gli eruditi discutono e il commercio langue, il contrabbando si realizza in frontiera, si presenta con la forza irresistibile dei fatti reali e la libertà di commercio non ha mai ottenuto una vittoria per la quale il contrabbando non avesse tracciato la strada. ”

In effetti, il mercato nero è stato considerato da Nassau Senior (1790-1864), un esponente dell’economia inglese del XIX secolo, come un elemento importante per spostare il sistema economico nella direzione della riforma del libero mercato. Nelle sue, Tre lezioni sul cambio dei metalli preziosi da paese a paese e la teoria Mercantile della ricchezza (1828), Senior ha sostenuto:

“Il contrabbandiere è un riformatore radicale ed accorto.
Il contrabbandiere è essenziale per il benessere di tutta la nazione.
Tutto il commercio estero dipende da lui. Tuttavia, sono lontano dal pensare che l’effetto diretto dei suoi sforzi (del contrabbandiere) per darci un libero scambio di quei beni che, per la loro quantità ed il loro valore, rientrino nella sua competenza, sia una forma di corrispettivo per il crimine, la miseria e la spesa pubblica (del sistema mercantilista).”

Nella seconda metà del XVIII secolo fu messa in discussione la concezione mercantilista della società e dell’economia. Francia e Scozia guidavano questo cambio di visione. Queste idee hanno indebolito le logiche per la regolazione ed il controllo delle attività economiche nella società.
Al suo posto nacque un il concetto e la visione di una società libera basata sulla libertà individuale ed il libero scambio, basata sul mercato e l’accesso al benessere. In Francia, questi nuovi pensatori erano conosciuti come i Fisiocratici, mentre in Gran Bretagna come i Filosofi Morali Scozzesi.

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Concetti economici: I fisiocratici francesi e il laissez-faire

Ven, 09/12/2016 - 08:38

Nei decenni centrali del secolo XVIII due scuole di pensiero emersero, uno in Francia e l’altro in Gran Bretagna ed erano critiche verso il mercantilismo, il sistema di di programmazione economica e la regolamentazione del governo nel 1700. In Gran Bretagna, i principali pensatori erano membri di quello che poi è diventato noto come: i Filosofi Morali Scozzesi.
In Francia, i sostenitori delle nuove idee di libertà economica, erano conosciuti come i Fisiocratici. Il termine deriva dalla parola greca, “Fisiocrazia” che significa “regola naturale”. Essi, inoltre amavano chiamarsi “gli Economisti”.
La loro critica principale era verso lo stato normativo del loro tempo, insistendo sul fatto che c’era un “ordine naturale” tanto per le cose nel mondo sociale, quanto nel mondo fisico. Una corretta collocazione delle istituzioni nella società era necessaria per la riflessione sulla natura dell’uomo, le sue esigenze di sopravvivenza, di miglioramento ed il suo rapporto con gli altri nella società.
Come riassunto dall’economista austriaco Murray Rothbard.
“nell’economia politica, i Fisiocratici furono tra i primi pensatori del laissez-faire … dichiarandosi per la completa libertà di impresa interna ed esterna e per il libero scambio; libero da sussidi, privilegi di monopolio o restrizioni. Eliminando tali restrizioni ed esazioni, il commercio, l’agricoltura e l’intera economia potrebbero prosperare … Essi hanno inoltre sostenuto il funzionamento di un mercato libero e dei diritti naturali della persona e della proprietà.”

 

I Fisiocratici e l’ordine naturale della Società

Pierre-Paul Mercier de la Rivière fornisce una delle affermazioni più chiare della concezione del fisiocratico, dell’uomo e dell’ordine sociale interno: Il naturale ed essenziale ordine alle politiche della società (1767).
Ha detto Rivière: Ogni uomo ha un diritto naturale per garantirsi ciò che è necessario per la sua sopravvivenza. Questa definizione è stata, anche la pietra angolare, desumendo dalle relazioni, che sarebbe più giusto generare ricchezza per tutti gli uomini:
“Non credo che qualcuno possa negare l’esistenza del diritto naturale di garantire la propria sopravvivenza. Questo diritto fondamentale, infatti, è solo il risultato di un obbligo di base che si impone all’uomo sotto forma di sofferenza, di dolore o anche di morte …
Ora, deve essere chiaro che il diritto dell’uomo di garantire la propria sopravvivenza include anche il diritto di acquistare, col proprio lavoro, quelle cose che sono utili per la sua esistenza, così come il diritto di tenerle dopo la loro acquisizione. E’ evidente che questa seconda ragione è solo una parte della prima, per una non si può dire di aver acquisito ciò che non si ha il diritto di mantenere; il diritto di acquistare e il diritto di tenere, insieme, forma un solo e unico diritto anche se esercitato in tempi diversi …
La proprietà esclusiva della propria persona, che desidero chiamare patrimonio personale, perché ogni uomo ha l’assoluta necessità di esercitare questo diritto; poiché questa esclusiva proprietà personale sarebbe nulla senza il possesso esclusivo sul diritto di quelle cose che l’uomo acquista mediante il proprio lavoro, questo secondo diritto esclusivo di proprietà, al quale io darò il nome di “proprietà negoziabile”, è una necessità assoluta, come il primo da cui è derivato…
Una volta compreso che è assolutamente necessario che le proprietà personali e mobiliari sono diritti esclusivi, siamo in grado di renderci conto che ogni uomo ha anche dei doveri che sono di assoluta necessità. Questi doveri consistono nell’obbligo di non invadere i diritti dell’altrui proprietà, perché è evidente che senza questi diritti-doveri cesserebbe di esistere …
il godimento della proprietà e, di conseguenza, la sicurezza e la libertà sono l’essenza dell’ordine naturale e fondamentale della società. Questo aspetto è parte dell’ordine fisico e quindi le sue caratteristiche principali non sono in alcun modo arbitrarie.”

 

Francois Quesnay ed il flusso circolare del coordinamento economico

Se ci fosse un ordine naturale per la società, in che modo è assicurata l’armonia e l’equilibrio nelle attività produttive tra gli uomini? Una spiegazione è stata data da uno dei principali protagonisti dei Fisiocratici: Francois Quesnay.
Per due decenni Quesnay ha servito quale medico reale il re di Francia, Luigi XV.
Ma la sua attenzione ed i suoi interessi si sono concentrati ugualmente sul sistema sociale e sul suo funzionamento. Ha mescolato la sua conoscenza del settore agricolo con la sua formazione di medico.
Egli ha sostenuto che era la produzione della terra la base di ogni prosperità nella società (risorse e la produzione di cibo). Produzione e mestieri industriali erano derivati e non fonti primarie di ricchezza. Non si potrebbe trasformare niente in prodotti finiti per il consumo e per altri usi produttivi, se non fossero stati estratti dalle risorse della terra ed il terreno non fosse stato dissodato da coloro che lavoravano la terra e quelli che sono stati impiegati nelle imprese industriali potrebbero avere i mezzi per la sopravvivenza materiale. Quesnay ha sostenuto così, la divisione del lavoro, sono stati i settori dell’agricoltura il fondamento della società e per il suo benessere economico.
Nel 1758, Quesnay ha preparato per il Re la sua famosa Tableau Economique (“La Tavola Economica”) che è stata progettata per illustrare l’interdipendenza fra agricoltori, proprietari terrieri, produttori e commercianti nei vari settori dell’economia attraverso il flusso di beni e denaro. Dimostrando così uno sviluppo armonioso ed un auto-bilanciamento nel coordinamento e nella divisione del lavoro.
La Tavola Economia di Quesnay ha delineato l’interdipendenza nelle varie attività specializzate all’interno dell’ordine economico. Le risorse ed i prodotti alimentari derivati dai settori agricoli sono scambiati con i prodotti fabbricati nelle città. I produttori e gli artigiani della città forniscono a quelli che lavorano nel settore agricolo gli strumenti e gli attrezzi aumentando così la loro capacità produttiva della terra, nonché con gli articoli (prodotti ndt) finiti, per il consumo, che gli agricoltori non possono facilmente produrre per se stessi.
Più era abbondante la produzione dalla campagna, più le persone potevano essere tolte dall’agricoltura per specializzarsi nella produzione in città. Più migliorava la produzione specializzata migliori erano gli strumenti e le attrezzature per quelli che lavoravano in agricoltura potendoli acquistare per migliorare i tempi della propria produttività.
Le merci circolavano e venivano scambiate dalle campagne alle città e dalle città alla campagna. E la circolazione di tutte queste varietà di merci tra città e campagna è stata facilitata per mezzo del denaro; lo schema intricato di Quesnay ha dimostrato che i beni pagati in denaro ed il denaro pagato per i beni circolavano attraverso le varie parti del sistema economico e come la ricchezza sia distribuita tra i contadini, i produttori, i commercianti, il Re e la Chiesa.

 

Lasciare i mercati liberi di fissare i prezzi e la produzione diretta

Quesnay ha insistito sul fatto che il governo non aveva alcun ruolo essenziale nel dirigere o controllare il flusso circolante di merci tra le città e la campagna ed il flusso di corrispondenza di denaro tra l’agricoltura e la produzione per facilitarne gli scambi. Non c’era bisogno che il governo regolamentasse i prezzi a cui le merci venivano offerte e vendute. Quesnay ha dichiarato: “Non cercate di fissare i prezzi”, “Solo la concorrenza può regolare i prezzi con equità.”
Lo stesso vale per il commercio internazionale. Il dogma mercantilista che il commercio tra le nazioni avesse sempre portato ad un guadagno per uno dei commercianti e la perdita per l’altro era sbagliato. Ha dichiarato Quesnay: “Fermati amico mio, fermati e non lasciarti ingannare dalle speculazioni politiche che mirano a convincere che nel commercio è possibile avere profitto a scapito di altre nazioni. Il giusto e buon Dio ha fatto in modo che questo sia impossibile.”

La migliore politica da seguire per il governo è: “laissez passer, laissez faire” (lasciar passare, lasciar fare ndt) – far passare le merci e lasciare che gli uomini prendano le loro decisioni.
Gli illuministi francesi, di quei decenni centrali del XVIII secolo, erano ugualmente preoccupati per l’onere finanziario che il governo aveva imposto alle persone a causa di tassazioni stravaganti ed inutili e sperperava la ricchezza sudata dai cittadini minando i loro guadagni provenienti dal lavoro e dall’industria. Lo ha detto con parole particolarmente penetranti ed eloquenti il barone di Montesquieu (1689-1755) nel suo: Lo spirito delle leggi (1748).

“Le entrate dello Stato sono una porzione che ogni cittadino dà dei suoi beni, in modo da avere la sicurezza o il godimento adeguato di tutto il resto. Al fine di decidere tali entrate, si devono considerare sia le necessità dello Stato sia le necessità dei cittadini. Non bisogna prendere dalle reali necessità dei cittadini per i bisogni immaginari dello Stato.
I bisogni immaginari sono quelli dettati dalle passioni e dalle debolezze di chi governa, il fascino di un progetto straordinario, l’invidia, i malati di vanagloria ed una certa impotenza dello spirito di fronte alle loro fantasie. Spesso coloro che, con anima inquieta, sono a capo del business pubblico, sotto un principe, hanno pensato che le esigenze delle loro piccole anime siano le esigenze dello Stato.
Non vi è nulla che la saggezza e la prudenza non possano regolare più che la parte tolta ai sudditi e la parte lasciata per loro. Le entrate pubbliche non devono essere misurate da ciò che la gente può dare, ma da ciò che essi dovrebbero dare e se sono misurate da ciò che la gente può dare, deve essere almeno da quello che si può sempre dare …
L’effetto della ricchezza di un paese è quello di riempire tutti i cuori con l’ambizione; l’effetto della povertà, invece è quello di portarli alla disperazione. L’ambizione è stimolata dal lavoro; la povertà è confortata dalla pigrizia. La natura è sola verso gli uomini. Li premia per i loro dolori; li rende grandi lavoratori, perché lei attribuisce maggiori ricompense ad una maggiore lavoro. Ma se un potere arbitrario rimuove la ricompensa della natura, il disgusto e l’inerzia per ritornare al lavoro sembrano essere l’unica cosa buona …
Se alcuni cittadini non pagano abbastanza, non è un grande danno, la loro abbondanza ritorna sempre al pubblico; se alcuni individui pagano troppo, la loro rovina si rivolta contro il pubblico. Se lo Stato corrisponde le sue fortune a quella degli individui, l’abbondanza degli individui farà presto aumentare il suo patrimonio.
Tutto dipende dal momento. Sarà lo stato ad iniziare, impoverendo i suoi sudditi al fine di arricchirsi? O ci si aspetta che i suoi sudditi si arricchiscano al proprio ritmo? Avrà vantaggio il primo o la seconda? Avrà imparato ad essere ricco o finirà per essere così?”

 

L’esperimento di Jacque Turgot con la riforma del mercato libero

Un altro membro della Scuola Fisiocratica, Anne Robert Jacques Turgot, ha tradotto, in pratica, alcune delle idee per una maggiore libertà economica, almeno in misura limitata. Nel 1761 Turgot fu nominato intendente (o governatore) della provincia francese di Limoges – una posizione che ha ricoperto per 12 anni, con poteri amministrativi totali entro i confini della provincia e come rappresentante locale dell’autorità centrale di Parigi.
Ha tolto una delle imposte più oppressive e odiate della provincia, la corvée (il lavoro forzato ndt), richiesta obbligatoriamente ai contadini per costruire e riparare le strade e per le quali gli operai non percepivano alcuna retribuzione.
Chiunque si fosse opposto o non era riuscito a svolgere il lavoro richiesto fino alla fine poteva essere imprigionato o arrestato e costretto a lavorare. Turgot, invece, pagati gli stipendi per i lavoratori qualificati che completavano i lavori stradali, fissava una modesta tassa da applicare, a tutti i contribuenti, residenti all’interno della provincia, per coprire le spese. In breve tempo, le strade di Limoges furono considerate fra le migliori di Francia.

Uno dei contemporanei di Turgot ha detto sulla abolizione della corvée: “le generazioni successive benediranno il nome di Turgot per l’abolizione della corvée, per la volontà di Tourgot . Ci sono azioni su cui comporre un inno, come in una battaglia vinta e questa vale più delle vittorie “.
Più tardi, quando Turgot in servizio come il Controllore Generale, ha ordinato, per tutta la Francia, la soppressione di questa crudeltà, il lavoro forzato (la corvèe), disprezzata in tutto il paese. Ed ha insistito che era importante: “non sacrificare la libertà dei sudditi del Re.”

 

Il libero commercio tra le Province di Francia

Un’altra riforma che Turgot favorì era l’abolizione delle leggi che limitavano la libera di circolazione dei prodotti agricoli da una parte all’altra della Francia, in particolare durante il tempo di carestia. La libertà di commercio tra le province di Francia garantirebbe un parziale spostamento delle forniture di grano disponibili a tali province che stanno vivendo la fame ed un prezzo alto per i cereali da quelle province detentrici di una maggiore abbondanza e quindi a prezzi più bassi per il pane. Diceva Turgot:

“E ‘necessario, quindi, che il trasporto e lo stoccaggio di grano debbano essere completamente liberi, perché se gli abitanti di una particolare città si arrogano il diritto di impedire che il grano vada altrove, allora anche le altre città crederanno di avere lo stesso diritto e così i luoghi dove la carenza è maggiore, non essendoci soccorsi da parte dagli altri, saranno condannati a soffrire la fame.
Inoltre, se i commercianti che costituiscono provviste di grano sono esposti agli insulti e alla violenza della popolazione, se i magistrati con i loro sospetti ed inchieste imprudenti, ingiungono di vendere ad un prezzo basso e sostengono il pregiudizio popolare contro questo commercio. . . e nessuno darà qualcosa di se stesso. . .

Quali disegni hanno le persone nella loro cieca agitazione? Che i commercianti debbano essere obbligati a vendere a buon mercato? Che debbano essere costretti ad avere delle perdite? In questo caso chi avrebbe portato loro il grano? Non si produce niente dai marciapiedi delle città. Presto, dai luoghi di mera scarsità, ne seguirebbe una carestia.”

Turgot fece finire anche l’acquartieramento forzato dei soldati nelle case delle persone in provincia. Ed ha invece affittato diverse case e costruite altre ponendo fine a quella che era stata una pratica particolarmente odiosa del governo.
Nel suo ultimo anno come Intendente di Limoges, nel 1773, Turgot si espresse a favore di una maggiore libertà economica in generale, dicendo: “So che nessun altro stimolo ha significato su qualunque cosa si conceda, con la massima libertà di commerciare, come lo è la libertà da tutte le tasse”.

 

Turgot come Controllore Generale ed il caos finanziario della Francia

Nell’agosto del 1774, Jacque Turgot fu nominato Controllore Generale delle Finanze di Francia dal nuovo re, Luigi XVI. Le finanze del governo francese erano nel caos più totale a causa delle esorbitanti spese della casa reale, con un debito accumulato di 2,470,000,000 lire (un lira vale quindi circa 20 centesimi). Le spese reali nel 1774 da sole sono state di 399,200,000 lire, con introiti fiscali per solo 371,980,000, lasciando un deficit di 27,220,000 lire.

Turgot ha scritto al Re dicendo che il fallimento del governo doveva essere evitato, ma le tasse non dovevano essere aumentate e non si dovevano fare più prestiti per coprire le spese. Invece, il governo dovrebbe istituire una politica di ridimensionamento attraverso profondi tagli alla spesa (spending review ndt). Egli ha anche detto al Re che ha capito la collera che poteva aspettarsi da coloro che erano abituati a favori finanziari, privilegi e sussidi da parte del governo. Diceva Turgot:

“Prevedo che sarò da solo nella lotta contro gli abusi di ogni genere, contro il potere di coloro che traggono profitto da questi abusi e contro la folla di persone e pregiudizi che si oppongono a ogni riforma e che sono strumenti siffatti e potenti nelle loro mani, interessate a perpetuare il disordine. Dovrò lottare anche contro la naturale bontà e generosità della vostra Maestà e delle persone che le sono più care. Sarò temuto, odiato anche da quasi tutta la corte e da tutti coloro che sollecitano favori.”
Prima della sua rimozione dalla carica, Turgot ha tentato di realizzare le riforme di libero mercato che considerava essenziale per il miglioramento del popolo di Francia. Tutto ciò che Turgot ha anticipato, nella sua lettera al Re, si è avverato.

 

Riforme del mercato libero di Turgot

Ha abolito tutte le restrizioni sul commercio libero del grano all’interno della Francia, dichiarando: “Sia libera per tutte le persone a prescindere, di continuare quanto possa sembrare meglio per loro, il loro commercio di mais e farina, di vendere e comprare in qualunque parte dei luoghi scelti in tutto il regno.”
Egli abolì la pratica dei controllori generali che per la nomina ad esattori delle tasse pagavano enormi tangenti. Abolite anche le restrizioni e gli abusi finanziari contro gli stranieri residenti in Francia. Ha eliminato le pratiche discriminatorie contro la tassazione delle varie sezioni statali francesi che scoraggiavano gli investimenti ed il lavoro.
Ha chiesto alle autorità provinciali di ridurre le normative sulle violazioni dei produttori e dei commercianti nelle loro aree di competenza. Ha spezzato il potere privilegiato dei Monopoli ponendo fine alle restrizioni legali che vietavano l’ingresso nei vari mercati di nuovi concorrenti, nonché le tasse locali che di fatto lo rendevano troppo costoso.
Infine, per portare le finanze sotto controllo del governo, Turgot ha iniziato il difficile processo di eliminazione di strati di burocrazia e di corti privilegiati di intermediari che hanno usato le loro posizioni per ottenere tangenti per interessi particolari, bramosi di privilegi e vantaggi politici . Turgot ha detto:

“E’ nell’interesse di tutto il regno che dobbiamo valutare, gli interessi ed i diritti di tutti i nostri sudditi, i quali come acquirenti o come venditori, hanno un uguale diritto di trovare un mercato per le loro merci e procurarsi l’oggetto dei loro bisogni alle condizioni più vantaggiose per se stessi.”

 

Gli interessi particolari per destituire Turgot

Più Turgot avviava e orientava tali riforme verso il libero mercato, maggiore era il numero di persone, con interessi particolari, che si trovavano con l’obiettivo comune per sconfiggerlo. La nobiltà e il clero hanno formato un fronte comune per opporsi a lui – soprattutto da quest’ultimo gruppo, perché Turgot era sospettato di opinioni “liberali” sulla religione.
I produttori interessati, che temevano i venti della libera concorrenza nei loro monopoli di mercato, hanno lavorato duramente per sconfiggerlo. La burocrazia ed i membri della corte reale hanno visto i loro privilegi, le entrate fiscali, le fonti di tangenti e di favori interessati, spazzati via furono contro di lui.
Infine, il 12 maggio 1776, il re depose Turgot. Il potere degli interessi aveva trionfato contro il riformatore “economista” che sognava di creare una Francia libera e prospera. Questa è stata anche l’ultima possibilità reale della Francia per la trasformazione economica, prima che la corruzione ed il caos finanziario del governo portassero alla catastrofe ed al terrore della rivoluzione francese nel 1789.

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E se le banche centrali cancellassero il debito pubblico?

Mer, 07/12/2016 - 08:40

Quando il lavoro di ogni uomo è appena sufficiente per il suo sostentamento non vi è possibilità di mantenere in vita uomini oziosi ed attività improduttive, poiché non vi può essere alcun surplus prelevabile.

Quanto più, invece, il lavoro di un uomo diviene produttivo oltre il limite dell’autosufficienza, tanto più vi sarà possibilità di mantenere in vita uomini oziosi ed attività improduttive.

Il capitale reale presente all’interno di una società può essere dunque misurato in termini di capacità di mantenere in vita uomini oziosi ed attività improduttive, vale a dire non corrispondenti alle effettive esigenze del mercato.

Di conseguenza, allorché la quantità di surplus rimane lo stesso, ogni incremento di capitali nominali, ossia monetari, o riduce la parte di surplus di ciascuno o solo quella di qualcuno in particolare.

In definitiva, quanto più la massa di capitali nominali cresce più della produzione corrispondente alle effettive esigenze del mercato, tanto più diminuisce l’interesse-profitto che è possibile estrarre dal capitale reale nel suo complesso.

Un paese il cui governo ha contratto un eccessivo debito pubblico è in sostanza un paese in cui l’interesse-profitto estraibile dal capitale reale nel suo complesso si è ridotto drasticamente e non riesce a ricrescere quantomeno quanto servirebbe, perché il peso degli uomini oziosi e delle attività improduttive è cresciuto maggiormente e più in fretta della produzione corrispondente alle effettive esigenze del mercato.

Il debito pubblico di un paese altro non è che un modo con cui i soggetti improduttivi possono prelevare surplus dal settore produttivo e vivere così sulle sue spalle.

Il flusso dei benefici derivanti dal settore pubblico crea soggetti improduttivi. Questo flusso produce soggetti improduttivi non solo all’interno di questo settore, ma anche al suo esterno, e più precisamente tra quei soggetti privati più contigui a tale settore.

Ovviamente, a seconda di come questo flusso viene canalizzato, ogni soggetto improduttivo lo sarà per diverso grado.

Negli ultimi anni, per via del scarso o inesistente successo delle politiche di controllo della dinamica del debito pubblico in molti paesi, politiche fondate su aumenti di imposizioni tributarie e di tagli, lì dove vi sono effettivamente stati, assolutamente inadeguati della spesa pubblica, si è fatta avanti un’idea alternativa per risolvere una volta per tutte il problema dell’eccesso di debito pubblico, ossia la cancellazione di quel debito pubblico detenuto dalle banche centrali.

Quando una banca centrale compra del debito pubblico, in asta o sul mercato secondario, in realtà lo sta comprando soltanto in maniera temporanea. L’autorità monetaria terrà, infatti, nei propri bilanci questo debito o fino alla sua naturale scadenza o lo rollerà finché non ritenga che l’economia abbia ripreso un corso sufficientemente progressivo.

Questo debito viene temporaneamente comprato iniettando nel sistema economico liquidità, nuova massa monetaria. Questa massa, sarà definitivamente rimossa solo quando la banca centrale riuscirà a vendere i titoli di debito pubblico in proprio possesso, rientrando così delle somme investite.

Tuttavia, se la banca centrale decidesse di non rivendere il debito pubblico in suo possesso, ma decidesse di cancellarlo, tale massa monetaria è destinata a restare permanentemente nel sistema economico al di sotto della banca centrale.

Cancellare il debito pubblico in possesso alle banche centrali significa, insomma, cancellare attivi della banca centrale stessa.

Da un punto di vista squisitamente contabile, questo oggigiorno per una banca centrale non è mai un problema: una banca centrale anche se si trovasse in una situazione in cui le passività superano gli attivi non corre mai il rischio d’insolvenza, in quanto gli è stato conferito dall’autorità statale, attraverso il ruolo di prestatore di ultima istanza, il corso legale sulla moneta imposto in linea di principio ed il corso forzoso, il potere di creare all’occorrenza ed interamente dal nulla tutti i mezzi legali di pagamento che vuole a costi praticamente inesistenti o insignificanti.

I favorevoli a questa misura sostengono che così facendo si rimetterebbe in moto un circolo virtuoso per l’economia: ad una riduzione sostanziale del debito pubblico corrisponderebbe un calo se non addirittura una estinzione totale degli oneri dovuti al pagamento degli interessi sul debito e conseguentemente si eviterebbero tutte quelle manovre di austerità fondate principalmente su aumenti di imposizione tributaria.

Inoltre, essi sostengono che tale massa monetaria di nuova creazione, una volta sottratta all’impegno di dover ripagare il debito, potrebbe essere completamente libera di essere utilizzata per ridurre i livelli di disoccupazione, riproponendo in tal modo il cosiddetto trade-off (relazione inversa) inflazione-disoccupazione che ha le sue basi nella curva di Phillips.

Per quanto concerne il summenzionato trade-off, cioè prezzi crescenti possono essere tollerati se la disoccupazione fosse ridotta a livelli tollerabili, ormai dovrebbe essere chiaro che espansioni della domanda aggregata, accompagnata da inflazione (crescita di capitali nominali oltre le capacità del capitale reale) possono ridurre la disoccupazione nel breve periodo, ma solo perché, e dunque fino a quando, gli effetti inflazionistici non saranno stati inevitabilmente anticipati.

Una volta che tali effetti sui salari reali vengono compresi si riaffermano gli aspetti strutturali permanenti dell’economia. Il livello dei prezzi sarebbe più elevato a causa dell’aumento della spesa monetaria, ma non ci sarebbe nessun aumento permanente dell’occupazione.

In aggiunta, giacché l’inflazione non si distribuisce mai uniformemente tra gli agenti economici, vengono a prodursi effetti redistributivi sui redditi a vantaggio dei primi percettori della nuova liquidità.

Asserito quanto e ritornando al centro del tema, se cancellare il debito pubblico in possesso della banca centrale sembra equivalere ad una mera operazione contabile a somma zero tra la stessa ed il Tesoro perché questo fino ad oggi non è stato ancora fatto?

In termini di percezioni fiscali dei cittadini l’inflazione difficilmente viene percepita per quello che in realtà è, ossia un’imposta redistributiva sui saldi monetari.

La diminuzione di ricchezza reale a cui molti soggetti vengono sottoposti a causa dell’inflazione viene, infatti, generalmente attribuita a fallimenti dell’economia di mercato, non alla creazione di moneta.

Tuttavia, per chi produce inflazione e ne gode del vantaggio di veder cambiato verso di sé il flusso di beni e servizi, vi è un limite, che è quello di stare attenti a non produrre troppa inflazione; troppa inflazione disturberebbe esageratamente l’ordine economico, spingerebbe sistematicamente le persone a smettere di risparmiare ed investire, comprometterebbe fortemente la produttività del sistema.

Se quell’uomo il cui lavoro produttivo che permette l’esistenza di uomini oziosi ed attività improduttive da un certo punto in poi riduce drasticamente il suo lavoro, uomini oziosi e attività improduttive dovranno necessariamente, nel loro insieme, quantomeno diminuire altrettanto drasticamente.

Un’accorta finanza inflazionistica genera una sottostima del costo-opportunità dei servizi pubblici.

La capacità del potere politico di contraffare non eccessivamente lo stock di moneta, riduce, infatti, il costo percepito del settore pubblico, promuovendo quindi un’espansione del settore pubblico.

Una contraffazione eccessiva di stock di moneta, al contrario, fa alzare il costo percepito del settore pubblico, riducendone pertanto le possibilità di espansione ed aumentandone contemporaneamente le possibilità di una contrazione.

Cancellare il debito pubblico detenuto da una banca centrale non rappresenta altro che una forma di finanza inflazionistica che trasforma un ricorso al prestito da parte del governo in creazione permanente di nuova moneta circolante (nel sistema economico al di sotto della banca centrale).

Proprio perché tale, questa manovra però non può essere descritta come una semplice operazione contabile a somma zero tra Tesoro e banca centrale; in gioco c’è molto di più.

In gioco vi è quella capacità del potere politico di contraffare lo stock di moneta quanto basta per non disturbare esageratamente l’ordine economico, non spingere sistematicamente le persone a smettere di risparmiare ed investire, non compromettere fortemente la produttività del sistema.

Se la tendenza all’inflazione è maggiore in un regime in cui lo squilibrio di bilancio viene aggiustato in maniera residuale tramite creazione di nuova moneta che non in uno in cui l’aggiustamento avviene mediante ricorso al prestito, affermare allora che la tendenza inflazionistica potrebbe sfuggire di mano quando ai governi è consentito di finanziare deficit mediante ricorso a prestiti della banca centrale che possono essere trasformati d’imperio in creazione permanente di nuova moneta circolante (nel sistema economico al di sotto della banca centrale), dovrebbe essere cosa ovvia.

Ed è proprio il giustificato timore che questa tendenza inflazionistica possa sfuggire di mano che trattiene i governi ad attuare una misura del genere. In particolar modo, vista la situazione odierna.

Data, infatti, la situazione di partenza attuale, cioè surplus che rallenta la sua crescita o addirittura si riduce, presenza in relazione di un eccesso di capitali nominali che impedisce tutte le spontanee liquidazioni e tassi di interesse nominali bassi, o meglio minori dei tassi naturali, qualora una cancellazione del debito pubblico in possesso alla banca centrale originasse in seguito effetti da eccessiva contraffazione di stock di moneta, le conseguenze “potrebbero” giungere ad essere finanche decisamente disastrose.

Tutti gli uomini produttivi potrebbero non dar più alcuna fiducia al sistema economico-istituzionale circostante, il surplus estraibile conseguentemente crollerebbe, ma ciò causerebbe a sua volta una distruzione di capitali nominali ed un accorciamento degli orizzonti temporali di un’entità ancor più rilevante del crollo del surplus.

In sostanza, se si verificasse un tale scenario, sarebbe il disordine portato ai massimi livelli e la fine di almeno molto dell’ordine legale fino a quel momento costituito. Ovviamente, sarebbe anche la fine se non altro per molti di quegli uomini oziosi e di quelle attività improduttive, giacché il costo percepito del settore pubblico si alzerebbe a dismisura.

Chi oggi nel mondo detiene il potere politico è in qualche modo consapevole della possibilità di questo scenario decisamente disastroso, ed ecco perché tale idea stenta ancora ad essere presa seriamente in considerazione.

L’economia non si fonda principalmente su numeri e dati, bensì su azioni umane.

L’interventismo politico in economia non funziona poiché stabilisce un regime di comproprietà forzata, nel quale i partner involontari impiegano il loro margine di manovra per sfuggire alla regolamentazione.

Di conseguenza, l’interventismo politico è destinato fatalmente a fallire. Non solo, esso attiva un meccanismo perverso per cui, lungi dal risolvere i problemi, se ne creano altri che cerca a sua volta di aggiustare per mezzo di interventi successivi, in un’escalation di intensità che se non viene frenata alla fine sfocerà nel tentativo di assumere la direzione pianificata dell’intero sistema produttivo e distributivo.

A meno che non si riescano ad innescare considerevoli aumenti di produttività (aumenti che in quanto tali non si possono pianificare perché dipendono dalla imprevedibile capacità creativa umana di inventare e di innovare), oggi come oggi una crescita economica diffusa, progressiva e sostenibile non può prescindere da rilevanti tagli di imposizione tributaria e di spesa pubblica.

Ciò significa che il lavoro di quell’uomo produttivo deve essere il più possibile sgravato di quel peso derivante da uomini oziosi ed attività improduttive.

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Concetti Economici: Gli antichi romani, dalla supremazia della legge all’inflazione galoppante e al controllo dei prezzi

Lun, 05/12/2016 - 08:30

Gli antichi Romani, come gli antichi Greci, non hanno lasciato un importante patrimonio di conoscenze in ambito economico. Infatti, i Romani ripresero dagli antichi Greci gran parte dei concetti economici da loro utilizzati.

I Romani si preoccupavano principalmente di questioni “pratiche,” e riguardo a questi argomenti talvolta erano considerati più come “uomini del fare” che come filosofi.

L’ambito nel quale hanno lasciato un importante patrimonio di nozioni che ha influenzato per molto tempo le generazioni successive, soprattutto in Occidente fino ai nostri giorni, è quello del diritto e dei contratti. Il loro principale contributo è stato quello di gettare le basi dell’ordinamento giuridico sul quale si basano una parte delle consuetudini economiche occidentali in materia di proprietà e scambio.

 

Rispettare le Leggi Locali dei Diversi Popoli

Mentre l’Impero Romano si espandeva, annetteva a se un numero sempre più crescente di culture e popoli molto diversi rispetto alla cultura e alle ideologie prevalenti a Roma. Infatti, al suo massimo splendore, l’Impero Romano comprendeva gran parte dell’Europa Occidentale, Centrale e Meridionale, quasi tutto il Medio Oriente e la parte più a nord dell’Africa Settentrionale, incluso l’Egitto sotto il fiume Nilo. Quindi divenne importante sviluppare concetti e codici giuridici che fossero abbastanza chiari e di portata generale tali da comprendere tutte le diversità dell’Impero ed essere uniformi per tutti i suoi membri.

I giuristi e i filosofi romani iniziarono a distinguere tra le regole e le leggi per i cittadini di Roma e un ordinamento giuridico più generale valido per tutto l’impero.

Il cittadino Romano – il cittadino della città di Roma, la capitale dell’Impero – era sotto la giurisdizione dello jus civile, il “diritto civile.”

Questo era un codice giuridico che rifletteva gli usi e costumi di Roma, riguardante diritti, privilegi e doveri di un cittadino Romano di fronte alla legge e ai suoi concittadini. Infatti, ogni parte dell’Impero aveva il proprio jus civile, o diritto civile, rispettato dalle autorità Romane, al quale tutti gli abitanti di quelle province o regioni dovevano obbedire e che salvaguardava i loro diritti nei contenziosi legali nelle rispettive località.

 

Un Diritto Universale Come Giustizia per Tutti Gli Uomini

Diversamente dal “diritto civile” vi era invece lo jus gentium, il diritto generale o “universale.” Questo era il codice giuridico che si applicava a tutti i membri dell’impero, senza tener conto delle leggi o delle consuetudini locali. Poiché il “diritto universale” doveva trascendere le tradizioni locali dei diversi popoli dell’impero, esso doveva quindi fondarsi su concetti di giustizia e “diritti” più generali rispetto a qualunque apparato di usi e tradizioni, perfino di quello della stessa Roma.

Dallo sviluppo del codice giuridico del “diritto universale” nasceva il concetto di jus naturale, o “diritto naturale.”

I Romani distinguevano tra la legge dell’uomo e una legge “superiore” di giustizia e diritto, razionalmente giusta e corretta per tutti gli uomini, indipendentemente a quale individuo o comunità si applicasse. Questa legge universale sarebbe stata valida e garantista per tutti gli uomini ragionevoli e benevolenti.

Per 2.000 anni essa ha rappresentato la base sulla quale gli uomini hanno fondato alcuni diritti inalienabili verso i quali nessuno Stato poteva interferire o contravvenire senza violare un codice di comportamento tra gli uomini che nessuna autorità aveva il potere o il diritto di abrogare.

Come in tutti gli stati e gli imperi, la realtà di alcune cose spesso è diversa dall’ideale perfetto. I Romani spesso erano dei duri dominatori imperiali, poco pazienti o tolleranti verso pericolose rivolte o dissensi popolari. E, come gli antichi Greci, erano legati all’istituto della schiavitù; di conseguenza, coloro i quali godevano pienamente dei “diritti” sopra citati, erano poi in concreto solo una minoranza. Ma, ciononostante, furono gettate le basi di importanti principi politici e filosofici che influenzarono il successivo sviluppo dell’Occidente.

 

Il diritto, la Proprietà e la Prosperità del Commercio

Dal concetto di “diritto universale” dei Romani ne derivò un codice giuridico sui contratti e sulla proprietà estremamente completo che, a differenza dei Greci, stabiliva ampia libertà e autonomia per il libero individuo riguardo a come poteva usare e disporre della sua proprietà e della sua stessa persona.

Pertanto, il diritto Romano considerava come “prezzi corretti” per le transazioni commerciali, quelli che si formavano sul mercato, poiché questi rappresentavano l’accordo tra le parti sui termini dello scambio. Inoltre servì come base di quella che divenne un’ampia rete di produzione, commercio e scambio diffusa in tutto l’Impero Romano, anche tra le sue più remote regioni e province.

Esso favorì la nascita di un sistema di scambi di mercato e di divisione del lavoro che resero l’intero bacino del Mediterraneo, gran parte dell’Europa Orientale e Occidentale, la maggior parte del Medio Oriente e alcune parti dell’Africa settentrionale, una vasta unica area economica. Dati i mezzi di trasporto disponibili via mare e via terra (e dovrebbe essere ricordato che alcune parti del sistema viario che si estende in Europa costruito dagli antichi Romani ancora esistono), il risultato fu una più o meno libera circolazione di beni, materie prime, e persone dall’oceano Atlantico al Golfo Persico, e dal Mar Baltico verso le sorgenti del Nilo.

Di certo, quello dei Romani non era né un sistema di vero libero scambio né un sistema liberista, e il commercio di molte materie prime era sempre oppresso da controlli e regolamenti imperiali.

Come osserva l’economista austriaco Ludwig von Mises nel suo trattato L’Azione Umana:

Non è facile capire se sia corretto oppure no definire capitalismo l’organizzazione economica dell’Impero Romano. Comunque è certo che l‘Impero Romano nel secondo secolo, cioè nell’età degli Antonini, i cosiddetti “buoni” imperatori, aveva raggiunto un elevato livello nel sistema sociale di divisione del lavoro e del commercio interregionale. Diverse aree metropolitane, un considerevole numero di città di media grandezza, e buona parte dei piccoli villaggi, erano le sedi di una civiltà raffinata.

Gli abitanti di questi agglomerati urbani si rifornivano di cibo e materie prime non solo dai vicini distretti rurali, ma anche dalle province lontane. Una parte di questi rifornimenti arrivava nelle città sotto forma di reddito delle proprietà fondiarie dei ricchi proprietari terrieri. Ma una parte considerevole delle materie prime era ottenuta in cambio degli acquisti da parte della popolazione rurale dei prodotti manifatturieri realizzati nelle città.

Vi era un vasto commercio tra le varie regioni del grande Impero. Non solo nelle attività industriali, ma anche nell’agricoltura, c’era una tendenza verso una maggiore specializzazione. Le diverse zone dell’Impero non erano più economicamente autosufficienti. Esse erano interdipendenti.

 

Filosofi Romani e Anti-Commercialismo

Mentre il diritto Romano gettava le fondamenta per una società fondata sul contratto e sullo scambio, i filosofi Romani percorrevano una strada diversa. I più illustri esponenti furono Cicerone, Seneca e Marco Aurelio. In generale, questi condannavano la ricchezza e il lusso che si erano diffusi a Roma per merito del commercio dell’Impero, ritenendoli la causa del malcostume e dell’indebolimento dello spirito morale degli uomini del tempo.

La loro filosofia era pervasa da quello che alcune volte è stato definito il “quietismo,” cioè la credenza secondo la quale ci si dovrebbe adeguare alle circostanze che si incontrano durante la vita e accettarle come qualcosa di buono e inevitabile. Riportando le parole di Marco Aurelio:

Sii soddisfatto delle tue cose e impara ad amare quello per il quale sei stato educato; e per il resto della tua vita, sii completamente rassegnato, e permetti agli dei di giovare del tuo corpo e della tua anima.

Secondo la loro visione si poteva raggiungere la felicità solamente superando e rimuovendo il desiderio, in particolare i desideri e i bisogni materiali. La felicità dell’uomo, sostenevano, non può giungere dal costante tentativo volto ad incrementare sempre più i propri mezzi e dalla ricerca continua di nuovi obiettivi. No, questa strada avrebbe condotto solo ad una frustrazione permanente.

Diversamente, concepivano un diverso percorso verso la felicità. Questo concetto lo troviamo nel filosofo Romano, Epicuro: “ Se desideri rendere ricca una persona, non darle più denaro, ma placa il suo desiderio.”

In altre parole non tentare di incrementare l’offerta di quegli strumenti al servizio dei diversi scopi dell’uomo; piuttosto tenta di ridurne la domanda. Per ogni uomo, diminuisci i suoi desideri a quelli che sono appropriati per una vita “virtuosa” e “saggia.” L’uomo saggio, si è detto, “si rifà alla natura.”

 

La Critica di Cicerone verso i Mercati e il Lucro

Alla domanda su cosa intendessero per “rifarsi” alla natura in termini di stili di vita e di lavoro, i filosofi romani rispondevano che si doveva porre la massima importanza sulla “naturalezza” dell’agricoltura, rispetto al malcostume e alla corruzione presente negli altri mestieri e professioni. Ne è un esempio Cicerone quando affermava:

Oggi, riguardo al commercio e agli altri mezzi di sostentamento che possono essere considerati aristocratici o volgari, ci è stato insegnato, in generale quanto segue:

Primo, non sono auspicabili e quindi sono da rigettare quelle attività che suscitano rancore nelle persone, come gli esattori delle tasse e gli usurai [strozzini].

E’ volgare e non aristocratico, da parte dei lavoratori svolgere quelle attività che richiedono solo lavoro manuale, e non l’utilizzo delle loro abilità artistiche; il salario che essi ricevono in questo caso è un pegno per la loro schiavitù.

E’ da considerarsi volgare anche chi compra da mercanti all’ingrosso per rivendere immediatamente al dettaglio; questi non ricaverebbero alcun profitto senza tutte le loro grandi menzogne; e in verità non vi è azione più malvagia delle false dichiarazioni.

Anche tutti gli artigiani svolgono un lavoro volgare; nessuna bottega può considerarsi un posto di lavoro libero. Tra tutte, hanno un minimo di decenza solo quelle attività che provvedono al piacere dei sensi, e cioè pescivendoli, macellai, cuochi, commercianti di pollame, e pescatori. Possiamo aggiungere se ci fa piacere, profumieri, ballerini e tutto il corpo di ballo.

Ma le professioni per le quali è richiesto un elevato grado d’intelligenza o dalle quali ne deriva un beneficio non trascurabile per la società – per esempio la medicina, l’architettura o l’insegnamento – sono adeguate per coloro che ne ambiscono per la posizione sociale raggiungibile.

Il commercio, se svolto in ambito locale, deve considerarsi volgare; ma non è un’attività da denigrare se riguarda l’importazione su larga scala di grosse quantità di merci da tutto il mondo, con la loro successiva distribuzione (locale), purché tutto ciò sia svolto senza raggiri.

Anzi, questa si merita il massimo rispetto, se coloro che vi sono impegnati si accontentano della loro ricchezza, e si fanno strada dal porto verso la tenuta di campagna, come spesso hanno fatto dal mare verso il porto.

Ma di tutte queste occupazioni che garantiscono un guadagno, nulla è preferibile all’agricoltura, nulla garantisce un profitto maggiore, nulla è più piacevole, e nulla ti permette di essere un uomo più libero.

 

L’errore di Roma con il controllo dei prezzi

Prima di lasciare i Romani, può essere utile dedicare un pò di tempo ad una breve descrizione delle loro esperienze riguardo alle diverse politiche economiche da questi adottate, in particolare il controllo dei prezzi e la svalutazione della moneta.

Nel 449 AC, il governo Romano approvò la legge delle dodici tavole, che regolava una buona parte della vita commerciale, sociale e familiare dell’Impero. Alcune di queste norme erano ragionevoli e coerenti per un’economia basata sui contratti e sul commercio; altre infliggevano orribili sanzioni ad alcuni e attribuivano privilegi e poteri crudeli ad altri. Altri regolamenti fissavano inoltre un tasso d’interesse massimo sui prestiti, approssimativamente pari all’8 percento. Lo Stato Romano aveva anche la consuetudine di condonare periodicamente tutti gli interessi dovuti all’interno della società, cioè annullava legalmente tutti gli interessi che i debitori privati dovevano ai loro creditori.

Il governo Romano fissò anche un controllo sui prezzi del grano. Nel IV secolo AC, lo Stato comprava le granaglie durante i periodi di carestia e le rivendeva a un prezzo fissato molto al di sotto del prezzo di mercato. Nel 58 AC ciò venne addirittura migliorato, nel senso che lo Stato vendeva le granaglie ai cittadini di Roma ad un prezzo pari a zero, in altre parole, gratuitamente.

Il risultato fu inevitabile: i contadini abbandonarono le terre e si riversarono a Roma; questo certamente peggiorò i problemi, poiché in tal modo si produceva e si immetteva sul mercato una quantità di grano inferiore rispetto a prima, dal momento che era diminuita drasticamente la presenza dei contadini nelle terre intorno a Roma. Inoltre, i padroni iniziarono a liberare i loro schiavi accollando l’onere finanziario del loro sostentamento sul governo Romano a costo zero.

Nel 45 AC, Giulio Cesare scoprì che quasi un terzo dei cittadini Romani riceveva gratuitamente il grano dallo Stato.

Per sostenere l’onere finanziario che richiedeva l’offerta gratuita di grano, il governo Romano ricorse alla svalutazione della moneta, cioè l’inflazione. Per lunghi periodi della sua storia, lo stato Romano dovette quindi affrontare continuamente eventi legati alla svalutazione monetaria, al continuo peggioramento del bilancio statale, alla scarsità dell’offerta, e ai prezzi del grano fissati per legge.

 

Spesa, Inflazione e Controlli Economici Sotto Diocleziano

L’episodio più famoso riguardante il controllo dei prezzi nella storia di Roma, fu quello durante il regno dell’Imperatore Diocleziano (A.D. 244-312). Egli salì al trono nel 284 DC. Quasi immediatamente, Diocleziano iniziò a intraprendere vasti progetti di costosa spesa pubblica.

Ci fu un notevole incremento della spesa militare per l’ampliamento delle forze armate; iniziò un enorme progetto di opere pubbliche con la scelta della città di Nicomedia come nuova capitale per l’Impero Romano in Asia Minore (attualmente la Turchia); ampliò notevolmente la burocrazia statale; e istituì i lavori forzati per il completamento dei suoi progetti di lavori pubblici.

Per finanziare tutte queste attività, Diocleziano alzò drasticamente le tasse per tutte le classi sociali. L’elevato livello di pressione fiscale disincentivò per molto tempo il lavoro, la produzione, i risparmi e gli investimenti. Il risultato fu il declino del commercio e degli scambi.

Quando le tasse non furono più sufficienti a produrre un gettito fiscale sufficiente a finanziare tutte queste attività, Diocleziano iniziò a svalutare la moneta. Si ridusse la quantità di oro e argento utilizzata per coniare le monete; queste però venivano emesse con la rassicurazione da parte del governo che il loro valore metallico fosse lo stesso di prima. Il governo approvò delle leggi che istituirono un corso legale imponendo ai cittadini Romani e ai sudditi di tutto l’Impero, di accettare queste monete svalutate per un più alto valore facciale (nominale).

Anche il risultato di questo fu inevitabile. Poiché queste monete a corso legale avevano in realtà un valore inferiore in termini di oro e argento in esse contenuto, i commercianti iniziarono ad accettarle solo a sconto. In questo modo la loro svalutazione fu immediata. Le persone iniziarono ad accumulare tutte le monete d’oro e d’argento che ancora contenevano una più alta e reale quantità di oro e argento, utilizzando invece per gli scambi commerciali solo le monete “svalutate”.

Questo, di certo, volle dire che con ciascuna di queste monete svalutate, si sarebbe potuto acquistare solo una quantità inferiore di beni sul mercato rispetto a prima; o espresso in altri termini, sarebbero state necessarie più unità di queste monete “svalutate” per ottenere la stessa quantità di merci (di prima). L’inflazione monetaria peggiorava sempre più di pari passo con la continua emissione da parte dell’Imperatore, di questa forma di moneta dal valore sempre più basso.

Diocleziano istituì anche l’imposta in natura, cioè il governo Romano non avrebbe più accettato per il pagamento delle tasse dovute, la stessa moneta svalutata che aveva emesso. Poiché secondo questa normativa, i contribuenti Romani, dovevano pagare le tasse con dei beni reali, ciò bloccò l’intera popolazione; molti si ritrovarono così vincolati alla terra o a una determinata occupazione, al fine di assicurarsi la produzione di quei beni che sarebbero stati necessari per pagare le tasse statali alle scadenze fiscali. In tal modo si affermò una struttura economica sempre più rigida.

 

L’Editto di Diocleziano Peggiorò le Cose

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Nell’anno 301 DC, fu approvato il famoso Editto di Diocleziano. L’Imperatore fissò il prezzo di grano, uova, carne, vestiti, e di tutti gli altri beni venduti sul mercato; fissò anche i salari di coloro che erano impiegati nella produzione di questi beni. Fu stabilita la pena di morte per chiunque fosse stato sorpreso a vendere qualsiasi di questi beni ad un prezzo o salario più alto di quello stabilito per legge.

Poiché appena questi controlli furono annunciati molti contadini e fabbricanti persero ogni incentivo a vendere le loro merci sul mercato giacché queste avevano un valore di mercato fissato ad un livello di molto inferiore a quello che loro consideravano un valore equo, Diocleziano nell’Editto inserì anche, che chiunque fosse stato sorpreso ad “accumulare” i beni fuori dal mercato, sarebbe stato punito severamente; i suoi beni sarebbero stati confiscati e sarebbe stato condannato a morte.

Nella parte greca dell’Impero Romano, gli archeologi hanno trovato le tabelle dei prezzi che indicavano i prezzi imposti dal governo. Su di esse sono elencati più di 1.000 prezzi e salari unitari fissati dalla legge.

Un Romano di questo periodo chiamato Lattanzio scrisse durante questo periodo che Diocleziano “… stabiliva egli stesso i prezzi di tutti i beni commerciabili. Veniva versato molto sangue su dei conteggi irrilevanti e scarsi; e le persone non immettevano più le proprie scorte di beni sul mercato, poiché non riuscivano a ricavarne un prezzo adeguato, con la conseguenza quindi di una forte carestia, al punto che, la legge fu abrogata, ma solo dopo aver causato la morte di molte persone.”

Lezioni e Conseguenze dalla Politica Economica dei Romani

Roland Kent, uno storico dell’economia di questo periodo, ha sintetizzato le conseguenze dell’Editto di Diocleziano nel seguente modo:

… I commercianti non rispettavano i limiti di prezzo imposti dell’Editto, nonostante la pena di morte prevista dalla legge in caso di violazione; gli aspiranti acquirenti, trovando che i prezzi di mercato erano sopra il limite legale, si riunivano in massa e distruggevano i negozi illegali dei commercianti, uccidendo tra l’altro anche questi ultimi, benché il valore dei beni fosse irrisorio; i commercianti accumulavano beni in attesa del giorno in cui sarebbero state rimosse le restrizioni ai prezzi, così che la risultante penuria delle merci messe in vendita avrebbe persino causato un rialzo dei prezzi ancora maggiore, al punto che il commercio andava avanti a prezzi illegali, e, quindi, era praticato clandestinamente.

Gli effetti economici furono così disastrosi per l’economia di Roma che quattro anni dopo l’entrata in vigore dell’Editto, Diocleziano abdicò per “problemi di salute” – un eufemismo storico per affermare che se un leader politico non lascia il potere, sarà rimosso da altri, e spesso anche tramite assassinio. Anche se l’Editto non fu mai abrogato formalmente, presto divenne lettera morta subito dopo che Diocleziano abdicò.

Michael Ivanovich Rostovtzeff, uno tra i principali storici che si erano occupati dell’antico sistema economico Romano, fornì questa sintesi nella sua, Storia Sociale ed Economica dell’Impero Romano (1926):

Lo stesso espediente [un sistema basato sul controllo dei prezzi e dei salari] è stato tentato spesso prima e dopo di lui [Diocleziano]. Potrebbe essere utile come misura temporanea in periodi di crisi. Ma come misura stabile e continua, crea di certo gravi danni e un terribile bagno di sangue, senza portare alcun giovamento. Diocleziano condivise la dannosa convinzione propria del mondo antico dell’onnipotenza dello Stato, una credenza che molti teorici moderni continuano a condividere.

Infine, di nuovo, Ludwig von Mises, concluse che l’Impero Romano iniziò a indebolirsi e a decadere poiché era privo di idee e ideologie necessarie per sviluppare e salvaguardare una società libera e prospera: una filosofia basata sui diritti individuali e sul libero mercato. Così Mises concluse le sue riflessioni sulle civiltà dell’antichità:

La meravigliosa civiltà dell’antichità perì poiché non adeguò il suo codice etico e il suo sistema giuridico

ai requisiti tipici di un’economia di mercato. L’ordine sociale è destinato a morire se le azioni richieste dal suo normale funzionamento sono respinte dalle norme morali, sono dichiarate illegali dalle leggi dello stato, e sono perseguite come criminali dalla giustizia e dalla polizia. L’Impero romano si sgretolò poiché mancava del [classico] spirito liberale e d’intraprendenza. La politica dell’interventismo e il suo corollario politico, il principio del condottiero politico, decomposero il potente impero così come, infatti, sempre disintegrano e distruggono ogni entità sociale.

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Sulla scia di una perdita di fiducia

Ven, 02/12/2016 - 08:39

Come ripetuto spesso su queste pagine, la merce più commerciata al giorno d’oggi è la fiducia. Nel corso del tempo la consistenza del denaro s’è fatta sempre più effimera, andando a ricoprire una forma sempre più virtuale piuttosto che fisica. Si pensi solamente che la maggior parte delle transazioni giornaliere sono effettuate attraverso circuiti digitali. Per non parlare della lotta dello stato contro il denaro contante. Questo ovviamente serve a rendere gli attori di mercato quanto più prevedibili possibile, affinché abbiano di fronte a loro una scelta calata dall’alto. Si tratta chiaramente di una falsa scelta, poiché imposta indirettamente, ma in sostanza questo percorso verso cui siamo diretti è stato in qualche modo “predetto” in due diverse opere: The Road To Serfdom (1944) di F. A. Hayek e Planned Chaos (1950) di Ludwig von Mises.

Nella prima si sottolinea come una pianificazione centrale della società, al fine di preservare il proprio potere, finisce per invadere inevitabilmente la maggior parte dei settori dell’economia. L’invasione di suddetti settori avviene perché le informazioni all’interno dell’ambiente economico vengono distorte a tal punto da rendere impossibile un calcolo economico in accordo con la volontà degli attori di mercato. La distorsione derivante porta ad una correzione degli errori, la quale viene impedita poiché significherebbe un restringimento degli ostacoli imposti all’economia da parte della pianificazione centrale. Di conseguenza viene tenuto artificialmente in vita un sistema che continua a marcire all’interno, sebbene all’esterno possa sembrare alquanto stabile. Questo finché la pianificazione centrale non invade tutti i settori dell’economia, a quel punto non esistono più prezzi di mercato o informazioni genuine, bensì un’accozzaglia di meccanismi di feedback che si contraddicono.

Era un po’ il caso della borsa russa durante gli anni della Guerra Fredda, la quale si limitava a copiare i prezzi di quella occidentale. Non esisteva affatto un meccanismo genuino di determinazione dei prezzi. Erano praticamente decisi a tavolino. Sappiamo tutti che fine ha fatto l’URSS nel 1991. Gli attori di mercato, quindi, vengono ingabbiati in un sistema che tenta di dirigerli, coattamente e contro la loro volontà, verso scelte imposte da un meccanismo top-down. L’insostenibilità di tale assetto della società deriva dal fatto che le azioni degli individui sono atte a massimizzare il benessere individuale, stilando, quindi, un elenco di priorità che l’attore di mercato in particolare reputa più urgenti da soddisfare. Questo è un concetto sempre vero, poiché è la derivazione logica di un concetto basilare a priori: l’azione umana. In base a ciò, gli attori di mercato agiscono per ritornare ad uno stato di quiete che è stato perturbato dalla necessità di effettuare una particolare azione.

Questo, in sintesi, significa che gli attori di mercato sono sia i migliori sabotatori di loro stessi quanto i loro salvatori, rendendoli un puzzle indecifrabile da una manciata di menti in una banca centrale. In funzione di ciò, per quanto possano essere prolungati gli interventi nei mercati, essi condurranno ineluttabilmente ad una conflagrazione economica, proprio perché generanti un cosiddetto “caos pianificato” visto che ogni intervento è costituito da una gestione peculiare di aspetti sempre più imprevedibili. Ciò vuol dire che il potenziale affinché le cose vadano fuori controllo all’aumentare dell’ingerenza della pianificazione centrale nell’economia, è estremamente alto. Ma questo è il risultato della legge dei rendimenti decrescenti. Ed è esattamente il tema riportato nella seconda opera citata, quella in cui Mises non faceva altro che descrivere il modo in cui un’economia “mista” sarebbe fallita.

 

DISTORSIONI CONTINUATE

Il miglior esempio che si possa scegliere per descrivere quanto l’invadenza della pianificazione centrale possa distruggere la società e il meccanismo di determinazione dei prezzi, è l’Obamacare, o Affordable Care Act. Questo mostro burocratico lungo circa 2,000 pagine di leggi è entrato in vigore due anni fa e con esso i pianificatori centrali promettevano di risolvere due problemi: decenni d’aumenti dei costi delle assicurazioni e che tutti ne avrebbero avuta una. Ma a quanto pare le promesse vanno, mentre la realtà rimane. Infatti la promessa di tagliare i costi è rimasta nell’etere, visto che il costo annuale medio dell’assicurazione sanitaria per una famiglia è aumentato di $1,000 e il costo annuale medio per i datori di lavoro è aumentato di $4,800.

E nemmeno se ipotizziamo che costi in aumento siano serviti a permettere un’assicurazione per tutti, i pianificatori centrali sono riusciti a farla franca. Infatti nel 2015 circa 32 milioni di americani erano ancora senza assicurazione, e 6.5 milioni ne avevano una solo perché il Congresso ha espanso il recinto in cui finivano coloro aventi diritto ad accedere al Medicaid. Prima che l’Obamacare entrasse in vigore, bisognava pagare solo l’assicurazione sanitaria; ma con l’entrata in vigore di questo mostro burocratico, bisogna pagare oltre all’assicurazione sanitaria un nuovo stuolo di burocrati e un nuovo strato di burocrazia. Lo stato è un monopolio, tra l’altro, il quale deve affrontare una minore concorrenza rispetto alle aziende private.

Prima dell’Obamacare i singoli stati USA avevano eretto barriere commerciali intorno alle assicurazioni, ciò, ovviamente, ha ridotto la concorrenza tra le varie assicurazioni sul suolo americano. Ma soprattutto ha impedito l’emersione di prezzi più competitivi. Piuttosto che correggere queste storture, i pianificatori centrali li hanno diffusi a livello nazionale. L’Obamacare ha praticamente tolto quel poco controllo sull’assicurazione sanitaria che ancora trattenevano medici, pazienti e assicuratori, e l’ha messo nelle mani di burocrati e politici. Questi ultimi non hanno né le informazioni né l’incentivo per prendere decisioni oculate in nome degli altri. In poche parole l’Obamacare ha trasformato a tutti gli effetti un settore costoso e in cui la concorrenza era minima, in una costola dello stato. E come abbiamo appena visto, l’ha reso enormemente più costoso ed effettivamente senza concorrenza.

La stessa cosa sta accadendo ora con l’Obamatrade, o TPP: una mostruosità burocratica di circa 5,500 pagine di norme e regolamenti, pronta ad oscurare l’Obamacare. Inutile dire che l’Obamatrade rappresenterà per il commercio internazionale quello che l’Obamacare ha rappresentato per il settore sanitario statunitense. Non ci servono tutte quelle pagine di gergo legalese per permettere a partner commerciali d’impegnarsi in un libero scambio. Ciò che serve è proprio meno burocrazia e meno dazi, o tasse sulle importazioni; ciò che serve è che i politici smettano una volta per tutte d’impedire agli attori di mercato esteri di mettersi d’accordo con quelli in patria per effettuare uno scambio reciprocamente vantaggioso. Se questo parto del NWO dovesse essere approvato, la perdita di sovranità nazionale sarà senza precedenti, con ripercussioni pesanti per quello che rimane del libero mercato.

Ogni settore di qualsiasi economia del mondo sta finendo ormai sotto la stretta influenza dell’apparato statale, senza che gli attori di mercato abbiano più molta voce in capitolo. Il circuito finanziario è attualmente il posto in cui le distorsioni si sono concentrate di più, soprattutto dopo il fallimento della Lehman nel 2008. Le principali banche centrali hanno pompato circa $15,000 miliardi sino ad ora attraverso un acquisto di obbligazioni statali, cercando di prendere due piccioni con una fava: sostenere le finanze statali e sostenere il settore delle grandi banche commerciali. Questa gigantesca Offerta d’Acquisto scatenata dalle principali banche centrali del mondo (FED, BCE, BOJ) ha riversato quantità esorbitanti di liquidità nel settore finanziario, dove Main Street non ha quasi per niente accesso. È per questo che, in sostanza, non abbiamo visto una grande inflazione dei prezzi al consumo, mentre abbiamo visto una grande inflazione dei prezzi degli asset finanziari.

A causa delle precedenti baldorie monetarie, Main Street (famiglie e piccole/medie imprese) ha raggiunto la condizione di Picco del Debito, iniziando un percorso di deleveraging. Ma questo avrebbe intaccato anche quelle realtà protette dal cartello del settore bancario centrale, causando un reset dell’economia verso una condizione più sostenibile e in accordo con le scelte degli attori di mercato. Ergendosi a baluardi della “stabilità economica”, le banche centrali hanno sventolato giustificazioni su giustificazioni per intervenire direttamente nell’economia e salvaguardare quelle entità protette dal loro cartello: stati e grandi banche commerciali. Una di queste giustificazioni era il cosiddetto “effetto ricchezza a cascata”, ovvero, credere che rifornendo di liquidità le grandi realtà queste avrebbero riversato ricchezza reale a cascata sul resto della società.

Le banche centrali, quindi, sono diventate i market maker nei mercati azionari e obbligazionari, annullando un onesto mark to market dei titoli e, quindi, un rischio ponderato. I circuiti finanziari sono diventati letteralmente dei casinò, dove il rischio di perdere sembrava essere stato debellato dalla possibilità di fare front-running ai programmi d’allentamento quantitativo delle banche centrali. I prezzi sono saliti e i rendimenti scesi, causando una fame crescente per rendimenti decenti pena un bilancio in perdita a fine anno. Quindi sebbene le banche centrali abbiano fornito un sollievo temporaneo, le cose sono tornate ad essere instabili molto subito, ed è stato necessario alzare la posta in gioco disconnettendo ulteriormente l’economia finanziaria da quella di Main Street.

Ciò sta portando le banche centrali ad essere impotenti durante la prossima recessione, poiché hanno iperinflazionato la nuova moneta mondiale: la fiducia.

 

PERDITA DI FIDUCIA

Dal 1998 fino al 2010, il panico dovuto ad una crisi di liquidità è stato tamponato con misure monetarie maggiori, oltre all’intervento del FMI e di salvataggi statali. Ma a causa di ciò le banche centrali non possono più ripetere il trucco una tantum che finora hanno messo in campo. Non ci sono più bilanci puliti da saturare e la politica monetaria non può essere invertita, pena una fuga in preda al panico dei front-runner. I rischi sistemici sono chiari: il mondo si sta dirigendo verso una crisi del debito sovrano a causa di un eccesso di quest’ultimo a prezzi sconnessi dalla realtà e di una pseudo-crescita economica. Quest’ultima è stata innescata da quelle grandi imprese che hanno potuto gozzovigliare con la manna monetaria delle banche centrali, inglobando risorse economiche scarse e risorse umane.

La loro obsolescenza è stata mascherata dalla droga monetaria, e infatti hanno convogliato tale denaro nell’ingegneria finanziaria piuttosto in quei settori cruciale per la sopravvivenza di una impresa: spese in conto capitale e R&S. È un’illusione che ha ammorbidito temporaneamente i numeri della disoccupazione, ma che ha aperto la porta a nuovi errori economici e alla metastatizzazione di quelli esistenti. E diversamente da quello che abbiamo visto finora, senza misure draconiane la prossima crisi sarà inarrestabile: salvataggi del FMI, chiusura di banche e fondi del mercato monetario, e probabilmente legge marziale.

Quello che è in gioco qui è l’infallibilità delle banche centrali, che per anni è stata considerata insindacabile. Il caso eclatante da cui la fiducia nelle banche centrali è iniziata ad incrinarsi è quello della BCE, la quale, nonostante tutti i trattati firmati in precedenza, ha deciso di comprare a titolo definitivo titoli di stato della zona Euro con l’obiettivo ufficiale di abbassare la pressione a lungo termine sulla curva dei rendimenti; in realtà, quello ufficioso prevedeva tali acquisti per mettere una pezza alle sconsideratezze economiche di quei paesi i cui politici non volevano correggere. Senza contare che tali problemi erano stati alimentati dalle sue stesse politiche monetarie allentate nel decennio precedente. Era una posizione lose-lose per la BCE, perché se non fosse intervenuta ci sarebbero stati tumulti a livello finanziario; adesso ha compromesso di più la sua posizione, disconnettendo di più i segnali di prezzo dalla realtà.

Infatti l’UE non s’è disgregata proprio perché lo zio Mario ha proferito il suo ukase nel 2012, dicendo che avrebbe fatto di tutto per tenere a galla il progetto UE. Sebbene la Corte di Giustizia Europea e la Corte Costituzionale tedesca abbiano emesso parere positivo riguardo la decisione dello zio Mario, l’indipendenza del settore bancario centrale è ora sotto dibattito pubblico, quando invece, anni addietro, era semplicemente una chimera mettere in discussione anche di sfuggita l’argomento. Con la sua decisione di far diventare le obbligazioni sovrane europee come scarafaggi di motel nel suo bilancio, la BCE ha oltrepassato il suo mandato della stabilità dei prezzi. Più andrà oltre, più le critiche si faranno persistenti.

Infatti, stando alla realtà dei fatti, il suo ukase era una farsa e non ha fatto altro che gonfiare ulteriori bolle oltre a quelle nell’ambiente azionario e obbligazionario sovrano. E cosa ha portato questo caos monetario? Ingegneria finanziaria, distorsione sequenziale dei prezzi, disconnessione tra economia finanziaria e reale, azzeramento virtuale del rischio, fame per rendimenti decenti, ecc.

Gli errori economici si sono metastatizzati e il palliativo fuoriuscito dalla stampante monetaria dello zio Mario, s’è arenato sulla spiaggia dei tassi negativi. Il disallineamento tra domanda e offerta, oltre che tra prezzi nominali e reali, sta eruttando di nuovo, soverchiando la presunta onniscienza delle banche centrali. Nel caso particolare, notate come il decennale italiano stia iniziando a salire nonostante la Gigantesca Offerta d’Acquisto della BCE, in risposta alle pressioni riguardanti il referendum e la situazione precaria del sistema bancario commerciale italiano. Le manipolazioni dei mercati sono andate talmente oltre che ormai stanno sfuggendo di mano, conducendo ad un catalizzatore per la prossima recessione.

Ma questa è solo la metà della storia, perché a causa di questo folle interventismo e della rottura del canale di trasmissione della politica monetaria, i risparmiatori vengono privati degli sforzi della loro frugalità. Infatti cercando di correggere gli errori del passato, pensano a ripagare i debiti piuttosto che a contrarne di nuovi. I prestiti rallentano e i conti di depositi non pagano più nulla. E chi può permetterselo viene spinto in asset più rischiosi per ottenere rendimenti.

Si scatena, quindi, una caccia a rendimenti decenti e il rischio viene artificialmente annullato. Banche commerciali, assicurazioni e fondi pensione, devono sottoscrivere asset più rischiosi per tenere fede ai propri obblighi. I deficit in queste realtà si accumulano e, sulle spalle dell’espansionismo monetario, attraverso la loro sopravvivenza canalizzano risorse scarse nei loro bilanci sottraendole all’uso produttivo del settore privato. L’economia più ampia si arrocca sempre di più nei saldi di cassa per affrontare le incertezze che scruta all’orizzonte, mentre gli azzardi iniziano a far pagare il conto alle realtà privilegiate attraverso flash crash improvvisi che diminuiscono il valore degli attivi a loro disposizione (come nel grafico qui sotto).

Allo stesso modo le imprese che possono gozzovigliare sui mercati utilizzano l’ingegneria finanziaria per abbellire i propri bilanci, ignorando i segnali di mercato; e per non rischiare di mandare il sistema in tilt, le banche centrali aumentano la posta in gioco, andando a comprare, oltre alle obbligazioni sovrane, anche azioni (Giappone) e obbligazioni societarie (Europa).

La produzione nell’economia più ampia inizia a perdere colpi e le nuove aziende non nascono per innovare, bensì per essere assorbite. La stagnazione intellettuale e industriale prende il posto della creatività e della produttività, facendo aumentare a dismisura i prezzi di quei beni e servizi domandati realmente dall’economia più ampia e facendo diminuire i prezzi di quei beni e servizi che nessuno vuole, ma che aziende obsolete possono produrre grazie alla manna monetaria. Questo castello di carte si basa semplicemente sulla distruzione sistematica della ricchezza reale all’interno della società, e finché è in espansione il sistema può barcollare in avanti. Il problema è quando inizia a stagnare o, peggio, a declinare. Come detto all’inizio di questo articolo, siamo ben inoltrati nell’area della legge dei rendimenti decrescenti e questo significa che molto presto ogni unità aggiuntiva di debito eroderà un’unità di PIL.

La bancarotta di quelle società che hanno gozzovigliato col credito facile sarà la miccia che accenderà questo barilotto pieno di polvere da sparo, senza dimenticare che i flash crash, come detto poco sopra, possono intaccare seriamente i bilanci di hedge fund gonfi di asset prezzati in modo errato. Giocare con la leva finanziaria è stato l’unico modo per cercare di emergere sulla scena finanziaria, e in questo modo il casinò è stato remunerato con guadagni inattesi. Ma questi trade sono potuti andare avanti solo grazie alle banche centrali, le quali nel corso di questo decennio non hanno fatto altro che riempirlo fino all’inverosimile. Non possono allontanarsi in tempo senza finire dilaniate nell’esplosione e non possono spegnere la miccia. Il calcio al barattolo è stata l’unica risposta che hanno saputo dare finora, rimandando l’inevitabile correzione nel futuro… ad un prezzo maggiorato. Anche i robo-trader si stanno accorgendo di quale sia questo prezzo e sono molto nervosi in vista della prossima riunione del FOMC.

In sintesi, i robo trader stanno capendo che la festa è agli sgoccioli e la popolazione in generale sta capendo che le banche centrali non sono qui per il loro benessere economico. Ecco perché la FED, ad esempio, ha continuato a glissare su un possibile aumento dei tassi lungo tutto quest’anno sventolando il feticcio della “dipendenza dai dati”. Se avesse voluto mantenere onesti i mercati e vigilare su di essi, non avrebbe dovuto abbassare i tassi in primo luogo. In questo modo ha solo permesso che le entità giuste ottenessero le carte giuste. Siamo alle porte di una svolta epocale nel modo di pensare alle banche centrali. Si arriverà finalmente alla conclusione che quello che hanno gestito finora è solamente una gigantesca truffa.

 

CONCLUSIONE

Leggo e sento parecchi pareri a favore e a sfavore di Trump. Addirittura c’è chi pensa che una guerrafondaia come Hillary sarebbe stata meglio del magnate immobiliare. Tutte queste considerazioni mancano un punto fondamentale: se non ci si preoccupa dell’economia, allora sarà l’economia a preoccuparsi di voi. La maggior parte delle persone non sa cosa c’è in gioco il prossimo dicembre quando si riunirà il FOMC per decidere sulla politica dei tassi d’interesse della FED. In un modo o nell’altro saremo testimoni di una nuova recessione, più grande del panico Lehman. Penso che sarà mondiale. Sarà il prodotto dei banchieri centrali keynesiani. Sarà una manifestazione della Teoria Austriaca del ciclo economico: le banche centrali inflazionano, poi tirano il freno a mano e infine arriva la recessione.

Sarà una recessione profonda e lunga. Sono passati sette anni da quando è iniziata ufficialmente la pseudo-ripresa. Le probabilità di altri quattro anni di boom sono basse. Quindi contro o con Trump è un’insensatezza. Bisogna abolire gli interventismi nell’economia, non sperare che un qualche candidato eletto adotti un “piano economico”, o la parvenza di uno, per riportare in carreggiata le cose. Questa mentalità è arrivata al capolinea e la prova sono i 96 mesi di zero bound delle banche centrali, con risultati pessimi per la gente comune. Bisogna incentivare la creatività degli individui e le istituzioni volontarie, non interferirle con programmi politici ambiziosi o politiche economiche presumibilmente lungimiranti.

Preoccupatevi del Grande Default e preparatevi di conseguenza, perché altrimenti sarà il Grande Default a preoccuparsi di voi.

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Deutsche Bank e Italia

Mer, 30/11/2016 - 08:34

Che molti Paesi Europei attraversino un periodo di crisi lo sappiamo tutti. L’UE ha infatti imposto di essere più parchi e quindi di tirare la cinghia, rimettendo i conti in ordine, (alla faccia della programmazione, della ragioneria e del buon senso). Molto spesso si ricorre alle intromissioni, per interposta persona, per lanciare messaggi e diffondere avvertimenti. E pare che questo metodo sia stato assunto da Herr David Folkerts-Landau, capo economista della Deutsche Bank,il quale ha dichiarato: “senza riforme l’Italia fuori è dall’Euro”. Siamo arrivati al proverbio de: “il bue che da’ del cornuto all’asino”. Perché? Con tutti i problemi che si ritrova la Deutsche Bank abbia a redarguire uno Stato mi pare il massimo. La D. B. pare sia ad un passo dal fallimento, but it’s too big to fail (ma è troppo grande per fallire), anche per una conclamata sotto-capitalizzazione. Nel suo portafoglio si trovano 55mila miliardi di euro di derivati finanziari pari a 20 volte il P.I.L. della Germania e se non bastasse il paragone circa 25 volte il debito pubblico italiano. Ma, allora perché alza tanto la voce? Non sarebbe meglio se si scervellasse per i problemi di casa sua? Un’altra tegola è appena caduta sulla della Deutsche Bank ed è: la multa di 14 miliardi di dollari, emessa dalle Autorità americane, per i mutui subprime, che assieme ad altre banche e … , ha dato i natali alla crisi che dura dal 2008. Già otto lunghi, lunghissimi anni. Se la situazione attuale ha una genitorialità, Brexit compresa, perché prima non si fanno un bell’esame di coscienza, fanno un mea culpa e stano zitti? E poi perché dovemmo essere noi ad espiare i peccati altrui? Ebbene, oserei dire: Herren, haben wir bereits gegeben (Signori, abbiamo già dato). Nel 2008 avevamo un debito pubblico di 1605,125 miliardi, oggi siamo a 2.212 miliardi (differenza 600miliardi circa) e con un incremento della tassazione di circa 350 miliardi, Come se non bastasse le banche, grandi e piccole, (e checchè se ne dica BCE compresa) rilasciano credito in modo molto limitato contribuendo così alla scarsità di circolazione monetaria con conseguenze come: la deflazione, il calo dei consumi, la chusura delle aziende, la disoccupazione (anche giovanile), il disagio sociale delle famiglie (la povertà, tanto per essere chiari), il resto aggiungetelo Voi. Qualcuno dica che BASTA COSI’ e avvii un serio programa per tornare ad avere un’economia fondata sul „reale“ e non sulla „carta“ o sulle „parole“.

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Bolle speculative e mercati finanziari

Lun, 28/11/2016 - 08:15

In alcuni casi un grafico vale più di mille parole… vorrei partire dal grafico sottostante per prendere spunto e condurre alcune riflessioni sull’attuale situazione economica e sui riflessi che si potranno determinare a breve/medio termine sui mercati finanziari. 

Nel grafico vengono appunto rappresentate la ricchezza netta detenuta negli Stati Uniti in relazione al PIL americano. Come si può facilmente notare, due dei tre picchi rispetto alla linea del PIL coincidono con le ultime due grosse bolle speculative finanziarie che hanno interessato i mercati nell’ultimo ventennio.

La prima è quella delle dot.com, le aziende Internet, sviluppatasi intorno agli anni 2000. In questo lasso di tempo, pari a circa tre anni, l’indice Nasdaq e’ praticamente quintuplicato portando le capitalizzazioni di molte societa’, anche appena nate, a valutazioni stratosferiche anche in mancanza di ricavi o solo per essere presenti in qualche modo sul web. Il risultato è stato l’indice tecnologico e’ tornato da dove era ripartito, con danni sull’economia reale abbastanza contenuti, sebbene gli Stati Uniti sia il Paese al mondo nel quale i privati detengono la piu’ elevata percentuale di azioni rispetto al patrimonio. Gli Stati Uniti entrarono in una lieve recessione, ma l’impatto sarebbe potuto essere più contenuto qualora nel 2001 non ci fosse stato l’attacco alle Torri gemelle.

La seconda bolla, originatasi tra il 2006 e il 2008, ha preso l’avvio dal mercato immobiliare statunitense, per poi estendersi a macchia d’olio anche ad altri settori e paesi. Il 62% della popolazione statunitense e’, infatti, proprietario di almeno un appartamento e molti lo acquistano con mutui anche trentennali con finanziamenti in molti casi pari anche al 100% del valore dell’immobile e concessi attraverso pratiche istruttorie poco rigorose. L’inflazione dei valori immobiliari, sostenuta appunto da una forte domanda di case, ha superato ogni ragionevole fondamentale economico, fino al punto in cui la bolla è scoppiata.

Le banche hanno quindi deciso di cartolarizzare tali prestiti/mutui ad alto rischio di insolvenza, impacchettandoli in prodotti derivati di complessità crescente, con il conseguente risultato di trasferire il rischio dal sistema bancario alla collettività degli investitori. 

L’esito finale di questo processo, facilitato anche da mercati finanziari globalizzati e sempre più interconnessi, è stato appunto quello di una enorme reazione a catena (o se preferite effetto domino) così devastante da mettere in ginocchio l’intero sistema. Alcuni studiosi parlano di una seconda Grande Recessione, dopo quella del 1929.

La risposta delle banche centrali è stata quella di ricorrere a politiche monetarie fortemente espansive, prima attraverso lo strumento della riduzione dei tassi di interesse, e quando questi sono arrivati ad essere prossimi allo zero, ricorrendo a politiche monetarie cosiddette “non convenzionali”, come l’acquisto di titoli sul mercato.  Quasi quattro trilioni di dollari è stata la liquidità iniettata nel sistema finanziario negli ultimi otto anni dalla Fed, che non sono stati, tuttavia, in grado di risollevare le sorti dell’economia a stelle e strisce, la quale ancora langue in una crescita ben al di sotto del suo potenziale standard, vale a dire il tre per cento annuo. 

Il denaro e’ così rimasto nelle pieghe della finanza;  mentre i livelli di consumo e domanda per investimenti in molti Paesi avanzati non hanno ad oggi ancora raggiunto i livelli pre-crisi. Stesso discorso per la disoccupazione, la quale è ancora al di sopra del livello pre-crisi.

In questo contesto, le quotazioni di Wall Street sono ascese proprio di recente a nuovi record storici, i quali comunque stonano con i deboli fondamentali sia economici che societari, alimentando il potenziale per una nuova bolla speculativa.

Bisogna, tuttavia, sottolineare che la Federal Reserve continua da anni a posticipare in avanti questa deflagrazione, con qualsiasi mezzo a disposizione, non solo perché teme le conseguenze pericolose sull’economia reale dalla caduta dei prezzi di molti asset gonfiati, ma in quanto e’ ritenuta, a differenza delle due precedenti bolle, la principale responsabile.

Sembrerebbe quindi che, nei prossimi mesi, i mercati azionari potrebbero riservare qualche sorpresina più in discesa che in salita. A tutto questo si aggiunge la variabile dell’esito delle elezioni politiche USA, momento di passaggio delicato. 

Negli ultimi casi di doppio mandato dei presidenti USA (Clinton, Bush jr e Obama), vi è stata sempre una Fed compiacente la quale aveva tardato ad alzare i tassi e tollerato il formarsi di bolle speculative. Sarà un caso, ma i crash di borsa del 1987, del 2000 e del 2008 sono capitati alla fine del secondo mandato di amministrazioni di successo, un successo fin troppo premiato dai mercati.

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L’ossessione della buona circolazione del denaro

Ven, 25/11/2016 - 08:12

“… oro e argento una volta nel paese … debbono sempre rimanere in circolazione”.
Philipp von Hörnigk, Ősterreich über alles, wann es nur will, 1684

 

 

La preoccupazione che possa essere assente una quantità circolante di mezzi di pagamento, nel senso di una velocità di circolazione, sufficiente ad impedire forti oscillazioni del prodotto di un certo sistema economico è uno di quei leitmotiv che sistematicamente si affacciano nel corso della storia.

Certamente, per consentire che la cooperazione sociale si sviluppi in maniera intensa è necessaria la diffusione di un’economia monetaria. In tal modo, il sistema dei prezzi si articola e si affina e produttori, distributori e consumatori possono così veder notevolmente facilitata la loro coordinazione reciproca.

In seguito, ed enunciando innanzitutto che sono le differenze fra i prezzi delle merci e i prezzi dei fattori indispensabili per produrre queste stesse merci nelle diverse tappe del ciclo produttivo, ossia i ritorni sugli investimenti, a determinare il grado di salute economica di una comunità, si può lecitamente sostenere che quando un’economia è stagnante il denaro tende per lungo tempo a circolare poco.

Ciò nonostante, l’affermazione contestuale in base alla quale per assicurare un buon livello di prosperità economica occorre, qualora essi non lo facciano spontaneamente, coartare gli individui a far circolare denaro deve essere necessariamente qualificata come un’operazione fraudolenta.

Gli individui ripartiscono il loro reddito in spese per consumi, spese per investimento, e denaro momentaneamente tenuto da parte, la cosiddetta tesaurizzazione di unità monetarie. Tuttavia, dire che la moneta tesaurizzata sia moneta inerte è decisamente fuorviante visto che il servizio che il denaro offre non è il suo rendimento, bensì quello di dare agli agenti economici giacenze di cassa che successivamente per essere usufruite dovranno essere in ultimo o spese in beni di consumo oppure investite in beni capitali, passando forse, nel frattempo, per strumenti d’investimento finanziario.

Di conseguenza, se la moneta non è mai inerte asserire che esiste una moneta circolante ed una inattiva diviene assai opinabile. La moneta appartiene sempre legittimamente a qualcuno, vi sarà sempre da qualche parte un legittimo proprietario quindi la moneta è sempre viva. Da ciò si deduce, inoltre, che l’espressione per cui in un’economia stagnante il denaro tende per lungo tempo a circolare poco è imprecisa e questa andrebbe sostituita con la più adatta affermazione secondo la quale in un’economia stagnante tendono ad avvenire per lungo tempo poche transazioni tra denaro ed altri beni e servizi.

Queste giacenze di cassa, questa tesaurizzazione di unità monetarie, può essere più o meno ampia a seconda delle valutazioni soggettive di ogni individuo. Ogni individuo, in quanto agente economico, possiede informazioni uniche che possono essere realizzate con profitto soltanto se le decisioni che dipendono da queste vengono lasciate a costui o sono prese con la sua attiva e determinante collaborazione.

Non importa sapere se gli altri approvino o meno le scelte economiche di un singolo individuo (ovviamente fintanto che queste rimangono circoscritte nel rispetto dei diritti di proprietà ed auto-proprietà altrui), queste scelte comunque influiscono sui prezzi e danno un segnale informativo a tutti gli altri individui i quali sono chiamati in qualche modo ed in qualche misura a coordinarsi.

Con questo non si vuole, però, legittimare la teoria dell’equilibrio economico generale secondo la quale ogni evento è immediatamente conosciuto da ciascun individuo e pertanto ogni individuo sa già come armonizzare le proprie azioni a quelle degli altri e conseguentemente l’equilibrio economico è qualcosa di presupposto.

Più modestamente, ma realmente, se gli individui sono lasciati liberi di scegliere si finisce per alimentare un processo mai concluso di cooperazione sociale il quale, mosso a sua volta da un incessante processo di competizione e scoperta, ci permette di sostituire una situazione di disequilibrio con una di equilibrio in ogni caso sempre imperfetto e precario o tutt’al più di raggiungere una situazione di disequilibrio più tollerabile della precedente.

Il concetto di utilitarismo perciò non deve essere volgarizzato. La dimensione economica della vita di ciascuno non dipende prima di tutto dal desiderio di ricchezza, bensì dalla condizione di scarsità in cui è immersa l’intera umanità. Economici sono soltanto i mezzi e non anche i fini ultimi dell’azione.

Tornando al centro della questione trattata, se il mondo economico oltre ad essere in perenne movimento e afflitto dalla condizione di scarsità, avere sempre ed istantaneamente disponibili con sé un certo importo di unità monetarie per far fronte ad eventuali necessità che possono sopraggiungere all’improvviso e/o da spendere in attesa di tempi economici migliori non dovrebbe scandalizzare nessuno.

La velocità con cui circola la moneta o meglio dire con cui viene scambiata per ottenere altre merci, è un effetto non una causa, una mera conseguenza discendente dalle modifiche nelle valutazioni soggettive degli agenti economici concernenti il denaro e gli altri beni e servizi.

Se questa velocità è un effetto e non una causa, allora in alcuna maniera un suo rallentamento può essere il fattore su cui esercitare pressione per tenere in salute un’economia. Dunque, i problemi vanno ricercati e risolti altrove e più precisamente quello che serve è sopprimere blocchi e/o storpiature che ostacolano il processo di libero mercato.

Di certo, pertanto, al fine di sbloccare una situazione economica stagnante a nulla veramente giovano gli interventi coercitivi e di conseguenza nemmeno l’inflazione. Generare inflazione, ossia un aumento non coperto da risparmio reale e volontario dell’offerta di moneta o di quelle attività finanziarie svolgenti la stessa funzione della moneta, nel tentativo, svalutando l’unità monetaria, di smuovere arbitrariamente ricchezza dalla tesaurizzazione verso consumi ed investimenti, può servire solamente a peggiorare nel tempo le cose visto che i processi inflazionistici terminano sempre con recessioni o depressioni.

Gli effetti stimolanti dell’inflazione, infatti, si interrompono se non se ne accelera progressivamente il tasso, ma parallelamente il prolungarsi del processo inflazionistico rende sempre più pesanti alcune conseguenze negative connaturate a tale processo. La più rilevante di queste conseguenze riguarda i metodi di contabilità su cui si fondano tutte le decisioni degli agenti economici.

Durante i processi inflazionistici, all’inizio i prezzi tendono a crescere di meno rispetto all’aumento dell’offerta di circolazione monetaria, ma allorché si decide di accelerare con il tasso di inflazione per mantenere in vita gli inerenti effetti stimolanti ecco che i prezzi da un certo momento in poi tendono a crescere più di quanto non faccia l’offerta di circolazione monetaria.

Ciò significa che se agli inizi del processo inflazionistico l’unità monetaria non si degradava proporzionalmente nelle fasi successive all’aumentare dell’offerta di circolazione monetaria questo degrado avviene, invece, prima in modo proporzionale ed infine in maniera più che proporzionale. Questo succede perché con l’accelerarsi del tasso di inflazione un ruolo fondamentale lo vengono a giocare le aspettative degli agenti economici i quali intimoriti dal fatto che i prezzi delle merci potranno salire ancora di più in futuro ed ancora più velocemente di quanto finora visto iniziano da un certo istante in poi a spendere moneta per acquisire merci ad un ritmo tendenzialmente superiore dell’incremento dell’offerta di circolazione monetaria.

Al termine del processo, però, una massa circolante che ha perso di valore più che proporzionalmente rispetto al suo accrescimento, rendendo concretamente impossibile una determinazione dei prezzi espressi in moneta ragionevolmente affidabile e presumibile, farà diventare talmente difficili le transazioni tra denaro e altri beni e servizi che sembrerà materialmente esserci una penuria di mezzi di pagamento. Con l’esaurirsi dell’euforia, l’economia torna a stagnare, gli scambi tra denaro ed altri beni e servizi tornano a languire, ma gli errori economici ora da smaltire sono inevitabilmente superiori.

Quando alla fine si giunge a ipotizzare, come fece John M. Keynes nella sua Teoria Generale, che:

L’unica cura radicale per le crisi di fiducia che affliggono la vita economica del mondo moderno sarebbe quella di non lasciare all’individuo alcuna scelta che non sia quella di spendere il suo reddito in consumi o di ordinare la produzione dello specifico bene-capitale che … gli sembra più promettente

nel sostenere l’antica e sbagliata idea che per assicurare un buon livello di prosperità economica occorre in qualche maniera coartare gli individui a far circolare denaro (qualora essi non lo facciano spontaneamente) si va, però, oltre l’inflazione, oltre un comune anche se potenzialmente molto distruttivo intervento coercitivo: si chiede di evitare che i singoli individui, semmai si noti che globalmente siano assaliti da eccessivi dubbi circa il futuro, possano avere anche la più minima possibilità di impiegare il loro reddito in tesaurizzazione.

L’anzidetta forzatura, deve essere tradotta come un tentativo troppo spinto di pianificare centralmente la propensione al consumo e la volontà di risparmio-investimento dei diversi ed innumerevoli individui ed in quanto tale non può che condurre ad esiti nell’insieme decisamente deleteri. Mentre i governanti ed i gruppi privati ad essi contigui, vedendosi irrobustire i loro poteri coercitivi, finirebbero per continuare a sguazzare in rendite di posizione, il sistema economico complessivo perderebbe di cospicua efficienza, giacché lo scambio volontario dei diritti di proprietà privata verrebbe profondamente manipolato e più questo scambio viene manipolato minore sono le basi per effettuare in seguito un calcolo economico sufficientemente adeguato.

Tale dispotica ipotesi qualora fosse realmente implementata se misurata in termini di miglioria economica complessiva è quindi destinata sempre fatalmente a fallire.

Malgrado ciò, siffatta congettura sembra affascinare ancora molte menti e non solo quelle che meno si interessano di studi economici. Nel momento in cui presunti autorevoli ed attualmente viventi economisti come Kenneth S. Rogoff, Willem H. Buiter e Peter Bofinger arrivano a sostenere l’abolizione del denaro contante essi, fondamentalmente, non fanno altro che riproporre la medesima solfa e cioè cercare di impedire l’emergere dell’autonoma volontà dell’individuo di accumulare e conservare riserve liquide nel tempo, al fine di rafforzare il dirigismo economico dell’autorità centrale.

Eliminando il denaro fisico non esisterebbero più, in sostanza, depositi bancari restituibili nel senso stretto del termine e gli individui si troverebbero così costretti a consegnare una colossale quantità di proprie risorse ad un sistema bancario colluso con lo Stato.

Allorché Stato ed istituti finanziari complici ricevessero questo trasferimento arbitrario questi stessi soggetti potrebbero godere di una pressoché piena ed immediata disponibilità di risorse altrui e dunque i singoli individui sarebbero costretti ad accettare sui propri depositi qualsiasi tasso di interresse e qualsiasi imposizione tributaria che venissero immaginati e deliberati dagli istituti finanziari e dagli apparati statali.

Si suppone che la gente stia spendendo poco, gli istituti finanziari abbassano i tassi di interesse sui depositi delle persone fino a farli entrare magari in territorio negativo mentre forse contemporaneamente lo Stato tassa il saldo complessivamente disponibile della comunità per quanto questo viene ritenuto in eccesso (oppure, al contrario, mentre lo Stato agisce in tal senso forse anche gli istituti finanziari caleranno i tassi sui depositi) cercando così di smuovere forzatamente liquidità tesaurizzata verso consumi e/o investimenti.

Si suppone, viceversa, che la gente stia spendendo troppo, gli istituti finanziari alzano i tassi di interesse sui depositi delle persone mentre forse nel frattempo lo Stato cala un po’ le sue pretese sul saldo complessivamente disponibile della comunità (anche in questo caso vale il ragionamento al contrario) cercando così di stimolare un aumento della liquidità tesaurizzata.

Il tutto in perfetto contrasto con quell’autonomo decentramento decisionale delle proprie risorse che è la chiave per utilizzare al meglio la conoscenza dispersa tra gli individui.

L’abolizione del denaro contante è una perversa fantasticheria centralista che trova il suo presupposto nel ritenere la moneta una creazione delle leggi dello Stato. Ma per nostra fortuna, l’idea per cui è chiaramente moneta unicamente ciò che in tal senso viene prodotto dallo Stato (direttamente o per mezzo di una banca centrale) è in realtà solo una finzione legale; una finzione buona di sicuro per agevolare il lavoro del legislatore, ma mai veritiera in relazione agli eventi economici. Se al giorno d’oggi c’è un merito da assegnare alle varie libere criptovalute è proprio quello di aver smascherato apertamente questa finzione.

Ritenere legittimamente moneta soltanto quello che in tal senso viene prodotto dallo Stato, significa dare sostegno ad una vera e propria assurdità, dal momento che qualunque valore economico è sempre soggettivo e che quindi il denaro, nell’essere un’entità convenzionale esprimente indirettamente delle proporzioni, non solo sorge come frutto della spontanea interazione sociale (e non come creazione delle leggi dello Stato), ma nello svolgere la sua funzione di intermediario dello scambio può anche tranquillamente prescindere da qualsiasi decreto declaratorio che gli riconosca o meno tale funzione.

Se nel mondo economico non esiste un valore che si possa sottrarre alla soggettività degli individui, allora poi non vi può mai essere una distinzione molto netta tra ciò che è denaro e ciò che non lo è.

Nella realtà economica, infatti, esiste un continuum di oggetti con un grado diverso di liquidità, ossia di accettabilità, che sfumano l’uno nell’altro nella misura in un cui fungono da denaro, da intermediario dello scambio.

Nel punto più basso della scala della liquidità questi oggetti sfumano in altri che non vengono più inclusi nell’area del denaro poiché non soddisfano più a sufficienza quelle caratteristiche che convenzionalmente vengono attribuite all’intermediario dello scambio, vale a dire riconoscibilità, divisibilità, portabilità, una certa continuità di valore reale nel tempo generalmente riconosciuta e un volume ed un peso ritenuti ragionevoli rispetto al valore reale conferito.

Parafrasando l’economista di scuola austriaca Eugen von Böhm-Bawerk nel saggio Potere o legge economica?, si può affermare, in conclusione, che il potere politico possiede senz’altro la facoltà di esercitare la propria influenza attraverso le leggi economiche universali, ma per quanto si adoperi non sarà comunque mai capace di condizionare l’efficacia di queste stesse leggi.

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Scuole e buoni ordinari comunali

Mer, 23/11/2016 - 08:58

Per rimettere a norma i nostri plessi scolastici i Comuni (ma anche altri Enti) ricorrono sempre alle Regioni o al Ministero dell’Istruzione per avere finanziamenti che non arrivano quasi mai. Si è detto molto anche del lease back, una formula elegante per pagare delle rate di “affitto” e con un riscatto finale per rientrare, dopo un numero di anni prestabilito, in possesso del bene. Sembra, che questa prassi sia un po’ bistrattata se non boicottata, eppure la legge 228/12 lo permetterebbe. Allora, altre soluzioni non ce ne sono? Stando così le cose parrebbe di no. Ma … come in tutte le cose è possibile realizzare quello che si pianifica. Partiamo da un piccolo concetto e cioè: se le Regioni ed il M.I.U.R. finanziano gli immobili adibiti a scuole significa che fanno sottoscrivere un mutuo e, conseguentemente, dobbiamo restituirlo. Ma è veramente necessario ricorrere alla Ragione o allo Stato? Può esserci qualcosa di alternativo? Ebbene, si. Vi ricordate dei B.O.C. (Buoni ordinari comunali)? Comunque esistono anche i B.O.P. e i B.O.R. Questi titoli sono delle obbligazioni al portatore nate con la legge 23/12/94 n.724 (art. 35) che prevede, anche per gli Enti Locali, la possibilità di emettere titoli di debito e possono così chiedere prestiti ai risparmiatori ed al mercato, vincolando l’impiego delle risorse ottenute al finanziamento di investimenti in progetti esecutivi specifici. Chi, avendone la possibilità, non finanzierebbe l’Ente per mettere in sicurezza i propri figli? Tutti i dettagli, per l’emissione, si possono trovare nelle legge. Con l’emissione dei B.O.C., oltre alle Comunità, si possono coinvolgere le banche (anche quelle locali) e, nel più breve tempo possibile, realizzare quanto deliberato e preventivato. Siamo tutti chiamati ad avere un plesso sicuro, dove i nostri figli devono studiare e non … guardare il soffitto.

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Titoli irredimibili: utilizzo e proposte

Lun, 21/11/2016 - 08:52

La grande necessità di avere denaro liquido immediato da parte dei Paesi in crisi è planetariamente risaputa. I Governi e le Istituzioni provano continuamente ad attenuare queste necessità, ma, come tutti sappiamo, è un arduo compito e allora che fare? Oggi la BCE (essendo l’unica che può stampare moneta per i Paesi dell’UE) ha in essere una manovra di alleggerimento del peso del debito degli Stati e cerca, affannosamente, di aiutare il sistema bancario a non collassare. Proviamo allora a pensare di aggirare l’ostacolo chiedendo alla BCE di poterla “utilizzare” per fare fronte a questa prolungata emergenza. Come? Proviamo a chiederle di poter emettere dei titoli irredimibili inserendoli nel Q.E. e remunerarli con un +3% rispetto al tasso di riferimento. Proviamo ad immaginare un importo di 100, 200, 300 … miliardi di euro, pagando il solo interesse. Il giovamento sarebbe immediato e, indubbiamente, metterebbe abbastanza in sicurezza le necessità di uno Stato. Ne gioverebbe molto anche il rapporto PIL/DEBITO PUBBLICO e scontando, eventualmente, anche il ricorso al FONDO di REDENZIONE, vera spada di Damocle per tutti i Governi Europei. Oppure, per quanto concerne l’Italia, si può istituire una patrimoniale del 10% (nulla osta percentuali diverse) facendola ricadere su tutti i possessori di titoli di Stato togliendo, immantinente, dal Grande Libro del Debito, circa 220 miliardi. E ancora, possiamo traslare ai fondi d’investimento, ai fondi pensione, ecc., i titoli irredimibili, poiché il loro obiettivo non è il breve, ma il lungo o lunghissimo termine, magari remunerandoli come sopra. Il prestito del Littorio è del 1926, quindi ha 90 anni ed oggi, se ne scriviamo o ne parliamo ancora, vuol dire che siamo punto e a capo. Anni fa ebbi a proporre anche il NO TIME DRAWING BOND, l’idea mi era venuta per rifinanziare imprese, banche ecc., (una specie di titoli irredimibili, numerati per l’estrazione e rimborsabili mano a mano che una impresa, banca ed ora anche per uno Stato ha la disponibilità di restituzione, rendendo di fatto appetibile la loro sottoscrizione) quindi, una possibilità in più di accedere al mercato. Ovviamente, se utilizzati questi strumenti, è necessario che vengano fatti controlli adeguati perché poi, i risultati non siano dispersi in inutilità. Proviamo?

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