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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 50 min fa

Il sottoconsumo e Keynes: una critica generale alla luce dell’azione umana — Parte 2

Ven, 26/08/2016 - 09:02

Poniamo ora una critica specifica alle tesi qui esposte.

L’errore di fondo di tutte queste tesi è di genere metodologico. Viene concepita la capacità di raggiungere ed acquisire una struttura produttiva in equilibrio, “nel senso pieno di quest’ultimo termine”, una struttura unidimensionale ed orizzontale e non disaggregata in molteplici stadi di tipo verticale, dove il fattore tempo viene trascurato e dove gli individui vengono ineluttabilmente ridotti a macroaggregati economici le cui relazioni quantitative si presume siano destinate a rimanere costanti.

Ragionando nell’anzidetta maniera non solo è impossibile distinguere quei processi che sono fondamentali per comprendere i cambiamenti che avvengono nella struttura produttiva, giacché non si tengono in alcuna vera considerazione gli elementi di base su cui si deve imperniare l’analisi economica, ossia azione individuale, tempo e dispersione della conoscenza ed i concetti attraverso i quali questi elementi si diffondo nella realtà economica di tutti i giorni, vale a dire soggettivismo, utilità marginale ed ordini spontanei, ma si finisce per supporre che la variabile politica sia determinante per porre in essere scelte economiche di successo generale quando, invece, al massimo, può svolgere il ruolo di variabile complementare.

L’essenza delle tesi sottoconsumistiche tradizionali consiste nel ritenere che se si lascia espandere il risparmio-investimento nel rispetto dei voleri di ciascun singolo (e che pertanto non sussistano squilibri monetari generati da processi inflativi), sebbene ciò possa essere qualcosa di positivo in termini individuali perché consente alla singola persona di incrementare il proprio reddito, si finisce per pregiudicare il benessere generale e, quindi, lo sviluppo economico, giacché al diminuire della domanda aggregata dei beni di consumo corrente la produzione si troverà a realizzare strutturalmente merci che non hanno uno sbocco di vendita. Di conseguenza, bisogna stimolare il consumo corrente ai danni del risparmio-investimento al fine di generare una crescita economica sostenibile.

Questa interpretazione è sbagliata perché l’iniziale e relativa diminuzione nella domanda di beni di consumo (causata dal maggior risparmio) aumenterà senz’altro nel tempo la produttività del sistema economico e con essa, dunque, la produzione di beni e servizi di consumo nonché i salari reali, dato che una volta che la struttura della produzione diviene permanentemente più intensiva di capitale con lo stesso reddito sociale lordo si è in possesso di un potere di acquisto maggiore. In questo processo, l’imprenditore di beni di consumo, anche se vede le sue vendite non crescere o addirittura diminuire, può ottenere gli stessi o pressoché gli stessi profitti di prima se riduce nel frattempo i suoi costi, ed in un mercato fluido quanto basta, cioè caratterizzato da mobilità del capitale e sufficiente libertà nel meccanismo di aggiustamento dei prezzi, questo è quello che tendenzialmente farà.

In ultimo, la redistribuzione del reddito e della ricchezza non rientra certamente nella lista di quei provvedimenti che possano evitare l’avvento di un ciclo economico o, una volta sopraggiunta la fase di bust del ciclo, porvi rimedio efficace. Al contrario, provvedimenti redistributivi potrebbero finanche peggiorare la fase di bust dato che i costi di queste misure vengono calcolati dando per scontato che tutti, sia coloro che ricevono sia coloro che li finanziano, continuino a lavorare mantenendo la stessa produttività di sempre. In poche parole, allorché si fa raggiungere un certo limite all’effetto disincentivante che tali provvedimenti contengono sia sui contribuenti sia sui beneficiari, questo effetto da latente finisce per manifestarsi apertamente, producendo così una riduzione del prodotto economico totale.

In linea di principio generale, l’unico modo veramente sano e sostenibile con cui uno Stato può aiutare i più bisognosi consiste nel liberalizzare il più possibile il mercato del lavoro, nel ridurre al minimo il peso e la rete dei tributi, delle regolamentazioni burocratiche e dei privilegi monopolistici, nel permettere a ciascuno di implementare e di vendere i propri talenti e le proprie conoscenze nel rispetto sostanziale della proprietà altrui.

Passando a Keynes, ed in particolare alla sua Teoria Generale, qui c’è da dire che oltre all’errore di fondo di genere metodologico già descritto, sussiste un altro “peccato originale”: il disinteresse per il postulato della scarsità reale. Supponendo che la produzione aggregata cambi automaticamente nella stessa direzione della spesa monetaria totale, si ritiene inevitabilmente che ogni aumento dei redditi nominali produca automaticamente un’offerta corrispondente di beni e servizi di consumo e di beni di capitale.

A sua volta questo disinteresse è la proiezione di un’inadeguata “teoria del capitale”: sulla scia degli economisti Frank Hyneman Knight e John Bates Clark, Keynes intende il capitale come un fondo omogeneo che si autoriproduce in grado, quindi, di andare oltre i beni di capitale, ossia oltre i suoi concreti ed eterogenei stadi intermedi di ogni processo di azione, soggettivamente considerati come tali dall’agente economico.

Si è detto che Keynes al contrario dei sottoconsumisti tradizionali non ignora la variabile tesaurizzazione, ma ciò, come si vedrà, non depone certamente a suo favore.

Il Keynes antecedente alla Teoria Generale si concentra sulle equazioni quantitative e mediante queste finisce per conferire alla velocità di circolazione del denaro vita propria, senza capire così che sono la domanda e l’offerta che gli individui fanno del denaro a determinare il valore dello stesso e la convenienza di come e quando spenderlo. La cosiddetta velocità di circolazione del denaro non ci dice nulla, infatti, su quale debba essere il meccanismo che permette di adeguare l’offerta di moneta alla sua domanda e con ciò di giungere alla stabilità monetaria.

Nel consegnare alla velocità di circolazione del denaro vita propria Keynes finisce per credere che un’autorità centrale, controllando le riserve bancarie, sia capace di adeguare l’offerta di totale di moneta bancaria di un’economia alla sua domanda e conseguentemente sia capace di evitare situazioni di eccedenza od insufficienza.

Ma la verità dei fatti è che, essendo il mondo economico contraddistinto dalla dispersione delle conoscenze di tempo e di luogo, solo per mezzo di una piena libertà di emissione della moneta e la decentralizzazione della riserva bancaria si può mettere a giusto punto quel meccanismo che consente un continuo adeguamento tra domanda ed offerta di moneta. Più ci si allontana da una piena libertà di emissione della moneta e dalla decentralizzazione della riserva bancaria più l’obiettivo della stabilità monetaria si allontana e con esso quello di strutture della produzione tendenti stabilmente all’equilibrio.

Nel momento in cui poi Keynes sostiene che se la velocità di circolazione diminuisce allora occorre aumentare l’offerta di moneta non si accorge che così facendo si va ad innescare un processo continuato di offerta di moneta che eccede la sua domanda, il quale processo non solo produce un rialzo non uniforme dei prezzi ma anche e, forse soprattutto, strutture della produzione insostenibili. In questa maniera, si può giungere ad una riduzione della disoccupazione nel breve periodo, nell’intervallo di tempo in cui il processo sequenziale di riaggiustamento dei prezzi non arriva a compimento, dopodiché si ribadiscono gli aspetti strutturali permanenti dell’economia, con l’aggravio, però, ora, di aver introdotto (altre) distorsioni allocative e di aver a che fare con un livello dei prezzi sicuramente più elevato a causa dell’incremento della spesa monetaria.

In seguito, il Keynes della Teoria Generale si spinge ancor un po’ più in là rispetto a quanto aveva dedotto con le equazioni quantitative ed aggiunge che pur di incentivare consumi ed investimenti ai danni della tesaurizzazione sarebbe auspicabile accettare una tassa sulla liquidità sul denaro a corso legale. Tuttavia, sposare una tale soluzione significa non comprendere che restringendo i diritti sulla proprietà ed i margini di scelta non si fa altro che allontanare tutti gli individui dal calcolo economico razionale e conseguentemente arrecare danno al complesso dell’economia.

La tesaurizzazione di beni mobili è un fenomeno antico quanto, se non più, del baratto. Accantonare riserve di liquidità per essere sicuri di far fronte ad eventuali pagamenti imprevisti rappresenta un metodo di impiegare le propria ricchezza del tutto consono al fatto che la dimensione economica dell’uomo è come “un continuo viaggio esplorativo verso risultati ignoti”. Gli individui (ciascuno di loro in possesso di una conoscenza circa le proprie circostanze di tempo e di luogo superiore a qualsiasi autorità centrale), inoltre, interagendo costantemente con l’ambiente economico circostante si possono rendere conto o meno se è il caso di aumentare o diminuire i propri saldi liquidi. Un aumento continuato e generale della variabile tesaurizzazione sta allora ad indicare che la società nel suo complesso vuole raggiungere lo scopo di preservare dalla distruzione il capitale o di trasferirlo in periodi economici futuri più propizi. Di conseguenza, un incremento continuato e generale alla tesaurizzazione va considerato non come una causa scatenante, bensì come una mera reazione spontanea degli agenti economici ad un ambiente economico circostante che favorisce il depauperamento piuttosto che l’arricchimento e la soluzione a ciò, dunque, non può essere coartare gli individui a spendere o a cedere parte del proprio reddito e delle proprie ricchezze, ma rendere questo ambiente più favorevole rispetto alle libere azioni individuali che vengono realizzate nel rispetto della proprietà altrui, azioni che rappresentano il motore di ogni sviluppo economico sostenibile.

Altro errore colossale della teoria keynesiana consiste nel ritenere il tasso di interesse un fenomeno monetario, determinato da offerta e domanda di moneta o dalla preferenza per la liquidità.

Il tasso di interesse è, invece, quel prezzo di mercato dei beni presenti in funzione dei beni futuri, un prezzo, quindi, espressione della disponibilità attuale delle risorse e dell’intensità psichica delle valutazioni soggettive dei beni presenti in relazione dei beni futuri. Pertanto, offerta e domanda di moneta determinano il prezzo della moneta (il potere di acquisto) non il tasso di interesse.

In conformità a tutto ciò, seppur molte azioni vengono sviluppate e concluse impiegando moneta come mediatore dello scambio, il tasso di interesse rappresenta, in verità, un fenomeno reale e non monetario.

La difficoltà, pertanto, sta nel far coincidere il tasso di interesse monetario con quel tasso che si determinerebbe se i beni si prestassero in natura senza la mediazione della moneta, e cioè con il tasso naturale di interesse.

Allorché il tasso di interesse monetario viene forzato al di sotto di questo tasso naturale di interesse si assiste ad una riduzione effimera che conduce a porre in essere mal investimenti, giacché le preferenze intertemporali degli agenti economici non sono cambiate nel senso di una maggiore e reale volontà di risparmio. Come risposta a questa forzatura si attiva immediatamente una spinta eguale e contraria per riportare il tasso di interesse monetario verso la coincidenza con il tasso naturale di interesse. Tuttavia, in presenza di un monopolio nell’emissione dell’intermediario dello scambio e centralizzazione della riserva bancaria, questa spinta uguale e contraria, sebbene effettivamente sussista, può rimanere soffocata a tempo praticamente indeterminato nella sua manifestazione esterna e gli agenti economici continuerebbero perciò ad assistere ad un tasso di interesse monetario che continua a far girare informazioni alterate rispetto a quelle che in prima battuta vengono emanate dal tasso naturale di interesse. Malgrado ciò, qualunque ritardo negli adeguamenti monetari resi necessari dalla disponibilità dei beni esistenti e dal modo in cui gli individui ripartiscono il loro reddito potrà avere solo l’effetto di accentuare ulteriormente i cambiamenti reali.

Nella vita reale la decisione sul come suddividere il proprio reddito fra spese per consumo, spese per risparmio-investimento e tesaurizzazione avviene contemporaneamente e può essere sempre rivista strada facendo. In tal senso, l’aumento di quella parte del reddito destinata alla tesaurizzazione può provenire o dalla quota che era destinata ai consumi correnti, o dalla quota che era destinata al risparmio-investimento o da una combinazione tra queste due possibilità. Nel primo caso si assisterà ad una diminuzione del tasso naturale di interesse, nel secondo caso ad un aumento del tasso naturale di interesse, nel terzo caso il tasso naturale di interesse potrebbe rimanere inalterato se la quota proveniente dai consumi è per entità la stessa di quella proveniente dal risparmio-investimento. Di conseguenza, non esiste una relazione diretta fra preferenza per la liquidità o domanda di moneta e il tasso naturale di interesse, dato che se la relazione fra il valore che si da ai beni presenti rispetto ai beni futuri non cambia, un aumento della domanda di moneta lascia il tasso naturale di interesse invariato.

Keynes definisce il tasso di interesse come quel premio che gli individui chiedono per separarsi dal denaro e questo premio sarebbe dettato dalla nostra inquietudine circa il futuro. Ciò significa che egli considera il tasso di interesse come un fenomeno monetario che può essere correttamente manovrato dall’alto per mezzo della politica e non per quello che invece è, vale a dire un fenomeno reale che in quanto tale non può essere correttamente manovrato da alcuna autorità centrale. Alla fine, infatti, sarà sempre il rapporto tra la scarsità delle risorse reali e la loro domanda a decidere quale investimento sia redditizio ed in quale misura.

Valutando il tasso di interesse come un fenomeno monetario, Keynes non può scorgere nell’allargamento degli strumenti fiduciari di pagamento senza un’antecedente accumulazione di risparmio reale e volontario l’elemento che produce la ciclicità di un’economia. In aggiunta, le sue soluzioni sono sprovviste di un meccanismo impersonale di mercato in grado di correggere in corso d’opera il disequilibrio provocato dall’eccesso d’offerta di questi strumenti.

Non è vero, infatti, contrariamente a quanto Keynes (appoggiandosi su un mero argomento contabile) afferma, che posizioni creditizie e debitorie cancellandosi mutuamente non possono conseguentemente avere effetti distorsivi sulla struttura produttiva. Colui che contrae un debito con la banca non contrae un debito in moneta, ma il credito che deriva da questo debito è una quantità di deposito a vista che diviene effettivamente e progressivamente moneta nel momento in cui (questo deposito a vista) inizia ad essere speso dall’agente economico per acquistare beni di capitale e servizi dei fattori produttivi. Se in tal modo l’offerta di moneta diviene superiore alla sua domanda si assisterà a variazioni di prezzi al rialzo non uniformi e ad investimenti insostenibili, poiché a questo squilibrio tra domanda ed offerta di moneta corrisponde uno squilibrio tra risparmio reale e volontario ed investimento.

Con una base monetaria arbitraria adeguare nel tempo l’offerta di credito alle reali preferenze intertemporali degli agenti economici diviene operazione molto difficile se non sostanzialmente impossibile.

In ultimo, il cosiddetto “moltiplicatore keynesiano” altro non è che un esercizio di stile puramente meccanicistico-matematico che non ha niente a che vedere con i processi reali che si generano nella struttura produttiva. Esso suppone che l’offerta di risorse, prodotti finali ed intermedi sia infinitamente elastica e che, quindi, qualsiasi aumento della domanda può essere appagato senza alcun incremento di prezzo. Con altre parole, esso ipotizza che un aumento dell’investimento sia plausibile senza che nel frattempo la società nel suo complesso né il singolo individuo debbano diminuire, neanche minimamente, i propri consumi allo scopo di assegnare un reddito alle persone in più che ora hanno ottenuto un lavoro. Keynes, inoltre, ci dice che tutto questo può essere raggiunto attraverso una certa socializzazione dell’investimento, giacché i liberi imprenditori, operando nell’incertezza circa il futuro, fallirebbero l’obiettivo della pieno impiego e simultaneamente di aumentare il reddito reale dell’intera comunità. Keynes, pertanto, al fine di centrare tale obiettivo, suggerisce di sostituire i liberi imprenditori con dei politici o dei tecnocrati illuminati. Tuttavia, sia un libero imprenditore sia un politico sia un tecnocrate sono tutti esseri umani e di conseguenza non si capisce proprio perché i secondi ed i terzi non debbano essere oppressi dall’incertezza circa il futuro quanto i primi, a meno che non si ritenga che esistano specifici individui che possano dirigere il futuro economico di una certa società meglio di altri, poiché in possesso di superiori conoscenze particolari di tempo e di luogo non solo per quanto riguarda le proprie circostanze, ma anche per quanto riguarda le circostanze di tutti gli altri.

Keynes, nell’insieme delle sue considerazioni, ci ha proposto un sistema economico fondato sull’ipotesi che non esista una vera e propria scarsità di risorse reali e che l’unica scarsità esistente sarebbe di ordine psicologico, concernente cioè la decisione del tutto irrazionale delle persone di non vendere i loro beni ed i loro servizi al di sotto di determinati prezzi. Una bella illusione non c’è che dire. Ma forse la forza persistente dell’idea keynesiana risiede esattamente in questo, vale a dire aver offerto all’umanità una dolce menzogna sulla quale ciascuno può fantasticare e proiettare la propria visione di un mondo irreale. Una dolce menzogna che nei fatti, però, si traduce inevitabilmente in direttive tanto restringenti delle libertà individuali quanto inefficaci sotto l’ottica economica complessiva.

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Il sottoconsumo e Keynes: una critica generale alla luce dell’azione umana — Parte 1

Mer, 24/08/2016 - 08:54

Per Sottoconsumo si deve intendere una serie di teorie economiche per le quali insiti nel libero mercato esistono delle componenti che generando una carenza di domanda aggregata rispetto all’offerta aggregata finiscono per decretare un consumo complessivo inferiore rispetto a quello che sarebbe necessario affinché tutte le merci prodotte vengano vendute o che la produzione si sviluppi in modo tale da occupare pienamente tutti i fattori disponibili.

Partiamo innanzitutto negoziando alcuni termini della questione.

Possiamo considerare la tesaurizzazione di saldi liquidi come risparmio che viene sottratto all’investimento ed ai consumi correnti oppure stimare la tesaurizzazione di saldi liquidi come domanda di moneta e vedere conseguentemente nel risparmio e nella tesaurizzazione due distinte modalità di scelta.

Questa sottolineatura ha la sua importanza in quanto sposando la seconda opzione si deve valutare la tesaurizzazione come una variabile completamente slegata rispetto alla dialettica tra consumo ed investimento.

Colui che oggi si astiene a consumare parte del proprio reddito in beni e servizi di consumo, allo scopo di guadagnare un interesse, presterà immediatamente questo denaro a delle imprese (che a loro volta lo impiegheranno istantaneamente per porre in essere delle produzioni), in maniera diretta o servendosi dell’ausilio dei canali di intermediazione finanziaria. Servendoci di questo esempio ed assumendo come valida la seconda opzione, il risparmio deve essere letto come l’altra faccia dell’investimento. Pertanto, il risparmio di moneta a differenza della tesaurizzazione di moneta rappresenta denaro in circolazione o per meglio dire denaro già scambiato per ottenere in cambio beni o servizi in un tempo futuro. In tal senso, il risparmio non rappresenta, quindi, una riduzione della spesa, bensì una diversificazione della spesa: scegliendo di risparmiare l’agente economico passa dallo spendere per consumare allo spendere per investire.

Nell’esaminare il Sottoconsumo è necessario partire da un presupposto essenziale. Tutte le tesi del sottoconsumo, sia quelle tradizionali sia quella che emerge nel 1936 con The General Theory of Employment, Interest and Money di John Maynard Keynes, assumono come idea comune che le crisi economiche nascono come effetto di una legge psicologica fondamentale: ogni comunità, all’aumentare del reddito reale non fa, di regola, mai corrispondere un aumento del consumo assoluto eguale (all’aumento del reddito reale); questa rigidità dei consumi rispetto al reddito reale tocca la società nel suo complesso, ma diviene certamente più forte mano a mano che gli individui si spostano verso le “classi più alte della società”.

Dal punto di vista temporale e dell’estrazione sociale, le teorie sottoconsumistiche traggono per lo più origine da quel mondo nobiliare che vede progressivamente sgretolarsi il suo prestigio a scapito di quella borghesia industriale e commerciale sempre più in ascesa a seguito dell’esplosione della rivoluzione industriale avvenuta nel corso del diciottesimo secolo. A cavallo tra settecento ed ottocento i più conosciuti sostenitori di queste teorie – James Maitland Lauderdale, Thomas Robert Malthus, Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi – sono, infatti, tutti personaggi di ascendenza aristocratica.

I sottoconsumisti tradizionali (vale a dire prima di giungere a Keynes ed alla sua Teoria Generale), ritengono che “quella legge psicologica fondamentale” si manifesti attraverso un processo che conduce ad una sfrenata espansione del capitale, ossia di beni di capitale, rispetto alle spese per il consumo corrente. In questo modo, gli autori di queste tesi tradizionali finiscono per sostenere che un accrescimento del capitale porta prosperità soltanto se all’accresciuta produzione si accompagnano, alla stessa velocità, vendite (cioè acquisti del pubblico) corrispondenti, diversamente il sistema produttivo collasserà in misura sistematica su se stesso. Nell’affermare ciò, essi fanno propria la posizione che risparmio ed investimento sono termini che rappresentano le due facce della stessa medaglia, mentre la variabile della tesaurizzazione viene ignorata. Tuttavia, l’aver trascurato quest’ultima variabile non sottintende che essi avessero identificato la tesaurizzazione come domanda di moneta, più semplicemente essi pensano che qualsiasi reddito che non viene speso in consumi viene tutto meccanicamente indirizzato verso la spesa per investimenti.

Nel 1804 Lauderdale nel suo trattato intitolato an Inquiry into the Nature and Origin of Public Wealth and into the Means and Causes of Its Increase asserisce che il singolo individuo astenendosi dalla spesa per consumi e allo stesso tempo risparmiando tenderà a diventare senz’altro più ricco, ma la pubblica ricchezza tenderà a non aumentare, giacché, in questa maniera, non si viene a creare materialmente ricchezza, ma si mette in atto unicamente un processo di trasferimento di ricchezza che impoverisce i venditori a vantaggio dei risparmiatori e questo processo conduce poco alla volta ad una diminuzione del benessere generale. In tale pensiero è, dunque, presente una disapprovazione del risparmio allorquando questo “viene ritenuto eccessivo”, ed una decisa critica alla libertà economica dell’individuo, dal momento che si suppone che esista anche nell’ambito delle azioni di scambio volontarie e rispettose della proprietà in generale una netta distinzione tra quello che profittevole per ogni singola persona e ciò che è profittevole per la società presa nel suo complesso.

Nel 1807 William Spence, altro sottoconsumista, partendo dalle suddette considerazioni di Lauderdale e preoccupato dal fatto che possa non esserci una spesa aggregata di consumi in grado di smaltire tutta la produzione di merci si spinge a proporre per evitare ciò di creare dei lavori magari anche del tutto improduttivi per l’economia ma che comunque redistribuiscano reddito, il quale reddito, una volta redistribuito, si ipotizza ovviamente che venga tutto o pressoché tutto speso in consumi correnti.

Se il detentore di una proprietà da 10.000 sterline l’anno dovesse spendere questa somma impiegando 500 soffiatori a creare bolle di vetro da frantumare non appena fatte, la prosperità del paese sarebbe promossa altrettanto bene che se impiegasse lo stesso numero a costruire uno splendido palazzo. William Spence, Britain Independent of Commerce, p. 36.

Tuttavia, Spence non è il solo tra i suoi contemporanei a sollecitare la crescita dei membri improduttivi della società come rimedio permanente alle forti oscillazioni del prodotto del sistema economico nel tempo. Malthus, nell’accusare “i capitalisti” di non voler consumare abbastanza i propri profitti perché troppo impegnati a raggiungere come obiettivo quello di “mettere da parte una certa fortuna”, suggerisce anch’esso il medesimo correttivo.

Allora, a meno di supporre che le classi produttive consumino molto di più di quanto lì si vede fare nell’esperienza … è assolutamente necessario che un paese con grandi capacità produttive possegga una quantità di consumatori improduttivi. Thomas Robert Malthus, Principles of Political Economy: Considered with a View to their Practical Application, (1a ed.1820), p. 463.

Nel contempo, però, Malthus non dimentica di evocare la legge psicologica fondamentale del sottoconsumo e, quindi, afferma pure che questo non voler consumare abbastanza rappresenta in realtà un limite fisiologico dell’essere umano dettato dal fatto che più si è abbienti più bisogni e gusti, benché tendano sempre ad aumentare, rallentano progressivamente la loro crescita.

Questa (supposta) legge psicologica fondamentale viene maggiormente dettagliata da Sismondi nella sua opera del 1819 Nouveaux Principes d’Économie Politique: Ou de la Richesse dans ses Rapports avec la Population.

In sostanza, Sismondi sostiene che il miglioramento della produttività generato dalla diffusione delle macchine aumenta i profitti dei capitalisti, i quali, però, a causa dell’esistenza di questo limite fisiologico alla crescita dei consumi, non sono in grado di acquistare merci alla stessa velocità con cui ora vengono prodotte grazie all’innovazione tecnologica.

Se i capitalisti non sono in grado di consumare abbastanza le merci da loro stessi prodotte, allora, onde evitare una crisi di sottoconsumo/sovrapproduzione che condurrebbe ad un ridimensionamento del sistema produttivo nel suo complesso – non trovando acquirenti per i loro prodotti i capitalisti dovrebbero chiudere parte dei loro impianti e soprattutto licenziare personale – occorre che quella fetta di società che ha ancora tanta voglia di consumare ma non ha reddito sufficiente per farlo venga fornita di questo reddito in maniera tale da proporzionare la crescita della ricchezza e dei consumi tra tutti i settori sociali.

Per Sismondi è compito dei buoni governi redistribuire reddito allorché il sistema economico ne faccia trasparire la necessità. A suo parere, tale redistribuzione, come esito ultimo, consentirà un sano raffreddamento della crescita dell’economia, o per meglio dire condurrà il sistema economico da una spontanea ma disastrosa modalità di crescita ad una interventista e sostenibile modalità di crescita.

Nel 1889 John Atkinson Hobson in The Physiology of Industry: Being an Exposure of Certain Fallacies in Existing Theories of Economics (opera scritta assieme alla collaborazione di Albert Frederick Mummery) nel riprendere il filone del pensiero sottoconsumistico, suggerisce anch’esso, come rimedio permanente per contrastare le forti oscillazioni del prodotto economico che caratterizzerebbero un’economia di libero mercato, una redistribuzione della ricchezza e del reddito, allo scopo di ridurre la quota di risparmio sul reddito nazionale.

Giungiamo adesso al sottoconsumo sui generis espresso da John Maynard Keynes nella Teoria Generale.

Il Keynes della Teoria Generale riprende dai sottoconsumisti tradizionali l’idea che nel libero mercato, al crescere del reddito dei consumatori gli acquisti dei beni di consumo non aumentano di altrettanto e che tale processo alla lunga comporterà una riduzione delle vendite, un’impennata degli stock, e utili che si tramutano in perdite.

Nonostante ciò, mentre per i sottoconsumisti tradizionali il suddetto processo era conseguenza di un eccesso di risparmio-investimento rispetto ai consumi correnti, per Keynes lo stesso processo era, invece, conseguenza di un soprappiù generale di risparmio che, però, in questo caso, non è da intendere come l’altra faccia dell’investimento, bensì come tesaurizzazione. Questo risparmio-tesaurizzazione, facendo rientrare nel sistema produttivo meno denaro di quanto ne esca, produrrebbe una crisi economica.

Keynes, pertanto, diversamente dai sottoconsumisti tradizionali, non esclude nella sua analisi la variabile tesaurizzazione e nel far ciò collega i rallentamenti della circolazione del denaro, o meglio dire dello scambio di denaro con altri beni o servizi, con la carenza sistematica di domanda aggregata rispetto all’offerta aggregata.

In aggiunta, Keynes ritiene anche che una carenza sistematica negli acquisti di beni di consumo correnti possa essere accompagnata da livelli di investimento ancora scarsi e con ciò egli vuole asserire che l’epicentro di una crisi dei tempi moderni è rappresentato da un’insufficienza degli investimenti rispetto alla tesaurizzazione-risparmio, insufficienza che viene generata da una caduta del tasso di profitto al di sotto del livello fissato dal tasso di interesse, la quale caduta, a sua volta, viene originata da un crollo psicologico (l’inquietudine circa il futuro) delle prospettive di investimento.

Di conseguenza, aumentare la spesa in beni di consumo resta una terapia anticrisi valida per i sottoconsumisti tradizionali quanto per Keynes, purché per quest’ultimo ad essere ridotta sia la variabile tesaurizzazione e non quella degli investimenti. Malgrado ciò, Keynes preferisce che il mancato incremento degli acquisti di beni di consumo corrente siano colmati non direttamente da altri acquisti in beni di consumo, bensì da un’ulteriore crescita del capitale, cioè da investimenti aggiuntivi, i quali ovviamente siano tutti finanziati espropriando in vario modo la quota di tesaurizzazione generale in possesso delle persone. Keynes prescrive questa preferenza “finché la massa di capitali non sia divenuta così abbondante che il suo ritorno-valore sia approssimativamente pari a zero”.

… in pratica io differisco da queste scuole di pensiero nel ritenere che esse possano mettere troppa enfasi sull’aumento dei consumi, in un’epoca in cui ci sono ancora molti vantaggi sociali che si possono ottenere aumentando gli investimenti … Personalmente sono impressionato dai grandi vantaggi sociali di aumentare la massa di capitale finché cessi di essere scarsa. John M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 325.

Riassumendo, per quanto Keynes scrive nella sua Teoria Generale, una crisi economica moderna viene indotta da un crollo delle aspettative delle persone le quali, divenendo negative, fanno contrarre la domanda di beni di capitale. Tale contrazione produce disoccupazione e successiva contrazione della domanda di beni di consumo.

Altra differenza tra Keynes ed i sottoconsumisti tradizionali e che nel primo non sussiste il convincimento dell’esistenza di un meccanismo automatico, seppur temporaneo, di ripresa. Nelle tesi tradizionali del sottoconsumo, in un mercato libero, boom and bust si avvicendano ininterrottamente. In Keynes, invece, senza l’attivazione di stimoli esterni, un’economia (di libero mercato) in recessione/depressione potrebbe sempre star lì a ruotare attorno ad una situazione di semi-depressione che si evidenzia per mezzo di un equilibrio di sotto-impiego permanente.

Stimoli esterni devono essere tradotti con intervento governativo sull’economia. E quali interventi, per Keynes, dovrebbero attuare i governi per curare una crisi economica?

Dapprima, Keynes consiglia ai governi di cercare di raggiungere una stabilizzazione del reddito monetario agendo sui prezzi interni: “se diminuisce la velocità di circolazione di moneta bisogna aumentare la quantità di moneta se, viceversa, aumenta la velocità di circolazione della moneta bisogna diminuire la quantità di moneta”. Questa fantasticheria centralista appartiene ad un Keynes precedente alla Teoria Generale ed è basata sull’aver dato eccessiva rilevanza e precisione alle equazioni quantitative e sull’opinione che la velocità di circolazione della moneta sia un’entità che nell’essere instabile sia anche indipendente dalle valutazioni degli individui circa la convenienza di spendere o meno il proprio denaro e che si modifichi senza alcuna connessione con quanto avviene all’estero. Tuttavia, l’ossessione di una circolazione del denaro come causa di recessione/depressione permane anche nella Teoria Generale e ciò spinge Keynes finanche a lodare in qualche maniera l’idea del “denaro deperibile” di Silvio Gesell.

Secondo questa proposta le banconote … manterrebbero il loro valore solo se bollate ogni mese … con dei contrassegni acquistati presso l’ufficio postale. Il costo dei francobolli potrebbe, ovviamente, essere fissato in qualsiasi appropriata cifra … Il costo suggerito da Gesell è stato dell’1 per mille a settimana, pari al 5,2 per cento l’anno. Questo costo sarebbe troppo elevato nelle condizioni esistenti, ma la cifra corretta, che dovrebbe essere cambiata di volta in volta, potrebbe essere raggiunta solo per tentativi ed errori. L’idea alla base del denaro bollato è sana. E’, infatti, possibile che in qualche modo si riesca nella pratica ad applicarla su scala modesta. John M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 357.

Quando con la Teoria Generale l’attenzione principale si sposta dall’instabilità della velocità di circolazione a quella della produzione reale, Keynes suggerisce di “utilizzare la politica monetaria, per forzare il tasso di interesse di lungo periodo verso il basso fino a fargli raggiungere quel livello in cui tendenzialmente si produce il pieno impiego”.

Ma egli stesso successivamente precisa che una tale politica di espansione monetaria può anche fallire se la preferenza per la liquidità degli individui cresce più velocemente di quanto la banca centrale stampi denaro; in questo caso, per Keynes non rimane che “una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento come unico mezzo per avvicinarsi al pieno impiego e contemporaneamente incrementare il reddito reale dell’intera comunità”. Un aumento della spesa pubblica diviene la naturale ultima raccomandazione da eseguire e la creazione di un deficit di bilancio pubblico la necessaria implicazione di una teoria che mette lo Stato al centro di tutto il sistema delle relazioni economiche. I programmi di spesa curati dallo Stato richiederanno, per essere tangibilmente realizzati, una serie di beni indispensabili da far produrre, aumentando in tal modo la domanda di questi beni, e persone da assumere al lavoro. Queste persone, che ora sono in possesso di un reddito che precedentemente non avevano, incrementeranno la domanda aggregata fornendo ulteriori condizioni per effettuare nuovi investimenti nella produzione e nuove assunzioni – “moltiplicatore keynesiano”.

All’interno di quest’ultima soluzione, Keynes si spinge addirittura a sostenere la tesi “alla Spence” della creazione da parte del governo di lavori magari anche totalmente improduttivi ma che in ogni caso redistribuiscano ricchezza e reddito, poiché ciò può risultare tanto benefico per la domanda e lo sviluppo quanto più questa creazione viene indirizzata verso quei settori della popolazione in possesso di una maggiore propensione al consumo. – Nelle note conclusive della Teoria Generale, Keynes scrisse anche che solo l’esperienza potrà rivelare fino a che punto è sicuro stimolare la propensione media al consumo, senza rinunciare all’obiettivo di privare il capitale del suo valore di scarsità nell’arco di una o due generazioni.

La costruzione di piramidi, i terremoti, perfino le guerre possono servire ad accrescere la ricchezza, se l’educazione dei nostri governanti secondo i principi dell’economia classica impedisce che si compia qualcosa di meglio … Se il Tesoro dovesse riempire vecchie bottiglie con delle banconote, seppellirle a profondità adeguate all’interno di miniere di carbone in disuso che vengono poi riempite fino alla superficie con rifiuti urbani, e consentisse in seguito all’iniziativa privata, nel rispetto dei principi ben comprovati del laissez-faire di recuperare le banconote … non ci sarebbe più disoccupazione e … il reddito reale della comunità e la sua ricchezza di capitale diventerebbero probabilmente molto maggiori rispetto a quanto non siano effettivamente adesso. John M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 129.

Se l’origine dei problemi per Keynes risiede in “quell’atavico desiderio umano di trattenere moneta per far fronte alle inquietudini circa il futuro” non vi è pressoché alcun dubbio, inoltre, che oggi essendo in presenza di quelle possibilità tecnologiche che lo consentirebbero (e che all’epoca di Keynes, invece, non c’erano) esso si esprimerebbe a favore dell’abolizione dell’uso del denaro contante. Ciò è sottinteso neanche tanto velatamente nelle seguenti parole della Teoria Generale:

L’unica cura radicale per le crisi di fiducia che affliggono la vita economica del mondo moderno sarebbe quella di non lasciare all’individuo alcuna scelta che non sia quella di spendere il suo reddito in consumi o di ordinare la produzione dello specifico bene-capitale che … gli sembra più promettente. John Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 161.

Abbiamo sin qui illustrato una serie di considerazioni economiche tutte accomunate dal fatto di vedere nel libero mercato l’origine dei cicli economici, e cioè di forti oscillazioni del prodotto del sistema economico nel tempo. Di qui, nasce la comune volontà di queste teorie di attuare restrizioni alle libertà economiche dei singoli individui, presupponendo così di poter raggiungere un quadro di stabilizzazione macroeconomica. Restrizioni che non mirano ad abolire il capitalismo inteso come processo di libero mercato, bensì a condizionarlo mediante delle interferenze che costringano le singole persone ad impiegare i propri mezzi e le proprie conoscenze in modo in parte differente, seppur sempre nel rispetto della proprietà in generale, da come essi farebbero altrimenti. Queste interferenze coercitive dovrebbero essere sancite da un gruppo di individui il più possibilmente esperti.

Tuttavia, ciò che loro imputano sia colpa del libero mercato, vale a dire le forti oscillazioni del prodotto economico di un certo sistema economico nel tempo, in realtà è dovuto a manipolazioni e blocchi effettuati proprio sul libero mercato. Nell’affermare questo, inoltre, dobbiamo tenere presente che queste oscillazioni non vanno confuse con le cosiddette fluttuazioni economiche, ossia normali variazioni settoriali dei dati economici provocate dai costanti e continui cambiamenti che avvengono nella tecnologia, nei gusti dei consumatori, nella qualità della forza lavoro, nella disponibilità delle risorse naturali, nel clima e nei raccolti agricoli.

Asserito quanto, si può comprendere innanzitutto il perché i mercati debbano essere definibili come processi dinamici e, in seguito, comprendere che se questi processi sono lasciati sufficientemente liberi di dispiegarsi essi tendenzialmente si muovono effettivamente verso l’equilibrio.

Ma attenzione: con la formula “tendenti all’equilibrio” si deve intendere che le situazioni di bilanciamento che le forze della domanda e dell’offerta riescono a raggiungere e con esse le strutture produttive presentano sempre un parziale disequilibrio e sono sempre in evoluzione, poiché comunque frutto di operazioni compiute in condizione di limitazioni e di dispersione della conoscenza, poiché, nel momento stesso in cui vengono realizzate, sono in ogni caso subito messe in discussione da quel processo di competizione, apprendimento e scoperta che non cessa mai di essere attivo.

L’equilibrio, allora, “nel senso pieno del termine”, essendo qualcosa che è concretamente in evoluzione in ogni istante di tempo ed essendo ricercato da agenti economici per loro natura imperfetti non può essere mai acquisito, né mai raggiunto, né mai conosciuto in anticipo.

Il processo di competizione, apprendimento e scoperta oltre a guidarci tendenzialmente verso l’equilibrio ci guida anche nella costruzione delle strutture produttive. Come risultato del fatto che questo processo mai concluso viene implementato da innumerevoli individui ciascuno dei quali in possesso di proprie conoscenze particolari di tempo e di luogo queste strutture non sono né unidimensionali né orizzontali, bensì ben più articolate, e cioè disaggregate in innumerevoli stadi di tipo verticale.

In base a tutto ciò, quando si afferma che in un libero mercato l’offerta è sempre in grado di creare la sua domanda, Legge di Say, si vuole semplicemente sostenere che in un contesto contraddistinto appieno da cooperazione volontaria è impossibile assistere ad un generale stato di sottoconsumo/sovrapproduzione di tutti i prodotti, giacché la tendenza all’equilibrio è garantita dal processo di competizione, apprendimento e scoperta che viene alimentato da una catena continua, circolare e smisurata di arbitraggi spontanei. (L’arbitraggio è il tasso a cui ognuno preferisce separarsi da quello che possiede piuttosto che rinunciare ad acquisire quello che possiedono gli altri).

Ma se questi arbitraggi spontanei vengono alterati attraverso delle interferenze coercitive, allora vi sarà vi sarà un’induzione all’errore massiccio di calcolo economico sul quale gli individui fonderanno i propri corsi d’azione. L’errore sarà orientativamente tanto maggiore quanto sarà stata la dimensione dell’alterazione.

Per dar luogo ad un generale stadio di sottoconsumo/sovrapproduzione occorre, quindi, che vi sia alla base una sostanziale interferenza coercitiva, che in quanto tale è qualcosa di esogeno rispetto al processo di libero mercato.

L’interferenza in questione, causa primaria di ogni ciclo economico dell’economia, è l’imposizione di un monopolio sull’emissione degli intermediari dello scambio e la centralizzazione della riserva bancaria: mediante questa imposizione, infatti, si ritiene erroneamente che si possa costantemente adeguare l’offerta di moneta di un’economia alla sua domanda e pianificare successivamente l’offerta di credito appropriata.

Tale interferenza, implicando una base monetaria arbitraria sfocia conseguentemente in un più che probabile aumento dell’offerta di credito non sostenuto da risparmio reale e volontario, aumento che una volta verificatosi finisce per generare una variazione della struttura produttiva che non può diventare permanente giacché non sostenuta dalle preferenze temporali dei consumatori. In questo modo, viene “temporaneamente” a prodursi un’offerta di beni di capitale ed i beni e servizi di consumo non strutturalmente coincidente con la domanda che di essi fanno i diversi agenti economici.

Allora, sì, certamente, si devono temere gli eccessi di capitale, intesi come beni di capitale, ma questi eccessi possono configurarsi solo quando il capitale viene reso fittizio e cioè allorché gli imprenditori intraprendono progetti di investimento, ampliando ed allungando gli stadi dei beni di capitale, senza il supporto di risparmio reale e volontario. E ciò può accadere solo a seguito di un intervento esterno al processo di libero mercato in grado di far credere che le proporzioni fra consumo corrente e risparmio-investimento siano cambiate a favore di quest’ultima variabile quando, invece, così non è.

Se poi il problema è stato creato da un intervento esogeno al processo di libero mercato, la soluzione non può essere implementare altri interventi che inibiscono ulteriormente tale processo, bensì permettere al sistema di attuare concretamente quegli effetti spontanei che reinstradano il sistema economico verso la tendenza all’equilibrio. A questo riguardo, non solo è essenziale intraprendere un riavvicinamento verso le reali e volontarie preferenze degli agenti economici tra consumo corrente e risparmio-investimento, ma anche far sì che i prezzi, in particolare i livelli salariali, non siano forzati artificialmente verso l’alto. Diversamente, proseguendo sulla strada dell’interventismo rispetto al processo di libero mercato, assisteremo allo svilupparsi di meccanismo perverso che intervento dopo intervento produce una direzione pianificata dell’intero sistema produttivo e distributivo tanto capillare ed estesa quanto inefficiente ed inefficace per il sistema economico preso nel suo complesso.

Gli esseri umani, in quanto imperfetti, non sono in grado di programmare lo sviluppo delle proprie menti né la crescita della propria civiltà. Tuttavia, la cooperazione volontaria può garantire in ogni caso che il corso d’azione complessivo persegua un continuo perfezionamento e miglioramento, dato che tramite questa vengono veicolate sostanzialmente solo quelle conoscenze e quelle capacità che servono a raggiungere scopi reciproci e sostenibili nel lungo periodo. Alla base di questo continuo perfezionamento e miglioramento vi è il rispetto dei diritti di proprietà e auto-proprietà di ciascuno. Soltanto per mezzo del rispetto di questi diritti la cooperazione volontaria può dirsi tale nonché trovarsi nella condizione di accendere un considerevole processo di competizione, apprendimento e scoperta.

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Perché la gente commercia

Lun, 22/08/2016 - 09:14

“Che la propensione delle persone al commercio, al baratto ed allo scambio di una cosa per un’altra sia uno dei principi originari della natura umana, o che si tratti della conseguenza necessaria delle facoltà di ragionare e di parlare”, o quali altre cause inducano le persone a scambiare beni, è un quesito che Adam Smith ha lasciato senza risposta. Il grande pensatore osserva solo che è certo che la propensione al baratto ed allo scambio è comune a tutte le persone e non si ritrova in alcuna altra specie animale.

In primo luogo, al fine di chiarire il problema, si supponga che due agricoltori confinanti dispongano ciascuno di una grande abbondanza dello stesso tipo di orzo dopo un buon raccolto, e che non vi siano ostacoli a un effettivo scambio di quantità di orzo tra loro. In questo caso, i due agricoltori potrebbero dare libero sfogo alla propria propensione al commercio, e potrebbero scambiarsi tra loro cento staia o qualsiasi altra quantità di orzo. Anche se non vi è alcun motivo per cui essi dovrebbero astenersi dal commercio, nel caso in cui lo scambio di beni offra di per sé piacere ai partecipanti, credo che non vi sia alcun dubbio sul fatto che questi due individui rinunceranno a commerciare del tutto. Se essi dovessero tuttavia impegnarsi in questo tipo di scambio, rischierebbero di essere etichettati come pazzi dagli altri soggetti economici, proprio a causa di quel piacere che traggono da questo tipo di commercio fine a se stesso.

Supponiamo ora che un cacciatore abbia una grande abbondanza di pellicce e quindi di materiali per abbigliamento, ma solo una piccolissima scorta di prodotti alimentari. Il suo bisogno di abbigliamento è quindi pienamente soddisfatto, ma il suo bisogno di cibo lo è in misura insufficiente. Allo stesso tempo, un agricoltore nelle vicinanze è esattamente nella posizione opposta. Assumiamo anche che non ci siano barriere per uno scambio tra prodotti alimentari del cacciatore ed accessori per abbigliamento del contadino. È evidente che uno scambio di merci è ancora meno probabile in questo caso rispetto a quello precedentemente illustrato. Se il cacciatore deve scambiare una parte delle proprie già scarse provviste di cibo per una parte dell’altrettanto scarso inventario di pellicce del contadino, l’eccesso di abbigliamento per il cacciatore e di prodotti alimentari per il contadino aumenterebbe per entrambi in seguito allo scambio. Poiché le scorte di cibo per il cacciatore e di abbigliamento per il contadino erano già insufficienti, la posizione economica dei due commercianti verrebbe decisamente peggiorata. Nessuno può quindi sostenere che questi due individui avrebbero tratto beneficio da un tale scambio. Al contrario, è certo che entrambi – il cacciatore e l’agricoltore – avrebbero fortemente resistito di fronte ad un’offerta di scambio che avrebbe sicuramente ridotto il loro benessere, e forse anche messo a repentaglio la loro vita. Se uno scambio di questo tipo avesse tuttavia avuto luogo, le due persone non avrebbero avuto niente di più urgente da fare che annullarlo.

La propensione degli individui al commercio deve essere quindi spiegata da qualche altra ragione che non sia la il gradimento dello scambio in quanto tale. Se il commercio fosse un piacere a sé – quindi fine a se stesso – e non un’attività spesso laboriosa unita al rischio ed al sacrificio economico, non ci sarebbe alcun motivo per cui le persone non dovrebbero commerciare nei casi appena considerati e in migliaia di altri. Non ci sarebbe, infatti, alcun motivo per cui non dovrebbero continuare a commerciare fra loro per un numero illimitato di volte. Ma ovunque nella vita reale possiamo osservare che gli individui considerano attentamente ed in anticipo ogni scambio e che – ad un certo punto – si raggiunge un limite oltre il quale i due individui smettono comunque di commerciare.

Ora che abbiamo stabilito che per le persone lo scambio non è fine a se stesso – ed ancor meno un piacere di per sé – ci occuperemo di spiegare la natura e l’origine del commercio.

Per iniziare con il caso più semplice, supponiamo che due contadini, A e B, abbiano finora vissuto in un’isolata economia di sussistenza. Ma ora, dopo un raccolto insolitamente buono, l’agricoltore A ha così tanto grano che non è in grado, per quanto abbondantemente egli voglia soddisfare le esigenze proprie e della propria famiglia, di utilizzarlo tutto. L’agricoltore B, un vicino dell’agricoltore A, si presume abbia prodotto un ottimo vino nello stesso anno. Ma la sua cantina è ancora colma del prodotto degli anni precedenti, e siccome si ritrova in carenza di contenitori aggiuntivi, sta valutando l’ipotesi di buttare via una parte del vino delle annate precedenti ancora in deposito. Ognuno dei due agricoltori ha un eccesso di un prodotto ed una grave carenza dell’altro. Il contadino con un eccesso di grano deve rinunciare completamente al consumo di vino in quanto non ha vigneti; l’agricoltore con un eccesso di vino manca invece di prodotti alimentari. L’agricoltore A può lasciare che molte staia di grano marciscano sui suoi campi quando un barile di vino gli procurerebbe notevole soddisfazione. L’agricoltore B sta per distruggere non solo uno ma diversi fusti di vino, quando avrebbe beneficiato di qualche staia di grano in casa sua. Il primo agricoltore muore di sete e l’altro di fame, quando entrambi potrebbero trarre vantaggio dal grano che A sta lasciando marcire nei campi e dal vino che B ha deciso di buttare via. L’agricoltore A potrebbe ancora soddisfare la necessità di cibo sua e della sua famiglia nello stesso modo di prima ed allo stesso tempo gustarsi del vino; mentre l’agricoltore B potrebbe continuare a godere di vino a suo piacimento, senza patire la fame. È quindi evidente che ci troviamo di fronte ad un caso in cui, se il possesso di una certa quantità di prodotti di A potesse essere trasferito a B e se il possesso di una certa quantità di prodotti di B venisse trasferito ad A, le esigenze di entrambi gli individui sarebbero soddisfatte meglio di quanto avverrebbe in assenza di tale trasferimento reciproco.

Il caso appena presentato – in cui le esigenze di due persone potrebbero essere meglio soddisfatte grazie a un trasferimento reciproco di beni privi di valore per entrambi prima dello scambio, e quindi senza sacrificio economico da entrambe le parti – è particolarmente adatto ad illustrare chiaramente la natura del rapporto economico che dà vita al commercio. Ma analizzeremmo questo rapporto in maniera incompleta se dovessimo limitare la nostra attenzione ai casi in cui una persona in possesso di una quantità di un bene in misura maggiore rispetto al necessario soffre per la mancanza di un secondo prodotto, mentre un’altra persona ha un simile eccesso di questo secondo bene ed una carenza del primo. Il rapporto in questione può essere osservato anche nei casi meno evidenti in cui una persona possiede beni per cui determinate quantità hanno meno valore per lui che altre quantità di un altro bene posseduto da una seconda persona che si trova nella situazione opposta.

Supponiamo, ad esempio, che il primo dei due contadini non abbia raccolto tanto grano da potersi permettere di lasciarlo marcire sul campo senza sacrificare le proprie esigenze; e che il secondo non ha così tanto vino da sprecare buttandolo via senza danno simile per sé. Invece, ciascuno dei due agricoltori può utilizzare l’intera quantità del bene a sua disposizione in qualche modo utile a se stesso e alla sua famiglia. Il primo agricoltore può impiegare tutta la sua scorta di grano destinando utilmente la quantità rimanente – dopo aver soddisfatto le proprie esigenze più importanti – per l’ingrasso del suo bestiame. Il secondo fattore non ha tanto vino da doverne buttare via un po’, ma quanto basta per permettergli di distribuirne una porzione ai suoi sottoposti come ricompensa per un maggior lavoro. Così, anche se per l’agricoltore di grano una certa porzione del suo grano (uno staio, per esempio) e per il viticoltore una certa porzione del suo vino (un barile, per esempio) ha solo poco valore, presenta tuttavia un certo valore, dal momento che – direttamente o indirettamente – la soddisfazione di alcuni dei suoi bisogni dipende da quella parte di bene. Ma il fatto che una data quantità di grano, uno staio per esempio, ha un certo valore per il primo agricoltore non esclude affatto che una certa quantità di vino, un barile per esempio, possa avere per lui un valore superiore, come nel caso in cui il godimento tratto da un barile di vino abbia una maggiore importanza per lui che l’ingrasso del suo bestiame. Allo stesso modo per il secondo agricoltore, il fatto che un barile di vino abbia un certo valore per lui non esclude la possibilità che uno staio di grano può avere un valore superiore per lui, come sarebbe il caso in cui questo gli garantisse un’alimentazione più adeguata per se stesso e la sua famiglia, e forse anche per evitare di patire la fame.

La forma più generale del rapporto che dà vita al commercio tra esseri umani è quindi la seguente: un individuo A dispone di una certa quantità di un bene che ha per lui un valore soggettivo inferiore ad una data quantità di un altro bene in possesso di un altro individuo B che stima i valori degli stessi quantitativi di prodotto in maniera inversa, quindi la data quantità del secondo bene con un valore per lui inferiore a quello della quantità data del primo bene che è a disposizione del soggetto A. Assumiamo che la quantità del primo bene in possesso di A sia 10a, e la quantità del secondo bene in possesso di B sia 10b. Supponiamo inoltre che il valore della quantità 1a per A equivalga a W, e che il valore di 1b – sempre per A se dovesse impossessarsene – sia W + x; che il valore di 1b per B sia w, e che il valore di 1a per B – se egli dovesse ottenerlo – sia w + y. È evidente che A otterrebbe un valore di x e B otterrebbe un valore di y da un trasferimento di 1a da A a B e 1b da B ad A. In altre parole, dopo uno scambio A si troverebbe in una posizione tale da avere la propria ricchezza iniziale ed in aggiunta un bene di valore x; B si troverebbe nella posizione di possedere quanto possedeva prima più un bene di valore y.

Inoltre, se i due individui (a) riconoscono la situazione e (b) hanno effettivamente le facoltà per eseguire il trasferimento dei beni, esiste un rapporto che rende tra loro possibile – semplicemente tramite un accordo – soddisfare meglio o del tutto le proprie esigenze rispetto al caso in cui il rapporto non venga sfruttato.

Lo stesso principio che guida le persone nella loro attività economica in generale, che li porta a ricercare le cose utili che li circondano in natura ed a impossessarsene, che provoca in loro un interesse per il miglioramento della propria posizione economica, lo sforzo per soddisfare nel modo più completo possibile le proprie esigenze, li porta anche a ricercare attentamente questo tipo di relazione, ovunque la possano trovare ed a sfruttarla per soddisfare al meglio le proprie esigenze. Nella situazione appena descritta, quindi, i due individui faranno sì che il trasferimento di beni avvenga realmente. Lo sforzo di soddisfare nel modo più completo possibile le proprie esigenze è quindi la causa di tutti i fenomeni della vita economica che indichiamo con la parola “scambio”. Si noti che questo termine è usato nella nostra disciplina scientifica con un significato particolare e molto più ampio rispetto al linguaggio popolare e soprattutto giuridico. Perché in senso economico il termine include anche l’acquisto e la vendita, nonché tutti i trasferimenti parziali di beni economici (affitto, noleggio, prestito, ecc…) a fronte di un corrispettivo.

Riassumendo quanto finora detto in questa nostra ricerca, si ottengono i seguenti risultati. Quello che porta le persone a commerciare è lo stesso principio che le guida nella loro complessiva attività economica: è l’impegno a volersi assicurare la massima soddisfazione possibile delle proprie esigenze. La soddisfazione che le persone derivano da uno scambio economico di beni, equivale alla sensazione generale di piacere che provano quando qualche evento permette loro di fare un uso migliore dei propri mezzi per la soddisfazione delle proprie esigenze di quanto sarebbe altrimenti stato possibile. Ma i vantaggi di un trasferimento reciproco di beni dipendono, come abbiamo visto, da tre condizioni: (a) un individuo deve possedere una quantità di beni con un valore per lui inferiore a un’altra quantità di beni a disposizione di un altro individuo che valuta i beni in modo inverso; (b) i due individui devono aver riconosciuto questo rapporto; e (c) devono essere in grado di effettuare praticamente lo scambio di beni. La mancanza di una sola di queste condizioni significa che è assente un requisito essenziale per uno scambio economico e quindi che uno scambio di beni tra due individui è economicamente impossibile.

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Un esperimento americano anarco-capitalista: il non poi così selvaggio Far West – Parte 3

Ven, 12/08/2016 - 09:35

d. Carovane

Verosimilmente l’esempio migliore di anarchia della proprietà privata nel Far West fu l’organizzazione delle carovane che si muovevano attraverso le pianure in cerca dell’oro della California. La regione ovest del Missouri e dello Iowa era priva di organizzazione, non sorvegliata e al di là della giurisdizione degli Stati Uniti. Ma usare il detto del vecchio cacciatore “nessuna legge a ovest di Leavenworth” per descrivere le carovane sarebbe inappropriato.

“Rendendosi conto che stavano passando oltre il confine della legge, e consapevoli che il viaggio noioso e le tensioni continue della fatica facevano uscire il peggio del carattere umano, i pionieri … stabilirono la loro propria legge realizzando e garantendo il sistema prima di partire”.[1]

Come i loro compagni viaggiatori sull’oceano, i pionieri dei carri di prateria negoziarono una “legge della pianura” molto similmente alla “legge del mare” della loro controparte.”[2] L’esito di tale negoziazione in molti casi fu l’adozione di una costituzione formale ricalcata sul modello di quella degli Stati Uniti. Il preambolo della costituzione della Green and Jersey County Company fornisce un esempio.

Noi, membri della Green and Jersey County Company of Emigrants to California, per lo scopo di proteggere efficacemente le nostre persone e proprietà, come miglior strumento atto a garantire un viaggio spedito e tranquillo, ordiniamo e stabiliamo la seguente costituzione.[3]

Da questa e altre costituzioni che ci sono pervenute, risulta chiaro che queste comunità di viaggiatori avevano un insieme di base di norme che definivano “le regole del gioco” da seguire durante il viaggio. Allo stesso modo delle comunità minerarie, le costituzioni delle carovane variavano in accordo con le preferenze e i bisogni di ogni organizzazione, ma ciò nonostante possono essere individuate diverse tendenze generali. Il più delle volte i gruppi aspettavano fino a dopo essere stati in viaggio per un po’ di giorni ed essere giunti fuori dalla giurisdizione degli Stati Uniti. Uno dei primi passaggi consisteva nel selezionare funzionari che sarebbero stati responsabili di far rispettare le regole. Nella Green and Jersey County Company, che non era atipica, le posizioni includevano un Capitano, un Assistente Capitano, un Tesoriere, un Segretario, e un Ufficiale di Guardia.

Le costituzioni prevedevano anche condizioni per avere diritto al voto e regole per decidere se sanzionare, mettere al bando individui, e sulla dissoluzione della compagnia. Le mansioni per ogni funzionario erano spesso ben specificate come nel caso del Charleston, della Virginia, della Mining Company.[4] In aggiunta a tali regole generali, erano previste leggi specifiche. Nuovamente, l’introduzione della Green and Jersey County Company è significativa.

Noi, cittadini e abitanti degli Stati Uniti, e membri della Green and Jersey County Company of Emigrants to California; a proposito di iniziare un viaggio attraverso un territorio su cui le leggi della nostro comune paese non estendono la loro protezione, riteniamo necessario, per la tutela dei nostri diritti, stabilire certe regole di condotta e certe norme. Noi, di conseguenza, avendo prima steso una costituzione per il governo, per noi stessi, procediamo a promulgare e ordinare le seguenti leggi; e nel fare ciò rinunciamo a ogni desiderio o intenzione di violare o trattare senza rispetto le leggi del nostro paese.[5]

Le regole specifiche comprendevano l’organizzazione dei processi; la regolamentazione del Giorno del Signore, il gioco d’azzardo e l’abuso di alcol; e penalità per il non adempimento di incombenze, specialmente il servizio di guardia. In certi casi c’erano perfino disposizioni per la riparazione di una strada, per la costituzione di ponti, e la protezione di altri “beni pubblici”.[6]

E’ stato sostenuto che

“queste ordinanze o costituzioni… possono essere di interesse come guide per la comprensione delle filosofie dei pionieri sulla legge e l’organizzazione sociale, [ma] non aiutano a rispondere alle questioni più essenziali di come, nei fatti, non in teoria, i pionieri trattavano i problemi del disordine sociale, del crimine, dei conflitti privati”.[7]

Nondimeno, è chiaro che i viaggiatori negoziavano partendo da punti di Schelling fino a giungere a contratti sociali senza affidarsi al potere coercitivo di un governo. E questi contratti volontari fornivano le basi dell’organizzazione sociale.

I punti di Schelling a partire dai quali gli individui svolgevano le loro negoziazioni comprendevano un insieme molto ben condiviso di diritti privati specialmente con riguardo alla proprietà. Ci si potrebbe aspettare che, appena lasciata la giurisdizione legale degli Stati Uniti con la sua molteplicità di leggi rivolte a garantire la proprietà privata, gli emigrati avessero meno rispetto dei diritti altrui. Inoltre, siccome le costituzioni e la legge raramente menzionavano specificamente i diritti di proprietà individuali, potremmo inferire che tali diritti erano di poco conto per i carovanieri. In questo articolo, “Paying for the Elephant: Property Rights and Civil Order on the Overland Trail”, John Phillip Reid sostiene in maniera convincente che il rispetto per i diritti di proprietà era massimo. Perfino quando il cibo diventava così scarso che l’inedia si presentava come una possibilità concreta, c’erano pochi casi in cui i pionieri ricorrevano alla violenza.

Infatti, non è un’esagerazione dire che gli emigranti che attraversavano l’America prendevano ben poco in considerazione l’idea di risolvere i loro problemi con la violenza o il furto. Sappiamo che alcuni mangiarono la carne di bovini morti o bistecche con vermi mentre erano circondati da animali in salute che avrebbero potuto uccidere. Coloro che soffrirono delle perdite all’inizio del viaggio ed erano in grado di tornare indietro, lo fecero. La delusione e l’imbarazzo per alcuni dovette essere stato tremendamente duro, ma in centinaia fecero ritorno. Essi non usarono armi per forzare la loro strada. Mentre pochi di quelli che erano bisognosi impiegavano forse dei trucchi per ottenere del cibo, la maggior parte mendicava, e quelli che erano “troppo orgogliosi per mendicare” tiravano avanti meglio che potevano o impiegavano qualcuno che mendicasse per loro. Se potevano evitare di mendicare, chiedevano un prestito, e quando non erano nella condizione di prendere un prestito, dipendevano dal loro credito.[8]

Gli emigranti erano orientati alla proprietà. Il fatto che la costituzione contenesse pochi riferimenti ai diritti individuali di proprietà può ben riflettere il significato dei punti di Schelling relativi alla proprietà privata.

Quando avvenivano crimini contro la proprietà o la persona, il sistema giudiziario che era specificato nei contratti veniva fatto entrare in gioco.

“Le norme di una compagnia di viaggio organizzata a Kanesville, nello Iowa, prevedeva: “Deliberato, che in caso di qualunque conflitto sorto tra membri della Compagnia, ci si deve riferire a tre giudici, uno scelto da ciascuna parte, ed uno dai due scelti, la cui decisione dovrà essere definitiva”.[9]

I metodi di risoluzione dei conflitti differivano tra le compagnie, ma in quasi tutti i casi alcuni strumenti di arbitrato erano specificati per assicurare “che i diritti di ogni emigrante siano protetti e garantiti”.[10]

In aggiunta alla definizione e alla garanzia dei diritti individuali, i carovanieri si trovavano anche ad affrontare la questione di come risolvere i conflitti riguardanti relazioni d’affari. Per tutte le medesime ragioni per cui esistevano ditte per la produzione di beni e servizi, gli individui che attraversavano le pianure erano incentivati a organizzarsi in “ditte” l’uno con l’altro. Economie di scala nella produzione di beni, per esempio alimentari, e servizi, come la custodia delle mandrie e la fornitura di protezione dagli Indiani, procuravano guadagni grazie all’azione volontaria e collettiva. Di nuovo, il mercato sembrava funzionare bene nel fornire diversi tipi di soluzioni contrattuali per la produzione e protezione.

Una forma comune di organizzazione sulla via delle carovane era una sorta di “soccida”. Simile alla soluzione della mezzadria in agricoltura, la soccida permetteva agli individui di contribuire con cibo, bovini, carri, lavoro… per la produzione congiunta del viaggio o di pasti. In questo modo, la soccida, che permetteva alla proprietà di rimanere privata, differiva dalle imprese collettive dove la proprietà era posseduta in maniera cooperativa.

Dal momento che le proprietà della soccida erano disponibili per l’uso di tutti i membri della soccida stessa, la possibilità che insorgessero conflitti era grande. Quando avevano luogo conflitti, a volte risultava necessario rinegoziare il contratto. Quando non si riusciva a raggiungere un nuovo accordo, la soccida doveva venire dissolta e la proprietà ritornava ai possessori individuali. Siccome la proprietà rimaneva privata, la divisione non era difficile.

Inoltre, visto che c’erano dei vantaggi nel commercio che venivano ottenuti dalla composizione dei contributi, era solitamente possibile rinegoziare, quando si verificavano violazioni del contratto. C’erano, comunque, casi in cui la rinegoziazione sembrava impossibile, come nell’esempio seguente di una soccida che trovò uno dei suoi membri non disposto a svolgere la sua parte di fatica.

Concludemmo che la migliore cosa che potevamo fare era farlo rescindere dal contratto e lasciarlo andare, cosa che in accordo abbiamo fatto pagandolo cento dollari. Egli prese la sua pistola, la sua borsa, la coperta e prese il sentiero per la prateria senza dire arrivederci a nessuno di noi.[11]

Non abbiamo dati che supportino la tesi per cui, quando si sono verificati altri casi di dissoluzione di soccide, fosse usato potere coercitivo per impadronirsi della proprietà del legittimo possessore. Se un individuo lasciava una soccida, poteva generalmente entrare in un’altra.

L’altro genere comune di organizzazione sui sentieri delle carovane era la società di capitali. In tale forma di organizzazione i membri contribuivano con capitale e altre proprietà che venivano condivise. La Charleston, Virginia, Mining Company fornisce un esempio di tale società e il suo statuto testimonia l’istituzione di norme atte a regolamentare l’uso della proprietà condivisa.[12] Ancora una volta deve essere sottolineato che l’adesione a queste norme era volontaria, anche se la coercizione veniva usata all’interno dell’organizzazione per farle rispettare.

Come nelle soccide, quando avevano luogo divergenze all’interno della società di capitali, si trattava di rinegoziare gli accordi. Ad ogni modo, dal momento che la proprietà era tenuta in maniera condivisa, questo processo era più complicato. In primo luogo, un individuo non poteva semplicemente lasciare la società. Spessissimo il decesso era concesso soltanto con il consenso di una percentuale degli altri soci. Ma perfino allora il decesso era complicato a causa della necessità di dividere la proprietà. In almeno un caso questa problema fu risolto dividendo tutta la proprietà e riorganizzandosi in soccide.

Quando si dissolse la società di capitali originaria di sessanta uomini, non ci fu menzione di proprietà individuali. La proprietà fu parcellizzata assegnandola alle unità di viaggiatori già esistenti. Ad ogni modo, nell’eseguire la seconda divisione, il gruppo più piccolo trovò possibile – probabilmente perfino necessario- utilizzare il concetto di proprietà personale. Al fine di realizzare i loro intenti, gli uomini dapprima convertirono il capitale comune da “società” o proprietà collettiva a proprietà privata. Poi, negoziando dei contratti, beni che essi avevano per breve tempo detenuto come individuali furono convertiti nuovamente in proprietà collettiva o soccide.[13]

Tutto ciò aveva luogo in assenza di coercizione.

Probabilmente un esempio perfino più eloquente di anarco-capitalismo in funzione può essere rinvenuto nello scioglimento della Boone County Company. Quando gli otto membri della società si divisero in fazioni rivali di 3 e 5, lo scioglimento divenne imminente. Le contrattazioni continuarono per qualche tempo fino che tutta la proprietà della società (si noti che nessuna parte di proprietà privata venne divisa) fu divisa tra i due gruppi.

Quando le contrattazioni sembravano giungere ad un’impasse a causa dell’impossibilità di dividere alcune unità e di differenze nella qualità, furono assegnati dei valori alle unità e i gruppi risolsero il problema sul mercato. Ad ogni modo, un reclamo di 75$ da parte della maggioranza del gruppo si dimostrò ancora più difficile da affrontare. Il reclamo derivava dal fatto che un viaggiatore che era proprietario di due muli e un cavallo e che aveva viaggiato con la società scelse di prendere la sua proprietà e andare con la minoranza. La maggioranza in condizione di svantaggio chiese una compensazione. Non riuscendo a risolvere la disputa, l’arbitrato giunse da una “corte privata” costituita da 3 “uomini disinteressati”, uno scelto da ogni parte e un terzo scelto dai due. Segue la loro sentenza.

Non riusciamo a trovare nessun motivo per cui la soccida di 3 uomini dovrebbe pagare qualcosa a quella di 5. Trattandosi di … un mutuo e simultaneo accordo per sciogliere il contratto originario. Il fatto che Abbott si unisca ai 3 uomini non cambia la questione secondo la nostra opinione – per lo scioglimento avvenuto di comune accordo, tutte le parti si trovano nella medesima relazione l’una con l’altra che avevano prima che qualunque contratto venisse stipulato. E Abbott può benissimo scegliere di unirsi con l’altra parte o meno. Se scegliesse di non unirsi con nessuna delle due parti, allora chiaramente nessuno potrebbe chiedere alcunché all’altra. Se egli si fosse unito con una parte straniera, allora chi potrebbe pensare di chiedere qualcosa a tale fazione.[14]

Il punto fondamentale di questa testimonianza è che quando la Boone County Company non fu in grado di rinegoziare il suo contratto iniziale, i membri non ricorsero alla forza, ma scelsero invece arbitrati privati. Le numerose società che attraversarono le pianure

“furono esperimenti di democrazia e mentre alcune si rivelarono inadeguate ad affrontare tutte le emergenze, la grande facilità con cui i membri poterono sciogliere i loro vincoli e formare nuove associazioni senza provocare situazioni di confusione e disordine dimostra il vero spirito democratico degli uomini della frontiera americana, piuttosto che l’opposto”.[15]

La concorrenza, e non la coercizione, assicurava la giustizia.

Se le evidenze di cui sopra suggeriscono che le carovane sono state guidate dall’anarco-capitalismo, bisogna anche notare che le loro caratteristiche uniche possono aver contribuito all’efficacia del sistema. In primo luogo, la domanda di beni pubblici non era probabilmente così grande come all’interno di comunità più stanziali. Oltre tutto, la natura migrante di tali comunità di viaggiatori implica che scuole, strade, ed altri beni che nella nostra società sono forniti dal pubblico non erano necessari, di conseguenza non c’era la richiesta di formazione di un governo che perseguisse questi fini.

In secondo luogo, la natura di breve termine dell’organizzazione comporta che i gruppi non avevano molto tempo per organizzarsi per usare la coercizione. Questi erano “governi” sorti dalla necessità piuttosto che dall’ambizione. Nondimeno, le carovane che attraversavano le praterie fornivano protezione e giustizia senza un monopolio della coercizione, permettevano la competizione nella produzione di norme, e l’esito non era quella condizione di illegalità, di disordine, generalmente associata all’anarchia.

 

NOTE CONCLUSIVE

A partire dalle descrizioni sopra riportate dell’esperienza del West americano, emergono diverse conclusioni coerenti con le ipotesi di Friedman.

  1. Il West, anche se spesso dipendente da agenzie di sicurezza operanti sul mercato, era per lo più ordinato.
  2. Si erano affermati diversi standard di giustizia e veniva data espressione attraverso il mercato a diverse preferenze in materia di norme.
  3. La concorrenza nel fornire difesa e proteggere i diritti aveva effetti benefici. Le agenzie sul mercato offrivano proficui modi di misurazione dell’efficienza delle alternative al governo. Il fatto che il monopolio del governo sulla coercizione non venisse seriamente considerato come oggi significa che quando ci si poteva servire ben poco del monopolio, si sviluppavano alternative. Perfino quando queste alternative divennero “governi”, nel senso che iniziarono ad avere un monopolio di fatto della coercizione, la caratteristica che tali forme fossero solitamente di dimensioni abbastanza ridotte permetteva controlli significativi sulla loro azione. I clienti potevano andarsene o dar luogo a proprie agenzie di protezione. Senza sanzioni legali formali, le agenzie private affrontavano un “test di mercato” e il tasso di sopravvivenza di tali agenzie era molto più basso che sotto il governo.

Le evidenze di cui sopra indicano come conclusione generale che la concorrenza funzionava molto efficacemente nell’affrontare il problema di legge e ordine dei “beni pubblici” nel Far West. D’altro canto, ciò non significa che non ci fossero discussioni che potrebbero portare a dubitare dell’efficacia di tali soluzioni. Due esempi di disordine civile sono spesso citati nella storia della West e devono essere trattati.

Il primo è la lotta davvero dura tra i Regulators e i Moderators che avvenne nella Repubblica del Texas negli anni ’40 del 1800.[16] Ciò che iniziò come un disaccordo tra due individui nella Shelby County subì un’escalation fino a coinvolgere un numero significativo di persone in un’ampia zona del Texas orientale. Nel 1839 un gruppo non molto organizzato, più tardi noto come i Moderators, emetteva documenti falsi, rubava cavalli, uccideva, e genericamente infrangeva la legge della Shelby County, nel Texas.

Per contrastare questa situazione di illegalità fu istituito un comitato di vigilanza sotto il nome di Regulators. Sfortunatamente, “cattivi elementi presto si infiltrarono nei Regulators, ed in seguito i loro abusi contro la legge iniziarono a rivaleggiare con quelli dei Moderators. La situazione evolvette fino a trasformarsi in un intrigo di faide personali e familiari, e una condizione di completa anarchia perdurò fino al 1844”.[17] Un cittadino descrisse la situazione in una lettera ad un amico:

La guerra civile con tutti i suoi orrori è infuriata in questa comunità. I cittadini della contea sono equamente divisi nelle due parti, i Regulators e i Moderators. Non è raro vedere fratelli scontrarsi l’uno contro l’altro. L’interesse di ciascuno in questa contea è seriamente minacciato.[18]

Durante questo periodo diciotto uomini furono uccisi e molti di più feriti. Soltanto quando il Presidente Sam Houston chiamò l’esercito nel 1844, la battaglia cessò. Così, qualsiasi fosse la ragione, in tal caso sembra che la dipendenza da forme non governative di organizzazione non sia stata efficace.

Un altro importante conflitto civile che deve essere preso in considerazione è la guerra nella Johnson County nel nord Wyoming nel 1892. Un gruppi di allevatori e i loro sicari entrarono nella Johnson County con l’esplicito intento di eliminare i ladri di bestiame che essi credevano dominare la zona. I cittadini della contea, pensando di venire invasi da un esercito straniero, risposero in massa e per un breve periodo di tempo ne risultò una “guerra”.

Ad ogni modo, in questo caso il disordine sembra essere stato più una battaglia tra due agenzie di coercizione “legittimate”, lo stato e il governo locale, che tra agenzie di sicurezza private in senso stretto. Gli invasori, mentre si comportavano apparentemente come una fazione privata, avevano il tacito consenso del governo statale e adoperavano tale approvazione per sventare diversi tentativi delle autorità locali di richiesta dell’intervento statale o federale. Coloro che avevano risposto all’invasione si trovavano sotto la guida dello sceriffo della Johnson County e ritenevano fortemente di agire in maniera appropriata coerentemente con le leggi vigenti.[19] Di conseguenza, questo episodio fa poca luce sull’efficacia delle soluzioni di mercato nel mantenere l’ordine.

In conclusione, sembra che in assenza di un governo formale la frontiera del West non fosse così selvaggia come la leggenda ci fa credere. Il mercato provvedeva a fornire protezione e agenzie di arbitrato che funzionavano molto efficacemente, o come completi sostituti del governo formale, o come complementari a tale governo. Ad ogni modo, la stessa brama di potere che crea problemi al governo sembra aver posto difficoltà al tempo del West. Non c’era sempre pace dappertutto. Specialmente quando mancavano punti di Schelling, l’esito era il caos e il disordine, fornendo sostegno alla tesi di Buchanan per cui l’accordo sui diritti originari è fondamentale per l’anarco-capitalismo. In ogni caso, quando era in atto questo accordo, abbiamo presentato delle evidenze che dimostrano che nella frontiera del West l’anarco-capitalismo funzionava.

 

Note

[1] Ray Allen Billington, The Far Western Frontier, 1830-1860 (New York: Harper & Bros., 1956), p. 99.

[2] David Morris Potter, ed., Trail to California (New Haven: Yale University Press, 1945), pp. 16-17.

[3] Ristampato in Elizabeth Page, Wagon West (New York: Farrar & Rinehart, 1930), Appendix C.

[4] Costituzione ristampata in Potter, Trail to California, Appendix A.

[5] Page, Wagon West, p. 118.

[6] Ibid., p. 119.

[7] David J. Langum, “Pioneer Justice on the Overland Trail”, Western Historical Quarterly, Vol. 5, No. 3 (1974), p. 424, fn 12.

[8] John Phillip Reid, “Paying for the Elephant: Property Rights and Civil Order on the Overland Trail”, The Huntington Library Quarterly, Vol. XLI, No. I (1977), pp. 50-51.

[9] Reid, “Prosecuting the Elephant”, p. 330.

[10] Citato in Reid, “Prosecuting the Elephant”, p. 330.

[11] Citato in John Phillip Reid, “Dividing the Elephant: the Separation of Mess and Joint Stock Property on the Overland Trail”, Hastings Law Journal, Vol. 28, No. 1 (1976), p. 77.

[12] Vedi Potter, Trail to California, Appendix A.

[13] Reid, “Dividing the Elephant”, p. 79.

[14] Citato in Reid, “Dividing the Elephant”, p. 79.

[15] Owen Cochran Coy, The Great Trek (San Francisco: Powell Pub. Co., 1931), p. 117.

[16] Vedi Gard, Frontier Justice; Hollon, Frontier Violence; e Hugh David Graham e Ted Robert Gurr, eds., The History of Violence in America: Historical and Comparative Perspectives (New York: Prager, 1969).

[17] Hollon, Frontier Violence, p. 53.

[18] Citato in Gard, Frontier Justice, pp. 35-36.

[19] Vedi Helen Huntington Smith, The War on the Powder River: the History of an Insurrection (Lincoln, Neb: University of Nebraska Press, 1966).

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Un esperimento americano anarco-capitalista: il non poi così selvaggio Far West – Parte 2

Mer, 10/08/2016 - 08:51

b. Associazioni di cowboy

I primi insediamenti di cowboy nella frontiera crearono pochi conflitti relativi alle proprietà, ma come i terreni si fecero via via più scarsi, si svilupparono meccanismi di sicurezza volontari e privati. All’inizio “c’era spazio sufficiente per tutti, e quando un cowboy saliva presumibilmente qualche valle o oltrepassava qualche confine ben pascolato e trovava allora del bestiame, cercava attorno un range”.[1] Ma “già nel 1868, due anni dopo la prima avanzata, piccoli gruppi di proprietari stavano organizzandosi in associazioni di protezione e di ingaggio di addetti alla sicurezza del bestiame.”[2] Il ruolo di tali associazioni nella formazione del “diritto della frontiera” è stato descritto da Louis Pelzer.

A partire dalle seconde frontiere della nostra storia americana si svilupparono le necessarie usanze, leggi e organizzazioni. L’era del mercato di pellicce produsse i suoi cacciatori, i suoi baratti, e le grandi compagnie di pellicce; sulla frontiera dei minatori nacquero le associazioni finanziate e i comitati di vigilanza; i raduni all’aperto e i predicatori itineranti venivano ascoltati negli avamposti di culto; ai margini degli insediamenti le associazioni di coloni proteggevano i diritti degli squatter; sulla frontiera degli allevatori, milioni di bovini, vasti range, ranche, e le compagnie di cowboy, davano vita a gruppi di lavoro e associazioni locali, provinciali, territoriali e nazionali.[3]

Come Ernest Staples Osgood ci racconta, ciò significava “il fallimento del potere di polizia nelle comunità di frontiera nel proteggere la proprietà e preservare l’ordine”, che “dava origine sempre più a gruppi che rappresentavano la volontà della parte rispettosa della legge della comunità di escludere la giustizia sommaria per i delinquenti”.[4]

Così come le associazioni di coloni, le associazioni di cowboy redarono regole formali atte a governare i gruppi, ma i loro mezzi di protezione dei diritti di proprietà erano spesso più violenti delle sanzioni specificate dalle associazioni di coloni. Queste agenzie di protezione private costituivano abbastanza chiaramente delle risposte di mercato alla domanda esistente di certezza del diritto.

I pistoleri esperti – killer professionali- avevano una posizione economica nel Far West. Si dirigevano dovunque ci fossero guai… Come tutti i mercenari, sposavano la causa che faceva loro la prima o la miglior offerta…[5]

Non si sa perché, quando, e come iniziò ad avere dei contatti con i cowboy attorno Forte Maginnis, invece che con i ladri di bestiame, è un aneddoto oscuro, ma Bill divenne il primo addetto alla sicurezza del Montana. Le cronache dell’epoca sembrano d’accordo sul fatto che la scelta di Bill non fu dettata da motivazioni etiche, ma dalla prospettiva di un compenso. Ad ogni modo, divenne un guardiano stipendiato dei diritti di proprietà, e svolse la sua mansione- come se si trattasse di un suo bottino- con accuratezza e sollecitudine.[6]

Le agenzie di sicurezza operanti sul mercato della frontiera dei cowboy differivano dalle moderne società di sicurezza private, dal momento che le prime versioni evidentemente garantivano per lo più il rispetto delle loro proprie leggi piuttosto che servire semplicemente come un’estensione della forza di polizia del governo. Una preoccupazione spesso espressa riguardo tale genere di sistema di sicurezza è che

  1. la sicurezza non risulti efficace o
  2. che le agenzie di sicurezza divengano esse stesse delle organizzazioni di larga scala che usano il loro potere per infrangere i diritti individuali. Abbiamo sostenuto sopra che c’è poco motivo di credere che la prima preoccupazione sia giustificata.[7]

Inoltre sembra anche che la seconda preoccupazione non sia supportata dall’esperienza del Far West. Importanti economie di scala non sembrano essere esistite né tra le agenzie di protezione né tra le organizzazioni criminali. Nonostante ci siano numerose testimonianze di pistoleri disponibili, non troviamo testimonianze che indichino che pistoleri abbiano scoperto che fosse più redditizio unirsi e formare una superagenzia di difesa che vendesse protezione e non rispettasse i diritti di proprietà.

Alcuni individui entrarono ed uscirono da una vita criminale e qualche volta formarono deboli associazioni criminali. In ogni caso, tali associazioni non sembravano essere incoraggiate dal mercato del mantenimento dell’ordine, ed infatti, sembrano essere state affrontate con più sollecitudine e con più severità dalle associazioni private di protezione della proprietà che dal governo.

C’erano poche grandi organizzazioni di sicurezza, in particolare la Pinkerton Agency e la Wells Fargo, ma queste agenzie sembrano essere funzionate principalmente come supporto al governo ed inoltre erano usate abbondantemente nel far rispettare le leggi nazionali dello stato. Altre associazioni di larga scala, come per esempio la Rocky Mountain Detective Association e la Anti-Horse Thief Association erano deboli nel fornire informazioni e coordinare servizi, e raramente si occupavano di intervenire sul posto a difesa delle regole private.[7]

 

c. Comunità minerarie

Se è vero che al crescere della popolazione negli Stati Uniti l’espansione verso Ovest divenne inevitabile, c’è poco da dubitare sul fatto che la scoperta dell’oro in California nel 1848 aumentò rapidamente il tasso di espansione. Migliaia di abitanti dell’Est si spostarono verso la frontiera più occidentale in cerca del prezioso metallo, lasciando indietro il mondo civilizzato. Più tardi lo stesso accadde in Colorado, Montana e Idaho e, in tutti questi casi, i primi ad arrivare si trovarono in una situazione in cui si trattava di scrivere le regole del gioco.

Non c’era nessuna autorità costituzionale nella regione, né un tribunale né un funzionario di pubblica sicurezza nel raggio di 500 miglia. I conquistatori erano rimandati alla legge di natura, con, probabilmente, i diritti connaturati alla cittadinanza americana. Ogni gola si riempiva dei cercatori del tesoro rovente; ogni striscia di terra veniva forata di scavi; legname, diritti sull’acqua, lotti di paese diventavano immediatamente di gran valore, e il governo diventava una necessità cogente. Qui c’è un bel campo di studio per i teorici che vogliano controllare le loro concezioni relative all’origine del diritto civile.[8]

Il primo diritto civile che si sviluppò a partire da questo processo approssimò l’anarco-capitalismo meglio di qualunque altra esperienza occorsa negli Stati Uniti.

In assenza di una struttura formale per la definizione e la protezione dei diritti individuali, molti dei gruppi di associati che giunsero alla ricerca della loro fortuna si organizzarono e stabilirono le loro regole di funzionamento prima di lasciare le loro case. Più o meno allo stesso modo delle società di locazione di oggi, questi contratti volontari entrati in vigore presso i minatori specificavano il finanziamento per il funzionamento così come la natura della relazione tra gli individui. Queste regole si applicavano soltanto ai minatori della società e non riconoscevano nessun giudice esterno; essi non “riconoscevano nessuna corte più importante della legge della maggioranza della comunità”.[9]

Come predice la teoria di Friedman, le regole con le quali le comunità erano organizzate variavano in accodo con le preferenze e i bisogni della comunità stessa. “Quando confrontiamo le regole di diverse comunità organizzate per andare nelle miniere, troviamo variazioni considerevoli.”[10] Oltre alle regole indicate sopra, le costituzioni delle comunità specificavano spesso le soluzioni per i pagamenti che dovevano essere adoperati per curare malati e infortunati, regole per la condotta personale, incluso l’uso di superalcolici, e multe che potevano essere attribuite per cattiva condotta, con riferimento ad una legge.[11] Nella forma più autentica di contratto sociale, le regole di governo della comunità venivano negoziate, e come in tutte le transazioni di mercato prevaleva l’unanimità. Coloro che desideravano acquistare altri “pacchetti di beni” o altri insiemi di regole, avevano quella possibilità.

Una volta che le comunità arrivavano ai potenziali giacimenti d’oro, le regole si rivelavano utili soltanto nella misura in cui contese sui diritti coinvolgevano membri della comunità; quando altri individui si confrontavano nelle comunità minerarie, diventavano necessarie ulteriori negoziazioni. Ovviamente, le prime questioni da risolvere concernevano la proprietà delle miniere. Quando i gruppi erano piccoli e omogenei, era facile spartire la gola. Ma quando i numeri che muovevano verso il territorio dell’oro raggiungevano le migliaia, il problema cresceva. La soluzione più comune consisteva nel disporre un raduno generale e nominare comitati incaricati di stendere le norme. La Gregory Gulch in Colorado ci fornisce un esempio.

Un raduno generale di minatori fu tenuto l’8 giugno 1859, e un comitato fu nominato allo scopo di redigere un codice di leggi. Questo comitato delineò i confini del distretto, e il loro codice civile, dopo alcune discussioni ed emendamenti, fu unanimemente adottato dal raduno generale il 16 Luglio 1859. L’esempio fu rapidamente seguito in altri distretti, e l’intero Territorio fu presto diviso in una miriade di sovranità locali.[12]

Le comunità non potevano vivere in isolamento completo dalle forme stabilite di governo, ma sappiamo che erano capaci di mantenere la loro autonomia. In California, si erano stabilite postazioni militari al fine di occuparsi dei problemi degli Indiani, ma queste organizzazioni governative di difesa non esercitarono alcuna autorità sulle comunità minerarie. Il generale Riley in una visita del 1849 ad una comunità californiana disse ai minatori che “tutte le questioni che toccano il diritto temporaneo degli individui di lavorare in particolari località di cui sono entrati in possesso, dovrebbero essere lasciate alla decisione delle autorità locali.”[13]

Nessun sindaco, nessun consiglio, nessun tribunale di pace, fu mai istituito coercitivamente su un distretto da un potere esterno. Il distretto era l’unità dell’organizzazione politica, in molte regioni, per lungo tempo prima che avvenisse la creazione dello stato; e delegati di distretti contigui spesso si incontravano per consultarsi riguardo i confini, o argomenti di politica locale, e poi riferivano alle loro rispettive circoscrizioni in raduni all’aperto, presso pendii di colline o argini di fiumi.[14]

Per di più, i servizi di avvocati qualificati non erano benvenuti in molte delle comunità e perfino proibiti in distretti come per esempio nell’Union Mining Disctrict.

Deliberato, che nessun avvocato ha il permesso di praticare la sua professione nel distretto, pena un un numero di non più di 50 e non meno di 20 frustate, e l’esilio per sempre dal distretto.[15]

In tal modo, le comunità locali erano capaci di trovare accordi sulle regole o sui diritti individuali e sui sistemi di sicurezza senza la coercizione delle autorità degli Stati Uniti. Ci sono alcune evidenze che dimostrano che, quando furono imposte alcune leggi dall’esterno sulle comunità, il tasso di criminalità aumentò anziché scendere. Uno dei primi Californiani scrisse “Non abbiamo bisogno di nessuna legge finché non vengono gli avvocati”, e un altro aggiunge “Venivano commessi pochi crimini finché i tribunali con i loro ritardi e tecnicismi non presero il posto della legge dei minatori”.[16]

Finché le comunità minerarie non ebbero tribunali privati dove gli individui potessero discutere e pagare per un arbitrato, svilupparono un sistema di giustizia attraverso i tribunali dei minatori. Queste corti raramente avevano dei membri permanenti, anche se ci sono esempi di giudici di pace. Il sistema basato sull’assemblea era comune in California. Questo metodo prevedeva che un gruppo di cittadini fosse convocato per trattare un caso. Fra loro eleggevano un funzionario con funzioni di presidente o un giudice e selezionavano 6 o 12 persone che facessero da giuria.

Il più delle volte le loro decisioni non erano messe in discussione, ma c’era la possibilità del ricorso quando si verificavano contestazioni.[17] E se un gruppo più numeroso di minatori era insoddisfatto delle regole generali riguardanti i confini della comunità o le dispute sulle rivendicazioni individuali, venivano posti in diversi punti alcuni avvisi che convocavano un raduno di coloro che desideravano una divisione del territorio.

“Se una maggioranza si diceva d’accordo con tale proposito, il distretto veniva separato e nominato. Il vecchio distretto non veniva consultato a riguardo, ma riceveva una notifica verbale della nuova organizzazione. Condizioni locali, che rendevano desiderabili differenti norme riguardo ai territori, costituivano le principali cause di queste separazioni.”[18]

“Il lavoro dei minatori e l’ambiente e le condizioni in cui esso si svolgeva erano così differenti a seconda dei diversi luoghi, che le leggi e i costumi dei minatori variavano perfino tra distretti confinanti.”[19]

Quando avevano luogo le dispute ed erano convocate le sedute della corte, ogni membro della comunità poteva essere chiamato per essere magistrato. Inoltre, chiunque fosse un cittadino rispettoso della legge poteva essere preso in considerazione come pubblico ministero o difensore dell’accusato.

In Colorado ci sono alcune evidenze di una certa competizione economica tra le corti, e di conseguenza, una maggior garanzia che prevalesse la giustizia.

La corte civile assumeva prontamente la giurisdizione criminale, e l’anno 1860 si apriva con quattro amministrazioni in piena attività. Le corti di minatori, le corti popolari, e il “governo provvisorio” (un nuovo nome per “Jefferson”) si dividevano la giurisdizione tra le montagne; mentre il Kansas e il governo provvisorio si facevano concorrenza a Denver e nella valle. I rapporti tra le diverse giurisdizioni erano buoni, favorendo l’una gli affari dell’altra. Richieste di appello passavano da una corte all’altra, documenti autenticati dovunque riconosciuti, criminali scoperti e sentenze di una corte accettate dall’altra, con una felice informalità di cui fa piacere leggere. E qui ci imbattiamo in un fatto imbarazzante: c’erano indubbiamente molti meno crimini nei due anni successivi a questa forma di organizzazione che nei due anni che seguirono l’organizzazione territoriale e il governo regolare.[20]

La suddetta testimonianza è coerente con l’ipotesi di Friedman per la quale, quando c’è concorrenza, i tribunali si mostrano responsabili dei loro errori e il desiderio di guadagno serve come efficace controllo contro le decisione “ingiuste”.

 

Note

[1] Ernest Staples Osgood, The Day of the Cattleman (Minneapolis: University of Minnesota Press, 1929), p. 182.

[2] Ibid., p. 118.

[3] Louis Pelzer, The Cattlemen’s Frontier (Glendale, Calif.: A. H. Clarck, 1936), p. 87.

[4] Osgood, Day of Cattleman, p. 157.

[5] Wellman, Trampling Herd, p. 346.

[6] Robert H. Fletcher, Free Grass to Fences: the Montana Cattle Range Story (New York: University Publishers, 1960), p. 65.

[7] Prassel, Western Peace Officer, pp. 134-141.

[8] J. H. Beadle, Western Wilds and the Men Who Reedem Them (Cincinnati: Jones- Brothers, 1882), p. 476.

[9] Charles Howard Shinn, Mining Camps: A Study in American Frontier Government (New York: Alfred A. Knopf, 1948), p. 107.

[10] Ibid.

[11] John Phillip Reid, “Prosecuting the Elephant: Trials and Judicial Behaviour on the Overland Trail”, BYU Law Review, Vol. 77, No. 2 (1977), pp. 335-336.

[12] Beadle, Western Wilds, p. 477, corsivo aggiunto.

[13] Citato in Shinn, Mining Camps, p. 111.

[14] Shinn, Mining Camps, p. 168.

[15] Citato in Beadle, Western Wilds, p. 478.

[16] Citato in Shinn, Mining Camps, p. 113.

[17] Marvin Lewis, ed., The Mining Frontier, (Norman, Okla.: University of Oklahoma Press, 1967), pp. 10-18.

[18] Shinn, Mining Camps, p. 118.

[19] Ibid., p. 159.

[20] Beadle, Western Wilds, p. 477.

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Un esperimento americano anarco-capitalista: il non poi così selvaggio Far West – Parte 1

Lun, 08/08/2016 - 08:17

L’espansione dei governi avvenuta in questo secolo ha rivolto l’attenzione di molti studiosi verso la spiegazione di tale crescita e sul tentativo di proporre soluzioni per limitarla. Come conseguenza di quest’attenzione, la letteratura sulle scelte pubbliche ha visto un’impennata dell’interesse per l’anarchia e le sue implicazioni per l’organizzazione sociale. Il lavoro di Rawls e Nozick, due volumi editi da Gordon Tullock, Exploration in the Theory of Anarchy, e il libro di David Friedman, The Machinery of Freedom, costituiscono due esempi di tale tendenza. Gli obiettivi della letteratura sono andati dal proporre una struttura concettuale atta a confrontare Leviatano e suoi estremi opposti, al presentare una formula per il funzionamento della società in uno stato di anarchia. Ma quasi tutte queste opere hanno un aspetto comune: esplorano la “teoria dell’anarchia”. Lo scopo di questo articolo è portarci dal mondo teorico dell’anarchia ad uno studio di caso della sua realizzazione. Al fine di soddisfare il nostro intento, in primo luogo discuteremo cosa si intenda per “anarco-capitalismo” e presenteremo diverse ipotesi riguardanti la natura dell’organizzazione sociale di questo mondo.

Tali ipotesi saranno poi controllate nel contesto del Far West ai tempi dei primi insediamenti. Ci proponiamo di indagare la formulazione dei diritti di proprietà e la protezione realizzata da organizzazioni volontarie come agenzie di protezione privata, vigilantes, carovane, le prime comunità minerarie. Anche se il primo West non fu completamente anarchico, crediamo che il governo come agenzia legale di coercizione fosse assente per un periodo sufficientemente lungo da poter fornire indicazioni sul funzionamento e la possibilità dei diritti di proprietà in assenza di uno stato formale. La natura dei contratti per la fornitura di “beni pubblici” e l’evoluzione di “leggi” del West nel periodo dal 1830 al 1900 forniranno dati per questo studio di caso.

Il West nel periodo sopra indicato è spesso percepito come un luogo di grande caos, con poco rispetto della proprietà o della vita. La nostra ricerca indica che non era così; i diritti di proprietà erano protetti e l’ordine civile era diffuso.

Agenzie private fornivano le basi necessarie per una società ordinata in cui la proprietà era protetta e i conflitti erano risolti. Tali agenzie spesso non si qualificarono come governi poiché non possedevano il monopolio legale del “mantenimento dell’ordine”. Scoprirono presto che il “warfare” era un modo costoso di risolvere le dispute e i metodi meno costosi di accordo (arbitrati, tribunali..) iniziarono a svilupparsi. In estrema sintesi, questo articolo dimostra che la caratterizzazione del Far West come caotico appare scorretta.

 

ANARCHIA: ORDINE O CAOS?

Nonostante la prima definizione di anarchia del dizionario sia “la condizione di mancanza di governo”, molta gente pensa che l’uso estensivo, “disordine, confusione”, sia più appropriato in quanto il caos sarebbe una diretta conseguenza della mancanza di governo.

Se noi dovessimo seriamente impegnarci a smantellare un governo come quello esistente negli Stati Uniti, l’economista politico non avrebbe problemi a trovare programmi per eliminarlo. D’altra parte, via via che continuerebbe lo smantellamento, le decisioni diverrebbero sempre più difficili, con la necessità di affrontare gli ultimi “beni pubblici” probabilmente con programmi esistenti disegnati per definire e garantire i diritti di proprietà. Si considerino le seguenti due categorie di risposte a questo problema:

  • la prima scuola è quella che ci accingiamo a descrivere come scuola “costituzionalista” o “contrattualista”. Per questo gruppo la domanda importante è “come possono riemergere i diritti e giungere a pretendere di essere rispettati? Come possono emergere “leggi” che portino con sé un rispetto generale per la loro “legittimità”?[1] Questa posizione non ci permette di “saltare oltre l’intero insieme di questioni concernenti la definizione dei diritti delle persone nella condizione iniziale.”[2] Qui l’azione collettiva è considerata come un passo necessario per la stipula di un contratto sociale o un contratto costituzionale che specifichi questi diritti. Nella misura in cui i diritti potrebbero essere perfettamente definiti, l’unico ruolo dello stato sarebbe costituito dalla protezione di quei diritti, dato che la legge progettata per questa protezione è il solo bene pubblico. Se i diritti non possono essere completamente definiti, si imporrebbe un ruolo produttivo per lo stato. Quanto più i diritti non potrebbero essere completamente definiti, tanto più l’azione collettiva precipiterebbe nell’ “eterno dilemma del governo democratico”, ossia “come può un governo, di per sé riflesso di interessi, stabilire i confini legittimi dell’interesse individuale, e come può, ritagliare dall’altro lato quegli spazi di intervento che saranno socialmente protettivi e collettivamente utili?”[3] La soluzione contrattualista a questo dilemma consiste nello stabilire una norma fondamentale o costituzione che specifichi i ruoli protettivo e produttivo del governo. Poiché il ruolo produttivo, a causa del problema dei free rider, richiede necessariamente coercizione, al governo sarà dato il monopolio dell’uso della forza. Altrimenti, alcuni individui sceglierebbero di non pagare per i servizi da cui nondimeno trarrebbero benefici.
  • La seconda scuola può essere chiamata “anarco-capitalista” o “anarchica della proprietà privata”. Nella sua forma radicale questa scuola propugna l’eliminazione di tutte le forme di azione collettiva, dal momento che tutte le funzioni del governo possono essere svolte da individui che possiedono diritti di proprietà scambiabili nel mercato. In questo sistema tutte le transazioni sarebbero volontarie, eccetto nella misura in cui la protezione dei diritti individuali e l’adempimento dei contratti richiederebbero coercizione. La questione fondamentale che si pone questa scuola è come legge e ordine, che richiedono un certo grado di coercizione, possono essere garantiti senza in definitiva implicare un fornitore di quei servizi che sia detentore del monopolio della coercizione, ossia il governo. Se un’azienda di protezione dominante o un’associazione emergesse dopo che gli scambi avrebbero avuto luogo, avremmo lo stato minimo definito da Nozick e torneremmo indietro nel mondo dei “costituzionalisti”. Il punto di vista anarco-capitalista secondo cui i mercati possono fornire i servizi di protezione può essere riassunto come segue:

La spinta del profitto farà sì che i fornitori più efficienti si impongano e che la politica inefficiente e corrotta perda il suo lavoro. In breve, il mercato è capace di garantire giustizia al prezzo più conveniente. In accordo con Rothbard, affermare che questi servizi sono “beni pubblici” e non permettere che possano essere venduti agli individui in vari modi significa fare un’affermazione che ha davvero basi deboli di fatto.[4]

Quindi, gli anarco-capitalisti ripongono fiducia nel profitto cercando imprenditori per trovare la quantità e il tipo ottimale di servizi di protezione e così nella concorrenza al fine di prevenire lo stabilirsi di un monopolio nella fornitura di tali servizi.

Ci sono essenzialmente due differenze tra le due scuole discusse sopra. In primo luogo, c’è la questione empirica che la concorrrenza possa realmente garantire servizi di protezione. Il versante anarco-capitalista crede che sia possibile. I costituzionalisti o teorici dello “stato minimo” sostengono il seguente argomento:

I conflitti possono sorgere, ed un’agenzia prevarrà. Le persone che sono state precedentemente clienti delle agenzie perdenti se ne allontaneranno e cominceranno ad acquistare la loro protezione dalle agenzie vincitrici. In questo modo una singola agenzia di protezione o associazione giungerà infine a dominare il mercato dei servizi di vigilanza sopra un dato territorio. Persone indipendenti che decidono di non acquistare protezione da nessuno possono rimanere fuori dal raggio d’azione dell’agenzia dominante, ma a questi indipendenti non può essere permesso punire da sé i clienti. Devono essere costretti a non punire. Al fine di legittimare la coercizione, queste persone devono essere retribuite, ma solamente nella misura in cui lo permette la loro privazione.[5]

La seconda questione è più teorica che empirica, e di conseguenza, non può essere completamente risolta attraverso l’osservazione. Questa questione riguarda il tema di come i diritti sono determinati all’inizio; come possiamo trovare un punto d’inizio con tutte le sue caratteristiche di status quo da cui il gioco può essere fatto partire.

Buchanan, insigne costituzionalista, critica Friedman e Rothbard, insigni anarco-capitalisti, poiché “saltano oltre l’intero insieme di questioni concernenti la definizione dei diritti delle persone nella condizione iniziale”.[6] Per i costituzionalisti il concetto lockeano di mescolamento del lavoro con le risorse per arrivare ai “diritti naturali” non è sufficiente. L’approccio contrattualista suggerisce che il punto di partenza è determinato dal processo iniziale di negoziazione che risulta nel contratto costituzionale.

Il dibattito su questa questione inevitabilmente continua, ma perfino Buchanan ammette che

“se la distribuzione o l’imputazione dei diritti delle persone (diritti di fare cose, sia con rispetto verso altre persone che verso cose fisiche) sono stabiliti, allora siamo a posto. E a prescindere da differenze su certi dettagli (che possono essere importanti ma relativamente riguardanti la presente analisi, per esempio l’efficacia del mercato come organizzazione di peace-keeping interna ed esterna), dovrei accettare molte delle riforme particolareggiate che questi appassionati teorici propongono.”[7]

Il nostro scopo nel presente articolo è di discutere, in un contesto storico, alcune delle importanti questioni che Buchanan dice essere riguardanti l’analisi. Noi non intendiamo dibattere la questione della condizione di partenza, ma guarderemo all’ “efficacia del mercato come organizzazione di peace-keeping interna”.[8]

Sembra, per il periodo e l’area geografica che stiamo esaminando, che ci fosse una distribuzione di diritti che era accettata o a causa di un accordo generale su alcuni precetti di base della legge naturale o perché gli abitanti del West americano venivano da una società in cui certi diritti erano definiti e garantiti.

Una condizione di partenza siffatta è chiamata punto di Schelling, una soluzione comune che esiste nelle menti dei partecipanti in certe situazioni sociali.[9] Perfino in assenza di qualsiasi sistema di polizia, la maggior parte dei membri delle società del West concordavano sul fatto che esistessero certi diritti di uso e controllo della proprietà. Così quando un minatore affermava che la concessione di un giacimento fosse sua perché “egli era là per primo”, tale rivendicazione portava con sé più peso che se avesse sostenuto ciò semplicemente perché egli era più potente.

Preferenze, cultura, etica, e numerose altre fonti d’influenza attribuiscono le qualità di punti di Schelling ad alcune rivendicazioni e non ad altre. Il lungo periodo di conflitti tra Indiani e coloni può essere fatto discendere da una mancanza di qualsiasi punto di Schelling. Noi ci concentriamo, comunque, sulle soluzioni per il mantenimento della pace e l’applicazione della legge che esistevano tra i non indigeni, la popolazione bianca.

Nelle pagine seguenti descriviamo il sistema privato di giustizia nel Far West tra il 1830 e il 1900. Questa descrizione permette davvero di verificare, in modo limitato, alcune delle ipotesi avanzate su come possa funzionare l’anarco-capitalismo.

Indichiamo il test come “limitato” poiché un carattere necessario di un tale sistema è l’assenza del monopolio della coercizione.[10] Possono esistere diverse agenzie di coercizione, ma nessuna deve possedere il monopolio legale dell’uso di tale coercizione. La difficoltà di occuparsi di questa condizione nel Far West è ovvia. Anche se per buona parte del periodo agenzie formali di governo per la protezione dei diritti non erano presenti, agenzie di tal genere erano sempre nascoste nello sfondo. Di conseguenza, nessun sistema privato di polizia operava interamente in modo indipendente dall’influenza del governo. Inoltre, bisogna essere prudenti nel descrivere sempre agenzie private come “non-governo”, poiché, quanto più esse si sviluppavano e diventavano agenzie di coercizione legale, tanto più si descrivevano come “governo”. Nonostante esistano numerose decrizioni di tali agenzie private, è spesso difficile determinare quando contribuivano ad aumentare la concorrenza e quando la riducevano.

Nonostante le precisazioni indicate sopra, il West costituisce un utile terreno di controllo per diverse e specifiche ipotesi su come l’anarco-capitalismo possa funzionare. Noi usiamo The Machinery of Freedom di David Friedman come nostra base per la formulazione di ipotesi sul funzionamento dell’anarco-capitalismo dal momento che esso ha un approccio decisamente non utopico e specifica piuttosto bene il meccanismo effettivo in cui un sistema di agenzie di protezione diverse dal governo opererebbe. Le principali indicazioni sono:

  1. L’anarco-capitalismo non è caos. I diritti di proprietà saranno protetti e prevarrà l’ordine civile.
  2. Agenzie private svolgeranno le funzioni necessarie per preservare una società ordinata.
  3. Le agenzie di protezione private scopriranno presto che il “warfare” è un modo costoso di risolvere le dispute e si affermeranno metodi meno costosi di accordo (arbitrati, tribunali…)
  4. Il concetto di “giustizia” non è immutabile e non è vero che a noi spetta unicamente di trovarlo. Le preferenze variano tra gli individui quanto alle regole sotto cui preferiscono vivere e il prezzo che sono disposti a pagare per tali regole. Quindi, possono esistere differenze significative nelle regole tra le diverse società anarco-capitaliste.
  5. Non ci sono economie criminose di scala sufficientemente significativa che permettano alle principali organizzazioni mafiose di svilupparsi e dominare la società.
  6. La concorrenza tra le agenzie di protezione e i tribunali servirà come salutare controllo sui comportamenti indesiderati. I consumatori hanno informazioni migliori che sotto il governo e le useranno nel giudicare queste agenzie.

 

CASI DAL WEST

Prima di rivolgerci ad esempi specifici di istituzioni anarco-capitaliste nel West americano, risulta interessante esaminare la caratterizzazione leggendaria del selvaggio Far West. La possibilità del caos costituisce un’importante obiezione per la fiducia nel mercato della sicurezza e molte storie del West sembrano corroborare questo argomento. Queste storie descrivono l’era e l’area come caratterizzata da combattimenti a colpi di pistola, furti di cavalli, e generale mancanza di rispetto dei diritti umani fondamentali.

Il gusto per il drammatico nella letteratura e in altre forme di intrattenimento ha condotto verso la concentrazione sull’apparente scarto tra il desiderio di ordine degli abitanti del Far West e il prevalente disordine. Se l’immagine hollywoodiana del West non apparisse sufficientemente rovinata davanti ai nostri occhi, alcuni criminologi hanno contribuito con citazioni come la seguente: “Possiamo affermare con una certa sicurezza che in confronto al periodo della frontiera c’è stato un significativo decremento del tasso di violenza negli Stati Uniti.”[11]

Ad ogni modo, di recente, alcune attente indagini storiche portano a dubitare dell’accuratezza di tale percezione. Nel suo libro, Frontier Violence: Another Look, W. Eugene Hollon ha sostenuto “che la frontiera del West era un luogo più civilizzato, più pacifico, e più sicuro della società americana di oggi.”[12] La leggenda del selvaggio Far West sopravvive nonostante le scoperte di Robert Dykstra secondo cui in cinque dei maggiori insediamenti di cowboy (Abilene, Ellsworth, Wichita, Dodge City e Caldwell) negli anni dal 1870 al 1885, sono stati riportati soltanto 45 omicidi- una media di 1.5 per ogni stagione di commercio di bestiame.[13]

Ad Abilene, si pensa uno dei villaggi di cowboy più selvaggi, “nessuno fu ucciso nel 1869 o 1870. Infatti, nessuno fu ucciso fino all’arrivo dei primi poliziotti, assunti per prevenire gli omicidi.”[14] Soltanto due villaggi, Ellsworth nel 1873 e Dodge City nel 1876, ebbero 5 omicidi.[15] Frank Prassel afferma nel suo libro sottotitolato “Un’eredità di Legge e Ordine”, che “se può essere tratta qualche conclusione dalle recenti statistiche sui crimini, questa dev’essere che tale ultima frontiera non ha lasciato alcun retaggio di offese contro la persona, rispetto ad altre regioni del paese.”[16]

Inoltre, perfino se i tassi di criminalità fossero stati più alti, bisognerebbe ricordare che la preferenza per l’ordine può differire lungo il tempo e attraverso le popolazioni. Dimostrare che il West era maggiormente “senza legge” della nostra società odierna ci dice molto poco fino a che non siano disponibili alcune misure della “domanda di legge e ordine”. “Se può sembrare che la società della frontiera sia funzionata con molte violazioni alla legge formale, ciò qualche volta più precisamente ha riflettuto abitudini della comunità in conflitto con standard estranei ai tempi e superficiali.”[17]

I comitati di vigilanza che spuntarono in molte comunità minerarie del West forniscono esempi eccellenti di questo conflitto. In molti casi questi comitati comparvero dopo che il governo civile si era organizzato. Essi dimostrano che la concorrenza fu proficua nei casi in cui il governo risultava inefficiente, come nel caso di San Francisco negli anni ’50 del 1800,[18] o dove il governo divenne il territorio dei criminali che usavano il monopolio legale della coercizione per promuovere i loro interessi personali, come a Virginia City, e nel Montana Territory negli anni ’60 del 1800.[19]

Perfino in questi casi, comunque, la violenza non costituiva l’abituale modus operandi. Quando fu ricostituito il comitato di vigilanza di San Francisco nel 1856, “il gruppo rimase attivo per 3 mesi, incrementando il numero dei suoi membri fino a più di 8000. Durante questo periodo, San Francisco ebbe soltanto due assassini, in confronto ai più di 100 nei 6 mesi precedenti alla costituzione del comitato”.[20]

Per comprendere come legge e ordine fossero garantiti nel West americano, passiamo ora a quattro esempi di istituzioni che approssimarono l’anarco-capitalismo. Questi studi di caso di associazioni di coloni, associazioni di cowboy, comunità minerarie, e carovane forniscono supporto alle ipotesi presentate sopra e suggeriscono che il diritto alla proprietà privata era garantito e non regnava il caos.

 

a. Associazioni territoriali

Per i coloni pionieri che spesso si spostavano nei domini pubblici prima che essi fossero mappati e resi disponibili dal governo federale per le vendite, la definizione e la sicurezza dei diritti di proprietà sul territorio che reclamavano costituiva sempre un problema. “Questi coloni di frontiera e al margine (squatters come erano chiamati) si trovavano oltre i limiti della sfera d’azione del governo federale. Nessuna legge del Congresso li proteggeva nei loro diritti sui territori che avevano scelto e sui miglioramenti che avevano apportato. Per la legge essi avevano violato i confini; nei fatti erano degli onesti fattori.”[21] Il risultato fu la formazione di organizzazioni “extra-legali” per la sicurezza e la giustizia. Queste associazioni territoriali o associazioni di coloni, come associazioni extra-legali iniziarono ad essere famose, furono trovate lungo il Middle West con in particolare quelle dello Iowa destinate a ricevere la maggior parte dell’attenzione. Benjamin F. Shambaugh sostiene che possiamo vedere tali associazioni “come un genere esemplificativo di organizzazione politica extra-legale, non costituzionale, in cui erano riflessi alcuni principi del carattere e della vita americani.”[22] Per Frederick Jackson Turner queste associazioni di squatter fornivano un eccellente esempio della “capacità dei pionieri neoarrivati di unirsi per uno scopo comune senza l’intervento delle istituzioni governative…”[23]

Ogni associazione di coloni adottò il proprio statuto e a norma di legge elesse dei funzionari per la struttura dell’organizzazione, stabilì regole per derimere le dispute, e stabilì la procedura per la registrazione e la protezione delle rivendicazioni. Lo statuto della Claim Association of Johnson County, Iowa, offre una delle poche testimonianze della struttura associativa. Oltre al presidente, il vicepresidente, impiegato e archivista, tale statuto prevedeva l’elezione di sette giudici, di cui 5 potevano comporre una corte per le dispute dei coloni, nonché l’elezione di due sceriffi incaricati di garantire il rispetto delle regole dell’associazione. Lo statuto specificava la procedura attraverso la quale i diritti di proprietà sul territorio dovevano essere definiti così come la procedura per gli arbitrati delle dispute tra i coloni. Venivano applicate alcune tariffe per contribuire alle spese degli arbitrati.

In tali circostanze di luogo e di tempo al fine di mantenere tali corti e convocare tutti i testimoni che ciascuna delle parti poteva richiedere, la corte faceva, prima del processo volto ad indagare cosa chiedessero il ricorrente e l’imputato, depositare una somma sufficiente nelle loro mani per sostenere le spese della detta azione legale o dei costi della detta azione legale, e nel caso avesse dovuto una delle due parti rifiutare di depositare tale somma di denaro la corte poteva citare in giudizio la persona che rifiutava di…[24]

Come sanzione contro coloro che non seguivano le regole dell’associazione, l’uso della violenza era un’opzione, ma la risoluzione seguente suggerisce che erano usati anche mezzi meno violenti:

Determinato, che al fine di sostenere più efficacemente i coloni nelle loro giuste rivendicazioni in accordo con i costumi del vicinato ed al fine di prevenire difficoltà e discordia nella società che noi reciprocamente giuriamo sul nostro onore di osservare rigidamente la seguente risoluzione. Che noi non ci assoceremo con, né tolleremo coloro che non rispettano le richieste dei coloni ed inoltre che noi non staremo loro vicini… Scambi commerciali tratteremo con loro in ogni modo….[25]

Il fatto che gli statuti, a norma di legge, e le risoluzioni di tutte le associazioni di coloni non fossero simili indica che le preferenze tra gli squatter potevano variare e che erano disponibili forme alternative di protezione e di giustizia. La giustificazione più comune per le associazioni era costituita da parole come le seguenti: “Dato che è diventata abitudine negli stati del West, non appena i titoli degli Indiani sui terreni pubblici sono stati aboliti dal Governo Generale in modo che i cittadini degli Stati Uniti vi si potessero insediare e mettere a reddito detti terreni, e fino a questo momento l’uso e la richiesta dei coloni raggiunge i 320 acri, è stata rispettata dai cittadini e dalle leggi dello Iowa…”[26] Un’altra giustificazione “evidenzia la necessità di protezione contro occupanti abusivi e sconsiderati di terreni e odiosi lupi in forma umana, o la necessità di una migliore sicurezza contro aggressioni di stranieri così come di locali”.[27] Alcune associazioni erano state costituite specificamente allo scopo di opporsi a “speculatori” che stavano tentando di ottenere un titolo sul territorio. Gli statuti di queste associazioni, come sottolineato dal documento della “Johnson County” regolavano dettagliatamente l’ammontare di investimenti che dovevano essere apportati sul terreno. Altre associazioni, ad ogni modo, incoraggiavano la speculazione non facendo tali richieste. Queste associazioni volontarie, extra-legali, fornirono protezione e giustizia senza violenza manifesta e svilupparono regole in accordo con le preferenze, i fini, le sovvenzioni dei partecipanti.

 

Note

[1] James M. Buchanan, “Before Public Choice”, in G.Tullock, ed., Exploration in the Theory of Anarchy (Blacksburg, Va.: Center for the Study of Public Choice, 1972), p. 37.

[2] James M. Buchanan, “Review of David Friedman, The Machinery of Freedom: Guide to Radical Capitalism”, The Journal of Economic Literature, Vol. XII, No. 3 (1974), p. 915.

[3] E.A.J. Johnson, The Foundations of American Economic Freedom (Minneapolis: University of Minnesota Press, 1973), p. 305.

[4] Laurence S. Moss, “Private Property Anarchism: An American Variant”, in G.Tullock, ed., Further Explorations in the Theory of Anarchy (Blacksburg, Va.: Center for the Study of Public Choice, 1974), p. 26.

[5] James M. Buchanan, Freedom in Constitutional Contract (College Sta., Tex.: Texas A&M University Press, 1977), p. 52.

[6] Buchanan, “Review of Machinery of Freedom”, p. 915.

[7] Ibid., corsivo aggiunto nel testo di Anderson e Hill.

[8] ibid.

[9] Per una discussione più estesa dei punti di Schelling, si veda Thomas C. Schelling, The Strategy of Conflict (Cambridge: Harvard University Press, 1960), pp. 54-58; Buchanan, “Review of Machinery of Freedom”, p. 914; e David Friedman, “Schelling Points, Self-Enforcing Contracts, and the Paradox of Order”, (non pubblicato Ms., Center for the Study of Public Choice, Virginia Polytechnic Institute).

[10] David Friedman, The Machinery of Freedom: Guide to Radical Capitalism (New York: Harper & Row, 1973), p. 152.

[11] Gilbert Geis, “Violence in American Society”, Current History, Vol. LII (1976), p. 357.

[12] Eugene W. Hollon, Frontier Violence: Another Look (New York: Oxford University Press, 1974), p. X.

[13] Robert A. Dykstra, The Cattle Towns (New York: Alfred A. Knopf, 1968), p. 144.

[14] Paul I. Wellman, The Trampling Herd (New York: Carrick e Evans, 1939), p. 159.

[15] Hollon, Frontier Violence, p. 200.

[16] Frank Prassel, The Western Peace Officer (Norman, Okla.: University of Oklahoma Press, 1937), pp. 16-17.

[17] Prassel, The Western Peace Officer, p. 17.

[18] Si veda George R. Stewart, Committee on Vigilance (Boston: Houghton Mifflin Co., 1964); e Alan Valentine, Vigilance Justice (New York: Reynal e Co., 1956).

[19] Thomas J. Dimsdale, The Vigilantes of Montana (Norman, Okla.: University of Oklahoma Press, 1953).

[20] Wayne Gard, Frontier Justice, (Norman, Okla.: University of Oklahoma Press, 1949), p. 165.

[21] Benjamin F. Shambaugh, “Frontier land Clubs, or Claim Associations”, Annual Report of the American Historical Association (1900), p. 71.

[22] Shambaugh, “Frontier Land Clubs”, p. 69.

[23] Frederick Jackson Turner, The Frontier in American History (New York: Henry Holt e Co., 1920), p. 343.

[24] Schambaugh, “Frontier Land Clubs”, p. 69.

[25] Ibid., pp. 78-79.

[26] Citato in Allan Bogue, “The Iowa Claim Clubs: Symbol and Substance”, in V. Carstensen, ed., The Public Lands (Madison, Wisc.: University of Wisconsin Press, 1963), p. 50.

[27] Ibid.

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Tutto quello che c’è da dire sul Bail-in

Ven, 05/08/2016 - 08:18

La direttiva Bank Recovery and Resolution Directive (2014/59/EU) ha introdotto nell’Unione Europea un meccanismo armonizzato per la prevenzione e la gestione delle crisi delle banche e delle imprese d’investimento.

Scopo della direttiva BRRD è quello di cercare di risolvere il problema delle banche facendo leva solo sulle risorse di quest’ultime, senza cioè ricorrere necessariamente agli aiuti di Stato, scongiurare il fallimento di una banca in gravi difficoltà economiche (risoluzione quindi come alternativa alla liquidazione) e di assicurare che la banca che si trova ad affrontare gravi difficoltà economiche possa continuare, nella fase di risoluzione, ad erogare quei propri servizi finanziari ritenuti basilari per la comunità ed essenziali per la stabilità finanziaria del sistema economico.

La BRRD istituisce in ogni Paese delle cosiddette autorità indipendenti di risoluzione coincidenti con le varie banche centrali nazionali. A tali autorità viene dato il compito di entrare in azione programmando e portando a termine la gestione della crisi dell’intermediario finanziario una volta accertato la presenza di determinate circostanze.

La BRRD nasce a seguito dei cospicui salvataggi bancari attuati in Europa dal 2008 al 2014 con soldi pubblici, ossia con il denaro di tutti i contribuenti. La banca centrale europea ha stimato durante questo periodo le organizzazioni statali europee hanno complessivamente iniettato 800 miliardi di euro per soccorrere intermediari finanziari in difficoltà. Tale iniezione di liquidità ha finito col comportare un ragguardevole incremento del debito pubblico in molti Paesi.

Tuttavia, in circostanze ritenute oltremodo straordinarie la BRRD prevede anche l’intervento diretto e sostanziale dell’organizzazione statale attraverso la fornitura di aiuti di Stato all’intermediario finanziario in difficoltà.

 

Quando è previsto l’intervento delle autorità di risoluzione?

Allorché le autorità di risoluzione appurano che una banca si trova in dissesto o è a rischio di dissesto (ad esempio, quando, a causa di perdite, l’intermediario finanziario abbia azzerato o ridotto in modo rilevante il proprio capitale), e contemporaneamente ritiene che misure alternative di natura privata (quali aumenti di capitale) o di vigilanza siano insufficienti ad evitare il dissesto e che inoltre la sottoposizione della banca alla liquidazione ordinaria non consentirebbe comunque di salvaguardare la continuità delle funzioni della banca e la stabilità finanziaria del sistema economico, ai sensi della suddetta direttiva ed in nome dell’interesse pubblico, queste autorità entrano in azione dettando il processo di risoluzione.

 

Cosa è il Bail-in e come funziona?

Per portare a termine tale processo, alle autorità di risoluzione vengono assegnati precisi strumenti. Il Bail-in è uno di questi strumenti (gli atri sono la vendita di una parte dell’attività a un acquirente privato, il trasferimento temporaneo delle attività e delle passività ad un’entità (bridge bank) costituita e gestita dalle autorità per proseguire le funzioni più importanti dell’intermediario finanziario, in vista di una successiva vendita sul mercato, il trasferimento delle attività deteriorate ad un veicolo (bad bank) che ne gestisca poi la liquidazione in tempi ragionevoli.

In soldoni, il Bail-in significa che il denaro per la ripresa dell’intermediario finanziario viene preso all’interno dell’istituto in questione, ossia da azionisti e creditori e non al suo esterno, cioè a carico di tutti i contribuenti (Bail-out). Tecnicamente, il Bail-in significa che al ricorrere delle condizioni di risoluzione, le autorità istituzionali preposte alla risoluzione della crisi delle banche possono disporre la riduzione del valore delle azioni dell’intermediario finanziario e di alcuni crediti nei confronti dello stesso o la loro conversione in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in misura sufficiente a ripristinare un’adeguata capitalizzazione ed a mantenere la fiducia del mercato.

Ciò nonostante, gli azionisti e i creditori non potranno in ogni modo subire perdite maggiori di quelle che sopporterebbero in caso di liquidazione della banca seguendo le procedure ordinarie.

Di regola, vi sono passività sottoponibili al Bail-in ed altre che non lo sono. Normalmente, esclusi dall’ambito di applicazione del Bail-in e non possono dunque essere né svalutati né convertiti in capitale:

  • i depositi protetti dal sistema di garanzia dei depositi, vale a dire quelli di importo fino a 100.000 euro;
  • le passività garantite, inclusi i covered bonds e altri strumenti garantiti;
  • le passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela o in virtù di una relazione fiduciaria, come ad esempio il contenuto delle cassette di sicurezza o i titoli detenuti in un conto apposito;
  • le passività interbancarie (ad esclusione dei rapporti infragruppo) con durata originaria inferiore a 7 giorni;
  • le passività derivanti dalla partecipazione ai sistemi di pagamento con una durata residua inferiore a 7 giorni;
  • i debiti verso i dipendenti, i debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati dalla normativa fallimentare.

Le passività non esplicitamente escluse sono invece tutte quante sottoponibili a Bail-in. I soggetti che possono essere colpiti dal Bail-in devono essere però colpiti seguendo uno specifico ordine sequenziale, cioè soltanto dopo aver consumato tutte le risorse della categoria più rischiosa si può passare a quelle della categoria successiva. L’ordine è il seguente:

  • gli azionisti della banca;
  • i detentori di altri titoli di capitale;
  • gli altri creditori subordinati;
  • i creditori chirografari;
  • le persone fisiche e le piccole e medie imprese titolari di depositi (solo) per l’importo in eccedenza a 100.000 euro;
  • il fondo di garanzia dei depositi, il quale contribuisce al Bail-in al posto dei depositanti protetti.

Inoltre, i depositi al dettaglio eccedenti i 100.000 euro, per motivi collegati al mantenimento della stabilità finanziaria del sistema economico, possono essere discrezionalmente esclusi dal Bail-in a condizione che questo sia stato applicato ad almeno l’8 per cento del totale delle passività.

Quanto appena descritto è la regola d’applicazione del Bail-in. Tuttavia, in circostanze ritenute eccezionali, ossia quando si pensa che la normale applicazione dello strumento implichi, ad esempio, un rischio per la stabilità finanziaria del sistema economico o comprometta la continuità di servizi finanziari ritenuti basilari, le autorità possono andare oltre la regola escludendo in via discrezionale ulteriori passività. Queste esclusioni sono però soggette a limiti e condizioni e devono essere approvate dalla Commissione europea. Le perdite non assorbite dai creditori esclusi discrezionalmente possono essere trasferite al fondo di risoluzione che può intervenire nella misura massima del 5 per cento del totale del passivo, a condizione che sia stato applicato un Bail-in minimo pari all’8 per cento delle passività totali.

 

Quando la BRRD consente che il Bail-in sfoci anche in aiuti di Stato?

Quando politicamente ed a livello europeo viene ipotizzata l’esistenza di una situazione oltremodo straordinaria, una situazione che senza un intervento diretto e sostanziale del pubblico potere si ritiene che finirà col produrre gravissime ripercussioni sul funzionamento del sistema economico nel suo complesso.

L’attivazione di tale intervento pubblico richiede comunque che i costi della crisi siano ripartiti con gli azionisti e i creditori mediante l’applicazione di un Bail-in almeno pari all’8 per cento del totale del passivo.

 

Il Bail-in visto sotto l’ottica dell’ordine di libero mercato

L’articolo 47 della Costituzione italiana afferma che: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. Questa disposizione può essere fatta propria anche da un ordine di libero mercato, giacché esso si fonda sull’assioma della non-aggressione secondo il quale “nessuno può aggredire la persona o la proprietà altrui o frodarla” (assioma da declinare di volta in volta ai casi concreti). In tal senso, la parola tutelare deve essere però interpretata come proteggere ogni singolo individuo da aggressioni e frodi e non come velata promessa di caricare, qualora si riscontrino motivi di opportunità politica, il costo del rischio che ogni azione individuale comporta sul resto della collettività.

Ogni azione umana comporta un costo di rischio. Se si cerca di sterilizzare questo costo tramite l’aspettativa che qualcun altro subentrerà in qualsiasi tempo e circostanza, in tutto o in parte, nell’esercizio di sopportarlo al posto di chi questo costo di rischio lo ha assunto non può che finire con l’azzardo morale a farla da padrone.

A questo riguardo, la normativa sul Bail-in rappresenta nelle intenzioni ed in linea di massima un passo in avanti perché cerca di contrastare l’aspettativa secondo la quale alla fine lo Stato somministrerà in ogni circostanza gli aiuti necessari.

Tuttavia, va detto che tutto questo ragionamento viene se non altro in parte inficiato alla base dal contesto in cui il Bail-in si inserisce. Non viviamo di certo, infatti, in un ambiente economico nel quale vige una pluralità di istituti di emissione ed una piena libertà di scelta della moneta, bensì l’esatto contrario, vale a dire sotto un regime caratterizzato da monopolio di emissione di moneta avente corso legale in linea di principio e per di più forzoso.

Ad oggi, sussiste un’indiscriminata dichiarazione di corso legale imposta in linea di principio dallo Stato che va inevitabilmente ad alterare il concetto generale di denaro in quanto il corso legale imposto in linea di principio altro non è che un provvedimento che ha lo scopo di imporre al mercato o di mantenere in circolazione forme patologiche di mezzi di circolazione generate da ripetuti abusi di autorità della prerogativa di battere moneta. Tutto ciò tende nel tempo a finire col porre lo Stato come il principale aggressore del risparmio individuale.

Asserito che il sistema monetario nel suo complesso (a prescindere da casi eccezionali che richiedono una regolamentazione speciale proprio per la loro peculiarità) è tanto più economicamente efficiente quanto meno è soggetto a corso legale, cerchiamo ora di ragionare come se il Bail-in fosse applicato ad un sistema monetario in cui non sia presente quella coercizione che è il corso legale imposto in linea di principio dallo Stato.

Lì dove il Bail in si accanisce nei confronti degli azionisti e di alcune categorie di creditori della banca non ci può essere nulla da obiettare o comunque molto poco.

Comprando azioni si conferiscono somme di denaro (meglio sarebbe dire beni o servizi) per l’esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili. Investendo in obbligazioni si sta facendo un prestito con lo scopo di riottenere la somma versata più il pagamento di un qualche interesse.

In entrambi i casi, stiamo chiaramente effettuando forme di risparmio-investimento e quindi il il costo di rischio che ci assumiamo è normalmente più elevato di quello che deriverebbe dal solo dare in custodia a qualcun altro una propria somma di denaro, ossia dall’effettuare una forma di risparmio-tesaurizzazione.

Perché nel risparmio-investimento il costo di rischio è di norma più elevato di quello presente nel risparmio-tesaurizzazione? Perché nel risparmio-investimento esiste la volontà, attraverso il capitale investito, di formare un flusso di reddito o di ottenere un interesse. Nel risparmio-tesaurizzazione esiste invece solo la volontà di accantonare una riserva di valore.

Di conseguenza: giusto porre il risparmio-investimento sotto la possibilità del Bail-in; ingiusto in linea di principio porre il risparmio-tesaurizzazione sotto la possibilità dello stesso.

Nel caso dell’obbligazione (di regola, il Bail-in può colpire gli obbligazionisti subordinati) è anche vero però che questa deve essere normalmente adempiuta. In primo luogo, infatti, il debitore deve sempre trattare l’obbligazione assunta con la cosiddetta diligenza del buon padre di famiglia, al fine di soddisfare il diritto dell’obbligazionista di riottenere la somma versata più gli interessi.

Tuttavia, tale diritto può accadere che non venga soddisfatto e allora in questa circostanza bisogna andare a vedere se questa diligenza è stata comunque applicata dal debitore nel trattare l’obbligazione convenuta: qualora venga riscontrata questa diligenza e l’obbligazione non viene adempiuta subentra l’impossibilità sopravvenuta della prestazione per causa non imputabile al debitore e pertanto l’obbligazione si estingue del tutto senza generare strascichi; al contrario, se questa diligenza non viene riscontrata e l’obbligazione non viene adempiuta subentra l’obbligazione di risarcire il danno da inadempimento.

Stabilire, nell’eventualità di mancato adempimento dell’obbligazione, se questa sia stata trattata o meno dal debitore con la diligenza del buon padre di famiglia deve essere affare da consegnare alla giustizia dei tribunali.

Occorre infine ricordare che le obbligazioni sono dei contratti reali ad effetti reali, ossia il contratto di obbligazione si perfeziona e produce i suoi effetti con la consegna della cosa contenuto dell’accordo (a differenza dei cosiddetti contratti consensuali in cui invece basta l’accordo per conseguire il perfezionamento e la produzione degli effetti del contratto) e che per quanto riguarda le obbligazioni bancarie essendo queste di natura pecuniaria, avendo cioè per oggetto un bene fungibile, ad essere restituiti devono essere dei beni della stessa specie e qualità (tantundem), tenendo presente che a valere è il cosiddetto principio nominalistico per cui la moneta è presa in considerazione per il suo valore nominale e non per il suo potere di acquisto.

Poiché il trasferimento concerne un bene fungibile, dottrina ufficiale vuole che a trasferirsi sia la proprietà. In effetti, da un punto di vista strettamente fisico, essendo praticamente impossibile la restituzione delle stesse unità specifiche consegnate, può rendersi necessario parlare di trasferimento di proprietà. Tuttavia, in ottica (prasseo)logica, non possiamo parlare di trasferimento di proprietà, ma solo di trasferimento del possesso. Benché il debitore ottenga dal trasferimento del bene fungibile la disponibilità della cosa in oggetto, nei fatti però non diviene titolare di un diritto di proprietà ma solamente di un rapporto obbligatorio. Affidando ad altri la detenzione del proprio bene fungibile, il proprietario non decide in realtà di trasferire la proprietà del bene in questione, bensì di non tenere per un certo periodo tale bene sotto la propria diretta disponibilità.

Passando a parlare dei depositi il tema si fa più complicato.

Sul fatto che si sancisca una differenza tra i depositi fino a 100.000 euro e superiori c’è da dire che questa è una decisione politica in linea con la tendenza oggigiorno imperante nel mondo di stabilire imposte progressive sul reddito delle persone fisiche. Si può essere d’accordo o meno, ma tant’è.

Il vero problema semmai è come inquadrare normativamente il contratto di deposito bancario, più precisamente quello libero, cioè quello in cui le somme versate sono da restituire su richiesta del depositante.

Dispositivo dell’art. 1782 del Codice Civile

Se il deposito ha per oggetto una quantità di danaro o di altre cose fungibili, con facoltà per il depositario di servirsene, questi ne acquista la proprietà ed è tenuto a restituirne altrettante della stessa specie e qualità. In tal caso si osservano, in quanto applicabili, le norme relative al mutuo.

Dispositivo dell’art. 1834 del Codice Civile

Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi. Salvo patto contrario, i versamenti e i prelevamenti si eseguono alla sede della banca presso la quale si è costituito il rapporto.

Esaminando le due sopracitate disposizioni, appare chiaro che con il deposito bancario non ci troviamo di fronte né ad un vero e proprio deposito né ad un vero e proprio mutuo, bensì abbiamo a che fare con un singolare tipo di deposito irregolare, la cui funzione non si esaurisce pienamente né in quella di custodia né in quella di credito. In base a ciò, non può essere applicabile direttamente ed integralmente né la disciplina del deposito irregolare né quella del mutuo ma è necessario svolgere una serie di considerazioni preliminari per arrivare a definire una relativa disciplina sui generis.

Prima rilevante considerazione: il deposito bancario è un contratto reale ad effetti reali e concerne un bene fungibile, la moneta. Per quanto affermato in precedenza sulle obbligazioni pecuniarie, seppur dottrina ufficiale sostiene che vi sia un trasferimento della proprietà, in realtà nell’ottica (prasseo)logica non avviene alcun trasferimento della proprietà: solo il depositante e non anche la banca può dirsi il legittimo proprietario delle somme versate. In tal senso, che il deposito bancario venga visto come un deposito irregolare o come un mutuo nulla cambia.

Elemento giuridico caratterizzante del contratto di deposito è la funzione di custodia che il depositario deve effettuare sull’oggetto trasferitogli dal depositante. Nel caso di un deposito irregolare in cui ad essere trasferito è un bene fungibile, come è il caso della moneta, il depositario è obbligato a restituire al depositante, nei termini convenuti, una quantità equivalente in quanto a specie e qualità (tantundem).

Elemento giuridico caratterizzante del contatto di mutuo è la funzione di prestito di cose fungibili e consumabili che il mutuante effettua nei confronti del mutuatario. Nel caso di un prestito di moneta, una persona consegna oggi una quantità di unità monetarie a un’altra persona la quale si impegna, trascorso un certo tempo, a restituire altrettanto della stessa specie e qualità di quanto ricevuto in prestito.

La destinazione d’uso nei due contratti è quindi diversa. Nel deposito irregolare il depositante limita la disponibilità del bene fungibile ora nelle mani del depositario alla sola funzione di sorveglianza della proprietà. Nel mutuo, diversamente, il mutuatario beneficia della piena disponibilità del bene fungibile ora nelle sue mani, fintanto che il contratto non arriva a scadenza; malgrado ciò, essendo comunque un’obbligazione, il mutuatario è obbligato a servirsene con la diligenza del buon padre di famiglia.

Giunti a questo punto, diviene abbastanza lapalissiano che con il deposito irregolare non abbiamo a che fare con uno scopo economico che prevede una rinuncia di beni presenti per cercare di avere una quantità di valore superiore di beni futuri, una volta trascorso un determinato arco temporale, bensì esclusivamente al cospetto di un cambio nella forma dello sfruttamento della disponibilità dei beni presenti.

All’opposto, lo scopo economico sottinteso nel mutuo è quello di rinunciare oggi ad una disponibilità di beni presenti per cercare di ottenere in cambio, una volta trascorso il periodo prestabilito, una quantità di valore superiore di beni futuri. Tuttavia, poiché si sta parlando di moneta, è necessario ricordare che a valere nella restituzione è il principio nominalistico e di conseguenza la ricerca di un valore superiore potrebbe essere soddisfatta solo nominalmente ma non realmente.

In sintesi, nel mutuo è sottointeso che vi sia una transazione creditizia, nel deposito irregolare invece tale transazione non sussiste. Il mutuante dunque effettua una forma di risparmio-investimento, mentre il depositante si limita ad una forma di risparmio-tesaurizzazione.

 

Alla luce di tutto quello finora evidenziato, come dobbiamo correttamente catalogare l’attuale deposito bancario?

L’attuale deposito bancario, più precisamente quello libero, deve essere configurato come un contratto aleatorio, un contratto cioè a prestazioni corrispettive nel quale il rapporto di scambio tra le prestazioni non è determinabile a priori.

La funzione di custodia che la banca esercita nell’interesse del depositante viene messa in discussione dalla funzione di credito che la banca esercita nell’interesse di sé stessa (dai depositi bancari la banca estrae fondi per le proprie attività di finanziamento) e anche, o meglio qualora, del depositante. Da tale fatto discende che qualsiasi banca applicante ad un deposito irregolare libero le regole del mutuo finisce per operare in regime di riserva frazionaria, vale a dire crea una doppia disponibilità sul denaro depositato. Tale doppia disponibilità genera un problema di effettiva disponibilità e dunque la banca potrebbe trovarsi nella situazione di non poter soddisfare più richieste simultanee di restituzione. Questo eventuale problema rappresenta l’alea di cui in primo luogo il cliente ed in secondo luogo la banca sono chiamati a tenere di regola in conto.

Alcuni sostengono che in una stessa formula contrattuale non si possono unire le funzioni del contratto di deposito e quelle di prestito e ciò, in base a i principi tradizionali del diritto, dovrebbe far scattare in ogni caso la nullità di tale contratto per cause incompatibili. In realtà, nulla vieta che l’evoluzione del pensiero e dell’azione umana possa produrre o perfezionare nel tempo sempre nuovi strumenti. Questo significa che l’unione delle funzioni di deposito e di prestito è da considerarsi legittima e con essa pertanto l’operare da parte della banca in regime di riserva frazionaria a patto che la volontà contrattuale del cliente-contraente non sia sottoposta a vizio del consenso. In altre parole, deve essere chiaro che il consenso del cliente della banca a stipulare un contratto del genere non sia stato estorto con violenza, carpito con dolo o dato per errore.

Sintetizzando, l’attuale deposito bancario libero pone in essere un contratto reale a d effetti reali in cui si instaura un rapporto obbligatorio tra le parti. Essendo presente al suo interno non solo la funzione di custodia ma anche quella di credito, è presente anche una quantità di costo di rischio superiore a quella che vi sarebbe se il deposito fosse unicamente considerato e trattato come tale. Al pari di qualsiasi obbligazione, questa deve essere normalmente adempiuta da parte di chi assume l’obbligo (in questo caso la banca) e per l’obbligato vale inoltre tutto quanto precisato sopra su inadempimento e diligenza del buon padre di famiglia. Tuttavia, ed allo stesso tempo, giacché il depositante possiede la anche la facoltà di richiedere in qualsiasi momento la restituzione del suo deposito o con una disponibilità a breve scadenza, il rapporto di scambio tra le prestazioni non è normalmente determinabile a priori e tutto ciò finisce per rendere questo contratto di tipo aleatorio. Se non condizionato da vizi del consenso, tale contratto è da considerarsi legittimo.

In definitiva, il Bail-in può di regola giustamente colpire i depositi in quanto e fintanto che questi vengono trattate come forme almeno parziali di risparmio-investimento dal cliente. Scriviamo fintanto perché è chiaro che se a valere è solo il principio nominalistico quando si va ad applicare sui depositi di moneta un tasso di interesse pari a zero o addirittura negativo va a bruciarsi tutto il concetto di risparmio-investimento.

In ultimo, una considerazione sulla riserva frazionaria. Utilizzando la riserva frazionaria, le banche prendono in custodia e contemporaneamente in accredito il denaro di numerosi soggetti economici e tendono a garantire ad ogni singolo depositante il rimborso del suo deposito libero in ogni momento o con una disponibilità a breve scadenza, attraverso la loro organizzazione e seppur con una riserva di liquidità inferiore al totale dei depositi. L’operazione si basa sull’esperienza che i depositi liberi non vengono ritirati simultaneamente da tutti i depositanti, ma in istanti diversi e solo per somme parziali e che oltretutto i rimborsi vengono di frequente rimpiazzati da nuovi versamenti.

Tale operazione non corre sostanziali rischi di fallimento fintanto che il sistema non è soggetto a recessioni-depressioni. Di regola, a nessuno piace tenere tutto o gran parte del proprio denaro sotto il materasso perché troppo il costo di rischio è abitualmente percepito come troppo alto; meglio pertanto affidarsi ad un istituto per provvedere a tale scopo. Ciò nonostante, quando sopraggiunge una crisi del sistema economico gli agenti aumentano la loro preferenza verso la forma di denaro che generalmente riconoscono come la più immediata ed accettabile, vale a dire (ai nostri giorni) il contante, e più la crisi si fa acuta più questa preferenza tende ad aumentare.

Alcuni intravedono nella riserva frazionaria una causa ultima della sistematica instabilità delle economie di mercato e quindi delle recessioni-depressioni economiche. In realtà, la causa ultima è una sola ed è il corso legale in linea di principio sulla moneta. Il monopolio di emissione e la riserva bancaria centralizzata aumentano la possibilità di squilibri tra offerta e domanda di moneta più di quanto non possa fare un regime opposto, cioè caratterizzato da pluralità di istituti di emissione e riserva bancaria decentralizzata, perché nel primo caso l’assenza di (una vera) concorrenza nel settore da un lato rende molto più difficile scoprire i segnali di prezzo forniti dal mercato, dall’altro consegna agli emittenti il potere di abuso di autorità legale. In questo contesto, la riserva frazionaria può tutt’al più amplificare gli effetti perniciosi che scaturiscono dalla causa ultima.

Se si riuscisse ad implementare il regime della pluralità degli istituti di emissione e della decentralizzazione bancaria ed a questo si aggiungesse la possibilità per ciascun cliente di convertire almeno buona parte della moneta di origine bancaria in riserva metallica, la riserva frazionaria da sola molto difficilmente potrebbe innescare sistematica instabilità, giacché le banche, non disponendo di alcun corso legale in linea di principio su cui far leva e non potendo aumentare la suddetta riserva senza limiti o restrizioni, non avrebbero alcuna possibilità o avrebbero possibilità in ogni caso decisamente ridotte al minimo di spalmare sull’intera collettività quel costo di rischio inerente la restituzione in ogni momento o con una disponibilità a breve scadenza del deposito libero. Allo stesso tempo, potendo impiegare parte significativa dei propri depositi per operazioni di credito, le stesse verrebbero messe nella condizione di poter rispondere adeguatamente agli aumenti della domanda di moneta bancaria che si dovessero verificare.

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Fermi al 2011, ma stavolta è peggio

Mer, 03/08/2016 - 08:24

L’isterismo di questi giorno intorno alla situazione delle banche italiane, è qualcosa di davvero esilarante visto che è iniziata la classica corsa da parte dei policymaker alla rassicurazione più stupida. Ormai è fin troppo evidente alla maggior parte delle persone come questi clown non siano altro che degli sciamani voodoo che millantano di possedere l’elisir di lunga e perenne crescita. E clown non è affatto una parola forte riferita a gente come Padoan o Angela Merkel, i quali si sforzano di raccontare le sciocchezze più grandi solo per calmare le acque. Questa gente ha la minima idea di cosa sia, ad esempio, un trend di lungo termine? Oppure una visione d’insieme di quello che sta accadendo in Europa? Stando alle loro frasi o lo ignorano, oppure lo sanno e fanno finta di niente per permettere ai clientelisti di mantenere i loro posti di comando e privilegio.

Basterebbero i seguenti due grafici per mettere in discussione quanto finora detto da entrambi.

 

Ebbene sì, a meno che questa “percezione errata”, come la chiama Padoan, non ha afflitto gli investitori sin dalla notte dei tempi, qualcuno s’è accorto di come il settore bancario commerciale non sia altro che il figlio deforme della politica monetaria allentata delle banche centrali. Non esiste più una determinazione onesta dei prezzi per quanto riguarda la valutazione degli attivi nei loro bilanci. Peggio ancora, non esiste più una determinazione onesta dei prezzi per quanto riguarda la valutazione delle passività nei loro bilanci. L’ingegneria finanziaria abilitata dalla BCE, ad esempio, sin da quando ha aperto i battenti, ha permesso a quelle entità all’inizio della catena del credito di sfruttare questo vantaggio e riversare sulla società una cascata di segnali di mercato distorti. I banchieri centrali lo definiscono “effetto ricchezza”, ovvero, la manna monetaria che a catena investe parti diverse del tessuto economico fino ad arrivare al suo ultimo strato. Il problema, però, con questa teoria è che si basa su concetti teorici sballati, i quali considerano obiettivi raggiungibili cose come il PIL potenziale e la piena occupazione. Miraggi. Illusioni. L’unica cose che le strategie monetarie allentate provocano è una ridistribuzione della ricchezza a favore di quelle entità all’inizio della catena del credito, e questo vuol dire banche commerciali e stato. Il resto del tessuto economico vede pian piano erodere il proprio potere d’acquisto in una perenne lotta per riuscire a sbarcare il lunario.

La percezione di questo furto oltre ad essere nascosta in quanto l’inflazione dei prezzi altro non è che una tassa nascosta, viene ulteriormente celata agli occhi degli individui focalizzando la loro attenzione su non-problemi quotidiani. Non è un caso se in frangenti critici spunta sempre una qualche campagna d’odio nei confronti di un qualsiasi gruppo della società. Questo distoglie ulteriormente l’attenzione degli attori di mercato dai problemi più urgenti che riguardano la loro vita. Il rumore di fatti di cronaca insignificanti e la canalizzazione dell’odio è uno degli espedienti più comuni tra i policymaker per “bussare” sulla spalla degli attori di mercato, farli girare da un lato e quindi fregare loro il portafogli.

Non cascateci. Senza concentrazione è facile finire nelle trappole. Da cosa viene distolta la concentrazione? Il settore bancario sta finendo praticamente in un burrone. Niente delle politiche messe in campo da questi buffoni sta funzionando. Il vecchio adagio keynesiano secondo cui bastava supportare la domanda di mercato, sta cadendo a pezzi ai piedi di coloro che tirano le leve nelle banche centrali. La stampante monetaria, ormai attiva giorno e notte nella maggior parte delle nazioni sviluppate e in via di sviluppo, sta solamente spingendo verso il torrente un asino che non vuole bere. Nei cosiddetti anni d’oro, il presunto effetto ricchezza a cascata abilitato dalle banche centrali, permetteva alle banche commerciali di erogare prestiti a “cani e porci” e, di conseguenza, pavoneggiarsi nei mercati come entità prive di rischio e in grado di gestire qualsiasi tipo di asset.

Era praticamente stata dichiarata la morte del ciclo economico. In realtà, il rischio veniva celato agli occhi degli attori di mercato attraverso l’espansione monetaria artificiale alimentata dalle banche centrali, la quale non ha fatto altro che nascondere gli errori del passato sotto errori più gravi che si sarebbero palesati in futuro. Monte dei Paschi è diventata un investimento improduttivo a causa della sua gestione sconsiderata delle attività bancarie che negli anni hanno caratterizzato il proprio management. Il caso non è diverso da tutte quelle grandi banche che hanno gozzovigliato col credito a basso costo, sfruttando l’ingegneria finanziaria (es. fusioni/acquisizioni, dividendi inattesi, ecc.) per raggiungere posizioni presumibilmente superiori. All’apparenza queste situazioni paiono durare per sempre, poi, però, arriva sempre il redde rationem. Così come arriverà per l’attuale UE moribonda. Lo zio Mario credeva che col QE potesse rimettere in carreggiata le cose facendo prosperare artificialmente il tessuto economico, in modo che, ancora una volta, gli errori di ieri potessero essere assorbiti dagli errori (più gravi) che si sarebbero palesati domani.

Ma questa gente non ha idea di cosa voglia dire determinazione dei prezzi, mispricing e picco del debito. Lo scopriranno. Così come lo scopriranno tutti coloro che, facendo ancora affari con MPS o avendoci ancora il proprio conto deposito, non saranno in grado di leggere la proverbiale scritta sul muro e che pensano che le colpe siano costantemente altrui (leggi tedeschi, ad esempio).

E adesso si pensa di risolvere questi problemi attraverso intrusioni più pervasive nei mercati, come ad esempio il divieto di short-selling imposto dalla Consob. Ma questa gente è talmente stupida, credendosi più furba dei mercati, che dimentica sempre particolari importanti: gli investitori possono comprare CDS e aggirare il divieto.

Ma il punto è il seguente: impedire ad entità decotte di essere ristrutturate attraverso un default non farà altro che catapultare in esse fondi che verranno sprecati, restringendo sempre di più il bacino di ricchezza reale presente nel tessuto economico. È esattamente questo il motivo per cui finora non abbiamo assistito ad una vera e propria ripresa, bensì ad un’alternanza di brevi salite e ripide discese. La continua canalizzazione di risorse reali dalle unità produttive verso quelle entità in bancarotta, costituisce la nuova fonte di errori economici che riverserà nel tessuto economico una quantità maggiore di investimenti improduttivi e stagnazione economica. Se ci pensate, infatti, qual è stata la risposta di Draghi a seguito del Brexit? Più pompaggio monetario. È questa la sola e unica risposta in mano a dementi monetari domiciliati presso le principali banche centrali del mondo.

Quindi, no, il Brexit non c’entra nulla con questa lente d’ingrandimento finita sulle banche commerciali italiane, è la naturale conseguenza dell’espansione monetaria artificiale e degli obbrobri finanziari che genera. Oppure pensate che il decennale italiano sia calato magicamente nella “terra della stabilità” grazie ad un governo responsabile da punto di vista fiscale? Pensate che i consumi abbiano mostrato un piccolo spasmo verso l’alto perché il fisco ha dato tregua agli italiani? Oppure pensate che la burocrazia europea abbia allentato la sua presa?

Niente di tutto ciò. Le obbligazioni italiane sono aumentate di prezzo grazie al “whatever it takes” di Draghi che, permettendo ai front-runner di comprare oggi quello che lui comprerà domani, le ha trasformate in scarafaggi da motel: sono entrate nei bilanci degli investitori istituzionali e non ne sono uscite. Non solo, ma a rincarare la dose ci s’è messo anche Basilea III, il quale ha dichiarato i bond statali “asset privi di rischio”. Per quanto riguarda i consumi, la deflazione della bolla dell’olio di scisto sta dando una tregua ai consumatori europei, abbassando i prezzi di quelle merci che basano parte della loro produzione sul petrolio. Infine, per quanto riguarda la burocrazia, le cose sono peggiorate.

E quale è stata la risposta dello zio Mario? Più droga monetaria. Il mix esplosivo di keynesismo e friedmanismo, ovvero, stimolo della domanda aggregata e crescita “controllata” dell’offerta di moneta, sono serviti come cavallo di Troia per espellere dai mercati un mark to market onesto degli asset e una disciplina finanziaria. Le teorie di Keynes e Friedman in campo monetario hanno fatto da apripista per strategie degeneri come il quantitative easing e la repressione dei tassi d’interesse. Ma indovinate un po’? Questa gente presumibilmente onnisciente domiciliata presso le principali banche centrali del mondo non ha affatto bandito cose come domanda/offerta, per non parlare del ciclo economico. Continuando sulla via della follia monetaria ne sta esacerbando gli effetti futuri e questo accadrà quando le banche centrali perderanno il controllo del giocattolo rotto che tentano strenuamente di tenere insieme. Voglio dire, che speranze ha questa gente di continuare a gestire economie costituite da miliardi e miliardi di decisioni prese ogni secondo pensando solamente di poter spingere il pulsante “stampa” sulle loro stampanti monetarie? La prova che presto perderanno il controllo delle loro azioni è stata fornita dalla decisione di Draghi di aumentare la portata del suo QE, dalla decisione della Yellen di rimandare ancora una volta l’aumento dei tassi d’interesse, della decisione di Kuroda di sprofondare ulteriormente nella terra della NIRP, ecc.

Tutte queste decisioni costituiscono la proverbiale scritta sul muro per coloro che sanno leggerla. Poi, ovviamente, c’è l’economia reale che lancia segnali allarmanti, come ad esempio la produzione industriale italiana finita nel seminterrato della storia economica.

 

 

Sarebbe interessante, quindi, sapere come sia possibile che il salvataggio di banche fallite possa in qualche modo far ritornare la curva ai livelli pre-2011, quando l’Italia è il paese in cui fare impresa è diventato sempre più difficile.

 

 

Oltre a ciò sarebbe interessante sapere come far sprofondare i tassi d’interesse di riferimento al livelli negativi possa spingere gli attori di mercato ad accendere nuovi prestiti. I banchieri centrali non hanno risposte. E di ciò si può essere sicuri perché altrimenti non avrebbero messo in campo le misure che finora hanno messo in campo. Non hanno idea di cosa voglia dire fare impresa e non hanno la minima idea di come si creino posti di lavoro. Il loro unico compito è quello di proteggere coloro facenti parte del loro cartello: grandi banche commerciali e stato. Nel farlo si sono spinte troppo oltre lungo l’interventismo nei mercati, gonfiando bolle gigantesche nei settori azionari e obbligazionari andando quindi ad inficiare, lentamente ed inesorabilmente, i rendimenti stessi di quelle entità che si presumeva dovessero aiutare.

Questo perché, in base alla loro visione keynesiana dei mercati, spingendo sull’acceleratore monetario non si sono accorti che i bilanci di famiglie e piccole/medie imprese sono saturi dopo la loro ultima campagna monetaria. Quindi, col passare del tempo e man mano che i bilanci delle varie entità di mercato si saturavano, i banchieri centrali non si sono accorti che la loro capacità di perpetuare lo stato di semi-boom si assottigliava, proprio perché sempre più bilanci si saturavano e restavano pochi attori di mercato capaci di spingere un nuovo ciclo economico, senza passare per una correzione. Questo ha permesso agli errori economici di sedimentarsi e radicarsi alla base del tessuto economico, distorcendo i segnali recepiti nei mercati. Questi meccanismi di feedback, importanti per una prosperità genuina, hanno indebolito la capacità dei creatori di ricchezza reale e hanno ingrassato i bilanci di quelle entità privilegiate.

Ma a che prezzo? Cannibalismo finanziario tra quelle entità che ancora posseggono bilanci puliti, o semi-puliti: grandi imprese e grandi banche commerciali. L’ingegneria finanziaria, in virtù di ciò, ha raggiunto livelli assurdi ed è per questo che c’è una paura folle al solo pensiero che una sola di queste entità possa andar fallita. Ed è per questo che c’è una paura folle al solo pensiero che Monte Paschi Siena possa andare fallita. Ed è per questo che c’è una paura folle al solo pensiero che Deutsche Bank possa andare fallita.

I mercati azionari e obbligazionari sono diventati delle bische clandestine i cui titoli non riflettono più un mark to market genuino, ma rispondono a quello che è diventato il loro market maker: le banche centrali. Non appena i canyon di suddetti mercati vedranno prosciugarsi i fiumi di credito a basso costo… beh, non si potrà far altro che guardare di sotto. La pseudo-ripresa di cui va blaterando la stampa finanziaria è solo nei numeri, e più nello specifico nei mercati manipolati artificialmente dalle azioni delle banche centrali. La gente comune non ha affatto goduto della manna monetaria perché, avendo raggiunto una condizione di Picco del Debito, ha deciso di spendere alla vecchia maniera: facendo affidamento sui propri redditi, sfiduciando invece il vivere oltre i propri mezzi attraverso i prestiti facili. La gente comune solo adesso può vedere a quale mostro ha dato in pasto la propria mente e i propri risparmi.

 

SABBIE MOBILI

Infatti non bisogna soprassedere il fatto che i rendimenti del mercato obbligazionario abbiano raggiunto un minimo storico, mentre i rendimenti del mercato azionario abbiano raggiunto un massimo storico. Mentre tutt’intorno sta rimanendo nient’altro che terra bruciata, questi due mercati di riferimento principali segnalano un’era di prosperità di lungo termine. Davvero? Stiamo parlando di ulteriori mesi di allentamento monetario senza recessione? Siamo arrivati al novantesimo mese di stimolo monetario e repressione dei tassi d’interesse e tutto quello che abbiamo ottenuto è un misero blip nei numeri di Main Street, più che altro posti di lavoro rinati dopo essere stati spazzati via dall’ultima recessione. E in base a questo ambiente l’establishment si aspetta ulteriori mesi di pseudo-ripresa quando invece la media storica è stata di circa settanta mesi. Non solo, si sta addirittura proiettando l’attuale pseudo-ripresa fino al 2026, con conseguente raggiungimento di duecento mesi di repressione dei tassi d’interesse e stimolo monetario.

La domanda quindi è: quanto ancora riuscirà a resistere Main Street agli assalti dei pianificatori monetari centrali atti a confiscare silenziosamente la sua ricchezza reale?

Ma attenzione perché la vera storia arriva adesso. Infatti la piaga della repressione dei tassi d’interesse e la conseguente fame di rendimenti decenti scatenata all’interno dei casinò, sta intaccando uno dei comparti fondamentali su cui si basa l’attuale fiducia nello stato e nella sua presunta lungimiranza. Anzi, tale comparto risulterà addirittura il suo tallone d’Achille. Sto parlando dei fondi pensione, i quali non sono altro che giganteschi caveau pieni di titoli di stato. Non esiste alcuna cassetta di sicurezza in una qualsiasi banca recante il vostro nome e al cui interno ci sono tutti i vostri contributi. Il sistema pensionistico è un cosiddetto sistema pay as you go, dove i soldi in entrata vengono spesi immediatamente e quelli in uscita vengono presi dalla fiscalità generale e da asset fruttanti un interesse. In realtà, gli asset in tale contesto non sono affatto un investimento poiché gli interessi che fruttano non solo il risultato di investimenti genuini nel mercato, bensì sono il risultato della pesca a strascico del fisco.

L’assetto di questo “processo di pagamento” è delirante e rispecchia in sostanza la costante necessità di entrare in possesso di nuove risorse per pagare i propri obblighi. Problema: lo stato non è in grado di creare realtà produttive poiché la sua natura gli impedisce di effettuare un calcolo economico in accordo con le forze di mercato. Non è un caso, infatti, che attualmente il rendimento medio degli asset in suo possesso dovrebbe essere del 7% per effettuare i pagamenti pensionistici. Ma questo è un problema anche per i fondi pensionistici privati, la maggior parte dei quali durante i “bei vecchi tempi” poteva garantire contratti pensionistici con in pancia asset “sicuri” fruttanti un interesse del 4%.

Dopo l’evento Lehman, le banche centrali hanno fatto di tutto per sostenere artificialmente il sistema bancario commerciale e il sistema statale, impedendo che andassero in bancarotta. Gli aiuti sfornati dai banchieri centrali, però, sono rimasti confinati nel settore finanziario dove hanno gonfiato la terza grande bolla di questo secolo: quella nel mercato dei titoli di stato. È per questo che la Yellen ha una paura infernale a lasciar aumentare ulteriormente il tasso di riferimento negli USA. È per questo che Draghi è stato costretto ad intervenire direttamente nei mercati attraverso il quantitative easing, mossa che va contro il trattato di Maastricht e contro tutto quello che era stato detto in precedenza dallo stuolo di eurocrati nel Parlamento europeo.

Mentre lo stato può, in un certo senso, contare sul fisco, gli altri fondi pensione sono e saranno costretti a ricorrere ad asset più rischiosi affinché possano continuare a tenere aperti i battenti. Come noterete dal grafico qui sotto, i titoli spazzatura ad alto rendimento sono diventati il nuovo rifugio per tutti quegli istituti alla ricerca di rendimenti decenti e positivi. Ma l’esplosività di questa corsa è data proprio dall’artificialità della situazione finanziaria in cui siamo immersi. Infatti, date ancora un’occhiata al grafico qui sotto e più precisamente al lasso di tempo tra il dicembre 2015 e il gennaio 2016. Noterete sicuramente l’impennata dei rendimenti a seguito dell’inizio del rialzo dei tassi d’interesse negli USA. Al primo segno della fine della manna monetaria, i robo-trader e tutti coloro con un pizzico di sale in zucca si sono diretti verso le uscite.

 

 

Questi asset, in un mercato libero dagli ostacoli delle banche centrali, sono altamente illiquidi e rappresentano delle bombe ad orologeria finanziarie che scoppieranno nei bilanci di coloro talmente stupidi da lasciarli lì dove si trovano. Ciò riguarda anche parecchi fondi pensione che, oltre a prestare nel mercato monetario il denaro dei loro clienti, sono state costrette ad ingozzarsi di pattume finanziario per rimanere a galla.

Ma c’è un limite a quello che le banche centrali possono fare. La loro politica monetaria, ad esempio, non può portare i tassi di riferimento sotto lo zero. La rivolta politica che ne scaturirebbe destabilizzerebbe lo status quo, soprattutto quando guardiamo a quanto consenso ha raccolto Donald Trump. E, soprattutto, i rendimenti decrescenti insiti nelle politiche statali affosseranno sempre più la sua capacità di fare debito, perché ogni nuova unità di quest’ultimo eroderà quantità crescenti di PIL.

Insomma, il territorio inesplorato in cui si sono avventurate le principali banche centrali del mondo, portando i tassi di riferimento in prossimità dello zero ed alcune anche sotto lo zero, incarna la sicurezza che i banchieri centrali perderanno il controllo. Voglio dire, i bilanci gonfi di cui dispongono non possono essere sgonfiati senza scatenare una crisi sistemica diffusa, ed è per questo quindi che stanno andando avanti verso l’oblio. Più in particolare, è questo il motivo per cui Draghi ha inserito nel suo programma d’acquisto mensile di bond anche quelli IG, ovvero, quelli societari. E con un rating di credito in media del BBB. Quale valore aggiunto stanno dando alla società queste aziende in termini di creatività e posti di lavoro? Impercettibile. Per caso è attraverso l’illusione di un azzeramento del rischio che si spinge imprenditori e investitori a ricercare la prosperità? Questa è la ricetta per adagiarsi sugli allori. Di recente la Banca d’Italia ha pubblicato la lista di quelle imprese nei confronti delle quali il rischio finanziario è stato temporaneamente sospeso dal programma d’acquisto mensile di bond di Draghi.

Questa rappresenta una manna per i front-runner e per tutti coloro che vogliono fare denaro a breve termine, cavalcando l’onda dell’artificialità smossa dallo zio Mario. La maggior parte di questi bond, infatti, ha un rating BBB e un volta trasformati in scarafaggi da motel verranno coccolati dalla BCE. Potete star certi che non verranno lasciati scendere troppo di prezzo nel caso in cui il rating dovesse peggiorare, visto che in tal modo il bilancio stesso della BCE ne verrebbe intaccato. Ma il lungo termine è tutto un altro discorso visto che, tali aziende, sono state scelte arbitrariamente da una cerchia ristretta di persone e non hanno alcuna idea dove si muoverà il mercato domani. Questo vuol dire sostenere fino al fallimento un insieme di realtà che possono perdere la domanda genuina degli attori di mercato, rappresentando solamente delle gigantesche industrie che sfornano oggetti che nessuno vuole e per cui non esiste mercato. Quanto potrà durare lo stimolo della BCE in un ambiente simile e con un panorama economico ancora ansioso di togliere dalla propria schiena gli eccessi del passato?

 

 

CONCLUSIONE

L’Italia è una pentola a pressione. I crediti inesigibili all’interno del settore bancario commerciale vanno oltre i €300 miliardi, e rappresentano un 17% dei prestiti totali. Dato che questa cifra nel corso degli anni è cresciuta, non si può far altro che concludere come il problema si sia radicato piuttosto che essere risolto. Soprattutto in considerazione del fatto che l’economia italiana viene privata di risorse economiche cruciali a causa degli sprechi della macchina pubblica e della voracità dell’ingegneria finanziaria.

La solvibilità ultima dell’attuale status quo giace nel sistema pensionistico, il quale continua ad essere corroso dalle politiche stesse di coloro che sono al comando e che dovrebbero conservarlo. L’impossibilità di una sua conservazione nel tempo, però, è presto detta: le pensioni sono una schema di Ponzi e in quanto tali salteranno in aria. L’illusione su cui sono state fondate si sta sgretolando sotto i rendimenti negativi dei titoli di stato, asset alla base di qualsiasi fondo pensione. È per questo che lo stato italiano, ad esempio, sta lavorando per trasformare i contribuenti da creditori in debitori. Per quanto sia folle questa decisione, non servirà a scongiurare la bancarotta delle pensioni e dello stato sociale. Ne ritarderà solo l’avvento.

Per questi motivi, quindi, è bene prepararsi adeguatamente e cercare di schermare in tutti i modi possibili i propri risparmi. Le cose non sono cambiate molto sin dall’ultima crisi finanziaria. Questo perché gli errori economici alla base della passata crisi non sono stati affatto corretti, bensì sono stati acuiti dai massicci interventi delle banche centrali. La prossima recessione sarà peggiore.

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E’ colpa della gente che li ha eletti?

Lun, 01/08/2016 - 08:35

I dibattiti sulle disastrose decisioni politiche – quali il coinvolgimento in guerre inutili, costose e sanguinose; le misure inefficaci per evitare o abbreviare una recessione economica; gli interventi di soccorso ed i lavori di ricostruzione dopo un disastro naturale – spesso finiscono con l’attribuire la colpa ai leader politici, se non già condannati a priori. Così negli Stati Uniti, per esempio, la gente ha incolpato Harry Truman per aver deciso l’invio delle truppe nella guerra di Corea; Herbert Hoover per aver peggiorato la crisi economica del 1929-1933; George W. Bush per essere stato il presidente durante il fallimento del FEMA [1] dopo l’uragano Katrina.

Appena espressa questa accusa, un critico interverrà tuttavia invariabilmente per mettere in dubbio tale acuta osservazione e proporre un’alternativa apparentemente più brillante, se non inquietante: non bisogna incolpare il leader X; la colpa è della gente che l’ha eletto. Dato che, secondo il principio democratico della regola di maggioranza, il leader X si trova nella posizione di prendere una decisione sbagliata solo perché ha ricevuto più voti di qualunque altro suo avversario elettorale, il nostro critico sosterrà che il gravissimo errore del governo cui abbiamo assistito rappresenta nient’altro che il beneficio della democrazia, così come descritto da H. L. Mencken: “la democrazia è la teoria secondo la quale la gente comune sa che cosa vuole e, buono o cattivo che sia, merita di averlo fino in fondo.”

Apparentemente incontestabile, questa obiezione alla responsabilità dei leader dei sistemi democratici per le loro funeste decisioni, sembra non solo lasciare i furfanti fuori dai guai, ma anche attribuire la colpa ad un enorme ed incorreggibile gruppo di cittadini oppure – orrore degli orrori – al sistema democratico stesso. Così, chi ha fortemente sostenuto che Truman, Hoover e Bush hanno causato i terribili risultati in questione e, quindi, devono essere tenuti responsabili, seppur solo alla corte di giustizia della storia, si ritrova sulla difensiva. Egli non può infatti negare che milioni di elettori hanno assegnato il proprio voto a Truman, Hoover e Bush, e di conseguenza, hanno per così dire “scelto” le persone che, come capo di stato, hanno potuto combinare un insieme di pasticci.

Io, comunque, ritengo che i critici stessi siano la parte meno significativa di questo dibattito. Più vicina alla verità è la persona di buonsenso che ha osservato: “I nostri politici sanno cosa vogliono e si comportano come se noi meritassimo di averlo comunque sia”.

L’errore dei critici è di ricercare la responsabilità un passo indietro soltanto, mentre devono essere fatti più passi indietro per trovare dove sia la principale responsabilità “nell’aver scelto” il leader X. Certo, la gente ha scelto tra il democratico X ed il repubblicano Y, e ha dato – si dice – più voti al candidato X che al candidato Y. In primo luogo, chi ha però operato per fare diventare X e Y i candidati dei maggiori partiti?

Ambrose Bierce, tra gli altri (incluso il sottoscritto), non ha dubbi nel sostenere che la democrazia rappresentativa sia una farsa. “Puoi cambiare i rapinatori ogni quattro anni” ha scritto. “L’inestimabile privilegio di togliere la sanguisuga sazia ed attaccarne una ancora magra! E non puoi nemmeno scegliere tra le sanguisughe magre, ma devi accettare quelle proposte dagli autori dei programmi e dagli showmen che hanno i rettili a disposizione”.

Chiunque preferisca le meticolose analisi della moderna scienza politica a questo intenso e vivace dibattito troverà che il punto di vista di Thomas Ferguson sul sistema elettorale ha impressionanti analogie, fortemente documentate, con quello di Bierce. Ferguson sostiene che, per diventare candidato di un grande partito, una persona deve ottenere il supporto finanziario di un’ampia fascia di persone ricche. Nelle sue parole, “a patto che i diritti basilari di proprietà non emergano come il tema dominante”, allora “la competizione tra blocchi dei maggiori investitori muove il sistema”.

Le risorse alternative per il finanziamento elettorale, come ad esempio molte persone diverse che potrebbero preferire i poteri del governo limitati alla funzione di guardiano notturno, non riescono ad organizzarsi efficacemente od a raccogliere fondi sufficienti per far orientare il processo di selezione verso un candidato di loro scelta. Perciò, i grandi partiti che propongono gli attuali candidati, non inseriranno nelle loro liste mai questa candidatura, oppure altre che potrebbero avere un grande richiamo popolare. I partiti sono essenzialmente organizzazioni che mirano ad assicurare per se stessi – ed in particolare per i loro principali finanziatori – la maggior parte del saccheggio operato dal governo: così, l’ultima cosa che vogliono è mettere fine al saccheggio stesso.

Non nutro alcuna simpatia per Friedrich Engels, però nessuno ha mai detto la verità nuda e cruda così come lui, quando ha osservato: “Troviamo qui negli Stati Uniti due grandi bande di speculatori politici che, alternativamente, entrano in possesso del potere statale e lo sfruttano con i mezzi più corrotti e per i più corrotti fini; e la nazione è impotente contro questi due grandi cartelli di politicanti che – apparentemente – sono al servizio della nazione, ma in realtà la dominano e la saccheggiano”. Qualcuno è in grado di negare che la situazione, descritta da Engels nel 1891, sia ad oggi esattamente la stessa?

La gente sceglie dunque in modo trasparente i propri viscidi e disonesti leader, ma in realtà sceglie solo tra “i rettili a disposizione”. Formare un nuovo partito politico è inutile. I partiti dissidenti che cercano di cambiare lo status quo non riescono ad avere i mezzi necessari per inserire i propri candidati nella liste elettorali, né a far familiarizzare gli elettori con i loro nomi, né a pubblicizzare i propri programmi politici, né ad attirare su di sé maggiore attenzione da parte dei mezzi di informazione. Inoltre, i grandi partiti hanno predisposto le regole elettorali a proprio vantaggio – che sorpresa! – e soprattutto a favore dei propri candidati in carica. Nel caso di una irrisolvibile contestazione elettorale, i grandi partiti possono sempre far ricorso, come ha fatto la banda di Bush nel 2000, alla Corte Suprema ciascun giudice della quale si è assicurato la propria posizione guadagnandosi il favore dei dirigenti dei maggiori partiti e dei loro finanziatori.

Se la gente in generale è da incolpare, deve essere incolpata non per come ha votato, ma per aver tollerato l’intero sistema politico predatorio che vergognosamente viene considerato come un regime “della gente, dalla gente, per la gente”: certamente una delle più Grandi Bugie di tutti i tempi. Le persone sono state educate male così gravemente, assediate dalla propaganda, impaurite, e trattate con cinico disprezzo nei loro diritti tanto a lungo che la gran parte di loro non solo ha perso del tutto la capacità di camminare con le proprie gambe, ma peggio ancora nella maggior parte dei casi è giunta ad amare il Grande Fratello, il quale calpesta le loro facce con i suoi stivali. Di buon grado, alcune volte impazientemente, la gente si presenta con i propri figli per essere sacrificata sull’altare dei loro stessi sfruttatori, lasciando ai sopravvissuti il compito di portare a casa la bandiera piegata, convinta che Johnny ha fatto non solo il proprio “dovere”, ma ha agito “da eroe” in nome del Bene Maggiore. Loro possono quindi essere giustamente condannati per aver fatto dello stato il loro dio, così come noi denunciamo pure i falsi profeti che hanno orientato la gente verso il nefasto percorso statalista fino alla propria distruzione.

Così per Truman, Hoover, Bush e per il resto di loro, possiamo sicuramente incolparli per le loro decisioni sbagliate, a prescindere da chi abbia loro agevolato la strada fino al potere. Una volta occupato il sedile del conducente, i leader devono sempre essere responsabili personalmente per come girano la ruota. Una cosa è per noi capire lo scenario economico, sociale ed ideologico dove gli attori-chiave elevano determinate persone a posizioni di potere politico; e un’altra cosa per noi è dichiarare quelle persone colpevoli per le nefaste e malvage azioni da loro compiute nell’esercizio del potere.

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La promessa dell’economia cristiana — Parte 2

Ven, 29/07/2016 - 10:37

L’Economia è Vera?

Alcuni economisti sembrano riguardare alla fisica come la regina delle Scienze, e l’Economia, scimmiottando la fisica, viene reputata la regina delle scienze sociali, dato che solo l’Economia può (1) prevedere il comportamento umano, previsioni che possono essere testate empiricamente, e (2) usare calcoli e formule matematiche, allo stesso modo dei fisici. Secondo questi economisti, l’Economia è predittiva, testabile e precisa, soddisfacendo pertanto i criteri generalmente accettati per farne una scienza legittima.

Ora a me non interessa disputare se l’Economia sia una scienza o meno. A me pare che sia dopotutto una questione di come si definisca scienza, e comunque questo ha poche importanti implicazioni, sempre che ne abbia. Certo è difficile sfuggire all’impressione che gran parte delle dotte discussioni sulla scienza e l’economia del ventesimo secolo siano state solo un cavillare intorno alle parole.

Ma la questione molto più importante, la questione fondamentale è se l’economia è vera. Virtualmente ignorata nelle erudite disquisizioni eppure molto più significativa della questione se l’economia sia una scienza o meno.

Come conclusione in una mia precedente lezione ho suggerito che sono stati i razionalisti in economia, gli economisti Austriaci, e in particolare Ludwig von Mises, nonostante il loro fallimento nel fornici di conoscenza economica, ad aver avuto il maggior potenziale per dare un contributo alla nostra comprensione dell’Economia Cristiana, perché quantomeno il loro metodo è valido, nonostante loro stessi, sulla base dei loro stessi princìpi, non hanno saputo render conto del metodo o del contenuto della disciplina.

Giunto alle questioni intorno la verità, uno degli economisti Austriaci ha affrontato con realismo la questione, quello che è stato in un certo modo il più umile di tutti gli economisti. Mises scrisse in uno dei suoi ultimi libri Theory and History:

Avevano ragione quei teologi che ritenevano che soltanto la Rivelazione avrebbe potuto fornire all’uomo una certezza perfetta. La ricerca scientifica umana non può andare al di là dei limiti tracciati dall’insufficienza dei sensi dell’uomo e della ristrettezza della sua mente. Non esiste alcuna possibile dimostrazione deduttiva per il principio di causalità e dell’inferenza ampliativa di un’induzione imperfetta; si può soltanto ricorrere al non meno indimostrabile enunciato che esiste una rigida regolarità nella congiunzione di tutti i fenomeni naturali. Se non facessimo riferimento a questa uniformità, tutti gli enunciati delle scienze naturali apparirebbero soltanto come generalizzazioni affrettate.

Molti universitari Cristiani professanti potrebbero imparare molto da questo professore ateo, ma temo non che gli abbiano prestato alcuna attenzione.

 

Filosofia ed Economia

Come voi tutti vi sarete resi conto, la filosofia ha una portata molto più vasta dell’Economia. Essa abbraccia temi come Dio, la creazione, l’uomo, la storia, l’etica, la salvezza, il governo e il mondo a venire. Io credo che comprenda anche l’economia, se la comprendiamo come suggerì Mises, ovvero lo studio della logica della scelta e dell’azione umana. L’Economia non è storia, ma può aiutarci a comprendere la storia. L’Economia non è psicologia, ma può aiutarci a comprendere come le persone si comportano. L’Economia non è etica, ma può renderci più chiare le conseguenze delle nostre scelte. L’Economia non è statistica, ma può dotarci della conoscenza che rende le statistiche (a volte) significative. L’Economia è una disciplina logica, una disciplina a priori, affine all’aritmetica o la logica. Entrambe queste discipline, come l’economia, vengono sussunte nella filosofia Cristiana e possono essere derivate dalla Bibbia.

Sia la Teologia Cristiana che l’Economia Cristiana si appoggiano esclusivamente al ragionamento deduttivo. Entrambe usano la logica, la teologia e la filosofia cominciano con l’assioma della Rivelazione, la Bibbia solamente è il Verbo di Dio, e l’economia come formulata da Mises prende le mosse dagli assiomi dell’azione umana: gli uomini agiscono con uno scopo, solo gli individui agiscono, e ogni uomo agisce nel suo (percepito) auto-interesse.

Avrò qualcosa da dire in un’altra lezione riguardo questi postulati. Ma in questo momento vorrei far rivolgere la vostra attenzione alla logica e al ragionamento deduttivo. Ho citato Mises in altro luogo a proposito la fallacia del ragionamento induttivo. Attraverso i suoi libri potete trovare riferimenti alla fallibilità dei sensi e la fallacia dell’induzione. Se l’Economia deve elevarsi al livello della conoscenza, deve rigettare in toto l’empirismo. Deve partire con assiomi veri e procedere mediante rigorosa deduzione.

L’insistenza sull’uso del solo ragionamento deduttivo è quello che separa l’Economia Misesiana dall’economia di Chicago, l’economia Keynesiana, l’economia Storica o quella Marxista, per nominare alcune delle più influenti scuole di pensiero economico del ventesimo secolo. Ogni maggiore scuola di economia tranne quella Misesiana sembra incorporare nella sua metodologia la dipendenza dall’empirismo o lo studio della storia. (L’economista Austriaco Murray Rothbard ruppe col suo maestro Mises e tentò di escogitare un fondamento Aristotelico per la sua versione dell’Economia Austriaca). Questo rende l’Economia Misesiana il rivale più promettente dell’Economia Cristiana.

Dato che l’economia Misesiana comincia con assiomi e procede per deduzione, mostra una somiglianza con la teologia Cristiana, almeno nella forma e nel metodo. Sfortunatamente l’economia Misesiana non deriva i suoi assiomi dalla Bibbia, infatti Mises non ha potuto dare buone ragioni per cui si dovrebbero accettare i suoi assiomi e non quelli di un altro sistema di economia.

L’economia Misesiana non ha alcun “Così dice il Signore” al suo fondamento, infatti i suoi postulati né anche includono alcuna pretesa di verità. Ma se gli assiomi dell’economia Misesiana sono di fatto presenti nelle Scritture o, messa in altro modo, se Mises ha preso in prestito i suoi postulati dal Cristianesimo, magari inconsapevolmente, allora la base epistemologica per una economia deduttiva è presente.

Un’altra somiglianza tra la teologia Cristiana e l’economia Misesiana che scaturisce da questa similitudine nel metodo è il loro rigetto del polilogismo. Il Polilogismo, svariate logiche, è una dottrina naturalista, e assume varie forme. Nel Marxismo gli uomini non solo hanno idee differenti a causa della loro posizione nella struttura economica della produzione, ma nel concreto pensano anche in modi differenti. Il multiculturalismo è un’altra forma di polilogismo, secondo il quale gli uomini pensano in modi differenti non per via della loro classe, ma a causa della loro cultura. Il Razzismo è un’altra varietà di polilogismo, che asserisce che uomini di differenti razze pensano differentemente. Il Cristianesimo respinge il polilogismo sulla base della creazione dell’uomo a immagine di Dio. Tutti gli uomini sono discendenti da Adamo, tutti sono fatti di uno stesso sangue, e le menti di tutti gli uomini sono illuminati dalla stessa logica, il Logos di Dio. Mises ammise, in una delle affermazioni che ho citato in altro luogo, di non poter provare che tutti gli uomini abbiano la stessa logica. Ma i Cristiani lo possono fare e la dimostrazione si trova nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni.

Una terza somiglianza tra Cristianesimo e l’economia Misesiana è quella che ho già menzionato altrove: entrambi prendono le mosse da assiomi. Ovviamente, tutti i sistemi di pensiero economico, e gli economisti stessi cominciano con dei postulati. Ma alcuni, tra teologi ed economisti, si sforzano di negare o camuffare questo fatto, il Cristianesimo e l’economia Misesiana, no.

Entrambi comprendono che se il pensiero deve avere un punto di partenza, deve farlo da qualche parte, e questi primi principî sono chiamati assiomi. Il Cristianesimo e l’economia Misesiana si adoperano a rendere espliciti i loro assiomi, piuttosto che pretendere di non averne alcuno.

Mises afferma che l’assioma dell’azione è una categoria a priori della mente umana. Murray Rothbard, uno dei suoi studenti, sostenne che per Mises è

“solo l’assioma fondamentale dell’azione ad essere un a priori; egli concesse che gli assiomi sussidiari della diversità dell’umanità e della natura, e delle comodità come beni di consumo , sono ampiamente empirici.”

Ora se le cose stanno così, abbiamo un incoerenza al punto di partenza dell’economia Austriaca. Se Rothbard aveva ragione, l’economia Misesiana è irrimediabilmente fallata. Ma quel difetto non riguarda l’economia Cristiana, che non si appoggia ai dati empirici per sviluppare i suoi principî e approfondimenti.

C’è tuttavia un altro difetto nefasto nell’economia Misesiana, che si aggiunge agli altri che abbiamo discusso altrove: i suoi postulati non avanzano alcuna pretesa di verità. Supponiamo che l’intero corpo dell’economia Misesiana sia stato dedotto rigorosamente dai suoi assiomi, che non ci siano errori logici presenti. Ci si pone quindi la domanda: perché mai si dovrebbero accettare quegli assiomi, e i teoremi derivati, come veri? Non pretendono mica di essere veri. In questo senso, anche se l’economia Misesiana può impressionare quanto la geometria Euclidea, non c’è alcuna ragione di pensare che sia vera. Forse duemila anni, o duecento anni, o due anni da oggi spunterà un genio che dedurrà un differente corpo di teoria economia da un differente insieme di assiomi economici. Forse Mises ha il suo Lobachewsky o il suo Riemann in attesa dietro l’angolo. La deduzione di per sé stessa, mentre può certo rafforzare la coerenza, non può dotarci di verità. Gli assiomi dell’economia devono essere trovati altrove che in una presunta intuizione a priori della mente, e l’esperienza, come abbiamo visto, non può essere quella fonte. Lo stesso Aristotele non fu in grado di offrire ragioni coerenti per le origini delle leggi della logica o della percezione.

 

Economia Cristiana

Questi problemi tuttavia sono risolti nell’economia Cristiana: i postulati dell’economia, se questa deve elevarsi al livello di conoscenza invece di rimanere al livello di semplice opinione, devono essere individuati nella Bibbia. Se lo sono, allora mentre possono funzionare come assiomi per la disciplina economica, non svolgeranno quel ruolo per l’intera filosofia. Rintracciare i postulati dell’economia nella Bibbia li trasforma in teoremi dedotti per buona e necessaria conseguenza dall’assioma della rivelazione. I postulati dell’economia divengono perciò teoremi della filosofia Cristiana, e l’economia come corpo di conoscenza può procedere sulla base di proposizioni divinamente rivelate che queste sì avanzano la pretesa di essere verità.

Quello che sto proponendo è questo: i postulati dell’economia Misesiana, si badi bene, non l’epistemologia Misesiana, che abbiamo già visto essere inadeguata al compito, devono essere collegati alle Scritture. Se questi si trovano nella Bibbia, e se i teoremi economici da essi ricavati sono dedotti effettivamente mediante buona e necessaria conseguenza, allora quei postulati e teoremi diventano parte di un completo sistema di verità basato sulla rivelazione proposizionale, e non sull’esperienza o su intuizioni a priori. Dopotutto lo stesso Mises dovette ammettere che “avevano ragione quei teologi che ritenevano che soltanto la Rivelazione avrebbe potuto fornire all’uomo una certezza perfetta.”

Se l’economia può esser in questo modo dedotta dalla Bibbia, una intera nuova disciplina nell’ambito della filosofia Cristiana può essere quindi sviluppata. Quella filosofia ricopre l’intero campo della conoscenza, teologia vera e propria, etica, politica, epistemologia e metafisica. L’economia diventa parte di un completo sistema di pensiero, con ogni parte che promuove le altre, e con tutte che si sostengono a vicenda. Sviluppando l’economia Cristiana come parte di una più ampia filosofia non solo il suo status epistemico viene innalzato, ma diventa altresì parte dell’armamentario di argomenti che possono essere usati a sostegno della libertà e di una società libera, cosa che l’economia Misesiana da sola non è in grado di fare.

Questo è un aspetto pratico molto importante, perché l’economia Misesiana di per sé non può difendere la libertà e una società libera. Ci sono diverse ragioni per questo: primo l’economia è una disciplina descrittiva e non normativa, essa tratta con i cos’è e non con i come dovrebbe essere. Nella terminologia economica è wertfrei, priva di valori. Da disciplina priva di valori, come l’aritmetica o la chimica, la teoria economica al meglio può mostrare quale sia il probabile risultato del corso di una azione o di una politica. Non può stabilire se quel risultato è buono o cattivo, può solo indicare i modi come ottenerlo. Come la chimica, l’economia può istruirci su come ottenere un risultato, ma non può dirci se quel risultato sia desiderabile. La teoria economica può investigare se una misura legislativa possa portare a compimento il risultato voluto dai legislatori, e se l’economista scopre che la misura proposta non raggiunge lo scopo voluto e che invece avrebbe effetti che nemmeno i suoi sostenitori ritengono desiderabili, egli può fare raccomandazioni contro la misura o la politica solo su basi economiche, ad hominem.

Per fare un esempio attuale, se innalzare il salario minimo, una misura concepita o intesa per aiutare gli elementi meno produttivi nella nostra società, invece tende a danneggiarli causando disoccupazione o sottooccupazione, è compito dell’economista informare i politici di questo. Ma se il governo non dovesse avere buone intenzioni, e la storia sembra suggerirci che i regnanti non sempre siano stati degli angeli, allora una maggior disoccupazione potrebbe essere proprio il risultato cercato e l’economista, sulla base della sola teoria economica, non potrebbe fare raccomandazioni contro quella politica. Ha raggiunto qui i limiti della teoria economica. Non c’è alcun si deve nell’economia, ma è presente nell’etica. Se l’economia, l’etica e la politica sono parti di un sistema filosofico, come lo sono nel Cristianesimo, allora parleranno tutte con una sola voce, e là dove l’economia deve ritirarsi e tacere, l’etica e la teoria politica si faranno sentire.

Fatemi comunque continuare con le affinità tra la teologia Cristiana e l’economia Misesiana. Nel fare lezione alle mie classi sui principî dell’economia, provo sempre piacere a evidenziare il debito che l’economia ha nei confronti della teologia. L’economia per esempio, deve la sua teoria del valore alla teologia Cristiana. È stato solamente negli anni 70 del diciannovesimo secolo che alcuni economisti finalmente compresero che il valore non era intrinseco, come Aristotele aveva insegnato, ma soggettivo, che gli scambi avvengono solo perché il valore è soggettivo, e che la ragione perché una merce così indispensabile come l’acqua, per usare un famoso paradosso del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, è così a buon mercato mentre merci affatto dispensabili come i diamanti sono di valore inestimabile, è che il valore è imputato e non intrinseco.

Come ho menzionato in una precedente lezione per più di duemila anni l’autorità di Aristotele ha dominato qualunque pensiero economico che sia emerso. Ma è nella Scrittura e non nella Politica che troviamo le moderne idee di imputazione e di valore soggettivo. La grande dottrina della giustificazione per sola fede è centrata sull’imputazione da parte di Dio della rettitudine di Cristo al suo popolo, e l’imputazione dei loro peccati a Cristo. I peccatori non diventano effettivamente retti nella giustificazione, e Cristo non diventa effettivamente peccaminoso. Rettitudine e peccato sono imputati, ascritti, messi in conto, non sono inerenti o innati.

Rettitudine, peccato e valore sono imputati, e se qualcuno non riesce a vedere questo nel Nuovo Testamento, certamente l’avrà trovato nel Vecchio, nel quale Dio ripetutamente dice agli Israeliti di non averli scelti perché erano numerosi, o potenti, o intelligenti o buoni. Il loro valore era dovuto al fatto che Dio lo aveva imputato loro, e non perché fossero inerentemente preziosi. Se gli economisti avessero prestato più attenzione alla Bibbia e meno ad Aristotele, o se non avessero letto la Bibbia attraverso le lenti distorcenti di Aristotele, la disciplina dell’economia Cristiana si sarebbe potuta sviluppare molto prima. Oggi, duemila anni dopo Cristo, abbiamo appena cominciato.

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La promessa dell’economia cristiana — Parte 1

Mer, 27/07/2016 - 08:09

Prima di discutere della promessa dell’Economia Cristiana, è bene definire i termini principali. Molte persone pensano di conoscere il significato delle parole Cristianesimo ed Economia, ma ad un esame più ravvicinato scoprono presto di non avere alcuna chiara idea di cosa sia l’uno o l’altra. Ovviamente, per poter discutere della relazione tra Cristianesimo ed Economia, e giungere a fruttuosi risultati, è essenziale adottare delle chiare definizioni. Senza di queste, tutta la discussione sarà solo un confuso cicaleccio.

Entrambi i termini sono stati usati in svariate e fuorvianti maniere da sé dicenti Cristiani e sé dicenti economisti.

 

DEFINIZIONI

Col termine Cristianesimo qui intendo tutte le proposizioni della Bibbia e le loro implicazioni logiche. Il miglior sommario ad oggi scritto di questo sistema logico di verità è la Confessione di Fede di Westminster. Con Cristianesimo non intenderò quindi quello che le chiese contemporanee insegnano, né pure quello che i predicatori contemporanei predicano, e tanto meno uno stile di vita o un codice di moralità o usanze. Con ciò né anche intendo quella che è stata da alcuni chiamata Cristianità. Col termine Cristianesimo io intendo il sistema di proposizioni vere riposte nei 66 libri della Bibbia con le loro implicazioni logiche.

Questo, voglio sperare, sarà sufficiente per una onesta e chiara definizione della parola Cristianesimo.

Riguardo il termine Economia, la disputa non è così facilmente risolta. Come è stato illustrato un una precedente lezione, tra gli economisti di professione non c’è consenso su cosa sia l’Economia. Le vecchie barzellette sugli Economisti, sulla loro incapacità di giungere a una conclusione sono valide tanto per le loro definizioni dell’Economia quanto per le loro raccomandazioni di intervento politico.

Ma lasciatemi dire come definisco io il termine, e che cosa l’Economia non significa.

Primo, Economia non significa “sistema economico” in generale, o ogni altro specifico sistema economico, come il Capitalismo o il Socialismo. L’Economia non deve essere confusa con i tipi di Economia.

Secondo, Economia non significa alcuna particolare politica governativa.

Terzo, l’Economia non è la Finanza.

L’Economia è teoria, dottrina, come il Cristianesimo, l’economia è un sistema logico di proposizioni. Nello specifico l’Economia è un corpus di proposizioni concernenti la logica della scelta umana.

La questione che affrontiamo quindi è: come si innestano tra di loro questi due corpus di proposizioni, concesso che lo facciano?

Ci sono due possibilità: il Cristianesimo e l’Economia sono in qualche modo correlate, o non lo sono affatto. Se lo sono, in che modo? L’uno implica l’altra o viceversa? Si contraddicono a vicenda? È l’una vera e l’altro falso o viceversa? È l’una vera e l’altro escogitato o viceversa? In una scuola Cristiana che posto ha l’economia, se ce l’ha, nel curriculum?

Queste sono domande fondamentalmente epistemologiche, e l’epistemologia deve essere il primo scoglio che superiamo.

 

EPISTEMOLOGIA

Molti sé dicenti universitari Cristiani procedono come se non esistesse un’unica epistemologia Cristiana. Qualunque sia la loro professione religiosa, accademicamente operano come naturalisti, deisti, o mistici. Procedono come se ci fossero solo la sensazione e la ragione, o magari una qualche intuizione o introspezione mistica, o qualche combinazione di questi modi naturali di apprendere. Ma se diciamo di credere che la Bibbia è il Verbo di Dio, ben intendendo quel che diciamo, allora la Bibbia, e nient’altro, deve essere il nostro punto di partenza, il nostro solo criterio epistemologico in ogni discussione.

Se dovessi semplificare la filosofia Cristiana, una filosofia che chiamerò Scritturalismo, la distillazione così risulterebbe:

  1. Epistemologia: Sola Rivelazione Proposizionale
  2. Soteriologia: Sola fede nella Rivelazione Proposizionale.
  3. Metafisica: Solo Teismo Biblico.
  4. Etica: Sola Legge Biblica.
  5. Teoria Politica: Solo Repubblicanesimo Costituzionale.
  6. Teoria Economia: Sola Logica della scelta umana.

Traducendo queste idee in un linguaggio più familiare, potremmo dire:

  1. Epistemologia: “La Bibbia così mi dice”.
  2. Soteriologia: “Credi nell’Evangelo del Signore Gesù Cristo e tu sarai salvato”
  3. Metafisica: “In Lui viviamo, ci muoviamo e abbiamo il nostro essere”.
  4. Etica: “Dobbiamo obbedire a Dio e non agli uomini”
  5. Teoria Politica: “Non ho io il diritto [imputato, concesso da Dio] di fare quel che voglio con ciò che è mio?”
  6. Teoria Economia: “L’Uomo è l’immagine di Dio”.

La prima branca di questa filosofia, l’epistemologia, la teoria della conoscenza, è anche la più importante. Lo Scritturalismo sostiene che Dio rivela la conoscenza, la verità, nella sola Bibbia. Il Cristianesimo è verità proposizionale rivelata da Dio, proposizioni scritte nei 66 libri della Bibbia. La rivelazione proposizionale è il punto di partenza del Cristianesimo, il suo solo assioma, la sua sola sorgente di verità. Alcune persone, alcune delle quali degli universitari, insistono di non avere alcun assioma, il che è lo stesso che negare di stare parlando in linguaggio corrente. Le persone, come ogni sistema filosofico, devono far partire il loro pensiero da qualche parte. Ogni sistema di pensiero, che si chiami filosofia o teologia o geometria, e ogni persona, che si definisca Cristiano o umanista o Buddista, deve per forza cominciare il suo pensiero con qualche proposizione iniziale. Quell’inizio, per definizione è proprio quello, un inizio. Non c’è nulla prima di esso, è un assioma un primo principio. Questo vuol dire che quelli che invece della rivelazione prendono le mosse dalla sensazione, l’esperienza dei sensi, nel tentativo di evitare assiomi (o dogmi N.d.T) non li hanno evitati affatto: hanno semplicemente barattato l’assioma (dogma) Cristiano della rivelazione proposizionale con l’assioma (dogma) laicista dell’esperienza dei sensi. Questo è stato di fatto il peccato dei nostri primi antenati nel Giardino dell’Eden.

Tommaso d’Aquino, il filosofo Cattolico Romano del tredicesimo secolo, tentò di combinare i due assiomi nel suo sistema, l’assioma secolare dell’esperienza dei sensi che aveva ricevuto da Aristotele e l’assioma Cristiano della rivelazione proposizionale che aveva ricavato dalla Bibbia, ma la sua sintesi non ha avuto successo. La carriera della filosofia occidentale dalla sua epoca alla nostra può essere compresa come la storia del collasso di questo condominio Aristotelico-Cristiano. Nonostante lo sfacelo, oggi la forma dominante di epistemologia nei presunti circoli Cristiani, sia Cattolico Romani sia Protestanti, è l’Empirismo. A quanto pare i teologi contemporanei hanno imparato poco o nulla dal fallimento Tomista di combinare assieme gli assiomi secolare e Cristiano.

Ma le lezioni del fallimento del Tomismo non sono andate perdute con il buonanima Gordon H. Clark. Il Dr. Clark non accettò la nozione naturalistica che l’intuizione, l’esperienza dei sensi o la ragione, sia singolarmente che messe insieme, ci possano dotare di conoscenza. Egli evidenziò quali problemi, quali fallimenti, quali inganni e fallacie logiche comporti credere nella nostra propria capacità di scoprire la verità. Egli basò la sua filosofia sull’assioma Cristiano della sola rivelazione proposizionale.

Il suo rigetto dei sentimenti, dell’intuizione, dell’esperienza dei sensi e della ragione come mezzi per scoprire la verità ha diverse conseguenze, una delle quali è che le dimostrazioni dell’esistenza di Dio sono tutte fallacie logiche, che siano asserite da un Cristiano che da un non-Cristiano. David Hume e Immanuel Kant, nel cestinare queste dimostrazioni, avevano ragione: la sensazione e la ragione non possono dimostrare Dio, e non per il semplice fatto che Dio non può essere “sentito” o validamente inferito dalla sensazione, ma perché proprio nulla può essere validamente inferito dalla sensazione.

Le argomentazioni per l’esistenza di Dio non riescono nello scopo perché l’assioma e il metodo sono sbagliati: l’assioma della sensazione e il metodo dell’induzione, e non perché Dio è una favola. Ma l’assioma Cristiano, il fondamento su cui tutta la dottrina Cristiana è costruita non è il sentimento ma la sola rivelazione proposizionale. Il metodo di argomentazione Cristiano, il metodo Biblico è la deduzione, non l’induzione.

La concezione naturalista, concezione abbracciata anche da molti cristiani nominali, persino da alcuni che dicono di essere Riformati, sostiene che l’uomo giunge alla verità a prescindere dalle Scritture. Questa è stata la concezione di virtualmente tutti gli economisti, quantomeno di coloro che riconoscevano esistesse una cosa chiamata verità. La concezione Cristiana è invece che la verità è un dono di Dio, che nella sua grazia rivela agli uomini. La teoria vera, ovvero la teoria Cristiana della conoscenza corre parallela alla dottrina vera, cioè la dottrina Cristiana della salvezza: la Soteriologia rispecchia l’Epistemologia. Proprio come gli uomini non si guadagnano la salvezza da sé stessi, grazie alle loro capacità, ma sono salvati per sola grazia, mediante la sola fede e il solo Cristo, così gli uomini non giungono alla conoscenza per le loro capacità, usando le loro risorse naturali, ma ricevono la conoscenza come un dono di Dio, tramite la sola rivelazione proposizionale. Gli uomini sono sia illuminati sia salvati da Dio. Infatti la Scrittura fa riferimento alla salvezza come un’illuminazione, come il “venire alla conoscenza della verità”. L’uomo non può far nulla al di fuori della volontà di Dio, e l’uomo non può conoscere nulla indipendentemente dalla rivelazione di Dio. L’uomo è completamente dipendente da Dio sia per la conoscenza sia per la salvezza.

 

LOGICA

Lo Scritturalismo non significa che noi conosciamo le sole proposizioni della Bibbia, ma anche le loro implicazioni logiche. La Confessione di Fede di Westminster dice:

“L’autorità delle Sacre Scritture, per la quale esse devono essere credute, e obbedite, non dipende dalla testimonianza di alcun uomo, o Chiesa; ma interamente da Dio (il Quale è Egli stesso verità) loro autore; e quindi devono essere ricevute, perché esse sono il Verbo di Dio.”

Con queste parole e per il fatto che inizia con la dottrina della Scrittura e non con le dimostrazioni dell’esistenza di Dio, la Confessione si dimostra essere un documento Scritturalista.

Continuando con l’idea della deduzione logica, la Confessione dice:

“L’intero consiglio di Dio riguardante tutte le cose necessarie alla Sua gloria, alla salvezza dell’uomo, alla fede e alla vita, o è espresso esplicitamente nella Scrittura, o può essere dedotto come buona e necessaria conseguenza dalla Scrittura: alla quale niente in alcuna epoca deve essere aggiunto, sia per nuove rivelazioni dello Spirito, che per la tradizione degli uomini”.

La logica, la disciplina di ragionare per buona e necessaria conseguenza, non è un’idea Greca non presente nelle Scritture, come certi cristiani professanti asseriscono. Quando questi Cristiani ci accusano di aggiungere illecitamente la logica alla Scrittura, ne dimostrano con questo la loro ignoranza. Il primo verso del Vangelo di Giovanni potrebbe essere anche tradotto così: “Nel principio era la Logica, e la Logica era con Dio e la Logica era Dio”. Ma ogni parola della Bibbia, da Bereshith (Nel principio) in Genesi 1:1 ad Amen in Apocalisse 22:21 esemplificano la legge fondamentale della logica, il principio di non-contraddizione. Solo l’inferenza deduttiva è valida ed è lo strumento principale per l’esegesi e l’ermeneutica. La capacità di trarre buone e necessarie conseguenze è una parte essenziale per comprendere le Scritture. A meno che un Cristiano non capisca il ruolo centrale della logica sia nel comprendere che nell’insegnare il Cristianesimo, a meno che non comprenda che Dio è razionale, e che anche l’uomo è razionale perché è immagine di Dio, non potrà vedere la giusta connessione tra il Cristianesimo e l’Economia.

 
FILOSOFIA SEMANTICA

Ogni parte di questo sistema filosofico, epistemologia, soteriologia, metafisica, etica, politica ed economia, è importante e le idee si rafforzano nell’essere collocate in un sistema logico. In un tale sistema, dove le proposizioni sono logicamente dipendenti e logicamente implicano altre proposizioni, ogni parte rafforza mutualmente le altre. Storicamente, anche se non nel decadente ventesimo secolo (e nel ventunesimo NdT), i Cristiani sono stati accusati di essere troppo logici. Ma se dobbiamo essere trasformati mediante il rinnovamento delle nostre menti, se dobbiamo portare ogni nostro pensiero in conformità con Cristo, noi dobbiamo imparare a pensare come Cristo fa, logicamente e sistematicamente.

Un ben elaborato sistema filosofico Cristiano procede per rigorosa deduzione da un assioma a migliaia di teoremi. Ciascuno di questi si incasella perfettamente nel sistema, e tutti, anche il più apparentemente insignificante, sono importanti. La rivelazione di Dio è perfetta ed è utile a tutto. Togliete un’idea e quel che rimane sarà meno che perfetto, e ne patiremo la perdita.
Siccome il Cristianesimo è un sistema di verità, una persona che accetta uno dei teoremi deve, pena contraddizione, accettare l’intero sistema. Ma molti insegnanti nel chiese professanti non provano alcun disagio nella contraddizione, arrivando taluni addirittura a gloriarsene, facendo sfoggio della loro pia sottomissione a un dio “totalmente altro”. Gente totalmente confusa, i cui sforzi sono tesi a ostacolare l’avanzamento del regno di Dio facendo smarrire i Cristiani dalla retta via.

Il Cristianesimo, come uno dei suoi più rabbiosi avversari del XIX secolo riconobbe, è una concezione, una visione globale delle cose estensivamente elaborata. Essa ci dota di una coerente e irrefragabile teoria della conoscenza, una salvezza infallibile, una refutazione degli assurdi proclami di certuni scienziati di aver scoperto la verità, una teoria del mondo, un pratico e coerente sistema etico, e i principî necessari per la libertà religiosa, politica ed economica.

Tutte le parti di questo sistema di filosofia Cristiana possono essere ulteriormente sviluppate, ed alcune sono state appena appena considerate. L’Economia è una disciplina che è stata raramente discussa dai Cristiani negli ultimi duemila anni. E quando l’hanno discussa, l’hanno quasi sempre trattata come una disciplina non-Cristiana, come se potesse e forse pure dovrebbe essere sviluppata al di fuori dal sistema di verità Cristiano.

 

VERITÀ ECONOMICA

Molti economisti laici si sono cullati nella sicurezza che l’economia non Cristiana fosse verità. L’economista britannico Colonel Torrens scrisse intorno al 1860:

Nel progresso della mente umana, un periodo di controversia tra i coltivatori di ogni branca della scienza deve necessariamente precedere il periodo di unanimità. Riguardo l’Economia Politica, il periodo di controversia sta volgendo al termine, e ci stiamo avvicinando rapidamente al periodo di unanimità. Da qui a vent’anni ci sarà a malapena qualche dubbio riguardo ognuno dei suoi principî fondamentali.

Un ottimismo quello di Torrens davvero infondato. Se non altro, la disciplina economica è più frammentata in varie scuole oggi di quando non lo fosse durante il diciannovesimo secolo. Una osservatrice contemporanea, Deborah Redman, rimarca quanto segue:

Nell’economia non c’è alcun paradigma o programma… questo è fuori discussione tra gli economisti. Ma neppure il problema è definito unanimemente, essendo l’inflazione più un problema per i monetaristi, la disoccupazione per i vari Keynesiani, i disturbi stocastici per i teorici delle aspettative razionali. (E tutti questi gruppi appartengono all’economia ortodossa).

L’ottimismo di Torrens sull’unanimità sui principî fondamentali, come la famosa dichiarazione di John Stuart Mill, che non c’è rimasto nulla da scoprire sulla natura del valore oggi ci colpiscono per la loro superficialità. E non ci sono segnali che nel prossimo futuro gli economisti raggiungeranno mai un consenso sull’oggetto dei loro studi o sul loro metodo d’indagine. La cosa sulla quale sembrano concordare, anche se solo in negativo, è che il Cristianesimo non ha niente a che vedere con l’Economia. Il metodo della rivelazione proposizionale non è congeniale alla mente dell’economista, perché l’economista come ogni altro uomo naturale ha appunto una mente naturale, e la rivelazione è per lui follia. Questa è indubbiamente la ragione per il caos nella disciplina: quelli che rigettano la rivelazione si riducono a una perfetta Babele di confusione.

Lasciatemi ripetere che l’Economia è teoria economica. A meno che prima non stabiliamo la relazione tra Cristianesimo ed Economia, entrambi riguardati come un corpo di proposizioni, qualunque tentata risoluzione di questioni secondarie, meno fondamentali, tipo quale sistema economico la Bibbia richiede, se lo richiede, o il ruolo attuale delle norme giuridiche veterotestamentarie, e così via, sarà al meglio provvisoria e temporanea. Fino ad oggi, quei Cristiani che hanno scritto di Economia hanno sempre saltato i preliminari, mancando di gettare il fondamento epistemologico e metodologico necessario se si vuole sviluppare una Economia genuinamente Cristiana.

Siccome è basata su informazione rivelata da Dio, la teologia Cristiana è vera. Provvede agli uomini della conoscenza e risolve il problema epistemologico. La Teologia non solo è la prima, ma è la più importante delle scienze, è logicamente la più fondamentale, è l’unificatrice delle scienze. Ma oggi, molte persone scherniscono apertamente il Cristianesimo e la Teologia. Molte più persone sono semplicemente ignoranti. Una buona parte ricade in entrambi gli schieramenti, e sono sia schernitori sia ignoranti. Gli economisti si ritrovano in quest’ultima.

 

ECONOMISTI E TEOLOGI

Durante ventesimo secolo, con l’avvento del positivismo, il legame storico e accademico, se non proprio filosofico, che esisteva tra l’economia e la teologia, è andato scomparendo. Oggi pochi teologi studiano economia, e pochi economisti studiano teologia. Ma non è stato sempre così, alcuni dei nomi più conosciuti nella storia della giovane disciplina sono stati teologi: Thomas Robert Malthus e Richard Whately, per nominarne due. Checkland ha fatto notare che:

È stato ormai dimenticato che l’Economia, sia in Inghilterra che negli Stati Uniti si è sviluppata nell’ambito della religione… questi uomini, che nella loro generazione sono stati tra i nomi più celebri nelle università, Whately, Whewell, Sedgwick, Newman, Arnold, erano tutti chierici. Tutti loro credevano che la verità economica facesse parte dell’ordine divino: ognuno aveva integrato la propria opinione economica nella propria teologia. E anche se a volte apparivano come uomini con un metodo alla ricerca di un problema, differentemente dagli specialisti posteri, uomini con problemi alla ricerca di un metodo, rimangono tuttavia degni di esser ricordati perché videro che il corretto centro dell’attenzione dell’interesse delle università verso la nuova disciplina doveva esser rivolto al suo organon.

Dei 50 soci fondatori che si riunirono nella American Economic Association nel tardo diciannovesimo secolo, quasi la metà erano ex-ministri o correnti ministri di chiesa. (Purtroppo la maggior parte di loro erano liberali e avevano già rigettato il Cristianesimo Biblico. Non cercavano di costruire l’Economia Cristiana deducendone la teoria dalla Bibbia, ma erano tutti intenti a rivestire di un manto di Cristianesimo le loro idee economiche. Erano dei religiosi, non dei Cristiani). Ma se doveste leggere gli economisti contemporanei, potrete vedere chiaramente il loro conclamato rigetto del Cristianesimo e della teologia.

Alcuni economisti contemporanei, influenzati dal positivismo logico, caratterizzano un idea come “teologia” quando vogliono liquidarla senza alcuna discussione o dibattito. Vien da pensare che questo, almeno in parte, costituisca pigrizia intellettuale, liquidare delle idee in questa maniera certamente aiuta l’economista a ridurre il lavoro da svolgere, ma uno studioso Cristiano non può essere così pigro. Non deve solo studiare teologia, deve studiare anche l’economia. E un economista Cristiano deve imparare la teologia. Una delle figure di punta tra gli economisti Austriaci, il Premio Nobel Friedrich Hayek, ateo, stigmatizzò il provincialismo degli economisti in un linguaggio piuttosto forte nel suo saggio “Il Dilemma della Specializzazione”:

“Nello studio della società l’esclusiva concentrazione su una specialità ha un particolare effetto deleterio: non ci impedirà semplicemente di diventare una gradevole compagnia o dei buoni cittadini, ma potrà menomare la nostra competenza nel nostro campo, o almeno per alcuni dei più importanti compiti che dobbiamo svolgere. Il fisico che sia solo un fisico può essere un fisico di prima classe e allo stesso tempo uno dei più pregevoli membri della società. Ma nessuno può essere un grande economista, se è solo un economista, e sono persino tentato di aggiungere che l’economista che sia solo un economista è probabile che diventi un fastidio se non addirittura un pericolo.”

Oggigiorno siamo infestati di pericolosi economisti.

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La carità ha bisogno dei mercati

Lun, 25/07/2016 - 08:18

Anche se fossimo tutti caritatevoli, non potremmo comunque costruire un’economia complessa senza il meccanismo dei prezzi fornito dai mercati.

Sebbene qualcuno a volte immagini che un mondo basato sul dono invece che sugli scambi di mercato sarebbe un mondo senza scarsità o bisogno, ci rimarrebbe ancora il problema di fabbricare e produrre beni complessi che richiedono mercati per allocare le risorse.

In più, se ricordiamo che l’atto del donare richiede che sia chi dà che chi riceve si accordino sullo scambio, rapidamente scopriamo che la situazione è più complessa di quel che pensavamo inizialmente.

 

Entrambi, donatore e ricevente devono essere d’accordo

Un regalo è un trasferimento incondizionato di un bene economico da una persona (donatore) a un’altra(beneficiario). Nel caso di un servizio, il donatore si accorda per fornire il servizio al beneficiario, e questo accetta di riceverlo come regalo.

Se è veramente un regalo nel senso reale, il bene è liberamente dato e la decisione di privarsene non porta altri vincoli con sé. Per il donatore, non è il compimento di una obbligazione e non può essere reclamato come un diritto da parte del beneficiario. In particolare, non è la remunerazione per qualche bene economico fornito dal beneficiario al donatore. Per essere chiari, in pratica, ci sono molti casi di “falsi regali” dove il trasferimento di un diritto di proprietà ha qualcuna delle caratteristiche di un vero regalo, ma non tutte.

È necessario che entrambe le parti si accordino su questo. Se entrambe le parti sono d’accordo, allora il beneficiario ne riceve vantaggio, ma anche il donatore ne riceve.

Questa sembra essere una cosa ovvia tanto quanto lo è l’interesse che ne ha il beneficiario. Dopotutto, lui riceve un bene economico senza alcun pagamento, e per questo lui è detto beneficiario. Tuttavia, è importante che non cadiamo in quella che potremmo chiamare trappola materialistica nell’interpretare il dono. Il beneficiario ha un vantaggio, non perché qualcun altro desidera fornirgli gratuitamente un bene economico. Ha un vantaggio perché preferisce ricevere questo bene piuttosto che rinunciarci. È ben noto che i regali possono essere rifiutati, e che alcuni di essi dovrebbero essere rifiutati. Non è che perché i Greci offrirono il loro cavallo di legno sulla spiaggia ai Troiani, questo significhi che questi ultimi fossero stati spinti o qualcuno li avesse obbligati ad accettarlo. I Troiani lo presero perché erroneamente, come poi emerse, credevano di stare meglio appropriandosene.

 

C’è del valore nell’atto di donare o ricevere un regalo

In altre parole, ciò che rende regalo un regalo non è la adeguatezza per quel tal o talaltro utilizzo o godimento (il suo “valore d’uso”), non il fatto che altri lo trovano desiderabile (il suo “valore di scambio” o prezzo di mercato), ma il fatto che il potenziale beneficiario lo trovi desiderabile e quindi concordi nel riceverlo. Lui riceve gratuitamente l’oggetto che si propone gli sia dato, che sia un servizio o sia un diritto di proprietà su una merce. Ma ciò che lo rende veramente un beneficiario, e ciò che rende un oggetto un dono, è il valore personale del dono. Concordando nell’accettarlo, dimostra la sua preferenza nel riceverlo piuttosto che rinunciare ad esso. Dimostra di pensare di stare meglio con il regalo, rispetto a come sarebbe stato facendo un’altra scelta.

Anche il donatore ha un vantaggio. Se Smith dà un biglietto di 5 dollari al mendicante, ciò dimostra che lui, Smith, preferisce che il mendicante possegga i 5 dollari, piuttosto che lui stesso, Smith, possegga quella banconota. Ora, questo un po’ sembra apparire come se Smith fosse “interessato” nel fare questo regalo, il che di conseguenza insinuerebbe che il regalo non sia veramente gratuito, perché Smith stesso si aspetta di beneficiarne. Bene, in un senso più ampio Smith è interessato, ma questo non rende di per se il suo regalo meno gratuito.

Smith trae vantaggio dal fare il regalo. Per questo è d’accordo nel farlo. Ai non-economisti questa affermazione può sembrare scioccante, ma non dovrebbe esserlo. Non esiste una azione umana che non impieghi mezzi se non per ottenere un fine valutato maggiormente. La ragione per la quale un uomo agisce è sempre il desiderio di migliorare lo stato delle cose, cioè per raggiungere uno stato delle cose che lui preferisce a quello che si sarebbe avuto senza il suo agire. Non c’è eccezione. Ma questo non contrasta con la natura gratuita del gesto di Smith. Non era obbligato a dare i soldi, e il mendicante non ne aveva titolo. Perciò il suo atto era gratuito nel senso pieno della parola.

 

Il ruolo dei prezzi di mercato nella donazione.

Lasciateci muovere verso un’ultima osservazione sull’economia dei doni. I doni possono essere prodotti attraverso processi più o meno lunghi e richiedendo la cooperazione di molte persone. In altre parole, la decisione di fare un regalo non è necessariamente compiuta in un istante, come quando incontriamo un mendicante all’angolo della strada. I regali possono anche essere pianificati in anticipo. Possono essere preparati, non solo nel senso che la decisione di fare un regalo può essere pianificata, ma anche nel senso che il bene economico da donare, sia specificamente prodotto per essere donato.

È immaginabile che tutti i processi produttivi siano rivolti a fare un regalo ? ogni persona non venderebbe più i suoi prodotti, ma li darebbe via; e a sua volta beneficerebbe dei regali fatti dagli altri. L’intera economia potrebbe essere una economia di questo tipo basata sui regali? come sappiamo dall’analisi del comunismo, questo potrebbe essere tentato, ma avrebbe un prezzo pesante. Una economia basata tutta sul dono, sarebbe per definizione una economia senza scambio, e quindi senza prezzi di mercato. Ma i prezzi di mercato forniscono la guida per produrre un tipo di bene (che dà ricavi più alti) invece di un altro (che dà ricavi più bassi); e forniscono una guida nel non usare certi beni perché costa troppo comprarli.

In una pura economia di dono, questa guida non esisterebbe più. Dovrebbe venire sostituita da un grande senso di giudizio e grande disciplina da parte di tutti i membri della società. Chiaramente, queste qualità sono troppo rare e, quel che più conta, non sarebbero premiate in una pura economia di dono, e perciò in una tale impostazione non sarebbero coltivate. È fuori questione organizzare una ampia divisione del lavoro basandosi sul piccolo giudizio e la piccola disciplina che potrebbe essere realizzata da solo poche persone virtuose.

 

Produrre regali futuri è complesso e difficile

Ancora di più, anche se queste persone non fossero poche ma molte, una economia di puro dono soffrirebbe di un ulteriore formidabile ostacolo. Come ci fece sapere Ludwig von Mises, senza lo scambio e i prezzi di mercato sarebbe impossibile organizzare la divisione del lavoro all’interno di lunghi e tortuosamente complessi processi produttivi. Il giudizio sui beni sarebbe sufficiente per escogitare un piano generale per la soddisfacente cooperazione tra pochi calzolai e macellai senza l’interposizione di prezzi e dello scambio. Ma il giudizio sui beni sarebbe completamente fallace nel valutare l’importanza relativa (e spesso mutevole) dei programmi per computer, gli attrezzi per la trivellazione, le ricerche operative, e altri beni che sono fuori della nostra esperienza immediata.

Una economia statica che serva poche persone con catene di fornitura molto corte potrebbe essere organizzata come una economia del dono, se i produttori fossero ispirati da amore fraterno e fiducia reciproca. Appena una di queste condizioni è assente, appena l’amore e la fiducia mancano; appena l’economia coinvolge migliaia , milioni, miliardi di persone; appena le catene di fornitura crescono in lunghezza e complessità; appena le condizioni tecnologiche e le altre condizioni cambiano velocemente e frequentemente, una pura economia di dono è fuori questione. La produttività del lavoro in una tale economia sarebbe eccessivamente piccola se comparata con quella che conosciamo in una sviluppata economia di mercato.

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Nel vicolo cieco della politica monetaria

Ven, 22/07/2016 - 08:10

Il 26-27 luglio prossimo si riunisce per la quinta volta quest’anno il FOMC (Federal Open Market Committee), il braccio operativo della FED, per decidere se apportare o meno modifiche alla politica monetaria della banca centrale americana. Nelle precedenti quattro riunioni non sono state poste in essere variazioni sui Federal Funds Rate, l’interesse di base americano (l’interesse che le banche si addebitano per i prestiti di 1 giorno). In sostanza, siamo fermi al 16 dicembre 2015, giorno in cui dopo ben sette anni la FED ha disposto un rialzo dei Funds Rate, portandoli dallo 0-0,25 allo 0,25-0,5 per cento.

Sul finire dello scorso anno la FED aveva lasciato intendere che nel corso dell’anno seguente si sarebbero realizzati quattro incrementi graduali sull’interesse di base con l’obiettivo di portare il livello dei Funds Rate all’1,375 per centro entro lo scadere del 2016. Fino a pochi giorni prima del referendum sulla Brexit, la maggioranza dei policy-maker della banca centrale americana prospettavano invece un interesse di base allo 0,875 per cento entro lo scadere dello stesso termine, un livello implicante uno o due rialzi dei tassi di interesse nel corso dell’anno. Ora, dopo l’esito sul referendum britannico che ha sancito la vittoria, benché di misura, dei pro-leave (i sostenitori della fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea) ed il successivo ed immediato crollo dei mercati finanziari, la FED starebbe però valutando seriamente l’opzione di non attuare alcun rialzo dei Funds Rate nel corso di quest’anno.

L’esito del referendum sulla Brexit come causa non solo del successivo ed immediato crollo dei mercati finanziari ma anche e soprattutto dell’eventuale ripensamento della FED sulla decisione di proseguire nel 2016 sulla strada del rialzo dei tassi di interesse? Certamente questo è quello che più di qualcuno vuole farci credere ma la realtà è tutt’altra cosa.

Il risultato del referendum sulla Brexit non ha fatto altro che mostrarci la verità, vale a dire che “il Re è nudo” e quindi è stato un effetto o meglio un pretesto e non una causa. Gli attuali fondamentali reali dell’economia globale sono infatti assolutamente fragili e ciò significa che basta il verificarsi di un qualsiasi evento che non rientra tra le preferenze dei centri decisionali della politica internazionale per far scattare un crash borsistico. Se i fondamentali dell’economia reale sono a tal punto fragili anche il più minimo incidente di percorso è sufficiente per far emergere l’inganno per cui certe quotazioni della borsa valori non riflettono circostanze economiche generali favorevoli, bensì solo la fiducia che i responsabili della politica economica vengano costantemente incontro alle aspettative ed alle richieste di aiuto dei mercati finanziari iniettando in qualche maniera nuova moneta sotto forma di crediti bancari. Che questi crediti producano semplicemente un appesantimento della circolazione monetaria e non un’estensione ed intensificazione della stessa è che pertanto diano luogo a situazioni di crescita non consolidabile è domanda che chi dovere o non si pone o non riesce a comprenderne il senso o se ne comprende il senso fa finta di non capire.

Per quanto concerne la FED, questa continua a brancolare nel buio dei suoi modelli econometrici. Se per quest’anno la FED porrà in essere un qualche rialzo sui Funds Rate, tale decisione sarà figlia di una logica economica che si muove sostanzialmente alla cieca e non certo perché frutto di una vera presa di coscienza sul da farsi.

Niente di nuovo sul fronte occidentale. Le banche centrali così come rimasero spiazzate davanti agli avvenimenti accaduti nel corso del 2007-2008, rimangono spiazzate oggi nel vedere che nonostante tutte le loro politiche monetarie ultra-accomodanti – tassi di interesse incredibilmente bassi per diversi anni a cui alcune banche centrali hanno accostato anche una decisa espansione dei propri bilanci – si è ancora impantanati in una situazione economica nell’insieme stagnante, situazione caratterizzata da una crescita della produttività alquanto bassa e livelli di debito mondiale oltremodo elevati. In aggiunta, queste stesse politiche hanno finito col rendere ancora più consistente quel doppio filo che lega il settore bancario con quello della finanza pubblica, potenziando in questa maniera quel processo di retroazione nel quale i rischi finanziari e il rischio sovrano finiscono per amplificarsi reciprocamente.

La quantità desiderabile di circolazione monetaria da precisare e fissare all’interno di un economia non è un qualcosa che si può stabilire a priori, ma un qualcosa che deve essere progressivamente scoperto leggendo attraverso l’attività degli agenti economici. Compito perciò delle banche centrali sarebbe sempre quello di scoprire il reale tasso tendenziale di equilibrio fra investimento e risparmio che sussiste nell’ambito di un’economia e dunque mantenere nell’ambito della stessa e nel corso del tempo un tendenziale equilibrio fra domanda ed offerta di mezzi di pagamento e mai quello di determinare aprioristicamente il livello dei tassi di interesse per tentare di raggiungere un ammontare di investimento pianificato con logiche economiche top-down, e cioè pianificato centralmente.

Uno squilibrio fra domanda ed offerta di mezzi di pagamento che non sia a tempo opportuno corretto da un meccanismo di compensazione interbancaria finisce inevitabilmente per causare un processo di aggiustamento che si compie mediante la variazione dei prezzi: quando la domanda di mezzi di pagamento è superiore alla sua offerta la variazione dei prezzi sarà al ribasso; quando la domanda di mezzi di pagamento è inferiore alla sua offerta la variazione dei prezzi sarà al rialzo.

Ciò nonostante, questi adeguamenti dei prezzi generano effetti deleteri, giacché nel primo caso alcuni prezzi tendono a resistere alla pressione verso il basso ritardando così i tempi di aggiustamento, nel secondo invece i prezzi muovendosi verso l’alto lo faranno comunque in maniera non uniforme e portando con sé strutture della produzione alla lunga insostenibili.

Entrambe queste variazioni sono allora perniciose, ma sicuramente la seconda lo è molto di più della prima, in quanto mentre nel primo caso qualora si pongano numerose resistenze al ribasso dei prezzi, gli effetti deleteri appaiono da subito, effetti che si concretizzano in una certa disoccupazione involontaria di massa, nel secondo caso dapprima assistiamo ad una fase di espansione economia e poi in conclusione allo scoppio di una crisi economica in cui oltre ad certa disoccupazione involontaria di massa si è costretti ad assistere ad una dilapidazione di parte del capitale presente nella società.

Le banche centrali operando in regime di centralizzazione della riserva bancaria e di monopolio di emissione e di conseguenza essendo vincolate nella loro attività ai governi finiscono sistematicamente per allontanarsi dal tendenziale equilibrio nel tempo fra domanda ed offerta di mezzi di pagamento e si allontano molto più spesso nella direzione di un’offerta di mezzi di pagamento superiore alla sua domanda che nella direzione contraria. Si allontanano sistematicamente, perché agendo in regime di centralizzazione della riserva bancaria difficilmente riescono a cogliere i continui cambiamenti che intercorrono fra consumi e risparmi all’interno di un’economia nel suo complesso. Si allontanano maggiormente nella direzione di un’offerta di mezzi di pagamento superiore alla sua domanda perché i costi della liquidità, pur crescendo a mano a mano che si allarga il credito bancario, risultano essere molto meno significanti rispetto al potere di acquisto dei mezzi emessi e ciò avviene a causa del monopolio di emissione, ossia il corso legale per principio che viene imposto dai governi sull’unità monetaria emessa dalla banca centrale.

Il problema monetario consiste pertanto nel minimizzare la possibilità che possano accadere squilibri fra domanda ed offerta di mezzi di pagamento non corretti tempestivamente da compensazione interbancaria. Se la banca centrale risulta essere scarsamente adeguata ad affrontare questo problema, poiché la sua esistenza significa centralizzazione della riserva bancaria e monopolio di emissione, la soluzione migliore a questo riguardo non può essere che decentralizzazione della riserva bancaria e pluralità degli istituti di emissione con conseguente abolizione del corso legale imposto in linea di di principio dai governi e di ogni banca centrale.

Tornando alla FED ed al suo momento attuale, la banca centrale americana ha ora davanti a sé tre possibilità.

Lasciare le cose sostanzialmente così come stanno e quindi con un interesse di base vicino allo zero ed un economia orientativamente stagnante a tempo indeterminato. Un interesse di base così basso (ad oggi, la FED ha un interesse di base impostato, come osservato sopra, a 0,25-0,5 per cento) dovrebbe star a significare che a disposizione vi è tanto risparmio reale e volontario da investire, ma se l’economia tendenzialmente fa nel tempo la spola tra il vivacchiare e l’indebolirsi è perché in realtà di questo risparmio ce n’è meno o molto meno di quanto indicato dall’interesse di base stabilito dalla banca centrale americana e dunque il tasso di interesse reale è senz’altro situato ad un livello più alto di quello nominale disposto dalla banca centrale.

Riportare il livello dei tasso di interesse nominale verso quello reale e di conseguenza proseguire nella politica di rialzo dell’interesse di base, ben sapendo che durante questo processo tutto quel capitale che è stato male allocato per via di tassi nominali inferiori a quelli reali andrà o a scomparire o ad essere sottoposto ad un costoso rimodellamento. Ad accompagnare tale processo, ovviamente, ci saranno anche quote più o meno rilevanti di disoccupazione involontaria. Tuttavia, se prima l’ordinamento economico non viene riassestato, non è possibile dare inizio ad una crescita economica sana e sostenuta, ammesso che in seguito si scelga la strada della crescita sana e sostenuta a quella di una nuova artificiosa crescita economica che prima o poi sfocerà comunque in un’ulteriore recessione-depressione economica.

Accendere da subito un nuovo periodo di artificiosa crescita economica tramite un nuovo corso di sufficiente pressione inflazionista: si spinge il livello dell’interesse di base ancora più giù allontanando così il tasso di interesse nominale da quello reale di più di quanto non lo sia adesso ed in maniera bastante da accendere uno stimolo inflazionistico oppure, od assieme, si utilizzano nuove manovre di allegerimento quantitativo. Per produrre (momentanei) effetti stimolanti sull’attività economica e quindi mostrare di avere sufficiente pressione, l’inflazione, cioè l’espansione dei mezzi di pagamento oltre la loro domanda, dovrà procedere in modo tale che gli agenti economici non riescano ad individuare correttamente la tendenza dei prezzi futuri. In tal senso, c’è da aggiungere che lo spazio per il successo di una manovra del genere è oggi molto ristretto, dato che ogni intervento inflazionista riduce lo spazio di successo del seguente intervento inflazionista ed a mano a mano che ci si avvicina ad un tasso base dello zero nominale, o addirittura si decide di proseguire al di sotto dello zero nominale, il numero di questi interventi possibili di successo tende a ridursi fino a scomparire.

La differenza è sottile ma fondamentale. Un conto è incrementare la circolazione monetaria per adattarla all’intensificarsi ed all’estendersi della domanda di mezzi di pagamento, un conto è appesantire la circolazione monetaria (ben) oltre la domanda di mezzi di pagamento. Nel primo caso, a conclusione del processo, si riesce ad ottenere un allungamento ed un allargamento della struttura dei beni di capitale sostenibile, nel secondo caso invece no. Nel primo caso, la circolazione monetaria cresce in maniera adeguata al risparmio reale e volontario degli agenti economici, nel secondo caso invece no.

Ultimamente, abbiamo potuto sentire il governatore della banca centrale europea, Mario Draghi, affermare che le banche centrali devono trovare “una condivisione della diagnosi sui motivi all’origine dei problemi che troviamo tutti sulla nostra strada”. Il problema qui però non è quello di trovare una diagnosi condivisa, bensì di trovare una diagnosi corretta, vale a dire che rifletta accuratamente i livelli di rischio, ed accettarla per quello che è. Diversamente, si finisce per agire come quel medico che pur di difendere la propria diagnosi giunge ad uccidere il proprio paziente.

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Paperone ci spiega l’economia

Mer, 20/07/2016 - 19:39

Una delle tesi dei cosiddetti “signoraggisti”, movimento che ispira la riforma monetaria proposta dal M5S, è quella secondo la quale idealmente lo Stato dovrebbe battere moneta in modo da poterne creare quanta necessaria per evitare di indebitarsi con altri soggetti.

Strettamente collegato a questo argomento, tra i propositi del M5S c’è anche quello di fornire un “reddito di cittadinanza” a tutti gli italiani (suppositamente tra coloro in qualche modo definiti poveri), in modo che sia possibile vivere in maniera dignitosa ed affrancarsi finalmente dalle pene lavorative.

La prima domanda che si dovrebbe fare ad una proposta del genere sarebbe quella relativa all’importo del reddito: del resto se tale reddito ci permettesse di vivere dignitosamente, perchè non aumentarlo in modo da vivere ancora meglio, e magari nel lusso? Sarebbe una ovvia conseguenza.

Ci si potrebbe poi chiedere a che pro continuare a lavorare, se smettendo, e quindi diventando “bisognosi” si potrebbe avere accesso al reddito senza dover fare nulla.

Evidentemente semplici domandi basilari di questo tipo, che tutti noi dovremmo anche esserci fatti fin da bambini, non passano per la mente dei politici, ma del resto la loro priorità è quella di guadagnare il favore degli elettori in modo da fargli apporre l’apposita crocetta quando chiamati ad esprimere il loro altissimo dovere civico, per il resto… si vedrà, la retorica viene sempre in aiuto quando si tratta di trovare qualcuno o qualcos’altro a cui addossare le colpe.

Molti anni fa la cultura economica era sicuramente diversa e persino un fumetto come Topolino aveva affrontato l’argomento: ne proponiamo la versione tradotta ai nostri lettori.

 

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Gli ostacoli della banca centrale danese nel tenere ancorata la propria valuta all’euro

Lun, 18/07/2016 - 08:17

Durante la campagna elettorale americana la Danimarca è stata menzionata un paio di volte non solo dai democratici che sono a favore di un governo più forte e di una più elevata redistribuzione del reddito, ma anche da esperti come Paul Krugman che il 16 ottobre ha scritto sulla Danimarca nella sua rubrica sul New York Times. Fortunatamente la maggior parte delle sue tesi fiscali ed economiche generali di stampo keynesiano sono state confutate da Thomas Woods e Robert Murphy nell’episodio n.6 del podcast Contra Krugman. Ma alcuni punti che riguardano la politica monetaria meritano comunque alcune considerazioni.

La moneta danese, la “corona”, nel 1982 è stata inizialmente ancorata alla forza del marco tedesco ed alla relativamente bassa inflazione della Germania. La ragione per introdurre la misura del cambio fisso fu quella di evitare l’inflazione elevata, la politica monetaria allentata e di frenare i politici danesi che fino ad allora avevano condotto il paese sull’orlo della bancarotta. La politica del cambio fisso ha ottenuto un coì ampio successo politico che è stata in vigore per 34 anni ed ancora oggi nessun altra scelta politica è presa seriamente in considerazione.

Dal momento della costituzione della BCE nel 1999 e dalla fine del marco tedesco, la corona è stata ancorata alla BCE ed all’euro.

Dall’inizio della crisi del debito europeo del 2009, la BCE ha tenuto ai minimi i tassi di interesse e per alcuni anni addirittura negativi. Così, quando il professor Krugman afferma che la politica monetaria danese è uno dei problemi per le relazioni con la Danimarca, ha ragione, ma per motivi sbagliati. I tassi di interesse sono stati fortemente abbassati sin dalla crisi finanziaria del 2008 e soprattutto dopo la crisi del debito l’anno successivo. Così la politica del cambio fisso danese oggi implementa esattamente la politica monetaria allentata, che la Danimarca volle rifuggire sin dal 1982. L’immagine sotto mostra la crescita della riserva valutaria estera e lo spread del tasso di interesse tra banca centrale danese e BCE, che dal 2010 è stato negativo.

 

 

Il fine di mantenere la moneta ancorata è così vincolante che la banca centrale danese è considerata dagli operatori di mercato assolutamente affidabile e prevedibile, tanto che ogni variazione del tasso di interesse della BCE è di solito prontamente seguita nello stesso giorno da annunci della banca danese. Fino a quando tale politica sarà mantenuta, qualsiasi variazione del tasso di cambio centrale fisso sarà ridotta in parte dagli operatori di mercato in attesa che le maggiori variazioni saranno effettuate tramite l’intervento della banca centrale nel mercato valutario.

La banca centrale danese ha una storia lunga 34 anni nel mantenere l’ancoraggio della valuta. Così gli operatori sono convinti che la loro affidabilità sia eccellente. Tuttavia, con l’introduzione del programma di allentamento quantitativo della BCE la banca centrale danese ha incontrato ostacoli.

I problemi iniziarono il 15 gennaio 2015, alle ore 9.00 del mattino, quando la Banca nazionale svizzera (BNS) ha annunciato una sospensione immediata dell’ancoraggio della valuta svizzera all’euro. La BNS ha anche tagliato il tasso di interesse dello 0,5%, da -0,25% a -0,75%. Entro la prima ora dall’annuncio, il franco svizzero è salito più del 30 per cento, ma si stabilìzzò al 19% di aumento in totale alla fine della giornata.

Quattro giorni dopo, il 19 gennaio e dopo giorni di intervento nel mercato valutario, la banca centrale danese ha tagliato il tasso del proprio certificato di deposito da 0,15% a -0,20%. Nel comunicato stampa, non fu menzionato nulla dei provvedimenti della BNS.

Il 22 gennaio, una settimana dopo il provvedimento della BNS, il presidente della Bce Mario Draghi, ha annunciato il programma di allentamento quantitativo per l’importo di € 1.100 miliardi.

Gli occhi degli operatori di mercato erano ora rivolti alla Danimarca – l’ultima moneta ancora ancorata all’euro. Cosa avrebbe dovuto fare la banca centrale danese per seguire la nuova politica della BCE?

La banca danese ha ridotto il tasso di interesse sul proprio certificato di deposito semplicemente di 0,15% portandolo a -0,35%. Nel comunicato stampa la banca centrale ha menzionato l’intervento sul mercato valutario solo per motivo dell’adeguamento dei tassi; nessuna indicazione ha dato in merito al programma della BCE. Il 29 gennaio i tassi sono stati ancora una volta tagliati dello 0,15%. Ed anche questa volta il comunicato stampa citato non ha menzionato alcunché sul programma della BCE o sull’azione della BNS. Interventi sul mercato valutario sono stati l’unica spiegazione per l’adeguamento dei tassi.

Durante il mese di gennaio la riserva valutaria estera presso la banca centrale danese è aumentata ad un ritmo record raggiungendo i 106 miliardi di DKK per quel mese (il primo record di 39,9 miliardi di DKK fu raggiunto durante la crisi finanziaria nel dicembre del 2008).

Quella che si è rivelata essere l’ultima riduzione di tasso è stata annunciata il 5 febbraio quando il tasso è stato tagliato dello 0,25% raggiungendo alla fine il tasso di -0.75% (lo stesso che BNS aveva inizialmente fissato in un unico intervento). In questa occasione la banca danese ha finalmente ricordato l’azione della BNS ed il programma di allentamento quantitativo della BCE. In altre parole, ci sono voluti non meno di 14 giorni prima che la banca danese fosse partita per il cambiamento di politica monetaria rispetto alla BCE, e 21 giorni se si considera lo shock provocato dalla BNS.

Nel mese di febbraio la riserva in valuta estera ha raggiunto un altro record di 172 miliardi di DKK in un mese. I mesi che seguirono hanno mostrato una lenta diminuzione della riserva valutaria estera.

Se consideriamo gennaio e febbraio aggregati, la riserva valutaria estera ha raggiunto l’enorme cifra di 278 miliardi ed il tasso di interesse si è mantenuto a -0,75% per il resto del 2015 al fine di ridurre la suddetta riserva in valuta al livello pre-2015. Il tasso di interesse non è stato aumentato fino all’ 8 gennaio 2016 di un mero 0,1% a -0,65%.

 

 

A partire dalla metà del 2014, le industrie danesi hanno registrato un boom dell’export, che è stato amplificato dalla espansione del credito a seguito del programma di QE. L’economia stava crescendo così rapidamente che si è creduto che finalmente l’effetto della crisi finanziaria fosse finito. Infatti, nel mese di maggio il 2015 il governo ha emesso comunicati stampa dicendo che la ripresa era in arrivo. Questa situazione, tuttavia, ha peggiorò già durante l’autunno del 2015, quando il dato del PIL rivisto per il terzo trimestre rivelò appena uno scioccate 0,4% sulla sua prima revisione. La seconda revisione nel marzo 2016 ha registrato un ribasso a -0,6%. Il quarto trimestre ha mostrato un tasso di crescita dello 0,1% dopo la sua prima revisione dall’iniziale 0,2%, e se questo numero viene rivisto al ribasso nella prossima revisione, la Danimarca potrebbe tecnicamente essere di nuovo in recessione. In tutto il 2015 la banca danese ha emesso comunicati trimestrali di avvertimento sui pericoli del basso tasso di interesse, chiedendo rigore fiscale e tassazione più elevata per limitare l’impatto complessivo sull’economia danese.

I media danesi da allora hanno definito il periodo come “le crisi della corona” e la narrazione è che la banca centrale ha combattuto coraggiosamente contro gli speculatori spregiudicati. Indagini interne, tuttavia, hanno rivelato che i due terzi della domanda di moneta danese erano stati gestiti dagli operatori finanziari danesi, tra gli altri i fondi pensione danesi che erano allarmati dal rischio di perdere una parte dei propri investimenti in euro. Ciò dimostra che anche i danesi hanno perso fiducia nella banca centrale.

 

 

Il capo della banca centrale, Lars Rohde, nella conferenza del 25 marzo, ha rivelato la posizione reazionaria tenuta dalla banca centrale. Non ha neppure tentato di gestire le aspettative del mercato alla luce degli eventi insoliti nel mese di gennaio 2015. In tal modo le perdite che avrebbero potuto essere evitate con un intervento più prudente dalla banca centrale – come ad esempio un maggior taglio di tasso iniziale – sono state invece amplificate dalla banca facendo ricorso alla stampa di moneta.

Questo mi ricorda ciò che Hayek ha scritto nel suo libro del 1976 “Choise in Currency”: Mi sembra che se si potesse impedire ai governi di metter mano sulla moneta, faremmo meglio di qualunque governo abbia mai fatto in questo senso.

 

 

Questo episodio è un altro esempio del perché i governi e le banche centrali non fanno quanto affermano di fare: il loro compito burocratico consiste nello stabilizzare il ciclo economico. Invece i recenti provvedimenti della banca centrale danese hanno causato maggiori oscillazioni piuttosto che limitarle.

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Le conseguenze del Brexit

Ven, 15/07/2016 - 08:38

È così la Gran Bretagna ha deciso: fuori. Inutile dire che il panico s’è diffuso tra tutti quei cori che continuano a tessere le lodi di un’unione coatta dei popoli. Ignorano cosa sia la libera associazione. Ignorano cosa siano le libertà individuali. Sono apologeti di un ordine sociale top-down. Blaterano di libertà, in realtà ciò che intendono è esattamente l’opposto. Sono i figli deformi di quel progetto che Jean Monnet e Raymond Fosdick idearono a tavolino all’inizio del XX secolo. L’Europa altro non è che un esperimento della pianificazione centrale in cui, attraverso il cavallo di troia del libero commercio e della libera circolazione dei beni, i pianificatori centrali hanno cercato d’ingabbiare le decisioni individuali degli attori di mercato.

Il libero commercio è, ovviamente, una manna per la società nel suo complesso, però il solo obiettivo degli eurocrati era quello d’implementare un commercio gestito centralmente. Ovvero, secondo le loro regole arbitrarie e non secondo le regole del mercato: un acquisto, un voto. Il nuovo ordine mondiale è essenzialmente questo: commercio gestito a tavolino da una manica di burocrati non eletti da nessuno. Non esistono benefici sociali diffusi in questo modo di organizzare la società, e il Brexit altro non è che la relativa conseguenza empirica. Ciò che abbiamo visto attraverso il referendum inglese è la materializzazione della perdita della fiducia degli individui nei grandi schemi della pianificazione centrale.

Ovviamente non è sufficiente a creare un sovvertimento di massa di tale ordine, ma quando la prossima recessione colpirà e metterà alla berlina l’incapacità delle banche centrali di farvi fronte, allora gli euroscettici smetteranno di essere tali e si trasformeranno in veri credenti di un’uscita dall’UE e dall’euro. Questo è un processo già in incubazione. Soprattutto, è un processo inarrestabile poiché l’accentramento e il globalismo cederanno il passo al decentramento e alla sovranità nazionale. Tutte le sovranità che il NWO ha lentamente eroso nel corso di questi anni, saranno legittimamente riscattate dagli individui attraverso le loro azioni.

È per questo che la campagna dei “remain” s’è fondata su spauracchi e paura. Oltre a ciò, non c’era uno straccio di motivazione per cui la Gran Bretagna dovesse rimanere in Europa. È questo l’atteggiamento dei burocrati: arroganti e supponenti nei confronti degli altri. Credono di detenere il diritto di governare la società. Chi ha garantito loro questo diritto? Non si sa. Ma sta di fatto che l’Unione Europea ha fatto il suo corso. Sebbene si dica tra la gente che l’UE non poteva funzionare perché nata su presupposti sbagliati, ciò è solo rumore per le azioni reali degli europei: l’Unione Europea non doveva nascere affatto. È una creatura burocratica, e come tale è sempre stata destinata a fallire.

Ciò è ulteriormente dimostrato dalla volontà crescente di altri paesi d’indire lo stesso referendum tenutosi in Gran Bretagna e votare per lasciare/rimanere. Nel frattempo dovranno passare due anni prima che la Gran Bretagna possa concludere tutti i negoziati per rendere effettiva la sua dipartita dall’Europa. Le altre nazioni staranno a vedere perché la Gran Bretagna segnerà un precedente nei negoziati. Infatti le altre nazioni potranno ritenere di poter staccare accordi migliori da una loro dipartita dall’Unione Europea, quindi metteranno pressione alla gigantesca macchina burocratica europea. Ciò è sicuramente vero per Germania, Italia e Francia, le quali offrono i maggiori contributi al budget europeo.

La loro situazione finanziaria non è affatto sicura, e quando saranno scaduti i due anni di negoziati per l’abbandono effettivo della Gran Bretagna, la recessione globale avrà già colpito. Nessuno potrò dire che sarà colpa della Gran Bretagna, perché nessuna delle economie europee è in buone condizioni. Tutte sono sulla stessa barca ed è una barca che sta affondando.

Ma attenzione, perché questa storia non è affatto nuova. Stiamo semplicemente assistendo a come i mercati alla fine correggono SEMPRE gli errori economici. Che siano rimandati nel tempo, o sepolti sotto una mole di regole arbitrarie, ingegneria finanziaria e dispotismi fiscali, si paga sempre dazio qualora si cade in errore. La vera domanda che bisogna porsi è la seguente: quanto dolore economico è necessario affinché l’ambiente economico possa essere purgato da tali errori? A giudicare dalla mole gigantesca d’interventismi messa in campo dalle banche centrali, molto.

Voglio dire, al giorno d’oggi ci sono circa $10,000 miliardi di bond sovrani trattati a rendimenti negativi, mentre il mercato azionario è stimato al 24X dei suoi guadagni reali nonostante i segni di una recessioni siano visibili in ogni dove. Ed è proprio questo il cuore della questione: la più grande bolla della storia finanziaria è stata gonfiata negli ultimi 8 anni nei bond statali. Infatti i membri dei PIIGS non sono diventati improvvisamente nazioni degne di credito perché il livello di disoccupazione è calato o perché sono state applicate riforme strutturali per snellire l’ingerenza statale.

No, è stato l’ukase dello zio Mario nel 2012 che ha scatenato una rissa tra i front-runner e tra gli investitori istituzionali affinché accaparrassero fino all’ultimo pezzo di carta sovrano. I bond statali, quindi, sono diventati come scarafaggi nei motel: sono entrati nei loro bilanci e non sono più usciti. Non è un caso se la BCE stia adesso monetizzando anche i bond IG, visto che non sa più cosa accidenti monetizzare per stimolare un’economia che non vuole assolutamente prendere in prestito a causa del raggiungimento del Picco del Debito.

Ciononostante i banchieri centrali continuano ad interferire con le forze di mercato e impedire a tutti i costi una sana pulizia dell’ambiente di mercato. Inutile ricordare che la risposta di Draghi a possibili incertezze derivanti dal Brexit è quella di emettere maggiore liquidità. E come questo dovrebbe funzionare se finora s’è dimostrato un fallimento? Quantunque vengano ostacolate, le forze di mercato trovano il modo di fare il loro corso, ponendo fine a tutte quelle pianificazioni monetarie che tengono attaccate al supporto vitale artificiale entità economicamente decotte. Un caso di specie è l’Italia.

La situazione finanziaria in Italia è una delle peggiori in Europa, con una tassazione fuori controllo e una spesa pubblica impossibile da arginare. Il comparto bancario, che si tenta di rendere credibile con la ridicola invenzione di Atlante, è ricolmo di crediti inesigibili e banche fallite, come dimostra l’ultimo esempio in ordine cronologico della Popolare di Vicenza. Nonostante la BdI aveva segnalato in un’ispezione la gestione “verticistica” della banca, nulla si è mosso, poiché se gli ingranaggi della burocrazia vengono oliati a dovere allora tutto rimane immobile. E così è stato, nascondendo il reale stato di salute della banca e traendo in inganno i piccoli risparmiatori i quali hanno comprato azioni a prezzi fuori mercato. Adesso, in seguito alla sua crisi, quelle azioni non valgono più nulla, mentre la banca è stata salvata dal fondo Atlante.

Ma le banche verranno salvate perché negli anni precedenti sono state grandi accaparratrici di bond sovrani, e la minima fluttuazione nei tassi d’interesse di tali obbligazioni potrebbe scatenare un caos finanziario a catena. L’attuale sistema finanziario è talmente interconnesso che nessuno ormai sa cosa è di chi e chi possiede cosa. Il fallimento di una banca italiana potrebbe far restringere l’attivo di un’altra banca dall’altra parte del mondo e scatenare così un effetto domino. La crisi LTCM del 1998, in sostanza, è iniziata allo stesso modo, col fallimento di alcune banche thailandesi fino al quasi-fallimento di JP Morgan se non fosse intervenuta la FED.

I salvataggi saranno all’ordine del giorno, ma qual è il limite? Stiamo parlando di un settore bancario che detiene circa €400 miliardi dei €2,000 miliardi di debito pubblico italiano. E dato il ritmo a cui quest’ultimo è cresciuto, arrivando al 135% del PIL, non c’è speranza che possa essere ripagato. Quindi le banche e gli stati sono due zoppi che si appoggiano alla stessa stampella: il contribuente. Ma, come abbiamo visto col caso Popolare di Vicenza, i risparmiatori continuano ad essere uccisi dal punto di vista finanziario dagli errori economici che emergono prorompenti dalle condotte sballate degli anni precedenti. Questo significa minore capacità, da parte degli attori di mercato, di creare ricchezza reale. Questo, di conseguenza, significa minore possibilità da parte della pianificazione centrale di sequestrarne per far sopravvivere le sue sacche di clientelismi un giorno più a lungo.

Inutile ricordare come tutto ciò non possa durare a lungo, poiché, come diceva la Thatcher, alla fine i soldi degli altri finiscono. E quando ciò accadrà, non ci resterà che guardare di sotto date le altezze raggiunte a causa delle sconsideratezze di banchieri centrali i politici. Il QE e i vari LTRO di Draghi saranno ricordati come la mossa più stupida da parte di un banchiere centrale. Questa gente ha agito in questo modo perché ha fede nella pianificazione centrale. Pensa che una manciata di uomini sia in grado di dirigere arbitrariamente una società composta da milioni e milioni di persone. Il Brexit ha dimostrato, per l’ennesima volta, il contrario. Ciò che rimane loro in mano è un mercato con prezzi distorti e una determinazione genuina dei prezzi morta e sepolta.

In questo contesto l’Unione Europea e la BCE sono finiti. La rinnovata voglia di sovranità nazionale rappresenta il proverbiale chiodo nella bara del progetto europeo.

Sarà un piacere veder cadere a pezzi questo mostro burocratico.

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L’influsso nefasto dei cicli economici sul diritto fallimentare (parte terza e ultima)

Mer, 13/07/2016 - 15:23

Fin qui, si è ampiamente illustrato il rigore sotteso alle procedure esecutive concorsuali e al diritto fallimentare in genere. Ora, resta da illustrare come, progressivamente, questo rigore nei confronti del debitore si attenui o, addirittura, venga rinnegato e perché innovazioni simili si debbano, in ultima analisi, al ciclo economico.

Ai nostri fini, almeno per un certo aspetto, si può perfino prescindere da una teoria del ciclo: è notorio, infatti, che i cicli economici, comunque li si voglia spiegare, consistono in una fase di boom, dove viene avviata una molteplicità di progetti imprenditoriali; una fase critica, in cui emerge che gli imprenditori hanno commesso errori in massa; e una di bust, in cui le conseguenze di questi errori vengono eliminate, per quanto possibile, attraverso processi di mercato. Processi che – per quanto ci riguarda – includono la liquidazione dei complessi aziendali attraverso procedure esecutive, anche concorsuali, che mirano soprattutto al massimo recupero (al minimo danno) per i creditori.

Ora, è piuttosto evidente che l’accennato rigore delle procedure presuppone che la crisi dell’impresa sia riconducibile, in misura piuttosto netta, alla colpa dell’imprenditore, almeno in termini di imprudenza; ma il ciclo economico contraddice questo presupposto, perché l’errore e la colpa assumono caratteri sovraindividuali e pervasivi. Se interi settori appaiono contagiati da una frenesia di sviluppo, se il credito facile sembra consentire tutto a tutti, se le prospettive di redditività sono alterate in maniera analoga, si può davvero ritenere che il fallimento dell’impresa Alfa sia colpa del titolare Tizio? Non negli stessi termini rigorosi del mondo che esisteva prima del fenomeno ciclico. Un mondo in cui, dinanzi ad un fallimento, la prima domanda era se il patron fosse scappato con la cassa.

Che, rebus sic stantibus, si faccia largo un atteggiamento di maggior comprensione nei confronti del debitore insolvente, è comprensibile e anche inevitabile: il senso di giustizia non sbaglia nel ritenere che il biasimo maggiore debba ricadere su altre spalle. Salvo poi non capire quali: e qui diventa importante la teoria del ciclo.

Ma ancor più importanti, ai nostri fini, sono le sue implicazioni morali.

Il ciclo economico è l’insieme delle conseguenze di una violazione dei diritti di proprietà: questo assume la teoria Mises-Hayek. La creazione di moneta bancaria, deriva dalla creazione di un doppio titolo di proprietà sulle stesse somme di danaro; l’emissione di moneta-segno nasce mediante la soppressione della convertibilità e sopravvive solo grazie alla coercizione, che impedisce agli attori di mercato di scegliere la moneta più adatta alle loro esigenze. Oltre agli effetti Cantillon, viene perturbato anche l’equilibrio dei contratti, perché l’accipiens del mezzo fiduciario tende ad attribuirgli – in modo inconsapevole – le proprietà della moneta naturale, prima fra tutte la stabilità del potere d’acquisto: l’illusione monetaria, fondamento del principio nominalistico, altera la formazione dei prezzi in danno dei venditori.

In sintesi: il ciclo economico è corruzione, corruzione morale. Ovunque giunga il suo contagio, i princìpi morali su cui si fonda l’economia di mercato vengono erosi, ridiscussi, rinnegati. L’esito logico ultimo del ciclo – a meno di un ritorno alla protezione totale dei diritti proprietà – è il socialismo.

Il suo impatto sul diritto fallimentare costituisce un caso particolare di questo fenomeno corruttivo.

Un’etica incentrata sulla proprietà individuale postula la libertà e l’autoresponsabilità. Quest’ultima, a sua volta, è il fondamento ultimo del rigore verso i debitori insolventi. Il ciclo porta a giustificare le politiche interventiste, che minano la libertà. Ma porta anche a contestare l’autoresponsabilità. Proprio nel campo del diritto fallimentare.

Dapprima, si è avuta la scomparsa del carcere per debiti. E questo sviluppo può ancora considerarsi legittimo: l’autoresponsabilità opera anche in assenza di una colpa vera e propria, perché implica che ciascuno si assuma il rischio insito nelle proprie azioni. oprattutto quando si tratta di rischio di impresa. Quindi, ha senso che il fallimento non sia punito (sempre) come una colpa. Così come non è sempre colpevole un inadempimento contrattuale. E il giudice non si occupa della colpa, ma della sorte dei rapporti economici. E della tutela del creditore.

Ma, dopo il 1914, i cicli economici si son fatti sempre più gravi. Sempre più pervasivi. Sempre meno prevedibili o controllabili. Quindi, l’errore e il fallimento sono apparsi sempre meno imputabili. Di qui la richiesta, a gran voce, di tutele anticicliche. E, in campo fallimentare, di protezione del debitore, non più del creditore. Così, nascono procedure preventive della crisi, in sostanza rinegoziati collettivi del debito. E, soprattutto, si tende ad imporre ai creditori il rischio di impresa.

In ogni contratto, esiste di fatto un rischio di inadempimento, sopportato da ciascuna delle parti. Ben altra cosa è il rischio giuridico di perdere il diritto alla prestazione. Nel fallimento “tradizionale”, il creditore sa in partenza che non riuscirà a riscuotere tutto. Ma, in quello moderno, tende a perdere il diritto di esigere il residuo. Lo scopo della procedura è mutato: sulla tutela del creditore ora fa premio quella del debitore, l’esigenza di consentire all’imprenditore “sfortunato” di ripartire da zero.

Perché, nel mondo dove colpisce il ciclo, il fallimento è assimilato a una disgrazia. Tout se tient.

Intendiamoci: questi cambiamenti sono, probabilmente, il male minore da un punto di vista patrimoniale. Dopotutto, la depressione abbatte le percentuali di recupero del credito in modo molto drastico, nei settori in bust. La montagna di crediti inesigibili non avrebbe grandi probabilità di essere smaltita, neppure a medio termine. Anzi, la traslazione parziale del rischio di impresa potrebbe anche limitare la concessione di credito facile.

Ma, se non si risolvono i problemi alla radice, la corruzione progredirà.

Il “nuovo” fallimento potrebbe limitare i danni in un sistema di free banking. Ma questo tende ad evolvere verso la banca centrale e il connubio con il potere coercitivo. E, una volta che le manipolazioni monetarie non sono più opera dei singoli, ma istituzionali, ogni tentativo di riequilibrio del sistema mediante strumenti di diritto privato è destinato a fallire, perché non interviene sugli attori decisivi.

Di fatto, cosa succede nelle nuove procedure? Che le banche spremono l’attivo fino all’ultima goccia e rinegoziano il credito, mentre i creditori non privilegiati – per esempio i fornitori… – perdono tutto. Il comportamento dello Stato varia da caso a caso; la riforma della legge fallimentare italiana, però, ha consentito la “transazione fiscale”, in sostanza uno sconto sui debiti tributari. Questo sistema è funzionale ai tentativi di perpetuare l’illusione di una “distruzione creatrice”, di una possibilità di ricominciare ex novo, quando in realtà la politica monetaria sta consumando il capitale accumulato dalle generazioni precedenti. I debitori possono fallire ed essere liberati senza aver pagato; i creditori possono perdere ogni diritto senza aver incassato niente, oppure aderire al meccanismo “extend & pretend“; e il carrozzone va avanti da sé.

Qual è l’esito ultimo di un simile andazzo?

La morte della “parola data”, come valore morale e come principio giuridico.

Soprattutto negli Stati Uniti, ormai si teorizza l’efficient breach of contract, secondo cui l’inadempimento contrattuale non è un illecito, ma una scelta razionale fondata su puri calcoli di convenienza. La prassi, come sempre, è più avanzata della teoria: un simile atteggiamento è molto diffuso, soprattutto dove si possa far ricorso a meccanismi come le società “apri e chiudi” o, più in generale, all’abuso della personalità giuridica.

Non occorre aggiungere che, in questo contesto, i contratti di durata e l’ottica di lungo termine fanno una brutta fine. A meno che non si tratti di prestiti bancari, ovviamente.

La corruzione raggiunge lo stadio ultimo: la responsabilità si ribalta nel suo opposto. Parafrasando Bastiat, si può dire: “Lo Stato è la grande finzione per mezzo della quale tutti esigono di essere salvati o tenuti indenni. A spese di tutti gli altri.”.

Questo è il fil rouge che unisce temi in apparenza molto diversi come i salvataggi bancari, le politiche interventiste e il sacrificio dei creditori nelle procedure fallimentari.

Filo rosso anche in senso politico. Perché, senza autoresponsabilità, non si può giustificare moralmente, nè difendere politicamente, la libertà.

Insomma: o fallimento o socialismo.

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TSA, Brexit e l’implosione del mostro burocratico

Lun, 11/07/2016 - 08:34

Sono dell’idea che l’esperienza personale sia un ottimo modo per trasmettere concetti generali alla maggior parte delle persone. Probabilmente perché è possibile condividere con altri eventi similari che hanno caratterizzato le nostre vite. In questo modo entrare in sintonia con i lettori è decisamente più facile. Non solo, ma il messaggio rimane impresso senza il bisogno di un fiume di parole o opera di convincimento.

 

UN TRANQUILLO WEEKEND DI… SICUREZZA

Oggi è una serena giornata estiva. Fuori ci sono -52° ed è soleggiato. Trentanovemila piedi dal suolo non sono l’ideale per prendere una boccata d’aria. Ciononostante, la vista dello Stivale da una così considerevole altezza mi permette di ammirare il nostro paese da un’angolatura diversa. Tutti i problemi e patemi peculiari che si possono odorare stando a contatto con gli individui che popolano l’Italia, passano in secondo piano quando essi diventano talmente piccoli da svanire in un agglomerato di colori e figure geometriche. Il verde dei boschi, l’arcobaleno di auto che scorre lungo le arterie stradali, le abitazioni fuoriuscite da una scatola di Lego, l’azzurro intenso del mare, le scie spumose delle imbarcazioni. Da questa altezza i problemi sembrano letteralmente eterei ed inconsistenti, come se finalmente l’Italia avesse sbrogliato quella matassa di difficoltà che ne ingessano lo sviluppo.

Per un momento si dimentica anche quanto siano diventati invadenti i controlli all’interno degli aeroporti, nonché paranoici. Se la sicurezza delle persone è davvero così a rischio, perché treni e navi non sono altrettanto blindati? E gli autobus? Eppure anch’essi sono obiettivi sensibili. Se lo scopo dei pazzi scatenati è quello di creare il caos, non esiste obiettivo presumibilmente sicuro che possa garantire una certa immunità dalla furia delle bestie selvagge.

In realtà esistono individui, e sopratutto individui pronti. Infatti l’incognita di trovare persone pronte a rispondere ai pazzi scatenati rappresenterebbe un forte deterrente in quegli eventi riguardanti atti di terrorismo. Fino a quanto siamo disposti a farci rovistare nei nostri effetti personali per dimostrare la nostra innocenza? A quante libertà siamo disposti a rinunciare per farci cullare da un’illusione di sicurezza, quando sappiamo benissimo di nuotare in un mare di incertezze? La miglior fonte di sicurezza è quando noi scegliamo di essere sicuri. Armati o disarmati, è esattamente questo quello che ci permette di evitare situazioni potenzialmente dannose in cui la delega di aspetti chiave della nostra sfera individuale finisce per creare mostri burocratici; come la TSA, ad esempio.

 

DISCESA NELL’INFERNO BUROCRATICO

Inizia tutto con una lunga fila. Il simbolismo gioca un ruolo fondamentale nell’invasione delle libertà personali. Questo perché lo stato opera a vari livelli sulla psicologia umana. È questo che gli garantisce la sua presa ferrea sulla mente degli individui. Il ruolo giocato dai dettagli è fondamentale quando si vuole comprendere come lo stato cerca di prevaricare la sfera individuale delle persone.

Le lunghe file, infatti, servono a ricordare lo spreco. Ovvero, quanto la burocrazia sia incapace di valutare uno degli asset più importanti per gli attori di mercato: il tempo. Creando inutili incanalamenti affinché vengano applicati stupidi regolamenti, l’individuo viene privato del giudizio riguardante l’allocazione delle risorse, di conseguenza è come se venisse privato delle sue azioni. Ciò conduce ad errori. Ma i burocrati sono troppo idioti per capirlo. Questo perché sono keynesiani fino al midollo.

Il passo successivo è lo svuotamento delle proprie tasche. Ciò vuol dire che la burocrazia può mettere le mani dove vuole e quando vuole. La proprietà legittimamente acquistata viene sequestrata da coloro in possesso di un distintivo. Non è nemmeno più necessaria la pistola! La sua minaccia scatta automaticamente nella mente della maggior parte degli individui non appena vede il distintivo. Anni e anni di addomesticamento danno i loro frutti.

E se qualcuno vi deruba (accidentalmente o meno)? Scordatevi il rimborso, la burocrazia, e soprattutto gli imbecilli che la compongono, non hanno alcuna cura della vostra proprietà. Ciò che è vostro è loro; in fin dei conti non è questo il volere della maggioranza quando approva mostri burocratici come la TSA? E dov’è la maggioranza quando un branco di idioti invade le vostre proprietà e ognuno di voi vorrebbe gridare allo scandalo? È questo lo scopo della maggioranza, vale a dire, guardare passivamente lo stupro delle libertà individuali mentre ogni singolo individuo urla al suo interno per divincolarsi da questo sopruso? Inutile urlare in quei momenti, è troppo tardi riscoprirsi, volontariamente o involontariamente, amanti della libertà. Questi sono i risultati quando si bela a favore di una maggiore presenza dello stato nella propria vita.

Ma il misfatto più grave arriva successivamente, quando viene invasa la più sacra delle proprietà individuali: quella del proprio corpo. In questo modo si completa un cerchio tracciato molto tempo fa dall’apparato statale, il quale, attraverso il welfare state, ha inondato gli individui con una serie crescente di interventi mirati a scacciare l’indipendenza degli individui nella gestione della propria vita e dei propri beni. Dalla scuola all’assistenza sanitaria fino ai sussidi, lo stato ha sostituito il ruolo centrale delle scelte individuali con la sua influenza accentratrice, dissestando progressivamente il tessuto sociale ed economico. Tale processo non è regressivo e continua la sua escalation nel corso del tempo fino a far annegare tutte le libertà personali, cosa che inevitabilmente si conclude con l’implosione stessa dello stato.

Nel frattempo, però, una valanga di oppressione sommerge gli individui i quali vedono maltrattati e bistrattati i loro corpi. Non c’è possibilità di sottrarsi, nemmeno se ci si conforma chiedendo un minimo di interesse per la propria salute. Voglio dire, quanto è igienico togliersi le scarpe e camminare sullo stesso pavimento su cui hanno camminato Dio solo sa quante altre persone? Eppure la burocrazia è felice di spendere ogni qual volta è in grado di aumentare la propria influenza, soprattutto quando questo avviene col beneplacito degli attori di mercato. Invece la presenza di semplici sacchetti di plastica o altro materiale per prevenire malattie è sempre assente. Perché? Perché è una questione di simbolismo. Ovvero, la comparazione a delle bestie. Le bestie non agiscono, ma vivono per istinto. E questa è un’enorme differenza con gli esseri umani, le cui azioni sono propositive.

Rendendo quanto più istintive possibili le azioni degli attori di mercato, la burocrazia cerca instancabilmente il modo per conformare in un amalgama monoforme la varietà e il differenziamento presenti nell’ambiente di mercato. Questo perché altrimenti non avrebbe potere alcuno. Se la massa tende ad andare istintivamente verso un’unica direzione, allora la burocrazia e lo stato in generale guadagneranno un potere pressoché illimitato.

Ora immaginate se la prossima volta che andate a giocare una partita di bowling, il gestore vi accogliesse con queste parole: “Benvenuti signori e signore. Siamo spiacenti ma abbiamo finito le calze di stoffa per proteggere i vostri piedi. Il nostro locale è affollato perché abbiamo deciso di aprire solo una pista per giocare, quindi vi invitiamo ad aspettare qui per le prossime 3 ore mentre vi girate i pollici.” Non passerà molto tempo prima che un locale simile chiuda i battenti. Perché? Perché il mercato ascolta le lamentele dei clienti e fa di tutto per porvi rimedio, altrimenti la strada verso il fallimento è assicurata. Nessuno si sognerebbe di mettere la vostra salute in pericolo e pensare di poterla fare sempre franca. Ma, soprattutto, nessuno e dico nessuno in un ambiente di mercato si sognerebbe mai di mettervi le mani in tasca e rovistarvi dentro per vedere cosa avete.

Ebbene sì, è questo quello che è diventata la cosiddetta “Land of the free”, un coacervo di piccoli tiranni che vanno in estasi non appena riescono ad aggrappare una briciola di potere. Se un anziano, frastornato da questo gigantesco circo burocratico composto da imbecilli e altra schiuma d’umanità, non svuota totalmente le tasche e inavvertitamente dimentica qualcosa (come ad esempio il portafogli), si vede assalire il proprio corpo da un bastardo con il distintivo che si arroga il diritto d’invadere la proprietà altrui e di rovistarne al suo interno. È davvero sconcertante notare come l’abbattimento della volontà individualista abbia fatto breccia nella mente della maggior parte delle persone, riducendole a meri robot che ciondolano verso l’oblio.

La frustrazione che ne scaturisce viene riversata sul prossimo, ed è qui quindi che notiamo una certa apatia da parte degli individui nei confronti dei propri simili e una rabbia repressa pronta ad esplodere ad ogni pié sospinto. Questa non è la natura dell’essere umano, questa è la natura di una bestia chiusa in gabbia. Lo stato infatti non è l’apice della civiltà moderna, ma l’apice della bestializzazione umana in nome di un presunto bene superiore. In realtà, non esiste nulla di tutto ciò. “The cake is a lie.” Quella attuale è una guerra tra bande che cercano di spartirsi il potere ultimo di possedere quante più anime possibili da sfruttare e vivere al massimo col minimo sforzo. Le élite non sono altro che gli aspiranti direttori di uno zoo, non viviamo affatto in una società civile.

 

LA VIA VERSO L’INFERNO BUROCRATICO È LASTRICATA DI BUONE INTENZIONI

Il fatto che queste misure siano approvate con le migliori intenzioni non ne elimina la natura intromissiva. Infatti è questo presunto interesse verso il bene comune che permette alle peggiori norme di vedere la luce e di ottenerne l’approvazione a livello sociale. È come se la libertà individuale fosse un mezzo di scambio attraverso il quale poter rinunciare a piacimento e comprare sicurezza. Ciò si basa sul presupposto che, in quanto individui e apoditticamente liberi, possiamo riprenderci le nostre libertà individuali qualora vogliamo. Ma lo stato non è composto da uomini. Lo stato è un’idea: il monopolio della forza sugli individui. L’idea non ha sentimenti o compassione, l’idea è quella che è poiché essa viene pensata. Di conseguenza non può essere sottoposta a mutamenti, poiché solo un essere pensante può mutare, mentre invece l’idea, essendo pensata, rimane quello che è per tutto il tempo in cui viene applicata.

È per questo motivo che lo stato non può essere cambiato. Chiunque voglia provarci si scontrerà sempre con una forza contraria che renderà vani tutti i tentativi di equiparare stato e libero mercato. Lo stato minimo, infatti, è un ossimoro in quanto costringe l’apparato statale ad andare contro la sua natura. Non sorprende, quindi, se gli esempi di stato minimo abbiano infine fallito e si è passati progressivamente ad un’invasione crescente delle libertà individuali degli attori di mercato.

Lo stato è un’idea e come tale quando applicata non si ferma finché non raggiunge lo scopo per cui è stata pensata: pianificazione di ogni aspetto della vita sociale. Problema: l’idea, seppur pensata, è in contrasto con una concorrenza di altre idee che spingono per essere applicate. Sabotare questo processo è impossibile, perché significherebbe sterminare gli esseri pensanti. In sostanza, è per questo che lo stato non avrà mai successo a soggiogare gli esseri pensanti, o attori di mercato. Lo stato è un’idea pensata, mentre invece gli attori di mercato sono esseri pensanti che possono far nascere nuove idee. È l’eterna lotta tra staticità statalista e dinamicità del libero mercato.

La prima cerca di rincorrere la seconda a suon di normative e restrizioni, ma il divario è incolmabile. Non è un caso se il caos burocratico a livello europeo stia rendendo la vita impossibile agli attori di mercato, ma questo significa una crescente mancanza di conformazione e fallimenti nel lungo periodo. Scrisse Mises in Bureaucracy:

L’interventismo economico è una politica controproducente. Le singole misure che applica non raggiungono i risultati perseguiti. Conducono ad uno stato di cose che, dal punto di vista dei suoi stessi sostenitori, sono molto meno auspicabili rispetto alla situazione che dovevano modificare. La disoccupazione prolungata, i monopoli, la crisi economica, la restrizione generale della produttività, il nazionalismo economico, e la guerra sono le conseguenze inevitabili dell’interferenza statale con le imprese. Tutti questi mali per i quali i socialisti incolpano il capitalismo, sono il prodotto di questa presunta politica “progressista”. Gli eventi catastrofici, che sono un vantaggio da sfruttare per i socialisti radicali, sono il risultato delle idee di chi dice: “Io non sono contrario al capitalismo, ma…” Queste persone non sono altro che alfieri della socializzazione e della burocratizzazione. La loro ignoranza genera il disastro.

Ma per quanto possa essere rigido l’assetto statalista, alla fine paga il dazio della sua natura. Gli errori all’interno dell’ambiente di mercato diventano incontrollabili e la burocrazia deve cedere porzioni di sovranità per non crollare sotto il suo stesso peso. Ciò è accaduto, ad esempio, nel periodo post-seconda guerra mondiale in Germania, dove il Ministro delle Finanze, Ludwig Erhard, si distaccò dai “consigli” provenienti dagli Stati Uniti e rifiutò in toto l’implementazione di controlli dei prezzi e razionamenti per far riprendere l’economia tedesca. Al contrario, permise una discesa dell’offerta di denaro del 90% e tagliò l’imposta sul reddito dall’85% al 18% per i redditi superiori ai 2,500 marchi. Inutile dire che l’economia più ampia reagì positivamente a queste disposizioni e, in virtù di una maggiore libertà, le attività commerciali aumentarono la loro offerta di beni e la produzione industriale salì del 50% nel solo 1948.

Erhard comprese come la dismissione dei controlli sui prezzi, l’introduzione di principi monetari sonanti e l’abbattimento della tassazione, erano gli ingradienti principali per permettere agli individui di organizzare al meglio l’ambiente economico che li circondava in accordo con le loro necessità; e non far accordare l’ambiente economico con le necessità dello stato. Questo non solo permise a Erhard di rimanere in carica per parecchio tempo e di consentire all’economia tedesca devastata di rimettersi in carreggiata, ma anche di impedire al mostro burocratico di mangiare di nuovo fette crescenti dell’economia tedesca.

Ciò in netto contrasto con l’economia inglese, ad esempio, dove i controlli dei prezzi non vennero aboliti fino al 1954 e il suo governo socialista post-bellico nazionalizzò le industrie chiave della nazione. La differenza marcata tra declino economico dell’Inghilterra e ascesa economica della Germania incarna l’essenza della rovina burocratica e della benedizione di mercati liberi. Non è un caso se la sterlina perse il suo ruolo di riserva mondiale nel 1944. Infatti 30 anni prima, quando l’Inghilterra decise d’inflazionare la massa monetaria per sostenere i propri sforzi bellici e sospendere il gold standard, i burocrati inglesi gettarono le basi per questo esito inaspettato. Sono pur sempre umani, e di conseguenza le loro azioni sono altamente fallibili, soprattutto quando cercano di tenere insieme apparati composti da migliaia e migliaia di attori di mercato. Il cervello umano non è predisposto per funzionare in questo modo.

Quindi nel 1922, quando alla conferenza di Genova si decise di riportare l’Inghilterra ad un gold standard, lo si fece con una parità aurea ai tassi pre-bellici. Churchill decise d’ignorare l’enorme inflazionamento della massa monetaria durante la guerra e ben presto, nel 1926, l’Inghilterra divenne il presagio della Depressione che sarebbe scoppiata tre anni più tardi, con il suo oro che lasciava la patria a ritmi frenetici. Questi eventi permisero al dollaro di affiancare la sterlina come valuta di riserva mondiale. Infine, nel 1939, quando l’Inghilterra sospese di nuovo la conversione sterlina/oro, il ruolo della sterlina come riserva mondiale cessò definitivamente, cosa che venne ufficializzata a Bretton Woods quando il dollaro scalzò la sterlina e le opinioni di Keynes vennero ignorate. Perché vennero ignorate? Perché se gli Stati Uniti avessero ceduto alle sue opinioni, avrebbero perso mordente nei negoziati mondiali e non avrebbero potuto assestare il “colpo mortale” alla sterlina e all’impero britannico.

Adesso il dollaro sta assaporando lo stesso destino. La burocrazia è fallimentare nel lungo periodo ed è incapace di organizzare la società secondo schemi sostenibili. L’ultimo esempio è il Brexit. Ci sono voluti 70 anni affinché il NWO realizzasse il gigantesco mostro burocratico rappresentato dall’Unione Europea, ma ce ne vorranno di meno affinché cada a pezzi. Le idee obsolete muoiono. Vengono sostituite da nuove idee. Chi le ha le nuove idee? Gli attori di mercato, i quali non si preoccupano affatto di trattati internazionali e altra immondizia simile, mentre si preoccupano invece delle proprie attività e attraverso di esse delle attività altrui. Lo scambio di mercato è quello che permette agli attori di mercato di poter attingere dal miglior modo di relazionarsi con gli altri.

Agli attori di mercato non interessa se il mostro burocratico dell’Europa cade a pezzi, perché essi andranno avanti con la loro vita e le loro attività. E con essi la società nel suo complesso. Nessuna tragedia, quindi, ma sicuramente grande devastazione per i programmi ben congeniati dei parassiti burocratici. Queste sono buone notizie per le nostre libertà individuali.

La perdita di fiducia nell’attuale sistema a pianificazione centrale è visibile a tutti. Non è ancora sufficiente a sovvertire l’intero sistema, ma quando arriverà la prossima recessione suddetta perdita di fiducia sarà più ampia. Ora si tratta di negoziare i migliori termini per l’uscita. Migliore sarà l’accordo, più i movimenti euroscettici saranno tentati a promuovere con maggiore strenuità le loro posizioni. “Possiamo staccare un accordo migliore!” Stiamo assistendo alla lenta fine di un’era, ma questo non significa affatto la fine della società. È un nuovo inizio.

 

CONCLUSIONE

Quando ci si lascia alle spalle mostri burocratici come la TSA, si accede ad un ventaglio di attività che desiderano soddisfare i bisogni dei viaggiatori. E se falliscono? Chiudono bottega. Nessuno si dispera. Nessuno si strappa i capelli su futuri disastri riguardanti la chiusura di un’attività commerciale. C’è dispiacere, ma tutto finisce lì. Perché? Perché qualcuno la sostituirà e offrirà maggiore efficienza correggendo gli errori dell’attività precedente. Passo dopo passo, dispotismo dopo dispotismo, la burocrazia rimane a corto di fondi e di supporto popolare.

Ma ciò che vale per l’individuo, vale anche per le nazioni.

Quando ci si lascia alle spalle mostri burocratici come l’UE, si accede ad un ventaglio di nuove opzioni che garantiscono agli individui una maggiore facoltà di scelta. Normative complesse e costose lasciano il passo ad un’interazione volontaria tra attori di mercato, cosa che si traduce in un miglioramento del benessere sociale ed economico. Esempi come la Germania post-seconda guerra mondiale, la Cina post-Mao e la Russia post-1991, ci ricordano come mercati più liberi vanno a beneficio della società nel suo complesso.

Questa è la ragione per cui l’Occidente continua a tentennare lungo il baratro del fallimento, mentre le nazioni in via di sviluppo cavalcano l’onda del futuro. Le sabbie mobili della normativa burocratica asfissiante inghiottiranno tutti coloro che decideranno di rimanere nelle sue grinfie.

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L’ABC dell’economia di mercato

Ven, 08/07/2016 - 08:44

Esistono due modi attraverso i quali la vita economica può essere organizzata. Il primo è attraverso la scelta volontaria degli individui e delle famiglie, attraverso la volontaria cooperazione. Questo sistema è conosciuto come “libero mercato”. L’altro metodo è attraverso gli ordini di un dittatore. Questa è un economia comandata. Nella sua forma più estrema, quando uno stato organizzato espropria i mezzi di produzione, viene chiamato socialismo o comunismo. La vita economica deve essere organizzata prevalentemente con un sistema o con l altro.

Può, naturalmente, essere un mix dei 2 sistemi, come sfortunatamente avviene nella maggior parte degli stati odierni, ma il mix tende ad essere instabile. Se è un mix di libero mercato ed economica di coercizione, quest’ultima tende ad aumentare costantemente.

Una caratteristica necessita di essere enfatizzata. Un “libero” mercato non significa e non ha mai significato che chiunque possa fare ciò che vuole. Da tempo immemore l’umanità opera sotto leggi scritte e non. Sotto un sistema di mercato, come qualunque altro, è vietato uccidere, molestare, derubare, o in qualunque modo danneggiare deliberatamente qualcun altro. La libera scelta e tutte le altre libertà individuali sarebbero altrimenti impossibili. Un sistema economico tuttavia deve essere prevalentemente un sistema libero o comandato.

Sin dall’emergere e dal diffondersi del Marxismo, la gran parte delle persone che discutono pubblicamente di questioni economiche è stata confusa. Recentemente una persona eternamente eminente è stata citata denunciando i sistemi economici che risponde “unicamente alle forze del mercato”, e che sono governati dal “motivo del profitto individuale più che dai bisogni della moltitudine”. Egli ha avvisato che un tale sistema potrebbe mettere “l’offerta mondiale di cibo ancora più a rischio”

La sincerità di queste affermazioni è al di la di ogni dubbio. Ma ciò mostra come le frasi possano tradirci. Siamo giunti a credere che il “motivo del profitto” come di un egoista linea guida per pochi già ricchi i cui profitti deriverebbero spese di chiunque altro. Tuttavia nel suo seno più ampio “il motivo del profitto” è qualcosa che ognuno di noi condivide e deve condividere. É un comportamento universale fare si che le condizioni in cui viviamo siano più soddisfacenti per noi e per le nostre famiglie. È il motivo dell’autoconservazione. É il motivo del padre che non sta solo cercando di sfamare dare una casa a se steso, ma anche a sua moglie ed ai suoi figli, e rendere le condizioni della sua intera famiglia, se possibile, sempre migliori. É il motivo dominante di tutte le attività produttive.

 

Cooperazione volontaria

Tale motivo è spesso definito “egoista”. Non c’è dubbio che in parte lo sia. Ma è difficile immaginare come l’umanità (o qualsiasi altra specie animale) sarebbe potuta sopravvivere senza un minimo di egoismo. L’individuo deve assicurarsi per prima cosa di sopravvivere prima di preoccuparsi di far sopravvivere la specie. Il motivo del profitto è raramente qualcosa meramente egoista .

In una società primitiva “l’unità” è raramente l’individuo, piuttosto la famiglia, o anche il clan. La divisione del lavoro inizia all’interno della famiglia. Il padre caccia o ara i campi; la madre cucina, porta e accudisce i bambini; i bambini raccolgono la legna da ardere e così via. All’interno del clan o di un gruppo più ampio c’è un ancor più minuta sub divisione del lavoro. CI sono contadini, carpentieri, idraulici, architetti, sarti, barbieri, dottori, avvocati, sacerdoti e così all’infinito. Essi riforniscono l’un l’altro scambiandosi i propri servizi. A causa della specializzazione , la produzione aumenta più che proporzionalmente ; si diviene incredibilmente efficienti ed esperti. Si sviluppa così un immenso sistema di volontaria cooperazione produttiva e scambio volontario.

Ognuno di noi è libero (entro certi limiti) di scegliere l’impiego in cui si è specializzato. E nello sceglierlo è guidato dalla retribuzione relativa, dalla facilità o difficoltà, dal grado di piacevolezza , dai doni, dalle abilità e dall’addestramento che richiede. La sua ricompensa è data da quanto più gli altri reputano utili i suoi servizi.

 

L’economia di libero mercato

Questo immenso sistema cooperativo è chiamato economia d libero mercato. Non è pianificato intenzionalmente da qualcuno. Si è evoluto. Non è perfetto, nel senso che conduce alla produzione pi bilanciata possibile e/o distribuisce le sue ricompense e punizioni nell’esatta proporzione del merito economico di ognuno di noi. Ma ciò non ce lo possiamo attendere da nessun “sistema” economico. Il fato di ognuno di noi è sempre influenzato dagli incidenti, e catastrofi così come dalle benedizioni della natura – pioggia, terremoti, tornado, uragani, e altro. Un inondazione o la siccità potrebbero distruggere un raccolto, portando il disastro a quegli agricoltori direttamente colpiti, e forse prezzi e profitti da record per quelli che sono stati risparmiati. E nessun sistema può prevenire i difetti degli uomini che lo compongono – relativa ignoranza, inettitudine, o pura fortuna , la mancanza di perfetta previsione e onniscenza da parte di tutti noi.

Tuttavia gli alti e bassi dell’economia di libero mercato tendo ad auto-correggersi. La sovrapproduzione di auto o appartamenti condurrà ad una loro minor produzione per l’anno successivo. Un magro raccolto di grano o frumento causerà un maggior numero di semine di grano per la stagione successiva. Anche prima che ci fossero statistiche governative, i produttori erano guidati dai prezzi e profitti relativi. La produzione tenderà ad essere sempre più efficiente perché i produttori meno efficienti saranno spazzati via ed i più efficienti saranno incoraggiati ad espandere la produzione. Le persone che riconoscono i meriti di questo sistema lo chiamano economia di mercato o d’impresa privata. Coloro che vogliono abolirlo lo hanno chiamato — fin dalla pubblicazione de Il Manifesto del Partito Comunista nel 1848 — capitalismo. Il nome era inteso come dispregiativo – implicando che fosse un sistema ideato per e da “i capitalisti ” — per definizione disgustosi ricchi che usavano i loro capitali per schiavizzare e “sfruttare” i “lavoratori” .

L’intero processo è stato grossolanamente distorto. L’imprenditore mette a repentaglio i risparmi che ha accumulato in quella che ritiene essere un opportunità. Non ha alcun assicurazione sul successo Ha dovuto offrire la paga corrente, o addirittura migliore, per attrarre lavoratori dagli impieghi esistenti. La dove ci sono gli imprenditori di maggior successo tendono ad esserci anche le paghe più elevate. Marx parlava come se il successo di ogni nuova impresa fosse una certezza anziché un azzardo. Ciò risulta nel suo condannare l’investitore per la sua assunzione del rischio e per il suo essere audace. Marx riteneva garantito il profitto. Sembra che ritenesse che la ricchezza non posa mai essere onestamente accumulata dall’assunzione di rischi che si dimostrano un successo ma che potesse essere unicamente ereditata. Ignorava le statistiche dei continui fallimenti delle imprese.

Tuttavia l’etichetta di “capitalismo” ha reso un tributo non voluto ad uno dei più alti meriti di questo sistema. Fornendo ricompense ad alcune persone che hanno rischiato il proprio capitale, ha fatto si che che continuassero a giungere a tali lavoratori sempre più e migliori strumenti per aumentare costantemente la produzione pro capite. Il sistema della proprietà privata è il sistema più produttivo che sia mai esistito.

Il Manifesto del Partito Comunista è stato un appello alle masse ad invidiare ed odiare i ricchi. Disse loro che la loro unica salvezza era quella di “espropriare gli espropriatori”, per distruggere il capitalismo alla radice e prendere il potere attraverso una rivoluzione violenta. Marx ha tentato una razionalizzazione di questo corso , costruita sopra a ciò che vide come le inevitabili deduzioni della dottrina di Ricardo. Quella dottrina era in errore; nelle mani di Marx l’errore divenne odioso. Ricardo concluse che il valore derivava dal “lavoro” (il che potrebbe essere vero se si considerasse il lavoro dall’inizio del tempo – tutto il lavoro di chiunque che entrò nel processo produttivo di case, pulizia e aratura della terra, nella creazione delle industrie, degli attrezzi e delle macchine. Marx tuttavia scelse di usare il termine riferito solo al lavoro corrente , e solo il lavoro dei dipendenti stipendiati. Ciò ignorava completamente il contributo dei beni capitali , la giusta previsione o fortuna degli investitori, le abilità degli amministratori e tanti altri fattori.

 

Gli errori di Marx

Gli errori teoretici di Marx sono stati esposti da una serie di brillanti scrittori. In effetti, gli errori teorici di Marx sono stati esposti da un numero sconfinato di autori. Le sue assurde conclusioni sarebbero potute essere smentite già nel periodo in cui Il Capitale fu pubblicato, attraverso un attenta analisi delle informazioni al tempo disponibili circa redditi, paghe e profitti.

Il tempo delle statistiche organizzate, abbondanti ed anche “ufficiali” non era ancora giunto. Solo per citare una delle cifre che adesso conosciamo: nei dieci anni dal 1969 al 1978 ,inclusi, le corporazioni Americane “non finanziarie” stavano pagando i propri impiegati per il 90.2 % dell’ammontare totale disponibile e d il 9.8% ai creditori. La cifra si riferisce ai profitti dopo le tasse. Tuttavia solamente la metà di questo ammontare – il 4.1% – fu pagato nel corso dei 10 anni attraverso i dividendi. (un sondaggio condotto nello steso periodo indicava come l’opinione pubblica ritenesse che agli impiegati andasse il 25% del totale ed agli azionisti il 75%).

Le diatribe di Marx ed Engels, tuttavia, hanno portato alla Rivoluzione Russa del 1917, il massacro di decine di migliaia, la conquista e la collettivizzazione da parte della Russia di una mezza dozzina di nazioni confinanti, e allo sviluppo e produzione di armi nucleari che minacciato a sopravvivenza stessa dell’umanità.

Economicamente, il comunismo si è rivelato un completo disastro. Non ha solamente fallimento nell aumentare il benessere delle masse; lo ha pesantemente ridotto. Prima della rivoluzione il grande problema annuale della Russia era quello di trovare mercati esteri sufficienti per la propria eccedenza di grano. Oggi il suo problema è importare e pagare per vettovagliamenti inadeguati.

Il Manifesto del Partito Comunista e la quantità della propaganda socialista che ha ispirato continuano a d esercitare un immensa influenza. Anche molti tra coloro che si autodefiniscono fortemente anticomunisti, sentono che il modo migliore per combattere il socialismo è di fargli concessioni. Alcuni accettano il socialismo di per se — ma il socialismo “pacifico” — come l’unica a cura per i “mali” del capitalismo. Altri concordano sul fatto che il socialismo nella sua forma più pura non è desiderabile, ma i supposti “mali” del capitalismo sono reali- manca di “compassione”, non fornisce un “paracadute” per i poveri e gli sfortunati. ; non ridistribuisce la ricchezza in modo “equo” — in una parola fallisce nel fornire “giustizia sociale”.

Tutte queste critiche prendono per assunto che ci sia una classe di persone, i nostri funzionari pubblici, o per lo meno altri politici che potremmo eleggere al loro posto, che potrebbero sistemare tutto se avessero la volontà di farlo.

Ed è proprio ciò che i nostri politici promettono da mezzo secolo.

Il problema è che i loro tentavi legislativi si rivelano sistematicamente sbagliati.

Ci si lamenta che i prezzi sono troppo alti.Viene varata una legge che impedisce che aumentino. Il risultato è che sempre meno beni vengono prodotti, o si sviluppa il mercato nero. La legge viene ignorata o, finalmente, ritirata.

Si dice che gli affitti siano troppo alti. Limiti agli affitti vengono imposti. Si cessa la costruzione di nuovi appartamenti , o per lo meno, se ne costruiscono meno. Vecchi appartamenti rimangono vuoti., e vanno in decadenza. Alla fine affitti eventualmente più alti di prima vengono permessi per legge, ma sempre ad un livello minore di quanto stabilirebbe il mercato. Il risultato è che gli affittuari , nel cui interesse si è imposto il tetto agli affitti, alla fine soffrono anche più de proprietari a causa della cronica scarsità di alloggi disponibili.
I salari sono ritenuti troppo bassi. Si stabiliscono salari minimi. Il risultato è che i giovani, specialmente quelli neri, sono eliminati dal mercato del lavoro e rimangono senza stipendio. La legge incoraggia forti sindacati e obbliga i datori di lavoro a contrattare collettivamente con essi. Il risultato è spesso un salario eccessivo e una cronica disoccupazione.

Sussidi alla disoccupazione e gli schemi per l’Assistenza Sociale sono implementati per fornire una “rete di sicurezza”. Ci riduce l’urgenza per i disoccupati per trovare un nuovo e meglio pagato impiego riducendo l’incentivo a cercarlo. Il pagamento dei sussidi alla disoccupazione e delle altre “reti di sicurezza” continuano ad aumentare. Per pagarle si aumentano le tasse. Ma non forniscono gli introiti preventivati perché la tassazione stessa riducendo l’incentivo al profitto e aumentando le perdite si riduce il numero di imprese e la produzione.La spesa e le reti di sicurezza sono aumentate. La spesa a deficit compare e aumenta. Appare l’inflazione deprimendo ulteriormente la produzione. É triste da dire ma queste conseguenza sono apparse in una nazione dopo l’altra. É difficile trovare un solo stato oggi che non sia diventato uno stato sociale fallito, con una moneta in costante svalutazione. Nessuno ha il coraggio di suggerire di eliminare o di ridurre i sussidi e le reti di sicurezza a livelli accettabili. Al contrario il rimedio proposto ovunque è “tassa il ricco” ( il che ovunque conduce a includere le classi medie) ancora di più, e redistribuire la ricchezza.

 

Guidati dal Profitto

Ritorniamo al punto di partenza. L’eminente persona che ho è allora in errore quando dice che siamo governati dal motivo del profitto per pochi piuttosto che dai bisogni dei più. Il motivo del profitto tuttavia è semplicemente il nome per l’incentivo universale, comune a tutti gli uomini e famiglie – l’incentivo a sopravvivere e a migliorare la propria condizione. Alcuni di noi riescono in questo risultato meglio di altri. Tuttavia è precisamente il motivo del profitto che deve essere la base per soddisfare i bisogni dei più.

É strano che così poco risalto è stato dato al fatto che un uomo non può arricchirsi senza rendere pi ricchi gli altri, sia che questo sia il suo intento o meno. Se investe e da avvio nuove imprese di successo, deve assumere un numero crescente di lavoratori, aumentare le paghe a causa dell’aumento di domanda che lui stesso ha causato. Egli sta fornendo ai consumatori o un miglior prodotto rispetto a quello precedentemente disponibile, o di uguale qualità ma ad un prezzo minore, avendo così più denaro per acquistare altro. Anche se cerca di aumentare esclusivamente la domanda per il proprio prodotto aiuta a fornire maggior occupazione e/o paghe più alte; se reinveste i profitti per aumentare la produzione della propria azienda fornisce in maniera diretta pi occupazione, più produzione, più beni.

Siamo dunque grati quando gli altri hanno successo nel motivo del profitto. Ovviamente, nessuno dovrebbe rispondere solamente “alle forze del mercato”. Fortunatamente solo alcuni lo fanno. Gli americani non sono solo tra i popoli più ricchi al mondo ma anche tra i più generosi. É soltanto quando ognuno di noi ha più di quanto gli occorra che può usare il suo sovrappiù per aiutare gli altri a soddisfare i propri bisogni. La cooperazione volontaria è la chiave.

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Un altro giorno nell’Europa regolamentata

Mer, 06/07/2016 - 09:07

Era stata una notte tranquilla in Europa, dove tutte le donne sono forti, gli uomini sono di bell’aspetto, e i bambini sono sopra la media. Martin si svegliò nel suo letto regolamentato Ue e guardò attraverso la finestra regolamentata dall’Ue. Quella notte, Martin aveva dormito come un bambino grazie alle 109 normative comunitarie in materia di cuscini, alle 5 regolamentazioni comunitarie in materia di federe, e alle 50 leggi Ue che regolamentano i piumoni e le lenzuola.

Martin andò a lavarsi i denti con lo spazzolino da denti regolamentato da 31 leggi europee. Dopodiché il nostro uomo regolamentato dall’Ue andò nella sua cucina regolamentata Ue per afferrare una mela Classe 1 regolamentata Ue. Per il bene della società, l’Ue ha definito ciò che attualmente è un frutto di “Classe 1”: per classificare una mela di ‘varietà rossa’ come “Classe 1” il 50% della sua superficie deve essere rossa.

Per classificare una mela di ‘colorazione mista di varietà rossa’ come mela di “Classe 1” il 33% della sua superficie deve essere di colore rosso, e così via per le 3 classi di qualità e le 287 varietà di mele con nome individuale. Martin mangiò frutta e verdura perché il governo gli ha detto che è la cosa giusta da fare.

Accese il televisore e ascoltò con attenzione il messaggio governativo ‘mangia cinque porzioni di frutta e verdura’. La mela di Martin non era molto gustosa, ma almeno era controllata da un’autorità centrale europea. ‘Non è fantastico’, pensò Martin, ‘l’UE si prende cura del nostro cibo. Ora possiamo mangiare prodotti solo belli e sicuri!’.

Martin sta pagando il 40% in più per il suo cibo a causa delle politiche agricole altamente protezionistiche dell’Unione europea, ma è il prezzo che si deve pagare per la civiltà. Martin non riusciva a capire le critiche spurie verso la regolamentazione del super-Stato europeo. Le regolamentazioni sono necessarie, sono le regole del gioco, senza di loro, come potrebbero le persone collaborare insieme? Costruire strade? Scuole? La produzione di banane! Senza l’Unione europea, chi proteggerebbe i consumatori dai capitalisti in cerca di profitto che vendono piccoli kiwi? Chi salverebbe i Paesi in bancarotta e i loro governi corrotti? Ovviamente alcune persone potrebbero sostenere che gli individui cooperano e scambiano liberamente insieme, ma questo sembrava a Martin come una desolante utopia.

Una simile visione della società difesa dai fondamentalisti del libero mercato è ovviamente destinata a fallire. Martin, quale fiero europeista, era fiducioso circa la capacità degli illuminati burocrati Ue di portare la pace e la prosperità in Europa, grazie alle dettagliate norme riguardanti ogni aspetto della vita umana.

Poiché Martin aveva capito l’importanza di limitare i rapporti liberamente contrattati tra gli individui attraverso le normative, smise di mangiare cetrioli nel 2009 quando l’Ue smise di imporre restrizioni sulla curvatura dei cetrioli se si volevano venderli come “Classe 1” o “Extra”. L’anarchia nella produzione di cetrioli che ne seguì era insopportabile e, infine, avrebbe annientato l’intero mercato del cetriolo.

Martin aveva lavorato a lungo a Bruxelles per l’Unione europea come direttore della ‘sottocommissione porte, finestre, e altre cose da regolare’. Sapeva come funzionava tutta questa burocrazia, sapeva che sbarazzarsi della burocrazia sarebbe stato socialmente e umanamente distruttivo.

Cosa avrebbero fatto i burocrati Ue se avessero perso il loro lavoro? Non hanno mai lavorato nel settore privato! Non sanno come funziona! Il loro vantaggio comparato è quello di dirigere, regolare, dettare, il modello e, per favore, la gente dovrebbe rispettarlo! Martin volle pulire il suo appartamento con il nuovo aspirapolvere eco-compatibile, a basso consumo, regolamentato Ue.

Ma questa bellezza regolamentata non poteva aspirare qualsiasi cosa dato che la sua potenza era stata limitata dal centro della vitalità europea: Bruxelles. Potrebbe essere stato meglio così, perché questo mese Martin era a corto di denaro e l’energia elettrica in Europa è molto costosa per soddisfare le esigenze del pianeta.

In effetti, le energie verdi sono in forte crescita in Europa. L’Unione europea ha fatto in modo che quelle energie verdi abbiano la priorità sulla rete elettrica. Ma questo presuppone che si disponga di un impianto dell’energia elettrica flessibile e complementare con l’energia solare ed eolica. Quindi, al fine di soddisfare le esigenze del pianeta, le centrali nucleari stanno chiudendo ovunque in Europa e sono sostituite da centrali a carbone altamente ecologiche.

Martin ha sempre trovato sconcertante che la gente non capisca il valore estetico di una gigantesca turbina eolica nella campagna francese. Ovviamente, i burocrati di Bruxelles hanno un gusto migliore. Nonostante il suo orologio regolamentato Ue, Martin era in ritardo per il pranzo con suo fratello Daniel.

Daniel era un giovane idealista che cerca di creare (in meglio o in peggio) una start-up per la vendita di servizi logistici alle piccole imprese. Martin ha sempre pensato il fratello come un essere intellettualmente limitato. Entrambi seduti e ordinanti una insalata nizzarda. Daniel desiderava più olio di oliva, ma a causa della più recente interferenza gastronomica proveniente direttamente da Bruxelles, le caraffe e i piatti a base di olio d’oliva sono stati vietati nei ristoranti.

Daniel sapeva che suo fratello avrebbe voluto parlare del suo argomento preferito: l’Unione europea. Non poteva resistere nel prendere in giro il fratello.

«Ho letto un articolo su internet lamentante gli sprechi da parte delle istituzioni europee», disse Daniel nascondendo il suo sorriso.

«Non ti preoccupare, il tuo denaro è ben speso con l’Ue», rispose Martin infastidito.

«Come lo sai?».

«Beh, abbiamo creato una commissione per indagare il potenziale spreco di denaro dei contribuenti».

«E quale è stata la sua conclusione?».

«Abbiamo bisogno di aumentare il bilancio dell’Ue del 25 per cento».

«Del 25 per cento! Come è possibile? Dove troverete tutto questo denaro?».

«Come ho detto, è ben speso. Inoltre, non è molto importante, dopo tutto, ci sono solo 30.000 funzionari europei».

«È molto facile dire che l’Ue scrive le leggi e lascia agli Stati membri fare le spese».

«Una tradizione burocratica che è davvero sopravvissuta per secoli!».

«Penso ancora che l’Unione europea non abbia bisogno di tutti quei soldi».

«La spesa pubblica non è ciò che vi serve».

«Cosa allora?».

«Daniel, se tu fossi nel settore pubblico e iniziassi a dare soldi indietro, loro te ne darebbero di meno la prossima volta e non saresti in grado di finanziare tutte le cose grandi e necessarie che oggi stiamo finanziando».

«Quali cose grandi e necessarie?».

«Come puoi chiedere una domanda del genere?», disse Martin oltraggiato.

«E più precisamente?».

«L’Erasmus per esempio! Dare l’opportunità agli studenti di studiare all’estero».

«Oh sì! Un mio amico l’ha fatto. Non so dei suoi studi, ma so che in effetti ha finanziato il suo bere e divertirsi».

«Tu sei cinico! C’è anche la Feder per finanziare le regioni europee sottosviluppate».

«Vuoi dire che sovvenziona governi regionali e nazionali corrotti come quello in Grecia?».

«Ma noi non possiamo fare nulla!».

«So che voi ragazzi non potete».

«L’Ue sta inoltre spendendo al fine di salvare la nostra agricoltura!».

«Come qualcuno una volta mi ha detto, ‘In primo luogo, regolamentala. In secondo luogo, tassala, In terzo, sovvenzionala’. Per non parlare dei prezzi elevati pagati dai consumatori».

«Se solo l’Ue potesse tassare…».

«Poi quali altre cose utili ci sta fornendo l’Ue?».

«Alcune spese per infrastrutture, cultura, eccetera».

«Ma perché l’Ue è il miglior soggetto politico per prendersi cura di queste cose? Non è una contraddizione con il principio di sussidiarietà?».

«L’Ue non conosce contraddizione!».

«Ancora non hai risposto alla mia prima domanda».

«L’Ue deve finanziare queste cose perché costringono le persone a vivere insieme».

«Vuoi dire che costringe le persone a pagare per cose di cui non beneficiano. Non devi costringere le persone a vivere insieme, vivono insieme perché è nel loro interesse comune».

«Ma Daniel, non spendere per tutte quelle cose minerebbe le basi stesse della nostra civiltà!».

«Ma le risorse per quanto possibile dovrebbero essere economizzate, vero?».

«Tu non capisci come funziona il settore pubblico! Nel settore privato si misurano le prestazioni dalle dimensioni dei tuoi profitti, nel settore pubblico si misurano le prestazioni dalle dimensioni del tuo budget. È parte della divisione del lavoro: il settore privato economizza le risorse e il settore pubblico le spende».

«Non sono certo di quello che stai dicendo, Martin. Che dire della Brexit? Pensi che gli inglesi dovrebbero lasciare l’Unione europea?».

Martin era un democratico, ma non così tanto quanto il suo essere un sostenitore dell’Unione europea. A suo avviso, la democrazia è un bene, purché sia compatibile con l’idea di Ue. Martin non era ingenuo, sapeva che la maggior parte delle persone sono incredibilmente stupide e dovrebbero essere dirette nelle loro decisioni.

Era pienamente concorde con Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, che «quando la cosa diventa seria, bisogna mentire» e che «noi prendiamo una decisione e la presentiamo al pubblico e quindi attendiamo per qualche tempo e guardiamo cosa succede. Se non ci sono lamentele degne di nota e alcun scontro, poiché la maggior parte della gente non capisce quello che abbiamo deciso in ogni caso, dobbiamo solo andare avanti, passo dopo passo, fino a raggiungere il punto di non ritorno».

Come Junker, Martin era per dibattiti “segreti” e “oscuri”, perché la gente come il fratello non può forse comprendere le questioni in gioco. I critici della Ue come antidemocratica sono irrilevanti perché, come Jean Claude Juncker ha detto una volta, «non ci può essere scelta democratica contro i trattati europei».

«Assolutamente no!», continua Martin con passione. Come George Osborne ha chiarito di recente, lasciare l’Ue significherebbe che il governo britannico deve ridurre il suo deficit di 30 miliardi di sterline!.

«Non è una buona cosa?».

«Ovviamente no! Se ciò accade, non siamo in grado di spendere così tanto!».

«Vuoi dire che i politici nazionali non possono essere così irresponsabili come lo sono oggi senza l’Unione europea?».

«Grazie a Dio, l’Ue sta limitando e regolamentando l’ingiusta e sleale concorrenza fiscale!».

«Vuoi dire che l’Unione europea è uno strumento di monopolizzazione fiscale e impedisce ai contribuenti di fuggire dagli ambienti fiscali e normativi ostili?».

«Tu non sei un gran pensatore Daniel! Lascia queste questioni agli esperti. Il tuo scetticismo è ingiustificato. Senza l’Ue non ci sarebbe la circolazione dei capitali, del lavoro, e delle persone!».

«Ma più grande è un soggetto politico, più bassi sono i suoi costi per essere protezionista. La Svizzera non potrebbe permettersi di essere protezionista, gli svizzeri sono costretti a collaborare con gli stranieri, se vogliono essere ricchi. Ma con l’Ue ci possiamo permettere il protezionismo. La prova è l’esistenza di una tariffa esterna comune».

«Questo non è il protezionismo, stiamo combattendo la guerra commerciale con la Cina e gli Stati Uniti! Abbiamo bisogno di una Europa forte in un contesto globalizzato», disse Martin. «Per esempio, guarda al terrorismo. Abbiamo bisogno di un coordinamento. Come ha detto Guy Verhofstadt, abbiamo bisogno di una Fbi europea».

Daniel era scettico. Non gli piaceva l’idea di uno Stato sorvegliante violante la privacy dei suoi cittadini. Sapeva che dopo l’11 Settembre l’organizzazione responsabile negli ultimi dieci anni di più trame terroristiche rispetto a qualsiasi altra è l’Fbi. Infine, Daniel dovette lasciarlo. Era tardi e aveva un po’ di lavoro da fare.

Dopo una giornata faticosa, stanco di tutte queste sciocchezze anti-Ue, Martin salì i sei piani con le scale fino al suo appartamento. Avrebbe voluto usare l’ascensore, ma doveva essere sostituito per renderlo conforme alle nuove normative Ue che, in base alla lobby dell’ascensore, sono altamente raccomandate per migliorare la sicurezza e i profitti.

Dopo aver ascoltato un discorso molto entusiasta di Guy Verhofstadt sul nuovo programma di salvataggio bancario, Martin era troppo eccitato per dormire. Così Martin ingoiò un sonnifero regolamentato Ue e si coricò nel suo letto regolamentato Ue. Era stata una bella giornata per Martin nell’Europa dove tutti gli uomini vengono esasperati, le donne sono in gran parte disoccupate, e i bambini non sono sempre felici.

Ma Martin aveva la soluzione: dare più soldi all’Unione europea, e qualcun altro risolverà i vostri problemi per voi.

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