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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 43 min 53 sec fa

La Moneta: IV Parte

Mer, 23/04/2014 - 08:00

 Canali di trasmissione della moneta e politica monetaria

Il controllo della quantità di moneta, e in generale la politica monetaria, è realizzato dalla banca centrale attraverso diversi strumenti.

Per quanto riguarda la base monetaria, oggi il principale canale di creazione è costituito dai finanziamenti della banca centrale alle aziende di credito, che si trovano con scarsa liquidità. Sono le operazioni di mercato aperto, che assumono la forma di operazioni di rifinanziamento principali (pronti contro termine, trasferimento di fondi in cambio di titoli con restituzione entro 2 settimane) o di rifinanziamento a più lungo termine (a 3 mesi)[1].

Questo canale rappresenta l’espressione più importante della strategia di politica monetaria adottata dalle banche centrali, perché è attraverso il finanziamento della liquidità al sistema bancario che esse riescono a influenzare gli aggregati monetari e i tassi di interesse di mercato (infra)[2].

Un secondo canale di creazione è l’estero: se vi è un saldo attivo della bilancia dei pagamenti, gli operatori ricevono valuta estera, che viene convertita in moneta nazionale dalla banca centrale: dunque un surplus della bilancia dei pagamenti si traduce in un’iniezione di base monetaria. Viceversa, se la bilancia dei pagamenti è in disavanzo, si ha distruzione di base monetaria.

Un terzo canale può essere il Tesoro: se vi è un disavanzo pubblico, parte di esso può essere coperto con modalità che prevedono immissione nel sistema di base monetaria. Tali modalità sono tre: 1) acquisto di titoli pubblici da parte della Banca centrale; 2) il Tesoro ha un conto corrente di tesoreria presso la Banca centrale; al fine di assicurare liquidità al Tesoro per far fronte a sfasamenti temporali fra incassi e pagamenti, la banca centrale apre una linea di credito temporanea, effettuando pagamenti per conto del Tesoro; 3) emissione di monete metalliche (di piccolo taglio) da parte del Tesoro.

Nell’Unione monetaria europea tale canale non è più previsto, è stato chiuso nel 1994 per impedire che il finanziamento dei fabbisogni pubblici comprometta il conseguimento del fine della stabilità dei prezzi da parte della BCE.

Oltre alle operazioni di mercato aperto sopra esaminate (acquisto o vendita di attività, generalmente titoli pubblici), altri strumenti della politica monetaria sono: il tasso ufficiale di interesse (t. u. di riferimento repo, tasso di sconto)[3], la riserva obbligatoria[4], i controlli amministrativi (massimale sugli impieghi, vincolo di portafoglio; oggi desueti), la moral suasion.

La banca centrale può influenzare anche alcune variabili che nella catena causale sono vicine agli strumenti; tali variabili non vengono definite strumenti ma obiettivi operativi. Ad esempio, le summenzionate operazioni di mercato aperto, che a partire dagli anni Ottanta del Novecento sono diventate lo strumento principale per regolare la liquidità, sono funzionali ad influenzare il tasso di interesse di mercato[5], che oggi è diventato lo strumento (meglio, l’obiettivo intermedio) fondamentale, a discapito della base monetaria. Le banche centrali cioè modificano la base monetaria nella componente delle riserve delle banche, ma in funzione della fissazione del tasso di interesse.

Tali strumenti, come detto, sono funzionali al controllo della quantità di moneta; che può essere considerato un obiettivo intermedio[6] rispetto agli obiettivi finali. L’obiettivo finale che oggi le banche centrali dichiarano come primario è la stabilità dei prezzi (misurata dal tasso di inflazione; inflation targeting. Ad esempio, la BCE ha stabilito che l’indice dei prezzi al consumo deve essere inferiore al 2% annuo). In passato era frequente anche l’obiettivo della crescita dell’output (tasso di incremento del Pil), con l’obiettivo connesso della piena occupazione.[7]

In conclusione, quando la Banca centrale vuole aumentare la quantità di moneta in circolazione, dunque praticare una politica monetaria espansiva, può: attraverso le operazioni di mercato aperto, acquistare titoli; o ridurre il tasso ufficiale di interesse (che, come visto, si trasmette agli altri tassi, aumentando la domanda di moneta e l’offerta di credito da parte delle banche); o diminuire il coefficiente di riserva obbligatoria. La quantità di moneta, grazie al meccanismo esaminato, è un multiplo della cifra trasferita. Se viceversa la banca centrale intende attuare una politica monetaria restrittiva, effettuerà operazioni di segno opposto.

Relativamente alla politica monetaria della Banca centrale, molto vivace è stato il dibattito “discrezionalità” verso “regole”.

Nell’attuale sistema a riserva frazionaria l’offerta di moneta ha una volatilità molto maggiore, in quanto l’effetto moltiplicativo fa schizzare vero l’alto la quantità complessiva in seguito ad una modifica dei comportamenti di segno espansivo (stampa di carta moneta, riduzione delle riserve, aumento dei depositi da parte del pubblico) ma fa anche contrarre drasticamente la quantità in seguito a comportamenti di segno opposto[8].

Domanda di moneta

La domanda di moneta è domanda per detenere contanti, nel proprio portafoglio, in casa o in banca. Anche le quantità domandate di moneta, come i beni, dipendono dalle scale di valori degli individui, e dunque anche alla moneta si applica la teoria dell’utilità marginale[9]. La gente domanda moneta per i servigi che essa offre, in particolare perché consente di cederla in futuro contro i beni desiderati (mezzo di scambio). Ogni individuo, sulla base dei propri giudizi, determina l’ammontare di cassa che ritiene appropriato: in particolare, è l’utilità marginale dell’unità monetaria (euro, dollaro o oncia d’oro) a determinare l’intensità della domanda.

Per “domanda di moneta” si intendono le quantità di moneta ottenute dai soggetti in cambio dei beni o servizi ceduti più la moneta trattenuta in contanti.

Dunque, sul piano formale, la moneta viene domandata per due motivi, e dunque è costituita da due componenti:

1) domanda di moneta da scambio (exchange), derivante dal fatto che chiunque venda beni o servizi (compreso il lavoro) ottiene in cambio moneta. Legge (e rappresentazione grafica): al ridursi del valore di scambio della moneta aumenta la domanda di moneta da transazioni, e viceversa. Infatti, essendo aumentati i prezzi dei beni, ciascuno riceve maggiori unità monetarie in cambio (della stessa quantità) dei beni ceduti. Viceversa, se si riducono i prezzi, si riceve un numero di unità monetarie inferiore.

La variabile indipendente è il valore di scambio (prezzo) perchè è esso che determina l’utilità soggettiva della moneta, in quanto la moneta serve come mezzo di scambio, non per il consumo diretto, e quindi l’utilità che se ne trae è principalmente legata alla possibilità di cederla in cambio di beni.

La curva è fortemente anelastica, dunque la pendenza è molto elevata: ciò perché è anelastica la curva di offerta del venditore del bene, in quanto il suo interesse primario è cedere il bene per conseguire un reddito (solo in caso di speculazione non vi è l’esigenza di cedere rapidamente il bene); di conseguenza è anelastica anche la curva di domanda di moneta ottenuta in cambio del bene.

2) domanda di moneta per riserva (reservation), che deriva dal desiderio di trattenere presso di sé la moneta precedentemente ottenuta. Si trattiene moneta perché si attende il momento propizio per effettuare uno scambio, dunque la moneta trattenuta per riserva continua a mantenere la sua funzione di mezzo di scambio, l’unico aspetto è che gli scambi sono futuri. Questa detenzione di contanti è sempre determinata dall’utilità marginale della moneta: trattenere una data quantità di moneta in un dato momento può apportare maggiore utilità dell’acquisto di beni; perché vige l’incertezza e gli individui non sanno con precisione tutte le spese future e il momento preciso in cui le effettueranno; ad esempio, vi possono essere acquisti imprevisti: si può guastare la macchina o è necessario acquistare delle medicine, oppure i prezzi futuri potrebbero ridursi. Questo secondo tipo è una domanda post-income, cioè che eventualmente si manifesta dopo che un individuo ha guadagnato il proprio reddito monetario; egli infatti può spenderlo (in beni di consumo o di investimento) oppure aggiungerlo alla propria disponibilità di contanti (cash balance); in questo secondo caso aumenta la domanda per riserva. Legge (e rappresentazione grafica): al ridursi del potere d’acquisto della moneta (il suo valore di scambio) aumenta la domanda di moneta per riserva, e viceversa. Infatti, un potere d’acquisto più basso significa che i prezzi dei beni sono aumentati (le disponibilità di contanti valgono meno in termini reali), dunque le persone hanno bisogno di maggiori quantità di moneta per effettuare gli eventuali acquisti [inoltre i più alti prezzi dei beni scoraggiano gli acquisti]; quindi, aumenta la quantità di moneta detenuta in contanti. Viceversa, un aumento del potere d’acquisto della moneta, cioè prezzi più bassi, fa sì che le persone detengano più moneta di quella necessaria per i precedenti acquisti di beni o cautelativa; allora aumentano le spese per l’acquisto di beni (di consumo o di investimento) e la moneta detenuta si riduce.

I servizi che la moneta rende sono condizionati dal suo potere d’acquisto. Ciascuno desidera avere in cassa non un numero definito di monete ma il corrispettivo di un definito ammontare di potere d’acquisto.

Questa è solo una classificazione formale, che non va confusa con i fattori che influenzano le variazioni della domanda di moneta. Questi sono tanti: valutazioni di utilità immediata, motivi speculativi, frequenza dei pagamenti[10], comportamenti che consentono di economizzare la moneta (es. le compensazioni[11]), le aspettative relative ai prezzi futuri (chi ritiene che i prezzi dei beni a cui è interessato saliranno, ne compra di più oggi, e dunque riduce il suo contante; chi crede che i prezzi cadranno restringe i suoi acquisti e accresce il contante[12]). Dunque i fattori non possono essere rigidamente ridotti a due determinanti considerate come due entità indipendenti, come ad esempio fa il pensiero keynesiano, che suddivide in  1) domanda di moneta per transazioni e 2) domanda di moneta speculativa; ciascuna delle quali è determinata da un’unica variabile, rispettivamente il livello del reddito e la “preferenza per la liquidità”.

Comunque, entrambe le componenti (formali) della domanda di moneta reagiscono allo stesso modo rispetto al valore di scambio; quindi, considerando la domanda di moneta complessiva, la legge è la medesima: al ridursi del valore di scambio della moneta aumenta la domanda di moneta, e viceversa[13].

In genere il termine “tesoreggiamento” (hoarding) ha una connotazione negativa, come se si trattasse di un comportamento vizioso e antisociale: esso non è altro che un aumento della domanda di moneta, e non v’è niente di male in ciò, vuol dire che alcuni individui ricavano maggiore utilità dal detenere moneta (tacendo qui della questione etica inerente il diritto di libertà di ciascun individuo a compiere tale azione economica). È vero che la moneta serve per gli scambi, ma non solo per quelli presenti, anche per quelli futuri; dunque se un individuo si sente più sicuro rispetto alle incertezze del futuro (o perché vuole speculare sui cambiamenti del valore di scambio della moneta) trattenendo moneta, non vi è danno per la società. Tra l’altro, un aumento della domanda di moneta, a parità di offerta, determina un aumento del potere d’acquisto della moneta (infra), esito a parole auspicato da economisti e politici, anche se tradito nella pratica dalle politiche monetarie prevalenti. “Detesoreggiamento” (dishoarding) è l’opposto.

Non è vero che la domanda di moneta è illimitata: si confonde il desiderio di essere ricchi con le esigenze di cassa. Se affluisce nelle mani di un individuo nuova moneta, egli non la tesaurizzerà indefinitamente: parte sarà spesa o per il consumo o per investimenti; nessuno trattiene moneta più di quanta gliene occorre per i bisogni di cassa. E in ogni caso, poiché la moneta viene acquisita in cambio di beni, la quantità di moneta che un individuo può ricevere è limitata dalla quantità di beni che può dare in cambio.

Di Piero Vernaglione Tratto da Rothbardiana Link alla III parte Link alla V Parte [attivo dalla settimana prossima, NdR]

[1] Le banche private fanno fronte ad esigenze immediate di liquidità anche sul mercato interbancario overnight, rappresentato da prestiti fra banche con rientro nella giornata lavorativa successiva.

[2] Quando la Banca centrale acquista asset da una banca, in genere accredita la somma sul conto che la banca tiene presso la Banca centrale medesima. Dunque non stampa e presta moneta fisica (cash), ma opera una modifica elettronica a livello contabile. Tale circostanza non modifica la natura dell’operazione, cioè la creazione di moneta dal nulla, perché la banca commerciale ha ora una maggiore disponibilità per i prestiti ai clienti, fatta salva la quota di riserva.

[3] È il tasso sulle operazioni di rifinanziamento alle banche pronti contro termine viste sopra (operazioni di mercato aperto). Nell’Eurosistema a partire dal 1° gennaio 1999 sostituisce il Tasso Ufficiale di Sconto, gestito dalla Banca d’Italia. Dal 2000 il tasso sulle operazioni di rifinanziamento non è più fisso (come era il repo) ma variabile con sistema di asta: la Bce fissa un tasso minimo di offerta (che assume il ruolo di indicatore del precedente tasso fisso), successivamente gli operatori specificano gli importi desiderati e i tassi proposti; l’interazione fra offerta e domanda di fondi dà luogo a un tasso di aggiudicazione medio. Dall’inizio dell’Unione monetaria tale tasso ha oscillato fra il 2% e il 4%. Negli Stati Uniti la Federal Reserve, oltre al tasso di sconto, manovra anche il tasso sui Fed Funds, che è il tasso interbancario overnight, dunque a brevissimo termine.

[4] Nell’Eurosistema l’aliquota di riserva è stata pari al 2% fino al dicembre 2011, quando è stata ridotta all’1%. La riserva va detenuta presso la Banca centrale dello Stato di insediamento. Negli Stati Uniti la quota di riserva è del 10%.

[5] Tassi di interesse di mercato monetario sono ad esempio il tasso interbancario overnight , i tassi interbancari Euribor e Libor, i tassi sugli spostamenti di fondi con scadenza entro i 12 mesi. Il tasso di interesse ufficiale (pronti contro termine) della banca centrale influenza il tasso di interesse overnight; quest’ultimo a sua volta è per le banche il tasso di riferimento nel fissare il tasso di interesse sui depositi (più basso, mark down) e sui prestiti (più alto, mark up); infine si trasmette anche al tasso di interesse sui titoli di stato a breve termine. Il tasso di interesse a lungo termine dipende in via principale dalle scelte di risparmio e investimento dei privati, in particolare dalla preferenza temporale. Le variazioni artificiali dei tassi indotte dalle banche centrali inviano agli investitori segnali errati, che per gli Austriaci sono la causa delle oscillazioni cicliche.

[6] Essendo le economie aperte agli scambi con l’estero, può assumere rilevanza il tasso di cambio. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta del Novecento molte banche centrali hanno adottato come obiettivo intermedio l’ancoraggio del tasso di cambio del proprio paese alla valuta di paesi “forti”, cioè di grandi dimensioni e con prezzi stabili. L’Italia negli anni Ottanta adottò tale politica relativamente al marco.

[7] Schematizzando il tutto: STRUMENTI: finanziamenti della banca centrale, tasso ufficiale di interesse, riserva obbligatoria. OBIETTIVI OPERATIVI o INTERMEDI: tassi di interesse di mercato (interbancario overnight, Euribor, Libor, fondi entro 12 mesi), quantità di moneta. OBIETTIVI FINALI: stabilità dei prezzi, crescita del pil.

[8] Relativamente alle determinanti dello stock complessivo di moneta, si possono individuare due approcci: gli autori classici e monetaristi ritengono che la quantità di moneta sia in sostanza controllabile, e controllata, dalla Banca centrale. I postkeynesiani invece sottolineano il carattere endogeno della moneta, in quanto determinata dai comportamenti autonomi del pubblico (variazioni nella detenzione di circolante o depositi) e delle banche (variazioni delle riserve libere); tali comportamenti sarebbero in ultima istanza orientati dai “bisogni del commercio”. Per Kaldor l’offerta di moneta è endogena soprattutto perché la banca centrale non può rifiutare lo sconto di titoli primari che le vengono presentati, altrimenti alcune banche rischierebbero l’insolvenza per carenza di liquidità; sul piano empirico l’adeguamento dell’offerta di moneta alla domanda sarebbe dimostrato dal fatto che sia la Fed (1980-82) sia la banca centrale britannica (1979-82) non sono riuscite a mantenere il tasso di crescita entro gli obiettivi prefissati: ad esempio, in Gran Bretagna nel 1981 M3 crebbe del 22% contro un obiettivo del 6-10%.

[9] Questo importante contributo fu offerto da Mises in Teoria della moneta e del credito del 1912. In questo modo la teoria della moneta non rimaneva più separata dalla teoria economica generale basata sull’utilità e sull’azione individuale; la teoria monetaria non restava isolata in un contesto macro erroneo fatto di “velocità di circolazione”, “livelli dei prezzi” ed “equazioni dello scambio”. La separazione fra analisi micro e analisi macro, introdotta da Ricardo, viene ricomposta. Come si vedrà fra breve, una conseguenza è che un aumento della quantità di moneta non determina meccanicamente un incremento proporzionale di tutti i prezzi (e di un inesistente ‘livello dei prezzi’): il potere d’acquisto della moneta si riduce, ma non è detto che ciò avvenga nella stessa percentuale, perché bisogna vedere cosa avviene alla domanda di moneta, cioè cosa succede all’utilità marginale della moneta. Influenzando le utilità relative, l’aumento di offerta di moneta cambia i prezzi e i redditi relativi.

[10] La frequenza con cui si riceve il reddito (in cambio dei beni e/o dei servizi ceduti) condiziona la domanda di moneta. Ad esempio, se Smith e Jones ricevono entrambi € 1000 al mese, ma Smith li riceve mensilmente, mentre Jones riceve € 250 a settimana, allora la detenzione media di moneta di Smith sarà più alta di quella di Jones; in particolare, quella di Smith sarà pari a € 500, mentre quella di Jones sarà pari a € 125, un quarto. Infatti, ipotizziamo che entrambi equiripartiscano giornalmente la spesa: Smith spenderà circa € 33 al giorno (€1000 : 30), Jones circa € 35 al giorno (€250 : 7). Smith il primo giorno del mese disporrà di € 1000; il secondo giorno di € 967, il terzo € 934 ecc. fino ad arrivare al trentesimo giorno con € 0. Dividendo la somma di questi valori per 30 si ottiene la detenzione media da parte di Smith, che è appunto pari a € 500. Jones invece il primo giorno dispone di € 250, il secondo di € 215, il terzo € 180 ecc. e il settimo giorno € 0: la media è pari a € 125. Dunque, quanto minore è la frequenza dei pagamenti ricevuti, tanto maggiore è la domanda di moneta; e viceversa. Tuttavia, nella realtà, la frequenza dei pagamenti non muta spesso nel tempo, dunque cambiamenti nella domanda di moneta (e per conseguenza nei prezzi) causati da tale fattore sono trascurabili.

[11] Se Rossi deve a Bianchi €100, Bianchi deve a Verdi € 100 e Verdi deve a Rossi € 100, non c’è bisogno che tutti e tre domandino moneta per saldare il debito, perché possono compensare. Compensando, la domanda di moneta passa da € 300 a zero.

[12] Dunque le aspettative accelerano la caduta (nel primo caso) e l’aumento (nel secondo) dei prezzi. In un certo senso il mercato sconta la riduzione o l’aumento dei prezzi, e fa verificare la variazione temporalmente prima. Le aspettative sono basate sugli eventi del recente passato, non sono forze indipendenti, non nascono dal nulla e non cambiano in maniera arbitraria e improvvisa, dunque non possono essere la causa prima delle variazioni dei prezzi. La causa prima è la variazione della quantità di moneta decisa dalle autorità monetarie, a cui le aspettative reagiscono.

[13] Per evidenziare le differenze fra pensiero mainstream e teoria Austriaca, si illustra di seguito una versione della teoria della domanda di moneta più vicina a quella presentata dalla letteratura economica contemporanea.

La domanda di moneta (M1) dipende innanzi tutto dalle transazioni, che possono essere espresse dal reddito (Pil) o dalla spesa per consumi (C). La relazione è positiva. Gli individui trattengono moneta per le spese da effettuare. Tuttavia la detenzione di moneta fa perdere il reddito da interessi che potrebbe essere conseguito se si investisse in titoli. Se il tasso di interesse aumenta gli individui sono indotti a ridurre la quantità di moneta detenuta, per acquistare titoli. In pratica, all’aumentare del tasso di interesse si riduce l’intervallo di tempo fra un prelievo e l’altro, e quindi si riduce la detenzione di moneta. Dunque il secondo fattore che condiziona la domanda di moneta è il tasso di interesse. La correlazione è negativa.

Se la sincronizzazione fra incassi (cessione di titoli contro moneta) e pagamenti fosse perfetta non ci sarebbe bisogno di detenere moneta e la domanda di moneta sarebbe pari a zero; ma ciò è impossibile, c’è un limite alla conversione continua di moneta in titoli e viceversa. Infatti nel fare ciò si devono sopportare dei costi di transazione, costituiti dal tempo che si perde e dalla scomodità nella conversione, dallo spreco di energie nella pianificazione finanziaria ecc. All’aumentare dei costi di transazione aumenta la domanda di moneta, al ridursi dei costi si riduce. La correlazione è positiva.

Md = l (Y, r, g)

             +  -  +

dove g è il costo di ogni operazione (valore monetario che l’individuo attribuisce al tempo perso e alla scomodità necessari per effettuare la transazione).

La funzione aggregata è data dalla somma delle domande di moneta dei singoli individui.

L’equazione è espressa in termini nominali. Se la domanda di moneta è espressa in termini reali, bisogna aggiungere il livello dei prezzi  P come fattore che condiziona la domanda di moneta. In genere la correlazione è positiva.

Per quanto riguarda le diverse teorie della domanda di moneta, per i classici e i neoclassici la ragione fondamentale che induce i soggetti a detenere moneta è racchiusa nella sua funzione di mezzo di pagamento, consiste cioè nella mancanza di sincronia tra incassi e pagamenti. Nella formulazione di Fisher, l’ammontare di moneta detenuta dipende dal numero delle transazioni e dal loro valore unitario, cioè dai prezzi; nonché dalla velocità di circolazione della moneta, condizionata da aspetti istituzionali (la teoria della domanda di moneta deriva dalla teoria quantitativa  nella forma MV=PT , infra).

Marshall e gli economisti di Cambridge portano l’attenzione sulle ragioni individuali di detenere moneta più che sui fattori istituzionali; la moneta fornisce una pluralità di servizi; nell’equazione di Cambridge M = kPy (dove k è l’inverso della velocità di circolazione e y il reddito in termini reali) la proporzione del reddito detenuta in forma monetaria è la risultante delle valutazioni individuali.

Keynes individua, oltre ai moventi transattivo e precauzionale, un movente speculativo nella detenzione di scorte monetarie: la diversità di opinioni circa il livello futuro del tasso di interesse induce i soggetti a speculare. Se il tasso di interesse è alto (rispetto al tasso ritenuto “normale”) gli operatori esprimeranno una bassa domanda di moneta, in quanto è conveniente acquistare titoli, in modo da conseguire guadagni in conto capitale quando in futuro l’interesse si ridurrà; e viceversa. Dunque la domanda di moneta per motivi speculativi è correlata negativamente con il tasso di interesse. Keynes enfatizza la funzione di riserva di valore della moneta: se gli operatori sono pessimisti circa il futuro, deterranno il risparmio in forma di moneta, dunque esso non si tradurrà in investimento (domanda di moneta potenzialmente infinita – trappola della liquidità); in tal modo Keynes cerca di dimostrare l’impossibilità di uscire endogenamente da una depressione.

Nell’approccio di portafoglio proposto da Tobin (1958) i soggetti, a differenza dell’ipotesi di Keynes, sono incerti sui livelli futuri del tasso di interesse. I portafogli degli individui sono determinati dal rendimento (relazione inversa con la domanda di moneta) e dal rischio delle attività, e dipendono dall’avversione o dalla propensione al rischio dei diversi individui. In genere però i soggetti deterranno un portafoglio diversificato, parte in moneta e parte in titoli, e non “o tutto titoli o tutto moneta” come nell’ipotesi keynesiana.

Per M. Friedman la moneta è un unicum difficilmente sostituibile con altri strumenti finanziari. La domanda di moneta (che non è altro che uno dei tanti modi di detenere ricchezza) dipende dalla ricchezza (materiale e umana) complessiva, espressa in termini di reddito permanente; dai rendimenti delle attività alternative alla moneta (azioni, obbligazioni, beni reali); dai gusti del pubblico. Per Friedman le verifiche empiriche dimostrano che l’influenza dei tassi di interesse sulla domanda di moneta è trascurabile;  la variabile chiave è il reddito permanente (in termini nominali; in ogni caso la domanda di moneta è omogenea di primo grado rispetto ai prezzi, cresce nella stessa misura del livello dei prezzi): la domanda di moneta è una frazione stabile di esso M = k · Yp, dove k è l’inverso della velocità di circolazione della moneta. Le determinanti della domanda di moneta consentono a Friedman di trarre conclusioni sul meccanismo di trasmissione contrarie a quelle di Keynes: scompare la domanda  di moneta speculativa, con le sue oscillazioni, e dunque viene  meno  l’elemento attraverso cui si manifesta la crisi e la depressione. Aumenti dell’offerta di moneta danno luogo ad aumenti nella domanda di beni reali.

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I confini dello Stato

Ven, 18/04/2014 - 07:00

Per il liberale non v’è contrasto fra politica interna e politica estera, e il dubbio tanto spesso sollevato e discusso approfonditamente in relazione al fatto che le questioni estere abbiano precedenza su quelle interne – o viceversa – è, ai suoi occhi, ingannevole. Poiché il liberalismo, sin dal principio, è un concetto politico che abbraccia tutto il mondo, e le stesse idee che cerca di realizzare all’interno di un’area limitata sono valide anche per le più larghe sfere della politica mondiale. Se il liberale fa una distinzione fra la politica interna e quella estera è unicamente per fini di comodità e classificazione, per suddividere in macro-gruppi la vasta sfera dei problemi politici e non perché sia dell’opinione che per ognuno di essi valgano principi diversi.

L’obiettivo della politica interna del liberalismo è lo stesso di quello della sua politica estera: la pace. Mira alla stessa pacifica cooperazione fra le nazioni come all’interno di ciascuna di esse. Il punto di partenza del pensiero liberale è il riconoscimento del valore e dell’importanza della cooperazione umana, e le intere politiche e programmi del liberalismo sono progettati per servire lo scopo del mantenimento dell’attuale stato di mutua cooperazione fra i membri della razza umana, estendendolo ulteriormente. L’ideale ultimo immaginato dal liberalismo è la perfetta cooperazione dell’intero genere umano, in maniera pacifica e senza attriti. Il pensiero liberale volge lo sguardo sempre all’intera umanità, non soltanto a parti di essa. Non si ferma a gruppi circoscritti, non finisce ai confini del villaggio, della provincia, della nazione o del continente. Il suo pensiero è cosmopolita ed universale: racchiude tutti gli uomini e l’intero mondo. Il liberalismo è, in questo senso, umanesimo; ed il liberale, un cittadino del mondo, un cosmopolita.

 Oggi, in cui il mondo è dominato da idee illiberali, il cosmopolitismo è sospetto agli occhi delle masse. In Germania ci sono patrioti fanatici che non possono perdonare quei grandi poeti tedeschi, specialmente Goethe, i cui pensieri e sentimenti, invece che essere confinati dai legami nazionali, ebbero un orientamento cosmopolita. Si pensa che esista un conflitto inconciliabile fra gli interessi della nazione e quelli del genere umano e che colui che diriga le sue aspirazioni ed i suoi sforzi verso il benessere dell’intera umanità disgreghi, in tal modo, gli interessi della propria nazione. Nessuna convinzione potrebbe essere più sbagliata. Il tedesco che smette di adoperarsi per il bene di tutti gli uomini lede anche gli interessi specifici dei suoi compatrioti – ovvero quelli dei suoi simili con cui condivide una terra ed un linguaggio comune e con cui spesso forma una comunità etica e spirituale – tanto quanto uno che si adoperi per il bene dell’intera Germania leda gli interessi della sua città natale. Poiché l’individuo ha lo stesso interesse nel veder prosperare il mondo intero di quello che ha nel veder sbocciare e fiorire la comunità locale in cui vive.

I nazionalisti sciovinisti, che sostengono l’esistenza di inconciliabili conflitti d’interessi fra le varie nazioni del mondo e cercano l’adozione di una politica finalizzata all’assicurare – con la forza se necessario – la supremazia della propria nazione su tutte le altre, generalmente sono i più appassionati nell’insistere sulla necessità e l’utilità di un’unità nazionale interna. Più grande è l’enfasi che usano sulla necessità di una guerra contro l’estero, contro altre nazioni, più proclamano con insistenza la pace e la concordia fra i membri della loro nazione. A questa domanda di unità interna il liberale non si oppone affatto. Al contrario: la richiesta di pace all’interno di ogni nazione è essa stessa un risultato del pensiero liberale e salì alla ribalta soltanto quando le idee liberali del diciottesimo secolo furono accettate più apertamente. Prima della filosofia liberale, con la sua incondizionata esaltazione della pace che influenzò le menti degli uomini, gli scoppi delle guerre non si limitavano a conflitti fra un paese e l’altro. Le nazioni erano esse stesse lacerate da continui conflitti civili e sanguinarie lotte interne. Nel diciottesimo secolo i britannici si schieravano ancora in battaglia fra di loro a Culloden, così come anche nel tardo diciannovesimo secolo, in Germania, mentre la Prussia intraprese la guerra contro l’Austria, gli altri stati tedeschi si unirono in battaglia, da entrambe le parti. All’epoca la Prussia non vide nulla di sbagliato nel combattere al fianco dell’Italia contro l’Austria tedesca e, nel 1870, soltanto il rapido progredire degli eventi impedì all’Austria di unirsi alla Francia nella guerra contro la Prussia ed i suoi alleati. Molte delle vittorie di cui l’esercito prussiano è così orgoglioso furono vinte da truppe prussiane contro altri stati tedeschi. Fu il liberalismo che insegnò per la prima volta alle nazioni come preservare nella loro conduzione degli affari interni quella pace che si desidera insegnar loro a mantenere anche nelle relazioni con gli altri paesi.

È dal carattere internazionale della divisione del lavoro che il liberalismo trae la sua ferma e inoppugnabile tesi contro la guerra. La divisione del lavoro per lungo tempo è andata al di là dei confini di una sola nazione. Nessuna nazione civilizzata può oggi soddisfare come comunità auto-sufficiente i propri bisogni tramite la sua sola produzione. Tutte sono obbligate ad acquisire dei beni dall’estero e a pagarli esportando i propri prodotti nazionali. Tutto ciò che avrebbe l’effetto di prevenire o fermare lo scambio internazionale di beni arrecherebbe un immenso danno all’intera civiltà umana e minerebbe il benessere e, certamente, le basi stesse dell’esistenza di milioni e milioni di persone. In un’era in cui le nazioni sono reciprocamente dipendenti dai prodotti di provenienza straniera le guerre non possono più essere intraprese. Dato che ogni arresto nel circolo delle importazioni potrebbe avere un effetto decisivo sui risultati di una guerra intrapresa da una nazione coinvolta nella divisione internazionale del lavoro, una politica che desideri prendere in considerazione la possibilità di una guerra dovrebbe cimentarsi nel rendere la propria economia nazionale auto-sufficiente, ossia, dovrebbe puntare – anche in tempo di pace – a far sì che la divisione internazionale del lavoro finisca ai suoi stessi confini. Se la Germania avesse desiderato isolarsi da tale divisione mondiale e avesse tentato di soddisfare tutti i propri bisogno direttamente tramite la propria produzione nazionale, il prodotto annuale totale sarebbe diminuito e così il benessere, lo standard di vita ed il livello culturale dei tedeschi sarebbero calati considerevolmente.

Tratto da “Liberalism” di Ludwig von Mises

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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La Moneta: III Parte

Mer, 16/04/2014 - 08:00

Critiche alla riserva frazionaria

Per gli Austriaci il sistema basato sulla riserva frazionaria è un sistema di contraffazione legalizzata. In esso, infatti, due soggetti diversi sono titolari della proprietà dello stesso bene: nell’esempio numerico precedente, quando la banca X presta i primi €900, questi sono contemporaneamente nella disponibilità del depositante A e di B, colui che ha preso in prestito; ciò che rappresenta un’impossibilità giuridica. Per uno dei due dunque è stata creata moneta artificiale dal nulla. In realtà, X ha commesso appropriazione indebita, perché ha trasferito a B una proprietà di A. E A non ne ha più la disponibilità, come è dimostrato da ciò che accadrebbe se decidesse di ritirarla. È come se una compagnia aerea emettesse più biglietti dei posti (assegnato lo stesso posto a più persone); se il giorno del viaggio si presentano tutti, la truffa viene scoperta; il sistema bancario a riserva frazionaria regge perché non tutti si presentano il giorno del viaggio. Libertà di contratto significa che due soggetti, X e B, dispongono delle loro proprietà, non che si accordano disponendo della proprietà di un terzo, A.

La conferma che la moneta fiduciaria creata attraverso la riserva frazionaria è moneta fittizia è data dal fatto che, appena i risparmiatori si recano agli sportelli e la reclamano, essa evapora, scompare.

La contraffazione è consentita dal fatto che il sistema con Banca centrale pubblica monopolista ha reso il settore bancario un cartello.

Per la Banca centrale vale la considerazione fatta per qualsiasi ente pubblico pianificatore: non ha le informazioni e i segnali di prezzo necessari per poter coordinare in maniera efficiente il sistema economico, in questo caso monetario; dunque provoca solo distorsioni.

Non lasciando fallire le banche irresponsabili, questo sistema impedisce la selezione fra imprese buone e cattive. Per di più, l’impossibilità di fallire, e dunque la mancanza di rischio, induce le banche a operare con ancora minor prudenza (azzardo morale). Questo meccanismo di irresponsabilità è ulteriormente alimentato dall’assicurazione obbligatoria dei depositi: i clienti delle banche sono meno attenti perché, in caso di fallimento della banca, non perdono i propri risparmi; e le banche effettuano investimenti più rischiosi perché, in caso di insolvenza, i clienti verrebbero risarciti con il fondo di garanzia interbancario imposto dalla legge[1].

Effetti – Nel meccanismo di moltiplicazione gli effetti sono tre: 1) inflazione, cioè aumento della quantità di moneta e dunque riduzione del suo potere di acquisto; 2) redistribuzione del reddito a favore: della banca, sotto forma degli interessi che essa incassa sulla moneta creata dal nulla; di coloro che prendono in prestito, che possono acquistare beni e servizi; e dei venditori di tali beni e servizi che godono degli aumenti di prezzo indotti dall’incremento di domanda; 3) essendo la moneta creata dal nulla, senza un precedente risparmio, l’effetto è una distorsione nell’allocazione delle risorse che viene successivamente pagato con la recessione o la depressione (teoria del ciclo).

Nel caso di sovraemissione di moneta cartacea rispetto all’oro, l’atto fraudolento è dato dal fatto che i certificati senza copertura vengono scambiati sul mercato sulla stessa base di quelli con copertura, in quanto sul piano grafico sono identici; dunque vengono scambiati beni (di cui i certificati dovrebbero essere rappresentativi) che non esistono.

La moneta è il bene più soggetto alla pratica della sovraemissione, perché è un bene che non viene utilizzato per il consumo diretto, ma per lo scambio; quindi le persone non hanno bisogno di avere presso di sé l’oro, basta loro il certificato (non farebbero così per un bene come la macchina, che procura un’utilità nel momento in cui se ne ha la disponibilità). Inoltre, essendo l’oro un bene omogeneo (fungibile), a chi ritira non interessa di avere esattamente l’unità fisica di oro che aveva depositato; ciò consente alla banca di sovraemettere con più facilità: a chiunque viene a ritirare si può dare un’unità qualsiasi dell’oro disponibile.

Non bisogna confondere questa pratica con il credito (la vera e propria intermediazione fra risparmiatori e investitori), attività perfettamente legittima e ineccepibile. Il credito consiste in questo: l’individuo A trasferisce alla banca B 1000 once d’oro o euro, e la fondamentale differenza rispetto al semplice deposito è che risparmiatore (A) e banca (X) si accordano sul periodo di tempo per il quale la banca può disporre della somma di moneta senza che il risparmiatore possa ritirarla. Al termine del periodo – ad esempio un anno solare – la banca restituisce la somma con l’aggiunta di un determinato tasso di interesse. La banca a sua volta presta questa somma all’imprenditore B, ad un tasso di interesse maggiore (è il suo guadagno per aver svolto la funzione di indirizzare il risparmio verso coloro che ne hanno bisogno). La banca ha trasferito a B moneta “vera”.

Ma se la banca crea moneta dal nulla e la trasferisce a B, ha messo in circolazione carta senza copertura (e ha aumentato la quantità di moneta). Inoltre, nel credito, prima B e poi la banca (ad A) devono restituire la somma alla data di scadenza, cioè in un dato tempo futuro. Invece nella creazione di moneta fiat qualunque possessore del certificato o dell’assegno può chiedere di convertirlo in oro (o, oggi, in banconote) in qualsiasi momento; cioè, per la banca, il debito è istantaneo (se arriva il cliente per la conversione), l’asset che ne è all’origine (credito) non lo è (ad es. ha scadenza un anno, il tempo di durata del prestito). Nelle banche dunque viene violata una regola di sana contabilità rispettata in ogni altro settore: in un’impresa la struttura temporale degli attivi (asset) non deve essere più lunga della struttura temporale del passivo; cioè i crediti devono rientrare prima dei debiti equivalenti, o comunque alla scadenza di un debito vi deve essere un attivo equivalente per farvi fronte.

Questo tipo di credito si chiama credito di circolante (circulating credit), mentre il credito serio, non truffaldino, realizzato con la moneta vera si chiama credito merce (commodity credit).

In conclusione per produrre credito non c’è bisogno di creare moneta fasulla, senza copertura. Non è vero che affinché vi sia il credito è necessaria la riserva frazionaria.

Dunque le due attività delle banche, che andrebbero tenute separate (e in passato lo erano), sono l’attività di deposito (nella quale non dovrebbero prestare la moneta depositata; e per il servizio svolto incamerare una commissione, non un interesse) e l’attività di intermediazione (possono prestare perché c’è un accordo con il cliente depositante; la differenza fra l’interesse incassato e l’interesse pagato al depositante è il reddito per il servizio svolto)[2].

La riserva frazionaria implica una deliberata confusione fra le due attività.[3]

Aggregati monetari

Dunque nei sistemi monetari contemporanei i tipi di moneta, cioè le forme che la moneta assume, sono:

 

[4][5][6]

Nella maggior parte delle classificazioni è definito anche un aggregato più ampio, M3, costituito da M2 più alcuni strumenti emessi da istituti bancari o finanziari, come i fondi pronti contro termine, le quote di fondi di investimento monetario e le obbligazioni con scadenza fino a due anni[7]. M3 è l’aggregato utilizzato dalla Bce ai fini degli obiettivi di politica monetaria[8].

Tale classificazione segue un criterio di “convertibilità”, cioè di trasformabilità immediata e senza costi (alla pari) in mezzo di pagamento[9]. I depositi a vista vengono in genere compresi nella moneta perché sono considerati sostituti perfetti della moneta, in quanto 1) sono prontamente convertibili in contanti alla pari e 2) sono utilizzati per effettuare qualunque pagamento. In un sistema a riserva frazionaria i depositi a vista di fatto non sono tutti convertibili in contante; ma ciò che conta è che il pubblico crede che siano immediatamente convertibili, e dunque possono essere considerati moneta. Se la fiducia in una banca venisse meno, i suoi depositi a vista non sarebbero più considerati equivalenti al denaro contante; dunque la loro caratteristica di moneta è subordinata alla circostanza della fiducia del pubblico. Tuttavia, nel quadro giuridico-istituzionale contemporaneo, l’eventuale intervento della banca centrale, che può stampare moneta e prestarla alla banca in difficoltà, e l’assicurazione sui depositi garantiscono la conversione immediata alla pari, rendendo dunque i depositi a vista sostituti perfetti dei contanti.

Per quanto riguarda i depositi vincolati (a scadenza), il loro inserimento nell’offerta di moneta è controverso. I contrari sostengono che rappresentano una forma di credito in quanto 1) la banca può per legge chiedere un periodo di tempo, in genere 30 giorni, prima di convertire il deposito in contante, sicché esso non è immediatamente convertibile a richiesta, ciò che è il requisito-chiave per stabilire se un asset è moneta o no; 2) su un deposito vincolato non si possono emettere assegni e un prelievo di contante può essere effettuato solo dietro presentazione del libretto; dunque tale deposito non è facilmente trasferibile; e 3) sui depositi vincolati la banca paga interessi, e va considerata moneta solo quella che non frutta interessi. I favorevoli (Rothbard) replicano che 1) il preavviso di 30 giorni di fatto non viene mai applicato; 2) l’operazione di prelievo è solo un po’ più lunga (bisogna andare in banca e prelevare il contante) ma la sostanza del processo è la stessa: un deposito detenuto presso una banca è la fonte di un pagamento monetario; 3) è capitato che anche sui depositi a vista le banche abbiano pagato interessi. In sostanza, se i depositi a risparmio sono moneta dipende da un fatto culturale, cioè dalle convenzioni e abitudini che si affermano in un dato sistema economico: se tali depositi vengono convertiti a vista in moneta standard, allora possono essere inseriti nell’offerta di moneta [10].

Quasi moneta – La quasi moneta non è moneta, dunque non va computata nell’offerta di moneta complessiva. Per quasi moneta si intendono i beni che hanno un altissimo grado di commerciabilità: obbligazioni di alta qualità, alcune azioni, alcune merci all’ingrosso. In genere sono titoli che hanno un ampio mercato e sono immediatamente vendibili al più alto prezzo che il mercato fisserà. Il test per stabilire che non sono moneta consiste nel fatto che non sono utilizzati per rimborsare i debiti, né si pretende che siano accettati come mezzi di pagamento. Tuttavia vengono tenuti come asset dagli individui e la loro presenza riduce la domanda di moneta, che viene così economizzata. Sulla base del criterio della convertibilità immediata, anche i titoli di stato vengono però spesso inseriti nell’offerta di moneta.

Le attività finanziarie possono essere rappresentate lungo un continuum che va dalla massima liquidità (disponibilità per gli scambi) e zero interesse (moneta) ad alto interesse e zero liquidità (l’obbligazione di una società), con posizioni intermedie che costituiscono un mix delle due caratteristiche. In tal modo si evidenzia che tutte le attività finanziarie offrono un rendimento, dove quello della moneta è costituito dai servizi derivanti dalla disponibilità, cioè la scambiabilità immediata con tutti i beni.

L’offerta di moneta è il numero totale di unità monetarie nel sistema economico.

Se si utilizza moneta merce, lo stock totale di moneta in una società è il numero totale di unità (in genere unità di peso, es. once) della merce in un dato momento; in sostanza, è il peso totale della moneta-merce in un dato tempo. Esso dipende dalla produzione del passato e da quella annuale. Incrementi della quantità di moneta (merce) possono determinarsi solo in seguito all’estrazione di nuovo metallo[11], mentre riduzioni della quantità di moneta si verificano solo in seguito all’usura fisica del bene e agli usi non-monetari, cioè gli impieghi industriali (es. gli orecchini, le collane ecc.).

Un aumento dei mezzi fiduciari aumenta la quantità di moneta (e una riduzione li riduce). Infatti i certificati non coperti creati dal nulla si aggiungono alle disponibilità di cassa degli individui.

Dunque un aumento o una diminuzione della quantità di mezzi fiduciari influenza il potere d’acquisto della moneta in modo identico alle variazioni della quantità di moneta.

In ogni dato momento esiste un dato stock di moneta, e ogni unità di essa sarà posseduta da qualcuno. È dannoso e fuorviante, come fece Fisher, trattare la moneta come qualcosa la cui caratteristica peculiare è di “circolare”, o dividerla in “moneta circolante” e “moneta oziosa”: la moneta non “circola” come se fosse guidata da un processo meccanico e impersonale, bensì viene trasferita dal portafoglio di una persona a quello di un’altra. In ogni momento tutta la moneta è sempre in possesso di qualcuno, cioè è nella sua dotazione monetaria (contanti).

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla II Parte

Link alla IV Parte [attivo dalla settimana prossima, NdR]

[1] In Italia la somma che viene coperta arriva fino a circa 103.000 euro per ciascun correntista (2008).

[2] Un argomento spesso utilizzato a favore della riserva frazionaria è che, con la riserva del 100%, le banche non potrebbero trarre guadagni sufficienti dalla loro attività. Ma l’obiezione è curiosa: come tutte le altre imprese, le banche hanno il diritto di conseguire profitti in maniera lecita; profitti che, come detto sopra, sarebbero dati dalle commissioni per l’attività di deposito e dagli interessi nell’attività di intermediazione.

[3] Gene Callahan sulla natura dei prestiti: quando un individuo prende in prestito moneta per acquistare un trattore, è il trattore che prende in prestito, non la moneta. Non ci si deve far fuorviare dal velo della moneta, la gente la prende in prestito per i beni che con essa può acquistare. Questo si può vedere meglio se si considera che, qualunque sia la quantità di moneta in circolazione, tutti coloro che prendono in prestito considerati insieme non possono ottenere più trattori, case, macchinari e materie prime di quelli che i prestatori presi tutti insieme possono fornire.

[4] A rigore vanno aggiunte anche le valute estere cedute dagli operatori che affluiscono alle riserve della Banca centrale. Oggi la maggior parte della base monetaria è costituita dalle riserve delle banche. Nei paesi dell’area dell’euro il circolante è complessivamente pari a 588,3 miliardi di euro (valori a febbraio 2007).

[5] I depositi a vista nell’Eurozona sono pari a 3120,4 miliardi di euro (febbraio 2007).

[6] Nell’Eurozona sotto questa voce vengono compresi i depositi con durata prestabilita fino a 2 anni (1468,3 miliardi) e i depositi rimborsabili con preavviso a 3 mesi (1537,9 miliardi).

[7] Coloro che criticano l’inserimento di queste componenti fra la moneta fanno osservare che alcune di esse non rappresentano la forma in cui avviene il pagamento finale dei beni e servizi acquistati, un utile criterio per sapere che cosa è moneta.

[8] Gli aggregati monetari ampi mostrano maggiore stabilità di quelli ristretti in quanto sono meno influenzati da processi di sostituzione fra le componenti realizzati dagli istituti bancari e finanziari; ma sono meno controllabili degli aggregati ristretti. La Bce fissa il valore di crescita di M3 sulla base dell’obiettivo di tasso di inflazione (tetto 2%), della stima della crescita del  Pil reale (2-2,5%) e dei mutamenti della velocità di circolazione della moneta (- 1%); in conseguenza di questi valori, nel 1999 e nei due anni successivi il Consiglio direttivo decise di fissare il valore di riferimento al 4½ per cento annuo.

[9] Molti economisti, anziché il termine “convertibilità”, utilizzano il termine “liquidità”; ma i due concetti sono diversi: infatti la liquidità è la vendita di un’attività in cambio di moneta, ma non a un tasso fisso (alla pari), bensì al tasso corrente, che è fluttuante, e quindi potrebbe causare perdite in conto capitale. Dunque non basta che un’attività sia molto liquida per essere moneta. Ad esempio, un’azione può essere molto “liquida”, ma il fatto che la sua conversione in moneta non sia fatta ad un tasso fisso, ma al tasso di mercato del momento, esclude che l’azione faccia parte dell’aggregato moneta (e infatti nessun economista ve la inserisce). E lo stesso vale per qualunque strumento di credito. La liquidità di un’attività è condizionata dalla scadenza (più è vicina, più l’attività è liquida) ed è in genere correlata negativamente con il rendimento: quanto maggiore è l’interesse meno liquida è l’attività. Inoltre, quanto più elevata è la scadenza, più alto è il tasso di interesse.

[10] Per la scuola Austriaca, in seguito al soggettivismo della teoria, non è possibile definire in astratto e per sempre quali asset compongono la moneta: infatti, se è moneta ciò che è immediatamente mezzo di pagamento o ciò che è immediatamente convertibile alla pari in mezzo di pagamento, che un singolo asset abbia questa caratteristica dipende dalla valutazione soggettiva di coloro che devono riceverlo in cambio dei beni ceduti. Per Rothbard, in un dato momento storico, fine anni ’70, l’offerta di moneta è stata composta da: contanti + depositi a vista + depositi a risparmio delle banche commerciali e delle cooperative di risparmio e credito (savings and loan association) + i certificati di deposito (detratta la penalità per il rimborso anticipato) + il corrispettivo monetario delle polizze delle compagnie di assicurazione sulla vita (in quanto convertibili alla pari in contanti su richiesta in qualsiasi momento). M.N. Rothbard, Austrian Definitions of the Supply of Money, in L. Spadaro (a cura di), New Directions in Austrian Economics, Sheed Andrews and McMeel, Kansas City, 1978, pp. 143-156; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 337-349. J. Salerno inserisce in quella che definisce True Money Supply (TMS) i contanti (cash), i depositi a vista (demand deposit) presso le banche (compresi i depositi dello stato presso le banche e la banca centrale), i depositi a risparmio e le obbligazioni di risparmio del Tesoro (U.S. Savings Bonds, componente di M3 nella classificazione ufficiale; per Salerno sono convertibili istantaneamente a un valore sotto la pari ma fissato in anticipo). J. Salerno, The ‘True’ Money Supply: A Measure of the Supply of the Medium of Exchange in the U.S. Economy, in  “Austrian Economics Newsletter” 6, primavera 1987, pp. 1–6. F. Shostak invece propone una classificazione più restrittiva, non inserendo i depositi vincolati, che vengono ritenuti una transazione a credito. Anche se la banca non impone i termini di attesa (es. i 30 giorni) per il prelievo, per soddisfare la domanda del cliente cede altri asset in cambio di contanti; gli acquirenti degli asset si privano dei loro contanti, che vengono trasferiti al cliente del deposito a risparmio (F. Shostak, The Mistery of the Money Supply Definition, in “The Quarterly Journal of Austrian Economics” vol. 3, No. 4, inverno 2000, pp. 69–76). Per tutti questi autori Austriaci le quote dei Money Market Mutual Funds (MMMF; fondi comuni che investono in strumenti del mercato monetario, dunque di breve termine e altamente liquidi, come titoli pubblici, certificati di deposito, carta commerciale, accettazioni bancarie) non devono essere incluse, in quanto non sono convertibili alla pari; rappresentano solo uno spostamento di moneta da un soggetto a un altro, non la creazione di nuova moneta, e dunque computarli rappresenterebbe una duplicazione.

[11] In un sistema aureo di mercato, la quantità di oro da estrarre sarà determinata dal mercato come per ogni altro prodotto: in base al profitto atteso. Il profitto dipenderà dal confronto fra valore del prodotto (ricavi) e costi. Ma poiché l’oro è la moneta, la quantità estratta dipenderà dai costi di produzione, che saranno in parte determinati dal livello generale dei prezzi. Se i prezzi salgono, saliranno anche i costi dell’estrazione, e la produzione di oro si ridurrà o si bloccherà. Viceversa se i prezzi si riducono.

Qualcuno ha obiettato che un incremento annuo, anche piccolo, nella produzione di oro è un esempio di fallimento del mercato, perché se qualsiasi quantità di moneta va bene, allora produrre oro è uno spreco, oltre che un’azione inflazionistica. Ma questa affermazione ignora il fatto che l’oro, oltre ad essere moneta, è anche un bene di consumo: dunque un aumento dell’offerta di oro determina una riduzione del suo prezzo, dunque una riduzione del prezzo dei beni d’oro (gioielli ecc.), e ciò rappresenta un incremento di benessere per la società.

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Capitalismo | Lezione I – Parte III

Lun, 14/04/2014 - 07:00

Quando gli industriali manifatturieri del Regno Unito cominciarono a produrre articoli di cotone, i lavoratori percepivano da essi più di quanto non avessero mai percepito prima. Naturalmente, un considerevole numero di questi nuovi lavoratori non aveva guadagnato niente prima di allora ed era pronto ad accettare qualunque proposta salariale venisse loro offerta. Successivamente, con la sistematica accumulazione di capitale e il continuo sviluppo di imprese nel settore, i saggi salariali crebbero, determinando un incremento senza precedenti della popolazione britannica.

La sprezzante visione del capitalismo come un sistema disegnato per arricchire i ricchi e impoverire i poveri è completamente sbagliata. La tesi marxiana concernente l’avvento del socialismo era fondata sull’assunto che i lavoratori si stessero impoverendo, che le masse si stessero impoverendo e che alla fine la ricchezza di un Paese si sarebbe concentrata nelle mani di pochi o nelle mani di un solo individuo, e che alla fine le masse lavoratrici depauperate si sarebbero ribellate e avrebbero sottratto dai ricchi proprietari le ricchezze accumulate. Secondo la visione di Karl Marx, in un sistema capitalistico i lavoratori non possono in nessun modo migliorare la loro condizione.

Nel 1864, parlando all’Internazionale dei Lavoratori britannica, Marx sostenne che l’idea secondo cui i sindacati potessero migliorare le condizioni dei lavoratori era «totalmente errata». La politica sindacale consistente nel chiedere saggi salariali più alti e meno ore di lavoro era stata da lui chiamata conservativa, dove conservatorismo è il termine più denigratorio che Marx potesse usare. Egli suggerì che i sindacati stabilissero un nuovo rivoluzionario obiettivo, che si liberassero del sistema salariale nel suo complesso, che sostituissero alla proprietà privata il socialismo, cioè la proprietà statale dei mezzi di produzione.

Se guardiamo alla storia del mondo e in special modo alla storia del Regno Unito dal 1965, ci rendiamo conto che Marx aveva torto. Non c’è Paese capitalistico dell’Occidente in cui le condizioni delle masse non siano formidabilmente migliorate, come mai era successo prima. Tutti i miglioramenti degli ultimi ottanta o novanta anni sono avvenuti nonostante i pronostici di Marx. Infatti, i socialisti marxisti ritenevano che le condizioni dei lavoratori non fossero suscettibili di progresso. Essi promuovevano una teoria fallace, la famosa teoria della “legge ferrea dei salari”, la legge secondo cui un salario, in un sistema capitalistico, non può superare l’ammontare necessario alla soddisfazione dei bisogni di sostentamento.

I marxisti formulavano la loro teoria nel modo seguente. Se i saggi salariali salgono, accrescendo i salari al di sopra del livello di sostentamento, i lavoratori avranno più figli, i quali, quando entreranno nel mondo del lavoro, aumenteranno il numero dei lavoratori fino a che i saggi salariali non scenderanno, riconducendo i lavoratori al livello di sostentamento, a quel livello che permette alla popolazione lavoratrice di non morire. Ma questa idea di Marx, e di molti altri socialisti, considera l’essere umano lavoratore esattamente come fa un biologo nello studiare la vita animale, ad esempio quella dei topi.

Se incrementi la quantità di cibo disponibile per organismi animali o microbi, un maggior numero di essi sopravviverà, mentre dalla diminuzione di tale quantità conseguirà una riduzione del numero di superstiti. Ma l’uomo è differente. Anche il lavoratore, a dispetto della posizione dei marxisti, ha altri bisogni oltre a quello di mangiare e di riprodursi. Un aumento dei salari reali porta non solo all’aumento della popolazione, ma anche a un innalzamento del tenore medio di vita. Oggi nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti d’America abbiamo un tenore di vita superiore a quello dei Paesi in via di sviluppo, ad esempio, in Africa.

Dobbiamo renderci conto, però, che un superiore tenore di vita dipende dall’offerta di capitale. Questa connessione spiega la differenza tra le condizioni di vita negli Stati Uniti e le condizioni di vita in India. L’India ha cominciato a introdurre metodi moderni di contrasto delle malattie infettive, determinando così un incremento della popolazione senza precedenti; ma poiché l’incremento della popolazione non è stato accompagnato da un corrispondente incremento del capitale investito, l’effetto è stato l’aumento della povertà. Un Paese diventa più ricco relativamente all’aumento del capitale investito per unità di popolazione.

Spero con le altre mie lezioni di potere affrontare più dettagliatamente queste problematiche, permettendo una comprensione più fluida. Infatti, alcuni termini come capitale investito pro capite richiedono alcune delucidazioni.

Dobbiamo tuttavia ricordare che nelle politiche economiche non esistono miracoli. Molti giornali e discorsi ci hanno informato sul cosiddetto miracolo economico tedesco, cioè la ripresa della Germania dopo la sua sconfitta e distruzione nella Seconda Guerra Mondiale. Ma questa ripresa non è stata un miracolo. Essa è stata il risultato dell’applicazione dei principii dell’economia di libero mercato, dei metodi del capitalismo, sebbene non siano stati applicati in ogni aspetto del sistema sociale. Ogni Paese può vivere la stessa meraviglia di ripresa economica. Ma insisto: la ripresa economica non deriva da alcun miracolo. Essa è il risultato dell’implementazione di sane politiche economiche.

Ludwig von Mises

Tratto da Economic Policy: Thoughts for Today and Tomorrow.

Traduzione di Stefano Libey Musumeci

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Con i suoi contributi, traduzioni o testi originali, Stefano Libey Musumeci vuole rispondere alla necessità di individuare il funzionamento della realtà. L’autore ritiene che l’approccio logico costituisca il modo migliore per comprendere il mondo. L’approccio logico può solidamente svilupparsi soltanto attraverso una visione polimatica, cioè volgendo costantemente lo sguardo verso molteplici ambiti del sapere. Infatti, la dedizione a diversi ambiti scientifici permette di trovare tra differenti dinamiche analogie, che in assenza di interdisciplinarietà non sarebbero mai trovate. Solamente in questa maniera, cioè attraverso una visione polimatica, attraverso l’amore per il sapere nel suo complesso, è possibile enucleare la logica che sottende il mondo.

Per soddisfare l’esigenza di comprendere la realtà, i polimatici Stefano Libey Musumeci (s.libey@re-think-now.com) ed Émilie Ciclet (e.ciclet@re-think-now.com) hanno fondato l’iniziativa RE-THINK NOW, dove legge ed economia incontrano logica, ontologia (teoria dell’esistenza) ed epistemologia (teoria della conoscenza).

Libey cura il weblog filosofico-poetico StefanoLibey.

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Il socialismo distrugge la civiltà: II parte

Ven, 11/04/2014 - 08:00

L’analisi misesiana è stata invariabilmente confermata, non solo in molte contingenze storiche specifiche (si possono ricordare processi di declino e di involuzione della civilizzazione avvenuti, ad esempio, nel nord Africa ed in altre parti di quel continente; la crisi in Portogallo in seguito alla “Rivoluzione dei garofani”; la malattia sociale cronica che sembra affliggere l’Argentina, che divenne uno dei Paesi più ricchi del mondo prima della Seconda Guerra Mondiale, ma che oggi, anziché terra d’immigrazione, sconta una continua perdita di popolazione; i processi assimilabili che stanno devastando il Venezuela e altri regimi populisti dell’America Latina, etc.), ma anche, e soprattutto, dall’esperimento del socialismo reale, il quale, sino alla caduta del muro di Berlino, gettò centinaia di milioni di persone nella sofferenza più cupa e nella disperazione più nera.

Inoltre, ai giorni nostri, in un mercato mondiale pienamente globalizzato, le forze de-civilizzanti dello stato sociale, del sindacalismo rivoluzionario, della manipolazione finanziaria e monetaria, ad opera delle banche centrali, dell’interventismo economico, della crescente pressione fiscale e regolamentatoria, e dei conti pubblici fuori controllo minacciano anche quelle economie che, sino ad ora, venivano considerate le più prospere (Stati Uniti ed Europa). Ora, di fronte a un bivio storico, queste economie stanno lottando per liberarsi delle forze de-civilizzanti della demagogia politica e del potere sindacale, nel tentativo di riprendere la via del rigore monetario, del bilancio sotto controllo, della riduzione delle imposte, perseguendo lo smantellamento della intricata ragnatela dei sussidi, degli interventi e delle regolamentazioni che soffocano lo spirito imprenditoriale e, al contempo, infantilizzano e demoralizzano le masse. Il successo o il fallimento in questo sforzo determinerà il  destino futuro di queste aree e, in particolare, si sancirà anche se queste potranno continuare ad essere leader nel guidare il processo di sviluppo della civiltà, così come è stato sinora, ovvero se, in caso di fallimento, esse dovranno lasciare lo scettro di economie trainanti ad altre società che, come la sino- asiatica, stanno cercando di imporsi, con ardore e senza complessi di inferiorità, per diventare i protagonisti nel nuovo mercato globalizzato mondiale.

È del tutto ovvio che la civiltà romana non cadde a causa delle invasioni barbariche: semmai, i barbari trassero vantaggio da un processo sociale che stava già, per ragioni puramente endogene, involvendo e che era in procinto di collassare.

Mises si espresse in questo modo:

Gli aggressori stranieri si avvantaggiarono semplicemente di una opportunità che la debolezza interna dell’impero offriva loro. Dal punto di vista militare, le tribù che invasero l’impero nel quarto e nel quinto secolo non erano certo più formidabili delle armate che le legioni avevano facilmente sconfitto nei tempi andati. Ma l’impero era nel frattempo cambiato. La sua struttura economica e sociale era già proiettata nel medioevo.  (op. cit., pp. 767–768)

Inoltre, il grado di regolamentazione dell’impero, il suo statalismo omnipervasivo, e la pressione fiscale crebbero a tal punto che gli stessi cittadini romani consideravano la sottomissione ai barbari invasori come un male minore, quando addirittura non li ricevettero a braccia aperte. Lattanzio, nel suo trattato, Sulla morte dei persecutori, scritto negli anni 314-315 dC, afferma testualmente:

Cominciavano ad esservi sempre meno uomini che pagavano le tasse, rispetto a quanti invece ricevevano i salari; di fatto, poiché le risorse degli agricoltori venivano svilite e consumate da enormi imposizioni, le aziende agricole furono abbandonate ed i terreni coltivati ​​ben presto si imboschirono … Molti governatori delle province e una moltitudine di funzionari di rango inferiore imposero balzelli gravosi in ogni territorio, e quasi in ogni città. Vi erano anche molti soprintendenti di differente grado, nonché i rappresentanti dei governatori. Al loro cospetto si registrarono pochissime cause civili: al contrario, proliferavano le condanne quotidiane, così come si faceva frequentemente ricorso alle confische; venivano esatte le tasse più svariate su un numero sterminato di beni, caratterizzandosi non solo per essere ricorsive, bensì per la loro natura perpetua; ovviamente il processo impositivo dava luogo a torti intollerabili. (Citato da Antonio Aparicio Pérez , La Fiscalidad en la Historia de España: Época Antigua, años 753 a.C. a 476 d.C., Madrid: Instituto de Estudios Fiscales, 2008, p. 313).

Chiaramente, questa situazione è strettamente assimilabile, e per molte ragioni, alla nostra realtà coeva, tanto che una legione di commentatori ha già dimostrato che il presente livello e la presente combinazione di sussidi e regolamentazione pongono un  onere tanto deprimente quanto insostenibile per il settore produttivo della società, sempre più vessato e tormentato. Di fatto, alcuni autori, come Alberto Recarte, hanno avuto il coraggio di invocare una riduzione <<del numero di dipendenti pubblici, ed in particolare di coloro il cui compito è quello di regolamentare, sovrintendere ed ispezionare tutte le attività economiche, imponendo dei requisiti di conformità legale oltremodo costosi ed estremamente intrusivi>>. (El Desmoronamiento de España, Madrid: La Esfera de los Libros, 2010, p. 126).  Non dobbiamo mai scordarci, di fatto, che tutti noi dipendiamo dalla ricchezza generata dal settore economico privato.

In De Gubernatione Dei ( IV , VI , 30), Salviano di Marsiglia scrive:

Nel frattempo, i poveri sono stati derubati, le vedove gemono, gli orfani vengono calpestati, tanto che molti, anche le persone di buona famiglia, che hanno goduto di una educazione liberale, cercano rifugio presso il nemico per sfuggire alla morte, subendo un processo di persecuzione generale. Essi cercano tra i barbari la misericordia romana, poiché non possono sopportare la crudeltà barbara che ormai riscontrano presso i Romani. Anche se questi uomini si differenziano per costumi e lingua rispetto a quelli praticati dalle genti presso cui hanno trovato rifugio, e non sono nemmeno troppo avvezzi, se mi è consentito dire, all’afrore nauseabondo dei corpi e dell’abbigliamento dei barbari, eppure essi preferiscono la strana esistenza che là vi possono trovare, all’ingiustizia ormai così invalsa tra i Romani. Quindi, troverete uomini che fuggono ovunque, ora tra i Goti, ora tra i Bagaudi, o tra qualsiasi altro popolo barbaro che si era insediato ovunque, e non si pentiranno per essersene andati, giacché preferirebbero vivere come uomini liberi, ancorché in una condizione di  cattività apparente, piuttosto che come schiavi in un contesto di presunta libertà. (cit. ibid . , pp 314-315)

Infine, nei suoi Seven Books against the Pagans (Madrid: Gredos, VII, 41-7), lo storico Orosio conclude:

I barbari sono arrivati a detestare le proprie spade, si sono convertiti all’aratro, e stanno affettuosamente trattando il resto dei Romani come compagni e amici, così che ora tra essi vi si possono trovare dei Romani che, vivendo con loro, preferiscono condurre una vita libera, ancorché povera, piuttosto che vivere da schiavi fiscali, non in pace con se stessi, tra la propria gente. (sottolineatura aggiunta)

Non possiamo sapere se in futuro la civiltà occidentale, che ha prosperato fino ad oggi, sarà rimpiazzata da quella di altri popoli che, in base ai nostri canoni attuali,  potremmo considerare  “barbari”. Tuttavia, dobbiamo essere certi di due cose: in primo luogo, nel bel mezzo della recessione più grave dalla Grande Depressione del 1929, che sta sconquassando il mondo occidentale, se falliamo nell’applicare le misure essenziali – vale a dire, deregolamentazioni, soprattutto in seno al mercato del lavoro, una consistente riduzione del carico fiscale e dell’interventismo economico, un serrato controllo della spesa pubblica e l’eliminazione dei sussidi – la posta in gioco sarà molto più alta, per esempio, della mera salvaguardia dell’euro (o per gli americani, del dollaro quale valuta di riserva internazionale) [1];  in secondo luogo, qualora si perdesse definitivamente la battaglia della competitività nel mercato mondiale globalizzato, e ci si infilasse nel tunnel di un marcato e cronico declino, ciò non potrà essere imputato, senza alcun ombra di dubbio, a dei fattori esogeni, bensì esclusivamente ai nostri errori, alle nostre mancanze e alle nostre deficienze morali.

Nonostante tutto ciò che si è andato sostenendo, vorrei concludere con una nota di ottimismo. Le recessioni sono dolorose, e sono spesso brandite come un pretesto per criticare il sistema di libero mercato e legittimare un crescente grado di regolamentazione e di interventismo, il che contribuisce ad acuire un situazione già di per sé pessima. Tuttavia, le recessioni costituiscono anche una fase che consente alla società di recuperare la solidità delle proprie basi, in cui gli errori commessi vengono rivelati, ed in cui le cose sono ricollocate nella loro giusta dimensione. Esse costituiscono altresì uno stadio in cui possono essere gettate le basi per una ripresa e per una ineludibile riscoperta di quei principi essenziali che consentono alla società di progredire.

È senz’altro vero che ci troviamo di fronte a molte sfide, che potremmo lasciarci prendere facilmente dallo sconforto, e che i nemici della libertà si annidano ovunque. Ma non è men vero che, in contrasto con la cultura dei sussidi, dell’irresponsabilità, dell’amoralità, e della dipendenza integrale dallo Stato, tra tanti giovani (e anche tra alcuni di noi che non sono più così giovani ) sta facendo capolino, risorgendo dalle ceneri, la cultura della libertà imprenditoriale, della creatività e dell’assunzione del rischio, nonché di comportamenti basati su sani principi morali: in breve, la cultura della maturità e della responsabilità (in netta contrapposizione all’infantilismo, in forza del quale le nostre autorità e i nostri politici limiterebbero oltremodo la nostra sfera di azione, al fine di renderci vieppiù servili e dipendenti). A mio modo di vedere, è evidente chi disponga delle migliori armi intellettuali e morali e, di conseguenza, è padrone del proprio futuro. Ecco spiegato il motivo che mi induce ad essere ottimista.

 Articolo di Jesus Huerta de Soto su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

Link alla prima parte

 

Note

[1] Il processo sociale non può sopravvivere o svilupparsi in assenza di un quadro istituzionale che disciplini e limiti le forze politiche, i sindacati ed i gruppi di pressione privilegiati. Anche se certamente le nostre autorità non potevano essere a conoscenza degli effetti che sarebbero poi sortiti quando avanzarono la proposta di creare l’euro, nelle attuali circostanze la moneta unica sta fortunatamente giocando il ruolo di “ordinatore”, almeno nei paesi periferici d’Europa, i quali, per la prima volta nella loro storia, sono ora costretti ad assumere misure strutturali di liberalizzazione economica, in un ambiente in cui l’inattuabilità e l’inganno che stanno alla base dell’odierno welfare state sono ormai sotto gli occhi di tutti. Negli Stati Uniti la situazione è alquanto più dubbia. Nonostante gli sporadici sforzi effettuati per limitare il deficit pubblico da movimenti come il Tea Party e da altri gruppi, la natura del dollaro come valuta di riserva internazionale lascia un sacco di spazio per le follie spenderecce dei politici e per le spese sfrenate.

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La Moneta: II Parte

Mer, 09/04/2014 - 08:00

L’uso di sostituti di per sé non cambia l’ammontare di moneta in circolazione, ma solo la forma di essa: infatti, per ogni nota emessa vi è un ammontare equivalente di moneta vera. Se alcuni individui detengono come contanti i sostituti anziché l’oro, la quantità di moneta complessiva non cambia, cambia solo la composizione di essa nei saldi monetari degli individui (es. metà oro e metà certificati). Ai fini della misurazione della quantità di moneta, non bisogna contare due volte (duplicazione), cioè l’oro nei depositi e i certificati che lo rappresentano, bensì l’uno o l’altro.

Il deposito è il contratto in cui il depositante trasferisce un bene mobile al depositario affinché questi lo custodisca (protezione e sorveglianza). Il deposito di beni fungibili (quelli tali per cui ogni unità è identica ad ogni altra: petrolio, grano, moneta; un bene non fungibile invece è un quadro) si chiama “irregolare”, e si differenzia dal deposito ordinario perché il depositario deve restituire altrettanti beni della stessa specie (tantundem), non esattamente le unità originariamente depositate. Nel deposito ordinario non vi è trasferimento nella disponibilità del bene, che resta sempre di proprietà del depositante. Secondo la dottrina dominante, nel deposito irregolare il depositario ha la disponibilità (proprietà), ma ciò è discutibile perché, se il depositante ha il diritto di rientrare in possesso dei beni in qualunque momento egli desideri, allora il depositario ha il dovere di tenere a disposizione i beni nella stessa quantità e qualità, e dunque la disponibilità per lui è di fatto nulla. Ciò implica una riserva del 100%. Se il depositario spendesse quei soldi o li prestasse, dovrebbe essere colpevole di appropriazione indebita. Dunque la soluzione più corretta sarebbe che il depositante restasse il proprietario non dei beni specifici che ha depositato, ma di un’astratta quantità della stessa specie.

Il trasferimento nella disponibilità del bene c’è nel mutuo, che è il prestito di un bene fungibile (se invece il prestito riguarda un bene specifico, ad es. un’automobile, si parla di comodato). Il mutuo è uno scambio di beni presenti con beni futuri, aumentati dell’interesse (che nel deposito è assente); il tempo (di durata del prestito) è quindi un elemento essenziale. Il mutuatario può fare l’uso che vuole dei beni presi in prestito. Dunque, a differenza del deposito, il creditore non può pretendere la restituzione del bene in qualsiasi momento. Il mutuo rappresenta una forma di credito; non così il deposito, perché manca l’elemento essenziale, che è lo scambio di beni presenti con beni futuri (manca il tempo). D’altra parte, la “causa” dei due tipi di contratto è nettamente differente e non può essere confusa: la custodia per il deposito, il trasferimento per impieghi per il mutuo.

Tutta la tradizione del diritto romano è in accordo con questa interpretazione.

Sovraemissione – A un certo punto (XIV secolo) però, le banche cominciano a violare i principi del deposito: notano che non avviene mai che tutti i depositanti ritirino contemporaneamente tutto l’oro depositato; inoltre, se vi sono dei prelievi si verificano però anche dei conferimenti (legge dei grandi numeri). Constatato ciò, le banche, per conseguire un profitto, decidono di prestare parte della moneta depositata, guadagnando così l’interesse sul prestito. Mescolano dunque l’attività di deposito con l’attività di credito – che prima invece, anche in una stessa banca, rappresentavano due sezioni rigorosamente separate – facendo con i depositi a vista (demand deposit) ciò che si poteva fare solo con i depositi vincolati (time deposit) o con le proprie risorse: li prestano. La quantità di moneta aumenta artificialmente perché ora circolano sia l’oro prestato sia i certificati che lo rappresentano. Ma quei certificati non sono coperti da oro, che non è più totalmente nei forzieri delle banche. La riserva è frazionaria, non totale, cioè l’oro che funge da riserva dei certificati (banconote) che circolano copre meno del 100% delle banconote.[1]

A partire dal XVI secolo in Italia, e dal XVII nelle altre piazze europee, con il sostegno delle leggi statali le banche emettono direttamente una quantità di banconote superiore all’ammontare di oro[2]. La medesima unità di oro nei forzieri è coperta da due o più certificati. È un altro modo di realizzare la riserva frazionaria, ma l’effetto economico è lo stesso. Sul piano giuridico invece la prima modalità realizza l’appropriazione indebita, mentre la seconda la frode e contraffazione di documenti.[3]

Sul piano teorico, la giustificazione della riserva frazionaria ha seguito due linee interpretative. La prima uguaglia il deposito irregolare al mutuo grazie all’argomento della fungibilità del bene moneta (v. sopra; Molina, Cantillon, il common law a partire dalla fine del ‘700). La seconda suggerisce un diverso concetto giuridico di “disponibilità”, meno stringente, dunque intesa non come riserva totale, ma, grazie alla legge dei grandi numeri (rapporto fra versamenti e prelievi), come solvibilità complessiva, ottenibile con la prudenza negli investimenti e con l’assoggettamento alle leggi bancarie (soprattutto per soddisfare il volume di scambi del sistema economico, altrimenti compresso: Scuola bancaria contro Scuola monetaria [o metallica: currency school] nella prima metà dell’800). Ma in tal caso si tratterebbe di un contratto aleatorio, i cui termini si verificano o no a seconda delle circostanze esterne.

Per tutto l’800 e fino alla Prima Guerra Mondiale in tutto il mondo sviluppato si afferma il sistema aureo (gold standard), che rappresenta un ritorno alla parità con l’oro. Le banconote mantengono un rigido legame con l’oro, non sono altro che la denominazione di una data unità di peso d’oro[4], e possono essere convertite in oro. In una prima fase le riserve auree detenute dallo Stato dovevano coprire l’intero ammontare di banconote; in una seconda fase le riserve potevano rappresentare solo una frazione delle banconote emesse[5].

Le crisi bancarie determinate dall’abbandono della riserva totale provocano l’intervento degli Stati: anziché far fallire le banche insolventi, le leggi consentono la sospensione della conversione delle banconote in monete metalliche (oro); di fatto, un’autorizzazione al furto. Successivamente, viene creata una banca centrale [6], prestatrice di ultima istanza in grado di garantire liquidità alle banche in difficoltà. La nascita della banca centrale coincide con l’attribuzione ad essa del monopolio dell’emissione di banconote. Le banche private non possono più emettere banconote. L’oro viene trasferito dalle banche private alla banca centrale. In Inghilterra la banca centrale era stata fondata già nel 1694, in Francia viene istituita nel 1800 (ma solo per Parigi), in Germania nel 1875, in Italia nel 1893, negli Stati Uniti nel 1913.

In Europa, con il divieto definitivo della convertibilità, l’oro cessa di essere moneta nel 1914. Le spese della prima Guerra mondiale inducono gli Stati a inflazionare l’offerta di moneta cartacea.

Nel successivo sistema a cambio aureo (gold exchange standard), in vigore dal 1926 al 1944, solo i dollari possono essere convertiti in oro, mentre le altre valute possono essere convertite in dollari. Dunque le banconote sono parzialmente coperte da oro; gli stati cominciano a stampare moneta in eccesso rispetto allo stock di oro[7]. Tra l’altro, l’oro non è costituto più da monete, ma da lingotti, di grandi dimensioni ed elevato valore, il che limita le conversioni a un ristretto gruppo di specialisti nelle transazioni internazionali.

Il fiat standard a riserva frazionaria e l’offerta di moneta

Successivamente viene reciso qualunque legame con l’oro: dopo gli accordi di Bretton Woods (1944), in cui il dollaro diventa la valuta di riserva internazionale, solo gli Stati (governi e banche centrali), e non i privati, possono chiedere la conversione delle monete in oro[8]. Nel 1971 ufficialmente, con la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, ciò non viene più consentito neanche a governi e banche centrali; l’oro non è più il riferimento dei sistemi monetari. La carta moneta, priva di valore intrinseco[9], diventa la moneta standard a corso forzoso. Essa circola in virtù di una norma inderogabile: lo Stato obbliga ogni soggetto ad accettare in pagamento carta-moneta (e ad eseguire pagamenti in carta-moneta), senza che si possa pretendere il controvalore in oro. La carta è moneta perché lo Stato ha dichiarato che lo è: moneta legale (biglietti e monete metalliche di metalli vili). È l’attuale sistema cartaceo, denominato fiat standard, sistema a corso forzoso [10].

Moneta bancaria – Il fiat standard consente che, oltre alla circolazione esclusiva di moneta cartacea, circoli anche una misteriosa e invisibile “moneta in assegni” o moneta bancaria. Ciò è possibile grazie al sistema a “riserva frazionaria”. Il meccanismo di creazione di questa fiat money può essere illustrato attraverso il seguente esempio numerico: l’individuo A deposita presso una banca X  €1000 in banconote[11]. La legge consente alla banca di tenere presso di sé non tutta la somma, ma solo una frazione[12], in base alla constatazione empirica che i depositanti non ritirano il proprio denaro integralmente e contemporaneamente. Se la frazione è pari a 1/10 (riserva frazionale del 10%) la banca X potrà prestare al cliente B €900 [13]. Ora: i €1000 del deposito di A esistono perché A può spenderli in qualsiasi momento, ad esempio utilizzando gli assegni[14] della banca X (che dunque sono l’elemento “visivo” del suo deposito) per le transazioni; quindi i €1000 sono in circolazione. Il deposito diventa un mezzo di scambio, moneta. Tuttavia esso non ha corso forzoso, la sua circolazione dipende dalla fiducia che ha in esso il soggetto che dovrebbe riceverlo in pagamento. Anche i €900 in banconote di B sono in circolazione. Dunque ora, a fronte di €1000 di moneta “vera”(banconote), sono in circolazione €1900, anche se in forme diverse (alcune delle quali sono mere scritture contabili bancarie). La banca X ha creato €900 “dal nulla”. La moneta non coperta da banconote (e, in passato, dall’oro), nel nostro esempio i 900 euro, viene definita mezzi fiduciari. È fiat money, moneta creata ex nihilo. [15]

Il processo continua quando i €900 vengono depositati presso un’altra banca, la quale trattiene 1/10 come riserva (€90) e presta il rimanente (€810); e così via (729, 656, 590, …). Questo meccanismo consente il moltiplicarsi della quantità di moneta. Se nessun soggetto trattiene contante, la quantità di moneta complessiva è quindi data da: M = 1/β  · B, dove β è la quota di riserva, 1/β il moltiplicatore e B la base monetaria, cioè monete metalliche e biglietti [16]. Ad esempio, se la riserva è del 10%, il moltiplicatore monetario sarà pari a 10; se è del 20%, sarà pari a 5. Dunque nel nostro esempio la quantità di moneta finale M è pari a:

Questa creazione di moneta “dal nulla” è accentuata quando la Banca centrale acquista asset dalle banche in cambio di assegni. [17]

La quantità di moneta finale si modifica in seguito agli eventuali cambiamenti di due variabili: la percentuale di riserva e la quantità di moneta che i soggetti trattengono presso di sé e non depositano in banca. Ad esempio, all’aumentare di queste due variabili si riduce la quantità di moneta finale. Le banche in genere mantengono riserve volontarie eccedenti la quota di riserva obbligatoria stabilita per legge, in quanto non vogliono rischiare di trovarsi nella situazione di non poter far fronte, per assenza di mezzi liquidi, alle loro obbligazioni nella regolazione dei pagamenti. Dunque l’offerta di moneta è una variabile prevalentemente esogena, perché controllabile dalla Banca centrale, ma parzialmente endogena, in quanto condizionata anche dal comportamento delle banche commerciali e dei privati.

I depositi a vista che i clienti hanno presso le banche (“moneta in assegni”) costituiscono una promessa da parte della banca di restituire i depositi in contanti (in banconote) in qualsiasi momento il cliente ne faccia richiesta. Il sistema non reggerebbe se non ci fosse la Banca centrale. Infatti, basta che un numero consistente di coloro che hanno ricevuto l’assegno dal cliente chiedano alla banca di ricevere l’equivalente in contanti – oro o banconote – per determinarne la bancarotta. Ogni banca dunque è in ogni momento in una condizione di insolvenza, che si rivela solo quando i risparmiatori corrono agli sportelli. Tuttavia, se avvenisse tale massiccia richiesta di conversione in contanti, la banca si rivolgerebbe alla Banca centrale, presso la quale ha un conto, e si farebbe prestare l’equivalente. Sono i depositi a vista presso la banca centrale che rappresentano (per nove decimi) le riserve della banca, non i suoi contanti. Dunque, quando le banche prestano denaro, non ri-prestano denaro già esistente, ma danno in prestito nuovi depositi a vista che vengono creati mentre si effettua il prestito stesso. Il meccanismo regge perché i clienti ritengono che il loro denaro sia in banca, si fidano e non chiedono la restituzione del proprio denaro tutti contemporaneamente. (Se invece la corsa agli sportelli accadesse, vi sarebbero due soluzioni: 1) una tassazione gigantesca, ma altamente impopolare; 2) la Banca centrale stampa banconote per una cifra equivalente ai depositi da convertire; tuttavia il risultato sarebbe un’iperinflazione devastante, perché i clienti ridepositerebbero la somma, il meccanismo descritto si rimetterebbe in moto e si determinerebbe un effetto moltiplicativo dato dal reciproco della quota di riserva; nel nostro esempio pari a 10 volte. La corsa agli sportelli è l’evento che rende manifesto il fatto che la riserva frazionaria è un sistema fraudolento.[18])

Ecco perché le banche private furono favorevoli alla nascita delle banche centrali: potevano mantenere la riserva frazionaria, e dunque conseguire nel breve periodo maggiori profitti, avendo le spalle coperte nei momenti di difficoltà. La cartellizzazione del sistema bancario ha origine con la nascita delle banche centrali.[19] La creazione della Banca centrale e la moneta fiat hanno rappresentato per lo Stato, dunque per i governanti e l’élite burocratica, un modo per finanziarsi agevolmente, acquisire introiti per sé e per i gruppi da esso favoriti e acquisire con più facilità il consenso grazie alla possibilità di creare ed espandere moneta a piacimento e senza limiti. La moneta, essendo l’intermediario di tutti gli scambi, è la linfa vitale dell’economia. Se lo Stato comanda sulla moneta, controlla l’economia.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla III Parte [attivo dalla settimana prossima, NdR]

Link alla I Parte

[1] A Firenze tra il 1341 e il 1346 le banche con riserva frazionaria fallirono tutte, causando una profonda recessione in conseguenza della forte contrazione creditizia.

[2] In Cina i depositari iniziarono ad emettere certificati in eccesso nel X secolo. A Venezia questo tipo di comportamento si manifesta a partire dal ‘300; nel ‘500 è diffuso in gran parte dell’Italia. In Inghilterra gli orafi cominciano ad emettere certificati non coperti da oro verso la fine del ‘600, in particolare dopo la Guerra Civile (1688). Fino al 1811 nessuno ricorse a un tribunale per verificare se tale comportamento fosse corretto; in Carr v. Carr il giudice William Grant sentenziò che il contante in deposito doveva essere considerato “debito” del banchiere, non deposito, avallando così la riserva frazionaria.

[3] In Inghilterra con l’Atto di Peel (1844) si proibì l’emissione di certificati senza copertura (aurea), dunque la seconda modalità, ma si consentì per i depositi una riserva inferiore al 100%.

[4] Ad esempio, se 1 dollaro equivale a 1 grammo di oro (dunque “dollaro” non è altro che un nome per indicare un grammo di oro), allora in un gold standard puro, a fronte di 1 tonnellata d’oro (1000 kg, 1.000.000 g), devono circolare 1.000.000 di dollari. Anche i rapporti fra le valute sono dati dal contenuto d’oro che ciascuna rappresenta: ad esempio, negli anni che precedono la Prima Guerra Mondiale, un dollaro era circa un ventesimo di oncia d’oro, mentre una sterlina poco meno di un quarto di oncia; il tasso di cambio fra dollaro e sterlina era pertanto automaticamente fissato nel rapporto di 4,85 a 1.

[5] Gli Stati Uniti introducono la parità del dollaro con l’oro nel 1834. Ma già nel 1862, per finanziare la guerra contro gli stati del Sud (1861-’65), Lincoln consente la stampa di banconote e l’abbandono della riserva totale. Dopo la guerra civile si torna alla parità con l’oro.

Il gold standard classico rappresentava anche un elemento di disciplina per i paesi con economie aperte agli scambi con l’estero. Il “meccanismo Hume-Ricardo” funziona nel seguente modo: supponiamo che la Francia aumenti la quantità di moneta cartacea (franchi), violando l’equilibrio con le riserve in oro. Allora aumentano i prezzi dei beni francesi; i francesi accrescono gli acquisti di beni esteri, meno cari; dunque le banche commerciali degli altri paesi si trovano con maggiori quantità di franchi; allora chiedono alla Banca di Francia di convertire i franchi in oro; la Banca di Francia subisce l’emorragia di oro, vede ridotta ancora di più la quota di riserva, ed è costretta a ridurre crediti, depositi e dunque la quantità di moneta. In questa sequenza si innesta un altro fenomeno che accentua la fuoriuscita di oro: quando i francesi riducono gli acquisti di beni interni e aumentano gli acquisti di beni esteri, si determina un disavanzo della bilancia dei pagamenti; l’eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni deve essere saldato con l’oro.

[6] La Banca centrale in genere svolge le seguenti funzioni: emette e quindi determina la quantità di moneta nel sistema economico; funge da banca delle banche, cioè da prestatore di ultima istanza, dunque condiziona l’offerta di credito; sorveglia il sistema bancario; controlla il mercato dei cambi; gestisce le riserve in oro e valuta. Per i paesi aderenti all’euro, la prima e la quarta funzione è oggi svolta dalla Bce.

[7] Nel 1933 gli Stati Uniti abbandonano il gold standard; il possesso di oro è dichiarato illegale, le monete d’oro possedute dai cittadini vengono confiscate. Permane la convertibilità in monete d’argento (fino al 1963).

[8] La parità fra dollaro e oro viene fissata a 1/35 di oncia per 1 dollaro. I dollari potevano essere convertiti solo in lingotti. Le altre monete fissano un tasso di cambio con il dollaro. Il dollaro è la valuta di riserva, su cui i sistemi monetari dei vari Stati possono moltiplicare il credito interno. Nei due decenni successivi, i paesi che, a causa di avanzi nelle bilance dei pagamenti con gli Stati Uniti, incamerano dollari, non chiedono la conversione in oro, ma utilizzano le accresciute riserve in dollari per moltiplicare il credito. Gli Stati Uniti diventano esportatori di inflazione. Il sistema di Bretton Woods comincia a collassare nel 1968, con il prezzo dell’oro che nei mercati liberi di Londra e Zurigo schizza a livelli molto superiori rispetto al tasso ufficiale di 35 dollari l’oncia. Nel 1971 cominciano le richieste di conversione di dollari in oro da parte di Stati a moneta forte come la Germania, la Francia e la Svizzera, il che provocherà la definitiva inconvertibilità con i provvedimenti del 15 agosto 1971. Dal 1971 al 1973 si tenta di mantenere tassi di cambio fissi fra le monete anche senza una moneta che funga da valuta di riserva internazionale. Dalla primavera del 1973 i tassi di cambio fra le monete fluttuano liberamente.

A Bretton Woods Keynes propose l’istituzione di un’unità monetaria internazionale, il bancor, fissato in termini di trenta beni. Avrebbe dovuto rappresentare la riserva per le banche centrali dei vari paesi. Per una critica di tale riforma, in particolare le sue potenzialità inflazionistiche, v. M.N. Rothbard, The World Currency Crisis, in «The Free Market», febbraio 1986, pp. 1, 3–4. In generale, i keynesiani hanno auspicato un’evoluzione in direzione di una moneta cartacea unica, generata e controllata da un’unica banca centrale mondiale.

[9] Più correttamente, il suo costo di produzione è trascurabile se comparato con il suo valore di scambio. Il costo di produzione della moneta cartacea è prossimo allo zero. Se lo Stato consentisse una concorrenza nella produzione di moneta, ma la limitasse solo a monete fiat, la quantità prodotta sarebbe quella che uguaglia ricavo marginale e costo marginale. Poiché il costo marginale è vicino a zero, la quantità prodotta sarebbe elevatissima; sarebbe quella che determina un ricavo marginale prossimo a zero, cioè un potere d’acquisto della moneta prossimo a zero. Il monopolio nella produzione della moneta è sembrato una soluzione: poterne restringere l’offerta evita iperinflazioni continue.

In passato i biglietti furono emessi dal Tesoro (i “Continental” e i “Greenback” americani, gli “assignats” francesi), successivamente dalla Banca centrale.

[10] I difensori dell’attuale sistema a moneta cartacea in monopolio ne lodano i seguenti vantaggi: 1) i costi di produzione della moneta cartacea sono pressoché nulli; dunque non vengono distratte risorse da altri impieghi produttivi; 2) il sistema attuale ha un’alta elasticità rispetto al livello di attività produttiva, cioè si può adeguare a piacere la quantità di moneta al livello delle transazioni; 3) il controllo da parte dell’autorità monopolistica evita gli shock erratici che si verificherebbero nel caso in cui venissero scoperti nuovi giacimenti di moneta-merce. I critici capovolgono quelli che sono considerati meriti in limiti: la facilità di produzione e la discrezionalità nell’emissione sono proprio i fattori che hanno causato le alte inflazioni dell’ultimo secolo. Per quanto riguarda la dipendenza dei metalli dall’estrazione, in un mondo dinamico una certa instabilità del potere d’acquisto è fisiologica e inevitabile, e comunque è meglio sottrarre il potere d’acquisto della moneta all’influenza dei governi.

 

[11] Il depositante effettua questa operazione per due principali motivi: 1) perché non vuole tenere grandi somme di denaro con sé (in casa, o in tasca) per timore di furti o smarrimenti; 2) per i servizi di pagamento svolti dalla banca (es. canoni di utenze – bollette – , che sotto il profilo formale assumono la forma del bonifico).

[12] La quota trattenuta per riserva in genere viene trasferita alla banca centrale.

[13] La banca è incentivata a fare ciò perché guadagna gli interessi sul prestito di € 900. L’esistenza della riserva frazionaria dunque consente alla banca l’acquisizione di un reddito (interesse) “dal nulla”.

[14] Oppure ricorrendo a metodi elettronici come il bancomat. La carta di credito invece non costituisce moneta, ma credito. Infatti, nel momento in cui io effettuo un acquisto, la società che emette la carta (es. Visa, Mastercard, American Express ecc.) mi presta la somma, che successivamente io restituisco con l’interesse. Dunque, quando viene usata una carta di credito, sorgono due transazioni. Una caratteristica cruciale della moneta, e dunque un modo rapido per capire ciò che è moneta e ciò che non lo è, è che il suo uso rappresenta un pagamento finale. Il pagamento con carta di credito non rappresenta il pagamento finale, che avviene solo quando il titolare della carta restituisce la somma alla società; e la restituzione viene fatta necessariamente con mezzi che sono moneta.

[15] I depositi bancari coperti da banconote, nel nostro esempio  €100, si chiamano depositi primari. Quelli non coperti, nel nostro esempio €900, depositi secondari o derivati.

[16] È la formula che sintetizza la somma dei termini di una progressione geometrica di ragione (1-β):  B + (1-β) B + (1-β)2 B + (1-β)3 B +…+ (1-β)n B con n tendente a infinito. Trasposta nel nostro esempio, la serie è costituita dalla sequenza: 1000 + 900 + 810 + 729 + 656 + 590 + …

[17] È questa l’origine dell’immagine della “piramide rovesciata” utilizzata da alcuni economisti: alla base vi sono le banconote stampate dalla banca centrale, una quota esigua della moneta complessiva; su di essa si espandono i crediti e i debiti creati dalle banche.

[18] In epoca recente, un episodio di corsa agli sportelli che determina il fallimento è avvenuto nel 2007 alla banca britannica Northern Rock. Nel Regno Unito un evento di tale portata non accadeva dal 1867.

[19] M.N. Rothbard, The Federal Reserve as a Cartelization Device: The Early Years, 1913–1930, in B. Siegel (a cura di), Money in Crisis, Pacific Institute for Public Policy Research, San Francisco, e Ballinger Publishing, Cambridge, 1984, pp. 89-136. Per un’analisi storica degli intrecci fra grandi banche ed élite politica negli Stati Uniti v. M.N. Rothbard, Wall Street, Banks, and American Foreign Policy, in «World Market Perspective», newsletter finanziaria a circolazione ristretta, agosto 1984. Di fatto, le banche centrali intervengono per salvare le grandi banche. Durante la Grande Depressione fallirono 6000 banche di piccole e medie dimensioni, nessuna di grandi dimensioni.

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Miti e lezioni della crisi monetaria argentina

Lun, 07/04/2014 - 08:00

Il crollo del peso argentino dello scorso mese porta ad un vicino quanto inevitabile nuovo esperimento nel populismo sudamericano di sinistra. La precipitosa “svalutazione” del 15% del peso contro il dollaro statunitense rappresenta il declino più rovinoso della moneta sin dalla sua svalutazione del 2001, quando l’Argentina dichiarò l’insolvenza del proprio debito estero. Dal 21 gennaio sino alla chiusura degli scambi del 23 gennaio, il valore è sceso dai 6,88 agli 8 pesos per dollaro sul mercato ufficiale. Nella sola giornata del 23, sul mercato nero, il peso ha perso il 6%, attestandosi a quota 13 contro il dollaro. In totale, lungo lo scorso anno, il peso ha perso circa il 35% del proprio valore.

Nello sciocco e futile tentativo di conservare il proprio sopravvalutato tasso di cambio fisso, la banca centrale argentina ha svenduto le proprie riserve di dollari al tasso di $1,1 miliardi al mese lungo tutto lo scorso anno per comprare in blocco i pesos eccedenti che versavano nei mercati valutari. Nel computo totale, le riserve di dollari sono scese dal record di $52,6 miliardi del 2011 fino a $29,3 miliardi, la quantità più bassa degli ultimi sette anni. Inoltre, sempre dal 2011, il governo della Kirchner ha implementato controlli estremamente restrittivi negli scambi, inclusi ritardi nell’approvazione dei rimpatri dei dividendi delle  aziende estere così come limitazioni aglii acquisti dei turisti, tasse sugli acquisti effettuati con carte di credito e – recentemente – dei limiti sulle spese online che hanno reso quasi impossibile per i comuni cittadini argentini acquistare dollari da investire all’estero o da tenere come riserva. Ovviamente, queste misure draconiane hanno fallito nel bloccare la fuga di dollari di fronte alla benefica azione del mercato nero, in cui i dollari erano liberamente scambiabili all’equo prezzo unitario di 13 pesos. Il governo gettò finalmente la spugna fra il 22 ed il 23 gennaio, smettendo di intervenire nei mercati delle valute per sostenere il peso, il quale perse circa il 10% soltanto nella giornata del 23 gennaio. Il giorno seguente, il governo andò oltre e annunciò un allentamento dei controlli negli scambi. Agli argentini sarà ora permesso comprare dollari in proporzione al proprio reddito, mentre la tassa relativa all’acquisto degli stessi è stata ridotta dal 35% al 20%.

Questi sono i fatti così come sono stati riportati, ma molti osservatori hanno commesso degli errori nelle loro interpretazioni della situazione. [1]

In primis, il violento declino nel valore del peso non rappresenta l’inizio di una cosiddetta “crisi monetaria”, ma piuttosto il vero strumento per risolvere una crisi da lungo in corso. Per la “svalutazione” del peso da parte delle autorità monetarie argentine ci si riferisce alla rimozione dei controlli dei prezzi che hanno mantenuto il prezzo del dollaro rispetto al peso sotto quello di equilibrio del mercato, generando così un permanente eccesso di domanda del dollaro in Argentina. In altre parole, la svalutazione è stata semplicemente l’ammissione che il peso è stato già derubato di una parte significativa del suo valore dall’inflazione. Ciò è stato celato dal fatto che al prezzo controllato dei dollari, i prezzi in pesos delle importazioni straniere venivano artificialmente abbassati, mentre le esportazioni argentine venivano rese più costose e meno competitive sui mercati stranieri. Il governo argentino ha cercato di sopprimere il conseguente passivo commerciale e la mancanza di dollari tramite dei controlli negli scambi, cioè attraverso misure progettate per limitare ai propri sodali i dollari disponibili. Inoltre, anticipando l’inevitabile “svalutazione” e la conseguente perdita di potere d’acquisto in termini di beni, la gente ha aumentato la domanda di dollari per investirli all’estero o per utilizzarli come riserva. Permettendo al tasso di cambio di innalzarsi dal prezzo stabilito di 6,88 al prezzo di mercato di 8 pesos per dollaro, i prodotti esteri diventeranno più costosi per gli argentini e i prodotti interni lo saranno meno per gli stranieri (in quanto con la stessa quantità di dollari sarà possibile acquistare più pesos).

Se il governo mantiene la rotta sulla sua politica dei cambi, il risultato è che la quantità delle importazioni calerà e quella delle esportazioni aumenterà fino a raggiungere la parità. In questo modo il passivo commerciale sparirà o diventerà abbastanza basso da poter essere finanziato dall’afflusso degli investimenti esteri del settore privato. Attualmente, dato che l’Argentina necessita ancora di saldare circa $6,5 miliardi di obbligazioni a stati esteri, è più probabile che avrà un attivo commerciale, con le esportazioni eccedenti che genereranno i dollari necessari a supportare tali debiti. Ripetendo: questa non è l’inizio di una crisi, ma la risoluzione di una crisi esistente causata da banali controlli dei prezzi.

Come seconda cosa, molti opinionisti sui media e perfino degli economisti insistono che la svalutazione accelera senza dubbio una crisi interna perché genera un ampio aumento dei prezzi in pesos sia dei beni importati che dei prodotti nazionali esportabili, che vengono ora venduti in quantità maggiori riducendo le quantità disponibili per i compratori interni. Questo aumento generale dei prezzi, quindi, danneggerebbe innanzitutto i consumatori argentini, dicono. Tuttavia, tale responso non considera le conseguenze benefiche non visibili della rimozione di qualunque controllo dei prezzi. È indubbiamente vero che, ad esempio, l’abolizione dei controlli sugli affitti riduce il welfare degli attuali locatari che devono sborsare affitti e guadagni più alti ai proprietari degli appartamenti. Ma è anche vero che ci sono tanti altri che ne traggono beneficio, inclusi tutti quei locatari che erano esclusi dal mercato a causa della scarsità degli appartamenti, sebbene fossero disposti a pagare affitti più alti, o coloro che sono riusciti ad affittare appartamenti ad affitti molto più alti sul mercato nero. Allo stesso modo, l’abolizione di un controllo sui prezzi che sopravvaluta il peso beneficia le aziende esportatrici argentine, i loro lavoratori ed i fornitori, così come quei consumatori a cui erano preclusi sia l’importazione di beni sia gli investimenti che desideravano fare, o chi era in grado di farli soltanto pagando dollari ad un prezzo molto più alto sul mercato nero.

Così, l’adeguamento dei prezzi argentini in base al vero valore di mercato del peso non rende l’intera nazione più povera. Ridistribuisce semplicemente i veri guadagni da quelli che ne stavano beneficiando mediante la distorsione del sistema dei prezzi tramite tassi fissi e controlli negli scambi, ossia, dipendenti governativi, imprese privilegiate ed organizzazioni sindacali, a quelli senza agganci politici che erano vittimizzati da tale ingerenza. Inoltre, sia nel caso dei controlli sugli affitti che in quello della stabilizzazione del tasso di cambio, l’abolizione di tali controlli porta ad una maggior efficienza nell’allocazione delle risorse e nella massimizzazione del volume dei benefici scambi reciproci al prezzo di equilibrio.

Su questa falsariga, è sorprendente – ma  neanche un po’ divertente – assistere al vincitore del Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, un devoto keynesiano, agitare il dito dichiarando severamente l’ovvio:

“La realtà forzerà chiaramente alcuni cambi: bisogna vivere all’interno delle proprie risorse, se la propria moneta va giù significa che si pagheranno di più le importazioni. Bisognerà che cambino le proprie politiche e la domanda è: quando e come?”.

L’errore commesso da Stiglitz è la sua implicazione che tutti in Argentina saranno più poveri perché “pagheranno di più le [loro] importazioni”. Come dimostra la precedente analisi, comunque, il governo, i suoi sodali e gli elettori privilegiati potranno essere più poveri, ma quelli che inizialmente non avevano accesso ai dollari (se non attraverso il mercato nero) saranno più ricchi con il peso “svalutato”.

Terzo, il convergere dei media sull’emorragia delle riserve straniere della banca centrale argentina come il principale fattore che stimola la crisi è ridicolo. In luogo di ciò, segno di crisi non è la perdita di riserve di dollari, quanto il fatto stesso che la banca centrale necessiti di conservarne. L’unica ragione per cui la banca centrale necessita di riserve è per sostenere la sopravalutazione del peso vendendo dollari in scarsa quantità per comprare in blocco l’inevitabile eccesso di peso. Se il tasso di cambio dollaro-peso fosse stato lasciato libero di essere determinato soltanto dalle forze del mercato, le autorità monetarie argentine non avrebbero trovato necessario il mantenimento di un solo dollaro, proprio perché la domanda e l’offerta di ciascuna moneta verso le altre sarebbe bilanciata in ogni momento senza eccessi o scarsità. Se il governo argentino avesse bisogno di fare acquisti all’estero o di pagare il proprio debito estero potrebbe facilmente acquisire i dollari acquistandoli dalle banche commerciali o da altre istituzioni private sul mercato valutario. Pagherebbe qualunque dollaro gli servisse con i pesos incassati dalle tasse o prestati dal pubblico o stampati dalla banca centrale. Nel turbolento mondo delle monete nazionali fiat, una nazione evita caos ulteriori e crisi permettendo al mercato di determinare il valore della propria moneta in termini delle altre monete fiat con diversi tassi di inflazione.

Ciò mi porta al mio quarto punto. Molti politici ed altri osservatori di destra in Argentina e da altre parti attribuiscono la crisi ai dissoluti programmi di spesa pubblica del governo di sinistra della Kirchner. Affermano che i sussidi sociali, la nazionalizzazione delle imprese di proprietà estera, l’espansione dello stato regolatore ecc. ecc., hanno guidato il budget del governo nel deficit. Ma i deficit di bilancio non sono la causa della sopravvalutazione di una moneta e della scarsità di scambi esteri più di quanto siano la causa dell’inflazione. Perciò, se le spese aggiuntive fossero state finanziate dall’aumento di tasse o tramite prestito dal pubblico, i prezzi argentini non sarebbero aumentati. Comunque, il governo argentino decise di finanziare questi deficit espandendo rapidamente l’offerta di moneta ad un tasso medio del 30% annuo negli ultimi 4 anni. Ciò ha portato ad una rapida inflazione dei prezzi argentini che ha toccato ufficiosamente il 28% lo scorso anno, più del doppio dell’11% dichiarato dal governo argentino. L’inflazione e la sua attesa stimolano le importazioni e il volo dei capitali all’estero e sopprimono le esportazioni. La creazione di denaro, congiuntamente ad un tasso di cambio fisso, è pertanto la sola ed unica causa di una cosiddetta “crisi monetaria”.

L’ideale sistema monetario globale è quello con un’uniforme offerta monetaria basata sul mercato come quello che esisteva sotto il classico sistema aureo del 19°secolo. Sotto questo sistema, gli squilibri nella bilancia dei pagamenti venivano velocemente adattati perché qualunque cambio della quantità dell’oro esistente tendeva a diffondersi uniformemente su tutti i partecipanti al sistema e ciò assicurava un tasso d’inflazione grosso modo uniforme fra tutti i paesi. Ciò è simile alla situazione odierna fra i vari stati all’interno degli Stati Uniti, tutti sotto il sistema del dollaro. In tal modo, gli squilibri nella bilancia dei pagamenti – diciamo fra il New Jersey ed il resto degli USA – sono soltanto temporanei e comunque aggiustati rapidamente. La lezione da imparare dai miti analizzati qui sopra è che ogni tentativo di replicare l’operazione di una singola moneta globale tramite schemi di aggiustamenti dei prezzi da parte del governo, sfruttando le monete nazionali fiat, è destinata al fallimento ed esacerberà soltanto il disordine monetario che ha colpito l’economia mondiale sin dalla distruzione del sistema aureo internazionale nel 1914.

Articolo di Joseph T. Salerno su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] The Guardian.com, Peso in Freefall as Economic Crisis Deepens (January 23),http://www.theguardian.com/world/2014/jan/24/argentinian-peso-freefall-economic-crisis-deepens; Daniel Cancel, “Argentina to Ease Currency Controls after Devaluation,” Bloomberg.com (January 24),http://www.bloomberg.com/news/2014-01-24/argentina-to-ease-fx-controls-after-peso-devaluation.html; Jonathan Wheatley, “Argentine Peso Fall Threatens Government of Cristina Fernandez,” FT.com (January 24),http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e0cd3f20-84d8-11e3-8968-00144feab7de.html#axzz2rLuT7yBF

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Il socialismo distrugge la civiltà: I parte

Ven, 04/04/2014 - 08:00

Alle pagine 33-35 del mio libro Socialism, Economic Calculation, and Entrepreneurship*, esamino il processo mediante il quale la divisione della conoscenza imprenditoriale si approfondisce in senso “verticale” e si espande in senso “orizzontale“, consentendo (e richiedendo al tempo stesso) un aumento della popolazione, favorendo la prosperità e il benessere generale, e determinando il progresso della civiltà. Come ho avuto modo di esporre, questo processo fa leva:

 1. sulla specializzazione della creatività imprenditoriale in settori sempre più limitati e specifici, caratterizzati da un dettaglio sempre maggiore e da una più marcata profondità di analisi;

 2. sul riconoscimento dei diritti di proprietà privata dell’imprenditore creativo sui frutti della propria attività di creazione, in ciascuno di questi ambiti;

 3. sul libero e volontario scambio dei frutti della specializzazione di ogni agente economico; scambio che, per definizione, risulta essere sempre reciprocamente vantaggioso per tutti i partecipanti al processo di mercato; e

 4. sulla crescita costante della popolazione umana, che rende possibile “occupare” imprenditorialmente e coltivare un numero crescente di nuovi ambiti di conoscenza imprenditoriale creativa, recando valore nella vita di tutti.

Sulla scorta di questa analisi, tutto ciò (i) che garantisce la proprietà privata dei frutti generati da ogni individuo, in virtù del suo contributo al processo produttivo; (ii) che presidia il pacifico possesso di quanto ogni individuo inventa o scopre; (iii) e che facilita (o quantomeno non ostacola) gli scambi volontari (i quali, come detto, sono sempre apportatori di reciproci benefici, nel senso che implicano un miglioramento per ciascuna parte partecipante allo scambio) genera prosperità, aumenta la popolazione, nonché promuove lo sviluppo in termini quantitativi e qualitativi della civiltà.

Parimenti, qualsiasi attacco al possesso pacifico delle risorse e ai diritti di proprietà che ad esse afferiscono, come qualsiasi manipolazione coercitiva del libero processo di scambio volontario, ed, in breve, qualsiasi intervento dello Stato in un’economia di libero mercato, arreca invariabilmente degli effetti indesiderati, soffoca l’iniziativa individuale, corrompe la morale e le abitudini comportamentali responsabili, rende le masse infantili e dipendenti, accelera il declino del tessuto sociale, consuma la ricchezza accumulata, e blocca la crescita demografica e il progresso della civiltà, assistendosi ovunque ad un impoverimento generalizzato.

A titolo di esempio, si consideri il processo di declino e di scomparsa della civiltà romana classica. Ancorché gli elementi essenziali di tale fenomeno siano facilmente estrapolabili e riconducibili a molte circostanze del nostro mondo contemporaneo, purtroppo, la maggior parte delle persone è ormai dimentica, quando non completamente all’oscuro, di quella importante lezione di storia; e di conseguenza non riesce ad  intravvedere i gravi rischi che si stanno materializzando all’orizzonte anche per la nostra civiltà. In realtà , come spiego in dettaglio nelle mie lezioni (e come cerco di riassumere in un video di una di esse, concernente la caduta dell’Impero Romano [La Caída del Imperio Romano], che, con mia grande sorpresa, ha già raggiunto quasi 400.00 visualizzazioni su internet in poco più di un anno), e sulla base degli studi precedenti di autori come Rostovzev (The Social and Economic History of the Roman Empire)  e Mises (Human Action), <<ciò che condusse al declino dell’Impero [Romano] e al decadimento della sua civiltà fu la disintegrazione di questa interconnessione economica, più che le invasioni barbariche>>. (op. cit., p. 767)

Per essere precisi, Roma fu vittima di una involuzione nella specializzazione e nella divisione delle transazioni commerciali, in quanto le autorità sistematicamente ostacolavano o impedivano il libero scambio a prezzi di mercato, proprio nel bel mezzo di una crescita dilagante dei sussidi, della spesa pubblica per consumi (“panem et circenses” ), e del controllo statale dei prezzi. È facile intuire la logica sottesa a questi eventi. Soprattutto a partire dal III secolo, crebbe in maniera esponenziale la compravendita di voti e la popolarità diffusa delle sovvenzioni alimentari (“panem”), finanziate dall’erario attraverso l’ “annona”, così come l’abitudine di organizzare in via perpetua i più sontuosi giochi pubblici (“circenses”). Come risultato di tutto ciò, da ultimo, non solo un gran numero di proprietari terrieri della provincia italiana finì in rovina, ma la popolazione dell’Urbe non smise mai di crescere, sino a che non arrivò a sfiorare il numero di quasi un milione di abitanti. (Perché, del resto, prodigarsi in mille sforzi per lavorare la propria terra quando i suoi prodotti non avrebbero comunque potuto essere venduti a prezzi vantaggiosi, atteso che lo stato li redistribuiva quasi gratis a Roma?).

Il naturale corso degli eventi fu lo spopolamento della campagna italiana e la migrazione in città, per vivere alle spalle dello stato assistenziale romano, i cui costi, non potendo essere sopportati dalle casse pubbliche, furono coperti solo ricorrendo allo svilimento del contenuto di metallo prezioso presente nella moneta (vale a dire, inflazionando). Il risultato fu inevitabile: un calo incontrollato del potere d’acquisto del denaro, cioè, un’impennata dei prezzi dei beni, a cui le autorità risposero decretando che quest’ultimi dovessero rimanere fissi ai loro livelli precedenti ed imponendo pene estremamente severe ai trasgressori. L’istituzione di questi calmieri di prezzo portò a carenze diffuse (posto che ai  bassi prezzi fissati non era più redditizio né produrre, né ingegnare soluzioni creative per far fronte al problema della scarsità, mentre al contempo la propensione al consumo e allo spreco veniva ancora artificialmente incoraggiata).

Le città a poco a poco cominciarono a soffrire di una grave carenza di derrate alimentari, e la popolazione iniziò ad abbandonarle e a tornare in campagna, per riuscire a sopravvivere in condizioni di estrema povertà, in regime di autarchia ed ad un mero livello di sussistenza, gettando così le basi per quello che, in futuro, avrebbe poi dato luogo al feudalesimo.

Questo processo di de-civilizzazione, che scaturì dalla demagogica ideologia socialista, tipica di ogni welfare state e di qualsivoglia misura interventista nell’economia, può essere delucidata sinteticamente, in maniera grafica, dal retro dell’illustrazione presente a pagina 34 del suaccennato libro, Socialism, Economic Calculation, and Entrepreneurship, in cui viene descritto il processo in virtù del quale la divisione del lavoro ( o meglio , la specializzazione della conoscenza) si fa sempre più profonda e la civiltà progredisce.

Cominciamo dalla fase rappresentata dalla linea superiore del grafico (T1), che riflette l’avanzato livello di sviluppo spontaneamente raggiunto dal processo di integrazione del mercato dell’antica Roma già nel I secolo, il quale, come Peter Temin ha dimostrato (“The Economy of the Early Roman Empire,” Journal of Economic Perspectives, vol. 20, no. 1, winter 2006, pp. 133–151), era caratterizzato da un notevole grado di rispetto giuridico istituzionale per la proprietà privata (diritto romano), nonché dalla specializzazione e dalla omnipervasività degli scambi in tutti i settori di mercato e per tutti i fattori produttivi (in particolare il mercato del lavoro, giacché, come ha mostrato Temin, gli effetti della schiavitù si rivelavano assai più modesti di quanto si credesse fino ad oggi). Come risultato, l’economia romana del periodo raggiunse un livello di prosperità, di sviluppo economico, di urbanizzazione e di cultura come non si sarebbe più visto, in tutto il mondo, sino a buona parte del XVIII secolo.

Le lettere maiuscole collocate sotto ogni persona, come rappresentate in figura 1, indicano le finalità in vista delle quali ogni attore economico si è specializzato e al cui perseguimento è vocato. In seguito, questi scambia i frutti del suo sforzo imprenditoriale e della sua creatività (rappresentati dalla lampadina che si “illumina”) con quelli degli altri agenti presenti nel mercato, e tutti beneficiano da questi scambi liberi e volontari. Tuttavia, al crescere dell’interventismo dello Stato nell’economia (ad esempio, attraverso il controllo dei prezzi ), gli scambi sono ostacolati e si rarefanno, e le persone si ritroveranno nello stato rappresentato dalla linea centrale del grafico. Esse saranno costrette a contrarre la sfera della loro specializzazione, abbandonando, per esempio, il perseguimento del set di fini G ed M,  e concentrandosi esclusivamente per conseguire AB, CD, ed EF: tutto ciò determina una minor divisione del lavoro, una netta contrazione del numero degli scambi, e quindi un inferiore grado di specializzazione; il che, a sua volta, implicherà un maggior impegno a riprodurre le stesse identiche cose con un inevitabile spreco di risorse. L’ovvio risultato si sostanzierà in un degrado nella produzione finale dell’intero processo sociale, e quindi in un conseguente aumento della povertà.

Il punto massimo di declino economico e la recessione si verificano nella stato rappresentato dall’ultima linea del grafico (T3), in cui, di fronte alle crescenti pressioni interventiste da parte dello Stato, all’inarrestabile aumento della pressione fiscale, e ad un livello di regolamentazione soffocante ed insostenibile, le persone saranno costrette, proprio per sopravvivere (ed anche se si trovassero ad un livello di povertà prima inconcepibile), ad abbandonare quasi completamente il precedente livello di divisione del lavoro ed il processo di scambio che innerva il mercato, a lasciare la città e ritornare in campagna per prendersi cura del bestiame e coltivare il proprio cibo, nonché per conciare le proprie pelli e costruire le proprie baracche: ogni individuo duplicherà inutilmente gli sforzi per il perseguimento delle finalità minimali, oltre che le attività necessarie per riuscire almeno a sopravvivere (che abbiamo indicato come ABCD nel grafico). Come è logico, la produttività declinerà bruscamente, e si risconterà ogni sorta di penuria, passibile di ridurre la popolazione a causa della mancanza di risorse: in tal modo il processo di desertificazione e di de- civilizzazione giungerà al suo stadio finale.

Mutuando le parole di Mises,

Col sistema dei prezzi calmierati, la pratica della svalutazione monetaria paralizzò completamente sia la produzione che il commercio dei generi alimentari di prima necessità, disintegrando l’organizzazione economica della società… Per sfuggire alla fame, la gente abbandonò le città, andò a riparare in campagna e tentò di coltivare grano, olio, vino e altri generi necessari…. La funzione economica delle città, dei commerci, degli scambi e dell’artigianato urbano si contrasse. L’Italia e le Province dell’impero ritornarono ad uno stadio meno avanzato di divisione sociale del lavoro. La struttura economica altamente sviluppata dell’antica civiltà si trasformò ben presto, attraverso un processo di involuzione, in ciò che è conosciuta come organizzazione curtense medievale... La controazione [degli imperatori] fu futile e non andò certo ad aggredire la radice del male. La coercizione e le costrizioni cui essi ricorsero non riuscirono ad invertire il trend che stava conducendo alla disintegrazione sociale, la quale, al contrario, era causata precisamente da eccessive politiche di coercizione e di costrizione [da parte dello stato].

Nessun Romano era consapevole del fatto che il processo era generato dalla interferenza governativa nella manipolazione dei prezzi e dallo svilimento della moneta. (op. cit., pp. 768–769)

 

Poi Mises conclude:

Un ordine sociale è condannato a fallire se le azioni necessarie al suo normale funzionamento sono ripudiate dai principii morali, dichiarate illegali dalle leggi del paese e perseguite come criminali dai tribunali e dalle forze di polizia.

L’Impero Romano si frantumò irrimediabilmente perché questi difettò sia  dello spirito del liberalismo, che della libera intrapresa. L’interventismo statale e il suo corollario politico, la dittatura, decomposero il potente impero, così come necessariamente disintegreranno e distruggeranno sempre qualsivoglia entità sociale. (op. cit., p. 769, sottolineatura aggiunta)

Articolo di Jesus Huerta de Soto su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

Note

* Esiste anche una edizione italiana del libro in questione, edita da Solfanelli (2012) e curata da Carmelo Ferlito, titolata Socialismo, calcolo economico e imprenditorialità.

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La Moneta: I Parte

Mer, 02/04/2014 - 08:00

Proseguendo con la raccolta di saggi a cura di Piero Vernaglione, vi proponiamo, da adesso per otto settimane, un approfondimento sul bene che – tra tutti – risulta essere il più discusso e diffuso: la moneta. [NdR]

La funzione fondamentale della moneta è di essere mezzo di scambio, o intermediario degli scambi. Infatti i limiti del baratto (costi di transazione) sono: 1) la difficoltà della cosiddetta “doppia coincidenza di desideri” (l’improbabile circostanza che due individui abbiano ciascuno il bene che l’altro desidera, nello stesso momento e nello stesso luogo[1]), 2) l’indivisibilità di molti beni coinvolti in scambi con beni di valore minore (ad esempio, il possessore di un cavallo dovrebbe dividerlo in vari pezzi) e 3) l’impossibilità del calcolo economico a causa dell’incommensurabilità di beni diversi.

La merce che ha più mercato, cioè quella più facile da scambiare a causa di alcune caratteristiche (infra), diventa il mezzo di scambio: nasce la moneta. La moneta consente di spezzare lo scambio in due momenti: scambio di bene contro moneta, e scambio di moneta contro bene in un momento successivo. Sembra una complicazione, ma è invece la meravigliosa semplificazione che ha consentito la civilizzazione. Lo scambio indiretto infatti evita le suddette difficoltà di commerciabilità. Colui che al momento non può acquistare ciò che desidera, può scambiare il bene di cui è in possesso – di cui vuole disfarsi – con il bene divenuto moneta, che verrà in futuro scambiato con i beni desiderati[2]. Il mezzo di scambio è accettato contro beni e servizi perché il ricevente sa che può utilizzarlo per ottenere altri beni e servizi; dunque caratteristica essenziale è l’accettabilità. La definizione quindi è: la moneta è il mezzo di scambio generalmente accettato.[3]

Mezzo di scambio è il bene che non si acquisisce per il consumo o per l’impiego in attività produttive, ma con l’intenzione di scambiarlo successivamente contro i beni che si desiderano sia per il consumo sia per la produzione. La funzione di mezzo di scambio è quella fondamentale, quella che determina l’introduzione della moneta. Tutte le altre funzioni che si attribuiscono alla moneta – unità di misura e riserva di valore – vengono di conseguenza, sono aspetti particolari, corollari di tale funzione primaria.

- Unità di misura: l’introduzione della moneta risolve anche il terzo problema del baratto, l’impossibilità del calcolo economico. I beni infatti sono eterogenei, e per sommarli e sottrarli, al fine di capire se si è conseguito un profitto o una perdita, è necessario un denominatore comune, una unità di misura [4].

In termini più tecnici, la moneta abbassa i costi di informazione sul valore di scambio dei vari beni, consentendo di ridurre drasticamente il numero dei rapporti di scambio. Infatti, in un’economia in cui esistano n beni e manchi una unità di conto, il numero dei valori di scambio è pari alle combinazioni di n beni presi a due a due, cioè a  n (n – 1)/2; il ricorso ad una unità di conto consente di ridurre il numero dei rapporti di scambio a  n – 1. Ad esempio, se il numero di beni è pari a 100, il numero dei valori di scambio è pari a 9900/2 = 4950, perché ogni bene deve essere comparato con tutti gli altri; con l’unità di conto scende a 99, perché tutti i beni possono essere comparati con uno solo di essi.

Appena un bene viene scelto come mezzo di scambio, cioè come moneta, automaticamente e necessariamente svolge anche la funzione di unità di misura. Esso infatti è l’unico che entra in tutti gli scambi, e dunque è logico che il valore di scambio di tutti i beni sia espresso in termini di unità del bene-moneta.

Quando vige una moneta-merce, l’unità di misura è espressa in termini di peso (es. un’oncia o un grammo d’oro). La misurazione di ciascun bene è il suo prezzo: il prezzo monetario di un bene dunque è il numero di unità del mezzo di pagamento cedute in cambio di una unità di quel bene.

La moneta è unità di misura, non “misura del valore”; infatti il valore è soggettivo, e un bene scambiato al prezzo di 10 € non significa che ha un valore “oggettivo” di 10 €, ma che per il compratore esso vale più di 10 € e per il venditore vale meno di 10 €.

La funzione di unità di misura consente di chiarire il concetto di valore della moneta. In termini nominali, il valore dell’unità monetaria è per definizione uguale a 1, essendo la moneta stessa l’unità di misura. In termini reali, il prezzo della moneta (valore di scambio, o potere d’acquisto) è dato dagli infiniti tassi di cambio della moneta con ciascun bene, cioè dalla quantità di ogni bene che una unità monetaria può comprare. Ad esempio, se il prezzo di un televisore è pari a €500, di un etto di pane €2 e di un giornale €1, allora il “prezzo della moneta” sarà ciò che è acquistabile con 1 unità della moneta, dunque 1/500 di televisore, 1/2 etto di pane, 1 giornale; cioè sarà la serie di rapporti di scambio fra l’unità monetaria e ciascun bene. Ecco perché il prezzo della moneta coincide con il potere d’acquisto dell’unità monetaria. Considerando i prezzi di tutti i beni, i neoclassici in maniera sintetica hanno indicato il valore reale della moneta attraverso il reciproco del livello dei prezzi  1/P; esso indicherebbe la quantità di beni e servizi che può essere acquistata con una unità di moneta. Ma i beni sono eterogenei e non è corretto sintetizzarli in un unico indicatore P; se alcuni prezzi salgono e altri scendono in dimensioni tali da mantenere inalterato P, non si può dire che il potere d’acquisto della moneta è rimasto inalterato, perché i consumatori non sono “consumatori medi”.

Un aumento del valore di scambio della moneta significa che aumenta la quantità degli altri beni offerti in cambio di una pari quantità di essa (esempio: prima con 1 euro si acquista un panino, successivamente con 1 euro si acquistano due panini; o, si può dire in maniera equivalente, si riduce il numero di unità monetarie da dare in cambio di un’unità di un bene: il prezzo di un panino è passato da 1 euro a mezzo euro); il prezzo della moneta sale mentre quello di tutti gli altri beni scende. Il contrario se il potere d’acquisto della moneta scende: aumenta il numero di unità monetarie da dare in cambio di un’unità di un bene.

- Riserva di valore: è la capacità di conservare il valore nel tempo. La moneta entra a far parte della ricchezza di un operatore per i servizi che svolge come bene durevole, al pari dei titoli e dei beni [5]. Dunque questa terza funzione, a differenza delle prime due, non è esclusiva della moneta. La capacità di mantenere il valore dipende dalle variazioni del livello dei prezzi, ma anche dal fatto che la moneta annulla il rischio di perdite in conto capitale a cui sono soggetti i titoli ed altre attività (beni immobili), che fungono anch’essi da riserva di valore. Dunque, mentre la moneta è posseduta, il suo valore può aumentare o diminuire, non è detto che si mantenga costante nel tempo.

Caratteristiche

Affinché un bene venga scelto come moneta sono essenziali alcune caratteristiche:

che sia altamente domandato (dunque utile), perché l’ampia diffusione ne attesta e garantisce l’accettabilità;

la frazionabilità, che consente lo scambio con i beni che hanno un valore di scambio molto piccolo, ad esempio una caramella; il frazionamento non deve comportare perdite di valore;

la facilità di trasporto [6];

la non deperibilità, che consente di trasportarla nel tempo; ad esempio l’inalterabilità fisica e chimica dell’oro e dell’argento, di contro alla deperibilità del pesce o del burro;

l’omogeneità, per la quale ogni unità è di qualità identica a ogni altra; es. 1 oncia d’oro puro è uguale a qualsiasi altra oncia d’oro puro nel mondo;

la rarità relativa, che assicura che il bene-moneta non sia facilmente producibile e quindi inflazionabile, evitando che il valore di scambio, per quanto variabile, si possa azzerare; tale caratteristica dunque garantisce la continuità di valore nel tempo;

la duttilità, che consente la lavorabilità.

Le forme della moneta nell’evoluzione storica

Moneta-merce – Il primo passo verso un’economia monetaria fu costituito dall’individuazione di una merce che facesse da intermediaria negli scambi. La necessità di individuare un bene che avesse le caratteristiche ora viste rese intermediari degli scambi beni come il sale, lo zucchero, il rame (nell’antico Egitto), il tabacco, il bestiame (nell’antica Grecia), le conchiglie, le pellicce, le piume degli uccelli Quetzai presso i Maya (fino al XV secolo), le foglie di tè compresse in mattoncini in Asia Orientale nell’800, le collane d’osso presso gli indiani d’America, i chiodi in Scozia. Ma soprattutto i metalli preziosi. In particolare, il bene che nella storia ha mostrato di possedere meglio di altri queste caratteristiche è stato l’oro (grazie a particolari qualità fisico-chimiche: non si ossida[7] [e dunque non si corrode], non arrugginisce, è inalterabile, ha un’alta resistenza alle reazioni chimiche, splende, è buon conduttore di calore ed elettricità, è duttile senza essere fragile), e la selezione naturale operata dal mercato ha fatto sì che si affermasse come moneta di riferimento. Più precisamente, l’oro per le transazioni dal valore più elevato e l’argento, più abbondante, per coniare le monete di piccolo taglio. Anche il rame ebbe un ruolo non trascurabile. Le forme che l’oro ha assunto come mezzo di pagamento sono state diverse: pepite, polvere in sacchetti, barre, lingotti; ma la forma più diffusa è stata la riduzione in monete. Le monete metalliche comparvero in Grecia e in Asia minore nel VII secolo a.C. La prerogativa di coniare monete da parte del governante fu stabilmente costituita sotto gli imperatori di Roma. La società che ha mantenuto per più lungo tempo un sistema aureo è quella bizantina dell’Impero Romano d’Oriente, dal IV all’XI secolo d.C. Nel Medioevo il monopolio del conio da parte di principi e re (imprimendo la propria immagine sulle monete) rappresentava la loro principale fonte di guadagno[8].

Moneta-segno – L’oro, come qualsiasi moneta-merce, sottoponeva al rischio di essere derubati; risultava scomodo (eccessivo peso) in caso di transazioni dal valore elevato[9]; e, proprio grazie al suo alto valore, poteva creare qualche difficoltà nel dividerlo in caso di acquisto di beni dal valore di scambio minimo. Per superare tali limiti furono introdotti i certificati monetari. Nel ‘300 in Europa gli orafi custodivano le monete d’oro in cambio di un compenso. Le persone potevano depositare il proprio oro e in cambio ricevevano una ricevuta, una “nota del banco”, che certificava il possesso di quell’oro presso la banca. Il depositante poteva ritirare il suo oro in qualunque momento; ma dopo qualche tempo ci si rese conto che risultava più comodo utilizzare direttamente la ricevuta di deposito come mezzo di scambio, cioè come moneta, anziché ritirare in continuazione l’oro per effettuare ogni pagamento. Il ricevente sapeva che la ricevuta di carta emessa da una società di deposito con buona reputazione rappresentava una quantità di oro effettivamente esistente. Nascono le banconote[10], sostituti della moneta, che, risolvendo i tre problemi sopra elencati, diventarono ben presto molto diffuse come mezzo di pagamento. Dunque i sostituti della moneta sono i titoli che possono essere trasformati in ogni momento e senza costi in moneta (banconote, assegni). È fondamentale che il debitore, che ha emesso il titolo, sia solvibile e disposto a pagare. I certificati monetari quindi sono i titoli interamente coperti da un pari ammontare di moneta vera (proper money, es. oro). Il guadagno della banca è la commissione per il servizio di deposito. Quando gli orafi, e in generale gli esercenti l’attività di deposito, cominciano anche ad effettuare prestiti, nasce la banca [11]. Gli orafi furono i primi banchieri.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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[1] Secondo l’esempio proposto da Rothbard, «se un venditore di uova voleva comprare un paio di scarpe, doveva trovare un produttore di scarpe che desiderava, proprio in quel momento, acquistare uova». M.N. Rothbard, The Mistery of Banking, Richardson and Snyder, New York, 1983, p. 3.

[2] Nell’esempio precedente, il venditore di uova non ha più bisogno di cercare un produttore di scarpe che desideri le sue uova. Vende le uova a chi desidera acquistarle, riceve in cambio il bene che funge da moneta, e con questo acquista le scarpe dal produttore preferito. Anche il problema dell’indivisibilità viene superato. Il proprietario del cavallo può venderlo, senza perdite di valore, in cambio di moneta, e con essa può acquistare da venditori diversi i beni che desidera.

[3] Storicamente dunque la moneta nasce nel mercato, non per opera dello Stato: è la merce più commerciabile.

[4] Il calcolo monetario è la stella polare dell’azione nell’ambito del sistema basato sulla divisione del lavoro, sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e con un mezzo di scambio unico, la moneta. Attraverso il calcolo il produttore distingue fra le produzioni remunerative e quelle che non lo sono, quelle che i consumatori sovrani approvano da quelle che disapprovano. Il calcolo monetario rende accertabili i profitti e le perdite. Scambio di mercato e calcolo monetario sono inseparabilmente connessi. Il fatto che il potere d’acquisto cambia, e che i calcoli vengono fatti con l’unità di misura monetaria, fa dire che il calcolo economico non è perfetto. È vero, ma non vi è un metodo migliore, che riesca a “depurare” i valori nominali dalle variazioni del potere d’acquisto (rapporto di scambio).

 

[5] L’espressione “fondo di valore” a volte viene utilizzata anche per descrivere il fatto che in un’economia monetaria lo scambio si svolge in due momenti diversi e, nell’intervallo di tempo, la moneta rappresenta un serbatoio di potere d’acquisto, consentendo di conservare tale potere d’acquisto per poterlo destinare ad un uso futuro. Tuttavia in questa accezione la funzione in esame va considerata come un’estensione della funzione di intermediario degli scambi.

[6] La possibilità di portare con sé un peso non eccessivo dipende dal valore di ciascuna unità di peso. L’oro, ad esempio, rispetto agli altri beni, e in particolare agli altri metalli, ha un rapporto valore/peso fra i più alti; dunque l’acquisto di beni dal valore consistente comporta la detenzione di un peso minore. Ad esempio, se la moneta fosse il ferro, come fu per lungo tempo in Africa, l’acquisto di un tosaerba da 350 euro richiederebbe in cambio 1 tonnellata di ferro, e soltanto 20 grammi di oro. Possiamo inserire in questa caratteristica anche la comodità di detenzione, che coincide con la possibilità di conservarla senza fastidi (qualità, ad esempio, non garantita dalle pecore, che sporcano).

[7] Cioè non subisce una sottrazione di elettroni quando entra in contatto con altre sostanze. I metalli che, come l’oro, possiedono questa caratteristica – platino, palladio, iridio, osmio, rutenio, rodio – sono definiti “nobili”.

[8] I governanti reclamavano il monopolio con l’argomento secondo cui era necessario garantire pesi e misure uniformi nelle monete, in quanto le persone comuni non potevano avere la capacità e gli strumenti per verificare l’autenticità delle monete metalliche. Quando la zecca del sovrano, in cambio della moneta prodotta, richiedeva un prezzo superiore al costo sostenuto, si aveva il signoraggio. Se il prezzo copriva esattamente i costi, si aveva il brassage. Tuttavia furono proprio i sovrani a realizzare lo svilimento delle monete: esso consisteva nella riduzione del contenuto aureo di una moneta, rimanendo immutato il valore iscritto su di essa (in termini di sterline, franchi ecc.); in sostanza, la moneta vecchia e la moneta nuova venivano chiamate con lo stesso nome (es. 1 sterlina), ma il peso della seconda era inferiore al peso della prima. In un regime di libero mercato della moneta il brassage, cioè la riscossione di una commissione approssimativamente equivalente al costo sostenuto per la coniazione, sarebbe assolutamente legittimo.

In età medievale esistevano molte monete auree: nel 1252 Genova cominciò a battere una moneta d’oro a 24 carati e di 3,5 grammi di peso, chiamata Genovino, e solo qualche mese dopo i fiorentini emisero il proprio fiorino d’oro (il fiorino d’argento inizialmente aveva un valore pari a circa 1/20 del fiorino d’oro, il fiorino di rame 1/240 del fiorino d’oro). Lucca si adeguò nel 1273. Nel 1284 comparve il ducato veneziano, che servì come standard di valore in tutta l’Europa e conservò il suo contenuto d’oro fino alla caduta della Repubblica di Venezia nelle mani di Napoleone nel 1797.

[9] Come abbiamo visto, questo problema del peso non è specifico dell’oro, ma di qualsiasi moneta-merce. Anzi, l’oro, avendo un alto rapporto valore/unità di peso, minimizza questo problema.

[10] Molte delle monete cartacee contemporanee – sterlina, dollaro, prima il franco e la lira – hanno origine storicamente come semplici nomi di un’equivalente unità di peso d’oro o d’argento. Nel caso della sterlina il collegamento è immediato, perché la denominazione pound deriva dal fatto che originariamente costituiva una libbra (453 grammi) d’argento. Il dollaro nasce come denominazione di un’oncia d’argento, coniata nel ‘500 dal conte Schlick di Joachimsthal, in Boemia. Le monete da lui prodotte, di grande reputazione, vennero chiamate “Joachimsthalers”, abbreviate in “thalers” (talleri), da cui “dollari”. Il nome ‘lira’ deriva da libbra.

[11] La banca è un’impresa la cui attività principale è l’intermediazione finanziaria, cioè raccogliere fondi, prevalentemente in forma di depositi, ed erogarli, soprattutto mediante prestiti. Questa forma di intermediazione ha inizio a Venezia nel tardo Medio Evo; in precedenza, coloro che effettuavano questa attività creditizia prestavano la propria moneta, precedentemente risparmiata, e non moneta depositata da altri. Il termine banca a rigore dovrebbe essere utilizzato solo per definire l’attività di prestito. Nel corso della storia però il termine ha coperto anche coloro che svolgevano l’attività di deposito, sviluppatasi per garantire una conservazione sicura dell’oro e dell’argento.

I debiti bancari (depositi in conto corrente) sono accettati come mezzo di pagamento, dunque come moneta. È questo che distingue la banca da altri intermediari finanziari, come le compagnie di assicurazione sulla vita o i fondi di investimento: infatti le polizze di assicurazione sulla vita o le quote di fondi di investimento non sono accettati come mezzo di pagamento (tuttavia l’espressione ‘intermediari finanziari’ sarebbe corretta solo per questi ultimi, perché le banche, v. infra, non trasferiscono solo risparmio esistente, ma lo creano ex nihilo). Dunque l’attività bancaria oggi è costituita da due momenti essenziali: funzione monetaria e funzione creditizia.

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Problema del voto e la soluzione del boicottaggio individuale

Lun, 31/03/2014 - 08:00

Murray Rothbard avrebbe cominciato così: “Io vengo a seppellire le elezioni, certo non a rendere loro omaggio”. Come un nano sulle spalle di un gigante, rivolgo la mia critica alla “scoperta” del millennio: il cosiddetto procedimento del “voto democratico” o, horribile dictu, “libere elezioni”.  Voglio mettere in chiaro fin dall’inizio che con questo voglio mettere in discussione il più grande dei più grandi idoli del presente: lo Stato. Infatti, non considero il “voto democratico ” un problema autonomo e non lo tratterò pragmaticamente, sperando di fornire soluzioni “puntuali”. Partendo dalla riflessione riguardante la natura delle elezioni, vorrei evidenziare che questo è solo l’inizio di una lunga serie di rivelazioni sul fatto che “il re è nudo” non solo in materia di voto, ma anche nelle questioni attinenti all’istruzione, alla produzione di moneta e al settore bancario , alla giustizia, all’integrazione europea,  allo “sviluppo” sostenibile, alla tassazione, ai  servizi di  interesse pubblico e a tutte le altre scuse per intervenire negli affari privati dei cittadini in base alle quali lo Stato (democratico o meno) ha ritenuto necessario intraprendere qualche tipo di attività.

Una piccola deviazione

Prima di iniziare ad esaminare il sopravvalutato meccanismo democratico del voto, è raccomandato un passo indietro per prendere le distanze – così come fanno i filosofi con le domande ritenute degne di considerazione – allo scopo di ottenere una migliore comprensione del contesto generale nel quale tutti noi (o tanti di noi, comunque troppi), come degli animali da circo ben addestrati, passiamo dalle urne.

Insomma, dove andiamo quando ci rechiamo a votare? Qual è il contesto? A cosa si partecipa? E che significato può avere la nostra azione?

Il contesto generale del voto è lo stato, l’apparato statale e l’ideologia statalista, ed il voto equivale ad un incursione attraverso i “corridoi” di questo. Vi chiederete a questo punto: perché uso un’espressione metaforica? A causa della stranezza della situazione. Perché votare non significa impegnarsi effettivamente nell’apparato statale, ma neanche partecipare veramente alla cooperazione sociale, alla società.

Ed ecco che abbiamo già toccato in questo articolo la prima problematica: la distinzione tra stato e società. E ‘impossibile comprendere i problemi socio-politici del mondo contemporaneo (e non solo), senza questa distinzione. Messa in questi termini da Albert J. Nock nella sua opera Our Enemy, the State, la distinzione chiamata in causa si basa su un’altra, almeno altrettanto importante, di Franz Oppenheimer [1]: quella tra mezzi economici e mezzi politici di acquisizione della ricchezza.

I mezzi economici comprendono l’appropriazione originaria[2], la produzione, lo scambio e i doni (eredità e donazioni comprese), essendo implicitamente riconosciuta come fatto primordiale anche la proprietà delle proprie risorse corporali. I mezzi politici sono limitati ad un solo mezzo: l’espropriazione con la forza di coloro che hanno accumulato ricchezza in modo economico. In altre parole la rapina, il saccheggio.

Come hanno ben compreso Spooner, Oppenheimer, Nock o Rothbard, lo stato è l’organizzazione dei mezzi politici, mentre la società è l’organizzazione dei mezzi economici. O, in altre parole, lo stato è l’agente della rapina; la società è l’organismo di cooperazione pacifica.

Se le cose fossero chiare in questi termini, la soluzione non sarebbe lontana. Invece un denso fumo intellettuale fa sfumare questa distinzione nella mente della maggior parte dei contemporanei. E al posto di condurre una battaglia aperta contro lo stato, la società non fa che portarlo sulla schiena come un membro che gli appartiene; ha smesso di combatterlo, e così ospita, senza rendersene conto, un parassita. Questo mantello ideologico dello stato si trasforma da semplice assalto in aggressione istituzionalizzata: cioè l’aggressività non è più percepita come tale, ma come una condizione necessaria, naturale, utile o auspicabile; o ancor peggio, legittima.

Il mantello intellettuale dello stato – l’ideologia pro-statalista – è un composto di errore intellettuale e di malizia ed è in questo modo che riesce a sostenersi.  L’esistenza di un mezzo coercitivo (in un certo senso più facile) per acquisire la prosperità o per aumentarla, non percepito come tale – come coercitivo –, conduce i sudditi a vivere una tragedia dei luoghi comuni. Coloro che si servono meno dell’apparato pubblico risultano perdenti; devono necessariamente mantenere il passo “nell’utilizzo” dello stato. Nasce di conseguenza, a questo proposito, una competizione controproducente [3]. Di qui la natura necessariamente dinamica dello stato e del suo rapporto con la società (quello che noi chiamiamo l’interventismo), visto che esiste l’apparato statale ed è ritenuto un bene utilizzarlo; anzi, in conformità al “mantello intellettuale”, perché non deve essere implementato ed esteso? E se abbiamo dei dubbi circa l’espansione dello stato ed i nuovi problemi che potrebbero sorgere in futuro, perché non dovremmo parimenti dubitare della dimensione attuale – risultato di espansioni precedenti [4]?

Il primo pilastro dello stato, che ne caratterizza inconfondibilmente la natura, è la tassazione. E la caratteristica principale, il carattere fondamentale della tassazione è il tratto non volontario, aggressivo; essa è uno dei mezzi politici, una rapina.

Il secondo pilastro è rappresentato dal monopolio sull’uso della violenza esercitata su un determinato territorio. Questo monopolio va a braccetto con il monopolio del sistema che è in grado di stabilire quando è legittimo l’uso della violenza – la magistratura – ed anche dell’apparato che attua le decisioni prese nei tribunali: la polizia.

Con questi due pilastri lo stato è formalmente “completo” [5]. Ma, riguardo al contenuto, c’è ancora molto da dire. Creando il diritto, lo stato annulla l’idea dell’esistenza di principi etici generali, necessari per valutare le sue prescrizioni legislative, cosicché la legge viene trasformata impercettibilmente in legislazione: di conseguenza la legge è ciò che emana lo stato, a prescindere da quanto sia buona o cattiva. Il passo successivo consiste nel servirsi della prerogativa della legislazione per svariati “progetti pubblici”.

Ad esempio, lo stato legifera che tutti i genitori sono incompetenti per quanto riguarda l’educazione dei loro figli, e quindi istituisce un sistema di istruzione pubblica. Si noti che questo sistema è finanziato attraverso le tasse ed è obbligatorio. Inoltre, potenziali imprenditori privati nel settore dell’istruzione ​​(università o scuole privati) devono soddisfare alcune condizioni (in termini di dotazione e programmi – cioè di idee da diffondere) imposti dallo Stato, attraverso il Ministero della Pubblica Istruzione.

Lo stato, inoltre, stabilisce che la produzione della moneta è, in fin dei conti, una sua prerogativa e di conseguenza monopolizza il settore. Dunque, dopo aver acquisito il monopolio, sostituisce la vecchia moneta-merce con carta prodotta, a sua discrezione, a costi irrisori. Egli aggiunge così una fonte di finanziamento più flessibile rispetto al sistema “tradizionale” di tassazione. Come titolare della stampa, lo stato può tassare la popolazione in “segreto” attraverso l’espansione monetaria (la creazione di denaro), cioè attraverso l’inflazione.

Manca solamente un passo per giungere allo stretto controllo sul settore bancario: il bene scambiato è fornito dallo stato, quindi esso detta anche le regole.  Naturalmente nasce un’alleanza tra stato e banche[6], poiché queste ultime accettano le regole poste dallo stato in cambio del privilegio di poter operare con riserva frazionaria e avere accesso al supporto necessario da parte della banca centrale, come prestatore di ultima istanza. Risulta chiaro perché la banca centrale a può permettersi questo ruolo: grazie al privilegio di essere produttore discrezionale di moneta.

Lo stato, inoltre, ha ”infantilizzato” parti della società, sottraendo ai consumatori e agli imprenditori privati attenti ai desideri di questi la possibilità di decidere gli investimenti , in tutta una serie di altri settori economici: il trasporto (aereo, trasporto urbano e ferroviario),  l’agricoltura (Politica Agricola Comune, per esempio; oppure anche i programmi americani di sussidio agli agricoltori), l’energia,  ecc.  Anche quando le decisioni di investimento non sono sottratte direttamente, nazionalizzando i settori, l’interventismo è attuato tramite l’imposizione di standard (come nel caso del Mercato Unico Europeo e il problema dell’armonizzazione; il problema ambientale) o regolamentazioni (vedi i casi – maiale, asino o vitigno, la concorrenza ecc.)

Per quanto riguarda la carità, nemmeno essa è riuscita a sfuggire alla nazionalizzazione. Un uomo non può più essere misericordioso per conto proprio, in base alle proprie virtù e alle capacità date da Dio, ma deve partecipare forzatamente al sistema socialista (che è necessariamente fallimentare): dal cosiddetto sistema di sicurezza sociale ai vari programmi di welfare (indennità di disoccupazione in vari paesi, cassa integrazione in Italia, sussidi, pasti “gratis” ecc). La prima istituzione attaccata da queste attività svolte parte dello Stato è la Chiesa. Tali attività divennero anche un dipartimento di stato; si tratta di “materia di bilancio”.

E c’è dell’altro ancora. Difficilmente si può trovare una sfera della vita sociale nella quale lo stato non sia già presente. Il nocciolo centrale di questa constatazione è quello di sottolineare “che cosa stiamo ottenendo” al momento del voto. Introduciamo la metafora dell’”abisso sotto”: una persona che cammina su di un filo ha il paesaggio completo delle possibili conseguenze delle sue azioni. In questo modo effettuiamo un tentativo di dotarci, in vista della discussione del problema elettorale, della coscienza “dell’abisso” dietro l’idea del voto.

Brevemente sul voto

Non è l’idea del voto in quanto tale, a prescindere dal contesto, quella considerata nel presente articolo, in quanto la votazione che si svolge in un ambiente privato è priva di problemi. Un club o una società in cui l’ingresso e l’uscita siano liberi possono proporre come mezzo di procedura decisionale interna la votazione (con diversi tipi di maggioranza). Coloro che aderiscono al club o diventano soci in azienda lo sanno fin dall’inizio. Inoltre, se ritengono, nel corso del tempo, che gli obiettivi iniziali di tale organizzazione siano stati “traditi”, possono lasciarla senza conseguenze drammatiche. Il voto in questi aggregati sociali volontari non ha conseguenze se non per quelli che volontariamente hanno aderito a questa procedura. Non c’è nulla di male fin qui.

Il voto nel sistema elettorale, invece, è diverso. L’aggregato stato-nazione non è volontario. Non c’è la possibilità di “uscita” (cioè la secessione individuale assieme alla proprietà personale da tutti gli altri attori del sistema elettorale) dal gioco se questo presuppone solo alternative fortemente problematiche (misure coercitive che comportano la violazione dei legittimi diritti di proprietà di una parte dei membri della società). Vi è una scelta (tra Berlusconi e Bersani, per esempio), ma non esiste la libertà (non essere costretti a scegliere o ad obbedire alle decisioni che la coalizione prescelta prenderà). E sarei sicuramente più felice se fosse possibile non tanto scegliere se morire impiccato o sparati in testa, quanto piuttosto scegliere di rimanere in vita.

Il voto non costituisce aggressione

Per quanto non si voglia dare un senso preciso alla questione del voto, bisogna dire senza mezzi termini che il voto non è, di per sé, un’aggressione. Non viene violata la proprietà di nessuno se si sta semplicemente partecipando ad uno scrutinio elettorale. Non potremmo quindi dire che chi sceglie la soluzione (corretta, a mio parere) di boicottare il voto, abbia diritto a più di questo – cioè, per esempio, all’utilizzo della forza per impedire gli altri a votare.  Tuttavia, occorre comprendere che la semplice esistenza del meccanismo elettorale come lo conosciamo oggi presuppone l’esistenza di una serie di atti di aggressione, di violazioni persistenti di libertà e proprietà: una legge elettorale di questo tipo è possibile solo in seguito ad un monopolio sulla giustizia; l’esistenza di strutture come l’Ufficio Elettorale Centrale e i seggi elettorali, il cui finanziamento tramite la tassazione è necessariamente coercitiva; oppure, fatto ancora peggiore, se sono in vigore leggi che impongono – sotto pena di multa – la partecipazione al voto.

Ragionare riguardo al sistema di voto, dunque, equivale al preoccuparsi delle attrezzature e delle dotazioni di una palestra, dove nel contempo si annida una rinomata banda di ladri.

Il voto non è un “obbligo”

Non poche persone associano all’idea di partecipazione al voto il carattere di dovere; un dovere visto in numerosi modi: civico, legale, etico o morale.

L’inconsistenza del concetto di voto come dovere civico risulta dall’inconsistenza del concetto di cittadinanza stessa. Infatti, che cosa significa essere un cittadino? Vuol dire essere suddito, oggetto di un apparato statale aggressivo – che trasgredisce il principio base di non aggressione contro la proprietà e le persone, necessario per la cooperazione sociale. Il “dovere civico di votare” sarebbe simile al “dovere” di una vittima di un ruberia di salutare rispettosamente il ladro.

Il voto come dovere giuridico non esiste, grazie a Dio, in Italia. Ma anche laddove ci sia un obbligo per legge di votare, una lettura corretta della situazione ci porterebbe a ritenere ingiusta quella legge. Essa pertanto deve essere immediatamente abolita, in quanto costringe le persone a fare un uso diverso delle scarse risorse possedute legittimamente: il tempo (se ci si reca alle urne per paura di ripercussioni) o denaro (se si sceglie di non partecipare e pagare l’ammenda corrispondente a ciò che viene fissato dalla legge).

È chiaro da quanto precede che il voto non può essere in alcun modo un dovere etico.  Affermare che un individuo non deve niente a nessuno significa che nessuno ha il diritto di usare la forza per ottenere qualsiasi restituzione (“debito”) da lui. E cosa deve l’uomo allo stato? Niente. Ma ai fratelli, “concittadini”? Forse denaro o altri beni e servizi, ma in alcun modo il voto.

Se qualcosa doveva risultare chiaro fin dall’inizio, sicuramente è il fatto che il voto non è assolutamente un dovere morale. Piuttosto, il dovere morale degli individui è quello non di effettuare la scelta, imbarazzante, di un furto futuro, ma di boicottare quest’ultimo privatamente: non aver nulla a che fare con colui che compie l’iniquità. Il semplice funzionamento di un governo eletto sarà basato sull’estensione e la continuazione della rapina ai danni di alcune persone per la ridistribuzione del gettito in base a criteri politici. I mezzi politici di appropriazione della ricchezza portano inevitabilmente a criteri politici di redistribuzione della stessa. Che cosa possono sperare di ottenere le persone perbene quando si sceglie “la squadra del saccheggio” (l’organizzazione dei mezzi politici), che è il governo e lo stato in generale?

Il voto è un diritto?

Sì, lo è. Ma prima di tutto non è un diritto dato a noi dallo stato, ma deriva dalla nostra natura di persone umane e la legittimità (cioè il diritto di esercitarlo) è data dalle nostre azioni, che non sono direttamente e in alcun modo dimostrabili dannose. E, fatto ancora più importante, esso non è altro che un diritto “all’imprudenza”, alla follia di commettere questo “crimine senza vittime” attraverso la partecipazione attiva alle elezioni; una decisione simile al quella di aiutare (inconsapevolmente) qualcuno come Stalin a decidere che tipo di corda usare per strangolare i prigionieri politici: di lino o di canapa.

Tenendo a mente questo e sottolineando l’idea che, quando parliamo di voto come di un diritto, di solito si tratta solamente di un diritto alla follia, dobbiamo comunque ammettere la possibilità – del tutto eccezionale – che esista un senso per andare a votare. Talvolta può presentarsi un candidato con un vero e proprio programma di riforme destinato ad avvicinarsi notevolmente ad un regime “repubblicano” autentico, basato sull’ordine della proprietà privata. In quel momento potrebbe essere opportuno il voto. Comunque, nessun problema sarebbe svanito. Per esempio, le promesse del candidato saranno credibili? Se credibili, egli sarà in grado di attuare il suo programma, una volta eletto? Se prevede la riforma integrale (l’istituzione dell’ordine della proprietà privata) ed è salito al potere tramite la promozione di questa, ciò rappresenterebbe una buona notizia. Se però fosse un gradualista (o peggio, solo un interventista moderato) e fosse arrivato ​​al potere senza un’esplicita strategia di lungo termine, si presenterebbero due pericoli, ugualmente gravi: se le cose vanno male, la direzione impressa alla riforma viene screditata; se vanno bene, ed il tenore di vita aumenta a seguito di riforme parziali, può radicarsi la visione secondo cui non c’è bisogno di riforme a tutto tondo ma solo di leader competenti e di misure sagge, come in questo caso.

Penso sia ovvio, comunque, il motivo per cui questa rappresenti una situazione del tutto eccezionale.

Il voto non è un contratto

Ci sono molti che discutono il problema elettorale in termini contrattuali. In altre parole tra elettori ed eletti si creerebbe un tipo di rapporto mandante-mandatario. Si stabilisce una sorta di “contratto sociale” che rende i vincitori della lotteria elettorale “rappresentanti” legittimi della popolazione.

L’avvocato americano Lysander Spooner ha spiegato una volta per tutte perché questa è una sciocchezza. Il requisito legale minimo richiede che un contratto abbia due parti chiaramente identificabili e un oggetto. Nel caso delle elezioni, non si conoscono entrambe le parti: gli elettori non sono registrati da nessuna parte. E non solo non sono registrati in un contratto, ma possono inoltre votare “in segreto”. Chi può dimostrare di aver votato per il candidato X e, in questo modo, dimostrare che lo ha incaricato di compiere una determinata attività?

Passiamo poi a considerare l’oggetto, gli obblighi ed i diritti delle parti. È tutto nebbia. A cosa si impegna l’elettore? E l’eletto? È chiaro che sono necessari numerosi e accurati allegati correlati all’“accordo elettorale”.

La distorsione del linguaggio giuridico nel descrivere il fenomeno elettorale, si manifesta in tutta la sua evidenza una volta considerata la relazione candidato X (vincitore) – elettori dei candidati Y, Z (perdenti). Solo attraverso un contorsionismo mentale potremmo definire il primo “rappresentante” degli ultimi. E, ancora, che dire di coloro che non hanno partecipato al voto o privi del diritto di voto?

Anche la società moderna, che afferma di porre la tolleranza e la non discriminazione al rango di valori supremi, è intollerante e discriminatoria proprio nel processo elettorale democratico, il quale viene imposto, in un modo o nell’altro, alle generazioni che arrivano dopo “l’età legale” definita dalla prima. La discriminazione avviene tra coloro che hanno creato il meccanismo di voto e hanno potuto prendere una decisione al riguardo, e coloro che successivamente lo applicano e non hanno più possibilità di scelta.

Murray Rothbard ha spiegato anche che la semplice promessa non rappresenta un contratto. Questo perché l’uomo non può separarsi temporaneamente dalla sua volontà, per prevenire la successiva riappropriazione durante “l’esecuzione del contratto” (ciò infatti equivarrebbe ad una schiavitù temporanea). Per superare questa difficoltà, si potrebbe imporre una clausola penale, in base alla quale non si avrebbe diritto ad elementi irrinunciabili come la volontà; tuttavia, si avrebbe diritto a parte del contratto e al pagamento di un certo indennizzo nel caso in cui la controparte non fornisse un determinato servizio o attività.

Mettiamo in discussione anche le promesse elettorali dei candidati; quale forma giuridica hanno? Ovviamente sono semplici promesse. E così la loro enunciazione non costituisce, in assenza di clausole penali e di un meccanismo di attuazione di queste, alcun obbligo nei confronti gli elettori. E sarebbe ridicolo considerare “la possibilità di votare ogni quattro anni” come una “clausola penale”. Sarebbe come considerare non problematico il rapporto con un compagno/partner che è diventato violento e ci pesta quotidianamente, in virtù del solo fatto che entro sei mesi saremo comunque in grado di chiudere i rapporti contrattuali con lui.

In conclusione, il voto è qualcosa di radicalmente diverso da un contratto.

Non era intenzione del presente articolo analizzare le promesse, chiamate in modo pomposo  “programmi”, dei vari partiti politici, almeno per due motivi: in primis, abbiamo a che fare solamente con delle versioni di interventismo (una sorta di “socialismo sbiadito”) o, più elegantemente, di”democrazia sociale”; in secondo luogo, qualsiasi governo futuro (più o meno invadente a seconda dei poteri esercitati) deve obbedire ai dettami dell’Unione Europea, per proseguire “l’integrazione”. Non è quindi ammissibile dire che vi sia una scelta.

Anche se le cose non stessero in questo modo, comunque, avremmo tutte le ragioni per rimanere a casa. L’unico modo efficiente ed onorevole per affrontare il problema del voto rimane il boicottaggio privato: l’astensione dal voto.  Si guadagna troppo poco dal partecipare, e allo stesso tempo si perde troppo. Già la tolleranza del problema della legittimità, che conferisce al voto una partecipazione di massa, è in sé una concessione eccessiva allo stato.

Alla fine, la soluzione del problema del voto nel contesto attuale l’ha fornita Steinhardt quando ha detto che l’atteggiamento cristiano verso Satana deve essere tale che, anche se la cosa che quest’ultimo chiede risulta apparentemente innocua o addirittura benefica (Steinhard si riferiva alla sottoscrizione di una dichiarazione comune che Dio esiste), non gli deve essere accordata. Nessun compromesso.

Articolo originale di Vlad Topan, tradotto e adattato da http://mises.ro/312/.

Traduzione di Nicolai Suhaci

Note

[1] Nel suo libro The State, disponibile online http://mises.org/books/the_state_oppenheimer.pdf

[2] L’appropriazione tramite l’utilizzo di risorse precedentemente di proprietà di nessuno; homesteading, secondo l’espressione di Locke.

[3] Vediamo per esempio che, uno dopo l’altro, avvengono scioperi nelle professioni tipicamente statali: gli insegnanti, i medici, gli impiegati, ecc. E ‘chiaro che questi movimenti non possono espandersi tutti insieme: un più 2%, 3% o 4% di spesa pubblica riservata all’istruzione lascia meno agli  altri settori (se non meno di prima, certamente meno di quanto sarebbe stato stanziato se gli insegnanti non avessero protestato) e viceversa. Ne consegue una vera e propria competizione per percentuali del PIL. La distribuzione è sempre arbitraria, dipendendo in ultima istanza della capacità di ciascun settore di arrecare disagi (blocco di strade, miniere, ecc.).

 [4] Ne consegue il fallimento di tutte le idee secondo cui lo stato possa essere limitato ad alcuni confini ben definiti e mantenuto in tali limiti; questo è, in sostanza, l’essenza del costituzionalismo. L’argomento è simile all’idea liberale classica dello stato minimo (magistratura, polizia, esercito).

[5] Dai rapporti dello stato con altri stati, nasce, secondo certe “ragioni di sicurezza”, un ulteriore elemento (pilastro) essenziale dell’apparato statale: l’esercito.

[6] Anche se formalmente, nel caso dell’Italia e altri paesi UE, il monopolio sulla produzione di moneta è nelle mani della BCE, la logica del legame tra Stati e banche non cambia, così come non cambiano neppure le conseguenze di questo dannoso legame.

Articolo originale di Vlad Topan, tradotto e adattato da http://mises.ro/312/.

Traduzione di Nicolai Suhaci

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Il caro prezzo di ritardare il default

Ven, 28/03/2014 - 08:00

Il credito è un meraviglioso strumento che può aiutare a migliorare la ripartizione del lavoro, così da incrementare produttività e prosperità. L’accesso al credito permette ai risparmiatori di modulare il proprio reddito nel tempo, come preferiscono. Richiedendo un prestito, l’investitore può implementare piani di spesa produttivi che non sarebbe in grado di sviluppare usando soltanto le proprie risorse.

Comunque, gli effetti economicamente positivi del credito possono verificarsi soltanto nel caso in cui il credito sottostante ed il sistema monetario siano solidamente basati su principi di libero mercato. Ecco dunque un grande problema per le economie odierne: il credito prevalente ed il regime monetario sono incompatibili con il sistema del libero mercato.

Al momento, tutte le maggiori monete mondiali – siano esse il dollaro americano, l’euro, lo yen giapponese o lo yuan cinese – rappresentano semplicemente carta sponsorizzata dal governo, senza la copertura di una qualche riserva (si parla dunque di “moneta fiat”). Queste valute hanno tre peculiarità. Innanzitutto, le banche centrali detengono il monopolio sulla produzione del denaro. Secondariamente, la moneta viene creata da prestiti bancari – o “dal nulla” – senza che essi siano garantiti da veri risparmi. Infine, la quantità di una valuta smaterializzata può essere aumentata politicamente a piacimento.

Un regime di valuta fiat soffre di molteplici difetti economici ed etici di vasta portata. È un facile strumento di inflazione, causa inevitabilmente onde speculatorie, provoca cattivi investimenti e cicli di “boom-and-bust” (incremento e successiva contrazione di un’economia), oltre ad incoraggiare un eccessivo aumento del debito. Inoltre, una moneta fiat favorisce in maniera ingiustificata pochi individui facendone pagare le spese a tutti gli altri: i primi ad usufruire della creazione di nuova moneta lo fanno alle spese di quelli che ne beneficeranno in seguito (“Cantillon Effect”).

C’è una questione che merita particolare attenzione: il peso del debito accumulato in un sistema di moneta fiat diventa insostenibile nel corso del tempo. La ragione principale di ciò è che l’atto di creare credito e moneta dal nulla, accompagnato dalla soppressione artificiale di tassi d’interesse, incoraggia cattivi investimenti: quelli che non avranno abbastanza profitti da sostenere pienamente la risultante crescita del servizio del debito. I governi sono colpevoli soprattutto di aver accumulato enormi debiti, aiutati per la maggior parte dalle banche centrali che forniscono un’inesauribile offerta di credito a costi artificialmente bassi. I politici finanziano le promesse elettorali tramite il credito e gli elettori acconsentono, in quanto si aspettano di ottenere dei benefici dalla “cornucopia” del governo. La classe governativa e quella dei governati sono del tutto speranzose di poter posporre i debiti così che siano le future generazioni ad arrangiarsi.

Comunque, si arriva ad un punto in cui quando gli investitori privati non sono più disposti a rifinanziare il debito maturato, smettendo di finanziare un ulteriore aumento dell’indebitamento di banche, società e governi. In tale situazione, il boom delle banconote è destinato a collassare: un aumento delle preoccupazioni su un eventuale default del credito è un nemico mortale dei regimi a moneta fiat. E una volta che il flusso del credito si prosciuga, dal boom si passa al bust. Ciò è esattamente ciò che stava succedendo nel 2008 in molte zone del mondo con tale sistema.

Un crollo della moneta fiat può facilmente sfociare in una depressione su vasta scala, comportando fallimenti di banche, società sull’orlo della bancarotta e perfino la fine in malore di alcuni governi. L’economia si contrae improvvisamente, causando disoccupazione di massa. Tale seguito verrà prevedibilmente interpretato come un’ordalia – più che un aggiustamento economico reso inevitabile dai danni causati dal precedente boom della moneta.

Tutti – sia coloro della classe governante che quelli della classe dei governati – vorranno prevedibilmente sfuggire al disastro. Minacciati da estreme difficoltà economiche e disperazione politica, i loro occhi saranno volti verso la banca centrale la quale, ahimè, può stampare tutta la moneta che il mondo politico desideri in modo da sostenere la liquidità dei beneficiari dei prestiti più esagerati, innanzitutto banche e governi.

Il ricorso alla stampante elettronica sarà percepito come la politica del “meno peggio” – una reazione osservabile parecchie volte lungo la travagliata storia delle valute senza riserva. Sin dalla fine del 2008, molte banche centrali hanno mantenuto a galla con successo le loro banche commerciali fornendo loro nuovo credito a tassi d’interesse virtualmente vicini allo zero.

Questa politica serve a far sì che le banche continuino a produrre in serie ancor più credito e moneta fiat. “Più credito e più moneta ai tassi d’interesse più bassi mai visti” è la strategia adottata come rimedio dai problemi causati dalla precedente politica “più credito e più moneta a bassi tassi d’interesse”. Una strada che ispira poca fiducia.

Fu Ludwig von Mises colui che capì che un boom della moneta fiat finirebbe, e al momento finirà, con il collasso del sistema economico. L’unica questione rimasta aperta è se tale esito sarà preceduto da un deprezzamento della valuta o no:

Il boom non può continuare all’infinito. Ci sono due alternative. Le banche possono continuare l’espansione creditizia senza restrizioni causando dunque il rialzo crescente dei prezzi ed un costante eccesso di speculazione, che, come in tutti gli altri casi di illimitata inflazione, finirà in un “collasso del boom” e nel collasso della moneta e del sistema creditizio. Oppure, possono fermarsi prima di raggiungere quel momento, rinunciando volontariamente ad una nuova espansione del credito e dunque dando luogo alla crisi. La depressione seguirà in entrambi i casi. [1]”

Una politica monetaria dedita ad evitare a tutti i costi i default del credito parlerebbe a nome di uno scenario futuro piuttosto duro: depressione preceduta da inflazione. Questo scenario è molto simile a ciò che è successo, ad esempio, nell’inflazione della moneta fiat del 18° secolo in Francia.

Secondo Andrew Dickson White, la Francia emise moneta

“alla ricerca di un rimedio per un male relativamente piccolo e creando un male infinitamente più pericoloso. Per curare un disturbo temporaneo della sua indole, fu somministrato un veleno che corrose la prosperità francese.

Progredì secondo una legge della fisica sociale che potremmo chiamare “legge dell’accelerazione del problema e del deprezzamento”. Era relativamente facile risolvere il primo problema; eccessivamente difficile risolvere il secondo, mentre risolvere quelli dal terzo in poi era praticamente impossibile.

Afflisse il commercio e la manifattura, rovinando il guadagno mercantile e quello dell’agricoltura. Portò in questi ambiti la stessa distruzione che otterrebbe un olandese dall’aprire le dighe del mare per irrigare il suo giardino in una secca estate.

Finì nella completa prostrazione finanziaria, morale e politica della Francia – una prostrazione da cui soltanto Napoleone seppe risollevarsi[2]”.

Articolo di su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] Ludwig von Mises. Interventionism: An Economic Analysis. Irvington-on-Hudson, N.Y.: Foundation for Economic Education, 1998. P. 40.

[2] Andrew Dickson White. Fiat Money Inflation in France, How It Came, What It Brought, and How It Ended. D. Appleton-Century Company Inc., New York and London: D. Appleton-Century, 1933. S. 66.

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Valore del tempo: il concetto di interesse

Mer, 26/03/2014 - 08:00

Per capire meglio come si determinano il consumo, il risparmio, l’investimento e il tasso di interesse bisogna partire dalla nozione di preferenza temporale, che è il grado di preferenza per una soddisfazione presente rispetto ad una stessa soddisfazione nel futuro. Come si è visto, le azioni umane sono indirizzate al soddisfacimento di bisogni, dunque aspettare per poter soddisfare un bisogno determina una disutilità; la legge della preferenza temporale quindi dice che si preferisce un consumo oggi allo stesso consumo in futuro (si preferisce un bene presente a un medesimo bene futuro), e dover posporre un consumo rappresenta un sacrificio. In termini più generali: gli individui preferiscono una soddisfazione presente ad una soddisfazione futura, se questa è pari o inferiore[1]. Cioè, più presto si consegue la (medesima o superiore) soddisfazione, meglio è; dunque, dato il fine, si sceglie sempre il periodo di produzione, cioè la durata temporale dell’azione svolta per quel determinato fine, più breve. La spiegazione di tale legge consiste nel fatto che ogni persona deve consumare oggi, altrimenti vi sarebbe un mondo in cui ognuno preferisce sempre il futuro al presente, e dunque ogni scopo verrebbe sempre posposto, e mai nessuno realizzato[2]. Dunque il consumo presente dev’essere valutato maggiormente rispetto al consumo futuro. Il principio della preferenza temporale quindi non è psicologico – potrei sacrificarmi e non consumare ora, ma desidero fortemente consumare ora – ma prasseologico, cioè logicamente necessario: è impossibile immaginare un mondo in cui non si applichi il principio della preferenza temporale.

L’intensità della preferenza temporale può variare da persona a persona. Una persona con un’alta preferenza temporale è una persona che consuma molto oggi, dunque risparmia poco, perché considera un grosso sacrificio posporre il consumo; viceversa, una persona con una bassa preferenza temporale risparmia molto e consuma meno oggi, perché le pesa meno posporre il consumo.

La preferenza temporale dunque determina la ripartizione fra consumi e risparmi (investimenti). Risparmi e investimenti sono sempre equivalenti, i due termini possono essere usati quasi in modo intercambiabile, perché risparmiare oggi significa automaticamente garantirsi un consumo futuro, dunque significa investire[3].

L’aumento di domanda di uno o più beni di consumo in genere è compensato dalla riduzione nella  domanda di altri beni di consumo. Un aumento complessivo dei consumi si può avere solo attraverso una riduzione dei fondi destinati al risparmio (investimento).

La legge dell’utilità marginale si applica anche al risparmio: quanto più alta è la somma risparmiata, minore è l’esigenza di risparmiare.

L’interesse – La preferenza temporale determina l’interesse. A livello individuale, abbiamo visto che la preferenza temporale determina la quantità di consumo futuro che si desidera in cambio di una rinuncia oggi al consumo di un’unità di un bene (o di una unità monetaria). In termini assoluti, l’interesse è la differenza (monetaria o in unità di misura fisiche se il confronto è possibile in quanto il bene è omogeneo) fra il consumo futuro e la risorsa presente che si è rinunciato a consumare. In altri termini, l’interesse è il premio per il quale la ricchezza presente viene scambiata con ricchezza futura. L’interesse è giustificato dal fatto che, in base al principio universale della preferenza temporale, i beni presenti valgono più dei beni futuri, dunque un individuo non rinuncia ad un bene presente per avere un bene futuro equivalente; egli vuole (e merita di) essere ricompensato per il sacrificio e/o per il rischio. Dunque il debitore dovrà pagare un costo al creditore: tale costo è l’interesse.

Tasso di interesse: essendo il consumo futuro sperabilmente superiore al consumo presente da cui ci si astiene, esso è pari ad un’unità di quel bene più la quota pari al tasso. Esempio: tasso del 50%, consumo futuro un bene e mezzo, cioè un bene più il 50% di un bene. Altro esempio: potrei spendere €100 oggi andando a cena, oppure posso prestarli (e dunque rinunciarvi oggi) per godere fra un anno di una cena migliore; se, ad esempio, chiedo un tasso di interesse del 10%, vuol dire che una cena di €110 fra un anno per me vale di più (al margine) di una cena oggi di €100. Se un’altra persona chiede il 50% vuol dire che valuta il consumo presente molto più di quanto non faccia io, e dunque rinuncia ad una cena da €100 oggi solo se fra un anno può avere una cena da €150.

L’interesse è il prezzo della preferenza temporale (non del tempo).

Le quantità maggiori del bene in futuro sono possibili perché colui che prende in prestito realizza con quelle risorse un’attività produttiva che aumenta le quantità del bene, e dunque può remunerare il prestatore con una quantità maggiore.

Il tasso di interesse di mercato – Il tasso di interesse che si stabilisce nell’intero sistema economico è determinato dalle preferenze temporali marginali di tutti gli attori economici che si incontrano sul mercato. Al crescere (ridursi) della preferenza temporale complessiva aumenterà (diminuirà) il tasso puro di interesse[4].

Le curve sono quelle note: all’aumentare del tasso di interesse aumenta l’offerta di risparmio (più correttamente: aumenta l’offerta di beni presenti o, è lo stesso, la domanda di beni futuri) e si riduce la domanda di fondi per investimenti (si riduce la domanda di beni presenti o l’offerta di beni futuri). Il tasso di interesse di equilibrio è il risultato netto del comportamento dei prestatori (la disponibilità ad offrire risparmio) e di coloro che prendono in prestito (domanda di fondi), i quali ultimi a loro volta sono condizionati dai guadagni sugli investimenti.

Una volta determinato il tasso di interesse di equilibrio è automaticamente determinata anche la ripartizione fra consumo e risparmio (individuale e aggregata), e dunque investimento.

Si può dire che il tasso di interesse è il prezzo che uguaglia la struttura temporale dell’offerta e la struttura temporale della domanda. Infatti se un individuo vende un bene (offerta), non è detto che con il ricavato compri immediatamente un altro bene (domanda), può capitare che la domanda dell’altro bene avvenga in un periodo futuro (la legge di Say non va interpretata in maniera rozza); egli risparmia e consente così di produrre beni capitali che a loro volta serviranno alla produzione di beni di consumo; ecco in che senso il tasso di interesse equilibra le strutture temporali di offerta e domanda.

Il tasso di interesse nella realtà include, oltre all’interesse determinato come sopra – interesse originario, o puro – anche un’aggiunta per tener conto dell’aumento dei prezzi e un’altra quota che rappresenta il premio per il rischio, dato dalla possibilità che il debitore fallisca. Quest’ultima variabile fa sì che nella realtà esista una struttura di tassi di interesse anziché un singolo tasso uniforme, perché vi sono diversi gradi di rischio imprenditoriale. Il tasso di interesse comprensivo delle tre componenti viene definito lordo. Tuttavia l’elemento cruciale è il tasso puro di interesse, e dunque a fini teorici si può far riferimento ad esso.

Quanto detto per il singolo vale per l’intera collettività: quanto più alto è il tasso di interesse, vuol dire che è maggiore il sacrificio che una collettività sopporta nel rinunciare al consumo oggi (non è propensa a risparmiare), e dunque vuole essere remunerata con un maggior consumo domani. Viceversa un tasso di interesse basso segnala che la gente preferisce risparmiare e prestare. Se il tasso di interesse che si determina sul mercato fosse zero vorrebbe dire che la preferenza temporale di tutti è zero, cioè che nessuno vuole consumare oggi (impossibile). Se fosse infinitamente alto, vorrebbe dire che tutti vogliono consumare tutti i beni al momento presente (non vi sarebbe accumulazione di capitale e quindi il tenore di vita sarebbe primitivo, perché gli uomini, senza l’uso di alcuno strumento, produrrebbero con le nude mani i beni di consumo necessari).

Il tasso di interesse dunque è il “prezzo della preferenza temporale” (del sacrificio compiuto con l’attesa, dunque con il trascorrere del tempo). Invece non è:

- non è il “prezzo del capitale”, non è determinato dalla quantità di beni capitali disponibili; al contrario, il tasso di interesse condiziona la quantità di capitale: ad esempio, una riduzione del tasso di interesse aumenta la quantità e il valore dei beni capitali.

- non coincide con la produttività marginale del capitale, inteso come un bene omogeneo (Clark); secondo questa visione, all’aumentare della quantità di capitale l’interesse si riduce, e viceversa. E non coincide con la produttività marginale anche di un singolo bene capitale; sono due concetti distinti: il prodotto marginale di qualsiasi fattore è il reddito che tale fattore guadagna; il tasso di interesse è un elemento ulteriore. In altri termini: quando un’impresa acquista un macchinario, paga il valore presente dei redditi futuri attesi (prodotti marginali), scontati al tasso della preferenza temporale sociale; dunque non il prodotto marginale intero del macchinario. Il reddito (produttività) e l’interesse sono due prerequisiti distinti per la determinazione del valore del capitale. In molti manuali di economia, il grafico del mercato del capitale è costruito collocando sull’asse delle ordinate non il prezzo, coincidente con il reddito (prodotto marginale), come dovrebbe essere, ma l’interesse; in quanto erroneamente si fanno coincidere le due cose [5].

- non è “il prezzo della moneta”, cioè non è determinato dai rapporti fra offerta e domanda di moneta (che determinano solo il potere d’acquisto della moneta), come affermano i keynesiani (un aumento nell’offerta di moneta determina una riduzione del tasso di interesse), e in generale non ha a che fare con la moneta (se non in un senso molto indiretto: un aumento di moneta non è neutrale, dunque, cambiando la distribuzione del reddito possono cambiare le preferenze temporali di alcuni individui e dunque il tasso di interesse; ma in ogni caso non si può dire in quale direzione). Solo nel brevissimo periodo, quando il governo o la banca centrale espandono arbitrariamente il credito attraverso l’immissione di pseudo-moneta, il tasso di interesse si riduce[6]; ma in seguito, se è rimasta invariata la preferenza temporale degli individui, torna al livello naturale.

Inoltre non è necessariamente vero che esiste una relazione fra tasso di interesse e domanda di moneta per motivi speculativi (relazione diretta): ad esempio si può determinare un aumento della moneta detenuta perché si riducono i consumi, e ciò determina al contrario una riduzione del tasso di interesse, perché una riduzione dei consumi significa che si è ridotta la preferenza temporale.

Il tasso di interesse in una collettività viene reso unico dall’arbitraggio, cioè dagli acquisti e vendite simultanei effettuati per guadagnare dalle discrepanze di prezzo (e quindi di rendimento) fra i diversi mercati.[7]

Sulla base del tasso di interesse e delle stime sui rendimenti (profitti) dei progetti di investimento gli imprenditori decidono se intraprendere o no gli investimenti. Tutti i progetti che danno un rendimento inferiore al tasso di interesse non verranno intrapresi (altrimenti si subirebbe una perdita): vuol dire che i consumatori stanno indicando che preferiscono che le risorse necessarie siano usate per il consumo corrente anziché essere investite in quei progetti.

All’aumentare del reddito reale, l’utilità marginale del denaro presente scende rispetto a quella del denaro futuro, e dunque, ceteris paribus, il tasso di interesse scende; di conseguenza aumentano i risparmi e gli investimenti, e il reddito futuro sarà più alto.

Effetto di un aumento dei risparmi (una diminuzione nella preferenza temporale) – Sul grafico si vede immediatamente che la trasposizione verso destra della curva dei risparmi determina un più basso tasso di interesse e un aumento degli investimenti. Avviene il seguente processo. Le spese per consumi si riducono, e dunque si riducono i prezzi dei beni di consumo. [Una base di consumi minore ora deve sostenere un ammontare maggiore di spese dei produttori. Ciò può avvenire solo in un modo:] le imprese produttrici di beni di consumo o di beni capitali “prossimi” alla produzione di beni di consumo soffrono riduzioni dei profitti o perdite; ciò che non avviene ai produttori dei beni capitali più “lontani” dai beni di consumo, che continuano a percepire più o meno lo stesso profitto di prima. La disparità nei profitti è un segnale per i produttori, che si spostano verso la produzione dei beni di più alto ordine, quelli appunto più lontani dalla produzione dei beni di consumo. Il fenomeno è accentuato dal fatto che la riduzione dei prezzi dei beni di consumo fa aumentare i salari reali (effetto Ricardo) e dunque molte imprese sostituiscono lavoro con capitale. Dunque crescono i prezzi dei beni capitali, accentuando lo spostamento verso la produzione di essi. I fattori produttivi originari (lavoro, risorse naturali) si spostano dalla produzione dei beni di consumo, ridottasi per la minor domanda, alla produzione dei beni capitali. Questa produzione è favorita dalla maggiore disponibilità di risparmio, che abbassa il tasso di interesse. Si determina quindi un aumento del numero delle fasi (stages) del processo produttivo, perché si aggiungono fasi più lontane; si “allunga” la struttura della produzione. [I prezzi dei fattori originali (lavoro, terra) specializzati negli stadi produttivi più alti crescono. I prezzi dei beni capitali cambiano come una leva mossa da un fulcro al suo centro: i prezzi dei beni di consumo si riducono in maggior misura, quelli dei beni capitali di primo ordine si riducono meno; quelli dei beni capitali di più alto ordine aumentano maggiormente. Dunque, le differenze di prezzo fra gli stadi della produzione diminuiscono tutte. I più alti prezzi dei beni capitali di più alto ordine spingono gli imprenditori ad indirizzarsi nella produzione di tali beni, più profittevoli. Gli investimenti tendono a collocarsi nei processi produttivi più lunghi.]

La riduzione del tasso di interesse, determinato dall’aumento dei risparmi, si manifesta come minore differenza fra le entrate e le spese dei produttori (il tasso di profitto di ciascuna singola fase tende al tasso di interesse). Infatti abbiamo visto che, considerando tutte le fasi del processo produttivo, complessivamente i profitti si sono ridotti. [La riduzione del tasso di interesse significa un aumento del valore presente dei beni capitali: infatti se un bene da scontare da qui a dieci anni vale 100 con un tasso del 10%, con un tasso del 5% vale 200].

Dopo qualche tempo il frutto delle tecniche più produttive arriva, giunge sul mercato una quantità di beni di consumo più ampia di quella precedente (e il reddito reale di ciascuno aumenta), proprio come avevano segnalato i consumatori riducendo la loro preferenza temporale (volevano più beni di consumo in futuro).

In conclusione, un incremento del risparmio – risultante da una riduzione della preferenza temporale – conduce a una riduzione del tasso di interesse e a un nuovo equilibrio con una struttura produttiva più “lunga” (più fasi) [e più “stretta”; ciascuna fase è più breve, cioè è inferiore il valore (monetario) del prodotto rispetto a prima; ma è vero per quelle più vicine al consumo, mentre le fasi più lontane sono più “larghe” di prima]. Dunque, un aumento degli investimenti. L’aumento degli investimenti a sua volta accresce la produttività dei fattori e quindi l’offerta di beni (nonché la loro qualità). La riduzione dei prezzi consente l’assorbimento di questi beni in surplus. Dunque l’effetto finale è un aumento della produzione e del reddito reale.

Una riduzione del risparmio provoca gli effetti opposti.[8]

Contrariamente a quanto affermato da molti economisti, non è il livello dei consumi a determinare la prosperità economica, bensì le differenze fra i prezzi dei prodotti e i prezzi dei fattori necessari per produrli nelle diverse fasi del ciclo produttivo, cioè i ritorni sugli investimenti: in pratica il tasso di interesse.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

E. Bohm-Bawerk, Kapital und Kapitalzins (1884), Fisher, Jena, 1921, ed. inglese Capital and Interest, Libertarian Press, South Holland, Ill., 1959.

L. von Mises, L’azione umana (1949), Utet, Torino, 1959.

M.N. Rothbard, Man, Economy and State (1962), L. von Mises Institute, Auburn, 2004.
-   The Interest Rate Question, in «The Free Market», febbraio 1988, pp. 1, 8.

[1] Questa condizione è fondamentale: se l’utilità futura è superiore a quella presente, è possibile che un individuo, in base alla propria preferenza temporale, scelga di posporre il conseguimento dell’utilità.

[2] La persona che preferisce lasciarsi morire e non mangiare non rappresenta una confutazione della legge: egli infatti sta scegliendo l’azione che preferisce al momento presente (il morire), dunque anch’egli sta compiendo un’azione oggi.

[3] I keynesiani sostengono che parte del risparmio può non tradursi in investimento. Gli austriaci replicano che i keynesiani non tengono distinte due modalità di scelta diverse: la quota di risorse destinata a risparmio e la quota di risorse detenuta presso di sé come saldi liquidi. Secondo i keynesiani la parte di risorse che le persone tesaurizzano come saldi liquidi (trattengono come moneta) fa parte del risparmio; secondo gli Austriaci non lo è, è solo un aumento della domanda di moneta, che è una variabile del tutto slegata dalla preferenza temporale. In sostanza, per gli Austriaci le possibili alternative sono tre: 1) spendere moneta per il consumo, 2) spendere per investire, 3) aumentare o diminuire i saldi liquidi; per i keynesiani invece qualunque aumento dei saldi liquidi è una aumento di risparmio che non si traduce in investimento.

[4] Il tasso di interesse naturale coincide con il (spesso viene denominato) tasso di profitto; infatti è il tasso di rendimento medio.

[5] M.N. Rothbard, Introduzione a F.A. Fetter, Capital, Interest, and Rent: Essays in the Theory of Distribution, Sheed Andrews and McMeel, Kansas City, 1977, pp. 1–23.

[6] Successivamente, se l’inflazione indotta diventa cronica, il pubblico se ne avvede e nei contratti i creditori pretendono un’aggiunta al tasso di interesse pari al tasso di inflazione; dunque il tasso di interesse sale. Sono dunque in azione due forze contrapposte, e non si può dire in assoluto quale prevalga, dunque se il tasso di interesse alla fine scende o sale, perché le aspettative del pubblico (la forza che determina il rialzo) non sono prevedibili. M.N. Rothbard, Ten Great Economic Myths, Part One, in «The Free Market», aprile 1984, pp. 1–4.

[7] Bohm-Bawerk mostrò che la teoria delle preferenze temporali determina, oltre al tasso di interesse, anche il tasso di profitto. Il tasso “normale” di profitto è il tasso di interesse. Quando nel processo di produzione vengono impiegati lavoro e terra, il fatto fondamentale è che tali fattori non devono aspettare, come avverrebbe in assenza di datori di lavoro, che il prodotto sia realizzato e venduto ai consumatori per avere la propria remunerazione. Se non vi fossero i capitalisti datori di lavoro, gli operai e i proprietari terrieri dovrebbero faticare duramente per mesi e anni senza paga, fino a quando il prodotto finale – l’automobile, il pane o la lavatrice – non venisse venduto ai consumatori. Ma i capitalisti offrono il grande servizio di risparmiare parte dei propri redditi, per pagare immediatamente operai e proprietari terrieri; pertanto, prima di ricevere la loro remunerazione, i capitalisti aspettano che il prodotto finale sia venduto ai consumatori. È per questa differenza fra “bene presente” e “bene futuro” che gli operai e i proprietari terrieri sono più che disposti a “pagare” ai capitalisti un profitto (o interesse). In breve, i capitalisti sono nella posizione di “creditori” che risparmiano, pagano subito e aspettano per il loro eventuale profitto; i lavoratori e i proprietari terrieri sono i “debitori” i cui servizi daranno frutti solo dopo un dato periodo di tempo. Dunque il tasso normale di profitto è determinato dalla misura dei vari saggi di preferenza temporale. Cfr. M.N. Rothbard, I contributi fondamentali di Ludwig von Mises, Rubbettino-Facco, Soveria Mannelli (Cz), p. 74.

[8] Da tale sequenza si può intuire come, nel contesto attuale, in cui i tassi di interesse vengono manipolati dalle autorità monetarie, tutto questo sistema di segnali venga irrimediabilmente compromesso.

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Il devastante costo dei sussidi: ciò che si vede e ciò che non si vede

Lun, 24/03/2014 - 08:00

Il concetto di “distruzione creatrice” elaborato da Schumpeter descrive come, in un contesto di libero mercato, le industrie nuove e più efficienti tendano ad estromettere quelle più datate, generando crescita economica. La perversione di questo processo, per come operata dallo Stato, può essere invece definita “distruzione non creatrice”. Lo Stato sovvenziona palesemente alcune industrie e alcuni gruppi (compreso se stesso ed i propri dipendenti), mentre surrettiziamente annienta la ricchezza complessiva ed il benessere sociale, riducendo la crescita economica e la prosperità generale.

Gli atti di prestidigitazione e di inganno perpetrati dallo Stato consistono nel catalizzare l’attenzione sui sussidi generosamente elargiti con la sua mano destra, adombrando abilmente la ben più grande distruzione, operata a suon di tasse e regolamentazione, con la sua mano sinistra. Come ha rilevato Bastiat, economista francese del 19° secolo, nel suo saggio Ciò che si vede e ciò che non si vede, si riscontrano due effetti ben precisi in ogni intervento dello Stato: effetti visibili ed effetti impercettibili. Esso mira a far sì che ci si concentri solo sull’attività economica intesa a riparare le “finestre”, non importa quanto reali o immaginarie, (i sussidi), evitando accuratamente di evocare tutte le finestre che lui stesso rompe, le case che demolisce, e la gente distratta dal costruirne di nuove e di migliori (la distruzione).

Lo Stato, ad esempio, propaganda incessantemente l’effetto di stimolo della spesa in tempo di guerra, in grado di sovvenzionare tutte quelle aziende che producono materiale bellico e di supportare tutti coloro che lavorano in quelle industrie. Ma le tasse con cui si sovvenziona tutto ciò sono estratte da una vasta fetta della popolazione, che sperimenta sulla propria pelle come la ricchezza possa essere drenata e distrutta.  Ma la distruzione non termina a questo punto. Con una minor ricchezza a disposizione, decrescono inevitabilmente anche le capacità delle persone di risparmiare e di investire in capitale umano e fisico. L’innovazione nelle industrie che producono burro viene repressa, così come la produzione per soddisfare le richieste viene compressa, quando non del tutto sprecata. La crescita economica sarà destinata ad un inevitabile arresto.

Tutta la spesa pubblica può essere assimilata alla spesa bellica per la sua prerogativa di deviare la produzione da ciò che le persone desiderano e a cui conferiscono valore (l’invisibile), a ciò che le medesime non vogliono e non apprezzano.  Tutto questo provoca la distruzione in più di una maniera. Con quanta più ricchezza viene drenata per sovvenzionare la produzione di pistole a spese della produzione di burro, tanti più disoccupati si riscontreranno nelle fabbriche casearie. La vita ed i piani delle persone vengono sconvolti. Queste devono andarsene e cercare altrove un differente impiego. Le relazioni sociali e familiari vengono scombussolate, imponendo dei pesanti costi psichici a carico degli individui coinvolti. Nel frattempo, la spoliazione legale operata dallo Stato rende obsoleta, distrae ed annienta qualsiasi forma di capitale: sia esso fisico, umano e sociale.

Sappiamo bene che gli effetti della distruzione soverchiano di gran lunga quelli generati dall’elargizione dei sussidi, per il semplice fatto che le tasse sono esatte in maniera coercitiva. E anche perché la distruzione non implica solamente la distrazione immediata di risorse impiegate in beni e servizi che gli individui prediligono maggiormente (il burro), bensì anche la frustrazione degli investimenti e dell’innovazione, la mortificazione degli accordi volontariamente convenuti per ottenere mutui benefici, e l’imposizione di costi psichici nei confronti di coloro che sono costretti a modificare le proprie abitudini comportamentali: a fronte di tutti ciò, possiamo essere sicuri che la distruzione eccede di gran lunga i benefici delle sovvenzioni. Possiamo pertanto essere sicuri che il risultato netto combinato dei sussidi e della distruzione darà luogo ad una distruzione netta.

Tutti i programmi statali hanno il medesimo tipo di impatto negativo netto sulla società. Un programma di assistenza sociale, ad esempio, si connota per essere altamente distruttivo. In tal caso, un gruppo privilegiato di anziani viene sussidiato, mentre un gruppo svantaggiato di tax payer sarà obbligato a pagare il conto. Risparmi, investimenti ed innovazione sono ampiamente soffocati nell’ambito del complessivo contesto sociale. La crescita ed il progresso si contraggono. Numerosi e svariati impatti sociali ed economici negativi andranno a colpire le famiglie, il lavoro, il modo di pensare, aggravando una situazione già di per sé negativa.

Ma quanto è grande la “distruzione non creativa” operata dallo Stato? Enorme. Rothbard ha suggerito che tutte le spese ascrivibili allo Stato siano da considerarsi come degli sprechi. E come possiamo avere un’idea della portata di tale distruzione netta? Come punto di riferimento, possiamo considerare i cambiamenti a lungo termine in termini di efficienza dell’industria americana, così come possiamo considerare il gravame fiscale sopportato dai contribuenti.

Nel 1880, l’industria americana (in termini reali) generava un indice di redditività del capitale investito pari al 7 per cento. Oggi, quel saggio è pari al 4 per cento. Si supponga che le imprese conservino tutta quella redditività per poi reinvestirla. Ciò vuol dire che esse cresceranno ad un ritmo del 7 per cento annuo se valutate nel 1880 e del 4 per cento se considerate nel 2007. Ancorché le industrie non ritengano tutti i propri guadagni, il forte decremento della redditività suggerisce che l’importante rallentamento del tasso di crescita è avvenuto a causa dell’affermarsi dello Stato. Le variazioni delle aliquote di imposta coincidono con la crescita più lenta e la attestano. Si assuma ora  che l’aliquota fiscale nel 1880 fosse pari a zero, e che l’odierna aliquota sia del 30 per cento. Ne consegue che al giorno d’oggi un ritorno sugli utili del 7 per cento sarebbe inevitabilmente ridotto, a fronte dell’incidenza delle imposte, al 4,9 per cento. Un’aliquota d’imposta del 40 per cento ridurrebbe il rendimento al 4,2 per cento. Quanto più lo Stato assorbe rendimenti e dirotta la ricchezza verso utilizzi non efficienti, sia il livello di tassazione che la soglia di crescita, inevitabilmente più lenta, rifletteranno tale distorsione.

Non essendo tutti degli storici o dei centenari, un gran numero di americani è inconsapevole che il tasso di crescita negli USA ha subito un rallentamento di tale portata. Ma ammesso e non concesso il riconoscimento della perdita visibile del tasso di crescita,  questi cittadini si renderebbero poi conto delle tremende privazioni di ricchezza che tutto ciò comporta? Probabilmente no. Poiché la crescita si calcola a partire da un importo base che si fissa quale parametro iniziale, questa si capitalizza. Con un tasso di crescita del 4 per cento annuo, la base cresce più lentamente e gli incrementi sono molto più contenuti. Con un tasso di crescita del 7 per cento, invece, non è solo il tasso di crescita ad essere più elevato, ma anche gli incrementi sono sempre più consistenti. C’è un effetto sostanziale di “crescita su crescita”, che è esattamente assimilabile all’effetto della capitalizzazione degli interessi (interesse su interesse). Mille dollari ne fruttano 50.000 dopo 100 anni, al tasso del 4 per cento annuo [applicando la formula dell’interesse composto, ndt]. Ne fruttano invece 868 mila, considerando lo stesso periodo di 100 anni, al saggio del 7 per cento. Sebbene il tasso di crescita sia solo del 75 per cento superiore (7/4 = 1,75), la ricchezza finale è maggiore più di 17 volte tanto (il 1700 per cento).

Si aggiungano, all’aspetto della crescita rallentata, le perdite visibili o impercettibili, queste sicuramente più difficili da identificare,  in termini di innovazioni tecnologiche,  di istruzione, di assistenza sanitaria, di incremento della popolazione, di longevità e di cultura. A tutto ciò si sommino, ad abundantiam, le privazioni in termini di qualità dei servizi coercitivamente erogati dagli Stati,  andando a soppiantare i servizi che sarebbero emersi in un libero mercato. Ma non è finita: si aggiunga lo spreco assoluto di risorse generato dagli Stati che costringono e imbrigliano l’attività umana in canali, che non sarebbero altrimenti percorsi. In totale, pertanto, la distruzione deve essere molto più grande di ciò che quel 75 per cento di caduta del  tasso di crescita suggerirebbe. Di seguito, assumeremo che l’attuale tasso di distruzione operata dallo Stato sia superiore di un fattore del 125 per cento, rispetto a quanto accadeva nel 1880.

Per renderci concretamente conto delle due facce dello Stato, dobbiamo esplicitamente mostrare le logiche di funzionamento dei sussidi indirizzati ad alcune imprese (armi) e la contestuale distruzione che si dispiega in altre (burro).

Si identifichi lo stadio produttivo originario, quello del 1880, denotandolo come BPAST. Si supponga che, nel 1880, l’effetto delle sovvenzioni aumentasse  del 20 per cento quel livello (0.2 BPAST), e che, parimenti, l’ effetto della distruzione ne determinasse una contrazione del 30 per cento (-0.3 BPAST). L’effetto netto sull’andamento dell’ economia del 1880 è allora - 0.1 BPAST. La misura della tassazione è abbastanza indicativa di questo trend, atteso che, considerando tutti i livelli di governo, a quell’epoca questa si assestava, con tutta probabilità, intorno al 10 per cento. E, con quel livello, l’effetto di trascinamento sull’economia del 1880 poteva dirsi relativamente modesto.

Con un volo pindarico, andiamo adesso al 2007. Lo Stato è cresciuto in maniera ipertrofica. Il livello dei suoi sussidi è estremamente più cospicuo, così come quello della sua distruzione. Ipotizziamo che le sovvenzioni siano aumentate del 50 per cento rispetto al 1880. Cioè, l’effetto sullo stadio produttivo odierno (che chiameremo BNOW) è pari a 0,2 x 1,5 = 0,3. La misura dei sussidi del giorno d’oggi equivale al 30 per cento di quanto viene prodotto. Si supponga che l’effetto distruttivo si sia oltremodo rafforzato, scontando un’amplificazione ben maggiore, diciamo del 125 per cento rispetto alla precedente situazione. Ciò significa che l’effetto di distruzione è ora  -0,3 x 2,25 = -0,675 BNOW.

La distruzione netta, parametrata ai giorni nostri, su BNOW è quindi 0,3 -0,675 = -0,375. Di fatto, quel saggio del 37,5 per cento si approssima assai al livello di pressione fiscale a cui si è attualmente soggetti. Supponendo che il grado di distruzione operata dallo Stato sia incrementato molto più rapidamente rispetto a quello dei sussidi elargiti (125 per cento rispetto al 50 per cento), si ottiene un risultato numerico apprezzabile, che riproduce diversi aspetti: (1) la riduzione della efficienza delle imprese dal 7 al 4 per cento, e (2) l’aumento della tassazione sulle medesime imprese (la quale andrà poi ad impattare sui singoli individui).

Si supponga ora che il settore produttivo in un mercato libero sia in grado di produrre e di crescere al ritmo del 7 per cento annuo, sia nel passato che ai nostri giorni. Avvalendoci di una stima spannometrica, il tasso di crescita reale nel 1880, dopo la spoliazione operata dallo Stato, era pari allo 0,9 x 7 per cento = 6,3 per cento. Oggi, tale tasso di crescita reale è invece pari allo 0.625 x 7 per cento = 4.375 per cento. Questi valori sono solamente ipotetici, ma la loro notevole divergenza offre una stima ragionevolmente accurata ed un limite minimo dell’effetto netto della distruzione statale realizzata attraverso i suoi sussidi. Come la tassazione è balzata a livelli considerevoli, il tasso di crescita dell’economia si è contratto di circa il 30 per cento, vale a dire il rapporto tra i tassi di crescita netti (6.3 – 4.375) ed il tasso di crescita relativo al primo periodo preso in considerazione (6.3).

Ma perché la distruttività dello Stato marcia a ritmi molto più serrati rispetto al livello dei sussidi che lo stesso fornisce? Vi sono diverse ragioni. Da un punto di vista economico, con l’esazione delle imposte, vengono drenate risorse passibili di essere impiegate in progetti a cui viene attribuito un minor valore, ma in cui le imprese avrebbero desiderato investire. Di seguito, si distraggono i fondi impiegabili nella realizzazione di progetti più apprezzati. Di fatto, non appena tali imprese tentano di ottenere dei finanziamenti per il loro conseguimento, si imbattono in crescenti costi di approvvigionamento del capitale, dovendo far fronte a tassi di interesse sempre più elevati.

Un’ulteriore ragione consiste nel fatto che le regolamentazioni dello Stato sono ineludibilmente interrelate alle sue misure di sussidio e tassazione, ed esse immettono nuovi livelli assoluti di distruttività, passibili di ostacolare l’innovazione, di costringere le imprese a sottrarre risorse ricorrendo all’evasione e all’elusione, nonché di spingerle alla delocalizzazione.

In terzo luogo, l’interventismo statale introduce una stabile condizione di  incertezza nella conduzione degli affari.

Quarta considerazione, non dobbiamo scordarci degli “effetti di network”. Come la distruttività si diffonde, questa deteriora ed annichilisce le inter-relazioni  tra i diversi comparti industriali.

In quinto luogo, non appena le imprese intuiscono che la politica è in grado di influenzare il loro operare, queste tenderanno opportunisticamente a ricercare le rendite parassitarie, incontrando il favore politico, in modo che il favoritismo e la distruzione della logica concorrenziale aumentino oltremodo.

Una sesta conseguenza: lo Stato è in grado di catturare le industrie a cui fornisce i sussidi.

La sola ed unica creatività dello Stato si esplica nel concepire i propri trucchi [e nel dispensare illusioni, ndt] per ingannare il pubblico. Ma non ci rimane che constatare che, alla fine di tutto questo processo, non resta altro che una gigantesca  “distruzione non creatrice”.

Articolo di Per Bylund e Michael S. Rozeff su LewRockwell.com

Traduzione di Cristian Merlo

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Perché sono un anarco-capitalista

Ven, 21/03/2014 - 08:00

Molte persone – forse oggi più che mai – si definiscono sostenitrici del libero mercato, nonostante l’accanita propaganda che viene fatta contro di esso. E ciò è grandioso. Tali dichiarazioni di supporto, comunque, sono seguite dall’inevitabile ma: ma abbiamo bisogno che il governo provveda alla sicurezza fisica e alla risoluzione delle dispute, i servizi più critici di tutti.

Perlopiù senza averci ragionato, persone che altrimenti sarebbero a favore del mercato, vogliono conferire al governo la produzione dei beni e dei servizi più importanti. Parlando di produzione di moneta, molti di loro preferiscono un monopolio governativo (o delegato dal governo); invece, per quanto riguarda la produzione della legge e dei servizi di protezione tutti sono a favore di un monopolio del governo.

Questo non per dire che questa gente sia stupida o imbecille. Più o meno tutti noi abbiamo attraversato un periodo in cui credevamo in un governo limitato – o periodo miniarchico – e semplicemente non abbiamo mai esaminato da vicino le nostre premesse.

Per cominciare, uno sguardo ad alcuni principi basilari di economia dovrebbe farci fermare a riflettere, prima di assumere che l’attività del governo sia consigliabile:

  • I monopoli (di cui il governo stesso è un esempio primario), a lungo andare, conducono a prezzi più alti e servizi più scarsi.
  • Il sistema di prezzi del mercato libero indirizza costantemente le risorse in modo tale che i desideri dei consumatori siano soddisfatti nel modo più efficiente in termini di costi-opportunità.
  • Il governo, d’altro canto, non può essere “gestito come un’azienda”, come Ludwig von Mises spiegò in Bureaucracy. Senza il test profitto-perdite, un’agenzia governativa non ha idea di cosa produrre, in quali quantità, in quali posti, usando quali metodi. Ogni loro decisione è arbitraria.

In altre parole, quando si giunge ad avere la fornitura di qualsiasi bene da parte del governo, abbiamo buoni motivi per aspettarci bassa qualità, prezzi alti e allocazioni di risorse fatte in modo arbitrario e dispendioso.

Ci sono molte altre ragioni per cui il mercato, ovvero l’arena di interazioni volontarie tra individui, merita il beneficio del dubbio rispetto allo Stato e perché non dobbiamo assumere che lo Stato sia indispensabile senza prima aver investigato seriamente fino a che punto l’ingegno umano e le armonie economiche del mercato possano cavarsela senza di esso. Per esempio:

  • Lo Stato ottiene le sue entrate per mezzo di un’aggressione contro individui pacifici.
  • Lo Stato incoraggia il pubblico a credere che ci siano due sistemi di regole morali: uno che impariamo da bambini, che coinvolge l’astensione dalla violenza e dal furto, e l’altro che si applica solo al governo, ed in cui solo esso può aggredire individui pacifici in tutti i modi possibili.
  • Il sistema educativo, che invariabilmente i governi giungono a dominare, incoraggia le persone a considerare la rapina dello Stato moralmente legittima, ed il mondo dello scambio volontario moralmente sospetto.
  • Il settore governativo è dominato da interessiͣ  concentrati che  cercano di fare pressione per ottenere speciali privilegi a spese del grande pubblico, mentre il successo nel settore privato arriva solo se si accontenta il grande pubblico.
  • Il desiderio di accontentare gruppi di pressione organizzati è quasi sempre più importante che soddisfare i desideri delle persone che vorrebbero vedere le spese del governo ridotte (ad ogni modo, risulta che molte di quelle persone vogliono una riduzione solo marginale).
  • Negli Stati Uniti, la magistratura governativa ha prodotto in serie, per più di due secoli, decisioni assurde, con poca o nessuna connessione con l’“intento originale”.
  • I governi insegnano ai loro subordinati a sventolare bandiere e cantare canzoni in loro onore, in tal modo contribuendo all’idea che resistere alle loro espropriazioni e alla loro grandezza sia tradimento.

Questa lista potrebbe continuare indefinitamente.

È certamente comprensibile che le persone possano non comprendere come la legge, che assumono debba essere calata dall’alto verso il basso, possa emergere in assenza di Stato, nonostante il mondo sia pieno di ottimi lavori storiografici che dimostrano esattamente come ciò sia possibile. Ma se il governo avesse storicamente monopolizzato la produzione di ogni bene o servizio, sentiremmo sollevare obiezioni terrorizzate contro la proposta di privatizzare tali beni o servizi. Se il governo avesse monopolizzato la produzione delle lampadine, per esempio, ci verrebbe detto che il settore privato non sarebbe in alcun modo in grado di produrre lampadine. I critici insisterebbero dicendo che il settore privato non produrrebbe lampadine delle dimensioni e potenza desiderate dalle persone. Il settore privato, con solo la presenza di un mercato limitato, non produrrebbe lampadine eccellenti perché ci sarebbe poco profitto nel farlo. Il settore privato produrrebbe lampadine pericolose e che esplodono. E così via.

Avendo noi vissuto con lampadine prodotte dal settore privato per tutto questo tempo, queste obiezioni ci sembrano risibili. Nessuno vorrebbe alcuno degli scenari da cui queste ipotetiche critiche mettono in guardia, tant’è che il settore privato ovviamente non li produrrebbe.

Il fatto è che sistemi legislativi in competizione l’uno con l’altro non sono stati affatto insoliti nella storia della civilizzazione occidentale. Quando il re cominciò a monopolizzare la funzione legale non lo fece per un qualche astratto desiderio di stabilire ordine (che già esisteva), ma perché in questo modo raccoglieva tasse, qualunque cosa venisse detta nelle corti reali. Teorie naïve di governo interessato al pubblico, a cui nessuna persona ragionevole crede in qualsiasi altro campo, non divengono improvvisamente persuasive in questo contesto.

A Murray N. Rothbard piaceva citare Franz Oppenheimer, il quale aveva identificato due modi per acquisire ricchezza. Il mezzo economico al benessere consiste nel proprio arricchimento tramite uno scambio volontario: creando un qualche bene o servizio per cui altre persone pagano volentieri. Il mezzo politico, diceva Oppenheimer, consiste nell’“approriazione indebita del lavoro degli altri”.

Come interpretiamo lo Stato dal punto di vista Rothbardiano? Non come l’indispensabile fornitore di legge e ordine, o di sicurezza, o altri cosiddetti “beni pubblici”. (Ad ogni modo, l’intera teoria dei beni pubblici è piena di fallacie.) Lo Stato, piuttosto, è un’istituzione parassitaria che vive sulle spalle dei suoi soggetti, nascondendo la sua natura anti-sociale e predatoria sotto una patina di interessi-pubblici. Come disse Oppenheimer, esso è l’organizzazione del mezzo politico per il conseguimento della ricchezza. “Lo Stato”, scrisse Rothbard, è quell’organizzazione, presente in società, che cerca di mantenere il monopolio dell’uso della forza e della violenza in una data area territoriale; in particolare, è l’unica organizzazione in società che ottiene le sue entrate non per contributi volontari o per il pagamento di servizi resi, ma tramite coercizione. Mentre altri individui o istituzioni ottengono i loro introiti tramite la produzione di beni e servizi e tramite la pacifica e volontaria vendita di tali beni e servizi ad altri, lo Stato ottiene le sue entrate per mezzo della costrizione; ovvero, tramite l’uso e la minaccia della galera e delle baionette. Avendo usato la forza e la violenza per ottenere le sue entrate, lo Stato generalmente continua a regolare e dettare anche altre azioni dei suoi cittadini… Lo Stato fornisce un canale legale, ordinato, sistematico per la depredazione della proprietà privata; esso rende certa, sicura e relativamente “pacifica” la continuazione della casta parassitaria all’interno della società. Siccome la produzione deve sempre precedere la spoliazione, il libero mercato è antecedente allo Stato. Lo Stato non è mai stato creato tramite un “contratto sociale”; esso è sempre nato per mezzo di conquiste e sfruttamenti.

Ora, se questa descrizione dello Stato è vera, e credo di avere buone ragioni per ritenerla tale, è possibile, o addirittura desiderabile, semplicemente limitarlo? Prima di respingere immediatamente la possibilità, non dovremmo almeno considerare se saremmo in grado di vivere in un mondo in cui lo Stato sia completamente assente? Potrebbe davvero essere il libero mercato, l’arena della cooperazione volontaria, il grande motore della civilizzazione per come la conosciamo?

La gente dice: torniamo indietro alla Costituzione e ai Padri Fondatori (NdT: degli Stati Uniti d’America). Questo sarebbe senza ombra di dubbio un miglioramento, ma l’esperienza ci ha insegnato che un “governo limitato” è un equilibrio instabile. I governi non hanno interesse nello stare limitati quando possono espandere il loro potere e la loro ricchezza invece che aumentare solo il loro potere.

La prossima volta che ti troverai ad insistere che abbiamo bisogno di mantenere limitato il governo, chiedi a te stesso: perché mai esso non rimane mai limitato? Stai cercando di dare la caccia ad un unicorno?

Cosa dire riguardo alle “persone”? Non potremmo fidarci di loro per mantenere un governo limitato? La risposta a questa domanda è tutt’intorno a te.

A differenza del miniarchismo, l’anarco-capitalismo non pone alcuna irragionevole aspettativa nel pubblico. Il miniarchico deve risolvere il problema di come persuadere il pubblico del fatto che, sebbene lo Stato abbia il completo potere di ridistribuire la ricchezza e sovvenzionare bei progetti che piacciono a tutti, in realtà non dovrebbe. Il miniarchico deve spiegare, uno alla volta, i problemi che sorgono con ogni concepibile intervento statale, mentre allo stesso tempo la classe intellettuale, le università, i media e la classe politica si uniscono contro di lui per divulgare proprio il messaggio opposto.

Invece di pretendere di portare a termine l’inutile compito di insegnare a chiunque cosa è sbagliato nel dare sussidi alle aziende agricole, cosa è sbagliato nelle iniezioni di liquidità della Federal Reserve, cosa è sbagliato nel complesso militare-industriale, cosa è sbagliato nel controllo dei prezzi – in altre parole, invece che cercare di insegnare a tutti gli americani l’equivalente di tre corsi universitari in economia, storia e filosofia politica – la società anarco-capitalista richiede al pubblico solo che esso riconosca le principali idee morali comuni a tutti gli individui: non ferire persone innocenti e non rubare. Tutto ciò in cui crediamo segue da questi semplici principi.

C’è un’enorme letteratura che tratta le più frequenti ed ovvie obiezioni in merito – per esempio, la società non si trasformerebbe in una lotta violenta tra bande armate che combattono per il territorio? Come sarebbero risolte le dispute se il mio vicino scegliesse un giudice ed io un altro? Un breve saggio non può rispondere a tutte queste obiezioni, quindi vi segnalo questa bibliografia commentata sull’anarco-capitalismo messa insieme da Hans-Hermann Hoppe (NdT in inglese).

C’è una barzelletta che era in voga nei recenti anni passati: qual è la differenza tra un miniarchico ed un anarchico? Risposta: sei mesi. Se valuti principi, consistenza e giustizia, e contrapponi violenza, parassitismo e monopolio, non ti può prendere così tanto tempo. Comincia a leggere e vedi dove ti portano queste idee.

Articolo di Llewellyn H. Rockwell Jr. su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

ͣ : NdR, non penso “interessi” debba essere interpretato come viene inteso nel senso comune.

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Libertà e diritto di Secessione: due valori inseparabili

Gio, 20/03/2014 - 09:48

“Le confederazioni sono l’ordinamento più conforme alla natura ed alla storia d’Italia. L’Italia, come avverte molto bene il Gioberti, raccoglie da settentrione a mezzodì provincie e popoli quasi così diversi tra sé, come lo sono i popoli più settentrionali e meridionali d’Europa; ondechè fu e sarà sempre necessario un governo distinto per ciascuna di tutte o quasi tutte queste provincie.”[1]

Così Cesare Balbo apriva il terzo paragrafo del Capo V intitolato “ Della Confederazione degli Stati presenti” del suo celeberrimo “Delle Speranze d’Italia”, libello tanto caro agli amanti dell’articolo quinto della costituzione del 1948, quelli de “l’Italia è una Repubblica unica e indivisibile”. Come sempre, la mistificazione, l’ignoranza e l’indottrinamento vincono sul raziocinio, sul pensiero critico, sull’apertura mentale; qualità che tanti fra coloro che si bagnano le labbra con parole quali “Libertà” ed “Individuo” sembrano aver smarrito per strada.

Come più volte asserito in queste pagine[2], la Scuola Austriaca di Economia propende verso la liberazione dell’Individuo, al compimento di tutte le sue libertà, ponendosi come unico limite – almeno nella sua branca più pura e teorica, quella rothbardiana – il principio di non aggressione. Per questo più volte il tema della secessione è stato trattato; in quanto l’anelare di un popolo alla propria autodeterminazione non può mancare tra le tematiche concernenti la Libertà.

Tuttavia, preme fare chiarezza su alcuni argomenti. Nel nostro vocabolario comune, infatti, sembra che la volontà che tanti popoli stanno manifestando di diventare repubbliche indipendenti e sovrane, non si riallacci, se non con qualche forzatura, al concetto di Confederazione citato da Balbo in apertura. Ebbene, niente è più falso, né più lontano dalla realtà.

Una Confederazione tra Stati che non abbiano pieni poteri o diritti di esercitare la propria sovranità e le proprie leggi in completa autonomia, invero, lede le basi del concetto stesso di “confederazione”, erodendola nel tempo e portandola ad una mera “unione”, le cui parti ormai non saranno più riconoscibili le une dalle altre.

Questo principio era stato compreso a fondo e preso a cuore dai Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America. Essi avevano fondato un agente, a cui i singoli Stati autonomamente e volontariamente avevano aderito, che li rappresentasse nel mondo e che creasse una Difesa comune; Jefferson, Washington, e sotto certi punti di vista persino Hamilton, rabbrividirebbero di fronte all’Impero di cui oggi Barack Obama è Presidente. (Tant’è, anche se nel vasto mondo liberale pochi tendono a ricordarlo, gli USA nacquero come secessione da un Impero, quello Britannico). Perciò la nullification (il principio secondo il quale uno Stato poteva cancellare una legge federale che ritenesse non consona alle proprie esigenze, o che semplicemente non apprezzava) era così importante per i Padri Fondatori e per i loro diretti successori; per questo Lincoln e la sua Guerra cancellarono l’Unione per come era prima conosciuta [3]. L’idea di Libertà ricercata tra il 1773 ed il 1787 dai “ribelli” d’oltreoceano si poteva sintetizzare, giuridicamente, in due parole, entrambe connesse ai singoli stati, non alla loro Unione: “nullificazione” e “secessione”.

Nel 1815, per distaccarsi dalla guerra portata avanti dall’Unione contro l’Impero Britannico, nella Convenzione di Hartford i New England Federalists proposero la secessione da Washington[4]. Il Presidente Madison, pur esprimendo rammarico per la loro scelta, non mise mai in discussione il loro diritto di compierla.

Quando questo diritto fu messo in discussione, nel 1861, portò ad una delle guerre più sanguinose della storia, la Guerra di Secessione, con più di 600,000 morti da entrambe le parti; tra quei morti si annovera anche il volontarismo di annessione all’Unione che aveva sempre contraddistinto quella parte di Mondo.

Senza mezzi termini, remare contro la mera possibilità di scegliere se secedere o meno non può che rimandare al concetto di accentramento. Ovvero, per il principio di non-contraddizione, se non si vuole che siano gli individui a scegliere per se stessi, si vuole che sia un altro a scegliere per loro; se non si vuole uno stato piccolo, a misura d’uomo, se ne vuole uno grande (che spesso, come la Storia ci insegnerebbe se solo la stessimo a sentire, fa rima con incontrollabile), a misura di tanti e di nessuno; se non si vuole la distribuzione dei poteri, se ne vuole l’accentramento.

E non è un caso che Lincoln abbia avuto un ammiratore tedesco di tutto rispetto: Adolf Hitler[5]. Egli, nel suo celeberrimo “Mein Kampf”, infatti, riconosce che il sogno di un governo virtualmente onnipotente potrebbe essere rallentato – se non infranto – dall’indecisione tra federalismo e centralizzazione. Per questo elogia Bismarck e Lincoln; secondo il futuro Fürher eliminando gli assurdi ed insensati poteri degli stati facenti allora parte –rispettivamente – l’attuale Germania e gli attuali Stati Uniti, essi avevano fatto sì che le rispettive nazioni diventassero grandi e rispettate[6]. Ovviamente, ognuno si tiene gli insegnanti che vuole, fino a legge contraria.

Ritengo qui sopra di aver sinteticamente ricoperto tutti i principali dubbi “intelligenti” riguardanti il diritto di un popolo ad autodeterminarsi – o meglio, il diritto di secessione[7].

Per i dubbi di altro tipo, uno su tutti quello che non riesce a comprendere come un popolo possa secedere se il Parlamento centrale non è d’accordo, mi limito a citare Herbert Spencer:

“La grande superstizione politica del passato era il diritto divino dei re; quella del presente è il diritto divino dei parlamenti. L’olio santo sembra essere inavvertitamente gocciolato dalla testa di un solo a quella di molti, consacrando essi ed i loro decreti”[8].

Di Filippo Martini

Bibliografia Consigliata:
  • Herbert Spencer (1886), L’Individuo e lo Stato, trad. di Sofia Fortini-Santarelli, S.Lapi Tipografo Editore, Città di Castello
  • Thomas J. Di Lorenzo (2006), Lincoln Unmasked, Three Rivers Press, New York
  • Raimondo Luraghi (2013), Storia della Guerra Civile Americana, BUR, Milano
  • Luigi Taroni (a cura di), Cesare Balbo (1944), Delle Speranze d’Italia, Edizioni Alfa, Milano
  • St. George Tucker (1999), View of the Constitution of the United States, Liberty Fund, Indianapolis

 

Note:

[1]Luigi Taroni (a cura di), Cesare Balbo (1944), Delle Speranze d’Italia, Edizioni Alfa, Milano, p.58

[2]Donald Livingston e McGee (Parti I, II, III, IV, V) in particolare

[3] Per un approfondimento si veda, per esempio, Il Vero Lincoln e le bugie di Spielberg di Damiano Mondini, Parti I e II

[4] Il motivo principale della loro defezione era legato ai loro attivi commerci con il Regno Unito.

[5] Ebbene, anche questo articolo non è riuscito a smentire la legge di Godwin.

[6] Adolf Hitler, Mein Kampf, pp.565-578

[7] Ho intenzionalmente scritto “ricoperto”, e non “fugato”, dato che in poco più di una paginetta non si possono certo esaurire più di due secoli di letteratura sull’argomento.

[8] Herbert Spencer (1886), L’Individuo e lo Stato, trad. di Sofia Fortini-Santarelli, S.Lapi Tipografo Editore, Città di Castello, p. 113

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Il mercato del lavoro

Mer, 19/03/2014 - 08:00

 Si ipotizzi inizialmente un mercato puro, in cui il lavoro, fattore di produzione scarso, è venduto e acquistato sul mercato sulla base di libere contrattazioni individuali. Il salario è il prezzo di tale merce.

L’offerta di lavoro –  È costituita dalle  prestazioni lavorative offerte dai lavoratori.

Il lavoratore confronta il tasso di salario[1] offertogli con le altre opportunità alternative e con la disutilità del lavoro. Il lavoro genera disutilità, ma al tempo stesso produce i guadagni che consentono di aumentare l’utilità. Dunque ciascuno lavorerà fino a che la soddisfazione mediata attesa è superiore o uguale alla disutilità che deriva dal lavoro. All’aumentare del salario aumenta l’offerta di lavoro (curva dell’offerta).

Domanda di lavoro – È la domanda di prestazioni lavorative effettuata dai datori di lavoro. Il datore di lavoro assumerà lavoratori finché il guadagno che ogni lavoratore in più gli assicura (produttività marginale) supera il salario che egli deve pagare. Al ridursi del salario aumenta la domanda di lavoro (curva della domanda): la riduzione dei costi consente di aumentare le quantità impiegate del fattore lavoro.

Curve di offerta e di domanda di lavoro,

determinazione del salario reale e del

numero di lavoratori occupati.

In un mercato libero, il livello del salario deriva dall’incontro fra le preferenze del datore di lavoro e quelle del lavoratore. Grazie alla concorrenza fra datori di lavoro, in un mercato libero il salario di ciascuno tende a fissarsi al livello della sua produttività marginale in valore (scontata)[2].

Non esiste il “lavoro in generale”, ma lavori diversi che offrono servizi diversi. E dunque si può individuare la produttività di una singola unità di un fattore produttivo, non la produttività di un fattore produttivo considerato nella sua globalità. Cioè si può determinare la produttività di un singolo lavoratore (attraverso la produttività marginale), non la produttività del lavoro in generale. Questo perché i fattori produttivi operano insieme per realizzare la produzione. Dunque dire che nell’ultimo secolo la produttività del lavoro è cresciuta è un’affermazione indimostrabile: perché essa è avvenuta anche grazie all’incremento di beni capitali.

Tuttavia i mercati del lavoro contemporanei sono molto lontani dal mercato puro ora illustrato: i salari e gli stipendi fissati in base alla contrattazione collettiva[3], i salari minimi, i limiti all’accesso, le condizioni lavorative stabilite per legge, gli oneri sociali sono i principali esempi di intervento statale nel mercato del lavoro. Gli effetti di tale interferenza verranno esaminati più sotto, nell’ambito delle teorie sulla disoccupazione.

Alcuni indicatori relativi al mercato del lavoro utilizzati dalla statistica

Tasso di attività: rapporto fra forze  di lavoro e popolazione complessiva.

Disoccupazione – disoccupati in senso stretto (hanno perso la precedente occupazione), in cerca di prima occupazione, altre persone in cerca di lavoro (in condizione non professionale: casalinghe, pensionati, studenti ecc.).

Tasso di disoccupazione: numero delle persone in cerca di occupazione diviso il totale delle forze di lavoro.

La teoria economica leftist ha moltiplicato le categorie di lavoratori in base a valutazioni ideologiche, ad esempio: “sottoccupati”: lavoro non stabile, saltuario, a volte irregolare, al di fuori dei contratti e degli obblighi contributivi. Oppure il concetto di “disoccupazione nascosta”: impiego eccessivo di manodopera rispetto alle esigenze produttive (produttività bassa).

Teorie sulla disoccupazione

Classica e Austriaca: in un mercato non vincolato la disoccupazione involontaria è impossibile, perché, in caso di eccesso di offerta di lavoro, il salario si riduce in misura tale da indurre all’assunzione i disoccupati. O, al limite, un individuo si mette al lavoro per prodursi da solo i beni da lui ritenuti necessari. In un mercato libero la disoccupazione è volontaria, dipende dal fatto che coloro che non lavorano decidono di aspettare (ad esempio, perché non si vogliono spostare in un altro luogo). In un’economia completamente libera alla lunga non permangono risorse inutilizzate; dunque chi vuole lavorare trova un lavoro qualsiasi. Questo tipo di disoccupazione, volontaria, si chiama disoccupazione catallattica. Un secondo tipo di disoccupazione è la disoccupazione istituzionale, involontaria, che è quella provocata dall’interventismo statale.

Dunque la disoccupazione involontaria dipende dalle rigidità salariali e normative imposte o consentite dallo Stato.

a) Rigidità salariali: salari minimi[4], tariffe minime per gli ordini professionali, contrattazione collettiva, contratti pluriennali, accordi informali, oneri sociali che rendono elevato lo stipendio lordo, sussidi, inerzie.

Il salario minimo, o il salario fissato in maniera indiscriminata attraverso i contratti collettivi sindacali, impedisce che vengano assunti tutti coloro che hanno una produttività inferiore a quel salario, perché l’imprenditore, se li assumesse, subirebbe una perdita (dunque, per paradosso, il salario minimo danneggia i lavoratori più poveri rispetto ai più “ricchi”, quelli a maggiore produttività). Dunque i saggi salariali minimi o fissati arbitrariamente fuori delle condizioni del mercato producono disoccupazione involontaria (eccesso di offerta rispetto alla domanda: il mercato non è “sgombro”). Nella figura il numero di disoccupati generato dall’intervento (confrontando cioè la nuova situazione con l’equilibrio di libero mercato) è dato dal segmento L1 L0. La disoccupazione effettiva che si determina dopo l’intervento invece è data dal segmento compreso fra le due curve al livello del salario w1.[5]

Per molte categorie di persone – studenti disposti a piccoli lavori part time, persone che cominciano ad apprendere un lavoro ma non hanno ancora la professionalità richiesta, immigrati che ancora non parlano la lingua, attività che non necessitano di qualificazione, gruppi musicali non affermati disposti a suonare in locali – svolgere attività poco retribuite è utile.

Il lavoro non è un diritto ma uno scambio fra due beni che hanno valore per le due parti, e cioè lavoro in cambio di denaro.

La contrattazione collettiva e le leggi a protezione dei salari vengono difese con l’argomento che il lavoratore è il soggetto debole rispetto al datore di lavoro. Però non esiste monopolio di domanda. Se i datori di lavoro hanno bisogno di determinate qualifiche, ma queste esistono in quantità limitate, cioè se la domanda eccede l’offerta, i salari cresceranno e i lavoratori non saranno affatto il soggetto debole, tutt’altro[6]. Inoltre, se i salari sono “bassi” (più bassi che in altre zone), le imprese si trasferiscono in quelle zone, e questa concorrenza fra domandanti lavoro fa aumentare i salari.

Circa i bassi salari pagati da alcune multinazionali in paesi del terzo mondo, non si considera che essi sono pari a otto volte e mezzo quello che il lavoratore guadagnerebbe se impiegato in un’industria locale [E. Graham, Institute for International Economics]. Inoltre, in alcuni casi (Burma, Indonesia) sono gli Stati stessi che impongono coercitivamente salari e condizioni lavorative disagiate, proprio per attrarre le grandi imprese; ma questo non ha niente a che fare con il libero mercato.

I salari non si trovano al livello di sussistenza; la storia del capitalismo degli ultimi 200 anni testimonia un costante aumento del tenore di vita dei salariati. Inoltre il concetto di sussistenza è privo di oggettività.

b) rigidità normative: limiti all’accesso, non licenziabilità, imposizione di contratti solo a tempo indeterminato[7].

Limiti all’accesso: alcune professioni (notai, farmacisti) dispongono il numero chiuso, per altre vengono concesse licenze (tassisti), sono imposti esami di Stato per l’iscrizione agli Albi, in generale per le libere professioni le modalità di ingresso sono gestite dagli ordini. L’effetto è una minore concorrenza, dunque un reddito più alto per gli insider e minore occupazione.

 

Altre teorie sulla disoccupazione

Keynesiana (ciclica): tutti i lavoratori sono disposti a lavorare al salario corrente; l’occupazione dipende dalla quantità prodotta (funzione di produzione), dunque dalla domanda globale; la bassa domanda di lavoro consegue ad una bassa domanda globale che ha origine nel mercato dei beni capitali in seguito al pessimismo degli imprenditori.

Strutturale: obsolescenza di beni; carenza del fattore imprenditoriale; imperfetta corrispondenza qualitativa tra l’offerta e la domanda di lavoro: mancanza della  professionalità richiesta, maggior selettività da parte degli offerenti, sussidi di disoccupazione, scarsa mobilità (indisponibilità a trasferirsi, difficoltà a trovare abitazioni[8]), collocamento inefficiente.

Tecnologica: sostituzione di capitale a lavoro. È solo un’illusione ottica di breve periodo, a lungo andare l’introduzione di macchine produce due effetti: 1) riduce i costi, dunque i prezzi e di conseguenza causa un aumento di domanda del prodotto, il che a sua volta determina un aumento derivato di domanda di manodopera; in sostanza l’aumento dell’occupazione derivante dall’allargamento della base produttiva compensa o più che compensa la diminuzione iniziale derivante dall’approfondimento della produzione via tecnologia;[9] 2) i lavoratori che escono dal settore a più alta intensità di capitale si indirizzano alla produzione di altri beni; il benessere complessivo aumenta. La storia ha dimostrato che le profezie catastrofiste sulla disoccupazione tecnologica di massa erano infondate: la meccanizzazione spinta dell’ultimo secolo non l’ha generata.

Frizionale: dovuta al movimento fra regioni o fra posti di lavoro; comprende anche coloro che non possono lavorare a causa di handicap fisici o mentali.

Tasso naturale di disoccupazione: è quello che garantisce che l’inflazione non tenda né ad accelerare né a decelerare, e corrisponde alla produzione potenziale; incorpora la disoccupazione frizionale e parte di quella strutturale.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

M.N. Rothbard, Man, Economy and State, cap. 9 par. 2, cap. 10 par. 4, L. von Mises Institute, Auburn, 2004.

Power and Market, cap. 3 par. 3 punti h e i, L. von Mises Institute, Auburn, 2004.

 

[1] Il tasso, o saggio, di salario è la quantità di salario per unità di tempo (ad esempio, un’ora di lavoro). Per conoscere il reddito salariale, cioè il salario complessivamente guadagnato, basta moltiplicare il tasso salariale per il periodo di tempo relativamente al quale interessa effettuare il calcolo (salario settimanale, o mensile, o annuale ecc.). Per conoscere il monte salari totale è sufficiente sommare i redditi salariali individuali. La distinzione fra tasso e reddito salariale implica che una riduzione del tasso salariale è compatibile con un aumento dei redditi salariali; ad esempio, potrebbe aumentare l’occupazione, oppure i lavoratori già occupati potrebbero lavorare un maggior numero di ore. Spesso la letteratura economica, usando in maniera vaga il termine “salari”, ha confuso i due concetti, ritenendo erroneamente che una riduzione dei tassi di salario comporti automaticamente una riduzione dei redditi salariali totali (e in conseguenza una riduzione della domanda di beni, con effetti depressivi sul sistema economico).

[2] Si può illustrare tale conclusione con il seguente esempio: supponiamo che la produttività marginale del lavoratore equivalga a € 1 l’ora. Se egli fosse assunto a 5 centesimi l’ora, il datore di lavoro avrebbe un guadagno di 95 centesimi l’ora. Allora altri datori di lavoro farebbero offerte per avere quel lavoratore. Il salario dunque crescerebbe, ma si arresterebbe a € 1 l’ora, perché oltre quella misura supererebbe la produttività marginale e il datore di lavoro incorrerebbe in una perdita. In un sistema di mercato puro, dunque, grazie alla concorrenza lo “sfruttamento” e i salari “ingiusti” a lungo andare non sono possibili.

[3] M.N. Rothbard, Restrictionist Pricing of Labor, in «Freeman», maggio 1963, pp. 11–16; ristampato in The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 36-42.

Secondo una vulgata molto diffusa, gli aumenti di reddito reale e degli standard di vita dei lavoratori a partire dalla fine dell’Ottocento sarebbero dovuti alla diffusione dei sindacati e alle legislazioni sociali. Il rapporto causale va completamente capovolto: fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento gli aumenti salariali furono possibili proprio perché la produttività era cresciuta tantissimo grazie all’introduzione e diffusione delle macchine nei processi lavorativi. Un luogo comune gemello riguarda lo “sfruttamento” e addirittura l’impoverimento degli operai durante la rivoluzione industriale. Le statistiche fanno piazza pulita di tali pregiudizi ideologici (W. Hutt, The Factory System of the Early Nineteenth Century, in “Economia”, 1926). I salari industriali rappresentavano redditi cinque volte superiori rispetto a quelli agricoli; le 12 ore quotidiane erano inferiori alle 18 nei campi. D’altra parte, la rapida urbanizzazione verso i centri industriali è la conferma demografica di tale dato; i lavoratori non venivano deportati, non erano costretti a spostarsi con la forza, sceglievano il lavoro industriale perché più remunerativo del durissimo e incerto lavoro dei campi (a dispetto dell’idilliaca immagine bucolica rappresentata nei romanzi). Lo stesso discorso vale per il deprecato lavoro dei fanciulli nelle fabbriche. I genitori erano tutt’altro che disperati quando i loro figli venivano assunti. L’alternativa non era la possibilità di frequentare la scuola o di trascorrere l’infanzia giocando, come nell’epoca contemporanea; l’alternativa era il duro lavoro agricolo anche per i ragazzi, secondo una tradizione plurisecolare. Il fatto è che l’indigenza del mondo agricolo non era visibile all’opinione pubblica in quanto dispersa e nascosta nelle campagne, mentre la concentrazione urbana che segue alla rivoluzione industriale rende visibili i disagi della vita lavorativa, abitudini come l’alcolismo o gli incrementi della criminalità dovuti alla concentrazione nelle città.

[4] In Italia non è fissato per legge ma nei contratti collettivi; in Europa in genere è compreso fra il 50% e il 60% del salario lordo medio, negli Stati Uniti inferiore al 40%.

[5] L’innalzamento artificiale del salario determina una riduzione strutturale della domanda di lavoro, cioè di lungo periodo, perché i datori di lavoro, in seguito alla misura, si indirizzeranno verso combinazioni produttive labour saving.

[6] Nel 2012 la Cgia di Mestre ha calcolato che vi è una domanda che eccede l’offerta per mestieri come i netturbini, i collaboratori domestici, i carpentieri, i sarti, gli agricoltori, gli autisti di mezzi pubblici.

[7] Di recente è invalso l’uso di definire “precariato” l’esistenza di contratti di lavoro a tempo determinato. Si ritiene che il divieto o la limitazione di questo tipo di contratti renda automaticamente quei posti di lavoro stabili e a tempo indeterminato. A monte di tale convinzione vi è l’errore concettuale di ritenere che il numero di posti di lavoro nell’economia sia fisso e che modifiche nei vincoli contrattuali non si riflettano sulla domanda di lavoro. Invece i datori di lavoro reagiscono all’imposizione di vincoli contrattuali non sopportabili dalle loro imprese riducendo le assunzioni; dunque si riducono i posti di lavoro, e i ‘precari’ si trasformano in disoccupati, condizione ben peggiore.

[8] Secondo uno studio del 2007, negli Stati Uniti gli stati e le regioni con il più alto tasso di case di proprietà sono anche quelli con il più alto tasso di disoccupazione: la casa di proprietà frena la disponibilità a trasferirsi in luoghi in cui vi sono maggiori opportunità lavorative.

[9] Ad esempio è ciò che avviene agli inizi del Novecento con le catene di montaggio nelle fabbriche Ford americane.

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La Chiesa e il Mercato: capitolo 3, parte V

Lun, 17/03/2014 - 07:00

Quinta ed ultima parte del capitolo 3 dell’opera La Chiesa e il Mercato: una Difesa Cattolica della Libera Economia, di Thomas E. Woods Jr., edito dalla Casa Editrice LiberiLibri. Si prosegue con l’analisi estesa del fenomeno del prestito a interesse, nonchè della sua rilevanza in un’ottica di etica cristiana.

* * *

[... segue dalla parte IV]

Dal XIII al XVI secolo, i teologi scolastici hanno cominciato ad approfondire l’insegnamento della Chiesa sul tema dell’usura, applicando intelletto e ragionamento logico alla questione dell’interesse. Le loro tesi, se sviluppate sino alle loro logiche conclusioni, (cosa che di solito non avveniva), tendevano a far vacillare l’intera proibizione di esigere interessi. Si tratta di un argomento molto complesso su cui sono stati scritti ponderosi volumi, quindi affronteremo solo alcuni dei punti più importanti.

È opinione comune che col Cardinale Ostiense, il canonista del XIII secolo che fu ambasciatore sotto papa Innocenzo IV, si sia aperta una breccia significativa nel divieto di prestare con gli interessi. L’Ostiense introdusse il concetto di lucrum cessans (lucro cessante), che consentiva di chiedere interessi come compenso del profitto cui chi concedeva il prestito rinunciava, in quanto non più in grado di investire personalmente i fondi prestati per la durata del prestito stesso. Questo è, in sostanza, un riconoscimento del concetto economico di costo di opportunità. La tesi dell’Ostiense ebbe grande rilevanza. «Per la prima volta in assoluto», scrive Noonan, «all’uomo d’affari onesto venne dato un motivo legittimo per chiedere il pagamento di interessi oltre alla restituzione del capitale.»72

Tuttavia l’Ostiense previde questa eccezione solo nel caso di chi non concedeva prestiti abitualmente ma lo faceva come forma di carità; e non a chi prestava denaro per guadagnarsi da vivere. Anche Pierre de Jean Olieu (12481298), che era d’accordo con la posizione dell’Ostiense sul lucrum cessans, limitò questa concessione a chi concedeva prestiti non abitualmente.73

Fu solo questione di tempo prima che i teologi estendessero questa ed altre eccezioni proposte dall’analisi scolastica per farle diventare dispense più generali. Era ad esempio opinione comune fra gli scolastici che chi concedeva un prestito potesse chiedere una penalità se la restituzione avveniva in ritardo, dal momento che veniva così privato dell’uso del suo denaro per un ulteriore lasso di tempo. Ma se essere privati del proprio denaro per un ulteriore periodo di tempo dà giusto motivo per richiedere un esborso supplementare per la ritardata restituzione, perché non potrebbe costituire motivo per addebitare degli interessi? Dopo tutto, chi concede il prestito viene privato dell’uso del suo denaro per l’intera durata del prestito, non solo per il periodo tra la scadenza e la sua tardiva restituzione.

La discussione sull’usura ha avuto nei secoli un andamento irregolare, e i teologi hanno alternativamente sostenuto questa o quella giustificazione logica circa i profitti sui prestiti. Spesso un teologo criticava le opinioni dei colleghi che sostenevano la legittimità di esigere interessi e proponeva invece le sue. È per lo più evidente una tendenza globale verso la liberalizzazione della esazione di interessi, particolarmente nel XV e XVI secolo. Il processo fu a volte costellato da violenti attacchi alle tesi tradizionali che condannavano l’usura, come nel caso di Conrad Summenhart (1465-1511), che coprì la cattedra di teologia all’università di Tubinga, e in misura minore da Leonardo Lessio (di cui parleremo più approfonditamente in séguito); ma di solito si assisté a un graduale esaurirsi degli argomenti tradizionali e all’affiorare di un sempre maggior numero di eccezioni alla proibizione di esigere interessi.

All’inizio del XVI secolo il francescano Juan de Medina (1490-1546) divenne il primo scrittore scolastico a difendere l’idea che il rischio assunto da chi concede un prestito costituisce motivo legittimo per chiedere interessi. Sostenne che esporre la proprietà personale «al rischio di essere persa è cedibile e acquistabile a un determinato prezzo, e non è fra quelle cose che si devono fare gratuitamente».74 Più tardi il famoso cardinale gesuita Juan de Lugo (1583-1660), sottolineò a sua volta questo punto. Espose la questione in modo semplice: «Come si può oggi prestare denaro con garanzie tali da dare la stessa sicurezza della pronta cassa?»75 Così si era chiuso il cerchio sull’argomento: i primi scolastici avevano disapprovato gli interessi perché secondo loro chi concedeva un prestito non sosteneva nessuno dei rischi coinvolti nell’investimento, mentre de Lugo affermava che proprio col semplice prestare denaro chi concede il prestito si espone a rischio.

Nella sua eccellente storia del pensiero economico Murray Rothbard evidenzia un altro degli importanti argomenti presentati da Medina, ovvero che a quei tempi i teologi ammettevano «che chi fa da garante al debitore può a buon diritto farsi pagare un compenso per questo servizio; ma in questo caso, se chi chiede un prestito non trova un garante, per quale motivo chi concede un prestito non dovrebbe esigere un compenso da chi chiede il prestito per il rischio che corre di non essere ripagato? Il suo compenso non è simile al compenso del garante?» In altre parole, se è moralmente lecito che un terzo riceva un compenso per garantire un prestito, come potrebbe essere moralmente illecito che chi chiede un prestito paghi a chi glielo concede un compenso simile (sotto forma di interessi) se non trova un garante?76

Anche il teologo gesuita Leonardo Lessio (1554-1623), titolare della cattedra di teologia e filosofia all’Università di Louvain, ebbe un ruolo significativo nel demolire la proibizione di esigere interessi. In primo luogo sottolineò che la relativa mancanza di liquidità, subìta da chi concede un prestito per tutta la durata del prestito stesso, era un fattore che meritava un indennizzo, dal momento che potevano presentarsi situazioni inattese in cui sarebbe stato auspicabile avere a disposizione i fondi prestati. Chi viene così privato del suo denaro, scrisse Lessio, «dà maggior valore alla mancanza di fondi per cinque mesi piuttosto che per quattro, e per quattro più che per tre; questo in parte perché gli manca l’opportunità di guadagno che quel denaro gli offre, e in parte perché il suo capitale è più a lungo in pericolo».77 Egli estese anche il riconoscimento del lucrum cessans, che era stato oggetto di considerevoli restrizioni, a tutti i prestiti, inclusi quelli concessi da chi presta denaro per professione.78

Nel XVI secolo i teologi cattolici avevano praticamente ribaltato tutte le vecchie tesi contro l’usura – proprio quando Martin Lutero cercava attivamente di ristabilirle. Come spiega la Catholic Encyclopedia,

Bisogna ricordare che i migliori autori hanno riconosciuto da tempo la legittimità di esigere interessi come compenso a chi concede un prestito per il rischio che corre di perdere il proprio capitale, o per una perdita vera e propria quale, per esempio, la mancanza del profitto che avrebbe potuto ottenere se non avesse concesso il prestito [...] Questi sono chiamati motivi estrinseci, ammessi senza discussione sin dalla fine del XVI secolo, e che giustificano la richiesta di interessi ragionevoli, in proporzione al rischio che il prestito comporta.79

Ulteriori sviluppi si ebbero nel XVII e XVIII secolo, e una serie di decisioni adottate dal Santo Ufficio all’inizio del XIX secolo decretò che chiunque poteva esigere gli interessi consentiti dalla legge.80 Secondo la Catholic Encyclopedia oggi la Chiesa «consente la pratica generale di concedere prestiti con gli interessi, cioè autorizza il pagamento di questo tasso aggiuntivo senza che si debba domandare se chi ha prestato il denaro ha sofferto una perdita o si è privato di un guadagno, purché chieda un moderato interesse per il denaro che presta. Questa richiesta non è mai ingiusta. Soltanto la carità, non la giustizia, può obbligare qualcuno a fare un prestito gratuito (vedere le risposte del Penitenziario e del Santo Ufficio sin dal 1830)».81

Quello che era mancato nei dibattiti sull’usura era il concetto della preferenza temporale, il principio fondamentale dell’azione umana secondo il quale l’uomo preferisce il godimento di un bene presente al godimento dello stesso bene in futuro. Questo fenomeno naturale spiega molto semplicemente perché i beni presenti sono più apprezzati di quelli futuri, e pertanto fornisce l’origine e la giustificazione per il pagamento degli interessi.

Se la preferenza temporale non esistesse, il prezzo della terra dovrebbe rimanere uguale a tempo indeterminato, dal momento che non ci sarebbe uno sconto temporale sul valore capitale di un bene produttivo come la terra. In altre parole, il prezzo della terra si avvicinerebbe alla somma della sua resa produttiva in un futuro indefinito. Se si dovesse stimare che un particolare lotto di terra produce, in media, un prodotto annuo equivalente a 100 once d’oro, in assenza di preferenza temporale chi acquista la terra dovrebbe calcolare il suo valore moltiplicato 100 per tutti gli anni compresi tra il momento del suo acquisto e la fine del mondo. Che nessuno in effetti calcoli il valore in questo modo è un segno dell’esistenza della preferenza temporale.

Se non accetta l’esistenza di questo fenomeno, un osservatore sarà assolutamente incapace di spiegare i fondamentali fatti economici. Per esempio, alcune aziende commerciali possono spesso aumentare la loro produzione adottando metodi lavorativi che richiedono più tempo. Se non esistesse la preferenza temporale, un’azienda sceglierebbe sempre questa opzione, preferendo processi di produzione che ottengono i massimi risultati a prescindere da quanto tempo ci è voluto per portarli a termine. Che le aziende non scelgano sempre di fare così è un ulteriore esempio dell’intervento della preferenza temporale. È la preferenza temporale, afferma Mises, che spiega perché sia «fattibile scegliere metodi di produzione in cui il prodotto sia maggiore per unità di investimento che in altri metodi richiedenti un periodo di produzione più breve».82

I problemi legati alla proibizione degli interessi appaiono più chiari quando ci rendiamo conto delle implicazioni che comporta la preferenza temporale. Il fenomeno della preferenza temporale, osservabile in innumerevoli aspetti della vita, è una questione di semplice buon senso: gli uomini preferiscono una data quantità di un bene presente alla stessa quantità del bene in futuro, e solo se la quantità del bene in futuro è maggiore possono essere persuasi a rinunciare a una determinata quantità di consumo nel presente. Le persone non considerano una data quantità di un bene nel presente e una stessa quantità del bene qualche anno dopo come se fossero lo stesso bene. Lasciando da parte la questione dell’inflazione, le persone non pensano che 100 dollari oggi e 100 dollari fra dieci anni siano la stessa cosa. Per un attore economico si tratta di due beni diversi. Non permettere che vengano richiesti e corrisposti interessi, pertanto, significa costringere le persone a considerare un bene presente e un bene futuro come lo stesso bene – una chiara violazione del fenomeno universale della preferenza temporale, che vediamo all’opera intorno a noi nel dipanarsi delle vicende umane e che consideriamo assolutamente innocuo, anzi del tutto normale e ragionevole.

Come abbiamo visto, il fenomeno della preferenza temporale significa che un bene presente ha più valore della stessa quantità di quel bene in futuro. Ora deve trascorrere un certo lasso di tempo fra il momento in cui un bene (di solito il denaro) viene prestato e il momento in cui viene rimborsato.83 Chi chiede un prestito usufruisce del denaro nel presente, e ripaga chi glielo ha prestato in futuro. Dal momento che la preferenza temporale ci dice che un bene futuro ha minor valore dello stesso bene nel presente, se chi chiede un prestito rimborsa solo la cifra nominale che ha originariamente chiesto in prestito, diciamo 500 dollari, sta commettendo un’ingiustizia nei confronti di chi gli ha concesso il prestito, obbligandolo a considerare i 500 dollari prestati all’inizio e i 500 dollari restituiti al momento del rimborso – che sono due beni diversi, secondo il fenomeno della preferenza temporale – come lo stesso bene. Questo punto fondamentale ci fa vedere che non vi è nulla di malvagio nell’esigere interessi; al contrario, sembrerebbe ingiusto non pagare interessi, dal momento che l’assenza del loro pagamento costringe uno dei contraenti a considerare la stessa quantità dello stesso bene nel presente e nel futuro come se avessero uguale valore – cosa che considereremmo irrazionale e folle in ogni altro contesto.

Gli economisti austriaci hanno descritto il tasso d’interesse come il “tasso sociale della preferenza temporale”. In un mercato veramente libero, spiega Rothbard, il tasso d’interesse è determinato «esclusivamente dalla “preferenza temporale” di tutti gli individui presenti nell’economia». Come abbiamo visto, il fenomeno della preferenza temporale significa che una somma di denaro nel presente richiede sempre un tasso aggiuntivo di mercato rispetto alla somma disponibile in futuro. «Questo premio è il tasso d’interesse, e il suo livello varia secondo il grado in cui la gente preferisce il presente al futuro, cioè il grado di preferenza temporale.»84 Il tasso d’interesse quindi, inteso come incremento sui beni attuali contrapposti a quelli futuri, sembra non essere concettualmente diverso da ogni altro prezzo, e non sembrano esistere buoni motivi perché esso non debba essere determinato allo stesso modo in cui gli scolastici hanno accettato la determinazione di ogni altro prezzo: per mezzo dell’interazione volontaria di compratore e venditore. È interessante notare che la Catholic Encyclopedia in sostanza riconosce questo punto: «In pratica [...] come rivela anche la risposta del Sacro Penitenziario (18 aprile 1889), la migliore linea d’azione è quella di conformarsi alle convenzioni stabilite fra gli uomini, esattamente come avviene per gli altri prezzi, e, come accade nel caso di tali prezzi, determinate circostanze influenzano il tasso di interesse, aumentandolo o diminuendolo.»85

L’idea della preferenza temporale affiora fugacemente qua e là negli scritti degli scolastici. Giles Lessines, uno degli allievi più brillanti di san Tommaso d’Aquino, scrisse nel 1285 che «i beni futuri non vengono valutati allo stesso modo degli stessi beni disponibili nel presente, né permettono ai loro proprietari di ottenere gli stessi vantaggi. Per questo motivo, bisogna considerare che essi hanno un valore più ridotto, come del resto è giusto».86 San Bernardino da Siena, uno dei maggiori pensatori economici del medioevo, ha fatto riferimento all’idea della preferenza temporale ma non sembra aver riconosciuto il suo significato.87 Il teologo scolastico Martin de Azpilcueta Navarrus (1493-1586) si avvicinò molto a questa intuizione nella sua analisi dell’usura. Azpilcueta, noto per la santità della vita e la notevole padronanza della legge canonica, sviluppò l’intuizione di san Bernardino da Siena circa il fenomeno della preferenza temporale. Egli specificò che «un titolo a qualcosa vale meno della cosa stessa, e [...] è evidente che ciò che non si può usare se non tra un anno sia valutato meno di qualcosa della stessa qualità che si può usare sùbito».88 Azpilcueta ha ragione, naturalmente. Ma non appena si afferrano le implicazioni di questo punto, il divieto di chiedere interessi viene sùbito meno.

Nel XX secolo, lo scrittore cattolico Hilaire Belloc tentò ancora di giustificare il divieto di chiedere interessi. Secondo Belloc, si ha usura quando si chiedono interessi per quello che egli definisce un “prestito improduttivo”. In altre parole, non è la richiesta degli interessi di per se stessa a essere eticamente condannabile, ma lo scopo per il quale il prestito viene richiesto. «L’intenzione dell’usura è presente», egli scrive, «quando il denaro viene prestato con gli interessi per quello che chi concede il prestito sa essere uno scopo improduttivo, e la vera pratica dell’usura si verifica quando il prestito è in effetti stato usato in modo improduttivo, ma gli interessi vengono non di meno richiesti89

Belloc fa il seguente esempio. Supponiamo che il signor Jones si rivolga al signor Smith, proprietario di una nave, e gli proponga di dedicarsi, con questa nave, a un commercio internazionale tanto redditizio da procurargli un bel guadagno di lì a un anno. Il signor Smith è d’accordo nel prestare al signor Jones la nave per questo scopo, ma pretende (il signor Smith) di ricevere una parte dei profitti che il signor Jones guadagna. Dopo tutto, è stato solo grazie alla nave del signor Smith che il signor Jones ha potuto guadagnare in primis i suoi profitti, quindi è giusto che il signor Smith goda di una parte dei frutti.

Belloc sostiene che non esiste remora morale all’esazione di interessi su questo tipo di prestito. E la moralità della situazione non viene scalfita se il signor Smith è il proprietario non di una nave ma di una somma di denaro sufficiente ad acquistare una nave, e il signor Jones gli chiede in prestito il denaro per acquistare e armare una nave per il commercio internazionale. Il signor Smith avrebbe ancora diritto ad una quota del guadagno del signor Jones su questo prestito produttivo. Ciò che rende un prestito “produttivo”, pertanto, è il fatto che esso provoca una generale creazione di ricchezza: alla fine della transazione la società è più ricca di quanto lo era prima.

Nel caso di un prestito “improduttivo”, invece, non viene creata ricchezza aggiuntiva grazie al denaro dato in prestito. Supponiamo, dice Belloc, che un uomo si rivolga a chi concede prestiti e gli spieghi che ha bisogno di sei pagnotte di pane per sostentare se stesso e la sua famiglia per alcuni giorni. Esse verranno consumate e basta, e in nessun modo contribuiranno alla creazione di ricchezza aggiuntiva (come ha fatto invece il lavoro del signor Jones con la nave del signor Smith). Chi concede prestiti replica che gli presterà in effetti le sei pagnotte, ma a condizione che quando il prestito scade gli vengano rimborsate sette pagnotte – una pagnotta in più. Questa, dice Belloc, è usura. Le pagnotte servono al consumo immediato e non vengono usate per qualche altro scopo produttivo:

Da questa azione non viene creata altra ricchezza. Il mondo non diventa più ricco né lo diventi tu o la società in generale. Per mezzo di questa transazione non si crea più benessere. Pertanto la pagnotta extra che tu [che concedi il prestito] stai pretendendo, viene pretesa dal niente. Deve uscire dalla ricchezza della comunità – in questo particolare caso dalla ricchezza dell’uomo che ha chiesto in prestito le pagnotte – invece di venire fuori da un incremento o da un extra, o da nuova ricchezza.90

Questa spiegazione lascia un certo numero di domande senza risposta. Per esempio, perché l’azione di un individuo è etica solo se essa ha creato, alla fine, più ricchezza per la “società in generale”? Questo è un criterio profondamente invasivo. Qualunque tipo di consumo da parte di chiunque lascia la società con meno ricchezza di prima. Deve essere tutto da condannare? Se non è così, perché l’usura dovrebbe essere un caso a parte? Molte persone preferiscono consumare le loro entrate invece di assumersi il rischio di impiegarle in investimenti potenzialmente produttivi. Questa decisione è suscettibile di una critica morale, dal momento che come risultato di questa astensione “il mondo non diventa più ricco, né lo diventi tu o la società in generale”? È paradossale che Belloc, grande difensore di quelli che condannano gli economisti austriaci per il loro presunto impegno all’“efficienza”, si renda colpevole di un’analisi impostata in gran misura su quell’efficienza da cui i suoi seguaci si sono considerati immuni.

Nell’affermare che chi chiede un prestito non diventa “più ricco” in virtù di questo prestito, Belloc cade vittima dell’antico errore di tentare una valutazione della soddisfazione derivata da uno scambio di mercato dal punto di vista di una terza persona. Se l’uomo che chiede un prestito pensa che sei pagnotte di pane oggi valgono per lui più di sette pagnotte fra due settimane, chi sarà così pazzo da dirgli che “sbaglia”? Egli forse non fa aumentare la ricchezza della “società in generale”, ma certamente fa aumentare le sue entrate psichiche, che non tengono conto soltanto delle scorte fisiche dei beni a sua disposizione, ma anche della sua relativa soddisfazione e del suo stato d’animo – in breve, della valutazione necessariamente soggettiva del suo benessere. Se egli crede che avrà un surplus di entrate psichiche come risultato del fatto di avere sei pagnotte questa settimana e non morire di fame, ben sapendo che dovrà restituirne sette fra due settimane, questo è tutto quello che possiamo dire sulla circostanza. Dovrebbe essere ovvio che se non credesse che il prestito lo renderà in qualche modo più ricco, tanto per cominciare non lo contrarrebbe affatto.

Facciamo un’altra considerazione: come sfuggirebbero i mutui ipotecari sulla casa alla condanna di Belloc? Chi chiede un prestito per acquistare una casa non è coinvolto in un’attività “produttiva”. È impegnato nel consumo. Quindi, secondo il giudizio di Belloc, i mutui ipotecari non sono altro che usura immorale, e dovrebbero essere sospesi – a meno che, naturalmente, chi concede prestiti e ha 250.000 dollari d’avanzo possa essere persuaso a prestare il proprio denaro per trent’anni e non ricevere niente in cambio come compenso per il suo disturbo. Ma questo è forse improbabile.

Senza un prestito “da usura”, un individuo potrebbe forse vivere in una capanna, o accontentarsi di prendere in affitto uno spazio per viverci il resto della sua vita invece di possedere una casa propria. Verrebbe pertanto privato dell’opportunità di possedere un bene di valore. Per ironia della sòrte, in tali casi (e certamente ce ne sarebbero moltissimi) proprio la politica di Belloc priverebbe molte persone di una proprietà importante.

Pertanto, poiché chi contrae un prestito per acquistare la casa secondo il punto di vista di Belloc non è coinvolto in un’attività “produttiva”, visto che il prestito contratto per l’acquisto non lascerà la “società in generale” affatto più ricca – e poiché secondo l’analisi di Belloc non lascerà neanche lo stesso nuovo proprietario di casa affatto più ricco – non si deve accordare il prestito. Ma perché non interrogare il proprietario? Costui non ritiene forse che l’opportunità di vivere in una casa confortevole lo fa stare soggettivamente meglio di quanto non starebbe senza questa opportunità? Forse ritiene che sia una scelta razionale quella di pagare di più per il godimento della casa nel presente, anziché essere obbligato a risparmiare per decenni prima di poter comprare la casa, anche se così risparmierebbe il pagamento di interessi “da usura”. E dal momento che per tutto quel tempo probabilmente dovrebbe vivere in affitto e pagare un canone mensile, non si può neanche dire che almeno risparmierebbe gli interessi che avrebbe dovuto pagare sulla casa – quel denaro lo deve spendere per pagare l’affitto di un appartamento che senza dubbio egli considera molto inferiore alla casa in cui avrebbe potuto altrimenti vivere, se non fosse stato per il rifiuto di Belloc di permettergli di acquistarla grazie a un prestito contratto secondo termini reciprocamente convenienti con un mutuante disponibile.

Nell’introduzione alla recente riedizione di Essay on the Restoration of Property di Belloc viene in effetti derisa l’idea stessa di mutuo per la casa: «Chi afferma di essere proprietario di una casa dimentica che nella maggior parte dei casi i veri proprietari sono le banche; inoltre fa parte di un programma “da affittuario a proprietario” che normalmente dura 30 anni e che vede un “modesto” tasso d’interesse composto tradursi nel pagamento in termini reali di una cifra parecchie volte superiore al valore della casa.»91 Anche stavolta, un critico ha la pretesa di dire al compratore quanto “vale” obiettivamente il suo acquisto. Naturalmente, chi chiede un prestito per comprare casa alla fine paga di più che se fosse stato in grado di mettere insieme la somma richiesta, mettiamo 200.000 dollari. Ma chi è questo critico che si arroga il diritto di dire a chi chiede un prestito che sbaglia ad attribuire a questa casa nel presente un valore significativamente superiore a quello che avrebbe questa stessa casa di lì a molti anni a venire, quando fosse riuscito a risparmiare la somma necessaria per acquistarla in contanti? Il non rendersi conto che l’individuo valuta i beni nel presente di più di una identica quantità degli stessi beni in futuro è un errore tipico. Può difficilmente sorprendere che egli sia persino disposto a pagare una sostanziosa somma aggiuntiva per il piacere di godere della sua casa al momento piuttosto che in un lontano futuro. Una casa oggi e la stessa casa fra alcuni anni non sono, dal punto di vista dell’uomo che agisce, lo stesso bene.

In tutta questa analisi rischiamo di dimenticarci della sòrte dell’uomo che aveva bisogno delle sei pagnotte per un uso immediato. Se non può chiedere un prestito con gli interessi – che significa soltanto tenere conto del fenomeno universale della preferenza temporale che si evince da tutto il comportamento umano – cosa deve fare esattamente? Merita di morire di fame semplicemente perché nel pagare gli interessi sul suo prestito priverebbe la “società” di una pagnotta di pane?

Tuttavia, una volta esaurito l’argomento, sebbene Belloc senza dubbio consideri la sua tesi come un prolungamento dei dibattiti medievali sulla questione, la distinzione tra prestiti “produttivi” e “improduttivi” non è rinvenibile in alcuna parte della dottrina cattolica tradizionale come categoria morale con cui valutare l’esazione di interessi. Anzi, tale distinzione viene esplicitamente scartata come motivazione valida per la richiesta di interessi nell’enciclica Vix Pervenit di papa Benedetto XIV emanata nel 1745.92 Questa è la conclusione a cui giunge il libro di John Noonan The Scholastic Analysis of Usury, universalmente considerato come uno studio esemplare sull’argomento. La «principale distinzione» di Belloc, «fra prestito per il consumo e prestito per la produzione è totalmente infondata», e Belloc si dimostra carente di prospettiva storica quando condanna il profitto sul credito esteso agli Stati, e quando biasima i finanziatori internazionali; storicamente, gli scolastici hanno sempre approvato i certificati di rendita che costituivano la forma iniziale di finanziamento del deficit statale, e storicamente le banche di cambio, finanzieri internazionali su grande scala, erano incoraggiate dalla Chiesa e approvate dalla teoria scolastica più avanzata Anche in questo caso, autori che dichiaravano di fare appello alla storia l’hanno riscritta per avvalorare le loro posizioni preconcette.93

Lo sviluppo della dottrina sull’usura è stato talmente decisivo nei secoli che viene inevitabilmente da chiedersi: il magistero ha forse insegnato l’errore strada facendo?

La Catholic Encyclopedia dice di no: sono le diverse circostanze economiche e non i cambiamenti della dottrina a spiegare il nuovo atteggiamento nei confronti della richiesta di interessi. Così alla voce “Interesse”, l’Encyclopedia spiega la situazione nel modo seguente:

Qual è il motivo di questo mutato atteggiamento della Chiesa nei confronti dell’esazione degli interessi? [...] Sono le diverse circostanze economiche. Il prezzo dei beni è regolato dalla valutazione comune, e quest’ultima dall’utilità che il loro possesso di solito comporta in una data situazione. Oggi, diversamente da prima, si può normalmente impiegare il proprio denaro in modo fruttifero, quanto meno inserendolo in un sindacato d’investimento. Quindi, oggi, il semplice possesso del denaro equivale a un certo valore. Chiunque trasferisce questo possesso può pretendere in cambio questo valore. Ecco come si agisce quando si chiede un interesse.94

Questa spiegazione, anche se abbastanza ragionevole, è ancora in qualche modo insoddisfacente, dal momento che non tiene alcun conto dello sviluppo nel tempo della dottrina sull’usura e gli interessi, conseguente a una migliore comprensione dei loro fondamenti economici. Una spiegazione più plausibile è fornita da Patrick O’Neil, che in Faith and Reason scrive:

L’errore riguardante la richiesta di interessi è un esempio di corretti principî morali (contro lo sfruttamento economico e così via) malamente applicati a causa dell’inadeguatezza della teoria economica dei tempi andati. Quando diventò disponibile una migliore teoria economica (assieme alle lezioni fornite dall’esperienza pratica), la Chiesa poté cambiare la sua posizione perché la formulazione base del suo giudizio era: «Se W è la funzione economica coinvolta nella richiesta di interessi, allora la richiesta di interessi è immorale, poiché le attività economiche devono conformarsi alla regola X (o alle regole X, Y, e Z).» Date queste circostanze, i cambiamenti non minacciano in alcun modo le prescrizioni del magistero della Chiesa. La scoperta che la richiesta di interessi non coinvolge (necessariamente) lo sfruttamento, ma rappresenta invece il legittimo pagamento per il valore temporale del denaro e per i fattori di rischio sostenuti da chi concede il prestito, sconfessa il postulato dell’ipotesi.95

Per questo motivo, assieme alle esplicite affermazioni fatte dal Vaticano nel corso degli ultimi due secoli, nessun cattolico deve mettere in crisi la sua coscienza circa le transazioni ordinarie che coinvolgono la richiesta e l’esazione di interessi in cui si impegna nel corso della sua attività economica.

In definitiva il miglior regime monetario, dal punto di vista sia dell’utilità che della morale cattolica, è una moneta-merce col 100% di riserva. Solo questo sistema è esente da qualsiasi forma di frode, non richiede confisca violenta, impedisce il ciclo economico, ed evita gli effetti immorali della distribuzione e l’erosione della ricchezza accumulata che inevitabilmente accompagnano un sistema di moneta a corso forzoso. Questo significa, in breve, che il sistema dello standard aureo è quello che meglio rispetta le più basilari regole morali: non rubare e non frodare. Questo era il messaggio dei grandi pensatori cattolici del tardo medioevo e dell’inizio dell’era moderna, ed è un messaggio che merita di essere preso oggi in considerazione dai loro omologhi moderni.

(Vai all’introduzione, parte I)
(Vai all’introduzione, parte II)
(Vai all’introduzione, parte III)
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(Vai al capitolo I, parte II)
(Vai al capitolo I, parte III)
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(Vai al capitolo III, parte II)
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(Vai al capitolo III, parte IV)

 

NOTE:

72  Ibid., p.118; M.N. Rothbard, Economic Thought before Adam Smith, cit., p.46.

73  M.N. Rothbard, Economic Thought before Adam Smith, 
cit., p.61.

74  Ibid., p.108.

75  Ibid., p.127.

76  Ibid., p.109.

77  J.T. Noonan, Scholastic Analysis of Usury, cit., pp.262-264 
e 351; M.N. Rothbard, Economic Thought before Adam Smith, cit., pp.124-125.

78  M.N. Rothbard, Economic Thought before Adam Smith, 
cit., p.125. «Con Leonardo Lessio, quindi», scrive Rothbard, «caddero le ultime barriere dell’interesse o dell’usura, e rimase soltanto la proibizione formale.»

79  A. Vermeersch, «Usury», cit.

80  J.T. Noonan, Scholastic Analysis of Usury, cit., p.377.

81  A. Vermeersch, «Interest», in Catholic Encyclopedia. Cor
sivo mio.

82  L. von Mises, L’azione umana, cit., p.469.

83  Che l’ammontare del prestito venga rimborsato sotto for
ma di rate mensili o in un’unica soluzione al termine del periodo concordato è un dato irrilevante per la presente analisi.

84  M.N. Rothbard, «Le depressioni economiche: cause e rimedi», cit., p.65.

85  A.Vermeersch, «Interest», cit. Nel suo studio padre Bernard W. Dempsey concorda, sottolineando che «un tasso di interesse pari alla comune valutazione di mercato dell’opportunità media praticata nella comunità per trarre un guadagno dall’uso di somme risparmiate e date in prestito viene ritenuto soddisfacente dagli scolastici». B.W. Dempsey, Interest and Usury, cit., p.196.

86  J. Huerta De Soto, «New Light on the Prehistory of the Theory of Banking and the School of Salamanca», in Review of Austrian Economics, 80, 50.

87  M.N. Rothbard, Economic Thought before Adam Smith, cit., p.85.

88  Ibid., p.107.

89  H. Belloc, Economics for Helen, cit., p.221. Corsivo nel
l’originale.

90  Ibid., p.220

91  Editori della IHS Press, «Introduction», in Hilaire Belloc, 
An Essay on the Restoration of Property, Norfolk, IHS 
Press, 2002 [1936], p.13.

92  «Per togliere tale macchia non si potrà ricevere alcun aiuto 
dal fatto che tale guadagno non è eccessivo ma moderato, non grande ma esiguo; o dal fatto che colui dal quale, solo a causa del prestito, si reclama tale guadagno, non è povero, ma ricco; né ha intenzione di lasciare inoperosa la somma che gli è stata data in prestito, ma di impiegarla molto vantaggiosamente per aumentare le sue fortune, o acquistando nuove proprietà, o trattando affari lucrosi.» Benedetto XIV, Vix Pervenit, 3, II, 1 novembre 1745. [Corsivo mio.] Il professor Noonan commenta che «Lessio e Lugo avrebbero potuto far rientrare gran parte delle transazioni che prevedevano pagamento di interessi entro i confini di questa enciclica; e sant’Alfonso lo fa.» J.T. Noonan, Scholastic Analysis of Usury, cit., p.357.

93  J.T. Noonan, Scholastic Analysis of Usury, cit., p.403.

94  A. Vermeersch, «Interest», cit.

95  Patrick M. O’Neil, «A Response to John T. Noonan, Jr., 
Concerning the Development of Catholic Moral Doctrine», in Faith & Reason, primavera/estate 1996.

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Ascesa e declino della società: capitolo I

Ven, 14/03/2014 - 07:00

Economia vs. Politica

 

Può essere che le bestie diffidenti della foresta arrivino ad accettare la trappola del cacciatore come un’alternativa alla regolare ricerca di cibo. In ogni caso l’animale umano, presumibilmente razionale, è diventato così assuefatto agli interventi politici che non può pensare di guadagnarsi da vivere senza di essi; in tutti i suoi calcoli economici la sua prima considerazione è: cosa dice la legge a riguardo? O, più probabilmente: come posso fare uso della legge per migliorare la mia sorte nella vita?

Questo può essere descritto come un riflesso condizionato. Non accade quasi mai di pensare di poter fare meglio qualora operassimo in maniera autonoma, entro i limiti posti su di noi dalla natura, e senza vincoli politici, controlli o sovvenzioni. Non pensiamo mai che queste misure interventiste sono messe sul nostro cammino come una trappola, per scopi diametralmente opposti alla nostra ricerca di una vita migliore. Le accettiamo automaticamente come necessarie per quello scopo.

E così accade che coloro che scrivono di economia inizino con il presupposto che sia una branca della scienza politica. I nostri libri di testo, quasi senza eccezione, affrontano l’argomento da un punto di vista giuridico: come gli uomini si guadagnano da vivere secondo le leggi vigenti? Ne consegue, ed alcuni libri lo ammettono, che se la legge cambia, l’economia deve seguire l’esempio. E’ per questo motivo che i nostri curricula universitari sono carichi di una serie di corsi in economia, ognuno dei quali rende omaggio alle leggi che disciplinano le diverse attività umane; così abbiamo l’economia del merchandising, l’economia delle operazioni immobiliari, l’economia bancaria, l’economia agraria e così via.

Quasi mai ci si rende conto che esiste una scienza economica, con relativi principi di base, in tutte le nostre occupazioni e soprattutto che non non abbia nulla a che fare con la legislazione. Da questo punto di vista sarebbe opportuno, se è la legge a sancire la pratica, che i curricula inseriscano un corso chiamato economia della schiavitù.

L’economia non è politica. La prima è una scienza, riguarda leggi immutabili e costanti della natura che determinano la produzione e la distribuzione della ricchezza; la seconda è l’arte di governare. Una è amorale, l’altra è morale. Le leggi economiche sono indipendenti e autovalidanti, così come tutte le leggi naturali, mentre la politica ha a che fare con convenzioni create e manipolate dall’uomo. Come scienza, l’economia cerca di comprendere i principi invariabili; la politica è effimera, il suo oggetto riguarda i rapporti giornalieri degli uomini. L’economia, come la chimica, non ha nulla a che fare con la politica.

L’intrusione della politica nel campo dell’economia è semplicemente una prova dell’ignoranza o dell’arroganza umana, ed è un tentativo tanto vano quanto il voler comandare l’ascesa e la calata delle maree. Sin dall’inizio delle istituzioni politiche, ci sono stati tentativi di fissare i salari, di controllare i prezzi e di creare capitale, tutti risultati fallimentari. Tali tentativi sono costretti al fallimento perché la sola competenza della politica è quella di obbligare gli uomini a fare quello che non vogliono fare o ad astenersi dal fare quello che sono inclini a fare, e le leggi dell’economia non rientrano in tale ambito. Sono impermeabili alla coercizione. Salari, prezzi e accumulo di capitale hanno leggi proprie; leggi che sono al di là della sfera di competenza del poliziotto.

Il presupposto che l’economia sia asservita alla politica nasce da un errore logico. Dal momento che lo stato (la macchina della politica) può controllare e controlla il comportamento umano, e poiché gli uomini sono sempre impegnati nel guadagnarsi da vivere, concetto permeato dalle leggi dell’economia, ne sembra conseguire che per controllare gli uomini lo stato debba piegare queste leggi alla sua volontà. Il ragionamento è errato perché non tiene conto delle conseguenze. Si tratta di un principio invariabile che gli uomini lavorino per soddisfare i propri desideri, o che la forza motrice della produzione è la prospettiva dei consumi; infatti, una cosa non è prodotta fino a che non raggiunge il consumatore.

Quando lo stato interviene nell’economia, il che avviene sempre a titolo di confisca, ostacola i consumi e quindi la produzione: il produttore produce in proporzione a quanto consuma. Non è l’ostinazione che porta a questo risultato; è il funzionamento di una legge naturale immutabile. Lo schiavo non “si piega” consapevolmente al lavoro: è un produttore povero perché è un consumatore povero.

L’evidenza è che l’economia influenza il carattere della politica, piuttosto che il contrario. Uno stato comunista (che si impegna ad ignorare le leggi dell’economia, come se non esistessero) si caratterizza per la sollecituine nell’uso della forza; è uno stato di paura. Le aristocratiche città-stato greche presero forma dall’istituzione della schiavitù. Nel XIX secolo, quando lo stato, per fini propri, strinse accordi con la classe industriale, si venne a creare lo stato mercantilista.

Il Welfare State è in realtà un’oligarchia di burocrati che, in cambio delle prerogative e del prestigio della carica, si impegna a confiscare e redistribuire la produzione secondo le formule della propria immaginazione, in spregio del principio per cui la produzione necessariamente calerà nella quantità in cui viene confiscata. E’ interessante notare che tutti i tipi di assistenzialismo iniziano con un programma di distribuzione — il controllo del mercato — e finiscono con tentativi di gestione della produzione. Questo perché, contrariamente alle aspettative dell’oligarchia, le leggi dell’economia non sono sospese dalla sua interferenza politica né i prezzi rispondono ai suoi dictat. Non solo: nel tentativo di far funzionare le proprie nozioni preconcette essa le applica anche al settore della produzione, anche lì fallendo.

L’impermeabilità della legge economica rispetto alla legge politica viene mostrata in questo fatto storico: nel lungo periodo ogni stato implode, spesso scomparendo del tutto per diventare una curiosità archeologica. Ogni crollo di cui abbiamo prove sufficienti è stato preceduto dallo stesso corso di eventi: lo stato, nella sua insaziabile brama di potere, intensifica sempre di più i propri abusi nei confronti dell’economia nazionale causando un conseguente declino di interesse per la produzione, fino a quando non viene intaccato il livello di sussistenza e quanto prodotto non è più sufficiente per mantenere lo stato nella condizione a cui era abituato. Non essendo più in grado di sopportare lo sforzo economico di qualche circostanza immediata, come una guerra, finisce col soccombere.

Prima di questo evento l’economia della società, su cui poggia la potenza dello stato, si era deteriorata portando anche un rilassamento nei valori morali e culturali; agli uomini “non importava.” In altre parole: la società è crollata e ha trascinato con sé lo stato. Non c’è modo per lo stato di evitare questa conseguenza — tranne, naturalmente, abbandonare i suoi interventi nella vita economica delle persone che controlla, cosa che la sua intrinseca brama di potere non gli consente. Non c’è modo per la politica di proteggere sé stessa dalla politica.

La storia dello stato americano è istruttiva. La sua nascita era propizia essendo concepita da un gruppo di uomini insolitamente saggi ed impegnati nel non ripetere gli errori dei predecessori. Nessuno dei difetti della tradizione politica sembrò segnare il nuovo stato: non fu appesantito dall’eredità di un sistema feudale o di caste, non doveva vivere secondo la dottrina del “diritto divino” né fu segnato dalle cicatrici della conquista che avevano tormentato l’infanzia di altri stati. Fu nutrito con cibo sano: la dottrina di Rousseau secondo cui il governo deriva i propri poteri dal consenso dei governati, la libertà di parola e di pensiero di Voltaire, la giustificazione della rivoluzione di Locke e, soprattutto, la dottrina dei diritti impliciti. Non c’era il regime di uno status ad arrestarne la crescita. In realtà, tutto era de novo.

La scienza politica adottò ogni misura precauzionale nota per evitare che il nuovo stato americano acquisisse l’attitudine auto-distruttiva di ogni stato del passato: quella di interferire con il perseguimento della felicità dell’uomo. Le persone dovevano essere lasciate in pace, dovevano risolvere i loro destini individuali con le capacità di cui la natura li aveva dotati. A questo scopo, lo stato era circondato da una serie di divieti e limitazioni ingegnosi: non solo le sue funzioni erano chiaramente definite, ma ogni inclinazione ad andare oltre i propri limiti era trattenuta da una triplice divisione dell’autorità, mentre la maggior parte dei poteri interventisti da esso impiegati erano riservati alle autorità più vicine ai governati e quindi più suscettibili alla loro volontà. Attraverso il principio di divisione imperium in imperio lo stato sarebbe stato per sempre deprivato di quella posizione di monopolio necessaria per darsi alla violenza. Meglio ancora, era condannato ad andare d’accordo con un magro obiettivo, dato che i suoi poteri di tassazione erano ben circoscritti. Non sembrava possibile, nel 1789, che lo stato americano potesse fare molto nell’interferire con l’economia della nazione: era costituzionalmente debole e con un bilancio esiguo.

L’inchiostro non si era ancora asciugato sulla Costituzione che i suoi autori, ora in posizione di autorità, iniziarono a riscriverla in via interpretativa al fine di allentarne i limiti; il lievito del potere annidato nello stato era in fermentazione. Il processo di interpretazione giudiziaria, continuato fino ai giorni nostri, venne successivamente integrato dall’emendamento; l’effetto di quasi tutti gli emendamenti, sin dai primi dieci (che furono scritti nella Costituzione dietro pressione del pubblico), era quello di indebolire la posizione dei vari governi statali e di estendere il potere del governo centrale. Poiché il potere statale può crescere solo a spese del potere sociale, la centralizzazione che è andata avanti sin dal 1789 ha spinto la società americana in quella condizione di sottomissione che la Costituzione era intesa ad evitare.

Nel 1913 arrivò l’emendamento che liberò completamente lo stato americano dalle proprie catene, poiché con le entrate provenienti dall’imposta sui redditi poteva ormai fare incursioni illimitate nell’economia del popolo. Il XVI Emendamento non solo violava il diritto del singolo al prodotto del proprio lavoro, ingrediente essenziale della libertà, ma dava anche allo stato americano i mezzi per diventare il più grande consumatore, datore di lavoro, banchiere, produttore e proprietario di capitale della nazione. Ora non c’è alcun ambito della vita economica in cui lo stato non sia partecipe, non c’è impresa o professione libera dal suo intervento.

La metamorfosi dello stato americano da istituzione apparentemente innocua ad una macchina potente ed interventista, quale fu Roma al proprio culmine, ha avuto luogo lungo un secolo e mezzo. Gli storici stimano che la gestazione del più grande stato dell’antichità abbia coperto quattro secoli, ma oggi si viaggia più veloci. Quando la grandezza di Roma era al punto più alto, la preoccupazione principale dello stato era la confisca della ricchezza prodotta dai suoi cittadini e sudditi; la confisca venne formalizzata legalmente, come lo è oggi, e sebbene non fosse rivestita con moralismi smielati o ideologicamente strutturati, erano presenti alcune caratteristiche dell’assistenzialismo moderno. Roma aveva programmi di stimolo del lavoro, mance ai disoccupati e sussidi all’industria: tutte cose necessarie per rendere appetibile e possibile la confisca.

Probabilmente per i romani dell’epoca questo ordine di cose poteva sembrare normale e corretto, come accade oggi. I vivi sono condannati a vivere nel presente, nelle condizioni prevalenti, e la loro preoccupazione per queste condizioni rende ogni valutazione del trend storico difficile ed esclusiva. I romani non sapevano o non si preoccupavano del “declino” in cui vivevano né di certo si preoccupavano della “caduta” che il loro mondo stava sperimentando. E’ solo dal punto di vista della storia, quando è possibile vagliare le prove e trovare una causa-effetto, che può essere fatta una stima significativa di quanto stava accadendo.

Ora sappiamo che, nonostante l’arroganza dello stato, erano al lavoro forze economiche che influenzano le tendenze sociali. La produzione di ricchezza, cosa di cui vivono gli uomini, scese in proporzione alle estorsioni ed alle interferenze dello stato; l’interesse generale per la mera esistenza sommerse ogni interesse latente nei valori culturali e morali, ed il carattere della società si trasformò gradualmente in quello di una mandria. Dio non paga il sabato: entro un paio di secoli il deterioramento della società romana venne seguito dalla disintegrazione dello stato, al punto da non avere né i mezzi né la volontà per resistere ai venti della storia. Va notato come fu la società, che prospera solo in una condizione di libertà, a crollare per prima: non vi fu in essa alcuna disposizione a resistere alle orde di invasori.

L’analogia suggerisce una profezia ed una geremiade, ma ciò non rientra nello scopo di questo saggio la cui tesi è che la società, il governo e lo stato siano fenomeni essenzialmente economici e che dunque una comprensione di queste istituzioni la si ritroverà nell’economia, non nella politica. Questo non vuol dire che l’economia sia in grado di spiegare tutte le sfaccettature di dette istituzioni, così come lo studio dell’anatomia umana non rivelerà tutti i segreti della persona. Tuttavia, come non ci può essere un essere umano senza scheletro, così qualsiasi indagine sul meccanismo delle integrazioni sociali non può ignorare la legge economica.

Per motivi che diverranno evidenti nel prosieguo di questo saggio, sarà necessario allontanarci dal suo tema centrale per la durata di un capitolo; questo sarà dedicato all’indagine di due teorie circa l’origine dello stato: una quella classica, l’altra invece di più recente formulazione.

Frank Chodorov

Traduzione di Francesco Simoncelli

 

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Welfare, salari minimi e disoccupazione

Mer, 12/03/2014 - 08:00

Tra le diverse manifestazioni dell’interventismo governativo nelle nostre vite, il salario minimo è, forse, quella vista con maggior favore. Non solo alletta il nostro innato senso di “equità”, ma anche il nostro interesse personale. Il suo fascino può erroneamente portarci alla conclusione che “dato che è popolare”, ergo “è giusto”. I più astuti sostenitori del salario minimo tendono immediatamente a evidenziare l’ovvio, vale a dire che un salario minimo eccessivo ($1.000 all’ora) sarebbe inequivocabilmente dannoso. In seguito, cominciano velocemente ad allontanare tale paura asserendo che, dal punto di vista empirico, non ci sarebbe nessuna perdita di posti di lavoro nel caso in cui il salario minimo venisse lentamente alzato. Ciò è come dire che, sebbene il fuoco faccia bollire l’acqua, un piccolo fuoco non sia in grado di scaldarla. A supporto di tale affermazione viene citato frequentemente uno studio del 1994, ad opera di David Card ed Alan Krueger[1], il quale mostra una correlazione positiva fra l’incremento del salario minimo e l’occupazione nel New Jersey. Molti altri hanno scrupolosamente sfatato le conclusioni di tale studio, ed è significativo che persino gli autori abbiano ritrattato le proprie affermazioni[2].

I Giovani e la Disoccupazione all’Ingresso del Mercato del Lavoro

Il problema di questi “studi” che pretendono di dimostrare solo gli aspetti positivi e non quelli negativi di un innalzamento del salario minimo consiste nel fatto che è parecchio facile conteggiare coloro che avrebbero un aumento di paga. D’altro canto, ciò è che è molto più difficile, se non impossibile, è contare le persone che sarebbero state assunte, ma che non lo sono state. Allo stesso modo, le riduzioni nella retribuzione di tipo non-monetario non vengono mostrate in un’analisi prettamente monetaria.

Comunque, i dati economici di tipo empirico non sono del tutto inutili. Queste informazioni sono infatti più adatte a previsioni qualitative che quantitative (“chi viene colpito” rispetto a “quanto sono colpiti”). Ad esempio, l’economia elementare prevede che, in presenza di un salario minimo, si alzerà il tasso di disoccupazione fra coloro che hanno meno esperienza e, guardando l’evidenza empirica, ci si rende immediatamente conto della veridicità dell’asserzione. In base ai dati del Bureau of Labor Statistics, scopriamo che il tasso di disoccupazione (giugno 2013) nella fascia 16-19 anni è del 24% e nella fascia 20-24 è al 14%[3]. Questi valori vanno parecchio oltre il tasso di disoccupazione (6%) di quei lavoratori con sufficiente esperienza ed abilità da essere in gran parte immuni ai livelli retributivi del salario minimo, ovverosia la fascia 25-54 anni. Le persone cui il valore produttivo è minore del salario minimo sono de facto non assumibili convenientemente. Sono loro negate le opportunità di guadagnare esperienza ed abilità, e la loro esclusione dal mercato del lavoro è una perdita netta per la società.

Il salario minimo è soltanto un’altra arma nell’arsenale dell’errore progressivamente commesso per “aiutare” i poveri. L’errore che viene attuato nel brandire quest’arma consiste nel presumere che tutti i lavoratori siano posizionati in maniera simile; ovverosia, che la grande maggioranza dei lavoratori ad ore guadagni un salario minimo e che sia uniformemente composta da capifamiglia. In realtà, è vero il contrario. Soltanto il 2,1% dei lavoratori ad ore guadagna il salario minimo e appena poco più della metà di essi (il 55%) ha fra i 16 ed i 24 anni[4].

Come il Welfare abbassa il Salario Richiesto

Dunque, sappiamo che un considerevole numero di lavoratori a salario minimo non ha bisogno di un compenso tale da sostenere una famiglia. E per quanto riguarda quelli che ne hanno bisogno? Ci viene ripetutamente detto che il salario minimo non è un salario sufficiente per vivere, quindi perché non ci sono sempre più lavoratori afflitti dalla fame sino a morirne? Nella realtà i lavoratori guadagnano due salari: uno dal loro datore di lavoro e uno dallo Stato. Per esempio, qualcuno che riceve il salario minimo attuale per un impiego full-time guadagna $15.000 annui, ma ha anche diritto a dei benefici addizionali dal governo che aumentano la sua retribuzione a circa $35.000 annui se non hanno figli, o a $52.000 in caso ne abbiano[5]. Di fatto, guadagnare di più non aiuta necessariamente a disincentivare qualcuno dal supporto statale. Man mano che lo stipendio aumenta, l’assistenza spesso può diminuire così velocemente che anche guadagnare un singolo dollaro in più può significare la perdita di migliaia di dollari di aiuti statali. Ciò crea un disincentivo per il lavoratore a migliorare la propria condizione e a guadagnare di più: la perversione di questo sistema sta nel premiare esattamente ciò che cerchiamo di eliminare (i bassi salari). Questi sussidi allo stipendio servono solo a distorcere i normali incentivi presenti in uno scambio fra datore di lavoro ed impiegato. Ambedue sono coscienti della presenza dei sussidi, quindi entrambi sono disposti ad offrire meno e ad accettare meno piuttosto che richiedere di più ed offrire di più.

A prima vista qualcuno potrebbe concludere che il datore di lavoro in tutto ciò se la cavi come un bandito, ma non esistono pasti gratis – i sussidi devono pur venire da qualche parte: sono finanziati dalle tasse. Quindi il datore di lavoro non sta necessariamente pagando di meno se le sue tasse finanziano gli stessi sussidi che i suoi lavoratori stanno ricevendo. Infatti, molti datori pagano di più sul netto. Tutti quelli che lavorano pagano tasse, ma solo alcuni ricevono i benefici dei sussidi salariali. Ciò è una ridistribuzione del compenso netto da un gruppo di persone ad un altro. In sostanza, forziamo le società che pagano alti stipendi a trasferire risorse a quelle che li hanno bassi al fine di mantenerli su questi livelli.

Il Salario Minimo Riduce la Produttività del Lavoratore

Dunque, considerando che abbiamo stabilito come le leggi sul salario minimo e altre forme di supporto salariale siano dannose per l’obiettivo dichiarato di migliorare le condizioni di vita di coloro definiti poveri, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione alla domanda perennemente posta da coloro che credono che la salvezza possa arrivare solo dallo Stato: “Se non il salario minimo, allora cosa può aumentare gli stipendi?”. Per rispondere a questa domanda dobbiamo capire che ci sono solo due possibili percorsi per migliorare i nostri salari e i nostri standard di vita. Il primo metodo è quello immorale di usare la forza (il governo) per estorcere ciò che vogliamo.

Il secondo metodo, invece, è quello con cui ogni persona razionale sarebbe lasciata se non ci fosse l’influenza dello Stato a corrompere gli incentivi che guidano le nostre decisioni: migliorare o aumentare le abilità individuali in modo che esse si allineino con quelle richieste maggiormente dalla domanda.

L’auto-miglioramento tramite l’educazione e/o l’esperienza lavorativa è la risposta alla domanda: come faccio a guadagnare di più? L’interferenza governativa nel mercato, che ha come risultato quello di ridurre il numero delle persone che guadagnano esperienza, può soltanto servire ad ostacolare l’abilità dell’individuo di impegnarsi nell’auto-miglioramento. L’eliminazione del salario minimo è un necessario, sebbene di per sé insufficiente, primo passo nel migliorare il valore economico di coloro senza esperienza o senza abilità.

Articolo di Greg Morin su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] David Card e Alan B. Krueger, “Minimum Wages and Employment: A Case Study of the Fast-Food Industry in New Jersey and Pennsylvania,”American Economic Review 84, n. 4 (1994): 792. Un libro successivo che va più nello specifico dei risultati è: David Card e Alan B. Krueger, Myth and Measurement: The New Economics of the Minimum Wage (Princeton: Princeton University Press, 1995).

[2] David Neumark e William Wascher, “Minimum Wages and Employment: A Case Study of the Fast-Food Industry in New Jersey and Pennsylvania: Comment,” American Economic Review 90, n. 5 (2000): 1390. Ricercatori dall’Employment Policies Institute hanno anche sottolineato la presenza di dati errati negli esempi di Card e Krueger. In uno dei fast food della catena Wendy’s del New Jersey, per esempio, nel febbraio 1992 non c’erano impiegati full-time ma 30 lavoratori part-time. Nel novembre 1992, il ristorante assunse 35 impiegati a tempo pieno mantenendo anche quelli che lavoravano part-time. Per saperne di più: David R. Henderson, “The Squabble over the Minimum Wage,” Fortune, 8 luglio 1996, pp. 28ff. Walter Block, “The Minimum Wage Once Again,” Labor Economics from a Free Market Perspective (2008): 147-154. David Card e Alan B. Krueger, “Minimum Wages and Employment: A Case Study of the Fast-Food Industry in New Jersey and Pennsylvania: Reply,” American Economic Review 90, n. 5 (2000): 1419.

[3] http://www.bls.gov/web/empsit/cpseea10.htm

[4] http://www.bls.gov/cps/minwage2012tbls.htm#1

[5] http://www.aei-ideas.org/2012/07/julias-mother-why-a-single-mom-is-better-off-on-welfare-than-taking-a-69000-a-year-job/

 

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La Chiesa e il Mercato: capitolo 3, parte IV

Lun, 10/03/2014 - 07:00

Quarta parte del capitolo 3 dell’opera La Chiesa e il Mercato: una Difesa Cattolica della Libera Economia, di Thomas E. Woods Jr., edito dalla Casa Editrice LiberiLibri. L’autore inizia qui ad affrontare uno degli argomenti centrali della critica cristiana al tema monetario: il “ricavar denaro dal denaro”, ovverossia la pratica dell’usura.

* * *

Inflazione: altri approcci cattolici

Gli argomenti presentati sin qui sono alla base delle accuse rivolte a ogni sistema di valuta a corso forzoso, sia che si tratti del sistema vigente o delle alternative proposte da alcuni ben noti cattolici. Numerosi commentatori cattolici tradizionali hanno correttamente concluso che vi è qualcosa di profondamente sbagliato nell’attuale sistema monetario statunitense. Ma quando passano a dire con cosa lo sostituirebbero, questi pensatori hanno a volte dimostrato un minore rigore intellettuale.

Padre Charles Coughlin, ad esempio, che ha goduto di una certa popolarità durante gli anni ’30 del Novecento e le cui opere sono da alcuni ammirate anche ai nostri giorni, in pratica ha auspicato una maggiore inflazione di quella che si verificava nel sistema esistente. Una proposta del genere avrebbe avuto come conseguenza tutti i problemi che abbiamo sopra descritto, e su scala più vasta.

Lo stesso tipo di proposta, secondo la quale il governo dovrebbe controllare la massa monetaria direttamente e non attraverso la Banca centrale, è stato avanzato da padre Denis Fahey, un personaggio ancor più popolare fra i tradizionalisti. Su alcuni argomenti padre Fahey aveva realmente validi contributi da dare, ma per quanto riguarda la moneta sarebbe stato meglio se non avesse mai pubblicato i suoi suggerimenti circa una valuta a corso forzoso a emissione statale. Quasi tutte le argomentazioni da lui presentate in Money Manipulation and Social Order sono sbagliate. (Forse la cosa peggiore è che in numerose occasioni cita Gertrude Coogan, le cui opinioni in campo monetario sono quanto di più eccentrico.)43

Coughlin ha decisamente enfatizzato troppo il concetto della “proprietà privata” del Federal Reserve System, che oserei dire è decisamente un organismo “privato” piuttosto insolito, visto che i suoi funzionari vengono tutti nominati dal governo federale ed è stato istituito da una legge del Congresso. Una critica più significativa e sostanziale della Federal Reserve dovrebbe occuparsi della sua abilità di creare denaro dal niente, di ridurre il valore intrinseco della nostra valuta e di rendersi responsabile del ciclo economico. Su tali questioni fondamentali padre Coughlin è totalmente schierato con la Federal Reserve – vuole soltanto che sia il governo federale, e non quest’ultima, a provocare l’inflazione.44 Questa non si può certo definire una critica corrosiva.45

Va riconosciuto che Coughlin e Fahey hanno ammesso che c’era qualcosa che non andava nel sistema bancario a riserve frazionarie, e che entrambi avrebbero proibito questa pratica.46 Stranamente Hilaire Belloc, che sembra aver compreso molto meglio la questione, ritiene detta pratica sostanzialmente innocua, quando non a volte persino benefica se praticata su scala ridotta.47

Diversamente da Coughlin e Fahey, Hilaire Belloc riconosce i pericoli insiti in una valuta manipolata dallo Stato.48 Padre Coughlin e Padre Fahey, d’altro canto, erano spaventati dal controllo che le banche centrali esercitavano sulla massa monetaria, e avrebbero volentieri trasferito questo controllo monopolistico direttamente al governo. Tale proposta, come ha detto un economista, «metterebbe fine a un tipo di inflazione per avviarne un altro».49 Il motivo per cui questo compito dovesse essere affidato allo Stato, istituzione monopolistica come poche, non è mai stato seriamente affrontato dai due reverendi. In realtà, sia la teoria che la storia dicono altrimenti.

I rivoluzionari francesi, ad esempio, distrussero la valuta del loro paese nel giro di pochi mesi, e gli americani non fecero meglio. Uno studioso ha detto: «Ecco la domanda da rivolgere a chiunque voglia riformare la moneta: Quale fattore legale o economico impedirà al governo di stampare troppa carta moneta o di emettere troppo credito? L’onestà dei politici? Il sano giudizio dei burocrati incaricati di stampare la valuta?»50

La risposta data da Coughlin denota una scarsa, se non assente, comprensione della portata del problema. «Coloro che hanno la facoltà di emettere moneta non verrebbero incentivati a emetterne in quantità eccessiva», scrive. «Non sarebbero loro i beneficiari del nuovo potere d’acquisto.»51 Più grave dell’ingenuità di quest’affermazione è la sua impreparazione – gli effetti Cantillon, o di distribuzione, dell’iniezione di denaro aggiuntivo sicuramente andrebbero a vantaggio di alcuni gruppi a spese di altri. Le aziende privilegiate con cui il governo fa affari otterrebbero il denaro per prime, visto che Coughlin consiglia di aumentare la massa monetaria attraverso titoli di Stato. Queste aziende si troverebbero quindi in una posizione di vantaggio rispetto agli altri attori dell’economia, e realizzerebbero dei guadagni a spese di tutti gli altri (per i motivi che abbiamo visto quando abbiamo sopra parlato degli effetti della distribuzione). Non è necessaria molta immaginazione per rendersi conto che, al contrario delle assicurazioni date da Coughlin, i politici trarrebbero dei beneficî belli e buoni dal potere d’acquisto del denaro aggiuntivo, in quanto potrebbero semplicemente convogliarlo verso settori privilegiati e clientele elettorali.

Entrambi questi autori sostengono, per un motivo o per l’altro, che il denaro dovrebbe essere emesso in base alla capacità produttiva del paese così come viene misurata dalla ricchezza nazionale presunta. La pecca decisiva di questo approccio è ovviamente il fatto che la stima della ricchezza nazionale viene espressa in termini monetari. Non appena la burocrazia monetaria che questi autori vogliono istituire emette valuta sulla base di questa stima, il risultato sarà prezzi più alti e quindi un valore nominale più alto della ricchezza nazionale. Questa cifra più elevata verrà usata per giustificare un’altra iniezione di valuta, e questi teorici cominceranno a lamentarsi di una nuova “scarsità di moneta”. Il processo si ripeterà in continuazione, provocando la svalutazione e la distruzione della valuta.52 Diversamente da quanto avviene nel sistema con riserva del 100%, in cui le banche non possono emettere più biglietti della moneta metallica custodita nelle loro camere blindate, non esiste limite logico all’espansione della carta moneta senza copertura auspicata da Coughlin e Fahey. Carta, inchiostro e una rotativa sono tutto quello che occorre.

L’approccio inflazionistico di Coughlin e Fahey produrrebbe tutte le conseguenze negative sopra descritte per ogni schema inflazionistico: continuerebbero a esistere l’ingiustizia nei confronti dei segmenti non privilegiati della comunità (che ricevono per ultimi il denaro aggiuntivo), la confusione e il caos nel calcolo economico, gli incentivi a consumare e a spendere invece di risparmiare e investire, l’impoverimento.53 I due autori non sono ostili in linea di principio alla contraffazione e all’inflazionismo della Federal Reserve; vogliono soltanto che sia il governo a impegnarsi direttamente in queste pratiche, anziché farlo attraverso quello che consideravano un intermediario plutocratico, ovvero un’istituzione come la Federal Reserve. È strano vedere che alcuni cattolici contemporanei appoggiano le politiche monetarie di questi signori come se costituissero una rottura radicale rispetto al sistema attuale – quando invece non esistono differenze significative. Aumentare il numero delle banconote in circolazione non produce alcun effetto sull’aumento della ricchezza esistente. Come abbiamo visto, si crea ricchezza quando gli investimenti in beni capitale fanno sì che la stessa quantità di beni venga prodotta con meno manodopera, consentendo di trasferire quest’ultima alla produzione di beni che altrimenti non avrebbero potuto essere prodotti. Questo sì che richiede sforzo e sacrificio, non la carta e la rotativa.

Circa la questione fondamentale, cioè quella di attribuire al governo il monopolio dell’emissione di biglietti, Coughlin e Fahey non sono in grave disaccordo con la Federal Reserve. L’unico punto in cui divergono dal sistema attuale è che per loro dovrebbero essere i politici, e non i banchieri della Banca centrale, ad avere il monopolio dell’emissione di banconote. Dovrebbe essere il governo ad avere il monopolio della stampa di carta moneta senza copertura. Alle singole banche, invece, verrebbe proibita l’emissione di banconote coperte al 100% dalle riserve frazionarie contenute nelle loro camere blindate. «Questo», scrive Gary North, «è quel che definirei un atteggiamento estremamente antieconomico.»54

Nel bel mezzo di tutto questo teorizzare, Coughlin e Fahey non prendono mai in considerazione in modo serio l’alternativa del 100% di copertura aurea. (Fahey falsa le carte in anticipo immaginando che lo standard aureo sia un sistema per cui la Banca d’Inghilterra stampa più biglietti della copertura in oro conservata nei suoi caveau – non esattamente quello che si potrebbe definire uno standard aureo genuino!)55 Entrambi gli autori sono convinti che il benessere economico di una nazione sia intimamente legato al numero di biglietti in circolazione.56 Ed entrambi trasformerebbero il monopolio della Banca centrale in un monopolio diretto del governo. Nel loro mondo ideale, ogni governo sarebbe un unico gigantesco falsificatore.

Peccato che uomini del genere abbiano dimostrato tanto disprezzo per uno standard aureo genuino e abbiano compreso così poco un sistema monetario basato sulla semplice onestà e nel quale sarebbe impossibile la contraffazione da parte di chiunque, incluso il governo! Qualunque altro sistema non può che condurre non soltanto all’inflazione, ma anche alla corruzione, alla vendita di favori, all’impoverimento e all’instabilità economica – esattamente ciò che Coughlin e Fahey si proponevano di ridurre al minimo o di abolire.

Usura

L’argomento del denaro e di un regime monetario moralmente accettabile inevitabilmente solleva la controversa questione dell’usura. Sebbene oggi il termine venga usato per descrivere la richiesta di tassi d’interesse elevati, in origine la proibizione ad esercitare l’usura veniva applicata alla riscossione di qualsiasi interesse maturato su un prestito. La cosa interessante è che nell’antichità né i greci né i cinesi, né gli indiani né i mesopotamici, vietavano di chiedere interessi. L’unica eccezione veniva dagli ebrei, che permettevano questa pratica ai non-giudei ma la proibivano ai giudei.57

L’appoggio dato dalle Scritture a una totale proibizione della richiesta di interessi è sorprendentemente debole. Di fatto l’unico passo delle Scritture a sostegno del divieto dell’usura appare nel salmo 14: «Signore, chi abiterà nella tua tenda? [...] Chi presta denaro senza fare usura.» Soltanto alla fine del XII secolo cominciamo a trovare riferimenti a una frase di Luca 6:35 – «prestate senza sperarne nulla».58 Ma, come riconosce persino la Catholic Encyclopedia del 1913, mentre «alcune persone interpretano [queste parole] come una condanna degli interessi», esso è «solo un’esortazione a una generale e disinteressata benevolenza».59 Altri, incluso il grande domenicano Domingo de Soto (1494-1569), avevano anche negato che il passo di Luca avesse qualcosa a che fare col prestare con interessi, o che Cristo avesse dichiarato che l’usura è peccato.60 In secoli più recenti l’opinione che questo passo proibisca di ricavare qualche guadagno da un prestito è stata abbandonata.61

La Catholic Encyclopedia prosegue osservando che nei primi secoli di vita della Chiesa le discussioni sull’usura erano rare e tutt’altro che sistematiche.

Le veementi denuncie dei padri della Chiesa del IV e V secolo erano provocate dalla decadenza morale e dalla cupidigia del tempo, e in esse non troviamo alcuna esternazione di una dottrina generale su questo argomento; né i Padri dei secoli successivi dicono alcunché di noto sull’usura; si limitano a protestare contro lo sfruttamento della cattiva sòrte di alcuni, e contro operazioni che, col pretesto di fare un favore a chi chiedeva un prestito, lo gettavano invece in una situazione angosciosa. La questione se chiedere o meno tassi d’interesse moderati sembra non essersi affacciata alle loro menti come argomento di discussione.62

Solo molto gradualmente l’usura, all’inizio classificata come mancanza di carità, cominciò ad essere vista come un peccato contro la giustizia.63 Sebbene fosse lecito per un uomo conseguire un utile con il commercio, ottenere profitti da un prestito del quale solo il contraente sosteneva il rischio era considerato usura. Chiedere qualcosa in più dell’esatto equivalente del prestito era motivo di biasimo.

Nel XIII secolo, san Tommaso d’Aquino presentò diversi argomenti contro l’usura, uno dei quali molto più rilevante degli altri. Vi si affermava:

Si deve considerare che ci sono delle cose il cui uso consiste nel loro consumo: tali sono, per esempio, il vino che consumiamo usandolo per bere, e il grano che consumiamo usandolo per mangiare. Perciò in queste cose l’uso non va computato come distinto dalle cose stesse, poiché la concessione dell’uso implica la concessione della cosa. Quindi per tali cose il prestito determina un passaggio di proprietà. Se quindi uno volesse vendere il vino separatamente dall’uso del vino, venderebbe due volte la stessa cosa, oppure venderebbe un’entità inesistente. È chiaro, quindi, che commetterebbe un peccato d’ingiustizia. E per lo stesso motivo commette un’ingiustizia chi presta il vino o il grano chiedendo due compensi, cioè la restituzione di una cosa equivalente e in più il prezzo dell’uso, denominato usura.

Ci sono invece altre cose il cui uso non consiste nel loro consumo: l’uso della casa, per esempio, consiste nell’abitarla, non già nel distruggerla. Perciò in questi casi si può concedere l’una o l’altra delle due cose: per esempio uno può concedere a un altro la proprietà della casa riservandosene però l’uso per un certo tempo; o viceversa uno può concedere l’uso riservandosene la proprietà. E così è possibile percepire un compenso per l’uso della casa, ed esigere oltre a ciò la restituzione della stessa: come è evidente nei contratti di conduzione e di locazione.

Ora il danaro, come insegna il Filosofo [Etica 5,5; Politica 1,3], è stato inventato principalmente per facilitare gli scambi quindi l’uso proprio e principale del danaro è il consumo o la spesa che di esso viene fatta negli scambi. E così è di per sé illecito il percepire un compenso per l’uso del danaro prestato, cioè per l’usura. Quindi, come l’uomo è tenuto a restituire le altre cose ingiustamente acquistate, così è tenuto a farlo per il danaro ricevuto come usura o interesse.64

Nelle sue Questioni disputate. Il male, Tommaso aggiunse:

In quelle cose però in cui l’uso è il loro consumo, l’uso non è altro che la cosa stessa; per cui a chiunque è concesso l’uso di tali cose è concesso anche il dominio delle cose stesse e viceversa. Quando dunque uno presta il danaro con il patto che gli venga restituita integralmente la somma e vuole oltre a ciò avere un certo compenso per l’uso del danaro, è manifesto che vende separatamente l’uso del danaro e la stessa sostanza del danaro: infatti l’uso del danaro, come si è detto, non è altro che la sua sostanza; quindi vende ciò che non esiste o vende due volte la stessa cosa, cioè lo stesso danaro il cui uso è la sua consumazione, e ciò è manifestamente contro l’essenza della giustizia naturale.65

Questo è un argomento molto particolare. San Tommaso sostiene che alcune cose si consumano quando vengono usate, e che il denaro è una di queste. L’esempio opposto, egli dice, è la casa. Una casa non si consuma quando viene usata, e per questo motivo è legittimo chiederne l’affitto. Ma, dal momento che il denaro si consuma con l’uso, non è legittimo chiedere quello che potremmo chiamare l’affitto sul denaro, poiché questo significherebbe far pagare sia l’uso del denaro che il denaro stesso. La cosa sarebbe veramente ingiusta, dice Tommaso, proprio come sarebbe ingiusto per un uomo tentare di vendere vino (un altro bene che si consuma mentre viene usato) separatamente dall’uso del vino.

Si presentano immediatamente due obiezioni. In primo luogo, Tommaso osserva che sarebbe ingiusto per un uomo tentare di vendere vino separatamente dall’uso del vino, o grano separatamente dall’uso del grano. Ma quando mai si è vista in tutta la storia umana una simile transazione? Per quale motivo invece il fenomeno dell’interesse è tanto diffuso nel tempo e attraverso le culture? Potrebbe esserci qui una fondamentale differenza?

In secondo luogo, supponiamo che Tommaso abbia ragione sul fatto che prestare denaro a interesse equivalga a «vendere la stessa cosa due volte». E allora? Cosa c’è di sbagliato in questo, in particolare visto che entrambe le parti accettano i termini dell’accordo?

Dalla tesi di Tommaso emergono problemi intellettuali più seri quando analizziamo cosa aveva da dire su una forma medievale di investimento commerciale lecito chiamata societas. La societas era un accordo in base al quale due o più persone univano le loro risorse (denaro, abilità, e così via) in un’impresa comune. Queste società erano spesso costituite da una persona che forniva solo denaro e un’altra che forniva solo manodopera. I rischi e i profitti venivano di solito condivisi.66

San Tommaso approva calorosamente la societas. Ma l’elemento più interessante di questa sua approvazione è che gli argomenti spesi in suo favore tendono ad indebolire le sue tesi contro l’usura. Egli scrive: «Chi affida il suo danaro a un mercante o a un artigiano costituendo qualche tipo di società non gli trasferisce la proprietà del suo danaro ma questa rimane sua; di modo che con esso i mercanti commerciano, e gli artigiani lavorano a loro rischio e pericolo; e pertanto egli può lecitamente richiedere parte del profitto che ne deriva come se provenisse dalla sua stessa proprietà.»67 Questo argomento sembra abbastanza sensato: il socio di una società mantiene la proprietà delle sue risorse quando le mette a disposizione di un altro, ed è pertanto autorizzato a una quota del profitto. Ma qui Tommaso contraddice la sua precedente affermazione secondo cui l’uso e la proprietà sono inseparabili. Nella sua analisi dell’usura aveva affermato che il trasferimento dell’uso del denaro trasferiva anche la proprietà; ora sostiene che i fondi di un socio usati da un altro socio rimangono proprietà del primo dei due. Per amore di coerenza, allora, Tommaso dovrebbe condannare la societas come usura. «Invece», afferma John Noonan, autore dell’apprezzato studio in cui si esamina l’opinione degli scolastici sull’usura, «la normale accettazione della societas e le sollecitazioni della giustizia naturale sono più forti della sua teoria».68 E così Tommaso accetta la societas. Questo fatto non prova di per sé che le sue tesi contro l’usura siano sbagliate, ma soltanto che è rimasto intrappolato in una contraddizione nel tentativo di mantenere contemporaneamente entrambe le posizioni.

Il secondo punto di rilievo coinvolge la sua correlazione tra rischio e proprietà. La proprietà, dice il dottore della Chiesa nel brano sopra citato, appartiene a chi sostiene il rischio della perdita. Ma, come sottolinea Noonan, questo è semplicemente un criterio di proprietà ad hoc che non compare in nessun altro passaggio dell’opera di Tommaso sui diritti di proprietà privata; in nessun punto egli arriva anche soltanto a sollevare il problema del rischio, per non parlare del suo collegamento all’idea di proprietà. «Di fronte a un’obiezione, e ben consapevole della tradizione popolare sul rischio, Tommaso ha elaborato ad hoc il criterio del rischio per distinguere il prestito [in cui si dice che chi concede un prestito gode dei profitti senza sostenere alcun rischio] dalla partnership capitalistica [...] Questo criterio pratico rimarrà valido per almeno due secoli. Ma quando infine verrà messo in dubbio dai teologi scolastici, si vedrà che non ha alcuna base razionale.»69

In terzo luogo, qui Tommaso usa il rischio come criterio di proprietà, ma non cerca di giustificare il profitto sulla base del rischio stesso. La sua tesi è che (1) colui che subisce il rischio ha titolo alla proprietà, e (2) il proprietario ha a sua volta diritto ai profitti derivanti dalla sua proprietà. In questo caso, tuttavia, la proprietà in questione è il denaro. Secondo Tommaso il denaro di per sé è sterile, ed ecco perché è innaturale che chi concede un prestito cerchi di ricavarne un profitto.70 Ogni valore aggiunto guadagnato sul denaro, afferma, è dovuto al lavoro dell’uomo che lo usa e che pertanto è il solo ad averne diritto. Ma se questo è vero, allora come può Tommaso coerentemente affermare, come fa, che il capitalista di una societas – cioè colui che si limita a fornire il capitale – ha diritto a una quota dei profitti? Tutti i profitti non dovrebbero andare a chi ha fatto il lavoro, cioè al socio il cui lavoro ha prodotto dal denaro il valore aggiunto?71

Tanta incoerenza in un intelletto eccezionale come quello di Tommaso la dice lunga sulle difficoltà logiche che si incontrano quando si affronta il tema del divieto di prestare con interessi.

[segue nella V ed ultima parte...]

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(Vai al capitolo III, parte III)

 

NOTE:

43  Vedere Gary North, «Gertrude Coogan and the Myth of Social Credit», in An Introduction to Christian Economics, Craig Press, Nutley 1976, pp.124-162.

44  Per una visione generale delle opinioni monetarie di padre Coughlin, vedere Alan Brinkley, Voices of Protest: Huey Long, Father Coughlin, and the Great Depression, Random House, New York 1982, p.110ss.

45  Un’autentica critica della Federal Reserve, che condanna il suo operato e non soltanto il fatto che siano forze presumibilmente “private” ad operare in questo modo, la troviamo in Rothbard, The Case against the Fed.

46  Charles E. Coughlin, Money! Questions and Answers, National Union for Social Justice, Royal Oak 1936, p. 141; Rev. Denis Fahey, Money Manipulation and Social Order, Browne & Nolan, Dublino 1944, pp.18-19.

47  Hilaire Belloc, Economics for Helen, J.W. Arrowsmith, Londra 1924, pp.179-180.

48  Ibid., p.184ss.

49  G. North, «Gertrude Coogan», cit., p.157.

50  Gary North, Salvation through Inflation: The Economics of Social Credit, Institute for Christian Economics, Tyler 
1993, p.63. Corsivo nell’originale.

51  C.E. Coughlin, Money! Questions and Answers, cit., 
p. 139.

52  G. North, Salvation through Inflation, cit., pp.63-64.

53  La teoria del ciclo economico di Mises si riferisce alla crea
zione di moneta che si verifica attraverso i finanziamenti all’economia. Il tipo di inflazione alla Coughlin/Fahey, che consisterebbe soltanto nello stampare cartamoneta, non avrebbe le stesse conseguenze. Queste comunque perturberebbero l’attività economica attraverso gli effetti Cantillon, dal momento che il denaro aggiuntivo creerebbe espansione in determinati settori dell’economa la cui prosperità dipenderebbe da continuativa, o forse addirittura accelerata, espansione monetaria allo scopo di consentire il mantenimento di queste cattive direzioni. Vedere F.A.Hayek,UnemploymentandMonetaryPolicy:Government as Generator of the “Business Cycle”, Cato Institute, Washington 1979. Ringrazio il Professor John P. Cochran per questo riferimento.

54  G. North, «Gertrude Coogan», cit., p.142.

55  D. Fahey, Money Manipulation and Social Order, cit., 
p. 14ss.

56  Vedere C.E. Coughlin, Money! Questions and Answers, 
cit., p. 136; ma entrambi i testi più significativi di questi au
tori ribadiscono ripetutamente questa affermazione.

57  M.N. Rothbard, Economic Thought before Adam Smith, 
cit., p.43.

58  Ibid., p.44.

59  A. Vermeersch, «Usury», in Catholic Encyclopedia.

60  M.N. Rothbard, Economic Thought before Adam Smith, 
cit., p.105.

61  John T. Noonan, Jr., The Scholastic Analysis of Usury, 
Harvard University Press, Cambridge 1957, pp.390, 393.

62  A. Vermeersch, «Usury», cit.

63  M.N. Rothbard, Economic Thought before Adam Smith, 
cit., p.43.

64  Tommaso d’Aquino, La somma teologica, trad. it. di 
Roberto Coggi, Bologna 1996, vol.III, q.78, art.1, p.595.

65  Tommaso d’Aquino, Le questioni disputate. Il male, trad. 
it. di Roberto Coggi, Bologna 2003, p.383.

66  J.T. Noonan, Scholastic Analysis of Usury, cit., pp. 133-134.

67  Ibid., p.143.

68  Ibid., p.143.

69  Ibid., p.144.

70  In un famoso passaggio Aristotele sostenne che il denaro 
è “sterile” o “vuoto”, ed era quindi innaturale aspettarsi di guadagnare denaro dal denaro. Questo argomento venne ripetuto durante tutto il Medioevo. Un commentatore del XVIII secolo suggerì l’ovvia replica: «Una considerazione che il grande filosofo non ebbe l’opportunità di esaminare, ma che, se l’avesse considerata, non sarebbe stata del tutto indegna di nota, è che sebbene un darico non generi un altro darico, non più di quanto farebbero un montone o una pecora, tuttavia, con un darico preso a prestito, un uomo avrebbe potuto procurarsi un montone e una coppia di pecore e quelle pecore, se il montone fosse stato lasciato con loro per un certo tempo, non sarebbero state probabilmente sterili. Così, alla fine dell’anno, si sarebbe trovato padrone delle tre pecore e di due, se non tre, agnelli; se poi avesse venduto le tre pecore per ripagare il darico e ceduto uno degli agnelli per il suo uso nel periodo intercorso, sarebbe stato più ricco di due agnelli, o almeno di uno, rispetto a quanto sarebbe accaduto senza quella transazione.» Jeremy Bentham, Defence of Usury, 1787; trad.it di N. Buccilli e M. Guidi, Difesa dell’usura, Liberilibri, Macerata 1996, pp.59-60.

71  J.T. Noonan, Scholastic Analysis of Usury, cit., pp. 144-145.

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