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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 20 min fa

I socialisti negano la scarsità

Lun, 26/09/2016 - 08:52

Amnesty International ne ha avuto finalmente abbastanza di quello che sta accadendo in Venezuela. Con una popolazione affamata, il governo ha emesso un decreto per il lavoro forzato. Infatti, Amnesty ha dichiarato: ”Provare a contrastare la grave mancanza di cibo in Venezuela costringendo le persone a lavorare i campi, è come tentare di far guarire una gamba rotta con un cerotto.”

In realtà è più come tentare di guarire una gamba rotta con un proiettile in testa.

Anzi, il lavoro forzato è un abuso dei diritti umani. Forse si può notare anche uno schema ricorrente. Ovunque viene applicato il socialismo, le persone soffrono. Ogni caso è differente poiché nessun regime tirannico si comporta esattamente come gli altri. Ma la radice del problema è il non permettere alle persone di possedere, accumulare, commerciare ed associarsi.

Sicuramente questo è il nucleo del problema in Venezuela.

 

Eccoci di nuovo qui allo stesso punto

No, dicono i socialisti. “I problemi che stanno affliggendo l’economia del Venezuela non sono dovuti a qualche colpa insita nel socialismo.”

Il socialismo sembra essere l’ideologia più persistente e non falsificabile sul pianeta terra. I socialisti sono come le persone che giurano che la gravità non esiste e iniziano a saltellare su due piedi, attendendosi di arrivare alle nuvole da un momento all’altro. Questo non avviene mai, ma la fiducia nel fatto che la gravità non c’è, rimane salda.

In ogni caso, cosa è il socialismo? Non importa come lo si descriva né a quanti esempi di fallimento ci si riferisca o quanto spesso le sue idee centrali vengano confutate, i socialisti declinano ogni responsabilità.

Prendiamo almeno in considerazione le parole usate da qualcuno per definirlo. Il Partito Socialista Inglese dà questa concisa descrizione di cosa è il socialismo: ”Libero accesso a tutti i beni e servizi.”

Idea interessante. Credo che prenderò una Bentley, una vacanza in Europa, un abito su misura ed il taglio di capelli della mia vita. Gratis. Grazie mille.

 

Incomprensione fondamentale

Quest’affermazione sembra confermare tutto ciò che ho sempre sospettato riguardo al socialismo. È radicato in un errore molto semplice ma così fondamentale che nega una caratteristica base del mondo. Il socialismo nega l’esistenza e la persistenza della stessa scarsità delle risorse. Cioè, nega persino che la produzione e l’allocazione dei beni sia un problema. Se si nega ciò, non sorprende molto che l’economia non sia considerata una disciplina delle scienze sociali.

Gli economisti usano il termine “scarsità” in un modo particolare. Questo termine non significa carenza, benché questa possa essere un aspetto della scarsità. Ma un bene o uno servizio può ancora essere scarso persino se esiste in abbondanza.

Così, per esempio, anche se i negozi sono pieni di ogni genere alimentare, o le nuove aziende su internet ci permettono di scaricare qualunque nuova applicazione, questo non vuol dire che viviamo in un’era dove non esiste più la scarsità delle risorse.

In questa vita non vi è nulla di simile ad un mondo dove le risorse non sono scarse.

Finché c’è competizione per il controllo di qualcosa, questo è un bene scarso. Immaginate di mangiare una pizza con degli amici. Ogni volta che ne prendete una fetta, ne appare un’altra al suo posto. La pizza si sta magicamente riproducendo da sola. Ad un certo punto, appena notato questo fenomeno, il vostro comportamento inizia a cambiare. Non vi è più rivalità per le fette di pizza. Il vostro controllo su una fetta non impedisce quello di un’altra persona. In questo caso, infatti, la pizza non è più un bene scarso.

La scarsità è nella natura di un bene. Se si possono concepire delle persone discutere su chi può controllare o consumare un bene, vuol dire che questo è scarso. E contendersi una “proprietà intellettuale” non conta, poiché quello che veramente interessa è il contendersi se qualcuno può usare le sue risorse scarse (computer drive, corde di una chitarra) per riprodurre dei modelli (software, canzoni ecc.). Ulteriori informazioni su questo più avanti.

Persino dei beni abbondanti possono essere scarsi. Si pensi alla caccia all’uovo di Pasqua con 100.000 uova su un prato. I ragazzi correranno ancora e se le contenderanno per collezionarle. Queste hanno ancora la caratteristica di essere un bene scarso.

 

Non è possibile collettivizzare la proprietà di beni scarsi.

Ecco il punto chiave. Finché qualcosa è scarso, non può essere accessibile in maniera illimitata gratuita e collettiva. Qualunque cosa sia, sarà sovra-utilizzato, consumato e nella lotta finale per l’ultima briciola, alla fine non ne resterà nulla — come quello che sta accadendo oggi in Venezuela.

In altre parole, non puoi socializzare un bene o un servizio scarso. Piuttosto, questo deve essere allocato. Le cose possono essere allocate in modo arbitrario anche con la forza oppure possono essere allocate per mezzo di un accordo, uno scambio o una donazione. Il socialismo ha scelto sempre le maniere forti. Questo per una ragione: il socialismo ha poco a che fare con la realtà.

Che cosa può essere considerato non scarso? Si può pensare a quei beni o servizi per i quali non c’è una contesa finalizzata al controllo o al consumo. Possono essere consumati da noi come da chiunque altro fino all’infinito. L’ultima parola è fondamentale. Un bene è non-scarso quando può essere riprodotto senza limiti.

L’aria può essere considerata tale? Non sempre come ben sa chiunque si sia ritrovato incastrato tra i piani all’interno di un ascensore affollato. E l’acqua? Neanche, c’è un motivo per cui il mercato dell’acqua in bottiglia è così enorme. Queste sono come tutte le cose materiali: sono soggette a dei limiti e perciò devono essere allocate.

D’altro canto ipotizziamo di sentire una canzone orecchiabile come “Happy”; possiamo prendere la melodia, cantarla tutto il giorno e condividerla con gli amici. Fare questo non toglie nulla all’originale. Nello stesso modo si può fissare un’immagine, ricordarla, e riprodurla. E così si può fare con le idee contenute in quest’articolo. Possiamo prenderle. Possiamo essere fermati solo se attaccati o minacciati fisicamente da qualche persona o da qualcun altro ancora (come il governo). L’idea, rappresentativa di una porzione di tutti questi beni citati, è non-scarsa, quindi non è necessario che questi siano prezzati o che qualcuno ne detenga la proprietà.

Com’è possibile che ancora paghiamo per scaricare libri o acquistare musica? Il motivo non sta tutto nel diritto d’autore, ma nel fatto che quello che stiamo pagando non è il bene di per se, ma un servizio scarso: tutto ciò che è associato con l’accesso ad un server, questo è il servizio scarso che pertanto è valorizzato.

A parte questo, i socialisti spesso non sembrano cogliere il primo punto: sulla terra non esiste un paradiso immaginario di abbondanza illimitata. Tutto quello che possiamo fare è sforzarci per rendere più beni disponibili a più persone possibile ed incoraggiare lo scambio per trarre vantaggio dalla divisione del lavoro. Questo è chiamato mercato ed è basato sul concetto di proprietà privata di tutti i beni scarsi (inclusi i beni capitali) – che è quello che i socialisti vogliono eliminare.

I socialisti guardano il Venezuela e pensano: mio dio, qualcosa deve essere andato male! Di qualunque cosa si tratti, non può essere il socialismo!

Ma lo sai? Invece è proprio il socialismo, il problema. Ciò è veramente privo di senso.

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L’Helicopter Money e il People’s Quantitative Easing: le ultime frontiere dell’illusione monetaria

Ven, 23/09/2016 - 08:43

Le recessioni-depressioni economiche sono l’inevitabile conseguenza di un precedente processo di offerta di mezzi legali di pagamento superiori alla loro domanda. Tale processo da definire come “inflativo” conduce alla realizzazione di una serie di mal investimenti, vale a dire di strutture della produzione insostenibili. Queste strutture insostenibili si traducono non solo in un dilatamento artificiale delle attività del settore privato ma, in presenza di un mondo retto da apparati statali, anche in un inevitabile sovra-appesantimento dello Stato, giacché dal tepore inflazionistico finiscono per essere coinvolti, chi più chi meno, tutti i soggetti agenti.

In poche parole, ecco che si è spiegata le origini e le problematiche della crisi odierna.

Subito dopo l’emergere dell’attuale recessione-depressione economica, le autorità monetarie di molti Paesi su spinta dei relativi governi hanno iniziato ad inondare l’economia di una nuova massa di mezzi legali di pagamento con lo scopo di non far crollare un sistema finanziario che spontaneamente si andava invece a ripiegare su se stesso e di scongiurare il fallimento formale di tutti quegli apparati statali sovra-indebitati.

Ora, impedire nelle fasi immediate o poco più di una recessione-depressione il verificarsi di un processo di contrazione indiscriminata dell’offerta di mezzi legali di pagamento può essere, se attuata entro certi limiti, una politica monetaria assennata. Se, infatti, prima dell’arrivo della crisi abbiamo una situazione di continuato eccesso di mezzi legali di pagamento rispetto alla loro domanda, in seguito, allo scoppio della crisi, la situazione tende a capovolgersi nel suo contrario, ossia in una contrazione eccessiva di questi mezzi i quali pertanto divengono tendenzialmente insufficienti a fronteggiare la straordinaria domanda che sempre di questi mezzi viene determinata con l’emergere delle crisi.

In teoria, è sicuramente vero che una diminuzione della quantità di mezzi legali di pagamento in circolazione può essere da subito compensata da un ribasso dei prezzi perfettamente adeguato a sostenere gli scambi, ma la realtà umana è fatta anche di abitudini e di rigidità che possono non consentire a tutti i prezzi di scendere con la stessa rapidità e misura della contrazione di questi mezzi; conseguentemente, contrastare la contrazione indiscriminata di offerta di mezzi legali di pagamento, nelle fasi immediate o poco più di una recessione-depressione, può risultare essere, entro certi limiti, opera di buon senso.

Nelle fasi immediate o poco più di una recessione-depressione ed entro certi limiti, perché tale contrasto è economicamente razionale fintanto che riesce nell’importante funzione di adattare la circolazione monetaria alla variazione della sua domanda. Ciò significa che l’obiettivo necessario e prioritario da perseguire, allo scopo di ristabilire un percorso di sostenibilità economica, deve essere in ogni caso lo smantellamento dei mal investimenti. Diversamente, il tutto si andrà a risolvere solo in un processo di sostentamento a spese di tutti gli altri di quegli apparati statali sovra-indebitati e di quei gruppi privati più contigui alle sorti di questi apparati, oltre a stimolare nuove allocazioni delle risorse insostenibili.

C’è da costatare che, nel corso della crisi attuale, quest’ultimo processo è quanto finora si è essenzialmente andato ad alimentare.

Se le recessioni-depressioni economiche nascono a seguito dell’arrestarsi o del rallentarsi del processo inflativo perché non agire in maniera tale da non permetterne l’arresto o il rallentamento?

L’inflazione è un fenomeno che coglie gli individui sempre di sorpresa in quanto da subito non può essere mai sufficientemente anticipata nei suoi effetti. Se l’inflazione potesse essere da subito sufficientemente anticipata nei suoi effetti potremo intuire immediatamente, ossia a partire dal principio del processo inflativo, in quale misura e con quale tasso di accelerazione tutti i prezzi aumenteranno. Ma l’idea per cui l’inflazione può essere da subito sufficientemente anticipata nei suoi effetti è solo un’astratta costruzione analitica, giacché gli individui quando si trovano ad operare all’interno di un’economia monetaria non posseggono la proprietà di stabilità automatica tipica invece di un’economia di baratto.

Il fatto che l’inflazione sia un fenomeno che non può essere mai da subito sufficientemente anticipato nei suoi effetti genera all’inizio e per un certo periodo di tempo una situazione in cui vi sono più operatori economici che ottengono profitti; i profitti crescono tendenzialmente più delle previsioni e quasi tutte le imprese vanno bene ed è molto difficile assistere a dei fallimenti imprenditoriali. Anche le imprese sull’orlo di chiudere o di ridimensionarsi drasticamente, infatti, con l’arrivo dell’improvviso rialzo dei prezzi, possono tranquillamente rimanere a galla ed ottenere dei profitti.

Tuttavia, tale situazione di piacevole sorpresa si protrarrà fintanto che gli agenti economici, nel loro complesso, non inizieranno a intuire che i prezzi continueranno a salire pressoché allo stesso ritmo. Quando gli agenti economici, nel loro complesso, iniziano a intuire questo incremento percentuale dei prezzi nel tempo, aumenteranno i prezzi dei fattori produttivi che determinano i costi della produzione ad un livello che riflette la loro aspettativa dei prezzi futuri. Arrivati a questo punto se i prezzi non aumenteranno più dell’aspettativa, i profitti torneranno verso la normalità e diminuiranno anche le imprese che realizzano un profitto. Con il diminuire dei profitti in linea generale, le prime imprese a patire il colpo saranno proprio quelle che senza l’arrivo dell’inflazione avrebbero dovuto chiudere o ridimensionarsi drasticamente e che ora che l’inflazione è stata almeno sufficientemente anticipata nei suoi effetti non possono più sfuggire dal subire conseguenze determinanti.

In breve, fintanto che l’inflazione rimane imprevista l’inflazione produce un effetto stimolante; appena diviene anticipata nei suoi effetti, esclusivamente se si riesce a procedere con una velocità sempre maggiore – e quindi a farla tornare imprevista – sarà in grado di mantenere lo stesso grado di artificiale prosperità.

Qualora nel corso del processo inflativo i prezzi crescessero meno dell’aspettativa, l’effetto prodotto sarebbe identico a quello di un’imprevista deflazione dei prezzi ed anche se i prezzi crescessero in linea con le aspettative generali verrebbe comunque a mancare quello stimolo che in precedenza, allorché i prezzi crescevano più delle aspettative, aveva permesso il procrastinarsi di quel necessario riassestamento della struttura produttiva.

In definitiva, perché l’inflazione possa conservare il suo iniziale effetto stimolante, dovrebbe continuare a galoppare ad un ritmo sempre più veloce delle aspettative degli agenti economici.

Ma poiché l’inflazione è in grado di far salire i prezzi in maniera imprevista e peraltro non uniforme (variazioni verso l’alto del livello generale dei prezzi sono così accompagnate da distorsioni nella struttura dei prezzi relativi) essa oscura anche i segnali informativi che gli individui ricevono a proposito della crescita e della diminuzione del loro reddito reale. Il riuscire pertanto a far accelerare progressivamente il tasso d’inflazione, allo scopo di evitare che gli agenti economici possano giungere tendenzialmente a prevedere il ritmo di crescita dei prezzi e mantenere così indefinitamente in vita gli effetti stimolanti del processo inflativo, alla fine si tradurrà in un risultato incredibilmente catastrofico: la distruzione dei metodi di contabilità su cui poggiano tutte le decisioni degli individui, dato che senza un sistema di determinazione dei prezzi ragionevolmente prevedibile ed affidabile, la maggior parte delle persone, sia in qualità di consumatori sia di distributori sia di produttori, non può che commettere errori in maniera continuativa e sistematica per quanto riguarda la definizione dei costi e dei rischi di qualunque cosa.

Nei migliori dei casi, allora, l’inflazione non può essere altro che uno stimolo momentaneo; questo stimolo può durare fintanto che riesce ad ingannare e deludere le aspettative degli agenti economici.  Nondimeno, questo stimolo è dovuto agli errori che produce ed è pericoloso in quanto i deleteri postumi di dosi possono essere sterilizzati solo aumentando progressivamente la dose. Ma poiché la strategia di accelerare il tasso di inflazione per scongiurare l’avvento della crisi non può essere mantenuta all’infinito, pena giungere alla distruzione dei metodi di contabilità su cui poggiano tutte le decisioni degli individui che è qualcosa in più rispetto ad una “normale crisi”, vale a dire la morte dell’economia monetaria (o nel caso sussistano intermediari dello scambio alternativi generalmente riconosciuti come tali, la morte soltanto dell’economia monetaria ufficiale), presto o tardi la recessione-depressione economica dovrà essere chiamata a manifestarsi.

Gli effetti di inversione relativi ad un processo di offerta di mezzi legali di pagamento superiori alla loro domanda possono essere soltanto ritardati, ma mai scongiurati. Si può deciderne unicamente l’ampiezza non anche il rifiuto.

Il pensiero economico ad oggi dominante caldeggia l’aumento costante della spesa monetaria come rimedio all’attuale crisi che avvolge le principali economie occidentali.

Da qui sono nate quelle politiche monetarie non-convenzionali come un costo del denaro schiacciato per lungo tempo attorno allo zero nominale e Quantitative Easing, cioè l’acquisto di generici titoli di Stato, mutui cartoralizzati e determinate azioni. Allo stesso tempo, una parte consistente del pensiero economico dominante, nel vedere l’inefficacia di queste politiche di sostenere stabilmente l’economia reale, accusa di scarsa efficacia queste stesse politiche per via di un loro difetto d’impostazione: tali politiche riescono sì a creare quei necessari nuovi mezzi legali di pagamento, ma questi rimanendo ingabbiati tra i corridoi del circuito bancario ordinario a causa delle modalità con cui devono essere trasmessi, non riescono a raggiungere a sufficienza l’economia reale.

Per rimettere l’economia reale sulla carreggiata di una sana sostenibilità, nell’ambito del pensiero economico dominante, alcuni consigliano di attuare politiche monetarie ulteriormente non convenzionali; misure ulteriormente non convenzionali in quanto più aggressive nell’approccio ma non diverse nella sostanza ultima. Da questa concezione nascono le idee dell’Helicopter Money e del People’s Quantitative Easing.

In realtà, che si tratti di politiche monetarie semplicemente non convenzionali o di una loro ulteriore estremizzazione, questo modo di pensare è vittima sostanzialmente della stessa illusione: “pensare che non esista la scarsità di risorse reali e che la scarsità di liquidità sia la sola causa di limitazione dell’attività economica”. Da questa errata convinzione ne nasce a sua volta un’altra, vale a dire “pensare che le influenze monetarie possano invertire stabilmente la tendenza intrinseca dei fattori reali”.

L’idea di fondo con cui in tempo di crisi vengono attuate tutte queste politiche monetarie è sempre la stessa: “un aumento della spesa monetaria totale, ossia un aumento dei capitali nominali, aumenta l’occupazione in maniera permanente, ed il reddito reale perché tutte le risorse necessarie per qualsiasi processo produttivo sono disponibili nelle proporzioni corrette ai prezzi correnti. Esse dunque muovono partendo dall’ipotesi implicita che la disoccupazione comporti tipicamente l’inattività di tutti i tipi di risorse in ogni fase produttiva”.

L’errore di fondo di tutte queste politiche monetarie non convenzionali è sempre lo stesso: “nel mondo reale, contraddistinto dalla scarsità delle risorse reali, le risorse non inutilizzate sono di tipo specifico ed in settori specifici. In queste circostanze, ogni tentativo di curare la crisi con interventi di spesa in disavanzo e politiche monetarie tese a tenere permanentemente il costo del denaro ad un livello più basso dell’interesse naturale del capitale reale (quel tasso di interesse che il mercato determinerebbe in assenza di qualsiasi intervento dei pubblici poteri), possono, nei migliori casi, offrire un sollievo momentaneo, ma intensifica l’errata allocazione delle risorse rispetto alle relative domande. In tal senso, un incremento della spesa può portare all’aumento dell’occupazione ma solo rendendo temporaneamente redditizio lo sfruttamento di risorse inutilizzate, combinandole con risorse sottratte e peraltro in utilizzo in altri settori, e causando un aumento generalizzato e non uniforme dei prezzi; ma una volta che i costi di produzione saranno aumentati per compensare l’aumento dei prezzi di vendita, il problema della disoccupazione rientrerà di nuovo in scena ed in maniera anche più dura per via della distorta allocazione delle risorse aggiuntive”.

Che oggi, nelle principali economie occidentali, il costo denaro sia ad un livello senz’altro più basso dell’interesse naturale del capitale, lo testimonia il fatto che nonostante i relativi tassi sull’interesse di base siano stati impostati dalle rispettive banche centrali attorno allo zero nominale il quadro generale è ancora quello di un’economia reale in affanno. Un controsenso che può essere spiegato solo tenendo a mente che capitale nominale, anche detto monetario, non equivale a capitale reale e che il primo, onde evitare fenomeni di espansione economica inflazionistica, di recessione-depressione economica inflazionistica, o di imprevista deflazione dei prezzi, dovrebbe sempre conformarsi nella quantità a quanto accumulo si riesce a fare del secondo.

Si tratti di politiche monetarie semplicemente non convenzionali o di Helicopter Money e del People’s Quantitative Easing il risultato ultimo di tutte queste azioni sarà sempre lo stesso: “portare il valore delle attività a livelli non allineati con la distribuzione ottimale, determinata dalla libera interazione dei prezzi sul mercato, del fattore lavoro e delle altre risorse”.

Nel dettaglio.

Per quanto concerne il cosiddetto Helicopter Money, gli economisti adoperano questa espressione per fare riferimento a due politiche monetarie diverse:

la prima prevede la monetizzazione permanente dei deficit di bilancio pubblici, la seconda prevede che la banca centrale effettui trasferimenti diretti di moneta ai singoli individui, nella speranza che questi la impieghino tutta o quantomeno abbondantemente in consumi e/o in investimenti.

Nel primo caso, a differenza dei deficit di bilancio finanziati attraverso la creazione di debito, quelli finanziati con la creazione di nuova moneta non comportano obblighi d’imposta futuri, ma ciò non significa che questi ultimi non possano essere altrettanto perniciosi quanto i primi, se non peggio.

Nell’eventualità che tale politica monetaria riuscisse a far scattare quel sollievo momentaneo, ecco come si muoverebbe e comunque terminerebbe il processo:

all’inizio aumenteranno il reddito lordo disponibile delle persone; ciò a sua volta farà incrementare il tasso di crescita di beni e servizi nel settore privato e, nella misura in cui la produzione e l’occupazione si trovano al di sotto dei livelli di pieno impiego, l’incremento di spesa pubblica aumenterà anche la produzione e l’occupazione; tuttavia, giacché questo aumento di spesa non libera alcun fattore produttivo (si inseguono gli stessi fattori solo pagandoli di più), ecco che progressivamente appariranno variazioni al rialzo e non uniformi dei prezzi – e ciò vuol dire che il reddito lordo disponibile alla fine del processo sarà aumento solo in termini nominali – e con esse quelle strutture della produzione insostenibili, riproponendo così la crisi in maniera ancor più aspra per via della distorta allocazione delle risorse aggiuntive.

Se questi deficit poi fossero attuati in un contesto di tendenziale equilibrio, ossia in cui l’esistenza di risorse inutilizzate ai prezzi correnti è pressoché esclusa per definizione l’effetto sarebbe di un aumento del tasso di spesa monetaria senza che neanche il verificarsi di un aumento temporaneo della produzione e dell’occupazione.

Il motivo per cui si è nel tempo preferito che i governi affrontassero i loro deficit attraverso un ricorso al prestito e non mediante monetizzazione risiede nel fatto storicamente comprovato per cui la spinta a generare inflazione monetaria è tendenzialmente più forte in un regime in cui lo squilibrio di bilancio viene corretto tramite variazioni permanenti dell’offerta di moneta e non in uno in cui l’aggiustamento avviene mediante variazioni del debito pubblico. Gli apparati statali, se possono scegliere, preferiscono svilire le loro monete piuttosto che introdurre tributi, dato che l’inflazione monetaria, diversamente dai tributi, non viene generalmente percepita per quello che in realtà è, cioè una forma di tassazione indiretta e non uniforme capace alla lunga anche di turbare profondamente l’intero ordine istituzionale.

Nel secondo caso, c’è da aggiungere che questa soluzione può essere anche peggio della prima perché emettere nuova moneta e distribuirla direttamente ai cittadini può accrescere a dismisura le tensioni inflazionistiche, giacché le pressioni popolari per tenere costantemente in vita i relativi effetti stimolanti potrebbero farsi facilmente più diffuse e conseguentemente più pressanti.

Se poi ci si accontenta di iniettare un effetto stimolante come soluzione una tantum ci si ricordi anche che successivamente, con l’esaurirsi dell’euforia, ci saranno in ogni caso aggiuntivi errori economici da smaltire.

Passando ora a trattare il cosiddetto People’s Quantitative Easing (Alleggerimento Quantitativo per il Popolo), si deve innanzitutto dire che con tale misura si deve intendere un processo di creazione e trasmissione di mezzi legali di pagamento mirato a finanziare progetti di investimento dello Stato, centrale e delle sue amministrazioni locali (dagli alloggi ai trasporti pubblici) in maniera tale da sostenere domanda ed occupazione. Pertanto, a differenza della cosiddetta idea dell’Helicopter money, nel QE for the People i mezzi legali di pagamento di nuova creazione non verrebbero destinati al riempimento di generici deficit di bilancio pubblico né destinati direttamente alle singole persone, bensì destinati ai vari organi di governo i quali dovranno impiegare questi nuovi mezzi per sostenere l’implementazione di qualsiasi cosa che possa essere ritenuto un investimento di pubblica utilità.

Niente di nuovo sul fronte occidentale: l’Alleggerimento Quantitativo per il Popolo altro non è che un revival del concetto del moltiplicatore keynesiano.

Certo, i presupposti keynesiani raccomandavano che i deficit di bilancio andassero finanziati con la vendita di titoli di Stato ai cittadini e ad istituzioni non bancarie, mentre il QE for the People preferisce appoggiarsi alla banca centrale, ma il ragionamento e la convinzione economica sostanziale, sono le stesse: qualsiasi incremento nella spesa per investimenti pubblici genera un incremento nel reddito nazionale superiore all’iniziale spesa pubblica, giacché la spesa addizionale, provocherà effetti a cascata nei redditi di più individui. La dimensione del moltiplicatore varierà (supposti immutati gli investimenti privati) in ragione diretta al variare della propensione marginale al consumo e in ragione inversa al variare di quella al risparmio. Di conseguenza, maggiore sarà la propensione al consumo degli individui, tanto maggiore sarà la crescita del reddito nazionale reale che si produce come risultato di un aumento dell’investimento.

La ragione per cui sia il QE for the People sia il moltiplicatore keynesiano, rappresentano un errore metodologico come rimedi alla situazione di crisi generate da un eccesso di mezzi legali di pagamento superiori rispetto alla loro domanda, risiede nel fatto che entrambi, ignorano che è il “tasso di risparmio” a limitare la quantità totale di investimenti che può essere portata a termine con successo. L’iniezione di capitali nominali influenza largamente l’offerta di fondi investibili, ma sarà sempre il tasso di risparmio e non l’iniezione di capitali nominali a determinare la domanda di fondi propriamente investibili. Il successo di una politica di investimenti non può di conseguenza essere determinato impiegando il flusso monetario a proprio piacere, perché questo in ultimo dipende sempre sia dalla quantità disponibile di risorse reali sia da come gli individui decidono di ripartire il proprio reddito tra acquisto di beni e servizi di consumo e risparmio.

Governi ed autorità monetarie possono decidere di inondare a proprio piacimento il mercato di mezzi legali di pagamento, fissare i tassi di interesse monetari largamente al di sotto del tasso di interesse naturale del capitale per alterare le preferenze intertemporali degli agenti economici nel loro complesso, ma non possono statuire i saggi di profitti delle imprese, cioè la quantità concreta di surplus estraibile da ogni singola unità di moneta o di suo sostituto.

Quando l’economia inizia a prendere un corso progressivo, in un sistema contrassegnato da monopolio nell’offerta di emissione di mezzi legali di pagamento quale è quello odierno, la velocità con cui questi mezzi crescono sia nel numero quanto nel peso immaginato è, di norma, maggiore di quella con cui cresce la quantità concreta di surplus estraibile da ogni singola unità di moneta o di suo sostituto immessa nel sistema economico.

Mancando un meccanismo impersonale, cioè di libero mercato, di compensazione interbancaria in grado di riportare verso l’equilibrio la relazione tra la crescita dei mezzi legali di pagamento e la crescita del surplus, poiché il regime di monopolio di emissione tende ad offuscare e/o a non prendere in dovuta considerazione i segnali necessari per riequilibrare tale relazione, il mercato reagisce imponendo il riequilibrio attraverso un rialzo dei prezzi non uniforme che a poco a poco rallenta la crescita del surplus.

Quando il surplus decelera la sua crescita o addirittura si riduce, giunge lo scoppio manifesto della crisi che da avvio al processo di liquidazione dei mal investimenti.

Governi ed autorità monetarie possono differire il processo di liquidazione, mantenendo in eccesso la massa di mezzi di mezzi legali di pagamento, ma non hanno il potere di aumentare il surplus a proprio piacimento. Anche se nel breve-medio periodo le influenze monetarie possono ritardare o persino invertire la tendenza dei fattori reali di risolversi da soli, in conclusione sarà sempre il rapporto tra la scarsità di risorse reali e la domanda di beni e servizi a decidere quale investimento è da considerarsi redditizio ed in quale entità. Inoltre, qualunque significativo ritardo negli adeguamenti monetari resi necessari dai cambiamenti reali potrà avere soltanto il risultato di accentuare ulteriormente questi stessi cambiamenti.

Dalla crisi si esce permanentemente solo evitando sistematicamente l’inflazione monetaria e consentendo ai prezzi delle risorse non utilizzate di portarsi spontaneamente verso il basso, cioè a livelli sostenibili per il corrente livello di reddito nominale. In questo contesto, il sistema dei prezzi canalizzerebbe le risorse non occupate ed altre risorse verso processi di produzione che siano sostenibili al livello corrente di spesa monetaria. Se il mercato fosse lasciato sufficientemente libero di adeguare i prezzi relativi ed i livelli salariali, la struttura dell’utilizzo delle risorse sarebbe senz’altro in linea con la struttura della domanda delle relative risorse. In altre parole, Una ripresa stabile e non fraudolenta richiede che gli agenti economici possano ampiamente attuare una corposa ricerca dell’efficienza e dell’innovazione all’interno di un mercato dove il processo di allocazione delle risorse non venga adulterato da grevi e sistematiche interferenze coercitive. Da un lato, occorre dunque abbattere i carichi tributari per sostenere la redditività di un’economia che si trova a subire una fase imprecisata di riassestamento; dall’altro occorre evitare che la struttura istituzionale dell’ordine economico possa essere manipolata da continue misure inflative.

Data allora la situazione presente, che non ha visto ancora una riduzione sostanziale delle spese e del ruolo dei pubblici poteri, dire che il problema attuale consiste in un’insufficienza di offerta di mezzi legali di pagamento o di gravi pecche nella trasmissione della politica monetaria ci porta assolutamente fuori dalla retta cognizione delle cose. Se non si ha chiaro che l’offerta non solo di risorse ma anche quella di prodotti finali ed intermedi e di strumenti di qualsiasi tipo non è infinitamente elastica (se tale offerta fosse infinitamente elastica qualsivoglia aumento della domanda potrebbe essere sempre soddisfatto senza che mai si possa verificare alcun incremento di prezzo) e se non si ha chiaro che la chiave per utilizzare al meglio la conoscenza dispersa tra innumerevoli persone risiede nel decentramento decisionale e quindi nel rispetto dei diritti di proprietà su se stessi e sulle proprie cose, staremo qui a girare sempre intorno agli stessi problemi senza mai risolvere stabilmente alcunché.

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L’investimento che aumenta la domanda di capitale

Lun, 19/09/2016 - 08:37

Lo scopo di questo articolo è di formulare una proposizione che sottostà alle moderne “teorie monetarie di ultra-investimento” del ciclo economico in una forma che, per quanto ne so io, non è mai stata espressa prima, ma che sembra rendere questa particolare proposizione così ovvia da porre la sua correttezza logica oltre ogni contestazione

Questo, chiaramente, non significa necessariamente che le teorie che si basano largamente su tale proposizione possano fornire un resoconto adeguato di qualsiasi ciclo economico. Ma potrebbe servire a mostrare le inadeguatezze di quelle teorie che trascurano l’effetto in questione. Inoltre potrebbero servire a chiarire alcune confusioni e alcuni malintesi che hanno reso difficile pervenire ad un accordo a proposito dei nodi puramente analitici che vi sono coinvolti.

Nessuno si sorprenderà di trovare la fonte di questa confusione nell’ambiguità del termine “capitale”. Nell’analisi statica il termine “capitale” si riferisce egualmente al valore aggregato di ogni bene capitale e alle loro quantità misurate in termini di costo (o in qualche altro modo). Ma questo è di poca importanza perché queste due grandezze quando sono in equilibrio devono necessariamente coincidere. Nell’analisi dei fenomeni dinamici, comunque, quest’ambiguità diventa eccessivamente pericolosa.

In particolare, la proposizione statica che dice che un incremento nella quantità di capitale porterà una caduta della sua produttività marginale (che per gli scopi di questo articolo chiamerò il tasso d’interesse) quando è portata all’interno delle dinamiche economiche e applicata alla quantità di beni capitali, potrebbe diventare completamente sbagliata.

LA RILEVANZA RELATIVA DELLA QUANTITÀ D’INVESTIMENTO E DELLA FORMA CHE ASSUME

L’assunzione che un incremento nella quantità di beni capitali necessariamente diminuirà il ritorno previsto sugli investimenti futuri, è generalmente trattata come ovvia. Sarebbe dunque desiderabile formulare la reale relazione fra le due grandezze in una forma che, forse, suonerà paradossale. La tesi principale di questo articolo sarà che l’effetto che l’attuale produzione di beni capitali avrà sulla domanda futura di fondi investibili dipenderà non tanto dalla quantità di beni capitali prodotti, quanto dal tipo di beni capitali che sono prodotti o dalle particolari forme prese dal presente investimento, e che un incremento nella produzione presente di beni capitali, avrà frequentemente l’effetto non di abbassare, ma di alzare la domanda futura di fondi investibili e, quindi, il tasso d’interesse.

Ogni passo dell’argomento che porta a tale conclusione è costituito da una proposizione familiare e piuttosto ovvia. Il primo punto fondamentale è che la più parte dell’investimento viene intrapreso nell’aspettativa di un investimento ulteriore, per il quale sono necessarie le attrezzature industriali che erano l’oggetto del primo investimento. Questo può essere espresso dicendo che l’investimento corrente sarà guidato dall’aspettativa che l’investimento continui ad un certo tasso per qualche tempo a venire, o che il tasso d’interesse rimanga costante. Il successo dell’investimento corrente dipenderà dal fatto che quest’aspettativa sia soddisfatta.

La più parte degli atti individuali d’investimento devono essere dunque considerati semplicemente come anelli in una catena che deve esser completata se le sue parti devono servire la funzione per cui sono state intese, anche se la catena consiste di atti separati e successivi compiuti da investitori differenti

Il costruttore di qualunque tipo di macchina che voglia ingrandire la sua fabbrica può farlo solo se si aspetta che gli utilizzatori di queste macchine avranno in futuro necessità di installare macchine aggiuntive, e tali macchine saranno installate solo se in futuro qualcun altro sarà interessato a investire nel prodotto di tali macchine, e così via.

Il primo investimento in tale catena, dunque, avverrà solo se ci si aspetta che si possa ricavare un certo tasso d’interesse per ogni anello di tale catena. Ma questo non significa che, una volta che tale investimento sia stato compiuto, anche il processo di investimenti ulteriori non continuerà se le condizioni cambiano in direzione sfavorevole – come ad esempio avviene se il tasso d’interesse al quale il denaro può essere preso in prestito sale. Se gli investimenti già compiuti sono irrevocabilmente spesi per il particolare scopo di cui si parla, questo provvede un margine entro al quale i profitti totali che ci si aspetta su tutta la catena di investimenti successivi potrebbe cadere senza colpire i profitti derivanti da investimenti ulteriori che ancora servono a completare il processo.

Infatti, se il capitale fissato che è già stato creato è specificamente destinato per il particolare scopo di cui si parla, esso potrà chiaramente essere usato anche se il ritorno copre poco più del costo d’uso (ma non l’interesse e l’ammortamento); e dato che sarà interesse dei proprietari di tale capitale fissato utilizzarlo fintantoché essi riescono ad ricavare anche poco più dei semplici costi operativi, quasi tutto l’ammontare di quello che era originariamente previsto sarà guadagnato allorché interesse e ammortamento divengono disponibili, quasi come un premio d’investimento nei passi successivi del processo.

L’ammontare risparmiato dagli imprenditori in questi stadi successivi per acquistare i prodotti negli stadi precedenti, diventa disponibile per essere speso alla fine di questo processo, per il fatto che le attrezzature industriali esistono già. E più grande l’ammontare dell’investimento che già è stato speso confrontato con quello che è ancora richiesto per l’utilizzo delle attrezzature già esistenti, più grande sarà il tasso d’interesse che può vantaggiosamente essere destinato ad un aumento di capitale per questi investimenti che completano la catena.

“COMPLETARE GLI INVESTIMENTI” E IL TASSO D’INTERESSE

Ovviamente allora, la domanda di capitale in ogni particolare momento non dipende tanto dalla produttività che la struttura esistente di capitale reale avrebbe se completata – il programma a lungo termine della produttività dell’investimento – quanto dalla proporzione fra quella parte dello stesso che è già stata completata e quella parte che deve essere ancora aggiunta per completarlo Solo per una frazione molto piccola dell’investimento totale – gli investimenti marginali che rappresentano l’inizio di una nuova catena d’investimento – la domanda di fondi reagirà prontamente ad un cambiamento del tasso a cui si può prendere in prestito capitale. Per il resto, la domanda di capitale sarà altamente inelastica rispetto a cambiamenti nel tasso d’interesse.

Le conseguenze di ciò possono essere prontamente mostrate tramite un esempio schematico. Si assuma che gli investimenti passati siano stati guidati dalla previsione che un tasso d’interesse del quattro per cento si mantenga per qualche tempo, ma che per completare gli investimenti che sono stati iniziati secondo questa previsione, si richieda una maggiore offerta di capitale di fondi prestabili di quanta ce ne sarà effettivamente. Si assuma inoltre che, se gli investimenti nel recente passato sono stati guidati dalla previsione di un tasso d’interesse del cinque per cento, l’ammontare dei prestiti ulteriori richiesti per continuare questi processi d’investimento esaurisca esattamente l’offerta corrente di prestiti. Questo non significa che una volta che gli investimenti siano stati iniziati nella previsione di un tasso del quattro per cento, un aumento del tasso d’interesse fino al cinque per cento – ossia fino al numero che, se correttamente previsto, avrebbe rappresentato un tasso di equilibrio – sarà ora sufficiente a ridurre la domanda per prestiti esattamente fino al livello dell’offerta (di prestiti)

Se una parte considerevole dell’attrezzatura industriale che dovrà essere usato è già stato prodotto, converrà continuare molti investimenti, che non sarebbe mai stato profittevole iniziare se un tasso d’interesso del cinque per cento fosse stato previsto, anche ad un tasso molto superiore del cinque per cento. La perdita sarà interamente sostenuta da quegli imprenditori che nel passato, aspettandosi un tasso d’interesse minore, hanno già eretto nuove fabbriche et similia. Ma le concessioni che saranno obbligati a fare sul prezzo, ben sotto l’attuale costo di produzione, renderanno gli altri imprenditori, che essi riforniscono di equipaggiamento, capaci di continuare l’installazione di nuovi macchinari, cosa che non sarebbe stata possibile se gli sviluppi futuri fossero stati correttamente previsti a partire dalle condizioni iniziali.

La costruzione di una grande centrale idroelettrica, che sarebbe stata profittevole se il tasso d’interesse fosse rimasto al quattro per cento, si rivelerebbe invece poco profittevole all’aumentare del tasso d’interesse. Ma, una volta che essa sia costruita e che i prezzi dell’energia elettrica siano scelti in modo tale da ottenere il massimo profitto dalla spesa corrente, essa renderà necessario un aumento della domanda di capitale per l’installazione di motori elettrici et similia. Tale domanda non sarà ridotta sensibilmente neanche da un tasso d’interesse molto più alto del cinque per cento.

Quanto dovrà crescere il tasso d’interesse per far scendere la domanda dei prestiti fino a raggiungere l’offerta, dipenderà, come abbiamo visto, dalla proporzione fra quella parte dei processi d’investimento che è già stata completata prima che avvenisse l’aumento inaspettato del tasso d’interesse e quella parte della spesa totale in cui si deve ancora incorrere. Se, in un caso particolare, l’interesse al quattro per cento sul capitale già investito e l’ammortamento di tale capitale avrebbe rappresentato il 30 per cento sul prezzo previsto del prodotto finale (nella produzione di cui doveva essere usato) allora i sovrapprezzi derivanti dall’interesse relativo all’utilizzo della centrale esistente e i suoi prodotti avrebbero dovuto salire fino ad assorbile interamente questo 30 per cento sul prezzo finale, prima che la domanda di capitale per questo scopo diminuisse effettivamente. Se, sul rimanente 70 per cento del costo totale stimato del prodotto finale, al 15 per cento fosse applicato un interesse ulteriore del quattro per cento, i tassi d’interesse dovrebbero salire approssimativamente del 12 per cento prima che la profittabilità degli investimenti che completano il processo già iniziato siano ridotte allo zero.

Contro questa argomentazione si potrebbe obiettare che ignora completamente l’effetto dell’aumento dei tassi d’interesse sui presenti rimpiazzamenti del capitale negli “stadi iniziali” che ha in parte o del tutto perso il suo valore. È certamente vero che queste unità di equipaggiamento industriale non saranno rimpiazzate. Ma la conclusione che questo in qualche modo possa abbassare la domanda per investimento è certamente erronea.

Fintantoché queste unità nel normale corso delle cose avrebbero comunque dovuto essere rimpiazzate, questi rimpiazzi avrebbero dovuto essere finanziati attraverso l’ammortamento del guadagno presente. Non avrebbero dovuto costituire domanda sui fondi disponibili per investimenti. Ma se – e questo è più probabile – non sono ancora invecchiati, tanto da rendere necessario un rimpiazzo, l’ammortamento guadagnato sarebbe temporaneamente disponibile in qualche altro luogo.

Il fatto che nessun ammortamento, o solo una quota ridotta di esso sarà guadagnato, significherà una riduzione dell’offerta di fondi investibili, ossia, rappresenterà un fattore che tende ad alzare invece che abbassare il tasso d’interesse.

CAUSE DI DOMANDA URGENTE DI FONDI PER COMPLETARE L’INVESTIMENTO

Rimangono da considerare le cause che tendono a portare a tale situazione.

Sotto quali condizioni la domanda di capitale aggiuntivo necessario per completare una data struttura di capitale alza il tasso d’interesse fino a un numero molto più alto del tasso che è compatibile con il mantenimento permanente di tale struttura?

In principio la risposta è chiara. Ogni motivo che potrebbe portare il pubblico ad aspettarsi un tasso d’interesse più basso, o una più alta offerta di fondi investibili, di quella che ci sarà quando verrà il momento di utilizzarli, forzerà, nel modo che abbiamo suggerito, i tassi d’interesse ad alzarsi molto più di quanto avrebbero fatto se il pubblico non si fosse aspettato un tasso così basso.

Ma, mentre è vero che la diminuzione inaspettata nel tasso di risparmio o l’improvvisa apparizione di nuova domanda di capitale – una nuova invenzione, per esempio – potrebbe rendere possibile questa situazione, la causa più importante di tali false aspettative probabilmente è un incremento temporaneo dell’offerta di tali fondi attraverso l’espansione del credito ad un tasso che non può essere mantenuto. In questo caso, l’incrementata quantità dell’investimento corrente indurrà il pubblico ad aspettarsi la continuazione dell’investimento ad un tasso simile per qualche tempo, e di conseguenza ad investire adesso in una forma che richiede un investimento ulteriore ad un tasso simile.1

Ciò che determina l’ammontare dell’investimento futuro non è tanto la quantità dell’investimento corrente, ma la direzione che prende – il tipo di beni capitali che sono prodotti – che determina l’ammontare di investimento futuro richiesto se l’investimento corrente ha da essere incorporato con successo nella struttura di produzione.

Ma è l’ammontare dell’investimento reso possibile dall’offerta corrente di fondi che determina le attese circa il futuro tasso d’interesse e dunque la forma in cui la tesi principale di questo articolo è stata originariamente formulata. Un incremento nel tasso d’investimento o nella quantità di beni capitali, potrebbe avere l’effetto di aumentare piuttosto che abbassare il tasso d’interesse, se questo incremento ha aumentato l’aspettativa di un’offerta futura maggiore di fondi investibili, rispetto a quella che effettivamente ci sarà.

Se questa proposizione è corretta, e se le sue assunzioni sono empiricamente giustificate, questo significa che la più parte dell’analisi puramente monetaria del ciclo economico che ora va per la maggiore è basata su fondamenti davvero insufficienti. Se ciò è corretto, la tipica assunzione che il ritorno d’investimento stimato, o la “efficienza marginale di capitale”, può essere trattata come una semplice funzione decrescente che dipende dalla quantità di beni capitali esistenti, o dal tasso d’investimento corrente, dovrà essere abbandonata e con essa gran parte dell’argomento che si basa sulla supposta tendenza della “efficienza marginale di capitale” a cadere più rapidamente del tasso d’interesse sulla moneta.

Se l’investimento passato si trova spesso a rendere l’investimento successivo più profittevole, questo dovrebbe significare anche che l’aumento del tasso d’interesse verso la fine del boom – che moltissimi autori ritengono possa essere spiegato solo da fattori monetari che influenzano l’offerta di fondi prestabili– può essere adeguatamente spiegato da fattori reali che influenzano la domanda. Inoltre, questo mostra che un’analisi puramente monetaria, formulata in termini di meri tassi d’investimento senza analizzare la struttura concreta di questi investimenti e l’influenza che i fattori monetari possono avere su questa struttura di produzione reale, è vincolata a trascurare alcuni degli elementi più significativi nel disegno generale. E, forse, spiegherebbe perché un’analisi accurata della struttura temporale della produzione (non in termini di una “medio” periodo di produzione) è una base necessaria per un’analisi soddisfacente del ciclo economico.

1 Per un’esposizione in un certo modo più complete di queste connessioni si vedano i miei articoli “Preiserwartungen, monetäre Störungen und Fehlinvestitionen,” NationalØkonomisk Tidsskrift, Vol. 73/3 (1935) (anche in versione francese nella Revue des Sciences Economiques, Liege, October, 1935), e “The Maintenance of Capital,” Economica, II (New series, August, 1935), in particolare pp. 268 e seguenti.

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In un’economia di mercato il denaro è importante, ma non fondamentale

Ven, 16/09/2016 - 08:29

Quando si guarda al cuore dell’economia, molto spesso la maggior parte delle persone pensa istintivamente al denaro. In quanto merce di scambio, e quindi altamente riconosciuto, esso gioca indubbiamente un ruolo importante all’interno della vita quotidiana degli individui. Non c’è da meravigliarsi se sia sulla bocca di tutti e nelle mani di tutti, così come nei pensieri di tutti. Ma è davvero così importante come crede la maggior parte degli individui? È davvero così importante come crede una determinata cerchia di accademici? Quanto dell’attività economica è influenzata realmente dal denaro? Queste sono tutte domande che all’apparenza sembrano scontante e sicuramente lo sono per chi non dispone di una teoria del capitale solida e coerente. In questo modo è facile ridurre tutte le soluzioni ai problemi economici a “semplici” manipolazioni degli aggregati monetari.

Travisando l’argomento chiave, si alimenta una fucina di errori che vanno a distorcere la percezione della realtà e con essa inficiare un andamento genuino dell’attività economica. Indirizzare la propria critica ai vari errori che scaturiscono dall’errore fondamentale è ovviamente una pratica controproducente, ma è pratica comune da parte della maggior parte dei critici. Sebbene abbiano tutte le ragioni di questo mondo a disinnescare bombe ideologiche simili, non si accorgono come tale sia solamente uno spreco di energie e attenzioni. Perché? Perché la maggior parte dei lettori non è in grado di seguire lunghe catene di ragionamento. Figuriamoci se queste si dipanano lungo una serie “infinita” di critiche ad una miriade di argomenti diversi.

Grattare lo strato su cui si sono sedimentati errori ideologici su errori ideologici non è sufficiente. È necessario scavare fino alla radice ignorando i vari strati di errori che nel tempo si sono sedimentati. Oggi inizieremo proprio da lì.

 

ALLE ORIGINI

Perché il denaro è così importante? In realtà non lo è. È utile, certo, ma non è importante nella vita di tutti i giorni, così come non lo è nel tessuto produttivo della società. Il suo ruolo si inserisce nel grande arazzo chiamato tessuto economico e, così come altri motivi sulla sua superficie, è indispensabile per capire il disegno nel suo complesso. Ciò significa che la mancanza di uno solo di questi motivi rappresenta la base per distorcere inevitabilmente il significato e il senso del disegno rappresentato sull’arazzo. Il denaro si inserisce in questo contesto e, sebbene rappresenti il motivo più ampio, la sua importanza è diluita nel complesso degli altri motivi. Perché? Perché è nell’occhio dell’osservatore che si viene a creare la comprensione del disegno rappresentato dall’arazzo. Questo significa che il punto fermo da cui bisogna partire quando si vuole analizzare il tessuto economico, è l’individuo agente.

Attraverso le sue azioni egli mette in atto quelli che sono i suoi desideri e le sue necessità, creando all’interno del tessuto economico una serie di movimenti che hanno una causa ed un effetto. L’importanza delle azioni degli individui agenti è proprio questa: influenzano in modo preponderante causa/effetto in economia. Ciò vale anche per il denaro. Pensate solo per un momento a Bitcoin: che valore avrebbe avuto se non fosse stato ampiamente commerciato dalla maggior parte degli attori di mercato?

Le azioni degli individui agenti sono il cuore dell’economia e attraverso il loro studio possiamo attribuire potenziali valori assegnati ai vari elementi costituenti l’ambiente economico. Infatti, sebbene l’imprevedibilità delle azioni umane non ci permetta d’essere assoluti, possiamo affermare senza paura d’essere smentiti che le azioni umane sono volte a massimizzare due parametri fondamentali della nostra vita: tempo ed efficienza. Attraverso di essi possiamo strutturare meglio la nostra esistenza e migliorarla dal punto di vista della condizione e del benessere. In particolar modo, il fenomeno dell’azione umana è un fenomeno apodittico, poiché con essa gli esseri umani affermano la vita e di conseguenza la volontà di migliorarla.

Facendo ricorso alle azioni umane, quindi, gli individui agenti stilano una scala di priorità nella loro vita e attraverso di essa scelgono quegli elementi più importanti nella loro vita. Una conseguenza di questa scelta è il valore d’uso conferito ad ogni elemento preso in considerazione. Tale processo è noto come “economizzazione” delle risorse economiche, ovvero, la valutazione e la distinzione d’uso dei vari elementi presi in considerazione dall’essere umano; in questo modo egli differenzia tra bene di consumo e bene strumentale i vari elementi presenti nell’ambiente economico, assegnando ad ognuno un costo di opportunità che è pronto a pagare in caso di errore. Nel corso del tempo l’individuo agente è passato attraverso diverse organizzazioni sociali che hanno caratterizzato i suoi rapporti e relazioni con gli altri esseri agenti, passando quindi da stati autarchici a stati cooperativi. È solo attraverso questi ultimi che l’essere umano è riuscito a sviluppare una struttura sociale grazie alla quale ha potuto vincere lo scontro con la sopravvivenza della propria razza, assestando colpi fatali alla povertà e all’inedia. La cooperazione tra gli esseri umani s’è rivelata, quindi, la carta vincente per conquistarsi un posto rivelante nella storia del mondo.

La cooperazione, ovviamente, crea aggregati sociali in cui i vari individui agenti comunicano attraverso il linguaggio commerciale: lo scambio. Migliorare, quindi, la propria condizione individuale ha significato entrare in contatto con altri esseri agenti per soddisfarne necessità e desideri in modo da soddisfare i propri. L’autarchia, infatti, permetteva agli individui d’entrare in possesso di una ristretta gamma di elementi coi quali la vita acquistava un tono grigio e malinconico. Sebbene la sussistenza sia il primo problema che l’essere umano tenda a risolvere, il ventaglio dei suoi desideri è pressoché infinito e comunicare attraverso lo scambio con altri esseri umani gli ha permesso di esplorarlo con maggiore profondità. In poche parole, l’essere umano ha iniziato a scalare la Piramide di Maslow. Ciò ha significato che ogni volta che una porzione di tale Piramide veniva garantita da una solida produzione, si sarebbe passati a quella successiva. Ad esempio, una volta che l’offerta di pane sarebbe stata garantita ogni giorno a quante più persone possibili, gli individui agenti avrebbero potuto anche preoccuparsi della produzione di pizza. Le economie di scala hanno aiutato non poco in questa operazione.

Sta di fatto che ciò che hanno ricercato con costanza e perseveranza gli individui agenti è stata una specializzazione delle loro mansioni. Più sarebbe stata raffinata la loro produzione, più avrebbero avuto la possibilità di attirare le attenzioni di un gruppo più ampio di individui agenti, e più questi ultimi sarebbero stati disposti a scambiare la loro produzione. In altre parole, gli individui agenti avrebbero iniziato a tessere la tela dell’arazzo. Più l’offerta dei loro beni sarebbe circolata, più avrebbero avuto la possibilità di entrare in possesso di una serie di beni tutti diversi tra loro, potendo quindi migliorare in modo esponenziale la loro condizione di vita e benessere. Fin qui, ovviamente, tutto bene poiché parrebbe un posto idilliaco in cui vivere, visto che tutti potrebbero entrare in possesso di ciò che desiderano in un solo e semplice scambio. Ma le cose non sono andate così, perché l’imprevedibilità giocata dalle azioni dell’essere umano è un fenomeno che, nonostante possa essere fonte d’incertezza, incarna lo scudo attraverso il quale potersi difendere da qualsiasi atto manipolatorio esterno a lungo termine.

Questo significa che in una società con forti possibilità di crescita, il bacino di desideri e necessità da soddisfare si sarebbe ramificato in rivoli altamente dispersivi e difficilmente controllabili. A sua volta, questo significa che sarebbero stati necessari una serie estenuante di scambi affinché tutti i desideri all’interno del tessuto economico potessero essere soddisfatti. Come abbiamo detto in precedenza, i due parametri che la maggior parte degli individui tiene a tendere in alta considerazione sono tempo ed efficienza. Di conseguenza girare per la città tutto il giorno per portare a termine una serie estenuante di scambi e poter quindi entrare in possesso dell’elemento finale desiderato, è quanto di meno efficiente possa esistere. Per non parlare dello spreco di tempo. Infatti, la “doppia coincidenza dei valori” sarebbe stato l’ostacolo principale affrontato dagli scambi tra individui agenti, oltre al problema secondario della divisione del capitale da commerciare. Vale a dire, era arduo scambiare una mucca per una sedia.

Ciò di cui si necessitava era un “intermediario”. Gli attori di mercato pensavano in questi termini? Assolutamente no. Non si sono mai posti il problema. Come ricordato in precedenza, uno dei loro desideri più pressanti era quello di migliorare tempo ed efficienza nella loro vita. Questo vuol dire che hanno iniziato ad utilizzare involontariamente quelle merci che avevano una certa frequenza di scambio all’interno della società come mezzo intermedio con il quale raggiungere lo scopo che si erano prefissati all’inizio dello scambio. Vale a dire, se un attore di mercato aveva inizialmente intenzione di entrare in possesso del pane del panettiere, ma quest’ultimo era allergico al pesce che pescava, allora l’attore di mercato avrebbe potuto scambiare il pesce con il sale (la merce con il più alto valore di scambio all’interno di quella società) e quest’ultimo con il pane. Col passare del tempo, quindi, la merce con un alto valore di scambio all’interno della società avrebbe acquisito anche un alto valore d’uso, elevandola infine a merce di scambio.

Il processo spontaneo con cui è venuto in essere il denaro non è affatto unico all’interno della società. Infatti se prendete ad esempio la lingua, essa non è altro che una serie di convenzioni accettate dagli attori di mercato per facilitare la comunicazione verbale tra di essi. Nessuno ha inventato la lingua, bensì essa è stata il risultato di migliaia di anni d’evoluzione. Noi parliamo la nostra lingua perché con essa siamo in grado di esprimere nel minor tempo possibile e nel modo più chiaro possibile agli altri il nostro pensiero. Allo stesso modo, col denaro riusciamo a soddisfare i nostri desideri nel minor tempo possibile e col minimo sforzo. Non solo, ma diminuendo drasticamente i tempi dei vari scambi all’interno della società il denaro ha permesso agli attori di mercato di dedicare più tempo alla produzione dei loro manufatti e in questo modo ha permesso una maggiore specializzazione. La divisione del lavoro ha affondato le radici nella piramide di Maslow e ha permesso agli attori di mercato di scalarla con una maggiore facilità.

Quindi non è esistito nessun fondatore o mente lungimirante che un giorno ha creato in qualche modo la prima merce definita “denaro”. Sono stati gli attori di mercato che attraverso le loro preferenze soggettive e le loro priorità, hanno conferito utilità ad una determinata merce elevandola a mezzo di scambio. Nel corso del tempo l’oro s’è dimostrato la forma di denaro con più utilità marginale a suo favore, in virtù delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e storiche.

 

QUANTA UTILITÀ MARGINALE POSSIEDE L’OFFERTA DI MONETA?

L’utilizzo di un mezzo di scambio e quindi il passaggio ad un’economia a scambio indiretto ha senza dubbio aiutato l’essere umano a progredire significativamente lungo il percorso della storia, permettendo alle varie unità che compongono l’umanità di sviluppare metodi di produzione nuovi e più raffinati con cui elevare la società nel suo complesso. Il XIX secolo ha visto un’impennata improvvisa di questo processo. E non ci siamo ancora fermati, e non c’è ragione alcuna per ritenere che ci possiamo fermare. Ma cosa ha fatto progredire, nello specifico, l’essere umano? Possibile che sia stato il denaro? Infatti la risposta è no, non è stato il denaro. Eppure viene considerato un elemento fondamentale all’interno dell’attuale società. Molte teorie, sia nel ramo economico che in altri rami di studio, hanno preso come punto centrale delle loro analisi o critiche il denaro.

Ma si sbagliavano. Il denaro, la merce più commerciata, non è fondamentale all’interno della rete di azioni individuali che compongono la società. Anche il denaro è sottoposto alla fatidica regola dell’utilità marginale, la quale decresce al decrescere delle priorità degli attori di mercato. Meno soddisfa le loro necessità, meno sarà utilizzato. E qualora abbandonato, verrà sostituito da qualcos’altro di più efficiente e in sintonia con la volontà degli attori di mercato. Ma se il denaro non è importante ai fini di un’analisi economica, cosa lo è? L’imprenditoria. La creatività. La produttività. In poche parole, lo smaltimento di tutti quegli ostacoli che si frappongono sulla strada lungo il miglioramento del benessere e della vita degli attori di mercato.

In questo senso l’uso del denaro è servito a ridurre i tempi degli scambi ed a migliorare l’efficienza con cui venivano portati a termine. In questo modo il mezzo di scambio, o denaro, ha pian piano ricoperto il ruolo di ingranaggio importante all’interno del meccanismo dei mercati; ma questi ultimi sono essenzialmente una serie di ingranaggi che lavorano per permettere agli attori di mercato di soddisfare al meglio i loro desideri.

La maggior parte di questi ultimi, infatti, non dà alcun peso alle varie statistiche riguardanti l’offerta monetaria quando va a fare la spesa. Ma questo non vuol dire che il denaro non influenzi il loro calcolo economico quando devono rapportarsi con l’ambiente economico per stabilire il prezzo di un prodotto. I prezzi, infatti, non sono altro che informazioni all’interno del panorama economico che permettono agli attori di mercato di comunicare tra di loro e, in base alla loro conoscenza, prendere decisioni. E anche il denaro ha un prezzo, perché è una merce come qualsiasi altra. Il tasso d’interesse, infatti, potremmo definirlo il “prezzo” del denaro. Grazie ad esso viene rispecchiata la preferenza temporale degli attori di mercato, e in questo modo avere un’idea più precisa di quando prendere in prestito denaro o risparmiarlo.

Di conseguenza, essendo il denaro un ingranaggio importante all’interno del processo di mercato, il tasso d’interesse, a sua volta, ricopre un ruolo importante nel suddetto processo poiché influenzante il resto dei prezzi presenti nell’ambiente di mercato. Facciamo un esempio. Immaginate di dover coltivare un orto, questo vuol dire piantare le relative piante di verdure che andranno a comporre suddetto orto. Al che bisognerà attendere il tempo necessario per veder crescere e poi maturare le colture piantate. Ciò richiede un investimento precedente che non rappresenta altro che l’aspettativa di un ritorno maggiore in futuro. Da cosa dipende questo “ritorno maggiore in futuro”? Dal tasso d’interesse

Le decisioni prese da milioni di agricoltori vanno ad influenzare i prezzi delle colture che coltivano, e questo a sua volta influenza le decisioni dei consumatori di comprare o astenersi dal comprare. E all’apice di questo albero di decisioni c’è il tasso d’interesse che funge da coordinamento della produzione, di conseguenza ogni manipolazione artificiale di tale tasso influisce pesantemente sulla produzione futura e sul consumo futuro. È per questo motivo che la pianificazione monetaria centrale delle banche centrali è assai pericolosa per l’ambiente economico nel suo complesso, visto che si prefigge di influenzare positivamente il tasso d’interesse di riferimento. Non lo controlla direttamente, ma modificando arbitrariamente l’offerta di moneta esistente tende a distorcerlo e mandare nell’ambiente economico segnali di mercato distorti.

A questo proposito, infatti, c’è un altro mito che aleggia nelle discussioni riguardanti il denaro, il quale lo renderebbero un elemento fondamentale da manipolare affinché si possa dirigere l’intera società verso lidi di presunta prosperità. Questo mito, nello specifico, recita che più il denaro circola, più possibilità ci saranno per progredire economicamente e favorire le attività economiche. Attenzione, perché questo non è solamente un mito che circola tra la popolazione, lo è diventato perché i banchieri centrali hanno investito le loro azioni con una patina di scientificità attraverso l’utilizzo di equazioni matematiche. In pratica, hanno cercato di bypassare le scelte degli attori di mercato sventolando il feticcio dell’econometria, scienza alla base delle loro decisioni.

Nel particolar caso dell’offerta di moneta, essi fanno riferimento all’equazione di scambio nota come equazione di Fisher: M*V = P*T, dove M sta per offerta di denaro, V sta per velocità con cui circola, P sta per media dei prezzi, e T rappresenta il totale delle transazioni. Molti economisti tendono a reputare costanti i parametri V e T, in questo modo concludono che modificando l’offerta di moneta i banchieri centrali possano controllare direttamente l’andamento dei prezzi e la crescita economica di un paese.

 

Il crollo della velocità di circolazione del denaro sin dall’inizio della Grande Recessione è stato usato dai banchieri centrali per inondare i mercati finanziari con denaro fiat ex novo, reputando questa la soluzione ai problemi attanaglianti anche il PIL (T) e la media dei prezzi (P). Per combattere una discesa della media dei prezzi, un PIL stagnante e un crollo della velocità del denaro, sono state implementate misure monetarie straordinarie. Ma come ho detto in precedenza, il denaro è importante in un’economia di mercato, ma non è fondamentale. Perché? Perché ciò che scambiamo nelle nostre transazioni non è il denaro, bensì la nostra produzione precedentemente creata per lo scopo specifico di entrare in possesso di quegli elementi che più desideriamo e che sono nella parte superiore del nostro elenco di priorità.

Lo scopo degli scambi degli attori di mercato, quindi, è quello di entrare in possesso della produzione altrui e per farlo hanno bisogno di un mezzo attraverso il quale facilitare suddetto scambio. Il denaro funge esattamente da “facilitatore” degli scambi tra attori di mercato, permettendo loro di risparmiare tempo e aumentando significativamente l’efficienza con cui portare a termine i loro scambi. È ininfluente il numero di volte in cui circola una banconota presumendo che tal parametro possa fomentare una crescita economica, perché ciò che conta è il possesso di un bene che deve in ultima analisi essere scambiato per un altro.

(Senza contare che l’equazione di Fisher non è altro che un’inutile tautologia, dal momento che potremmo riproporla in suddetti termini V = P*T/M. Ma se questo è vero, allora l’equazione originale potremmo riconsiderarla secondo questi termini: M* (P*T/M) = P*T, ovvero, P*T = P*T. Questo sarebbe come dire che €10 sono uguali a €10.)

 

L’OGGETTO INAMOVIBILE SI SCONTRERÀ CON L’OGGETTO IN MOVIMENTO

Quindi, qualsiasi soluzione si voglia implementare, sia che si tratti di banchieri centrali sia che si tratti di eccentrici monetari, la via del denaro non è altro che uno specchietto per le allodole con cui attirare in trappola gli sprovveduti. Come abbiamo visto, è la produzione il centro focale su cui si basano gli scambi commerciali tra attori di mercato, di conseguenza in assenza di produzione una maggiorazione dell’offerta monetaria è semplicemente un esercizio truffaldino con cui imbastire una falsa ripresa e ridistribuire la ricchezza reale all’interno del tessuto economico.

Ma ciò significa un consumo di risorse economiche senza una creazione precedente. Non solo, ma durante la consumazione si ha l’illusione che l’abbondanza di denaro sia un fenomeno correlato ad una relativa abbondanza di fondi mutuabili, i quali, a seguito di un calo del tasso d’interesse, segnalano la presenza di risparmiatori disposti a prestarli. I progetti industriali più a lungo termine diventano automaticamente percorribili, e intorno ad essi vengono attirati capitali umani e materiali. A cascata questi segnali economici distorcono i vari stadi della produzione, andando a sfornare elementi che hanno poca o nessuna utilità agli occhi degli attori di mercato.

Ciò significa che non appena la creazione di denaro fiat ex novo smette, suddetti progetti industriali si dimostrano per quello che sono: investimenti improduttivi. I tassi d’interesse aumentano, i fondi mutuabili spariscono, la mancanza di profitti manda in bancarotta quelle industrie a più alta intensità di beni capitali, i lavoratori finiscono sulla strada e i fallimenti a catena inducono una pulizia dei mercati. Ma tali eventi, nei precedenti cicli di boom/bust, sono sempre stati preceduti da rialzi dei tassi.

Qual è il problema? Tutte le principali banche centrali del mondo, eccetto la FED, stanno inflazionando la loro massa monetaria e il loro bilancio. A seguito dello scoppio della Grande Recessione, sono state implementate politiche monetarie straordinarie che avrebbero dovuto fungere da scintilla per una ripresa economica. Ovvero, attraverso il salvataggio di attività economiche privilegiate, si sperava di scatenare un effetto ricchezza a cascata all’interno del tessuto economico e rimandare nel tempo il dolore economico della pulizia dei mercati. O almeno così presumevano. Questo perché nel mondo reale esistono i bilanci e quelli di famiglie e piccole/medie imprese avevano raggiunto il limite della loro capacità di carico.

Di conseguenza la maggior parte del denaro fiat ex novo è rimasto confinato nel circuito finanziario, dove ha alimentato una serie di bolle speculative altamente incendiarie. L’inflazione dei prezzi degli asset ne ha abbassato drasticamente i rendimenti e ha costretto le varie figure nei mercati mondiali a sottoscrivere affari sempre più rischiosi, alla ricerca di rendimenti decenti alla fine dell’anno. Ciò ha disseminato i mercati mondiali di ordigni finanziari esplosivi e pachidermi societari che invece sarebbero dovuti fallire. Entità economicamente obsolete sono prosperate a scapito dell’economia più ampia che invece ha continuato ad arrancare per via della sottrazione di risorse economiche scarse da parte di suddette entità grazie alla manna monetaria delle banche centrali.

La pseudo-stabilità di cui siamo testimoni oggigiorno non è il risultato di un boom genuino dell’economia, bensì la fase di semi-boom indotta dalle azioni delle banche centrali e mirata ad evitare il bust con tutte le sue conseguenze. Problema: più le banche centrali interferiscono con i segnali di mercato, più diventano cieche nei confronti degli esiti delle loro azioni. Questo perché non fanno altro che diffondere un mispricing osceno di capitale e debito, il quale fomenta la creazione di ingenti errori economici necessitanti una pulizia. Ad esempio, se osserviamo il cosiddetto “indice della paura”, il VIX, noteremo che esso è rimasto praticamente ai minimi fino a poco prima lo scoppio della precedente bolla immobiliare. Poi, d’improvviso, è schizzato verso l’alto.

 

La falsificazione della percezione dei partecipanti ai mercati mondiali era stata talmente vasta, che aveva diffuso un senso di ottimismo ingiustificato e convinzione che il boom sarebbe andato avanti per sempre. Per quanto possa essere diffuso questo ottimismo, alla base dei mercati ci sono risorse economiche scarse che se sprecate richiedono un prezzo da pagare. E alla fine, se i pianificatori monetari centrali non vogliono far andare le cose fuori controllo, devono assecondare le forze di mercato. Ma per salvare quelle entità protette dal loro cartello, i pianificatori centrali devono fare qualsiasi cosa in loro potere per non permettere al bust di mandarle fallite. È per questo motivo che è stato lanciato il QE insieme alla ZIRP come misure economiche straordinarie in grado di bilanciare una situazione disperata come quella proposta dalla Grande Recessione.

In realtà, quest’ultima altro non era che il risultato catastrofico delle precedenti intrusioni delle banche centrali nei mercati mondiali. E, come potete vedere dai grafici qui sotto, sono ormai intrappolate nella loro presunzione di conoscenza. I mercati degli asset e le entità obsolete che hanno salvato sono talmente dipendenti dall’allentamento monetario, che anche minuscoli aumenti dei tassi possono destabilizzare la loro capacità di rimanere a galla. Questo è il motivo per cui le banche centrali hanno aumentato la loro Gigantesca Offerta d’Acquisto. Questo è il motivo per cui la FED, ad esempio, ha finora rimandato ulteriori normalizzazioni dei tassi. Ed è sempre per questo motivo per cui sarà praticamente impossibile per le banche centrali diminuire l’ammontare dei loro bilanci.

 

 

 

Main Street, ormai, è fuori dai giochi e non ha alcun interesse per un qualsiasi eventuale aumento del tasso dei fondi federali. L’unico aumento che il debito delle famiglie ha visto sin dalla Grande Recessione è stato causato dai prestiti per studenti (garantiti dallo stato) e dai prestiti per automobili (garantiti da veicoli sopravvalutati). Gli immobili, che in passato erano stati utilizzati come bancomat, non sono più ipotecabili, né i salari possono garantire ulteriori botte di nuovo credito visto che per anni sono stati sottoposti ad una leva finanziaria fasulla. In parole povere, non hanno null’altro da impegnare e quindi sono tornate a spendere “alla vecchia maniera”: attingendo dal proprio reddito. Quindi gli sbalzi nei tassi d’interesse di riferimento non avranno impatto su Main Street, ma ce l’avranno invece su quelle attività che fino ad oggi hanno gozzovigliato col credito facile: grandi imprese, grandi banche commerciali, stato.
Le pagliacciate accademiche della filosofia economica keynesiana hanno i giorni contati, così come l’attuale situazione economica che hanno fomentato con le loro dottrine. Il prossimo 21 settembre vedremo come agirà la FED, ma ad ogni modo ha esaurito le sue munizioni. Se procederà ad un rialzo dei tassi i mercati saranno presi da una necessità impellente di vendere. Mentre invece se proseguirà a voler rimandare ancora una volta il suo fatidico rialzo dei tassi, con la scusa dei “dati in entrata” deludenti, dovrà preoccuparsi di altri paesi del mondo che potrebbero lanciare un contagio finanziario (come Giappone, Europa, Cina). Inoltre, di fronte a queste minacce economiche estere, è a corto di polvere da sparo: non può scivolare nella NIRP senza scatenare una rivolta populista capeggiata da Trump e non può lanciare un nuovo stimolo monetario senza dichiarare il fallimento di quelli precedenti.

Quindi, con o senza rialzi dei tassi, il prossimo 21 settembre sarà un giorno da monitorare con cura poiché la situazione economica in cui siamo immersi non potrà far altro che scatenare un pandemonio nei mercati mondiali. I robo-trader probabilmente capiranno che non basteranno più le parole di zia Janet a rafforzare la fiducia, unica moneta che ormai regna sovrana nei mercati mondiali. Ma così come mostrato nel grafico del VIX, quando entra in vigore questa moneta, l’imprevedibilità dei risultati può causare un bagno di sangue o guadagni esorbitanti per chi è abbastanza lungimirante e attento a ciò che lo circonda.

 

RIPARTIRE DA BASI SOLIDE

In virtù di quanto detto, quindi, non bisognerebbe allarmarsi quando le forze deflazionistiche scatenate dal bust entrano in azione e tentano di ripulire l’ambiente economico dagli errori del passato. Ciò di cui saremo protagonisti non è una fase economica depressiva senza sbocchi concreti. Saremo invece protagonisti di un riallineamento delle informazioni di mercato che in precedenza erano stato offuscate dalle politiche interventiste centrali. Una maggiore chiarezza nella circolazione di suddette informazioni permetterà agli attori di mercato di comunicare con quanta più precisione possibile, la conoscenza in loro possesso. La crescita economica scaturirà dalla libera interazione degli attori di mercato e dalla loro capacità di fare affari ad un certo prezzo.

Come ho indicato in questo articolo, ricorrere alla fallacia della maggiorazione delle unità del mezzo di scambio non produce affatto ricchezza reale per gli attori di mercato. Questo perché non c’è scambio di produzione, bensì consumazione di quella esistente. La cosiddetta guerra alla deflazione e il raggiungimento di un fatidico numero legato all’inflazione dei prezzi, sono trucchi per giustificare l’esistenza di una ristretta cerchia d’individui presumibilmente in grado di guidare verso lidi di prosperità l’intera società. Il ruolo dei consumatori viene usurpato da queste figure tronfie di presunta onniscienza.

Cercano di sostituire il loro giudizio a quello degli attori di mercato, ma nella loro presunzione di conoscenza non si accorgono di come diventano ciechi ad ogni passo che fanno verso tale direzione. Ciò può andare avanti fino a quando il bacino dei risparmi reali è in crescita, ma una volta che inizia a stagnare, o peggio a declinare, i giorni dell’élite finanziaria e monetaria sono contati. Già oggi possiamo osservare come la legge dei rendimenti decrescenti è al lavoro per assicurarci questo esito. Successivamente si dovrà ripartire da basi solide se ci si vuole lasciare alle spalle l’attuale sistema economico e le storture che lo hanno accompagnato fin dal 1914. Ciò vuol dire ritornare proprio a questa data dal punto di vista monetario, ovvero, ripartire da dove ci siamo letteralmente fermati.

In altre parole, permettere alle forze di mercato di avere pieno effetto sull’ambiente economico, senza distorsioni o rallentamenti di sorta posti in essere da entità centrali. Molto probabilmente ciò significherà un ritorno ad una moneta coperta dall’oro; almeno come punto di partenza. Ciò, a sua volta, significherà che le valute mondiali di oggi torneranno ad essere quello che rappresentavano allora: un riferimento al peso in oro delle monete circolanti in paesi diversi. Non è un caso se le principali banche centrali si sono trasformate da venditrici d’oro in acquirenti d’oro. Il vento sta cambiando.

 

CONCLUSIONE

Il ruolo principale del denaro è quello di mezzo di scambio, il quale ci permette di scambiare qualcosa che abbiamo per qualcosa che vogliamo. Affinché ciò possa verificarsi, un individuo deve avere qualcosa di utile che può dare in cambio. Una volta che entra in possesso del denaro, può quindi scambiarlo per i beni che vuole. Qui abbiamo, in sostanza, uno scambio di qualcosa per qualcosa.

Invece quando abbiamo una situazione in cui si crea denaro dal “nulla”, si va ad incentivare uno scambio di nulla per qualcosa. Ciò non fa altro che consumare il bacino dei beni reali ed indebolire quelle attività economiche che producono ricchezza reale. Intervenire sul denaro, quindi, altro non è che un palliativo di breve termine, mentre non fa nulla per risolvere i problemi di lungo termine legati sostanzialmente alla produzione e al disallineamento dei parametri cruciali di mercato.

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Possiamo ancora evitare l’inflazione?

Lun, 12/09/2016 - 08:41

In un senso, la domanda posta nel titolo di questa lezione è puramente retorica. Spero che nessuno di voi abbia sospettato neanche per un momento che io dubiti che ci sia tecnicamente alcun problema nel fermare l’inflazione. Se le autorità monetarie davvero lo volessero e fossero preparate ad accettarne le conseguenze, potrebbero sempre farlo praticamente nel giro di una notte. Controllano completamente la base della piramide creditizia e, a questo scopo, basterebbe un annuncio credibile del fatto che non aumenteranno la quantità di banconote in circolazione ed i depositi bancari ma che, se necessario, li diminuiranno.

Al riguardo gli economisti non hanno alcun dubbio. Ciò che mi preoccupa non sono le possibilità tecniche, ma quelle politiche. Qui infatti siamo di fronte ad un compito così difficile che sempre più persone, incluse quelle molto competenti, si sono rassegnate all’idea dell’inevitabilità di un’inflazione che continua indefinitamente. Non conosco infatti alcun serio tentativo di mostrare come possiamo superare questi ostacoli che risiedono non nel campo monetario, ma in quello politico. E neppure io possiedo la panacea sicuramente applicabile ed efficace nelle condizioni in cui ci troviamo. Ma non penso che sia un compito al di là dell’ingegno umano, una volta che si sia capita in generale l’urgenza del problema.

Il mio principale scopo questa sera è spiegare chiaramente perché dobbiamo fermare l’inflazione se vogliamo mantenere una vitale società di uomini liberi. Una volta che si sia esattamente capita questa urgente necessità, spero che le persone avranno il coraggio di afferrare quei ferri roventi cui bisogna mettere mano per rimuovere gli ostacoli politici e per avere una chance di ristabilire una efficiente economia di mercato.

Nei resoconti dei libri di testo elementari, e probabilmente nella mente del pubblico in generale, si considera solamente un effetto dannoso dell’inflazione, quello che influisce sulle relazioni fra debitori e creditori. Chiaramente, un’imprevista svalutazione del valore della moneta danneggia i creditori ed avvantaggia i debitori. Questo è un importante effetto dell’inflazione, ma non è per nulla il più importante. E, dato che sono i creditori ad essere danneggiati ed i debitori ad avvantaggiarsene, la maggior parte delle persone non vi presterà particolare attenzione, almeno finché non si renderà conto che nella società moderna la più numerosa e importante categoria di creditori è costituita dai lavoratori salariati e dai piccoli risparmiatori, mentre i gruppi più rappresentativi di debitori che per primi guadagnano dall’inflazione sono le imprese e le istituzioni creditizie.

Ma non voglio indugiare troppo su questo noto effetto dell’inflazione che è anche quello che più velocemente tende a correggersi da solo. Vent’anni fa avevo ancora qualche difficoltà a far credere ai miei studenti che se fosse stato generalmente previsto un aumento del tasso annuo dei prezzi del 5%, ci saremmo trovati con tassi di interesse del 9-10% o più. Sembra che ci sia ancora un certo numero di persone che non ha ancora capito che tassi di questo genere sono destinati a durare a lungo finché continua l’inflazione. Comunque, finché le cose stanno così, e i creditori capiscono che solo una parte dei loro ricavi sono guadagni netti, almeno i prestatori a breve termine hanno pochi motivi per lamentarsi (anche se i creditori a lungo termine, come i sottoscrittori di prestiti governativi e altre obbligazioni, rimangono in parte espropriati).

Ad ogni modo, esiste un altro aspetto più indiretto di questo processo e che a questo punto merita di essere brevemente menzionato. Cioè che l’inflazione mina l’attendibilità di ogni pratica di contabilità ed è destinata a far risaltare i falsi profitti molto più dei veri guadagni. Chiaramente, un saggio amministratore potrebbe, almeno in generale, tener conto anche di questo e considerare come profitto solo quello che rimane dopo che abbia computato la svalutazione monetaria che influisce sui costi di sostituzione del capitale a lui affidato. Tuttavia, l’agente delle tasse non gli permetterà di farlo e insisterà per tassare tutti gli pseudo-profitti. Una tassazione siffatta è semplicemente una confisca di una parte del capitale e può diventare una questione particolarmente seria in caso di rapida inflazione.

Ma tutto ciò è argomento familiare, questioni che volevo solo ricordarvi prima di passare agli effetti meno evidenti dell’inflazione, ma proprio per questo motivo più pericolosi.

L’analisi convenzionale riportata nella più parte dei libri di testo procede come se un aumento nei prezzi medi significasse che tutti i prezzi aumentano allo stesso tempo più o meno della stessa percentuale, o che almeno questo sia vero per tutti i prezzi determinati correntemente sul mercato, lasciando fuori solo alcuni prezzi fissati per decreto o da contratti a lungo termine, come le tariffe dei servizi pubblici, degli affitti ed altri prezzi fissati per convenzione. Ma questo non è vero e neppure possibile.

Il punto cruciale è che finché il flusso monetario continua a salire ed i prezzi delle materie prime e dei servizi salgono, i diversi prezzi devono aumentare non nello stesso tempo, ma successivamente e quindi, finché questo processo continua, i prezzi che salgono per primi devono in ogni caso muoversi sempre prima degli altri. Questa distorsione dell’intera struttura dei prezzi svanirà solo un certo tempo dopo che il processo d’inflazione si sia fermato. Questo è un punto fondamentale che il maestro di tutti noi, Ludwig von Mises, negli ultimi sessant’anni non si è mai stancato di enfatizzare. Pare comunque necessario insistere su questo punto perché, come ho recentemente scoperto con una certa sorpresa, non è affatto apprezzato ed è anzi esplicitamente negato da uno dei più autorevoli economisti viventi.

Che l’ordine in cui un continuo incremento del flusso monetario tende ad alzare i diversi prezzi sia cruciale per capire gli effetti dell’inflazione fu visto chiaramente da David Hume più di duecento anni fa (ed invero prima di lui da Richard Cantillon). Fu proprio per eliminare questo effetto che Hume ipotizzò come prima fase che una mattina tutti i cittadini di un paese si svegliassero e trovassero miracolosamente aumentata la quantità di denaro in loro possesso. Anche ciò non porterebbe davvero a un immediato aumento di tutti i prezzi nella stessa percentuale. Ma questo non è quello che realmente accade.

L’influsso del denaro aggiunto nel sistema ha effetto solo ad un certo punto. Ci saranno sempre persone che avranno più denaro da spendere prima delle altre. Chi sono queste persone dipenderà dal particolare modo in cui è stato introdotto l’incremento del flusso di moneta. Può essere che sia speso in primo luogo dal governo per lavori pubblici o per incrementi salariali, o può essere in primo luogo speso dagli investitori utilizzando i saldi di cassa o prendendo in prestito denaro per tale scopo; può esser speso in primo luogo in titoli, in beni d’investimento, in salari o beni di consumo. Sarà poi speso da parte dei primi riceventi del flusso di denaro addizionale in qualcos’altro e così via. Questo processo prenderà forme molto differenti a seconda della fonte o delle fonti iniziali del flusso di denaro addizionale; e tutte le sue ramificazioni saranno presto così complesse che nessuno potrà tracciarle. Ma tutte queste diverse forme del processo avranno in comune una cosa: che i differenti prezzi aumenteranno non allo stesso tempo ma in successione, e che finché il processo continua alcuni prezzi aumenteranno sempre prima degli altri e l’intera struttura dei prezzi relativi sarà molto diversi da ciò che il puro teorico descrive come una posizione di equilibrio. Esisterà sempre ciò che potrebbe essere descritto come un gradiente di prezzo in favore di quei beni e servizi raggiunti per primi da ogni incremento del flusso monetario e in sfavore dei gruppi successivi raggiunti più tardi (con l’effetto in generale non di un aumento per tutti della stessa entità, bensì un aumento nella forma di una sorta di piano inclinato) se prendiamo per normale il sistema di prezzi esistente prima dell’inizio dell’inflazione e che approssimativamente si ristabilirà una volta che si sia fermata.

A tale cambiamento nei prezzi relativi, se persiste per qualche tempo e ci si aspetta che continui a persistere, corrisponderà ovviamente un simile mutamento nell’allocazione delle risorse: saranno prodotti relativamente più beni e servizi i cui prezzi sono adesso comparativamente più alti e ne saranno prodotti relativamente meno di quelli i cui prezzi sono comparativamente più bassi. Tale redistribuzione delle risorse produttive durerà evidentemente a lungo, ma solo finché l’inflazione continua ad un certo tasso. Vedremo che questo incentivo alle attività, o al volume di alcune attività e che può continuare solo se continua anche l’inflazione, è uno dei modi in cui anche un’inflazione contemporanea ci genera perplessità, perché la sua discontinuità necessariamente distruggerà alcuni dei posti di lavoro che aveva creato.

Ma prima che inizi ad occuparmi di quelle conseguenze di un’economia che si aggiusta ad un continuo processo d’inflazione, devo occuparmi di un argomento che – anche se non so se sia stato formulato chiaramente da qualche parte – sembra essere alla radice della visione che tende a rappresentare l’inflazione come relativamente innocua.

Sembra infatti che, se i prezzi futuri siano stati correttamente previsti, ogni insieme di prezzi attesi nel futuro sia compatibile con una posizione di equilibrio, perché i prezzi presenti si aggiusteranno da soli ai prezzi previsti nel futuro. Tuttavia perché questo accada non è sufficiente che sia possibile prevedere il livello generale dei prezzi in varie date nel futuro, anche perché questi, come abbiamo visto, cambieranno per gradi diversi. L’assunzione che i prezzi futuri di particolari beni possano essere correttamente previsti durante un periodo di inflazione è un’assunzione che probabilmente non potrà esser mai vera: perché, qualunque siano i prezzi futuri previsti, i prezzi presenti non si adattano da soli ai prezzi più alti previsti nel futuro, ma si adattano attraverso un attuale incremento nella quantità di moneta insieme con tutti i mutamenti nel livello relativo dei diversi prezzi che tale incremento della quantità di moneta implica necessariamente. Ancora più importante, tuttavia, è il fatto che se i prezzi futuri fossero previsti correttamente, l’inflazione non avrebbe alcuno degli effetti stimolanti che la rendono gradita ai più.

Ora, l’effetto principale dell’inflazione che la rende inizialmente gradita al mondo degli affari è precisamente che i prezzi dei prodotti finiscono per essere generalmente maggiori rispetto a quanto previsto. È questo che produce uno stato generale di euforia, un falso senso di benessere, in cui tutti quanti sembrano prosperare. Coloro che senza l’inflazione avrebbero avuto elevati profitti ne registrano ancora di maggiori. Coloro che avrebbero ottenuto profitti normali, insolitamente ne registrano di elevati. E non solo le imprese che erano vicine al fallimento, ma anche alcune che avrebbero dovuto fallire, sono tenute a galla dal boom imprevisto. C’è un generale eccesso di domanda rispetto all’offerta (ogni cosa è in vendita ed ognuno può continuare a fare ciò che faceva prima). Questo è quello stato di apparente beatitudine in cui le offerte di lavoro superano le richieste e che Lord Beveridge definì come lo stato di piena occupazione (e mai capì che l’assottigliarsi del valore della sua pensione di cui si lamentava così amaramente in tarda età, era l’inevitabile conseguenza di aver seguito proprio le sue stesse raccomandazioni).

Tuttavia, e questo mi porta al mio prossimo punto, uno stato di “piena occupazione” nel senso di Beveridge non solo richiede un’inflazione continua, ma un’inflazione ad un tasso crescente. Perché, come abbiamo visto, l’inflazione avrà i suoi effetti benefici immediati solo finché non la si può prevedere, o almeno finché non se ne può prevedere la misura. Ma una volta che l’inflazione dura da un po’ di tempo, il suo andamento futuro diventa prevedibile. Se i prezzi per un po’ di tempo sono saliti del 5% all’anno, ci si aspetterà che faranno lo stesso anche nel futuro. I prezzi attuali dei fattori di produzione salgono a causa dell’aspettativa di prezzi più alti del prodotto finale – talvolta, quando alcuni degli elementi di costo siano fissati, i costi variabili possono salire anche di più degli aumenti previsti del prezzo del prodotto – fino al momento in cui il profitto ritornerà ad essere quello normale.

Ma se i prezzi non aumentano più del previsto, non ci sarà alcun profitto aggiuntivo. Anche se i prezzi continuano a salire ai tassi precedenti, non ci sarà più alcun effetto miracoloso sulle vendite e sull’impiego. I profitti artificiali spariranno, ci saranno nuovamente perdite, e per alcune aziende i prezzi non copriranno neppure i costi di produzione. Per mantenere l’effetto che l’inflazione aveva in precedenza, prima che il suo massimo livello potesse essere previsto, essa dovrà essere maggiore di prima. Se inizialmente era stato sufficiente un tasso d’incremento annuale dei prezzi del 5%, quando il 5% diventa normale, allora sarà necessario un livello come il 7% o più per raggiungere lo stesso effetto stimolante che aveva avuto prima un aumento del 5%.

Inoltre, qualora l’inflazione sia già in corso da qualche tempo un gran numero di attività sarà divenuto dipendente dalla sua continuità ad un tasso progressivo, ci troveremo in una situazione in cui – sebbene i prezzi continuino a salire – molte imprese subiranno perdite e ci potrà essere una notevole disoccupazione. Depressione con prezzi in aumento è una tipica conseguenza di un mero freno all’incremento del tasso d’inflazione, una volta che l’economia si sia assuefatta ad un certo tasso d’inflazione.

Tutto questo significa che, a meno di non esser preparati ad accettare incrementi costanti dei tassi d’inflazione che alla fine potrebbero eccedere ogni limite determinabile, l’inflazione può sempre dare all’economia solo uno stimolo temporaneo ed inoltre dovrà non solo cessare inevitabilmente di avere un effetto stimolante, ma ci lascerà sempre con un’eredità di regolazioni rinviate e nuovi aggiustamenti negativi che renderanno il nostro problema ancora più difficile. Si noti per favore che non sto dicendo che una volta imbarcati in un processo d’inflazione dobbiamo per forza imbarcarci in un processo di iperinflazione galoppante. Non credo che questo sia vero. Tutto quello che sostengo però è che se vogliamo perpetuare i peculiari effetti di prosperità e di occupazione derivanti dall’inflazione, dobbiamo progressivamente aumentarla e mai fermarne il tasso di crescita.

Che le cose stiano così è stato dimostrato empiricamente dalla grande inflazione tedesca dei primi anni venti del novecento. Finché l’inflazione crebbe ad un tasso geometrico non ci fu (eccetto verso la fine) praticamente alcuna disoccupazione. Ma fino ad allora, ogni qualvolta ci fu un rallentamento dell’incremento inflazionistico, la disoccupazione rapidamente assunse proporzioni gigantesche.

Non credo che dovremmo seguire quella strada – almeno finché persone abbastanza responsabili sono alla guida – anche se non sono così sicuro che una prosecuzione delle politiche monetarie dell’ultima decade non possa far sì che si crei prima o poi una situazione in cui persone meno responsabili saranno poste al comando. Ma questo non è ancora un nostro problema. La nostra esperienza attuale è ancora ciò che in Gran Bretagna è noto come politica “stop-go”, secondo cui ogni tanto le autorità si allarmano e provano a rallentare l’inflazione, con l’unico risultato di una disoccupazione di proporzioni minacciose ancor prima di essere riusciti a fermare l’aumento dei prezzi, sicché le autorità si sentono obbligate a far riprendere l’espansione inflazionistica.

Questo genere di situazione può andare avanti per un po’ di tempo, ma non sono sicuro che l’efficacia di dosi relativamente minori d’inflazione nel riaccendersi del boom non sia rapidamente decrescente. Ammetto che la cosa che mi ha sorpreso del boom degli ultimi vent’anni è appunto quanto a lungo sia durata l’efficacia della ripresa espansione nel riavvia del boom. Mi aspettavo che questo potere di far ripartire gli investimenti con un poco di espansione del credito si sarebbe esaurito molto prima – e potrebbe essere che ora abbiamo raggiunto questo punto. Ma non ne sono sicuro.

Può essere che abbiamo invece di fronte a noi altri dieci anni di politiche “stop-go”, probabilmente con un’efficacia decrescente delle misure ordinarie di politica monetaria e lunghi intervalli di recessione. In considerazione dell’attuale situazione politica e dell’umore prevalente dell’opinione pubblica, l’attuale presidente della Federal Reserve svolgerà probabilmente il suo compito altrettanto bene come chiunque altro. Ma le limitazioni a lui imposte da circostanze superiori al suo controllo e di cui parlerò fra un attimo potrebbero davvero limitare di molto il suo potere di fare quello che noi riteniamo che sia bene fare.

In una precedente conferenza a cui molti di voi erano presenti, ho paragonato la posizione di coloro che sono responsabili della politica monetaria dopo che una politica di piena occupazione è stata seguita per qualche tempo, alla situazione di chi si trova a “tenere una tigre per la coda”. Mi sembra che queste due situazioni abbiano in comune più di ciò che di solito si è pronti ad ammettere. Non solo la tigre tenderà a correre sempre più veloce e suoi movimenti si faranno sempre più saltellanti mentre si viene tirati in avanti, ma, dato che la ferocia della tigre aumenta sempre più, i probabili effetti dell’azione di mollare la presa diventeranno sempre più spaventosi. Il fatto che la situazione in cui ci si trova sia simile a questa è l’obiezione centrale contro le politiche che vorrebbero permettere all’inflazione correre per un po’ di tempo.

Un’altra metafora che è spesso stata giustamente usata in questo caso è quella degli effetti dell’assunzione di droghe. I primi effetti piacevoli e la seguente necessità di dure decisioni costituisce infatti una situazione molto simile. Una volta in questa posizione si è tentati di affidarsi a palliativi e ci si rassegna a superare le difficoltà a breve termine senza mai affrontare le difficoltà alla base del problema, a proposito delle quali poco possono fare coloro che sono responsabili solamente delle politiche monetarie.

Prima di procedere su questo importante argomento, mi sembra comunque doveroso dire qualche parola sulla pretesa necessità dell’inflazione come condizione per una rapida crescita. Vedremo che i moderni sviluppi delle politiche sindacali hanno certamente creato nei paesi molto industrializzati una situazione tale per cui la combinazione di crescita e di un livello di occupazione ragionevolmente alto e stabile avrebbero reso l’inflazione, fintanto che queste politiche rimangono invariate, l’unico mezzo efficace per aggirare i problemi da esse stesse creati. Ma questo non significa che l’inflazione sia, in condizioni normali e specialmente nei paesi meno sviluppati, necessaria o perfino vantaggiosa per la crescita. Nessuna delle grandi potenze industriali del mondo moderno ha raggiunto la sua posizione in periodi di svalutazione monetaria.

I prezzi britannici nel 1914 erano, fintanto che sia possibile paragonare significativamente i dati riferiti a periodi di tempo così lunghi, sostanzialmente uguali a duecento anni prima, ed anche i prezzi americani nel 1939 erano più o meno allo stesso livello in cui si trovavano nel 1749, il primo anno di cui possediamo dati storici. Sebbene sia vero che la storia del mondo è una storia d’inflazione, le poche storie di successo che troviamo sono soprattutto le storie di paesi ed epoche che hanno preservato una moneta stabile; mentre nel passato il deterioramento del valore della moneta è quasi sempre andato a braccetto con la crisi economica.

Chiaramente non c’è alcun dubbio che la temporanea produzione di beni strumentali può essere aumentata da ciò che si chiama “risparmio forzato”, ossia l’espansione del credito può essere usata per dirigere alla produzione di beni strumentali gran parte delle attuali risorse destinate ai servizi. Alla fine di tale periodo la quantità fisica di beni strumentali esistenti sarà maggiore di quanto sarebbe stata altrimenti.

Qualcuno di questi potrebbe essere un guadagno durevole – la gente potrebbe ricevere abitazioni in cambio di ciò che non le è stato permesso di consumare. Ma non sono così sicuro che tale crescita forzata delle riserve di attrezzature industriali renda un paese più ricco in ogni circostanza, ossia che in seguito il valore delle riserve di capitale sarà maggiore (o che attraverso tale operazione la produttività in tutti i campi sarà maggiore che altrimenti). Se l’investimento è stato deciso sulla previsione di un maggior tasso di investimento continuo (o, che è lo stesso, un tasso d’interesse minore, oppure ancora un maggiore tasso di salari reali) rispetto a quello che realmente ci sarà, questo più alto tasso d’investimento può aver fatto di meno per aumentare la produttività generale di quello che avrebbe fatto un più basso tasso d’investimento se avesse assunto una forma più appropriata. Credo che questo sia un pericolo particolarmente serio per i paesi sottosviluppati che confidano nell’inflazione per far salire il tasso d’investimento.

L’effetto usuale di questa manovra mi sembra essere che una piccola frazione dei lavoratori di tali paesi verrebbe dotata di un ammontare di capitale pro capite molto più elevato di quanto si potrebbe sperare di distribuire in un prevedibile futuro a tutti i lavoratori, e che di conseguenza l’investimento di più mezzi renderebbe le condizioni di vita peggiori di quanto possa fare l’investimento di meno mezzi più equamente distribuiti. Coloro che consigliano i paesi sottosviluppati di aumentare il tasso di crescita attraverso l’inflazione mi sembrano totalmente irresponsabili, quasi a livello criminale.

L’unica condizione che, secondo le tesi keynesiane, rende l’inflazione necessaria se si vuole garantire un utilizzo totale delle risorse, ossia la rigidità dei tassi salariali determinata dai sindacati, non è presente in questi paesi. E nulla di ciò che ho visto accadere in Sud America, Africa o Asia per effetto di tali politiche, può far cambiare la mia convinzione che tali paesi siano interamente ed esclusivamente danneggiati dall’inflazione (che produce spreco di risorse e ritardo nello sviluppo di quello spirito di calcolo razionale che è indispensabile condizione per la crescita di un’efficiente economia di mercato).

Tutto l’impianto teorico keynesiano per una politica di espansione creditizia poggia interamente e completamente sull’esistenza di quel livello di salari determinato dai sindacati, che è caratteristica dei paesi industrialmente avanzati dell’occidente ma non è presente nei paesi sottosviluppati (e per diverse ragioni meno marcata in paesi come il Giappone o la Germania). Come detto, è solamente per quei paesi dove i salari sono “rigidi verso il basso” e costantemente spinti verso l’alto dalla pressione dei sindacati, che si può plausibilmente sostenere che alti livelli di occupazione possono esser mantenuti solo attraverso un’inflazione continua (ed io non ho alcun dubbio che le cose continueranno a rimanere a questo modo finché persistono queste condizioni).

Ciò che è accaduto qui alla fine dell’ultima guerra è stato che certi princìpi politici sono stati adottati e spesso diventati legge, che ha l’effetto di scaricare i sindacati da ogni responsabilità per la disoccupazione che le loro politiche salariali possono creare, mentre fanno gravare tutta la responsabilità di garantire la piena occupazione sulle autorità fiscali e monetarie. In effetti a queste ultime si richiede di offrire abbastanza denaro in modo tale che l’offerta di lavoro per il salario fissato dai sindacati possa essere assorbito dal mercato.

Inoltre, dato che non si può negare che almeno per un periodo di qualche anno le autorità monetarie avrebbero il potere di assicurare alti livelli di occupazione attraverso una adeguata inflazione, esse saranno costrette dalla pubblica opinione ad impiegare tale strumento. Questa è l’unica causa degli sviluppi inflazionistici degli ultimi venticinque anni, e le cose continueranno ad andare in questo modo finché permetteremo ai sindacati di alzare i salari a qualsiasi livello riescano a contrattare con i datori di lavoro (e questi datori di lavoro possono accettare salari con un certo potere d’acquisto solo perché sanno che le autorità monetarie in parte vi rimedieranno diminuendo il potere d’acquisto della moneta e dunque diminuendo anche l’equivalente reale dei salari convenuti).

Questo è il fatto politico che rende oggi inevitabile l’inflazione costante e che può essere modificato non da cambiamenti nella politica monetaria, ma solo da cambiamenti nella politica salariale. Nessuno dovrebbe illudersi del fatto che, finché durerà l’attuale situazione del mercato del lavoro, saremo costretti ad avere un’inflazione continua. Tuttavia non possiamo permettercelo, non solo perché l’inflazione diventa sempre meno efficace anche ai fini di prevenire la disoccupazione, ma perché dopo che è durata per un po’ di tempo ed inizia ad agire a tasso elevato, inizia progressivamente anche a disorganizzare l’economia ed a creare forte pressione per l’imposizione di ogni genere di controllo. Un’inflazione libera è un male, ma un’inflazione bloccata da controlli è ancora peggio: è veramente la fine dell’economia di mercato.

I ferri roventi che dobbiamo afferrare per mantenere il sistema d’impresa ed il libero mercato sono dunque costituiti dal potere dei sindacati sui salari. A meno che i salari, e particolarmente i salari relativi nelle diverse industrie, siano di nuovo soggetti alle forze del mercato e diventino veramente flessibili sia verso l’alto sia verso il basso, non c’è possibilità per una politica non-inflazionistica. Una considerazione molto semplice mostra che, se a nessun salario è consentito di scendere, tutti i cambiamenti nei salari relativi che diventano necessari devono configurarsi nel senso di un aggiustamento verso l’alto per tutti i salari eccetto quelli che tendono relativamente a diminuire. Questo vuol dire che un qualsiasi cambiamento nella struttura dei salari significa che praticamente tutti i salari devono salire.

Comunque, un sindacato che conceda una riduzione dei salari per i suoi membri non sembra oggi essere ancora possibile. Sia chiaro, nessuno guadagna da questa situazione, perché l’incremento dei salari deve considerarsi annullato dalla svalutazione del valore della moneta, se non si vuole creare disoccupazione. Pare, comunque, che questa sia una necessità strutturale derivante dalla pratica di determinare i salari attraverso accordi collettivi con i sindacati dell’industria o dell’artigianato, a vantaggio di una politica di completa occupazione.

Credo che finché questa questione fondamentale rimarrà irrisolta, c’è poco da sperare da un miglioramento del meccanismo di controllo monetario. Ma questo non significa che la regolamentazione esistente sia soddisfacente. Essa è stata architettata precisamente per semplificare la gestione delle necessità determinate dal problema dei salari, ossia per semplificare in ogni paese le procedure d’inflazione. Lo standard aureo è stato abolito soprattutto perché era un ostacolo all’inflazione. Quando nel 1931, pochi giorni dopo la sospensione dello standard aureo in Gran Bretagna, Lord Keynes scrisse ad un giornale di Londra che “ci sono alcuni inglesi che non gioiscono allo spezzarsi delle nostre catene dorate” e quindici anni dopo poté assicurare che gli accordi di Bretton Woods furono “l’opposto dello standard aureo”, tutto questo fu diretto contro quella importante caratteristica dello standard aureo che rendeva impossibile qualsiasi politica inflazionistica prolungata in qualsiasi paese.

E sebbene non sia sicuro che lo standard aureo sia il migliore accordo possibile, è stato finora l’unico ad essere abbastanza efficace per tale scopo. Probabilmente ha molti difetti, ma nessuno di questi è il motivo per cui è stato abbandonato; e ciò che l’ha sostituito non ha migliorato la situazione. Come ho sentito recentemente spiegato da uno dei membri del gruppo di esperti convocati originariamente a Bretton Woods, se il loro scopo era di caricare il peso dell’aggiustamento degli equilibri internazionali esclusivamente sui paesi dal grande surplus produttivo, mi sembra però che il risultato di questo accordo sia solo la continua inflazione internazionale.

Ma ne parlo solo in conclusione per mostrare che se vogliamo evitare la continua inflazione mondiale, abbiamo bisogno anche di un sistema monetario internazionale diverso. Tuttavia, il tempo in cui possiamo con profitto pensare a ciò verrà quando i paesi più avanzati avranno risolto i loro problemi interni. Fino a quel momento dovremo probabilmente rassegnarci ad aggiustamenti improvvisati, e mi sembra che ad oggi e finché le difficoltà fondamentali che ho considerato continueranno ad essere presenti, non ci sia speranza di risolvere il problema dell’inflazione internazionale ristabilendo uno standard aureo internazionale, neanche se questa fosse una politica praticabile. Il problema centrale che dev’essere risolto prima di poter sperare in un ordine monetario soddisfacente è il problema della determinazione dei salari.

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Individualismo metodologico complesso — Parte 2

Ven, 09/09/2016 - 08:28

Si è affermato che il sistema degli schemi astratti che formano la mente umana viene in gran misura fornito dalla tradizione, dalla cultura.

Questa tradizione o cultura altro non è che il prodotto di un’enorme cooperazione che si estende non solo nello spazio ma anche nel tempo. Nella sua edificazione innumerevoli persone hanno associato, amalgamato, combinato ed accumulato le loro idee, i loro sentimenti, la loro esperienza ed il loro sapere.

L’individuo, con eccezione dell’inizio della vita umana sulla Terra, trova pertanto sempre una società che già esiste; questa lo informa, lo alimenta gli procura, con la sua lingua ed i suoi simboli, con le sue regole ed i suoi costumi gran parte dell’essenziale del suo essere.

Tutto ciò però non deve essere impiegato per sostenere nello studio dei fenomeni sociali un approccio metodologico di tipo olista, ossia un approccio in cui si suppone che la totalità sociale subordini il singolo individuo, giacché rimane il fatto indiscutibile che sono soltanto le concezioni e le opinioni dei singoli quelle di cui abbiamo conoscenza diretta.

Poiché soltanto delle concezioni e delle opinioni dei singoli possiamo avere conoscenza diretta, allora queste devono necessariamente costituire gli elementi a partire dei quali dobbiamo ricostruire i fenomeni più complessi.

A questo punto diviene evidente che una corretta interpretazione metodologica non può che dipendere dall’avere una corretta interpretazione ontologica: non esiste “effettivamente” una totalità sociale, anteriore e superiore ai suoi singoli elementi costitutivi, ergo non esiste “effettivamente” alcuna totalità sociale; ad esistere effettivamente sono unicamente i singoli individui e non anche gli insiemi di relazioni a cui danno corso, vale a dire quei collectiva, quegli insieme di determinate relazioni, come lo Stato, la chiesa, il partito, la nazione, il libero mercato, il socialismo, la società, etc..

La prova di questa corretta interpretazione ontologica sta nel fatto che se da un lato è vero che l’individuo trova sempre, con eccezione dell’inizio della vita umana sulla Terra, una società che già esiste e che gli fornisce gran parte dell’essenziale del suo essere dall’altro è vero che i mutamenti sociali avvengono nel momento in cui gli individui riescono a produrre e successivamente a rendere commerciale idee nuove in base a cui agire. Se le cose non stessero così, ci troveremo a dover sostenere anche che la società preesiste alla vita umana sulla Terra.

Sono soltanto i singoli individui, mossi da idee, ad agire, ad esprimere una volontà, ad esistere come realtà effettiva. La società, come tutti gli insiemi di relazioni, invece, non esiste come realtà effettiva. La società non pensa e non sbaglia; non compra e non vende; non gioisce e non si lamenta; non prega e non inveisce; non uccide e non perdona.

Con altre parole, si può anche dire che gli individui esprimono opinioni motivanti o costitutive e concezioni esplicative o speculative. Motivanti o costitutive sono quelle idee che spingono, ad esempio, gli esseri umani a comprare o dall’astenersi dal comprare un determinato bene o servizio. Esplicative o speculative sono, invece, quelle idee che gli esseri umani hanno elaborato per rappresentare i collectiva, gli insiemi di relazioni. Nelle sue ricerche lo scienziato sociale deve muovere sistematicamente la sua analisi partendo dalle idee dalle quali gli esseri umani sono indotti all’azione e non dai risultati delle loro teorizzazioni sulle proprie azioni.

Asserito quanto, bisogna, nel contempo, non scadere nella pretesa di poter ridurre semplicemente le proprietà della totalità sociale, dell’insieme di determinate relazioni, dalle caratteristiche degli individui che la compongono e da quelle delle loro interazioni.

Il collettivo è e resta sicuramente un effetto di composizione, un effetto di sistema delle rappresentazioni e delle azioni individuali, ma non è semplicemente riducibile ad esse. Dall’individuale al collettivo sussiste un salto di complessità che non può essere spiegato meramente in termini riduzionistici: se i singoli individui danno origine e fanno funzionare la società è altrettanto vero che la società è un qualcosa che tende a sfuggire agli esseri umani poiché (infinitamente) più complessa di loro.

Tutto ciò può sembrare contraddittorio, ma in realtà lo è solo in apparenza. Quel che è da capire è che il metodo di studio delle scienze sociali nel rifiutare l’approccio di tipo olistico deve essere al medesimo tempo individualistico e compositivo: gli atteggiamenti dei singoli individui costituiscono gli elementi primari cui ci si deve servire per ricostruire, per via di combinazione, i fenomeni sociali; tale procedimento conduce, talvolta o spesso, a scoprire, nell’ambito dei fenomeni sociali, l’esistenza di principi di coerenza strutturale che non erano stati (o forse non potevano essere) identificati per via di osservazione diretta; l’individuo non è subordinato alla totalità sociale; quest’ultima certamente lo auto-trascende, cioè gli tende a sfuggire, ma questa tendenza non lo priva della sua libertà ne è anzi condizione necessaria.

In virtù delle considerazioni sin qui esposte, possiamo legittimamente parlare di individualismo metodologico complesso come il metodo corretto di studio delle scienze sociali.

Non esiste quindi alcuna relazione gerarchica tra il singolo individuo e la totalità sociale, bensì, invece, una casualità circolare, uno schema ricorsivo di codefinizione reciproca.

Data una rete di elementi le cui interazioni sono definite localmente, né può scaturire, mediante un salto di complessità, un ordine globale che leggi delle interazioni locali non consentono di prevedere.  In ogni caso, con ciò non si vuole affatto fare dell’ordine complesso un soggetto dotato di propria coscienza e di propria volontà; allorché, infatti, scompaiono gli individui scompare anche il tutto. Di conseguenza, non sussiste una conoscenza dell’ordine riguardo a sé stesso, ma esclusivamente una conoscenza che si distribuisce tra gli elementi costitutivi dell’ordine.

Inoltre, sebbene i fenomeni sociali vengano tutti generati dall’azione umana, in realtà pochi di essi sono anche esiti di progetti umani deliberati e consapevoli, pochi di essi sono anche il risultato di una volontà comune diretta alla loro costituzione. Questa volontà tende più che altro a manifestarsi soltanto negli stadi più avanzati dell’evoluzione della vita sociale e determina non già la genesi, bensì solamente il perfezionamento dei fenomeni sociali già sorti per via organica, vale a dire spontanea. L’ordine spontaneo si colloca tra l’ordine naturale e quello artificiale, alla stessa maniera in cui l’assorbimento della tradizione, della cultura, per imitazione si colloca tra l’istinto e la ragione umana.

In conclusione, che cosa è dunque la società? La società è un insieme di relazioni che viene dagli individui, più dalle loro azioni che dai loro progetti. Tale insieme mobilità delle conoscenze. Queste conoscenze rappresentano delle vere e proprie conoscenze collettive, ma non possono essere attribuite ad alcun soggetto collettivo in quanto nessun soggetto collettivo è effettivamente esistente: sono delle conoscenze senza soggetto. Queste conoscenze sono incorporate in norme, regole, convenzioni ed istituzioni che a loro volta sono incorporati nelle menti degli individui sotto forma di schemi astratti.

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Individualismo metodologico complesso — Parte 1

Mer, 07/09/2016 - 12:28

Quello che noi chiamiamo mente umana non è un qualcosa con cui ciascun individuo è nato o un qualcosa che il nostro cervello produce indipendentemente, piuttosto è un qualcosa che la nostra dotazione genetica ci aiuta ad acquisire durante la crescita attraverso l’assorbimento dei risultati di una tradizione, di una cultura. Tale assorbimento avviene per mezzo della capacità di apprendere per imitazione.

Più precisamente, la mente umana è composta di schemi astratti che sono degli habitus, vale a dire delle disposizioni a pensare e ad agire secondo certe regole. Questi schemi non si trasmettono geneticamente, ma nemmeno discendono direttamente dall’esercizio della ragione umana o meglio solo una parte minimale discende direttamente dall’esercizio di quest’ultima: prima della ragione umana vi sono, infatti, la simpatia, il contagio e l’imitazione.

Per comprendere meglio il funzionamento di questi schemi astratti occorre collegarsi ad una corretta teoria della conoscenza umana.

La conoscenza umana è, nei suoi capisaldi, al medesimo tempo pratica ed astratta, e questo in quanto presuppone proprio quegli schemi astratti che compongo la mente e di conseguenza perché connessa a regole che guidano le nostre azioni di cui molto spesso non abbiamo una vera e propria coscienza. Esiste, insomma, un to know that, un sapere che, ma nel contempo anche un to know how, un sapere come. La conoscenza del sapere come, to know how, incarna un processo a differenza del sapere che, to know that, che incarna una quasi immediatezza.

Per agire nel mondo concreto, un mondo sia fisico che sociale, dobbiamo costantemente adattarci ad un’immensa quantità di fatti particolari che ci è impossibile conoscere nella loro totalità e nelle loro relazioni reciproche. Tuttavia, in base ad un paradosso che in realtà è soltanto fittizio, riusciamo esaurientemente ad agire grazie ad una serie di regole incorporate nelle nostre menti sotto forma di schemi astratti che però non siamo in grado di esplicitare mediante una teoria; delle regole che quindi applichiamo ma non conosciamo o meglio conosciamo solamente in maniera inconscia.

Se per agire nel mondo concreto fosse necessario sempre e prima di tutto l’intervento della ragione umana, ossia pensando per sillogismi muovendo da premesse chiare e distinte, gli esseri umani o riuscirebbero ad agire ma solo scarsamente o non riuscirebbero proprio ad agire. Quello che “salva” gli esseri umani è la loro capacità di imitazione. L’imitazione consente agli esseri umani di assorbire le regole della tradizione, della cultura, e queste regole, le quali discendono dall’esperienza di un innumerevole numero di persone che si estendono non soltanto nello spazio ma anche nel tempo, rappresentano un sapere che non siamo capaci ad esplicitare, ma che in ogni caso siamo in grado di disporre.

Il sapere come rappresenta un corpo di conoscenze che, grazie ad un procedimento continuo di critica e falsificazione, è in costante sviluppo. Pertanto, il sapere come si può conoscere anche solo in parte e comunque viene sottoposto ad una continua opera di revisione – mentre agiamo sviluppiamo le nostre azioni in base ai risultati di quelle che le hanno precedute – a differenza del sapere che il quale o si conosce o non si conosce. Un’abilità o un comportamento si può sapere solo in parte in quanto può essere sempre perfezionabile, ma un qualcosa, a meno che non sia possibile intendere soltanto una parte di un argomento, o lo si sa o non lo si sa, cioè non lo si può sapere solo in parte. Esempio: saper fare l’imprenditore è un qualcosa che è sempre perfezionabile e dunque sapere solo in parte; sapere invece se la città di Roma si trova in Italia è un qualcosa che si sa o non si sa, ma non si può sapere solo in parte; tuttavia, si può sapere soltanto una parte delle città italiane.

Il procedimento di critica e falsificazione del sapere come, oltre ad essere continuo, è anche autonomo rispetto al sapere che. Esempio: si può imparare a parlare una lingua senza avere nozioni teoriche al riguardo; diversamente si possono conoscere tutte le regole grammaticali di una determinata lingua e non saperla comunque parlare.

Chiosando il tutto, si può affermare che imparare come fare qualcosa non equivale ad imparare qualcosa.

Il sapere come rappresenta una forma di conoscenza inconscia (o, con altre parole, una serie di regole d’azione) incorporata nella mente umana, piuttosto che prodotta da questa. In virtù di ciò, il sistema di schemi astratti e quindi di regole che costituiscono la mente può essere conseguentemente definito come inconscio ma inconscio non perché si situa ad un livello troppo basso rispetto la coscienza, bensì all’opposto, vale a dire perché si situa ad un livello talmente elevato che la coscienza non è in grado di appropriarsene veramente.

La capacità di apprendere per imitazione ci permette poi di gestire ed utilizzare al meglio le informazioni che ci derivano dal sapere come. Ed è per questo motivo che tale capacità può essere ritenuta forse come la più importante tra quelle che sono in dote all’essere umano: infatti, in materia di gestione ed utilizzazione delle informazioni, né una programmazione istintiva né l’esercizio della ragione umana riescono ad uguagliarla. La sua straordinaria forza consiste nel fornire agli individui un sapere incorporato in una tradizione, in una cultura, che non è riassumibile da nessuna coscienza individuale.

La storia delle civiltà è, in sostanza, la storia del superamento delle cosiddette reazioni innate dell’essere umano, superamento che si dispiega attraverso la tradizione, la cultura, di cui la mente umana è intrisa grazie alla sua capacità di apprendere per imitazione.

La tradizione, la cultura, assorbita per imitazione si pone dunque tra l’istinto e la ragione umana ed è qui che risiede quella chiave di volta che lega il singolo individuo a quella “cosa” che definiamo società.

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La depressione dimenticata

Lun, 05/09/2016 - 08:40

La depressione dimenticata è un racconto sulla depressione del 1920-21. Nonostante sia basato su una teoria ben definita – la teoria austriaca del ciclo economico – non è un comune elaborato di economia applicata. Innanzi tutto il libro non presenta una rigorosa esposizione della teoria ed inoltre passa ad applicare la teoria citando specifici fatti qualitativi e dati statistici per spiegare un fatto storico complesso quale una depressione. Il libro procede invece tramite gli aneddoti ed i racconti della stampa dell’epoca, liberamente arricchito da citazioni di governanti, politici, economisti, uomini d’affari ed altri osservatori della depressione in corso.

Le statistiche sulla moneta, sui prezzi e sulla produzione sono inserite nei punti cruciali per tenere il lettore al corrente del rapido declino dell’economia, ma queste non predominano né rallentano la storia. James Grant – raffinato scrittore – intreccia in modo efficace questi eterogenei elementi in una narrazione scorrevole, persuasiva e convincente che non va mai fuori tema. Il libro dovrebbe suscitare l’interesse di un’ampia gamma di lettori: dagli studenti universitari ed uomini d’affari ai professori di economia e politici.

Procedendo tramite aneddoti, Grant offre al lettore un’immagine chiara dello scenario intellettuale che dominava all’epoca, offrendo una corroborante approfondimento su un modello economico inconcepibilmente estraneo al pensiero attuale sui cicli economici. Questa è la ragione per cui il libro è particolarmente valido per i professori di economia al di là degli orientamenti teorici o delle preferenze politiche. Grant propone al lettore una chiara esposizione della politica per risolvere le depressioni quasi universalmente adottata nell’età precedente agli attuali modelli macroeconomici e prima che le formule matematiche si fissassero nelle menti degli economisti e dei maggiori opinionisti. Questa politica è oggi derisoriamente ricordata con il termine di “liquidazionista”.

Per comprendere la posizione liquidazionista, si devono prima conoscere i suoi concetti ed i suoi principi fondamentali. Nel mondo così riccamente descritto da Grant, all’inizio del 1920 non esisteva un’entità macroeconomica nazionale che veniva studiata dalla teoria e politica economica: “nell’orizzonte della cultura politico-economica del 1920, non esisteva un’economia americana”. E come era ancora inimmaginabile una totalità economica, così lo era anche il ruolo del governo di dirigerla, gestirla e stimolarla” (p.128, vedere anche p.67). Gli economisti – salvo alcune eccezioni degne di nota – non vedevano il “livello dei prezzi” come un indicatore statistico unitario, né si preoccupavano eccessivamente della sua oscillazione. Non cercavano nemmeno di calcolare la “domanda aggregata” né la spesa totale ed entrambe non le consideravano neanche rilevanti per le attività economiche. Per gran parte degli economisti, il fulcro dell’economia di mercato era infatti il sistema interdipendente dei prezzi, compresi i salari ed i tassi d’interesse. I prezzi erano visti come fondamentali per i calcoli delle entrate, dei costi, dei profitti e del valore patrimoniale, sui quali elementi gli imprenditori basavano le proprie decisioni relative all’allocazione delle risorse. Era inoltre ampiamente riconosciuto che i prezzi si muovevano secondo un flusso costante così da coordinare le attività economiche di fronte all’incessante cambio dei gusti dei consumatori, dell’organizzazione aziendale, della tecnologia, della popolazione, delle competenze professionali e così via.

Nell’introduzione al libro, Grant appropriatamente ed incisivamente così chiarisce il suo tema: “L’eroe del mio racconto è il meccanismo dei prezzi” (p.2).

Come soluzione contro la crisi, il punto positivo della “posizione liquidazionista” emerge naturalmente dalla convinzione che il meccanismo dei prezzi, se lasciato indisturbato, adatta positivamente l’allocazione e la produzione delle risorse delle realtà economiche sottostanti. Come precisa Grant, liquidare – termine utilizzato all’epoca – significa semplicemente “introdurre sul mercato” (p.172). In questo senso, liquidare il lavoro, le merci, i prodotti agricoli e le attività rappresenta un richiamo che permette al sistema dei prezzi di operare e scoprire la configurazione appropriata degli stipendi, dei prezzi e dei valori dei beni per il reimpiego delle risorse inattive nella produzione di prodotti più urgentemente richiesti dai consumatori. Se questo aggiustamento dei prezzi ha causato incidentalmente la deflazione, è bene così. Al contrario del concetto fittizio di un livello dei prezzi unitario, statico e resistente al movimento, i prezzi erano concepiti come un oscillare – naturalmente e fluidamente (però non improvvisamente) – su e giù come uno sciame di api in volo. Il fatto che lo “sciame dei prezzi” possa essere ascendente o discendente potrebbe non esser di ostacolo e, infatti, potrebbe essere richiesto per facilitare i cambiamenti necessari nelle posizioni relative dei prezzi.

(La metafora dello “sciame dei prezzi” è stata coniata nel 1942 da Arthur W. Marget in The Theory of Prices: A Re-examination of the Central Problems of Monetary Theory – 2 vol., New York, Kelley, 1966, pp. 2:330–36 – ma questo termine descrive appropriatamente la prima classica visione liquidazionista sul valore del denaro).

La deflazione non produsse alcun problema particolare e la visione classica sul valore del denaro continuò a prevalere. Da questo punto di vista, il valore del denaro era semplicemente un insieme non mediato di prezzi convertiti per rivelare la quantità alternativa per ogni bene o servizio scambiabile per l’unità di denaro – per esempio, il dollaro. I prezzi oscillavano liberamente e così dovrebbe fare anche il valore del denaro, determinato dallo stesso processo di mercato integrale.

La saggia scelta delle citazioni di Grant dimostra quanto diffusa e profondamente radicata fosse la visione che l’unica vera soluzione contro la depressione fossero la deflazione e la liquidazione delle risorse in eccesso e dei prezzi delle attività.

Ecco alcuni esempi.

Benjamin Strong, direttore della FED di New York, ha previsto la necessità della deflazione e liquidazione al culmine del boom postbellico nel 1919, quando scrisse che una modifica anticipata della politica del Board della FED e del Tesoro ‘garantirà durante il prossimo anno o i prossimi due anni una notevole liquidazione della nostra posizione bancaria … ed un significativo declino del livello dei prezzi” (p.92).

Adolph C. Miller, economista dell’Università di Berkeley e membro del Board della FED, espresse nel 1919 la sua opinione così: “Dove ci sia stata inflazione, deve seguire la deflazione come condizione necessaria di una sana economia”, nonostante Miller dubitasse che questa deflazione potesse o dovesse essere generata (p.94-95).

Un altro membro del Board ed attualmente supervisore della FED, John Skelton Williams, all’inizio del 1921 ha giudicato il crollo globale dei prezzi delle materie prime come ‘inevitabile’ e benvenuto il giorno in cui “il singolo cittadino potrà acquistare, al costo di un dollaro del suo sudato denaro, qualcosa in simile quantità e qualità con cui con lo stesso dollaro comprava prima della guerra” (p.118). Grant conclude che l’intero Board fu assolutamente d’accordo: “Un continuo, deciso ed persino violento calo dei prezzi, e quindi dei salari, era la strada da percorrere” (p.118).

La FED di Boston ha identificato “due importanti condizioni precedenti alla realizzazione di fondamenta durevoli per una stabilità futura delle attività economiche, nominalmente, liquidazione e deflazione … ed una crescita soddisfacente nell’attività bancaria con le riserve in aumento ed i prestiti in diminuzione (i.e. contrazione del credito bancario)” (p.120).

A. Barton Hepburn, ex supervisore della FED – in tema di contrazione del credito bancario e deflazione dei prezzi nel 1920 – ha anche dichiarato, rammaricandosi: “La gente dell’intero paese non ha ancora capito niente sulla necessità economica della liquidazione dei prestiti e della riduzione dell’utilizzo dei crediti. Non potremo mai realizzare la deflazione desiderata finché la prodigalità generale rimarrà ridotta” (p.98).

Anche alcuni illustri professori di economia si sono occupati del fenomeno della deflazione. Il professore Edward W. Kemmerer dell’Università di Princeton, uno dei principali teorici monetaristi, a metà del 1920 ha energicamente cercato di convincere un pubblico di banchieri: “Dobbiamo avere una contrazione … Non possiamo proseguire con gli affari e creare più sviluppo … finché non avremo una contrazione significativa” (p.125).

Anche i politici si sono uniti al coro favorevole alla deflazione. Nel suo discorso inaugurale (marzo 1921), il Presidente Warren G. Harding si è chiaramente espresso a favore della deflazione: “Il meccanismo economico è complesso ed i suoi fattori sono interdipendenti; ha sofferto battute ed urti con effetti anormali sulla domanda, sull’inflazione creditizia e sul disordine dei prezzi … I prezzi devono riflettere l’andamento delle attività di guerra in indebolimento … Dobbiamo affrontare una condizione di dura realtà, sopportare le perdite e cominciare daccapo (i.e. liquidare). Questa è la più antica lezione di civiltà” (p.135-36).

Tra gli osservatori odierni non c’è stato nessun timore per cui – per usando la terminologia macroeconomica – “la curva di offerta aggregata” dovrebbe spostarsi lentamente e dolorosamente a destra, perché le aspettative degli imprenditori e ‘dei lavoratori’ dovrebbero adeguarsi molto lentamente alla nuova realtà. Per i liquidazionisti la deflazione dovrebbe invece procedere molto rapidamente, perché i banchieri, gli investitori, gli imprenditori ed i consumatori si aspettano che sia così. E loro avevano previsto che fosse così perché il paradigma intellettuale ed il sistema di politica monetaria avevano incoraggiato tali aspettative. Anche se la FED era stata istituita ed operava, non aveva ancora il compito di assicurare la correzione dei prezzi a condizioni diverse dall’offerta e domanda di denaro.

Contemporaneamente gli osservatori economici non si sono neanche preoccupati del moderno spettro di una spirale deflazionistica fuori controllo che potrebbe derivare da una caduta dei prezzi che a sua volta alimenta le aspettative di ulteriori diminuzioni dei prezzi ed induce i consumatori e gli imprenditori a rinviare gli acquisti ad un futuro indefinito. Le ragioni per cui essi le hanno ignorate come eventualità furono ovvie. Primo, in regime di Gold Standard tale evento non era mai capitato. Secondo, per la visione liquidazionista, la contrazione del credito e la deflazione erano il metodo più veloce per riallineare i prezzi ed i costi, in particolare i livelli dei salari. Era ben noto che i capitalisti e gli imprenditori non avrebbero reagito ad un astratto livello dei prezzi, ma ad un effettivo o atteso margine dei prezzi. La deflazione in un meccanismo di prezzi liberamente funzionante non ha solo abbassato il livello dello sciame dei prezzi, ma l’ha anche riconfigurato così che i margini dei prezzi si sono espansi al punto tale che il pessimismo ed il malumore imprenditoriale hanno fatto posto all’ottimismo ed alla vivace assunzione dei rischi.

La politica liquidazionista è stata criticata all’epoca da un ridotto ma importante gruppo di economisti, tra cui i principali furono Irving Fisher, John Maynard Keynes e lo svedese Gustav Cassel. Questi economisti hanno formulato quella che poi è venuta ad essere nota come la “posizione stabilizzatrice”, secondo la quale mantenere uno stabile livello dei prezzi è la condizione necessaria e sufficiente per liberarsi dall’economia dei cicli economici, specialmente dalla depressione e dalla disoccupazione. Per questi economisti, la deflazione è stata “un abbaglio crudele e colossale” (p.123). Cassel ha negato che la deflazione graduale fosse possibile ed ha previsto che la FED non sarebbe stata in grado di controllare il tasso di diminuzione dei prezzi o il livello al quale avrebbero dovuto precipitare. Scrivendo due anni dopo la fine della depressione del 1920-21, Keynes ha sostenuto che la deflazione avrebbe dovuto indurre “per il momento tutti gli operatori a ritirarsi dalle attività” e “tutti coloro che stavano programmando acquisti a posticipare gli ordini il più a lungo possibile” (p.124).

Come dimostra Grant, i liquidazionisti hanno dimostrato di aver ragione in qualsiasi situazione. Il disperato allarme di Cassel – che la deflazione, una volta avviata, sarebbe stata senza legami con i principi economici – non è stato confermato. E il disperato giudizio di Keynes sull’effetto della deflazione si è dimostrato falso due anni prima del suo scritto. Durante la depressione, la spesa totale oppure il Prodotto Nazionale Lordo (PNL) nominale è crollato del 24% (da $91,5 miliardi nel 1920 a $69,6 miliardi nel 1921), ed il PNL reale si è ridotto del 9%. Secondo Grant ci fu una “caduta perpendicolare nei prezzi delle materie prime” che come mai prima è “scesa così in basso e così velocemente” (p.182). Sia i prezzi agricoli che i prezzi all’ingrosso sono precipitati di più di un terzo nel 1921. La disoccupazione raggiunse il 15,3% nel 1921. Però – nonostante “il vertiginoso tasso di diminuzione” dei prezzi, o meglio a causa di ciò – il processo di liquidazione giunse naturalmente a conclusione ed i prezzi toccarono il fondo definitivo a cominciare dal marzo 1921. Contrariamente al pensiero di Cassel e Keynes, la deflazione non è durata all’infinito, né ha portato ad una cessazione di tutte le attività economiche e spese aziendali. Infatti l’economia americana entrò in una fase di crescita molto forte e di rapido recupero già nel 1921 (p.186-190).

Paradossalmente, subito dopo il suo più grande successo, la posizione liquidazionista fu completamente discreditata e considerata non scientifica. Entro la metà degli anni 1920, la recente teoria macroeconomica di Fisher-Keynes sulla stabilizzazione del livello dei prezzi ha occupato l’intero mondo anglosassone. Sotto l’influenza del marchio sofisticato di leva monetaria, governanti e politici hanno deliberatamente abbandonato il meccanismo dei prezzi ed assicurato che – dopo meno di una decade – una banale recessione si sarebbe trasformata nella tragedia della Grande Depressione.

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Il principio di non aggressione quale grundnorm dell’esistenza e regola della coesistenza — Parte 3

Ven, 02/09/2016 - 08:37

Attenzione all’ambiguità: il rispetto della legge religiosamente neutra e delle libertà qui non sembra accettato come valore ma, se non in vista di vero e proprio hostile takeover, quanto meno solo quale mediazione e per di più su un terreno comune con le altre religioni monoteiste.

Qualcosa di buono è meglio di nulla: è in ogni modo da valorizzare l’abbandono dell’atteggiamento contenuto nell’opposizione rigida dar al-islam / dar al-harb, nel suo modello interpretativo più retrivo. Ma va detto che una cosa è aderire ai valori del liberalismo, altra è adeguarsi a quei valori in virtù dell’essere ospiti. L’ospitalità è legata alla cittadinanza ed, in ultima analisi, alla forza politica e del numero. Allora sarebbe da chiedersi cosa succederebbe nel momento in cui tali associazioni dovessero sentirsi non più ospiti ma padrone di casa.

Vanno invece accolti con maggior favore quei movimenti più liberali interni allo stesso Islam, seppure minoritari. In primis i movimenti del liberalismo islamico, ed accanto ad essi anche il movimento islamico femminista e quello progressista. Nonostante le differenze all’interno di una variegata e composita realtà riformista va sostenuto, non frustrato, lo sforzo che tende ad allontanarsi da una interpretazione letterale delle scritture.

Dovrebbe infine essere chiaro che una cosa è il pluralismo culturale ed ordinamentale quale garanzia di diversità e libertà. Altro è permettere la violenza sulla base della “libertà culturale” e della “diversità” di un gruppo sociale. Tollerando situazioni come quella descritta si rinnega l’essenza e l’esistenza di una civiltà.

Di evidenza immediata è poi che non si possono senza doppiezza conciliare il comunitarismo (od il federalismo etnico che ne costituisce sottospecie) in campo nazionale e la responsability to protect, che si basa esattamente sul principio opposto, in campo internazionale. Questo fa parte delle contraddizioni dapprima evidenziate, che danno spazio a rivendicazioni caotiche.

Invece il punto fisso è l’intollerabilità della violenza, che è il minimo comun denominatore.

Se infatti tutto fosse possibile a tutti in ragione della propria diversità, se l’eccezionalismo etnico, religioso, culturale, fosse ragione sufficiente per ottenere uno status differenziato in tema di diritti o doveri, allora basterebbe definirsi gruppo autonomo per reclamare la propria parte di privilegi ed esenzioni.

D’altra parte ci vuole poco: per fare un gruppo basta essere in due.

Il punto di non uscita da tale dicotomia, come prima accennato, sta nel cessare di pensare a livello di gruppi, per attribuire libertà a livello individuale. Rispettando le preferenze di ognuno, indipendentemente dalla sua forza sociale.

Infatti, senza violazione del principio di coerenza, come si potrebbe ritenere che quella che viene considerata un’imposizione moralmente illecita se fatta con la forza, diverrebbe moralmente lecita se fatta, sempre con la forza, dopo un voto di maggioranza? Forse che la procedimentalizzazione od il principio maggioritario cambiano la natura sostanziale dell’ingiustizia o la natura violenta dell’imposizione?

Il principio maggioritario democratico ha portato Mussolini ed Hitler al potere.

La libertà va quindi pensata ed applicata in termini rigorosamente individuali, non di gruppo. Se non si stabilisce questa semplice regola, ogni sforzo anti violenza sarà vano. Ci sarà sempre uno scontro tra gruppi, più o meno stabilmente ed organicamente organizzati. La sopraffazione e l’ipocrisia sono all’ordine del giorno: sono in molti a voler (ingiustamente) imporre il loro punto di vista ed allo stesso tempo a (giustamente) indignarsi quando avviene il contrario. La sopraffazione e l’ipocrisia non vengono facilmente tollerate, e ne derivano le ribellioni dei perdenti. I quali, molte volte, non hanno come obiettivo la libertà, che pure invocano, ma la “loro” libertà. Quella di imporre i loro costumi e le norme del loro gruppo. Proprio quello che hanno subito, in una mimesi identificativa con l’aggressore. Il circolo della violenza.

Vengono di nuovo in mente parole di Gesù: “perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo?”.

Il meccanismo psicologico sotteso a questo comportamento è quello della proiezione.

Questa duplicità di azione incoerente non reclama la libertà di ognuno, ma la propria libertà (di gruppo) di liberamente imporre la propria assiologia; il valore della libertà viene richiamato solo quando va a proprio vantaggio. Il dittatore, senza limite alcuno nel suo delirio di potenza, almeno, rendendosi indipendente dal principio maggioritario, non si scherma dietro il numero. E non è detto, almeno astrattamente perché poi concretamente di rado va in questo modo, che non imponga valori al fine condivisi dalla maggioranza o sostanzialmente giusti.

Senza la libertà pensata a livello individuale una società complessa sarà instabile e potenzialmente violenta.

Ciò non vuol dire che la libertà non ammette limiti, ma che la limitazione di una libertà non può mai venire fatta sulla base di valori od ideali che si collocano come sacri in via prioritaria rispetto al valore “libertà”. Si può immaginarne limitazioni fondate su istanze pragmatiche, utilitaristiche, logiche: la religione della libertà è solo parzialmente dogmatica; ed ammette i suoi limiti, quando si presentano. Ma non tollera dogmi sovrapposti: nella lotta tra principi fondamentali, nel conflitto tra sacri, la libertà deve essere il sacro prevalente. Il senso del sacro fa parte della natura umana: non si può rimuovere, altrimenti va ad insidiarsi nascostamente in ideologie dannose. Ma esso non può formalizzarsi in precetti autoritativi provenienti da autorità istituzionalizzate. Questa è la direzione per i conflitti culturali e religiosi. La via per oscurantismi di ritorno. La libertà è l’unico sacro che assicura la pace.

In caso di conflitto tra libertà (propria o di altro soggetto) ed un valore di ascendenza sacrale diversa dovrà prevalere la prima, che deve essere dotata di un maggiore riconoscimento sacrale sociale, perché altrimenti si entra nella spirale delle reciproche aggressioni. Solo il rispetto dell’altrui libertà consente la pretesa di salvaguardare la propria e permette il supermento della violenza ideologica. La non violenza, l’abbandono della violenza in tutte le sue manifestazioni, anche quella politicamente organizzata e legittimata proceduralmente, deve essere il tabù sul quale si regge la pace sociale. Tutti gli altri tabù possono valere solo a livello inferiore, di adesione personale e volontaria.

E così elementare che fa quasi sorridere affermare che solo abbandonare la pretesa di imporsi sugli altri conduce all’abbandono della violenza. Fa sorridere perché siamo di fronte ad una tautologia. Ma invece ciò va ribadito con chiarezza, mettendo in luce le costanti ipocrisie, in quanto ognuno razzola in modo diverso da quel che predica. L’attuazione concreta dell’abbandono della pretesa di imporre agli altri il proprio modo di pensare è in realtà di difficile attuazione; in quanto comporta l’abbandono del potere, il decadimento non tanto simbolico (già avvenuto da tempo) quanto pratico dell’autorità.

Quando si profila un conflitto tra libertà, allora va inibito il comportamento dell’aggressore principale. Spesso si tratta di sfumature, da vedere caso per caso. La regolamentazione non può che essere generale ed astratta, e non invece consistere – come è oggi la tendenza legislativa – in minuziose previsioni di dettaglio e di settore che, per quanto appunto minuziose possano essere, non avranno mai la capacità di adattarsi alla molteplicità delle espressioni della vita nelle sue manifestazioni quotidiane.

Insomma, se il bilanciamento delle libertà può talora risultare difficoltoso, va detto che è pur sempre la libertà che deve essere il criterio guida della risoluzione dei conflitti.

Siccome la libertà assoluta (come ogni assoluto) non può esistere, e siccome relazione interindividuale contiene sempre in sé da una parte un aumento della libertà, in quanto amplia le possibilità, e dall’altra una diminuzione della libertà, in quanto in una relazione si incide sempre nell’altrui sfera, ecco che in qualche misura il conflitto è pressoché inevitabile. Ed, in caso di mancato superamento del conflitto attraverso la libera negoziazione, per la risoluzione va identificato quale sia l’aggressore sostanziale (o principale) nel rapporto tra soggetti che si va ad esaminare.

Questi va identificato nel promotore del conflitto ideologico, colui il quale intende sacrificare la libertà altrui, intesa come possibilità (che in effetti libertà e possibilità sono sinonimi) di agire ed interagire, in nome di un proprio valore sacro che l’altro non condivide, ponendosi con l’altro in relazione di conflittualità.

Va infatti sottolineato che il concetto di aggressione non si limita all’aggressione fisica di un soggetto da parte di un altro, ma ad ogni forma limitativa della libertà. Ne costituisce inveramento qualsiasi violazione del principio vivi e lascia vivere.

Una particolare attenzione merita, al proposito, l’insidioso problema, qui solo accennato, della libertà di escludere.

La questione va valutata anche a secondo del tipo di contesto in cui l’esclusione si atteggia. A meno che non ci si trovi in contesti associativi spontanei, ideologicamente e praticamente finalizzati, come regola di contatto sociale la libertà di escludere dovrà cedere a quella di agire ed interagire ogni qualvolta il comportamento dell’escludente è motivato non su valutazione intersoggettive ma in ragione di una sua appartenenza di gruppo di stampo ideologico, su un’intolleranza fondata su ragioni meta-individuali. Come detto, infatti, la libertà si misura sempre in termini individuali, sia attivamente che passivamente. In tali casi l’aggressore è chi ragiona ed agisce in termini di appartenenza collettiva assiologica. Mentre è ammissibile escludere un non credente da una riunione religiosa, non sarà ammissibile non entrare in contatto commerciale con qualcuno per il suo colore della pelle o per il suo credo religioso. Si potrà, invece, considerare lecita l’esclusione del soggetto, se avviene quale reazione ad una di lui violenza ideologica o fattuale: sarà legittimo non entrare in rapporto commerciale con chi predica la violenza od appartiene ad un’associazione con valori razzisti.

In questo caso l’esclusione è legittimata dalla circostanza che il soggetto la cui libertà relazionale si viene a limitare si pone egli per primo ingiustificatamente in modo privativo sostanziale nella sfera di libertà di altro soggetto. E’ un caso di reazione ad un aggressore che viola la regola del vivi e lascia vivere.

Karl Popper (1945, p. 736), un indiscusso maestro, ha al proposito parlato di “paradosso della tolleranza”: «Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti».

Ogni altro principio di convivenza che non sia fondato sulla libertà individuale e la non aggressione è per sua natura contraddittorio, dà luogo a paradossi insanabili ed è esposto ad attacchi ideologici motivati anche se strumentali.

  1. L’identità individuale, la sacralità dell’individuo e della vita, la religione della libertà

La costruzione di un’identità solida consiste in un processo individuale, di scoperta e di crescita, che conduce ad un certo punto alla separazione del soggetto dal gruppo sociale di riferimento. Quest’ultimo da una parte è rassicurante riparo, necessario per la protezione e benefico per l’accrescimento; dall’altra può divenire un aggregante fittizio in quanto fattore limitante, omologante, creatore di un sé incompleto quando non falso. Od addirittura strumento di azzardo morale. Si noti che un certo grado di appartenenza è ineliminabile ed essenziale per la civilizzazione, la condivisione, la cultura; per il ri-conoscimento nell’altro, il processo di socializzazione, l’acquisizione di un linguaggio condiviso. Ma una cosa è restare imprigionati in essa, altro è acquisire una capacità critica ed entrarvi – ed uscirvi – per scelta, e con una consapevolezza più ampia. Senza distacco e flessibilità dall’identità del gruppo originario in favore di un’identità individuale complessa ed articolata, tagliandosi il cordone ombelicale con le proprie radici, allora la propria ascendenza culturale non è più una risorsa ma diviene un luogo dove si è succubi (sudditi), la società un luogo di conflitto tra gruppi ed il soggetto un portatore del meme del totalitarismo. Costruire l’identità individuale è un processo faticoso, da concepirsi a livello di esperienza escatologica. Una vera avventura interiore da parte del singolo, dapprima alla ricerca della sua unicità topos di riunione di plurime appartenenze e di specificità sue proprie, ed infine capace di sublimare le diversità interne. Compiuto questo percorso di maturità ed autonomia, questo individuo sarà in grado anche di sublimare le diversità sociali e sarà pronto a vivere in pace con gli altri, senza subire né imporre. Solo l’individuo libero, capace di scegliere, rispetta le altrui libertà. L’individualismo metodologico ed il rispetto delle altrui libertà sono la premessa per la pace. L’identità su base individuale trova come referente speculare l’appartenenza al genere umano come identità collettiva primaria.

Se davvero si vuole giungere ad un mondo di pace e rispetto reciproco, se davvero si vuole un mondo libero da aggressioni, è evidente che il principio di non aggressione non è il fine da raggiungere ma deve essere esso stesso il principio guida di ogni azione umana. E va perseguito coerentemente.

Il pensiero debole, con la sua tremenda forza nell’assolutizzare il relativo, non funziona; non funziona nella pratica, ma è anche esposto alla contraddizione. L’assolutismo neppure. Ci vuole un relativismo relativo, che contenga elementi di assoluto. La dialettica tra immanenza e trascendenza è talmente necessaria che è compresa nel concetto stesso della divinità, la quale per definizione deve possedere entrambi. Ci vuole un relativismo che si arresti innanzi ad un principio supremo: quello del rispetto degli altri, di tutti gli altri. Non solo di quelli che appartengono a gruppi ideologizzati od organizzati. Non solo delle minoranze, ma della minoranza più piccola che c’è: l’individuo. Dire che la persona è sacra vuol dire che ogni singola persona, ogni individuo è sacro ed intoccabile finché non lede libertà altrui. Questa religione dialettica, senza dogmi, aperta alla ragione ed al riconoscimento reciproco, disposta a riconoscere i suoi limiti e che fa il conto col principio di realtà, non è disposta a soggiacere a nessun dogma di altra religione, trascendente o civile.

In particolare è capzioso prendere decisioni inerenti altri facendo riferimento ad un concetto impersonale ed astratto di “persona”, invero corrispondente all’idea di persona propria di un gruppo. In tal caso è il concetto a divenire sacro, non la singola persona, il singolo individuo. Questi sarebbe sacrificato in nome della persona astratta; sarebbe l’ennesimo capro espiatorio. Se invece è l’individuo ad essere sacro, sono sacre tutte le sue scelte, qualunque esse siano, fin quando non aggressive verso terzi.

La sacralità della vita consiste nel rispetto più profondo dell’altrui libertà, nel lasciare l’altro libero. Il massimo dono che si fa a qualcuno quando lo si ama è lasciarlo andare. Il rispetto dell’individuo, il riconoscimento della sua dignità, passa per il riconoscimento delle sue libere scelte.

La libertà è dunque un’istanza morale, che non v’è atto morale senza libera scelta. Che trova però, nello stesso tempo, riscontro anche nella logica e nella sua utilità sociale. E’ sinonimo di non violenza e contrario di schiavitù.

Mentre il comandare, il trattenere, sono sintomi di possesso, di incapacità di vedere oltre. Questo lasciar andare gli altri in fondo è anche lasciar andare sé stessi da un’eccessività rigidità del proprio giudice interiore. L’anelito alla libertà come aspirazione spirituale ad andare oltre, abbandonando quell’impulso al controllo delle cose e delle persone (epifenomeno di una concezione prettamente materialistica) è anche la chiave di un’esistenza basata su un innalzamento del sé; un riflesso del divino che c’è nell’essere umano. Sono le bestie, non gli uomini, che devono essere governate: «che io debba essere governato: ecco dove inizia lo scandalo della politica». (Sgalambro 1994, p. 9). E’ la visione religiosa della libertà che «accresce e nobilita di continuo la vita e le conferisce il suo unico e intero significato». (Croce 1944, p. 332).

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Il principio di non aggressione quale grundnorm dell’esistenza e regola della coesistenza — Parte 2

Mer, 31/08/2016 - 08:31

Infatti avviene sovente che da una parte si cerca, di assorbire la diversità attraverso l’assimilazione. Certamente tale approccio contiene un tentativo nascosto, da ambo le parti, di contaminazione a proprio vantaggio; il che è tutto sommato accettabile, facendo ciò parte della fisiologia delle dinamiche relazionali. Ma il problema di fondo è che le regole base della relazione vengono poste di nascosto, facendo finta di non farlo. E soprattutto sta il fatto che il processo acquisitivo insito nella fusione culturale non è spontaneo e lasciato alla libera interazione ed alle libere scelte individuali.

E’ invece il grado di spontaneità nella libera interazione culturale che differenzia la contaminazione dalla colonizzazione.

Quando la scelta dei costumi da adottare è lasciata alle libertà individuali abbiamo un processo hayekiano di ordine spontaneo. L’evoluzione collettiva, guidata da preferenze soggettive, beneficia della conoscenza diffusa. Le fonti di informazione (le scelte compiute da ogni soggetto del sistema sociale) sono molteplici, e l’informazione diviene ascensionale (funziona bottom-up). Saranno così premiati i costumi che la maggioranza delle persone sceglierà. Questa è la vera società pluralista: funziona come somma delle individualità, non è comandata istituzionalmente.

Maggiormente invece il processo integrativo, il fine superiore trascendente, è di derivazione ideologica e natura (più o meno) autoritaria (che sia visibile o camuffato: quest’ultima modalità è propria delle civiltà più avanzate nel processo di elaborazione del processo di integrazione che sfruttano a fondo il c.d. soft power), maggiori saranno le frizioni all’inevitabile redde rationem. Ed avendo l’autorità apparentemente rimosso il suo essere tale, più grandi saranno i paradossi derivanti dalla negazione dell’esistenza di principio fondamentale alla base della coesistenza. Abbiamo già assistito varie volte all’invocazione della libertà per manifestarvi contro.

E quando ad un certo punto avverrà che l’autorità costituita, dopo aver discorso di libertà e pluralismo, mostrerà inflessibilità negoziale, molti resteranno stupiti. Invece la grundnorm della convivenza dovrà essere chiarita subito, perché la costruzione dell’identità comune necessita forzatamente del suo centro di gravità permanente. Dopo aver negato l’esistenza di primazie in favore dell’assimilazione, ad un certo punto il potere dimostrerà che quel che afferma non è vero. Dato che il primo fine del potere è conservare sé stesso, e non potrebbe essere altrimenti, innanzitutto non saranno tollerate mitologie e racconti che lo mettono in discussione. E sarà costretto ad imporre delle regole primarie di convivenza, a quel punto inaspettatamente; in modo incoerente, quasi a tradimento. I principi declamati non saranno rispettati, e ci sarà chi si sentirà tradito.

Questa opera di colonialismo culturale, una moderna forma di cannibalismo, viene spacciata per quel che non è; richiamandosi a principi diversi da quelli che realmente sottostanno al comportamento effettivo dell’autorità. Principi che, pur declamanti, poi non vengono rispettati, salvo ad essere invocati nel caso dovessero tornare nuovamente utili. Il cannibalismo è una pratica antropologica, un’estensione del carattere prevaricatore ed appropriativo tramite mimesi. Quest’ultima è anche modalità di apprendimento, in virtù dell’ambivalenza dell’umano agire. Barcellona (1984, p. 175) disse che tale ambivalenza «produce una tensione tra volontà di distruzione e volontà di conservazione della vita ». In particolare per Girard (1980, p. 32) la conflittualità è dovuta alla «convergenza verso un solo ed identico oggetto di due o più mani egualmente avide». Il conflitto mimetico sviluppa una violenza reciproca che dà vita al circolo vizioso della vendetta. “Siamo stati, siamo e saremo cannibali” affermò Pierre Antoine Bernheim (1993) spiegando, nel suo libro Cannibales scritto in collaborazione con Stravides, che il cannibalismo è un fenomeno complesso, che trova svariate fonti e cause: dalla vendetta, al bisogno nutritivo, all’amore ed alla devozione verso gli antenati, alla religione ed all’appropriazione delle qualità del nemico.

D’altra parte il cannibalismo culturale trova un suo lontano analista nientedimeno che in Montaigne (1580) il quale apre uno dei capitoli dei sui Saggi, quello intitolato Dei cannibali, nel modo seguente: «Sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto di ogni cosa».

Ed ancora: «Possiamo dunque ben chiamarli barbari, se li giudichiamo secondo le regole della ragione, ma non confrontandoli con noi stessi, che li superiamo in ogni sorta di barbarie».

L’esistenza di questa oscillazione tra cannibalismo culturale e riconoscimento dell’altro è stata evidenziata, attraverso la differente tensione presente nell’opera di Omero ed in quella di Erodoto, sin nell’antichità greca da Cantarella (2014, p. 82) la quale ha scritto:

«Omero impiega miti e leggende, magia e fiabe per costruire una grande metafora del ritorno dell’eroe alla civiltà. Ciò cui si riferisce Omero quando descrive mondi inesistenti è la realtà capovolta della terra in cui vive, l’opposizione tra grecità e barbarie. Erodoto, invece, utilizza il mondo reale, i luoghi e i regni che lo costituiscono per conferire fascino e originalità a culture molto diverse dalla sua. O meglio, dalle sue, parte greca e parte persiana. (…). Erano dei racconti grazie ai quali voleva far capire quanto il mondo era grande, vario e affascinante. Quanto si estendesse al di fuori dalle piazze ateniesi, nelle quali egli li intratteneva raccontando le sue storie».

Cionondimeno tra capacità di relazione e distruzione, tra eros e thanatos, l’evoluzione del cannibalismo da materiale a simbolico ha condotto l’uomo a riflettere su sé stesso: «A quelli che sostengono che l’Eucaristia ha le proprie radici nel cannibalismo arcaico dobbiamo dire “sì!” invece che “no!”. La vera storia dell’uomo è storia religiosa, che muove i suoi passi dal cannibalismo primitivo. Il cannibalismo primitivo è religione, e l’Eucaristia riassume questa storia dalla A alla Z» (Girard, 2003, p. 171).

Dunque la capacità di mentalizzare e trascendere sé stessa, questa possibilità, questa libertà, permette all’umanità di migliorare.

Con questa consapevolezza dovremmo approcciare la problematica del confronto tra culture, sapendo che anche prescindendo dalla modalità con cui si presenta il tentativo risoluzione del conflitto, che si parta dalla diversità per arrivare al confronto, o che si parta dall’identità per arrivare a differenziarsi (per usare una semplificazione, sia che si parta da destra e si arrivi a sinistra, sia che si segua il percorso inverso), ebbene in ogni caso sempre al centro si deve giungere. Per quanto si possa mediare o rimandare, quando si entra in contatto tra diversi o ci si tiene a distanza e ci si rispetta reciprocamente. O, se ci si amalgama nella società unica, è inevitabile affrontare il nucleo duro valoriale. Subito, chiaramente. Senza mentire. Se non si vuole evitare la dissoluzione della società e l’esplosione del conflitto è giocoforza trovare ed imporre la condivisione del suo valore fondante. Altrimenti è impossibile la coesistenza. Finché questo non avviene ci saranno vittime innocenti. Per cui è necessario fissare le regole da subito ed in modo leale e chiaro. In modo tale da essere il meno cannibali possibile, ma sapendo che un poco lo si è per natura. E per farlo bisogna avere una luce che illumini il percorso, un principio guida. Se la società aperta sarà capace di mantenersi coerente con il suo stesso racconto, è proprio così che beneficerà delle ricchezza della diversità e della crescita reciproca.

Si dovranno avere idee molto chiare e ci si dovrà presentare onestamente, ponendo subito i confini non oltrepassabili tra diversità lecite (individuali e di gruppo) ed i valori da condividere obbligatoriamente nell’ambito del consesso sociale.

Per fare ciò sarà auspicabile che il divino, che come tale è sacro, venga epurato di ogni ridondanza, di ogni sovrastruttura, di ogni epifenomeno, di ogni aspetto precettivo sociale. Per venire identificato col solo trascendente, e con il mistero connesso. Quanto meno, tale valore precettivo dovrà essere limitato all’adesione volontaria da parte dei fedeli, abbandonandosi il tentativo, che è un tentativo violento e totalizzante, di imporlo a tutti.

Invece nella società globalizzata non appare esserci questa condivisione del minimo comun denominatore da tutti accettato come base della convivenza. O meglio, non è che questa condivisone manchi del tutto, poiché tutti, o quasi, affermano il ripudio della violenza. Ma è una declamazione che non trova rispondenza nella realtà. E’ una posizione affermata ma poi sfumata, incerta, friabile. Emerge pienamente solo in determinate occasioni. E tale emersione è appunto occasionale, di fronte alle barbarie che scuotono emotivamente l’umanità. Tuttavia il giorno dopo questa unità invariabilmente scompare. Manca un chiaro criterio che permette il funzionamento del principio, pur da tutti auspicato, di non violenza.

Quando si vive in un mondo dove non esiste un criterio guida certo, riconosciuto e definito per riconoscere legittimità morale ad una condotta od ad un progetto culturale, il conflitto diviene permanente: ciascuno, al di là delle manifestate intenzioni, è si in parte disposto ad accettare l’alterità, ma al contempo vuole imporre il proprio differente noyeau dur. Più o meno grande che sia.

Il processo in corso, volontariamente o no che sia, lungi dal cercare un minimo comun denominatore, una mitologia condivisa, va esattamente nella direzione opposta: la rimozione della funzione del mito ed il suo travestimento.

  1. La non aggressione come condotta primaria dell’esistenza e regola della coesistenza. Definizione del principio di non aggressione ed il suo necessario atteggiarsi a livello individuale. L’identificazione dell’aggressore

Affinché si trovi un equilibrio sociale in una società pluralista occorre dunque identificare ed imporre un principio comune non negoziabile, e l’imposizione deve essere la meno impositiva possibile. Più si pretende di imporre, più la reciproca tolleranza è a rischio. Una volta trovato il denominatore minimo non si può né deve ammettere che non venga rispettato. In quanto espressione di non equanimità, ciò darebbe il via ad una serie infinta di rivendicazioni di parte.

Ciò è quel che avviene nella realtà, dove si agitano confuse pretese in una continua lotta “tutti contro tutti”.

Ricordiamo la pericope dell’adultera nel vangelo di Giovanni: quello è innanzitutto un conflitto tra leggi. Da una parte gli scribi ed i farisei, che personificano l’autorità costituita e vogliono ribadire il loro ruolo di interpreti ed esecutori della legge sacra di Mosé. Sfidando Gesù sul punto, il rivoluzionario che vedono come pericolo per la loro autorità, gli domandano se anch’egli ne ritiene giusta la lapidazione in applicazione della legge sacra. Vecchio testamento e nuovo al cospetto; e la donna (adultera) nel mezzo. “Chi di voi non ha peccato scagli la prima pietra” è la risposta di Gesù. Una risposta di perdono ed al contempo di responsabilizzazione dell’autorità. Gesù non prende il potere di petto, dicendo che la legge è ingiusta e va modificata. Non dice “non va applicata la legge”, ma dice “applicate la legge, se in coscienza ve la sentite; ma siete certi che poi non andrebbe applicata anche nei vostri confronti?”, invitando ad un esame di coscienza ed alla responsabilità. Mentre però in quel caso scribi e farisei mostrano una coscienza residua ed abbandonano uno ad uno il luogo, non è quel che quotidianamente accade nella vita sociale contemporanea nella quale ognuno si sente legittimato ad accusare, inquisire, condannare in nome dei principi più variopinti, vaghi, estemporanei. Che spaziano dal fantomatico pubblico interesse che si piega ad ogni esigenza, alle più disparate richieste estremizzate derivanti da religioni trascendenti, da religioni civili (altrettanto e talora maggiormente sacrali), da nuove istanze etiche sociali come ad esempio l’animalismo integralista.

Come se, una volta scagliata la prima pietra, e tutti sapendo nel profondo che chi ha scagliato non poteva che essere anch’egli un peccatore, sia iniziato un lancio di pietre reciproco collettivo.

«Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane impazzite» diceva Chesterton (1908). Ed ognuno che viene colpito da una pietra si reclama vittima innocente avendo – anche magari solo istintivamente – appreso il funzionamento dei meccanismi della violenza mimetica e del capro espiatorio spiegati da René Girard.

Questo avviene perché «al padre che ormai è soltanto un rivale opprimente, il figlio chiede il testo della legge, ottenendo, in risposta, solo farfugliamenti» (Girard 1972, p. 260-261).

Questa ben nota decadenza, per alcuni aspetti benefica, del principio dell’autorità, manifestatosi per secoli in modo oscurantista ed oppressivo, lascia scoperti se non ci si riporta continuativamente all’autorità della libertà. San Paolo sottolinea proprio questo nella lettera ai Galati: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5,1).

L’assenza di schiavitù, ovvero la libertà, dovrebbe allora essere il principio di autorità del mondo contemporaneo. Solo in presenza di un obbiettivo minimo comune, il rispetto reciproco, sarà facile garantirne un effettivo raggiungimento. Al contrario se le regole imposte sono troppe sarà inevitabile la pratica impossibilità di garantirle.

L’identificazione del minimo comun denominatore sociale è dunque da un lato indispensabile, a meno che non si voglia vivere in una società disgregata, ipotesi non auspicabile. Ma d’altra parte l’obbiettivo minimo è un obbiettivo massimo, non potendosi (ed a mio avviso anche ciò non sarebbe auspicabile) realisticamente pretendere di più che la pacifica coesistenza, basata sul rispetto di ogni individuo.

Una società a rischio di disgregazione è quella in cui prevale il multiculturalismo, che, nella terminologia qui utilizzata, è cosa ben diversa dal pluralismo culturale. Laddove, cioè, sono ammessi accentuati comunitarismi. Il comunitarismo, nella sua essenza più stretta, nega la possibilità di terreni comuni. I diversi gruppi sociali vivono vite separate. Questa assenza di comunicazione però non significa che non emergano punti di frizione, per la semplice ragione che le persone nel corso delle loro vite vengono in contatto tra loro. E se non hanno sviluppato un linguaggio comune, nel senso lato del termine, ed una capacità comunicativa, non comprenderanno reciprocamente le loro differenze ed entreranno inevitabilmente in conflitto.

Un esempio di accentuato comunitarismo è quello all’origine delle direttive della law society (l’organo rappresentativo dei solicitors, una specie dell’ordine degli avvocati) di Londra sulla redazione di disposizioni testamentarie secondo la shari’a nell’ambito dell’assistenza data a cittadini e residenti di fede musulmana. (Magni 2014).

Paradossalmente la notizia è tratta da un sito di forte ascendenza culturale cattolica, che da una parte effettua nel caso specifico una forte condanna morale delle usanze sacre altrui, ma vuole poi imporre le proprie. Attenzione, non che non si possa avere e sostenere un’opinione, che non si possa ritenere di avvicinarsi ad una verità (ma non di possederla interamente, in omaggio al principio dell’imperfezione umana ed a quello del dubbio che deve sempre improntare i cuori sinceri e saggi). Solo che – se non nei limiti di una tutela della libertà da altrui aggressioni – non si può imporre valori con la forza della legge a chi non li condivide. Proprio in quell’articolo si parla di “versione democratica della legge del più forte”. Pertanto la non aggressione è il solo dogma, ed è prima di tutto una questione di metodo, che poi di riflesso diventa anche di merito. Insomma, ripeto e chiarisco in parole povere che la questione di fondo, irrisolta ed irrisolvibile, è questa: non si può pretendere di prevaricare libertà altrui su base morale e poi urlare alla prevaricazione quando lo fanno gli “altri”.

Nelle direttive testamentarie succitate si recepiscono disposizioni, evidentemente illegittime ai sensi del diritto inglese, ma che trovano pratica applicazione dato che le dispute familiari sono spesso risolte in seno ad organismi di mediazione interni alle organizzazioni islamiche. Ivi si prevede la limitazione in capo alle donne, ai figli nati fuori dal matrimonio, ai miscredenti, della capacità di succedere, e dunque l’impossibilità del testatore di disporre liberamente dei propri beni.

Semmai il ragionamento dovrebbe essere proprio l’inverso, partendo dalla libertà illimitata del testatore di disporre dei beni di sua proprietà, e valutando se sia possibile limitarla; ma giammai si potranno ritenere legali e compulsive discriminazioni sistematiche, quali quella di genere, all’interno di un ordinamento sociale.

Questo è proprio il “federalismo su base etnica” all’inizio richiamato. Che in fondo vuol dire ammettere che una diversità tra esseri umani possa fondarsi su un concetto discutibile, connotato da un certo razzismo, come l’etnia. Che quale categoria di appartenenza ideologica non può costituire valida premessa, proprietà rilevante, per ottenere aprioristicamente uno status differente in termini di diritti, doveri, costumi sociali. E mai l’eccezionalismo etnico potrà essere premessa per legittimare aggressioni, magari per tali ragioni pretendendosi esenzioni da norme, comprendenti la legittimazione a comportamenti oppressivi verso alcuni sottogruppi ed individui del gruppo di appartenenza (donne, minori, possibilità di riduzione in schiavitù). Va sottolineato che il principio di neutralità, etnica e/o religiosa, come non ammette discriminazioni negative non ne può ammettere neanche di positive.

I conflitti sono di facile risoluzione se adoperiamo il metodo dell’identificazione dell’aggressore della libertà: nel caso in esame siamo di fronte ad una evidente prevaricazione collettiva di libertà e diritti individuali tramite esclusione. Pertanto non sarà tollerabile.

Legittimare l’idea dell’esclusione testamentaria per le donne significa che avremmo alcuni soggetti che hanno meno diritti, che non sono titolari diritti di libertà previsti per tutti gli altri dalla legge generale, in quanto sottoposti a leggi prevaricatrici e violente di settore. Significa Legittimare la violenza di un gruppo su un altro. Il che non è ammissibile per nessuna ragione al mondo, tanto meno per l’ascendenza più o meno religiosa/sacra della norma.

Che si possa solo immaginare di tollerare una discriminazione di genere in materia successoria come quella in precedenza descritta è il riflesso ultimo della malsana idea che il concetto di libertà sia appannaggio di entità collettive di appartenenza e non di singoli individui. Solo in virtù di quel malinteso di può pensare che un sottogruppo sociale possa essere libero di organizzare autonomamente le norme di relazione al suo interno in modo da comportare aggressione al singolo individuo.

Non bisogna farsi incantare da adeguamenti dal carattere contingente, se parte di visioni – per certi aspetti ben accette, ma comunque di derivazione teocratica – che possono essere inquadrate benissimo in quelle alleanze strategiche e tattiche di cui si è discorso in precedenza. Può essere il caso del rispetto proclamato verso leggi positive laiche da parte di associazioni musulmane se (non dico sia necessariamente così) accompagnato da un retropensiero della provvisorietà di tale adeguamento.

Infatti:

«Anche sul suolo europeo, le organizzazioni islamiche si sono impegnate nella divulgazione ed analisi del rapporto tra islam e diritti umani. Tra le dichiarazioni adottate, sicuramente la tedesca Islamische Charta del Consiglio centrale dei musulmani in Germania del 20 febbraio 2002 ne è un esempio. Questa non è assimilabile ad una vera Carta dei diritti, ma ad un vademecum dei doveri dell’uomo musulmano capace di illustrare i doveri degli appartenenti alla comunità religiosa musulmana in uno Stato non islamico e laico. La Carta, infatti, persegue l’obiettivo di creare spazi di convivenza civile tra gli appartenenti a fedi diverse, attraverso la creazione di una base comune con le altre fedi monoteistiche che ricordi la comune origine del Dio venerato.

L’islam è sempre riconosciuto quale un credo ed un insieme di norme etiche e sociali così come un ordinamento giuridico (articolo 8), ma l’essere inseriti in un sistema giuridico non musulmano implica per gli appartenenti alla ummah islamica il perseguimento delle norme del paese ospitante (articolo 10), anche in materie tipicamente “islamiche” come lo statuto personale, spingendosi a riconoscere nell’ambito della libertà di religione, il diritto del singolo di scegliere di abbandonare il proprio credo». (Romano 2012, p. 150-151).

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Il principio di non aggressione quale grundnorm dell’esistenza e regola della coesistenza — Parte 1

Lun, 29/08/2016 - 08:19
  1. I livelli del conflitto: intersoggettivo, sociale, planetario

Analizziamo tre casi di conflitto a diversi livelli.

Innanzitutto le opinioni discordanti su problematiche bioetiche: con l’espressione sintetizzante “la vita è sacra” declamata – spesso in tono monitorio – ad ermetica chiusura di ogni possibile apertura ad un dibattito su questioni sensibili attinenti a vari argomenti riguardanti la disponibilità dell’inizio e fine vita, come l’eutanasia o le direttive avanzate, si intende affermare assertivamente che l’argomento non è negoziabile e non può essere oggetto di compromesso tra correnti di pensiero differenti. Ciò perché costituisce un valore fondamentale di una determinata cultura. Quando si invoca la sacralità di qualcosa siamo in presenza di qualcosa di non sorpassabile, un tabù.

Poi un caso di organizzazione politica su base nazionale: i partiti maoisti in Nepal, nel processo di negoziazione della nuova costituzione ancora in corso ad inizio 2015 dopo secoli di monarchia indù (la costituente va avanti invano dal 2007) hanno insistito per l’introduzione di un federalismo su base etnica, il cui disconoscimento e mancata previsione nel progetto di costituzione a loro avviso nega l’identità ed il rispetto di decine di gruppi minoritari. Dal suo canto il presidente dell’UML, la maggioranza di governo, replica che un federalismo su base etnica non è sostenibile, poiché una simile suddivisione sarebbe foriera di conflitti disastrosi.

Paradossalmente dal punto di vista assiologico, e probabilmente con spirito ecumenico finalizzato ad evitare che il conflitto esploda, i vertici della chiesa cattolica nepalese spingono verso un compromesso laico (Sharma, 2015). Il vicario apostolico mons. Paul Simick afferma che tutta la comunità prega perché sia presto promulgata una costituzione laica e democratica. Il vescovo evangelico Narayan Sharma si augura che siano rispettate tutte le fedi e tutti i gruppi, e che ogni cittadino possa godere dei diritti umani e civili riconosciuti sul piano internazionale. Laicità e democrazia, dunque, difesi del clero. Ma tra laicità e radici etniche vi è un ambiguo legame da chiarire. E la democrazia non è utilizzabile quale criterio risolutore del conflitto tra unità statuale e federalismo. Quanto ai diritti umani riconosciuti, sul piano internazionale ci stanno differenziazioni sulla loro identificazione ed ancora maggiori per quel che riguarda l’interpretazione. E’ noto che l’idea dei diritti umani è cambiata nel tempo, e che anche nel presente non v’è concordanza su quali essi siano precisamente. Pletorico poi parlare della loro pratica attuazione. Di tale differenziazione di vedute costituisce lampante esempio il fatto che i paesi musulmani non hanno aderito alla dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, producendo a loro volta la dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, proclamata il 19811. Insomma, la buona volontà e le belle parole aiutano; ma non bastano in assenza di idee chiare.

Infine uno sguardo, ancora più ampio, a casi di conflitto a livello transnazionale. Preferisco quest’ultimo termine ad “internazionale” perché i conflitti internazionali non costituiscono più l’essenza del conflitto planetario: mentre una volta le nazioni erano i soggetti del potere, detentrici assolute della sovranità, attualmente esse sono i luoghi in cui la sovranità, che è divenuta sempre più fenomeno extraterritoriale, si organizza e si manifesta. Ma i soggetti detentori del potere sono legati tra loro ed agiscono transnazionalmente, anche tramite istituzioni sovranazionali. Questo significa che i conflitti internazionali stanno diventando con maggiore evidenza conflitti tra gruppi di potere ed ideologie che dominano alcuni territori nazionali verso altre ideologie che ne dominano altri. E se ciò è, in parte, sempre stato, questo tratto ha trovato all’inizio del secolo XXI una più ampia caratterizzazione, con la diffusione (in specie in occidente) del potere come rete globale. Mentre dapprima dunque la sovranità era precipuamente controllo del territorio, oggi la sovranità è essenzialmente controllo dello scambio economico planetario, delle sue regole e del suo mezzo: il denaro. Ed il controllo del territorio ne è strumento attuativo, livello di governo delegato e demandato a rappresentanti territoriali del potere sovranazionale. I sudditi delle nazioni sono dunque – a ben vedere – sudditi di quelle ideologie planetarie che governano in quelle nazioni. Questo non deve indurre all’errore di ritenere che la sovranità territoriale non sia rilevante: il potere agisce coercitivamente sempre su base territoriale, e trova pur sempre pratica attuazione tramite il suo controllo, sempre più forte e pervasivo. D’altra parte sarebbe anche errato e semplicistico credere che vi sia un gruppo di persone onnipotente: il fenomeno è molto più complesso, denso di molteplici contaminazioni; e coloro che guidano il processo di globalizzazione non costituiscono un insieme monolitico privo di conflitti al proprio interno2.

Si assiste però indubbiamente ad un mutamento di paradigma avvenuto con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia. Con nuovi vantaggi e nuovi pericoli.

Questa breve digressione è funzionale all’introduzione del terzo esempio, il successivo livello di conflitto: nel nuovo scenario del mondo globalizzato, dopo gli orrori del nazismo e del comunismo, non può destare sorpresa che la teoria della sovranità nazionale e della non interferenza sia andata in crisi e si sia affacciata la più recente dottrina della responsability to protect (R2P). Ma anche di questa si è cominciato presto a dubitare non appena ci si è resi conto che l’esportazione della democrazia non solo ha mostrato di non essere capace di raggiungere i suoi intenti, ma addirittura è sembrata atteggiarsi come una nuova forma di colonialismo, macchiata di ambiguità, strumentalità, commistione con ragioni economiche, di conquista e potere.

Quanto a questa ultima osservazione, è palese che i conflitti non hanno solo matrice ideologica, ma in questa sede proprio su questa ci si concentrerà. In quanto se si trovasse un principio di riferimento adatto a neutralizzare il coinvolgimento e l’utilizzo dell’ideologia nella genesi e nella gestione dei conflitti, allora di sicuro molti re resterebbero nudi.

Premetto sin d’ora, al fine di poter indirizzare il discorso già secondo il senso del criterio adottato, che qui propongo il principio della libertà individuale come sacro principio primo invalicabile.

  1. Le ragioni del conflitto: appartenenze, scelte assiologiche, identità

Le tre questioni evidenziate sembrano distanti tra loro, tuttavia hanno in comune molto più di quello che appare a prima vista. Alla base di tutte infatti, dalla più piccola alla più grande (rispettivamente, nell’area delle scelte individuali, in quella della politica nazionale, in quella della politica mondiale) stanno infatti due argomenti, a loro volta tra loro profondamente collegati: la difficoltà di conciliare differenze profonde su valori in regole di coesistenza condivise; e la questione del proxy: chi può decidere per conto di altri, in quali casi, e quando è lecito intervenire a tutela di terzi. Il tutto è, come dicevo, indissolubilmente legato ad interessi economici e sorretto da propaganda mediatica la cui funzione è confondere molto più che spiegare. Insomma, alla base dei conflitti ci sta sempre l’occuparsi degli affari propri (ideologici od economici) tramite l’occuparsi degli affari altrui, laddove non è chiaro l’esatto confine tra “noi” e gli “altri” in quanto sono ambigue le attribuzioni proprietarie (le titolarità) dei diritti.

La mission impossible delle moderne società è proprio la pretesa, invero perorata con alternanza in maniera più o meno convinta in base alla convenienza ed alla contingenza, di unificare tutte le differenze identitarie senza veti – anzi con espliciti riconoscimenti reciproci – ed al contempo garantire le differenze che si vuole unire; negando che talune premesse valoriali del vivere insieme siano dotate di superiorità rispetto ad altre. Il problema è però che le differenze alla base delle varie identità vertono proprio su quei valori fondanti che ne costituiscono da secoli il collante sociale. E’ proprio su quei valori che si definisce – almeno relativamente – l’appartenenza. Perciò se si vuole unire non può essere riconosciuta ad ogni differenza eguale legittimità morale, altrimenti si resta separati. Dei limiti vanno posti, e devono innanzitutto avere due caratteristiche: essere chiaramente riconoscibili ed essere coerenti. Il che invece non avviene affatto. Sia perché la storia ed i valori sono in eterno divenire, sia per l’oggettiva difficoltà, sia perché l’eguaglianza di trattamento, come ha insegnato Orwell, non esclude che alcuni siano più uguali degli altri in dipendenza della scelta delle qualità soggettive di volta in volta prese come giustificazione della diversità di trattamento. Il potere è in ultima analisi questo: maggiore eguaglianza.

Ho scritto che l’appartenenza si definisce solo “relativamente” sui valori fondanti perché il quadro è in effetti molto complicato. Innanzitutto in quanto un’appartenenza, per quanto forte, ed a meno che non sia totalitaria e totalizzante, identifica un individuo a determinati fini e dentro determinati contesti; ma non lo risolve completamente. E poi perché ognuno è titolare di più appartenenze, e pur se una di queste è sovente considerata primaria, anche le altre, qui parlandosi ovviamente comunque solo di appartenenze “forti” e tralasciando quelle secondarie, hanno un loro peso.

L’appartenenza primaria è quella relativa ai tratti comuni essenziali, spesso originari, nel tempo e nello spazio. Ma osserviamo che appartenenti alla medesima appartenenza, anche primaria, non necessariamente condividono egualmente anche l’adesione a valori diversi da quello core: vi sono dei valori collaterali che magari sono maggiormente condivisi con soggetti facenti parte di comunità diverse. Talvolta, anche in ragione dei valori collaterali, accade persino che il valore core venga interpretato e vissuto differentemente tra i membri di una medesima comunità.

Questi valori collaterali sono molto forti, perché derivano da preferenze soggettive e possono anche divenire preponderanti in caso di aut-aut. Le preferenze soggettive si relazionano con l’appartenenza “madre” in senso evolutivo, rappresentando il cambiamento di quella in itinere. Mentre il valore fondante è più che altro storico, parte di un inconscio culturale collettivo. Questo è di norma di ascendenza religiosa, se non altro perché la religione – indipendentemente dal suo aspetto trascendentale – è stata per secoli il fattore culturale e morale che ha regolato la vita delle popolazioni.

In quanto connotato da sacralità, e da una certa resilienza stratificata nell’inconscio collettivo, il valore originario, se non sufficientemente elaborato, può talora subitaneamente ed inaspettatamente riemergere in caso di extrema ratio. E non è dato sapere prima quale parte del sé prevarrà nelle scelte e nelle azioni concrete di un individuo all’interno del quale agiscono forze complesse, anche contraddittorie.

  1. Il pluralismo conflittuale e la scissione del sé. La gestione del conflitto.

Tale il quadro, sono evidenti le ragioni per cui i conflitti non sussistono solo tra gruppi ma anche all’interno dei gruppi. Più dettagliatamente, sia trasversalmente a livello di gruppi sia a livello individuale infragruppo e magari – sempre a livello individuale – in relazione ad altri conflitti individuali all’interno di un altro gruppo.

Trasversalmente tra gruppi nel senso che ogni consesso identitario, può ritrovarsi in un altro, ad intermittenza. Avremo allora un legame provvisorio tra gruppo A e gruppo B su una determinata tematica. Mentre su di un’altra il legame provvisorio si instaurerà tra gruppo A con il gruppo C. Tuttavia, davanti ad un ulteriore tema ancora, il gruppo B potrà trovarsi d’accordo col gruppo C.

Sul piano individuale il conflitto può presentarsi infragruppo o può assumere la stessa mobilità di cui sopra attraverso interazioni individuali, od anche di sottogruppo, tra appartenenti ai diversi gruppi. Questo avviene in quanto, come prima accennato, l’adesione ai valori del gruppo non è quasi mai totale – a parte i casi di estremismi, per definizione totalizzanti – in virtù del fatto che le individualità sono insopprimibili. Non solo l’adesione non riguarda la globalità dei valori rappresentati dal proprio gruppo, ma esclusivamente quelli fondamentali, ma persino gli stessi valori fondamentali sono sovente diversamente interpretati, così che infine ne viene mutato non poco il pratico significato. Così potremmo avere, sempre su determinate singole questioni, alleanze tra uno o più membri di gruppi di appartenenza differenti; eventualmente alcuni (o tutti) in contrasto con gli altri membri del proprio stesso gruppo di appartenenza principale.

Se poi consideriamo infine che le appartenenze sono molteplici (nazionalità, religione, cultura, status, attività lavorativa, ricchezza etc.) si capisce come il fenomeno sia praticamente ingovernabile.

Assistiamo costantemente al sorgere di alleanze assiologiche liquide (prendo qui in prestito la terminologia di Bauman, utile a rendere l’idea) e mutevoli. Talora queste alleanze diverranno strategiche, in virtù di un terreno comune che, almeno in quel momento, sembra potenzialmente unificante.

Persino gli incontri tra leader religiosi dei grandi monoteismi possono essere interpretati, in questa ottica, oltre che ovviamente come speranza di pace e di riconoscimento dell’alterità, anche come un’unificazione basata su principi comuni escludenti “altri”. Insomma, dicendolo apertis verbis , come accordi di spartizione del potere. In effetti le religioni sono sovente state oggetto di persecuzioni; da parte di altre religioni (comprese quelle laiche, come nel caso del comunismo) od addirittura da parte di correligionari in seguito a scismi. È dunque tale l’abitudine alla violenza del sacro (Barrington Moore jr., 2002) che quando i rappresentanti di differenti religioni si incontrano in pace, ebbene questo fatto diventa una notizia. Tuttavia anche in questi casi l’unione collettiva, se non fondata su un valore universale di pace e libertà che sia più forte delle religioni stesse e dei loro dogmi, ha necessariamente un “altro” cui contrapporsi: il laico, l’agnostico, altri credi non presenti all’incontro. I popoli del libro sono uniti infatti in opposizione alle religione politei- ste (per quanto ci sarebbe molto da dire su questa opposizione, talora più parziale di quel che sembra). Ma poi un predicatore ambiguo, populista e demagogo come Zakir Naik detta l’agenda di come ricondurre ad unità l’islamismo e l’induismo, indicando (egli, islamista) come quest’ultima religione debba venire correttamente interpretata. E se correttamente interpretata, si vedrà che la riunificazione è possi- bile: «la principale differenza tra gli Indù ed i Musulmani è quella relazione d’appartenenza. L’Indù afferma: “Tutto è Dio.” Il Musulmano dichiara: “Tutto è di Dio”, Dio preceduto dalla preposizione “di.” Se riusciremo a risolvere la differenza costituita da quel “di”, gli Indù e i Musulmani saranno uniti» (Naik, 2015).

Sotto quale bandiera egli intenda debba avvenire l’unione non è difficile intuirlo.

Altre volte ci si troverà di fronte ad alleanze tattiche attraverso le quali ci si coalizza temporaneamente per il raggiungimento di specifici obbiettivi. Altre volte ancora, più limitatamente, ci si unisce solo per medesima contrarietà agli obbiettivi di altri gruppi, in attesa di un successivo redde rationem.

Ci si muove sempre in una dialettica tra “noi” ed “altri”, esautorando il singolo, la sua individualità, la sua libera scelta. In ciò, proprio nell’appartenenza collettiva, nel non considerare l’unica appartenenza rilevante quella di appartenere al genere umano, risiede in fondo il problema della violenza sociale su base ideologica.

Questa difficoltà di stabilizzazione della struttura sociale, questa mancanza di orizzonte condiviso, la difficile interpretazione della relazione “io-noi-altri” – cui deve aggiungersi l’azzardo morale da parte di gruppi di potere e la forte propaganda ideologica e mediatica al servizio di quelli – può non difficilmente condurre alla frammentazione del sé ed ad una soggettività frammentata di difficile composizione. A causa della complessità e della contraddittorietà delle interazioni sociali, l’individuo nel mondo globale è in crisi nevrotica identitaria. E quando non si riesce a conoscere, gestire o contenere la complessità, ecco che il conflitto esplode. Prima il conflitto intrapsichico e poi, dopo una riunificazione fittizia dell’io (che diviene magari succube di un super-io eccessivamente rigido. O che, non trovando un proprio spazio, per bisogno di semplificazione si ritira in appartenenze estromesse e borderline) esso viene estroiettato diventando conflitto con gli altri: il conflitto sociale. Questo è fino ad un certo punto un tratto normale della dimensione sociale dell’essere umano. Ma è più o meno forte a seconda del grado nevrotico od, addirittura, psicotico raggiunto.

Il tentativo di regolamentazione del conflitto sociale si può manifestare con diverse modalità. Ai fini dell’analisi ne ho categorizzate due: l’una, prevaricatrice, cerca – pur anche con la ragione ed il dialogo, ma senza remore in modo sempre più autoritario e violento man mano che si passa dal conflitto ordinario a quello più estremo – di far prevalere i propri valori su quelli altrui. L’altra, unificatrice, cerca un centro di valori comuni per la costruzione di un’identità che di quel conflitto possa rivelarsi sintesi dialettica.

Anche questa seconda modalità può atteggiarsi con diversa forza: alla sintesi può giungersi col dialogo, la tolleranza e la mediazione, ma anche con l’imposizione della soggezione ad un nuovo fine superiore da condividersi cogentemente.

La prima modalità, quella prevaricatrice, tipica dei processi di colonizzazione (in primis militare, ma anche culturale) si propone in modalità oppositiva verso il diverso, ed in posizione di priorità valoriale; e lo fa sulla base di ragioni storiche, geografiche, culturali. Ma nelle sue versioni maggiormente positive e proprio in ragione di una forte consapevolezza del sé potrà dimostrare una propensione al riconoscimento ed al rispetto dell’altrui diversità. Tuttavia è necessario precisare che questo rispetto sarà in ogni caso limitato a quegli spazi che sono al di fuori dei valori core, non negoziabili. A meno che non ci si riconosca reciproca preminenza nei diversi ambiti territoriali di sovranità: ogni luogo ha le sue regole, ognuno è padrone in casa propria. Siamo di fronte alla concezione della sovranità della prima modernità: quella dello stato nazione, legata al territorio (nel mentre quella transnazionale può definirsi postmoderna). Proprio in ragione di una visione del mondo che sembra sorpassata storicamente, questa concezione della gestione del conflitto viene definita oggi “di destra”: in quanto reazionaria rispetto alla postmodernità planetaria.

Seppure la seconda modalità, unificatrice, sembra presentarsi almeno formalmente come più costruttiva, al contempo potrebbe, per difetto di chiarezza, essere accusata di maggiore ipocrisia.

Note

1 Dichiarazione adottata dal consiglio islamico a Parigi. Ad essa sono seguite la dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’islam ad opera dell’organizzazione della conferenza islamica, nel 1990 e la carta araba dei diritti dell’uomo adottata nel 1994 dalla Lega degli stati arabi. Quest’ultima rappresenta, almeno tra le grandi dichiarazioni istituzionali nell’ambito musulmano, il massimo sforzo verso una posizione affine alla laicità sul tema dei diritti umani.

2 Questa analisi si ricollega principalmente alla prospettazione offerta da David Rothkopf nel suo libro Superclass.

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Il sottoconsumo e Keynes: una critica generale alla luce dell’azione umana — Parte 2

Ven, 26/08/2016 - 09:02

Poniamo ora una critica specifica alle tesi qui esposte.

L’errore di fondo di tutte queste tesi è di genere metodologico. Viene concepita la capacità di raggiungere ed acquisire una struttura produttiva in equilibrio, “nel senso pieno di quest’ultimo termine”, una struttura unidimensionale ed orizzontale e non disaggregata in molteplici stadi di tipo verticale, dove il fattore tempo viene trascurato e dove gli individui vengono ineluttabilmente ridotti a macroaggregati economici le cui relazioni quantitative si presume siano destinate a rimanere costanti.

Ragionando nell’anzidetta maniera non solo è impossibile distinguere quei processi che sono fondamentali per comprendere i cambiamenti che avvengono nella struttura produttiva, giacché non si tengono in alcuna vera considerazione gli elementi di base su cui si deve imperniare l’analisi economica, ossia azione individuale, tempo e dispersione della conoscenza ed i concetti attraverso i quali questi elementi si diffondo nella realtà economica di tutti i giorni, vale a dire soggettivismo, utilità marginale ed ordini spontanei, ma si finisce per supporre che la variabile politica sia determinante per porre in essere scelte economiche di successo generale quando, invece, al massimo, può svolgere il ruolo di variabile complementare.

L’essenza delle tesi sottoconsumistiche tradizionali consiste nel ritenere che se si lascia espandere il risparmio-investimento nel rispetto dei voleri di ciascun singolo (e che pertanto non sussistano squilibri monetari generati da processi inflativi), sebbene ciò possa essere qualcosa di positivo in termini individuali perché consente alla singola persona di incrementare il proprio reddito, si finisce per pregiudicare il benessere generale e, quindi, lo sviluppo economico, giacché al diminuire della domanda aggregata dei beni di consumo corrente la produzione si troverà a realizzare strutturalmente merci che non hanno uno sbocco di vendita. Di conseguenza, bisogna stimolare il consumo corrente ai danni del risparmio-investimento al fine di generare una crescita economica sostenibile.

Questa interpretazione è sbagliata perché l’iniziale e relativa diminuzione nella domanda di beni di consumo (causata dal maggior risparmio) aumenterà senz’altro nel tempo la produttività del sistema economico e con essa, dunque, la produzione di beni e servizi di consumo nonché i salari reali, dato che una volta che la struttura della produzione diviene permanentemente più intensiva di capitale con lo stesso reddito sociale lordo si è in possesso di un potere di acquisto maggiore. In questo processo, l’imprenditore di beni di consumo, anche se vede le sue vendite non crescere o addirittura diminuire, può ottenere gli stessi o pressoché gli stessi profitti di prima se riduce nel frattempo i suoi costi, ed in un mercato fluido quanto basta, cioè caratterizzato da mobilità del capitale e sufficiente libertà nel meccanismo di aggiustamento dei prezzi, questo è quello che tendenzialmente farà.

In ultimo, la redistribuzione del reddito e della ricchezza non rientra certamente nella lista di quei provvedimenti che possano evitare l’avvento di un ciclo economico o, una volta sopraggiunta la fase di bust del ciclo, porvi rimedio efficace. Al contrario, provvedimenti redistributivi potrebbero finanche peggiorare la fase di bust dato che i costi di queste misure vengono calcolati dando per scontato che tutti, sia coloro che ricevono sia coloro che li finanziano, continuino a lavorare mantenendo la stessa produttività di sempre. In poche parole, allorché si fa raggiungere un certo limite all’effetto disincentivante che tali provvedimenti contengono sia sui contribuenti sia sui beneficiari, questo effetto da latente finisce per manifestarsi apertamente, producendo così una riduzione del prodotto economico totale.

In linea di principio generale, l’unico modo veramente sano e sostenibile con cui uno Stato può aiutare i più bisognosi consiste nel liberalizzare il più possibile il mercato del lavoro, nel ridurre al minimo il peso e la rete dei tributi, delle regolamentazioni burocratiche e dei privilegi monopolistici, nel permettere a ciascuno di implementare e di vendere i propri talenti e le proprie conoscenze nel rispetto sostanziale della proprietà altrui.

Passando a Keynes, ed in particolare alla sua Teoria Generale, qui c’è da dire che oltre all’errore di fondo di genere metodologico già descritto, sussiste un altro “peccato originale”: il disinteresse per il postulato della scarsità reale. Supponendo che la produzione aggregata cambi automaticamente nella stessa direzione della spesa monetaria totale, si ritiene inevitabilmente che ogni aumento dei redditi nominali produca automaticamente un’offerta corrispondente di beni e servizi di consumo e di beni di capitale.

A sua volta questo disinteresse è la proiezione di un’inadeguata “teoria del capitale”: sulla scia degli economisti Frank Hyneman Knight e John Bates Clark, Keynes intende il capitale come un fondo omogeneo che si autoriproduce in grado, quindi, di andare oltre i beni di capitale, ossia oltre i suoi concreti ed eterogenei stadi intermedi di ogni processo di azione, soggettivamente considerati come tali dall’agente economico.

Si è detto che Keynes al contrario dei sottoconsumisti tradizionali non ignora la variabile tesaurizzazione, ma ciò, come si vedrà, non depone certamente a suo favore.

Il Keynes antecedente alla Teoria Generale si concentra sulle equazioni quantitative e mediante queste finisce per conferire alla velocità di circolazione del denaro vita propria, senza capire così che sono la domanda e l’offerta che gli individui fanno del denaro a determinare il valore dello stesso e la convenienza di come e quando spenderlo. La cosiddetta velocità di circolazione del denaro non ci dice nulla, infatti, su quale debba essere il meccanismo che permette di adeguare l’offerta di moneta alla sua domanda e con ciò di giungere alla stabilità monetaria.

Nel consegnare alla velocità di circolazione del denaro vita propria Keynes finisce per credere che un’autorità centrale, controllando le riserve bancarie, sia capace di adeguare l’offerta di totale di moneta bancaria di un’economia alla sua domanda e conseguentemente sia capace di evitare situazioni di eccedenza od insufficienza.

Ma la verità dei fatti è che, essendo il mondo economico contraddistinto dalla dispersione delle conoscenze di tempo e di luogo, solo per mezzo di una piena libertà di emissione della moneta e la decentralizzazione della riserva bancaria si può mettere a giusto punto quel meccanismo che consente un continuo adeguamento tra domanda ed offerta di moneta. Più ci si allontana da una piena libertà di emissione della moneta e dalla decentralizzazione della riserva bancaria più l’obiettivo della stabilità monetaria si allontana e con esso quello di strutture della produzione tendenti stabilmente all’equilibrio.

Nel momento in cui poi Keynes sostiene che se la velocità di circolazione diminuisce allora occorre aumentare l’offerta di moneta non si accorge che così facendo si va ad innescare un processo continuato di offerta di moneta che eccede la sua domanda, il quale processo non solo produce un rialzo non uniforme dei prezzi ma anche e, forse soprattutto, strutture della produzione insostenibili. In questa maniera, si può giungere ad una riduzione della disoccupazione nel breve periodo, nell’intervallo di tempo in cui il processo sequenziale di riaggiustamento dei prezzi non arriva a compimento, dopodiché si ribadiscono gli aspetti strutturali permanenti dell’economia, con l’aggravio, però, ora, di aver introdotto (altre) distorsioni allocative e di aver a che fare con un livello dei prezzi sicuramente più elevato a causa dell’incremento della spesa monetaria.

In seguito, il Keynes della Teoria Generale si spinge ancor un po’ più in là rispetto a quanto aveva dedotto con le equazioni quantitative ed aggiunge che pur di incentivare consumi ed investimenti ai danni della tesaurizzazione sarebbe auspicabile accettare una tassa sulla liquidità sul denaro a corso legale. Tuttavia, sposare una tale soluzione significa non comprendere che restringendo i diritti sulla proprietà ed i margini di scelta non si fa altro che allontanare tutti gli individui dal calcolo economico razionale e conseguentemente arrecare danno al complesso dell’economia.

La tesaurizzazione di beni mobili è un fenomeno antico quanto, se non più, del baratto. Accantonare riserve di liquidità per essere sicuri di far fronte ad eventuali pagamenti imprevisti rappresenta un metodo di impiegare le propria ricchezza del tutto consono al fatto che la dimensione economica dell’uomo è come “un continuo viaggio esplorativo verso risultati ignoti”. Gli individui (ciascuno di loro in possesso di una conoscenza circa le proprie circostanze di tempo e di luogo superiore a qualsiasi autorità centrale), inoltre, interagendo costantemente con l’ambiente economico circostante si possono rendere conto o meno se è il caso di aumentare o diminuire i propri saldi liquidi. Un aumento continuato e generale della variabile tesaurizzazione sta allora ad indicare che la società nel suo complesso vuole raggiungere lo scopo di preservare dalla distruzione il capitale o di trasferirlo in periodi economici futuri più propizi. Di conseguenza, un incremento continuato e generale alla tesaurizzazione va considerato non come una causa scatenante, bensì come una mera reazione spontanea degli agenti economici ad un ambiente economico circostante che favorisce il depauperamento piuttosto che l’arricchimento e la soluzione a ciò, dunque, non può essere coartare gli individui a spendere o a cedere parte del proprio reddito e delle proprie ricchezze, ma rendere questo ambiente più favorevole rispetto alle libere azioni individuali che vengono realizzate nel rispetto della proprietà altrui, azioni che rappresentano il motore di ogni sviluppo economico sostenibile.

Altro errore colossale della teoria keynesiana consiste nel ritenere il tasso di interesse un fenomeno monetario, determinato da offerta e domanda di moneta o dalla preferenza per la liquidità.

Il tasso di interesse è, invece, quel prezzo di mercato dei beni presenti in funzione dei beni futuri, un prezzo, quindi, espressione della disponibilità attuale delle risorse e dell’intensità psichica delle valutazioni soggettive dei beni presenti in relazione dei beni futuri. Pertanto, offerta e domanda di moneta determinano il prezzo della moneta (il potere di acquisto) non il tasso di interesse.

In conformità a tutto ciò, seppur molte azioni vengono sviluppate e concluse impiegando moneta come mediatore dello scambio, il tasso di interesse rappresenta, in verità, un fenomeno reale e non monetario.

La difficoltà, pertanto, sta nel far coincidere il tasso di interesse monetario con quel tasso che si determinerebbe se i beni si prestassero in natura senza la mediazione della moneta, e cioè con il tasso naturale di interesse.

Allorché il tasso di interesse monetario viene forzato al di sotto di questo tasso naturale di interesse si assiste ad una riduzione effimera che conduce a porre in essere mal investimenti, giacché le preferenze intertemporali degli agenti economici non sono cambiate nel senso di una maggiore e reale volontà di risparmio. Come risposta a questa forzatura si attiva immediatamente una spinta eguale e contraria per riportare il tasso di interesse monetario verso la coincidenza con il tasso naturale di interesse. Tuttavia, in presenza di un monopolio nell’emissione dell’intermediario dello scambio e centralizzazione della riserva bancaria, questa spinta uguale e contraria, sebbene effettivamente sussista, può rimanere soffocata a tempo praticamente indeterminato nella sua manifestazione esterna e gli agenti economici continuerebbero perciò ad assistere ad un tasso di interesse monetario che continua a far girare informazioni alterate rispetto a quelle che in prima battuta vengono emanate dal tasso naturale di interesse. Malgrado ciò, qualunque ritardo negli adeguamenti monetari resi necessari dalla disponibilità dei beni esistenti e dal modo in cui gli individui ripartiscono il loro reddito potrà avere solo l’effetto di accentuare ulteriormente i cambiamenti reali.

Nella vita reale la decisione sul come suddividere il proprio reddito fra spese per consumo, spese per risparmio-investimento e tesaurizzazione avviene contemporaneamente e può essere sempre rivista strada facendo. In tal senso, l’aumento di quella parte del reddito destinata alla tesaurizzazione può provenire o dalla quota che era destinata ai consumi correnti, o dalla quota che era destinata al risparmio-investimento o da una combinazione tra queste due possibilità. Nel primo caso si assisterà ad una diminuzione del tasso naturale di interesse, nel secondo caso ad un aumento del tasso naturale di interesse, nel terzo caso il tasso naturale di interesse potrebbe rimanere inalterato se la quota proveniente dai consumi è per entità la stessa di quella proveniente dal risparmio-investimento. Di conseguenza, non esiste una relazione diretta fra preferenza per la liquidità o domanda di moneta e il tasso naturale di interesse, dato che se la relazione fra il valore che si da ai beni presenti rispetto ai beni futuri non cambia, un aumento della domanda di moneta lascia il tasso naturale di interesse invariato.

Keynes definisce il tasso di interesse come quel premio che gli individui chiedono per separarsi dal denaro e questo premio sarebbe dettato dalla nostra inquietudine circa il futuro. Ciò significa che egli considera il tasso di interesse come un fenomeno monetario che può essere correttamente manovrato dall’alto per mezzo della politica e non per quello che invece è, vale a dire un fenomeno reale che in quanto tale non può essere correttamente manovrato da alcuna autorità centrale. Alla fine, infatti, sarà sempre il rapporto tra la scarsità delle risorse reali e la loro domanda a decidere quale investimento sia redditizio ed in quale misura.

Valutando il tasso di interesse come un fenomeno monetario, Keynes non può scorgere nell’allargamento degli strumenti fiduciari di pagamento senza un’antecedente accumulazione di risparmio reale e volontario l’elemento che produce la ciclicità di un’economia. In aggiunta, le sue soluzioni sono sprovviste di un meccanismo impersonale di mercato in grado di correggere in corso d’opera il disequilibrio provocato dall’eccesso d’offerta di questi strumenti.

Non è vero, infatti, contrariamente a quanto Keynes (appoggiandosi su un mero argomento contabile) afferma, che posizioni creditizie e debitorie cancellandosi mutuamente non possono conseguentemente avere effetti distorsivi sulla struttura produttiva. Colui che contrae un debito con la banca non contrae un debito in moneta, ma il credito che deriva da questo debito è una quantità di deposito a vista che diviene effettivamente e progressivamente moneta nel momento in cui (questo deposito a vista) inizia ad essere speso dall’agente economico per acquistare beni di capitale e servizi dei fattori produttivi. Se in tal modo l’offerta di moneta diviene superiore alla sua domanda si assisterà a variazioni di prezzi al rialzo non uniformi e ad investimenti insostenibili, poiché a questo squilibrio tra domanda ed offerta di moneta corrisponde uno squilibrio tra risparmio reale e volontario ed investimento.

Con una base monetaria arbitraria adeguare nel tempo l’offerta di credito alle reali preferenze intertemporali degli agenti economici diviene operazione molto difficile se non sostanzialmente impossibile.

In ultimo, il cosiddetto “moltiplicatore keynesiano” altro non è che un esercizio di stile puramente meccanicistico-matematico che non ha niente a che vedere con i processi reali che si generano nella struttura produttiva. Esso suppone che l’offerta di risorse, prodotti finali ed intermedi sia infinitamente elastica e che, quindi, qualsiasi aumento della domanda può essere appagato senza alcun incremento di prezzo. Con altre parole, esso ipotizza che un aumento dell’investimento sia plausibile senza che nel frattempo la società nel suo complesso né il singolo individuo debbano diminuire, neanche minimamente, i propri consumi allo scopo di assegnare un reddito alle persone in più che ora hanno ottenuto un lavoro. Keynes, inoltre, ci dice che tutto questo può essere raggiunto attraverso una certa socializzazione dell’investimento, giacché i liberi imprenditori, operando nell’incertezza circa il futuro, fallirebbero l’obiettivo della pieno impiego e simultaneamente di aumentare il reddito reale dell’intera comunità. Keynes, pertanto, al fine di centrare tale obiettivo, suggerisce di sostituire i liberi imprenditori con dei politici o dei tecnocrati illuminati. Tuttavia, sia un libero imprenditore sia un politico sia un tecnocrate sono tutti esseri umani e di conseguenza non si capisce proprio perché i secondi ed i terzi non debbano essere oppressi dall’incertezza circa il futuro quanto i primi, a meno che non si ritenga che esistano specifici individui che possano dirigere il futuro economico di una certa società meglio di altri, poiché in possesso di superiori conoscenze particolari di tempo e di luogo non solo per quanto riguarda le proprie circostanze, ma anche per quanto riguarda le circostanze di tutti gli altri.

Keynes, nell’insieme delle sue considerazioni, ci ha proposto un sistema economico fondato sull’ipotesi che non esista una vera e propria scarsità di risorse reali e che l’unica scarsità esistente sarebbe di ordine psicologico, concernente cioè la decisione del tutto irrazionale delle persone di non vendere i loro beni ed i loro servizi al di sotto di determinati prezzi. Una bella illusione non c’è che dire. Ma forse la forza persistente dell’idea keynesiana risiede esattamente in questo, vale a dire aver offerto all’umanità una dolce menzogna sulla quale ciascuno può fantasticare e proiettare la propria visione di un mondo irreale. Una dolce menzogna che nei fatti, però, si traduce inevitabilmente in direttive tanto restringenti delle libertà individuali quanto inefficaci sotto l’ottica economica complessiva.

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Il sottoconsumo e Keynes: una critica generale alla luce dell’azione umana — Parte 1

Mer, 24/08/2016 - 08:54

Per Sottoconsumo si deve intendere una serie di teorie economiche per le quali insiti nel libero mercato esistono delle componenti che generando una carenza di domanda aggregata rispetto all’offerta aggregata finiscono per decretare un consumo complessivo inferiore rispetto a quello che sarebbe necessario affinché tutte le merci prodotte vengano vendute o che la produzione si sviluppi in modo tale da occupare pienamente tutti i fattori disponibili.

Partiamo innanzitutto negoziando alcuni termini della questione.

Possiamo considerare la tesaurizzazione di saldi liquidi come risparmio che viene sottratto all’investimento ed ai consumi correnti oppure stimare la tesaurizzazione di saldi liquidi come domanda di moneta e vedere conseguentemente nel risparmio e nella tesaurizzazione due distinte modalità di scelta.

Questa sottolineatura ha la sua importanza in quanto sposando la seconda opzione si deve valutare la tesaurizzazione come una variabile completamente slegata rispetto alla dialettica tra consumo ed investimento.

Colui che oggi si astiene a consumare parte del proprio reddito in beni e servizi di consumo, allo scopo di guadagnare un interesse, presterà immediatamente questo denaro a delle imprese (che a loro volta lo impiegheranno istantaneamente per porre in essere delle produzioni), in maniera diretta o servendosi dell’ausilio dei canali di intermediazione finanziaria. Servendoci di questo esempio ed assumendo come valida la seconda opzione, il risparmio deve essere letto come l’altra faccia dell’investimento. Pertanto, il risparmio di moneta a differenza della tesaurizzazione di moneta rappresenta denaro in circolazione o per meglio dire denaro già scambiato per ottenere in cambio beni o servizi in un tempo futuro. In tal senso, il risparmio non rappresenta, quindi, una riduzione della spesa, bensì una diversificazione della spesa: scegliendo di risparmiare l’agente economico passa dallo spendere per consumare allo spendere per investire.

Nell’esaminare il Sottoconsumo è necessario partire da un presupposto essenziale. Tutte le tesi del sottoconsumo, sia quelle tradizionali sia quella che emerge nel 1936 con The General Theory of Employment, Interest and Money di John Maynard Keynes, assumono come idea comune che le crisi economiche nascono come effetto di una legge psicologica fondamentale: ogni comunità, all’aumentare del reddito reale non fa, di regola, mai corrispondere un aumento del consumo assoluto eguale (all’aumento del reddito reale); questa rigidità dei consumi rispetto al reddito reale tocca la società nel suo complesso, ma diviene certamente più forte mano a mano che gli individui si spostano verso le “classi più alte della società”.

Dal punto di vista temporale e dell’estrazione sociale, le teorie sottoconsumistiche traggono per lo più origine da quel mondo nobiliare che vede progressivamente sgretolarsi il suo prestigio a scapito di quella borghesia industriale e commerciale sempre più in ascesa a seguito dell’esplosione della rivoluzione industriale avvenuta nel corso del diciottesimo secolo. A cavallo tra settecento ed ottocento i più conosciuti sostenitori di queste teorie – James Maitland Lauderdale, Thomas Robert Malthus, Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi – sono, infatti, tutti personaggi di ascendenza aristocratica.

I sottoconsumisti tradizionali (vale a dire prima di giungere a Keynes ed alla sua Teoria Generale), ritengono che “quella legge psicologica fondamentale” si manifesti attraverso un processo che conduce ad una sfrenata espansione del capitale, ossia di beni di capitale, rispetto alle spese per il consumo corrente. In questo modo, gli autori di queste tesi tradizionali finiscono per sostenere che un accrescimento del capitale porta prosperità soltanto se all’accresciuta produzione si accompagnano, alla stessa velocità, vendite (cioè acquisti del pubblico) corrispondenti, diversamente il sistema produttivo collasserà in misura sistematica su se stesso. Nell’affermare ciò, essi fanno propria la posizione che risparmio ed investimento sono termini che rappresentano le due facce della stessa medaglia, mentre la variabile della tesaurizzazione viene ignorata. Tuttavia, l’aver trascurato quest’ultima variabile non sottintende che essi avessero identificato la tesaurizzazione come domanda di moneta, più semplicemente essi pensano che qualsiasi reddito che non viene speso in consumi viene tutto meccanicamente indirizzato verso la spesa per investimenti.

Nel 1804 Lauderdale nel suo trattato intitolato an Inquiry into the Nature and Origin of Public Wealth and into the Means and Causes of Its Increase asserisce che il singolo individuo astenendosi dalla spesa per consumi e allo stesso tempo risparmiando tenderà a diventare senz’altro più ricco, ma la pubblica ricchezza tenderà a non aumentare, giacché, in questa maniera, non si viene a creare materialmente ricchezza, ma si mette in atto unicamente un processo di trasferimento di ricchezza che impoverisce i venditori a vantaggio dei risparmiatori e questo processo conduce poco alla volta ad una diminuzione del benessere generale. In tale pensiero è, dunque, presente una disapprovazione del risparmio allorquando questo “viene ritenuto eccessivo”, ed una decisa critica alla libertà economica dell’individuo, dal momento che si suppone che esista anche nell’ambito delle azioni di scambio volontarie e rispettose della proprietà in generale una netta distinzione tra quello che profittevole per ogni singola persona e ciò che è profittevole per la società presa nel suo complesso.

Nel 1807 William Spence, altro sottoconsumista, partendo dalle suddette considerazioni di Lauderdale e preoccupato dal fatto che possa non esserci una spesa aggregata di consumi in grado di smaltire tutta la produzione di merci si spinge a proporre per evitare ciò di creare dei lavori magari anche del tutto improduttivi per l’economia ma che comunque redistribuiscano reddito, il quale reddito, una volta redistribuito, si ipotizza ovviamente che venga tutto o pressoché tutto speso in consumi correnti.

Se il detentore di una proprietà da 10.000 sterline l’anno dovesse spendere questa somma impiegando 500 soffiatori a creare bolle di vetro da frantumare non appena fatte, la prosperità del paese sarebbe promossa altrettanto bene che se impiegasse lo stesso numero a costruire uno splendido palazzo. William Spence, Britain Independent of Commerce, p. 36.

Tuttavia, Spence non è il solo tra i suoi contemporanei a sollecitare la crescita dei membri improduttivi della società come rimedio permanente alle forti oscillazioni del prodotto del sistema economico nel tempo. Malthus, nell’accusare “i capitalisti” di non voler consumare abbastanza i propri profitti perché troppo impegnati a raggiungere come obiettivo quello di “mettere da parte una certa fortuna”, suggerisce anch’esso il medesimo correttivo.

Allora, a meno di supporre che le classi produttive consumino molto di più di quanto lì si vede fare nell’esperienza … è assolutamente necessario che un paese con grandi capacità produttive possegga una quantità di consumatori improduttivi. Thomas Robert Malthus, Principles of Political Economy: Considered with a View to their Practical Application, (1a ed.1820), p. 463.

Nel contempo, però, Malthus non dimentica di evocare la legge psicologica fondamentale del sottoconsumo e, quindi, afferma pure che questo non voler consumare abbastanza rappresenta in realtà un limite fisiologico dell’essere umano dettato dal fatto che più si è abbienti più bisogni e gusti, benché tendano sempre ad aumentare, rallentano progressivamente la loro crescita.

Questa (supposta) legge psicologica fondamentale viene maggiormente dettagliata da Sismondi nella sua opera del 1819 Nouveaux Principes d’Économie Politique: Ou de la Richesse dans ses Rapports avec la Population.

In sostanza, Sismondi sostiene che il miglioramento della produttività generato dalla diffusione delle macchine aumenta i profitti dei capitalisti, i quali, però, a causa dell’esistenza di questo limite fisiologico alla crescita dei consumi, non sono in grado di acquistare merci alla stessa velocità con cui ora vengono prodotte grazie all’innovazione tecnologica.

Se i capitalisti non sono in grado di consumare abbastanza le merci da loro stessi prodotte, allora, onde evitare una crisi di sottoconsumo/sovrapproduzione che condurrebbe ad un ridimensionamento del sistema produttivo nel suo complesso – non trovando acquirenti per i loro prodotti i capitalisti dovrebbero chiudere parte dei loro impianti e soprattutto licenziare personale – occorre che quella fetta di società che ha ancora tanta voglia di consumare ma non ha reddito sufficiente per farlo venga fornita di questo reddito in maniera tale da proporzionare la crescita della ricchezza e dei consumi tra tutti i settori sociali.

Per Sismondi è compito dei buoni governi redistribuire reddito allorché il sistema economico ne faccia trasparire la necessità. A suo parere, tale redistribuzione, come esito ultimo, consentirà un sano raffreddamento della crescita dell’economia, o per meglio dire condurrà il sistema economico da una spontanea ma disastrosa modalità di crescita ad una interventista e sostenibile modalità di crescita.

Nel 1889 John Atkinson Hobson in The Physiology of Industry: Being an Exposure of Certain Fallacies in Existing Theories of Economics (opera scritta assieme alla collaborazione di Albert Frederick Mummery) nel riprendere il filone del pensiero sottoconsumistico, suggerisce anch’esso, come rimedio permanente per contrastare le forti oscillazioni del prodotto economico che caratterizzerebbero un’economia di libero mercato, una redistribuzione della ricchezza e del reddito, allo scopo di ridurre la quota di risparmio sul reddito nazionale.

Giungiamo adesso al sottoconsumo sui generis espresso da John Maynard Keynes nella Teoria Generale.

Il Keynes della Teoria Generale riprende dai sottoconsumisti tradizionali l’idea che nel libero mercato, al crescere del reddito dei consumatori gli acquisti dei beni di consumo non aumentano di altrettanto e che tale processo alla lunga comporterà una riduzione delle vendite, un’impennata degli stock, e utili che si tramutano in perdite.

Nonostante ciò, mentre per i sottoconsumisti tradizionali il suddetto processo era conseguenza di un eccesso di risparmio-investimento rispetto ai consumi correnti, per Keynes lo stesso processo era, invece, conseguenza di un soprappiù generale di risparmio che, però, in questo caso, non è da intendere come l’altra faccia dell’investimento, bensì come tesaurizzazione. Questo risparmio-tesaurizzazione, facendo rientrare nel sistema produttivo meno denaro di quanto ne esca, produrrebbe una crisi economica.

Keynes, pertanto, diversamente dai sottoconsumisti tradizionali, non esclude nella sua analisi la variabile tesaurizzazione e nel far ciò collega i rallentamenti della circolazione del denaro, o meglio dire dello scambio di denaro con altri beni o servizi, con la carenza sistematica di domanda aggregata rispetto all’offerta aggregata.

In aggiunta, Keynes ritiene anche che una carenza sistematica negli acquisti di beni di consumo correnti possa essere accompagnata da livelli di investimento ancora scarsi e con ciò egli vuole asserire che l’epicentro di una crisi dei tempi moderni è rappresentato da un’insufficienza degli investimenti rispetto alla tesaurizzazione-risparmio, insufficienza che viene generata da una caduta del tasso di profitto al di sotto del livello fissato dal tasso di interesse, la quale caduta, a sua volta, viene originata da un crollo psicologico (l’inquietudine circa il futuro) delle prospettive di investimento.

Di conseguenza, aumentare la spesa in beni di consumo resta una terapia anticrisi valida per i sottoconsumisti tradizionali quanto per Keynes, purché per quest’ultimo ad essere ridotta sia la variabile tesaurizzazione e non quella degli investimenti. Malgrado ciò, Keynes preferisce che il mancato incremento degli acquisti di beni di consumo corrente siano colmati non direttamente da altri acquisti in beni di consumo, bensì da un’ulteriore crescita del capitale, cioè da investimenti aggiuntivi, i quali ovviamente siano tutti finanziati espropriando in vario modo la quota di tesaurizzazione generale in possesso delle persone. Keynes prescrive questa preferenza “finché la massa di capitali non sia divenuta così abbondante che il suo ritorno-valore sia approssimativamente pari a zero”.

… in pratica io differisco da queste scuole di pensiero nel ritenere che esse possano mettere troppa enfasi sull’aumento dei consumi, in un’epoca in cui ci sono ancora molti vantaggi sociali che si possono ottenere aumentando gli investimenti … Personalmente sono impressionato dai grandi vantaggi sociali di aumentare la massa di capitale finché cessi di essere scarsa. John M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 325.

Riassumendo, per quanto Keynes scrive nella sua Teoria Generale, una crisi economica moderna viene indotta da un crollo delle aspettative delle persone le quali, divenendo negative, fanno contrarre la domanda di beni di capitale. Tale contrazione produce disoccupazione e successiva contrazione della domanda di beni di consumo.

Altra differenza tra Keynes ed i sottoconsumisti tradizionali e che nel primo non sussiste il convincimento dell’esistenza di un meccanismo automatico, seppur temporaneo, di ripresa. Nelle tesi tradizionali del sottoconsumo, in un mercato libero, boom and bust si avvicendano ininterrottamente. In Keynes, invece, senza l’attivazione di stimoli esterni, un’economia (di libero mercato) in recessione/depressione potrebbe sempre star lì a ruotare attorno ad una situazione di semi-depressione che si evidenzia per mezzo di un equilibrio di sotto-impiego permanente.

Stimoli esterni devono essere tradotti con intervento governativo sull’economia. E quali interventi, per Keynes, dovrebbero attuare i governi per curare una crisi economica?

Dapprima, Keynes consiglia ai governi di cercare di raggiungere una stabilizzazione del reddito monetario agendo sui prezzi interni: “se diminuisce la velocità di circolazione di moneta bisogna aumentare la quantità di moneta se, viceversa, aumenta la velocità di circolazione della moneta bisogna diminuire la quantità di moneta”. Questa fantasticheria centralista appartiene ad un Keynes precedente alla Teoria Generale ed è basata sull’aver dato eccessiva rilevanza e precisione alle equazioni quantitative e sull’opinione che la velocità di circolazione della moneta sia un’entità che nell’essere instabile sia anche indipendente dalle valutazioni degli individui circa la convenienza di spendere o meno il proprio denaro e che si modifichi senza alcuna connessione con quanto avviene all’estero. Tuttavia, l’ossessione di una circolazione del denaro come causa di recessione/depressione permane anche nella Teoria Generale e ciò spinge Keynes finanche a lodare in qualche maniera l’idea del “denaro deperibile” di Silvio Gesell.

Secondo questa proposta le banconote … manterrebbero il loro valore solo se bollate ogni mese … con dei contrassegni acquistati presso l’ufficio postale. Il costo dei francobolli potrebbe, ovviamente, essere fissato in qualsiasi appropriata cifra … Il costo suggerito da Gesell è stato dell’1 per mille a settimana, pari al 5,2 per cento l’anno. Questo costo sarebbe troppo elevato nelle condizioni esistenti, ma la cifra corretta, che dovrebbe essere cambiata di volta in volta, potrebbe essere raggiunta solo per tentativi ed errori. L’idea alla base del denaro bollato è sana. E’, infatti, possibile che in qualche modo si riesca nella pratica ad applicarla su scala modesta. John M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 357.

Quando con la Teoria Generale l’attenzione principale si sposta dall’instabilità della velocità di circolazione a quella della produzione reale, Keynes suggerisce di “utilizzare la politica monetaria, per forzare il tasso di interesse di lungo periodo verso il basso fino a fargli raggiungere quel livello in cui tendenzialmente si produce il pieno impiego”.

Ma egli stesso successivamente precisa che una tale politica di espansione monetaria può anche fallire se la preferenza per la liquidità degli individui cresce più velocemente di quanto la banca centrale stampi denaro; in questo caso, per Keynes non rimane che “una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento come unico mezzo per avvicinarsi al pieno impiego e contemporaneamente incrementare il reddito reale dell’intera comunità”. Un aumento della spesa pubblica diviene la naturale ultima raccomandazione da eseguire e la creazione di un deficit di bilancio pubblico la necessaria implicazione di una teoria che mette lo Stato al centro di tutto il sistema delle relazioni economiche. I programmi di spesa curati dallo Stato richiederanno, per essere tangibilmente realizzati, una serie di beni indispensabili da far produrre, aumentando in tal modo la domanda di questi beni, e persone da assumere al lavoro. Queste persone, che ora sono in possesso di un reddito che precedentemente non avevano, incrementeranno la domanda aggregata fornendo ulteriori condizioni per effettuare nuovi investimenti nella produzione e nuove assunzioni – “moltiplicatore keynesiano”.

All’interno di quest’ultima soluzione, Keynes si spinge addirittura a sostenere la tesi “alla Spence” della creazione da parte del governo di lavori magari anche totalmente improduttivi ma che in ogni caso redistribuiscano ricchezza e reddito, poiché ciò può risultare tanto benefico per la domanda e lo sviluppo quanto più questa creazione viene indirizzata verso quei settori della popolazione in possesso di una maggiore propensione al consumo. – Nelle note conclusive della Teoria Generale, Keynes scrisse anche che solo l’esperienza potrà rivelare fino a che punto è sicuro stimolare la propensione media al consumo, senza rinunciare all’obiettivo di privare il capitale del suo valore di scarsità nell’arco di una o due generazioni.

La costruzione di piramidi, i terremoti, perfino le guerre possono servire ad accrescere la ricchezza, se l’educazione dei nostri governanti secondo i principi dell’economia classica impedisce che si compia qualcosa di meglio … Se il Tesoro dovesse riempire vecchie bottiglie con delle banconote, seppellirle a profondità adeguate all’interno di miniere di carbone in disuso che vengono poi riempite fino alla superficie con rifiuti urbani, e consentisse in seguito all’iniziativa privata, nel rispetto dei principi ben comprovati del laissez-faire di recuperare le banconote … non ci sarebbe più disoccupazione e … il reddito reale della comunità e la sua ricchezza di capitale diventerebbero probabilmente molto maggiori rispetto a quanto non siano effettivamente adesso. John M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 129.

Se l’origine dei problemi per Keynes risiede in “quell’atavico desiderio umano di trattenere moneta per far fronte alle inquietudini circa il futuro” non vi è pressoché alcun dubbio, inoltre, che oggi essendo in presenza di quelle possibilità tecnologiche che lo consentirebbero (e che all’epoca di Keynes, invece, non c’erano) esso si esprimerebbe a favore dell’abolizione dell’uso del denaro contante. Ciò è sottinteso neanche tanto velatamente nelle seguenti parole della Teoria Generale:

L’unica cura radicale per le crisi di fiducia che affliggono la vita economica del mondo moderno sarebbe quella di non lasciare all’individuo alcuna scelta che non sia quella di spendere il suo reddito in consumi o di ordinare la produzione dello specifico bene-capitale che … gli sembra più promettente. John Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 161.

Abbiamo sin qui illustrato una serie di considerazioni economiche tutte accomunate dal fatto di vedere nel libero mercato l’origine dei cicli economici, e cioè di forti oscillazioni del prodotto del sistema economico nel tempo. Di qui, nasce la comune volontà di queste teorie di attuare restrizioni alle libertà economiche dei singoli individui, presupponendo così di poter raggiungere un quadro di stabilizzazione macroeconomica. Restrizioni che non mirano ad abolire il capitalismo inteso come processo di libero mercato, bensì a condizionarlo mediante delle interferenze che costringano le singole persone ad impiegare i propri mezzi e le proprie conoscenze in modo in parte differente, seppur sempre nel rispetto della proprietà in generale, da come essi farebbero altrimenti. Queste interferenze coercitive dovrebbero essere sancite da un gruppo di individui il più possibilmente esperti.

Tuttavia, ciò che loro imputano sia colpa del libero mercato, vale a dire le forti oscillazioni del prodotto economico di un certo sistema economico nel tempo, in realtà è dovuto a manipolazioni e blocchi effettuati proprio sul libero mercato. Nell’affermare questo, inoltre, dobbiamo tenere presente che queste oscillazioni non vanno confuse con le cosiddette fluttuazioni economiche, ossia normali variazioni settoriali dei dati economici provocate dai costanti e continui cambiamenti che avvengono nella tecnologia, nei gusti dei consumatori, nella qualità della forza lavoro, nella disponibilità delle risorse naturali, nel clima e nei raccolti agricoli.

Asserito quanto, si può comprendere innanzitutto il perché i mercati debbano essere definibili come processi dinamici e, in seguito, comprendere che se questi processi sono lasciati sufficientemente liberi di dispiegarsi essi tendenzialmente si muovono effettivamente verso l’equilibrio.

Ma attenzione: con la formula “tendenti all’equilibrio” si deve intendere che le situazioni di bilanciamento che le forze della domanda e dell’offerta riescono a raggiungere e con esse le strutture produttive presentano sempre un parziale disequilibrio e sono sempre in evoluzione, poiché comunque frutto di operazioni compiute in condizione di limitazioni e di dispersione della conoscenza, poiché, nel momento stesso in cui vengono realizzate, sono in ogni caso subito messe in discussione da quel processo di competizione, apprendimento e scoperta che non cessa mai di essere attivo.

L’equilibrio, allora, “nel senso pieno del termine”, essendo qualcosa che è concretamente in evoluzione in ogni istante di tempo ed essendo ricercato da agenti economici per loro natura imperfetti non può essere mai acquisito, né mai raggiunto, né mai conosciuto in anticipo.

Il processo di competizione, apprendimento e scoperta oltre a guidarci tendenzialmente verso l’equilibrio ci guida anche nella costruzione delle strutture produttive. Come risultato del fatto che questo processo mai concluso viene implementato da innumerevoli individui ciascuno dei quali in possesso di proprie conoscenze particolari di tempo e di luogo queste strutture non sono né unidimensionali né orizzontali, bensì ben più articolate, e cioè disaggregate in innumerevoli stadi di tipo verticale.

In base a tutto ciò, quando si afferma che in un libero mercato l’offerta è sempre in grado di creare la sua domanda, Legge di Say, si vuole semplicemente sostenere che in un contesto contraddistinto appieno da cooperazione volontaria è impossibile assistere ad un generale stato di sottoconsumo/sovrapproduzione di tutti i prodotti, giacché la tendenza all’equilibrio è garantita dal processo di competizione, apprendimento e scoperta che viene alimentato da una catena continua, circolare e smisurata di arbitraggi spontanei. (L’arbitraggio è il tasso a cui ognuno preferisce separarsi da quello che possiede piuttosto che rinunciare ad acquisire quello che possiedono gli altri).

Ma se questi arbitraggi spontanei vengono alterati attraverso delle interferenze coercitive, allora vi sarà vi sarà un’induzione all’errore massiccio di calcolo economico sul quale gli individui fonderanno i propri corsi d’azione. L’errore sarà orientativamente tanto maggiore quanto sarà stata la dimensione dell’alterazione.

Per dar luogo ad un generale stadio di sottoconsumo/sovrapproduzione occorre, quindi, che vi sia alla base una sostanziale interferenza coercitiva, che in quanto tale è qualcosa di esogeno rispetto al processo di libero mercato.

L’interferenza in questione, causa primaria di ogni ciclo economico dell’economia, è l’imposizione di un monopolio sull’emissione degli intermediari dello scambio e la centralizzazione della riserva bancaria: mediante questa imposizione, infatti, si ritiene erroneamente che si possa costantemente adeguare l’offerta di moneta di un’economia alla sua domanda e pianificare successivamente l’offerta di credito appropriata.

Tale interferenza, implicando una base monetaria arbitraria sfocia conseguentemente in un più che probabile aumento dell’offerta di credito non sostenuto da risparmio reale e volontario, aumento che una volta verificatosi finisce per generare una variazione della struttura produttiva che non può diventare permanente giacché non sostenuta dalle preferenze temporali dei consumatori. In questo modo, viene “temporaneamente” a prodursi un’offerta di beni di capitale ed i beni e servizi di consumo non strutturalmente coincidente con la domanda che di essi fanno i diversi agenti economici.

Allora, sì, certamente, si devono temere gli eccessi di capitale, intesi come beni di capitale, ma questi eccessi possono configurarsi solo quando il capitale viene reso fittizio e cioè allorché gli imprenditori intraprendono progetti di investimento, ampliando ed allungando gli stadi dei beni di capitale, senza il supporto di risparmio reale e volontario. E ciò può accadere solo a seguito di un intervento esterno al processo di libero mercato in grado di far credere che le proporzioni fra consumo corrente e risparmio-investimento siano cambiate a favore di quest’ultima variabile quando, invece, così non è.

Se poi il problema è stato creato da un intervento esogeno al processo di libero mercato, la soluzione non può essere implementare altri interventi che inibiscono ulteriormente tale processo, bensì permettere al sistema di attuare concretamente quegli effetti spontanei che reinstradano il sistema economico verso la tendenza all’equilibrio. A questo riguardo, non solo è essenziale intraprendere un riavvicinamento verso le reali e volontarie preferenze degli agenti economici tra consumo corrente e risparmio-investimento, ma anche far sì che i prezzi, in particolare i livelli salariali, non siano forzati artificialmente verso l’alto. Diversamente, proseguendo sulla strada dell’interventismo rispetto al processo di libero mercato, assisteremo allo svilupparsi di meccanismo perverso che intervento dopo intervento produce una direzione pianificata dell’intero sistema produttivo e distributivo tanto capillare ed estesa quanto inefficiente ed inefficace per il sistema economico preso nel suo complesso.

Gli esseri umani, in quanto imperfetti, non sono in grado di programmare lo sviluppo delle proprie menti né la crescita della propria civiltà. Tuttavia, la cooperazione volontaria può garantire in ogni caso che il corso d’azione complessivo persegua un continuo perfezionamento e miglioramento, dato che tramite questa vengono veicolate sostanzialmente solo quelle conoscenze e quelle capacità che servono a raggiungere scopi reciproci e sostenibili nel lungo periodo. Alla base di questo continuo perfezionamento e miglioramento vi è il rispetto dei diritti di proprietà e auto-proprietà di ciascuno. Soltanto per mezzo del rispetto di questi diritti la cooperazione volontaria può dirsi tale nonché trovarsi nella condizione di accendere un considerevole processo di competizione, apprendimento e scoperta.

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Perché la gente commercia

Lun, 22/08/2016 - 09:14

“Che la propensione delle persone al commercio, al baratto ed allo scambio di una cosa per un’altra sia uno dei principi originari della natura umana, o che si tratti della conseguenza necessaria delle facoltà di ragionare e di parlare”, o quali altre cause inducano le persone a scambiare beni, è un quesito che Adam Smith ha lasciato senza risposta. Il grande pensatore osserva solo che è certo che la propensione al baratto ed allo scambio è comune a tutte le persone e non si ritrova in alcuna altra specie animale.

In primo luogo, al fine di chiarire il problema, si supponga che due agricoltori confinanti dispongano ciascuno di una grande abbondanza dello stesso tipo di orzo dopo un buon raccolto, e che non vi siano ostacoli a un effettivo scambio di quantità di orzo tra loro. In questo caso, i due agricoltori potrebbero dare libero sfogo alla propria propensione al commercio, e potrebbero scambiarsi tra loro cento staia o qualsiasi altra quantità di orzo. Anche se non vi è alcun motivo per cui essi dovrebbero astenersi dal commercio, nel caso in cui lo scambio di beni offra di per sé piacere ai partecipanti, credo che non vi sia alcun dubbio sul fatto che questi due individui rinunceranno a commerciare del tutto. Se essi dovessero tuttavia impegnarsi in questo tipo di scambio, rischierebbero di essere etichettati come pazzi dagli altri soggetti economici, proprio a causa di quel piacere che traggono da questo tipo di commercio fine a se stesso.

Supponiamo ora che un cacciatore abbia una grande abbondanza di pellicce e quindi di materiali per abbigliamento, ma solo una piccolissima scorta di prodotti alimentari. Il suo bisogno di abbigliamento è quindi pienamente soddisfatto, ma il suo bisogno di cibo lo è in misura insufficiente. Allo stesso tempo, un agricoltore nelle vicinanze è esattamente nella posizione opposta. Assumiamo anche che non ci siano barriere per uno scambio tra prodotti alimentari del cacciatore ed accessori per abbigliamento del contadino. È evidente che uno scambio di merci è ancora meno probabile in questo caso rispetto a quello precedentemente illustrato. Se il cacciatore deve scambiare una parte delle proprie già scarse provviste di cibo per una parte dell’altrettanto scarso inventario di pellicce del contadino, l’eccesso di abbigliamento per il cacciatore e di prodotti alimentari per il contadino aumenterebbe per entrambi in seguito allo scambio. Poiché le scorte di cibo per il cacciatore e di abbigliamento per il contadino erano già insufficienti, la posizione economica dei due commercianti verrebbe decisamente peggiorata. Nessuno può quindi sostenere che questi due individui avrebbero tratto beneficio da un tale scambio. Al contrario, è certo che entrambi – il cacciatore e l’agricoltore – avrebbero fortemente resistito di fronte ad un’offerta di scambio che avrebbe sicuramente ridotto il loro benessere, e forse anche messo a repentaglio la loro vita. Se uno scambio di questo tipo avesse tuttavia avuto luogo, le due persone non avrebbero avuto niente di più urgente da fare che annullarlo.

La propensione degli individui al commercio deve essere quindi spiegata da qualche altra ragione che non sia la il gradimento dello scambio in quanto tale. Se il commercio fosse un piacere a sé – quindi fine a se stesso – e non un’attività spesso laboriosa unita al rischio ed al sacrificio economico, non ci sarebbe alcun motivo per cui le persone non dovrebbero commerciare nei casi appena considerati e in migliaia di altri. Non ci sarebbe, infatti, alcun motivo per cui non dovrebbero continuare a commerciare fra loro per un numero illimitato di volte. Ma ovunque nella vita reale possiamo osservare che gli individui considerano attentamente ed in anticipo ogni scambio e che – ad un certo punto – si raggiunge un limite oltre il quale i due individui smettono comunque di commerciare.

Ora che abbiamo stabilito che per le persone lo scambio non è fine a se stesso – ed ancor meno un piacere di per sé – ci occuperemo di spiegare la natura e l’origine del commercio.

Per iniziare con il caso più semplice, supponiamo che due contadini, A e B, abbiano finora vissuto in un’isolata economia di sussistenza. Ma ora, dopo un raccolto insolitamente buono, l’agricoltore A ha così tanto grano che non è in grado, per quanto abbondantemente egli voglia soddisfare le esigenze proprie e della propria famiglia, di utilizzarlo tutto. L’agricoltore B, un vicino dell’agricoltore A, si presume abbia prodotto un ottimo vino nello stesso anno. Ma la sua cantina è ancora colma del prodotto degli anni precedenti, e siccome si ritrova in carenza di contenitori aggiuntivi, sta valutando l’ipotesi di buttare via una parte del vino delle annate precedenti ancora in deposito. Ognuno dei due agricoltori ha un eccesso di un prodotto ed una grave carenza dell’altro. Il contadino con un eccesso di grano deve rinunciare completamente al consumo di vino in quanto non ha vigneti; l’agricoltore con un eccesso di vino manca invece di prodotti alimentari. L’agricoltore A può lasciare che molte staia di grano marciscano sui suoi campi quando un barile di vino gli procurerebbe notevole soddisfazione. L’agricoltore B sta per distruggere non solo uno ma diversi fusti di vino, quando avrebbe beneficiato di qualche staia di grano in casa sua. Il primo agricoltore muore di sete e l’altro di fame, quando entrambi potrebbero trarre vantaggio dal grano che A sta lasciando marcire nei campi e dal vino che B ha deciso di buttare via. L’agricoltore A potrebbe ancora soddisfare la necessità di cibo sua e della sua famiglia nello stesso modo di prima ed allo stesso tempo gustarsi del vino; mentre l’agricoltore B potrebbe continuare a godere di vino a suo piacimento, senza patire la fame. È quindi evidente che ci troviamo di fronte ad un caso in cui, se il possesso di una certa quantità di prodotti di A potesse essere trasferito a B e se il possesso di una certa quantità di prodotti di B venisse trasferito ad A, le esigenze di entrambi gli individui sarebbero soddisfatte meglio di quanto avverrebbe in assenza di tale trasferimento reciproco.

Il caso appena presentato – in cui le esigenze di due persone potrebbero essere meglio soddisfatte grazie a un trasferimento reciproco di beni privi di valore per entrambi prima dello scambio, e quindi senza sacrificio economico da entrambe le parti – è particolarmente adatto ad illustrare chiaramente la natura del rapporto economico che dà vita al commercio. Ma analizzeremmo questo rapporto in maniera incompleta se dovessimo limitare la nostra attenzione ai casi in cui una persona in possesso di una quantità di un bene in misura maggiore rispetto al necessario soffre per la mancanza di un secondo prodotto, mentre un’altra persona ha un simile eccesso di questo secondo bene ed una carenza del primo. Il rapporto in questione può essere osservato anche nei casi meno evidenti in cui una persona possiede beni per cui determinate quantità hanno meno valore per lui che altre quantità di un altro bene posseduto da una seconda persona che si trova nella situazione opposta.

Supponiamo, ad esempio, che il primo dei due contadini non abbia raccolto tanto grano da potersi permettere di lasciarlo marcire sul campo senza sacrificare le proprie esigenze; e che il secondo non ha così tanto vino da sprecare buttandolo via senza danno simile per sé. Invece, ciascuno dei due agricoltori può utilizzare l’intera quantità del bene a sua disposizione in qualche modo utile a se stesso e alla sua famiglia. Il primo agricoltore può impiegare tutta la sua scorta di grano destinando utilmente la quantità rimanente – dopo aver soddisfatto le proprie esigenze più importanti – per l’ingrasso del suo bestiame. Il secondo fattore non ha tanto vino da doverne buttare via un po’, ma quanto basta per permettergli di distribuirne una porzione ai suoi sottoposti come ricompensa per un maggior lavoro. Così, anche se per l’agricoltore di grano una certa porzione del suo grano (uno staio, per esempio) e per il viticoltore una certa porzione del suo vino (un barile, per esempio) ha solo poco valore, presenta tuttavia un certo valore, dal momento che – direttamente o indirettamente – la soddisfazione di alcuni dei suoi bisogni dipende da quella parte di bene. Ma il fatto che una data quantità di grano, uno staio per esempio, ha un certo valore per il primo agricoltore non esclude affatto che una certa quantità di vino, un barile per esempio, possa avere per lui un valore superiore, come nel caso in cui il godimento tratto da un barile di vino abbia una maggiore importanza per lui che l’ingrasso del suo bestiame. Allo stesso modo per il secondo agricoltore, il fatto che un barile di vino abbia un certo valore per lui non esclude la possibilità che uno staio di grano può avere un valore superiore per lui, come sarebbe il caso in cui questo gli garantisse un’alimentazione più adeguata per se stesso e la sua famiglia, e forse anche per evitare di patire la fame.

La forma più generale del rapporto che dà vita al commercio tra esseri umani è quindi la seguente: un individuo A dispone di una certa quantità di un bene che ha per lui un valore soggettivo inferiore ad una data quantità di un altro bene in possesso di un altro individuo B che stima i valori degli stessi quantitativi di prodotto in maniera inversa, quindi la data quantità del secondo bene con un valore per lui inferiore a quello della quantità data del primo bene che è a disposizione del soggetto A. Assumiamo che la quantità del primo bene in possesso di A sia 10a, e la quantità del secondo bene in possesso di B sia 10b. Supponiamo inoltre che il valore della quantità 1a per A equivalga a W, e che il valore di 1b – sempre per A se dovesse impossessarsene – sia W + x; che il valore di 1b per B sia w, e che il valore di 1a per B – se egli dovesse ottenerlo – sia w + y. È evidente che A otterrebbe un valore di x e B otterrebbe un valore di y da un trasferimento di 1a da A a B e 1b da B ad A. In altre parole, dopo uno scambio A si troverebbe in una posizione tale da avere la propria ricchezza iniziale ed in aggiunta un bene di valore x; B si troverebbe nella posizione di possedere quanto possedeva prima più un bene di valore y.

Inoltre, se i due individui (a) riconoscono la situazione e (b) hanno effettivamente le facoltà per eseguire il trasferimento dei beni, esiste un rapporto che rende tra loro possibile – semplicemente tramite un accordo – soddisfare meglio o del tutto le proprie esigenze rispetto al caso in cui il rapporto non venga sfruttato.

Lo stesso principio che guida le persone nella loro attività economica in generale, che li porta a ricercare le cose utili che li circondano in natura ed a impossessarsene, che provoca in loro un interesse per il miglioramento della propria posizione economica, lo sforzo per soddisfare nel modo più completo possibile le proprie esigenze, li porta anche a ricercare attentamente questo tipo di relazione, ovunque la possano trovare ed a sfruttarla per soddisfare al meglio le proprie esigenze. Nella situazione appena descritta, quindi, i due individui faranno sì che il trasferimento di beni avvenga realmente. Lo sforzo di soddisfare nel modo più completo possibile le proprie esigenze è quindi la causa di tutti i fenomeni della vita economica che indichiamo con la parola “scambio”. Si noti che questo termine è usato nella nostra disciplina scientifica con un significato particolare e molto più ampio rispetto al linguaggio popolare e soprattutto giuridico. Perché in senso economico il termine include anche l’acquisto e la vendita, nonché tutti i trasferimenti parziali di beni economici (affitto, noleggio, prestito, ecc…) a fronte di un corrispettivo.

Riassumendo quanto finora detto in questa nostra ricerca, si ottengono i seguenti risultati. Quello che porta le persone a commerciare è lo stesso principio che le guida nella loro complessiva attività economica: è l’impegno a volersi assicurare la massima soddisfazione possibile delle proprie esigenze. La soddisfazione che le persone derivano da uno scambio economico di beni, equivale alla sensazione generale di piacere che provano quando qualche evento permette loro di fare un uso migliore dei propri mezzi per la soddisfazione delle proprie esigenze di quanto sarebbe altrimenti stato possibile. Ma i vantaggi di un trasferimento reciproco di beni dipendono, come abbiamo visto, da tre condizioni: (a) un individuo deve possedere una quantità di beni con un valore per lui inferiore a un’altra quantità di beni a disposizione di un altro individuo che valuta i beni in modo inverso; (b) i due individui devono aver riconosciuto questo rapporto; e (c) devono essere in grado di effettuare praticamente lo scambio di beni. La mancanza di una sola di queste condizioni significa che è assente un requisito essenziale per uno scambio economico e quindi che uno scambio di beni tra due individui è economicamente impossibile.

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Un esperimento americano anarco-capitalista: il non poi così selvaggio Far West – Parte 3

Ven, 12/08/2016 - 09:35

d. Carovane

Verosimilmente l’esempio migliore di anarchia della proprietà privata nel Far West fu l’organizzazione delle carovane che si muovevano attraverso le pianure in cerca dell’oro della California. La regione ovest del Missouri e dello Iowa era priva di organizzazione, non sorvegliata e al di là della giurisdizione degli Stati Uniti. Ma usare il detto del vecchio cacciatore “nessuna legge a ovest di Leavenworth” per descrivere le carovane sarebbe inappropriato.

“Rendendosi conto che stavano passando oltre il confine della legge, e consapevoli che il viaggio noioso e le tensioni continue della fatica facevano uscire il peggio del carattere umano, i pionieri … stabilirono la loro propria legge realizzando e garantendo il sistema prima di partire”.[1]

Come i loro compagni viaggiatori sull’oceano, i pionieri dei carri di prateria negoziarono una “legge della pianura” molto similmente alla “legge del mare” della loro controparte.”[2] L’esito di tale negoziazione in molti casi fu l’adozione di una costituzione formale ricalcata sul modello di quella degli Stati Uniti. Il preambolo della costituzione della Green and Jersey County Company fornisce un esempio.

Noi, membri della Green and Jersey County Company of Emigrants to California, per lo scopo di proteggere efficacemente le nostre persone e proprietà, come miglior strumento atto a garantire un viaggio spedito e tranquillo, ordiniamo e stabiliamo la seguente costituzione.[3]

Da questa e altre costituzioni che ci sono pervenute, risulta chiaro che queste comunità di viaggiatori avevano un insieme di base di norme che definivano “le regole del gioco” da seguire durante il viaggio. Allo stesso modo delle comunità minerarie, le costituzioni delle carovane variavano in accordo con le preferenze e i bisogni di ogni organizzazione, ma ciò nonostante possono essere individuate diverse tendenze generali. Il più delle volte i gruppi aspettavano fino a dopo essere stati in viaggio per un po’ di giorni ed essere giunti fuori dalla giurisdizione degli Stati Uniti. Uno dei primi passaggi consisteva nel selezionare funzionari che sarebbero stati responsabili di far rispettare le regole. Nella Green and Jersey County Company, che non era atipica, le posizioni includevano un Capitano, un Assistente Capitano, un Tesoriere, un Segretario, e un Ufficiale di Guardia.

Le costituzioni prevedevano anche condizioni per avere diritto al voto e regole per decidere se sanzionare, mettere al bando individui, e sulla dissoluzione della compagnia. Le mansioni per ogni funzionario erano spesso ben specificate come nel caso del Charleston, della Virginia, della Mining Company.[4] In aggiunta a tali regole generali, erano previste leggi specifiche. Nuovamente, l’introduzione della Green and Jersey County Company è significativa.

Noi, cittadini e abitanti degli Stati Uniti, e membri della Green and Jersey County Company of Emigrants to California; a proposito di iniziare un viaggio attraverso un territorio su cui le leggi della nostro comune paese non estendono la loro protezione, riteniamo necessario, per la tutela dei nostri diritti, stabilire certe regole di condotta e certe norme. Noi, di conseguenza, avendo prima steso una costituzione per il governo, per noi stessi, procediamo a promulgare e ordinare le seguenti leggi; e nel fare ciò rinunciamo a ogni desiderio o intenzione di violare o trattare senza rispetto le leggi del nostro paese.[5]

Le regole specifiche comprendevano l’organizzazione dei processi; la regolamentazione del Giorno del Signore, il gioco d’azzardo e l’abuso di alcol; e penalità per il non adempimento di incombenze, specialmente il servizio di guardia. In certi casi c’erano perfino disposizioni per la riparazione di una strada, per la costituzione di ponti, e la protezione di altri “beni pubblici”.[6]

E’ stato sostenuto che

“queste ordinanze o costituzioni… possono essere di interesse come guide per la comprensione delle filosofie dei pionieri sulla legge e l’organizzazione sociale, [ma] non aiutano a rispondere alle questioni più essenziali di come, nei fatti, non in teoria, i pionieri trattavano i problemi del disordine sociale, del crimine, dei conflitti privati”.[7]

Nondimeno, è chiaro che i viaggiatori negoziavano partendo da punti di Schelling fino a giungere a contratti sociali senza affidarsi al potere coercitivo di un governo. E questi contratti volontari fornivano le basi dell’organizzazione sociale.

I punti di Schelling a partire dai quali gli individui svolgevano le loro negoziazioni comprendevano un insieme molto ben condiviso di diritti privati specialmente con riguardo alla proprietà. Ci si potrebbe aspettare che, appena lasciata la giurisdizione legale degli Stati Uniti con la sua molteplicità di leggi rivolte a garantire la proprietà privata, gli emigrati avessero meno rispetto dei diritti altrui. Inoltre, siccome le costituzioni e la legge raramente menzionavano specificamente i diritti di proprietà individuali, potremmo inferire che tali diritti erano di poco conto per i carovanieri. In questo articolo, “Paying for the Elephant: Property Rights and Civil Order on the Overland Trail”, John Phillip Reid sostiene in maniera convincente che il rispetto per i diritti di proprietà era massimo. Perfino quando il cibo diventava così scarso che l’inedia si presentava come una possibilità concreta, c’erano pochi casi in cui i pionieri ricorrevano alla violenza.

Infatti, non è un’esagerazione dire che gli emigranti che attraversavano l’America prendevano ben poco in considerazione l’idea di risolvere i loro problemi con la violenza o il furto. Sappiamo che alcuni mangiarono la carne di bovini morti o bistecche con vermi mentre erano circondati da animali in salute che avrebbero potuto uccidere. Coloro che soffrirono delle perdite all’inizio del viaggio ed erano in grado di tornare indietro, lo fecero. La delusione e l’imbarazzo per alcuni dovette essere stato tremendamente duro, ma in centinaia fecero ritorno. Essi non usarono armi per forzare la loro strada. Mentre pochi di quelli che erano bisognosi impiegavano forse dei trucchi per ottenere del cibo, la maggior parte mendicava, e quelli che erano “troppo orgogliosi per mendicare” tiravano avanti meglio che potevano o impiegavano qualcuno che mendicasse per loro. Se potevano evitare di mendicare, chiedevano un prestito, e quando non erano nella condizione di prendere un prestito, dipendevano dal loro credito.[8]

Gli emigranti erano orientati alla proprietà. Il fatto che la costituzione contenesse pochi riferimenti ai diritti individuali di proprietà può ben riflettere il significato dei punti di Schelling relativi alla proprietà privata.

Quando avvenivano crimini contro la proprietà o la persona, il sistema giudiziario che era specificato nei contratti veniva fatto entrare in gioco.

“Le norme di una compagnia di viaggio organizzata a Kanesville, nello Iowa, prevedeva: “Deliberato, che in caso di qualunque conflitto sorto tra membri della Compagnia, ci si deve riferire a tre giudici, uno scelto da ciascuna parte, ed uno dai due scelti, la cui decisione dovrà essere definitiva”.[9]

I metodi di risoluzione dei conflitti differivano tra le compagnie, ma in quasi tutti i casi alcuni strumenti di arbitrato erano specificati per assicurare “che i diritti di ogni emigrante siano protetti e garantiti”.[10]

In aggiunta alla definizione e alla garanzia dei diritti individuali, i carovanieri si trovavano anche ad affrontare la questione di come risolvere i conflitti riguardanti relazioni d’affari. Per tutte le medesime ragioni per cui esistevano ditte per la produzione di beni e servizi, gli individui che attraversavano le pianure erano incentivati a organizzarsi in “ditte” l’uno con l’altro. Economie di scala nella produzione di beni, per esempio alimentari, e servizi, come la custodia delle mandrie e la fornitura di protezione dagli Indiani, procuravano guadagni grazie all’azione volontaria e collettiva. Di nuovo, il mercato sembrava funzionare bene nel fornire diversi tipi di soluzioni contrattuali per la produzione e protezione.

Una forma comune di organizzazione sulla via delle carovane era una sorta di “soccida”. Simile alla soluzione della mezzadria in agricoltura, la soccida permetteva agli individui di contribuire con cibo, bovini, carri, lavoro… per la produzione congiunta del viaggio o di pasti. In questo modo, la soccida, che permetteva alla proprietà di rimanere privata, differiva dalle imprese collettive dove la proprietà era posseduta in maniera cooperativa.

Dal momento che le proprietà della soccida erano disponibili per l’uso di tutti i membri della soccida stessa, la possibilità che insorgessero conflitti era grande. Quando avevano luogo conflitti, a volte risultava necessario rinegoziare il contratto. Quando non si riusciva a raggiungere un nuovo accordo, la soccida doveva venire dissolta e la proprietà ritornava ai possessori individuali. Siccome la proprietà rimaneva privata, la divisione non era difficile.

Inoltre, visto che c’erano dei vantaggi nel commercio che venivano ottenuti dalla composizione dei contributi, era solitamente possibile rinegoziare, quando si verificavano violazioni del contratto. C’erano, comunque, casi in cui la rinegoziazione sembrava impossibile, come nell’esempio seguente di una soccida che trovò uno dei suoi membri non disposto a svolgere la sua parte di fatica.

Concludemmo che la migliore cosa che potevamo fare era farlo rescindere dal contratto e lasciarlo andare, cosa che in accordo abbiamo fatto pagandolo cento dollari. Egli prese la sua pistola, la sua borsa, la coperta e prese il sentiero per la prateria senza dire arrivederci a nessuno di noi.[11]

Non abbiamo dati che supportino la tesi per cui, quando si sono verificati altri casi di dissoluzione di soccide, fosse usato potere coercitivo per impadronirsi della proprietà del legittimo possessore. Se un individuo lasciava una soccida, poteva generalmente entrare in un’altra.

L’altro genere comune di organizzazione sui sentieri delle carovane era la società di capitali. In tale forma di organizzazione i membri contribuivano con capitale e altre proprietà che venivano condivise. La Charleston, Virginia, Mining Company fornisce un esempio di tale società e il suo statuto testimonia l’istituzione di norme atte a regolamentare l’uso della proprietà condivisa.[12] Ancora una volta deve essere sottolineato che l’adesione a queste norme era volontaria, anche se la coercizione veniva usata all’interno dell’organizzazione per farle rispettare.

Come nelle soccide, quando avevano luogo divergenze all’interno della società di capitali, si trattava di rinegoziare gli accordi. Ad ogni modo, dal momento che la proprietà era tenuta in maniera condivisa, questo processo era più complicato. In primo luogo, un individuo non poteva semplicemente lasciare la società. Spessissimo il decesso era concesso soltanto con il consenso di una percentuale degli altri soci. Ma perfino allora il decesso era complicato a causa della necessità di dividere la proprietà. In almeno un caso questa problema fu risolto dividendo tutta la proprietà e riorganizzandosi in soccide.

Quando si dissolse la società di capitali originaria di sessanta uomini, non ci fu menzione di proprietà individuali. La proprietà fu parcellizzata assegnandola alle unità di viaggiatori già esistenti. Ad ogni modo, nell’eseguire la seconda divisione, il gruppo più piccolo trovò possibile – probabilmente perfino necessario- utilizzare il concetto di proprietà personale. Al fine di realizzare i loro intenti, gli uomini dapprima convertirono il capitale comune da “società” o proprietà collettiva a proprietà privata. Poi, negoziando dei contratti, beni che essi avevano per breve tempo detenuto come individuali furono convertiti nuovamente in proprietà collettiva o soccide.[13]

Tutto ciò aveva luogo in assenza di coercizione.

Probabilmente un esempio perfino più eloquente di anarco-capitalismo in funzione può essere rinvenuto nello scioglimento della Boone County Company. Quando gli otto membri della società si divisero in fazioni rivali di 3 e 5, lo scioglimento divenne imminente. Le contrattazioni continuarono per qualche tempo fino che tutta la proprietà della società (si noti che nessuna parte di proprietà privata venne divisa) fu divisa tra i due gruppi.

Quando le contrattazioni sembravano giungere ad un’impasse a causa dell’impossibilità di dividere alcune unità e di differenze nella qualità, furono assegnati dei valori alle unità e i gruppi risolsero il problema sul mercato. Ad ogni modo, un reclamo di 75$ da parte della maggioranza del gruppo si dimostrò ancora più difficile da affrontare. Il reclamo derivava dal fatto che un viaggiatore che era proprietario di due muli e un cavallo e che aveva viaggiato con la società scelse di prendere la sua proprietà e andare con la minoranza. La maggioranza in condizione di svantaggio chiese una compensazione. Non riuscendo a risolvere la disputa, l’arbitrato giunse da una “corte privata” costituita da 3 “uomini disinteressati”, uno scelto da ogni parte e un terzo scelto dai due. Segue la loro sentenza.

Non riusciamo a trovare nessun motivo per cui la soccida di 3 uomini dovrebbe pagare qualcosa a quella di 5. Trattandosi di … un mutuo e simultaneo accordo per sciogliere il contratto originario. Il fatto che Abbott si unisca ai 3 uomini non cambia la questione secondo la nostra opinione – per lo scioglimento avvenuto di comune accordo, tutte le parti si trovano nella medesima relazione l’una con l’altra che avevano prima che qualunque contratto venisse stipulato. E Abbott può benissimo scegliere di unirsi con l’altra parte o meno. Se scegliesse di non unirsi con nessuna delle due parti, allora chiaramente nessuno potrebbe chiedere alcunché all’altra. Se egli si fosse unito con una parte straniera, allora chi potrebbe pensare di chiedere qualcosa a tale fazione.[14]

Il punto fondamentale di questa testimonianza è che quando la Boone County Company non fu in grado di rinegoziare il suo contratto iniziale, i membri non ricorsero alla forza, ma scelsero invece arbitrati privati. Le numerose società che attraversarono le pianure

“furono esperimenti di democrazia e mentre alcune si rivelarono inadeguate ad affrontare tutte le emergenze, la grande facilità con cui i membri poterono sciogliere i loro vincoli e formare nuove associazioni senza provocare situazioni di confusione e disordine dimostra il vero spirito democratico degli uomini della frontiera americana, piuttosto che l’opposto”.[15]

La concorrenza, e non la coercizione, assicurava la giustizia.

Se le evidenze di cui sopra suggeriscono che le carovane sono state guidate dall’anarco-capitalismo, bisogna anche notare che le loro caratteristiche uniche possono aver contribuito all’efficacia del sistema. In primo luogo, la domanda di beni pubblici non era probabilmente così grande come all’interno di comunità più stanziali. Oltre tutto, la natura migrante di tali comunità di viaggiatori implica che scuole, strade, ed altri beni che nella nostra società sono forniti dal pubblico non erano necessari, di conseguenza non c’era la richiesta di formazione di un governo che perseguisse questi fini.

In secondo luogo, la natura di breve termine dell’organizzazione comporta che i gruppi non avevano molto tempo per organizzarsi per usare la coercizione. Questi erano “governi” sorti dalla necessità piuttosto che dall’ambizione. Nondimeno, le carovane che attraversavano le praterie fornivano protezione e giustizia senza un monopolio della coercizione, permettevano la competizione nella produzione di norme, e l’esito non era quella condizione di illegalità, di disordine, generalmente associata all’anarchia.

 

NOTE CONCLUSIVE

A partire dalle descrizioni sopra riportate dell’esperienza del West americano, emergono diverse conclusioni coerenti con le ipotesi di Friedman.

  1. Il West, anche se spesso dipendente da agenzie di sicurezza operanti sul mercato, era per lo più ordinato.
  2. Si erano affermati diversi standard di giustizia e veniva data espressione attraverso il mercato a diverse preferenze in materia di norme.
  3. La concorrenza nel fornire difesa e proteggere i diritti aveva effetti benefici. Le agenzie sul mercato offrivano proficui modi di misurazione dell’efficienza delle alternative al governo. Il fatto che il monopolio del governo sulla coercizione non venisse seriamente considerato come oggi significa che quando ci si poteva servire ben poco del monopolio, si sviluppavano alternative. Perfino quando queste alternative divennero “governi”, nel senso che iniziarono ad avere un monopolio di fatto della coercizione, la caratteristica che tali forme fossero solitamente di dimensioni abbastanza ridotte permetteva controlli significativi sulla loro azione. I clienti potevano andarsene o dar luogo a proprie agenzie di protezione. Senza sanzioni legali formali, le agenzie private affrontavano un “test di mercato” e il tasso di sopravvivenza di tali agenzie era molto più basso che sotto il governo.

Le evidenze di cui sopra indicano come conclusione generale che la concorrenza funzionava molto efficacemente nell’affrontare il problema di legge e ordine dei “beni pubblici” nel Far West. D’altro canto, ciò non significa che non ci fossero discussioni che potrebbero portare a dubitare dell’efficacia di tali soluzioni. Due esempi di disordine civile sono spesso citati nella storia della West e devono essere trattati.

Il primo è la lotta davvero dura tra i Regulators e i Moderators che avvenne nella Repubblica del Texas negli anni ’40 del 1800.[16] Ciò che iniziò come un disaccordo tra due individui nella Shelby County subì un’escalation fino a coinvolgere un numero significativo di persone in un’ampia zona del Texas orientale. Nel 1839 un gruppo non molto organizzato, più tardi noto come i Moderators, emetteva documenti falsi, rubava cavalli, uccideva, e genericamente infrangeva la legge della Shelby County, nel Texas.

Per contrastare questa situazione di illegalità fu istituito un comitato di vigilanza sotto il nome di Regulators. Sfortunatamente, “cattivi elementi presto si infiltrarono nei Regulators, ed in seguito i loro abusi contro la legge iniziarono a rivaleggiare con quelli dei Moderators. La situazione evolvette fino a trasformarsi in un intrigo di faide personali e familiari, e una condizione di completa anarchia perdurò fino al 1844”.[17] Un cittadino descrisse la situazione in una lettera ad un amico:

La guerra civile con tutti i suoi orrori è infuriata in questa comunità. I cittadini della contea sono equamente divisi nelle due parti, i Regulators e i Moderators. Non è raro vedere fratelli scontrarsi l’uno contro l’altro. L’interesse di ciascuno in questa contea è seriamente minacciato.[18]

Durante questo periodo diciotto uomini furono uccisi e molti di più feriti. Soltanto quando il Presidente Sam Houston chiamò l’esercito nel 1844, la battaglia cessò. Così, qualsiasi fosse la ragione, in tal caso sembra che la dipendenza da forme non governative di organizzazione non sia stata efficace.

Un altro importante conflitto civile che deve essere preso in considerazione è la guerra nella Johnson County nel nord Wyoming nel 1892. Un gruppi di allevatori e i loro sicari entrarono nella Johnson County con l’esplicito intento di eliminare i ladri di bestiame che essi credevano dominare la zona. I cittadini della contea, pensando di venire invasi da un esercito straniero, risposero in massa e per un breve periodo di tempo ne risultò una “guerra”.

Ad ogni modo, in questo caso il disordine sembra essere stato più una battaglia tra due agenzie di coercizione “legittimate”, lo stato e il governo locale, che tra agenzie di sicurezza private in senso stretto. Gli invasori, mentre si comportavano apparentemente come una fazione privata, avevano il tacito consenso del governo statale e adoperavano tale approvazione per sventare diversi tentativi delle autorità locali di richiesta dell’intervento statale o federale. Coloro che avevano risposto all’invasione si trovavano sotto la guida dello sceriffo della Johnson County e ritenevano fortemente di agire in maniera appropriata coerentemente con le leggi vigenti.[19] Di conseguenza, questo episodio fa poca luce sull’efficacia delle soluzioni di mercato nel mantenere l’ordine.

In conclusione, sembra che in assenza di un governo formale la frontiera del West non fosse così selvaggia come la leggenda ci fa credere. Il mercato provvedeva a fornire protezione e agenzie di arbitrato che funzionavano molto efficacemente, o come completi sostituti del governo formale, o come complementari a tale governo. Ad ogni modo, la stessa brama di potere che crea problemi al governo sembra aver posto difficoltà al tempo del West. Non c’era sempre pace dappertutto. Specialmente quando mancavano punti di Schelling, l’esito era il caos e il disordine, fornendo sostegno alla tesi di Buchanan per cui l’accordo sui diritti originari è fondamentale per l’anarco-capitalismo. In ogni caso, quando era in atto questo accordo, abbiamo presentato delle evidenze che dimostrano che nella frontiera del West l’anarco-capitalismo funzionava.

 

Note

[1] Ray Allen Billington, The Far Western Frontier, 1830-1860 (New York: Harper & Bros., 1956), p. 99.

[2] David Morris Potter, ed., Trail to California (New Haven: Yale University Press, 1945), pp. 16-17.

[3] Ristampato in Elizabeth Page, Wagon West (New York: Farrar & Rinehart, 1930), Appendix C.

[4] Costituzione ristampata in Potter, Trail to California, Appendix A.

[5] Page, Wagon West, p. 118.

[6] Ibid., p. 119.

[7] David J. Langum, “Pioneer Justice on the Overland Trail”, Western Historical Quarterly, Vol. 5, No. 3 (1974), p. 424, fn 12.

[8] John Phillip Reid, “Paying for the Elephant: Property Rights and Civil Order on the Overland Trail”, The Huntington Library Quarterly, Vol. XLI, No. I (1977), pp. 50-51.

[9] Reid, “Prosecuting the Elephant”, p. 330.

[10] Citato in Reid, “Prosecuting the Elephant”, p. 330.

[11] Citato in John Phillip Reid, “Dividing the Elephant: the Separation of Mess and Joint Stock Property on the Overland Trail”, Hastings Law Journal, Vol. 28, No. 1 (1976), p. 77.

[12] Vedi Potter, Trail to California, Appendix A.

[13] Reid, “Dividing the Elephant”, p. 79.

[14] Citato in Reid, “Dividing the Elephant”, p. 79.

[15] Owen Cochran Coy, The Great Trek (San Francisco: Powell Pub. Co., 1931), p. 117.

[16] Vedi Gard, Frontier Justice; Hollon, Frontier Violence; e Hugh David Graham e Ted Robert Gurr, eds., The History of Violence in America: Historical and Comparative Perspectives (New York: Prager, 1969).

[17] Hollon, Frontier Violence, p. 53.

[18] Citato in Gard, Frontier Justice, pp. 35-36.

[19] Vedi Helen Huntington Smith, The War on the Powder River: the History of an Insurrection (Lincoln, Neb: University of Nebraska Press, 1966).

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Un esperimento americano anarco-capitalista: il non poi così selvaggio Far West – Parte 2

Mer, 10/08/2016 - 08:51

b. Associazioni di cowboy

I primi insediamenti di cowboy nella frontiera crearono pochi conflitti relativi alle proprietà, ma come i terreni si fecero via via più scarsi, si svilupparono meccanismi di sicurezza volontari e privati. All’inizio “c’era spazio sufficiente per tutti, e quando un cowboy saliva presumibilmente qualche valle o oltrepassava qualche confine ben pascolato e trovava allora del bestiame, cercava attorno un range”.[1] Ma “già nel 1868, due anni dopo la prima avanzata, piccoli gruppi di proprietari stavano organizzandosi in associazioni di protezione e di ingaggio di addetti alla sicurezza del bestiame.”[2] Il ruolo di tali associazioni nella formazione del “diritto della frontiera” è stato descritto da Louis Pelzer.

A partire dalle seconde frontiere della nostra storia americana si svilupparono le necessarie usanze, leggi e organizzazioni. L’era del mercato di pellicce produsse i suoi cacciatori, i suoi baratti, e le grandi compagnie di pellicce; sulla frontiera dei minatori nacquero le associazioni finanziate e i comitati di vigilanza; i raduni all’aperto e i predicatori itineranti venivano ascoltati negli avamposti di culto; ai margini degli insediamenti le associazioni di coloni proteggevano i diritti degli squatter; sulla frontiera degli allevatori, milioni di bovini, vasti range, ranche, e le compagnie di cowboy, davano vita a gruppi di lavoro e associazioni locali, provinciali, territoriali e nazionali.[3]

Come Ernest Staples Osgood ci racconta, ciò significava “il fallimento del potere di polizia nelle comunità di frontiera nel proteggere la proprietà e preservare l’ordine”, che “dava origine sempre più a gruppi che rappresentavano la volontà della parte rispettosa della legge della comunità di escludere la giustizia sommaria per i delinquenti”.[4]

Così come le associazioni di coloni, le associazioni di cowboy redarono regole formali atte a governare i gruppi, ma i loro mezzi di protezione dei diritti di proprietà erano spesso più violenti delle sanzioni specificate dalle associazioni di coloni. Queste agenzie di protezione private costituivano abbastanza chiaramente delle risposte di mercato alla domanda esistente di certezza del diritto.

I pistoleri esperti – killer professionali- avevano una posizione economica nel Far West. Si dirigevano dovunque ci fossero guai… Come tutti i mercenari, sposavano la causa che faceva loro la prima o la miglior offerta…[5]

Non si sa perché, quando, e come iniziò ad avere dei contatti con i cowboy attorno Forte Maginnis, invece che con i ladri di bestiame, è un aneddoto oscuro, ma Bill divenne il primo addetto alla sicurezza del Montana. Le cronache dell’epoca sembrano d’accordo sul fatto che la scelta di Bill non fu dettata da motivazioni etiche, ma dalla prospettiva di un compenso. Ad ogni modo, divenne un guardiano stipendiato dei diritti di proprietà, e svolse la sua mansione- come se si trattasse di un suo bottino- con accuratezza e sollecitudine.[6]

Le agenzie di sicurezza operanti sul mercato della frontiera dei cowboy differivano dalle moderne società di sicurezza private, dal momento che le prime versioni evidentemente garantivano per lo più il rispetto delle loro proprie leggi piuttosto che servire semplicemente come un’estensione della forza di polizia del governo. Una preoccupazione spesso espressa riguardo tale genere di sistema di sicurezza è che

  1. la sicurezza non risulti efficace o
  2. che le agenzie di sicurezza divengano esse stesse delle organizzazioni di larga scala che usano il loro potere per infrangere i diritti individuali. Abbiamo sostenuto sopra che c’è poco motivo di credere che la prima preoccupazione sia giustificata.[7]

Inoltre sembra anche che la seconda preoccupazione non sia supportata dall’esperienza del Far West. Importanti economie di scala non sembrano essere esistite né tra le agenzie di protezione né tra le organizzazioni criminali. Nonostante ci siano numerose testimonianze di pistoleri disponibili, non troviamo testimonianze che indichino che pistoleri abbiano scoperto che fosse più redditizio unirsi e formare una superagenzia di difesa che vendesse protezione e non rispettasse i diritti di proprietà.

Alcuni individui entrarono ed uscirono da una vita criminale e qualche volta formarono deboli associazioni criminali. In ogni caso, tali associazioni non sembravano essere incoraggiate dal mercato del mantenimento dell’ordine, ed infatti, sembrano essere state affrontate con più sollecitudine e con più severità dalle associazioni private di protezione della proprietà che dal governo.

C’erano poche grandi organizzazioni di sicurezza, in particolare la Pinkerton Agency e la Wells Fargo, ma queste agenzie sembrano essere funzionate principalmente come supporto al governo ed inoltre erano usate abbondantemente nel far rispettare le leggi nazionali dello stato. Altre associazioni di larga scala, come per esempio la Rocky Mountain Detective Association e la Anti-Horse Thief Association erano deboli nel fornire informazioni e coordinare servizi, e raramente si occupavano di intervenire sul posto a difesa delle regole private.[7]

 

c. Comunità minerarie

Se è vero che al crescere della popolazione negli Stati Uniti l’espansione verso Ovest divenne inevitabile, c’è poco da dubitare sul fatto che la scoperta dell’oro in California nel 1848 aumentò rapidamente il tasso di espansione. Migliaia di abitanti dell’Est si spostarono verso la frontiera più occidentale in cerca del prezioso metallo, lasciando indietro il mondo civilizzato. Più tardi lo stesso accadde in Colorado, Montana e Idaho e, in tutti questi casi, i primi ad arrivare si trovarono in una situazione in cui si trattava di scrivere le regole del gioco.

Non c’era nessuna autorità costituzionale nella regione, né un tribunale né un funzionario di pubblica sicurezza nel raggio di 500 miglia. I conquistatori erano rimandati alla legge di natura, con, probabilmente, i diritti connaturati alla cittadinanza americana. Ogni gola si riempiva dei cercatori del tesoro rovente; ogni striscia di terra veniva forata di scavi; legname, diritti sull’acqua, lotti di paese diventavano immediatamente di gran valore, e il governo diventava una necessità cogente. Qui c’è un bel campo di studio per i teorici che vogliano controllare le loro concezioni relative all’origine del diritto civile.[8]

Il primo diritto civile che si sviluppò a partire da questo processo approssimò l’anarco-capitalismo meglio di qualunque altra esperienza occorsa negli Stati Uniti.

In assenza di una struttura formale per la definizione e la protezione dei diritti individuali, molti dei gruppi di associati che giunsero alla ricerca della loro fortuna si organizzarono e stabilirono le loro regole di funzionamento prima di lasciare le loro case. Più o meno allo stesso modo delle società di locazione di oggi, questi contratti volontari entrati in vigore presso i minatori specificavano il finanziamento per il funzionamento così come la natura della relazione tra gli individui. Queste regole si applicavano soltanto ai minatori della società e non riconoscevano nessun giudice esterno; essi non “riconoscevano nessuna corte più importante della legge della maggioranza della comunità”.[9]

Come predice la teoria di Friedman, le regole con le quali le comunità erano organizzate variavano in accodo con le preferenze e i bisogni della comunità stessa. “Quando confrontiamo le regole di diverse comunità organizzate per andare nelle miniere, troviamo variazioni considerevoli.”[10] Oltre alle regole indicate sopra, le costituzioni delle comunità specificavano spesso le soluzioni per i pagamenti che dovevano essere adoperati per curare malati e infortunati, regole per la condotta personale, incluso l’uso di superalcolici, e multe che potevano essere attribuite per cattiva condotta, con riferimento ad una legge.[11] Nella forma più autentica di contratto sociale, le regole di governo della comunità venivano negoziate, e come in tutte le transazioni di mercato prevaleva l’unanimità. Coloro che desideravano acquistare altri “pacchetti di beni” o altri insiemi di regole, avevano quella possibilità.

Una volta che le comunità arrivavano ai potenziali giacimenti d’oro, le regole si rivelavano utili soltanto nella misura in cui contese sui diritti coinvolgevano membri della comunità; quando altri individui si confrontavano nelle comunità minerarie, diventavano necessarie ulteriori negoziazioni. Ovviamente, le prime questioni da risolvere concernevano la proprietà delle miniere. Quando i gruppi erano piccoli e omogenei, era facile spartire la gola. Ma quando i numeri che muovevano verso il territorio dell’oro raggiungevano le migliaia, il problema cresceva. La soluzione più comune consisteva nel disporre un raduno generale e nominare comitati incaricati di stendere le norme. La Gregory Gulch in Colorado ci fornisce un esempio.

Un raduno generale di minatori fu tenuto l’8 giugno 1859, e un comitato fu nominato allo scopo di redigere un codice di leggi. Questo comitato delineò i confini del distretto, e il loro codice civile, dopo alcune discussioni ed emendamenti, fu unanimemente adottato dal raduno generale il 16 Luglio 1859. L’esempio fu rapidamente seguito in altri distretti, e l’intero Territorio fu presto diviso in una miriade di sovranità locali.[12]

Le comunità non potevano vivere in isolamento completo dalle forme stabilite di governo, ma sappiamo che erano capaci di mantenere la loro autonomia. In California, si erano stabilite postazioni militari al fine di occuparsi dei problemi degli Indiani, ma queste organizzazioni governative di difesa non esercitarono alcuna autorità sulle comunità minerarie. Il generale Riley in una visita del 1849 ad una comunità californiana disse ai minatori che “tutte le questioni che toccano il diritto temporaneo degli individui di lavorare in particolari località di cui sono entrati in possesso, dovrebbero essere lasciate alla decisione delle autorità locali.”[13]

Nessun sindaco, nessun consiglio, nessun tribunale di pace, fu mai istituito coercitivamente su un distretto da un potere esterno. Il distretto era l’unità dell’organizzazione politica, in molte regioni, per lungo tempo prima che avvenisse la creazione dello stato; e delegati di distretti contigui spesso si incontravano per consultarsi riguardo i confini, o argomenti di politica locale, e poi riferivano alle loro rispettive circoscrizioni in raduni all’aperto, presso pendii di colline o argini di fiumi.[14]

Per di più, i servizi di avvocati qualificati non erano benvenuti in molte delle comunità e perfino proibiti in distretti come per esempio nell’Union Mining Disctrict.

Deliberato, che nessun avvocato ha il permesso di praticare la sua professione nel distretto, pena un un numero di non più di 50 e non meno di 20 frustate, e l’esilio per sempre dal distretto.[15]

In tal modo, le comunità locali erano capaci di trovare accordi sulle regole o sui diritti individuali e sui sistemi di sicurezza senza la coercizione delle autorità degli Stati Uniti. Ci sono alcune evidenze che dimostrano che, quando furono imposte alcune leggi dall’esterno sulle comunità, il tasso di criminalità aumentò anziché scendere. Uno dei primi Californiani scrisse “Non abbiamo bisogno di nessuna legge finché non vengono gli avvocati”, e un altro aggiunge “Venivano commessi pochi crimini finché i tribunali con i loro ritardi e tecnicismi non presero il posto della legge dei minatori”.[16]

Finché le comunità minerarie non ebbero tribunali privati dove gli individui potessero discutere e pagare per un arbitrato, svilupparono un sistema di giustizia attraverso i tribunali dei minatori. Queste corti raramente avevano dei membri permanenti, anche se ci sono esempi di giudici di pace. Il sistema basato sull’assemblea era comune in California. Questo metodo prevedeva che un gruppo di cittadini fosse convocato per trattare un caso. Fra loro eleggevano un funzionario con funzioni di presidente o un giudice e selezionavano 6 o 12 persone che facessero da giuria.

Il più delle volte le loro decisioni non erano messe in discussione, ma c’era la possibilità del ricorso quando si verificavano contestazioni.[17] E se un gruppo più numeroso di minatori era insoddisfatto delle regole generali riguardanti i confini della comunità o le dispute sulle rivendicazioni individuali, venivano posti in diversi punti alcuni avvisi che convocavano un raduno di coloro che desideravano una divisione del territorio.

“Se una maggioranza si diceva d’accordo con tale proposito, il distretto veniva separato e nominato. Il vecchio distretto non veniva consultato a riguardo, ma riceveva una notifica verbale della nuova organizzazione. Condizioni locali, che rendevano desiderabili differenti norme riguardo ai territori, costituivano le principali cause di queste separazioni.”[18]

“Il lavoro dei minatori e l’ambiente e le condizioni in cui esso si svolgeva erano così differenti a seconda dei diversi luoghi, che le leggi e i costumi dei minatori variavano perfino tra distretti confinanti.”[19]

Quando avevano luogo le dispute ed erano convocate le sedute della corte, ogni membro della comunità poteva essere chiamato per essere magistrato. Inoltre, chiunque fosse un cittadino rispettoso della legge poteva essere preso in considerazione come pubblico ministero o difensore dell’accusato.

In Colorado ci sono alcune evidenze di una certa competizione economica tra le corti, e di conseguenza, una maggior garanzia che prevalesse la giustizia.

La corte civile assumeva prontamente la giurisdizione criminale, e l’anno 1860 si apriva con quattro amministrazioni in piena attività. Le corti di minatori, le corti popolari, e il “governo provvisorio” (un nuovo nome per “Jefferson”) si dividevano la giurisdizione tra le montagne; mentre il Kansas e il governo provvisorio si facevano concorrenza a Denver e nella valle. I rapporti tra le diverse giurisdizioni erano buoni, favorendo l’una gli affari dell’altra. Richieste di appello passavano da una corte all’altra, documenti autenticati dovunque riconosciuti, criminali scoperti e sentenze di una corte accettate dall’altra, con una felice informalità di cui fa piacere leggere. E qui ci imbattiamo in un fatto imbarazzante: c’erano indubbiamente molti meno crimini nei due anni successivi a questa forma di organizzazione che nei due anni che seguirono l’organizzazione territoriale e il governo regolare.[20]

La suddetta testimonianza è coerente con l’ipotesi di Friedman per la quale, quando c’è concorrenza, i tribunali si mostrano responsabili dei loro errori e il desiderio di guadagno serve come efficace controllo contro le decisione “ingiuste”.

 

Note

[1] Ernest Staples Osgood, The Day of the Cattleman (Minneapolis: University of Minnesota Press, 1929), p. 182.

[2] Ibid., p. 118.

[3] Louis Pelzer, The Cattlemen’s Frontier (Glendale, Calif.: A. H. Clarck, 1936), p. 87.

[4] Osgood, Day of Cattleman, p. 157.

[5] Wellman, Trampling Herd, p. 346.

[6] Robert H. Fletcher, Free Grass to Fences: the Montana Cattle Range Story (New York: University Publishers, 1960), p. 65.

[7] Prassel, Western Peace Officer, pp. 134-141.

[8] J. H. Beadle, Western Wilds and the Men Who Reedem Them (Cincinnati: Jones- Brothers, 1882), p. 476.

[9] Charles Howard Shinn, Mining Camps: A Study in American Frontier Government (New York: Alfred A. Knopf, 1948), p. 107.

[10] Ibid.

[11] John Phillip Reid, “Prosecuting the Elephant: Trials and Judicial Behaviour on the Overland Trail”, BYU Law Review, Vol. 77, No. 2 (1977), pp. 335-336.

[12] Beadle, Western Wilds, p. 477, corsivo aggiunto.

[13] Citato in Shinn, Mining Camps, p. 111.

[14] Shinn, Mining Camps, p. 168.

[15] Citato in Beadle, Western Wilds, p. 478.

[16] Citato in Shinn, Mining Camps, p. 113.

[17] Marvin Lewis, ed., The Mining Frontier, (Norman, Okla.: University of Oklahoma Press, 1967), pp. 10-18.

[18] Shinn, Mining Camps, p. 118.

[19] Ibid., p. 159.

[20] Beadle, Western Wilds, p. 477.

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Un esperimento americano anarco-capitalista: il non poi così selvaggio Far West – Parte 1

Lun, 08/08/2016 - 08:17

L’espansione dei governi avvenuta in questo secolo ha rivolto l’attenzione di molti studiosi verso la spiegazione di tale crescita e sul tentativo di proporre soluzioni per limitarla. Come conseguenza di quest’attenzione, la letteratura sulle scelte pubbliche ha visto un’impennata dell’interesse per l’anarchia e le sue implicazioni per l’organizzazione sociale. Il lavoro di Rawls e Nozick, due volumi editi da Gordon Tullock, Exploration in the Theory of Anarchy, e il libro di David Friedman, The Machinery of Freedom, costituiscono due esempi di tale tendenza. Gli obiettivi della letteratura sono andati dal proporre una struttura concettuale atta a confrontare Leviatano e suoi estremi opposti, al presentare una formula per il funzionamento della società in uno stato di anarchia. Ma quasi tutte queste opere hanno un aspetto comune: esplorano la “teoria dell’anarchia”. Lo scopo di questo articolo è portarci dal mondo teorico dell’anarchia ad uno studio di caso della sua realizzazione. Al fine di soddisfare il nostro intento, in primo luogo discuteremo cosa si intenda per “anarco-capitalismo” e presenteremo diverse ipotesi riguardanti la natura dell’organizzazione sociale di questo mondo.

Tali ipotesi saranno poi controllate nel contesto del Far West ai tempi dei primi insediamenti. Ci proponiamo di indagare la formulazione dei diritti di proprietà e la protezione realizzata da organizzazioni volontarie come agenzie di protezione privata, vigilantes, carovane, le prime comunità minerarie. Anche se il primo West non fu completamente anarchico, crediamo che il governo come agenzia legale di coercizione fosse assente per un periodo sufficientemente lungo da poter fornire indicazioni sul funzionamento e la possibilità dei diritti di proprietà in assenza di uno stato formale. La natura dei contratti per la fornitura di “beni pubblici” e l’evoluzione di “leggi” del West nel periodo dal 1830 al 1900 forniranno dati per questo studio di caso.

Il West nel periodo sopra indicato è spesso percepito come un luogo di grande caos, con poco rispetto della proprietà o della vita. La nostra ricerca indica che non era così; i diritti di proprietà erano protetti e l’ordine civile era diffuso.

Agenzie private fornivano le basi necessarie per una società ordinata in cui la proprietà era protetta e i conflitti erano risolti. Tali agenzie spesso non si qualificarono come governi poiché non possedevano il monopolio legale del “mantenimento dell’ordine”. Scoprirono presto che il “warfare” era un modo costoso di risolvere le dispute e i metodi meno costosi di accordo (arbitrati, tribunali..) iniziarono a svilupparsi. In estrema sintesi, questo articolo dimostra che la caratterizzazione del Far West come caotico appare scorretta.

 

ANARCHIA: ORDINE O CAOS?

Nonostante la prima definizione di anarchia del dizionario sia “la condizione di mancanza di governo”, molta gente pensa che l’uso estensivo, “disordine, confusione”, sia più appropriato in quanto il caos sarebbe una diretta conseguenza della mancanza di governo.

Se noi dovessimo seriamente impegnarci a smantellare un governo come quello esistente negli Stati Uniti, l’economista politico non avrebbe problemi a trovare programmi per eliminarlo. D’altra parte, via via che continuerebbe lo smantellamento, le decisioni diverrebbero sempre più difficili, con la necessità di affrontare gli ultimi “beni pubblici” probabilmente con programmi esistenti disegnati per definire e garantire i diritti di proprietà. Si considerino le seguenti due categorie di risposte a questo problema:

  • la prima scuola è quella che ci accingiamo a descrivere come scuola “costituzionalista” o “contrattualista”. Per questo gruppo la domanda importante è “come possono riemergere i diritti e giungere a pretendere di essere rispettati? Come possono emergere “leggi” che portino con sé un rispetto generale per la loro “legittimità”?[1] Questa posizione non ci permette di “saltare oltre l’intero insieme di questioni concernenti la definizione dei diritti delle persone nella condizione iniziale.”[2] Qui l’azione collettiva è considerata come un passo necessario per la stipula di un contratto sociale o un contratto costituzionale che specifichi questi diritti. Nella misura in cui i diritti potrebbero essere perfettamente definiti, l’unico ruolo dello stato sarebbe costituito dalla protezione di quei diritti, dato che la legge progettata per questa protezione è il solo bene pubblico. Se i diritti non possono essere completamente definiti, si imporrebbe un ruolo produttivo per lo stato. Quanto più i diritti non potrebbero essere completamente definiti, tanto più l’azione collettiva precipiterebbe nell’ “eterno dilemma del governo democratico”, ossia “come può un governo, di per sé riflesso di interessi, stabilire i confini legittimi dell’interesse individuale, e come può, ritagliare dall’altro lato quegli spazi di intervento che saranno socialmente protettivi e collettivamente utili?”[3] La soluzione contrattualista a questo dilemma consiste nello stabilire una norma fondamentale o costituzione che specifichi i ruoli protettivo e produttivo del governo. Poiché il ruolo produttivo, a causa del problema dei free rider, richiede necessariamente coercizione, al governo sarà dato il monopolio dell’uso della forza. Altrimenti, alcuni individui sceglierebbero di non pagare per i servizi da cui nondimeno trarrebbero benefici.
  • La seconda scuola può essere chiamata “anarco-capitalista” o “anarchica della proprietà privata”. Nella sua forma radicale questa scuola propugna l’eliminazione di tutte le forme di azione collettiva, dal momento che tutte le funzioni del governo possono essere svolte da individui che possiedono diritti di proprietà scambiabili nel mercato. In questo sistema tutte le transazioni sarebbero volontarie, eccetto nella misura in cui la protezione dei diritti individuali e l’adempimento dei contratti richiederebbero coercizione. La questione fondamentale che si pone questa scuola è come legge e ordine, che richiedono un certo grado di coercizione, possono essere garantiti senza in definitiva implicare un fornitore di quei servizi che sia detentore del monopolio della coercizione, ossia il governo. Se un’azienda di protezione dominante o un’associazione emergesse dopo che gli scambi avrebbero avuto luogo, avremmo lo stato minimo definito da Nozick e torneremmo indietro nel mondo dei “costituzionalisti”. Il punto di vista anarco-capitalista secondo cui i mercati possono fornire i servizi di protezione può essere riassunto come segue:

La spinta del profitto farà sì che i fornitori più efficienti si impongano e che la politica inefficiente e corrotta perda il suo lavoro. In breve, il mercato è capace di garantire giustizia al prezzo più conveniente. In accordo con Rothbard, affermare che questi servizi sono “beni pubblici” e non permettere che possano essere venduti agli individui in vari modi significa fare un’affermazione che ha davvero basi deboli di fatto.[4]

Quindi, gli anarco-capitalisti ripongono fiducia nel profitto cercando imprenditori per trovare la quantità e il tipo ottimale di servizi di protezione e così nella concorrenza al fine di prevenire lo stabilirsi di un monopolio nella fornitura di tali servizi.

Ci sono essenzialmente due differenze tra le due scuole discusse sopra. In primo luogo, c’è la questione empirica che la concorrrenza possa realmente garantire servizi di protezione. Il versante anarco-capitalista crede che sia possibile. I costituzionalisti o teorici dello “stato minimo” sostengono il seguente argomento:

I conflitti possono sorgere, ed un’agenzia prevarrà. Le persone che sono state precedentemente clienti delle agenzie perdenti se ne allontaneranno e cominceranno ad acquistare la loro protezione dalle agenzie vincitrici. In questo modo una singola agenzia di protezione o associazione giungerà infine a dominare il mercato dei servizi di vigilanza sopra un dato territorio. Persone indipendenti che decidono di non acquistare protezione da nessuno possono rimanere fuori dal raggio d’azione dell’agenzia dominante, ma a questi indipendenti non può essere permesso punire da sé i clienti. Devono essere costretti a non punire. Al fine di legittimare la coercizione, queste persone devono essere retribuite, ma solamente nella misura in cui lo permette la loro privazione.[5]

La seconda questione è più teorica che empirica, e di conseguenza, non può essere completamente risolta attraverso l’osservazione. Questa questione riguarda il tema di come i diritti sono determinati all’inizio; come possiamo trovare un punto d’inizio con tutte le sue caratteristiche di status quo da cui il gioco può essere fatto partire.

Buchanan, insigne costituzionalista, critica Friedman e Rothbard, insigni anarco-capitalisti, poiché “saltano oltre l’intero insieme di questioni concernenti la definizione dei diritti delle persone nella condizione iniziale”.[6] Per i costituzionalisti il concetto lockeano di mescolamento del lavoro con le risorse per arrivare ai “diritti naturali” non è sufficiente. L’approccio contrattualista suggerisce che il punto di partenza è determinato dal processo iniziale di negoziazione che risulta nel contratto costituzionale.

Il dibattito su questa questione inevitabilmente continua, ma perfino Buchanan ammette che

“se la distribuzione o l’imputazione dei diritti delle persone (diritti di fare cose, sia con rispetto verso altre persone che verso cose fisiche) sono stabiliti, allora siamo a posto. E a prescindere da differenze su certi dettagli (che possono essere importanti ma relativamente riguardanti la presente analisi, per esempio l’efficacia del mercato come organizzazione di peace-keeping interna ed esterna), dovrei accettare molte delle riforme particolareggiate che questi appassionati teorici propongono.”[7]

Il nostro scopo nel presente articolo è di discutere, in un contesto storico, alcune delle importanti questioni che Buchanan dice essere riguardanti l’analisi. Noi non intendiamo dibattere la questione della condizione di partenza, ma guarderemo all’ “efficacia del mercato come organizzazione di peace-keeping interna”.[8]

Sembra, per il periodo e l’area geografica che stiamo esaminando, che ci fosse una distribuzione di diritti che era accettata o a causa di un accordo generale su alcuni precetti di base della legge naturale o perché gli abitanti del West americano venivano da una società in cui certi diritti erano definiti e garantiti.

Una condizione di partenza siffatta è chiamata punto di Schelling, una soluzione comune che esiste nelle menti dei partecipanti in certe situazioni sociali.[9] Perfino in assenza di qualsiasi sistema di polizia, la maggior parte dei membri delle società del West concordavano sul fatto che esistessero certi diritti di uso e controllo della proprietà. Così quando un minatore affermava che la concessione di un giacimento fosse sua perché “egli era là per primo”, tale rivendicazione portava con sé più peso che se avesse sostenuto ciò semplicemente perché egli era più potente.

Preferenze, cultura, etica, e numerose altre fonti d’influenza attribuiscono le qualità di punti di Schelling ad alcune rivendicazioni e non ad altre. Il lungo periodo di conflitti tra Indiani e coloni può essere fatto discendere da una mancanza di qualsiasi punto di Schelling. Noi ci concentriamo, comunque, sulle soluzioni per il mantenimento della pace e l’applicazione della legge che esistevano tra i non indigeni, la popolazione bianca.

Nelle pagine seguenti descriviamo il sistema privato di giustizia nel Far West tra il 1830 e il 1900. Questa descrizione permette davvero di verificare, in modo limitato, alcune delle ipotesi avanzate su come possa funzionare l’anarco-capitalismo.

Indichiamo il test come “limitato” poiché un carattere necessario di un tale sistema è l’assenza del monopolio della coercizione.[10] Possono esistere diverse agenzie di coercizione, ma nessuna deve possedere il monopolio legale dell’uso di tale coercizione. La difficoltà di occuparsi di questa condizione nel Far West è ovvia. Anche se per buona parte del periodo agenzie formali di governo per la protezione dei diritti non erano presenti, agenzie di tal genere erano sempre nascoste nello sfondo. Di conseguenza, nessun sistema privato di polizia operava interamente in modo indipendente dall’influenza del governo. Inoltre, bisogna essere prudenti nel descrivere sempre agenzie private come “non-governo”, poiché, quanto più esse si sviluppavano e diventavano agenzie di coercizione legale, tanto più si descrivevano come “governo”. Nonostante esistano numerose decrizioni di tali agenzie private, è spesso difficile determinare quando contribuivano ad aumentare la concorrenza e quando la riducevano.

Nonostante le precisazioni indicate sopra, il West costituisce un utile terreno di controllo per diverse e specifiche ipotesi su come l’anarco-capitalismo possa funzionare. Noi usiamo The Machinery of Freedom di David Friedman come nostra base per la formulazione di ipotesi sul funzionamento dell’anarco-capitalismo dal momento che esso ha un approccio decisamente non utopico e specifica piuttosto bene il meccanismo effettivo in cui un sistema di agenzie di protezione diverse dal governo opererebbe. Le principali indicazioni sono:

  1. L’anarco-capitalismo non è caos. I diritti di proprietà saranno protetti e prevarrà l’ordine civile.
  2. Agenzie private svolgeranno le funzioni necessarie per preservare una società ordinata.
  3. Le agenzie di protezione private scopriranno presto che il “warfare” è un modo costoso di risolvere le dispute e si affermeranno metodi meno costosi di accordo (arbitrati, tribunali…)
  4. Il concetto di “giustizia” non è immutabile e non è vero che a noi spetta unicamente di trovarlo. Le preferenze variano tra gli individui quanto alle regole sotto cui preferiscono vivere e il prezzo che sono disposti a pagare per tali regole. Quindi, possono esistere differenze significative nelle regole tra le diverse società anarco-capitaliste.
  5. Non ci sono economie criminose di scala sufficientemente significativa che permettano alle principali organizzazioni mafiose di svilupparsi e dominare la società.
  6. La concorrenza tra le agenzie di protezione e i tribunali servirà come salutare controllo sui comportamenti indesiderati. I consumatori hanno informazioni migliori che sotto il governo e le useranno nel giudicare queste agenzie.

 

CASI DAL WEST

Prima di rivolgerci ad esempi specifici di istituzioni anarco-capitaliste nel West americano, risulta interessante esaminare la caratterizzazione leggendaria del selvaggio Far West. La possibilità del caos costituisce un’importante obiezione per la fiducia nel mercato della sicurezza e molte storie del West sembrano corroborare questo argomento. Queste storie descrivono l’era e l’area come caratterizzata da combattimenti a colpi di pistola, furti di cavalli, e generale mancanza di rispetto dei diritti umani fondamentali.

Il gusto per il drammatico nella letteratura e in altre forme di intrattenimento ha condotto verso la concentrazione sull’apparente scarto tra il desiderio di ordine degli abitanti del Far West e il prevalente disordine. Se l’immagine hollywoodiana del West non apparisse sufficientemente rovinata davanti ai nostri occhi, alcuni criminologi hanno contribuito con citazioni come la seguente: “Possiamo affermare con una certa sicurezza che in confronto al periodo della frontiera c’è stato un significativo decremento del tasso di violenza negli Stati Uniti.”[11]

Ad ogni modo, di recente, alcune attente indagini storiche portano a dubitare dell’accuratezza di tale percezione. Nel suo libro, Frontier Violence: Another Look, W. Eugene Hollon ha sostenuto “che la frontiera del West era un luogo più civilizzato, più pacifico, e più sicuro della società americana di oggi.”[12] La leggenda del selvaggio Far West sopravvive nonostante le scoperte di Robert Dykstra secondo cui in cinque dei maggiori insediamenti di cowboy (Abilene, Ellsworth, Wichita, Dodge City e Caldwell) negli anni dal 1870 al 1885, sono stati riportati soltanto 45 omicidi- una media di 1.5 per ogni stagione di commercio di bestiame.[13]

Ad Abilene, si pensa uno dei villaggi di cowboy più selvaggi, “nessuno fu ucciso nel 1869 o 1870. Infatti, nessuno fu ucciso fino all’arrivo dei primi poliziotti, assunti per prevenire gli omicidi.”[14] Soltanto due villaggi, Ellsworth nel 1873 e Dodge City nel 1876, ebbero 5 omicidi.[15] Frank Prassel afferma nel suo libro sottotitolato “Un’eredità di Legge e Ordine”, che “se può essere tratta qualche conclusione dalle recenti statistiche sui crimini, questa dev’essere che tale ultima frontiera non ha lasciato alcun retaggio di offese contro la persona, rispetto ad altre regioni del paese.”[16]

Inoltre, perfino se i tassi di criminalità fossero stati più alti, bisognerebbe ricordare che la preferenza per l’ordine può differire lungo il tempo e attraverso le popolazioni. Dimostrare che il West era maggiormente “senza legge” della nostra società odierna ci dice molto poco fino a che non siano disponibili alcune misure della “domanda di legge e ordine”. “Se può sembrare che la società della frontiera sia funzionata con molte violazioni alla legge formale, ciò qualche volta più precisamente ha riflettuto abitudini della comunità in conflitto con standard estranei ai tempi e superficiali.”[17]

I comitati di vigilanza che spuntarono in molte comunità minerarie del West forniscono esempi eccellenti di questo conflitto. In molti casi questi comitati comparvero dopo che il governo civile si era organizzato. Essi dimostrano che la concorrenza fu proficua nei casi in cui il governo risultava inefficiente, come nel caso di San Francisco negli anni ’50 del 1800,[18] o dove il governo divenne il territorio dei criminali che usavano il monopolio legale della coercizione per promuovere i loro interessi personali, come a Virginia City, e nel Montana Territory negli anni ’60 del 1800.[19]

Perfino in questi casi, comunque, la violenza non costituiva l’abituale modus operandi. Quando fu ricostituito il comitato di vigilanza di San Francisco nel 1856, “il gruppo rimase attivo per 3 mesi, incrementando il numero dei suoi membri fino a più di 8000. Durante questo periodo, San Francisco ebbe soltanto due assassini, in confronto ai più di 100 nei 6 mesi precedenti alla costituzione del comitato”.[20]

Per comprendere come legge e ordine fossero garantiti nel West americano, passiamo ora a quattro esempi di istituzioni che approssimarono l’anarco-capitalismo. Questi studi di caso di associazioni di coloni, associazioni di cowboy, comunità minerarie, e carovane forniscono supporto alle ipotesi presentate sopra e suggeriscono che il diritto alla proprietà privata era garantito e non regnava il caos.

 

a. Associazioni territoriali

Per i coloni pionieri che spesso si spostavano nei domini pubblici prima che essi fossero mappati e resi disponibili dal governo federale per le vendite, la definizione e la sicurezza dei diritti di proprietà sul territorio che reclamavano costituiva sempre un problema. “Questi coloni di frontiera e al margine (squatters come erano chiamati) si trovavano oltre i limiti della sfera d’azione del governo federale. Nessuna legge del Congresso li proteggeva nei loro diritti sui territori che avevano scelto e sui miglioramenti che avevano apportato. Per la legge essi avevano violato i confini; nei fatti erano degli onesti fattori.”[21] Il risultato fu la formazione di organizzazioni “extra-legali” per la sicurezza e la giustizia. Queste associazioni territoriali o associazioni di coloni, come associazioni extra-legali iniziarono ad essere famose, furono trovate lungo il Middle West con in particolare quelle dello Iowa destinate a ricevere la maggior parte dell’attenzione. Benjamin F. Shambaugh sostiene che possiamo vedere tali associazioni “come un genere esemplificativo di organizzazione politica extra-legale, non costituzionale, in cui erano riflessi alcuni principi del carattere e della vita americani.”[22] Per Frederick Jackson Turner queste associazioni di squatter fornivano un eccellente esempio della “capacità dei pionieri neoarrivati di unirsi per uno scopo comune senza l’intervento delle istituzioni governative…”[23]

Ogni associazione di coloni adottò il proprio statuto e a norma di legge elesse dei funzionari per la struttura dell’organizzazione, stabilì regole per derimere le dispute, e stabilì la procedura per la registrazione e la protezione delle rivendicazioni. Lo statuto della Claim Association of Johnson County, Iowa, offre una delle poche testimonianze della struttura associativa. Oltre al presidente, il vicepresidente, impiegato e archivista, tale statuto prevedeva l’elezione di sette giudici, di cui 5 potevano comporre una corte per le dispute dei coloni, nonché l’elezione di due sceriffi incaricati di garantire il rispetto delle regole dell’associazione. Lo statuto specificava la procedura attraverso la quale i diritti di proprietà sul territorio dovevano essere definiti così come la procedura per gli arbitrati delle dispute tra i coloni. Venivano applicate alcune tariffe per contribuire alle spese degli arbitrati.

In tali circostanze di luogo e di tempo al fine di mantenere tali corti e convocare tutti i testimoni che ciascuna delle parti poteva richiedere, la corte faceva, prima del processo volto ad indagare cosa chiedessero il ricorrente e l’imputato, depositare una somma sufficiente nelle loro mani per sostenere le spese della detta azione legale o dei costi della detta azione legale, e nel caso avesse dovuto una delle due parti rifiutare di depositare tale somma di denaro la corte poteva citare in giudizio la persona che rifiutava di…[24]

Come sanzione contro coloro che non seguivano le regole dell’associazione, l’uso della violenza era un’opzione, ma la risoluzione seguente suggerisce che erano usati anche mezzi meno violenti:

Determinato, che al fine di sostenere più efficacemente i coloni nelle loro giuste rivendicazioni in accordo con i costumi del vicinato ed al fine di prevenire difficoltà e discordia nella società che noi reciprocamente giuriamo sul nostro onore di osservare rigidamente la seguente risoluzione. Che noi non ci assoceremo con, né tolleremo coloro che non rispettano le richieste dei coloni ed inoltre che noi non staremo loro vicini… Scambi commerciali tratteremo con loro in ogni modo….[25]

Il fatto che gli statuti, a norma di legge, e le risoluzioni di tutte le associazioni di coloni non fossero simili indica che le preferenze tra gli squatter potevano variare e che erano disponibili forme alternative di protezione e di giustizia. La giustificazione più comune per le associazioni era costituita da parole come le seguenti: “Dato che è diventata abitudine negli stati del West, non appena i titoli degli Indiani sui terreni pubblici sono stati aboliti dal Governo Generale in modo che i cittadini degli Stati Uniti vi si potessero insediare e mettere a reddito detti terreni, e fino a questo momento l’uso e la richiesta dei coloni raggiunge i 320 acri, è stata rispettata dai cittadini e dalle leggi dello Iowa…”[26] Un’altra giustificazione “evidenzia la necessità di protezione contro occupanti abusivi e sconsiderati di terreni e odiosi lupi in forma umana, o la necessità di una migliore sicurezza contro aggressioni di stranieri così come di locali”.[27] Alcune associazioni erano state costituite specificamente allo scopo di opporsi a “speculatori” che stavano tentando di ottenere un titolo sul territorio. Gli statuti di queste associazioni, come sottolineato dal documento della “Johnson County” regolavano dettagliatamente l’ammontare di investimenti che dovevano essere apportati sul terreno. Altre associazioni, ad ogni modo, incoraggiavano la speculazione non facendo tali richieste. Queste associazioni volontarie, extra-legali, fornirono protezione e giustizia senza violenza manifesta e svilupparono regole in accordo con le preferenze, i fini, le sovvenzioni dei partecipanti.

 

Note

[1] James M. Buchanan, “Before Public Choice”, in G.Tullock, ed., Exploration in the Theory of Anarchy (Blacksburg, Va.: Center for the Study of Public Choice, 1972), p. 37.

[2] James M. Buchanan, “Review of David Friedman, The Machinery of Freedom: Guide to Radical Capitalism”, The Journal of Economic Literature, Vol. XII, No. 3 (1974), p. 915.

[3] E.A.J. Johnson, The Foundations of American Economic Freedom (Minneapolis: University of Minnesota Press, 1973), p. 305.

[4] Laurence S. Moss, “Private Property Anarchism: An American Variant”, in G.Tullock, ed., Further Explorations in the Theory of Anarchy (Blacksburg, Va.: Center for the Study of Public Choice, 1974), p. 26.

[5] James M. Buchanan, Freedom in Constitutional Contract (College Sta., Tex.: Texas A&M University Press, 1977), p. 52.

[6] Buchanan, “Review of Machinery of Freedom”, p. 915.

[7] Ibid., corsivo aggiunto nel testo di Anderson e Hill.

[8] ibid.

[9] Per una discussione più estesa dei punti di Schelling, si veda Thomas C. Schelling, The Strategy of Conflict (Cambridge: Harvard University Press, 1960), pp. 54-58; Buchanan, “Review of Machinery of Freedom”, p. 914; e David Friedman, “Schelling Points, Self-Enforcing Contracts, and the Paradox of Order”, (non pubblicato Ms., Center for the Study of Public Choice, Virginia Polytechnic Institute).

[10] David Friedman, The Machinery of Freedom: Guide to Radical Capitalism (New York: Harper & Row, 1973), p. 152.

[11] Gilbert Geis, “Violence in American Society”, Current History, Vol. LII (1976), p. 357.

[12] Eugene W. Hollon, Frontier Violence: Another Look (New York: Oxford University Press, 1974), p. X.

[13] Robert A. Dykstra, The Cattle Towns (New York: Alfred A. Knopf, 1968), p. 144.

[14] Paul I. Wellman, The Trampling Herd (New York: Carrick e Evans, 1939), p. 159.

[15] Hollon, Frontier Violence, p. 200.

[16] Frank Prassel, The Western Peace Officer (Norman, Okla.: University of Oklahoma Press, 1937), pp. 16-17.

[17] Prassel, The Western Peace Officer, p. 17.

[18] Si veda George R. Stewart, Committee on Vigilance (Boston: Houghton Mifflin Co., 1964); e Alan Valentine, Vigilance Justice (New York: Reynal e Co., 1956).

[19] Thomas J. Dimsdale, The Vigilantes of Montana (Norman, Okla.: University of Oklahoma Press, 1953).

[20] Wayne Gard, Frontier Justice, (Norman, Okla.: University of Oklahoma Press, 1949), p. 165.

[21] Benjamin F. Shambaugh, “Frontier land Clubs, or Claim Associations”, Annual Report of the American Historical Association (1900), p. 71.

[22] Shambaugh, “Frontier Land Clubs”, p. 69.

[23] Frederick Jackson Turner, The Frontier in American History (New York: Henry Holt e Co., 1920), p. 343.

[24] Schambaugh, “Frontier Land Clubs”, p. 69.

[25] Ibid., pp. 78-79.

[26] Citato in Allan Bogue, “The Iowa Claim Clubs: Symbol and Substance”, in V. Carstensen, ed., The Public Lands (Madison, Wisc.: University of Wisconsin Press, 1963), p. 50.

[27] Ibid.

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Tutto quello che c’è da dire sul Bail-in

Ven, 05/08/2016 - 08:18

La direttiva Bank Recovery and Resolution Directive (2014/59/EU) ha introdotto nell’Unione Europea un meccanismo armonizzato per la prevenzione e la gestione delle crisi delle banche e delle imprese d’investimento.

Scopo della direttiva BRRD è quello di cercare di risolvere il problema delle banche facendo leva solo sulle risorse di quest’ultime, senza cioè ricorrere necessariamente agli aiuti di Stato, scongiurare il fallimento di una banca in gravi difficoltà economiche (risoluzione quindi come alternativa alla liquidazione) e di assicurare che la banca che si trova ad affrontare gravi difficoltà economiche possa continuare, nella fase di risoluzione, ad erogare quei propri servizi finanziari ritenuti basilari per la comunità ed essenziali per la stabilità finanziaria del sistema economico.

La BRRD istituisce in ogni Paese delle cosiddette autorità indipendenti di risoluzione coincidenti con le varie banche centrali nazionali. A tali autorità viene dato il compito di entrare in azione programmando e portando a termine la gestione della crisi dell’intermediario finanziario una volta accertato la presenza di determinate circostanze.

La BRRD nasce a seguito dei cospicui salvataggi bancari attuati in Europa dal 2008 al 2014 con soldi pubblici, ossia con il denaro di tutti i contribuenti. La banca centrale europea ha stimato durante questo periodo le organizzazioni statali europee hanno complessivamente iniettato 800 miliardi di euro per soccorrere intermediari finanziari in difficoltà. Tale iniezione di liquidità ha finito col comportare un ragguardevole incremento del debito pubblico in molti Paesi.

Tuttavia, in circostanze ritenute oltremodo straordinarie la BRRD prevede anche l’intervento diretto e sostanziale dell’organizzazione statale attraverso la fornitura di aiuti di Stato all’intermediario finanziario in difficoltà.

 

Quando è previsto l’intervento delle autorità di risoluzione?

Allorché le autorità di risoluzione appurano che una banca si trova in dissesto o è a rischio di dissesto (ad esempio, quando, a causa di perdite, l’intermediario finanziario abbia azzerato o ridotto in modo rilevante il proprio capitale), e contemporaneamente ritiene che misure alternative di natura privata (quali aumenti di capitale) o di vigilanza siano insufficienti ad evitare il dissesto e che inoltre la sottoposizione della banca alla liquidazione ordinaria non consentirebbe comunque di salvaguardare la continuità delle funzioni della banca e la stabilità finanziaria del sistema economico, ai sensi della suddetta direttiva ed in nome dell’interesse pubblico, queste autorità entrano in azione dettando il processo di risoluzione.

 

Cosa è il Bail-in e come funziona?

Per portare a termine tale processo, alle autorità di risoluzione vengono assegnati precisi strumenti. Il Bail-in è uno di questi strumenti (gli atri sono la vendita di una parte dell’attività a un acquirente privato, il trasferimento temporaneo delle attività e delle passività ad un’entità (bridge bank) costituita e gestita dalle autorità per proseguire le funzioni più importanti dell’intermediario finanziario, in vista di una successiva vendita sul mercato, il trasferimento delle attività deteriorate ad un veicolo (bad bank) che ne gestisca poi la liquidazione in tempi ragionevoli.

In soldoni, il Bail-in significa che il denaro per la ripresa dell’intermediario finanziario viene preso all’interno dell’istituto in questione, ossia da azionisti e creditori e non al suo esterno, cioè a carico di tutti i contribuenti (Bail-out). Tecnicamente, il Bail-in significa che al ricorrere delle condizioni di risoluzione, le autorità istituzionali preposte alla risoluzione della crisi delle banche possono disporre la riduzione del valore delle azioni dell’intermediario finanziario e di alcuni crediti nei confronti dello stesso o la loro conversione in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in misura sufficiente a ripristinare un’adeguata capitalizzazione ed a mantenere la fiducia del mercato.

Ciò nonostante, gli azionisti e i creditori non potranno in ogni modo subire perdite maggiori di quelle che sopporterebbero in caso di liquidazione della banca seguendo le procedure ordinarie.

Di regola, vi sono passività sottoponibili al Bail-in ed altre che non lo sono. Normalmente, esclusi dall’ambito di applicazione del Bail-in e non possono dunque essere né svalutati né convertiti in capitale:

  • i depositi protetti dal sistema di garanzia dei depositi, vale a dire quelli di importo fino a 100.000 euro;
  • le passività garantite, inclusi i covered bonds e altri strumenti garantiti;
  • le passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela o in virtù di una relazione fiduciaria, come ad esempio il contenuto delle cassette di sicurezza o i titoli detenuti in un conto apposito;
  • le passività interbancarie (ad esclusione dei rapporti infragruppo) con durata originaria inferiore a 7 giorni;
  • le passività derivanti dalla partecipazione ai sistemi di pagamento con una durata residua inferiore a 7 giorni;
  • i debiti verso i dipendenti, i debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati dalla normativa fallimentare.

Le passività non esplicitamente escluse sono invece tutte quante sottoponibili a Bail-in. I soggetti che possono essere colpiti dal Bail-in devono essere però colpiti seguendo uno specifico ordine sequenziale, cioè soltanto dopo aver consumato tutte le risorse della categoria più rischiosa si può passare a quelle della categoria successiva. L’ordine è il seguente:

  • gli azionisti della banca;
  • i detentori di altri titoli di capitale;
  • gli altri creditori subordinati;
  • i creditori chirografari;
  • le persone fisiche e le piccole e medie imprese titolari di depositi (solo) per l’importo in eccedenza a 100.000 euro;
  • il fondo di garanzia dei depositi, il quale contribuisce al Bail-in al posto dei depositanti protetti.

Inoltre, i depositi al dettaglio eccedenti i 100.000 euro, per motivi collegati al mantenimento della stabilità finanziaria del sistema economico, possono essere discrezionalmente esclusi dal Bail-in a condizione che questo sia stato applicato ad almeno l’8 per cento del totale delle passività.

Quanto appena descritto è la regola d’applicazione del Bail-in. Tuttavia, in circostanze ritenute eccezionali, ossia quando si pensa che la normale applicazione dello strumento implichi, ad esempio, un rischio per la stabilità finanziaria del sistema economico o comprometta la continuità di servizi finanziari ritenuti basilari, le autorità possono andare oltre la regola escludendo in via discrezionale ulteriori passività. Queste esclusioni sono però soggette a limiti e condizioni e devono essere approvate dalla Commissione europea. Le perdite non assorbite dai creditori esclusi discrezionalmente possono essere trasferite al fondo di risoluzione che può intervenire nella misura massima del 5 per cento del totale del passivo, a condizione che sia stato applicato un Bail-in minimo pari all’8 per cento delle passività totali.

 

Quando la BRRD consente che il Bail-in sfoci anche in aiuti di Stato?

Quando politicamente ed a livello europeo viene ipotizzata l’esistenza di una situazione oltremodo straordinaria, una situazione che senza un intervento diretto e sostanziale del pubblico potere si ritiene che finirà col produrre gravissime ripercussioni sul funzionamento del sistema economico nel suo complesso.

L’attivazione di tale intervento pubblico richiede comunque che i costi della crisi siano ripartiti con gli azionisti e i creditori mediante l’applicazione di un Bail-in almeno pari all’8 per cento del totale del passivo.

 

Il Bail-in visto sotto l’ottica dell’ordine di libero mercato

L’articolo 47 della Costituzione italiana afferma che: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. Questa disposizione può essere fatta propria anche da un ordine di libero mercato, giacché esso si fonda sull’assioma della non-aggressione secondo il quale “nessuno può aggredire la persona o la proprietà altrui o frodarla” (assioma da declinare di volta in volta ai casi concreti). In tal senso, la parola tutelare deve essere però interpretata come proteggere ogni singolo individuo da aggressioni e frodi e non come velata promessa di caricare, qualora si riscontrino motivi di opportunità politica, il costo del rischio che ogni azione individuale comporta sul resto della collettività.

Ogni azione umana comporta un costo di rischio. Se si cerca di sterilizzare questo costo tramite l’aspettativa che qualcun altro subentrerà in qualsiasi tempo e circostanza, in tutto o in parte, nell’esercizio di sopportarlo al posto di chi questo costo di rischio lo ha assunto non può che finire con l’azzardo morale a farla da padrone.

A questo riguardo, la normativa sul Bail-in rappresenta nelle intenzioni ed in linea di massima un passo in avanti perché cerca di contrastare l’aspettativa secondo la quale alla fine lo Stato somministrerà in ogni circostanza gli aiuti necessari.

Tuttavia, va detto che tutto questo ragionamento viene se non altro in parte inficiato alla base dal contesto in cui il Bail-in si inserisce. Non viviamo di certo, infatti, in un ambiente economico nel quale vige una pluralità di istituti di emissione ed una piena libertà di scelta della moneta, bensì l’esatto contrario, vale a dire sotto un regime caratterizzato da monopolio di emissione di moneta avente corso legale in linea di principio e per di più forzoso.

Ad oggi, sussiste un’indiscriminata dichiarazione di corso legale imposta in linea di principio dallo Stato che va inevitabilmente ad alterare il concetto generale di denaro in quanto il corso legale imposto in linea di principio altro non è che un provvedimento che ha lo scopo di imporre al mercato o di mantenere in circolazione forme patologiche di mezzi di circolazione generate da ripetuti abusi di autorità della prerogativa di battere moneta. Tutto ciò tende nel tempo a finire col porre lo Stato come il principale aggressore del risparmio individuale.

Asserito che il sistema monetario nel suo complesso (a prescindere da casi eccezionali che richiedono una regolamentazione speciale proprio per la loro peculiarità) è tanto più economicamente efficiente quanto meno è soggetto a corso legale, cerchiamo ora di ragionare come se il Bail-in fosse applicato ad un sistema monetario in cui non sia presente quella coercizione che è il corso legale imposto in linea di principio dallo Stato.

Lì dove il Bail in si accanisce nei confronti degli azionisti e di alcune categorie di creditori della banca non ci può essere nulla da obiettare o comunque molto poco.

Comprando azioni si conferiscono somme di denaro (meglio sarebbe dire beni o servizi) per l’esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili. Investendo in obbligazioni si sta facendo un prestito con lo scopo di riottenere la somma versata più il pagamento di un qualche interesse.

In entrambi i casi, stiamo chiaramente effettuando forme di risparmio-investimento e quindi il il costo di rischio che ci assumiamo è normalmente più elevato di quello che deriverebbe dal solo dare in custodia a qualcun altro una propria somma di denaro, ossia dall’effettuare una forma di risparmio-tesaurizzazione.

Perché nel risparmio-investimento il costo di rischio è di norma più elevato di quello presente nel risparmio-tesaurizzazione? Perché nel risparmio-investimento esiste la volontà, attraverso il capitale investito, di formare un flusso di reddito o di ottenere un interesse. Nel risparmio-tesaurizzazione esiste invece solo la volontà di accantonare una riserva di valore.

Di conseguenza: giusto porre il risparmio-investimento sotto la possibilità del Bail-in; ingiusto in linea di principio porre il risparmio-tesaurizzazione sotto la possibilità dello stesso.

Nel caso dell’obbligazione (di regola, il Bail-in può colpire gli obbligazionisti subordinati) è anche vero però che questa deve essere normalmente adempiuta. In primo luogo, infatti, il debitore deve sempre trattare l’obbligazione assunta con la cosiddetta diligenza del buon padre di famiglia, al fine di soddisfare il diritto dell’obbligazionista di riottenere la somma versata più gli interessi.

Tuttavia, tale diritto può accadere che non venga soddisfatto e allora in questa circostanza bisogna andare a vedere se questa diligenza è stata comunque applicata dal debitore nel trattare l’obbligazione convenuta: qualora venga riscontrata questa diligenza e l’obbligazione non viene adempiuta subentra l’impossibilità sopravvenuta della prestazione per causa non imputabile al debitore e pertanto l’obbligazione si estingue del tutto senza generare strascichi; al contrario, se questa diligenza non viene riscontrata e l’obbligazione non viene adempiuta subentra l’obbligazione di risarcire il danno da inadempimento.

Stabilire, nell’eventualità di mancato adempimento dell’obbligazione, se questa sia stata trattata o meno dal debitore con la diligenza del buon padre di famiglia deve essere affare da consegnare alla giustizia dei tribunali.

Occorre infine ricordare che le obbligazioni sono dei contratti reali ad effetti reali, ossia il contratto di obbligazione si perfeziona e produce i suoi effetti con la consegna della cosa contenuto dell’accordo (a differenza dei cosiddetti contratti consensuali in cui invece basta l’accordo per conseguire il perfezionamento e la produzione degli effetti del contratto) e che per quanto riguarda le obbligazioni bancarie essendo queste di natura pecuniaria, avendo cioè per oggetto un bene fungibile, ad essere restituiti devono essere dei beni della stessa specie e qualità (tantundem), tenendo presente che a valere è il cosiddetto principio nominalistico per cui la moneta è presa in considerazione per il suo valore nominale e non per il suo potere di acquisto.

Poiché il trasferimento concerne un bene fungibile, dottrina ufficiale vuole che a trasferirsi sia la proprietà. In effetti, da un punto di vista strettamente fisico, essendo praticamente impossibile la restituzione delle stesse unità specifiche consegnate, può rendersi necessario parlare di trasferimento di proprietà. Tuttavia, in ottica (prasseo)logica, non possiamo parlare di trasferimento di proprietà, ma solo di trasferimento del possesso. Benché il debitore ottenga dal trasferimento del bene fungibile la disponibilità della cosa in oggetto, nei fatti però non diviene titolare di un diritto di proprietà ma solamente di un rapporto obbligatorio. Affidando ad altri la detenzione del proprio bene fungibile, il proprietario non decide in realtà di trasferire la proprietà del bene in questione, bensì di non tenere per un certo periodo tale bene sotto la propria diretta disponibilità.

Passando a parlare dei depositi il tema si fa più complicato.

Sul fatto che si sancisca una differenza tra i depositi fino a 100.000 euro e superiori c’è da dire che questa è una decisione politica in linea con la tendenza oggigiorno imperante nel mondo di stabilire imposte progressive sul reddito delle persone fisiche. Si può essere d’accordo o meno, ma tant’è.

Il vero problema semmai è come inquadrare normativamente il contratto di deposito bancario, più precisamente quello libero, cioè quello in cui le somme versate sono da restituire su richiesta del depositante.

Dispositivo dell’art. 1782 del Codice Civile

Se il deposito ha per oggetto una quantità di danaro o di altre cose fungibili, con facoltà per il depositario di servirsene, questi ne acquista la proprietà ed è tenuto a restituirne altrettante della stessa specie e qualità. In tal caso si osservano, in quanto applicabili, le norme relative al mutuo.

Dispositivo dell’art. 1834 del Codice Civile

Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi. Salvo patto contrario, i versamenti e i prelevamenti si eseguono alla sede della banca presso la quale si è costituito il rapporto.

Esaminando le due sopracitate disposizioni, appare chiaro che con il deposito bancario non ci troviamo di fronte né ad un vero e proprio deposito né ad un vero e proprio mutuo, bensì abbiamo a che fare con un singolare tipo di deposito irregolare, la cui funzione non si esaurisce pienamente né in quella di custodia né in quella di credito. In base a ciò, non può essere applicabile direttamente ed integralmente né la disciplina del deposito irregolare né quella del mutuo ma è necessario svolgere una serie di considerazioni preliminari per arrivare a definire una relativa disciplina sui generis.

Prima rilevante considerazione: il deposito bancario è un contratto reale ad effetti reali e concerne un bene fungibile, la moneta. Per quanto affermato in precedenza sulle obbligazioni pecuniarie, seppur dottrina ufficiale sostiene che vi sia un trasferimento della proprietà, in realtà nell’ottica (prasseo)logica non avviene alcun trasferimento della proprietà: solo il depositante e non anche la banca può dirsi il legittimo proprietario delle somme versate. In tal senso, che il deposito bancario venga visto come un deposito irregolare o come un mutuo nulla cambia.

Elemento giuridico caratterizzante del contratto di deposito è la funzione di custodia che il depositario deve effettuare sull’oggetto trasferitogli dal depositante. Nel caso di un deposito irregolare in cui ad essere trasferito è un bene fungibile, come è il caso della moneta, il depositario è obbligato a restituire al depositante, nei termini convenuti, una quantità equivalente in quanto a specie e qualità (tantundem).

Elemento giuridico caratterizzante del contatto di mutuo è la funzione di prestito di cose fungibili e consumabili che il mutuante effettua nei confronti del mutuatario. Nel caso di un prestito di moneta, una persona consegna oggi una quantità di unità monetarie a un’altra persona la quale si impegna, trascorso un certo tempo, a restituire altrettanto della stessa specie e qualità di quanto ricevuto in prestito.

La destinazione d’uso nei due contratti è quindi diversa. Nel deposito irregolare il depositante limita la disponibilità del bene fungibile ora nelle mani del depositario alla sola funzione di sorveglianza della proprietà. Nel mutuo, diversamente, il mutuatario beneficia della piena disponibilità del bene fungibile ora nelle sue mani, fintanto che il contratto non arriva a scadenza; malgrado ciò, essendo comunque un’obbligazione, il mutuatario è obbligato a servirsene con la diligenza del buon padre di famiglia.

Giunti a questo punto, diviene abbastanza lapalissiano che con il deposito irregolare non abbiamo a che fare con uno scopo economico che prevede una rinuncia di beni presenti per cercare di avere una quantità di valore superiore di beni futuri, una volta trascorso un determinato arco temporale, bensì esclusivamente al cospetto di un cambio nella forma dello sfruttamento della disponibilità dei beni presenti.

All’opposto, lo scopo economico sottinteso nel mutuo è quello di rinunciare oggi ad una disponibilità di beni presenti per cercare di ottenere in cambio, una volta trascorso il periodo prestabilito, una quantità di valore superiore di beni futuri. Tuttavia, poiché si sta parlando di moneta, è necessario ricordare che a valere nella restituzione è il principio nominalistico e di conseguenza la ricerca di un valore superiore potrebbe essere soddisfatta solo nominalmente ma non realmente.

In sintesi, nel mutuo è sottointeso che vi sia una transazione creditizia, nel deposito irregolare invece tale transazione non sussiste. Il mutuante dunque effettua una forma di risparmio-investimento, mentre il depositante si limita ad una forma di risparmio-tesaurizzazione.

 

Alla luce di tutto quello finora evidenziato, come dobbiamo correttamente catalogare l’attuale deposito bancario?

L’attuale deposito bancario, più precisamente quello libero, deve essere configurato come un contratto aleatorio, un contratto cioè a prestazioni corrispettive nel quale il rapporto di scambio tra le prestazioni non è determinabile a priori.

La funzione di custodia che la banca esercita nell’interesse del depositante viene messa in discussione dalla funzione di credito che la banca esercita nell’interesse di sé stessa (dai depositi bancari la banca estrae fondi per le proprie attività di finanziamento) e anche, o meglio qualora, del depositante. Da tale fatto discende che qualsiasi banca applicante ad un deposito irregolare libero le regole del mutuo finisce per operare in regime di riserva frazionaria, vale a dire crea una doppia disponibilità sul denaro depositato. Tale doppia disponibilità genera un problema di effettiva disponibilità e dunque la banca potrebbe trovarsi nella situazione di non poter soddisfare più richieste simultanee di restituzione. Questo eventuale problema rappresenta l’alea di cui in primo luogo il cliente ed in secondo luogo la banca sono chiamati a tenere di regola in conto.

Alcuni sostengono che in una stessa formula contrattuale non si possono unire le funzioni del contratto di deposito e quelle di prestito e ciò, in base a i principi tradizionali del diritto, dovrebbe far scattare in ogni caso la nullità di tale contratto per cause incompatibili. In realtà, nulla vieta che l’evoluzione del pensiero e dell’azione umana possa produrre o perfezionare nel tempo sempre nuovi strumenti. Questo significa che l’unione delle funzioni di deposito e di prestito è da considerarsi legittima e con essa pertanto l’operare da parte della banca in regime di riserva frazionaria a patto che la volontà contrattuale del cliente-contraente non sia sottoposta a vizio del consenso. In altre parole, deve essere chiaro che il consenso del cliente della banca a stipulare un contratto del genere non sia stato estorto con violenza, carpito con dolo o dato per errore.

Sintetizzando, l’attuale deposito bancario libero pone in essere un contratto reale a d effetti reali in cui si instaura un rapporto obbligatorio tra le parti. Essendo presente al suo interno non solo la funzione di custodia ma anche quella di credito, è presente anche una quantità di costo di rischio superiore a quella che vi sarebbe se il deposito fosse unicamente considerato e trattato come tale. Al pari di qualsiasi obbligazione, questa deve essere normalmente adempiuta da parte di chi assume l’obbligo (in questo caso la banca) e per l’obbligato vale inoltre tutto quanto precisato sopra su inadempimento e diligenza del buon padre di famiglia. Tuttavia, ed allo stesso tempo, giacché il depositante possiede la anche la facoltà di richiedere in qualsiasi momento la restituzione del suo deposito o con una disponibilità a breve scadenza, il rapporto di scambio tra le prestazioni non è normalmente determinabile a priori e tutto ciò finisce per rendere questo contratto di tipo aleatorio. Se non condizionato da vizi del consenso, tale contratto è da considerarsi legittimo.

In definitiva, il Bail-in può di regola giustamente colpire i depositi in quanto e fintanto che questi vengono trattate come forme almeno parziali di risparmio-investimento dal cliente. Scriviamo fintanto perché è chiaro che se a valere è solo il principio nominalistico quando si va ad applicare sui depositi di moneta un tasso di interesse pari a zero o addirittura negativo va a bruciarsi tutto il concetto di risparmio-investimento.

In ultimo, una considerazione sulla riserva frazionaria. Utilizzando la riserva frazionaria, le banche prendono in custodia e contemporaneamente in accredito il denaro di numerosi soggetti economici e tendono a garantire ad ogni singolo depositante il rimborso del suo deposito libero in ogni momento o con una disponibilità a breve scadenza, attraverso la loro organizzazione e seppur con una riserva di liquidità inferiore al totale dei depositi. L’operazione si basa sull’esperienza che i depositi liberi non vengono ritirati simultaneamente da tutti i depositanti, ma in istanti diversi e solo per somme parziali e che oltretutto i rimborsi vengono di frequente rimpiazzati da nuovi versamenti.

Tale operazione non corre sostanziali rischi di fallimento fintanto che il sistema non è soggetto a recessioni-depressioni. Di regola, a nessuno piace tenere tutto o gran parte del proprio denaro sotto il materasso perché troppo il costo di rischio è abitualmente percepito come troppo alto; meglio pertanto affidarsi ad un istituto per provvedere a tale scopo. Ciò nonostante, quando sopraggiunge una crisi del sistema economico gli agenti aumentano la loro preferenza verso la forma di denaro che generalmente riconoscono come la più immediata ed accettabile, vale a dire (ai nostri giorni) il contante, e più la crisi si fa acuta più questa preferenza tende ad aumentare.

Alcuni intravedono nella riserva frazionaria una causa ultima della sistematica instabilità delle economie di mercato e quindi delle recessioni-depressioni economiche. In realtà, la causa ultima è una sola ed è il corso legale in linea di principio sulla moneta. Il monopolio di emissione e la riserva bancaria centralizzata aumentano la possibilità di squilibri tra offerta e domanda di moneta più di quanto non possa fare un regime opposto, cioè caratterizzato da pluralità di istituti di emissione e riserva bancaria decentralizzata, perché nel primo caso l’assenza di (una vera) concorrenza nel settore da un lato rende molto più difficile scoprire i segnali di prezzo forniti dal mercato, dall’altro consegna agli emittenti il potere di abuso di autorità legale. In questo contesto, la riserva frazionaria può tutt’al più amplificare gli effetti perniciosi che scaturiscono dalla causa ultima.

Se si riuscisse ad implementare il regime della pluralità degli istituti di emissione e della decentralizzazione bancaria ed a questo si aggiungesse la possibilità per ciascun cliente di convertire almeno buona parte della moneta di origine bancaria in riserva metallica, la riserva frazionaria da sola molto difficilmente potrebbe innescare sistematica instabilità, giacché le banche, non disponendo di alcun corso legale in linea di principio su cui far leva e non potendo aumentare la suddetta riserva senza limiti o restrizioni, non avrebbero alcuna possibilità o avrebbero possibilità in ogni caso decisamente ridotte al minimo di spalmare sull’intera collettività quel costo di rischio inerente la restituzione in ogni momento o con una disponibilità a breve scadenza del deposito libero. Allo stesso tempo, potendo impiegare parte significativa dei propri depositi per operazioni di credito, le stesse verrebbero messe nella condizione di poter rispondere adeguatamente agli aumenti della domanda di moneta bancaria che si dovessero verificare.

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Fermi al 2011, ma stavolta è peggio

Mer, 03/08/2016 - 08:24

L’isterismo di questi giorno intorno alla situazione delle banche italiane, è qualcosa di davvero esilarante visto che è iniziata la classica corsa da parte dei policymaker alla rassicurazione più stupida. Ormai è fin troppo evidente alla maggior parte delle persone come questi clown non siano altro che degli sciamani voodoo che millantano di possedere l’elisir di lunga e perenne crescita. E clown non è affatto una parola forte riferita a gente come Padoan o Angela Merkel, i quali si sforzano di raccontare le sciocchezze più grandi solo per calmare le acque. Questa gente ha la minima idea di cosa sia, ad esempio, un trend di lungo termine? Oppure una visione d’insieme di quello che sta accadendo in Europa? Stando alle loro frasi o lo ignorano, oppure lo sanno e fanno finta di niente per permettere ai clientelisti di mantenere i loro posti di comando e privilegio.

Basterebbero i seguenti due grafici per mettere in discussione quanto finora detto da entrambi.

 

Ebbene sì, a meno che questa “percezione errata”, come la chiama Padoan, non ha afflitto gli investitori sin dalla notte dei tempi, qualcuno s’è accorto di come il settore bancario commerciale non sia altro che il figlio deforme della politica monetaria allentata delle banche centrali. Non esiste più una determinazione onesta dei prezzi per quanto riguarda la valutazione degli attivi nei loro bilanci. Peggio ancora, non esiste più una determinazione onesta dei prezzi per quanto riguarda la valutazione delle passività nei loro bilanci. L’ingegneria finanziaria abilitata dalla BCE, ad esempio, sin da quando ha aperto i battenti, ha permesso a quelle entità all’inizio della catena del credito di sfruttare questo vantaggio e riversare sulla società una cascata di segnali di mercato distorti. I banchieri centrali lo definiscono “effetto ricchezza”, ovvero, la manna monetaria che a catena investe parti diverse del tessuto economico fino ad arrivare al suo ultimo strato. Il problema, però, con questa teoria è che si basa su concetti teorici sballati, i quali considerano obiettivi raggiungibili cose come il PIL potenziale e la piena occupazione. Miraggi. Illusioni. L’unica cose che le strategie monetarie allentate provocano è una ridistribuzione della ricchezza a favore di quelle entità all’inizio della catena del credito, e questo vuol dire banche commerciali e stato. Il resto del tessuto economico vede pian piano erodere il proprio potere d’acquisto in una perenne lotta per riuscire a sbarcare il lunario.

La percezione di questo furto oltre ad essere nascosta in quanto l’inflazione dei prezzi altro non è che una tassa nascosta, viene ulteriormente celata agli occhi degli individui focalizzando la loro attenzione su non-problemi quotidiani. Non è un caso se in frangenti critici spunta sempre una qualche campagna d’odio nei confronti di un qualsiasi gruppo della società. Questo distoglie ulteriormente l’attenzione degli attori di mercato dai problemi più urgenti che riguardano la loro vita. Il rumore di fatti di cronaca insignificanti e la canalizzazione dell’odio è uno degli espedienti più comuni tra i policymaker per “bussare” sulla spalla degli attori di mercato, farli girare da un lato e quindi fregare loro il portafogli.

Non cascateci. Senza concentrazione è facile finire nelle trappole. Da cosa viene distolta la concentrazione? Il settore bancario sta finendo praticamente in un burrone. Niente delle politiche messe in campo da questi buffoni sta funzionando. Il vecchio adagio keynesiano secondo cui bastava supportare la domanda di mercato, sta cadendo a pezzi ai piedi di coloro che tirano le leve nelle banche centrali. La stampante monetaria, ormai attiva giorno e notte nella maggior parte delle nazioni sviluppate e in via di sviluppo, sta solamente spingendo verso il torrente un asino che non vuole bere. Nei cosiddetti anni d’oro, il presunto effetto ricchezza a cascata abilitato dalle banche centrali, permetteva alle banche commerciali di erogare prestiti a “cani e porci” e, di conseguenza, pavoneggiarsi nei mercati come entità prive di rischio e in grado di gestire qualsiasi tipo di asset.

Era praticamente stata dichiarata la morte del ciclo economico. In realtà, il rischio veniva celato agli occhi degli attori di mercato attraverso l’espansione monetaria artificiale alimentata dalle banche centrali, la quale non ha fatto altro che nascondere gli errori del passato sotto errori più gravi che si sarebbero palesati in futuro. Monte dei Paschi è diventata un investimento improduttivo a causa della sua gestione sconsiderata delle attività bancarie che negli anni hanno caratterizzato il proprio management. Il caso non è diverso da tutte quelle grandi banche che hanno gozzovigliato col credito a basso costo, sfruttando l’ingegneria finanziaria (es. fusioni/acquisizioni, dividendi inattesi, ecc.) per raggiungere posizioni presumibilmente superiori. All’apparenza queste situazioni paiono durare per sempre, poi, però, arriva sempre il redde rationem. Così come arriverà per l’attuale UE moribonda. Lo zio Mario credeva che col QE potesse rimettere in carreggiata le cose facendo prosperare artificialmente il tessuto economico, in modo che, ancora una volta, gli errori di ieri potessero essere assorbiti dagli errori (più gravi) che si sarebbero palesati domani.

Ma questa gente non ha idea di cosa voglia dire determinazione dei prezzi, mispricing e picco del debito. Lo scopriranno. Così come lo scopriranno tutti coloro che, facendo ancora affari con MPS o avendoci ancora il proprio conto deposito, non saranno in grado di leggere la proverbiale scritta sul muro e che pensano che le colpe siano costantemente altrui (leggi tedeschi, ad esempio).

E adesso si pensa di risolvere questi problemi attraverso intrusioni più pervasive nei mercati, come ad esempio il divieto di short-selling imposto dalla Consob. Ma questa gente è talmente stupida, credendosi più furba dei mercati, che dimentica sempre particolari importanti: gli investitori possono comprare CDS e aggirare il divieto.

Ma il punto è il seguente: impedire ad entità decotte di essere ristrutturate attraverso un default non farà altro che catapultare in esse fondi che verranno sprecati, restringendo sempre di più il bacino di ricchezza reale presente nel tessuto economico. È esattamente questo il motivo per cui finora non abbiamo assistito ad una vera e propria ripresa, bensì ad un’alternanza di brevi salite e ripide discese. La continua canalizzazione di risorse reali dalle unità produttive verso quelle entità in bancarotta, costituisce la nuova fonte di errori economici che riverserà nel tessuto economico una quantità maggiore di investimenti improduttivi e stagnazione economica. Se ci pensate, infatti, qual è stata la risposta di Draghi a seguito del Brexit? Più pompaggio monetario. È questa la sola e unica risposta in mano a dementi monetari domiciliati presso le principali banche centrali del mondo.

Quindi, no, il Brexit non c’entra nulla con questa lente d’ingrandimento finita sulle banche commerciali italiane, è la naturale conseguenza dell’espansione monetaria artificiale e degli obbrobri finanziari che genera. Oppure pensate che il decennale italiano sia calato magicamente nella “terra della stabilità” grazie ad un governo responsabile da punto di vista fiscale? Pensate che i consumi abbiano mostrato un piccolo spasmo verso l’alto perché il fisco ha dato tregua agli italiani? Oppure pensate che la burocrazia europea abbia allentato la sua presa?

Niente di tutto ciò. Le obbligazioni italiane sono aumentate di prezzo grazie al “whatever it takes” di Draghi che, permettendo ai front-runner di comprare oggi quello che lui comprerà domani, le ha trasformate in scarafaggi da motel: sono entrate nei bilanci degli investitori istituzionali e non ne sono uscite. Non solo, ma a rincarare la dose ci s’è messo anche Basilea III, il quale ha dichiarato i bond statali “asset privi di rischio”. Per quanto riguarda i consumi, la deflazione della bolla dell’olio di scisto sta dando una tregua ai consumatori europei, abbassando i prezzi di quelle merci che basano parte della loro produzione sul petrolio. Infine, per quanto riguarda la burocrazia, le cose sono peggiorate.

E quale è stata la risposta dello zio Mario? Più droga monetaria. Il mix esplosivo di keynesismo e friedmanismo, ovvero, stimolo della domanda aggregata e crescita “controllata” dell’offerta di moneta, sono serviti come cavallo di Troia per espellere dai mercati un mark to market onesto degli asset e una disciplina finanziaria. Le teorie di Keynes e Friedman in campo monetario hanno fatto da apripista per strategie degeneri come il quantitative easing e la repressione dei tassi d’interesse. Ma indovinate un po’? Questa gente presumibilmente onnisciente domiciliata presso le principali banche centrali del mondo non ha affatto bandito cose come domanda/offerta, per non parlare del ciclo economico. Continuando sulla via della follia monetaria ne sta esacerbando gli effetti futuri e questo accadrà quando le banche centrali perderanno il controllo del giocattolo rotto che tentano strenuamente di tenere insieme. Voglio dire, che speranze ha questa gente di continuare a gestire economie costituite da miliardi e miliardi di decisioni prese ogni secondo pensando solamente di poter spingere il pulsante “stampa” sulle loro stampanti monetarie? La prova che presto perderanno il controllo delle loro azioni è stata fornita dalla decisione di Draghi di aumentare la portata del suo QE, dalla decisione della Yellen di rimandare ancora una volta l’aumento dei tassi d’interesse, della decisione di Kuroda di sprofondare ulteriormente nella terra della NIRP, ecc.

Tutte queste decisioni costituiscono la proverbiale scritta sul muro per coloro che sanno leggerla. Poi, ovviamente, c’è l’economia reale che lancia segnali allarmanti, come ad esempio la produzione industriale italiana finita nel seminterrato della storia economica.

 

 

Sarebbe interessante, quindi, sapere come sia possibile che il salvataggio di banche fallite possa in qualche modo far ritornare la curva ai livelli pre-2011, quando l’Italia è il paese in cui fare impresa è diventato sempre più difficile.

 

 

Oltre a ciò sarebbe interessante sapere come far sprofondare i tassi d’interesse di riferimento al livelli negativi possa spingere gli attori di mercato ad accendere nuovi prestiti. I banchieri centrali non hanno risposte. E di ciò si può essere sicuri perché altrimenti non avrebbero messo in campo le misure che finora hanno messo in campo. Non hanno idea di cosa voglia dire fare impresa e non hanno la minima idea di come si creino posti di lavoro. Il loro unico compito è quello di proteggere coloro facenti parte del loro cartello: grandi banche commerciali e stato. Nel farlo si sono spinte troppo oltre lungo l’interventismo nei mercati, gonfiando bolle gigantesche nei settori azionari e obbligazionari andando quindi ad inficiare, lentamente ed inesorabilmente, i rendimenti stessi di quelle entità che si presumeva dovessero aiutare.

Questo perché, in base alla loro visione keynesiana dei mercati, spingendo sull’acceleratore monetario non si sono accorti che i bilanci di famiglie e piccole/medie imprese sono saturi dopo la loro ultima campagna monetaria. Quindi, col passare del tempo e man mano che i bilanci delle varie entità di mercato si saturavano, i banchieri centrali non si sono accorti che la loro capacità di perpetuare lo stato di semi-boom si assottigliava, proprio perché sempre più bilanci si saturavano e restavano pochi attori di mercato capaci di spingere un nuovo ciclo economico, senza passare per una correzione. Questo ha permesso agli errori economici di sedimentarsi e radicarsi alla base del tessuto economico, distorcendo i segnali recepiti nei mercati. Questi meccanismi di feedback, importanti per una prosperità genuina, hanno indebolito la capacità dei creatori di ricchezza reale e hanno ingrassato i bilanci di quelle entità privilegiate.

Ma a che prezzo? Cannibalismo finanziario tra quelle entità che ancora posseggono bilanci puliti, o semi-puliti: grandi imprese e grandi banche commerciali. L’ingegneria finanziaria, in virtù di ciò, ha raggiunto livelli assurdi ed è per questo che c’è una paura folle al solo pensiero che una sola di queste entità possa andar fallita. Ed è per questo che c’è una paura folle al solo pensiero che Monte Paschi Siena possa andare fallita. Ed è per questo che c’è una paura folle al solo pensiero che Deutsche Bank possa andare fallita.

I mercati azionari e obbligazionari sono diventati delle bische clandestine i cui titoli non riflettono più un mark to market genuino, ma rispondono a quello che è diventato il loro market maker: le banche centrali. Non appena i canyon di suddetti mercati vedranno prosciugarsi i fiumi di credito a basso costo… beh, non si potrà far altro che guardare di sotto. La pseudo-ripresa di cui va blaterando la stampa finanziaria è solo nei numeri, e più nello specifico nei mercati manipolati artificialmente dalle azioni delle banche centrali. La gente comune non ha affatto goduto della manna monetaria perché, avendo raggiunto una condizione di Picco del Debito, ha deciso di spendere alla vecchia maniera: facendo affidamento sui propri redditi, sfiduciando invece il vivere oltre i propri mezzi attraverso i prestiti facili. La gente comune solo adesso può vedere a quale mostro ha dato in pasto la propria mente e i propri risparmi.

 

SABBIE MOBILI

Infatti non bisogna soprassedere il fatto che i rendimenti del mercato obbligazionario abbiano raggiunto un minimo storico, mentre i rendimenti del mercato azionario abbiano raggiunto un massimo storico. Mentre tutt’intorno sta rimanendo nient’altro che terra bruciata, questi due mercati di riferimento principali segnalano un’era di prosperità di lungo termine. Davvero? Stiamo parlando di ulteriori mesi di allentamento monetario senza recessione? Siamo arrivati al novantesimo mese di stimolo monetario e repressione dei tassi d’interesse e tutto quello che abbiamo ottenuto è un misero blip nei numeri di Main Street, più che altro posti di lavoro rinati dopo essere stati spazzati via dall’ultima recessione. E in base a questo ambiente l’establishment si aspetta ulteriori mesi di pseudo-ripresa quando invece la media storica è stata di circa settanta mesi. Non solo, si sta addirittura proiettando l’attuale pseudo-ripresa fino al 2026, con conseguente raggiungimento di duecento mesi di repressione dei tassi d’interesse e stimolo monetario.

La domanda quindi è: quanto ancora riuscirà a resistere Main Street agli assalti dei pianificatori monetari centrali atti a confiscare silenziosamente la sua ricchezza reale?

Ma attenzione perché la vera storia arriva adesso. Infatti la piaga della repressione dei tassi d’interesse e la conseguente fame di rendimenti decenti scatenata all’interno dei casinò, sta intaccando uno dei comparti fondamentali su cui si basa l’attuale fiducia nello stato e nella sua presunta lungimiranza. Anzi, tale comparto risulterà addirittura il suo tallone d’Achille. Sto parlando dei fondi pensione, i quali non sono altro che giganteschi caveau pieni di titoli di stato. Non esiste alcuna cassetta di sicurezza in una qualsiasi banca recante il vostro nome e al cui interno ci sono tutti i vostri contributi. Il sistema pensionistico è un cosiddetto sistema pay as you go, dove i soldi in entrata vengono spesi immediatamente e quelli in uscita vengono presi dalla fiscalità generale e da asset fruttanti un interesse. In realtà, gli asset in tale contesto non sono affatto un investimento poiché gli interessi che fruttano non solo il risultato di investimenti genuini nel mercato, bensì sono il risultato della pesca a strascico del fisco.

L’assetto di questo “processo di pagamento” è delirante e rispecchia in sostanza la costante necessità di entrare in possesso di nuove risorse per pagare i propri obblighi. Problema: lo stato non è in grado di creare realtà produttive poiché la sua natura gli impedisce di effettuare un calcolo economico in accordo con le forze di mercato. Non è un caso, infatti, che attualmente il rendimento medio degli asset in suo possesso dovrebbe essere del 7% per effettuare i pagamenti pensionistici. Ma questo è un problema anche per i fondi pensionistici privati, la maggior parte dei quali durante i “bei vecchi tempi” poteva garantire contratti pensionistici con in pancia asset “sicuri” fruttanti un interesse del 4%.

Dopo l’evento Lehman, le banche centrali hanno fatto di tutto per sostenere artificialmente il sistema bancario commerciale e il sistema statale, impedendo che andassero in bancarotta. Gli aiuti sfornati dai banchieri centrali, però, sono rimasti confinati nel settore finanziario dove hanno gonfiato la terza grande bolla di questo secolo: quella nel mercato dei titoli di stato. È per questo che la Yellen ha una paura infernale a lasciar aumentare ulteriormente il tasso di riferimento negli USA. È per questo che Draghi è stato costretto ad intervenire direttamente nei mercati attraverso il quantitative easing, mossa che va contro il trattato di Maastricht e contro tutto quello che era stato detto in precedenza dallo stuolo di eurocrati nel Parlamento europeo.

Mentre lo stato può, in un certo senso, contare sul fisco, gli altri fondi pensione sono e saranno costretti a ricorrere ad asset più rischiosi affinché possano continuare a tenere aperti i battenti. Come noterete dal grafico qui sotto, i titoli spazzatura ad alto rendimento sono diventati il nuovo rifugio per tutti quegli istituti alla ricerca di rendimenti decenti e positivi. Ma l’esplosività di questa corsa è data proprio dall’artificialità della situazione finanziaria in cui siamo immersi. Infatti, date ancora un’occhiata al grafico qui sotto e più precisamente al lasso di tempo tra il dicembre 2015 e il gennaio 2016. Noterete sicuramente l’impennata dei rendimenti a seguito dell’inizio del rialzo dei tassi d’interesse negli USA. Al primo segno della fine della manna monetaria, i robo-trader e tutti coloro con un pizzico di sale in zucca si sono diretti verso le uscite.

 

 

Questi asset, in un mercato libero dagli ostacoli delle banche centrali, sono altamente illiquidi e rappresentano delle bombe ad orologeria finanziarie che scoppieranno nei bilanci di coloro talmente stupidi da lasciarli lì dove si trovano. Ciò riguarda anche parecchi fondi pensione che, oltre a prestare nel mercato monetario il denaro dei loro clienti, sono state costrette ad ingozzarsi di pattume finanziario per rimanere a galla.

Ma c’è un limite a quello che le banche centrali possono fare. La loro politica monetaria, ad esempio, non può portare i tassi di riferimento sotto lo zero. La rivolta politica che ne scaturirebbe destabilizzerebbe lo status quo, soprattutto quando guardiamo a quanto consenso ha raccolto Donald Trump. E, soprattutto, i rendimenti decrescenti insiti nelle politiche statali affosseranno sempre più la sua capacità di fare debito, perché ogni nuova unità di quest’ultimo eroderà quantità crescenti di PIL.

Insomma, il territorio inesplorato in cui si sono avventurate le principali banche centrali del mondo, portando i tassi di riferimento in prossimità dello zero ed alcune anche sotto lo zero, incarna la sicurezza che i banchieri centrali perderanno il controllo. Voglio dire, i bilanci gonfi di cui dispongono non possono essere sgonfiati senza scatenare una crisi sistemica diffusa, ed è per questo quindi che stanno andando avanti verso l’oblio. Più in particolare, è questo il motivo per cui Draghi ha inserito nel suo programma d’acquisto mensile di bond anche quelli IG, ovvero, quelli societari. E con un rating di credito in media del BBB. Quale valore aggiunto stanno dando alla società queste aziende in termini di creatività e posti di lavoro? Impercettibile. Per caso è attraverso l’illusione di un azzeramento del rischio che si spinge imprenditori e investitori a ricercare la prosperità? Questa è la ricetta per adagiarsi sugli allori. Di recente la Banca d’Italia ha pubblicato la lista di quelle imprese nei confronti delle quali il rischio finanziario è stato temporaneamente sospeso dal programma d’acquisto mensile di bond di Draghi.

Questa rappresenta una manna per i front-runner e per tutti coloro che vogliono fare denaro a breve termine, cavalcando l’onda dell’artificialità smossa dallo zio Mario. La maggior parte di questi bond, infatti, ha un rating BBB e un volta trasformati in scarafaggi da motel verranno coccolati dalla BCE. Potete star certi che non verranno lasciati scendere troppo di prezzo nel caso in cui il rating dovesse peggiorare, visto che in tal modo il bilancio stesso della BCE ne verrebbe intaccato. Ma il lungo termine è tutto un altro discorso visto che, tali aziende, sono state scelte arbitrariamente da una cerchia ristretta di persone e non hanno alcuna idea dove si muoverà il mercato domani. Questo vuol dire sostenere fino al fallimento un insieme di realtà che possono perdere la domanda genuina degli attori di mercato, rappresentando solamente delle gigantesche industrie che sfornano oggetti che nessuno vuole e per cui non esiste mercato. Quanto potrà durare lo stimolo della BCE in un ambiente simile e con un panorama economico ancora ansioso di togliere dalla propria schiena gli eccessi del passato?

 

 

CONCLUSIONE

L’Italia è una pentola a pressione. I crediti inesigibili all’interno del settore bancario commerciale vanno oltre i €300 miliardi, e rappresentano un 17% dei prestiti totali. Dato che questa cifra nel corso degli anni è cresciuta, non si può far altro che concludere come il problema si sia radicato piuttosto che essere risolto. Soprattutto in considerazione del fatto che l’economia italiana viene privata di risorse economiche cruciali a causa degli sprechi della macchina pubblica e della voracità dell’ingegneria finanziaria.

La solvibilità ultima dell’attuale status quo giace nel sistema pensionistico, il quale continua ad essere corroso dalle politiche stesse di coloro che sono al comando e che dovrebbero conservarlo. L’impossibilità di una sua conservazione nel tempo, però, è presto detta: le pensioni sono una schema di Ponzi e in quanto tali salteranno in aria. L’illusione su cui sono state fondate si sta sgretolando sotto i rendimenti negativi dei titoli di stato, asset alla base di qualsiasi fondo pensione. È per questo che lo stato italiano, ad esempio, sta lavorando per trasformare i contribuenti da creditori in debitori. Per quanto sia folle questa decisione, non servirà a scongiurare la bancarotta delle pensioni e dello stato sociale. Ne ritarderà solo l’avvento.

Per questi motivi, quindi, è bene prepararsi adeguatamente e cercare di schermare in tutti i modi possibili i propri risparmi. Le cose non sono cambiate molto sin dall’ultima crisi finanziaria. Questo perché gli errori economici alla base della passata crisi non sono stati affatto corretti, bensì sono stati acuiti dai massicci interventi delle banche centrali. La prossima recessione sarà peggiore.

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E’ colpa della gente che li ha eletti?

Lun, 01/08/2016 - 08:35

I dibattiti sulle disastrose decisioni politiche – quali il coinvolgimento in guerre inutili, costose e sanguinose; le misure inefficaci per evitare o abbreviare una recessione economica; gli interventi di soccorso ed i lavori di ricostruzione dopo un disastro naturale – spesso finiscono con l’attribuire la colpa ai leader politici, se non già condannati a priori. Così negli Stati Uniti, per esempio, la gente ha incolpato Harry Truman per aver deciso l’invio delle truppe nella guerra di Corea; Herbert Hoover per aver peggiorato la crisi economica del 1929-1933; George W. Bush per essere stato il presidente durante il fallimento del FEMA [1] dopo l’uragano Katrina.

Appena espressa questa accusa, un critico interverrà tuttavia invariabilmente per mettere in dubbio tale acuta osservazione e proporre un’alternativa apparentemente più brillante, se non inquietante: non bisogna incolpare il leader X; la colpa è della gente che l’ha eletto. Dato che, secondo il principio democratico della regola di maggioranza, il leader X si trova nella posizione di prendere una decisione sbagliata solo perché ha ricevuto più voti di qualunque altro suo avversario elettorale, il nostro critico sosterrà che il gravissimo errore del governo cui abbiamo assistito rappresenta nient’altro che il beneficio della democrazia, così come descritto da H. L. Mencken: “la democrazia è la teoria secondo la quale la gente comune sa che cosa vuole e, buono o cattivo che sia, merita di averlo fino in fondo.”

Apparentemente incontestabile, questa obiezione alla responsabilità dei leader dei sistemi democratici per le loro funeste decisioni, sembra non solo lasciare i furfanti fuori dai guai, ma anche attribuire la colpa ad un enorme ed incorreggibile gruppo di cittadini oppure – orrore degli orrori – al sistema democratico stesso. Così, chi ha fortemente sostenuto che Truman, Hoover e Bush hanno causato i terribili risultati in questione e, quindi, devono essere tenuti responsabili, seppur solo alla corte di giustizia della storia, si ritrova sulla difensiva. Egli non può infatti negare che milioni di elettori hanno assegnato il proprio voto a Truman, Hoover e Bush, e di conseguenza, hanno per così dire “scelto” le persone che, come capo di stato, hanno potuto combinare un insieme di pasticci.

Io, comunque, ritengo che i critici stessi siano la parte meno significativa di questo dibattito. Più vicina alla verità è la persona di buonsenso che ha osservato: “I nostri politici sanno cosa vogliono e si comportano come se noi meritassimo di averlo comunque sia”.

L’errore dei critici è di ricercare la responsabilità un passo indietro soltanto, mentre devono essere fatti più passi indietro per trovare dove sia la principale responsabilità “nell’aver scelto” il leader X. Certo, la gente ha scelto tra il democratico X ed il repubblicano Y, e ha dato – si dice – più voti al candidato X che al candidato Y. In primo luogo, chi ha però operato per fare diventare X e Y i candidati dei maggiori partiti?

Ambrose Bierce, tra gli altri (incluso il sottoscritto), non ha dubbi nel sostenere che la democrazia rappresentativa sia una farsa. “Puoi cambiare i rapinatori ogni quattro anni” ha scritto. “L’inestimabile privilegio di togliere la sanguisuga sazia ed attaccarne una ancora magra! E non puoi nemmeno scegliere tra le sanguisughe magre, ma devi accettare quelle proposte dagli autori dei programmi e dagli showmen che hanno i rettili a disposizione”.

Chiunque preferisca le meticolose analisi della moderna scienza politica a questo intenso e vivace dibattito troverà che il punto di vista di Thomas Ferguson sul sistema elettorale ha impressionanti analogie, fortemente documentate, con quello di Bierce. Ferguson sostiene che, per diventare candidato di un grande partito, una persona deve ottenere il supporto finanziario di un’ampia fascia di persone ricche. Nelle sue parole, “a patto che i diritti basilari di proprietà non emergano come il tema dominante”, allora “la competizione tra blocchi dei maggiori investitori muove il sistema”.

Le risorse alternative per il finanziamento elettorale, come ad esempio molte persone diverse che potrebbero preferire i poteri del governo limitati alla funzione di guardiano notturno, non riescono ad organizzarsi efficacemente od a raccogliere fondi sufficienti per far orientare il processo di selezione verso un candidato di loro scelta. Perciò, i grandi partiti che propongono gli attuali candidati, non inseriranno nelle loro liste mai questa candidatura, oppure altre che potrebbero avere un grande richiamo popolare. I partiti sono essenzialmente organizzazioni che mirano ad assicurare per se stessi – ed in particolare per i loro principali finanziatori – la maggior parte del saccheggio operato dal governo: così, l’ultima cosa che vogliono è mettere fine al saccheggio stesso.

Non nutro alcuna simpatia per Friedrich Engels, però nessuno ha mai detto la verità nuda e cruda così come lui, quando ha osservato: “Troviamo qui negli Stati Uniti due grandi bande di speculatori politici che, alternativamente, entrano in possesso del potere statale e lo sfruttano con i mezzi più corrotti e per i più corrotti fini; e la nazione è impotente contro questi due grandi cartelli di politicanti che – apparentemente – sono al servizio della nazione, ma in realtà la dominano e la saccheggiano”. Qualcuno è in grado di negare che la situazione, descritta da Engels nel 1891, sia ad oggi esattamente la stessa?

La gente sceglie dunque in modo trasparente i propri viscidi e disonesti leader, ma in realtà sceglie solo tra “i rettili a disposizione”. Formare un nuovo partito politico è inutile. I partiti dissidenti che cercano di cambiare lo status quo non riescono ad avere i mezzi necessari per inserire i propri candidati nella liste elettorali, né a far familiarizzare gli elettori con i loro nomi, né a pubblicizzare i propri programmi politici, né ad attirare su di sé maggiore attenzione da parte dei mezzi di informazione. Inoltre, i grandi partiti hanno predisposto le regole elettorali a proprio vantaggio – che sorpresa! – e soprattutto a favore dei propri candidati in carica. Nel caso di una irrisolvibile contestazione elettorale, i grandi partiti possono sempre far ricorso, come ha fatto la banda di Bush nel 2000, alla Corte Suprema ciascun giudice della quale si è assicurato la propria posizione guadagnandosi il favore dei dirigenti dei maggiori partiti e dei loro finanziatori.

Se la gente in generale è da incolpare, deve essere incolpata non per come ha votato, ma per aver tollerato l’intero sistema politico predatorio che vergognosamente viene considerato come un regime “della gente, dalla gente, per la gente”: certamente una delle più Grandi Bugie di tutti i tempi. Le persone sono state educate male così gravemente, assediate dalla propaganda, impaurite, e trattate con cinico disprezzo nei loro diritti tanto a lungo che la gran parte di loro non solo ha perso del tutto la capacità di camminare con le proprie gambe, ma peggio ancora nella maggior parte dei casi è giunta ad amare il Grande Fratello, il quale calpesta le loro facce con i suoi stivali. Di buon grado, alcune volte impazientemente, la gente si presenta con i propri figli per essere sacrificata sull’altare dei loro stessi sfruttatori, lasciando ai sopravvissuti il compito di portare a casa la bandiera piegata, convinta che Johnny ha fatto non solo il proprio “dovere”, ma ha agito “da eroe” in nome del Bene Maggiore. Loro possono quindi essere giustamente condannati per aver fatto dello stato il loro dio, così come noi denunciamo pure i falsi profeti che hanno orientato la gente verso il nefasto percorso statalista fino alla propria distruzione.

Così per Truman, Hoover, Bush e per il resto di loro, possiamo sicuramente incolparli per le loro decisioni sbagliate, a prescindere da chi abbia loro agevolato la strada fino al potere. Una volta occupato il sedile del conducente, i leader devono sempre essere responsabili personalmente per come girano la ruota. Una cosa è per noi capire lo scenario economico, sociale ed ideologico dove gli attori-chiave elevano determinate persone a posizioni di potere politico; e un’altra cosa per noi è dichiarare quelle persone colpevoli per le nefaste e malvage azioni da loro compiute nell’esercizio del potere.

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