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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 4 min 58 sec fa

Capitalismo vs razzismo – I parte

12 ore 47 min fa

Prima parte di due della traduzione del brano Equal Pay for Equal Work: Capitalism vs. Racism, tratto dal volume Capitalism di George Reisman, capitolo VI, parte 1, paragrafo 4. Reisman illustra il processo con cui la funzione imprenditoriale opera spontaneamente una uniformazione dei salari tra esponenti di diversa razza e sesso, contrariamente all’opinione diffusa che serva invece il pugno del legislatore per correggere le deviazioni del sistema capitalistico dalla “corretta morale”.

* * *

 

Salari

Il principio di “uniformità dei salari” va inteso nel senso che, nel sistema capitalistico, esiste una forte tendenza a che per l’esecuzione del medesimo lavoro si percepisca una eguale retribuzione. Nonostante l’opinione prevalente secondo cui il capitalismo realizzerebbe discriminazioni arbitrarie nei confronti di quei gruppi come i “neri” e le “donne”, la realtà è che lo scopo di lucro dei datori di lavoro provoca l’eliminazione di tutte le differenze nella retribuzione che non siano basate su differenze nel rendimento lavorativo. Dove queste differenze persistono,  esse sono il risultato dell’intervento governativo o della coercizione posta in essere da privati e autorizzata dal governo.

Quando lo scopo di lucro è libero di operare, se due tipi di lavoro sono ugualmente produttivi, ed uno è meno costoso dell’altro, i datori di lavoro sceglieranno il meno costoso perché, così facendo, potranno abbattere i propri costi e aumentare iprofitti. L’effetto della scelta del lavoro meno costoso, però, è di aumentare la sua remunerazione, in quanto adesso è soggetto ad una domanda maggiore; mentre l’effetto del trascurare il lavoro più costoso consiste in una riduzione della sua remunerazione, dal momento che adesso è soggetto ad una domanda minore. Questo processo continua fintanto che le remunerazioni dei due tipi di lavoro diventano o perfettamente eguali oppure la differenza residua è cosi piccola che nessuno ne tiene conto.

A dimostrazione del fatto che anche le differenze molto piccole tra i salari non potrebbero permanere nel sistema capitalistico, considerate il seguente esempio. Ipotizzate che i lavoratori bianchi con un certo livello di abilità siano pagati 5$ all’ora. Ipotizzate, poi, che i lavoratori di colore con lo stesso livello di abilità possano essere assunti per appena il 5% in meno, cioè appena 25 centesimi all’ora in meno. Ipotizzate che un’industria impieghi 500 lavoratori con questo livello di abilità. Con una settimana lavorativa di 40 ore, per 50 settimane all’anno, questa insignificante differenza nei salari orari comporterebbe un risparmio nei costi del lavoro e un corrispondente ulteriore profitto annuale pari a 250,000$ se il proprietario dell’industria impiegasse 500 lavoratori di colore invece dei 500 bianchi (perché 25 cent. x 500 x 40 x 50 = 250,000$).

Anche nel caso di un piccolo stabilimento che impieghi solo 10 lavoratori, il risparmio annuale in termini di costo del lavoro, e quindi l’ulteriore profitto legato all’assunzione dei lavoratori di colore, sarebbe 5,000$ (dal momento che 25 cent. x 10 x 40 x 50 = 5,000$) – abbastanza da permettere al proprietario di acquistare una nuova auto ogni anno o per operare significativi miglioramenti nella propria impresa.

 Si può dubitare che ci siano tanti datori di lavoro così intolleranti da voler indulgere nel proprio pregiudizio in favore dei bianchi ad un costo di 250,000$ l’anno, o anche di 5,000$ l’anno. La chiara conseguenza di tutto ciò è che anche sottili differenze nei salari renderebbero l’impiego dei lavoratori di colore rispetto ai bianchi praticamente irresistibile. Non solo un differenziale del 5% nei salari non sarebbe sostenibile, ma neanche uno del 2% o persino dell’1%. Ogni differenziale di questo tipo spingerebbe i datori di lavoro ad assumere i lavoratori di colore preferendoli ai bianchi, e perciò comporterebbe un ulteriore aumento nei salari dei lavoratori di colore ed una ulteriore diminuzione nei salari dei bianchi, fino al raggiungimento di una perfetta uguaglianza.

Infatti, i datori di lavoro alla ricerca di profitto, proprio perché tali, sono del tutto indifferenti alla razza. La loro regola è: tra due lavoratori egualmente validi, assumi quello che è disposto a lavorare per una minore quantità  di denaro; tra due lavoratori  disposti a lavorare per la stessa quantità di denaro, assumi il lavoratore con le migliori capacità. La razza è semplicemente irrilevante. Ogni considerazione di razza significa costi extra e minori profitti; trattasi di un cattivo affare nel senso letterale del termine.

Si dovrebbe comprendere come uno dei più grandi meriti del capitalismo sia quello per cui i datori di lavoro sono praticamente costretti, per loro natura, ad ignorare la razza. La libera concorrenza nel capitalismo assicura questo risultato. Infatti, anche se inizialmente la maggioranza dei datori di lavoro fosse così fanaticamente intollerante da voler rinunciare ai profitti ulteriori per il gusto del proprio pregiudizio, essi non avrebbero il potere di impedire a una minoranza di datori di lavoro più razionali di guadagnare questi profitti extra (“razionalità” in questo contesto significa non esprimere giudizi morali su una persona in base alla sua appartenenza razziale e non permettere a questo giudizio di superare la voglia di profitto. Un giudizio di questo tipo rappresenterebbe una contraddizione logica in quanto la moralità attiene solo ad atti per i quali è possibile una scelta. L’irrazionalità è allora costituita dal sacrificio di un proprio bene oggettivo – l’ottenimento di un profitto – per il gusto di un giudizio irrazionale.)Grazie ai loro più alti profitti, i datori di lavoro più razionali avrebbero un reddito relativamente maggiore tramite il quale risparmiare ed estendere la propria impresa rispetto alla maggioranza irrazionale. Inoltre, operando a costi minori, potrebbero permettersi di vendere a prezzi minori e perciò aumentare ancor più i profitti, sottraendo clienti alla maggioranza irrazionale dei datori di lavoro. Il risultato sarebbe che i datori di lavoro più razionali tenderebbero a rimpiazzare quelli meno razionali in termini di importanza economica. Essi andrebbero a dettare le tendenze dell’economiae i loro atteggiamenti sarebbero trasmessi agli altri datori di lavoro, che cercherebbero di emulare il loro successo. In questo modo, il capitalismo garantisce praticamente la vittoria della razionalità sulla intolleranza razziale.

Questa discussione costituisce, inoltre, una confutazione delle accuse secondo cui, nel sistema capitalistico, le competenze e le abilità dei gruppi come quello delle persone di colore non siano utilizzate. Lo scopo di lucro, quando non ostacolato, conduce i datori di lavoro a porre i membri di tutti i gruppi nella più alta posizione che le loro competenze e qualifiche permettono. Considerate il seguente esempio. Ipotizzate che un esperto tornitore debba essere pagato 15$ all’ora, e che i lavoratori di colore che hanno appreso questa abilità in una scuola professionale siano attualmente impiegati come bidelli a 5$ l’ora. Qualunque datore di lavoro che li impiegasse  come tornitori a 10$ all’ora aggiungerebbe perciò ai suoi profitti 5$ per ogni ora del loro lavoro, rispetto all’impiego di lavoratori bianchi.

È ovvio che nel sistema capitalista, se le competenze e le abilità dei lavoratori di colore o di chiunque altro fossero sprecate in lavori poco qualificati e a bassa retribuzione, sarebbe nell’interesse finanziario personale del datore di lavoro cambiare questa situazione e ricercare quei lavoratori, in molti casi incorrendo anche in notevoli costi per la loro formazione. Di conseguenza, maggiore è il grado in cui le competenze e le abilità di un gruppo sono sprecate, maggiore è il profitto che può essere ottenuto modificando questa situazione. Ad esempio: se un lavoratore di colore, con la capacità di svolgere il lavoro da 100,000$ all’anno di vicepresidente di una società,stesse lavorando come commesso per 20,000$ all’anno, sarebbe nell’interesse di un datore di lavoro scovarlo e rettificare la sua situazione ancor più che nel caso del tornitore che lavorava come bidello. In questo caso, il datore di lavoro potrebbe duplicare il salario del lavoratore di colore, portandolo a 40,000$ e allo stesso tempo aggiungere 60,000$ ai propri profitti impiegandolo in una funzione appropriata alle sue competenze e abilità.

Certamente, come nel caso iniziale, i salari e gli stipendi dei lavoratori di colore impiegati nei lavori più qualificati e di più altro livello tenderebbero a corrispondere sempre più a quelli dei bianchi che svolgono i medesimi lavori. Perché se i datori di lavoro si facessero concorrenza tra loro per aggiudicarsi i lavoratori di colore, i salari di questi aumenterebbero laddove, per competere con i lavoratori di colore, i lavoratori bianchi dovrebbero accettare delle riduzioni. Infatti non appena le prime persone di colore, o i membri di altri gruppi in una situazione simile,fossero impiegate in una occupazione in cui non erano prima rappresentati e dimostrassero con successo la propria abilità con prestazioni effettive e soddisfacenti, ne seguirebbe un effetto dinamico: la rottura del taboo, seguita dalla prova visibile della sua carenza di fondamenta razionali, cambierebbe il modo in cui queste persone sono considerate. La domanda per i loro servizi allora aumenterebbe di molto (la storia del campionato di serie A di baseball ne fornisce una eccellente illustrazione. Una volta rotto il taboo sull’accesso delle persone di colore grazie all’impiego dell’abilissimo Jackie Robinson, tutte le barriere all’accesso caddero presto.)

Unitamente al fatto che la libera concorrenza coi membri del cosiddetto gruppo di minoranza possa comportare una caduta nei salari del membro medio del gruppo già costituito, in particolare i lavoratori maschi bianchi, dovrebbe essere compreso come ciascuna di queste riduzioni nei salari sarebbe parte di un processo teso all’aumento dei salari reali – lo standard di vita – del membro medio di tutti i gruppi. Perché esso sarebbe accompagnato da una riduzione nei prezzi dei beni di consumo maggiore di qualsiasi riduzione nel reddito monetario (al netto della tassazione) goduto dal membro medio dei gruppi già costituiti. Questa conclusione sarà definitivamente dimostrata nei capitoli successivi di questo libro.

Certamente, nessuno degli sviluppi di cui sopra può verificarsi nel caso siano ostacolati dall’esercizio della forza fisica. Ad esempio, quando i membri del Ku Klux Klan locale danno fuoco alla fabbrica di chi impieghi lavoratori di colore invece che bianchi, poiché certi di non essere puniti dalla legge. Oppure quando gli ufficiali del governo locale si attivano immediatamente per scovare ogni tipo di violazione delle normative edilizie, sanitarie e di sicurezza a carico di tale imprenditore, al punto da compromettere ogni sua attività: come conseguenza, nessun datore di lavoro cercherà più di avvantaggiarsi del basso salario delle persone di colore, dunque il salario di queste non tenderà a pareggiare quello dei bianchi aventi eguali competenze.

Sebbene non motivato dal pregiudizio razziale, ciò che è inoltre capace di interrompere l’avanzata delle persone di colore (e delle donne), sopratutto negli impieghi di alto livello, è un sistema di tassazione che sottragga la maggior parte del profitto addizionale ottenibile sfidando la consuetudine e ponendo in essere le necessarie innovazioni per condurle negli impieghi in cui non erano precedentemente rappresentate. Settori i cui profitti sono limitati dal governo, come le “public utilities”,  o il cui prodotto è acquistato secondo il principio del costo maggiorato (cost-plus), come quello degli appaltatori della Difesa, non hanno infatti alcun incentivo finanziario a porre in essere tali operazioni. Sicuramente in un ambiente dove la dannosa regolamentazione governativa può essere sguinzagliata in ogni momento praticamente su ogni impresa, o dove si possono accaparrare preziosi privilegi o sussidi governativi – cioè,ambienti dove non paga avere nemici o offendere qualsiasi gruppo significativo ed in cui,come dice il proverbio, “agitare le acque” non porta vantaggio – gli uomini d’affari non si affretteranno a realizzare tali controverse innovazioni e occupazioni. Ironia della sorte, misure come le leggi in materia di pari opportunità sul lavoro escludono direttamente la possibilità stessa di impiegare le persone di colore o le donne a salari più bassi per lo stesso lavoro come i bianchi o gli uomini. Esse perciò impediscono agli imprenditori di trovare insolitamente profittevole – profittevole abbastanza per iniziare a sfidare le tradizioni e le consuetudini basate su niente più che vuoti stereotipi – l’impiego di persone di colore o di donne nelle posizioni più alte.

Le discussioni successive mostreranno i particolari effetti distruttivi del salario minimo e delle legislazioni pro sindacati sulle persone di colore nell’impedire la possibilità stessa di un loro significativo avanzamento.

Tratto da Capitalism di George Reisman

Traduzione di Miki Biasi

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I disastri naturali non aumentano la crescita economica

Lun, 15/09/2014 - 08:00

La stagione degli uragani è alle porte e, ogni volta che un uragano colpisce, i commentatori televisivi e radiofonici, così come quelli che dovrebbero essere economisti, frettolosamente annunciano l’impatto positivo sulla crescita che segue le vicissitudini naturali. Ovviamente, se questo fosse vero, perché aspettare per la prossima calamità? Creiamone una radendo al suolo la città di New York e ammiriamo lo slancio generato. Distruggere case, palazzi e attrezzatura indubbiamente aiuterà parti dell’industria edile e, possibilmente, economie regionali, ma è un errore concludere che spingerà la crescita generale.

Questo popolare luogo comune è tirato in ballo ogni anno, nonostante Freédéric Bastiat, nel 1848, chiaramente lo accantonò con la sua parabola della finestra rotta. Ipotizziamo di rompere una finestra. Chiameremo il vetraio e lo pagheremo 100 dollari per la riparazione. Le persone che guardano diranno che è una cosa positiva. Cosa sarebbe successo al vetraio se non ci fossero state finestre rotte? I 100 dollari permetteranno al vetraio di comprare altri beni e servizi, creando utili per gli altri. Questo è “ciò che si vede”.

Se invece la finestra non fosse stata rotta, i 100 dollari sarebbero potuti servire per comprare un nuovo paio di scarpe. Il calzolaio avrebbe fatto un acquisto e avrebbe speso i soldi in modo diverso. Questo è “ciò che non si vede”.

La società (in questo caso, questi tre suoi membri) sta meglio se la finestra non fosse stata rotta, perché saremmo rimasti con una finestra intatta ed un paio di scarpe, invece che solo una finestra. La distruzione non porta a più beni e servizi o crescita. Questo è ciò che dovrebbe essere previsto.

Uno dei primi tentativi di quantificare l’impatto economico di una catastrofe fu un libro del 1969, The Economics of Natural Disasters. Gli autori, Howard Kunreuther e Douglas Dacy, studiarono ampiamente il caso del terremoto dell’Alaska del 1964, il più potente mai registrato in Nord America. Loro, prevedibilmente, conclusero che gli abitanti dell’Alaska stavano molto meglio dopo il terremoto, poiché erano piovuti soldi da donatori privati e concessioni e prestiti agevolati dal governo. Di nuovo, questo è “ciò che si vede”.

Mentre le compagnie edili beneficiano dalla ricostruzione dopo un disastro, dobbiamo sempre chiederci: “da dove provengono i soldi?” Se i fondi vengono dalla Federal Emergency Management Agency (FEMA) o dal National Flood Insurance Program (NFIP), il governo deve tassare, prendere in prestito, o stampare moneta. I contribuenti rimangono con meno soldi da spendere in altri settori.

L’economia dei disastri rimane un piccolo campo di studio. C’è stato un numero limitato di studi empirici che ha esaminato la connessione tra la crescita e i disastri naturali. Questi possono essere divisi in studi che esaminano l’impatto a breve e a lungo termine dei disastri. Gli studi a breve termine, in generale, hanno trovato una correlazione negativa tra disastri e crescita, mentre un minor numero di studi sul lungo termine ha avuto risultati misti.

Lo studio di lungo termine maggiormente citato è “Do Natural disasters Promote Long-run Growth?” di Mark Skidmore e Hideki Toya, i quali hanno esaminato la frequenza di disastri in 89 Paesi confrontandola con i loro tassi di crescita economica in un periodo di 30 anni. Gli autori hanno provato a controllare una moltitudine di fattori che potrebbero distorcere le scoperte, includendo la dimensione del Paese, la dimensione del governo, la distanza dall’equatore e la tendenza al commercio. Operando in questo modo, hanno trovato una correlazione positiva tra i disastri climatici (per esempio uragani e cicloni) e la crescita. Gli autori spiegano questa scoperta invocando ciò che potrebbe essere detto il contributo di Madre Natura a quello che l’economista Joseph Schumpeter notoriamente chiamò “distruzione creativa” del capitalismo. Distruggendo vecchie industrie e strade, aeroporti e ponti, i disastri permettono che vengano costruite infrastrutture nuove e più efficienti, forzando la transizione ad un’economia più raffinata e più produttiva. I disastri forniscono il servizio economico di ripulire infrastrutture obsolete per fare spazio a rimpiazzamenti più efficienti.

Ci sono tre principali problemi con questi studi empirici. Il primo è controfattuale: non possiamo misurare quale sarebbe stata la crescita se non fosse mai avvenuto il disastro; il secondo riguarda la correlazione e la causalità: non possiamo dire se il disastro abbia causato la crescita o se era semplicemente associato ad essa.

Il terzo problema è ciò che gli economisti chiamano “ceteris paribus”. È impossibile mantenere altri fattori costanti e misurare esclusivamente l’impatto di un disastro sulla crescita. Non ci sono laboratori per testare i concetti macroeconomici. Questa è la stessa limitazione dei lavori di Rogoff e di Reinhart sul debito e la crescita, e molte altre relazioni bilaterali in economia. Usando i dati storici dai primi anni del 1900, i ricercatori hanno trovato che al crescere del prezzo del grano anche il consumo di grano è cresciuto. Essi proclamarono trionfalmente che la curva di domanda aveva pendenza positiva. Ovviamente, la loro relazione non è una curva di domanda, ma rappresenta i punti di intersezione tra provviste e domanda. L’assunzione di “tenere tutto il resto costante” è stata violata. In economia, i dati empirici possono sostenere un ragionamento teorico, ma non possono provarlo o confutarlo.

Dunque, cosa facciamo se gli studi empirici hanno serie limitazioni? Torniamo alla teoria. Sappiamo che una curva di domanda ha una pendenza negativa a causa degli effetti di sostituzione e reddito. Wal-Mart non fa una svendita per vendere meno! Dalla teoria ci si aspetta anche che i disastri naturali riducano la crescita (ovvero, più capitale viene distrutto, maggiore è l’impatto negativo sulla crescita).

Più capitale significa maggiore crescita. Robinson Crusoe catturerebbe più pesce se sacrificasse del tempo che usa per pescare con le sue mani per costruire una rete. Ora, ipotizziamo che un uragano colpisca l’isola e distrugga tutte le sue reti. Robinson potrebbe tornare indietro a pescare a mani nude e la sua resa sarebbe stata permanentemente ridotta. Egli potrebbe soffrire addirittura un declino più grande nella rendita perdendo tempo nel fare nuove reti. La spiegazione di Skidmore-Toya è che lui applicherebbe nuovi metodi e nuove tecniche per costruire persino reti migliori, che gli permetterebbero di catturare più pesce di prima. Ovviamente, potremmo chiederci: se lui aveva questa conoscenza, perché Robinson non ha costruito tali reti migliori prima dell’uragano? Qui è dove la logica di Skidmore-Toya va in pezzi. Robinson non aveva costruito migliori reti prima dell’uragano perché non era ottimale per lui farlo.

Se una compagnia decide di sostituire una vecchia macchina con una nuova, tra le prime considerazioni ci sono il prezzo iniziale della nuova macchina, il tasso di interesse applicabile e i costi di operazione annuali ridotti della nuova macchina. Usando un’analisi di valore attuale netto, la compagnia determina il tempo ottimale per realizzare lo scambio (un’operazione reale). Un uragano forza uno scambio ad avvenire prima di quando sarebbe stato ottimale da un punto di vista di prezzo e profitto. L’uragano dunque ha creato un diverso percorso per la crescita. La distruzione creativa sarebbe avvenuta, ma su una diversa, e più ottimale, linea temporale.

Le stesse conclusioni possono essere tratte per ciò che riguarda i disastri creati dall’uomo. Al contrario di ciò che molti economisti keynesiani vorrebbero farci credere, la seconda guerra mondiale non tirò gli Stati Uniti fuori dalla grande depressione. Il capitalismo lo fece!

Articolo di Frank Hollenbeck su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Il ciclo naturale: VII parte

Ven, 12/09/2014 - 08:00

VI. L’introduzione delle imitazioni nel modello. Inevitabilità della crisi. Il ciclo naturale

 

Stando a quanto descritto nel paragravo V, la nostra visione sembra essere semplicemente la riscrittura dell’impostazione hayekiana, arricchita da alcuni elementi legati alla teoria delle aspettative. Infatti, ci siamo volutamente tenuti a distanza dai distinguo, per poterli approfondire nella presente sezione. Nel paragrafo precedente, infatti, ci siamo limitati a parlare di boom sostenibile e boom artificioso, descrivendo la crisi come una inevitabile conseguenza di una crescita dovuta a distorsioni nella struttura della produzione generate da squilibri nel sistema delle preferenze. Ora cercheremo di dimostrare come, invece, la crisi sia una conseguenza di tutte le fasi di crescita e come a distinguere un boom sostenibile da uno artificioso non sia l’insorgere della depressione, ma la sua intensità e durata. Pertanto, a nostro modo di vedere, anche in caso di espansione ‘sana’ la fase di crescita sarà seguita da un processo di riassestamento (crisi). Questo perché, anche, nello sviluppo sostenibile, positive aspettative di profitto, a ciclo innescato, facilitano l’emergere di iniziative speculativo-imitative che, ad un certo punto, devono essere liquidate al fine di ‘normalizzare’ il cammino di crescita. Ciò che distingue sviluppo sostenibile da boom artificioso non è l’emergere di una crisi; la differenza giace nella natura della crisi e nella sua intensità.

Gli elementi cruciali della nostra analisi sono quindi le aspettative e il processo imitativo. Come visto, Hayek (1929, p. 147) già nel 1929 riconosce il ruolo centrale delle aspettative, quando enfatizza le aspettative di profitto come il motore che guida le preferenze imprenditoriali, con la possibilità di rendere gli imprenditori maggiormente orientati al futuro e quindi portanto il tasso di interesse d’equilibrio verso un valore più alto.

Le aspettative di profitto sono un elemento chiave per la visione hayekiana sia in caso di crescita sostenibile sia nel caso opposto. Esse ci serviranno per descrivere l’insorgere delle imitazioni e dell’espansione secondaria, seguita poi da una crisi. È tempo dunque di vedere come la cosiddetta crescita sostenibile austriaca si trasformi, nella nostra visione, nel ciclo naturale.

Nella situazione ideale in cui non esista il tasso monetario (e la banca centrale), un allungamento del periodo di produzione, con l’emergere di processi di investimento capital-intensive, è possibile quando o i consumatori o gli investitori diventano maggiormente future-oriented. Se sono i consumatori a modificare le loro preferenze per primi, ciò si manifesterà in un accresciuto risparmio cui seguirà una diminuzione del tasso naturale di interesse, al fine di attirare gli investitori ad utilizzare quelle risorse per investimenti più roundabout. Se sono, invece, gli imprenditori a spingere per primi verso un allungamento della struttura produttiva, il tasso naturale si eleverà al fine di attirare i risparmiatori nella stessa direzione, fornendo le risorse necessarie ai nuovi investimenti. In entrambi i casi, il tasso naturale è mosso da una modifica della struttura delle preferenze temporali, generata a sua volta da diverse aspettative. Ciò che segue è un processo di sviluppo sostenibile.

Il ruolo delle aspettative imprenditoriali in generare investimenti capital-intensive è enfatizzato anche da Schumpeter, come è ben noto. Più sopra abbiamo anche visto come Hayek si riferisca esplicitamente a Schumpeter nel sottolineare il processo innovativo e di investimento che segue ad aspettative di profitto positive. In tale processo di espansione, secondo la tradizionale versione della ABCT, non sorgono gli elementi necessari a generare una crisi.

Tuttavia, l’osservazione della realtà ci spinge ad enfatizzare, come abbiamo già sottolineato sopra, che la prima ondata di investimenti è sempre seguita da un’ondata secondaria di imitazioni e speculazioni. Come analizzato, il ritmo della crescita economica diventa particolarmente sostenuto quando all’ondata primaria di investimenti imprenditoriali si aggiunge una fase di crescita secondaria spinta dagli istinti imitativi di imitatori alla ricerca di profitto e spinti dalla ‘moda’. A ben guardare, le speculazioni imitative sono tipiche di tutte le fase di boom registrate storicamente, dalla bolla dei tulipani del Seicento a quella della new economy nel 2001 a quella recente del settore immobiliare. Perché le imitazioni sono inevitabili? È quanto abbiamo visto precedentemente, riportando la visione lachmanniana sullo sviluppo capitalistico caratterizzato da innovazioni e imitazioni. Rimanendo fedeli al soggettivismo e al ruolo delle aspettative, è facile intuire come il successo di iniziative imprenditoriali sia facilmente seguito da imitatori alla ricerca di successo all’interno di ciò che all’inizio sembra sempre un periodo di crescita destinato a non finire. La fase primaria di crescita è carattarizzata da investimenti messi in moto da un numero limitato di imprenditori, coloro che sono in grado di cogliere opportunità che ai più rimangono oscure, e quindi i primi a modificare le proprie aspettative. La fase secondaria invece è caratterizzata dall’apparire sul mercato di una numero eccezionale di imitatori.

Abbiamo così individuato le prime due fasi del nostro ciclo naturale: l’espansione primaria, generata da un mutamento della struttura delle preferenze temporali e delle aspettative, e l’espansione secondaria, caratterizzata da investimenti imitativi.

Se la realtà delle speculazioni imitative è dunque ineliminabile, essa delinea i caratteri del processo di crescita, enfatizzando lo sviluppo al di sopra del livello immaginato inizialmente. Come l’ondata primaria di investimenti, anche la seconda è generata da aspettative di profitto, in particolare dall’aspettativa che la situazione in corso non cambi (Schumpeter, 1939, p. 145). Dal punto di vista quantitativo, inoltre, l’imitazione potrebbe essere addirittura più consistente del primo ciclo di investimenti, perché coinvolge un maggior numero di individui, con aspettative ‘sovraeccitate’ dal boom (Schumpeter, 1939, p. 146). Saranno proprio tali investimenti secondari a dover venire liquidati attraverso una crisi di aggiustamento, come cercheremo di dimostrare.

Il fatto che gli investimenti di ondata secondaria portino necessariamente ad una loro liquidazione, generando una crisi, anche in caso di boom non artificialmente indotto da scoordinamento tra tasso naturale e tasso monetario, sembrerebbe evidentemente in contraddizione con la versione tradizionale della teoria austriaca, che invece non ammette crisi qualora tale scoordinamento non sia alla base del processo di crescita. Noi riteniamo invece che tale visione debba essere superata, pur non negando la validità di fondo dell’approccio austriaco.

Ricapitoliamo il sorgere dell’espansione primaria caratterizzante il nostro ciclo naturale. Quando, per via di positive aspettative di profitto, gli imprenditori diventano maggiormente future-oriented, il tasso naturale di interesse cresce, al fine di muovere nella stessa direzione le preferenze dei consumatori, inducendoli a risparmiare di più, per generare risorse disponibili a soddisfare l’accresciuta richiesta di loanable funds da parte degli investitori. La situazione speculare è quella in cui sono le aspettative dei consumatori a mutare in un senso maggiormente orientato al futuro; in questo caso il tasso naturale di interesse scende, comunicando agli imprenditori che nuove risorse sono disponibili per investimenti più lunghi. In entrambe le situazioni inizia ciò che nel gergo austriaco è un boom sostenibile.

Secondo tale schema, visto che l’allungamento della struttura produttiva deriva da un mutamento delle preferenze temporali e gli operatori del mercato non sono ingannati da un tasso monetario non coerente con quello naturale, gli investimenti in atto troveranno sempre risorse a disposizione per completare i progetti imprenditoriali avviati. Questo proprio perché, senza l’interferenza delle autorità politico-monetarie, gli operatori del mercato sono liberi di ‘scoprirsi’ vicendevolmente e di riadattare il proprio schema di preferenze in modo conforme alla mutata situazione.

Tuttavia, a noi sembra di cogliere che tale visione non tenga conto di un dato fondamentale: il ritmo degli investimenti nel tempo reale. La distinzione schumpeteriana di ondata primaria e ondata secondaria degli investimenti diventa a questo proposito fondamentale. Infatti, sembra non generare alcun problema l’iniziale aumento degli investimenti seguito da una modifica nella struttura delle preferenze temporali. Sia nel caso di risparmio in salita che in quello di tasso naturale in crescita a causa delle aspettative di profitto, i tempi di insorgenza delle iniziative imprenditoriali sono necessariamente dettati dal riallineamento delle preferenze. Quando i risparmi aumentano, infatti, il problema non si pone proprio perché le aumentate risorse sono la la causa prima della diminuzione del tasso naturale e l’allungamento della struttura produttiva una conseguenza. Nel caso di aumentata domanda di loanable funds, inoltre, le nuove risorse per gli investimenti non sono a disposizione finché i consumatori non decidono di accrescere la propria propensione al risparmio, cioè fino a quando le intenzioni dei due gruppi di attori non si riallineano.

Il discorso cambia quando ad entrare in gioco è l’ondata secondaria degli investimenti, quella generata dal processo imitativo. Essa è anzitutto un fatto naturale, intrinseco al boom, di qualunque boom si tratti. Infatti, come enfatizzato da Schumpeter, il moto innovativo non si genera mai come fenomeno di massa; al contrario, esso sorge per iniziativa di alcuni spiriti ‘eletti’, gli imprenditori, la cui essenza consiste proprio nell’essere in grado di cogliere opportunità di profitto laddove altri non riescono invece a vederle[85]. In seguito, peraltro, quando il fenomeno espansivo è già in moto, quando ormai un’opportunità di profitto è stata individuata e colta da alcuni, la prospettiva di acciuffare una fetta della torta diventa allettante per i molti (ruolo delle aspettative). Non per coloro che hanno colto l’opportunità in gioco e hanno iniziato a investire, e che ormai sono sulla strada del raccoglimento dei frutti; ma per coloro che invece erano stati alla finestra e che ora tentano di prendere parte alla fase ascendente (con un lack temporale rispetto all’ondata primaria).

In che cosa si materializza il desiderio imitativo? In una nuova domanda di loanable funds, al fine di un inserimento nel ciclo espansivo di un processo produttivo più roundabout. Ciò significa il tentativo di allungare temporalmente il processo di espansione, aumentando il grado di incertezza.

 

More time taken implies more things can happen – providing the possibility of greater productivity but also greater uncertainty. Since the value of higher order (capital) goods depends on the prospective value of the consumer goods they are expected to produce, the elapse of time, and with it the arrival of unexpected events, implies that some production plans are bound to be disappointed and thus the value of specific capital goods will be affected[86].

 

Ed eccoci alla seconda fase del ciclo naturale, l’espansione secondaria. La pressione sulla domanda di fondi prestabili porta il tasso d’interesse naturale a salire ulteriormente, al fine di attirare nuovi risparmi per finanziare tali investimenti. E qui entra il gioco il ruolo delle banche in una misura molto simile a quella indicate da Schumpeter. Inizialmente la richiesta di loanable funds non può essere soddisfatta, perché le preferenze non si sono ancora riallineate sul nuovo livello di tasso di interesse, ed è anche probabile che questo riallineamento non avvenga.

Tuttavia, il sentiment positivo, le aspettative positive di profitto, che diventano ‘incandescenti’ al termine dell’espansione primaria, esercita un ruolo anche sull’azione delle banche. Infatti, proprio per quanto sta accadendo durante l’espansione, è molto probabile che le banche mettano a disposizione ‘fondi virtuali’, non rappresentati da risparmio reale (come durante la prima ondata di investimenti), spinte dall’aspettativa che l’adattamento delle preferenze dei consumatori (ulteriore risparmio) non può non avvenire, proprio a causa dell’entusiasmo generato dal boom. Così si torna al fenomeno misesiano della creazione di moneta, enfatizzato, con tutt’altro accento, anche da Schumpeter.

D’altro canto, è molto probabile che il riallineamento atteso non avvenga. Per quanto il tasso naturale sia accresciuto, per via delle aspettative di profitto manifestatesi nella richiesta di una seconda ondata (imitativa) di investimenti, la possibilità per il risparmio di accrescersi è limitata da due fattori in gioco. Uno, il più evidente, è che ovviamente i consumatori debbono anche consumare, quindi la loro possibilità di risparmiare (di allinearsi) è limitata oggettivamente dalla necessità di consumare. Inoltre, con tutta probabilità, anche i consumatori verranno influenzati dall’entusiasmo generale della fase di boom, mutando le loro preferenze in senso contrario, cioè accrescendo la loro propensione al consumo. Questo è maggiormente vero per il fatto che nella fase di boom i salari reali crescono, per attirare lavoratori nei nuovi settori d’investimento o per impiegare lavoratori prima disoccupati. Ciò, come nella tradizionale spiegazione austriaca, porta ad una pressione della domanda verso i beni di consumo, con un iniziale fenomeno di risparmio forzato e una susseguente necessità della struttura produttiva di tornare verso progetti present-oriented (beni di consumo). A questo punto, la crescita dei prezzi dei salari e la pressione sui prezzi dei beni di consumo porta a ciò che Hayek ha chiamato effetto Ricardo e che è una delle spiegazioni per cui una prolungata fase di boom sospinta da espansione monetaria è destinata a trasformarsi in una crisi.

 

[I]f the credit expansion boom does not come to an end sooner for some other reason, it must come to an end when consumer product prices advance ahead of wage and resource prices. The Ricardo effect lowers real wages and encourages a shift toward labor-intensive methods of production. A lowering of the real wage of labor makes short-term (labor-intensive) projects appear to be more profitable than long-term (capital-intensive) methods of production. The Ricardo effect may account for the sudden wave of bankruptcies among the large fixed-investment projects that occurred toward the end of many nineteenth-century business cycles[87].

 

Così, mentre la prima ondata di investimenti può completare il suo ciclo a causa dell’esistenza reale di fondi prestabili (senza la quale il ciclo espansivo non sarebbe neppure iniziato), la seconda si vedrà frustrata da un mutamento nella struttura delle preferenze dei consumatori e da una politica bancaria influenzata dalle aspettative di profitto.

La differenza tra crescita sostenibile e boom artificioso, dunque, giace nel seguente fatto: laddove il ciclo ‘viziato’ sia innescato da uno scoordinamento tra un tasso naturale e un tasso monetario controllato dalle autorità monetarie, in generale molti dei roundabout processes of production si trovano ad essere frustrati per l’insorgere del fenomeno hayekiano della scarsità di capitale così come descritto più sopra. In caso, invece, di boom sostenibile (ciclo naturale), generato per la modifica delle aspettative, è solo l’inevitabile ondata di investimenti imitativo-speculativi, sostenuta da una politica bancaria influenzata dal sentiment positivo, che si troverà in un secondo momento ad essere frustrata e la crisi sarà il necessario moto di liquidazione di tali malsane iniziative.

Ciò che seguirà in quest’ultimo caso sarà dunque una crisi (terza fase del ciclo naturale), ma limitata nella sua intensità, durata e quantità dei settori coinvolti. Potremmo chiamarla una crisi di riaggiustamento momentaneo, che non annulla gli effetti benefici del boom precedente, ma si limita a liquidare le iniziative imprenditoriali sorte a fine speculativo-imitativo. Non si verificherà, invece, il quarto stadio, tipico della crescita non sostenibile: la depressione.

Possiamo rappresentare la differenza tra espansione tra il tipico ‘boom and bust cycle’ austriaco e il ciclo naturale per il mezzo dei seguenti diagrammi.

 Figura 1: ‘Boom and Bust’ Cycle, generato dal conflitto tra tasso monetario e tasso naturale.

Figura 2: Il Ciclo Naturale.

 

Articolo di Carmelo Ferlito

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Note

[85] In ciò consiste la funzione imprenditoriale anche per la teoria austriaca tradizionale, che individua nella capacità di cogliere opportunità di profitto la causa del profitto.

[86] Lewin (2005, p. 151).

[87] Moss (2005, pp. 8-9).

 

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La filosofia della proprietà: II parte

Mer, 10/09/2014 - 08:00

Proprietà e diritti di proprietà

La vera funzione dell’individuo, nella sua veste di proprietario, ha fatto capolino per la prima volta con gli economisti Austriaci, i quali, nello sviluppare la teoria dell’utilità marginale, hanno constatato che il valore è una caratteristica tipicamente umana, la quale viene conferita a dei beni suscettibili di divenire oggetto di proprietà: una caratteristica che ha poco o nulla a che fare con la produzione o con i costi di produzione. Gli studiosi della prasseologia hanno enfatizzato che il soggetto predicabile di essere analizzato e compreso è solamente l’individuo agente. Ma anche in tal caso, una vera e propria indagine volta allo studio dell’aspirazione umana alla proprietà non si è affermata, in quanto, ancora una volta, si è posta maggiore attenzione ad approfondire la questione concettuale, nonché i flussi ed i riflussi associati alle curve di domanda ed offerta.

La natura della proprietà, le modalità di acquisizione, il suo sviluppo, la produzione, la distribuzione, il mantenimento, la conservazione e la sua protezione sono tutti aspetti che non devono certo essere trascurati.

Ma il primo e principale sforzo deve essere orientato a distinguere i “diritti di proprietà”, volti ad organizzare i rapporti tra gli uomini in merito all’uso dei beni e delle cose, dalla “proprietà”, nozione che identifica il bene suscettibile di divenire oggetto di appropriazione.

Possedere tale caratteristica non significa altro che i beni individuati sono soggetti alla sfera di azione del diritto di proprietà [da intendersi come un titolo legittimo a compiere azioni, ndt]. La proprietà della “cosa” sussiste fin tanto e nella misura in cui vi è un legittimo titolo di proprietà sulla stessa. In un territorio vergine, ancora inesplorato dall’uomo, la terra e tutte le pertinenze naturali sono oggetto di appropriazione. L’avvento dell’uomo non cambia il loro carattere, in quanto beni fisici. Ma il rapporto tra l’uomo e la terra, in merito all’organizzazione e all’uso di quest’ultima, cambia radicalmente nel momento in cui il processo acquisitivo prende corpo.

Intenderei qualificare questo tipo di proprietà, che si concretizza prima della integrazione di un atto di acquisizione, come “proprietà senza proprietario”. Analogamente, utilizzerei la stessa definizione per gli oggetti scartati, che un tempo facevano parte dell’assetto proprietario di un soggetto, ma a cui ora si vuole rinunciare. [Trattasi, in buona sostanza, del concetto delle “res nullius, ovvero il complesso delle “cose” che possono astrattamente essere oggetto di diritti, ma le quali attualmente non si trovano in proprietà di alcuno, ndt].

Una seconda classificazione di proprietà comprende tutti i beni che sono stati correttamente e legittimamente acquisiti. In costanza di questa tipologia di relazione, un proprietario (l’uomo) ha assunto il controllo sovrano su quei beni che egli rivendica come propri. Supponendo che non vi siano diritti di prelazione o pretese antagoniste nei confronti di questa proprietà, in modo tale che le determinazioni inerenti alla stessa originino dall’autorità del legittimo proprietario, e supponendo che l’esercizio di tale sovranità si sostanzi in un titolo a compiere azioni su quello specifico bene, allora il diritto di proprietà può ben dirsi pieno e completo: e ne consegue una condizione di titolarità corretta e legittima.

Una terza classificazione concerne la proprietà che non è stata legittimamente acquisita.

1. Un soggetto può presumere di disporre di qualcosa che invece non è di sua proprietà.
2. Un soggetto può conseguire i titoli di proprietà su di un bene ricorrendo al furto o alla frode, in forza dei quali il legittimo proprietario viene spogliato di ciò che è suo, attraverso l’esternazione di pretese confliggenti, fondate esclusivamente sul possesso fisico o sul controllo materiale della cosa, ed intese a negare  le legittime rivendicazioni dell’effettivo proprietario.

3. Un soggetto può acquistare un bene, per il quale ha corrisposto una contropartita piena, e venire al contempo a scoprire che un’altra persona o un gruppo di persone, le quali, al contrario, non hanno versato somma alcuna per la sua acquisizione, hanno la facoltà di interferire con il suo controllo esclusivo della proprietà, minando in tal modo la piena realizzazione della titolarità a compiere azioni.

La ricerca di uno specifico termine che veicolasse il significato che qui si va intendendo, in quanto e per quanto via sia il rimando ad un titolo di proprietà del tutto illegittimo, si è dimostrata infruttuosa. La persona o l’istituzione che eserciti il possesso su dei beni attraverso la forza o la frode può, dopo che il possesso si sia appalesato, agire come se la proprietà così acquisita lo sia in virtù di un titolo pieno e legittimo. Una disputa in ordine al suo controllo può pertanto conseguirne, o meno, a seconda che l’intromissione si possa configurare come legale o addirittura obbligatoria.

Ma la proprietà acquisita con la forza o con la frode non conserva delle prerogative specifiche, tali da consentirci di affermare inequivocabilmente, previa valutazione della situazione, “che i beni difettino di una legittima appropriazione”. La responsabilità del furto, della frode, o della violenza è ascrivibile alle persone coinvolte, non ai beni oggetto di appropriazione. La proprietà rimane innocente.

Tutti i beni passibili di essere appropriati sono soggetti al controllo esclusivo di qualche essere umano. Qualcuno, da qualche parte, dispone di un potere decisionale assoluto. Quando colui che reclama la proprietà ha versato l’intero corrispettivo per il suo conseguimento, ovvero ne ha legittimamente acquisito il titolo in virtù della propria incontestabile rivendicazione di un diritto alla prima occupazione [il cosiddetto atto di homesteading, ndt], possiamo senz’altro affermare  che la sovranità gestoria gli appartenga in maniera piena e valida.

Se, al contrario, esiste un uomo o un’agenzia cui il proprietario deve ricorrere per richiedere il permesso di utilizzare la propria proprietà come più gli aggradi, o per poterne disporre come meglio egli creda, non ci troviamo di fronte ad un proprietario sovrano, bensì la sovranità di controllo spetta a qualcun altro.

Nell’epoca in cui viviamo, una riflessione sui diritti di proprietà si prefigura di vitale importanza. Per molti anni si è ritenuto che delle ideologie confliggenti mettessero in discussione la questione se un sistema capitalistico fosse più o meno opportuno. Il socialismo veniva visto come l’antitesi del capitalismo. Ma il dibattito è incontroverso da tempo. Il capitalismo sopravviverà. Con il capitalismo intendiamo un sistema economico nel quale la ricchezza, tanto nella forma di risorse naturali o di prodotti finiti, è suscettibile di essere impiegata per generare ricchezza supplementare. Non vi è più una questione che affligge l’umanità, a questo punto. Perché la ricchezza sarà messa a frutto per la produzione di nuova ricchezza. La questione che rimane impregiudicata concerne invece i diritti di proprietà e la titolarità a disporre di quella ricchezza.

Deve, questa, essere posseduta da soggetti privati che la gestiranno come meglio credono (capitalismo privato)? Oppure, essa deve essere confiscata ai privati, non importa in base a quale pretesto, affinché possa essere ascritta alla proprietà pubblica e gestita collettivamente (capitalismo di Stato)? O, ancora, tale  ricchezza deve essere mantenuta, almeno da un punto di vista meramente formale, nelle mani dei privati, ancorché la sua effettiva gestione spetti poi a dei gruppi collettivi, non importa se di emanazione governativa o meno, i quali, pur non configurandosi come gli effettivi proprietari, possano comunque far valere determinate prerogative rivenienti dalla titolarità dei diritti (economia mista – fascismo)?

Se esiste un sistema di capitalismo privato, questo deve essere ineludibilmente fondato sulla proprietà privata e sulla gestione e sul controllo diretto dei mezzi di produzione e di distribuzione. Detto altrimenti, i beni strumentali (imprenditoriali) devono essere mantenuti e controllati dai privati.
Il socialismo, in tutto o in parte, caldeggia l’abolizione della proprietà privata degli strumenti di produzione e di distribuzione. La proprietà privata dei beni che non possiedono tali caratteristiche è tollerata, ma i mezzi produttivi (beni strumentali) devono essere posseduti e controllati dallo Stato o da qualche altra agenzia collettiva (certamente, non una società di proprietà privata), nell’alveo di un qual certo tipo di economia pianificata centralmente.

Esiste poi una particolare tipologia di socialismo, ai nostri giorni preminente, che di solito viene qualificata come “fascismo” [lo scritto, di cui si sta curando la traduzione, è stato edito negli anni sessanta, ndt]. Il fascismo è “socialismo nazionale” (nazi – ismo), in cui sono stati del tutto nazionalizzati l’uso, la funzione e la destinazione della proprietà (si assiste alla loro socializzazione); spogliato di questi requisiti essenziali, il concetto di proprietà privata comunque sopravvive, ancorché solo formalmente.

In tutte le tipologie di socialismo, si rivendica esclusivamente il perseguimento del benessere dell’intero corpo sociale, nel suo complesso. I diritti individuali di proprietà possono essere soppressi in qualsiasi momento, da parte del gruppo egemone al comando. Un’economia pianificata dal centro implica, per definizione, una proprietà privata limitata ai soli beni di consumo.
Fa comunque riflettere il fatto che in quei Paesi in cui si sia adottato il socialismo, non importa se sotto il vessillo comunista o sotto quello di uno stato sociale, ne è scaturito inevitabilmente una sorta di capitalismo di Stato. Lo Stato diventa sempre più parte attiva in materia economica, ponendosi al contempo come imprenditore, produttore, distributore, e finanziatore. In tal caso, il socialismo non conduce all’abolizione del capitalismo: di fatto, determina piuttosto la soppressione della proprietà privata e dell’effettivo controllo dei beni strumentali.

Vi è solo un autentico sistema che si contrappone al socialismo, ponendosi agli antipodi: ed è l’individualismo. In un sistema economico informato ai principi dell’individualismo, la proprietà privata e la gestione dei mezzi di produzione, di distribuzione e dei mezzi finanziari sarebbero del tutto preservate.

 

Primo capitolo di “The Philosophy of Ownership” di Robert LeFevre

Traduzione di Cristian Merlo

 

Link alla prima parte

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Ascesa e declino della società: capitolo IV

Lun, 08/09/2014 - 07:00

La Società sono le persone

 

La Società è un concetto collettivo e nient’altro; si tratta di una convenzione per indicare un certo numero di persone. La stessa cosa vale per la famiglia o le bande, o qualsiasi altro nome diamo ad un conglomerato di persone. La Società è differente rispetto a questi altri nomi collettivi poiché veicola l’idea di uno scopo o un punto di contatto in cui ogni individuo detiene un interesse, pur mantenendo intatta la propria identità e il perseguimento dei propri affari. Una famiglia è tenuta insieme da legami familiari, una folla consiste in un certo numero di persone tenute insieme da un’impresa comune, come ad esempio una partita di baseball o una conferenza. La Società, d’altra parte, abbraccia il padre ed il figlio, il dottore ed il contadino, il finanziere ed il lavoratore — una gamma di persone occupate in tutta una serie di mestieri e professioni e dedicate a una certa varietà di scopi, tutti personali ma allo stesso tempo tenuti insieme da un fine comune. Ma la Società rimane una parola, non un’entità. Non è una “persona”: se un censimento stabilisse l’esistenza di cento milioni di persone, non una di più, non potrebbe aversi alcun accrescimento della Società se non attraverso la procreazione. Il concetto di Società come persona metafisica fa cilecca quando osserviamo come la Società si dissolva allorquando le sue componenti si disperdono, come nel caso delle “città fantasma” o di una civiltà di cui abbiamo appreso l’esistenza solo dai reperti che si è lasciata dietro. Quando scompare l’individuo, scompare anche l’insieme.

Tale insieme non ha una vita a sé stante.

Usare un nome collettivo con un verbo al singolare ci trae in inganno; siamo propensi a personalizzare la collettività ed a pensare che abbia un corpo ed una psiche indipendenti, per poi trasferire in questa fabbricazione mentale alcune abitudini o caratteristiche degli individui reali; scegliamo dall’eterogeneità di questi ultimi alcuni tratti comuni e li ascriviamo all’immagine nella nostra testa. Ci ritroviamo così a parlare di Società dei Mormoni, di Società agricola, di Società avanzata; in realtà la Società non puo’ essere religiosa, non ha un’occupazione, è incapace di progredire; ci sono solo gli attributi delle singole persone. E’ un gioco di prestigio. Inventiamo una parola per creare un’impressione piuttosto che un fatto verificabile, poi la usiamo come se rappresentasse davvero un fatto verificabile.

Tutto ciò è evidente e non varrebbe la pena di spiegarlo se questo uso formale non ci avesse condotto in un vicolo cieco. Descrivere la Società come se fosse una persona ci abitua a giudicare ogni membro del gruppo in base all’impressione dell’insieme, e ad agire in base a tale giudizio. Attraverso questo trucco mentale la patologia deliberata della gerarchia Nazista fu trasferita a tutti i Tedeschi e, in quanto nostri nemici, decidemmo che il solo tedesco buono fosse un tedesco morto. La smania di massa verso la guerra è un prodotto di questa abitudine alla personificazione; diventa poi una questione di onore, non di omicidio, distruggere l’uniforme di questa personificazione. Questa negazione dell’individuo attraverso l’uso delle parole è la premessa per un qualsiasi ragionamento socialista: il socialismo non ha una ragione valida per esistere finché l’individuo, proprio come un grumo di zucchero, non viene letteralmente dissolto nella personificazione di una classe. Ogni schema politico per “migliorare” la Società si basa su questi giochi di parole.

Per questa ragione è necessario specificare come la Società non sia altro che una parola pratica, un simbolo, e che stiamo parlando di persone, ciascuna guidata dall’impellenza primordiale di vivere secondo i propri modi e dalle limitazioni delle capacità dei suoi abitanti. La Società è un’istituzione sviluppata dall’uomo per promuoverne gli scopi ed aspirazioni. E’ qualcosa che lo aiuta a migliorare la propria condizione, risparmiando fatica.

Ogni cosa ha un inizio, e l’inizio della Società ha da sempre attirato la curiosità del ragionamento filosofico. In questo campo è quasi diventato un assioma che la Società abbia avuto inizio dalla famiglia. Ciò potrebbe e non potrebbe essere vero. Tuttavia, la teoria non spiega l’organizzazione di gruppi i cui legami di consaguineità erano mancanti, come spesso accadeva nella colonizzazione dell’America o del nostro Ovest. Se ci sia mai stata una “prima” Società, è ragionevole presumere che sia nata proprio come queste comunità; presumendo, ovviamente, che l’uomo sia sempre stato quello che è. Sulla nascita e lo sviluppo di queste comunità abbiamo testimonianze dettagliate — sono avvenute proprio sotto i nostri nasi — e la loro gestazione ha seguito una via così uniforme da poter loro conferire il titolo di principio della Società.

Da solo o con famiglia al seguito, ogni pioniere stabilitosi su un appezzamento attorno al quale in seguito si sviluppò una metropoli fu spinto a procurarsi ogni necessità lì dove la natura poteva fornirgliele quasi pronte. Che si trattasse di un evaso di galera o di un perseguitato religioso, questo fatto non cambiava. Essendo umano, selezionava come luoghi d’attività quelli in cui, grazie alla fertilità del terreno, alla fornitura d’acqua e all’abbondanza di selvaggina, potesse ricavare il più alto dei rendimenti in compenso del proprio lavoro. Il bracciante nel secondo carro della fila è parimenti influenzato nella selezione di un luogo in cui stare, ma trovandosi a scegliere tra pari destinazioni deciderà per quella vicina al suo predecessore. Perché? La consolazione ed il conforto della compagnia sono un fatto da prendere in considerazione. Tuttavia, una vicinanza mantenuta al solo scopo di non restare soli è cosa di ben poco conto: non durerà a lungo, a meno che non venga instaurato un legame sostanziale. Tale legame è rappresentato dall’aumento delle soddisfazioni reso possibile dalla cooperazione nella costruzione di una casa, nella raccolta di legna da ardere, nello squartare un animale. In molti lavori due individui possono produrre più del doppio di quello che puo’ fare il singolo, mentre alcuni compiti non potrebbero essere portati a termine da un solo uomo. Il risultato di questo sforzo di cooperazione crea più soddisfazioni, più rendimenti. Prospera la socievolezza in base ai profitti reciproci della coopeazione e, quando osserviamo come la conoscenza maturi in amicizia (all’aumentare dei livelli di rendimento reciproci), è difficile dire quale sia la causa e quale l’effetto.

L’immigrazione nella comunità è proporzionale alle opportunità di impego profittevole consentite da questo ambiente rispetto ad altri: i nuovi lavoratori sono tutti attratti dalla prospettiva di un miglioramento personale. Sebbene arrivino dalla tormentata Irlanda o dalle montagne della Svezia, sebbene parlino il gergo del ghetto o si crogiolino nelle consonanti Slave, che siano scappati dallo squallore delle miniere Gallesi o dalla disoccupazione del New England, trovano in questi luoghi particolari un punto di contatto comune: un’abbondanza fiorente dalla natura e dalla cooperazione. Le differenze di razza, religione, lingua e costumi stimolano curiosità ed a volte irritazione, ma il contributo di ogni lavoratore all’incremento generale di ricchezza tende a liquidare queste differenze superficiali. L’aumento del livello di salari stimola la combinazione di particolarismi culturali.

Appena la sussistenza cessa di essere un problema pressante, come evidenziato dai granai stracolmi, si pone l’urgenza di soddisfare quei desideri che durante l’economia della scarsità erano solamente dei sogni. La baita in legno, fino a ieri una reggia, è adesso in disperato bisogno di tende, mobili, quadri; un senso di dignità sprona le persone a vestirsi bene di domenica; il granaio, prima usato come luogo di culto, deve essere sostituito da un edificio appropriato ed ogni madre pensa al mondo che il proprio figlio potrebbe conquistare, se gli fossero aperte le prospettive dell’apprendimento. Ma la soddisfazione di questi nuovi desideri richiede manodopera specializzata, competenze e conoscenze che il tuttofare autosufficiente non ha. A questo punto della crescita della Società, da dentro il gruppo o da fuori, arriva un individuo che, grazie a un’attitudine verso il commercio, offrirà i propri servizi come fabbro. E’ la necessità di tale servizio a suggerirgli come altri saranno disposti a pagarlo almeno quanto può guadagnare dalla comune attività di approvvigionamento primario. Il movente del profitto — cioè, la voglia di soddisfare i desideri col minimo sforzo — lo trasforma in uno specialista. Il movente del profitto funziona però bilateralmente: il contadino assume lo specialista perché così potrà impiegare più proficuamente il proprio tempo lavorando come agricoltore, invece che come fabbro. La relazione tra acquirente e venditore si basa su guadagni reciproci.

Lo specialista non emerge fino a quando non vi è abbastanza popolazione da aver bisogno di lui, e fino a quando quella popolazione non ha raggiunto un certo grado di benessere. È il lavoro nelle stalle, il capitale, che fa emergere la possibilità di assumere un sarto, un predicatore, un insegnante o un venditore ambulante, così da sbarazzarsi dei lavori “fai da te” imposti dalle necessità ed eseguiti alla bell’e meglio, ritardando quelli che invece sono meglio attrezzati a fare. L’accumulo di capitale è il prerequisito indispensabile alla specializzazione. Mano a mano che nuovi produttori affluiscono nella nascente comunità, sia in veste di specialisti o fornitori di servizi primari (i quali, trasferendo ad altri le proprie mansioni marginali, a propria volta diventano specialisti), aumenta il capitale o i saldi di conto corrente, cosa che risveglia nuovi desideri. Questo è il modo di agire degli esseri umani. In un secolo o due, l’accumulo di capitale raggiunge un punto in cui il negozio del ciabattino è rimpiazzato da un calzaturificio, il venditore ambulante dal grande magazzino e la piccola scuola di paese dall’università. La specializzazione si sedimenta su altra specializzazione non per progetto consapevole e certamente non per coercizione, ma (a) per l’aumento della popolazione, (b) per l’aumento conseguente nel livello dei salari e (c) per i risparmi che hanno reso possibile tutto ciò. Risalite ora da questi fattori fino al loro principio causale e arriverete al funzionamento de “l’uomo economico”: sempre intento al miglioramento della propria condizione ed al suo ampliamento nel modo più efficiente a disposizione.

Stiamo parlando dell’ascesa e dello sviluppo della Società Americana. Altre integrazioni sociali, come quelle in Tibet o Abissinia, non hanno mai superato uno stadio primitivo; altre ancora, come quelle europee, hanno impiegato più tempo per arrivare ad un livello simile a quello americano. La differenza non può trovarsi nel tipo di popolazione, poiché la Società Americana è composta da un’ampia rosa di popoli del mondo, ciascuno dei quali ha giocato la propria parte economica secondo copione. Senza dubbio le condizioni climatiche e la disponibilità di risorse naturali hanno influenzato il corso della Società Americana: l’uomo, dopo tutto, è un “animale della terra.” Ma altre persone benedette allo stesso modo non “si sono spostate”, o perlomeno non così velocemente, quindi per scoprirne la causa dobbiamo guardare ad alcuni vantaggi speciali di cui hanno goduto gli americani.

Attraverso il classico processo di eliminazione arriviamo a determinare questo vantaggio speciale: la libertà. Non solo da ostacoli politici ma anche dalle inibizioni che la tradizione istituzionalizzata impone sulle aspirazioni dell’uomo. Il giovane americano non aveva un governo costoso da sostenere, la tassazione era bassa e lo privava solo di pochi risparmi, non esisteva alcun sistema di caste che potesse deprimere la sua autostima. In realtà di tali limitazioni ne importò un paio, ma non ebbero il tempo sufficiente per sedimentarsi ed istituzionalizzarsi fino in fondo. Era libero di plasmarsi un destino in base alle capacità personali e scelse di seguire la propria naturale inclinazione: aumentare il salario attraverso la cooperazione e la specializzazione, risparmiare parte dei guadagni per investirli in strumenti che gli avrebbero permesso di produrre di più con uno sforzo minore. Era un capitalista in libertà.

Anche la Società nasce e cresce, con le proprie radici immerse nelle unità che la compongono. E’ tanto poco il risultato di una costruzione artificiale quanto lo è un albero, sebbene come l’albero la sua crescita può essere ostacolata da impedimenti artificiali o facilitata dalla loro rimozione. Esiste attualmente un’idea secondo cui la Società possa essere fabbricata, come una sedia o una scarpa, imponendo gli obiettivi di un gruppo di persone su un altro. Avendo compreso come la caratteristica speciale di quanto chiamiamo cultura avanzata sia la sua intensità di capitali, tale idea afferma che il mettervi mano per distribuirli a popoli “arretrati” ne velocizzerà lo sviluppo. Questa idea è tanto stupida quanto quella di forzare un bambino a stare al passo di un adulto. Non è un’industria che crea una Società, ma è quest’ultima che dà vita alla prima. Lì dove un sarto itinerante potrebbe senz’altro prendersi cura dei bisogni di una comunità nascente in fatto d’abbigliamento, questa considererebbe un’assurdità la presenza di una fabbrica di vestiti al proprio interno; solo quando la popolazione fu abbastanza grande e produttiva da soddisfare i propri bisogni antecedenti nacque spontanea l’idea di un’acciaieria. Una gratificazione fa nascere un altro desiderio e, in caso il secondo richieda tecniche ancora sconosciute, l’uomo ne prenderà nota e le inventerà. Ma deve essere libero per farlo. Questo è ciò di cui mancano di più i popoli “arretrati”: o l’espropriazione dei loro beni scoraggia la produzione e ne rende impossibile l’accumulo, oppure le abitudini indotte da istituzioni politiche o culturali inibiscono l’impulso di sognare. L’ingrediente fondamentale del progresso è la libertà.

I benefici della specializzazione non sono privi di contropesi. Mentre il pioniere si rivolge sempre di più al falegname professionista, perde quella capacità che il bisogno gli aveva fatto sviluppare, ed il figlio che alla fine succederà al padre non sarà capace di inchiodare al muro uno scaffale nella casa che suo padre aveva eretto dalle fondamenta. Il prezzo della specializzazione è l’interdipendenza: in una Società altamente sviluppata, dove il contributo di ogni lavoratore è una piccola frazione dell’intero, basarsi l’uno sull’altro è la condizione stessa dell’esistenza. New York muore di fame quando una tempesta di neve taglia i suoi mezzi di comunicazione con le fattorie.

E’ questo fatto che alimenta la credenza fantasiosa di una Società trascendente. Quando pensiamo alla miriade di lavoratori coinvolti nella produzione di una tazza di caffè — lavoratori nelle piantagioni e presidenti bancari, scaricatori di porto ed ingegneri ferroviari, produttori lattieri e raffinatori di zucchero — veniamo travolti dall’immensità del processo e siamo inclini a personalizzarlo; un trucco mentale non molto dissimile da quello con cui si divinizzava una tempesta altrimenti incomprensibile. Eppure non esiste una cosa come la “produzione sociale” — se con tale termine si implica qualcosa di più della produzione individuale. La Società non può produrre qualcosa; solo gli individui producono. Sebbene siano coinvolte un milione di persone nella produzione di quella tazza di caffè, ciascuna (come individuo) l’ha influenzata con le proprie mani. Se una tra questo milione venisse rimossa senza essere sostituita, la tazza di caffè non sarebbe prodotta e perciò non raggiungerebbe il consumatore. La produzione del nastro trasportatore è in esatta proporzione al numero di lavoratori che lo azionano.

Si arriva alla stessa conclusione quando ci si domanda il perché gli uomini lavorino: per soddisfare i propri desideri — e per nessun’altra ragione. Il funzionario che produce il documento di carico per una partita di caffè non è motivato da interesse in quel documento o nel caffè: fa quel lavoro solo perché in tal modo potrà soddisfare i propri desideri, tra i quali potrebbe non esservi il caffè. Se non gli fosse possibile scambiare i frutti del proprio lavoro con quanto desidera, si licenzierebbe da impiegato per dedicarsi ad ottenerlo in altro modo — forse tornando ad un’economia primitiva. Ogni lavoratore lavora per sé stesso. Ogni lavoratore è spinto a lavorare dalla volontà di vivere e non c’è modo di trasferire questa volontà ad un’altra persona o ad un gruppo di persone. Pertanto la locuzione “produzione sociale” — se significa qualcosa di più della somma totale della produzione degli individui — rappresenta solo un’astrazione maliziosa. E’ una locuzione che aleggia nel gergo del socialismo.

La Società è composta da Tom, Dick e Harry.

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Il ciclo naturale: VI parte

Ven, 05/09/2014 - 08:00

Il punto cardine della teoria è la differenza che viene a crearsi tra scelte imprenditoriali e scelte dei consumatori[64]. Nella situazione in esame, i fondi a disposizione per gli investimenti sono, in uno stato iniziale, non corrispondenti all’ammontare dei risparmi. Infatti, un tasso monetario artificialmente basso corrisponde, sul mercato dei capitali, a più moneta a disposizione, perché si traduce in minori interessi da pagare sugli investimenti.

È probabilmente vero che la maggior parte degli investimenti vengono effettuati nell’aspettativa che l’offerta di capitale continuerà per qualche tempo a collocarsi al livello attuale. O, in altre parole, gli imprenditori considerano l’offerta attuale di capitale ed il saggio d’interesse attualmente vigente come sintomi del fatto che la situazione continuerà approssimativamente ad esistere per qualche tempo[65].

Ciò che Hayek dice è vero, e torna la centralità del ruolo delle aspettative. Ma, per di più, l’indicatore su cui gli imprenditori basano le loro scelte non riflette affatto la propensione attuale dei consumatori a risparmiare[66]. Così, la proporzione in cui i produttori decidono di differenziare la produzione tra prodotti per l’immediato futuro e la produzione per periodi di tempo più lontani (struttura intertemporale della produzione) non riflette il modo in cui i consumatori intendono dividere il proprio reddito tra risparmio e consumo[67]. È chiaro che, prima o poi, lo squilibrio nelle preferenze temporali, che si riflette in una determinata struttura intertemporale della produzione, dovrà manifestarsi e la forma tipica sarà la fustrazione delle aspettative di uno dei due gruppi[68].

Così, mentre gli imprenditori investono in nuovi processi per la produzione di beni di capitale, i risparmiatori vengono frustrati nel proprio desiderio di consumare, perché ciò che desiderano non viene prodotto. Viene a crearsi il fenomeno di risparmio forzato[69], cioè, come conseguenza del fatto che risorse produttive sono state distolte dai settori vicini al consumo, si verifica una riduzione graduale della produzione di beni di consumo e quindi una limitazione involontaria del consumo[70].

Sotto la spinta imprenditoriale verso nuovi investimenti, invece, aumentano dapprima i prezzi delle materie prime e poi quelli dei beni-capitale prodotti con esse[71]. E la spinta deve considerarsi particolarmente violenta perché all’ondata dei primi imprenditori innovatori va aggiunta la pressione degli imitatori descritti da Schumpeter, i quali colgono le opportunità di profitto solo in un secondo momento, e tentano di approfittarne seguendo ‘la moda’. A ben guardare le onde di speculazione imitativa sono tipiche di ogni fase di boom descritta dalla storia, dalla bolla dei tulipani del Seicento, fino a quella della new economy del 2001 e alla recente housing bubble.

Contemporaneamente, la domanda di manodopera sale, per essere attirata verso i nuovi investimenti, con i relativi salari: ciò porta ad una spinta sulla domanda dei beni di consumo, con relativo aumento dei prezzi anche in questo settore. Ed è dunque chiaro che l’aumento dei redditi monetari non corrisponderà ad un aumento del redditi reali, a causa dell’effetto inflazionistico esercitato dalla domanda, insoddisfatta, di beni di consumo.

 

Questa accresciuta intensità della domanda di beni di consumo non dà necessariamente luogo ad effetti sfavorevoli all’attività di investimento fino a quando i fondi disponibili a scopo di investimento vengono accresciuti mediante ulteriori espansioni creditizie, in maniera tale da consentire agli investitori di appropriarsi – a dispetto della crescente concorrenza che proviene dalle industrie produttrici di beni di consumo – di quelle quote crescenti di risorse totali disponibili che sono necessarie per completare i nuovi processi già in corso di realizzazione[72].

 

Ma, per essere sostenuto, tale processo necessita di un’espansione creditizia senza tregua, cosa che porterebbe un aumento cumulativo dei prezzi che prima o poi supererebbe ogni limite. Il conflitto appare evidente quando la domanda di beni di consumo supera in valore assoluto i fondi disponibili per l’investimento. Allora il saggio di interesse non può che salire, frustrando la domanda di beni di capitale proprio nel momento in cui è salito anche il loro prezzo[73]. Una parte considerevole degli impianti di nuova creazione, progettati per produrre altri beni di capitale, restano inutilizzati, dato che non possono venire realizzati gli ulteriori investimenti necessari al completamento dei processi produttivi[74]. Dunque, in uno stadio avanzato del boom, la crescita della domanda di beni di consumo fa scendere quella di beni di capitale[75].

 

Gli imprenditori che hanno incominciato ad accrescere i propri impianti produttivi nell’aspettativa che il basso saggio d’interesse e l’ampia offerta di capitale monetario avrebbero loro consentito di continuare ad utilizzare questi investimenti nelle stesse favorevoli condizioni, scoprono che queste aspettative vengono smentite dai fatti. L’aumento dei prezzi di tutti quei fattori di produzione che possono essere usati anche negli ultimi stadi del processo produttivo fa crescere il costo dei beni capitali che essi producono, nello stesso momento in cui l’aumento del saggio d’interesse ne fa diminuire la domanda. E una parte considerevole degli impianti di nuova creazione, progettati per produrre altri beni capitali, restano inutilizzati, dato che non vengono realizzati gli ulteriori investimenti che ci si aspettava dovessero aver luogo in questi altri beni capitali.
Questo fenomeno di una scarsità di capitale che rende impossibile utilizzare i beni capitali esistenti mi sembra sia il punto centrale di una vera spiegazione delle crisi[76].

 

Hayek, così, partendo dalla base misesiana dell’espansione creditizia (adeguatamente rivista), giunge alla centralità della scarsità di capitale, così come Spiethoff[77], giudicandola «il punto centrale di una vera spiegazione delle crisi»[78]. Hayek diviene negli anni così convinto della centralità di questo punto, tanto da affermare che «the turn of affairs will be brought about in the end by a “scarsity of capital” independently of whether the money rate of interest rises or not»[79]. Infatti, come abbiamo visto, tale situazione può generarsi anche senza la manipolazione monetaria, ma per via di aspettative di profitto crescenti, che, a causa di un tasso monetario cui non viene permesso di riequilibrarsi con il livello naturale, non possono trovare controparte in un riallineamento nel valore dei risparmi[80].

If the rate of interest were allowed to rise as profits rise […], the industries that could not earn profit at this higher rate would have to curtail or stop production […]. If […] the rate of interest is kept at the initial low figure […] and investments whose yield is not negatively affected continue in spite of the rise in final demand, the rise of profits in the late stages of production and the rise of costs will both come into play and will produce the result which the rate of interest has failed to bring about. The rise of the rate of profit on short as compared with that on long investments will induce entrepreneurs to divert whatever funds they have to invest towards less capitalistic machinery, etc.; and whatever part of the required reduction in total investment is not brought about by this diversion of investment demand towards less capitalistic type of machinery will in the end be brought abouty by a rise in the cost of production of investment goods in the early stages[81].

 

Grazie a tali ragionamenti, Hayek ci permette di sbarazzarci di ogni teoria sottoconsumistica.

  • La scarsità di capitali conduce alla parziale inutilizzazione dei beni capitali esistenti.
  • L’abbondanza dei beni di capitale è il sintomo di una scarsità di capitale.
  • Tutto ciò non è causato da un’insufficiente domanda di beni di consumo ma da un’eccessiva domanda di questi beni. Infatti, la domanda di beni di consumo è così pressante da impedire ogni processo produttivo prolungato, per il quale però sono a disposizione i mezzi di produzione[82].

Hayek spiega tali situazioni con una semplice metafora.

The situation would be similar to that of a people of an isolated island, if, after having partially constructed an enormous machine which was to provide them with all necessities, they found out that they had exhausted all their savings and available free capital before the new machine could turn out its product. They would then have no choice but to abandon temporarily the work on the new process and to devote all their labour to producing their daily food without any capital. Only after they had put themselves in a position in which new supplies of food were available could they proceed to attempt to get the new machinery into operation[83].

 

Quindi l’economia non è in grado di sostenere una produzione orientata al di sopra delle proprie possibilità. Prima o poi ci si renderà conto che l’aumento dei salari è annullato dall’inflazione che cresce. Inoltre, la domanda di beni capitale si esaurisce, portando con sé la sovraproduzione in quel settore ed è da qui che sorgono i problemi. Molte delle iniziative economiche sorte con eccessivo ricorso al credito non possono essere completate, mentre i debiti vanno pagati. Molte aziende devono essere espulse dal sistema. I capitali scarseggiano, mentre le banche rialzano i tassi di interesse. Inizia una fase di aggiustamento e di ritorno all’equilibrio, che però ha i tratti della depressione.

La dinamica ondulatoria tipica del capitalismo sarebbe sostenibile se, in situazioni tipiche di aspettative cangianti (società caleidoscopica), gli attori fossero liberi di imparare mediante la loro interazione e di permettere di giudicare sul mercato le proprie scelte. Senza l’interferenza di un tasso monetario, gli attori sarebbero costretti a cercare sul mercato in che misura le proprie aspettative collimano con quelle degli altri agenti e quindi ciò possa permettere la realizzazione dei piani. Il tasso naturale, anche se non noto come magnitudo, è dato, dinamicamente, dall’incontro delle preferenze temporali, generando una struttura produttiva coerente tali preferenze. Il sistema muoverebbe in continuazione attraverso assestamenti. In tal modo, ogni modifica nella struttura della produzione sarebbe l’adattamento ad una modifica nelle preferenze temporali, ma un adattamento dinamico: se le aspettative di profitto aumentano, spingendo il tasso naturale verso l’alto, la nuova struttura produttiva non può iniziare a generarsi finché il nuovo tasso di equilibrio non porta anche i consumatori a mutare i loro atteggiamenti; al contempo, probabilmente, non tutta l’intensità di richiesta di nuovi investimenti sarà “incontrata” da nuovo risparmio, per cui il tasso naturale tenderà a stabilizzarsi ad un punto più basso rispetto all’iniziale spinta espansionistica generata dalle aspettative imprenditoriali.

Come visto, la situazione è molto diversa nel caso in cui esista un tasso monetario, in grado di mascherare la reale forza del tasso naturale. Ed è proprio la discrepanza che si genera tra valore naturale e monetario del tasso di interesse a dirci quanto quanto sarà lunga e dolorosa la dinamica ciclica[84].

Quindi, riassumendo, si genera un percorso di crescita quando le preferenze temporali si modificano globalmente. E ciò è possibile solo l’elemento centrale che misura le preferenze temporali, il tasso di interesse, è lasciato libero di determinarsi sul mercato dalla interazione degli individui che esercitano liberamente la propria funzione imprenditoriale, nel processo di soddisfazione dei bisogni. Tipicamente: i consumatori diventano più future-oriented e quindi risparmiano di più; il tasso di interesse scende e ciò induce un mutamento delle preferenze temporali anche dal lato degli investitori, che, a causa del diminuito tasso, sono spinti ad allungare la struttura del processo di produzione. Il caso contrario, ma ancora sostenibile, si ha quando a crescere sono le aspettative di profitto; in regime di libero mercato, in cui il tasso non è deciso in modo arbitrario da artificiose politiche dell’autorità monetaria, il saggio di interesse è spinto a salire, per attirare capitali provenienti dal risparmio e orientati a finanziare la crescita.

Al contario, la crescita è insostenibile quando il boom è indotto dalle autorità politico-monetarie e non dai protagonisti del mercato. Anche in tale ipotesi si possono verificare due situazioni. Da un lato, si ha il caso tipico della espansione monetaria (inflazione, riduzione del tasso di interesse, espansione del credito). Dall’altro, il tasso fissato dalle banche non è mosso al rialzo di fronte a pressioni della domanda di credito da parte del settore degli investimenti, caratterizzato da positive aspettative di profitto, ma tenuto al di sotto del nuovo livello di equilibrio, generando, di nuovo, malinvestimenti.

 

Articolo di Carmelo Ferlito

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Note

[64] Hayek (1933, pp. 448-450).

[65] Hayek (1933, p. 447).

[66] Hayek (1933, p. 448).

[67] Hayek (1933, p. 449).

[68] Lachmann (1943, p. 69) e Hayek (1933, p. 449).

[69] Si veda Hayek (1932). Si veda anche Huerta de Soto (1998, pp. 366-368).

[70] Kurz (2003, p. 191) e Hayek (1933, pp. 449-450).

[71] È evidente che tale spinta al rialzo, durante la fase espansiva del ciclo, porta i prezzi delle materie prime e dei beni di capitale a crescere maggiormente rispetto ai prezzi dei beni di consumo (Hayek, 1939, p. 29).

[72] Hayek (1933, p. 451).

[73] Con l’aumento del tasso di interesse, il saggio di profitto declina (Hayek, 1939, p. 31).

[74] Hayek (1933, p. 452).

[75] Hayek (1939, p. 31).

[76] Hayek (1933, pp. 451-452). Corsivi aggiunti.

[77] Hayek (1929, p. 41n), riconosce la stretta relazione tra la sua impostazione e quella che giunge da Spiethoff. Ed egli giudica tale legame ancora più significativo di quello che possa esserci tra diverse teorie a carattere monetario. Infatti, come egli sottolineato da Steele (2001, pp. 146-147), il punto centrale dell’analisi hayekiana è la distorsione della struttura produttiva, piuttosto che la manipolazione del tasso di interesse. L’espansione monetaria è semplicemente il trigger, una delle possibili molle in grado di innescare il meccanismo ciclico proprio perché in grado di modificare la struttura del capitale. Hayek scrive: «Since the publication of the German edition of this book, I have become less convinced that the difference between monetary and non-monetary explanations is the most important point of disagreement between the various Trade Cycle theories. On the one hand, it seems to me that within the monetary group of explanations the difference between those theorists who regard the superficial phenomena of changes in the value of money as decisive factors in determining cyclical fluctuations, and those who lay emphasis on the real changes in the structure of production brought about by monetary causes, is much greater than the difference between the latter group and such so-called non-monetary theorists as Prof. Spiethoff and Prof. Cassel. On the other hand, it seems to me that the difference between these explanations, which seek the cause of the crisis in the scarcity of capital, and the so-called ‘under-consumption’ theories, is theoretically as well as practically of much more far-reaching importance than the difference between monetary and non-monetary theories».

[78] Hayek (1933, p. 452).

[79] Hayek (1939, p. 32).

[80] Hayek (1929, pp. 81-82) riconosce il ruolo centrale di Spiethoff nell’elaborare una teoria delle fluttuazioni fondata sulle sproporzionalità e sulla scarsità di capitale, ma egli contesta al collega tedesco il fatto di non individuare le ragioni prime di tali fenomeni. «Assuming that the rate of interest always determines the point to which the available volume of savings enables productive plant to be extended – and is it only by this assumption that we can explain what determines the rate of interest at all – any allegations of a discrepancy between saving and investments must be backed up by a demonstration why, in the given case, interest does not fulfil this function. Professor Spiethoff, like most of the theorists of this group, evades this necessary issue». Si veda anche Hayek (1929, pp. 89-90).

[81] Hayek (1939, pp. 32-33).

[82] Kurz (2003, p. 192).

[83] Hayek (1931, p. 94). Si veda anche Steele (2001, p. 145).

[84] Hayek (1929, p. 183).

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La filosofia della proprietà: I parte

Mer, 03/09/2014 - 08:00

Questo saggio, suddiviso in due parti distinte, costituisce la traduzione integrale del primo capitolo di The Philosophy of Ownership” dello studioso libertario Robert LeFevre: un testo imprescindibile per comprendere appieno i principi, la natura e le logiche costitutive della proprietà privata –  qui sublimata nella sua dimensione di realtà ontologica ineludibile – nonché una pietra miliare del libertarismo d’oltreoceano.

Proprietà e diritti di proprietà

Ben raramente si è arrivati a comprendere il senso della proprietà privata, nella sua effettiva portata. Ad ogni modo, tutti gli esseri viventi ne sono coinvolti, non importa se in maniera istintiva o razionalmente. Proprio perché nessun organismo, capace di azione volitiva, può sfuggire all’ esigenza che avverte dentro di sé, del tutto innata, di dar luogo a qualche relazione in cui si estrinsechi la natura proprietaria. Di fatto, la sopravvivenza di tutti gli esseri capaci di coscienza si fonda direttamente su di un qualche tipo di rapporto di proprietà.

Le forme di vita più embrionali sono spinte istintivamente verso il cibo, di cui riescono a disporre e che sono in grado di ingerire. In tal caso, il possesso esprime un rapporto di proprietà.

Le forme di vita complesse sono indotte, in parte per istinto e in parte da processi razionali, a dominare il loro ambiente: il che si verifica quando la proprietà viene acquisita e utilizzata. Insomma, un organismo vivente privo di rapporti proprietari è una realtà del tutto inconcepibile: una vera e propria contraddizione in termini.

L’uomo, il più complesso fra tutti gli esseri viventi, manifesta le più numerose e svariate esigenze di espressione, in relazione alla proprietà. Guidato dalla ragione, ovvero indotto dai pochi, residui istinti rimasti, l’uomo domina il suo ambiente più di ogni altra creatura. La sua assoluta padronanza del contesto operativo è primariamente, se non totalmente, una questione di acquisizione della proprietà e di utilizzo della stessa.

Dal momento che il principale argomento di analisi in questo scritto avrà ad oggetto il benessere degli individui, non occupandoci del benessere degli altri esseri viventi, l’approccio che si intende seguire sarà quello di sviluppare una filosofia della proprietà privata che spieghi i suoi effetti nell’ambito di un contesto umano. E posto che praticamente tutte le lotte per l’esistenza e per il miglioramento delle proprie condizioni di vita hanno a che fare, in maniera diretta o indiretta, con la nozione di proprietà, questa prospettiva filosofica deve necessariamente includere una disamina del ruolo preponderante che la stessa riveste nella vita umana. Ogni filosofia deve comprendere un esame dei fatti e dei principi della realtà, e dacché la proprietà ingloba un ordine di dati fattuali e valoriali di fondamentale rilevanza, nessuna filosofia che possieda del senso pratico può trascurare quest’ambito di analisi. Quasi tutti gli studi filosofici, sino a questo momento, hanno concentrato i propri sforzi ad indagare i regni della teologia, della mistica e della metafisica, nel tentativo di sondare il mistero delle origini della vita e di definire i metodi ed i fondamenti epistemologici della conoscenza: eludendo però al contempo la questione della proprietà o, nella migliore delle ipotesi, rasentandone appena le problematiche inerenti.

Una delle ovvie ragioni di questo disinteresse è da rinvenirsi nell’inveterato assunto in base al quale la proprietà, così come i rapporti ad essa informati, fossero in qualche modo da considerarsi come qualcosa di grossolano e di materialistico. Il desiderio ardente dei primi filosofi consisteva nel tentativo di dispiegare la vera essenza della vita. E la proprietà era intesa, né più né meno, come un ostacolo alla comprensione. Ma questo è probabilmente imputabile al fatto che l’orientamento originario tendeva ad assimilare la proprietà privata alle “cose”, o semplicemente alla sola terra, senza rendersi conto che l’aspirazione e la pulsione all’appropriazione, così come l’ambizione a “possedere”, costituiscono uno degli elementi fondanti della stessa esistenza.

Gli esseri umani non possono fare a meno dei processi orientanti all’identificazione personale e individuale. E l’aspirazione alla proprietà sussume propriamente il concetto di esclusività e di individualizzazione. La proprietà è  pertanto una espressione di questo desiderio. Gli esseri umani ambiscono a disporre di oggetti, passibili di essere ammirati ed apprezzati. Presumibilmente, la stessa nozione di amore, riconosciuta come imprescindibile per la vita dell’uomo, è in qualche modo legata a doppio filo all’impulso profondo del possesso, della padronanza, della disponibilità assoluta, ai fini di tracciare un perimetro di indiscussa esclusività.

Interpretata come l’oggetto, o gli oggetti, di desiderio di possesso dell’uomo, il concetto di proprietà diventa di gran lunga meno importante del desiderio stesso. Disporre dei beni, goderne, possedere, sentirsi padrone e sovraintendere all’utilizzo delle risorse, acquisirle ed utilizzarle, queste motivazioni sono indubbiamente essenziali per l’uomo. Gli oggetti di queste aspirazioni sono mutevoli e sono inevitabilmente connessi ad esse, essendo che differenti tipologie di proprietà servono, in maniera soddisfacente, da obiettivi per il conseguimento dei personalissimi scopi individuali.

Se l’attenzione dei primi studiosi si fosse focalizzata principalmente sulla propensione umana a possedere, forse sarebbero stati in grado di riconoscere la sua fondamentale essenza. Invece, hanno catalizzato i loro sforzi nell’investigare gli oggetti passibili di essere appropriati, le “cose”, le quali rivestivano sicuramente una minore importanza se paragonate all’indagine della natura umana. Così, nei primi tentativi finalizzati a cogliere l’essenza della realtà, l’idea della proprietà, non essendo stata ancora pienamente colta, ingenerava dei continui fraintendimenti. Confondendo in maniera indiscriminata l’oggetto passibile di essere appropriato con l’atto di appropriazione vero e proprio,  si promosse l’elaborazione di sovra-semplificazioni inopportune, se non addirittura di paralogismi. Contestualmente, mentre questi filosofi colsero correttamente il primato dell’uomo in relazione alla proprietà, essi considerarono altresì il suo anelito al possesso come una caratteristica naturale del tutto indesiderabile, che uomini superiori potrebbero e dovrebbero sublimare.

Questo tipo di ragionamento è implicito ne “La Repubblica” di Platone; ragionamento che venne altresì adottato dagli Stoici [1]. Gli Epicurei, che rigettarono il teorema ed anzi lo sovvertirono, erano visti come degli edonisti, ovvero dei volgari sensualisti.

Il Cristianesimo, che ha sicuramente mutuato parecchie idee tanto da Platone, quanto dagli Stoici, promosse  l’idea che la virtù fosse in qualche modo associata alla deprivazione di qualsivoglia forma di proprietà; i poveri si ritrovavano in una posizione favorevole perché non erano stati gravati dalla brama di possesso. Per seguire il Maestro, uno veniva ammonito affinché cedesse tutto ciò che possedeva.

Il Buddismo, che ha preceduto il Cristianesimo, affermava che era il desiderio in sé a costituire uno dei principali problemi dell’uomo. Non è sufficiente abbandonare la proprietà; la disciplina mentale ed emotiva deve essere imposta sino al punto in cui l’individuo reprima ogni desiderio. Il Nirvana, lo stato del nulla trascendente, arriva solo per l’individuo che abbia soffocato ogni anelito, tra cui anche l’anelito al Nirvana stesso.

Dopo che vennero approntanti i primi studi economici e se ne pubblicò la prima opera monumentale [2], l’indagine economica venne definita da Carlyle come “la scienza triste”. Di fatto, che cosa potrebbe esserci di meno stimolante di un’osservazione dei fenomeni fisici della realtà che abbiano a che fare con la produzione e con la distribuzione?

Ma anche gli stessi economisti tendevano a trascurare, nelle loro analisi, l’importanza dell’effettiva accezione di “proprietà”. Ancorché ne fossero completamente assorbiti, come pure dallo studio del suo utilizzo. La maggior parte di loro si preoccupava delle statistiche,  intenti come erano a dimostrare, da un lato, che vi fossero delle leggi naturali che governano il flusso di beni e servizi sul mercato, ovvero, dall’altro, che tali leggi non esistono affatto.
Le critiche degli economisti classici non colpivano comunque nel segno. Essi avevano realizzato che l’agente economico è un soggetto acquisitivo, che i suoi bisogni sono manifestamente illimitati, che egli è destinato a lottare, anzi, deve lottare per le risorse scarse che rendono possibile la sopravvivenza. Ma gli economisti classici, insieme a molti altri, reclamavano la necessità di un ente centralizzato, che disponesse del monopolio della forza, per regolamentare la condotta umana e i rapporti proprietari. Il desiderio di appropriazione dell’uomo era visto tanto come un’assegnazione naturale, quanto come qualcosa che era foriero di troppi pericoli.

In tutto ciò, gli uomini erano classificati sia come produttori e lavoratori, sia come consumatori. Quei pochi che facevano parte della categoria dei capitalisti e degli imprenditori venivano raramente riconosciuti per il ruolo che svolgevano, costituendo meramente delle tipologie specializzate di lavoratori o di consumatori.

Quasi tutti i soggetti economici rivestono entrambi i ruoli, essendo in primo luogo produttori e poi, in seguito, consumatori. I lavoratori, gli imprenditori, i capitalisti – in una parola, i produttori – rappresentano anche la categoria dei consumatori. Ma delle fallacie piuttosto diffuse collocavano i capitalisti e gli imprenditori in una categoria a sé stante, in ragione della presunzione che essi stavano estraendo ricchezza e risorse dal mercato e, quindi, stavano deprivando tanto i lavoratori, quanto i consumatori della loro giusta e meritata piena ricompensa. L’argomento divenne ben presto infuocato e alquanto politicizzato. La riflessione si concentrò sempre meno sulla natura dell’uomo come essere proprietario, e si focalizzò sempre più sulla quantità di beni posseduti e sulle implicazioni sociali e collettive inerenti ad una scarsa dotazione di beni (povertà), piuttosto che ad un’ampia disponibilità di risorse (ricchezza).

 

Primo capitolo di “The Philosophy of Ownership” di Robert LeFevre

Traduzione di Cristian Merlo

 

 

Note

[1] Whitney J. Oates (ed.), The Stoic and Epicurean Philosophers (New York: Random House, 1940).

[2]  Adam Smith, Wealth of Nations (1776).

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Ascesa e declino della società: capitolo III

Lun, 01/09/2014 - 07:00

L’unità della vita sociale

 

Cominciando dall’ovvio — ci devono essere gli uomini prima che ci sia una Società, e ci deve essere una Società prima che ci sia un Governo. Le istituzioni sociali devono essere seminate nel terreno di cui è fatto l’individuo. Pertanto, siamo costretti a chiedere all’individuo, l’unità della vita sociale, di dirci perché socializza, perché diventa politico. I metafisici erano sulla strada giusta quando indagarono la natura del singolo per dare una spiegazione allo Stato, anche se erano distratti dalla loro mentalità teologica. Su questa strada non si trova una risposta positiva, né una risposta che non inizi con ipotesi. Se si guarda l’essere umano dall’esterno forse riusciremo a fare luce sulla questione, senza fare riferimento alla sua composizione spirituale.

Cosa si osserva come una costante nella sua esistenza? A questa domanda non c’è che una risposta: egli è sempre e comunque impegnato a guadagnarsi da vivere. Non possiamo nemmeno pensare ad un essere umano privo di questa preoccupazione. Egli è, fondamentalmente, un ‘”uomo economico” — per usare un termine che viene talvolta usato in modo spregiativo, ma che è più appropriato quando riflettiamo sul fatto che l’attività primordiale dell’uomo è l’esistenza. La sua ricerca economica è radicata in lui come una necessità. Sembra logico supporre, allora, che la Società in cui lo troviamo sempre è o una fase dell’attività, o in relazione con l’attività, da cui non va mai in pensione. Non è allora probabile che, se ci immedesimassimo nei mezzi e nei metodi che impiega per guadagnarsi da vivere, impareremmo che la Società ed il Governo sono escrescenze di questo processo? Forse, dopo tutto, queste istituzioni hanno le loro radici nell’economia. Si tratta di un’ipotesi plausibile, in ogni caso.

L’obiezione che viene sollevata è che l’essere umano sia troppo complesso per essere trattato solo come una creatura vivente. Anche le altre specie che abitano la terra sono a caccia costante dei mezzi per esistere e niente hanno di quello che noi chiamiamo Società e Governo; il meglio che fanno per socializzare è formare un gregge o un branco o uno stormo, organizzazioni del tutto diverse da quelle che qui vengono formalizzate. Questa obiezione, tuttavia, deriva dalla definizione limitata e irreale di “uomo economico” che ne descrive la vita come una mera acquisizione di cibo, vestiario e riparo. Un tale uomo non esiste, o esiste solo sotto la spinta delle necessità.

Per l’uomo, a differenza degli altri esseri viventi, il “guadagnarsi da vivere” comincia solo con l’acquisizione delle cose necessarie: per come egli è costituito, infatti, una volta risolto il problema (o anche prima che sia completamente risolto) la sua immaginazione dà luogo ad altri desideri che, quando gratificati, danno luogo ad ancora altri desideri e così via ad infinitum. Il suo lavoro di “vivere” non ha alcun perimetro fisso. Eppure, la soddisfazione di qualunque desiderio scaturito dalla sua fantasia coinvolge gli stessi mezzi e metodi che egli impiega per garantirsi il necessario. Il libro e il violino vengono alla luce da processi che sono in sostanza gli stessi di quelli applicati per produrre pane e vestiti; tutto ciò che l’uomo vuole coinvolge le dinamiche della produzione.

Quindi, “l’uomo economico” non è un tipo d’uomo speciale e, anche se per motivi di studio potremmo separarlo nel nostro laboratorio mentale da “l’uomo culturale”, “l’uomo religioso” o da quello “militare”, egli è infatti l’unico uomo che utilizza i mezzi economici nella ricerca di qualsiasi “modo di vivere” a cui lo conduca la propria inclinazione o l’opportunità. L’agente catalizzatore di tutte le aspirazioni umane è la produzione.

Cos’è, quindi, la produzione? È l’applicazione del lavoro alle materie prime offerte dalla natura per la realizzazione di cose che soddisfino i desideri umani. Nulla può essere prodotto in qualsiasi altro modo. È vero: esistono, tra le cose desiderate dagli uomini, quelle che apparentemente non comportano l’uso di materie prime e di solito descritte come servizi. Ma anche il cantante ha bisogno di sostentamento e il predicatore nudo potrebbe scoprire come il freddo sia un ostacolo al pensiero. Non vi è alcun servizio desiderabile — come l’assicurazione o l’istruzione — tanto lontano dalla produzione di base da non risultare, ad un esame attento, una suddivisione o ramificazione dell’applicazione del lavoro alle materie prime. Quando si pensa a questo processo, si comprende come tutte le cose tangibili ricercate dagli uomini, quali ad esempio cibo e vestiti, sono in realtà l’istantanea di servizi come quello culinario o di sartoria, e dunque ogni distinzione tra beni e servizi, in senso economico, è accademica.

Il fatto che l’uomo sia sempre dipendente dalle materie prime per vivere, anche nel senso più ampio della vita, lo bolla come un “animale terrestre”. Ma, a questo proposito, tutti gli altri animali sono altrettanto costretti. Quindi, sorge spontanea la domanda: in quale modo l’essere umano, nelle istituzioni sociali che ora ci interessano, è diverso dai suoi vicini che pensano solo a mangiare? Lo è nella misura in cui egli, diversamente da quelli, non dipende da ciò che trova ma ha la capacità di fare uso della natura per promuovere i propri fini. Questa capacità si chiama ragione: la facoltà di estrarre un principio causale da una serie di fenomeni correlati, e di applicarlo ai propri affari.

Per esempio, egli osserva come dalla natura non crescano cibi commestibili ovunque e in qualsiasi momento, ma solo quando e dove il terreno di una data consistenza goda di una certa quantità di sole ed umidità. Imparando questi segreti della natura, li trasforma in formule a cui dà nome di leggi naturali. Poi, facendosi guidare da tali leggi, fa crescere il cibo che vuole: diventa un creatore di abbondanza. E’ quanto i suoi amici animali invece non possono fare.

Siamo soliti dire che l’uomo “conquista” la natura ma in realtà egli, nel raggiungimento dei propri fini, deve la conquista al suo adattamento ai mezzi impiegati dalla natura; non può infatti ottenere i risultati desiderati a meno che non ne impari le leggi e ad esse si sottometta. I popoli primitivi sono tali solo perché non si sono capacitati di queste leggi, mancando quindi nel riuscire a farne uso, ed i fallimenti di ciò che chiamiamo uomo “civilizzato”, in qualunque campo scelga di operare, sono probabilmente dovuti alla sua ignoranza delle leggi della natura o alla sua arroganza nel tentativo di farsi strada violandole. Queste sono, tuttavia, immutabili e sempre presenti; i fallimenti dell’uomo indicano come anch’esse abbiano le loro proprie sanzioni.

L’uomo costruisce una bomba atomica perché ha imparato le leggi fisiche ad essa connesse; l’uomo con questo ordigno distrugge la Società perché non conosce né è disposto a sottomettersi alle leggi sociali che la natura ha scritto nel proprio libro della conoscenza. E’ particolarmente svantaggiato quando dichiara (come fa a volte, in particolare nei settori dell’economia e delle scienze sociali) l’inesistenza di leggi naturali e come l’uomo non sia inibito da tali finzioni; è qui che si mette davvero nei guai.

Date le risorse naturali e la conoscenza delle leggi di natura, guadagnarsi da vivere richiede un dispendio di lavoro. Questo è il prezzo inesorabile della produzione. Ma l’esercizio del lavoro comporta la spiacevole esperienza della stanchezza, qualcosa che l’uomo non vuole. (Siamo preoccupati solo del lavoro speso per scopi economici. Talvolta l’uomo troverà il piacere nello sforzo stesso, come lo trova nel fare una passeggiata. Ed a volte egli “amerà il proprio lavoro”, provando piacere nel farlo, indipendentemente da qualsiasi altro ritorno. L’euforia risultante è la ricerca del profitto, ma egli non lavora per il lavoro in sè.)

Per evitare gli sforzi l’uomo potrebbe, come altri animali, ridurre i propri appetiti alle cose più necessarie, alle cose che rendono possibile l’esistenza e che si possono avere con il minimo sforzo. (Nulla si può avere senza alcuno sforzo.) Egli, tuttavia, non è costituito in questo modo essendo guidato da una curiosità sempre crescente di cercare nuove gratificazioni, e sempre indaga la natura affinché gli dica come  acquisirle con meno lavoro. Inventa dispositivi che diminuiscono il lavoro; spende del lavoro per risparmiare lavoro. Sfrutta il tempo “straordinario” — o del lavoro in eccesso rispetto a quanto è necessario per tenerlo in vita — per produrre cose che gli risparmieranno lavoro nelle sue imprese future o gli permetteranno di migliorare la propria situazione. Chiamiamo queste cose capitale.

Per quanto ne sappiamo, l’uomo è sempre stato un capitalista, un accumulatore di lavoro, e non possiamo concepire un tempo in cui lui non stesse facendo uso di tali concetti. Così, l’ascia di pietra che ha inventato per domare un animale commestibile è diventata, dopo secoli di riflessione e di tentativi e di errori, una mannaia ed i recinti per il bestiame di Chicago. L’accumulo di capitale è sempre stata la carriera dell’uomo: non conosciamo infatti un uomo o una società non-capitalista. In ogni distinzione tra l’uomo primitivo e l’uomo civilizzato, usiamo come metro di giudizio i loro relativi accumuli di capitale e l’uso del capitale.

Una legge naturale viene derivata dall’osservazione dei modi della natura. La sua prima caratteristica è l’invariabilità — succede sempre così, non ci sono eccezioni. E poiché in ogni cosa che fa, sin da quando si ha conoscenza del suo comportamento tanto da non poter nemmeno concepire una deviazione, l’uomo cerca di soddisfare i propri desideri col minimo dispendio di lavoro, potremmo definire quest’ultima come una legge naturale del suo comportamento. Un secondo requisito di una legge naturale è il suo permetterci di prevedere cosa accadrà in futuro: è proprio su questo punto che la legge si qualifica come tale. Noi inventiamo ed usiamo gli elettrodomestici perché sappiamo che ogni casalinga è interessata a risparmiare lavoro; offriamo tangenti agli agenti perché siamo sempre alla ricerca di “qualcosa in cambio di niente” e, se gli agenti accettano le tangenti, è perché preferiscono ottenere le loro soddisfazioni senza dispendio di lavoro. La nostra struttura dei prezzi è interamente basata su quella “legge della parsimonia”.

In effetti, ogni teoria economica deve tenerne conto — e le dottrine sociali che prescindono da questa si dimostrano impraticabili. Quando, ad esempio, viene proposto che gli imprenditori debbano vendere i propri prodotti a meno del costo di produzione, o a meno di quello che altri sono disposti a pagare per essi, ecco che assistiamo alla formazione del cosiddetto “mercato nero”. La nostra reazione immediata al concetto socialista secondo cui gli uomini lavoreranno con poca attenzione ai guadagni, è di considerarlo senza alcun senso; gli esseri umani non si comportano in questo modo.

Ora la Società, il Governo e lo Stato sono istituzioni fatte dagli uomini, e deve essere dato per scontato che anche queste siano espressioni di questa legge del comportamento umano. Se in tutti i suoi compiti egli è sempre motivato da questa avversione al lavoro, perché dovremmo supporre che essa non svolga alcun ruolo nell’organizzazione sociale e politica che si dà? Egli non subisce alcuna mutazione, quando parliamo di società e politica: è ancora lo stesso uomo. Forse, dopo tutto, le sue istituzioni sono, in un modo o nell’altro, analoghe ai meccanismi di risparmio di lavoro. Ha più senso condurre un’indagine sulle sue istituzioni con una tale ipotesi piuttosto che iniziare a postulare l’idea che le sue istituzioni derivino da forze a lui esterne, forze che lo utilizzano come strumento, non come il creatore, come pensano i metafisici ed i socialisti.

In correlazione con questa “legge della parsimonia” c’è un’altra caratteristica costante dell’essere umano, che getta luce sulle sue istituzioni. E’ il fatto che egli sia l’unico animale i cui desideri non sono mai soddisfatti. Egli non evita il lavoro al solo scopo di rifuggire il lavoro in sè: non è pigro. Infatti, lo troviamo ad investire ogni risparmio del lavoro in un nuovo desiderio, uno di cui difficilmente era a conoscenza prima che avesse un surplus di energia da mettervi a disposizione. Quando padroneggia l’arte di entrare in possesso dei mezzi di sussistenza e trova facile tale compito, comincia a pensare alle tovaglie ed alla musica per accompagnare i propri pasti. La sua vita consiste in una salita costante verso altezze più elevate, ad un punto in cui queste sono chiamate lussi o soddisfazioni marginali quali libri, francobolli rari, baseball e Beethoven. I desideri dell’uomo sono illimitati.

Ma ogni nuovo passo nella ricerca di una vita più piena deve essere preceduto da alcuni collegamenti per la messa in sicurezza di quelle cose di cui gode abitualmente, ed i lussi diventano necessità in proporzione alla facilità con cui può averli. Fin dall’inizio dei tempi, per quanto ne sappiamo, l’uomo è stato un risparmiatore di lavoro, un capitalista, non al fine di accumulare energia ma per spenderla verso risultati più grandi. E’ per questo motivo, come vedremo, che la Società diventa il suo habitat naturale.

La “legge della parsimonia” non sostiene che gli uomini soddisfino sempre i propri desideri col minimo sforzo; afferma invece come essi tentino di farlo. L’ignoranza del più breve percorso, del mezzo più semplice, è la ragione del suo prendere la via più lunga. Prima che venisse a conoscenza dell’automobile, il proprietario del carro trainato da buoi doveva prendersi cura delle cose trasportate, ma è stata la sua avversione al lavoro che gli ha fatto inventare questo miglioramento primitivo rispetto al camminare a piedi ed è stato questo stesso stimolo a portarlo all’invenzione dell’automobile; la velocità rappresenta un risparmio di sforzi verso la realizzazione di un risultato. Lo psicopatico ruba perché pensa che sia il modo più semplice per soddisfare i propri desideri, laddove il monopolista scaltro escogita modi per migliorare la propria situazione senza passare per lo sforzo che la concorrenza gli avrebbe imposto. Ogni crimine nel calendario, ogni male sociale, ogni imbroglio dei politici è riconducibile alla “legge della parsimonia”. Così come ogni progresso nelle scienze e nelle arti.

Sarebbe vano moralizzare su questa avversione al lavoro in quanto lavoro: tanto amorale quanto i capelli sulla testa di un uomo. Ma se si guarda alla psicologia umana, si può trovare il germe di un principio etico in questa legge comportamentale. Si scoprirà che il valore che la persona attribuisce a sé stessa è misurato in termini del lavoro che deve impiegare per soddisfare i propri desideri. Il suo ego si espande o contrae in proporzione al costo del lavoro della sua vita.

Così, uno schiavo che dai propri sforzi ricavi una magra esistenza tara su questa la propria disposizione mentale, sviluppando ciò che chiamiamo una psicologia da schiavo: cioè, non si considera di più di quello che ottiene. D’altra parte, il “pezzo grosso” tra i gangster ha una grande stima di se stesso perché, senza alcuna spesa di lavoro, è in grado di vivere nel lusso. L’opinione di sé mantenuta dallo schiavo e dal “pezzo grosso” é condivisa dai rispettivi contemporanei semplicemente perché le loro opinioni di sé sono misurate in modo del tutto analogo. L’ammirazione che accordiamo all’uomo opulento e il nostro godimento riflesso dei lussi del cinema evidenza il meccanismo della “legge della parsimonia”: non è tanto la nostra invidia a essere provocata, poiché questa suscita in noi solo l’emulazione o il furto, quanto piuttosto il fatto che quanto desideriamo sia stato acquisito senza la spesa di alcuno sforzo visibile. E’ il summum bonum.

Ciò premesso, un’economia gestita in modo da fornire un’abbondanza generale, un’economia di abbondanza, deve migliorare l’autostima o il morale di chi ne gode, mentre un’economia di scarsità ha l’effetto opposto; per dirla altrimenti: prezzi bassi (o facilmente accessibili) inducono un aumento dei valori umani, mentre i prezzi elevati (in termini di spesa del lavoro) tendono a deprezzarli. Questo però è un discorso a parte. Il punto è che ci sono conseguenze morali alla “legge della parsimonia”.

Qualsiasi altro attributo l’essere umano introduca nell’ordine sociale di cui è parte integrante, la sua volontà di vivere viene prima nella gerarchia; essa non è semplicemente un aggrapparsi alla vita, ma anche uno stimolo a migliorare la propria situazione e ad ampliare i propri orizzonti. Ciò è innato; il Nirvana, o la negazione del desiderio, è una caratteristica acquisita che richiede un notevole esercizio di volontà. La volontà di vivere è accompagnata dai mezzi e metodi che le sono connaturati — la tendenza ad evitare il lavoro.

La società può essere spiegata da altre caratteristiche umane, come ad esempio il costrutto metafisico, le sue aspirazioni culturali ed il suo desiderio di compagnia, tuttavia queste sono variabili discutibili. Non vi è dubbio circa la persistenza e l’universalità degli attributi sopra citati, che quindi devono essere considerati degli imperativi: in qualunque altro modo cerchiamo di spiegare Società, Governo e Stato, non possiamo ignorare “l’uomo economico”.

 

(Vai al Capitolo II)
(Vai al Capitolo I)
(Vai all’Introduzione)

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Comunicazione di servizio.

Ven, 01/08/2014 - 08:00

Avvisiamo i gentili lettori che lungo tutto il mese di agosto la pubblicazione di articoli sul sito sarà sospesa: tra ferie in famiglia, esami universitari e fidanzate esigenti, la redazione si prende una pausa. La pagina FaceBook dell’associazione resterà tuttavia attiva per l’inserzione di articoli di rilievo selezionati dal nostro archivio.

Con l’augurio di una serena estate da trascorrere coi vostri cari, a rileggervi a settembre!

 

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Deridi il voto

Mer, 30/07/2014 - 08:00

Jesse Ventura, quando non parla dell’11 Settembre, si dimostra molto ragionevole. Descrivendo il sistema bipartitico a Larry King, disse:

La situazione odierna è simile all’andare in un negozio di alimentari, dirigersi verso il reparto delle bevande e trovarci soltanto Pepsi e Coca Cola. Puoi scegliere solo quelle due. Non c’è la Mountain Dew, la Root Beer o l’aranciata. Entrambe sono tipi di cola; una è leggermente più dolce dell’altra, dipende da che parte stai”.

In un’intervista con Newsmax, descrisse i politici all’interno di tale sistema come  wrestler professionisti.

Nel wrestling professionistico, in prima fila davanti alle persone, fingiamo di odiarci tutti e di volerci davvero picchiare a sangue: è per questo che ti pagano, invogliandoti a seguirlo e a comprare i biglietti. È la stessa cosa. Davanti al pubblico e alle telecamere si odiano l’un l’altro, vorrebbero quasi picchiarsi, ma dietro le quinte vanno tutti a cena a fare accordi. E fanno semplicemente ciò che abbiamo fatto anche noi, ridendo durante tutto il tragitto per arrivare in banca. Questo per me è ciò che abbiamo oggi, nel mondo politico odierno, con i due partiti”.

Jesse ha ragione: il nostro sistema politico è una farsa. Quest’anno (2008, McCain vs Obama, ndr), hanno corso per la presidenza un guerrafondaio un po’ socialista contro un socialista un po’ guerrafondaio. Abbiamo due partiti che si dichiarano diversi, ma quando l’Establishment, il Complesso, i nostri padroni nascosti nell’ombra – chiamateli come volete -, vogliono qualcosa, la ottengono. Quando l’Establishment pretese i salvataggi finanziari delle banche contro un’opposizione popolare praticamente universale, li ottenne; quando il Complesso pretese l’immunità per le compagnie di telecomunicazione che spiavano deliberatamente gli Americani, l’ottenne; quando i nostri padroni nascosti nell’ombra pretesero che le truppe d’assalto reprimessero le proteste durante le convention dei partiti, lo ottennero.

Ancorché gli elettori avessero una vera possibilità di scegliere – e anche se i politici seguissero la volontà della maggioranza sulle questioni importanti  – il sistema rimarrebbe ancora, probabilmente, una farsa. Come osservò Agostino, senza giustizia un governo non è altro che una banda di ladri. Questi scriveva in riferimento a dei regni, ma la sua opinione si applica altresì alle democrazie: senza la giustizia, l’abilità dei soggetti di votare per le leggi e dei governanti che ne amministrano l’applicazione, non rende un governo più legittimo di un’ingiusta monarchia. E i padri fondatori di questo paese non credevano che le democrazie fossero molto giuste.

 Come fa notare Walter Williams:

 Spesso sentiamo dire che la nostra nazione è una democrazia. Questa non era la visione dei fondatori. Anzi, costoro consideravano la democrazia come un’altra forma di tirannia”.

 In Democrazia: Il Dio Che Ha Fallito, Hans-Hermann Hoppe scrive che:

 è difficile trovare molti sostenitori della democrazia nella storia della teoria politica. Quasi tutti i più grandi pensatori provavano soltanto disprezzo per essa. Perfino i Padri Fondatori degli Stati Uniti, oggigiorno considerata il modello della democrazia, ne erano strenui oppositori. Senza una singola eccezione, ritenevano che la democrazia non fosse altro che il regno della massa”.

 Per creare un governo giusto, i fondatori stabilirono una repubblica limitata costituzionalmente, in cui il voto popolare fosse soltanto uno dei tanti controlli. In particolare, la parola “democrazia” non appare da nessuna parte nella Costituzione. Oggi però, è una parola sacra. Quando si avvicina il giorno delle elezioni, gli americani seguono coscienziosamente dibattiti insensati, guardano rispettosamente pubblicità nelle quali le celebrità li spingono a “supportare il voto” o altri nonsense simili, e si chiedono compulsivamente l’un l’altro per chi voteranno.

 Il giorno delle elezioni entrano nelle cabine elettorali come se stessero ricevendo la Comunione, per poi passare il resto della giornata indossando adesivi con su scritto “Io Ho Votato”, come se fossero la cenere da mettere sul capo il Mercoledì delle Ceneri. Pat Buchanan definisce la cieca venerazione ed il timore reverenziale di questa forza apparentemente divina, “culto della democrazia”. Inoltre, chiarisce come fu la prospettiva di portare la democrazia nel Medio Oriente che convinse, in ultima istanza, Il Decisore (George W. Bush, ndr.) ad intraprendere la guerra in Iraq. Come siamo passati dalla profonda diffidenza dei fondatori verso il governo della maggioranza alla deificazione della democrazia?

 Una volta, gli esseri umani vivevano in piccoli gruppi ed erano liberi. È vero, la vita era pericolosa, ma nessuno ti diceva cosa fare. Come spiega Philip Jackson:

 Gli uomini potevano cacciare individualmente o in gruppi. Ma quando decisero di cooperare, la leadership non era basata su di un rango ufficiale, ma piuttosto su di un cacciatore che proponeva ad un gruppo di cacciare e di reclutare altri affinché lo seguissero. Nessuno era costretto a seguirlo però, e diverse cacce potevano avere differenti leader in base al relativo carisma dei diversi individui di volta in volta. Le donne necessitavano di minor coordinazione; tra di loro, la leadership sarebbe stata più una questione relativa a chi si fosse rivelata più saggia o più portata a dare consigli quando un bisogno si manifestava”.

 Poi arrivò la grande cospirazione, seguita dalla lunghissima oppressione: più gli esseri umani crescevano in numero ed il cibo diventava difficile da procurare, più i gruppi diventavano tribù e le tribù diventavano veri e propri territori da governare. Un Grande Capo affamato di potere, convinse i leader ad ingannare il popolo per il suo consenso; il Grande Capo vantava un’investitura divina, secondo quanto fu detto alla gente, e forse era addirittura egli stesso di origine divina. Pertanto, i sudditi dovevano obbedire a ciò che ordinava.

 Murray Rothbard (1926-1995), economista, storico e teorico politico, fu una delle più grandi menti del XX Secolo. Forse il più grande risultato raggiunto da Rothbard fu la sua identificazione dell’”intellettuale di corte”. In contrasto con le masse, le quali “non creano le proprie idee, o quantomeno pensano attraverso quelle idee in maniera indipendente”, gli intellettuali sono coloro che formano le opinioni di una società. L’intellettuale di corte è colui che, “in cambio di una quota di soldi sporchi  o di una piccola partecipazione al potere offerta dal resto della classe dirigente, tesse le lodi della guida dello Stato con cui persuade un pubblico fuorviato”.

 Fino al recente passato, la propaganda creata dagli intellettuali di corte era legata alla tradizionale religione. Per citare ancora Rothbard:

 particolarmente potente fra le ancelle intellettuali dello Stato era la casta sacerdotale, che cementava le terribili e potenti alleanze del capo guerriero e del medico, del Trono e dell’Altare. Lo Stato “istituiva” la Chiesa e le conferiva potere, prestigio e ricchezza estratta dai suoi sottoposti. In cambio, la Chiesa consacrava lo Stato con il consenso divino e inculcava tale consenso nella popolazione”.

 Nell’Occidente, il mito del diritto divino dei re dominò sino all’Illuminismo.

 Secondo Keith Preston: “Una delle principali conquiste dell’Illuminismo del 17° e 18° secolo fu la demolizione della nozione del diritto divino dei re”. La parola “illuminismo” può far pensare all’immagine di un uomo seduto nella posizione del loto sulla cima di una montagna, in sintonia con l’universo, ma riguardo a quel periodo, illuminismo non si riferisce ad una visione mistica ma alla realizzazione che molta della saggezza generalmente accettata – incluso il mito del diritto divino dei re – era un cumulo di bugie. Con il coraggio di mettere in dubbio tali bugie e disseminare le proprie conclusioni, gli scrittori illuministi cominciarono una rivoluzione intellettuale che culminò nella Dichiarazione d’Indipendenza.

 Sfortunatamente, nello stesso tempo in cui stavano demolendo un pilastro del vecchio ordine, un altro scrittore – Jean-Jacques Rousseau – piantava i semi del culto della democrazia. Nella visione mistica di Rousseau, una società governata da ciò che chiamava “volontà generale”, ognuno di noi avrebbe messo “la sua persona e tutto il suo potere in comune sotto la suprema direzione della volontà generale e, nella nostra capacità sociale, avremmo preso ogni membro come un’indivisibile parte del tutto”. La sovranità risultante, “essendo formata interamente dagli individui che la compongono, non avrebbe né potrebbe avere alcun interesse contrario a loro stessi; conseguentemente il potere sovrano non avrebbe bisogno di dare garanzie ai suoi soggetti”.  Nel mondo da lui immaginato, “il Sovrano, meramente per la virtù di ciò che è, sarebbe sempre esattamente come dovrebbe essere”.

 James Bovard, che definisce Rousseau “il malvagio profeta dello Stato moderno”, afferma che nel promuovere il suo concetto di “volontà generale”, Rousseau “ha liberato il genio del potere assoluto in nome della sovranità popolare, fino ad allora sconosciuto”.

 Il concetto di Rousseau della volontà generale si è dimostrato irresistibile per i futuri intellettuali di corte, dato che fonde perfettamente la società e lo Stato – un trucco certamente utile. Rothbard scrisse:

Con la susseguente ascesa della democrazia, è comune ascoltare sentimenti espressi che violano virtualmente ogni principio di ragione e buonsenso: ad esempio “lo Stato siamo noi”. L’utile termine collettivo “noi” ha consentito che un camuffamento ideologico tale fosse gettato sulla realtà della vita politica. Se “lo Stato siamo noi”, allora tutto ciò che lo Stato fa ad un individuo non solo è giusto e tirannico, ma anche “volontario” da parte dell’individuo interessato. Se il governo si è gravato di un ingente debito pubblico che deve essere pagato tassando un gruppo a beneficio di un altro, la realtà di quest’onere viene oscurata dicendo che “lo dobbiamo a noi stessi”; se il governo recluta militarmente un uomo, o lo sbatte in galera in quanto dissidente, allora “lo sta facendo a se stesso” e dunque non è successo nulla di deplorevole.

 Osservando il potere del “mito affermare che governiamo noi stessi”, Lew Rockwell scrive: mentre “i re del passato sarebbero stati deposti in un battibaleno se avessero cercato di appropriarsi del 40% dei guadagni del popolo, o se avessero detto loro quali misure deve possedere lo scarico del bagno, o se avessero deciso come le scuole dovrebbero insegnare ogni materia”, gli americani di oggi “chiudono un occhio davanti alle meschine tirannie del nostro tempo”.

 Secondo Bovard, è come se “avere il permesso di votare per dei politici che promulgano nuove leggi ingiuste ed oppressive  magicamente converta le strisce sulle divise carcerarie in emblemi di libertà”.

 Renditene conto, America: non c’è niente di speciale nel 50% più uno. La verità e la giustizia non possono essere determinate da un’alzata di mani; non siamo lo Stato; votare non è un sacramento. E oggi come oggi, quando ci viene concesso di scegliere soltanto fra due candidati approvati dall’Establishment, votare è una presa in giro.

 Voltaire, l’indiscusso leader dell’Illuminismo, usava l’ironia e l’umorismo come due delle sue armi principali e, come ha osservato Robert Ingersoll: “Rideva davanti alle assurdità…”. A permettere che gli scrittori illuministi distruggessero il diritto divino dei re, fu in gran parte l’aver reso tale diritto uno zimbello. È tempo per noi di fare la stessa cosa del diritto divino della maggioranza.

Quest’anno, votate ridendo o state a casa.

Articolo di su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

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Oro, pace e prosperità – Traduzione completa

Lun, 28/07/2014 - 07:00

In coda alla pubblicazione a puntate del trattato di Ron Paul, Gold, Peace and Prosperity, ne mettiamo a disposizione la traduzione integrale in formato pdf liberamente scaricabile dal sito.

La presente comprende una parte inedita: le prefazioni di Henry Hazlitt e Murray Rothbard, tralasciate nella precedente edizione a puntate.

Buona lettura estiva!

 

Per scaricare il file esegui il click sul link seguente: Ron Paul – Oro, pace e prosperità (1981)

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Il ciclo naturale: V parte

Ven, 25/07/2014 - 08:00

V. La nostra teoria integrata del ciclo economico (pre-imitazioni)

Tentiamo una sintesi. Il punto di partenza è dato, come visto, dalla struttura delle preferenze temporali. In un dato momento, ad una certa struttura di preferenze temporali corrisponde una determinata struttura della produzione, cioè un’insieme disomogeneo di combinazioni di fattori produttivi, organizzati dall’azione umana creativa e imprenditoriale al fine di svolgere processi che genereranno, nel tempo, un output. Tale output dovrebbe soddisfare una domanda definita dalla struttura delle preferenze temporali. Tale struttura è riflessa in un tasso di interesse, che appunto ci esprime la magnitudo della preferenza degli agenti economici per i beni presenti rispetto ai beni futuri.

Sarebbe dunque errato iniziare la nostra analisi semplicemente con un’espansione monetaria o con l’abbassamento del tasso monetario d’interesse. Il punto centrale, invece, è la distorsione della struttura produttiva definita dal sistema di preferenze[53], e le ragioni dietro tale modifica.

Whatever causes set them in train, it is the intricate distortion to the structure of production that are ‘the decisive factors in determining cyclical fluctuations’. These, rather than ‘the superficial phenomenon of changes in the value of money’ – by which these distortions can be set in motion – are worthy of the closer attention[54].

Il sistema delle preferenze temporali è, come abbiamo visto, determinato dalle aspettative degli attori del mercato, i quali, seguendo le proprie aspettative, cercano di mettere in azione piani per realizzarle. In un sistema di libero mercato, tale meccanismo di azione è svolto mediante l’incontro dei diversi soggetti, che, appunto, durante il processo acquisiscono nuova informazione e modificano le aspettative. Assistiamo dunque ad un processo di graduale e continuo riadattamento dei piani, nel tentativo naturale che la realizzazione dei propri piani possa ‘incontrare’ la realizzazione dei piani degli altri soggetti.

In un sistema in cui non v’è banca centrale, non esiste un tasso di interesse monetario fissato d’imperio dall’autorità centrale. In tale sistema, in cui vigesse un effettivo libero mercato, esisterebbe semplicemente il tasso naturale, in grado di misurare la struttura delle preferenze temporali, generato dall’incontro sul mercato (domanda e offerta) di consumatori e investitori. Cosa avviene in caso di modifica unilaterale delle preferenze temporali, come ad esempio un incremento del tasso di risparmio? Questa è la situazione in cui i consumatori diventano più future-oriented. È chiaro quindi che si verifica un conflitto tra le preferenze temporali dei consumatori e quelle degli investitori. Ma ciò significa anche che il tasso naturale si muove verso il basso, nel tentativo di orientare al futuro anche i piani degli imprenditori, che sarebbero quindi maggiormente stimolati a mutare la struttura del processo produttivo, iniziando investimenti in beni maggiormente capital-intensive: la discesa del tasso ‘comunica’ agli imprenditori che sono a disposizione nuove risorse per investimenti. Tali investimenti sono finanziati precisamente con il nuovo risparmio. Il nuovo tasso di equilibrio, unico segnale per gli attori del mercato, permette agli imprenditori di modificare le proprie aspettative; esso dice loro che nuove risorse sono disponibili e che investimenti possono essere realizzati in modo profittevole. L’istinto imprenditoriale, tipicamente schumpeteriano ed enfatizzato anche da Spiethoff, permette dunque il riadattamento delle aspettative in modo da armonizzare le preferenze temporali.

Quindi, senza l’interferenza della banca centrale, il tasso naturale, esercitando la sua funzione di trasmettitore di informazioni, permette alla struttura produttiva di adattarsi al nuovo sistema di preferenze temporali. Le aspettative di profitto degli imprenditori, alimentate dall’inferiore tasso di interesse, non sono frustrate perché trovano controparte nel diverso atteggiamento dei consumatori, meno orientati al consumo immediato. In questo caso l’allungamento della struttura produttiva, il ciclo espansivo, è sostenibile proprio perché la libera interazione degli attori non trova interferenza e i piani possono essere adattati. Questo non significa che, nel processo di adattamento, non si possano incontrare errori o che alcune aspettative non vengano frustrate. Purtuttavia, esistono le condizioni perché la trasmissione libera di informazioni permetta di imparare dagli errori e di riorganizzare i piani coerentemente con la nuova situazione. E lo scenario poi sarà in continuo mutamento. Il processo di riadattamento non avviene ‘una volta per tutte’; esso è un processo continuo, mai domo. Purtuttavia, esso può realizzarsi in modo equilibrato solo se il tasso naturale è l’unico segnale per gli attori, cioè se non vengono introdotti segnali divergenti dall’esterno, in grado di malguidare le decisioni e rendendo perpetuo lo scoordinamento delle preferenze, impedendo cioè il libero meccansimo di coordinamento intertemporale dei piani.

Il quadro è molto diverso nel caso in cui accanto ad un tasso naturale esista un tasso monetario fissato da una qualche autorità centrale. In tale scenario il ruolo di segnale giocato dal tasso monetario sovrasta quello del tasso di equilibrio, perché esso è immediatamente pubblicizzato, maggiormente visibile, per gli attori del mercato: esso ‘anticipa’ il meccanismo di scoperta tipico del mercato. Il tasso monetario, dunque, diviene uno dei motori essenziali nel guidare le aspettative e la successiva formazione di piani. Una differenza tra tasso naturale e tasso monetario può quindi, disorientando alcuni agenti, modificare la struttura della produzione senza però che tale modifica rifletta una parallela modifica nelle preferenze temporali. O, altra ipotesi, il tasso monetario può non seguire una modifica unilaterale delle preferenze, interferendo sul processo di adattamento della parte del sistema economico le cui preferenze non sono invece mutate.

Supponiamo ora di partire da una situazione di equilibrio, un ipotetico punto 0 di partenza. Abbiamo un tasso naturale che riflette l’incontro delle preferenze temporali e una struttura della produzione organizzata di conseguenza. Supponiamo ancora che, per caso o per magia, il tasso monetario fissato dall’autorità centrale eguagli il tasso di equilibrio. In tale scenario, uno squilibrio tra tasso monetario e valore d’equilibrio, per cui il primo si trovi ad un valore inferiore rispetto al secondo, inducendo gli imprenditori ad allungare il processo produttivo, può verificarsi in due modi. La prima ipotesi, quella più immediatamente intuibile, è che le autorità centrali diminuiscono il tasso monetario, credendo, come è tipico nel dogma monetarista, che un abbassamento del tasso di interesse inneschi un ciclo espansivo senza rispercussioni negative. In un tale scenario, le aspettative di profitto degli imprenditori si modificano. Essi ritengono più conveniente investire in progetti a lungo termine; tuttavia, come vedremo, le loro scelte sono malguidate da un falso segnale, il quale, ‘nascondendo’ il tasso naturale, non permette al sistema di attivare le necessarie contromisure per la risorgenza delle naturali tendenze all’equilibrio tipiche di un regime di libertà di azione imprenditoriale[55]. Gli imprenditori, a causa della manipolazione del tasso di interesse, diventano più future-oriented, ma non si genera un maggior risparmio, per cui le risorse a disposizione sono fittizie e le preferenze temporali si sono modificate unilateralmente, portando ad un disequilibrio intertemporale delle preferenze; investitori future-oriented e consumatori present-oriented o comunque non future-oriented come gli imprenditori. Un mutamento della struttura delle preferenze temporali avviene sempre in mondo unilaterale, ma quando vi è in gioco il solo tasso naturale tale cambiamento può essere comunicato alla controparte nel mercato. Il tasso monetaria, invece, impedice al tasso naturale di esercitare il proprio ruole di trasmissione di informazione.

Ma la situazione per cui il tasso di interesse monetario si trova al di sotto di quello naturale può verificarsi anche senza l’intervento delle banche centrali. Infatti, il tasso naturale può essere spinto verso l’alto a causa di accresciute aspettative di profitto. L’azione imprenditoriale, per quanto sempre rivolta ad un risultato, può essere determinata anche dal cosiddetto sentiment, dal sentore che certe iniziative potrebbero essere profittevoli. In tale situazione, gli imprenditori diventano future-oriented, innalzando il livello del tasso di interesse e spingendo la domanda di fondi per iniziare processi di produzione più lunghi[56].

It is an apparently unimportant difference in exposition which leads one to this view that the Monetary Theory can lay claim to an endogenous position. The situation in which the money rate of interest is below the natural rate need not, by any means, originate in a deliberate lowering of the rate of interest by the banks. The same effect can be obviously produced by an improvement in the expectations of profit or by a diminution in the rate of saving, which may drive the ‘natural rate’ (at which the demand for and the supply of savings are equal) above its previous level; while the banks refrain from raising their rate of interest to a proportionate extent, but continue to lend at the previous rate, and thus enable a greater demand for loans to be satisfied than would be possible by the exclusive use of the available supply of savings[57].

Nel cercare le ragioni del secondo caso introdotto da Hayek, possiamo trovare un primo collegamento tra l’economista austriaco e Schumpeter.

 

The reasons for this can be of very different kinds. New inventions or discoveries, the opening up of new markets, or even bad harvests, the appearance of entrepreneurs of genius who originate ‘new combinations’ (Schumpeter), a fall in wage rates due to heavy immigration; and the destruction of great blocks of capital by a natural catastrophe or many others. We have already seen that none of these reasons is in itself sufficient to account for an excessive increase of investing activity, which necessarily engenders a subsequent crisis; but that they can lead to this result only through the increase in the means of credit which they inaugurate[58].

Anche in questo caso, tuttavia, la modifiche delle preferenze avviene in modo unilaterale. Se, in presenza di tasso monetario, le banche centrali non riallineano quest’ultimo verso il livello di equilibrio, in modo da stimolare anche la controparte, i risparmiatori, a divenire maggiormente future-oriented, incrementando la quantità di risparmio, la struttura delle preferenze rimarrà non proporzionata e la nuova struttura produttiva intertemporale rifletterà tale squilibrio. In questo caso, dunque, sono le aspettative a modificarsi prima dell’intervento delle banche centrali. Ed è questa enfasi sulle aspettative, e il loro ruolo nella modifica della struttura della produzione, che ci permette di spiegare perché nel 1939, a dieci anni dalla sua prima opera sui cicli economici, Hayek (1939, p. 3) sostiene che «a rate of profit rather than a rate of interest in the strict sense which is dominating» nello spiegare le fluttuazioni. In questo caso, come nel precedente, non è la manipolazione monetaria a giocare il ruolo chiave, in grado di alterare il sistema delle preferenze, scoordinando i piani e la struttura della produzione. Nella prima situazione il ruolo cruciale è dato dal modo, dalla direzione, in cui l’espansione monetaria influisce sulle aspettative. Nel secondo caso, invece, sono le aspettative stesse a far deviare il sistema dall’equilibrio. Il ruolo dell’autorità centrale, in questo caso, sarebbe quello di riallineare il tasso monetario verso l’alto, al fine di permettere un’azione di riequilibrio, in parte scoraggiando la nuova richiesta di fondi prestabili, e in parte aumentando l’offerta monetaria per il mezzo di risparmio aggiuntivo.

La modifica delle aspettative, causata (caso 1) o causa (caso 2) di un tasso monetario al di sotto del livello naturale, è, a ben guardare, parte naturale dell’istinto imprenditoriale enfatizzato da Schumpeter. L’analisi del ruolo imprenditoriale (innovazione) quale elemento fondamentale per innescare un ciclo espansivo, svolta in modo organico da Schumpeter, è del tutto coerente con la nostra analisi. Noi parliamo in modo esplicito del concetto di aspettative: gli imprenditori vedono occasioni di profitto e ne approfittano, hanno cioè aspettative positive, o, altrimenti, sono future-oriented e pronti a rendere il processo di produzione più circolare. Alcuni per rischiare su innovazioni reali, in grado di creargli un vantaggio competitivo. Altri semplicemente imitando sull’onda dell’entusiasmo, come vedremo in seguito. Altri ancora avviando iniziative economiche prive di fondamento.

Torniamo alla nostra analisi e allo squilibrio tra tasso naturale e monetario. La situazione in esame favorisce dunque l’avviamento di grandi investimenti nel settore dei beni di produzione, o beni di capitale, portando l’economia a diventare, in generale, più capital-intensiva, allungando cioè il periodo di produzione[59]. È proprio Hayek l’anello di congiunzione[60] tra l’accento di Mises[61] sul tasso di interesse e la centralità delle sproporzioni create nella struttura della produzione[62].

So far we have not answered, or have only hinted at an answer to the question why, under the existing organization of the economic system, we constantly find those deviations of the money rate of interest from the equilibrium rate which, as we have seen, must be regarded as the cause of the periodically recurring disproportionalities in the structure of production.
[...] It has been shown, in addition, that the primary cause of cyclical fluctuations must be sought in changes in the volume of money, which are undoubtedly always recurring and which, but their occurrence, always bring about a falsification of the pricing process, and thus a misdirection of production[63].

Articolo di Carmelo Ferlito

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Note

[53] Hayek (1929, p. 123).

[54] Steele (2001, pp. 146-147).

[55] Con ciò non intendiamo dire che in una società libera regnino la felicità e l’ordine perfetti. Al contrario. Tendenze allo squilibrio sono sempre in atto. Tuttavia, in una società libera gli attori hanno la possibilità di imparare dai propri errori e si ha la consapevolezza che per il raggiungimento dei propri piani è necessaria un’azione di coordinamento con i piani degli altri individui.

[56] È proprio in ciò giace la maggiore critica di Hayek al suo maestro Mises. Per Mises, la differenza tra tasso naturale e tasso monetario è dovuta sempre alle manipolazioni monetary. Pertanto, nella teoria del ciclo di Mises i disturbi monetari sono di natura esogena. Per Hayek, invece, il punto centrale è la distorsione della struttura produttiva che tale disequilibrio tra i due tassi fa sorgere; inoltre, come visto, la differenza tra i due saggi non è dovuta primariamente alle manipolazioni monetarie, ma alla struttura delle preferenze temporali e al ruolo delle aspettative. Pertanto l’approccio hayekiano può essere definito endogeno. Hayek (1929, pp. 145-148). E Hayek (1931, p. 35) ribadisce che la causa principale delle fluttuazioni va ricercata nei cambiamenti generati nel modo in cui sono usate le risorse produttive.

[57] Hayek (1929, p. 147).

[58] Hayek (1929, p. 168).

[59] Hayek (1931, pp. 35-36).

[60] Il tentative di creare un ponte tra l’approccio monetario Wicksell-Mises e l’analisi Spiethoff-Cassel è esplicitamente menzionato in Hayek (1929, pp. 133-134).

[61] Hayek (1929, p. 116): «The investigations of Professor Mises represent a big step forward in this direction, although he still regards the fluctuations in the value of money as the main object of his explanation, and deals with the phenomena of disproportionality only in so far as they can be regarded as consequences – in the widest sense of the term – of these fluctuations».

[62] Hayek (1929, p. 119).

[63] Hayek, (1929, pp. 139-140).

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Ascesa e declino della società: capitolo II

Mer, 23/07/2014 - 07:00

Da Dio o dalla spada?

 

Lo Stato è previsto dalla natura delle cose? I teorici classici della scienza politica erano convinti di sì. Osservando come ogni agglomerato di uomini noti alla storia abbia visto la partecipazione in una istituzione politica di qualche tipo, e convinti che in tutte le cose umane la mano di Dio abbia svolto un ruolo, hanno concluso che l’organizzazione politica degli uomini abbia goduto dell’avallo divino. Avevano un sillogismo per sostenere la propria ipotesi: Dio ha fatto uomo; l’uomo ha realizzato lo Stato; quindi, Dio ha fatto lo Stato. Lo Stato ha acquisito così una sorta di alone di divinità. Il ragionamento è stato sostenuto da una analogia: è una certezza che l’organizzazione familiare, con il suo capo, sia nell’ordine naturale delle cose, e ne consegue che un gruppo di famiglie, con lo Stato in qualità di padre di tutte, sia un fenomeno altrettanto naturale. Se si verificano carenze nella famiglia, è a causa dell’ignoranza o della malvagità del padre; parimenti se l’ordine sociale soffre l’ansia o la disarmonia è perché lo Stato ha perso di vista le vie di Dio. In entrambi i casi, il pater familias ha bisogno di istruzioni per quanto riguarda i principi morali. Dunque lo Stato, che è inevitabile e necessario, può essere migliorato ma non abolito.

Accettando a priori la naturalezza dello Stato, hanno cercato di trovare la radice dell’istituzione nella natura dell’uomo. Sicuramente, lo Stato appare solo quando gli uomini si riuniscono, e questo fatto potrebbe indicare che la sua origine è insita nella complessità dell’essere umano; gli animali non hanno Stato. Questa linea di indagine ha portato a contraddizioni e incertezze, cosa del tutto comprensibile in quanto le prove della natura dell’uomo si trovano nel suo comportamento morale e questo è ben lungi dall’essere uniforme. Due uomini risponderanno in maniera diversa alla stessa esigenza e almeno uno non seguirà uno schema costante di comportamento in tutte le circostanze. L’ostacolo che gli scienziati politici con mentalità teologica si erano posti di fronte consisteva nell’essersi prefissi di scoprire se lo Stato traesse la propria origine dal fatto che l’uomo sia intrinsecamente “buono” o “cattivo”, e su questo punto non vi è alcuna prova evidente. Da qui le contraddizioni nelle loro conclusioni.

Lungo queste linee, i tre pensatori con cui abbiamo maggiore familiarità, nonostante abbiano avuto i rispettivi predecessori, sono Thomas Hobbes, John Locke e Jean Jacques Rousseau. Come punto di partenza per le loro speculazioni, i tre si sono avvalsi della stessa ipotesi secondo cui ci fu un tempo in cui gli uomini non erano politicamente organizzati e vivevano in una condizione chiamata “stato di natura.” Era una pura ipotesi, naturalmente, poiché se gli uomini si fossero aggirati sulla faccia della terra come isolazionisti ad oltranza, non stabilendo alcun contatto uno con l’altro se non attraverso le mazze, non avrebbero mai lasciato alcuna prova a riguardo. Ci deve essere stata quantomeno un’organizzazione familiare o non saremmo qui a parlare di “stato di natura”.

In ogni caso, Hobbes sosteneva che in questo stato pre-politico l’uomo fosse “brutale” e “cattivo,” sempre in bilico tra la proprietà e la persona accanto a lui. La sua inclinazione predatoria era motivata da una passione smodata verso l’abbondanza materiale. Ma, dice Hobbes, essendo l’uomo dotato fin da principio del dono della ragione, ad un certo punto nel suo stato “naturale” questa gli suggerì che avrebbe potuto fare di meglio per sé, cooperando con gli altri uomini “naturali”. A quel punto entrò in un “contratto sociale” con essi, nei cui termini ciascuno accettava di rispettare un’autorità che lo avrebbe trattunuto dal fare ciò che la propria “natura” lo spingeva a fare. Così apparve lo Stato.

Locke, d’altra parte, è piuttosto neutro nelle sue conclusioni morali: per lui la domanda se l’uomo sia “buono” o “cattivo” è secondaria rispetto al fatto che egli è una creatura di ragione e desiderio. In realtà, afferma Locke, anche quando viveva in uno stato “naturale,” la preoccupazione principale dell’uomo era la sua proprietà, il frutto del proprio lavoro. Fu la ragione a suggerirgli che sarebbe stato più al sicuro, nel possesso e godimento di quella, se egli stesso fosse stato sottoposto ad una agenzia di protezione. Quindi stipulò un “contratto sociale” ed organizzò lo Stato. Locke identifica la tutela della proprietà come la principale attività dello Stato e afferma che, qualora un determinato Stato trascuri tale dovere, sia moralmente giustificabile sostituirlo con un altro, anche con la forza.

Guardando allo “stato di natura”, Rousseau trova che sia un Eden idilliaco, in cui l’uomo era perfettamente libero e quindi moralmente perfetto. C’era solo un difetto in questa vita, altrimenti buona: guadagnarsi da vivere era difficile. Fu per superare le difficoltà dell’esistenza “naturale” che rinunciò ad un po’ della propria libertà ed accettò il “contratto sociale”. Per quanto riguarda il carattere del contratto, trattasi di una fusione della volontà di ogni individuo con quella di ogni altro firmatario in quella che Rousseau chiama la Volontà Generale.

Così, nonostante i tre pensatori restassero in un certo disaccordo sulla natura dell’uomo, dove il seme dello Stato andava ricercato, si trovarono invece d’accordo sul fatto che lo Stato nacque da essa. Va sottolineato come questo tentativo di trovare un’origine dello Stato non fosse il loro scopo primario, poiché ciascuno era interessato ad un sistema politico tutto proprio, e ciascuno riteneva necessario stabilire una genesi in sintonia col proprio sistema. Non servirebbe al nostro scopo attuale discutere le loro filosofie politiche, ma è interessante notare come siano state tutte modellate per adattarsi alle esigenze dei tempi, dando adito al sospetto che le loro teorie per quanto riguarda l’origine dello Stato abbiano risentito di analoghe influenze. Era loro preconcetto comune che lo Stato sia nell’ordine naturale delle cose, Stato a cui Hobbes dà avallo divino. A tal proposito non fecero altro se non seguire la tradizione: nelle riflessioni dei primi cristiani si faceva riferimento all’idea di Stato come alla “Città di Dio,” e Platone parlò del suo Stato come qualcosa “il cui modello risiede nei cieli”.

La moderna scienza politica passa sopra la questione dell’origine, accetta lo Stato come un’entità in funzionamento, formula raccomandazioni per il suo miglioramento operativo. I metafisici del passato attribuivano le carenze di un particolare Stato all’ignoranza o alla disobbedienza delle leggi di Dio. Anche i moderni hanno il loro ideale, o meglio ogni scienziato politico ha il proprio, e ciascuno ha una ricetta personale per realizzarlo: gli ingredienti sono una serie di leggi, più un macchinario di esecuzione. La funzione dello Stato, si presume in generale, è quella di realizzare la Società Buona — non vi è alcun dubbio sulla sua capacità di farlo — e la Società Buona è tutto ciò che lo scienziato politico ha in mente.

In tempi recenti alcuni ricercatori si sono rivolti alla storia per cercare le prove sull’origine dello Stato, sviluppando ciò che talvolta viene chiamata la teoria sociologica dello Stato.

I dati mostrano, essi osservano, come tutti i popoli primitivi si guadagnassero da vivere con uno di questi due modi: l’agricoltura o l’allevamento del bestiame, giacché la caccia e la pesca sembrano essere state marginali in entrambe le economie. I vincoli di queste due occupazioni svilupparono abitudini chiaramente definite e diverse competenze. L’attività di girovagare in cerca di pascoli ed acqua spronò un’affiatata organizzazione di uomini avventurosi, mentre la routine fissa dell’agricoltura non aveva bisogno di organizzazione e necessitava di una piccola attività. La docilità flemmatica dei lavoratori delle varie terre li rese facili prede dei pastori audaci delle colline. La cupidigia suggeriva l’attacco.

In principio, affermano gli storici, l’oggetto dei furti erano le donne, dal momento che l’incesto era tabù molto prima che gli scienziati trovassero un motivo per condannare tale pratica. Il furto delle donne venne seguito dal furto di beni mobili ed entrambi i processi vennero accompagnati dal massacro di maschi e di femmine indesiderate. Ad un certo punto nella mente dei predoni scintillò la verità economica che i morti non producono nulla, e da ciò nacque l’istituzione della schiavitù; i pastori perfezionarono il proprio business portando con sé prigionieri ed assegnando loro lavori umili. Questa economia fatta di padroni e schiavi, sostengono i teorici, è la prima manifestazione dello Stato. Così, la premessa dello Stato è lo sfruttamento dei produttori con l’uso della forza.

Infine, le incursioni di rapina vennero sostituite dal concetto di sicurezza — o l’esazione continua di tributi dalle persone tenute in schiavitù. A volte una tribù più intraprendente assumeva il controllo di un centro di scambi, per imporre dei dazi sui commerci; altre volte pattugliava strade e corsi d’acqua che portavano ai villaggi, riscuotendo pedaggi da carovane e mercanti. In ogni caso fu ben presto evidente che un bottino, in quanto parte di una produzione, sia abbondante tanto quando lo è stata la produzione. Per incoraggiare quest’ultima, quindi, si impegnarono a pattugliare ed a mantenere “la legge e l’ordine”. Non solo sorvegliavano i popoli conquistati, ma li proteggevano anche dalle altre tribù di predoni; infatti, non era insolito per una comunità molestata invitare una tribù guerriera affinché stesse di guardia, ad un certo prezzo. I conquistatori non arrivavano solo dalle colline, perché c’erano anche i “pastori del mare”, tribù la cui pericolosa occupazione le rendeva particolarmente audaci negli attacchi.

Il popolo conquistatore si teneva in disparte dai conquistati, godendo di ciò che più tardi divenne nota come extraterritorialità. Conservava legami culturali e politici con la patria, mantenendo la propria lingua, religione e costumi. Inoltre, nella maggior parte dei casi non disturbava i costumi dei sudditi fintanto che i tributi fluivano. Con il tempo, perché questo è l’esito della vicinanza, le barriere immateriali tra vinti e vincitori si sciolsero e si instaurò un processo di fusione accelerato a volte da una rottura dei legami con la patria, come quando il luogotenente si sentiva forte abbastanza nel nuovo ambiente da sfidare il proprio signore e cessare di dividere il bottino con lui, o quando un’insurrezione di successo in patria lo spodestava. Uno stretto contatto con i conquistati risultò in una miscela di lingue, di religioni e di costumi. Anche se i matrimoni misti non erano visti di buon occhio, per ragioni economiche e sociali, l’attrazione sessuale non poteva essere scoraggiata ed una nuova generazione colmava il divario tramite legami di sangue. Le imprese militari, in difesa della patria ormai comune, aiutarono la fusione.

La mescolanza delle due culture diede luogo ad una nuova, senza perdere quella caratteristica per cui un insieme di costumi e leggi regolamentavano le disposizioni della classe pagante i tributi nei confronti di quella dominante. Necessariamente, queste convenzioni vennero formulate da quest’ultima, con l’intento di congelare il proprio vantaggio economico tramite lascito alla rispettiva prole. Le persone dominate, in un primo momento oppostesi alle estorsioni, avevano da tempo abbandonato la lotta impari e si erano rassegnate ad un sistema di tasse, affitti, pedaggi ed altre forme di tributo. Questo adattamento venne facilitato dall’inclusione di alcune delle “classi inferiori” nel regime tramite incarichi che, spaziando dal portavoce all’ufficiale giudiziario e dall’umile servitore al soldato sotto il comando dei padroni, riuscivano a ingenerare reciproca ammirazione se non rispetto. Inoltre, la codifica delle esazioni portò alla rimozione dalla memoria dell’arbitrarietà con cui erano stati introdotti e li rivestì di un’aura di correttezza. Le leggi fissavano limiti alle estorsioni, rendevano gli eccessi irregolari e passibili di punizioni, stabilendo quindi dei “diritti” per la classe sfruttata.

Se da un lato gli sfruttatori custodivano sapientemente questi “diritti” contro lo sconfinamento da parte dei propri membri più avari, dall’altro gli sfruttati, dopo essersi adattati ad un sistema di estorsione da cui alcuni spesso beneficiavano, ricavarono un senso di sicurezza e di autostima da tale dottrina dei “diritti”. Così, fu attraverso questi processi psicologici e legali che si realizzò la stratificazione della Società. Lo Stato è quella classe che gode della preferenza economica attraverso il controllo dei meccanismi di coercizione. [1]

La teoria sociologica dello Stato non si basa solo sulla testimonianza della storia, ma anche sull’esistenza di due modi in cui gli uomini possono acquisire beni economici: produzione e predazione. La prima prevede l’applicazione del lavoro alle materie prime, l’altra l’uso della forza. Il saccheggio, la schiavitù e la conquista sono le forme primitive di predazione, ma l’effetto economico è lo stesso quando la coercizione politica viene usata per privare il produttore del suo prodotto, o anche quando acconsente al trasferimento della proprietà come prezzo del permesso di vivere. Né la predazione si trasforma in qualcos’altro quando viene compiuta in nome della carità — la formula Robin Hood. In ogni caso, qualcuno gode di ciò che altri han prodotto ed a causa della predazione i desideri del produttore finiscono insoddisfatti, il suo lavoro non corrisposto. Si vedrà come, nel suo aspetto morale, la teoria sociologica si appoggia alla dottrina della proprietà privata, il diritto inalienabile dell’individuo al prodotto del suo sforzo, e sostiene che qualsiasi tipo di coercizione, esercitato per qualsiasi scopo, non aliena tale diritto. Ma torneremo in seguito su questo punto.

Per inciso, a prima vista questa teoria sembra somigliare al detto di Karl Marx secondo cui lo Stato è il comitato direttivo della classe capitalista. La somiglianza è tuttavia solo nelle parole, non nelle idee. La teoria Marxista sostiene che lo Stato in altre mani — la “dittatura del proletariato” — potrebbe abolire lo sfruttamento, ma la teoria sociologica dello Stato (o la teoria della conquista) insiste sul fatto che lo Stato stesso, indipendentemente dalla propria composizione, sia un’istituzione di sfruttamento e non possa essere altro; che si impadronisca della proprietà del titolare dei salari o della proprietà del proprietario del capitale, il principio etico è lo stesso. Se lo Stato prende dal capitalista per dare al lavoratore, o dal meccanico per dare al contadino, o da tutti per migliorare se stesso, viene usata la forza per privare una persona della proprietà che gli spetta di diritto ed in questo senso sta portando avanti lo spirito, se non la modalità, della conquista originale.

Pertanto, anche in caso la cronologia di un dato Stato non inizi con un atto di conquista territoriale, resta il fatto che ne segua un identico modello in quanto le sue pratiche ed istituzioni continuano nella tradizione di quegli Stati che sono passati attraverso il processo storico. Lo Stato Americano non ha avuto inizio con la conquista; gli Indiani non avevano proprietà da cui potevano essere sollevati e, essendo cacciatori di professione, erano troppo intrattabili per essere ridotti in schiavitù. Ma i coloni erano essi stessi il prodotto di una economia di sfruttamento, essendo assuefatti ad essa nelle loro rispettive terre d’origine, che avevano importato ed incorporato nella nuova organizzazione. Molti di loro arrivarono nella nuova terra portando il giogo della schiavitù. Tutti arrivavano da ambienti istituzionali che erano emersi dalla conquista; non ne conoscevano altri, e quando svilupparono le proprie istituzioni trapiantarono semplicemente questi ambienti. Portarono lo Stato predatorio con loro.

Qualsiasi richiesta di informazioni sulla figura dello Stato Americano deve pertanto tener conto della distinzione tra guadagnarsi da vivere con la produzione e guadagnarsi da vivere con la predazione; cioè, tra economia e politica.

 

(Vai al Capitolo I)
(Vai all’Introduzione)

 

NOTE
[1] Questa breve sintesi del contesto storico della teoria sociologica suggerisce le storie del Vecchio Testamento sulla conquista di Canaan da parte degli Israeliti, la storia dell’Inghilterra e dell’Impero Romano. Tuttavia, i fautori principali di questa teoria, Gumplowicz ed Oppenheimer, erano più interessati all’origine dello Stato che al suo sviluppo, e scavarono nelle informazioni sulle tribù primitive di tutto il mondo; ovunque guardarono, scoprirono che l’organizzazione politica iniziò con la conquista.

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Il padre fondatore del capitalismo clientelare

Lun, 21/07/2014 - 08:00

Non appena il governo federale annunciò il suo (iniziale) salvataggio dei plutocrati di Wall Street, immettendo un trilione di dollari “nel sistema”, i difensori dell’iniezione di liquidità tirarono fuori ciò che apparentemente credevano fosse la loro arma segreta: il mito di Alexander Hamilton come presunto inventore del capitalismo americano. Costoro dichiararono che Hamilton avrebbe approvato detta modalità d’intervento. Caso chiuso. Come potrebbe una persona qualsiasi sindacare “l’architetto dell’economia americana”?

Forbes.com pubblicò immediatamente un articolo intitolato “Alexander Hamilton contro Ron Paul” per far passare il concetto che le critiche libertarie mosse all’iniezione di liquidità dovessero essere estromesse dal dibattito, dato che Hamilton fu un così grande statista, se confrontato con il parlamentare Paul e i suoi sostenitori. La versione on line del Wall Street Journal seguì di lì a poco con un pezzo a firma dello storico dell’economia John Steele Gordon in cui si affermava che il nostro vero problema era rappresentato da un settore bancario non abbastanza centralizzato; auspicava un supervisore/regolatore del mercato finanziario; supportava l’iniezione di liquidità; e, ancor più importante, accusava dell’attuale crisi economica… Thomas Jefferson! Jefferson si oppose alla prima banca centrale americana, la banca degli Stati Uniti voluta da Hamilton, ed era un difensore della moneta metallica. È questo tipo di libertarismo e pensiero affine al libero mercato, a detta di Gordon, ad essere la causa dell’attuale crisi.

Ciò che tutta questa convulsa idolatria dimostra è come il mito di Alexander Hamilton rappresenti, in realtà, la prima pietra del sistema americano del capitalismo clientelare finanziato da un enorme debito pubblico e dalla contraffazione legalizzata tramite il sistema bancario centrale. È questo sistema la vera causa dell’attuale crisi – contrariamente ai falsi proclami emessi da Forbes.com e dal Wall Street Journal.

Noi viviamo nella “repubblica di Hamilton”, come ha affermato orgogliosamente lo scrittore Michael Lind. Una volta, George Will scrisse che agli americani può piacere citare Jefferson, ma viviamo nel paese di Hamilton. Tutto vero, ma “non è tutto oro quel che luccica”, come invece  personaggi del calibro di Lind, Will ed altri vorrebbero farci credere. Anzi, semmai vale l’esatto contrario, come argomento nel mio nuovo libro “Hamilton’s Curse: How Jefferson’s Archenemy Betrayed the American Revolution — And What It Means for America Today.”.

Il vero Hamilton

Hamilton era il leader intellettuale del gruppo di uomini che, al tempo dei Padri Fondatori, miravano ad importare in America il sistema di governo mercantilista ed imperialista di stampo britannico. Fintanto che essi si trovarono dalla parte dei “pagatori” del mercantilismo e imperialismo britannici, essi si opposero e  combatterono persino una guerra contro di essi. Ma stare dal lato di chi “raccoglie” era tutta un’altra cosa. È una pacchia essere il re, come direbbe Mel Brooks.

Fu Hamilton a coniare la frase “il sistema americano” per descrivere la sua politica economica di welfare corporativo, tariffe protezioniste, banca centrale e grande debito pubblico, sebbene i suoi discendenti politici, il partito Whig di Henry Clay, resero celebre lo slogan. Hamilton non era ben istruito circa l’economia dei suoi tempi, come affermato da scrittori quali John Steele Gordon. A differenza di Jefferson ,che aveva letto, compreso e supportato le idee economiche di libero mercato di Adam Smith, David Ricardo, Jean-Baptiste Say (invitato da Jefferson all’università della Virginia), Richard Cantillon e Turgot (un busto che lo raffigura si trova ancora all’ingresso della residenza del Monticello), Hamilton  le ignorava o ne era completamente all’oscuro. Al contrario, egli incarnò i miti e le superstizioni mercantiliste inventati dagli apologeti dello Stato mercantilista britannico, quali Sir James Steuart.

Hamilton caldeggiò la causa di un grande debito pubblico – dallo stesso definito “una benedizione pubblica” – non per accreditare governo degli Stati Uniti né per finanziare qualsivoglia progetto particolare di opere pubbliche, bensì per l’idea machiavellica di legare gli interessi dei più facoltosi allo Stato: egli credeva che, essendo detentori di obbligazioni governative, si sarebbero supportati tutti i suoi grandiosi piani per una pesante tassazione ed un governo molto più invasivo di quello a cui si faceva riferimento nella Costituzione. Aveva ragione. Costoro, insieme alle banche di investimento di Wall Street che avevano immesso sul mercato le obbligazioni governative, hanno sempre fornito un supporto politico effettivo alla causa di un più grande governo e tasse più pesanti. Questo è il motivo per cui le banche di investimento di Wall Street si trovavano in prima linea a caldeggiare le immissioni di liquidità, amministrate da un compagno di merende delle loro banche di investimento, il Segretario del Tesoro Paulson.

Hamilton sostenne un grande esercito permanente non perché temesse un’invasione da parte della Francia o dell’Inghilterra, ma perché capì che i monarchi europei avevano usato tali eserciti per intimidire i loro stessi cittadini quando si doveva procedere alla riscossione delle tasse. A riprova di ciò, basti pensare che Hamilton  guidò personalmente qualcosa come 15000 coscritti in Pennsylvania dell’Ovest (con George Washington) allo scopo di reprimere la famosa rivolta del whiskey. Egli fu infine messo in carica dell’intera spedizione e radunò due dozzine di oppositori alla tassa, pretendendone l’impiccagione. Tuttavia, questi vennero tutti assolti da George Washington, provocando in Hamilton un sommo dispiacere.

In una pubblicazione intitolata “Una storia della banca centrale in America” (“A History of Central Banking in America”), la Fed etichetta orgogliosamente Hamilton quale suo padre fondatore, vantandosi delle abilità di quest’ultimo al punto da fargli ricoprire persino la carica di presidente della Fed. La First Bank degli Stati Uniti, a cui si opposero Jefferson e Madison, causò il 72 percento di inflazione nei suoi primi cinque anni di operatività, come scrisse Murray Rothbard in A History of Money and Banking in the United States. Nel 1811 non le fu rinnovato il mandato, venendo tuttavia “riesumata” dal Congresso nel 1817, creando il primo ciclo di boom-and-bust americano, che portò al Panico del 1819 – titolo di un altro dei grandi lavori di Rothbard sulla storia economica americana.

Dopo aver generato per anni corruzione politica ed instabilità economica, la banca di Hamilton vide la fine dei suoi giorni negli anni ’40 del XIX secolo, per merito del presidente Andrew Jackson, il quale diede vita al ventennio che va sotto il nome di era del “free banking”. Il sistema bancario centrale di stampo hamiltoniano fu riportato in auge una volta ancora negli anni ’60 dello stesso secolo con i National Currency Acts. Questo è un importante motivo per cui alcuni storici hanno etichettato i decenni del dopoguerra (NdT: guerra di secessione, o, meglio, guerra per l’indipendenza del Sud, come specificato nell’articolo “Il vero Lincoln e le bugie di Spielberg, I parte, di Damiano Mondini) come un periodo di “egemonia hamiltoniana”.

Quando Anna Shwartz, Micheal Bordo e Peter Rappaport esaminarono, in una pubblicazione accademica, questo precursore della Fed, conclusero che quella fu un’era caratterizzata da “instabilità monetarie e cicliche, quattro “corse agli sportelli” bancari, frequenti crisi della borsa ed altre anomalie finanziarie” (cfr. il paper in Claudia Goldin ed., Strategic Factors in Nineteenth-Century Economic Growth). Naturalmente, la risposta del governo a tutto questo panico economico ed instabilità causati dal sistema bancario centralizzato fu di creare un sistema bancario ancora più centralizzato con il Federal Reserve Act.

Hamilton è forse meglio conosciuto tra gli economisti per il suo Report on Manufactures. William Graham Sumner, nella sua biografia su Hamilton del 1905, affermò che il report di Hamilton sosteneva “il vecchio sistema del mercantilismo di scuola inglese, rigirato ed aggiustato alla situazione degli Stati Uniti”. Thomas Jeffesron scrisse inoltre che gli “schemi” di Hamilton per il protezionismo, il welfare corporativo ed il sistema bancario centrale erano “i mezzi con cui il corrotto sistema di governo britannico poteva essere introdotto negli Stati Uniti”: aveva ragione.

Sumner scrisse che la reputazione di Hamilton di grande esperto di economia e finanza è stata enormemente esagerata; aggiungendo, inoltre, che il pensiero economico di Hamilton era caratterizzato da “confusione e contraddizioni” e lo stesso era “offuscato dalle nebbie del mercantilismo”. Sfortunatamente per noi, notò Sumner, tutte le cattive idee di Hamilton “fornirono un arsenale ben accolto dai politici” che gli succedettero.

All’assemblea costituente Hamilton propose di istituire un presidente permanente che avrebbe potuto incaricare tutti i governatori degli Stati e dotato di potere di veto su tutte le legislazioni statali. I suoi oppositori, correttamente, interpretarono tale proposta come un’anticamera della monarchia e, peggio ancora, una monarchia basata sul mercantilismo. La ragione per consolidare tutto il potere politico prima nel governo centrale e poi nelle mani di un solo uomo – il presidente permanente – andava ricercata nell’idea di un impero mercantilista americano, pianificato centralmente e controllato senza troppi oppositori, come i manifestanti contro le tasse o i liberoscambisti che risiedevano nei vari Stati. Hamilton (e i suoi eredi politici) compresero che una uniformità nazionale forzata è l’unica strada percorribile in cui tale schema di pianificazione centrale avrebbe potuto funzionare. I socialisti del XX secolo lo compresero altrettanto bene.

Il mercantilismo di Hamilton è essenzialmente il sistema economico e politico sotto il quale gli americani hanno vissuto per diverse generazioni fino ad oggi: un presidente – come un re – che governa per mezzo di “ordini esecutivi” ed ignora qualsiasi vincolo costituzionale ai suoi poteri*; dei governi statali più simili a marionette nelle mani del governo centrale; un welfare corporativo fuori controllo, specialmente alla luce del più recente oltraggio, il plutocrate progetto di legge per il salvataggio di Wall Street; un debito nazionale di 10 mila miliardi di dollari (70 miliardi di dollari, se si considerano le passività del governo non finanziate); un perpetuo ciclo di boom-and-bust causato dagli pseudo maghi di Oz pianificatori centrali della Fed; una costante aggressione militare in giro per il mondo che sembra solo favorire appaltatori della difesa ed altri beneficiari dell’apparato militare; e più di metà della popolazione comprata con sussidi di ogni genere immaginabile per supportare la crescita senza fine dello Stato. Questa è la maledizione di Hamilton scagliata sugli Stati Uniti, una maledizione che deve essere esorcizzata se si vuole avere una qualsivoglia speranza di resuscitare la prosperità e la libertà americane.

Articolo di Thomas J. DiLorenzo su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

Note

Si fa riferimento qui alla Costituzione degli Stati Uniti. Essa, infatti, è nata cercando di limitare il potere dello Stato (http://catallaxyinstitute.wordpress.com/2013/08/09/obama-le-disuguaglianze-e-lidea-stessa-dellamerica/). La costituzione italiana è invece intrisa di positivismo giuridico, come nota Giovanni Birindelli nei suoi articoli (p.e., http://catallaxyinstitute.wordpress.com/2013/07/11/la-cultura-del-privilegio-non-e-altro-che-la-cultura-della-legalita/)

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Il ciclo naturale: IV parte

Ven, 18/07/2014 - 08:00

IV. Le aspettative come ponte ‘austriaco’: imprenditorialità e imitazione in Schumpeter

 

Il percorso intellettuale ed umano di Joseph A. Schumpeter è sicuramente tra i più interessanti nell’ambito della storia del pensiero economico. Gli studiosi si sono soffermati, non certo a torto, soprattutto sugli elementi di discountinuità tra il suo pensiero e la tradizione austriaca[24], enfatizzando invece le sue affinità con la riflessione tedesca. Noi invece cercheremo di far emergere alcuni elementi dell’analisi schumpeteriana in grado di completare, piuttosto che di contraddire, la teoria austriaca del ciclo economico. Per far ciò non possiamo tenere conto semplicemente dell’analisi ciclica sviluppata in Schumpeter (1939, 1964); è invece necessario risalire ad alcuni punti chiavi evidenziati in Schumpeter (1911).

L’elaborazione di una compiuta analisi del ciclo economico è un processo che si compie in Schumpeter in trent’anni di riflessione teorica. Sin dalla giovinezza egli ha a cuore la preoccupazione di sviluppare una teoria in grado di interpretare i processi economici reali tipici della dinamica capitalistica. Ma nella sua opera centrale della giovinezza, Theorie (1911)[25], l’accento non è ancora sulla dinamica ciclica. Egli si concentra sugli elementi in grado di generare sviluppo[26], ovvero «lo spontaneo ed improvviso mutamento nei canali del flusso, la perturbazione dell’equilibrio che altera e sposta lo stato di equilibrio precedentemente esistente»[27]. Ed egli individua nella funzione imprenditoriale, generatrice di innovazione, l’elemento chiave per lo sviluppo. Lo sviluppo generato da innovazioni sarà poi il fulcro della sua analisi ciclica nel 1939[28].

Lo sviluppo è il fatto essenziale della realtà capitalistica; ma da cosa esso è messo in moto? Da un’innovazione, intesa in senso più ampio di quello che generalmente noi attribuiamo a questo termine; l’innovazione è l’introduzione, discontinua, di «nuove combinazioni»[29]. L’innovazione non implica un cambiamento tecnologico in senso stretto, così come non implica necessariamente lo sfruttamento di risorse inutilizzate. Ma, se l’innovazione è il fattore che permette lo scaturire dello sviluppo, due soggetti fondamentali permettono all’innovazione stessa di divenire in essere; essi sono l’imprenditore e il banchiere. In particolare, l’imprenditore non è colui che inventa, non è necessariamente uno scienziato, ma colui che vede la possibilità di applicazione dell’invenzione al processo produttivo, permettendo dunque all’invenzione stessa di farsi innovazione (l’invenzione, di per sé, potrebbe essere assolutamente irrilevante ai fini dello sfruttamento economico).  Il banchiere, invece, è colui che permette all’imprenditore di ottenere i mezzi per la realizzazione dell’innovazione, avendo egli la funzione fondamentale di creare potere d’acquisto.

Tra Theorie e Business Cycles Schumpeter effettua un profondo cammino teorico e metodologico. Pur tenendo fermi alcuni punti saldi dell’elaborazione teorica precedente, egli matura una visione più complessa, in cui il ruolo delle innovazioni si svincola dall’azione imprenditoriale, vista l’evoluzione oligopolistica del sistema capitalistico, e diviene l’elemento centrale della dinamica ciclica.

Per Schumpeter l’andamento ondulatorio (ciclo) è la forma che lo sviluppo economico assume nell’era del capitalismo. Ma, presupponendo di partire da un qualsiasi punto di equilibrio statico, cosa mette in moto l’andamento ciclico? Schumpeter individua cause esterne e cause interne al sistema economico; a proposito delle prime (guerre, terremoti, ecc.) l’economista non può dire nulla, mentre le seconde sono proprio le innovazioni, che, essendo un elemento tipicamente economico, possono finire sotto la lente dello scienziato economico[30]. Schumpeter delinea la sua teoria del ciclo economico attraverso tre approssimazioni.

Per quanto riguarda la prima, supponiamo di partire da una situazione di perfetto equilibrio statico, in cui valgano le ipotesi di concorrenza perfetta, di costanza della popolazione, di assenza di risparmi e tutto il necessario per rispondere ai requisiti del flusso circolare[31] (una situazione di equilibrio siffatta è chiamata da Schumpeter «norma teorica»[32]). Si assume anche che, nel modello della società capitalistica, vi saranno sempre possibilità di nuove combinazioni e persone capaci e disposte a realizzarle (la motivazione è costituita dalla prospettiva del profitto).

Certuni, dunque, progettano e realizzano, più o meno celermente, dei piani di innovazione, associati con varie anticipazioni di profitto, e si predispongono per affrontare gli ostacoli connessi con cose nuove e sconosciute […] supponiamo che quell’uomo trovi una nuova impresa, costituisca un nuovo impianto e commissioni nuove attrezzature alle imprese esistenti. Quanto ai fondi necessari, se li fa prestare dalle banche. Ritira poi il denaro dal saldo monetario così ottenuto, sia per rilasciare assegni a coloro che gli forniscono merci e servizi, sia per disporre del liquido occorrente a pagare queste forniture. […] egli distoglie dalle precedenti destinazioni le quantità di beni di cui ha bisogno proprio mediante la sua domanda di beni d’investimento. Altri imprenditori lo seguono, e dopo di essi altri ancora in numero crescente, sulla strada dell’innovazione, che diventa sempre più facile per quelli che vengono dopo, grazie all’accumularsi delle esperienze e alla scomparsa degli ostacoli[33].

Cosa osserviamo nell’esplicarsi di quanto sopra esposto? In primo luogo, Schumpeter suppone che gli imprenditori spendano subito i loro depositi, eccetto una riserva minima. Secondo, non essendovi all’inizio risorse inutilizzate (per l’ipotesi del flusso circolare), i prezzi dei fattori di produzione aumenteranno, e così anche i redditi monetari e il tasso di interesse. Terzo, anche le entrate aumenteranno, in corrispondenza con le spese degli imprenditori in beni d’investimento, con quelle dei lavoratori, momentaneamente impiegati ad un salario più elevato, e con quelle di coloro che ricevono tutti quei maggiori pagamenti[34]. Tuttavia, fino a questo punto, è lecito supporre che ancora non ci sia un aumento della produzione[35]. Ciò è quanto accade fino a quando comincia a funzionare l’impianto del primo imprenditore[36].

Allora il quadro cambia. Le nuove merci – e cioè i nuovi beni di consumo – entrano nel mercato. Se tutto procede secondo le previsioni, vengono portate via immediatamente, proprio a quei prezzi ai quali l’imprenditore si aspettava di venderle […] Un flusso di entrate affluirà sul conto dell’imprenditore, a un saggio sufficiente per ripagare, nel corso della vita utile dell’impianto e delle attrezzature inizialmente acquistate, il debito totale contratto, più gli interessi, e per lasciare un profitto all’imprenditore. […] le nuove imprese, entrando in funzione una dopo l’altra e immettendo i loro prodotti nel mercato dei beni di consumo, aumentano la produzione totale dei beni di consumo […][37].

Tali nuove merci, secondo Schumpeter, entrano nel mercato ad un ritmo troppo sostenuto per essere assorbite senza scosse. In particolare, sono le vecchie imprese, le inseguitrici, che hanno davanti a loro diversi scenari possibili, non prospettabili secondo una regola fissa: alcune si inseriscono in nuovi scenari, altre muoiono non potendosi adattare, altre ancora cercano una razionalizzazione[38]. Tuttavia, anche il vantaggio competitivo dell’impresa trainante tende a smorzarsi, visto che, via via che i prodotti entrano sul mercato e i rimborsi dei debiti aumentano quantitativamente d’importanza, l’attività imprenditoriale tende a diminuire fino a scomparire del tutto[39]. Appena la spinta imprenditoriale cessa di agire, il che allontana il sistema dalla sua precedente zona di equilibrio, il sistema s’imbarca in una lotta verso un nuovo equilibrio. Vediamo quindi il primo delinearsi di uno schema ciclico[40].

Guardandone la struttura, si vede l’immagine di un particolare processo nel tempo, che evidenzia le relazioni funzionali tra le sue parti costitutive e che è autosufficiente sotto il profilo logico. Inoltre, questo processo di cambiamento o evoluzione economica procede per unità, separate una dall’altra da zone di equilibrio.
Ciascuna di queste unità, a sua volta, consiste di due diverse fasi, durante la prima delle quali il sistema si allontana da una posizione di equilibrio sotto la spinta dell’attività imprenditoriale, mentre durante la seconda si avvicina a un’altra posizione di equilibrio. Ciascuna di queste due fasi è caratterizzata da una particolare sequenza di fenomeni. E’ sufficiente che il lettore pensi a quali sono questi fenomeni, per scoprire che sono esattamente esprimibili con i termini «prosperità» e «recessione»: nel suo funzionamento, il nostro modello riproduce proprio la sequenza di eventi osservati nel corso di quelle fluttuazioni della vita economica, che sono chiamate cicli economici e che, nel linguaggio dei diagrammi, presentano l’immagine di un movimento ondulatorio e oscillatorio, sia in valore assoluto che nei saggi di variazione[41].

Alcune importanti osservazioni discendono da questo primo abbozzo:

-  il progresso rende instabile il meccanismo economico e lo fa muovere secondo un andamento ciclico[42];

-  la prosperità e la recessione non coincidono con i connotati di benessere e miseria che normalmente gli vengono attribuiti; la prosperità, inoltre, è un allontanamento da una situazione di equilibrio, mentre la recessione è un riavvicinamento; ciò appare distante da quanto normalmente inteso[43];

-   nulla nello schema indica un qualche tipo di conclusione circa la regolarità dei cicli; la durata dipende per lo più dall’intensità dell’innovazione, pertanto il processo ciclico è strutturalmente irregolare[44].

Ecco invece il ragionamento che ci conduce all’analisi del ciclo di seconda approssimazione. Se le innovazioni sono incorporate in nuovi impianti e attrezzature, la spesa per beni di consumo aumenterà almeno tanto in fretta quanto la spesa in beni d’investimento. Entrambe si espanderanno partendo da quei punti del sistema su cui avevano esercitato il primo impatto e creeranno quell’insieme di situazioni economiche, cui diamo il nome di prosperità. Di qui il registrarsi di due fenomeni: primo, le vecchie imprese reagiranno a questa situazione e, secondo, numerose di esse vi speculeranno. Coloro che vogliono approfittare della situazione, speculando, agiranno assumendo che i saggi di cambiamento da loro osservati debbano continuare all’infinito; tale atteggiamento anticiperà la prosperità, provocando un boom[45]. In tal modo il credito non sarà limitato ai soli imprenditori e saranno creati depositi per finanziare la generale espansione: ogni prestito ne fa sorgere un altro, così come inizia una successione di aumenti nei prezzi. A questo punto entrano nel quadro quelle transazioni che, per diventare possibili, presuppongono un incremento, effettivo o atteso, dei prezzi. Si ha così, nel processo ciclico, l’insinuarsi di un’ondata secondaria, i cui effetti si sovrappongono a quelli dell’ondata primaria[46]. Le conseguenza della nuova ondata sono anche più visibili delle prime, giacché è più facile osservare l’incendio in espansione che la torcia che l’ha appiccato. A causa di questa difficoltà, spesso si individua nella speculazione la causa del ciclo, mentre si trascura l’innovazione che l’ha provocata, proprio perché di più difficile individuazione[47].

Anche nella prosperità secondaria la rottura è indotta da una svolta del processo sottostante. Qualsiasi stato di prosperità, per quanto idealmente limitato ai processi primari essenziali, comporta un periodo di fallimenti che, oltre a eliminare le imprese obsolete al di là di qualsiasi possibilità di riadattamento, determina anche un doloroso processo di riaggiustamento dei prezzi, delle quantità e dei valori, via via che emerge la cornice di un nuovo sistema di equilibrio[48]. Nella prosperità secondaria prendono forma anche iniziative azzardate, fraudolente, o comunque sfortunate, che non reggeranno alla prova della recessione (imprenditori definiti imitatori e speculatori, coloro che semplicemente seguono la situazione di cambiamento). La posizione speculativa comporta molti elementi insostenibili, che il deterioramento anche minimo del valore degli altri elementi collaterali farà cadere. Quindi buona parte degli affari correnti e degli investimenti subiranno una perdita appena i prezzi cadono, come essi faranno senz’altro in virtù del processo primario. Anche una parte della struttura debitoria crollerà. Se a prevalere in questo caso sono panico e crisi, diventano necessari ulteriori aggiustamenti: i valori cadono e ogni caduta porta con sé un’ulteriore caduta. Per un certo periodo l’aspettativa pessimistica può giocare un ruolo decisivo, anche se poi non regge se non suffragata da elementi oggettivi[49].

Va dunque delineandosi uno schema ciclico a quattro fasi (ricordiamo che nella prima approssimazione trovavamo solo prosperità e recessione): prosperità, recessione, depressione, ripresa:

Ogni volta che assume un significato quantitativamente rilevante, questa categoria di fatti [l’ondata secondaria, N.d.A.] ha un’influenza determinante sul nostro schema. Finché non ne abbiamo tenuto conto, si avevano solo due fasi – «prosperità» e «recessione» – in ogni unità del processo ciclico. Ma ora noi vediamo che, sotto la spinta dell’ondata secondaria e della speculazione al ribasso da essa indotta, il nostro processo, probabilmente, ma non necessariamente, oltrepasserà (di regola, ma può anche rimanervi al di sotto) la zona d’equilibrio verso la quale stava muovendo. E attraverserà una nuova fase, che non c’era nella prima approssimazione, e che sarà definita con il termine di «liquidazione abnorme», per via del fatto che si ha una revisione verso il basso dei valori e una caduta delle operazioni, le quali si riducono – spesso in modo casuale – al di sotto del livello di equilibrio. Mentre durante la recessione c’è un meccanismo che cerca di portare il sistema verso l’equilibrio, ora si sviluppa un nuovo squilibrio: il sistema si allontana di nuovo dalla zona di equilibrio, come faceva nel periodo di prosperità, ma sotto l’influenza di una diversa spinta. Riserviamo a questa fase il termine «depressione». Quando la depressione ha seguito il suo corso, il sistema comincia a riprendere la sua strada verso una nuova zona di equilibrio. Questa è la nostra quarta fase, che chiameremo «ripresa» o «recupero». Ricomincia allora l’espansione fino ai valori d’equilibrio[50].

Abbandonando l’ipotesi che l’innovazione osservata sia la prima della storia, dobbiamo concludere che ogni fase ciclica attualmente osservabile, e storicamente collocabile, porta con sé gli effetti delle ondate precedenti e influenza quelle successive.

La terza approssimazione scaturisce dalla constatazione che le innovazioni siano alla radice delle fluttuazioni cicliche rende impossibile pensare che esse formino un unico movimento ondulatorio, perché i periodi di gestazione e di assorbimento degli effetti da parte del sistema economico non sono di solito eguali per tutte le innovazioni intraprese in qualsiasi momento[51].

Ai nostri scopi è fondamentale enfatizzare l’elemento caratteristico della prosperità secondaria: le imitazioni e il loro ruolo nel gonfiare ulteriormente il processo di crescita. Come riconosciuto da Lachmann (1986, p. 15), forse il più schumpeteriano degli austriaci, un «competitive process taking place within the market for a good consists typically of two phases, and in it the factors of innovation and imitation may be isolated as iterative elements»[52]. La fase espansiva del ciclo è sempre caratterizzata dall’allungamento della struttura della produzione, allungamento che avviene a causa di investimenti solitamente legati ad uno specifico settore dei beni di capitale, quello a cui sono legati le crescenti aspettative di profitto, a loro volta stimolate da una certa politica del credito o dal mutamento delle preferenze temporali. Il successo dei primi investimenti, quando il processo di liquidazione ancora non è all’orizzonte, modifica le informazioni e le aspettative di molti altri soggetti, attraendo imitatori, i cui investimenti aggiuntivi, finanziati solitamente dal credito, contribuiscono ad intensificare la magnitudo dell’espansione.

 

Articolo di Carmelo Ferlito

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

Link alla terza parte

Note

[24] Si pensi semplicemente al fatto che Schumpeter, nel 1925, ottiene la cattedra all’Università di Bonn a spese di Mises e grazie all’amicizia con Spiethoff. «Bonn conquered!» è l’espressione giubilante che Schumpeter telegrafa alla fidanzata. Si veda Nasar (2011, p. 271).

[25] Schumpeter (1911).

[26] Lo sviluppo nella visione schumpeteriana va distinto assolutamente dalla crescita, che può verificarsi anche in stato stazionario, in quanto contraddistinta da assenza di mutamenti strutturali. Si veda a tal proposito anche Lachmann (1940, p. 271).

[27] Schumpeter (1911, p. 66).

[28] Schumpeter (1964; 1939).

[29]  Per un elenco completo delle innovazioni contemplate dall’economista austriaco si veda Schumpeter (1911, p. 68).

[30] Schumpeter (1964, pp. 96-97).

[31] Schumpeter (1964, p. 161).

[32] Schumpeter (1964, pp. 62-70).

[33] Schumpeter (1964, p. 161).

[34] Schumpeter (1964, p. 162).

[35] Schumpeter (1964, p. 163).

[36] Schumpeter (1964, p. 163).

[37] Schumpeter (1964, pp. 163-164).

[38] Schumpeter (1964, p. 165).

[39] Schumpeter (1964, p. 166).

[40] Schumpeter (1964, p. 170).

[41] Schumpeter (1964, pp. 170-171).

[42] Schumpeter (1964, p. 170).

[43] Schumpeter (1964, p. 174).

[44] Schumpeter (1964, p. 175).

[45 Schumpeter (1964, p. 177).

[46] Schumpeter (1964, p. 178).

[47] Schumpeter (1964, p. 178).

[48] Schumpeter (1964, p. 180).

[49] Schumpeter (1964, p. 181).

[50] Schumpeter (1964, pp. 181-182).

[51] Schumpeter (1964, pp. 195-196).

[52] Si veda anche Lewin (1997, p. 15).

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Il cibo e l’arte del commercio

Mer, 16/07/2014 - 08:00

Una delle mie attività preferite per occupare il tempo libero è quella di navigare sulla pagina internet della galleria d’arte, che fornisce splendide copie di “antichi maestri” d’arte dall’XI al XIX secolo. Non sono un critico d’arte, ma mi piace ciò che queste opere dicono riguardo alle epoche e alla società in cui esse apparvero. I dipinti presentati in questo sito sono di santi, peccatori, nobili e contadini – e la maggior parte delle scene sono prese dalla mitologia antica e dalla Bibbia.

I dipinti in passato erano beni di lusso, quindi non sorprende che la maggior parte di essi rappresenti scene che non hanno nulla a che fare con la vita dell’80-90 percento della popolazione. Solo in rari casi vediamo scene che caratterizzarono la vita di chiunque. Tra queste, ci sono quelle molte dozzine che raffigurano ambientazioni commerciali, come quella usata nell’intestazione dei Libertarian Papers.

Ci sono diversi tipi generali di scene di commercio: navi che trasportano pesci nel porto, le nature morte di beni che vengono commerciati, le scene di grandi mercati e le dispense. Essi offrono una speciale emozione a qualsiasi amante del commercio. Questa è la vita in condizioni normali. Questi sono i mezzi di sostentamento. Questo – e non il lusso dei re e degli aristocratici privilegiati – è il modo in cui le persone comuni si sono create il loro spazio nel corso della loro vita.

Il principale soggetto è, ovviamente, il cibo. È il primo livello che riguarda ogni società di ogni periodo storico in qualsiasi luogo. Poi vengono i vestiti e le dimore. Infine, giunge nuovamente il cibo.

Mises, in Liberty and Property, descrisse correttamente lo stato della persona comune dell’era precapitalistica:

Il numero di persone per cui c’erano lavori regolari nell’agricoltura, nelle arti e nell’artigianato era limitato. A queste condizioni, più di un uomo, per usare le parole di Malthus, doveva scoprire che “al poderoso banchetto della natura lui non è incluso” e che “ella gli dice di stare lontano”. Ma, ciò nonostante, alcuni di questi emarginati riuscirono a sopravvivere, generarono bambini e fecero disperatamente crescere sempre più il numero dei poveri”.

E, come Nathan Rosenberg nota in How the West Grew Rich, la vita medievale in realtà non era organizzata in castelli, cattedrali e città, era organizzata nelle aree rurali, in baracche ed in luoghi con un approvvigionamento di cibo affidabile. Questo è il motivo per cui la gran parte della popolazione era in qualche modo coinvolta sia nell’agricoltura che nelle occupazioni, ad essa legate, di trasporto dei prodotti da un luogo all’altro.

La monumentale raccolta in tre volumi di Fernand Braudel su Civilization and Capitalism, descrive lo sviluppo del cibo, dall’origine dei tempi fino all’avvento del capitalismo, come la graduale sostituzione dei cereali (che rappresentavano un progresso rispetto alla caccia ed alla raccolta) con carne di qualsiasi tipo. La carne era costosa ed era un modo “inefficiente” di usare la terra; la sua disponibilità commerciale era un lusso possibile solo dopo che tutti gli altri bisogni erano stati soddisfatti.

Fu l’accesso alla carne come ad una varietà aggiunta che definì il progresso di per sé, delineandone le classi sociali e  originando i comportamenti come li conosciamo. Prima dei secoli XVI e XVII, una dieta senza carne era la realtà quotidiana all’incirca per chiunque, tranne che per le persone ricche e con conoscenze: zuppe d’avena, ogni giorno, per sempre.

Dunque, con il capitalismo arrivò una cosa sorprendente: la possibilità di accedere ad una diversità di cibi per chiunque. Il cibo era il simbolo e la concretezza della prosperità; significava una bella vita, sicurezza, salute e felicità. Il cibo era la principale ragione per cui le persone lavoravano. Molto di ciò che veniva venduto e comprato era diretto dal produttore al suo consumatore finale. Il cibo era qualsiasi cosa tranne che una certezza. Un cattivo raccolto poteva significare stenti, fame, inedia e morte. Questa era la causa di ciò che Rosenberg chiama la “fondamentale precarietà della vita medievale”.

Ma non appena la società divenne più ricca nel XV secolo, questo problema cominciò a sparire. Il progresso materiale significò, soprattutto, reperibilità e costanza nell’approvvigionamento di cibo. Un’impresa capace di rendere il cibo accessibile a chiunque in un mercato locale aveva tutte le ragioni di essere orgogliosa. Metteva insieme i cacciatori, gli agricoltori e gli altri produttori, comprava i loro beni, e li immetteva sul mercato.

La crescita della prosperità in Europa dal tardo Medioevo all’industrializzazione su vasta scala nel XVIII secolo fece più che dare ai lavoratori e ai contadini un barlume di speranza. Essa iniziò il lungo processo di universale accesso al cibo, e non solo quello che fosse stato cacciato o raccolto nei dintorni di dove si viveva, ma una vasta gamma di scelta. Tutto ciò era nuovo e fantastico.

Era il risultato della crescita del commercio, della persistenza della pace, della sicurezza nei diritti di proprietà, e del graduale sviluppo di capitale nel tempo. Questo era il periodo in cui l’intera civilizzazione cominciò in Europa a scivolare fuori dall’insicurezza e dalla precarietà della vita, entrando in ciò che noi diamo per scontato nel mondo moderno.

Da nessuna parte agli inizi del XVII secolo il cibo era più abbondante che nelle Fiandre, nella regione al nord del Belgio. Così il pittore fiammingo Frans Snyders (1579–1657) si appassionò nell’offrire scene vivide di mercati e delle loro vendite di cibo.

Frans Snyders (1579-1657), Natura morta con gioco della morte, frutta e verdura in un mercato (1614)

Oggi guardiamo questi dipinti con l’esperienza di Walmart e di molti altri supermercati, dei ristoranti fast-food e dei minimarket che si trovano a pochi minuti da qualsiasi posto in cui ci troviamo, per non menzionare i refrigeratori e i congelatori elettrici presenti in tutte le nostre case, persino nelle stanze da letto. Perdiamo, così, il messaggio essenziale, che era completamente incentrato sulla grande sorpresa del Rinascimento: la progressiva affermazione di un sistema economico che offriva a tutte le persone ciò che una volta era disponibile solo ai re e all’aristocrazia. Questi quadri hanno dipinto una prosperità impensabile, un’abbondanza paradisiaca, una ricchezza inimmaginabile.

Oggi, in un’era in cui tutto è confezionato e trattato (che è come vogliamo le cose), questi quadri piuttosto ci mettono in guardia con i loro dettagli evocativi di cose a cui per la maggior parte non piace pensare!

In particolare, è preoccupante considerare che nessuno dei cibi raffigurati in tali quadri potrebbe durare a lungo. Doveva essere mangiato immediatamente, forse congelato sottoterra in una tenuta, bollito in una zuppa o salato. È facile dimenticare che il trasporto di carne per lunghe distanze divenne possibile in modo affidabile verso la fine del XIX secolo e normale per chiunque solo nel XX secolo. Infatti, l’inscatolamento e la conservazione della carne in un modo che fosse gradevole ebbe una svolta con Spam, inventata da Hormel Foods nel 1937.

Di nuovo, è tutto dato per scontato oggi. Se vogliamo del cibo – carne, grano, verdure o qualsiasi altra cosa – ci basta andare al negozio e comprarlo. Questo è l’apice di secoli di progresso capitalista, ma nel XVI secolo tale accesso al cibo era completamente nuovo e degno di rilievo – e valeva la pena pubblicizzarlo come orgoglio della nazione. E così questo impresario era molto orgoglioso di mostrare ciò da lui acquistato per potere essere venduto nel mercato aperto.

“Dal pescivendolo”, quadro dello stesso pittore, probabilmente arreca disturbo ai nostri occhi – ma non a quelli del tempo. Qui c’è la vera incarnazione della nuova civilizzazione che si apriva davanti ai suoi occhi. Civilizzazione che veniva dalle barche che potevano stare a lungo in mare aperto e condividere i loro utili con le persone comuni nei mercati pubblici di questo porto cittadino, che, di conseguenza, comprensibilmente viveva una vasta immigrazione dalla Germania e dall’Inghilterra.

Questa roba doveva essere ottima il mattino successivo alla pesca notturna, ma immaginate quale doveva essere l’odore alle 4 di pomeriggio!

Frans Snyders (1579-1657), Dal pescivendolo (c. 1616)

Il ragionamento è valido anche per la frutta esotica che poteva ora essere trasportata per grandi distanze. In “Bancarella di frutta”, vediamo immagini impensabili, precedentemente, in Europa. Questo dipinto in particolare fu commissionato da Jacques van Ophem, potente rappresentate dell’amministrazione dell’Arciduca Albert e dell’Infanta Isabella – i vicere di Spagna nel sud dei Paesi Bassi. Pensate a ciò come ad un modo per vantarsi o farsi pubblicità, un modo per dire “la nostra prosperità è straordinaria”.

Frans Snyders (1579-1657), Bancarella di frutta, (1618-1621)

E, ovviamente, lo scopo del mercato era di mantenere la merce per il consumatore finale, così in questo periodo sono comuni anche dipinti dove vengono raffigurate dispense. Questa era l’opulenza del capitalismo – decisamente degna di nota nella storia del mondo, la vera immagine della civilizzazione in crescita.

Qualsiasi sorta di schema interpretativo è stato usato per comprendere i riferimenti degli oggetti e dei colori in “La dispensa”, ma la spiegazione più semplice è in realtà la più convincente. Essa dice: abbiamo un sacco di cibo!

Frans Snyders (1579-1657), La dispensa (c. 1620)

La disponibilità di cibo significava più che salute e crescita demografica. Essa ha contribuito a modificare il modo in cui ci comportiamo e pensiamo. History of Private Life di Ariès prova che  “le buone maniere” a tavola, così come leconosciamo oggi, giunsero solo nel XVII secolo, quando passammo dal mangiare in comune con le nostre mani al mangiare individualmente servendoci con forchette, coltelli e cucchiai. Insieme a questo cambiamento, venne lo sviluppo di un elaborato rituale di cosa fare e cosa non fare.

Una spassosa sezione di questo libro documenta una controversia che attraversa tutta l’Europa riguardo al modo migliore di mangiare il pane. Dovrebbe essere tagliato con un coltello o spezzato con le mani? Opinioni e mode ondeggiarono da una direzione all’altra per più di cent’anni.

Finalmente, la disputa venne risolta nel XIX secolo: in Francia (ed in gran parte dell’Europa) e negli Stati Uniti, il pane dovrebbe essere spezzato con le proprie mani. E perché? Questo era il tributo che l’aristocrazia avrebbe pagato per fingere una sorta di semplicità di spirito. E così rimane oggi. Comunque, nei Paesi Bassi, il pane è ancora comunemente tagliato con il coltello e mangiato con la forchetta – forse perché questa era probabilmente la prima regione dove l’abbondanza di cibo offuscò le distinzioni tra le classi.

Le persone moderne sono ridicolmente schizzinose riguardo al mangiare. Ognuno ha una teoria ed una dieta speciale. Dall’avvento della portata individuale all’avvento della dieta individuale fatta di tutto e niente, non importa quanto specifica, tutto nel giro di quattro secoli.

Ancora più incredibilmente, quando preghiamo di “darci oggi il nostro pane quotidiano”, non crediamo sul serio che ci possa essere negato. Piuttosto l’opposto. La lamentela più comune oggi è che abbiamo davvero troppo cibo: facciamo pasti completi troppo spesso, il cibo può essere conservato per fin troppo tempo e qualsiasi cosa mangiamo è così lavorata e pulita che ci chiediamo se per caso non dovremmo tornare più vicini alla natura in un qualche modo basilare.

In contrasto con i dipinti mostrati sopra, noi siamo imbarazzati ed auto-disgustati riguardo al nostro cibo.

È un gradevole problema con cui confrontarsi. Dobbiamo tutto ciò al capitalismo.

Articolo di Jeffrey Tucker su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Il libero mercato non necessita della regolamentazione statale

Lun, 14/07/2014 - 08:00

I burocrati regolamentano abusando della minaccia dell’esercizio della violenza fisica, mentre il mercato opera pacificamente in virtù delle interazioni poste in atto dagli agenti che cooperano fra di loro.

 

La maggior parte delle persone crede che lo Stato debba necessariamente regolamentare il mercato. L’unica alternativa a un mercato regolamentato – così almeno viene percepito dall’immaginario collettivo – è un mercato non regolamentato. Di primo acchito, questo ragionamento non fa una grinza. È la legge del “tertium non datur”. Di fatto, un mercato o è regolamentato o non lo è.

Abusando del luogo comune che tutto ciò che non sia regolamentato (in quanto ciò postulerebbe disordine) costituisca un male, i campioni della regolamentazione pubblica dispensano a piene mani lezioni sul fatto che un mercato lasciato a sé stesso sia assolutamente da aborrire. Questa concezione è ben rappresentata dalla duplice scultura che è collocata all’esterno dell’edificio della Federal Trade Commission in Washington DC (una si trova sul lato della Constitution Avenue, l’altra su quello della Pennsylvania Avenue). Dette sculture, le quali sono peraltro risultate vincitrici di un concorso artistico promosso dal governo federale durante il New Deal, raffigurano un uomo che cerca di domare, con tutte le sue forze, un cavallo selvaggio, affinché lo stesso non si imbizzarrisca.

Il titolo dell’opera? “L’uomo che controlla i commerci”.

Dal momento che il commercio non è certo paragonabile ad un cavallo imbizzarrito, quanto piuttosto ad un’attività pacifica e mutualmente vantaggiosa che si sviluppa tra i soggetti interagenti, la mossa propagandistica dell’amministrazione di Roosevelt è fin troppo chiara. Un titolo più onesto dovrebbe essere :”Lo Stato che controlla gli individui”. Ma poiché ciò sarebbe suonato un po’ troppo autoritario anche nell’America del New Deal, si è preferito optare per la metafora del cavallo selvaggio.

 

Un cerchio quadrato

Ciò di cui – più o meno intenzionalmente -  non si tiene mai conto abbastanza, è che l’alternativa ad un’economia regolamentata dallo Stato non è un’economia caratterizzata dall’assenza di regole. In punto di fatto, un’ “economia non regolamentata”, proprio come un cerchio quadrato, è un’autentica contraddizione in termini. Se fosse veramente priva di regole, non staremmo parlando di un’economia; e se, d’altro canto, abbiamo a che fare con un’economia, questa non può essere a-nomica.  Il concetto di “libero mercato” non postula certo la mancanza di regole. Esso rimanda invece ad una situazione priva di interventi distorsivi da parte dello Stato, ovvero, caratterizzata dall’assenza dell’esercizio della spoliazione legale o di qualsiasi altra forza di aggressione riconosciuta.

Anni fa, Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek misero ben in evidenza che la vera questione, per quanto concerne la pianificazione economica, non è tanto se “pianificare o non pianificare”, ma piuttosto “chi pianifica” (se i funzionari di uno Stato centralizzato, ovvero i singoli agenti economici che, in virtù della propria decentralizzazione, operano nel mercato).

Parimenti allora, la vera domanda da porci non è se “regolamentare o non regolamentare”, bensì, piuttosto, “chi (o che cosa) regolamenta”?

Tutti i mercati sono caratterizzati da regole. In un mercato libero, tutti sappiamo che cosa accadrebbe se un venditore osasse chiedere, supponiamo, 100 dollari per una mela. Ne venderebbe ben poche perché (alle condizioni di prezzo attuali) qualcun altro le offrirebbe in vendita per meno o, in attesa di una diminuzione della richiesta, i consumatori propenderebbero sicuramente per dei surrogati. “Il mercato” non permetterebbe che il venditore possa ottenere 100 dollari per una mela, senza che questi subisca il benché minimo contraccolpo.

Allo stesso modo, in un mercato libero i datori di lavoro non potrebbero offrire 1 dollaro l’ora ai lavoratori e questi ultimi non riuscirebbero nell’intento di pretendere 20 dollari l’ora per un lavoro la cui produttività è stimabile in 10 dollari orari. Se vi tentassero, si accorgerebbero immediatamente dell’errore e cercherebbero di porvi rimedio.

E ancora, in un mercato libero un datore di lavoro che sottoponesse i propri dipendenti a condizioni di pericolose, senza un’adeguata ricompensa per un simile rischio, se li vedrebbe perdere a favore della concorrenza.

 

Le forze di mercato

Ma cosa governa la condotta di queste persone? Le forze di mercato. (È meglio specificare di nuovo: in una “economia libera”, giacché in un’economia regolamentata dallo Stato, le forze di mercato che si esprimono con la concorrenza sono ridotte o del tutto soppresse). Da un punto di vista economico, i singoli agenti non possono fare tutto quello che passa loro per la testa – e pensare di farla franca: atteso che, in un libero mercato, vi saranno altri attori che sono liberi di contrastarli ed è nel loro interesse farlo. Ciò costituisce un elemento cardine di ciò che intendiamo per “forze di mercato”. Solo perché lo Stato non può affatto impedire ad un venditore di richiedere 100  dollari per una mela, non possiamo certo affermare che questi possa impunemente ottenere tale cifra. Le forze di mercato condizionano il venditore in maniera più stringente di quanto non possa mai fare un burocrate: assai di più, se si considera oltretutto che il burocrate può sempre essere corrotto. Chi si dovrebbe corrompere per non essere soggetti alla legge della domanda e dell’offerta? (Effettivamente, si potrebbe corrompere un numero sufficiente di legislatori per ottenere la necessaria protezione dalla concorrenza, ma questo si prefigurerebbe come una abrogazione del mercato).

Non è certo indifferente se a sovraintendere alla regolamentazione siano i funzionari statali invece che le forze di mercato. I burocrati, i quali necessariamente sono dotati di una conoscenza limitata ed operano in un contesto di incentivi perversi, attuano la regolamentazione con la minaccia dell’utilizzo della violenza fisica. Di contrasto, le forze di mercato operano in maniera pacifica attraverso l’interazione di milioni di agenti economici che cooperano fra di loro, ognuno con una profonda conoscenza delle proprie circostanze personali ed intenzionati a conseguire il proprio benessere.  È assai probabile che la regolamentazione burocratica sia del tutto refrattaria, quando non radicalmente ostile a ciò che sta veramente a cuore alle persone, e che le stesse ricercano nel mercato. La prospettiva invece cambia completamente quando a porre le regole del gioco sono le forze del mercato.

Se ciò è corretto, non vi possono assolutamente essere mercati privi di regole, o svincolati da qualsivoglia canone di condotta. Di solito vengono impiegati questi termini riferendosi propriamente a mercati che non sono regolamentati o in cui non vi sono interferenze da parte dello Stato. Nella misura in cui ci si accorda sulle accezioni da attribuire ai termini, tali espressioni sono ineccepibili.

Ma non tutti realizzano cosa intendiamo. Tanti, che non possiedono una grande familiarità con le regolarità naturali del libero mercato, possono trovare l’idea di una economia non regolamentata del tutto terrificante. Così vi è assoluta necessità di sostenitori del mercato che siano in grado di esporre in maniera articolata il concetto di ordine spontaneo – ovvero di un ordine (per usare la felice espressione di Adam Ferguson) che è il prodotto dell’azione umana, ma non del disegno umano. Questo concetto può apparire controintuitivo, quindi ci vuole un po’ di pazienza per spiegarlo.

 

Fini e mezzi

L’ordine si sviluppa a partire dalle forze di mercato. Ma da dove provengono tali forze? Esse sono il risultato dell’azione umana. Gli individui selezionano dei fini ed agiscono per conseguirli, adottando dei mezzi adeguati. Dal momento che i mezzi sono scarsi ed i fini abbondanti, gli individui economizzano in funzione di realizzare di più, anziché meno. E cercano invariabilmente di scambiare beni a cui attribuiscono un minor valore in contropartita di beni maggiormente apprezzati (in base ad un loro giudizio soggettivo), e mai il contrario. In un mondo di scarsità, i compromessi sono inevitabili, così un individuo mira ad uscire al meglio dallo scambio posto in essere, e non certo di peggiorare la situazione iniziale. (Ovviamente, il nostro contraente fa la stessa, medesima cosa). Il risultato di questo processo, associato ad altre caratteristiche dell’azione umana, e la vastità dello spazio di interrelazione sono propriamente ciò che siamo soliti definire “forze di mercato”. Ma in realtà, stiamo parlando semplicemente di uomini e di donne che agiscono razionalmente ovunque siano collocati nel mondo.

L’ordine sociale naturale catalizzò grandemente le attenzioni di Frédéric Bastiat, economista liberale francese del diciannovesimo secolo. Nelle sue Armonie economiche analizzò quest’ordine, ma non avvertì mai il bisogno di dimostrarne l’esistenza, giacché gli sembrava sufficiente solo descriverne il funzionamento. Come ebbe ad esprimersi, <<abbiamo così tanta familiarità con questi fenomeni che non ce ne rendiamo nemmeno conto, fino al momento in cui, per così dire, si assiste a qualcosa di nettamente discordante ed anormale che ci costringe a focalizzare la nostra attenzione su di essi>>.

… Così geniale, così potente, allora, è il meccanismo sociale che consente ad ogni uomo, anche il più umile, di ottenere in un giorno più soddisfazioni di quante potesse pensare di conseguirne in diversi secoli … Staremmo semplicemente chiudendo gli occhi di fronte alla realtà se rifiutassimo di riconoscere che la società non potrebbe presentare tali complicate combinazioni, in cui il diritto civile e penale giocano una parte davvero irrilevante, in difetto dell’operare di un meccanismo così prodigiosamente ingegnoso. Questo meccanismo è semplicemente l’oggetto di studio dell’economia politica…

In verità, come potrebbe essere successo tutto ciò, come si sarebbero verificati questi fenomeni straordinari, se non vi fosse presente nella società un ordine naturale ed equilibrato che opera a nostra insaputa?

Questa è la stessa lezione che possiamo trarre dal contenuto del saggio Io, la matita, scritto dal fondatore della FEE [Fondazione per l’Educazione Economica, ndr], Leonard Read.

La maggior parte delle persone apprezza l’ordine. Il caos è deleterio per il progresso della prosperità umana. Così, coloro che non riescono a capire – come un altro contemporaneo di Bastiat, Proudhon, ha bene messo in luce – che la libertà è la madre e non la figlia dell’ordine, saranno tentati di promuovere un ordine pianificato sovra imposto dallo Stato. E ciò è del tutto paradossale, nella misura in cui lo Stato è il più grande generatore di disordine che si sia mai visto.

Quanti di noi comprendono gli insegnamenti di Bastiat, dovrebbero realizzare quanto sia urgente e necessario che anche gli altri li possano far propri al più presto!

 

Articolo di Sheldon Richman su The Reason

Traduzione di Cristian Merlo

 

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Il ciclo naturale: III parte

Ven, 11/07/2014 - 08:00

III. Incertezza e aspettative

 

L’incertezza è uno degli elementi chiave del processo economico. A ben guardare, non possiamo neanche immaginare il sorgere di occasioni di profitto all’infuori di un contesto di incertezza e disequilibrio[14]. Infatti, senza incertezza, tutte le occasioni di profitto sarebbero già esaurite; in un contesto incerto, invece, l’imprenditore in grado di meglio esercitare previsioni, o colui che, per diverse ragioni, riesce meglio a realizzare le proprie aspettative, i propri piani, gode di un vantaggio creato proprio dal fatto di sapersi muovere meglio in un contesto incerto, di sapere ‘immaginare meglio’ il futuro.

Le caratteristiche principali della vera incertezza, non la sua fittizzia rappresentazione neoclassica, «sono l’inerente impossibilità di elencare tutti i possibili risultati derivanti da una serie di azioni e la completa endogeneità di essa»[15]. Se dunque l’incertezza è un elemento endogeno al sistema, una caratteristica intrinseca, esso non può che originare un sistema in continuo mutamento, in cui l’azione umana è guidata principalmente dalle aspettative: sono le aspettative, determinate dalle preferenze, che generano qualsiasi tipo di azione. Tale azione è intrinsecamente incerta, nel senso che nulla, a priori, garantisce che le aspettative siano realizzate.

In un sistema di tal fatta è chiaro che anche l’acquisizione di nuova informazione non può annullare l’incertezza. L’accumulazione di conoscenza, semplicemente, modifica l’incertezza[16]. Il contenuto informativo non è completo, è solo più ricco. Gli elementi per proseguire nell’azione sono mutati, ma non completi. I contorni dell’orizzonte, e quindi l’incertezza rispetto alla forma completa, sono differenti. È dunque chiaro che il ponte teorico tra le preferenze e l’azione è costituito dalle aspettative: i desideri sul futuro e gli scenari che ci si attende si verifichino determinano la nostra possibilità di azione. Come sottolineato da Lachmann (1979, p. 65), l’evoluzione del concetto di preferenze verso quello di aspettative può essere considerata come una delle maggiori innovazioni prodotte dal soggettivismo metodologico nel secolo scorso.

È chiaro che le aspettative non possono essere considerate, come nella teoria neoclassica, un elemento statico, fissato all’inizio della partita e poi immutabile fino all’ottenimento del risultato finale. Al contrario, essendo l’azione umana un processo dinamico che si svolge nel tempo, il bagaglio di informazione degli attori è in continuo mutamento, portando alla modificazione continua delle aspettative, degli obiettivi e dei piani.

L’economista che maggiormente ha approfondito il concetto di aspettative, reinterpretandole in modo dinamico e inserendole all’interno del paradigma teorico austriaco, è Ludwig M. Lachmann. Riconoscendo a Keynes l’importante funzione di aver introdotto in modo organico il concetto di aspettative con il Trattato della moneta (1930), e rifacendosi al contributo di Shackle, Lachmann intende inserire il suo apporto completamente all’interno della tradizione austriaca, pur con i dovuti distinguo. In particolare, egli considera un’occasione mancata, per gli austriaci, quella di inserire in modo organico le aspettative all’interno della propria riflessione.

 It is a curious fact that, when around 1930 (in Keynes’s Treatise on Money) expectations made their appearance in the economic thought of the Anglo-Saxon world, the Austrians failed to grasp with both hands this golden opportunity to enlarge the basis of their approach and, by and large, treated the subject rather gingerly [17].

A dire il vero, la critica di Lachmann appare sin troppo severa. Hayek (1929, p. 147) già riconosce il ruolo centrale delle aspettative quando sostiene che positive aspettative di profitto possono guidare gli imprenditori a mutare le proprie preferenze, diventando maggiormente future-oriented, e portando quindi ad un innalzamento del tasso di interesse d’equilibrio. Tale passo sarà centrale anche nel fondamentale Hayek (1933); ancora, Hayek nel 1937 tratta dettagliatamente del problema della conoscenza[18].

Tuttavia Lachmann vuole essere più radicale, riconoscendo ad Hayek di aver trattato il problema delle aspettative proprio dove anche noi lo abbiamo trovato, ma ‘accusandolo’ di non aver lavorato adeguatamente con le cause e le conseguenze che una divergenza nelle aspettative può generare[19]. L’economista tedesco fa dunque suo il concetto shackleiano di kaleidic society, «a society in which sooner or later unexpected change is bound to upset existing patterns, a society “interspersing its moments or intervals of order, assurance and beauty with sudden disintegration and a cascade into a new pattern”»[20].

Le aspettative sono dunque il marchio distintivo di una società formata da attori reali, che, a partire proprio da esse e in un contesto di incertezza, formano i propri piani per il futuro, incontrandosi, modificando la conoscenza e i piani stessi. Ciò genera il mondo caleidoscopico, un mondo in cui il mutamento è la costante.

In una società caleidoscopica, inoltre,

the equilibrating forces, operating slowly, especially where much of the capital equipment is durable and specific, are always overtaken by unexpected change before they have done their work, and the results of their operation disrupted before they can bear fruit. […] Equilibrium of the economic system as a whole will thus never be reached[21].

Le aspettative, originate dalle preferenze e generando i piani, generano i processi economici[22]. Esse poi si modificano nel corso del processo. Con l’accumulazione di conoscenza lo scenario cambia continuamente. E, si badi, le aspettative non sono qualcosa di ‘campato per aria’; senza di esse non v’è azione economica in sé; è a partire da aspettative che ogni decisione viene intrapresa, nel tentativo di ottenere un guadagno, una soddisfazione. Purtuttavia, questi tentativi si manifestano in un contesto di conoscenza imperfetta e futuro imprevisto e imprevedibile[23].

Articolo di Carmelo Ferlito

Link alla prima parte Link alla seconda parte

Note

[14] Rizzo (1979, p. 10).

[15] O’Driscoll e Rizzo (1985, p. 159).

[16] O’Driscoll e Rizzo (1985, pp. 163-164).

[17] Lachmann (1976, p. 58).

[18] Hayek (1937).

[19] Lachmann (1976, p. 58).

[20] Lachmann (1976, p. 54).

[21] Lachmann (1976, pp. 60-61).

[22] Come dice Hicks (1979, p. 284), «production will not be undertaken unless expectations are formed».

[23] Lachmann (1982).

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Sviluppo, crescita

Mer, 09/07/2014 - 08:00

Non è la generosità della natura a rendere ricchi i paesi ma le capacità e le conoscenze degli individui che li compongono. “Le idee, sia quelle delle arti e delle scienze sia quelle incorporate in prodotti concreti sono il più ‘reale’ dei doni che ogni generazione riceve dalle precedenti” (A. Marshall). Il fattore di produzione di gran lunga prevalente non è né il capitale fisico né il lavoro in senso stretto, bensì quello che Becker nel 1964 ha definito “capitale umano”. Si tratta del bagaglio di conoscenze, di quell’insieme di nozioni, di capacità (spirito imprenditoriale, impegno nel lavoro) e di know how che gli individui possiedono e/o apprendono, nonché il sistema giuridico (la cui protezione o meno dei diritti di proprietà è decisiva). Un elemento materiale da solo non costituisce risorsa, non ha cioè valore economico; diventa importante e acquista valore solo grazie al fatto che l’ingegno umano riesce ad immaginarne un impiego utile alla soddisfazione di bisogni. Paesi dotati di risorse naturali come la Russia o il Brasile versano in gravi difficoltà economiche, mentre realtà prive di risorse come la Svizzera e il Giappone hanno raggiunto livelli di reddito fra i più alti al mondo. La Svizzera non ha mai avuto colonie, il Portogallo sì.

Tutti i fattori summenzionati contribuiscono a determinare il livello e la composizione del capitale, che è l’elemento decisivo ai fini della crescita. La crescita è data in ultima istanza solo dall’incremento nel tempo del risparmio e dell’investimento, a sua volta funzionale alla produzione di una più ampia quantità di beni di consumo. Dunque è data dalla preferenza temporale degli individui, che, se non è troppo alta, consente l’accumulazione di capitale. Le risorse naturali hanno bisogno del capitale che le sviluppi; i miglioramenti tecnologici possono essere applicati alla produzione solo attraverso gli investimenti in capitale. Le abilità imprenditoriali agiscono solo attraverso gli investimenti. Un aumento demografico che genera un aumento della disponibilità di lavoro non aggiunge nulla alla crescita senza capitale.

Sul libero mercato ciascun individuo decide quanto vuol risparmiare – cioè quanto vuole incrementare il suo tenore di vita futuro. La risultante di tutte queste decisioni individuali è il livello di investimenti dell’intera nazione, che determina il grado di consumi futuri, cioè la crescita. Non vi deve essere un “tasso di crescita” stabilito a tavolino, che rappresenta tra l’altro un giudizio di valore arbitrario.

La coppia risparmio-investimento, e quindi l’accumulazione di capitale, a sua volta è alta se è garantita la proprietà privata; dove vi è alta tassazione, confisca, regolamentazioni e complessivamente scarsa sicurezza dei diritti di proprietà (tra cui va compresa una moneta sana) vi è basso risparmio, basso investimento e basso sviluppo.

Lo sviluppo è il fattore fondamentale ai fini dell’eliminazione della povertà.

L’economia non è un ‘gioco a somma zero’, non è vero cioè che la povertà dei poveri sia dovuta alla ricchezza dei ricchi; è un ‘gioco a somma positiva’ in cui i rapporti commerciali, fra paesi come fra individui, avvantaggiano tutti i partecipanti (anche se non in egual misura).

Se lo sviluppo non dipende dalle risorse, allora il trasferimento di risorse non serve a curare il sottosviluppo dei paesi poveri. La convinzione che basti trasferire risorse per promuovere lo sviluppo è alla base dell’invocazione di periodici “piani Marshall”. Non fu il “piano Marshall” a produrre la ricostruzione e la ripresa, ma le energie e la capacità degli individui dei paesi europei. Esso alleviò solo le ristrettezze determinate dalla guerra. I meriti del “piano Marshall” sono un illusione da post hoc ergo propter hoc. All’indomani della seconda guerra mondiale il Veneto era più povero della Sicilia. Nei decenni successivi il Veneto venne abbandonato a se stesso, mentre la Sicilia godette di ingenti trasferimenti di risorse grazie alla Cassa del Mezzogiorno e allo statuto speciale della regione; oggi il Veneto è una zona sviluppatissima e la Sicilia fra le più depresse.

Non è la sovrappopolazione a determinare il sottosviluppo: il Brasile ha una densità di 20 abitanti per chilometro quadrato, il Giappone ne ha 336, e il reddito pro capite del secondo è undici volte superiore a quello del primo (2002). La Svizzera ha una densità di 175 ab. per kmq e l’Argentina di 13, ma il reddito pro capite della prima è cinque volte quello della seconda. Paesi fra i più densamente popolati al mondo come Singapore, Hong Kong e Taiwan sono diventati fra i più prosperi.

Non è la spesa pubblica a generare lo sviluppo. In un’economia di mercato il capitale è sempre funzionale ad una produzione finale di beni di consumo. Gli “investimenti” pubblici invece vengono realizzati in maniera arbitraria, manca questo collegamento intertemporale perché non si lasciano esprimere le preferenze di risparmio e investimenti dei soggetti sul mercato. Dunque gli investimenti pubblici non sono investimenti, ma una misallocazione delle risorse.

La Svizzera e la Svezia sono due paesi di eguali dimensioni, entrambi risparmiati dalle devastazioni della seconda guerra mondiale, che dal dopoguerra sono partiti da un livello di ricchezza identico. Il settore pubblico svedese assorbe il 60% del reddito nazionale, quello svizzero circa il 35%. Nel 2000 fra i paesi Ocse la Svezia era undicesima per reddito pro capite, la Svizzera seconda.

Negli anni ’90 del Novecento in Irlanda l’aliquota di base dell’imposta sul reddito è stata ridotta dal 35% al 22%; questa è l’aliquota pagata dall’80% dei contribuenti. L’aliquota sulle società è passata dal 43% al 12,5%. La disoccupazione è scesa dal 16 al 5%; il reddito reale è aumentato del 90%, l’occupazione del 40%; per la prima volta nella storia l’Irlanda è diventata importatrice netta di mano d’opera; per la prima volta nella storia l’Irlanda ha un reddito pro capite superiore a quello del Regno Unito: $ 24.740 contro $ 23.680 (dati 2002); il rapporto debito pubblico/pil è sceso dal 120% al 54%.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Le differenze non significano necessariamente discriminazione

Lun, 07/07/2014 - 08:00

Un altro Equal Pay Day è passato. Quest’anno è stato celebrato l’8 Aprile, per affermare quanto a lungo una donna debba lavorare nel 2014 per guadagnare quanto un uomo nel 2013. Quest’anno il momento saliente è stato quando il Portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha cercato di dare una spiegazione alle differenze retributive fra gli uomini e le donne che lavorano alla Casa Bianca, dicendo che quando occupano posizioni simili, sono pagati allo stesso modo. E mentre un rapporto CONSAD, commissionato dal governo federale qualche anno fa, rivelò come anche su scala nazionale fosse esattamente così, l’amministrazione Obama ha comunque proseguito con il suo ordine esecutivo di metter fine alle differenze retributive di genere.

Nulla di nuovo, ovviamente. L’Equal Pay Day e altre iniziative simili hanno sempre richiesto un largo grado di dissonanza cognitiva. Nel 2012, l’attrice a luci rosse Sasha Grey fece una Pubblicità Progresso (molto esplicita a dir la verità) per l’edizione belga dell’Equal Pay Day asserendo: “Il porno è l’unico modo per guadagnare più degli uomini”. Analizzando il messaggio pubblicitario, Jezebel ha accusato il video di mandare “messaggi contrastanti”.[1] La prima domanda che ci si potrebbe porre è perché, se le donne sono discriminate, tale discriminazione non è relativamente uniforme?  Dopotutto, non sono soltanto le attrici a luci rosse a guadagnare più dei loro colleghi uomini, ma lo stesso si applica alle modelle. Infatti, nel 2013, i dieci modelli maschili più famosi hanno guadagnato soltanto un decimo rispetto alla top ten femminile. Come mai?

Inoltre, non era la sinistra a credere, come disse Vladimir Lenin una volta, che “i capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo” (ovvero: ai capitalisti non interessa nient’altro che i soldi)? Se fosse vero, avrebbe senso che le modelle e le attrici a luci rosse guadagnassero di più data l’attuale domanda del mercato.

Comunque, dato che i progressisti tendono a spiegare tutte le differenze retributive fra due gruppi soltanto tramite la discriminazione, evidentemente i capitalisti non sono soltanto degli avidi, ma anche dei sessisti.

Se guardiamo più in dettaglio i fatti, emerge un quadro più complesso. Le donne guadagnano soltanto 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini, ma a quanto pare i datori di lavoro di tanto in tanto cambiano sesso anche quando assumono persone che si suppone debbano rimanere vestite. Ad esempio, come nota Warren Farrell: “Quando uomini e donne lavorano meno di 40 ore a settimana, sono le donne a guadagnare più degli uomini”.[2] Secondo il Censimento del 2003, le donne guadagnano il 134% rispetto agli uomini quando entrambi lavorano fra le 25 e le 34 ore settimanali, ed il 107% quando si è fra le 35 e le 39 ore. Inoltre, gli uomini scapoli e senza figli fra i 40 ed i 64 anni guadagnano meno rispetto alle donne nelle stesse identiche condizioni. Nel 2001, guadagnavano 40.000 $ all’anno contro i 47.000 $ annui delle donne. [3] Perché i datori di lavoro discriminano in maniera così incostante?

 E sempre a proposito delle donne, ci sono delle strane discrepanze fra gruppi stessi di donne che la maggior parte della gente non si aspetterebbe. Discutendo degli anni ’60, l’economista Walter Williams scrisse:

 Uno dei segreti meglio mantenuti di tutti i tempi, nonché virtualmente del tutto ignorato nella letteratura sulle differenze razziali relative alla retribuzione, è che i tassi di retribuzione delle donne professioniste bianche/nere non hanno una composizione neanche lontanamente simile a quella dei loro analoghi maschi. [Le donne laureate di colore] guadagnano circa il 102% delle laureate bianche”. [4]

Non sono sicuro del perché i datori di lavoro scelgano di essere prevenuti contro le donne bianche in questo caso. E inoltre, se parliamo di razza, pare abbiano anche una strana preferenza per gli Asio-americani. Il reddito medio pro-capite degli Asio-americani  nel 2005 era di 27.331 $, contro i 26.496 $ dei bianchi. Quindi – anche se di poco – i bianchi in questo caso sono discriminati?

E la lista va avanti:

Tutte queste differenze – incluso l’interessante (ed incoraggiante) sviluppo che i redditi dei neri del Queens, New York, hanno sorpassato quelli dei bianchi nel 2005 – devono essere causate sicuramente soltanto dalla discriminazione, vero?

In realtà, ovviamente, tutte queste statistiche da sole non significano assolutamente nulla. Gli immigrati possono avere caratteristiche diverse rispetto a quelli che hanno deciso di non lasciare il proprio paese, la storia dei giapponesi e dei coreani negli Stati Uniti è molto diversa, gli atei sono soltanto una piccola parte della popolazione così come gli omosessuali (e quelli che sono apertamente gay possono avere caratteristiche diverse di quelli non dichiarati), chi abita nel nord degli Stati Uniti non compete direttamente per gli stessi lavori di chi abita nel sud, così come gli Americani non competono direttamente con i Francesi ecc. ecc.

Questo è il punto. Le differenze possono essere causate dalla discriminazione – e ovviamente la discriminazione esiste in un certo grado – ma soprattutto dato che essa punisce gli imprenditori forzandoli a pagare dei costi opportunità, è estremamente semplicistico comparare due gruppi senza fare alcuna altra considerazione. Ad esempio, come osservò Tom Woods:

I fattori che attualmente spiegano i divari retributivi ed altre differenze fra le diverse razze e gruppi etnici negli Stati Uniti (e altrove) sono in realtà molti e variegati. Consideriamo questo: l’intera metà delle donne messicano-americane si sposa nella sua adolescenza, rispetto soltanto al 10% delle donne nippo-americane. Soltanto questo fattore culturale in sé spiegherebbe la considerevole differenza nei redditi fra i due gruppi, dato che una giovane donna sposata tenderà ad avere meno mobilità e meno opportunità educative rispetto ad una giovane donna single[5]”.

 Vi è poi il fattore dell’età, che è spesso lasciato fuori da tutte le discussioni sulla disuguaglianza. Come scrisse Thomas Sowell nel 1984:

Le differenze d’età sono molto grandi. I neri in media sono di una decade più grande dei giapponesi. Gli ebrei sono un quarto di secolo più anziani dei portoricani. I polacchi americani sono vecchi il doppio degli indiani americani[6]”.

 Peraltro, quando Walter Block fu accusato di essere razzista per non aver spiegato con la discriminazione le differenze retributive fra bianchi e neri, una delle prove usate contro di lui fu che seppur partendo da costanti un eguale numero di anni passati a scuola, il divario rimaneva. Walter rispose con l’ovvio fatto che “un certo numero di anni scolastici passati in un sobborgo bianco non sono esattamente equivalenti agli stessi anni passati in una scuola nel ghetto”.

O le scuole dei ghetti necessitano di essere sistemate o c’è una discriminazione nell’occupazione, oppure entrambe contribuiscono ad essere parte dell’intera discrepanza.  E questo vale per tutte le differenze che si possono trovare. Come abbiamo visto, spiegare ogni divario retributivo soltanto con la discriminazione porta a delle conclusioni davvero strane (oh, quelle lesbiche giapponesi atee super-privilegiate, lavoratrici part-time, residenti al Nord!).

Esiste la discriminazione e concordo nel ritenerla un problema, ma le mere discrepanze non ci dicono nulla riguardo all’intero problema. È ora di smetterla di far finta che lo facciano.

Articolo di Andrew Syrios su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

 

Note

[1] Jezebel, 12 Marzo 12 2012 [Attenzione: contenuto sessualmente esplicito].

[2] Warren Farrell, Why Men Earn More (AMACOM, 2005), p. 79.

[3] Ibid., pg. xxiii.

[4] Walter E. Williams, The State Against Blacks (New York: Manahattan Institute, 1982), pp. 55-56.

[5] Thomas E. Woods, 33 Questions About American History You Are Not Supposed to Ask (New York: Randon House, 2007), p. 143.

[6] Thomas Sowell, Civil Rights: Rhetoric or Reality (New York: William Morrow, 1984), pp. 42-43.

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