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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 44 min fa

Il rimbalzo del PIL greco: una non-sorpresa

Ven, 14/08/2015 - 22:53

Oggi, i notiziari economici hanno riportato con stupore la notizia di una crescita del PIL greco pari allo 0,8%, nel secondo trimestre, rispetto al precedente (e dell’1,4% tendenziale); le previsioni indicavano un calo dello 0,5.

Tuttavia, un articolo di Ekathimerini ricorda, molto opportunamente, che i controlli sui movimenti di capitale sono entrati in vigore il 28 giugno – quindi il loro impatto si vedrà nelle statstiche del trimestre successivo, tuttora in corso – e che, fino alla loro introduzione, i greci si erano lanciati in una vera e propria corsa alla spesa in articoli di lusso e altri beni-rifugio.

Per la verità, forse parlare di “beni-rifugio” non è del tutto appropriato e una buona parte di questi acquisti era già in programma ma è stata anticipata; di sicuro, però, la prospettiva di un ritorno alla dracma, o di un taglio sui conti correnti in puro stile cipriota, ha posto i greci di fronte all’alternativa tra l’uovo oggi e… il nulla domani. Non mi stupirei, quindi, se si trovasse conferma di quanto ho sostenuto in un articolo precedente, cioè che lo scopo di ciascuno era svuotare il conto corrente, il cui saldo, improvvisamente non più percepito come sostituto monetario perfetto, era diventato la “moneta cattiva” della legge di Gresham. In effetti, è difficile pagare in contanti articoli di lusso e simili (in Italia, dati gli importi, sarebbe anche illegale; in Grecia non saprei); se i dati sulle entrate fiscali vedranno un incremento delle entrate di cassa non interamente spiegabile con questo sussulto del PIL, credo che potrà valere come conferma del fatto che i conti correnti sono stati usati per comprare… perfino la pace con il Fisco.

Il dato congiunturale è senz’altro una buona notizia per la Grecia: dopo anni di obiettivi macroeconomici mancati, un risultato migliore delle attese riduce il rischio di un nuovo giro di vite sul fronte fiscale, oltre a quelli appena introdotti. Ma non bisogna dimenticare il risvolto negativo: con buona probabilità, i greci hanno concentrato in un paio di mesi acquisti programmati per l’intero anno e oltre; in ogni caso, hanno fatto tutto il possibile per dare fondo a giacenze di cassa che, nel frattempo, non si sono certo ricostituite. Esiste la possibilità che si cerchi di ricostituirle nei prossimi mesi, se il terzo salvataggio sarà approvato e se i greci crederanno che il pericolo di giugno-luglio non sia più imminente (molto potrebbe dipendere anche dall’evolversi della situazione politica interna). Ma questo significherà una contrazione della domanda e, sia detto per inciso, di quel gettito IVA su cui Governo e UE sembrano puntare parecchio. Lo scenario alternativo, decisamente più interessante, dipende dalla fine dei controlli sui capitali: se la fiducia nei depositi a vista non sarà stata pienamente ristabilita, continueranno a diminuire; il che potrebbe scatenare un circolo vizioso, rinfocolando il timore di un bail-in del sistema bancario.

In tutto questo, non trascurerei altri due fattori. Primo: a che livello è il consumo di capitale? Dubito fortemente che le imprese greche, in questi anni, siano state in grado di far fronte agli ammortamenti (tranne forse nel settore turistico); la crescita a medio termine, in larga misura, dipende da questo. E secondo: bisogna tenere d’occhio la penetrazione, o la nascita, delle monete alternative. Dopotutto, almeno finché resteranno i controlli sui capitali, la crisi greca sarà (anche) una crisi dei mezzi di pagamento. E l’entrata in scena di altre valute potrebbe far operare la legge di Gresham perfino contro l’euro… tutto dipende dalle alternative disponibili.

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Il mito della deflazione giapponese e il crollo dello Yen

Mer, 29/07/2015 - 08:00

Il deprezzamento  dello yen, iniziato alla fine dell’estate, lo ha portato ad una perdita di valore di circa il 40% rispetto all’euro e al dollaro statunitense rispetto a soli due anni fa. Eppure il primo ministro giapponese Shinzo Abe e il capo della banca centrale Haruhiko Kuroda avvertono che la battaglia contro la deflazione è lontana dall’essere vinta. Tale cautela è assurda — soprattutto in considerazione del fatto che non vi è stata alcuna deflazione.

Alcuni cinici suggeriscono che il grido di battaglia di Abe e Haruhiko contro questo fantasma, sia semplicemente uno stratagemma per ottenere il consenso di Washington ad una grande svalutazione. Ma qualunque sia la verità sulle loro reali intenzioni, il caos monetario del Giappone sta aumentando.

I prezzi giapponesi sono rimasti stabili

Il livello massimo del CPI in Giappone, durante il ciclo economico del 2007, era praticamente allo stesso livello di quello registrato nella recessione post-bolla nel 1992, e di pochi punti percentuali superiore rispetto al picco del ciclo del 1989. Di conseguenza, il Giappone ha goduto di una sorta di stabilità dei prezzi come sarebbe accaduto in un mondo a regime di gold standard: i prezzi sono calati durante le recessioni o durante i periodi di rapido miglioramento delle ragioni di scambio o di crescita della produttività, aumentando, al contrario, durante i boom ciclici o in momenti di grandi aumenti del prezzo del petrolio.

Se gli indici di prezzo in Giappone fossero stati rettificati per tenere conto dei miglioramenti qualitativi, sarebbero calati un po’ dappertutto, ma questo è quello che sarebbe avvenuto anche in un regime di gold standard, pienamente in linea con una potenziale crescita economica. Tali oscillazioni dei prezzi sono del tutto innocue. Ad esempio, una riduzione dei prezzi durante una recessione, unita all’aspettativa di prezzi più elevati, induce le imprese e le famiglie a spendere di più. Una critica valida dell’esperienza giapponese degli ultimi due decenni afferma che la scarsa incisività di queste sia stata dovuta ad una serie di rigidità. Particolarmente valida è l’affermazione secondo cui il calo dei prezzi, cosi come la corrispondente possibile ripresa economica successiva, sarebbe dovuto essere più marcato durante la recessione post-bolla del 1990-1993.

I prezzi in Giappone sono colati a picco durante la Grande Recessione (2008-10), e la potenziale ripresa è stata preclusa dall’Esperimento Monetario di Obama (il QE della FED), il quale ha portato una svalutazione immediata del dollaro USA. È stato in risposta alla relativa rivalutazione dello yen che il Primo Ministro Abe ha preparato la sua mossa; ciò ha comportato l’importazione delle stesse politiche anti-inflazionistiche che la Federal Reserve di Obama ha perseguito fino ad ora. Washington poteva difficilmente permettersi criticare Tokyo per aver imitato  quello che era stato il suo stesso esperimento monetario.

Deflazione e “Il Decennio Perduto”

Gli architetti dell’Esperimento Monetario di Obama hanno citato come giustificazione il “decennio perduto” del Giappone, presunta fonte della deflazione. In realtà, però, l’unico periodo in cui l’economia giapponese ha “sottoperformato” rispetto alle altre economie avanzate (come misurato dalla crescita del PIL pro-capite) è stato nel sessennio 1992-97. La cattiva performance di quel periodo aveva a che fare con una scarsa flessibilità salariale, la guerra valutaria di Clinton e il vasto panorama di investimenti improduttivi disegnato dalla precedente inflazione dei prezzi degli asset, insieme ad una propensione al rischio in Giappone diminuita in seguito al precedente crollo finanziario.

Inoltre, con il passare del tempo, sin dai primi anni ’90 gli ingenti investimenti esteri nel mercato azionario di Tokyo hanno riacceso la spenta propensione al rischio nazionale. Ebbene sì, l’economia giapponese avrebbe potuto ottenere risultati migliori rispetto alla media dei suoi compagni dell’OCSE se avesse fatto progressi nella de-regolamentazione, e se avesse avuto un quadro migliore in fatto di stabilità monetaria, capace di isolarla dal virus inflazionistico Greenspan-Bernanke inoculato dai prezzi del periodo 2002-2007. (L’inflazione di Greenspan-Bernanke ha consentito folli speculazioni nei carry trade dello yen). Ma durante quegli anni la deflazione non è mai stata un ostacolo, effettivo o potenziale, per la crescita giapponese.

È vero, ci fu un turbamento monetario. La stabilità dei prezzi del Giappone era basata sul caso, sull’abitudine e sulla sclerosi economica piuttosto che sulla saggezza della sua politica monetaria; fu l’enorme apprezzamento dello yen durante la guerra valutaria di Clinton che spense l’inflazione; inoltre, l’ondata di importazioni a basso costo dalla Cina convinse la popolazione giapponese che l’epoca inflazionistica fosse effettivamente giunta al termine. La mancanza di riforme economiche consentì che i tassi di interesse rimanessero ad un livello molto basso e, di conseguenza, la ZIRP della Banca del Giappone non riuscì a stimolare la crescita monetaria.

Il sistema monetario in Giappone non aveva alcuna valvola di sicurezza, in termini  di domanda elevata e stabile, per una moneta cosi apprezzata e che non rendeva alcuni interesse. In Giappone la componente di riserva della base monetaria è praticamente indistinguibile da tutta una serie di sostituti, e le banche non avevano motivo di tenere grandi quantità di riserve (data l’assicurazione sui depositi e la garanzia virtuale di un aiuto per i TBTF in caso di necessità). Le politiche monetarie in Giappone significavano manipolazione altamente discrezionale dei tassi di interesse a breve termine nel perseguimento di un finanziamento del ciclo economico piuttosto che seguire una serie di regole per l’espansione reale della base monetaria.

Lo Yen dopo l’Abenomics

Quando il primo ministro Abe ha effettuato il suo golpe contro la vecchia guardia presso la Banca del Giappone, non esisteva costituzione monetaria da trasgredire: acquisti massicci di obbligazioni a lunga scadenza del governo giapponese, da parte della Banca del Giappone, stanno abbassando la quota di debito posseduta dalla popolazione. Tuttavia, questa non è altro che una minaccia nel lungo periodo, dato un debito pubblico lordo in rapporto al PIL di circa il 230% e un deficit fiscale del 6% in rapporto al PIL. L’acquisto di titoli di stato da parte della Banca del Giappone ha rafforzato le forze irrazionali che hanno condotto i rendimenti del decennale fino allo 0.5%, nonostante l’inflazione sia salita  fino all’1% annuo.

È fuor di dubbio che la politica di monetizzazione del debito pubblico sia stata una delle principali responsabili del crollo dello yen. Più in generale, poiché livello dei tassi di interesse in Giappone aumenta in linea con le pressioni demografiche (risparmio privato più basso, aumento della spesa pubblica), si potrebbe temere che la manipolazione dei tassi da parte della BoJ finirà per innescare l’inflazione. Parte del crollo dello yen, dunque, è stato causato dalla tendenza di una moneta a svalutarsi in conseguenza di una spirale inflazionistica che coinvolge gli asset finanziari nel resto del mondo: questo origina dall’enorme carry trading che interessa lo yen.

Lo yen potrebbe effettivamente saltare quando il virus globale dell’inflazione dei prezzi degli asset — originatasi dal QE della FED — raggiungerà il prossimo stadio, quello del rapido calo della febbre speculativa. Ora lo yen, in termini di cambio effettivo, è al livello dei minimi storici raggiunti durante la crisi bancaria del Giappone nel 1997 o durante il  picco globale dell’inflazione nel 2007. Quindi, la sfida per gli investitori è quella di decidere quando lo yen diventerà così a buon mercato, in termini reali, che le sue proprietà di hedging lo renderanno un componente utile dei portafogli di investimento.

Articolo di Brendan Brown su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli

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Perché robot e software non conquisteranno il mondo

Lun, 27/07/2015 - 08:00

REALITY CHECK

C’è un certo timore causato dall’idea che nei prossimi 30 anni l’automatizzazione produrrà disoccupazione di massa: i computer faranno il lavoro di centinaia di milioni di lavoratori, lasciando senza impiego questi eserciti di licenziati.

Ci viene detto che il governo federale dovrà inserirli in qualche programma di welfare; in caso contrario, moriranno di fame; non saranno in grado di competere con i robot e i software.

Sono curioso: chi pagherà le tasse per questo? I robot?

No, no, no: bisogna tassare i ricchi.

Sono curioso: come faranno ad essere ricchi se non c’è nessuno che può permettersi di acquistare i loro prodotti?

LA BATTUTA DI REUTHER

Oltre 60 anni fa un mio amico mi parlò del seguente scambio.

     Walter Reuther era in visita presso lo stabilimento Ford di Cleveland.

   Un funzionario della compagnia indicò con orgoglio alcune nuove macchine a controllo automatico e chiese a Reuther: “Come si possono raccogliere quote sindacali da questi cosi?”

     Reuther rispose: “Come farete a far comprare loro le Ford?”

Reuther lo disse veramente.

Il mio amico era un democratico e un liberal. Suo padre era membro di un sindacato, lavorava alla catena di montaggio per la produzione di pneumatici.

In quel momento pensai che il commento di Reuther fosse abbastanza buono come risposta rapida, ma ritenevo non fosse applicabile alla situazione descritta nella storiella. Sono ancora convinto della mia posizione: niente impone ad un lavoratore di acquistare i prodotti di una particolare fabbrica. Ci sono artigiani altamente qualificati che sanno come lavorare diamanti raffinati, pur non potendoseli permettere.

IL VALORE DELLA VOSTRA PRODUZIONE

L’economia di libero mercato ci insegna che il valore del contributo di un lavoratore al processo di produzione complessivo sarà pagato in base a tale valore. Il motivo è chiaro: la concorrenza. I datori di lavoro non vogliono che un concorrente sia in grado di trarre profitto dalla produzione dei loro dipendenti, allettandoli con un salario un po’ più alto; infatti, è costantemente presente un processo paragonabile ad una grande asta di mercato. Gli uomini d’affari non vogliono che i loro concorrenti ottengano vantaggi permanenti, soprattutto se questi vantaggi possono essere sottratti loro pagando semplicemente un po’ di più per quelle risorse che garantiscono suddetto vantaggio. Questo è ciò che costituisce la concorrenza.

Il commento di Reuther è valido per quanto riguarda la domanda dei clienti. È possibile che un’azienda che produce automobili licenzi decine di migliaia di persone, perché i robot possono fare il loro lavoro in modo più efficiente; l’azienda quindi acquista robot, alcuni dei quali possono essere stati realizzati principalmente da altri robot, e così fino in fondo alla catena di produzione.

La domanda di Reuther è ancora valida: come fanno gli uomini d’affari a vendere la produzione totale dei loro robot ad altri robot? I robot non consumano; non sono sul mercato alla ricerca di migliori opportunità.

Mentre ci muoviamo verso un mondo in cui i robot, i programmi per computer e altri sostituti del lavoro umano verranno utilizzati nella produzione di beni e servizi, non sfuggiremo al problema del valore economico. L’economia moderna insegna che il valore viene imputato dai clienti e dai loro agenti, non dalle macchine. Inoltre, dopo l’imputazione del valore, l’individuo in questione deve essere disposto e capace di sostenere l’acquisto. Il valore imputato che non è legato alla capacità delle persone di fare acquisti è irrilevante per il mercato competitivo, rappresentando semplicemente sogni ad occhi aperti.

Il punto di Reuther, nel complesso, è corretto: qualcuno deve acquistare la produzione delle fabbriche. I proprietari delle fabbriche non allocheranno capitale e lavoro per la produzione di beni e servizi per i quali non c’è domanda. Questo è un altro modo per dire che non destineranno denaro per acquistare software e robot a meno che non ritengano che il risultato finale sarà costituito da acquisti fatti da esseri umani.

I super ricchi, o l’1%, controllano una percentuale enorme di capitali del mondo. Se controllino oltre il 50% della ricchezza del mondo (capitale), non lo so. La legge di Pareto dice di sì: il 20% del 20% del 20% (lo 0.8%) controlla l’80% dell’80% dell’80% (il 51%), tuttavia il capitale è utilizzato per produrre qualcosa di valore. Il valore di questo capitale è in definitiva valore imputato da tutti i clienti che acquistano la produzione ottenibile con tale capitale. Se i clienti cessano di acquistarne la produzione, allora il capitale inizierà a perdere valore; se persisteranno, il valore tenderà a zero.

Gli imprenditori sono costantemente alla ricerca di modi per acquistare capitale e ottenerne un maggiore tasso di rendimento. Pertanto, queste menti brillanti sono costantemente alla ricerca del modo di soddisfare le esigenze dei clienti, che in ultima istanza devono avere i soldi per comprare la produzione. Ciò significa che tali clienti devono essere sufficientemente produttivi al fine di poter effettivamente concludere gli acquisti.

MICRO-DECISIONI E MACRO-RISULTATI

Coloro che affermano che ci sarà una massiccia disoccupazione perché robot e programmi informatici sostituiranno gli esseri umani nel processo lavorativo, stanno dicendo che le micro-decisioni di tutti questi ricchi imprenditori porteranno ad una situazione in cui gli imprenditori si ritroveranno in possesso di capitale che non varrà sostanzialmente nulla: pochi acquirenti per la loro produzione. Questa è una vecchia tesi impiegata contro gli imprenditori capitalisti per almeno due secoli, secondo la quale le micro-decisioni di quei capitalisti orientati al futuro, persone con particolari talenti in grado di prevedere le entrate future, porteranno ad una situazione in cui loro e i loro concorrenti andranno in bancarotta. I robot non compreranno la produzione delle loro imprese; essendo uno strumento per aumentare la produzione, alla fine porteranno alla distruzione dell’economia moderna: i robot saranno utilizzati per aumentare la produzione, ma non ci sarà un numero sufficiente di individui con un reddito tale da poter acquistare la loro produzione.

Sciocchi robot.

Ciò non è mai accaduto nella storia del mondo, e non credo che accadrà mai. Se gli imprenditori vedono che il loro reddito sta calando perché gli esseri umani non stanno comprando più la produzione delle loro imprese, cesseranno di allocare capitale in quelle linee di produzione sulle quali si rileva un basso tasso di rendimento sugli investimenti. I capitalisti non sono sciocchi: non compreranno robot e programmi software per produrre beni e servizi per i quali non esiste un mercato.

Così, Reuther aveva ragione sui robot che non potevano acquistare Ford, non cogliendo però una rilevante a differenza, invece, nella decisione della Ford di sostituire i lavoratori con le macchine. Probabilmente i robot non erano abbastanza affidabili nel 1954, ma sono migliorati nel tempo. I giapponesi li hanno acquistati e anche le aziende automobilistiche americane: non avrebbero lasciato che i giapponesi si ritrovassero per le mani un vantaggio competitivo permanente.

Il sistema capitalista è provvisto al suo interno di un processo di auto-regolazione,  chiamato sistema profitti/perdite. Se l’attuazione di piani che si basano su robot e programmi informatici portano a perdite, perché gli individui non hanno mezzi economici sufficienti per comprare la loro produzione, allora robot e programmi informatici smetteranno di essere acquistati. Lungo tutta la catena di comando nel sistema di produzione del capitale, i messaggi raggiungeranno le orecchie dei manager: “Fermatevi!”

Il sistema capitalista non aumenterà ciecamente la produzione che non è richiesta dai clienti. Questa è la bellezza del sistema profitti/perdite capitalista. I segnali d’allarme vengono inviati ai capitalisti quando i profitti calano; quando i clienti non compreranno più la produzione, le perdite cattureranno l’attenzione degli imprenditori, interrompendo la produzione di quegli elementi per i quali non c’è domanda.

IL PROBLEMA DI REUTHER

Reuther era di fronte ad un problema reale negli anni ’50. Il numero di persone coinvolte nella produzione di automobili calò costantemente nel tempo, passando da circa 370,000 nel 1950 a 270,000 nel 1990, fino a 150,000 nel 2010. I robot stanno sostituendo gli individui sulla linea di produzione, ma il volume delle vendite di automobili è continuato ad aumentare. Milioni di persone che prima non potevano permettersi una nuova auto, ora possono acquistarla. Questo è un grande vantaggio per quelle persone che acquistano auto usate: coloro che intendono acquistare una nuova auto sono disposte a vendere le loro auto usate, e gli acquirenti più poveri ne traggono profitto. Sono stato a lungo uno di loro, visto che non compro auto nuove.

La decisione della gestione Ford di sostituire i lavoratori con i robot era saggia. Potrebbe esserci voluto mezzo secolo affinché giungesse a buon fine, ma ha raggiunto proficuamente il suo scopo. I lavoratori rimanenti sono stati pagati molto più del salario minimo: Lavorando fianco a fianco con i robot, e con i software, il valore della loro produzione è aumentata, venendo pagati di conseguenza. Non ci sono più molte persone coinvolte nella produzione automobilistica rispetto al 1954. Stanno facendo qualcos’altro per vivere.

Quando i robot non sono più redditizi, poiché vi è un numero insufficiente di percettori di redditi che acquistano la loro produzione, gli imprenditori tagliano l’acquisto di robot e software. Non ci stiamo dirigendo verso un mondo in cui i robot e i programmi informatici svolgeranno la maggior parte dei lavori: saranno impiegati in molti settori, consentendo così al lavoro umano di occuparsi di una produzione più preziosa.

Il lavoro umano è la più versatile di tutte le risorse economiche, potendo muoversi rapidamente in risposta alle migliori opportunità. Tutti gli agricoltori che negli ultimi 200 anni hanno lasciato le fattorie, e i cui figli hanno lasciato le aziende agricole, non hanno patito la fame. Hanno svolto un lavoro più attraente, e lo hanno fatto per un tasso di rendimento migliore rispetto a quello nelle fattorie: all’aumentare dell’efficienza nell’agricoltura, sempre più persone hanno potuto permettersi l’acquisto di cibo a basso costo. Questa è stata la risposta alla preghiera di Gesù: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Non dovremmo lamentarci oggi, 200 anni dopo, perché l’aumento della produttività nell’agricoltura ha permesso all’Occidente di sostituire al pane molti altri prodotti economici. È stato il trionfo del capitalismo che ci ha permesso di trasformare quella preghiera in una formalità — a favore di quelle cose che noi apprezziamo molto più del pane, poiché i suoi costi oggi sono molto bassi.

CONCLUSIONE

Le persone non servono i robot, sono questi ultimi che servono le persone. Le persone imputano valore economico, non i robot. Ludwig von Mises ha scritto un libro, L’Azione Umana. Nessuno scriverà un libro di economia intitolato L’Azione dei Robot. Sebbene qualcuno possa provarci, nessun robot lo leggerà.

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I limiti di un ritorno al sistema aureo classico

Ven, 24/07/2015 - 08:00

L’opuscolo di Ralph Benko e Charles Kadlec The 21st Century Gold Standard: for Prosperity, Security, and Liberty (The Websters’ Press, Washington – New York 2012, III ed.) è pensato per illustrare al grande pubblico i vantaggi di un ritorno al sistema aureo classico e presentare al lettore comune un programma concreto di azione cui egli stesso può prendere parte. Ma se quest’impostazione costituisce il suo grande pregio, il contenuto, purtroppo, non è esente da limiti. Gli stessi limiti, in effetti, del sistema classico, riproposti a cent’anni dal suo tramonto, per fondare il sistema “del Ventunesimo Secolo”… etichetta che, a quanto pare, si deve solo al fatto che “People still will use currency, credit cards, checks, and online transactions just as we do now.” (pag. 16). D’altra parte, Benko si professa seguace di Jacques Rueff, che, notoriamente, ha sostenuto proprio questa linea, al tempo di Bretton Woods.

Oggi, in un tempo di false soluzioni e fallacie grossolane, il sistema classico sembra un vero giardino dell’Eden; ma proprio per questo è necessario che qualcuno rivesta il ruolo, ingrato, del Grillo parlante e spieghi perché la posizione della Scuola Austriaca (almeno nella linea Mises – Rothbard) sia diversa e migliore. Dato che l’opuscolo illustrativo della linea oposta è chiaro e completo, si tratta solo di rilevare i difetti e bollarli per tali.

Anzitutto, gli autori propugnano un’idea, senz’altro popolare ma fallace, di “stabilità monetaria” come “invarianza del potere d’acquisto”, spingendosi ad affermare che i prezzi dei beni nel 1792 erano pressapoco gli stessi del 1933 (cfr. pagg. 16-7). In realtà, un sistema di moneta-merce è, semmai, deflazionistico, nel senso che porta ad un fisiologico calo dei prezzi al consumo, poiché la quantità di moneta resta stabile, mentre le innovazioni di processo e di prodotto accrescono quantità e varietà dei beni disponibili; questo è vero anche senza la copertura integrale, come si è viste nel periodo della Grande Prosperità con Deflazione (1873-96). L’invarianza del potere d’acquisto, in effetti, sarebbe possibile solo in un’economia senza nessun genere di innovazione: un raffronto tra i beni disponibili, per il consumatore americano, nel 1792 e nel 1933 equivale davvero a confrontar le mele con le patate, perché, oltre ai prodotti completamente nuovi (telegrafo, telefono, automobile, trasporto ferroviario… fertilizzanti chimici, pozzi di petrolio…), occorre considerare anche i miglioramenti nella qualità e nei processi produttivi, tali per cui, ad es., l’acciaio del 1792 non è quello del 1933. E ancora, la visione per aggregati, che fonda ogni indice dei prezzi al consumo, trascura il fatto che le scelte individuali non sono governate dai prezzi asoluti, ma da quelli relativi.

Con tutto questo, si può certamente concedere che, in presenza di un sistema aureo, i prezzi al consumo tenderanno a cambiare poco; ma il fatto che non scendano va attribuito alla presenza dei mezzi fiduciari, dunque alla riserva frazionaria. E qui sta il limite forse più grave: gli autori tacciono del tutto sull’esigenza di copertura integrale, non ne percepiscono l’importanza per la stessa effettività del diritto alla conversione, su cui pure, giustamente, insistono.

Purtroppo, è raro che gli errori si correggano o elidano in itinere. E infatti, l’opuscolo finisce per presentare un sistema in cui il Governo manovra il prezzo dell’oro per mantenerlo eguale alla parità aurea ufficiale (cfr. pag. 18)! E non potrebbe essere altrimenti: l’ideale di invarianza nominale dei prezzi al consumo, unita con i prezzi relativi negletti e l’incomprensione del ruolo dei mezzi fiduciari, porta logicamente a concludere che mantenere fisso il prezzo della moneta-merce equivalga a fissare anche tutti gli altri. Questo sistema, dunque, perpetuerebbe il monopolio governativo sulla moneta e anche l’esistenza di una politica monetaria.

Infatti, casomai occorressero conferme, si elogia il sistema aureo come quello che offrirebbe “a welloperating rule so the Fed can continually balance the supply and demand for dollars.” (pag. 18). Veramente, se il dollaro è definito come una quantità fissa di oro, la sua “offerta” è, in realtà, fuori controllo; affermare che la FED creerebbe inflazione se fornisse troppi “dollari”, ma che questo comporterebbe un aumento del prezzo di mercato dell’oro, dunque anche delle richieste di conversione, significa confondere le banconote – promesse di pagamento in oro, dunque sostituti della moneta – con il dollaro vero. Certo, anche un sistema aureo a riserva frazionaria offre uno “stabilizzatore automatico”, del genere cui qui si accenna: lo avevano compreso già i teorici della Currency School. Che, però, avevano elaborato anche una teoria embrionale del ciclo economico, di cui nell’opuscolo non vi è traccia. Come se aumenti e diminuzioni nell’offerta di moneta (rectius, di sostituti monetari) davvero influenzassero solo il mercato dell’oro! O se gli effetti Catillon magicamente si annullassero nel momento in cui si cominciano a convertire le banconote! No, signori: il pregio del sistema aureo consiste nel limitare la politica monetaria, non nell’offrirle una linea direttiva chiara; e se riuscisse addirittura ad eliminarla, sarebbe ancora meglio.

Ma, affinché questo avvenga, è necessario sottrarre allo Stato il controllo sulla moneta. E ridefinire i diritti di proprietà sui depositi bancari, in modo da imporne la copertura integrale. Qualsiasi concessione rispetto a quest’obiettivo di medio-lungo termine significherebbe esporsi al rischio di tornare indietro. E per questo è necessario fare chiarezza su proposte che potrebbero allettare proprio perché meno radicali.

Guido Ferro Canale

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – VIII e ultima parte

Mer, 22/07/2015 - 08:00

Critica dello Stato come istituzione volontaria

 

Nell’evoluzione del pensiero economico, si è prestata molta più attenzione all’analisi del libero scambio che all’azione dello Stato. Come detto, in genere si è considerato lo Stato semplicemente un’istituzione volontaria. L’ipotesi più comune è che lo Stato sia volontario perché deve basarsi sul consenso della maggioranza. Se aderiamo alla Regola dell’Unanimità, però, è ovvio che una maggioranza non è l’unanimità, e che quindi, su tale terreno, l’economia non può considerare lo Stato un’istituzione volontaria. Stessa osservazione si applica alle procedure di voto a maggioranza della democrazia. Non si può dire che la persona che vota per il candidato perdente, e ancor di più la persona che si astiene dal voto, approvino intenzionalmente l’azione dello Stato. 69

Negli ultimi anni alcuni economisti si sono resi conto che la natura dello Stato necessita di un’analisi accurata. In particolare, si sono resi conto che l’economia del benessere deve provare che lo Stato sia in qualche senso volontario prima di poter sostenere qualsiasi azione statale. Il tentativo più ambizioso di definire lo Stato un’istituzione “ volontaria” è costituito dal lavoro del professor Baumol.70 La tesi di Baumol sulle “economie esterne” può essere così sintetizzata: certi bisogni sono per loro natura “collettivi” anziché “individuali”. In questi casi, ogni individuo ordinerà le seguenti alternative nella sua scala di valori: in (A) preferirebbe che tutti tranne lui fossero costretti a pagare per il soddisfacimento del bisogno del gruppo (ad esempio, protezione militare, parchi pubblici, dighe ecc.). Ma poiché questa soluzione non è praticabile, deve scegliere fra le alternative B e C. In (B) nessuno è costretto a pagare per il servizio, nel qual caso il servizio probabilmente non sarà predisposto perché ognuno tenderà a sottrarsi al pagamento della sua quota; in (C) tutti, incluso egli stesso, sono costretti a pagare per il servizio. Baumol conclude che la gente sceglierebbe C; di conseguenza le attività dello Stato che offrono tal i servizi sono “effettivamente volontarie”. Tutti scelgono allegramente di essere costretti.

Questa ingegnosa tesi può essere considerata da diversi punti di vista. In primo luogo, è assurdo sostenere che la “coercizione volontaria” possa essere una preferenza dimostrata. Se la decisione fosse veramente volontaria, non sarebbe necessaria alcuna coercizione fiscale – le persone si metterebbero d’accordo volontariamente e pubblicamente per pagare la propria quota di contributi al progetto comune. Poiché si suppone che tutti preferiscano avere il bene o il servizio anziché non pagare e non averlo, allora effettivamente vogliono pagare il prezzo per ottenere il bene. Di conseguenza l’apparato di coercizione fiscale non è necessario, e tutte le persone risolutamente, anche se un tantino malvolentieri, pagherebbero ciò che ci si aspetta senza alcun sistema fiscale coercitivo.

Secondariamente, la tesi di Baumol è indubbiamente vera per la maggioranza, perché la maggioranza, passivamente o entusiasticamente, deve sostenere lo Stato affinché esso sopravviva per un certo periodo di tempo. Ma anche se la maggioranza vuole costringere se stessa al fine di costringere gli altri (e forse far pendere la bilancia a sfavore degli altri), ciò non prova nulla in termini di economia del benessere, che deve basare le sue conclusioni sulla regola dell’ unanimità , non su quella della maggioranza. Baumol sosterrà che tutti hanno questo ordine di valori? Non esiste una persona nella società che preferisce la libertà per tutti alla coercizione per tutti? Se una sola persona esiste, Baumol non può più definire lo Stato un’istituzione volontaria. Su quali basi, a priori o empiriche, si può sostenere che non esiste una persona simile?71

Tuttavia la tesi di Baumol merita una riflessione più dettagliata. Infatti, anche se non può dimostrare l’esistenza della volontarietà della coercizione, se effettivamente è certo che alcuni servizi semplicemente non possono essere ottenuti nel libero mercato, allora ciò evidenzierebbe una grave debolezza nel “meccanismo” del libero mercato . Esistono casi in cui solo la coercizione può conseguire i servizi desiderati? A prima vista, per una risposta affermativa le “economie esterne” di Baumol sembrano plausibili. Servizi come la protezione militare, le dighe, le autostrade ecc. sono importanti. La gente desidera che siano realizzati. Tuttavia, ognuno non tenderebbe a ridurre la propria quota, sperando che gli altri paghino? Impiegare questo argomento come giustificazione dell’offerta statale di tali servizi è un esempio di ragionamento circolare che non dimostra alcunché. Perché questa particolare condizione esiste solo e proprio perché lo Stato, non il mercato, offre questi servizi! Il fatto che lo Stato offra un servizio significa che, a differenza del mercato, la sua offerta del servizio è completamente separata dalla riscossione dei pagamenti. Dal momento che il servizio è offerto gratuitamente e più o meno indiscriminatamente ai cittadini, ne consegue naturalmente che ogni individuo – avendo il servizi o garantito – cercherà di sottrarsi alle sue imposte. Perché, a differenza della situazione di mercato, il suo pagamento dell’imposta non gli procura niente direttamente. E questa condizione non può essere una giustificazione per l’azione dello Stato; perché è solo la conseguenza dell’esistenza della stessa azione statale.

Ma lo Stato deve forse soddisfare alcuni bisogni perché sono “collettivi” anziché “individuali”? Questa è la seconda linea d’attacco di Baumol. In primo luogo, Molinari ha dimostrato che l’esistenza di bisogni collettivi non implica necessariamente l’azione statale. Ma, soprattutto, il concetto stesso di bisogni “collettivi” è discutibile. Perché tale concetto deve presupporre l’esistenza di una qualche entità collettiva reale che esprime bisogni! Baumol avversa questa ipotesi, ma l’avversa invano. La necessità di presupporre tale entità è resa evidente dall’analisi sull’“azione collettiva” di Haavelmo, citata favorevolmente da Baumol. Haavelmo riconosce che decidere su un’azione collettiva “richiede un modo di pensare e un potere di agire che sono al di fuori della sfera funzionale di qualsiasi gruppo individuale in quanto tale”. 72

Baumol tenta di negare la necessità di presupporre l’esistenza di un’entità collettiva affermando che alcuni servizi possono essere finanziati “congiuntamente”, e gioveranno a molte persone congiuntamente. Quindi afferma che gli individui sul mercato non possono fornire questi servizi. Questa posizione è davvero curiosa. Perché tutte le attività economiche di grande dimensione sono finanziate “congiuntamente” con ampie aggregazioni di capitale, e servono anche molti consumatori, spesso congiuntamente. Nessuno sostiene che un’impresa privata non può fornire acciaio o automobili o assicurazioni perché questi sono finanziati “congiuntamente”. Se si fa riferimento al consumo, da un certo punto di vista nessun consumo può essere congiunto, perché solo gli individui esistono e possono soddisfare i loro bisogni, e quindi ognuno deve consumare separatamente. In un altro senso, quasi tutto il consumo è “congiunto”. Baumol, ad esempio, sostiene che i parchi sono un esempio di “bisogni collettivi” soddisfatti congiuntamente, perché molti individui li devono utilizzare. Di conseguenza, lo Stato deve fornire questo servizio. Tuttavia andare a teatro è un consumo anche più congiunto, perché tutti devono andare nello stesso momento. Allora tutti i teatri devono essere nazionalizzati e gestiti dallo Stato? Inoltre, più in generale, tutto il consumo moderno dipende dalla produzione di massa per un mercato vasto. Non c’è un criterio in base al quale Baumol può individuare certi servizi e definirli “esempi di interdipendenza” o “economie esterne”. Quali individui potrebbero acquistare acciaio o automobili o surgelati, o quasi tutto il resto, se non esistesse un certo numero di altri individui che domandano tali beni e rendono vantaggiosi i metodi della produzione di massa? Le interdipendenze di Baumol sono tutte intorno a noi e non c’è un metodo razionale per isolare alcuni servizi e chiamarli “collettivi”.

In relazione alla tesi di Baumol, un argomento molto comune – e più plausibile della suddetta tesi – è che certi servizi sono talmente indispensabili per l’esistenza stessa del mercato che devono essere forniti collettivamente al di fuori del mercato. Si ritiene che questi servizi (protezione, trasporto ecc.) siano talmente importanti da pervadere le transazioni di mercato e rappresentare una condizione preliminare necessaria per l’esistenza del mercato stesso. Ma questo argomento prova troppo. Un errore degli economisti classici fu di considerare i beni in termini di ampie classi, anziché in termini di unità marginali . Nel mercato tutte le azioni sono “al margine”, e questo è esattamente il motivo per cui possono essere effettuate la valutazione e l’imputazione della produttività in valore ai fattori produttivi. Se cominciamo a considerare intere classi anziché unità marginali, possiamo individuare numerosi tipi di attività che sono necessari prerequisiti di tutta l’attività di mercato, e fondamentali per essa; terra, alloggio, cibo, vestiti, corrente elettrica e così via – anche la carta! Tutti questi beni devono essere forniti dallo Stato, e solo da esso?

Spogliata dei suoi numerosi errori, l’intera tesi sui “bisogni collettivi” si riduce a questo: sul mercato alcune persone riceveranno benefici dalle azioni di altri senza pagare.73 Questo è il succo del discorso nella critica al mercato, e questo è il solo rilevante problema di “economia esterna”. 74 A e B decidono di pagare per la costruzione di una diga di cui hanno bisogno; C ne beneficia anche se non ha pagato. A e B si istruiscono a proprie spese e C beneficia del fatto di poter avere a che fare con persone istruite; e così via. Questo è il problema del free rider. Ma è difficile capire il perché di tutto questo baccano. Devo essere espressamente tassato per il fatto di godere della vista del giardino del mio vicino senza pagare? L’acquisto di un bene da parte di A e B rivela che loro due vogliono pagare per esso; se il bene beneficia indirettamente anche C, nessuno ci perde. Se C ritiene che, se contribuissero solo A e B, egli verrebbe privato del beneficio, allora è libero di contribuire anch’egli. In ogni caso, nella vicenda tutti gli individui si richiamano alle proprie preferenze.

Di fatto noi siamo tutti free rider rispetto agli investimenti e allo sviluppo tecnologico realizzato dai nostri antenati. Dobbiamo cospargerci il capo di cenere, o sottometterci agli ordini dello Stato, per questa felice condizione?

Baumol e gli altri che concordano con lui sono molto incoerenti. Da un lato l’azione non può essere lasciata alla scelta volontaria individuale perché il malvagio free rider potrebbe sottrarsi e ottenere benefici senza pagare. Dall’altro gli individui sono spesso accusati perché non faranno abbastanza per beneficiare i free rider. Ad esempio, Baumol critica gli investitori per il fatto di non violare la propria preferenza temporale e investire più generosamente. Di sicuro la linea di condotta ragionevole è: né penalizzare il free rider né garantirgli particolari privilegi. Questa sarebbe l’unica soluzione coerente con la regola dell’unanimità e c on la preferenza dimostrata.75

Se la tesi del “bisogno collettivo” non è il problema del free rider, è semplicemente un attacco di tipo etico alle valutazioni individuali e un desiderio da parte dell’economista (che assume il ruolo di esperto di etica) di sostituire le valutazioni degli altri individui con le sue al fine di decidere le loro azioni. Questo atteggiamento diventa chiaro nell’affermazione di Suranyi-Unger: “egli (un individuo) può essere guidato da una valutazione de ll’utilità e della disutilità misera o sconsiderata o frivola e da un corrispondente basso grado, o completa assenza, di responsabilità sociale”. 76

Tibor Scitovsky, impegnato in un’analisi simile a quella di Baumol, avanza anche un’altra obiezione al libero mercato, sulla base di ciò che definisce “economie esterne pecuniarie”. 77 In breve, questa concezione soffre del frequente errore di confondere l’equilibrio generale (irraggiungibile!) dell’economia uniformemente rotante con un “ideale” etico e quindi di attaccare fenomeni onnipresenti come l’esistenza dei profitti in quanto scostamenti da tale ideale.

Infine dobbiamo menzionare i tentativi recentissimi del professor Buchanan di definire lo Stato un’istituzione volontaria. 78 La tesi di Buchanan è basata sul curioso sofisma per cui in democrazia la regola della maggioranza in effetti rappresenta l’unanimità perché le maggioranze possono sempre cambiare, e nei fatti cambiano! Si ipotizza dunque che i mutamenti e i cambiamenti di direzione frutto del processo politico, in quanto ovviamente non irreversibili, determinino l’unanimità nella società. La dottrina secondo cui il conflitto politico continuo e lo stallo in realtà equivalgono ad una misteriosa unanimità sociale dev’essere considerata una caduta in un misticismo di tipo hegeliano.79

Conclusioni

 

Nel suo brillante resoconto sull’economia contemporanea, il professor Bronfenbrenner ha descritto la situazione attuale della scienza economica nei termini più deprimenti possibile.80 “Landa desolata” e “guazzabuglio” sono stati i tipici epiteti utilizzati, e Bronfenbrenner ha concluso il suo articolo con disperazione, citando il famoso poema Ozymandias. Se applicato alla teoria oggi di moda, il suo atteggiamento è giustificato. Gli anni Trenta furono un periodo di entusiastica attività e di evidenti progressi pionieristici nel pensiero economico. Invece una dopo l’altra si sono instaurate la reazione e l’indebolimento, e a metà degli anni Cinquanta le grandi speranze di venti anni fa stanno morendo o combattendo una disperata battaglia di retroguardia. Nessuno dei nuovi approcci di qualche tempo fa propone più contributi teoretici vivaci. Bronfenbrenner in particolare menziona, giustamente, sia la teoria della concorrenza imperfetta sia la teoria keynesiana. Avrebbe potuto menzionare anche la teoria dell’utilità e del benessere. Perché la metà degli anni Trenta vide lo sviluppo dell’analisi delle curve di indifferenza di Hicks e Allen e la Nuova Economia del Benessere. Entrambe queste rivoluzioni teoretiche sono state molto popolari nei piani alti della teoria economica; e ora sono entrambe in frantumi.

La tesi di questo saggio è che le teorie dell’utilità e del benessere, un tempo rivoluzionarie e successivamente ortodosse, meritano una sepoltura anche più rapida di quella che hanno ricevuto, ma ad esse non deve seguire un vuoto teoretico. Lo strumento della Preferenza Dimostrata, in cui l’economia prende in considerazione solo la preferenza dimostrata dall’azione reale, combinato con una rigorosa Regola dell’Unanimità ai fini delle asserzioni sull’utilità sociale, possono servire per realizzare una ricostruzione completa dell’utilità e dell’economia del benessere. La teoria dell’utilità può essere definitivamente introdotta come teoria dell’utilità marginale ordinale. E l’economia del benessere può diventare di nuovo un corpus vitale, anche se la sua nuova identità potrebbe no n attrarre i suoi precedenti ideatori. Non si deve pensare che, nel nostro esame dell’economia del benessere, abbiamo cercato di introdurre qualche progetto etico o politico. Al contrario, l’economia del benessere proposta è stata portata avanti senza inserire giudizi etici. L’economia in sé e da sola non può istituire un sistema etico, e dobbiamo garantire ciò indipendentemente dalla filosofia o dall’etica che sosteniamo. Il fatto che il libero mercato massimizza l’utilità sociale, o che l’azione dello Stato non può essere considerata volontaria, o che gli economisti favorevoli al laissez-faire erano teorici del benessere migliori di quanto sia stato loro riconosciuto, in sé non implica alcuna difesa del laissez-faire o di qualsiasi altro sistema sociale. Ciò che l’economia del benessere fa è offrire queste conclusioni a chi enuncia i giudizi etici, essendo esse parte dei dati utili per la costruzione del suo sistema etico. A chi disprezza l’utilità sociale o ammira la coercizione, la nostra analisi potrebbe fornire potenti argomenti per una politica di deciso statalismo.

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

69 Schumpeter è giustamente sprezzante nell’affermare: “La teoria che interpreta i tributi secondo un’analogia con le quote di un club o con l’acquisto dei servizi di un medico, dimostra solo quanto questa parte delle scienze sociali sia molto lontana da un abito mentale di tipo scientifico”. Joseph A. Schumpeter, Capitalism, Socialism, and Democracy (New York: Harper and Brothers, 1942), p. 198. Per un’analisi realistica v. Molinari, The Society of Tomorrow, pp. 87-

70 William J. Baumol, “Economic Theory and the Politic al Scientist,” World Politics (January 1954): 275-77; e Baumol, Welfare Economics and the Theory of the State.

71 Galbraith in effetti avanza tale ipotesi, ma ovviamente senza un fondamento adeguato. V. John K. Galbraith, Economics and the Art of Controversy (New Brunswick, N.J.: Rutgers University Press, 1955), pp. 77-78.

72 Haavelmo, “The Notion of Involuntary Economic Decis ion.” Yves Simon, citato favorevolmente da Rothenbe rg, è anche più esplicito, postulando una “ragione pubblica” e un “volere pubblico” in contrasto con le ragi oni e i voleri privati. V. Yves Simon, Philosophy of Democratic Government (Chicago: University of Chicago, 1951); Rothenberg, “Conditions,” pp. 402-3.

73 V. la critica di una posizione simile di Spencer da parte di S.R., “Spencer As His Own Critic,” Liberty (June 1904).

74 I famosi problemi di “diseconomie esterne” (rumori , fumi, pesca ecc.) fanno parte in realtà di una categoria completamente differente, come ha mostrato Mises. Questi “problemi” sono dovuti ad un’insufficiente difesa della proprietà privata contro le invasioni. Più che un difetto del libero mercato, quindi, sono il risultato di invasioni della proprietà, invasioni che sono escluse per definizione dal libero mercato. V. Mises, Human Action, pp. 650-56.

75 In una buona, sebbene insufficiente, analisi critica delle tesi di Baumol, Reder fa notare che Baumol trascura completamente le organizzazioni sociali volontarie costituite da individui, perché presuppone che lo Stato sia l’unica organizzazione sociale. Questo errore può derivare in parte dalla particolare definizione data da Baumol al termine “individualistico”, inteso come una situazione in c ui nessuno considera gli effetti delle proprie azioni su qualcun altro. V. Melvin W. Reder, “Review of Baumol’s Welfare Economics and the Theory of the State,” Journal of Political Economy (December 1953): 539.

76 Theo Suranyi-Unger, “Individual and Collective Want s,” Journal of Political Economy (February 1948): 1-22. Suranyi-Unger impiega anche concetti privi di significato come “utilità aggregata” della “soddisfazion e del bisogno collettivo”.

77 Tibor Scitovsky, “Two Concepts of External Economies,” Journal of Political Economy (April 1954): 144-51.

78 James M. Buchanan, “Social Choice, Democracy, an d Free Markets,” Journal of Political Economy (April 1954): 114-23; e Buchanan, “Individual Choice in Voting and  the Market,” Journal of Political Economy (August 1954): 334-43. Per molti altri aspetti gli articoli di Buchanan sono davvero validi.

79 Quanto sia inconsistente, anche per Buchanan, questa “unanimità” è illustrato dal seguente passaggio, molto ragionevole: “un voto espresso in dollari [cioè esprimere la propria preferenza sul mercato acquistando o non acquistando un bene, d.t.] non è mai capovolto; l’individuo non è mai nella posizione di membro della minoranza dissenziente” – come invece avviene nel processo elettorale (Buchanan, “Individual Choice in Voting an d the Market,” p. 339). Il suo approccio lo conduce talmente lontano da far passare per una virtù positiva l’incoerenza e l’indecisione nelle scelte politiche.

80 Bronfenbrenner, “Contemporary Economics Resurveyed .”

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Non solo debito: spesa pubblica e denaro facile alimentano la crisi greca

Lun, 20/07/2015 - 08:00

Il governo greco continua a negoziare con i creditori internazionali dopo il suo recente default per il mancato rimborso del prestito da €1.6 miliardi concesso dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Di conseguenza la Grecia rischia di perdere l’accesso ad una quota di prestito da €1.8 miliardi e €10.0 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche.

I commentatori sono del parere che il fattore chiave dietro i guai in Grecia sia l’elevato debito pubblico, che come percentuale del PIL, si è attestato a oltre il 177% nel 2014, contro il 79.6% nel 1990.

Ma non è il debito in quanto tale il problema attuale della crisi in Grecia. La maggior parte delle analisi economiche hanno ignorato le grandi spese governative ed i forti aumenti dell’offerta di moneta.

Dall’inizio del 2000 la tendenza di fondo della dinamica di crescita della spesa statale, è salita ad un tasso annuo che è arrivato al 45.5% nel marzo 2009. Da allora l’andamento della dinamica di crescita è calato.

Nel luglio 2004 il tasso di crescita annuale della misura monetaria AMS della Grecia era pari al 20%. Nell’agosto 2009 è arrivato al 18%, prima di scivolare a -13.8% nell’aprile di quest’anno.

Le politiche fiscali e monetarie allentate sono state protagoniste della creazione di varie attività non produttive, capaci solo di sperperare ricchezza.

L’espansione monetaria indebolisce il processo di creazione di ricchezza

Un calo nella dinamica di crescita nelle spese del governo e nell’offerta di moneta è un bene per il processo di creazione di ricchezza.

In altre parole, un calo della dinamica di crescita delle spese del governo e dell’offerta di moneta (vedi grafici) ha arrestato la deviazione di ricchezza da attività generatrici di ricchezza ad attività che la sprecavano.

La crisi attuale è incentrata su attività non produttive che non possono più acquisire risorse da quelle generatrici di ricchezza a causa di un calo della spesa pubblica e del tasso di crescita dell’offerta di moneta.

Da questo punto di vista questa è una buona notizia per l’economia greca, ed ora si rende necessaria una severa restrizione delle spese pubbliche nonché consentire una contrazione continuata della massa monetaria.

Il processo di generazione di ricchezza della Grecia è stato gravemente danneggiato a causa delle politiche fiscali e monetarie accomodanti del passato. Così, tornare a politiche fiscali e monetarie allentate, come suggerito da diversi economisti famosi come il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, non potrebbe che peggiorare la situazione.

Ricordate, né le spese pubbliche né il pompaggio monetario possono generare ricchezza reale: può farlo solo il rafforzamento della ricchezza generata dal settore privato.

Il danno è stato fatto

Ora, poiché attualmente le attività non produttive comprendono una grande porzione del totale delle attività, l’effetto che viene generato dalla loro scomparsa sembra essere molto grave.

Dopo aver chiuso a 122 nell’aprile 2008, l’indice della produzione industriale è sceso a 91 a marzo di quest’anno — un calo del 25.3%. Il tasso di disoccupazione è salito dal 7.3% del maggio 2008 al 25.6% a marzo di quest’anno.

Qualsiasi minaccia ai sistemi finanziari delle altre economie europee non è dovuto al default della Grecia, bensì al risultato di politiche fiscali e monetarie accomodanti che hanno compromesso le basi del risparmio dei vari paesi europei.

Anziché continuare a sostenere le attività che sperperano ricchezza peggiorando una situazione di per sé già problematica, un modo migliore di agire consiste nel permettere ai creatori di ricchezza d’intervenire al fine di riavviare un sano processo produttivo. Ciò significa che devono essere sigillate tutte le scappatoie, come la creazione di denaro, e le spese del governo devono essere ridotte all’osso. Ovviamente queste misure saranno dolorose per i vari individui impiegati nelle attività sperperatrici di ricchezza. Un fallimento nella riduzione di attività non produttive, prolungherà solamente l’agonia: non è possibile creare ricchezza reale dal nulla.

Articolo di Frank Shostak su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli

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Cosa non è l’individualismo

Ven, 17/07/2015 - 08:00

Adesso sull’etichetta della bottiglia c’è scritto “libertarismo”. Il contenuto, però, è qualcosa che conosciamo molto bene: risponde a ciò che nel XIX secolo, e fino all’epoca di Franklin Roosevelt, era chiamato liberalismo — la difesa di limiti rigorosi al governo e della libera economia. (Se ci pensate, noterete ridondanza in questa formula, in quanto un governo con poteri limitati avrebbe poche possibilità d’interferire nell’economia.) I liberali furono derubati del loro nome tradizionale da socialisti e quasi socialisti, la cui avidità per i termini prestigiosi non conosce limiti. Quindi, forzati a cercare una diversa etichetta distintiva per la loro filosofia, adottarono il termine libertarismo — non male, sebbene in qualche modo ostico alla lingua.

Avrebbero forse potuto far meglio adottando il più antico ed eloquente nome d’individualismo, ma lo scartarono perché anch’esso era stato più che infangato dagli oppositori…

Il getto di fango era cominciato molto tempo fa, ma l’orgia più recente e conosciuta avvenne nella prima parte del secolo, quando i fanatici dello stato messianico affibbiarono all’individualismo un aggettivo impregnato di giudizio — estremo. Il termine in sé non ha contenuto morale; riferito ad una montagna è puramente descrittivo, riferito ad un atleta ha una connotazione positiva. Nello stile letterario di quei fanatici, però, denotava quello che in linguaggio comune rappresenterebbe un comportamento losco. Questa connotazione non ha nulla a che fare con la filosofia più di quanto abbia ogni forma di comportamento indecente. Quindi, “l’individualista estremo” era il tipo che minacciava il pignoramento della vecchia proprietà di famiglia se la fanciulla graziosa rifiutava la sua mano; oppure era lo speculatore che usava il mercato borsistico per derubare “vedove e orfani”; o, ancora, era il pirata grasso e florido che copriva di diamanti la sua amante. Era, in breve, un tipo la cui coscienza non metteva ostacoli alla sua inclinazione ad afferrare ogni dollaro, che non riconosceva alcun codice etico che potesse tenere a freno i suoi appetiti. Se c’è qualche differenza tra un ladro ordinario e un “individualista estremo”, è il fatto che il secondo quasi sempre si mantiene entro i limiti della legge, anche se deve riscrivere la legge per farlo…

“L’individualismo estremo” fu una mera espressione propagandistica: utilissima nel portare il fervore legato al motto “spenniamo i ricchi” al punto di ebollizione.

L’espressione si diffuse in un’epoca in cui la mania di livellamento stava costruendo la sua strada nella tradizione americana, prima che il governo, usando appieno il nuovo potere acquisito con la legge della imposta sul reddito, afferrasse l’individuo per la gola e ne facesse un uomo di massa. È un fatto bizzarro che i socialisti siano ben in accordo con gli “individualisti estremi” nel promuovere l’uso della forza politica per ottenere il proprio “bene”; la differenza tra loro sta solo nel determinare le occorrenze, o gli assegnatari, del “bene” fornito dallo stato. È dubbio che i “baroni” (un sinonimo di indivualista estremo) abbiano mai usato lo stato, prima della imposta sul reddito, con qualcosa che si avvicinasse al successo dei socialisti. Comunque sia, lo stigma “dell’estremismo” attecchì, cosicché gli “intellettuali” collettivisti, che non dovrebbero essere così ingenui, ignorano la differenza tra furto e individualismo.

Le Parole Diffamatorie Originali

La denigrazione dell’individualismo, inoltre, aveva avuto una buona partenza prima dell’era moderna. I diffamatori originali non erano socialisti ma solidi difensori dello status quo, i paladini dei privilegi speciali, i mercantilisti del XIX secolo. La loro contrarietà scaturiva in parte dal fatto che l’individualismo pendeva pesantemente verso la fiorente dottrina del libero mercato, dell’economia del laissez-faire, e per questo poneva una minaccia alla loro posizione prediletta. Allora cercarono nell’antico sacco della semantica al fine di ricavarne due aggettivi infanganti: egoista e materialista; proprio come i socialisti più tardi, non avevano rimorsi nel distorcere la verità per adattarla alle loro tesi.

La teoria del laissez-faire – in breve, un’economia libera dagli interventi e dalle sovvenzioni politiche — sostiene che l’istinto dell’interesse personale è il fattore motivante dello sforzo produttivo. Niente è prodotto se non dal lavoro umano, e il lavoro stesso rappresenta qualcosa a cui l’essere umano concede molta parsimonia: se potesse soddisfare i suoi desideri senza sforzo, eviterebbe quest’ultimo molto volentieri. Questo è il motivo per cui inventa dispositivi che fanno risparmiare lavoro. Tuttavia, egli è „congegnato“ in maniera tale per cui ogni gratificazione dà origine a nuovi desideri, ch’egli procede a soddisfare investendo il lavoro risparmiato. È insaziabile. La capanna fatta di tronchi, abitazione sufficiente nella terra selvaggia, sembra decisamente inadeguata non appena il pioniere accumula un’eccedenza di beni di prima necessità; allora comincia a sognare di tende e quadri, acqua corrente, una scuola o una chiesa, per non dire del baseball o di Beethoven. L’interesse personale prevale sull’avversione al lavoro: il costante impulso a migliorare le proprie circostanze e allargare i propri orizzonti…

È nel libero mercato che l’interesse personale trova la sua migliore espressione; questo è un punto cardine dell’individualismo. Se il mercato viene regolarmente saccheggiato, da ladri o dal governo, e la sicurezza della proprietà viene compromessa, l’individuo perde interesse nella produzione, per cui si riduce l’abbondanza delle cose create. Ne consegue che per il bene della società, l’interesse personale nella sfera economica deve procedere libero e senza impedimenti.

Invero, l’interesse personale non coincide con l‘egoismo. L’interesse personale stimolerà il produttore a migliorare i suoi prodotti in modo da favorire il commercio, mentre l’egoismo lo indurrà a cercare i privilegi speciali e il favore dello stato, finendo per distruggere proprio il sistema di libertà economica dal quale egli dipende. Il lavoratore che cerca di migliorare il suo destino attraverso un perfezionamento delle sue capacità, difficilmente può essere chiamato egoista; questo termine si addice piuttosto al lavoratore che pretende di essere pagato per non lavorare. Il cercatore di sussidi è egoista, così come lo è qualsiasi cittadino che usa la legge per arricchirsi a spese degli altri cittadini.

Il libero mercato

Vi è poi l’accusa di “materialismo”. Il laissez-faire, naturalmente, ha dalla sua l’argomento dell’abbondanza; se la gente vuole molte cose, il modo di ottenerle passa attraverso la libertà di produzione e di scambio;  da questo punto di vista, potrebbe essere definito “materialistico”. Però l’economista a favore del laissez-faire, in quanto economista, non discute né giudica i desideri degli uomini; non ha alcuna opinione su quali dovrebbero essere le loro aspirazioni. Che preferiscano la cultura ai gadget, o che attribuiscano maggior valore all’ostentazione rispetto alle cose spirituali, non è oggetto del loro studio; il libero mercato è meccanicistico e amorale. Se la preferenza di qualcuno è per il tempo libero, per esempio, è attraverso l’abbondanza che il suo desiderio può essere soddisfatto al meglio; infatti l’abbondanza delle cose le rende più economiche, più facili da ottenere, quindi diventa possibile concedersi d’indulgere in vacanze. Un concerto è probabilmente meglio apprezzato da un esteta ben nutrito che da uno affamato. Comunque sia, l’economista rifiuta di giudicare le predilezioni degli uomini; qualsiasi cosa vogliano, ne otterranno di più da un libero mercato che da un mercato che funziona sotto il comando di poliziotti.

Tuttavia, i critici del XIX secolo ignoravano allegramente questo punto; persino i socialisti moderni lo ignorano, insistendo nel collegare contenuto morale alla libera economia…

In realtà — mentre il libero mercato in se stesso è un meccanismo neutro rispetto ai valori espressi dai desideri degli uomini — la teoria del libero mercato si basa sulla tacita accettazione di un concetto puramente spirituale, e cioè: l’uomo è dotato della capacità di fare scelte, per libera volontà. Se non fosse per questo tratto puramente umano, non ci sarebbero mercati, la vita umana sarebbe analoga a quella degli uccelli e delle bestie. L’economista promuovente il laissez-faire cerca di soprassedere questo punto filosofico e teologico; nondimeno, se pressato a sufficienza, deve ammettere che la sua tesi è basata sull’assioma della libera volontà, nonostante egli possa chiamarlo in un altro modo. Tale assioma non è materialistico; ogni discussione al riguardo conduce ineluttabilmente a dover considerare l’anima.

Per contrasto, sono i socialisti (di qualsiasi sottospecie) che devono iniziare la loro tesi con il rifiuto dell’idea di libera volontà. La loro teoria richiede di descrivere l’individuo come puramente materialistico. Ciò che viene chiamata libera volontà, secondo loro, è un gruppo di riflessi derivanti dal condizionamento ambientale…

“Edonismo”

Tornando alla diffamazione dell’individualismo, un’altra parola carica di giudizio morale scagliata contro di esso, in passato e ancora adesso, è edonismo. Questa etichetta deriva dal fatto che un certo numero di individualisti auto-definitesi tali, discepoli di Adam Smith, si associarono ad un credo etico noto come utilitarismo: i più famosi furono Jeremy Bentham, James Mill e John Stuart Mill. Il principio base di questo credo postula che per costituzione l’uomo sia spinto ad evitare il dolore e ricercare il piacere. Quindi, nella natura delle cose, l’unica condotta moralmente buona è quella che favorisce questa ricerca. Sorge però un problema di definizione, dal momento che quel che può essere piacere per un filosofo può essere dolore per l’imbecille. Bentham, fondatore della scuola, interessato più alla legislazione che alla filosofia, risolvette il problema redigendo un calcolo grossolano del piacere; poi enunciò un principio legislativo basato su di esso: è moralmente buono ciò che produce il maggiore bene per il maggior numero di persone.

Provenendo da un oppositore dichiarato dei privilegi e da un sostenitore dei limiti al potere del governo, questa dottrina di “fare del bene” è una strana anomalia. Se la misura morale della legislazione è il maggior bene per il maggior numero, ne consegue che il bene della minoranza, ancor più una minoranza di una sola persona, è immorale. Questo proprio non si accorda con il principio di base dell’individualismo per il quale l’uomo è dotato di diritti con i quali la maggioranza non può interferire…

I Punti Cardine dell’Individualismo

Metafisicamente, l’individualismo sostiene che la persona è unica, non è un campione della massa, dovendo la sua peculiare composizione e la sua lealtà al Creatore, non al suo ambiente. A ragione dell’origine della sua esistenza, egli è dotato di diritti inalienabili, che è dovere di tutti gli altri rispettare, come è suo dovere rispettare i loro; questi diritti sono la vita, la libertà e la proprietà. In accordo a tale premessa, la società non ha alcun permesso di invadere questi diritti, nemmeno sotto il pretesto di migliorare le sue circostanze di vita; il governo non può fornirgli altro servizio se non quello di proteggerlo dagli altri nell’esercizio di questi diritti. Nel campo dell’economia (del quale i libertari si preoccupano giustamente perché è qui che lo stato comincia le sue infrazioni), il governo non ha competenza; il meglio che può fare è mantenere una condizione di ordine, in modo che l’individuo possa portare avanti le sue attività con la sicurezza che potrà tenere ciò che produce. Questo è tutto.

Articolo di Frank Chodorov su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – VII parte

Mer, 15/07/2015 - 08:00

Economia del benessere: una ricostruzione

 

Preferenza dimostrata e libero mercato

La tesi di questo saggio è che la veglia funebre di tutta l’economia del benessere è prematura, e che questa può essere ricostruita con l’aiuto del concetto di preferenza dimostrata. Questa ricostruzione non avrà comunque alcuna somiglianza con gli edifici “vecchio” e “nuovo” che l’hanno preceduta. In realtà, se la tesi di Reder è corretta, il tipo di resurrezione del paziente da noi proposta potrebbe essere considerata da molti più infausta del suo decesso.56

Si rammenta che la preferenza dimostrata elimina le fantasie ipotetiche sulle scale di valori individuali. L’economia del benessere finora ha sempre considerato i valori come valutazioni ipotetiche di “stati sociali” ipotetici. Invece la preferenza dimostrata considera i valori solo in quanto rivelati dall’azione scelta.

Consideriamo ora eventuali cambiamenti che si verifichino nel libero mercato. In tale contesto un cambiamento è intrapreso volontariamente da entrambe le parti. Quindi, il fatto stesso che uno scambio ha luogo, dimostra che entrambe le parti beneficiano (o, più correttamente, si aspettano di beneficiare) dallo scambio. Il fatto che entrambe le parti abbiano scelto lo scambio dimostra che entrambe ottengono un beneficio. Libero mercato è l’espressione che indica l’insieme di tutti gli scambi volontari che si svolgono nel mondo. Poiché ogni scambio dimostra un beneficio unanime per entrambe le parti coinvolte, dobbiamo concludere che il libero mercato beneficia tutti i partecipanti. In altri termini, l’economia del benessere può affermare che il libero mercato aumenta l’utilità sociale, attenendosi ancora all’impostazione della Regola dell’Unanimità. 57

Ma che dire dello spauracchio di Reder: l’invidioso che odia il maggior benessere degli altri? Nella misura in cui egli ha partecipato al mercato, rivela che gli piace e beneficia dal mercato. Per il resto a noi non interessano le sue opinioni sugli scambi effettuati dagli altri, dal momento che le sue preferenze non sono dimostrate attraverso l’azione e sono quindi irrilevanti. Come sappiamo che questo ipotetico invidioso perde utilità a causa de gli scambi di altri? Interpellare la sua opinione verbale non è sufficiente, perché la sua asserita invidia potrebbe essere uno scherzo o un gioco letterario o una deliberata bugia.

Siamo quindi condotti inesorabilmente alla conclusione che i processi del libero mercato conducono sempre ad un aumento dell’utilità sociale. E, come economisti, possiamo dire ciò con assoluta validità, senza impegnarci in giudizi etici.

 

Il libero mercato e il “problema della distribuzione”

L’economia in generale, e l’economia del benessere in particolare, sono state afflitte dal “problema della distribuzione”. Si è sostenuto, ad esempio, che le affermazioni sull’aumento dell’utilità sociale nel libero mercato vanno tutte bene, ma solo all’interno dell’ipotesi di una data distribuzione del reddito.58 Poiché i cambiamenti nella distribuzione del reddito verosimilmente danneggiano una persona e ne beneficiano un’altra, si ritiene che, in caso di cambiamenti nella distribuzione, non sia possibile affermare alcunché circa l’utilità sociale. E la distribuzione del reddito cambia continuamente.

Nel libero mercato, tuttavia, non esiste una “distribuzione” separata [dalla produzione, n.d.t.]. Le disponibilità monetarie di una persona sono state acquisite proprio perché i suoi servizi, o i servizi dei suoi predecessori, sono stati acquistati da altri sul libero mercato. Non esiste un processo distributivo separato dai processi di produzione e scambio del mercato; di conseguenza il concetto stesso di “distribuzione” diventa privo di significato sul libero mercato. Poiché la “distribuzione” è semplicemente il risultato del processo di libero scambio, e poiché questo processo beneficia tutti i partecipanti nel mercato e aumenta l’utilità sociale, ne consegue immediatamente che anche i risultati “distributivi” del libero mercato aumenta no l’utilità sociale.

Le obiezioni dei critici, comunque, si applicano ai casi di intervento dello Stato. Quando lo Stato prende da Piero e dà a Paolo, sta effettuando un processo di distribuzione separato. In questo caso esiste un processo separato dalla produzione e dallo scambio, e quindi il concetto acquisisce significato. Va aggiunto che tale azione statale ovviamente e palesemente beneficia un gruppo e ne danneggia un altro, violando così la Regola dell’Unanimità.

 

Il ruolo dello Stato

Fino a poco tempo fa l’economia del benessere non ha mai analizzato il ruolo dello Stato. Va detto che l’economia in generale non ha mai prestato molta attenzione a questa fondamentale questione. Temi specifici, come la finanza pubblica o i controlli di prezzo, sono stati investigati, ma nella letteratura economica lo Stato in sé è stata una figura defilata. In genere è stato considerato, in maniera imprecisa, come il rappresentante in qualche modo della “società” o della “gente”. La “società”, però, non è un’entità esistente; è solo un utile stenogramma per indicare un insieme di tutti gli individui esistenti.59 In ogni caso, l’area, largamente inesplorata, dello Stato e delle azioni dello Stato può essere analizzata con i potenti strumenti della Preferenza Dimostrata e della Regola dell’Unanimità.

Lo Stato si distingue dalle altre istituzioni della società per due caratteristiche: 1) esso, ed esso solo, può interferire attraverso l’uso della violenza con gli scambi di mercato, reali e potenziali, di altre persone; e 2) esso, ed esso solo, ottiene le sue entrate attraverso un’esazione forzosa, garantita dalla minaccia della violenza. Nessun altro individuo o gruppo può legalmente agire in questi modi.60 Ora, che cosa accade quando lo Stato, o un criminale, usa la violenza per interferire con gli scambi di mercato? Supponiamo che lo Stato proibisca ad A e B di effettuare uno scambio che essi vorrebbero intraprendere. È chiaro che le utilità di A e B sono state ridotte, perché viene loro impedito, attraverso la minaccia della violenza, di effettuare uno scambio che altrimenti avrebbero effettuato. Dall’altro lato, vi è stato un aumento di utilità per i funzionari statali che impongono tale restrizione, altrimenti non lo avrebbero fatto. Come economisti in questo caso non possiamo quindi dire alcunché sull’utilità sociale, dal momento che, in conseguenza dell’azione statale, alcuni individui hanno chiaramente guadagnato e altri chiaramente perso utilità.

Si giunge alla stessa conclusione nei casi in cui lo Stato costringe C e D a effettuare uno scambio che essi non avrebbero intrapreso. Di nuovo, le utilità dei funzionari statali aumentano. E almeno uno dei due partecipanti (C o D) perde utilità, perché almeno uno non avrebbe voluto effettuare lo scambio senza la coercizione statale. Anche in questo caso l’economia non può dire alcunché sull’utilità sociale. 61

Concludiamo quindi che nessuna interferenza statale negli scambi può mai aumentare l’utilità sociale. Ma possiamo dire qualcosa in più. L’essenza dello Stato è che solo esso ottiene le sue entrate attraverso l’esazione forzosa delle imposte . Tutti i suoi atti e le sue spese successive, quale che sia la loro natura, si basano su questo potere impositivo. Abbiamo appena visto che, quando lo Stato costringe qualcuno ad effettuare uno scambio che egli non avrebbe voluto effettuare, costui perde utilità in seguito alla coercizione. Ma la tassazione è proprio tale scambio coercitivo. Se ciascuno avesse pagato la stessa somma allo Stato in un sistema di contribuzione volontaria, allora non ci sarebbe stato bisogno della costrizione rappresentata dalle imposte. Dato il fatto che quindi per le imposte è usata la coercizione, e basandosi tutte le azioni statali sul potere impositivo, deduciamo che: nessun atto dello Stato può aumentare l’utilità sociale.

Dunque l’economia, senza impegnarsi in qualsivoglia giudizio etico e seguendo i principi scientifici della Regola dell’Unanimità e della Preferenza Dimostrata, conclude che: 1) il libero mercato aumenta sempre l’utilità sociale; e 2) nessun atto dello Stato può mai aumentare l’utilità sociale. Queste due proposizioni sono i pilastri della ricostruita economia del benessere.

Gli scambi fra le persone possono avere luogo o volontariamente o sotto la costrizione della violenza. Non esiste una terza modalità. Se dunque gli scambi di libero mercato accrescono sempre l’utilità sociale, mentre nessuno scambio obbligatorio e nessuna interferenza possono aumentarla, possiamo concludere che la salvaguardia di un mercato libero e volontario “massimizza” l’utilità sociale (purché non si interpreti “massimizzare” in senso cardinale).

In genere, anche gli economisti più rigorosamente Wertfrei hanno voluto riservarsi un giudizio etico: si dichiarano liberi di raccomandare qualsiasi cambiamento o processo che aumenti l’utilità sociale sotto il vincolo della Regola dell’Unanimità. Qualsiasi economista che segue questo metodo dovrebbe a) sostenere il libero mercato in quanto sempre benefico e b) evitare di sollecitare qualsiasi azione statale. In altre parole, dovrebbe diventare un sostenitore dell’ “ultra” laissez-faire.

Riconsiderare il laissez-faire

È stato molto tipico deridere l’“ottimistica” scuola francese del laissez-faire del diciannovesimo secolo. Di solito la loro analisi “economica del benessere” è stata respinta in quanto ingenuo pregiudizio. In realtà i loro scritti rivelano che le loro conclusioni di laissez-faire erano post-judices – erano giudizi basati sulle loro analisi, e non preconcetti della loro analisi.62 Fu la scoperta del beneficio sociale generale proveniente dal libero scambio a condurre alle rapsodie sul processo di libero scambio nei lavori di autori come Frédéric Bastiat, Edmond About, Gustave de Molinari e l’americano Arthur Latham Perry. Le loro analisi sull’azione dello Stato erano molto rudimentali (tranne nel caso di Molinari), ma, per condurli a una posizione di laissez-faire puro, necessitavano solo di una premessa etica a favore dell’utilità sociale.63 Il modo in cui trattano lo scambio può essere rintracciato in questo passaggio dell’ormai trascurato Edmond About: “Ora, ciò che è ammirevole nello scambio è che esso beneficia le due parti contraenti. […] Ciascuna delle due, dando ciò che ha in cambio di ciò che non ha, fa un buon affare. […] Ciò accade in ogni scambio libero e onesto. […] Di fatto, se vendi, se compri, compi un atto di scelta. Nessuno ti costringe a cedere uno qualsiasi dei tuoi beni in cambio dei beni di un altro”. 64

L’analisi del libero scambio alla base della posizione di laissez-faire ha subìto un generale oblio in economia. Quando viene presa in considerazione, è generalmente respinta in quanto “semplice”. Ad esempio, Hutchison definisce “semplice” l’idea dell o scambio come mutuo beneficio; Samuelson la considera “semplicistica”. Forse è semplice, ma nel la scienza la semplicità di per sé non è certo una colpa. L’aspetto importante è se la dottrina è corretta; se è corretta, allora il rasoio di Occam ci dice65 che, quanto più è semplice, meglio è.

Il ripudio del semplice sembra avere le sue radici nella metodologia positivista. In fisica (riferimento del positivismo) il compito della scienza è di andare oltre l’osservazione di senso comune, costruendo una complessa struttura che spiega i fatti di senso comune. La prasseologia, invece, inizia considerando assiomi alcune verità di senso comune. Le leggi della fisica hanno bisogno di complicate verifiche empiriche; gli assiomi della prasseologia sono riconosciuti evidenti da tutti in base alla riflessione. Risultato di ciò è che i positivisti si sentono a disagio in presenza di verità universali. Invece di gioire della capacità di fondare la conoscenza su una verità universalmente accettata, il positivista la respinge in quanto semplice, vaga o “ingenua”. 66

L’unico tentativo di Samuelson di confutare la posizione di laissez-faire consisteva in un breve rinvio alla presunta confutazione classica di Wicksell.67 Anche Wicksell però respinse l’approccio degli “economisti dell’armonia” francesi senza argomentare, e si dedicò a un lungo esame della formulazione di Leon Walras, di gran lunga più debole. Walras cercò di provare la “massima utilità” derivante dal libero scambio in termini di utilità cardinale interpersonale e così rimase completamente esposto alla confutazione.

Va inoltre evidenziato che il teorema della massima utilità sociale non si applica a qualsiasi tipo di concorrenza “perfetta” o “pura”, o anche alla “concorrenza” in contrapposizione al “monopolio”. Si applica semplicemente a qualsiasi scambio volontario. Si potrebbe obiettare che la creazione di un cartello volontario volto ad aumentare i prezzi peggiora la condizione di molti consumatori, e quindi la tesi dei benefici dello scambio volontario dovrebbe escludere i cartelli. Tuttavia non è possibile per un osservatore confrontare scientificamente i risultati, in termini di utilità sociali, prodotti sul libero mercato in un periodo di tempo e in quello successivo. Come abbiamo visto sopra, non possiamo determinare le scale di valori di una persona lungo un dato periodo di tempo. Figuriamoci quanto sia ancor meno possibile per tutti gli individui! Dal momento che non possiamo scoprire le utilità delle persone nel tempo, dobbiamo concludere che, quali che siano le condizioni istituzionali dello scambio, per quanto grande o piccolo sia il numero dei partecipanti al mercato, il libero mercato massimizzerà sempre l’utilità sociale. Perché tutti gli scambi sono scambi effettuati volontariamente da tutte le parti. Supponiamo che alcuni produttori formino volontariamente un cartello in un dato settore industriale. Questo cartello effettua i suoi scambi nel Periodo 2. L’utilità sociale è ancora massimizzata, perché, di nuovo, nessuno scambio è alterato dalla coercizione. Se, nel periodo 2, lo Stato dovesse intervenire per proibire il cartello, non potrebbe aumentare l’utilità sociale, perché il divieto danneggia palesemente i produttori.68

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

56 “La teoria del benessere (e argomenti collegati) degli anni Trenta e Quaranta è stata in larga misura un tentativo di evidenziare la molteplicità e l’importanza delle circostanze in cui il laissez faire risultava inadeguato”. Ibid.

57 Haavelmo critica la tesi secondo cui il libero mercato massimizza l’utilità sociale perché tale tesi “ assume” che gli individui “in qualche modo si mettono d’accordo” pe r prendere una decisione ottimale. Ma il libero mercato è esattamente il metodo attraverso cui il “mettersi d ’accordo” ha luogo! V. Trygve Haavelmo, “The Notion of Involuntary Economic Decision,” Econometrica (January 1950): 8.

58 Sarebbe più corretto dire una data distribuzione della ricchezza [assets] monetaria.

59 Su questo errore del collettivismo metodologico, e sul più ampio errore del realismo concettuale, v. l’eccellente analisi di Hayek, Counter Revolution of Science, pp. 53 e segg.

60 Anche i criminali agiscono così, ma non possono farlo in conformità alla legge. In un’analisi prasseologica, e non giuridica, si applicano le stesse conclusioni ad entrambi i gruppi.

61 Non possiamo esaminare qui l’analisi prasseologica dell’economia generale, che mostra che, nel lungo periodo, per molti atti di interferenza coercitiva, lo stesso aggressore perde utilità.

62 The Theory of Economic Policy in English Classical Political Economy (London: MacMillan, 1952) di Lionel Robbins è fedele alla tesi secondo cui gli economisti classici inglesi erano veramente “scientifici” p erché non sostenevano il laissez-faire, mentre gli ottimisti francesi erano dogmatici e “ metafisici” perché lo sostenevano. Per affermare ciò Robbins abbandona il suo approccio prasseologico di venti anni prima e adotta il positivismo: “Il test finale per stabilire se un’affermazione è metafisica (sic) o scientifica è […] se argomenta dogmaticamente a priori oppure appellandosi all’esperienza”. Naturalmente R obbins cita esempi tratti dalle scienze fisiche per sostenere questa erronea dicotomia. Ibid., pp. 23-24.

63 Gli scritti di Bastiat sono molto diffusi, ma la sua analisi sul “benessere” era complessivamente inferiore a quelle di About o di Molinari. Per una brillante analisi dell’azione dello Stato, v. Gustave de Molinari, The Society of Tomorrow (New York: G.P. Putnam and Sons, 1904), pp. 65-96.

64 Edmond About, Handbook of Social Economy (London: Straham, 1872), p. 104. Anche ibid., pp. 101-12; e Arthur Latham Perry, Political Economy, 21st ed. (New York: Charles Scribners’ Sons, 1892), p. 180.

65 Terence W. Hutchison, A Review of Economic Doctrines, 1870-1929, p. 282; Samuelson, Foundations of Economic Analysis, p. 204.

66 Per un esempio di questo atteggiamento v. la critica a Counter Revolution of Science di Hayek da parte di May Brodbeck, in “On the Philosophy of the Social Scien ces,” Philosophy of Science (April 1954). Brodbeck si lamenta del fatto che gli assiomi prasseologici non sono “sorprendenti”; se però lei proseguisse l’analisi, potrebbe scoprire che le conclusioni sono abbastanza sorprendenti.

67 Knut Wicksell, Lectures on Political Economy (London: Routledge and Kegan Paul, 1934), 1, pp. 72e segg..

68 Sulla base dell’economia generale, più che dell’economia del benessere, è anche possibile affermare che la creazione di un cartello volontario, se profittevole, beneficerà i consumatori. In tal caso, i consumat ori, come i produttori, sarebbero danneggiati dal divieto statale del cartello. Come mostrato sopra, l’economia del benessere dimostra che nessuna azione statale può aumentare l’utilità soci ale. L’economia generale dimostra che, in molti casi di azioni statali, anche coloro che guadagnano nell’immediato, perdono nel lungo periodo

 

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La corsa ai Bancomat e la legge di Gresham

Lun, 13/07/2015 - 08:00

Mentre scrivo, l’ennesima giornata “decisiva” per le sorti della Grecia si srotola come una cacofonica partitura di dichiarazioni, smentite, repliche, impressioni… e incertezze. Ma, a margine di tutto questo, perviene anche qualche notizia di cronaca. E se non mancano fonti secondo cui il blocco dei capitali sta causando problemi seri alle transazioni commerciali, perché, nei rapporti tra imprese o con i fornitori all’estero, si ha paura ad accettare i pagamenti banca su banca, altre notizie parlano di una corsa all’impiego dei conti correnti per acquistare ogni sorta di bene-rifugio e – mirabile dictu – perfino per pagare le tasse!

E’ probabile che le due versioni dei fatti siano entrambe vere. Ma mi concentrerei sulla seconda, perché le proposte di lettura Austriaca avanzate da John Rubino e da Paul-Martin Foss tendono a convergere e a ravvisarvi un sintomo di iperinflazione o di crack-up boom, causato da un’improvvisa perdita di fiducia nella moneta (per il rischio percepito di taglio ai saldi dei conti correnti).

Non sono del tutto in sintonia con quest’impostazione, che, a mio sommesso avviso, trascura l’ubi consistam della teoria monetaria, ossia la distinzione tra moneta e sostituti, moneta creditizia e mezzi fiduciari. Infatti, non è in crisi la moneta, che poi sarebbe l’euro in contanti; al contrario, i greci, potendo, ne farebbero incetta per limitare i danni di un eventuale ritorno alla dracma. Invece, di colpo il conto corrente – la moneta bancaria – non è più percepito come sostituto perfetto del contante, sia perché si è fatta palese la sua natura di mezzo fiduciario (per la quota non coperta da riserve), sia perché, ora, a questo credito si associa un rischio imminente e considerevole.

Questo, a mio avviso, giustifica tutti e tre i fenomeni concomitanti che, per quanto mi è dato di capire, la Grecia sta vivendo in questi giorni convulsi: la corsa ai Bancomat, ossia a incassare il credito, a trasformare in moneta il sostituto (adesso percepito come) imperfetto; la tendenza a preferire il contante rispetto ai pagamenti in conto corrente; e quella a svuotare i conti stessi per altra via, cioè usandoli per acquistare beni-rifugio. Non so se tra questi rientri anche una moneta alternativa come il Bitcoin: per acquistarla sono necessari i contanti?

Ma la lente giusta per inquadrare questi fenomeni non è – al momento – l’iperinflazione o il crack-up boom, bensì la legge di Gresham. Il saldo del conto corrente è diventato la moneta “cattiva”, che tutti cercano di spendere, tenendosi ben stretta quella “buona”. Ma questo può succedere solo finché qualcuno accetta ancora questo sostituto monetario in pagamento; ossia finché esiste una possibilità concreta di passare il cerino. La legge di Gresham, con i mezzi fiduciari, opera altrimenti che nella versione “classica”, enunciata per sistemi bimetallici: secondo le previsioni individuali sulla probabilità di passare il cerino alla svelta e secondo la propensione al rischio di ciascuno, il mercato tende a segmentarsi tra chi accetta il sostituto imperfetto con il rischio da esso veicolato e chi preferisce il contante (o un’altra valuta). E’ altamente probabile che un bel po’ di cerini finisca in mano al Governo: perfino il pagamento delle tasse, nuove o arretrate, è preferibile al restare con un pugno di mosche. In effetti, lo Stato greco si trova, con ogni probabilità, ad essere percepito come acquirente di ultima istanza della moneta bancaria, l’ultimo pilastro del sistema. Per questo opera la legge di Gresham e non assistiamo alla demonetizzazione totale dei conti correnti.

Nel nostro caso, peraltro, mi sembra che tale legge, peraltro, a mio parere si inscrive come caso particolare nella teoria qualitativa della moneta delineata da Philipp Bagus: il conto corrente diviene moneta “cattiva” appunto perchè concepito come peggiore nella qualità, o capacità di servire da riserva di potere d’acquisto per il futuro. Per questo, non abbiamo solo una corsa a liberarsi del conto corrente – a vendere il sostituto imperfetto, “acquistando”, magari, solo la tranquillità sul versante fiscale – ma anche la tendenza a usarlo per comprare beni-rifugio, ossia appunto quelli che vengono percepiti, hic et nunc, quali riserve migliori. O, se si preferisce, come più liquidi della moneta bancaria, che ora sconta la previsione di difficoltà nell’utilizzo di quest’ultima e il rischio di taglio o prelievo forzoso sul conto.

Ci si può chiedere se, nel caso di un mezzo fiduciario, la legge di Gresham non sia anche il primo stadio della demonetizzazione. Dopotutto, l’elemento decisivo sembra la possibilità di scaricare il cerino nella mano di qualcun altro; il che significa che la moneta – lato sensu – resta tale non per ciò che può procurare, ma per la facilità con cui si prevede di potersene liberare, magari e incidentalmente scambiandola per qualcosa di meglio.

Non mi pare che siamo (ancora) arrivati all’iperinflazione in senso tecnico: non si segnalano rincari folli e rapidissimi dei prezzi, né la tendenza a comprare qualunque cosa (ma principalmente beni-rifugio). Tuttavia, si tratta di un fenomeno analogo: corsa agli acquisti innescata da un deterioramento nella qualità della moneta. Occorrerà trovare un termine per definirlo. Preferibilmente prima che – come giustamente avverte Rubino – il prevedibile impatto positivo di questi acquisti sul PIL e dell’ondata di pagamenti delle tasse sul gettito induca i keynesiani a rubricarlo come “stimolo estremo”… da prescrivere immediatamente.

Che dire? Signore e signori, benvenuti in tempi interessanti.

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Come l’espansione monetaria può incrementare le disuguaglianze di reddito

Ven, 10/07/2015 - 08:00

[Questo articolo è adattato dal Capitolo 11 del libro The Fed at 100: A Critical View on the Federal Reserve System].

Il punto di partenza per qualunque seria analisi sull’argomento trattato oggi è il fatto che la produzione di moneta non porta a cambiamenti uniformi e simultanei. Un aumento dell’offerta di moneta comporta un aumento del livello dei prezzi, ma questi ultimi mutano diversamente nel tempo e nella quantità (vedi “effetto Cantillon”).

Di conseguenza, la produzione di moneta crea dei vinti e dei vincitori. I vincitori sono quelli che possono usufruire della nuova moneta per primi, perché in quel momento i prezzi dei beni saranno ancora relativamente bassi. Grazie a tali prime spese, prezzi e guadagni aumentano gradualmente, favorendo in tal modo la diffusione della nuova moneta nell’economia. I “vinti” di tale processo sono quelli che usufruiranno solo dopo – o per ultimi – dei guadagni più elevati derivanti. Ciò è intuibile dal fatto che questi ultimi staranno già pagando il surplus dei prezzi creato dalle maggiori spese dei “vincitori” – cioè degli individui che per primi hanno beneficiato della nuova quantità di moneta emessa – tramite le loro entrate inizialmente più basse.

In senso stretto, quest’effetto distributivo è indipendente dalle effettive spese effettuate con l’aumento della quantità di moneta e dall’eventuale cambio dei prezzi. Per esempio, negli scorsi cinque anni, la Federal Reserve ha aumentato continuativamente la base monetaria con massicci interventi, mentre l’impatto sul livello dei prezzi è stato piuttosto moderato. Ciononostante, tale aumento nella base monetaria ha portato ad una ridistribuzione su larga scala in quanto determinati soggetti sul mercato hanno ricevuto gran quantità di una moneta qualitativamente migliore, mentre l’offerta totale di moneta (che include i mezzi fiduciari creati dalle banche commerciali), ed il livello dei prezzi, sono rimasti relativamente stabili.

Per trovare un’analogia, si pensi al croupier di un casinò che all’inizio di una mano di poker distribuisce ad uno dei giocatori qualche asso in più. La mano non è neanche cominciata e tutti i giocatori hanno lo stesso numero di carte, ma il giocatore privilegiato ha già la mano migliore. È la stessa situazione. L’offerta totale di moneta non è stata aumentata e dunque il livello dei prezzi non è aumentato, ma determinati soggetti sul mercato hanno – in termini relativi – migliorato enormemente la propria posizione.

Gli effetti distributivi della produzione del denaro esistono in qualunque ordine monetario. Tuttavia, nel caso di un ordine naturale stabilito su argento e oro, l’impatto distributivo della produzione di moneta è severamente limitato, perché la produzione stessa è molto limitata a causa dei suoi alti costi. La situazione è del tutto diversa nel nostro attuale sistema di valuta legale. La produzione di moneta è infatti spinta ben oltre il livello che raggiungerebbe in un libero mercato. Di conseguenza, causa una redistribuzione di reddito e di ricchezza ben oltre ciò che ci si aspetterebbe in un mercato libero.

Alcuni economisti, tuttavia, non sono d’accordo. Secondo loro, nel nostro sistema attuale la moneta viene prodotta sotto forma di credito. Le banche centrale e le banche commerciale non creano e spendono moneta scavando buche nel terreno; bensì creano denaro creando credito. In questo caso, non fa differenza chi riceva per primo il nuovo denaro prodotto, in quanto il beneficiario non è più ricco di prima. Dopotutto, il denaro creato viene prestato, non regalato. La ricchezza lorda dell’eventuale beneficiario cresce indubbiamente, ma così fanno i suoi debiti. Per esempio, se il signor Jones prende in prestito un milione di dollari per comprare una casa, la sua ricchezza netta non aumenta di un centesimo. È vero che la sua ricchezza al lordo è più alta grazie a quel milione, ma i suoi debiti sono aumentati della stessa quantità.

Fin qui, tutto bene. Tuttavia, anche se prestiamo attenzione alla differenza fra ricchezza lorda e netta, rimane il fatto che fa una gran differenza se il signor Jones acquista la casa grazie alla creazione di moneta. La differenza è che adesso vive in una bella casa che senza la creazione di moneta sarebbe stata venduta ad un prezzo più basso a qualcun altro. Adesso ci può vivere lui con la sua famiglia, ricevendoci gli ospiti.

Se guardiamo ai finanziamenti alle imprese, l’impatto è ancor maggiore. È vero che la creazione di moneta non porta necessariamente a dei cambiamenti nei rispettivi guadagni netti delle aziende, ma influenza il tipo di prodotti che adesso possono entrare nel mercato. Dei prestiti ad un produttore di scarpe da uomo adesso possono permettergli di realizzare i suoi progetti. Grazie al prestito potrà pagare stipendi più alti e far pagare prezzi più alti per i suoi prodotti, rispetto ad un produttore di borse da donna ad esempio. La produzione di scarpe aumenta mentre quella di borse ristagna o diminuisce. La fornitura di un prodotto migliora, l’altra peggiora.

La nostra conclusione dunque conferma: la produzione di moneta interessa sempre la distribuzione dei redditi reali. I primi a beneficiare del denaro vincono, gli ultimi perdono.

Articolo di  su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – VI parte

Mer, 08/07/2015 - 08:00

Il Principio di Compensazione

All’interno del contesto della Regola dell’Unanimità, un tentativo, particolarmente degno di nota, di effettuare asserzioni politiche è stato il “principio di compensazione” di Kaldor-Hicks; esso affermava che si può dire scientificamente che l’“utilità sociale” aumenta se i vincitori possono essere in grado di compensare i perdenti e rimanere ancora vincitori.49 In questo approccio vi sono molti gravi errori. Innanzitutto, poiché si ipotizza che il principio di compensazione aiuti gli economisti a formarsi giudizi sulle politiche, è evidente che dobbiamo essere in grado di confrontare, almeno in linea di principio, stati sociali reali. Abbiamo quindi sempre a che fare con vincitori e perdenti reali, non potenziali. Se i vincitori possono o no compensare i perdenti è quindi irrilevante; la questione importante è se la compensazione di fatto ha luogo. Solo se la compensazione è effettivamente realizzata, in modo tale che nemmeno una persona rimanga perdente, possiamo dire che si determina un guadagno nell’utilità sociale. Ma questa compensazione può essere realizzata? Perché ciò avvenga, le scale di utilità di ciascuno dovrebbero essere esaminate da coloro che compensano. Ma, per la natura stessa delle scale di utilità, questo è impossibile. Chi può sapere che cosa è successo alla scala di utilità di ogni persona? Il principio di compensazione è necessariamente distinto dalla preferenza dimostrata, e appena questa si manifesta, è impossibile scoprire cosa è accaduto all’utilità di qualsiasi persona. Il motivo della separazione è che l’atto di compensazione è necessariamente un regalo unilaterale a una persona e non un atto di quella persona, e quindi è impossibile valutare di quanto sia aumentata la sua utilità in confronto con altre situazioni alternative. Solo se una persona è posta realmente davanti ad una scelta fra due alternative possiamo dire che preferisce l’una o l’altra.

Di sicuro coloro che compensano non potrebbero basarsi su questionari in una condizione in cui ognuno, per ricevere una compensazione, deve solo dire che ha perso utilità. E supponiamo che una persona dica che la sua sensibilità è talmente offesa da un certo cambiamento che nessun risarcimento monetario potrebbe ricompensarla? L’esistenza di una persona simile vanificherebbe qualsiasi tentativo di compensazione. Questi problemi sorgono inevitabilmente quando abbandoniamo l’ambito della preferenza dimostrata.

La funzione del benessere sociale

A seguito dell’impatto di critiche molto meno profonde di quella suesposta, il principio di compensazione è stato abbandonato dalla maggior parte degli economisti. Di recente vi sono stati tentativi di sostituirlo con un altro strumento – la “Funzione del Benessere Sociale”. Ma, dopo un turbine di attivismo, questo concetto, ideato dai professori Bergson e Samuelson, presto si è infranto contro gli scogli e di fatto è affondato sotto l’urto di varie critiche. È stato considerato un concetto vuoto e quindi privo di significato. Anche i suoi ideatori hanno abbandonato la contesa e ammettono che gli economisti, per effettuare asserzioni politiche, devono importare giudizi etici da discipline esterne all’economia. 50 Il professor Rothenberg ha fatto un disperato tentativo di salvare la funzione del benessere sociale cambiando radicalmente la sua natura, in particolare identificandola con l’esistenza di un “processo decisionale sociale”. Per difendere questa modifica Rothenberg deve premettere la falsa ipotesi che la “società” esista indipendentemente dagli individui e che faccia la “propria” valutazione. In oltre, come ha fatto notare Bergson, questo procedimento cancella l’economia del benessere, dal momento che la funzione dell’economista diventerebbe quella di osservare empiricamente il processo di decisione sociale in azione e di proclamare le decisioni di esso incrementi dell’“utilità sociale”.

L’economista come consulente

Essendo fallito il conseguimento di conclusioni politiche tramite il principio di compensazione e tramite la funzione del benessere sociale, esiste un’altra strada, molto popolare, per consentire all’economista di partecipare alla formazione delle politiche rimanendo però ancora uno scienziato eticamente neutrale. Questa posizione sostiene che qualcun altro può stabilire gli obiettivi, e l’economista è legittimato a suggerire a quella persona (essendo magari assunto da essa) i mezzi adeguati per conseguire gli obiettivi desiderati. Poiché l’economista assume come data la gerarchia dei fini di qualcun altro e evidenzia solo i mezzi per conseguirli, si presume che rimanga eticamente neutrale e rigorosamente scientifico. Questa visione però è fuorviante e fallace. Prendiamo in prestito un esempio proposto in un passaggio di un importante articolo del professor Philbrook; un economista monetario che consiglia la banca centrale.51 Questo economista può semplicemente assumere i fini fissati dai dirigenti della banca e suggerire i mezzi più efficienti per conseguirli? No, a meno che egli consideri tali fini davvero buoni, ossia, no, a meno che egli esprima un giudizio etico. Supponiamo infatti che l’economista sia convinto che la banca centrale stessa sia perniciosa. In quel caso la sua linea d’azione migliore potrebbe consistere nel consigliare l’azione politica che renderebbe la banca altamente inefficiente nel perseguimento dei suoi obiettivi. L’economista assunto dalla banca centrale, quindi, non può dare alcun consiglio senza abbandonare la neutralità etica. Se egli consiglia la banca sul modo migliore per raggiungere i suoi obiettivi, se ne deve dedurre sul piano logico che egli appoggia questi obiettivi. Il suo consiglio implica un giudizio etico da parte sua anche se egli sceglie di “accettare tacitamente le decisioni della comunità così come vengono espresse attraverso il meccanismo politico”. 52

Fine dell’economia del benessere?

Dopo vent’anni di florida crescita, l’economia del benessere è ancora confinata ad una Regola dell’Unanimità anche più stringente. I suoi tentativi di dire qualcosa sulle questioni politiche, mantenendosi nei limiti di tale regola, sono stati vani.

La morte della Nuova Economia del Benessere ha cominciato ad essere ammessa a malincuore da tutti i suoi sostenitori, che a turno ne hanno decretato la fine.53 Se le critiche avanzate in questo saggio verranno ammesse, i riti di sepoltura saranno accelerati e la salma seppellita con decoro. Molti esponenti della Nuova Economia del Benessere comprensibilmente continuano a cercare qualche espediente per salvare qualcosa dal naufragio. Reder ad esempio ritiene che in ogni caso l’economia fornisce consigli su politiche specifiche, settoriali. Tuttavia questo sicuramente non è altro che un disperato rifiuto di tenere conto dei problemi fondamentali. Rothenberg cerca di introdurre un’ipotesi di costanza basata sulla psicologia, in particolare l’esistenza di elementi invariabili nelle personalità degli individui. 54 A parte il fatto che mutamenti di strutture “di base” possono avvenire in qualsiasi momento, l’economia ha a che fare con i cambiamenti marginali, e un cambiamento resta un cambiamento anche se è marginale. Di fatto se alcuni cambiamenti sono marginali o di sostanza è un problema della psicologia, non della prasseologia. Bergson tenta la strada mistica consistente nel negare la preferenza dimostrata e sostenere che sia possibile che le preferenze delle persone “effettivamente differiscano” da ciò che esse scelgono quando agiscono.

Questo tentativo è basato sull’accoglimento della fallacia “coerenza”-costanza.

Dunque la Regola dell’Unanimità significa la fine di tutta l’eventuale economia del benessere, sia nella versione “vecchia” sia in quella “nuova”? Apparentemente sembra di sì. Perché, se qualsiasi cambiamento non deve danneggiare alcuna persona, cioè se nessuno deve sentirsi peggio in seguito ad un cambiamento, all’interno della Regola dell’Unanimità quali cambiamenti possono superare l’esame in quanto socialmente utili? Come lamenta Reder: “Prendere in considerazione le implicazioni che può avere l’invidia in termini di benessere, ad esempio, rende impossibile dire che aumenterà il benessere anche di chi godrà di un aumento della quantità di tutti i beni”. 55

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

49 Sul principio di compensazione v. Nicholas Kaldor, “Welfare Propositions in Economics,” Economic Journal (September 1939): 549; John R. Hicks, “The Foundations of Welfare Economics,” Economic Journal (December 1939): 706. Per le critiche v. William J. Baumol, “Community Indifference,” Review of Economic Studies (1946-1947): 44-48; Baumol, Welfare Economics and the Theory of the State, pp. 12 e segg.; Kemp, “Welfare Economics: A Stock taking,” pp. 246-50. Per un riassunto della discussione v. D.H. Robertson, Utility and All That (London: Allen and Unwin, 1952): pp. 29-35. La fragilità dell’adesione di Robbins alla Regola dell’Unanimità è dimostrata dal su o sostegno al principio di compensazione. Robbins, “Robertson on Utility and Scope.”

50 V. Abram Bergson, “On the Concept of Social Welfare,” Quarterly Journal of Economics (May 1954): 249; Paul A. Samuelson, “Welfare Economics; Comment,” in A Survey of Contemporary Economics, Vol. II, B.F. Haley, ed. (Homewood, Ill.: R.D. Irwin, 1952), 2, p. 37. Anche Jerome Rothenberg, “Conditions for a Social Welfare Function,” Journal of Political Economy (October 1953): 397; Sidney Schoeffler, “Note on Modern Welfare Economics,” American Economic Review (December 1952): 881; I.M.D. Little, “Social Choice and Individual Values ,” Journal of Political Economy (October 1952): 422-32.

51 Clarence Philbrook, “‘Realism’ in Policy Espousal,” American Economic Review (December 1953): 846-59. L’intero articolo è di fondamentale importanza per lo studio dell’economia e delle sue relazioni con le politiche pubbliche.

52 J. Mishan, “The Principle of Compensation Reconsi dered,” Journal of Political Economy (August 1952): 312. V. soprattutto l’eccellente commento di I.M.D. Little, “The Scientist and the State,” Review of Economic Studies (1949-50): 75-76.

 53 V. la mesta analisi svolta nel secondo volume del Survey of Contemporary Economics redatto dalla American Economic Association; Kenneth E. Boulding, “Welfare Economics,” pp. 1-34; Melvin W. Reder, “Comment,” pp. 34-36; e Samuelson, The Empirical Implications of Utility Analysis. V. anche gli articoli di Schoeffler, Bergson e Kemp citati precedentemente.

54Jerome Rothenberg, “Welfare Comparisons and changes in Tastes,” American Economic Review (December 1953): 888-90.

55 Reder, “Comment,” p. 35.

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La Poll Tax della Thatcher

Lun, 06/07/2015 - 08:00

[Questo articolo fa parte del capitolo 62 di Making Economic Sense di Murray Rothbard ed è apparso originariamente nell’edizione del giugno 199o di The Free Market.]

Rivolte nelle strade; proteste contro un governo odiato; poliziotti che arrestano i manifestanti. Una storia familiare di questi giorni. Ma improvvisamente scopriamo che le proteste non sono dirette contro una tirannia comunista dell’Europa orientale, ma contro il governo della Thatcher in Gran Bretagna, una presunta campionessa della libertà e del libero mercato. Cosa sta succedendo? I manifestanti anti-governativi sono dei combattenti per la libertà in Europa orientale, mentre si trasformano in anarchici impazziti e punk alienati in Occidente?

Le rivolte anti-governative a Londra alla fine di marzo erano sostanzialmente rivolte anti-tasse, e sicuramente un movimento che si oppone alla tassazione non può essere del tutto cattivo. Nondimeno, il movimento di protesta non celava in fondo un appello per spennare i ricchi, e l’ostilità per la nuova tassa della Thatcher una protesta contro la mancanza di un livellamento egualitario?

Non proprio. Non c’è dubbio che il nuovo “testatico” della Thatcher rappresenti un esperimento audace ed affascinante. I consigli dei governi locali, guidati per lo più dal partito laburista, si sono dati alle spese pazze negli ultimi anni: come nel caso delle amministrazioni locali americane, le entrate di base in Gran Bretagna derivavano dalla tassa sulla proprietà (“aliquote” in Gran Bretagna) gravanti proporzionalmente sul valore della proprietà.

Contrariamente agli economisti statunitensi conservatori, che tendono ad acclamare la tassazione proporzionale (in particolare sui redditi) definita ideale e “neutrale” per il mercato, i thatcheriani hanno deciso di implementare un differente criterio. Nel mercato, la gente non paga per beni e servizi in proporzione ai propri redditi: David Rockefeller non deve pagare $1,000 un tozzo di pane quando il resto di noi lo paga $1.50. Al contrario, vi è una forte tendenza affinché un bene abbia un singolo prezzo in tutto il mercato; un bene, un prezzo. Sarebbe molto più neutrale se tutti potessero pagare la stessa tassa non in proporzione al proprio reddito, bensì nella medesima misura degli altri. La tassazione dovrebbe quindi essere uguale. Inoltre, dal momento che la democrazia si basa sul concetto di una persona, un voto, sembrerebbe molto sensato basarsi su un principio come il seguente: un uomo, una tassa. Parità di voto, parità di trattamento fiscale.

Il concetto di tassa pari per tutti è denominato “poll tax,” e la Thatcher ha deciso di riordinare in tal senso i consigli locali legiferando l’abolizione delle tariffe locali, sostituendole con una poll tax uguale per ogni adulto, definita eufemisticamente “testatico.” Almeno a livello locale, il concetto di spennare il ricco è stato sostituito da una tassa uguale per tutti.

Tuttavia, la misura in questione non è esente da difetti. In primo luogo, ancora non è neutrale per il mercato, dal momento che — una differenza cruciale — i prezzi di mercato sono pagati volontariamente dal consumatore all’acquisto del bene o servizio, mentre l’imposta è riscossa coattivamente su ogni persona, anche se per quella persona il valore del “servizio” del governo è di gran lunga inferiore alla tassa, o addirittura negativo.

Non solo: la poll tax è una tassa riscossa sull’esistenza stessa di una persona, e spesso è richiesta una grande spesa per forzarla a pagare. Tassare un uomo perché esiste sembra implicare che il governo possieda tutto dei suoi sudditi, corpo e anima.

Il secondo difetto è legato al problema della coercizione. E’ certamente eroico per la Thatcher voler abolire la tassa sulla proprietà a favore di una tassa uguale per tutti, ma sembra le sia sfuggito il punto principale di una tale tassa, quello che le dà il suo fascino unico: l’aspetto veramente importante di una tassa uguale per tutti consiste in questo: per renderla pagabile, deve essere ridotta drasticamente.

Si supponga, per esempio, che la nostra imposta federale sia stata improvvisamente cambiata per diventare una tassa uguale per ogni persona. Ciò significa che la persona media, e in particolare la persona a basso reddito, si ritroverebbe improvvisamente a pagare un’enormità di tasse — circa $5,000 l’anno. Quindi il grande fascino di una tassazione omogenea consisterebbe nel costringere necessariamente il governo ad abbassare drasticamente i livelli di tassazione e di spesa. Di conseguenza, se il governo degli Stati Uniti istituisse, per esempio, una tassa universale ed eguale di $10 l’anno, confinandola alla magnifica somma di $2 miliardi l’anno, vivremmo tutti abbastanza bene con la nuova tassa e nessun egualitarista si preoccuperebbe di protestare per la sua incapacità nello spennare i ricchi.

Tuttavia, anziché ridurre drasticamente la quantità di fiscalità locale, la Thatcher non ha imposto alcun limite, lasciando la decisione dei livelli di spesa e fiscali totali ai consigli municipali (come accadeva prima). Questi ultimi, sia conservatori che laburisti, hanno proceduto ad aumentare i loro livelli di tassazione in modo che il cittadino medio britannico fosse costretto a pagare circa un terzo in più di tasse locali. Nessuna meraviglia, pertanto, se si sono registrati scontri nelle strade! L’unico enigma semmai sovviene domandandosi come mai le proteste non siano state più aspre.

In breve, l’aspetto positivo del trattamento fiscale paritario è quello di poterlo usare come una clava per forzare un’enorme riduzione delle imposte. Aumentare i livelli di tassazione dopo averli resi uguali è assurdo: un invito aperto all’evasione e alla rivoluzione fiscale. In Scozia, dove l’imposta paritaria è già in vigore, non sono previste sanzioni per il mancato pagamento e si stima che un terzo dei cittadini si sia rifiutato di pagarla. In Inghilterra, dove il pagamento viene imposto, la situazione è più tesa. In entrambi i casi, non bisogna stupirsi se la popolarità del governo Thatcher sia scesa al minimo storico: i sostenitori della Thatcher stanno ora valutando l’ipotesi mettere un tetto alle aliquote locali, ma una misura del genere è insufficiente: una drastica riduzione è una necessità politica ed economica se si vuole far sopravvivere la poll tax.

Purtroppo la questione della tassa locale è caratteristica del governo Thatcher. Il Thatcherismo è fin troppo simile al Reaganismo: retorica del libero mercato mascherata da contenuti statalisti. Mentre la Thatcher si è impegnata in qualche privatizzazione, la percentuale di spesa pubblica e la tassazione rispetto al PNL è aumentata nel corso del suo governo, e inoltre l’inflazione monetaria ha causato un’inflazione dei prezzi. Il malcontento di base, poi, ha fatto capolino, e l’aumento dei livelli delle imposte locali ha rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Credo che se un governo desidera ricevere il riconoscimento di essere “pro-libero mercato”, deve, come minimo, tagliare la spesa totale, ridurre le aliquote fiscali e le tasse in generale, nonché porre fine alla creazione inflazionistica di denaro. Secondo questo modesto punto di vista, nessuna amministrazione inglese o americana degli ultimi decenni ci è andata minimamente vicino.

Articolo di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli

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Il trionfo del socialismo

Ven, 03/07/2015 - 08:00

Pensate che le idee non contino, che ciò che le persone credono riguardo a loro stesse ed al loro mondo non abbia conseguenze reali? Se è così, quanto segue non vi infastidirà minimamente.

Da un sondaggio della BBC (eseguito nel 2009, NdR) è emerso che solo l’11 percento delle persone chiamate ad esprimersi in giro per il mondo – basandosi su un campione di 29000 persone – pensa che il capitalismo di libero mercato sia una buona cosa. I restanti ripongono speranze in maggiori regolamentazioni governative. Solo una piccola percentuale della popolazione mondiale ritiene che il capitalismo funzioni bene e che regolamentazioni più incisive ne ridurrebbe l’efficienza.

Un quarto delle persone interpellate ha affermato che il capitalismo è “intrinsecamente sbagliato”. In Francia, il 43% lo crede; in Messico il 38%. La maggioranza delle persone ritiene che il governo dovrebbe rubare ai ricchi per dare soldi ai paesi poveri. Solo in un paese, la Turchia, la maggioranza auspica un minore coinvolgimento dello Stato negli affari economici.

E il quadro diventa addirittura peggiore. Mentre gran parte degli europei e degli statunitensi pensa che sia stata una buona cosa che l’Unione Sovietica sia scomparsa, le persone in India, Indonesia, Ucraina, Pakistan, Russia ed Egitto perlopiù pensano che sia stata un’occorrenza nefasta. Sì, avete letto bene: milioni liberati dalla schiavitù socialista… occorrenza nefasta.

Questa notizia dovrebbe sollevare l’animo di qualsiasi aspirante despota in giro per il mondo, giungendo come un fulmine a ciel sereno venti anni dopo che il collasso del socialismo in Russia ed in Europa dell’est ha rivelato ciò che questo sistema incarnava: società arretrate con cittadini che vivevano vite brevi e miserabili. Poi c’è il caso della Cina: un paese salvato dalla sanguinosa barbarie sotto il comunismo e trasformato in un paese moderno e prospero dal capitalismo.

Quale lezione possiamo trarne? Lungi dall’aver appreso alcunché, le persone hanno in gran parte perso la memoria e coltivato un amore per l’antica favola secondo la quale tutte le cose possono essere aggiustate attraverso il collettivismo e la pianificazione centrale.

Quanto quei pochi che potrebbero disperarsi di fronte ai risultati di questo sondaggio, va considerato che poteva persino andare molto peggio di così, se non fosse stato per gli sforzi di una manciata di intellettuali che hanno combattuto la teoria socialista per più di un secolo. Si sarebbe potuto registrare il 99% di favorevoli alla tirannia socialista, quindi non vi è alcun motivo per sostenere che gli sforzi di questi intellettuali siano andati sprecati.

Anche le idee posseggono una vita propria; possono giacere, in attesa, per decenni o secoli, e poi un giorno l’intero corso della storia cambia direzione in un attimo. Specialmente in questi giorni, nessuno sforzo va sprecato. Pubblicazioni, saggi, o qualsiasi forma di educazione, è resa immortale, pronta per essere afferrata da un mondo disperato.

Per quanto riguarda il sondaggio di opinione, non abbiamo alcuna idea di quanto radicate siano queste posizioni o addirittura cosa esse significhino. Per esempio, cos’è il capitalismo? Le persone sanno di cosa si tratta? Michael Moore non lo sa, altrimenti non avrebbe etichettato il salvataggio delle elitarie istituzioni finanziarie connesse alla Fed come una forma di capitalismo; molte altre persone riducono il termine capitalismo a “il sistema economico vigente negli Stati Uniti”. Non può essere più complicato di così: tale intendimento persiste nonostante la realtà dei fatti mostri che gli Stati Uniti abbiano un complesso apparato di pianificazione, ben rodato nonché direttamente responsabile di tutti i nostri attuali problemi economici.

Ora, facciamo qualche altra considerazione: tra i tanti che disprezzano l’”imperialismo” statunitense, molti credono di disprezzare anche il capitalismo. Se l’economia degli USA trascina il mondo giù in una recessione, questo è un primo esempio del fallimento del capitalismo. Proseguendo nell’insensatezza, se non ti piaceva George W. Bush, i suoi modi, e i suoi compari, e per te Obama rappresenta il sospirato sollievo, allora disprezzi il capitalismo e abbracci il socialismo.

Un altro punto di vista porta a fraintendere la stessa idea di capitalismo: non si tratta di creare delle strutture economiche che beneficiano del capitale alle spese dei lavoratori o della cultura o della religione, bensì di un sistema che protegge i diritti di tutti e serve il bene comune. Capitalismo è solo il nome che accidentalmente è stato identificato con questo sistema; se volete chiamare “libertà” una banana, va bene: ciò che conta non sono le parole ma le idee.

Sono consapevole, così come lo sarete anche voi, della assoluta insensatezza delle definizioni di capitalismo sopra riportate. Tuttavia, la maggior parte delle persone non passa il proprio tempo a fare considerazioni di natura analitica sulle ideologie, preferendo identificandosi in meri slogan

D’altronde, come Rothbard rilevò energicamente, il capitalismo di libero mercato non rappresenta nient’altro che un obiettivo simbolico per il partito repubblicano e per i conservatori. La libertà economica è l’utopia promessa con la quale continuano a tenerci uniti, mentre considerano prioritari altri temi come far saltare in aria cittadini stranieri, incarcerare i dissidenti politici, schiacciare la frangia sinistra nei campus, e mandare a casa i democratici.

Una volta che tutto questo sarà realizzato, dicono, allora arriveranno ad istituire un sistema economico basato sul libero mercato. Ovviamente, quel giorno non arriverà mai. Il capitalismo serve i repubblicani nello stesso modo in cui il comunismo servì Stalin: una distrazione simbolica per far sì che continuiate a sperare, a votare, e a sputare soldi.

Il vero capitalismo – un risultato della società volontaria e la somma complessiva di tutti gli scambi e gli atti collaborativi delle persone sparse per il mondo – finisce con pochi veri intellettuali in sua difesa; stanno crescendo, ma il lavoro di educazione che dobbiamo compiere è spaventoso, posto che stiamo affrontando le più potenti forze del mondo.

Non c’è niente di nuovo in tutto questo: nella storia del mondo, la libertà è l’eccezione, non la regola. Ogni generazione deve combattere nuovamente per ottenerla; i suoi nemici sono ovunque, ma il principale nemico è l’ignoranza. Per questo motivo, l’arma più importante che abbiamo a disposizione è l’educazione.

L’educazione consiste nello spiegare che il socialismo è un’idea che non può funzionare. Non c’è niente di meglio che il libro del 1922 di Ludwig von Mises intitolato Socialism, un’esposizione completa della fallacia dell’idea socialista. Un altro lavoro essenziale è il Libro nero del comunismo: in quest’opera si può sentire un campanello d’allarme volto ad avvisare che il sogno del socialismo sia nella realtà un incubo sanguinario.

Poi c’è il problema dell’argomentazione positiva in favore del capitalismo. Non si può trovare di meglio del lavoro di Mises Human Action, che probabilmente rimarrà insuperabile in quanto a trattato sull’economia libera. Vero, non è per chiunque; e va bene così; ma fortunatamente sono disponibili diversi manuali introduttivi a tale opera.

La moda del socialismo e l’opposizione al capitalismo dovrebbero allarmare tutti gli amanti della libertà in giro per il mondo. Abbiamo i nostri lavori ritagliati addosso, ma con dei numeri così impietosi non è difficile fare la differenza. Ogni punto che puoi portare a segno per il libero mercato aiuta a proteggere la libertà dai suoi nemici.

Articolo di su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – V parte

Mer, 01/07/2015 - 08:00

Economia del benessere: una critica

 

Economia ed Etica

Oggi fra gli economisti è generalmente accettata, almeno pro forma, l’idea che l’economia di per sé non può produrre giudizi etici. Non è invece abbastanza diffusa l’idea che, accettare la tesi precedente, non implica necessariamente l’accoglimento della posizione di Max Weber secondo cui l’etica non può mai essere dimostrata scientificamente o razionalmente. Sia che accettiamo la posizione di Max Weber, sia che aderiamo alla più antica visione di Platone ed Aristotele sulla plausibilità di un’etica razionale, dovrebbe comunque esser chiaro che l’ economia di per sé non può produrre una posizione etica. Se una scienza etica è possibile, dev’essere costruita al di fuori dei dati offerti dalle verità acquisite da tutte le altre scienze.

La medicina può accertare il fatto che un certo farmaco può curare una certa malattia, lasciando ad altre discipline la questione se la malattia dovrebbe essere curata. Allo stesso modo, l’economia può arrivare alla conclusione che la Politica A con duce ad un miglioramento della vita, della prosperità e della pace, mentre la Politica B conduce alla morte, alla povertà e alla guerra. Sia la medicina sia l’economia possono rilevare queste conseguenze in maniera scientifica, e senza introdurre giudizi etici nell’analisi. Si potrebbe obiettare che i medici non ricercherebbero possibili cure per una malattia se non fossero favorevoli alla cura, o gli economisti non indagherebbero le cause della prosperità se non fossero favorevoli a tale risultato. Su questo punto vi sono due risposte: 1) questo è indubbiamente vero in quasi tutti i casi, ma non è necessariamente così – alcuni medici o alcuni economisti possono essere interessati solo alla scoperta della verità, e 2) questo stabilisce solo la motivazione psicologica degli scienziati; non stabilisce che la disciplina in sé perviene ad alcuni valori. Al contrario, supporta la tesi che l’etica vi è pervenuta indipendentemente dalle scienze specifiche della medicina o dell’economia.

Allora, sia che sosteniamo la visione secondo cui l’etica riguarda emozioni o gusti non razionali, sia che crediamo in un etica razionale, dobbiamo convenire che la scienza economica per se non può produrre asserzioni etiche. Essendo il giudizio politico una branca dell’etica, alla politica si applica la stessa conclusione. Se, ad esempio, prosperità o povertà sono le alternative politiche, la scienza economica non può decidere fra esse: offre solamente la verità sulle conseguenze di ciascuna decisione politica alternativa. Come cittadini noi teniamo conto di queste verità quando prendiamo le nostre decisioni etico-politiche.

Il problema della Nuova Economia del Benessere: la regola dell’unanimità

Il problema dell’“economia del benessere” è stato sempre quello di trovare un modo per aggirare questa limitazione dell’economia, e produrre direttamente asserzioni etiche e soprattutto politiche. Poiché l’economia si occupa degli individui che mirano a massimizzare la loro utilità o felicità o benessere, il problema può essere tradotto nei seguenti termini: quando l’economia può dire che “la società sta meglio” in conseguenza di un dato cambiamento? O, in altro modo, quando possiamo dire che l’“utilità sociale” è stata incrementata o “massimizzata”?

Gli economisti neoclassici, guidati dal professor Pigou, trovarono una risposta semplice. L’economia può stabilire che l’utilità marginale della moneta di un individuo diminuisce all’aumentare del suo reddito monetario. Quindi, conclusero, l’utilità marginale di un dollaro è minore per un ricco che per un povero. A parità delle altre condizioni, l’utilità sociale è massimizzata da un’imposta sul reddito progressiva che toglie al ricco e dà al povero. Questa era la dimostrazione preferita dalla “vecchia economia del benessere”, basata sull’etica utilitarista benthamiana, e realizzata da Edgeworth e Pigou.

Gli economisti continuarono allegramente lungo questa strada finché non furono fermati dal professor Robbins. Robbins mostrò che questa dimostrazione dipendeva dalla comparazione interpersonale delle utilità, e poiché l’utilità non è una grandezza cardinale, tali confronti coinvolgono giudizi etici.46 Ciò che Robbins di fatto ottenne fu di reintrodurre nell’economia la Regola dell’Unanimità di Pareto, rendendola il filtro selettivo attraverso cui l’economia del benessere deve verificare le sue credenziali.47 Questa Regola funziona nel modo seguente: possiamo dire che il “benessere sociale” (meglio, l’“utilità sociale”) è aumentato in seguito a un cambiamento, solamente se nessun individuo sta peggio a causa del cambiamento (e almeno un individuo sta meglio). Se anche un solo individuo sta peggio, il fatto che le utilità interpersonali non possono essere sommate o sottratte impedisce all’economia di dire alcunché sull’utilità sociale. In assenza di unanimità, qualsiasi affermazione sull’utilità sociale implicherebbe un confronto interpersonale di tipo etico fra coloro che hanno guadagnato e coloro che hanno perso a seguito del cambiamento. Se, a seguito di un cambiamento, un numero X di individui guadagna e un numero Y perde, qualsiasi valore da sommare in una grandezza finale “sociale” implicherebbe necessariamente un giudizio etico sull’importanza relativa dei due gruppi. 48

La Regola dell’Unanimità di Pareto-Robbins conquistò l’economia e liquidò quasi completamente la vecchia economia del benessere pigouviana. Da allora è fiorita una sterminata letteratura, nota come “nuova economia del benessere”, che si è dedicata a una serie di tentativi di quadratura del cerchio: pronunciare determinati giudizi politici come se fossero economia scientifica, mantenendo anche la regola di unanimità.

La via d’uscita del professor Robbins

La formulazione della Regola dell’Unanimità à la Robbins sottovaluta notevolmente la portata del suo potere restrittivo sulle asserzioni degli economisti. Robbins ha sostenuto che, affinché gli economisti possano fare comparazioni interpersonali, sarebbe necessaria una sola asserzione etica: che ogni uomo ha una “eguale capacità di soddisfazione” in circostanze simili. Per sicurezza Robbins ammette che questa ipotesi etica non può essere posta dall’economia; ma, suggerisce, poiché ogni buon democratico è tenuto a fare questa ipotesi egalitaria, possiamo tutti egregiamente agire come se i confronti interpersonali di utilità si possano fare e procedere con i giudizi etici.

In primo luogo, è difficile, ad un’analisi attenta, dare senso all’espressione “eguale capacità di soddisfazione”. Robbins, come abbiamo visto, ammette che non possiamo in maniera scientifica confrontare le utilità o le soddisfazioni di individui diversi. Ma, non esistendo alcuna unità di soddisfazione con la quale possiamo effettuare confronti, qualsiasi affermazione che le soddisfazioni di individui differenti saranno “eguali” in una qualsiasi circostanza non ha significato. “Eguali” in che modo, e in quale unità di misura? Non siamo liberi di fare qualsiasi ipotesi etica ci piaccia, perché anche un’ipotesi etica dev’essere costruita con un senso, e i suoi termini devono essere definibili in una maniera che abbia significato. Dal momento che il termine “eguaglianza” non ha alcun significato senza qualche tipo di unità definibile, e dal momento che non esiste alcuna unità di soddisfazione o di utilità, ne segue che non vi può essere alcuna ipotesi etica di “eguale capacità di soddisfazione”, e che essa non può offrire una scorciatoia per permettere agli economisti di trarre conclusioni sulle politiche pubbliche.

La posizione di Robbins, inoltre, rappresenta una visione dell’etica, e della sua relazione con le questioni politico-economiche, molto semplicistica. Il problema del confronto interpersonale delle utilità è solo uno dei moltissimi problemi etici che devono essere discussi prima che si possa elaborare razionalmente qualsiasi conclusione politica. Supponiamo, ad esempio, che abbiano luogo due cambiamenti sociali, ciascuno dei quali determina nel 99 per cento della popolazione un incremento dell’utilità e nell’1 per cento una perdita. Per produrre un giudizio etico, sicuramente non può bastare alcuna ipotesi circa il confronto interpersonale delle utilità, se si trascura il contenuto del cambiamento stesso. Se, per esempio, un cambiamento era rappresentato dalla schiavizzazione dell’1 per cento da parte del 99 per cento, e l’altro cambiamento era costituito dalla rimozione di un sussidio statale all’1 per cento, è ovvio che vi sia una grande differenza nelle nostre asserzioni etiche nei due casi, anche se l’ipotizzata “utilità sociale” nei due casi è più o meno la stessa.

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

46 Lionel Robbins, “Interpersonal Comparisons of Utili ty,” Economic Journal (December 1938): 635-41; e Robbins, An Essay on the Nature and Significance of Economic Science, 2nd ed. (London: Macmillan, 1935), pp. 138-41.

47 Vilfredo Pareto, Manuel d’Économie Politique , 2nd ed. (Paris: Marcel Giard, 1927), p. 617.

48 Kemp cerca di alterare la Regola dell’Unanimità per interpretarla nel senso che l’utilità sociale aume nta solo se ognuno sta meglio, non stando peggio o essendo indifferente. Ma, come abbiamo visto, l’indifferenza non può evidenziarsi nell’azione, e quindi questa modifica non è valida. Murray C. Kemp, “Welfare Economics: A Stocktaking,” Economic Record (November 1954): 245.

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La concentrazione della ricchezza

Lun, 29/06/2015 - 08:00

1 Il problema

La tendenza alla concentrazione degli stabilimenti o delle imprese non è affatto equivalente ad una tendenza alla concentrazione della ricchezza. Nello stesso grado in cui le istituzioni e le imprese sono diventate sempre più grandi il capitalismo moderno ha sviluppato forme di impresa che permettono alle persone con piccole fortune di intraprendere grandi affari. La prova che non c’è tendenza a concentrare ricchezza sta nel numero di questi generi di impresa che sono nati e aumentano quotidianamente in importanza, mentre il singolo commerciante è quasi sparito dalla grande industria, dall’estrazione mineraria e dai trasporti. La storia delle forme di impresa, dal societas unius acti all’azienda azionaria moderna, è una grossa contraddizione della dottrina della concentrazione di capitale installata così arbitrariamente da Marx.

Se vogliamo dimostrare che i poveri stanno diventando sempre più numerosi e sempre più poveri ed i ricchi sempre meno numerosi e sempre più ricchi, è inutile osservare che in un remoto periodo dell’antichità, per noi elusivo quanto l’Età dell’Oro per Ovidio e Virgilio, le differenze di ricchezza erano minori di quanto lo siano oggi. Dobbiamo dimostrare che c’è una causa economica che conduce imperativamente alla concentrazione delle ricchezze. I marxisti non ci hanno neppure provato. La loro teoria che attribuisce all’era capitalista una speciale tendenza verso la concentrazione delle ricchezze, è pura invenzione. Il tentativo di dargli una certa specie di fondamento storico è disperato ed adduce proprio il contrario di quanto Marx asserisce ne venga dimostrato.

2 il fondamento delle ricchezze al di fuori dell’economia di mercato

Il desiderio di aumentare la ricchezza può essere soddisfatto con lo scambio, che è l’unico metodo possibile in un’economia capitalista, o con la violenza e la petizione come in una società militarista, in cui il forte acquista con la forza, il debole facendo una petizione. Nella società feudale la proprietà dei forti resiste a soltanto a condizione che abbiano il potere di mantenerla; quella dei deboli è sempre a rischio, dato che essendo acquistata per grazia dei forti dipende sempre da essi. I deboli mantengono la loro proprietà senza protezione legale. In una società militarista, quindi, non c’è nient’altro che il potere per ostacolare i forti dall’espansione della loro ricchezza. Possono continuare ad arricchirsi finché nessun uomo più forte gli si oppone.

In nessun tempo e luogo la proprietà della terra su vasta scala si è prodotta attraverso il lavoro delle forze economiche nel mercato. È il risultato dello sforzo militare e politico. Fondata sulla violenza, è stata mantenuta dalla violenza e da quella soltanto. Non appena i latifondi sono portati nella sfera delle transazioni del mercato cominciano a sbriciolarsi, finché infine spariscono completamente. Le cause economiche non hanno operato né alla loro formazione né al loro mantenimento. Le grandi ricchezze terriere non sono state create attraverso la superiorità economica della proprietà di vasta scala, ma con l’annessione violenta al di fuori del settore del commercio. “E bramano i campi” lamenta il profeta Michea, [1] “e li prendono con la forza; e le case, e se le prendono.” Prende così consistenza la proprietà di coloro che, nelle parole di Isaia, “uniscono casa alla casa… affiancano campo al campo, finché non c’è più posto, che possono essere posti soltanto nel centro della terra.”[2]

L’origine non-economica delle ricchezze terriere è rivelata chiaramente dal fatto che, in generale, l’espropriazione con cui sono state generate in nessun modo altera il sistema di produzione. Il vecchio proprietario rimane sul terreno sotto un titolo legale diverso e continua a portare avanti la produzione.

La proprietà terriera può essere fondata anche sui regali. Fu in questo modo che la chiesa acquistò i suoi grandi possedimenti nel regno dei Franchi. Non più tardi dell’ottavo secolo, questi latifondi caddero nelle mani della nobiltà; secondo la teoria più vecchia questo era il risultato di secolarizzazioni da parte di Carlo Martello e dei suoi successori, ma le recenti ricerche sono propense a ritenere responsabile “un’offensiva dell’aristocrazia laica”. [3]

Che in un’economia di mercato sia persino ora difficile mantenere i latifondi, è indicato dai tentativi di creare istituzioni legislative come il “Fideikommiss” (infeudamento sulla fiducia) e le relative istituzioni legali come l’inglese “entail.” Lo scopo del “Fideikommiss” era di mantenere la proprietà terriera su vasta scala, perché non poteva esser mantenuta in altro modo. La Legge sull’Eredità è cambiata, l’ipoteca e l’alienazione sono rese impossibili ed lo Stato è nominato guardiano del indivisibilità e dell’inalienabilità della proprietà, di modo che il prestigio della tradizione di famiglia non sarà alterato. Se le circostanze economiche avessero teso verso la continua concentrazione della proprietà terriera tali leggi sarebbero state superflue. La legislazione sarebbe stata promulgata contro la formazione delle proprietà piuttosto che per la loro protezione. Ma di tali leggi la storia legale non ne conosce. Le regolazioni contro il “Bauernlegen,” contro l’inclusione di terreno arabile, ecc., sono dirette contro i movimenti esterni al settore di commercio, cioè contro forza. Le limitazioni legali della manomorta sono simili. Le terre della manomorta, che, incidentalmente, sono protette legalmente più o meno alla stessa maniera del “Fideikommiss,” non aumentano per mezzo della forza dello sviluppo economico ma con le pie donazioni.

Ora la maggiore concentrazione delle ricchezze si deve trovare solo in agricoltura, dove la concentrazione degli stabilimenti è impossibile e la concentrazione delle imprese economicamente priva di scopo, dove la grande proprietà pare essere economicamente inferiore alla piccola ed incapace di resisterle nella libera concorrenza. La proprietà dei mezzi di produzione non fu mai più concentrata come ai tempi di Pliny, quando la metà della provincia d’Africa era posseduta da sei persone, o come all’epoca dei Merovingi, quando la Chiesa possedeva la maggior parte di tutta la terra francese. Ed in nessuna parte del mondo c’è meno proprietà terriera su grande scala che nella capitalista America del Nord.

3 La formazione delle fortune all’interno dell’economia di mercato

L’asserzione che la ricchezza da una parte e la povertà dall’altra sono in continuo aumento fu sostenuta inizialmente senza alcun collegamento cosciente con una teoria economica. I suoi sostenitori pensano di averla dedotta da un’osservazione dei rapporti sociali. Ma il giudizio dell’osservatore è influenzato dall’idea che la somma della ricchezza in ogni società sia una data quantità, di modo che se alcuni possiedono di più altri devono possedere di meno. [4] Siccome, tuttavia, in ogni società lo sviluppo di nuovi ricchi e la creazione di nuova povertà devono sempre essere trovati in modo cospicuo mentre il lento declino delle antiche fortune e il lento arricchimento di classi meno abbienti facilmente sfuggono all’occhio dell’allievo disattento, è facile arrivare alla prematura conclusione riassunta nello slogan socialista “i ricchi più ricchi, i poveri più poveri.”

Non è richiesta alcuna prolungata discussione per dimostrare che l’evidenza fallisce completamente nel convalidare questa asserzione. È un’ipotesi alquanto infondata che in una società basata sulla divisione del lavoro la ricchezza di qualcuno implichi la povertà di altri. Con determinati presupposti è vero per le società militariste, in cui non c’è divisione del lavoro. Ma in una società capitalista è falso. Inoltre un’opinione formata in base ad osservazioni casuali di quella stretta sezione di cui l’individuo è informato personalmente è una prova del tutto insufficiente per la teoria della concentrazione.

Lo straniero che visiti l’Inghilterra dotato di buone raccomandazioni ha l’opportunità di imparare qualcosa delle famiglie nobili e ricche e del loro modo di vivere. Se desidera conoscere di più o ritiene suo dovere fare della sua visita qualcosa di più di un viaggio di puro piacere, può fare un veloce giro delle attività delle grandi imprese. Per il profano, non c’è in questo niente di particolarmente attraente. Inizialmente il rumore, il trambusto, l’attività stupiscono l’ospite, ma dopo aver ispezionato due o tre fabbriche lo spettacolo si sviluppa monotono. Un simile studio sui rapporti sociali, d’altra parte, che può essere intrapreso durante una breve visita in Inghilterra, è stimolante. Una camminata attraverso i sobborghi di Londra o di qualunque altra grande città produce le impressioni più vivide e l’effetto sul viaggiatore che, quando non occupato in questo studio, si affretterà da un intrattenimento ad un altro, è due volte più potente. Così le visite ai sobborghi si sono trasformate in in un articolo popolare nell’itinerario dell’obbligatorio giro dell’Inghilterra del continentale. In questo modo il futuro statista ed economista ha tratto un’impressione degli effetti dell’industria sulle masse, che si sono trasformate in una base per le opinioni sociali di tutta una vita. È tornato a casa con la convinzione che l’industria crei pochi ricchi e molti poveri. Quando più tardi ha scritto o parlato delle condizioni industriali non si è mai dimenticato di descrivere la miseria che aveva trovato nei sobborghi, elaborando i particolari più dolorosi, spesso con un’esagerazione più o meno cosciente. Tutta l’immagine che dipinge non ci dice altro che qualche persona è ricca ed altre povere. Ma per sapere questo, non abbiamo bisogno del rapporto delle persone che hanno visto la sofferenza con i loro occhi. Prima che essi scrivessero già sapevamo che il capitalismo non ha ancora abolito tutta la miseria del mondo. Quello che devono stabilire come prova è che il numero di gente ricca stia diminuendo, mentre il singolo ricco diventa più ricco, e che il numero e la povertà dei poveri sia costantemente in aumento. Tuttavia, sarebbe necessaria una teoria dello sviluppo economico per dimostrarlo.

I tentativi di dimostrare tramite la ricerca statistica l’aumento progressivo della miseria delle masse e l’aumento della ricchezza di una classe ricca numericamente in diminuzione non sono migliori di questi semplici appelli all’emozione. Le stime dei redditi in denaro a disposizione dell’inchiesta statistica sono inutilizzabili perché il potere di acquisto del denaro si altera. Questo fatto da solo è sufficiente per mostrare che difettiamo di qualsiasi base per confrontare aritmeticamente la ripartizione del reddito in un certo numero di anni. Perché dove non è possibile ridurre ad un denominatore comune le vari merci e servizi di cui i redditi si compongono, non si può formare nessuna serie per il confronto storico dalle statistiche conosciute di reddito e di capitale.

L’attenzione dei sociologi è spesso attratta dal fatto che la ricchezza mercantile ed industriale, cioè la ricchezza non investita in terra e nella proprietà estrattiva, raramente viene mantenuta da una famiglia per un lungo periodo. Le famiglie borghesi passano costantemente talvolta così rapidamente dalla povertà alla ricchezza, che un uomo che è stato nel bisogno alcuni anni prima si trasforma in uno dei più ricchi del suo tempo. La storia delle fortune moderne è piena di storie di ragazzi mendicanti che sono diventati milionari. Poco è detto del deperimento delle fortune fra i benestanti. Ciò non avviene di solito così rapidamente da colpire l’osservatore casuale; un esame più attento, tuttavia, rivelerà quanto sia incessante tale processo. Raramente la ricchezza mercantile e industriale si mantiene in una famiglia per più di due o tre generazioni, a meno che, per mezzo di investimenti terrieri, abbia cessato di essere una ricchezza di questa natura. [5] Si trasforma in proprietà terriera, non più usata nel commercio dell’acquisizione attiva.

Le fortune investite nel capitale, contrariamente a quanto immaginato dall’ingenua filosofia economica dell’uomo comune, non rappresentano fonti di reddito eterne. Che il capitale renda un profitto, persino che si mantenga, non è in nessun modo un fatto manifesto che segue a priori dal fatto della sua esistenza. Le merci capitali, di cui il capitale concretamente si compone, appaiono e spariscono nella produzione; il loro posto prendono altre merci, in definitiva merci di consumo, dal cui valore dev’essere ricostituito il valore della massa capitale. Ciò è possibile soltanto quando la produzione è riuscita, cioè quando ha prodotto più valore di quello che ha assorbito. Non solo i profitti del capitale, ma la riproduzione del capitale stesso presuppone un processo di produzione riuscito. I profitti del capitale e del mantenimento del capitale sono sempre il risultato di un’impresa riuscita. Se questa impresa fallisce, l’investitore perde non solo il rendimento sul capitale, ma anche il suo fondo capitale originale. Bisogna distinguere con attenzione fra i mezzi di produzione prodotti ed i fattori primari di produzione. In agricoltura e silvicoltura le forze originali ed indistruttibili della terra si mantengono anche se la produzione viene a mancare, dato che la cattiva amministrazione non può dissiparla. Possono perdere valore attraverso i cambiamenti nella domanda, ma non possono perdere la loro capacità inerente di fornire i loro prodotti. Non è così nella produzione industriale. In essa tutto può essere perso, rami e radici. La produzione deve rifornire continuamente il capitale. Le diverse merci capitali che lo compongono hanno una vita limitata; l’esistenza del capitale è prolungata soltanto dal modo in cui il proprietario lo reinveste deliberatamente nella produzione. Per possedere un capitale bisogna riguadagnarlo di giorno in giorno. A lungo termine una fortuna capitale non è una fonte di reddito che possa essere goduta nell’inattività.

Combattere questi argomenti indicando il rendimento costante dei “buoni” investimenti di capitale sarebbe errato. Il punto è che gli investimenti devono essere “buoni,” e per esserlo, devono essere il risultato di una riuscita speculazione. Giocolieri aritmetici hanno calcolato l’importo a cui un penny, investito ad interesse composto ai tempi di Cristo, sarebbe arrivato oggi. Il risultato è così impressionante che si potrebbe ben chiedere perché nessuno sia stato così intelligente da guadagnare una fortuna in questo modo. Ma lasciando del tutto da parte tutti gli altri ostacoli ad una tal linea di condotta, c’è il principale problema che ad ogni investimento di capitale è legato il rischio della perdita totale o parziale della somma del capitale originale. Ciò è vero non solo per l’investimento imprenditoriale, ma anche per l’investimento che il capitalista fa prestando all’imprenditore, dato che il suo investimento dipende naturalmente in modo totale dall’imprenditore. Il suo rischio è più piccolo, perché l’imprenditore gli offre come sicurezza quella parte della propria ricchezza che è fuori dell’impresa immediata, ma i due rischi sono qualitativamente uguali. Anche chi presta denaro può perdere, e spesso perde, la sua ricchezza. [6]

Un investimento di capitali eterno è inesistente quanto uno sicuro. Ogni investimento di capitali è speculativo; il suo successo non può essere previsto con sicurezza assoluta. Neppure l’idea di un rendimento capitale “eterno e sicuro” potrebbe mai essersi presentata se i concetti dell’investimento capitale fossero stati presi dalla sfera del commercio e dell’impresa capitale. Le idee di eternità e di sicurezza vengono dagli affitti assicurati dalla proprietà terriera e dai relativi titoli di Stato. Corrisponde a circostanze reali soltanto laddove la legge riconosce come investimenti fiduciari quelli in terreni o nei redditi assicurati su terreni o accordati dallo Stato o da altre società di capitali. Nell’impresa capitalista non c’è reddito sicuro e nessuna sicurezza di ricchezza. È evidente che un’obbligazione investita in imprese al di fuori dell’agricoltura, della silvicoltura e dell’estrazione sarebbe senza senso.

Se, allora, le somme capitali non crescono da sé stesse, se per il loro mero mantenimento, a parte la loro fruttificazione ed il loro aumento, è richiesta costantemente una speculazione riuscita, non ci può essere questione alcuna sulla tendenza delle fortune a diventare sempre più grandi. Le fortune non possono crescere; qualcuno deve farle aumentare. [7] Per far questo la riuscita attività di un imprenditore è necessaria. Il capitale si riproduce, porta i suoi frutti ed aumenta soltanto a condizione che un investimento riuscito e fortunato resista nel tempo. Più è veloce il cambiamento nell’ambiente economico e più è breve il periodo in cui un investimento può essere considerato buono. Per la realizzazione di nuovi investimenti, per la riorganizzazione della produzione, per le innovazioni nella tecnica, sono necessarie abilità che soltanto pochi possiedono. Se in circostanze eccezionali queste sono ereditate di generazione in generazione, i successori sono in grado di mantenere la ricchezza lasciata dai loro antenati, forse persino aumentarla, nonostante il fatto che possa venir divisa dall’eredità. Ma se, come è generalmente il caso, gli eredi non sono pari alle richieste che la vita fa ad un imprenditore, la ricchezza ereditata sparisce velocemente.

Quando gli imprenditori ricchi desiderano perpetuare la loro ricchezza nella famiglia si rifugiano nella terra. I discendenti dei Fuggers e dei Welsers vivono persino oggi in considerevole abbondanza, se non nel lusso, ma da lungo tempo hanno cessato di essere commercianti ed hanno trasformato la loro ricchezza nella proprietà terriera. Sono diventati membri della nobiltà tedesca, in alcun modo differenti da altre nobili famiglie tedesche del sud. Numerose famiglie mercantili in altri paesi hanno subito lo stesso sviluppo; arricchitisi nel commercio e nell’industria hanno cessato di essere commercianti ed imprenditori e sono diventati proprietari terrieri, non per aumentare le loro fortune ma per mantenerle e trasmetterle ai loro figli ed ai figli dei loro figli. Le famiglie che hanno agito diversamente sono presto sparite nell’oscura povertà. Ci sono poche famiglie di bancari la cui impresa è esistita per cento o più anni e un’occhiata più attenta agli affari di questi pochi mostrerà che sono di solito commercialmente attivi soltanto nell’amministrazione di fortune realmente investite in terreni e miniere. Non ci sono antiche fortune che prosperano nel senso che crescono continuamente.

4 la teoria della povertà crescente

La teoria della povertà crescente tra le masse sta al centro del pensiero marxista così come di dottrine socialiste più vecchie. L’accumulazione della povertà è parallela all’accumulazione di capitale. È proprio del “carattere antagonistico della produzione capitalista” che “l’accumulazione di ricchezza ad un polo” sia simultaneamente “accumulazione di miseria, di tortura del lavoro, di schiavitù, di ignoranza, di brutalità e di degenerazione morale all’altro.” [8] Questa è la teoria dell’aumento progressivo dell’assoluta povertà delle masse. Basata unicamente sui processi tortuosi di un astruso sistema di pensiero, deve occuparci sempre di meno in quanto sta gradualmente retrocedendo sullo sfondo, anche nei testi dei discepoli ortodossi di Marx e nei programmi ufficiali dei partiti socialdemocratici. Anche Kautsky, durante la diatriba del revisionismo, si è ridotto a concedere che, secondo tutti i fatti, era precisamente nei paesi capitalisti più avanzati che la miseria fisica era in declino e che le classi operaie avevano un livello di vita più alto di cinquant’anni fa. [9] I marxisti ancora aderiscono alla teoria della povertà crescente puramente a causa del suo valore di propaganda e la sfrutta oggi proprio quanto durante la gioventù dell’ormai invecchiato partito.

Ma intellettualmente la teoria della crescita relativa della povertà, sviluppata da Rodbertus, ha sostituito la teoria della crescita assoluta. “La povertà,” dice Rodbertus, “è un concetto sociale, cioè relativo. Ora, io sostengo che i bisogni giustificabili delle classi operaie, poiché questi hanno raggiunto una più alta posizione sociale, sono diventati considerevolmente più numerosi. Sarebbe tanto sbagliato, ora che hanno raggiunto questa posizione, di non parlare, anche con salari immutati, di un deterioramento nel loro stato materiale, quanto lo sarebbe stato in una fase precedente quando i loro stipendi calarono ed ancora non avevano raggiunto questa posizione.” [10] Questo pensiero è derivato interamente dal punto di vista del socialista di Stato, che considera “giustificato” un innalzamento delle richieste degli operai ed assegna loro “una posizione più alta” nell’ordine sociale. Contro i giudizi arbitrari di questo genere, non c’è discussione possibile.

I marxisti hanno assunto la dottrina della crescita relativa della povertà. “Se nel corso dell’evoluzione il nipote di un piccolo mastro tessitore, che ha vissuto con i suoi operai qualificati, va ad abitare in una villa sfarzosa, magnificamente ammobiliata, mentre il nipote dell’operaio qualificato vive in un alloggio, comunque più comodo, senza dubbio, della soffitta di suo nonno nella casa del mastro tessitore, questo comunque contribuisce ad allargare la distanza sociale fra i due, quindi il nipote dell’operaio qualificato sentirà maggiormente la sua povertà vedendo le comodità alla portata del suo datore di lavoro. La sua posizione è migliore di quella del suo antenato, il suo livello di vita è aumentato, ma la sua situazione si è relativamente aggravata. La miseria sociale diventa più grande… gli operai relativamente più miserabili.” [11] Supponendo che questo sia vero, non sarebbe comunque un atto d’accusa contro il sistema capitalista. Se il capitalismo migliora la posizione economica di tutti, è di importanza secondaria che non porti tutti allo stesso livello. Un ordine sociale non è cattivo semplicemente perché aiuta uno più di un altro. Se sto meglio, in che cosa può nuocermi che altri stiano ancora meglio di me? Dobbiamo distruggere il capitalismo che meglio soddisfa di giorno in giorno i desideri di tutti, soltanto perché alcuni individui diventano ricchi ed alcuni di loro molto ricchi? Come, allora, si può asserire come “logicamente incontestabile” che “una crescita nella povertà relativa delle masse… deve infine condurre alla catastrofe.” [12]

Kautsky prova a diversificare la sua concezione della teoria marxista della crescita della povertà da quella che emerge dalla lettura imparziale diDas Kapital. “La parola povertà,” dice, “può significare povertà fisica, ma può anche significare povertà sociale. Nel primo senso è misurata dai bisogni fisiologici dell’uomo. Questi non sono effettivamente dappertutto e sempre gli stessi, comunque non evidenziano differenze così grandi come i bisogni sociali, la cui insoddisfazione produce la povertà sociale.” [13] È la povertà sociale, dice Kautsky, che Marx aveva in mente. Tenendo conto della chiarezza e della precisione di stile di Marx questa interpretazione è un capolavoro di sofismo ed è stata di conseguenza rifiutata dai revisionisti. A chi non prende le parole di Marx come rivelazione può, effettivamente, risultare indifferente se la teoria della crescita della povertà sociale è contenuta nel primo volume di Das Kapital o se è presa da Engels o se è stata proposta per la prima volta dai neo-marxisti. Le domande importanti sono se è difendibile e quali conclusioni ne conseguono.

Kautsky sostiene che lo sviluppo della povertà in senso sociale “è attestato dalla borghesia stessa, solo hanno dato alla questione un altro nome; la chiamano bramosia… Il fatto decisivo è che il contrasto fra i bisogni dei salariati e la possibilità di soddisfarli con i loro stipendi, il contrasto quindi fra lavoro salariato e capitale, sta diventando sempre maggiore.” [14] La bramosia è sempre esistita, nondimeno; non è un fenomeno nuovo. Possiamo persino ammettere che oggi sia più prevalente che in passato; il generale sforzo dopo il miglioramento della posizione economica è un peculiare segno caratteristico della società capitalista. Ma come si possa da questo concludere che l’ordine capitalista della società deve necessariamente cambiare in socialista, è inesplicabile.

Il fatto è che la dottrina della crescente povertà sociale relativa non è altro che un tentativo di dare una giustificazione economica a politiche basate sul rancore delle masse. Povertà sociale crescente significa meramente invidia crescente. [15] Mandeville e Hume, due dei maggiori osservatori della natura umana, hanno rilevato che l’intensità dell’invidia dipende dalla distanza fra l’invidiante e l’invidiato. Se la distanza è grande non ci si paragona all’invidiato e, infatti, non è percepita alcuna invidia. Minore la distanza, però, e maggiore è l’invidia. [16] Così si può dedurre dallo sviluppo di rancore nelle masse che le diseguaglianze di reddito stanno diminuendo. La “bramosia” crescente non è, come Kautsky pensa, una prova dell’aumento relativo della povertà; al contrario, indica che la distanza economica fra le classi sta diventando sempre minore.

Estratto di Socialismo: un’analisi economica e sociologica di Ludwig von Mises

Traduzione di Flavio Tibaldi pubblicata originariamente su La Voce del Gongoro

Note

[1] Michea, II, 2.

[2] Isaia, V, 8.

[3] Schröder, Lehrbuch der deutschen Rechtsgeschichte, pp. 159 ff.; Dopsch, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen der europäischen Kulturentwicklung, Part 2 (Vienna, 1920), pp. 289, 309 ff.

[4] Michels, Die Verelendungstheorie (Leipzig, 1928), pp. 19 ff.

[5] Hansen, Die drei Bevölkerungsstufen (Monaco di Baviera, 1889), pp. 181 ff.

[6] Questo è del tutto separato dagli effetti del deprezzamento monetario.

[7] Considerant tenta di provare la teoria della concentrazione con una metafora presa in prestito dai meccanici: “Les capitaux suivent aujourd’hui sans contrepoids la loi de leur propre gravitation; c’est que, s’attirant en raison de leurs masses, les richesses sociales se concentrent de plus en plus entre ks mains des grands possesseurs” (“Il capitale oggi segue, senza alcuna forza avversa, la legge del suo proprio magnetismo. Il capitale attrae a sé il capitale, per forza della sua stessa dimensione. La ricchezza sociale è sempre più concentrata nelle mani dei maggiori proprietari.”) Citato da Tugan-Baranowsky, Der moderne Sozialismus in seiner geschichtlichen Entwicklung, p. 62. Questo è un gioco di parole, niente più.

[8] Marx, Das Kapital, volume. I, p. 611.

[9] Kautsky, Bernstein und das Sozialdemokratische Programm (Stuttgart, 1899), p. 116.

[10] Rodbertus, “Erster sozialer Brief an v. Kirchmann” (Ausgabe von Zeller, Zur Erkenntnis unserer staatwirtschaftlichen Zustände, 2a ed. (Berlino, 1885), p. 273 n.

[11] Herman Müller, Karl Marx und die Gewerkschaften (Berlino, 1918) pp. 82 ff.

[12] Come fatto da Ballod, Der Zukunftsstaat, 2a ed.. (Stuttgart, 1919), p. 12.

[13] Kautsky, Bernstein und das Sozialdemokratische Programm, p. ll6.

[14] Ibid., p. 120.

[15] Confronta le osservazioni di Weitling, citate in Sombart, Der proletarische Sozialismus (Jena, 1924), Vol. I, p. 106.

[16] Hume, A Treatise of Human Nature, Lavori Filosofici, ed. Green and Grose (Londra, 1874), Vol. II, pp. 162 ff. ; Mandeville, Bienenfabel, ed. Bobertag (Monaco di Baviera, 1914), p. 123; Schatz, L’Individualisme Économique et Social (Parigi, 1907), p. 73 n2, chiamato questo un “idée fondamentale pour bien comprendre la cause profonde des antagonismes sociaux.” (“Idea fondamentale per una buona comprensione della causa profonda delle animosità sociali.”)

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Il Brasile: una vittima di volgare keynesismo

Ven, 26/06/2015 - 08:00

Tutte le vie keynesiane portano alla stagflazione. Ciò è quanto si è verificato negli anni ’70 in Europa e negli Stati Uniti, quando sia la stagnazione che l’inflazione colpirono contemporaneamente le rispettive economie. Oggi, è quanto si sta verificando in Brasile.

Sin dal proprio insediamento nel 2003, il Partito dei Lavoratori – a capo di tutti i successivi governi brasiliani – ha religiosamente implementato una dottrina economica orientata verso una crescita derivante dalla spesa pubblica. Attualmente, il paese è caduto in stagnazione, con una recessione che incombe davanti a sé ed un’inflazione in crescita. Tutti gli indicatori economici mostrano una spia rossa: dalla crescita economica, all’inflazione e al tasso di cambio, dalla produttività agli investimenti, alla produzione industriale.

Boom economici e bolle, a ritmo di samba

Ancora una volta, delle politiche keynesiane hanno condotto alla stagflazione. Alla fine, la dura realtà ha preso il sopravvento mandando in frantumi l’illusione di una facile ricchezza. L’arma della meraviglia keynesiana è divenuta impotente. I leader politici del Ministero delle Finanze e della Banca Centrale non hanno idea di cosa fare al momento. Dopotutto, non conoscono altre dottrine che non contemplino l’idea di stimolare l’economia spendendo ancor di più. Purtroppo, con le casse governative vuote e l’inflazione sempre più alta, spendere facendo deficit e tramite una politica monetaria espansiva sono strumenti a cui manca il carburante necessario per funzionare. Le esternalità positive, quali il boom della Cina e l’alta richiesta di materie prime, avevano spinto l’economia brasiliana durante la presidenza di Luiz Inácio “Lula” da Silva. Tali fattori, uniti ad enormi stimoli interni, avevano accelerato la crescita economica. Ma con la fine del boom delle materie prime ed il rallentamento della crescita cinese, questi fattori esterni non hanno più potuto aiutare il Brasile una volta che i consumi interni raggiunsero il culmine, costringendo sia i consumatori che il governo a ridimensionare le proprie aspettative frattanto che il peso del debito diventava insostenibile.

All’inizio del 2015, è diventato ovvio come sotto il Partito dei Lavoratori il paese avesse vissuto fin lì in una pura illusione durata 12 anni. Oggi fa ridere pensare che il presidente Lula annunciò che l’economia brasiliana era sul punto di superare quella del Regno Unito, salendo al livello delle grandi economie mondiali. Eppure, quando nel 2007 fu annunciato che il Brasile avrebbe ospitato i Mondiali di calcio del 2014, e nel 2009 il Comitato Olimpico scelse Rio de Janeiro per le Olimpiadi 2016, sembrò che l’ambito riconoscimento internazionale che Lula cercava per il suo operato fosse finalmente arrivato. Il giubilo domestico fu affiancato dall’esuberanza estera su come Lula avesse condotto il Brasile nel ventunesimo secolo.

Esattamente come molti brasiliani non vollero riconoscere la verità, anche gli osservatori esterni chiusero gli occhi davanti al fatto che governo brasiliano avesse praticato una delle forme più bieche di keynesismo. Il modello brasiliano è infatti pesantemente mischiato con il marxismo di Michal Kalecki. In Europa e negli Stati Uniti, qualche residuo di saggia economia è sopravvissuto agli assalti della “nuova economia”, ripristinando qualche principio classico e neoclassico. In Brasile c’è stata quasi una vittoria totale del “keynesismo kaleckiano” con la maggior parte dei rimanenti principi macroeconomici tagliati fuori.

Può il governo trasformare le pietre in pane?

Finanche oggi, l’economista polacco Kalecki gode ancora di una grande stima presso alcune delle più importanti università brasiliane. Il suo modello keynesiano sviluppato negli anni ’30 è diventato il paradigma fondamentale dei pianificatori economici, sebbene manchi di qualunque fondamenta microeconomica e sia in gran parte vuoto di contenuti realistici. Le teorie keynesiane proposte da Kalecki prendono i simboli macroeconomici per reali, e muovendoli secondo i principi algebrici arrivano alla conclusione che “i lavoratori spendono ciò che guadagnano” mentre “i capitalisti guadagnano ciò che spendono” (come riassunto tempo fa da Kaldor).

Conseguentemente, Kalecki ed i suoi seguaci marxisti decisero che quando lo Stato si comporta come i capitalisti, il governo può spendere quanto vuole fino a raggiungere la prosperità desiderata, mentre i lavoratori avrebbero ricevuto la loro giusta fetta di ricchezza in quanto consumatori. Anche più di Keynes, il vangelo di Kalecki predicava come i suoi adepti potessero trasformare le pietre in pane. Una spesa pubblica elevata in qualunque settore e combinata con un consumo di massa dei beni prometteva una ben più piacevole via verso la prosperità. Tale promessa ha rappresentato il principio della politica economica del Partito dei Lavoratori brasiliano degli ultimi 12 anni.

Lungo gran parte dei due periodi presidenziali di Lula, dall’inizio del 2003 alla fine del 2010, la ricetta Kalecki-Keynes sembrò funzionare. Il governo brasiliano formato da vecchi leader sindacali spendeva, i consumatori consumavano e l’economia cresceva. Al contempo, l’inflazione restava sotto controllo ed il tasso di disoccupazione calava. Non c’è da sorprendersi che il Presidente Lula ebbe un’immensa popolarità durante i suoi due mandati e che il suo partito sarebbe rimasto in carico quando il suo successore designato vinse le elezioni presidenziali nel 2010 e nel 2014.

Dilma Rousseff, politico di professione ed ex guerrigliera, non ebbe sempre vita facile nel vincere le elezioni. Quando si candidò per il secondo mandato, delle nubi cominciarono ad oscurare lo sfacciato ottimismo che ancora permeava il partito al governo. Nel 2011, il tasso di crescita economica cominciò a scendere. Il governo dapprima fugò i dubbi parlando di un calo temporaneo, per poi andare in panico quando nel 2012 la crescita cominciò a scendere ancor di più. Con le elezioni in arrivo nel 2014, il governo fece esattamente quanto prescrive la ricetta Kalecki-Keynes, aumentando ancor di più le proprie politiche espansive. Ciò può essere servito a far rivincere le elezioni, ma il prezzo da pagare fu soltanto rimandato a più tardi.

L’arrivo della disillusione

Adesso, nei primi mesi del 2015, la disillusione è finalmente arrivata. Le persone si sentono tradite dal falso ottimismo trasmesso dal governo. Il 15 Marzo, lo scandalo relativo alla corruzione della compagnia petrolifera brasiliana Petrobas, assieme al rapido deterioramento delle condizioni economiche, ha portato in piazza più di un milione di brasiliani per protestare contro il governo.

Ciò che molti manifestanti non riescono a vedere, comunque, è che il Brasile avrebbe bisogno più di un semplice cambio della squadra di governo. Il paese ha bisogno di un cambio di mentalità. Per rimettersi sulla strada della prosperità, il Brasile deve abbandonare la sua ideologia economica prevalente. Deve liberarsi della sua tradizione fatta di una dissoluta spesa pubblica e di credito facile, di un coinvolgimento d’ispirazione marxista dello Stato nell’economia, e del protezionismo istituito dopo aver adottato il Cepalismo (il principio economico fondante della Commissione Economica per l’America Latina). Al cuore del malessere attuale non ci sono circostanze eccezionali, bensì idee sbagliate di politica economica.

Per trovare la via d’uscita dalla crisi, il Brasile necessita di un gran dosaggio di liberalizzazioni economiche. Meno interventismo statale e più libertà di fare business devono essere i primi passi. Per rendere possibile ciò, è però necessario un cambio di mentalità. Il popolo brasiliano deve aprirsi ad un’alternativa che vada oltre il capitalismo di Stato. Per prosperare, ha bisogno di abbracciare una filosofia laissez-faire.

Tale compito è ingente e non molto diverso da quanto c’era da fare in elezioni precedenti, dato che quasi tutti i partiti al momento rappresentati nel Congresso brasiliano sono di sinistra o di estrema sinistra. Non esiste né un reale partito conservatore né un autentico partito pro-mercato. Questa situazione è più che sorprendente dato che, come mostrano spesso i sondaggi, la maggior parte dei brasiliani esprime il proprio orientamento politico verso il centrodestra ed in favore del libero mercato.

Il marxismo domina ancora nelle università

La ragione di questa discrepanza risiede nel fatto che la sinistra domina l’educazione superiore, in particolare nell’ambito delle scienze sociali, dell’economia e del diritto. È infatti da questi settori che nasce la maggior parte degli attivisti politici. Quando nel 1984 finì la dittatura militare, il sistema universitario cadde sotto il completo controllo della sinistra, ad ogni latitudine. In tal modo, la vita accademica risulta ideologicamente molto diversa dal resto della società brasiliana, dove il buonsenso continua a prevalere.

Per fortuna, l’evoluzione intellettuale non è più largamente dipendente dall’ambito accademico. Mentre la visione kalackiana delle politiche keynesiane e marxiste continua a dominare nelle università, è in crescita un forte movimento libertario capeggiato dal Mises Institute brasiliano. I giovani in particolare, affluiscono nel sito come il proverbiale nomade nel deserto alla ricerca dell’acqua. In passato, sono serviti decenni e talvolta secoli per veder prendere piede dei radicali cambi di mentalità.

Oggigiorno, grazie ad internet, le idee hanno un mercato proprio in cui tutti hanno libero accesso. Dovrebbe essere più facile per i brasiliani imparare che non basta essere stufi dell’attuale governo, e che è l’ora di trasformare il capitalismo di Stato del paese in un sistema di libero mercato orientato alla prosperità.

Articolo di  su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – IV parte

Mer, 24/06/2015 - 08:00

L’errore dell’indifferenza


I Rivoluzionari Hicksiani hanno sostituito il concetto di utilità cardinale con il concetto di classi di indifferenza, e negli ultimi vent’anni le riviste di economia si sono riempite di un garbuglio di curve di indifferenza, tangenti, “linee del bilanci o” ecc. bi- e tridimensionali. La conseguenza dell’adozione dell’approccio della preferenza dimostrata è che deve crollare l’intero concetto di classe di indifferenza, insieme alla complicata sovrastruttura eretta su di esso.

L’indifferenza non può mai essere dimostrata dall’azione. Al contrario. Ogni azione rappresenta necessariamente una scelta, e ogni scelta implica una precisa preferenza. L’azione comporta proprio il contrario dell’indifferenza. Il concetto di indifferenza è un esempio particolarmente infelice dell’errore dello psicologismo. Si assume che le classi di indifferenza esistano in qualche luogo e indipendentemente dall’azione. Questa ipotesi è particolarmente esplicita in quei trattati che cercano di definire le curve di indifferenza empiricamente, attraverso l’uso di elaborati questionari.

Se una persona è realmente indifferente fra due alternative, allora non può scegliere e non sceglierà fra esse. 29 L’indifferenza non è quindi mai rilevante per l’azione e non può essere dimostrata nell’azione. Se un individuo, ad esempio, è indifferente fra l’uso di 5,1 o 5,2 once di burro a causa della esiguità dell’unità, allora per lui non vi sarà motivo di agire in base a queste alternative. Egli utilizzerà il burro in unità di maggiori dimensioni, relativamente alle quali ammontari diversi per lui non sono indifferenti.

Il concetto di “indifferenza” può essere importante per la psicologia, ma non per l’economia. In psicologia siamo interessati a scoprire intensità d i preferenze, possibile indifferenza e così via. In economia invece siamo interessati solo ai valori rivelati attraverso le scelte. Per l’economia è irrilevante se un individuo sceglie l’alternativa A all’alternativa B perché preferisce intensamente A o perché ha scelto facendo testa o croce. Ciò che conta per l’economia è il fatto dell’ordine in graduatoria, non le ragioni che hanno spinto l’individuo a quella data graduatoria.

Recentemente il concetto di indifferenza è stato sottoposto a critiche severe. Il professor Armstrong ha rilevato che, secondo la curiosa formulazione di “indifferenza” di Hicks, è possibile che un individuo sia “indifferente” fra due alternative e tuttavia ne scelga una.30 Little ha rivolto valide critiche al concetto di indifferenza, ma la sua analisi è viziata dal desiderio di utilizzare teoremi erronei per giungere a conclusioni circa il benessere, e dalla sua metodologia radicalmente comportamentista.31 Un attacco molto interessante al concetto di indifferenza dal punto di vista della psicologia è stato sferrato dal professor Macfie.32

I teorici dell’indifferenza propongono due principali argomenti a difesa del ruolo dell’indifferenza nell’azione reale. Il primo consiste nel citare la famosa favola dell’asino di Buridano. Questo è l’asino “perfettamente razionale ”, che dimostra indifferenza rimanendo, da affamato, equidistante fra due balle di fieno parimenti gradite.33 Poiché le due balle di fieno sono di pari qualità sotto ogni aspetto, l’asino non ne può scegliere nessuna delle due e quindi muore di fame. Si ritiene che questo esempio illustri in che modo l’indifferenza si può rivelare nell’azione concreta. È difficile concepire un asino, o una persona, meno razionale di così. In realtà egli non si trova davanti a due scelte, ma a tre, essendo la terza la morte per fame. Anche ragionando in base ai criteri dei teorici dell’indifferenza, la terza scelta sarà collocata più in basso delle altre due sulla scala di preferenze dell’individuo. Egli non sceglierà la morte per fame.

Se entrambe le balle di fieno sono parimenti gradite, allora l’asino o l’individuo che deve scegliere l’una o l’altra, ricorrerà completamente alla sorte per decidere, ad esempio lanciando una moneta. Ma allora l’indifferenza anche in tal caso non è rivelata da questa scelta, perché il lancio della moneta gli ha consentito di individuare una preferenza!34

L’altro tentativo di dimostrare le classi di indifferenza si basa sulla fallacia coerenza-costanza, che abbiamo analizzato sopra. Su di essa si basa l’asserzione di Kennedy e Walsh secondo cui un individuo può rivelare indifferenza se, sollecitato a ripetere le sue scelte fra A e B nel tempo, egli sceglie ciascuna alternativa il 50 per cento delle volte.35

Se il concetto di curva di indifferenza individuale è completamente erroneo, è ovvio che il concetto di “curva di indifferenza della collettività”, che Baumol pretende di costruire partendo dalle curve individuali, merita di essere liquidato il più rapidamente possibile.36

I neo-cardinalisti: l’approccio von Neumann-Morgenstern

Negli ultimi anni il mondo dell’economia è stato travolto da una teoria dell’utilità neocardinalista e implicante una quasi-misurazione. Questo approccio, che ha il vantaggio psicologico di rivestirsi di una forma matematica più avanzata di quelle finora conosciute dall’economia, è stato fondato da von Neumann e Morgenstern nel loro celebrato lavoro.37 La loro teoria ha avuto l’ulteriore vantaggio di basarsi sugli sviluppi più recenti, e di moda, della filosofia della misurazione e della filosofia della probabilità. La tesi Neumann-Morgenstern è stata adottata dai principali economisti matematici e ha proceduto quasi incontrastata fino ad oggi. La principale consolazione degli ordinalisti è rappresentata dall’assicurazione, fornita dai neocardinalisti, che la loro dottrina si applica solo all’utilità in condizioni di incertezz a, e quindi non sconvolge troppo drasticamente la dottrina ordinalista.38 Tuttavia questa consolazione è davvero molto magra, se si considera che un certo grado di incertezza pervade qualsiasi azione.

La teoria Neumann-Morgenstern in breve è la seguente: un individuo può comparare non solo certi eventi, ma anche combinazioni di eventi con probabilità numeriche definite per ciascun evento. Quindi, secondo gli autori, se un individuo preferisce l’alternativa A all’alternativa B, e B a C, è in grado di decidere se preferisce B o una combinazione di probabilità 50:50 di C e A. Se preferisce B, allora si deduce che la sua preferenza di B su C è maggiore della sua preferenza di A su B. In tal modo vengono selezionate varie combinazioni di probabilità. Un’utilità numerica quasi-misurabile è assegnata alla sua scala di utilità in accordo con l’indifferenza delle utilità confrontata con varie combinazioni di probabilità di A o C. Il risultato è una scala numerica che si determina quando numeri arbitrari sono assegnati alle utilità di due degli eventi.

Gli errori di questa teoria sono numerosi e gravi:

  • Nessuno degli assiomi può essere convalidato sulla base delle preferenze dimostrate, dal momento che tutti gli assiomi possono essere certamente violati dai singoli attori.
  • La teoria poggia in maniera decisiva sull’ipotesi di costanza, in modo che le utilità possano essere rivelate attraverso l’azione nel tempo.
  • La teoria, per introdurre la scala numerica, fa grande affidamento sul fragile concetto di indifferenza delle utilità.
  • La teoria fondamentalmente si basa sull’erronea applicazione di una teoria della probabilità numerica ad un’area a cui non può essere applicata. Richard von Mises ha definitivamente dimostrato che una probabilità numerica può essere assegnata solo a situazioni in cui esiste una classe di entità, tale per cui non si conosce alcunché dei componenti tranne che essi sono membri di tale classe; e solo a situazioni in cui tentativi successivi rivelano una tendenza asintotica verso una proporzione stabile – frequenza con cui accade – di un certo evento di quella classe. A specifici eventi individuali non può essere applicata alcuna probabilità numerica.39 

Al contrario, nel campo dell’azione umana è vero esattamente l’opposto. Qui non vi sono classi composte da enti omogenei. Ogni evento è unico e diverso da altri eventi altrettanto unici. Questi eventi unici non sono ripetibili. Applicare quindi la teoria della probabilità numerica a tali eventi non ha senso.40 Non è un caso che i neocardinalisti si siano concentrati invariabilmente sulle lotterie e sul gioco d’azzardo. La teoria della probabilità può essere applicata proprio e solo alle lotterie. I teorici danno per scontata la sua applicabilità all’azione umana generale limitando la loro trattazione alle lotterie. Perché l’acquirente di un biglietto della lotteria sa solo che il singolo biglietto della lotteria è un membro di una classe di biglietti di una data ampiezza. L’imprenditore, al contrario, nell’assumere le sue decisioni si confronta con casi unici, relativamente ai quali egli conosce qualcosa e che hanno solo una limitata corrispondenza con altri casi.

  • I neocardinalisti ammettono che la loro teoria non è applicabile nemmeno al gioco d’azzardo se l’individuo ha un interesse o un disinteresse per il gioco d’azzardo in sé. Poiché il fatto che un uomo giochi dimostra che il gioco d’azzardo gli piace, è chiaro che la dottrina dell’utilità Neumann-Morgenstern fallisce anche in questo caso ritagliato su misura.41
  • Una curiosa nuova concezione della misurazione. La nuova filosofia della misurazione elimina i concetti di “cardinale” e “ordinale” in f vore di costruzioni elaborate quali “misurabile a una costante moltiplicativa” (cardinale); “misurabile a una trasformazione monotomica” (ordinale); “misurabile a una trasformazione lineare” (la nuova quasi-misurazione, di cui l’indice di utilità proposto da Neumann-Morgenstern è un esempio). Questa terminologia, a parte la sua inopportuna complessità (sotto l’influenza della matematica), implica che qualsiasi cosa, inclusa l’ordinalità, sia in qualche modo “misurabile”. Chi propone una nuova definizione di un termine importante deve provare la sua tesi; la nuova definizione di misurazione non lo ha fatto per niente. La misurazione, per qualsiasi definizione che abbia un minimo di ragionevolezza, implica la possibilità di un’unica assegnazione di numeri che possono essere significativamente soggetti a tutte le operazioni dell’aritmetica. Per realizzare ciò è ne cessario definire un’unità di misura costante. Per poter definire tale unità, la proprie tà da misurare deve estendersi nello spazio, in modo che sull’unità vi possa essere accordo fra tut ti in maniera oggettiva. Di conseguenza, stati soggettivi, che sono intensivi anziché oggettivamente estensivi, non possono essere misurati e sottoposti a operazioni aritmetiche. E l’utilità appartiene agli stati intensivi. La misurazione diventa ancora più implausibile quando si comprende che l’utilità è un concetto prasseologico, e non direttamente psicologico.

La replica più frequente è che stati soggettivi sono stati misurati; la vecchia, non scientifica sensazione soggettiva di calore ha lasciato il posto alla oggettiva scienza della termometria.42 Ma questa replica è erronea; la termometria non misura le sensazioni soggettive intensive in se stesse. Essa assume una correlazione approssimata fra la proprietà intensiva e un evento oggettivo estensivo – come l’espansione fisica del gas o del mercurio. E la termometria non può certamente pretendere di misurare con precisione gli stati soggettivi: tutti sappiamo che alcune persone, per varie ragioni, sentono più caldo o più freddo in momenti diversi anche se la temperatura esterna rimane la stessa.43 Sicuramente non può essere individuata alcuna correlazione per le scale di preferenza dimostrata in relazione alle lunghezze fisiche. Perché le preferenze non hanno base fisica diretta, come la sensazione di caldo.

Nessuna operazione aritmetica può essere compiuta sui numeri ordinali; per cui usare il termine “misurabile” in qualsiasi modo per i numeri ordinali significa confondere irrimediabilmente il significato del termine. Il miglior rimedio per una possibile confusione è forse evitare di usare qualsiasi numero per le graduatorie ordinali; il concetto di graduatoria può essere espresso con chiarezza attraverso le lettere (A, B, C…), usando la convenzione secondo cui A, ad esempio, esprime il livello più elevato.

Quanto al nuovo tipo di quasi-misurabilità, nessuno ha ancora provato la sua esistenza. L’onere della prova ricade su chi propone. Se un oggetto ha qualità di estensione, allora è, almeno sul piano teorico, suscettibile di misurazione, perché un’unità oggettiva costante può, in linea di principio, essere definita. Se tale oggetto è intensivo, allora non vi si può applicare alcuna unità di misura costante, e qualsiasi assegnazione di numeri dovrebbe essere ordinale. Non c’è posto per ipotesi intermedie. L’esempio preferito di quasi-misurabilità che viene continuamente proposto è, di nuovo, la temperatura. In termometria, si suppone che le scale in gradi centigradi e in gradi Fahrenheit siano convertibili l’una nell’altra non attraverso una costante moltiplicativa (cardinalità) ma moltiplicando e quindi aggiungendo una costante (una “trasformazione lineare”). Un’analisi più attenta, però, rivela che entrambe le scale sono semplici derivazioni da una scala basata su un punto che rappresenta lo zero assoluto. Per dimostrare la cardinalità della temperatura, tutto ciò di cui abbiamo bisogno è di trasformare entrambe le scale, in gradi centigradi e Fahrenheit, in scale in cui “zero assoluto” è zero, e a questo punto ciascuna sarà convertibile nell’altra in base a una costante moltiplicativa. Inoltre, la concreta misurazione della temperatura è una misurazione di lunghezza (della colonna di mercurio), per cui la temperatura di fatto è una misura derivata dalla dimensione della lunghezza, che è cardinalmente misurabile.44

Jacob Marschak, uno dei principali esponenti della scuola Neumann-Morgenstern, ha ammesso che il caso della temperatura è inadeguato ai fini della quasi-misurabilità, perché è derivato dalla originaria e cardinale misurazione della distanza. Tuttavia, sorprendentemente, al suo posto propone l’ altitudine. Ma se “la lettura della temperatura non è altro che distanza”, cos’altro è l’altitudine, che è solo e puramente distanza e lunghezza?45

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

29 I “teorici dell’indifferenza” sbagliano anche nell’ipotizzare incrementi infinitamente piccoli, essenziali per le loro rappresentazioni geometriche ma erronei per un’analisi dell’azione umana.

30 Wallace E. Armstrong, “The Determinateness of Utili ty Function,” Economic Journal (1939): 453-67. L’asserzione di Armstrong secondo cui l’indifferenza non è una relazione transitiva (come ha ipotizzato Hicks) si applica solo a unità, di differenti dimensioni, di un bene. Cfr. anche Armstrong, “A Note on the Theory of Consumers’ Behavior.”

31 Little, “Reformulation” e “Theory.” Un altro difet to dell’approccio della preferenza rivelata di Samuelson risiede nel fatto che egli tenta di “rivelare” le stesse curve di indifferenza.

32 Alec L. Macfie, “Choice in Psychology and as Econom ic Assumption,” Economic Journal (June 1953): 352-67.

33 Joseph A. Schumpeter, History of Economic Analysis (New York: Oxford University Press, 1954), pp. 94 n. 1064.

34  V. anche il monito di Croce relativamente all’uso degli animali nelle analisi che riguardano l’azione umana. Croce, “Economic Principle I,” p. 175.

35 Kennedy, “The Common Sense of Indifference Curves” e “On Descriptions of Consumer’s Behavior.”

36 William J. Baumol, Welfare Economics and the Theory of the State (1952; Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1965), pp. 47 e segg.

37 John von Neumann and Oskar Morgenstern, Theory of Games and Economic Behavior, 2nd ed. (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1947), pp. 8, 15-32, 617-32.

38 A tale proposito v. l’eccellente articolo divulgativo di Armen A. Alchian, “The Meaning of Utility Mea surement,” American Economic Review (May 1953): 384-397. I principali aderenti all’approccio Neumann-Morgenstern sono Marschak, Friedman, Savage e Samuelson. Le pretese della teoria, anche quella più sofisticata, di misurare in qualsiasi modo l’utilità sono state opportunamente smontate d a Ellsberg, che demolisce anche il tentativo di Marschak di rendere la teoria normativa. Tuttavia la critica di Ellsberg soffre del fatto di essere basata sul concetto di “significato operativo”. Ellsberg, “Classic and Current Notions of Measur able Utility,” Economic Journal (September 1954): 528-56.

 39 Richard von Mises, Probability, Statistics, and Truth (New York: Macmillan, 1957). Anche Ludwig von Mises, Human Action, pp. 106-17. Le teorie della probabilità di Rudolf Carnap e Hans Reichenbach, oggi di moda, non sono riuscite a demolire la validità dell’approccio di R ichard von Mises. Mises li confuta nella terza edizione tedesca del suo lavoro, purtroppo non disponibile in inglese. Richard von Mises, Wahrscheinlichkeit, Statistik, und Wahrheit, 3rd ed. (Vienna: J. Springer, 1951). L’unica critica plausibile rivolta a Richard von Mises è stata quella di W. Kneale, il quale ha fatto notare che l’assegnazione numerica della probabilità dipende da una sequenza infinita, laddove in nessuna attività umana può esistere una sequenza infinita. Ciò, comunque, indebolisce l’applicazione della probabilità numerica anche a campi come le lotterie, più che consentirle di estendersi ad altre aree. V. anche Little, “A Reformulation of the Theory of Consumers’ Behavior.”

40 Si veda la fondamentale distinzione di Frank Knight fra i casi limitati di “rischio” attuariale e la più ampia “incertezza” non attuariale. Frank H. Knight, Risk, Uncertainty, and Profit (2nd ed.; London, 1940). Anche G.L.S. Schackle ha rivolto un’eccellente critica all’appro ccio della probabilità in economia, soprattutto a q uello di Marschak. La sua teoria della “sorpresa”, però, è esposta a o biezioni simili; cfr. C.F. Carter, “Expectations in Economics,” Economic Journal (March 1950): 92–105; G.L.S. Schackle, Expectations in Economics (Cambridge: Cambridge Univesity Press, 1949), pp. 109–23.

41 È curioso che gli economisti siano stati tentati d i esaminare il gioco d’azzardo assumendo in primo luogo che al partecipante non piace giocare. È sulla base di tal e assunzione che Alfred Marshall basò la sua famosa “prova” che il gioco d’azzardo (a causa della diminuzione dell’uti lità della moneta di ogni individuo) è “irrazionale ”.

42 von Neumann and Morgenstern, Theory of Games and Economic Behavior, pp. 16–17.

43 Morris R. Cohen, A Preface to Logic (New York: Henry Holt, 1944), p. 151.

44 Sulla misurazione v. Norman Campbell, What is Science? (New York: Dover, 1952), pp. 109-34; e Campbell An Account of the Principles of Measurement and Calculation (London: Longmans, Green, 1928). Sebbene la posizione sulla misurazione descritta sopra non sia oggi di moda, è sostenuta dalla influente autorevolezza di Campbell. Una descrizione della controversia fra Campbell e S. Stevens sul tema della misurazione delle grandezze intensive fu inclusa nel testo non pubblicato di Hempel, Concept Formation, ma è stata purtroppo omessa nell’opera di Hempel pubblicata, Fundamentals of Concept Formation in Empirical Science (Chicago: University of Chicago, 1952). Si può trov are la critica di Campbell in A. Ferguson, et al. Interim Report (British Association for the Advancement of Science Final Report, 1940), pp. 331-49.

45 Jacob Marschak, “Rational Behavior, Uncertain Prosp ects, and Measureability,” Econometrica (April 1950): 131.

 

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La storia d’amore tra Paul Krugman e la Francia

Lun, 22/06/2015 - 08:00

Negli anni recenti, Paul Krugman ha difeso a spada tratta la Francia ed il suo welfare state, arrivando financo a fingere che l’economia francese fosse in condizioni migliori rispetto a quella britannica. Secondo le sue stesse parole: “In gran parte, ciò che affligge la Francia nel 2014 è l’ipocondria, la convinzione di avere delle malattie che non si possiedono”. In ogni caso, a parte qualche propagandista keynesiano, nessuno può realmente pensare che la Francia non sia in una profonda crisi, e che sia sempre più evidente come Krugman si sbagli.

Il Regno Unito, invece, quest’anno è il paese che sta crescendo più velocemente fra le maggiori economie europee. La crescita è aumentata dal primo trimestre del 2013 fino a toccare il 2.6% nel 2014 – un tasso 7 volte più alto di quello della Francia – e il tasso di occupazione britannico, sia in termini assoluti che come quota della popolazione adulta, non è mai stato così alto. Perfino i salari, costantemente in depressione dopo la crisi del 2008, hanno ricominciato a salire.

Come sono soliti fare, i politici britannici hanno approfittato delle buone performance dell’economia britannica proprio per prendersi gioco della Francia. Il Cancelliere Osborne (il ministro della finanze britannico, ndr.) ha dichiarato: “Quale contea ha creato più posti di lavoro di tutta la Francia? Il grande Yorkshire!”, dopo che gli ultimi dati mostravano un’occupazione a livello record nel Regno Unito. David Cameron ha recentemente affermato che: “I laburisti ci faranno fare la fine della Francia!”. È vero, distruggere verbalmente la Francia è come se fosse parte della cultura britannica, ma attualmente il Regno Unito è senza dubbio in condizioni reali migliori della Francia.

Austerità fiscale vs austerità di spesa

Dal 2009, la Francia ed il Regno Unito hanno adottato politiche economiche opposte. La Francia ha aumentato le tasse senza apportare tagli alla spesa pubblica. Il Regno Unito, al contrario, ha diminuito la spesa senza alzare l’imposizione fiscale. Fra il 2010 ed il 2013, il Regno Unito ha ridotto il suo deficit strutturale più di qualunque altra economia avanzata (precisamente il 4.7% del PIL).

Seguendo i ragionamenti di Krugman, ciò dovrebbe suggerire una crescita economica più elevata in Francia e più bassa nel Regno Unito. Tuttavia, non molto sorprendentemente, è accaduto l’esatto opposto: mentre l’economia francese ristagna, quella britannica ha beneficiato di un’ottima ripresa economica

La spesa pubblica in Francia è ora più di 11 punti del PIL più alta di quella del Regno Unito. Le tasse sono anch’esse molto più alte, mentre le regolamentazioni adottate dai britannici, in particolare quelle relative al mercato del lavoro, non sono così problematiche come in Francia. Di conseguenza, per l’apparato produttivo è stato ben più facile adattarsi alla crisi nel Regno Unito piuttosto che in Francia.

Oltretutto, mentre il settore pubblico in UK si riduce, al contrario si espande in Francia. Pertanto, misurare i progressi economici tramite il PIL – un metodo estremamente fallace – vuol dire sottostimare lo sviluppo avuto dall’economia britannica.

Le persone che sono costrette a pagare la spesa pubblica tramite la tassazione non avuto modo di esprimere le loro reali preferenze. Perciò, come detto da Joseph T. Salerno: “è certamente vero che una riduzione nella spesa pubblica reale causi una riduzione nel PIL reale, per il modo con cui è calcolato. Ma, la riduzione della spesa pubblica non ritarda la crescita nella produzione dei beni che soddisfano la domanda dei consumatori e, in realtà, solitamente la accelera”.

Fig. 1

 Ma anche se l’economia francese fosse grandiosa come dice Paul Krugman, perché ci sono così tanti transalpini che lasciano il proprio paese attraversando il canale della Manica? Per sapere se un’economia è prospera, basta guardare quante persone esprimono il proprio parere a riguardo andandosene via. Se Krugman l’avesse fatto, avrebbe potuto notare come sono molti più i francesi che emigrano a Londra, che non gli inglesi a Parigi. Il numero degli immigrati francesi nel Regno Unito è indubbiamente aumentato sensibilmente nel corso degli ultimi vent’anni. Il sindaco di Londra, Boris Johnson, è solito dire di essere il sindaco della sesta città francese più grande del mondo. Attualmente, ci sono più di 200.000 immigrati francesi soltanto a Londra.

Ovviamente, il Regno Unito è lontano dall’essere perfetto. Il debito pubblico ed il deficit rimangono troppo alti e c’è ancora parecchio da fare, specialmente nel settore della sanità pubblica britannica. Infatti, la spesa per la sanità pubblica continua ad aumentare – circa del 4% del suo volume fra il 2010/11 ed il 2014/15. Oltretutto, la Banca d’Inghilterra ha condotto una politica monetaria espansionistica che potrebbe portare all’instabilità e ad un ulteriore crisi. Ci potrebbe essere, per esempio, una nuova bolla immobiliare all’orizzonte.

I dati di Krugman vs i dati reali

L’8 Novembre 2013, Krugman criticò la decisione di Standard & Poor’s di declassare la Francia:

Chiedo scusa, ma credo che quando Standard & Poor’s si lamenta della mancanza di riforme, si stia in realtà lamentando di come Hollande stia alzando – invece di tagliare – le tasse sui ricchi, e di come in generale la Francia non sia un mercato abbastanza libero da soddisfare la cricca di Davos (dove si svolge annualmente il Forum Economico Mondiale, ndr.)”.

Qualche giorno dopo che Krugman scrisse queste righe, nel Regno Unito fu reso pubblico un tasso di occupazione addirittura più alto delle previsioni, mentre la Francia continuava ad avere un a un tasso di disoccupazione a doppia cifra. Già nel 2013 era ben visibile come qualcosa non andasse nelle politiche economiche francesi. Ma Krugman era convinto dell’opposto.

Nei primi giorni del Gennaio 2015, pubblicò un altro articolo che intendeva mostrare la superiorità dell’economia francese su quella britannica. Ancora una volta, non è passato molto tempo prima che nuovi dati mostrassero che ciò che Krugman scriveva era semplicemente falso. Per sostenere la sua tesi, pubblicò il seguente grafico senza alcuna fonte:


Fig. 2

Scrisse: “Il trionfo dell’austerità. O forse no. Ciò mostra la fallacia del tasso di crescita – non importa quanto male abbia fatto un’economia in un lungo periodo di tempo, dopo uno o due anni di buona crescita, verrà proclamato il successo”.

Ci sono due problemi principali con quanto scritto da Krugman. Innanzitutto, se guardiamo alla crescita pro capite del PIL sin dal 2000, il Regno Unito corre più della Francia. In secondo luogo, il grafico di Krugman è sbagliato. Sia guardando i dati del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale o dell’Eurostat, nessuno di questi conferma i suoi. Questo è ciò che mostra il vero grafico:

Fig. 3 

Fonte: Eurostat

 Inoltre, le politiche di austerità sono state introdotte nel Regno Unito soltanto dopo il 2009. Quindi, l’ortodossia keynesiana non è capace di spiegare perché la crescita, la diminuzione del tasso di disoccupazione e l’austerità abbiano preso piede esattamente nello stesso momento.

Disoccupazione

Dal Dicembre 2009 al Dicembre 2014, nel Regno Unito, il numero degli occupati nel settore pubblico è passato da 6.370.000 a 5.397.000 mentre l’impiego totale è aumentato di circa 1.700.000 posti. Tuttavia, bisogna specificare che i dati occupazionali del settore pubblico e di quello privato hanno risentito di svariate importanti riclassificazioni dove enti che impiegavano un gran numero di persone sono passati dal pubblico al privato. Ma anche tenendo in considerazione ciò, il numero di posti di lavoro creati dal settore privato rimane impressionante. D’altro canto, il numero degli impiegati statali in Francia ha continuato ad aumentare e il tasso di disoccupazione è ad un livello ancora molto alto. I keynesiani sono completamente incapaci di spiegare cosa sia successo. Si aspettavano che l’austerità avrebbe portato ad una recessione maggiore. Ciò, non è successo.

Fig. 4

Per chi non è della scuola di Keynes, comunque, il grafico può essere certamente spiegato, così come i superiori livelli di crescita del Regno Unito. Una riduzione nel numero degli impiegati statali è positiva in quanto quel lavoro diviene accessibile dalle compagnie private, facendo cadere i salari. Tale caduta rende possibili più progetti d’investimento. Quando il settore pubblico si restringe, diventa relativamente più attraente lavorare nel settore privato. Solo allora le forze imprenditoriali possono essere usate per servire i consumatori tramite il mercato, piuttosto che indirizzare gli stessi a cercare una rendita proveniente dall’arena politica.

Il futuro della Francia non è brillante come pensa Paul Krugman e le sue raccomandazioni sono lontane dall’essere verificate da teoria e fatti. Durante una crisi, la miglior regola che un governo può seguire è, come scrisse Rothbard, “non interferire con il processo di aggiustamento del mercato“. Un’altra cosa che il governo può fare è tagliare la spesa pubblica e le tasse. In parte, è quanto è stato fatto nel Regno Unito, specialmente se comparato alla Francia. Come mostrato da Rothbard, “la depressione è un periodo di strappo economico. Qualunque riduzione di tasse o di regolamentazioni che interferiscono con il libero mercato, stimolerà una sana attività economica; al contrario, qualunque aumento della tassazione deprimerà ulteriormente l’economia”.

Articolo di  su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

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Preludio alla Prima Guerra Mondiale

Ven, 19/06/2015 - 08:00

[Great Wars and Great Leaders: A Libertarian Rebuttal (2010)]

Con la guerra mondiale l’umanità entrò in una crisi per cui niente di ciò che era accaduto precedentemente nella storia poteva essere confrontato. […] Nella crisi mondiale, il cui inizio stiamo provando sulla nostra pelle, tutte le persone del mondo sono coinvolte. […] La guerra è diventata più spaventosa perché è dichiarata con tutti i mezzi e le tecniche altamente sviluppate che l’economia di libero mercato ha creato. […] Mai l’individuo fu più sottoposto alla tirannia come dallo scoppio della Grande Guerra e specialmente della rivoluzione mondiale. Non v’è modo di sottrarsi alla polizia e alle tecniche amministrative attuali.

Ludwig von Mises (1919)[1]

La prima guerra mondiale è il punto di svolta del XX secolo. Se la guerra non fosse avvenuta, probabilmente i prussiani Hohenzollerns sarebbero rimasti a capo della Germania, con il loro assortimento completo di re subordinati e di nobili al comando degli Stati tedeschi minori. Qualsiasi risultato elettorale avesse ottenuto Hitler alle elezioni del Reichstag, avrebbe potuto costruire la sua dittatura totalitaria e genocida al cospetto di questa potente superstruttura aristocratica? Sarebbe stato altamente improbabile. In Russia, le poche migliaia di rivoluzionari comunisti seguaci di Lenin fronteggiarono l’immensa armata dell’impero russo, la più vasta al mondo. Affinché Lenin potesse avere una qualsiasi possibilità di riuscire nel suo intento, era necessario che quella potente armata venisse prima polverizzata, così come fece la Germania. In tale contesto, un XX secolo senza la Grande Guerra sarebbe probabilmente coinciso con un secolo senza i nazisti o i comunisti. Provate ad immaginarlo. Fu anche un punto di svolta nella storia della nostra nazione americana, la quale, sotto il comando di Woodrow Wilson, si sviluppò in qualcosa di radicalmente diverso da ciò che era stata prima. Da tutto ciò deriva l’importanza delle origini di tale guerra, il suo svolgimento, ed il suo periodo successivo.

Introduzione

Nel 1919, quando il massacro ai fronti si era finalmente concluso, i vincitori si radunarono a Parigi per mettere insieme una serie di trattati di pace. Alla fine, questi furono debitamente firmati dai rappresentanti di quattro delle cinque nazioni sconfitte, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e la Bulgaria (l’ultimo accordo con la Turchia fu sottoscritto nel 1923), ciascuno in uno dei palazzi nelle vicinanze. La firma del più importante, il trattato con la Germania, fu apposta nel gran palazzo di Versailles. L’articolo 231 del trattato di Versailles recita:

Gli Alleati e i Governi Associati affermano, e la Germania accetta, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per aver causato tutte le perdite ed i danni che gli Alleati ed i Governi Associati e i loro cittadini hanno subito come conseguenza della guerra loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati.[2]

Non vi erano precedenti nella storia delle negoziazioni di pace nelle quali gli sconfitti in una guerra dovessero ammettere la responsabilità di averla cominciata. Il fatto che la “clausola di colpevolezza per la guerra” implicasse la responsabilità della Germania per la riparazione di una non menzionata ma enorme quantità di danni, gettò ulteriore benzina sul fuoco della controversia concernente il responsabile per lo scoppio della guerra. Questa divenne immediatamente, ed è rimasta, una delle questioni più dibattute negli scritti storici di tutti i tempi: quando i bolscevichi giunsero al potere, aprirono con gioia gli archivi zaristi, pubblicando documenti che includevano alcuni dei trattati segreti delle potenze dell’Intesa al fine di spartirsi il bottino una volta che la guerra fosse finita. Il loro obiettivo era di mettere in imbarazzo i bigotti governi “capitalisti”, che avevano insistito sull’incontaminata purezza della loro causa. Siffatta mossa contribuì alla pubblicazione dei rispettivi documenti da parte delle altre nazioni, ben prima di quanto ci si sarebbe potuto attendere.

Nel periodo tra le due guerre, si sviluppò un consenso tra gli accademici volto a sostenere la tesi dell’inutilità  storica della clausola di colpevolezza per la guerra inserita nel trattato di Versailles. Probabilmente l’interpretazione più rispettata era quella di Sidney Fay, il quale ripartì la maggior parte della responsabilità tra Austria, Russia, Serbia e Germania. [3] Nel 1952 una commissione di insigni storici francesi e tedeschi concluse:

I documenti non permettono una qualsivoglia attribuzione, ad un qualsiasi governo o nazione, di un desiderio premeditato della guerra europea nel 1914. La mancanza di fiducia era al suo più alto livello, ed i gruppi dirigenti erano dominati dal pensiero che la guerra fosse inevitabile; tutti pensavano che l’altro fronte stesse contemplando l’aggressione. […] [4]

Questa consenso di opinioni venne scosso nel 1961 con la pubblicazione di “Griff nach der Weltmacht” (“La conquista del potere mondiale”) di Fritz Fischer. Nella formulazione finale di questa interpretazione, Fischer e gli studiosi che lo seguirono mantennero l’interpretazione secondo cui nel 1914 il governo tedesco innescò deliberatamente una guerra europea al fine di imporre la sua egemonia in Europa. [5] (Magari tutti gli storici fossero così cinici riguardo i moventi dei loro Stati…) Le ricerche della scuola di Fischer forzarono alcuni studi minori al precedente punto di vista generalmente accettato.

Tuttavia, il pendolo storiografico adesso oscillava decisamente verso la direzione indicata da Fischer. Gli storici stranieri accettarono sostanzialmente la sua analisi, forse perché si adattava alla loro “immagine della storia della Germania, determinata in gran parte dall’esperienza della Germania di Hitler e della seconda guerra mondiale.” [6] I direttori di un’opera di riferimento americana sulla prima guerra mondiale, per esempio, affermano apertamente che “il Kaiser e il Ministro degli Esteri [tedesco] … insieme al personale tedesco … usarono intenzionalmente la crisi [causata dall’assassinio di Francesco Ferdinando] per scatenare una guerra europea generale. La verità è semplice, dannatamente semplice.” [7]

Beh, forse non così semplice. Fritz Stern ammonì che mentre la leggenda, diffusa durante il periodo interbellico da qualche storico nazionalista tedesco, in favore di una totale innocenza del loro governo “è stata effettivamente fatta esplodere, altrove  c’è la tendenza a creare una leggenda opposta, suggerendo che la Germania sia l’unica colpevole, e così facendo con lo scopo di perpetuare la leggenda in una forma diversa.” [8]

Preludio alla guerra

Le radici della prima guerra mondiale affondano negli ultimi decenni del XIX secolo. [9] Dopo la sconfitta della Francia da parte della Prussia, la comparsa nel 1871 di un grande Impero Tedesco alterò drammaticamente gli equilibri delle forze in Europa. Per secoli le terre tedesche erano state usate come campi di battaglia per le potenze europee, le quali sfruttarono la disunità del territorio per ingrandirsi esse stesse. Ora, le abilità politiche del ministro prussiano Otto von Bismarck e la forza dell’armata prussiana avevano creato ciò che chiaramente era la potenza continentale principale, che si estendeva dalla Francia ai confini della Russia, e dal Baltico alle Alpi.

Uno dei principali interessi di Bismarck, che servì come ministro prussiano e cancelliere tedesco per altri due decenni, era di preservare la nuova unità ritrovata, il secondo Reich. Soprattutto, la guerra doveva essere evitata. Il trattato di Francoforte, a conclusione della guerra franco-prussiana, costrinse la Francia a cedere l’Alsazia e metà della Lorena, una perdita a cui la Francia non si sarebbe mai rassegnata. Per isolare la Francia, Bismarck architettò un sistema di trattati di difesa con la Russia, l’Austria-Ungheria e l’Italia, assicurandosi che la Francia non potesse trovare alleati per un attacco alla Germania.

Nel 1890 l’anziano cancelliere fu rimosso dal suo incarico dal nuovo Kaiser, Guglielmo II. Nello stesso anno, la Russia venne improvvisamente svincolata dal legame con la Germania a seguito della scadenza e contestuale mancato rinnovo del “trattato di controassicurazione”. Cominciarono delle mosse diplomatiche a Parigi per convincere la Russia a stringere un’alleanza che potesse essere usata in seguito per gli scopi francesi, sia difensivi sia offensivi. [10] Le negoziazioni tra i leader civili e militari dei due paesi produssero, nel 1894, un trattato militare franco-russo, il quale rimase in vigore fino allo scoppio della prima guerra mondiale. All’epoca si era compreso, come il generale Boisdeffre riferì allo zar Alessandro III, che “mobilitazione significa guerra.” Anche una parziale mobilitazione da parte della Germania, dell’Austria-Ungheria o dell’Italia doveva ricevere in risposta una totale mobilitazione della Francia e della Russia e quindi l’inizio delle ostilità contro tutti e tre i membri della Triplice Alleanza. [11]

Negli anni che seguirono, la diplomazia francese continuò, come pose la questione Laurence Lafore, “in modo superbamente brillante.” [12] I tedeschi, invece, presero diverse cantonate, la peggiore delle quali fu l’inizio di una corsa agli armamenti nel settore navale con la Gran Bretagna: quando questa decise di abbandonare la sua tradizionale avversione ai legami con le altre potenze  in tempo di pace, la Francia offrì un’intesa amichevole, o un “accordo cordiale,” tra le due nazioni. Nel 1907, con l’incoraggiamento amichevole della Francia, Inghilterra e Russia risolsero diversi punti di contrasto, ed una Triplice Intesa venne a formarsi, in contrapposizione alla Triplice Alleanza.

Ad ogni modo, le due compagini differivano grandemente per forza e coesione: Gran Bretagna, Francia e Russia erano potenze mondiali; al contrario, Austria ed Italia rappresentavano le più deboli potenze europee; inoltre, l’inaffidabilità dell’Italia come alleato era arcinota, mentre l’Austria-Ungheria, composta da numerose nazionalità in contrasto tra loro, era tenuta insieme solo dalla lealtà nei confronti dell’antica dinastia degli Asburgo. In un’epoca di nazionalismo rampante, questa lealtà andava logorandosi in svariate zone, specialmente tra i soggetti serbi austriaci. Molti di questi sentivano un grande attaccamento al regno di Serbia, dove, a turno, ferventi nazionalisti non vedevano l’ora di creare una più grande Serbia, o forse addirittura un regno di tutti gli slavi del sud – una “Iugoslavia”.

Una serie di crisi negli anni che condussero al 1914 rinsaldò la Triplice Intesa al punto che i tedeschi si sentirono “accerchiati” da forze superiori. Nel 1911, quando la Francia si mosse per completare l’assoggettamento  del Marocco, la Germania si oppose energicamente. La risultante crisi rivelò quanto unite fossero diventate Francia e Gran Bretagna, tanto che i loro capi militari discussero la possibilità di inviare la forza di spedizione britannica attraverso il Canale (della Manica, NdR) in caso di guerra. [13] Nel 1913, un patto navale segreto stabilì che, in caso di ostilità, la Royal Navy avrebbe assunto la responsabilità di proteggere le coste francesi del Canale mentre la Francia si sarebbe occupata del Mediterraneo. “L’intesa anglo-francese era ora virtualmente un’alleanza militare.” [14] Nella democratica Gran Bretagna, tutto questo avvenne senza che parte della popolazione, del parlamento e persino del governo ne fosse a conoscenza”.

La disputa riguardo al Marocco venne risolta con un trasferimento di territori africani alla Germania, dimostrando che le rivalità coloniali, sebbene producessero tensioni, non erano sufficientemente centrali per condurre ad una guerra tra potenze. Tuttavia, la mossa della Francia in Marocco generò una serie di eventi che condussero alla guerra nei Balcani, e infine alla Grande Guerra. Secondo un precedente accordo, se la Francia avesse preso il Marocco, l’Italia avrebbe avuto il diritto di occupare l’odierna Libia, al tempo un possedimento dei turchi ottomani: l’Italia dichiarò guerra alla Turchia, e la sua vittoria destò l’appetito dei piccoli Stati balcanici per spartirsi ciò che rimaneva dei possedimenti turchi in Europa.

La Russia, specialmente dopo aver visto i propri piani mandati all’aria nell’Estremo Oriente per mano del Giappone nella guerra del 1904-1905, aveva grandi ambizioni nei Balcani. Nicholas Hartwig, il più influente ambasciatore russo in Serbia, era un estremo panslavista, ovvero un sostenitore del movimento per unire i popoli slavi sotto una leadership russa. Hartwig orchestrò la formazione della Lega Balcanica e, nel 1912, Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia dichiararono guerra alla Turchia. Quando la Bulgaria reclamò la fetta più grande della torta, i suoi precedenti alleati, insieme a Romania e alla stessa Turchia, attaccarono improvvisamente ed inaspettatamente la Bulgaria l’anno seguente, nella seconda guerra balcanica.

Queste guerre generarono una grande preoccupazione in Europa, particolarmente in Austria, che temeva l’allargamento della Serbia, sostenuta dalla Russia. A Vienna il capo dell’esercito, Conrad, promosse una guerra preventiva, venendo tuttavia frenata dal vecchio imperatore, Francesco Giuseppe. La Serbia uscì dai conflitti balcanici non solo con un territorio fortemente ingrandito, ma soprattutto animata da un rinvigorito nazionalismo, che la Russia era lieta di incitare. Sazonov, il ministro degli esteri russo, scrisse a Hartwig: “La terra promessa della Serbia si trova nell’attuale Ungheria,” fornendogli istruzioni per aiutare a preparare i serbi all’“inevitabile sforzo futuro.”[15] Per la primavera del 1914, i russi stavano organizzando un’altra lega balcanica, sotto il loro diretto controllo. Ricevettero il forte supporto della Francia, il cui nuovo presidente, Raymond Poncaré, nato in Lorena, era egli stesso un aggressivo nazionalista. Fu stimato che la nuova lega, capeggiata dalla Serbia, potesse fornire fino ad un milione di uomini sul fianco meridionale dell’Austria, distruggendo i piani militari degli Imperi Centrali. [16]

La corsa agli armamenti della Russia fu proporzionata alle sue ambizioni. Norman Stone ha scritto, con riferimento alla Russia, alla vigilia della Grande Guerra:

L’esercito era formato da 114 divisioni e mezzo di fanteria a fronte delle 96 tedesche, e contava 6720 carri armati contro i 6004 tedeschi. La costruzione di ferrovie strategiche fu di tale portata che, per il 1917, la Russia sarebbe stata in grado di inviare al fronte circa un centinaio di divisioni contro gli Imperi Centrali entro diciotto giorni dalla mobilitazione – pronti con soli tre giorni di ritardo rispetto alla Germania. Similmente, la Russia divenne, ancora una volta, un’importante potenza navale … nel 1913-1914 stava spendendo 24000000£ contro le 23000000£ spese dai tedeschi.” [17]

E questo senza considerare la Francia.

Il programma russo in corso prevedeva imponenti forze armate in aggiunta per il 1917, nell’eventualità fossero state necessarie: “I piani erano ormai avviati per una presa del potere tramite un colpo navale su Costantinopoli e gli Stretti, ed inoltre una convenzione navale con la Gran Bretagna consentì una cooperazione nel Baltico contro la Germania.” [18]

La Russia considerava ormai la Germania come un inevitabile nemico, poiché quest’ultima non avrebbe mai acconsentito alla conquista russa degli Stretti o alla creazione, guidata dalla stessa Russia, di un fronte balcanico il cui obiettivo era la caduta dell’Austria-Ungheria. La monarchia asburgica era l’ultimo alleato fedele della Germania, e la sua disintegrazione in una collezione di piccoli Stati, prevalentemente slavi, avrebbe aperto il fronte meridionale tedesco a possibili attacchi; la Germania sarebbe stata messa in una situazione militarmente impossibile, alla mercé dei suoi antagonisti continentali: l’Austria-Ungheria doveva essere preservata a tutti i costi.

Gli eventi si susseguirono fino al punto in cui il Colonnello Edward House, amico fidato di Woodrow Wilson, viaggiando in Europa per ottenere informazioni per il presidente, nel maggio 1914 scrisse il seguente resoconto:

La situazione è straordinaria. La corsa agli armamenti è totale e matta. […] C’è troppo odio, troppo astio. Non appena l’Inghilterra acconsentirà, la Francia e la Russia stringeranno sulla Germania e l’Austria.” [19]

Tratto dal primo capitolo di Great Wars and Great Leaders: A Libertarian Rebuttal di Ralph Raico

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

Note

[1] Ludwig von Mises, Nation, State, and Economy: Contributions to the Politics and History of Our Time, Leland B. Yeager, trans. (New York: New York University Press, 1983), pp. 215–16.

[2] Alan Sharp, The Versailles Settlement: Peacemaking in Paris, 1919 (New York: St. Martin’s Press, 1991), p. 87. La lettera di accompagnamento alleata del 16 giugno 1919 sostituì l’accusa, addossando alla Germania la colpa di aver deliberatamente scatenato la Grande Guerra al fine di soggiogare l’Europa, “il più grande crimine” mai commesso da una nazione supposta civile. Karl Dietrich Erdmann, “War Guilt 1914 Reconsidered: A Balance of New Research,” in H. W. Koch, ed., The Origins of the First World War: Great Power Rivalries and German War Aims, 2nd ed. (London: Macmillan, 1984), p. 342.

[3] Sidney B. Fay, The Origins of the World War, 2 vols. (New York: Free Press, 1966 [1928]).

[4] Joachim Remak, The Origins of World War I, 1871–1914, 2nd ed. (Fort Worth, Tex.: Harcourt, Brace, 1995), p. 131.

[5] Vedi Fritz Fischer, Germany’s Aims in the First World War (New York: W. W. Norton, 1967 [1961]); idem, War of Illusions: German Policies from 1911 to 1914 (New York: W. W. Norton, 1975 [1969]), Marian Jackson, trans.; Imanuel Geiss, July 1914: The Outbreak of the First World War, Selected Documents (New York: Charles Scribner’s, 1967 [1963–64]); e idem, German Foreign Policy, 1871–1914 (London: Routledge and Kegan Paul, 1975). Il lavoro di  John W. Langdon, July 1914: The Long Debate, 1918–1990 (New York: Berg, 1991) è un’utile disamina storiografica, da un punto di vista Fischeriano.

[6] H. W. Koch, “Introduction,” in idem, Origins, p. 11.

[7] Holger H. Herwig e Neil M. Heyman, eds., Biographical Dictionary of World War I (Westport, Conn.: Greenwood Press, 1982), p. 10.

[8] Fritz Stern, “Bethmann Hollweg and the War: The Limits of Responsibility,” in Leonard Krieger and Fritz Stern, eds., The Responsibility of Power: Historical Essays in Honor of Hajo Holborn (Garden City, N.Y.: Doubleday, 1967), p. 254. Cf. H. W. Koch, “Introduction,” p. 9: Fischer “ignora la fondamentale prontezza delle altre potenze europee ad entrare in guerra, ma anche i loro eccessivi intenti bellicosi che resero ogni forma di negoziazione della pace impossibile. Ciò che manca sono metodo e un criterio per fare confronti.” Anche Laurence Lafore, The Long Fuse: An Interpretation of the Origins of World War I, 2nd ed. (Prospect Heights, Ill.: Waveland Press, 1971), p. 22: “Il trattato di Fischer è nettamente incentrato sul versante tedesco degli accadimenti, ed una più ampia ispezione indica chiaramente che quello tedesco non era affatto l’unico popolo pronto a rischiare una guerra e che aveva in mente progetti espansionisti.”

[9] La seguente discussione fa riferimento a Luigi Albertini, The Origins of the War of 1914, Isabella M. Massey, trans. (Westport, Conn: Greenwood, 1980 [1952]), 3 vols.; L. C. F. Turner, Origins of the First World War (New York: Norton, 1970); James Joll, The Origins of the First World War, 2nd ed. (Longman: London, 1992); Remak, Origins; e Lafore, The Long Fuse, tra altri lavori.

[10] George F. Kennan, The Fateful Alliance: France, Russia, and the Coming of the First World War (New York: Pantheon, 1984), p. 30.

[11] Ibid., pp. 247–52.

[12] Lafore, The Long Fuse, p. 134.

[13] Nel febbraio 1912 il capo dell’esercito francese, Joffre, affermò: “Tutti gli accordi per lo sbarco inglese sono presi, fino al più piccolo dettaglio cosicché l’esercito inglese possa prendere parte alla prima grande battaglia.” Turner, Origins, pp. 30–31.

[14] Ibid., p. 25.

[15] Albertini, Origins, vol. 1, p. 486.

[16] Egmont Zechlin, “July 1914: Reply to a Polemic,” in Koch, Origins, p. 372.

[17] Hew Strachan, The First World War, vol. 1, To Arms (Oxford: Oxford University Press, 2001), pp. 30, 63: “Nell’estate [del 1913] il governo francese intervenne nelle negoziazioni russe sulla borsa francese per un prestito al fine di finanziare la costruzione della ferrovia. L’obiettivo francese era di mettere pressione e mantenerla sulla velocità della mobilitazione russa, così da coordinare attacchi mutuamente supportantisi alla Germania sia da est sia da ovest. …” “Per il 1914, i prestiti francesi avevano reso possibile la costruzione di ferrovie strategiche cosicché la mobilitazione russa potesse essere accelerata e le prime truppe entrare in battaglia entro quindici giorni.”

[18] Norman Stone, The Eastern Front, 1914–1917 (New York: Charles Scribner’s Sons, 1975), p. 18.

[19] Charles Seymour, ed., The Intimate Papers of Colonel House (Boston: Houghton Mifflin, 1926), vol. 1, p. 249.

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – III parte

Mer, 17/06/2015 - 08:00

Teoria dell’utilità

 

Nel corso dell’ultima generazione, la teoria dell’utilità si è scissa in due campi contrapposti: 1) coloro che restano aggrappati al vecchio concetto dell’utilità cardinale, misurabile e 2) coloro che hanno abbandonato il concetto di utilità cardinale, ma hanno proprio fatto a meno del concetto di utilità e lo hanno sostituito con un’analisi basata sulle curve di indifferenza.

Nella sua forma originaria l’approccio cardinalista, a parte una retroguardia, è stato abbandonato da tutti. Sulla base della preferenza dimostrata, la cardinalità dev’essere eliminata. Le grandezze psicologiche non possono essere misurate perché non esiste alcuna unità estensiva oggettiva – un requisito necessario della misurazione. Inoltre, la concreta scelta effettuata ovviamente non può mostrare alcuna forma di utilità misurabile; può solo mostrare che un’alternativa è preferita ad un’altra. 19

Utilità marginale ordinale e “utilità totale”

I ribelli ordinalisti, guidati da Hicks e Allen all’inizio degli anni Trenta del Novecento, ritennero che, insieme alla misurabilità, fosse necessario demolire il concetto stesso di utilità marginale. Nel fare ciò buttarono via il bambino dell’Utilità insieme all’acqua sporca della Cardinalità. Secondo il loro ragionamento l’utilità marginale in sé implica la misurabilità. Perché? La loro idea era basata sulla implicita assunzione neoclassica per cui il “marginale” dell’utilità marginale è equivalente al “marginale” del calcolo differenziale. Poiché in matematica una qualsiasi grandezza totale è l’integrale di grandezze marginali, gli economisti rapidamente supposero che l’“utilità totale” fosse l’integrale matematico di una successione di “utilità marginali”. 20 Forse ritennero che tale assunzione fosse essenziale ai fini di un’illustrazione matematica dell’utilità. Come risultato ipotizzarono che, ad esempio, l’utilità marginale di un bene disponibile in sei unità è uguale all’“utilità totale” di sei unità meno l’“utilità totale” di cinque unità. Se le utilità possono essere sottoposte all’operazione aritmetica della sottrazione, e possono essere differenziate e integrate, allora ovviamente il concetto di utilità marginale deve implicare utilità misurabili cardinalmente. 21

La rappresentazione matematica del calcolo si basa sull’ipotesi di continuità , cioè di incrementi infinitamente piccoli. Nell’azione umana però non vi possono essere incrementi infinitamente piccoli. L’azione umana e i fatti su cui si basa devono consistere in quantità osservabili e discrete e non in quantità infinitamente piccole. La rappresentazione dell’utilità con la modalità del calcolo è quindi illegittima.22

Comunque non vi è ragione di ritenere che l’utilità marginale debba essere concepita in termini di calcolo. Nell’azione umana, “marginale” non si riferisce ad un’unità infinitamente piccola, ma all’unità rilevante. Qualsiasi unità rilevante ai fini di una particolare azione è al margine. Ad esempio, se in una specifica situazione abbiamo a che fare con singole uova, allora ogni uovo è l’unità; se abbiamo a che fare con confezioni da sei uova, allora ogni confezione è l’unità. In entrambi i casi possiamo parlare di utilità marginale. Nel primo caso abbiamo a che fare con l’“utilità marginale di un uovo” avendo varie disponibilità di uova; nel secondo abbiamo a che fare con l’“utilità marginale delle confezioni” quale che sia la disponibilità di confezioni di uova. Entrambe le utilità sono marginali. Nessuna utilità è in alcun senso il “totale” dell’altra.

Per chiarire la relazione fra utilità marginale e ciò che è stato erroneamente chiamato “utilità totale” – ma in realtà si tratta dell’utilità marginale di un’unità di maggiori dimensioni, costruiamo ipoteticamente una tipica scala di preferenze relativa alle uova.

Ordine in base al valore

_ 5 uova

_ 4 uova

_ 3 uova

_ 2 uova

_ 1 uovo

_ secondo uovo

_ terzo uovo

_ quarto uovo

_ quinto uovo.

Questa è la scala di valore, o di preferenze, di una persona relativamente alle uova. Più alto il posto in graduatoria, più alto il valore. Al centro è collocato un uovo, il primo uovo in suo possesso. Per la Legge dell’Utilità (ordinale) Marginale Decrescente, il secondo, terzo, quarto uovo ecc. sono posizionati sotto il primo uovo nella sua scala di valori, e in quell’ordine. Ora, dal momento che le uova sono buone e quindi sono oggetto di desiderio, ne consegue che un uomo valuterà due uova più di una, tre più di due, e così via. Anziché definire ciò “utilità totale”, diremo che l’utilità marginale di una unità di un bene è sempre più alta dell’utilità marginale di una unità di dimensioni minori. Un insieme di 5 uova sarà posto più in alto in graduatoria di un insieme di 4 uova, e così via. Dev’essere chiaro che l’unica relazione aritmetica o matematica fra queste utilità marginali è semplicemente ordinale. Da un lato, data una certa unità, l’utilità marginale di essa si riduce all’aumentare della disponibilità di unità. Questa è la nota Legge dell’Utilità Marginale Decrescente. D’altro canto, l’utilità marginale di un’unità di più ampie dimensioni è maggiore dell’utilità marginale di un’unità di dimensioni minori. Questa è la legge già evidenziata. E non esiste alcuna relazione matematica fra, diciamo, l’utilità marginale di 4 uova e l’utilità marginale del quarto uovo, eccetto il fatto che la prima è maggiore della seconda.

Dobbiamo quindi concludere che non esiste l’utilità totale ; tutte le utilità sono marginali. Nei casi in cui la disponibilità di un bene ammonta ad una sola unità, allora l’“utilità totale” di quella quantità è semplicemente l’utilità marginale di una unità la cui dimensione coincide con l’intera quantità. Il concetto chiave è la dimensione variabile dell’unità marginale, che dipende dalla situazione.23

Un tipico errore relativo al concetto di utilità marginale è rappresentato da una recente affermazione del professor Kennedy, secondo cui “la parola ‘marginale’ presuppone incrementi di utilità” e quindi misurabilità. Ma la parola “marginale” presuppone non incrementi di utilità, bensì l’utilità derivante da incrementi di beni , e ciò non deve necessariamente avere a che fare con la misurabilità. 24

Il problema del professor Robbins

Il professor Lionel Robbins, nel corso di una recente difesa dell’ordinalismo, ha sollevato un problema che ha lasciato irrisolto. La dottrina prevalente, ha affermato, sostiene che, se la differenza fra le graduatorie di utilità può essere valutata dall’individuo, così come le graduatorie stesse, allora la scala di utilità può in qualche modo essere misurata. Per cui, dice Robbins, egli può valutare le differenze. Ad esempio, fra tre dipinti, può dire che preferisce un Rembrandt ad un Holbein molto meno di quanto non preferisca un Holbein ad un Munnings. Allora come si può salvare l’ordinalismo? 25 Robbins non sta ammettendo la misurabilità? Il dilemma di Robbins però era già stato risolto vent’anni prima in un famoso articolo di Oscar Lange. 26 Lange evidenziò che, nei termini di ciò che chiameremmo preferenza dimostrata, solo le graduatorie sono rivelate dagli atti di scelta. Le “differenze” nella graduatoria non vengono rivelate, e sono quindi mero psicologismo, che, per quanto interessante, è irrilevante per l’economia. Su questo aspetto dobbiamo solo aggiungere che le differenze di graduatoria possono essere rivelate attraverso la scelta concreta, quando i beni vengono acquisiti in cambio di moneta. Dobbiamo solo tenere presente che le unità monetarie (notoriamente molto divisibili) possono essere inserite nella stessa scala di preferenze in quanto beni. Ad esempio, supponiamo che una persona è disposta a pagare $10.000 per un Rembrandt, $8.000 per un Holbein e solo $20 per un Munnings. Allora la sua scala di valori avrà il seguente ordine decrescente: Rembrandt, $10.000; Holbein, $9.000, $8.000, $7.000, $6.000…, Munnings, $20. Queste graduatorie possono essere constatate e non c’è bisogno di sollevare alcuna questione di misurabilità delle utilità.

Che la moneta e le unità di vari beni possano essere ordinate su una scala di valori è la conseguenza del teorema di regressione di Mises, che rende possibile l’applicazione dell’analisi dell’utilità marginale alla moneta. 27 È tipico dell’approccio del professor Samuelson farsi beffe del problema della circolarità che il teorema della regressione della moneta aveva risolto. Egli ritorna a Léon Walras, che sviluppò l’idea di un “equilibrio generale in cui tutte le grandezze sono simultaneamente determinate da efficaci relazioni interdipendenti”, e lo contrappone alle “paure degli autori letterari” circa il ragionamento circolare.28 Questo è un esempio della perniciosa influenza del metodo matematico in economia. L’idea della mutua determinazione è appropriata per la fisica, che cerca di spiegare i movimenti privi di intenzione della materia. Ma in prasseologia la causa è nota: lo scopo individuale. In economia, quindi, il metodo corretto procede dall’azione causale agli effetti che ne conseguono

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

19 La primazia di Mises su tale conclusione è riconosciuta dal professor Robbins; cfr. Lionel Robbins, “Robertson on Utility and Scope”, Economica (May 1953): 99-111; Mises, Theory of Money and Credit, pp. 38-47 e passim. Il ruolo di Mises nella costruzione della teoria dell’utilità marginale di tipo ordinale è stato quasi totalmente negletto.

20 L’errore probabilmente ebbe inizio con Jevons. Cfr. Cfr. W. Stanley Jevons, Theory of Political Economy (London: Macmillan, 1888), pp. 49 e segg.

21 Che questo ragionamento sia alla base del rifiuto ordinalista dell’utilità marginale lo si può vedere in John R. Hicks, Value and Capital, 2nd ed. (Oxford: Oxford University Press, 1946), p. 19. Che molti ordinalisti rimpiangano la perdita dell’utilità marginale si può constatare nella seguente affermazione di Arrow: “La vecchia descrizione dell’utilità marginale decrescente come tendenza al soddisfacimento innanzi tutto dei desideri più intensi ha più senso” dell’attuale analisi basata sulle curve di indifferenza, ma purtroppo essa è “connessa alla insostenibile nozione di utilità misurabile”. Citata in D.H. Robertson, “Utility and All What?”  Economic Journal (December 1954): 667.

22 Hicks ammette la falsità dell’ipotesi di continuità ma ripone ciecamente la sua fede nella speranza che tutto sarà risolto quando le azioni individuali verranno aggregate. Hicks, Value and Capital, p. 11.

23 L’analisi dell’utilità totale fu proposta per la prima volta da Mises in Theory of Money and Credit, pp. 38-47. Fu ripresa da Harro F. Bernardelli, soprattutto nel suo “The End of the Marginal Utility Theory?” Economica (May 1938): 206. La trattazione di Bernardelli comunque è rovinata dal tentativo di trovare qualche forma di esposizione matematica legittima. Sull’incapacità degli economisti matematici di capire come maneggiare marginale e totale v. la critica a Bernardelli da parte di Paul A. Samuelson, “The End of Marginal Utility: A Note on Dr. Bernardelli’s Article,” Economica (February 1939): 86-87; Kelvin Lancaster, “A Refuta tion of Mr. Bernadelli,” Economica (August 1953): 259-62. Per le repliche v. Bernadelli, “A Reply to Mr. Samuelson’s Note,” Economica (February 1939): 88-89; e “Comment on Mr. Lancaster’s Refutation,” Economica (August 1954): 240-42.

24 V. Charles Kennedy, “Concerning Utility,” Economica (February 1954): 13. L’articolo di Kennedy, tra l’altro, è un tentativo di riabilitare un qualche cardinalismo distinguendo fra “quantità” e “ampiezza” e usando il concetto di “somma relazionale” di Bertrand Russell. Sicuramente questo tipo di approccio cade con un colpo del Rasoio di Occam – grande principio scientifico in base al quale le entità non devono essere inutilmente moltiplicate. Per una critica cfr. D.H. Robertson, “Utility and All What?” pp. 668-69.

25 Robbins, “Robertson on Utility and Scope,” p. 104.

26 Oskar Lange, “The Determinateness of the Utility Fu nction,” Review of Economic Studies (June 1934): 224 e segg. Purtroppo Lange si tirò indietro di fronte alle implicazioni della sua analisi e adottò un’ipotesi di cardinalità solo per lo spasmodico desiderio di raggiungere alcune irrinunciabili conclusioni in termini di “benessere”.

27 V. Mises, Theory of Money and Credit, pp. 97-123. Mises replicò ai critici in Human Action, pp. 405 e segg. L’unica critica successiva è stata quella di Gilbert, il quale afferma che il teorema non spiega come possa essere introdotta una moneta cartacea successivamente al crollo di un sistema monetario. Probabilmente egli si riferisce a casi come il Rentenmark tedesco. La risposta ovviamente è che tale valuta cartacea non fu introdotta de novo; l’oro e gli scambi con l’estero esistevano prima dell’esistenza delle mone te. Cfr. J.C. Gilbert, “The Demand for Money: the Development of an Economic Concept,” Journal of Political Economy (April 1953): 149.

28 Samuelson, Foundations of Economic Analysis, pp. 117-18. Per attacchi simili rivolti ai primi economisti Austriaci, cfr. Frank H. Knight, “Introduction” in Carl Menger , Principles of Economics (Glencoe, Ill.: The Free Press, 1950), p. 23; George J. Stigler, Production and Distribution Theories (New York: Macmillan, 1946), p. 181. Stigler critica Bohm-Bawerk per il suo disprezzo delle “determinazioni simultanee” e il sostegno al “vecchio concetto di causa ed effetto” e spiega tale atteggiamento con il fatto che Bohm-Bawerk non era preparato in matematica. Per la critica di Menger al concetto di determinazione simultanea cfr. Terence W. Hutchison, A Review of Economic Doctrines, 1870-1929 (Oxford: Clarendon Press, 1953), p. 147.

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