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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 27 min fa

Concetti Economici: Gli antichi romani, dalla supremazia della legge all’inflazione galoppante e al controllo dei prezzi

10 ore 39 min fa

Gli antichi Romani, come gli antichi Greci, non hanno lasciato un importante patrimonio di conoscenze in ambito economico. Infatti, i Romani ripresero dagli antichi Greci gran parte dei concetti economici da loro utilizzati.

I Romani si preoccupavano principalmente di questioni “pratiche,” e riguardo a questi argomenti talvolta erano considerati più come “uomini del fare” che come filosofi.

L’ambito nel quale hanno lasciato un importante patrimonio di nozioni che ha influenzato per molto tempo le generazioni successive, soprattutto in Occidente fino ai nostri giorni, è quello del diritto e dei contratti. Il loro principale contributo è stato quello di gettare le basi dell’ordinamento giuridico sul quale si basano una parte delle consuetudini economiche occidentali in materia di proprietà e scambio.

 

Rispettare le Leggi Locali dei Diversi Popoli

Mentre l’Impero Romano si espandeva, annetteva a se un numero sempre più crescente di culture e popoli molto diversi rispetto alla cultura e alle ideologie prevalenti a Roma. Infatti, al suo massimo splendore, l’Impero Romano comprendeva gran parte dell’Europa Occidentale, Centrale e Meridionale, quasi tutto il Medio Oriente e la parte più a nord dell’Africa Settentrionale, incluso l’Egitto sotto il fiume Nilo. Quindi divenne importante sviluppare concetti e codici giuridici che fossero abbastanza chiari e di portata generale tali da comprendere tutte le diversità dell’Impero ed essere uniformi per tutti i suoi membri.

I giuristi e i filosofi romani iniziarono a distinguere tra le regole e le leggi per i cittadini di Roma e un ordinamento giuridico più generale valido per tutto l’impero.

Il cittadino Romano – il cittadino della città di Roma, la capitale dell’Impero – era sotto la giurisdizione dello jus civile, il “diritto civile.”

Questo era un codice giuridico che rifletteva gli usi e costumi di Roma, riguardante diritti, privilegi e doveri di un cittadino Romano di fronte alla legge e ai suoi concittadini. Infatti, ogni parte dell’Impero aveva il proprio jus civile, o diritto civile, rispettato dalle autorità Romane, al quale tutti gli abitanti di quelle province o regioni dovevano obbedire e che salvaguardava i loro diritti nei contenziosi legali nelle rispettive località.

 

Un Diritto Universale Come Giustizia per Tutti Gli Uomini

Diversamente dal “diritto civile” vi era invece lo jus gentium, il diritto generale o “universale.” Questo era il codice giuridico che si applicava a tutti i membri dell’impero, senza tener conto delle leggi o delle consuetudini locali. Poiché il “diritto universale” doveva trascendere le tradizioni locali dei diversi popoli dell’impero, esso doveva quindi fondarsi su concetti di giustizia e “diritti” più generali rispetto a qualunque apparato di usi e tradizioni, perfino di quello della stessa Roma.

Dallo sviluppo del codice giuridico del “diritto universale” nasceva il concetto di jus naturale, o “diritto naturale.”

I Romani distinguevano tra la legge dell’uomo e una legge “superiore” di giustizia e diritto, razionalmente giusta e corretta per tutti gli uomini, indipendentemente a quale individuo o comunità si applicasse. Questa legge universale sarebbe stata valida e garantista per tutti gli uomini ragionevoli e benevolenti.

Per 2.000 anni essa ha rappresentato la base sulla quale gli uomini hanno fondato alcuni diritti inalienabili verso i quali nessuno Stato poteva interferire o contravvenire senza violare un codice di comportamento tra gli uomini che nessuna autorità aveva il potere o il diritto di abrogare.

Come in tutti gli stati e gli imperi, la realtà di alcune cose spesso è diversa dall’ideale perfetto. I Romani spesso erano dei duri dominatori imperiali, poco pazienti o tolleranti verso pericolose rivolte o dissensi popolari. E, come gli antichi Greci, erano legati all’istituto della schiavitù; di conseguenza, coloro i quali godevano pienamente dei “diritti” sopra citati, erano poi in concreto solo una minoranza. Ma, ciononostante, furono gettate le basi di importanti principi politici e filosofici che influenzarono il successivo sviluppo dell’Occidente.

 

Il diritto, la Proprietà e la Prosperità del Commercio

Dal concetto di “diritto universale” dei Romani ne derivò un codice giuridico sui contratti e sulla proprietà estremamente completo che, a differenza dei Greci, stabiliva ampia libertà e autonomia per il libero individuo riguardo a come poteva usare e disporre della sua proprietà e della sua stessa persona.

Pertanto, il diritto Romano considerava come “prezzi corretti” per le transazioni commerciali, quelli che si formavano sul mercato, poiché questi rappresentavano l’accordo tra le parti sui termini dello scambio. Inoltre servì come base di quella che divenne un’ampia rete di produzione, commercio e scambio diffusa in tutto l’Impero Romano, anche tra le sue più remote regioni e province.

Esso favorì la nascita di un sistema di scambi di mercato e di divisione del lavoro che resero l’intero bacino del Mediterraneo, gran parte dell’Europa Orientale e Occidentale, la maggior parte del Medio Oriente e alcune parti dell’Africa settentrionale, una vasta unica area economica. Dati i mezzi di trasporto disponibili via mare e via terra (e dovrebbe essere ricordato che alcune parti del sistema viario che si estende in Europa costruito dagli antichi Romani ancora esistono), il risultato fu una più o meno libera circolazione di beni, materie prime, e persone dall’oceano Atlantico al Golfo Persico, e dal Mar Baltico verso le sorgenti del Nilo.

Di certo, quello dei Romani non era né un sistema di vero libero scambio né un sistema liberista, e il commercio di molte materie prime era sempre oppresso da controlli e regolamenti imperiali.

Come osserva l’economista austriaco Ludwig von Mises nel suo trattato L’Azione Umana:

Non è facile capire se sia corretto oppure no definire capitalismo l’organizzazione economica dell’Impero Romano. Comunque è certo che l‘Impero Romano nel secondo secolo, cioè nell’età degli Antonini, i cosiddetti “buoni” imperatori, aveva raggiunto un elevato livello nel sistema sociale di divisione del lavoro e del commercio interregionale. Diverse aree metropolitane, un considerevole numero di città di media grandezza, e buona parte dei piccoli villaggi, erano le sedi di una civiltà raffinata.

Gli abitanti di questi agglomerati urbani si rifornivano di cibo e materie prime non solo dai vicini distretti rurali, ma anche dalle province lontane. Una parte di questi rifornimenti arrivava nelle città sotto forma di reddito delle proprietà fondiarie dei ricchi proprietari terrieri. Ma una parte considerevole delle materie prime era ottenuta in cambio degli acquisti da parte della popolazione rurale dei prodotti manifatturieri realizzati nelle città.

Vi era un vasto commercio tra le varie regioni del grande Impero. Non solo nelle attività industriali, ma anche nell’agricoltura, c’era una tendenza verso una maggiore specializzazione. Le diverse zone dell’Impero non erano più economicamente autosufficienti. Esse erano interdipendenti.

 

Filosofi Romani e Anti-Commercialismo

Mentre il diritto Romano gettava le fondamenta per una società fondata sul contratto e sullo scambio, i filosofi Romani percorrevano una strada diversa. I più illustri esponenti furono Cicerone, Seneca e Marco Aurelio. In generale, questi condannavano la ricchezza e il lusso che si erano diffusi a Roma per merito del commercio dell’Impero, ritenendoli la causa del malcostume e dell’indebolimento dello spirito morale degli uomini del tempo.

La loro filosofia era pervasa da quello che alcune volte è stato definito il “quietismo,” cioè la credenza secondo la quale ci si dovrebbe adeguare alle circostanze che si incontrano durante la vita e accettarle come qualcosa di buono e inevitabile. Riportando le parole di Marco Aurelio:

Sii soddisfatto delle tue cose e impara ad amare quello per il quale sei stato educato; e per il resto della tua vita, sii completamente rassegnato, e permetti agli dei di giovare del tuo corpo e della tua anima.

Secondo la loro visione si poteva raggiungere la felicità solamente superando e rimuovendo il desiderio, in particolare i desideri e i bisogni materiali. La felicità dell’uomo, sostenevano, non può giungere dal costante tentativo volto ad incrementare sempre più i propri mezzi e dalla ricerca continua di nuovi obiettivi. No, questa strada avrebbe condotto solo ad una frustrazione permanente.

Diversamente, concepivano un diverso percorso verso la felicità. Questo concetto lo troviamo nel filosofo Romano, Epicuro: “ Se desideri rendere ricca una persona, non darle più denaro, ma placa il suo desiderio.”

In altre parole non tentare di incrementare l’offerta di quegli strumenti al servizio dei diversi scopi dell’uomo; piuttosto tenta di ridurne la domanda. Per ogni uomo, diminuisci i suoi desideri a quelli che sono appropriati per una vita “virtuosa” e “saggia.” L’uomo saggio, si è detto, “si rifà alla natura.”

 

La Critica di Cicerone verso i Mercati e il Lucro

Alla domanda su cosa intendessero per “rifarsi” alla natura in termini di stili di vita e di lavoro, i filosofi romani rispondevano che si doveva porre la massima importanza sulla “naturalezza” dell’agricoltura, rispetto al malcostume e alla corruzione presente negli altri mestieri e professioni. Ne è un esempio Cicerone quando affermava:

Oggi, riguardo al commercio e agli altri mezzi di sostentamento che possono essere considerati aristocratici o volgari, ci è stato insegnato, in generale quanto segue:

Primo, non sono auspicabili e quindi sono da rigettare quelle attività che suscitano rancore nelle persone, come gli esattori delle tasse e gli usurai [strozzini].

E’ volgare e non aristocratico, da parte dei lavoratori svolgere quelle attività che richiedono solo lavoro manuale, e non l’utilizzo delle loro abilità artistiche; il salario che essi ricevono in questo caso è un pegno per la loro schiavitù.

E’ da considerarsi volgare anche chi compra da mercanti all’ingrosso per rivendere immediatamente al dettaglio; questi non ricaverebbero alcun profitto senza tutte le loro grandi menzogne; e in verità non vi è azione più malvagia delle false dichiarazioni.

Anche tutti gli artigiani svolgono un lavoro volgare; nessuna bottega può considerarsi un posto di lavoro libero. Tra tutte, hanno un minimo di decenza solo quelle attività che provvedono al piacere dei sensi, e cioè pescivendoli, macellai, cuochi, commercianti di pollame, e pescatori. Possiamo aggiungere se ci fa piacere, profumieri, ballerini e tutto il corpo di ballo.

Ma le professioni per le quali è richiesto un elevato grado d’intelligenza o dalle quali ne deriva un beneficio non trascurabile per la società – per esempio la medicina, l’architettura o l’insegnamento – sono adeguate per coloro che ne ambiscono per la posizione sociale raggiungibile.

Il commercio, se svolto in ambito locale, deve considerarsi volgare; ma non è un’attività da denigrare se riguarda l’importazione su larga scala di grosse quantità di merci da tutto il mondo, con la loro successiva distribuzione (locale), purché tutto ciò sia svolto senza raggiri.

Anzi, questa si merita il massimo rispetto, se coloro che vi sono impegnati si accontentano della loro ricchezza, e si fanno strada dal porto verso la tenuta di campagna, come spesso hanno fatto dal mare verso il porto.

Ma di tutte queste occupazioni che garantiscono un guadagno, nulla è preferibile all’agricoltura, nulla garantisce un profitto maggiore, nulla è più piacevole, e nulla ti permette di essere un uomo più libero.

 

L’errore di Roma con il controllo dei prezzi

Prima di lasciare i Romani, può essere utile dedicare un pò di tempo ad una breve descrizione delle loro esperienze riguardo alle diverse politiche economiche da questi adottate, in particolare il controllo dei prezzi e la svalutazione della moneta.

Nel 449 AC, il governo Romano approvò la legge delle dodici tavole, che regolava una buona parte della vita commerciale, sociale e familiare dell’Impero. Alcune di queste norme erano ragionevoli e coerenti per un’economia basata sui contratti e sul commercio; altre infliggevano orribili sanzioni ad alcuni e attribuivano privilegi e poteri crudeli ad altri. Altri regolamenti fissavano inoltre un tasso d’interesse massimo sui prestiti, approssimativamente pari all’8 percento. Lo Stato Romano aveva anche la consuetudine di condonare periodicamente tutti gli interessi dovuti all’interno della società, cioè annullava legalmente tutti gli interessi che i debitori privati dovevano ai loro creditori.

Il governo Romano fissò anche un controllo sui prezzi del grano. Nel IV secolo AC, lo Stato comprava le granaglie durante i periodi di carestia e le rivendeva a un prezzo fissato molto al di sotto del prezzo di mercato. Nel 58 AC ciò venne addirittura migliorato, nel senso che lo Stato vendeva le granaglie ai cittadini di Roma ad un prezzo pari a zero, in altre parole, gratuitamente.

Il risultato fu inevitabile: i contadini abbandonarono le terre e si riversarono a Roma; questo certamente peggiorò i problemi, poiché in tal modo si produceva e si immetteva sul mercato una quantità di grano inferiore rispetto a prima, dal momento che era diminuita drasticamente la presenza dei contadini nelle terre intorno a Roma. Inoltre, i padroni iniziarono a liberare i loro schiavi accollando l’onere finanziario del loro sostentamento sul governo Romano a costo zero.

Nel 45 AC, Giulio Cesare scoprì che quasi un terzo dei cittadini Romani riceveva gratuitamente il grano dallo Stato.

Per sostenere l’onere finanziario che richiedeva l’offerta gratuita di grano, il governo Romano ricorse alla svalutazione della moneta, cioè l’inflazione. Per lunghi periodi della sua storia, lo stato Romano dovette quindi affrontare continuamente eventi legati alla svalutazione monetaria, al continuo peggioramento del bilancio statale, alla scarsità dell’offerta, e ai prezzi del grano fissati per legge.

 

Spesa, Inflazione e Controlli Economici Sotto Diocleziano

L’episodio più famoso riguardante il controllo dei prezzi nella storia di Roma, fu quello durante il regno dell’Imperatore Diocleziano (A.D. 244-312). Egli salì al trono nel 284 DC. Quasi immediatamente, Diocleziano iniziò a intraprendere vasti progetti di costosa spesa pubblica.

Ci fu un notevole incremento della spesa militare per l’ampliamento delle forze armate; iniziò un enorme progetto di opere pubbliche con la scelta della città di Nicomedia come nuova capitale per l’Impero Romano in Asia Minore (attualmente la Turchia); ampliò notevolmente la burocrazia statale; e istituì i lavori forzati per il completamento dei suoi progetti di lavori pubblici.

Per finanziare tutte queste attività, Diocleziano alzò drasticamente le tasse per tutte le classi sociali. L’elevato livello di pressione fiscale disincentivò per molto tempo il lavoro, la produzione, i risparmi e gli investimenti. Il risultato fu il declino del commercio e degli scambi.

Quando le tasse non furono più sufficienti a produrre un gettito fiscale sufficiente a finanziare tutte queste attività, Diocleziano iniziò a svalutare la moneta. Si ridusse la quantità di oro e argento utilizzata per coniare le monete; queste però venivano emesse con la rassicurazione da parte del governo che il loro valore metallico fosse lo stesso di prima. Il governo approvò delle leggi che istituirono un corso legale imponendo ai cittadini Romani e ai sudditi di tutto l’Impero, di accettare queste monete svalutate per un più alto valore facciale (nominale).

Anche il risultato di questo fu inevitabile. Poiché queste monete a corso legale avevano in realtà un valore inferiore in termini di oro e argento in esse contenuto, i commercianti iniziarono ad accettarle solo a sconto. In questo modo la loro svalutazione fu immediata. Le persone iniziarono ad accumulare tutte le monete d’oro e d’argento che ancora contenevano una più alta e reale quantità di oro e argento, utilizzando invece per gli scambi commerciali solo le monete “svalutate”.

Questo, di certo, volle dire che con ciascuna di queste monete svalutate, si sarebbe potuto acquistare solo una quantità inferiore di beni sul mercato rispetto a prima; o espresso in altri termini, sarebbero state necessarie più unità di queste monete “svalutate” per ottenere la stessa quantità di merci (di prima). L’inflazione monetaria peggiorava sempre più di pari passo con la continua emissione da parte dell’Imperatore, di questa forma di moneta dal valore sempre più basso.

Diocleziano istituì anche l’imposta in natura, cioè il governo Romano non avrebbe più accettato per il pagamento delle tasse dovute, la stessa moneta svalutata che aveva emesso. Poiché secondo questa normativa, i contribuenti Romani, dovevano pagare le tasse con dei beni reali, ciò bloccò l’intera popolazione; molti si ritrovarono così vincolati alla terra o a una determinata occupazione, al fine di assicurarsi la produzione di quei beni che sarebbero stati necessari per pagare le tasse statali alle scadenze fiscali. In tal modo si affermò una struttura economica sempre più rigida.

 

L’Editto di Diocleziano Peggiorò le Cose

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Nell’anno 301 DC, fu approvato il famoso Editto di Diocleziano. L’Imperatore fissò il prezzo di grano, uova, carne, vestiti, e di tutti gli altri beni venduti sul mercato; fissò anche i salari di coloro che erano impiegati nella produzione di questi beni. Fu stabilita la pena di morte per chiunque fosse stato sorpreso a vendere qualsiasi di questi beni ad un prezzo o salario più alto di quello stabilito per legge.

Poiché appena questi controlli furono annunciati molti contadini e fabbricanti persero ogni incentivo a vendere le loro merci sul mercato giacché queste avevano un valore di mercato fissato ad un livello di molto inferiore a quello che loro consideravano un valore equo, Diocleziano nell’Editto inserì anche, che chiunque fosse stato sorpreso ad “accumulare” i beni fuori dal mercato, sarebbe stato punito severamente; i suoi beni sarebbero stati confiscati e sarebbe stato condannato a morte.

Nella parte greca dell’Impero Romano, gli archeologi hanno trovato le tabelle dei prezzi che indicavano i prezzi imposti dal governo. Su di esse sono elencati più di 1.000 prezzi e salari unitari fissati dalla legge.

Un Romano di questo periodo chiamato Lattanzio scrisse durante questo periodo che Diocleziano “… stabiliva egli stesso i prezzi di tutti i beni commerciabili. Veniva versato molto sangue su dei conteggi irrilevanti e scarsi; e le persone non immettevano più le proprie scorte di beni sul mercato, poiché non riuscivano a ricavarne un prezzo adeguato, con la conseguenza quindi di una forte carestia, al punto che, la legge fu abrogata, ma solo dopo aver causato la morte di molte persone.”

Lezioni e Conseguenze dalla Politica Economica dei Romani

Roland Kent, uno storico dell’economia di questo periodo, ha sintetizzato le conseguenze dell’Editto di Diocleziano nel seguente modo:

… I commercianti non rispettavano i limiti di prezzo imposti dell’Editto, nonostante la pena di morte prevista dalla legge in caso di violazione; gli aspiranti acquirenti, trovando che i prezzi di mercato erano sopra il limite legale, si riunivano in massa e distruggevano i negozi illegali dei commercianti, uccidendo tra l’altro anche questi ultimi, benché il valore dei beni fosse irrisorio; i commercianti accumulavano beni in attesa del giorno in cui sarebbero state rimosse le restrizioni ai prezzi, così che la risultante penuria delle merci messe in vendita avrebbe persino causato un rialzo dei prezzi ancora maggiore, al punto che il commercio andava avanti a prezzi illegali, e, quindi, era praticato clandestinamente.

Gli effetti economici furono così disastrosi per l’economia di Roma che quattro anni dopo l’entrata in vigore dell’Editto, Diocleziano abdicò per “problemi di salute” – un eufemismo storico per affermare che se un leader politico non lascia il potere, sarà rimosso da altri, e spesso anche tramite assassinio. Anche se l’Editto non fu mai abrogato formalmente, presto divenne lettera morta subito dopo che Diocleziano abdicò.

Michael Ivanovich Rostovtzeff, uno tra i principali storici che si erano occupati dell’antico sistema economico Romano, fornì questa sintesi nella sua, Storia Sociale ed Economica dell’Impero Romano (1926):

Lo stesso espediente [un sistema basato sul controllo dei prezzi e dei salari] è stato tentato spesso prima e dopo di lui [Diocleziano]. Potrebbe essere utile come misura temporanea in periodi di crisi. Ma come misura stabile e continua, crea di certo gravi danni e un terribile bagno di sangue, senza portare alcun giovamento. Diocleziano condivise la dannosa convinzione propria del mondo antico dell’onnipotenza dello Stato, una credenza che molti teorici moderni continuano a condividere.

Infine, di nuovo, Ludwig von Mises, concluse che l’Impero Romano iniziò a indebolirsi e a decadere poiché era privo di idee e ideologie necessarie per sviluppare e salvaguardare una società libera e prospera: una filosofia basata sui diritti individuali e sul libero mercato. Così Mises concluse le sue riflessioni sulle civiltà dell’antichità:

La meravigliosa civiltà dell’antichità perì poiché non adeguò il suo codice etico e il suo sistema giuridico

ai requisiti tipici di un’economia di mercato. L’ordine sociale è destinato a morire se le azioni richieste dal suo normale funzionamento sono respinte dalle norme morali, sono dichiarate illegali dalle leggi dello stato, e sono perseguite come criminali dalla giustizia e dalla polizia. L’Impero romano si sgretolò poiché mancava del [classico] spirito liberale e d’intraprendenza. La politica dell’interventismo e il suo corollario politico, il principio del condottiero politico, decomposero il potente impero così come, infatti, sempre disintegrano e distruggono ogni entità sociale.

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Sulla scia di una perdita di fiducia

Ven, 02/12/2016 - 08:39

Come ripetuto spesso su queste pagine, la merce più commerciata al giorno d’oggi è la fiducia. Nel corso del tempo la consistenza del denaro s’è fatta sempre più effimera, andando a ricoprire una forma sempre più virtuale piuttosto che fisica. Si pensi solamente che la maggior parte delle transazioni giornaliere sono effettuate attraverso circuiti digitali. Per non parlare della lotta dello stato contro il denaro contante. Questo ovviamente serve a rendere gli attori di mercato quanto più prevedibili possibile, affinché abbiano di fronte a loro una scelta calata dall’alto. Si tratta chiaramente di una falsa scelta, poiché imposta indirettamente, ma in sostanza questo percorso verso cui siamo diretti è stato in qualche modo “predetto” in due diverse opere: The Road To Serfdom (1944) di F. A. Hayek e Planned Chaos (1950) di Ludwig von Mises.

Nella prima si sottolinea come una pianificazione centrale della società, al fine di preservare il proprio potere, finisce per invadere inevitabilmente la maggior parte dei settori dell’economia. L’invasione di suddetti settori avviene perché le informazioni all’interno dell’ambiente economico vengono distorte a tal punto da rendere impossibile un calcolo economico in accordo con la volontà degli attori di mercato. La distorsione derivante porta ad una correzione degli errori, la quale viene impedita poiché significherebbe un restringimento degli ostacoli imposti all’economia da parte della pianificazione centrale. Di conseguenza viene tenuto artificialmente in vita un sistema che continua a marcire all’interno, sebbene all’esterno possa sembrare alquanto stabile. Questo finché la pianificazione centrale non invade tutti i settori dell’economia, a quel punto non esistono più prezzi di mercato o informazioni genuine, bensì un’accozzaglia di meccanismi di feedback che si contraddicono.

Era un po’ il caso della borsa russa durante gli anni della Guerra Fredda, la quale si limitava a copiare i prezzi di quella occidentale. Non esisteva affatto un meccanismo genuino di determinazione dei prezzi. Erano praticamente decisi a tavolino. Sappiamo tutti che fine ha fatto l’URSS nel 1991. Gli attori di mercato, quindi, vengono ingabbiati in un sistema che tenta di dirigerli, coattamente e contro la loro volontà, verso scelte imposte da un meccanismo top-down. L’insostenibilità di tale assetto della società deriva dal fatto che le azioni degli individui sono atte a massimizzare il benessere individuale, stilando, quindi, un elenco di priorità che l’attore di mercato in particolare reputa più urgenti da soddisfare. Questo è un concetto sempre vero, poiché è la derivazione logica di un concetto basilare a priori: l’azione umana. In base a ciò, gli attori di mercato agiscono per ritornare ad uno stato di quiete che è stato perturbato dalla necessità di effettuare una particolare azione.

Questo, in sintesi, significa che gli attori di mercato sono sia i migliori sabotatori di loro stessi quanto i loro salvatori, rendendoli un puzzle indecifrabile da una manciata di menti in una banca centrale. In funzione di ciò, per quanto possano essere prolungati gli interventi nei mercati, essi condurranno ineluttabilmente ad una conflagrazione economica, proprio perché generanti un cosiddetto “caos pianificato” visto che ogni intervento è costituito da una gestione peculiare di aspetti sempre più imprevedibili. Ciò vuol dire che il potenziale affinché le cose vadano fuori controllo all’aumentare dell’ingerenza della pianificazione centrale nell’economia, è estremamente alto. Ma questo è il risultato della legge dei rendimenti decrescenti. Ed è esattamente il tema riportato nella seconda opera citata, quella in cui Mises non faceva altro che descrivere il modo in cui un’economia “mista” sarebbe fallita.

 

DISTORSIONI CONTINUATE

Il miglior esempio che si possa scegliere per descrivere quanto l’invadenza della pianificazione centrale possa distruggere la società e il meccanismo di determinazione dei prezzi, è l’Obamacare, o Affordable Care Act. Questo mostro burocratico lungo circa 2,000 pagine di leggi è entrato in vigore due anni fa e con esso i pianificatori centrali promettevano di risolvere due problemi: decenni d’aumenti dei costi delle assicurazioni e che tutti ne avrebbero avuta una. Ma a quanto pare le promesse vanno, mentre la realtà rimane. Infatti la promessa di tagliare i costi è rimasta nell’etere, visto che il costo annuale medio dell’assicurazione sanitaria per una famiglia è aumentato di $1,000 e il costo annuale medio per i datori di lavoro è aumentato di $4,800.

E nemmeno se ipotizziamo che costi in aumento siano serviti a permettere un’assicurazione per tutti, i pianificatori centrali sono riusciti a farla franca. Infatti nel 2015 circa 32 milioni di americani erano ancora senza assicurazione, e 6.5 milioni ne avevano una solo perché il Congresso ha espanso il recinto in cui finivano coloro aventi diritto ad accedere al Medicaid. Prima che l’Obamacare entrasse in vigore, bisognava pagare solo l’assicurazione sanitaria; ma con l’entrata in vigore di questo mostro burocratico, bisogna pagare oltre all’assicurazione sanitaria un nuovo stuolo di burocrati e un nuovo strato di burocrazia. Lo stato è un monopolio, tra l’altro, il quale deve affrontare una minore concorrenza rispetto alle aziende private.

Prima dell’Obamacare i singoli stati USA avevano eretto barriere commerciali intorno alle assicurazioni, ciò, ovviamente, ha ridotto la concorrenza tra le varie assicurazioni sul suolo americano. Ma soprattutto ha impedito l’emersione di prezzi più competitivi. Piuttosto che correggere queste storture, i pianificatori centrali li hanno diffusi a livello nazionale. L’Obamacare ha praticamente tolto quel poco controllo sull’assicurazione sanitaria che ancora trattenevano medici, pazienti e assicuratori, e l’ha messo nelle mani di burocrati e politici. Questi ultimi non hanno né le informazioni né l’incentivo per prendere decisioni oculate in nome degli altri. In poche parole l’Obamacare ha trasformato a tutti gli effetti un settore costoso e in cui la concorrenza era minima, in una costola dello stato. E come abbiamo appena visto, l’ha reso enormemente più costoso ed effettivamente senza concorrenza.

La stessa cosa sta accadendo ora con l’Obamatrade, o TPP: una mostruosità burocratica di circa 5,500 pagine di norme e regolamenti, pronta ad oscurare l’Obamacare. Inutile dire che l’Obamatrade rappresenterà per il commercio internazionale quello che l’Obamacare ha rappresentato per il settore sanitario statunitense. Non ci servono tutte quelle pagine di gergo legalese per permettere a partner commerciali d’impegnarsi in un libero scambio. Ciò che serve è proprio meno burocrazia e meno dazi, o tasse sulle importazioni; ciò che serve è che i politici smettano una volta per tutte d’impedire agli attori di mercato esteri di mettersi d’accordo con quelli in patria per effettuare uno scambio reciprocamente vantaggioso. Se questo parto del NWO dovesse essere approvato, la perdita di sovranità nazionale sarà senza precedenti, con ripercussioni pesanti per quello che rimane del libero mercato.

Ogni settore di qualsiasi economia del mondo sta finendo ormai sotto la stretta influenza dell’apparato statale, senza che gli attori di mercato abbiano più molta voce in capitolo. Il circuito finanziario è attualmente il posto in cui le distorsioni si sono concentrate di più, soprattutto dopo il fallimento della Lehman nel 2008. Le principali banche centrali hanno pompato circa $15,000 miliardi sino ad ora attraverso un acquisto di obbligazioni statali, cercando di prendere due piccioni con una fava: sostenere le finanze statali e sostenere il settore delle grandi banche commerciali. Questa gigantesca Offerta d’Acquisto scatenata dalle principali banche centrali del mondo (FED, BCE, BOJ) ha riversato quantità esorbitanti di liquidità nel settore finanziario, dove Main Street non ha quasi per niente accesso. È per questo che, in sostanza, non abbiamo visto una grande inflazione dei prezzi al consumo, mentre abbiamo visto una grande inflazione dei prezzi degli asset finanziari.

A causa delle precedenti baldorie monetarie, Main Street (famiglie e piccole/medie imprese) ha raggiunto la condizione di Picco del Debito, iniziando un percorso di deleveraging. Ma questo avrebbe intaccato anche quelle realtà protette dal cartello del settore bancario centrale, causando un reset dell’economia verso una condizione più sostenibile e in accordo con le scelte degli attori di mercato. Ergendosi a baluardi della “stabilità economica”, le banche centrali hanno sventolato giustificazioni su giustificazioni per intervenire direttamente nell’economia e salvaguardare quelle entità protette dal loro cartello: stati e grandi banche commerciali. Una di queste giustificazioni era il cosiddetto “effetto ricchezza a cascata”, ovvero, credere che rifornendo di liquidità le grandi realtà queste avrebbero riversato ricchezza reale a cascata sul resto della società.

Le banche centrali, quindi, sono diventate i market maker nei mercati azionari e obbligazionari, annullando un onesto mark to market dei titoli e, quindi, un rischio ponderato. I circuiti finanziari sono diventati letteralmente dei casinò, dove il rischio di perdere sembrava essere stato debellato dalla possibilità di fare front-running ai programmi d’allentamento quantitativo delle banche centrali. I prezzi sono saliti e i rendimenti scesi, causando una fame crescente per rendimenti decenti pena un bilancio in perdita a fine anno. Quindi sebbene le banche centrali abbiano fornito un sollievo temporaneo, le cose sono tornate ad essere instabili molto subito, ed è stato necessario alzare la posta in gioco disconnettendo ulteriormente l’economia finanziaria da quella di Main Street.

Ciò sta portando le banche centrali ad essere impotenti durante la prossima recessione, poiché hanno iperinflazionato la nuova moneta mondiale: la fiducia.

 

PERDITA DI FIDUCIA

Dal 1998 fino al 2010, il panico dovuto ad una crisi di liquidità è stato tamponato con misure monetarie maggiori, oltre all’intervento del FMI e di salvataggi statali. Ma a causa di ciò le banche centrali non possono più ripetere il trucco una tantum che finora hanno messo in campo. Non ci sono più bilanci puliti da saturare e la politica monetaria non può essere invertita, pena una fuga in preda al panico dei front-runner. I rischi sistemici sono chiari: il mondo si sta dirigendo verso una crisi del debito sovrano a causa di un eccesso di quest’ultimo a prezzi sconnessi dalla realtà e di una pseudo-crescita economica. Quest’ultima è stata innescata da quelle grandi imprese che hanno potuto gozzovigliare con la manna monetaria delle banche centrali, inglobando risorse economiche scarse e risorse umane.

La loro obsolescenza è stata mascherata dalla droga monetaria, e infatti hanno convogliato tale denaro nell’ingegneria finanziaria piuttosto in quei settori cruciale per la sopravvivenza di una impresa: spese in conto capitale e R&S. È un’illusione che ha ammorbidito temporaneamente i numeri della disoccupazione, ma che ha aperto la porta a nuovi errori economici e alla metastatizzazione di quelli esistenti. E diversamente da quello che abbiamo visto finora, senza misure draconiane la prossima crisi sarà inarrestabile: salvataggi del FMI, chiusura di banche e fondi del mercato monetario, e probabilmente legge marziale.

Quello che è in gioco qui è l’infallibilità delle banche centrali, che per anni è stata considerata insindacabile. Il caso eclatante da cui la fiducia nelle banche centrali è iniziata ad incrinarsi è quello della BCE, la quale, nonostante tutti i trattati firmati in precedenza, ha deciso di comprare a titolo definitivo titoli di stato della zona Euro con l’obiettivo ufficiale di abbassare la pressione a lungo termine sulla curva dei rendimenti; in realtà, quello ufficioso prevedeva tali acquisti per mettere una pezza alle sconsideratezze economiche di quei paesi i cui politici non volevano correggere. Senza contare che tali problemi erano stati alimentati dalle sue stesse politiche monetarie allentate nel decennio precedente. Era una posizione lose-lose per la BCE, perché se non fosse intervenuta ci sarebbero stati tumulti a livello finanziario; adesso ha compromesso di più la sua posizione, disconnettendo di più i segnali di prezzo dalla realtà.

Infatti l’UE non s’è disgregata proprio perché lo zio Mario ha proferito il suo ukase nel 2012, dicendo che avrebbe fatto di tutto per tenere a galla il progetto UE. Sebbene la Corte di Giustizia Europea e la Corte Costituzionale tedesca abbiano emesso parere positivo riguardo la decisione dello zio Mario, l’indipendenza del settore bancario centrale è ora sotto dibattito pubblico, quando invece, anni addietro, era semplicemente una chimera mettere in discussione anche di sfuggita l’argomento. Con la sua decisione di far diventare le obbligazioni sovrane europee come scarafaggi di motel nel suo bilancio, la BCE ha oltrepassato il suo mandato della stabilità dei prezzi. Più andrà oltre, più le critiche si faranno persistenti.

Infatti, stando alla realtà dei fatti, il suo ukase era una farsa e non ha fatto altro che gonfiare ulteriori bolle oltre a quelle nell’ambiente azionario e obbligazionario sovrano. E cosa ha portato questo caos monetario? Ingegneria finanziaria, distorsione sequenziale dei prezzi, disconnessione tra economia finanziaria e reale, azzeramento virtuale del rischio, fame per rendimenti decenti, ecc.

Gli errori economici si sono metastatizzati e il palliativo fuoriuscito dalla stampante monetaria dello zio Mario, s’è arenato sulla spiaggia dei tassi negativi. Il disallineamento tra domanda e offerta, oltre che tra prezzi nominali e reali, sta eruttando di nuovo, soverchiando la presunta onniscienza delle banche centrali. Nel caso particolare, notate come il decennale italiano stia iniziando a salire nonostante la Gigantesca Offerta d’Acquisto della BCE, in risposta alle pressioni riguardanti il referendum e la situazione precaria del sistema bancario commerciale italiano. Le manipolazioni dei mercati sono andate talmente oltre che ormai stanno sfuggendo di mano, conducendo ad un catalizzatore per la prossima recessione.

Ma questa è solo la metà della storia, perché a causa di questo folle interventismo e della rottura del canale di trasmissione della politica monetaria, i risparmiatori vengono privati degli sforzi della loro frugalità. Infatti cercando di correggere gli errori del passato, pensano a ripagare i debiti piuttosto che a contrarne di nuovi. I prestiti rallentano e i conti di depositi non pagano più nulla. E chi può permetterselo viene spinto in asset più rischiosi per ottenere rendimenti.

Si scatena, quindi, una caccia a rendimenti decenti e il rischio viene artificialmente annullato. Banche commerciali, assicurazioni e fondi pensione, devono sottoscrivere asset più rischiosi per tenere fede ai propri obblighi. I deficit in queste realtà si accumulano e, sulle spalle dell’espansionismo monetario, attraverso la loro sopravvivenza canalizzano risorse scarse nei loro bilanci sottraendole all’uso produttivo del settore privato. L’economia più ampia si arrocca sempre di più nei saldi di cassa per affrontare le incertezze che scruta all’orizzonte, mentre gli azzardi iniziano a far pagare il conto alle realtà privilegiate attraverso flash crash improvvisi che diminuiscono il valore degli attivi a loro disposizione (come nel grafico qui sotto).

Allo stesso modo le imprese che possono gozzovigliare sui mercati utilizzano l’ingegneria finanziaria per abbellire i propri bilanci, ignorando i segnali di mercato; e per non rischiare di mandare il sistema in tilt, le banche centrali aumentano la posta in gioco, andando a comprare, oltre alle obbligazioni sovrane, anche azioni (Giappone) e obbligazioni societarie (Europa).

La produzione nell’economia più ampia inizia a perdere colpi e le nuove aziende non nascono per innovare, bensì per essere assorbite. La stagnazione intellettuale e industriale prende il posto della creatività e della produttività, facendo aumentare a dismisura i prezzi di quei beni e servizi domandati realmente dall’economia più ampia e facendo diminuire i prezzi di quei beni e servizi che nessuno vuole, ma che aziende obsolete possono produrre grazie alla manna monetaria. Questo castello di carte si basa semplicemente sulla distruzione sistematica della ricchezza reale all’interno della società, e finché è in espansione il sistema può barcollare in avanti. Il problema è quando inizia a stagnare o, peggio, a declinare. Come detto all’inizio di questo articolo, siamo ben inoltrati nell’area della legge dei rendimenti decrescenti e questo significa che molto presto ogni unità aggiuntiva di debito eroderà un’unità di PIL.

La bancarotta di quelle società che hanno gozzovigliato col credito facile sarà la miccia che accenderà questo barilotto pieno di polvere da sparo, senza dimenticare che i flash crash, come detto poco sopra, possono intaccare seriamente i bilanci di hedge fund gonfi di asset prezzati in modo errato. Giocare con la leva finanziaria è stato l’unico modo per cercare di emergere sulla scena finanziaria, e in questo modo il casinò è stato remunerato con guadagni inattesi. Ma questi trade sono potuti andare avanti solo grazie alle banche centrali, le quali nel corso di questo decennio non hanno fatto altro che riempirlo fino all’inverosimile. Non possono allontanarsi in tempo senza finire dilaniate nell’esplosione e non possono spegnere la miccia. Il calcio al barattolo è stata l’unica risposta che hanno saputo dare finora, rimandando l’inevitabile correzione nel futuro… ad un prezzo maggiorato. Anche i robo-trader si stanno accorgendo di quale sia questo prezzo e sono molto nervosi in vista della prossima riunione del FOMC.

In sintesi, i robo trader stanno capendo che la festa è agli sgoccioli e la popolazione in generale sta capendo che le banche centrali non sono qui per il loro benessere economico. Ecco perché la FED, ad esempio, ha continuato a glissare su un possibile aumento dei tassi lungo tutto quest’anno sventolando il feticcio della “dipendenza dai dati”. Se avesse voluto mantenere onesti i mercati e vigilare su di essi, non avrebbe dovuto abbassare i tassi in primo luogo. In questo modo ha solo permesso che le entità giuste ottenessero le carte giuste. Siamo alle porte di una svolta epocale nel modo di pensare alle banche centrali. Si arriverà finalmente alla conclusione che quello che hanno gestito finora è solamente una gigantesca truffa.

 

CONCLUSIONE

Leggo e sento parecchi pareri a favore e a sfavore di Trump. Addirittura c’è chi pensa che una guerrafondaia come Hillary sarebbe stata meglio del magnate immobiliare. Tutte queste considerazioni mancano un punto fondamentale: se non ci si preoccupa dell’economia, allora sarà l’economia a preoccuparsi di voi. La maggior parte delle persone non sa cosa c’è in gioco il prossimo dicembre quando si riunirà il FOMC per decidere sulla politica dei tassi d’interesse della FED. In un modo o nell’altro saremo testimoni di una nuova recessione, più grande del panico Lehman. Penso che sarà mondiale. Sarà il prodotto dei banchieri centrali keynesiani. Sarà una manifestazione della Teoria Austriaca del ciclo economico: le banche centrali inflazionano, poi tirano il freno a mano e infine arriva la recessione.

Sarà una recessione profonda e lunga. Sono passati sette anni da quando è iniziata ufficialmente la pseudo-ripresa. Le probabilità di altri quattro anni di boom sono basse. Quindi contro o con Trump è un’insensatezza. Bisogna abolire gli interventismi nell’economia, non sperare che un qualche candidato eletto adotti un “piano economico”, o la parvenza di uno, per riportare in carreggiata le cose. Questa mentalità è arrivata al capolinea e la prova sono i 96 mesi di zero bound delle banche centrali, con risultati pessimi per la gente comune. Bisogna incentivare la creatività degli individui e le istituzioni volontarie, non interferirle con programmi politici ambiziosi o politiche economiche presumibilmente lungimiranti.

Preoccupatevi del Grande Default e preparatevi di conseguenza, perché altrimenti sarà il Grande Default a preoccuparsi di voi.

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Deutsche Bank e Italia

Mer, 30/11/2016 - 08:34

Che molti Paesi Europei attraversino un periodo di crisi lo sappiamo tutti. L’UE ha infatti imposto di essere più parchi e quindi di tirare la cinghia, rimettendo i conti in ordine, (alla faccia della programmazione, della ragioneria e del buon senso). Molto spesso si ricorre alle intromissioni, per interposta persona, per lanciare messaggi e diffondere avvertimenti. E pare che questo metodo sia stato assunto da Herr David Folkerts-Landau, capo economista della Deutsche Bank,il quale ha dichiarato: “senza riforme l’Italia fuori è dall’Euro”. Siamo arrivati al proverbio de: “il bue che da’ del cornuto all’asino”. Perché? Con tutti i problemi che si ritrova la Deutsche Bank abbia a redarguire uno Stato mi pare il massimo. La D. B. pare sia ad un passo dal fallimento, but it’s too big to fail (ma è troppo grande per fallire), anche per una conclamata sotto-capitalizzazione. Nel suo portafoglio si trovano 55mila miliardi di euro di derivati finanziari pari a 20 volte il P.I.L. della Germania e se non bastasse il paragone circa 25 volte il debito pubblico italiano. Ma, allora perché alza tanto la voce? Non sarebbe meglio se si scervellasse per i problemi di casa sua? Un’altra tegola è appena caduta sulla della Deutsche Bank ed è: la multa di 14 miliardi di dollari, emessa dalle Autorità americane, per i mutui subprime, che assieme ad altre banche e … , ha dato i natali alla crisi che dura dal 2008. Già otto lunghi, lunghissimi anni. Se la situazione attuale ha una genitorialità, Brexit compresa, perché prima non si fanno un bell’esame di coscienza, fanno un mea culpa e stano zitti? E poi perché dovemmo essere noi ad espiare i peccati altrui? Ebbene, oserei dire: Herren, haben wir bereits gegeben (Signori, abbiamo già dato). Nel 2008 avevamo un debito pubblico di 1605,125 miliardi, oggi siamo a 2.212 miliardi (differenza 600miliardi circa) e con un incremento della tassazione di circa 350 miliardi, Come se non bastasse le banche, grandi e piccole, (e checchè se ne dica BCE compresa) rilasciano credito in modo molto limitato contribuendo così alla scarsità di circolazione monetaria con conseguenze come: la deflazione, il calo dei consumi, la chusura delle aziende, la disoccupazione (anche giovanile), il disagio sociale delle famiglie (la povertà, tanto per essere chiari), il resto aggiungetelo Voi. Qualcuno dica che BASTA COSI’ e avvii un serio programa per tornare ad avere un’economia fondata sul „reale“ e non sulla „carta“ o sulle „parole“.

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Bolle speculative e mercati finanziari

Lun, 28/11/2016 - 08:15

In alcuni casi un grafico vale più di mille parole… vorrei partire dal grafico sottostante per prendere spunto e condurre alcune riflessioni sull’attuale situazione economica e sui riflessi che si potranno determinare a breve/medio termine sui mercati finanziari. 

Nel grafico vengono appunto rappresentate la ricchezza netta detenuta negli Stati Uniti in relazione al PIL americano. Come si può facilmente notare, due dei tre picchi rispetto alla linea del PIL coincidono con le ultime due grosse bolle speculative finanziarie che hanno interessato i mercati nell’ultimo ventennio.

La prima è quella delle dot.com, le aziende Internet, sviluppatasi intorno agli anni 2000. In questo lasso di tempo, pari a circa tre anni, l’indice Nasdaq e’ praticamente quintuplicato portando le capitalizzazioni di molte societa’, anche appena nate, a valutazioni stratosferiche anche in mancanza di ricavi o solo per essere presenti in qualche modo sul web. Il risultato è stato l’indice tecnologico e’ tornato da dove era ripartito, con danni sull’economia reale abbastanza contenuti, sebbene gli Stati Uniti sia il Paese al mondo nel quale i privati detengono la piu’ elevata percentuale di azioni rispetto al patrimonio. Gli Stati Uniti entrarono in una lieve recessione, ma l’impatto sarebbe potuto essere più contenuto qualora nel 2001 non ci fosse stato l’attacco alle Torri gemelle.

La seconda bolla, originatasi tra il 2006 e il 2008, ha preso l’avvio dal mercato immobiliare statunitense, per poi estendersi a macchia d’olio anche ad altri settori e paesi. Il 62% della popolazione statunitense e’, infatti, proprietario di almeno un appartamento e molti lo acquistano con mutui anche trentennali con finanziamenti in molti casi pari anche al 100% del valore dell’immobile e concessi attraverso pratiche istruttorie poco rigorose. L’inflazione dei valori immobiliari, sostenuta appunto da una forte domanda di case, ha superato ogni ragionevole fondamentale economico, fino al punto in cui la bolla è scoppiata.

Le banche hanno quindi deciso di cartolarizzare tali prestiti/mutui ad alto rischio di insolvenza, impacchettandoli in prodotti derivati di complessità crescente, con il conseguente risultato di trasferire il rischio dal sistema bancario alla collettività degli investitori. 

L’esito finale di questo processo, facilitato anche da mercati finanziari globalizzati e sempre più interconnessi, è stato appunto quello di una enorme reazione a catena (o se preferite effetto domino) così devastante da mettere in ginocchio l’intero sistema. Alcuni studiosi parlano di una seconda Grande Recessione, dopo quella del 1929.

La risposta delle banche centrali è stata quella di ricorrere a politiche monetarie fortemente espansive, prima attraverso lo strumento della riduzione dei tassi di interesse, e quando questi sono arrivati ad essere prossimi allo zero, ricorrendo a politiche monetarie cosiddette “non convenzionali”, come l’acquisto di titoli sul mercato.  Quasi quattro trilioni di dollari è stata la liquidità iniettata nel sistema finanziario negli ultimi otto anni dalla Fed, che non sono stati, tuttavia, in grado di risollevare le sorti dell’economia a stelle e strisce, la quale ancora langue in una crescita ben al di sotto del suo potenziale standard, vale a dire il tre per cento annuo. 

Il denaro e’ così rimasto nelle pieghe della finanza;  mentre i livelli di consumo e domanda per investimenti in molti Paesi avanzati non hanno ad oggi ancora raggiunto i livelli pre-crisi. Stesso discorso per la disoccupazione, la quale è ancora al di sopra del livello pre-crisi.

In questo contesto, le quotazioni di Wall Street sono ascese proprio di recente a nuovi record storici, i quali comunque stonano con i deboli fondamentali sia economici che societari, alimentando il potenziale per una nuova bolla speculativa.

Bisogna, tuttavia, sottolineare che la Federal Reserve continua da anni a posticipare in avanti questa deflagrazione, con qualsiasi mezzo a disposizione, non solo perché teme le conseguenze pericolose sull’economia reale dalla caduta dei prezzi di molti asset gonfiati, ma in quanto e’ ritenuta, a differenza delle due precedenti bolle, la principale responsabile.

Sembrerebbe quindi che, nei prossimi mesi, i mercati azionari potrebbero riservare qualche sorpresina più in discesa che in salita. A tutto questo si aggiunge la variabile dell’esito delle elezioni politiche USA, momento di passaggio delicato. 

Negli ultimi casi di doppio mandato dei presidenti USA (Clinton, Bush jr e Obama), vi è stata sempre una Fed compiacente la quale aveva tardato ad alzare i tassi e tollerato il formarsi di bolle speculative. Sarà un caso, ma i crash di borsa del 1987, del 2000 e del 2008 sono capitati alla fine del secondo mandato di amministrazioni di successo, un successo fin troppo premiato dai mercati.

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L’ossessione della buona circolazione del denaro

Ven, 25/11/2016 - 08:12

“… oro e argento una volta nel paese … debbono sempre rimanere in circolazione”.
Philipp von Hörnigk, Ősterreich über alles, wann es nur will, 1684

 

 

La preoccupazione che possa essere assente una quantità circolante di mezzi di pagamento, nel senso di una velocità di circolazione, sufficiente ad impedire forti oscillazioni del prodotto di un certo sistema economico è uno di quei leitmotiv che sistematicamente si affacciano nel corso della storia.

Certamente, per consentire che la cooperazione sociale si sviluppi in maniera intensa è necessaria la diffusione di un’economia monetaria. In tal modo, il sistema dei prezzi si articola e si affina e produttori, distributori e consumatori possono così veder notevolmente facilitata la loro coordinazione reciproca.

In seguito, ed enunciando innanzitutto che sono le differenze fra i prezzi delle merci e i prezzi dei fattori indispensabili per produrre queste stesse merci nelle diverse tappe del ciclo produttivo, ossia i ritorni sugli investimenti, a determinare il grado di salute economica di una comunità, si può lecitamente sostenere che quando un’economia è stagnante il denaro tende per lungo tempo a circolare poco.

Ciò nonostante, l’affermazione contestuale in base alla quale per assicurare un buon livello di prosperità economica occorre, qualora essi non lo facciano spontaneamente, coartare gli individui a far circolare denaro deve essere necessariamente qualificata come un’operazione fraudolenta.

Gli individui ripartiscono il loro reddito in spese per consumi, spese per investimento, e denaro momentaneamente tenuto da parte, la cosiddetta tesaurizzazione di unità monetarie. Tuttavia, dire che la moneta tesaurizzata sia moneta inerte è decisamente fuorviante visto che il servizio che il denaro offre non è il suo rendimento, bensì quello di dare agli agenti economici giacenze di cassa che successivamente per essere usufruite dovranno essere in ultimo o spese in beni di consumo oppure investite in beni capitali, passando forse, nel frattempo, per strumenti d’investimento finanziario.

Di conseguenza, se la moneta non è mai inerte asserire che esiste una moneta circolante ed una inattiva diviene assai opinabile. La moneta appartiene sempre legittimamente a qualcuno, vi sarà sempre da qualche parte un legittimo proprietario quindi la moneta è sempre viva. Da ciò si deduce, inoltre, che l’espressione per cui in un’economia stagnante il denaro tende per lungo tempo a circolare poco è imprecisa e questa andrebbe sostituita con la più adatta affermazione secondo la quale in un’economia stagnante tendono ad avvenire per lungo tempo poche transazioni tra denaro ed altri beni e servizi.

Queste giacenze di cassa, questa tesaurizzazione di unità monetarie, può essere più o meno ampia a seconda delle valutazioni soggettive di ogni individuo. Ogni individuo, in quanto agente economico, possiede informazioni uniche che possono essere realizzate con profitto soltanto se le decisioni che dipendono da queste vengono lasciate a costui o sono prese con la sua attiva e determinante collaborazione.

Non importa sapere se gli altri approvino o meno le scelte economiche di un singolo individuo (ovviamente fintanto che queste rimangono circoscritte nel rispetto dei diritti di proprietà ed auto-proprietà altrui), queste scelte comunque influiscono sui prezzi e danno un segnale informativo a tutti gli altri individui i quali sono chiamati in qualche modo ed in qualche misura a coordinarsi.

Con questo non si vuole, però, legittimare la teoria dell’equilibrio economico generale secondo la quale ogni evento è immediatamente conosciuto da ciascun individuo e pertanto ogni individuo sa già come armonizzare le proprie azioni a quelle degli altri e conseguentemente l’equilibrio economico è qualcosa di presupposto.

Più modestamente, ma realmente, se gli individui sono lasciati liberi di scegliere si finisce per alimentare un processo mai concluso di cooperazione sociale il quale, mosso a sua volta da un incessante processo di competizione e scoperta, ci permette di sostituire una situazione di disequilibrio con una di equilibrio in ogni caso sempre imperfetto e precario o tutt’al più di raggiungere una situazione di disequilibrio più tollerabile della precedente.

Il concetto di utilitarismo perciò non deve essere volgarizzato. La dimensione economica della vita di ciascuno non dipende prima di tutto dal desiderio di ricchezza, bensì dalla condizione di scarsità in cui è immersa l’intera umanità. Economici sono soltanto i mezzi e non anche i fini ultimi dell’azione.

Tornando al centro della questione trattata, se il mondo economico oltre ad essere in perenne movimento e afflitto dalla condizione di scarsità, avere sempre ed istantaneamente disponibili con sé un certo importo di unità monetarie per far fronte ad eventuali necessità che possono sopraggiungere all’improvviso e/o da spendere in attesa di tempi economici migliori non dovrebbe scandalizzare nessuno.

La velocità con cui circola la moneta o meglio dire con cui viene scambiata per ottenere altre merci, è un effetto non una causa, una mera conseguenza discendente dalle modifiche nelle valutazioni soggettive degli agenti economici concernenti il denaro e gli altri beni e servizi.

Se questa velocità è un effetto e non una causa, allora in alcuna maniera un suo rallentamento può essere il fattore su cui esercitare pressione per tenere in salute un’economia. Dunque, i problemi vanno ricercati e risolti altrove e più precisamente quello che serve è sopprimere blocchi e/o storpiature che ostacolano il processo di libero mercato.

Di certo, pertanto, al fine di sbloccare una situazione economica stagnante a nulla veramente giovano gli interventi coercitivi e di conseguenza nemmeno l’inflazione. Generare inflazione, ossia un aumento non coperto da risparmio reale e volontario dell’offerta di moneta o di quelle attività finanziarie svolgenti la stessa funzione della moneta, nel tentativo, svalutando l’unità monetaria, di smuovere arbitrariamente ricchezza dalla tesaurizzazione verso consumi ed investimenti, può servire solamente a peggiorare nel tempo le cose visto che i processi inflazionistici terminano sempre con recessioni o depressioni.

Gli effetti stimolanti dell’inflazione, infatti, si interrompono se non se ne accelera progressivamente il tasso, ma parallelamente il prolungarsi del processo inflazionistico rende sempre più pesanti alcune conseguenze negative connaturate a tale processo. La più rilevante di queste conseguenze riguarda i metodi di contabilità su cui si fondano tutte le decisioni degli agenti economici.

Durante i processi inflazionistici, all’inizio i prezzi tendono a crescere di meno rispetto all’aumento dell’offerta di circolazione monetaria, ma allorché si decide di accelerare con il tasso di inflazione per mantenere in vita gli inerenti effetti stimolanti ecco che i prezzi da un certo momento in poi tendono a crescere più di quanto non faccia l’offerta di circolazione monetaria.

Ciò significa che se agli inizi del processo inflazionistico l’unità monetaria non si degradava proporzionalmente nelle fasi successive all’aumentare dell’offerta di circolazione monetaria questo degrado avviene, invece, prima in modo proporzionale ed infine in maniera più che proporzionale. Questo succede perché con l’accelerarsi del tasso di inflazione un ruolo fondamentale lo vengono a giocare le aspettative degli agenti economici i quali intimoriti dal fatto che i prezzi delle merci potranno salire ancora di più in futuro ed ancora più velocemente di quanto finora visto iniziano da un certo istante in poi a spendere moneta per acquisire merci ad un ritmo tendenzialmente superiore dell’incremento dell’offerta di circolazione monetaria.

Al termine del processo, però, una massa circolante che ha perso di valore più che proporzionalmente rispetto al suo accrescimento, rendendo concretamente impossibile una determinazione dei prezzi espressi in moneta ragionevolmente affidabile e presumibile, farà diventare talmente difficili le transazioni tra denaro e altri beni e servizi che sembrerà materialmente esserci una penuria di mezzi di pagamento. Con l’esaurirsi dell’euforia, l’economia torna a stagnare, gli scambi tra denaro ed altri beni e servizi tornano a languire, ma gli errori economici ora da smaltire sono inevitabilmente superiori.

Quando alla fine si giunge a ipotizzare, come fece John M. Keynes nella sua Teoria Generale, che:

L’unica cura radicale per le crisi di fiducia che affliggono la vita economica del mondo moderno sarebbe quella di non lasciare all’individuo alcuna scelta che non sia quella di spendere il suo reddito in consumi o di ordinare la produzione dello specifico bene-capitale che … gli sembra più promettente

nel sostenere l’antica e sbagliata idea che per assicurare un buon livello di prosperità economica occorre in qualche maniera coartare gli individui a far circolare denaro (qualora essi non lo facciano spontaneamente) si va, però, oltre l’inflazione, oltre un comune anche se potenzialmente molto distruttivo intervento coercitivo: si chiede di evitare che i singoli individui, semmai si noti che globalmente siano assaliti da eccessivi dubbi circa il futuro, possano avere anche la più minima possibilità di impiegare il loro reddito in tesaurizzazione.

L’anzidetta forzatura, deve essere tradotta come un tentativo troppo spinto di pianificare centralmente la propensione al consumo e la volontà di risparmio-investimento dei diversi ed innumerevoli individui ed in quanto tale non può che condurre ad esiti nell’insieme decisamente deleteri. Mentre i governanti ed i gruppi privati ad essi contigui, vedendosi irrobustire i loro poteri coercitivi, finirebbero per continuare a sguazzare in rendite di posizione, il sistema economico complessivo perderebbe di cospicua efficienza, giacché lo scambio volontario dei diritti di proprietà privata verrebbe profondamente manipolato e più questo scambio viene manipolato minore sono le basi per effettuare in seguito un calcolo economico sufficientemente adeguato.

Tale dispotica ipotesi qualora fosse realmente implementata se misurata in termini di miglioria economica complessiva è quindi destinata sempre fatalmente a fallire.

Malgrado ciò, siffatta congettura sembra affascinare ancora molte menti e non solo quelle che meno si interessano di studi economici. Nel momento in cui presunti autorevoli ed attualmente viventi economisti come Kenneth S. Rogoff, Willem H. Buiter e Peter Bofinger arrivano a sostenere l’abolizione del denaro contante essi, fondamentalmente, non fanno altro che riproporre la medesima solfa e cioè cercare di impedire l’emergere dell’autonoma volontà dell’individuo di accumulare e conservare riserve liquide nel tempo, al fine di rafforzare il dirigismo economico dell’autorità centrale.

Eliminando il denaro fisico non esisterebbero più, in sostanza, depositi bancari restituibili nel senso stretto del termine e gli individui si troverebbero così costretti a consegnare una colossale quantità di proprie risorse ad un sistema bancario colluso con lo Stato.

Allorché Stato ed istituti finanziari complici ricevessero questo trasferimento arbitrario questi stessi soggetti potrebbero godere di una pressoché piena ed immediata disponibilità di risorse altrui e dunque i singoli individui sarebbero costretti ad accettare sui propri depositi qualsiasi tasso di interresse e qualsiasi imposizione tributaria che venissero immaginati e deliberati dagli istituti finanziari e dagli apparati statali.

Si suppone che la gente stia spendendo poco, gli istituti finanziari abbassano i tassi di interesse sui depositi delle persone fino a farli entrare magari in territorio negativo mentre forse contemporaneamente lo Stato tassa il saldo complessivamente disponibile della comunità per quanto questo viene ritenuto in eccesso (oppure, al contrario, mentre lo Stato agisce in tal senso forse anche gli istituti finanziari caleranno i tassi sui depositi) cercando così di smuovere forzatamente liquidità tesaurizzata verso consumi e/o investimenti.

Si suppone, viceversa, che la gente stia spendendo troppo, gli istituti finanziari alzano i tassi di interesse sui depositi delle persone mentre forse nel frattempo lo Stato cala un po’ le sue pretese sul saldo complessivamente disponibile della comunità (anche in questo caso vale il ragionamento al contrario) cercando così di stimolare un aumento della liquidità tesaurizzata.

Il tutto in perfetto contrasto con quell’autonomo decentramento decisionale delle proprie risorse che è la chiave per utilizzare al meglio la conoscenza dispersa tra gli individui.

L’abolizione del denaro contante è una perversa fantasticheria centralista che trova il suo presupposto nel ritenere la moneta una creazione delle leggi dello Stato. Ma per nostra fortuna, l’idea per cui è chiaramente moneta unicamente ciò che in tal senso viene prodotto dallo Stato (direttamente o per mezzo di una banca centrale) è in realtà solo una finzione legale; una finzione buona di sicuro per agevolare il lavoro del legislatore, ma mai veritiera in relazione agli eventi economici. Se al giorno d’oggi c’è un merito da assegnare alle varie libere criptovalute è proprio quello di aver smascherato apertamente questa finzione.

Ritenere legittimamente moneta soltanto quello che in tal senso viene prodotto dallo Stato, significa dare sostegno ad una vera e propria assurdità, dal momento che qualunque valore economico è sempre soggettivo e che quindi il denaro, nell’essere un’entità convenzionale esprimente indirettamente delle proporzioni, non solo sorge come frutto della spontanea interazione sociale (e non come creazione delle leggi dello Stato), ma nello svolgere la sua funzione di intermediario dello scambio può anche tranquillamente prescindere da qualsiasi decreto declaratorio che gli riconosca o meno tale funzione.

Se nel mondo economico non esiste un valore che si possa sottrarre alla soggettività degli individui, allora poi non vi può mai essere una distinzione molto netta tra ciò che è denaro e ciò che non lo è.

Nella realtà economica, infatti, esiste un continuum di oggetti con un grado diverso di liquidità, ossia di accettabilità, che sfumano l’uno nell’altro nella misura in un cui fungono da denaro, da intermediario dello scambio.

Nel punto più basso della scala della liquidità questi oggetti sfumano in altri che non vengono più inclusi nell’area del denaro poiché non soddisfano più a sufficienza quelle caratteristiche che convenzionalmente vengono attribuite all’intermediario dello scambio, vale a dire riconoscibilità, divisibilità, portabilità, una certa continuità di valore reale nel tempo generalmente riconosciuta e un volume ed un peso ritenuti ragionevoli rispetto al valore reale conferito.

Parafrasando l’economista di scuola austriaca Eugen von Böhm-Bawerk nel saggio Potere o legge economica?, si può affermare, in conclusione, che il potere politico possiede senz’altro la facoltà di esercitare la propria influenza attraverso le leggi economiche universali, ma per quanto si adoperi non sarà comunque mai capace di condizionare l’efficacia di queste stesse leggi.

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Scuole e buoni ordinari comunali

Mer, 23/11/2016 - 08:58

Per rimettere a norma i nostri plessi scolastici i Comuni (ma anche altri Enti) ricorrono sempre alle Regioni o al Ministero dell’Istruzione per avere finanziamenti che non arrivano quasi mai. Si è detto molto anche del lease back, una formula elegante per pagare delle rate di “affitto” e con un riscatto finale per rientrare, dopo un numero di anni prestabilito, in possesso del bene. Sembra, che questa prassi sia un po’ bistrattata se non boicottata, eppure la legge 228/12 lo permetterebbe. Allora, altre soluzioni non ce ne sono? Stando così le cose parrebbe di no. Ma … come in tutte le cose è possibile realizzare quello che si pianifica. Partiamo da un piccolo concetto e cioè: se le Regioni ed il M.I.U.R. finanziano gli immobili adibiti a scuole significa che fanno sottoscrivere un mutuo e, conseguentemente, dobbiamo restituirlo. Ma è veramente necessario ricorrere alla Ragione o allo Stato? Può esserci qualcosa di alternativo? Ebbene, si. Vi ricordate dei B.O.C. (Buoni ordinari comunali)? Comunque esistono anche i B.O.P. e i B.O.R. Questi titoli sono delle obbligazioni al portatore nate con la legge 23/12/94 n.724 (art. 35) che prevede, anche per gli Enti Locali, la possibilità di emettere titoli di debito e possono così chiedere prestiti ai risparmiatori ed al mercato, vincolando l’impiego delle risorse ottenute al finanziamento di investimenti in progetti esecutivi specifici. Chi, avendone la possibilità, non finanzierebbe l’Ente per mettere in sicurezza i propri figli? Tutti i dettagli, per l’emissione, si possono trovare nelle legge. Con l’emissione dei B.O.C., oltre alle Comunità, si possono coinvolgere le banche (anche quelle locali) e, nel più breve tempo possibile, realizzare quanto deliberato e preventivato. Siamo tutti chiamati ad avere un plesso sicuro, dove i nostri figli devono studiare e non … guardare il soffitto.

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Titoli irredimibili: utilizzo e proposte

Lun, 21/11/2016 - 08:52

La grande necessità di avere denaro liquido immediato da parte dei Paesi in crisi è planetariamente risaputa. I Governi e le Istituzioni provano continuamente ad attenuare queste necessità, ma, come tutti sappiamo, è un arduo compito e allora che fare? Oggi la BCE (essendo l’unica che può stampare moneta per i Paesi dell’UE) ha in essere una manovra di alleggerimento del peso del debito degli Stati e cerca, affannosamente, di aiutare il sistema bancario a non collassare. Proviamo allora a pensare di aggirare l’ostacolo chiedendo alla BCE di poterla “utilizzare” per fare fronte a questa prolungata emergenza. Come? Proviamo a chiederle di poter emettere dei titoli irredimibili inserendoli nel Q.E. e remunerarli con un +3% rispetto al tasso di riferimento. Proviamo ad immaginare un importo di 100, 200, 300 … miliardi di euro, pagando il solo interesse. Il giovamento sarebbe immediato e, indubbiamente, metterebbe abbastanza in sicurezza le necessità di uno Stato. Ne gioverebbe molto anche il rapporto PIL/DEBITO PUBBLICO e scontando, eventualmente, anche il ricorso al FONDO di REDENZIONE, vera spada di Damocle per tutti i Governi Europei. Oppure, per quanto concerne l’Italia, si può istituire una patrimoniale del 10% (nulla osta percentuali diverse) facendola ricadere su tutti i possessori di titoli di Stato togliendo, immantinente, dal Grande Libro del Debito, circa 220 miliardi. E ancora, possiamo traslare ai fondi d’investimento, ai fondi pensione, ecc., i titoli irredimibili, poiché il loro obiettivo non è il breve, ma il lungo o lunghissimo termine, magari remunerandoli come sopra. Il prestito del Littorio è del 1926, quindi ha 90 anni ed oggi, se ne scriviamo o ne parliamo ancora, vuol dire che siamo punto e a capo. Anni fa ebbi a proporre anche il NO TIME DRAWING BOND, l’idea mi era venuta per rifinanziare imprese, banche ecc., (una specie di titoli irredimibili, numerati per l’estrazione e rimborsabili mano a mano che una impresa, banca ed ora anche per uno Stato ha la disponibilità di restituzione, rendendo di fatto appetibile la loro sottoscrizione) quindi, una possibilità in più di accedere al mercato. Ovviamente, se utilizzati questi strumenti, è necessario che vengano fatti controlli adeguati perché poi, i risultati non siano dispersi in inutilità. Proviamo?

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Azione umana e mercato, la chiave per capire l’economia moderna

Ven, 18/11/2016 - 08:49

L’importanza della Scuola Austriaca è dovuta principalmente alla facilità con cui presenta al pubblico temi che, all’apparenza, possono risultare ostici o addirittura incomprensibili. Essa concentra nelle sue teorie tutti quei concetti d’economia che ognuno di noi vorrebbe apprendere ma che, purtroppo, vi rinuncia a causa dell’estrema complessità che il mondo accademico conferisce alla materia. Questo perché scompare dai radar quel tassello che invece è al centro del processo economico, ovvero, l’attore di mercato. Per l’economia mainstream, infatti, quest’ultimo è ridotto ad una macchietta, il quale sa tutto e conosce tutto. Il cosiddetto homo oeconomicus è un modello fallace ereditato dalla teoria classica, dove la sua figura viene relegata ai margini della scienza economica visto che la sua unica pulsione sarebbe quella di massimizzare i guadagni e minimizzare i costi.

Ma la Scuola Austriaca dimostra che tutti possono accedere alla comprensione della cosiddetta scienza triste. E lo dimostra senza nemmeno una equazione nei suoi esempi. Questo perché, diversamente dalle altre scuole d’economia, non si rivolge agli accademici bensì alle persone stesse. Ovvero, ai lettori curiosi e vogliosi d’entrare in possesso di nuova conoscenza. La Scuola Austriaca permette di raggiungere tale conoscenza e lo fa annoverando letture agili, proponendo ragionamenti brevi e di facile accessibilità. In realtà, questa scuola di pensiero economico rappresenta un esercizio per diradare quella paura che per tutto questo tempo ha attanagliato le menti della maggior parte delle persone riguardo la teoria economica.

Scrisse Ludwig von Mises nel suo capolavoro, L’Azione Umana:

Fu errore fondamentale della scuola storica tedesca delle wirtschaftlichen Staatswissenschaften e dell’istituzionalismo americano interpretare l’economia come caratterizzazione di un tipo ideale, l’homo oeconomicus. Secondo questa dottrina l’economia tradizionale od ortodossa non tratta dell’uomo quale realmente è e agisce, ma di una immagine fittizia o ipotetica. Descrive un essere determinato esclusivamente da motivi “economici”, cioè soltanto dall’intenzione di fare il maggior profitto materiale o monetario possibile. Tale essere non ha né ha mai avuto un corrispondente nella realtà; è il fantasma di una spuria filosofia cattedratica. Nessun uomo è motivato esclusivamente dal desiderio di diventare il più ricco possibile; molti non sono affatto influenzati da questa sollecitazione. È vano riferirsi ad un omuncolo così illusorio nel trattare della vita e della storia. Anche se questo fosse realmente il significato dell’economia classica, l’homo oeconomicus non sarebbe certamente un tipo, ideale.

Il tipo ideale non è una incarnazione di un lato o di un aspetto dei vari fini e desideri dell’uomo. Esso è sempre la rappresentazione di fenomeni complessi della realtà, sia di uomini, di istituzioni, o di ideologie. Gli economisti classici tentarono di spiegare la formazione dei prezzi. Essi erano assolutamente consci del fatto che i prezzi non sono il prodotto delle attività di un gruppo speciale di persone; ma il risultato del gioco reciproco di tutti i membri della società di mercato. Questo era il significato della loro enunciazione che domanda e offerta determinano la formazione dei prezzi. Tuttavia, gli economisti classici fallirono nei loro sforzi di fornire una teoria soddisfacente del valore. Essi si trovarono nell’impossibilità di dare una soluzione soddisfacente all’apparente paradosso del valore. Erano imbarazzati dal creduto paradosso che l'”oro” fosse più pregiato del “ferro”, sebbene quest’ultimo fosse più “utile” del primo. Così non poterono costruire una teoria generale del valore riconducendo i fenomeni del mercato di scambio e della produzione alla loro fonte ultima, il comportamento del consumatore. Questa lacuna li costrinse ad abbandonare il piano ambizioso di sviluppare una teoria generale dell’azione umana. Dovettero accontentarsi di una teoria che spiegava soltanto le attività dei commercianti senza risalire alle scelte di ognuno come determinanti ultimi.

[…] La moderna economia soggettiva comincia con la soluzione dell’apparente paradosso del valore. Essa non limita i suoi teoremi alle azioni dei commercianti, né tratta solo di un fittizio homo oeconomieus. Tratta delle categorie inesorabili dell’azione di ciascuno. I suoi teoremi concernenti i prezzi delle merci, i saggi salariali e d’interesse si riferiscono a tutti gli altri fenomeni senza riguardo ai motivi che spingono la gente a comprare o a vendere o ad astenersi dal comprare o dal vendere. È tempo di scartare completamente qualsiasi riferimento al fallito tentativo di giustificare le lacune dei vecchi economisti richiamandosi al fantoccio dell’homo oeconomicus.

L’obiettivo principale della Scuola Austriaca è quello di permettere allo studente di pensare come un economista. Non bisogna lasciarsi spaventare da questo proposito, perché la strada è molto meno in salita di quello che crede la maggior parte della popolazione. Infatti, diversamente da quello che s’insegna nella maggior parte delle aule universitarie, l’economia è una materia che non ha nulla a che fare con le scienze fisiche, nonostante venga spesso, se non sempre, accostata a queste ultime.

Ci sono materie, come la chimica, la fisica, o la biologia, che hanno bisogno della matematica come punto cardine affinché possano sviluppare il loro pieno potenziale. Con l’economia, invece, ciò non accade perché tale materia è fondamentalmente una scienza sociale. Potremmo chiamarla una finestra sul mondo, perché attraverso di essa vediamo come gli individui si comportano nei confronti del loro prossimo.

E ciò è verso soprattutto se consideriamo il fatto che il comportamento degli individui è strettamente connesso con il loro relazionarsi con altri individui. Ciò involve, per forza di cose, uno scambio di qualche tipo affinché gli individui possano entrare in relazione tra di loro. Lo scambio, quindi, rappresenta il ponte di comunicazione tra due individui differenti, e attraverso di esso l’economista può dedurre concetti e teorie che altrimenti non avrebbe potuto dedurre basandosi esclusivamente sull’astrattismo della matematica. Quest’ultima è utile, ma non indispensabile come si crede comunemente. È importante che il lettore comune entri in sintonia con questo tipo di realtà, perché potrebbe finire in guai finanziari se continua a domandare l’aiuto dello stato affinché gli errori economici vengano rimandati nel tempo e corretti in seguito ad un prezzo maggiorato.

Infatti uno dei punti cardini di questa teoria è il il suo focus sull’individuo piuttosto che sulla matematica. È attraverso di esso che tutto il comparto teorico economico può essere dedotto e, di conseguenza, essere stilate le leggi principali con le quali analizzare l’ambiente circostante. Essendo centrale a questo approccio teorico, l’essere umano insieme alle sue azioni gioca un ruolo fondamentale. Infatti è su queste ultime che si fonda la teoria economica Austriaca, la quale pone grande enfasi sulle cosiddette azioni propositive. Esse si differenziano dalle azioni di riflesso perché, diversamente da queste ultime, le azioni propositive sono compiute tenendo come riferimento un particolare obiettivo da raggiungere. Questa è la differenza cruciale tra economia e le scienze naturali: mentre le seconde studiano, e cercano di predire, il comportamento di elementi inanimati, la prima studia e cerca di analizzare ex-post il comportamento di “elementi animati”.

Le scienze naturali hanno successo nel raggiungere i loro obiettivi perché ciò che studiano si comporta sempre in accordo con leggi costanti e ripetitive. Ciò permette di eseguire esperimenti in laboratorio ripetibili e potenzialmente prevedibili ex-ante. Dall’altro lato invece abbiamo a che fare con una scienza che invece deve indirizzarsi ad elementi che hanno una mente propria e non obbediscono in modo predittivo a leggi prefissate. Lo studioso dell’economia, quindi, si basa sulla propria esperienza di azione propositiva e da essa cerca di dedurre le logiche implicazioni. Se qualcuno pensa che un simile assetto strutturale possa essere confusionale e vago, gli basterebbe pensare alla geometria. Infatti l’economia è molto più vicina alla geometria che alla fisica.

Come logico che sia, l’azione umana necessita di un attore affinché possa essere portata a compimento. Questo significa che ogni essere umano attraverso le proprie azioni cerca di entrare in sintonia con un altro essere umano affinché entrambi possano arrivare ad uno scambio e, quindi, soddisfare i propri bisogni. Infatti l’azione umana non è altro che uno stadio intermedio tra due stadi di quiete. La soddisfazione dei propri bisogni, ovviamente, passa attraverso la soddisfazione dei bisogni di un altro essere umano; ciò significa che ogni attore agente possiede un elenco differente di priorità. Queste ultime possono cambiare nel tempo, ma ciò è logico visto che gli attori agenti sono singole unità pensanti. Ciononostante tali preferenze sono soggettive e diverse da attore agente ad attore agente.

Ma tali concetti possono essere meglio assorbiti se lo studioso dell’economia porta al lettore un esempio tanto facile quanto completo. Nel nostro caso non esiste esempio migliore di quello di Robinson Crusoe che, improvvisamente, si ritrova naufrago su un’isola deserta. Una delle prime cose che Crusoe deve fare è economizzare l’ambiente circostante, ovvero, considerare gli elementi a sua disposizione e per ognuno di esso decidere uno scopo appropriato in accordo con le sue necessità.

Attraverso il costo di opportunità Crusoe decide come suddividere beni di consumo da beni strumentali, in modo da minimizzare i costi e massimizzare la resa. Man mano che accumula abbastanza beni di consumo, egli inizia a riorganizzare le proprie priorità ed a conferire diverse priorità ai beni che lo circondano. Ovvero, cambiando le sue preferenze temporali in rapporto a consumo e astensione dal consumo, Crusoe rinuncia ad un vantaggio oggi per ottenerne uno superiore domani. In questo modo la sua specializzazione del lavoro aumenta e con essa il tempo risparmiato da dedicare alla disutilità del lavoro, ovvero, il tempo libero. È in questo contesto che investimenti e risparmio giocano un ruolo cruciale nella vita dell’attore agente, perché in base a come economizza il suo tempo egli otterrà risultati diversi. Che siano positivi o negativi, ciò dipende dalle scelte dell’attore agente.

 

IL MERCATO

Dato che l’azione individuale determina il ruolo e la funzione degli attori di mercato, l’interazione di vari individui crea una rete di interazioni le quali determinano la società nel suo complesso. La società, quindi, non è altro che l’insieme di interazioni individuali, le quali, a loro volta, vanno a determinare regole e comportamenti all’interno del tessuto sociale.

Nel corso del tempo suddetto insieme ha creato diverse istituzioni, tre delle quali sono più rilevanti: capitalismo, socialismo, economia mista. Il sistema capitalista, conosciuto anche come economia di mercato, è caratterizzato dalla proprietà privata delle risorse. Gli attori di mercato sono liberi di scegliere la propria occupazione e avviare qualsiasi attività vogliono, ma qualsiasi risorsa acquistata e venduta necessita di una compravendita tra possessore attuale e potenziale acquirente. Ciò è vero perché entrambe le parti in gioco cercano di migliorare quanto più significativamente possibile la propria situazione, di conseguenza vogliono entrare in possesso di determinate risorse affinché ciò possa accadere. Di conseguenza ciò prevede un qualche tipo di scambio tra le parti interessate, e inizialmente s’è trattato di uno scambio diretto: due ipotetici individui s’incontravano e scambiavano due merci senza la necessità di ulteriori scambi precedenti.

Man mano che la società s’è sviluppata e il commercio s’è espanso, e con esso la specializzazione degli attori di mercato, ciò ha significato una rete di scambi molto più intricata e la necessità di operare più scambi prima di entrare in possesso di quella merce desiderata da uno degli attori di mercato. Dato che il tempo è una delle risorse più scarse esistenti, e di conseguenza una delle più preziose per l’attore di mercato, le interazioni degli individui hanno fatto emergere una merce talmente importante da essere considerata un mezzo attraverso il quale eliminare definitivamente gli scambi intermedi affinché si giungesse prima allo scambio finale.

Il denaro, quindi, non è altro che un mezzo di scambio attraverso il quale due ipotetici attori di mercato risparmiano tempo e giungono più facilmente al loro scambio finale. In questo modo è possibile permettere alla società di specializzarsi ulteriormente senza intoppi dovuti a modi obsoleti di condurre gli affari, facendo emergere una divisione del lavoro basata sullo scambio volontario e mutualmente proficuo. Le forze portanti di tale società sono gli imprenditori i quali impiegano risorse umane e inanimate per produrre beni e servizi utili per la società. Le loro idee sono indirizzate ad anticipare la domanda futura degli attori di mercato, e in questo modo spezzano le catene della “routine” industriale creando nuove opportunità che prima nessuno era stato in grado d’individuare. La competizione e la concorrenza tra imprenditori è la linfa che alimenta questo circolo virtuoso, di conseguenza hanno bisogno delle migliori risorse disponibili e che possono pagare per dare vita alle loro idee. Questo significa che sono disposti a pagare le risorse umane e inanimate a prezzi di mercato, perché in caso contrario la concorrenza entrerebbe in scena e le impiegherebbe a prezzi migliori.

Infatti coloro che vengono impiegati dagli imprenditori hanno come obiettivo principale quello d’aumentare quanto più possibile la loro paga, di conseguenza metteranno a disposizione le loro capacità, se meritevoli, nelle mani di coloro che faranno l’offerta più alta. Comunque, che si tratti di lavoratori o datori di lavoro, gli attori di mercato una volta che entrano in possesso delle risorse economiche di cui hanno bisogno, o le spendono nel presente, oppure le risparmiano e le investono per ottenere benefici maggiori nel futuro. In quest’ultimo caso, un piccolo decremento nel consumo di oggi può portare ad una maggiore possibilità di consumo.

Ma ci vuole libertà, ma non senza leggi. Ci vuole un libero mercato. Quest’ultimo è un sistema aperto in cui chi compra e vende qualcosa, può soddisfare i propri bisogni ed esigenze in modo vicendevolmente soddisfacente. Chi è competitivo e soddisfa al meglio i clienti, prospera; chi, invece, non riesce ad offrire un affare migliore e non si impegna per offrirlo, sarà costretto a chiudere bottega. Non è affatto un caso se il 1800 e il primo novecento sono stati dei periodi storici in cui la libera impresa ha fornito alla società occidentale l’opportunità di prosperare come mai accaduto in tutta la storia umana. All’aumentare degli ostacoli posti dall’interventismo centrale su questo processo, i comportamenti precedentemente virtuosi sono stati disincentivati. Sono stati, invece, incentivati comportamenti viziosi, legati allo sfruttamento di una burocrazia crescente e di un welfare state mastodontico.

 

CONCLUSIONE

Esiste una generazione di economisti a cui è stato fatto il lavaggio del cervello nelle aule universitarie. Essi credono che la figura degli attori di mercato possa essere relegata a semplice comparsa nei processi di mercato, elevando, di conseguenza, la capacità di alcuni individui a deus ex machina, in grado addirittura di direzionare in modo appropriato le sorti dell’intero ambiente economico. Infatti grazie alla loro guida presumibilmente onnisciente, la massimizzazione del profitto viene stemperata da tutti quelle caratteristiche presumibilmente negative insite nell’animo umano. Ma è davvero questo il problema? O è la massimizzazione dei profitti a tutti i costi il problema? Una manciata di persone diviene magicamente in grado di poter dire ad una moltitudine di altre come agire e cosa fare solo perché in possesso di un accreditamento statale, confondendo causa ed effetto.

Svuotando la figura degli attori di mercato dalla loro essenza, ovvero, esseri agenti con determinate priorità, fanno ricorso al prodotto civetta noto come homo oeconomicus per giustificare l’intromissione dello stato nella vita degli individui e la loro relativa consulenza. Non è una questione di aggregati o singoli elementi, l’arazzo della società è costituito dal tessuto messo insieme dalle svariate azioni propositive espresse dagli attori di mercato. La Scuola Austriaca va a studiare proprio queste azioni e non ritiene la matematica la quintessenza della materia economica stessa, bensì solo un’appendice utile.

Siamo praticamente sommersi da statistiche che rispecchiano solo istantanee del mercato, dalle quali gli economisti moderni vorrebbero far derivare concetti più complessi. Questi numeri sono fuorvianti, perché le informazioni all’interno del tessuto economico scorrono sotto forma di flusso. Quanto più è inalterato questo flusso, tanto più accurate le informazioni arriveranno agli attori di mercato che, attraverso le loro conoscenze, potranno soddisfare al meglio le necessità e le esigenze dei consumatori o clienti.

È così che s’innesca la prosperità economica, non attraverso modelli matematici avulsi dalla realtà. Il migliore esempio che abbiamo di ciò è il XIX secolo, e con la metodologia d’indagine corretta, è possibile rendere sostenibile nel tempo suddetta prosperità.

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“Libertà d’insegnamento” e “plagio”: proposta di discussione

Mer, 16/11/2016 - 08:05

QUESITI SULLA LIBERTA’ DI INSEGNAMENTO

Cos’è la libertà di insegnamento? Perché la Costituzione Italiana (art. 33) la garantisce? Ha dei limiti?

MIE RISPOSTE

Cosa sia e perché esista si può solo immaginare. Forse l’articolo in questione voleva reagire alle censure del regime totalitario da cui la nazione era reduce. Forse era ispirato da vicende ancor più remote, quali quelle di Galileo, Bruno e Vanini.

Ma se è così, essa è fondata su un equivoco: una cosa è la libertà di opinione. Altra quella di insegnare.

L’idea che l’uomo, come individuo, necessiti assolutamente di insegnare è un po’ originale. Il diritto di imparare, si capisce. Ma di insegnare, neanche un po’.

Relativamente ai limiti di questa libertà garantita, l’art. 33 citato la limita alle arti e scienze. Poiché ambo i termini sono indefinibili, così lo diventano i limiti di tale “libertà”.

IL REATO DI PLAGIO

In realtà, al tempo della stesura della Costituzione, una sorta di limite esisteva. Si trattava del generico (troppo) reato di plagio.

Il termine “plagio” significa diverse cose. Nel diritto romano era la riduzione in schiavitù. In psicologia è l’assoggettamento psicologico di una persona ad un’altra, per via del diverso livello della personalità e di tecniche di convincimento. Il diritto italiano definiva in passato con il termine plagio due diversi reati: uno simile alla definizione testé fornita (art.603 cp); ed un altro consistente in una particolare forma di truffa (legge del’41 sul diritto d’autore).

Ora non più. Nel 1981, l’art. 603 c.p. è stato abolito dalla Corte Costituzionale perché mal scritto.

Eppure, è vero che sia possibile utilizzare tecniche psicologiche per ridurre persone di personalità più debole in proprio potere. Per convincerle delle peggio assurdità.

La cosa curiosa è che tale reato non è stato abolito dal fascismo, che di plagio delle giovani generazioni si è macchiato abbondantemente, ma dal nostro grazioso regime partitocratrico (1).

PLAGIO ED INSEGNAMENTO

Ebbene, il plagio psicologico delle giovani generazioni, inteso come insegnamento di opinioni come dati di fatto inopinabili, magari affiancate da giudizi morali, è sempre stato un strumento di controllo proprio dei regimi totalitari, tipicamente a base ideologica o religiosa (2).

Il fatto che l’utilizzo di tale strumento di sopruso sia stato disconosciuto come reato è sì grave, ma è anche l’occasione di re-istituirlo con una definizione più precisa di quella del vecchio articolo 603.

Le nostre istituzioni non includono, fortunatamente, un ministero della propaganda deputato specificatamente all’attività di plagio. Esiste però un ministero della pubblica istruzione, che ne ha in fondo gli stessi poteri per quanto concerne l’approvazione dei testi scolastici. In totale assenza di norme che ne prevengano la degenerazione.

Al contrario, è garantita proprio in Costituzione (art.33) la libertà di insegnamento (3). Equivalente, in assenza di limiti, al diritto di sparare al prossimo.

Eppure, possiamo condividere tutti il fatto che il giudizio definitivo di un insegnante, a cui il giovane studente riconosce una maggiore conoscenza ed esperienza, viene generalmente accettato come vero. E’ un potere non da poco. E chi difende lo studente?

Il problema, insomma, è che non esiste una norma deputata a difendere il giovane dal plagio educativo. A che forma di tutela può rifarsi il genitore o il preside o il provveditore scandalizzato da giudizi ideologici nei testi o nelle lezioni scolastiche? A nessuna. Al contrario, è l’insegnante che può sempre rifarsi all’art.33.

CONTRO IL REATO DI PLAGIO

Ma l’obiezione posta dagli appassionati di plagio ideologico contro l’istituzione del reato de quo è che questo sia inevitabile. Cioè, sarebbe inevitabile che chi insegna la Storia, il Diritto, le Arti e le altre cosiddette scienze sociali od umanistiche si possa astenere da spacciare sue opinioni personali come le uniche esistenti. O proprie interpretazioni di logiche causa-effetto come dati di fatto. O propri giudizi morali.

DIFESA DEL REATO DI PLAGIO

Ebbene, mi oppongo totalmente a tale tesi, propugnata per impedire l’istituzione del reato di plagio, nonché qualunque responsabilità dell’insegnante nei confronti della propria attività.

Non è vero che sia inevitabile spiegare teorie, in qualunque campo umanistico, senza spacciarle per univoche.

Non è vero che sia impossibile proporre tesi (filosofiche, politiche, artistiche etc) od interpretazioni (di logiche storiche, di riforme politico giuridiche, di intenti letterari, di significati artistici etc.) come opinioni anziché come dati di fatto.

Soprattutto, non è vero che sia impossibile astenersi da proporre i propri giudizi morali o di merito su episodi, personaggi o teorie.

E’ vero il contrario. Cioè che lo sforzo richiesto ad ogni insegnante sia quello di fornire ai futuri cittadini gli strumenti per formarsi dei propri giudizi, non quello di fornire a loro i propri. Il tempo più utilizzato dovrebbe essere il condizionale. Ed in questo orientamento, risultano particolarmente sbagliati i giudizi morali. Tra l’altro, il bello del giusnaturalismo (questo articolo è tratto pari-pari da un testo di filosofia del diritto giusnaturalista) consiste proprio nella spontaneità del giudizio morale (4). Il fatto che un insegnante, che gli studenti vedono come conoscitore molto più approfondito di loro sia nel campo specifico che, per questioni di età, nelle dinamiche sociali, fornisca un giudizio incondizionato e definitivo non può che condizionare il loro. Quindi, non deve accadere! (5)

Attenzione: non è un problema di controllo dell’attività degli insegnanti. Ma quello di avere almeno un riferimento di diritto che difenda il giovane. A cui, a necessità, possano riferirsi od appellarsi genitori, scrittori di testi scolastici, e presidi. Ma anche gli stessi insegnanti.

CONCLUSIONE

è necessario istituire il reato di plagio educativo, definendolo in questo esatto modo:

L’insegnamento a cittadini minorenni

di opinioni prospettate come dati di fatto inopinabili,

oppure affiancate da giudizi morali,

è un reato (6) definito plagio educativo (7).

UN ESEMPIO: L’ORA DI RELIGIONE

Il laicissimo regime di Mussolini patteggiò il furto di sovranità e proprietà perpetrato nei confronti dello Stato Pontificio, che oggi chiamiamo Vaticano, con determinate condizioni di pace e rimborso. E questo, per uno stato laico, è normale. Ma tra queste condizioni vi fu anche l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche.

Ora, per uno Stato laico, che la religione non vuole neanche sapere che cosa sia, sembrerebbe una concessione un po’ strana.

Per conciliarla il laicismo politico, si dovrebbe interpretare come l’insegnamento di un tema che fa parte della cultura, ovvero dei modi di esprimersi nella società, il cui apprendimento è considerato un diritto garantito (cioè: fornito dalle Istituzioni) del giovane cittadino.

In altre parole, la religione ed i suoi testi, bene o male, sono uno dei mezzi di comunicazione tra individui, nonché fonti di incontro e scambio. Che lo Stato non se ne voglia occupare, è corretto. Ma che gli individui possano conoscerlo come mezzo di comunicazione, non può che conseguirne un arricchimento degli strumenti individuali per vivere in società.

Passiamo ora al concreto: come è possibile conciliare la definizione succitata di plagio educativo e l’ora di religione? Così com’è, no di certo. Perché gli insegnanti, sempre cattolici e scelti dall’autorità ecclesiastica, tentano coscientemente di attuare il plagio teorizzando la superiorità del loro credo.

La soluzione è una sola: basta che anche tale insegnamento sia soggetto al reato di plagio così come sopra definito. Divenendo necessariamente privo di giudizi morali, si arricchirebbe di confronti obiettivi tra le diverse religioni. E si trasformerebbe automaticamente in quella preziosa fonte culturale, o mezzo educativo, che avrebbe sempre dovuto essere.

GENERALIZZAZIONE: il Dritto all’informazione

Questo articolo rivolge l’attenzione sull’istruzione pubblica ed alle sue insidie. Ma questa non è la sola forma di informazione che può danneggiare gravemente il cittadino in assenza di sistemi giuridici di protezione.

Il Diritto all’informazione non suona familiare come altri (es: vita, libertà personale, proprietà …). Eppure, è naturale considerare immorale la truffa, ovvero il profitto basato su un difetto di informazione. Come è naturale cercare di istruire i propri figli sulle regole della società, i suoi usi, linguaggi, insidie e vantaggi. Se è vero che la società ha leggi che la regolano e strumenti per viverci, ne consegue la necessità di conoscerli. Così come appare necessario al cittadino sapere a chi sta affidando la difesa dei propri diritti individuali, e come costui si propone di farlo e quali sarebbero le alternative.

Cosa discenderebbe, quindi, dall’istituzione di un diritto all’informazione?

Diverse cose, tra cui:

– garanzia della completezza delle informazioni commerciali;

– informazione del cittadino sulle leggi e le formalità amministrative pubbliche;

– informazione del cittadino sull’attività politica in essere, e sulle diverse opinioni e giudizi inerenti;

– istruzione pubblica dei giovani cittadini, definita come sopra;

Ne conseguirebbe anche che la violazione, pubblica o privata, in relazione ai succitati diritti diventerebbe reato.

Ora non è così. Ora è semplicemente il caos. Non si sa cosa siano e perché debbano esistere pubblica istruzione, informazione, diffusione delle opinioni; non si sa quali obblighi abbiano i cittadini e la pubblica autorità su tali argomenti; non è chiaro quali mancanze siano reato e quali diritto. E per complicare il tutto, è stato malamente normato un diritto alla riservatezza, che per colmo di ignoranza è stata chiamata privacy, e che interferisce con la diffusione delle informazioni senza effettivamente difendere la riservatezza.

Ancora una volta, è necessaria la chiarezza delle definizioni e del senso comune, da porsi alla base del sistema giuridico e politico mediante chiare norme costituzionali. Le uniche in grado di cancellare in un colpo solo, e con poche parole, l’effetto giuridico di centinaia di articoli di legge privi di senso.

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1 A proposito di comunicazione. Sfatiamo il mito delle istituzioni democratiche italiane. Il termine partitocrazia fu coniato da uno dei costituenti, l’on Roberto Lucifero, per classificare ironicamente il sistema dei rapporti politici della nascitura repubblica. Il neologismo ebbe successo. Fu diffuso e meglio definito dal glorioso preside della facoltà di scienze politiche di Firenze, Giuseppe Maranini (nel noto discorso inaugurale dell’anno 1949-50 dell’ateneo fiorentino), e successivamente divenne un cavallo di battaglia di Marco Pannella. In conclusione, il termine definisce una forma istituzionale in cui il sistema dei rapporti politici è controllato dai vertici dei partiti. In particolare, quando tali vertici scelgono la maggior parte dei candidati dei vertici dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Oltreché, nel particolare caso italiano, di tutti i poteri locali. Poiché al cittadino, a volte, viene chiesto di scegliere tra padella o brace proposte da altrui, tale sistema viene spacciato demagogicamente per democrazia. Come? Mediante l’equivoco culturale e l’uso errato di termini e definizioni. In una parola: il plagio.

Ma approfondiamo ancora. Democrazia deriva sì dal termine greco demos, noto a tutti, ma anche dal verbo kratéins, che significa comandare, dominare (o dal termine kratòs = potere) . Eppure, le altre forme istituzionali (monarchia, diarchia, oligarchia etc.si rifanno tipicamente ad un altro termine: arché (=delega, oppure potere istituzionale, cioè limitato da un quadro giuridico). O al verbo archèin (=governare). Il termine democrazia propone quindi una forma di potere maggiore del consueto, e perciò giudicato negativamente da alcuni filosofi politici (ad esempio: Hayek). Il potere della maggioranza che può schiacciare la minoranza, potendo modificare arbitrariamente il quadro giuridico, assume un valore assai meno apprezzabile una volta compreso. Per questo, i filosofi liberali tradizionali proponevano il termine demarchia, ad indicare una forma istituzionale in cui il delegato del popolo è obbligato ad esercitare all’interno di un quadro di riferimento che non può modificare. L’esempio più calzante è la Svizzera, in cui il quadro normativo generale è soggetto a strumenti di consultazione diretta, e non ai poteri delegati.

Conclusione: conoscere il reale significato dei termini permette di conoscere altrettanto bene le teorie complesse di cui fanno parte. Ignorarlo equivale invece ad essere soggetti ad equivoci ed al plagio demagogico. Ovvero, ad essere cattivi cittadini.

2 Esempi abbastanza evidenti di plagio di giovani generazioni potrebbero essere quelli offerti dai regimi fascisti, nazisti e sovietici. Anche gli attuali regimi islamici fondamentalisti non scherzano, soprattutto quelli che convincono i loro giovani a suicidarsi con bombe addosso, che inneggiano alla guerra santa contro il nemico occidentale altresì definito cane infedele. Ma nella ns. quotidianità, ben meno drammatica, l’esempio più evidente lo potremmo individuare in certi testi scolastici, che attribuiscono doti di perfezione ed ineluttabilità al ns. sistema giuridico-politico ed al percorso storico che lo ha prodotto.

3 Una specie di sineddoche giuridica. Anziché il diritto allo studio, ovvero la libertà di apprendimento, quella di insegnamento. Poiché il fascismo aveva imposto un insegnamento ideologico, proibendo e reprimendo quello indipendente, la reazione dei Costituenti fu evidentemente esagerata ed incosciente.

4 Prendiamo ad esempio il capolavoro di Primo Levi Se questo è un uomo. La ragione per cui è un capolavoro è proprio che è esente da giudizi morali. Eppure, è indubbio che il lettore li formuli. Il fatto che tutti i lettori formulino gli stessi giudizi è solo un’ennesima prova dell’esistenza di una morale naturale. Esempi analoghi noti a tutti potrebbero essere il film Schindler list, oppure il racconto di Solzenicyn Una giornata di Ivan Denisovic. O il recente film L’uomo che verrà di Diritti (bel cognome!). Non vi sono giudizi morali. Solo immagini ed episodi. I giudizi morali ne conseguono naturalmente nel lettore o nello spettatore. Ma gli esempi sarebbero innumerevoli.

5 Non confondiamo gli insegnanti con gli scrittori, gli storici, i filosofi od i critici. A questi ultimi viene chiesta proprio un’opinione personale. Sono ruoli, aspettative e finalità diverse. Che un insegnante può certamente aspirare a ricoprire, ma separatamente dalla sua attività didattica nei confronti di minori.

6 Il problema, di un reato siffatto, starebbe nella volontarietà. Non c’è reato senza dolo. Distinguiamo perciò la buona fede, ovvero la convinzione che la propria opinione sia valida, dalla coscienza dell’esistenza di opinioni diverse. Probabilmente, il plagio educativo è quasi sempre in buona fede. Supportato spesso dalla tradizione culturale. Un esempio limite potrebbe essere quello delle mutilazioni genitali femminili. Chi convince le bambine a tale pratica, di generazione in generazione, è chi l’ha subita. E non è in malafede. E’ possibile che ignori la possibilità di alternative? Effettivamente sì. Si potrebbe quindi escludere il dolo, ovvero il reato, persino in questo caso limite. Ed in fondo, è anche possibile che abbiano ragione, nel loro ambito culturale. Ma se ignorano visioni alternative, significa che sono ignoranti, ovvero che non possono insegnare. Gli insegnanti sono altra cosa. Vendono dubbi ed alternative, quali strumenti per ragionare e comunicare i ragionamenti.

7 Allo stesso modo, sarebbe da integrarsi con un altro tipo di plagio: “L’utilizzo di tecniche di convincimento di cittadini con difetti di personalità o cultura, al fine di sfruttamento a proprio vantaggio personale, è un reato chiamato plagio di personalità“. Ecco finalmente tutelati in modo un po’ più preciso le vittime di adescatrici di anziani, di magnaccia, di spacciatori, di playboy della domenica e di conquistatori di psicolabili.

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Breve lettera a Papa Francesco

Lun, 14/11/2016 - 08:02

Io Gerardo Gaita, come singolo individuo ed agnostico ma consapevole dell’importanza che ancora ha l’istituzione papale ai nostri tempi nel formare la morale corrente, provo dispiacere:

Per il tuo disinteresse o scarso interesse verso coloro che ogni mattina si alzano dal letto e, volente o nolente, sono chiamati a sostenere il peso di una struttura istituzionale dell’ordine economico che nel complesso ha ormai abbondantemente raggiunto il limite dell’opprimente.

Per il tuo non capire che il sistema di libero mercato basato sul rispetto tendenzialmente pieno dei diritti di proprietà di ogni singolo individuo, ricco o povero che sia, anche se non potrà mai riprodurre l’Eden o il Regno di Dio “è quanto di meno peggio si possa attuare”.

Per il tuo non capire che la crisi attuale non è causata da eccessi di libero mercato, bensì da insufficiente presenza di libero mercato. Le gestioni statali e parastatali o sono passive o quando sono attive costano comunque di più delle libere gestioni private. La mancanza percepita di rischio economico individuale, infatti, attenua, più o meno ampiamente, il senso di responsabilità.

Per il tuo uso di una ragione astratta svincolata cioè da ogni concretezza delle cose e dei fatti umani: un conto è esaltare il tradizionale dovere del singolo cristiano di fare elemosine, un conto invece è spingere i governi a forzare tendenzialmente all’infinito i diritti di proprietà altrui per imporre con abuso di autorità legale di fare elemosine. In nome della carità non si può presumere di superare le leggi universali dell’economia.

Per il tuo non capire chiaramente che occorre diffidare da chi sostiene una concezione anti-individualistica della società: l’odio contro l’individualismo ha prodotto nel corso della storia praticamente tutte le dottrine reazionarie. Senza una buona dose di liberalismo, gli individui finiscono per essere isolati e contemporaneamente addensati in masse confluendo così inevitabilmente verso un socialismo burocratico o verso un nazionalismo demagogico.

Per il tuo non capire chiaramente che l’essere singolo è il solo ontologicamente reale e nessuna entità collettiva ha il diritto di subordinarlo, giacché quest’ultima è priva di “esistenza in quanto tale“.

Per il tuo non capire chiaramente che la dimensione economica della vita non nasce dal desiderio di ricchezza. Il desiderio di ricchezza è, infatti, solo una variabile complementare di tale dimensione. La dimensione economica della vita viene invece generata dalla condizione umana di scarsità: economici sono sempre i mezzi e non i fini ultimi dell’azione. Ed è per questo motivo che ciascuno di noi è chiamato costantemente ad economizzare.

Per tutti questi motivi io provo dispiacere.

Amen.

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Depressioni economiche: le cause e la cura – Parte 2

Ven, 11/11/2016 - 08:48

Perché, allora, il ciclo successivo comincia? Perché i cicli economici tendono ad essere ricorrenti e continui? Perché quando le banche hanno recuperato abbastanza bene e sono in una condizione più sana, sono allora in una posizione sicura per procedere nel loro percorso naturale di espansione del credito bancario, ed il prossimo boom procede sulla sua strada, spargendo i semi per l’inevitabile crollo seguente.

Ma se le attività bancarie sono la causa del ciclo economico, non sono anche le banche una parte dell’economia di mercato privata, e non possiamo quindi dire che il libero mercato è ancora il colpevole, pur se soltanto nel segmento delle attività bancarie di quel libero mercato? La risposta è no, perché le banche, per una ragione, non potrebbero mai ampliare il credito di concerto se non fosse per l’intervento e l’incoraggiamento del governo. Perché se le banche fossero davvero competitive, ogni espansione del credito di una banca si accumulerebbe rapidamente sui debiti di quella banca verso i relativi concorrenti, ed i suoi concorrenti chiederebbero rapidamente alla banca in espansione di redimerli in contanti. In breve, una banca rivale richiederebbe la redenzione in oro o contanti come fanno gli stranieri, salvo che il processo è molto più veloce e trancerebbe qualsiasi incipiente inflazione nel boccio prima ancora che possa cominciare. Le banche possono espandersi confortevolmente all’unisono soltanto quando esiste una banca centrale, essenzialmente una banca governativa, che gode di un monopolio del governo, e di una posizione privilegiata imposta dal governo sull’intero sistema bancario. È solo da quando è stata stabilita una banca centrale che le banche hanno potuto espandersi per tutto il tempo ed il familiare ciclo economico ha avuto il suo inizio nel mondo moderno.

La banca centrale acquista il suo controllo sul sistema bancario da misure governative quali: rendere le sue proprie passività moneta a corso legale per tutti i debiti ed esigible nelle tasse; garantire alla banca centrale il monopolio dell’emissione delle banconote, contrapposte ai depositi (in Inghilterra la Banca d’Inghilterra, la banca centrale stabilita dal governo, aveva il monopolio legale delle banconote nella zona di Londra); o con il chiaro obbligo per le banche di usare la banca centrale come loro cliente per il deposito delle loro riserve di contanti (come negli Stati Uniti ed il loro sistema della Riserva Federale). Non che le banche protestino per questo intervento; perché è l’istituzione della banca centrale che permette l’espansione a lungo termine del credito bancario, dal momento che l’espansione delle banconote della banca centrale fornisce un’aggiunta alle riserve di contanti per l’intero sistema bancario e consente a tutte le banche commerciali di ampliare insieme il loro accreditamento. La banca centrale funziona come un accogliente cartello obbligatorio bancario per espandere le passività delle banche; e le banche possono quindi espandere una più grande base di contanti sotto forma di banconote della banca centrale così come d’oro.

Così ora vediamo, infine, che il ciclo economico è determinato, non da qualche misterioso fallimento dell’economia del libero mercato, ma proprio l’opposto: con l’intervento sistematico del governo nel processo del mercato. L’intervento del governo determina l’espansione bancaria e l’inflazione e, quando l’inflazione termina, la successiva depressione-correzione entra in gioco.

a teoria ricardiana del ciclo economico afferrava gli elementi essenziali di una teoria corretta del ciclo: la natura ricorrente delle fasi del ciclo, la depressione come intervento di correzione nel mercato piuttosto che dall’economia del libero mercato. Ma due problemi erano fino ad ora rimasti inspiegati: perché questo mucchio improvviso di errori nel mercato, il fallimento improvviso della funzione imprenditoriale, e perché le fluttuazioni sono notevolmente maggiori nelle industrie dei beni produttivi che in quelle di beni di consumo? La teoria ricardiana spiegava soltanto i movimenti nel livello di prezzi, nel commercio generale; non c’era indizio di spiegazione delle reazioni molto diverse nelle industrie di beni capitale e di beni di consumo.

La teoria corretta e interamente sviluppata del ciclo economico è stata infine scoperta ed esposta dall’economista austriaco Ludwig von Mises, quando era un professore all’università di Vienna. Mises ha sviluppato gli indizi della sua soluzione al problema vitale del ciclo economico nel suo monumentale Teoria della moneta e del credito, pubblicato nel 1912 e ancora, quasi 60 anni dopo, il migliore libro sulla teoria della moneta e delle attività bancarie. Mises ha sviluppato la sua teoria del ciclo durante gli anni 20 ed è stato portato al mondo anglofono dal suo seguace principale, Friedrich A. von Hayek, che arrivò da Vienna per insegnare alla Scuola di Economia di Londra all’inizio degli anni 30 e che ha pubblicato, in tedesco ed in inglese, due libri che applicano ed elaborano la teoria del ciclo di Mises: Teoria monetaria e il ciclo economico e Prezzi e produzione. Dato che Mises e Hayek erano austriaci, ed anche perché rientravano nella tradizione dei grandi economisti austriaci del XIX secolo, questa teoria è conosciuta come la teoria “austriaca” (o “monetaria del sovrainvestimento”) del ciclo economico.

Costruendo sui ricardiani, sulla teoria generale “austriaca,” e sul suo proprio genio creativo, Mises ha sviluppato la seguente teoria del ciclo economico:

Senza espansione di credito bancario, la domanda e l’offerta tendono ad equilibrarsi attraverso il sistema libero di prezzi, e nessuna espansione o contrazione cumulative può quindi svilupparsi. Ma allora il governo per mezzo della propria banca centrale stimola l’espansione di credito bancario ampliando le passività della banca centrale e quindi le riserve di contanti di tutte le banche commerciali della nazione. Le banche allora continuano ad espandere il credito e di conseguenza la massa monetaria della nazione sotto forma di note di deposito. Come i ricardiani hanno visto, questa espansione della moneta bancaria spinge in alto i prezzi delle merci e causa quindi l’inflazione. Ma, Mises ha mostrato, fa anche qualcos’altro e qualcosa ancor più sinistro. L’espansione di credito bancario, versando nuovi fondi di prestito nel mondo degli affari, abbassa artificialmente il tasso di interesse nell’economia sotto il suo livello del libero mercato.

Sul mercato libero e non ostacolato, il tasso di interesse è determinato puramente dalle “ preferenze temporali” di tutti gli individui che compongono l’economia di mercato. Perché l’essenza di un prestito è che un “bene attuale” (denaro che può essere usato nel presente) viene scambiato per un “bene futuro” (una promessa che può essere usata soltanto in un certo momento nel futuro). Poiché la gente preferisce sempre i soldi subito alla presente prospettiva di ottenere la stessa quantità di soldi in un certo momento nel futuro, il bene presente comanda sempre un premio nel mercato rispetto a quello futuro. Questo premio è il tasso di interesse e la sua altezza varierà secondo il grado a cui le persone preferiscono il presente al futuro, ovvero, il grado delle loro preferenze temporali.

Le preferenze temporali delle persone determinano inoltre il limite fino al quale la gente risparmierà ed investirà, rispetto a quanto consumerà. Se le preferenze temporali delle persone dovessero cadere, ovvero, se il loro grado di preferenza per il presente rispetto al futuro scende, allora tenderanno a consumare di meno ora e a risparmiare e ad investire di più; allo stesso tempo e per lo stesso motivo, anche il tasso di interesse, il tasso di sconto temporale, scenderà. Lo sviluppo economico si verifica in gran parte come risultato della caduta dei tassi della preferenza temporale, che conduce ad un aumento proporzionale di risparmio e investimento rispetto al consumo, ed anche ad un calo del tasso d’interesse.

Ma che cosa accade quando il tasso di interesse scende, non a causa di preferenze temporali più basse e di un maggiore risparmio, ma per l’interferenza del governo che promuove l’espansione di credito bancario? In altre parole, se il tasso di interesse scende artificialmente, a causa di un intervento, piuttosto che naturalmente, come conseguenza dei cambiamenti nelle valutazioni e nelle preferenze del pubblico dei consumatori?

Quello che succede è un pasticcio. Perché gli uomini d’affari, vedendo scendere il tasso di interesse, reagiscono come sempre e farebbero e dovrebbero fare di fronte ad un tale cambiamento dei segnali del mercato: investono di più nel capitale e nei beni produttivi. Gli investimenti, specialmente in progetti che consumano tempo, che in precedenza sembravano non redditizi appaiono ora vantaggiosi, a causa del calo del peso dell’interesse. In breve, gli uomini d’affari reagiscono come reagirebbero se il risparmio fosse veramente aumentato: ampliano il loro investimento in attrezzature durevoli, in beni di investimento, in materia prima industriale, nella costruzione rispetto alla loro produzione diretta di beni di consumo.

Le aziende, in breve, prendono in prestito felicemente la moneta bancaria recentemente espansa che arriva a tassi più convenienti; usano i soldi per investire in beni capitali, e alla fine questi soldi vengono pagati in più alti affitti e in più alti stipendi agli operai nelle industrie di beni capitali. L’aumentata richiesta delle aziende spinge in alto i costi della manodopera, ma le aziende pensano di poter pagare questi costi più alti perché sono stati imbrogliati dall’intervento governativo-bancario nel mercato dei prestiti e dalla sua alterazione decisivamente importante del segnale del tasso d’interesse del mercato.

Il problema arriva non appena gli operai ed i proprietari – in gran parte i primi, poiché la maggior parte del reddito lordo delle aziende è pagato nei salari – cominciano a spendere la nuova moneta bancaria che hanno ricevuto sotto forma di stipendi più alti. Perché le preferenze temporali del pubblico non si sono davvero abbassate; il pubblico non vuole risparmiare di più. Così gli operai hanno cominciato a consumare la maggior parte del loro nuovo reddito, in breve per ristabilire le vecchie proporzioni di risparmio/consumo. Ciò significa che riorientano le spese nuovamente verso le industrie di beni di consumo e non risparmiano e investono abbastanza per comprare le macchine di nuova produzione, i beni strumentali, le materie prime industriali, ecc. Tutto questo si rivela come un’improvvisa depressione acuta e continua nelle industrie dei beni produttivi. Una volta che i consumatori hanno ristabilito le loro proporzioni desiderate di consumo/investimento, si rivela così che le aziende avevano investito troppo nei beni capitali e sottoinvestito nei beni di consumo. Le aziende sono state sedotte dall’alterazione governativa e dall’abbassamento artificiale del tasso di interesse, e si sono comportate come se fosse a disposizione un maggior risparmio per investimenti che in realtà non c’era. Non appena la nuova moneta bancaria è filtrata nel sistema ed i consumatori hanno ristabilito le loro vecchie proporzioni, è stato evidente che non c’era sufficiente risparmio per comprare tutti i beni produttivi, e che le aziende avevano investito male il limitato risparmio disponibile. Le aziende avevano investito in modo eccessivo in beni capitali ed sottoinvestito nei generi di consumo.

L’espansione inflazionistica conduce così a distorsioni del sistema della produzione e dei prezzi. I prezzi delle materie prime e del lavoro nelle industrie di beni capitali sono stati spinti durante l’espansione troppo in alto per essere vantaggiosi una volta che i consumatori abbiano riaffermato le loro vecchie preferenze consumo/investimento. La “depressione” allora è vista come la fase necessaria e salutare con cui l’economia di mercato può tirarsi fuori dalla palude e liquidare gli investimenti sbagliati e antieconomici dell’espansione e ristabilire quelle proporzioni fra consumo ed investimento che veramente sono desiderate dai consumatori. La depressione è il processo doloroso ma necessario tramite cui il mercato libero abbandona gli eccessi e gli errori dell’espansione e ristabilisce l’economia di mercato nella sua funzione di servizio efficiente per la massa dei consumatori. Dal momento che i prezzi dei fattori di produzione si sono alzati troppo nell’espansione, questo significa che al prezzo del lavoro e delle merci in queste industrie di beni capitali dev’essere permesso di scendere fino a riprendere gli adeguati rapporti del mercato.

Dato che gli operai riscuotono in modo ragionevolmente rapido la nuova moneta sotto forma di più alti salari, com’è possibile che le espansioni possano durare per anni senza rivelare i loro investimenti sbagliati, senza che i loro errori dovuti all’alterazione dei segnali del mercato diventino evidenti, così che il processo di depressione-correzione cominci il suo lavoro? La risposta è che le espansioni sarebbero di durata molto più breve se l’espansione del credito bancario e la caduta successiva del tasso di interesse sotto il livello del libero mercato non fossero state un unico affare. Ma il punto è che l’espansione del credito non è unica; continua senza sosta, non concedendo mai ai consumatori la possibilità di ristabilire le loro proporzioni preferite di consumo e di risparmio, non permettendo mai che l’incremento dei costi nelle industrie di beni capitali si agganci al rialzo inflazionistico dei prezzi. Come il ripetuto doping di un cavallo, l’espansione è mantenuta nel suo corso sempre davanti alla sua inevitabile punizione, con dosi ripetute dello stimolante del credito bancario. È soltanto quando l’espansione del credito bancario deve infine arrestarsi, o perché la condizione delle banche sta diventando precaria o perché il pubblico comincia a vacillare davanti alla continua inflazione, che arriva infine la punizione dell’espansione. Non appena l’espansione del credito si arresta, il pifferaio dev’essere pagato e gli inevitabili riaggiustamenti liquidano gli errati eccessi di investimento dell’espansione, con la riaffermazione di una maggiore enfasi proporzionale sulla produzione dei beni di consumo.

Quindi, la teoria misesiana del ciclo economico tiene conto di tutti i nostri enigmi: la natura ripetuta e ricorrente del ciclo, l’enorme mucchio di errori imprenditoriali, l’intensità ben maggior dell’espansione e della contrazione nelle industrie dei beni capitali.

Mises, quindi, assegna con esattezza la colpa per il ciclo sull’espansione inflazionistica del credito bancario azionata per mezzo dell’intervento del governo e della sua banca centrale. Cosa dice Mises su ciò che dovrebbe esser fatto, diciamo dal governo, una volta che la depressione arriva? Qual è il ruolo del governo nella cura della depressione? In primo luogo, il governo deve cessare di inflazionare appena possibile. È vero che questo porterà inevitabilmente l’espansione inflazionistica ad un brusco arresto e comincerà l’inevitabile recessione o depressione. Ma più a lungo il governo aspetta a farlo, peggiori dovranno essere i riaggiustamenti necessari. Prima si arriva alla depressione-correzione, meglio è. Questo significa, anche, che il governo non deve provare mai a risollevare le situazioni di aziende non sane; non deve mai salvare o prestare soldi alle aziende in difficoltà. Farlo prolungherà semplicemente l’agonia e convertirà una fase acuta e rapida di depressione in malattia prolungata e cronica. Il governo non deve provare mai ad alzare i tassi dei salari o i prezzi dei beni capitali; agire in tal modo prolungherebbe indefinitamente e ritarderebbe il completamento del processo di depressione-correzione; causerebbe una depressione indefinita e prolungata e disoccupazione di massa nelle industrie dei vitali beni capitali. Il governo non deve provare a inflazionare ancora, per uscire della depressione. Perché anche se questa nuova inflazione avesse successo, seminerebbe soltanto maggiori difficoltà più avanti. Il governo non deve fare niente per incoraggiare il consumo e non deve aumentare la propria spesa, perché questo accrescerebbe ulteriormente il rapporto sociale di consumo/investimento. In effetti, tagliare il bilancio pubblico migliorerebbe tale rapporto. Quello di cui l’economia ha bisogno non sono maggiori spese di consumo ma maggior risparmio, per convalidare alcuni degli eccessivi investimenti dellespansione.

Quindi, ciò che il governo dovrebbe fare, secondo l’analisi misesiana della depressione, è assolutamente niente. Dovrebbe, dal punto di vista della salute dell’economia e della conclusione della depressione il prima possibile, mantenere una politica rigorosa di “laissez-faire.” Qualsiasi cosa faccia ritarderà ed ostruirà il processo di correzione del mercato; meno fa, più velocemente il processo di correzione del mercato farà il suo lavoro, ed un sano recupero economico seguirà.

La prescrizione misesiana è così l’esatto opposto di quella keynesiana: il governo tenga le mani assolutamente fuori dall’economia e si limiti ad arrestare la propria inflazione ed a tagliare la propria spesa.

Oggi è stato completamente dimenticato, anche fra gli economisti, che la spiegazione e l’analisi della depressione misesiane ottennero un grande avanzamento precisamente durante la Grande Depressione degli anni 30: la stessa depressione che è sempre mostrata ai difensori dell’economia di libero mercato come il più grande singolo e catastrofico fallimento del capitalismo del “laissez faire.” Non fu niente del genere. Il 1929 fu reso inevitabile dall’ampia espansione di credito bancario in tutto il mondo occidentale durante gli anni 20: una politica adottata deliberatamente dai governi occidentali e soprattutto dal sistema della Riserva Federale negli Stati Uniti. Era stato reso possibile dal fallimento del mondo occidentale di tornare ad una vera parità aurea dopo la Prima Guerra Mondiale, e concedere così più spazio per le politiche inflazionistiche del governo. Tutti ora pensano al presidente Coolidge come credente nel “laissez faire” ed in un’economia di mercato non ostacolata; non lo era e, tragicamente, in nessun altro campo meno di quanto lo fosse nel campo della moneta e del credito. Sfortunatamente, i peccati e gli errori dell’intervento di Coolidge furono attribuiti ad un’inesistente economia di libero mercato.

Se Coolidge rese il 1929 inevitabile, fu il presidente Hoover che prolungò ed rese più profonda la depressione, trasformandola da una tipico depressione acuta ma in via di scomparizione in un male prolungato e quasi letale, un male “curato” soltanto dall’olocausto della Seconda Guerra Mondiale. Hoover, non Franklin Roosevelt, fu il fondatore della politica del “New Deal”: essenzialmente l’uso massiccio dello Stato per fare esattamente ciò che la teoria misesiana sconsiglia di più: alzare i tassi dei salari sopra i loro livelli di mercato, alzare i prezzi, gonfiare il credito e prestare soldi alle aziende instabili. Roosevelt portò soltanto avanti, ad un maggior grado, quello a cui Hoover aveva aperto la strada. Il risultato per la prima volta nella storia americana, fu una depressione quasi perpetua e una disoccupazione di massa quasi permanente. La crisi di Coolidge si era trasformata nella prolungata depressione senza precedenti di Hoover-Roosevelt.

Ludwig von Mises aveva predetto la depressione durante lo splendore della grande espansione degli anni 20 – un tempo, proprio come oggi, in cui economisti e politici, armati di una “nuova economia” di inflazione perpetua e con nuovi “strumenti” forniti dal sistema della Riserva Federale, proclamavano una perpetua “Nuova Era” di prosperità permanente garantita dai nostri saggi dottori economici a Washington. Ludwig von Mises, solo e armato di una corretta teoria del ciclo economico, fu uno dei rari economisti a predire la Grande Depressione, e quindi il mondo economico fu obbligato ad ascoltarlo con rispetto. F.A. Hayek diffuse la notizia in Inghilterra ed i più giovani economisti inglesi stavano tutti, all’inizio degli anni 30, cominciando ad adottare la teoria del ciclo misesiana per la loro analisi della depressione – ed anche ad adottare, naturalmente, la prescrizione di una politica rigorosamente di mercato che si accompagnava a questa teoria. Purtroppo, gli economisti ora hanno adottato la nozione storica del signore Keynes: che nessun “economista” classico avesse avuto una teoria del ciclo economico fino a quando Keynes non arrivò nel 1936. C’era una teoria della depressione; era la tradizione economica classica; la sua prescrizione era una rigorosa moneta solida e “laissez faire”; e la si stava adottando velocemente, in Inghilterra e perfino negli Stati Uniti, come la teoria accettata del ciclo economico. (una particolare ironia è che il principale promotore “austriaco” negli Stati Uniti nella prima metà degli anni 30 non era altri che il professor Alvin Hansen, che molto presto diventerà il più noto discepolo keynesiano in questo paese.)

Quello che affondò la crescente accettazione della teoria del ciclo misesiana fu semplicemente la “Rivoluzione Keynesiana” – lo stupefacente repulisti che la teoria keynesiana fece del mondo economico subito dopo la pubblicazione della Teoria Generale nel 1936. Non è che la teoria di Misesian venne confutata con successo; fu semplicemente dimenticata nella corsa per arrampicarsi sul carro keynesiano improvvisamente di moda. Alcuni degli aderenti principali alla teoria di Mises – che chiaramente sapevano meglio – cedettero al vento della nuova dottrina, e ottennero in cambio posti nelle più prestigiose università americane.

Ma ora l’arci-keynesiano Economist di Londra ha recentemente affermato che “Keynes è morto.” Dopo più di un decennio in cui hanno affrontato taglienti critiche teoriche e confutazioni dai testardi fatti economici, i keynesiani sono ora generale e massiccia ritirata. Ancora una volta, si sta riconoscendo con riluttanza che la massa monetaria ed il credito bancario svolgono un ruolo principale nel ciclo. I tempi sono maturi: per una riscoperta, una rinascita, della teoria di Mises del ciclo economico. Non sarà mai troppo presto; se mai dovesse succedere, l’intero concetto di un’Assemblea dei Consiglieri Economici sarebbe spazzato via e vederemmo una grande ritirata del governo dalla sfera economica. Ma perché tutto questo possa accadere, il mondo dell’economia, e il largo pubblico, devono essere informati dell’esistenza di una spiegazione del ciclo economico che è rimasta trascurata su uno scaffale per troppi, tragici anni.

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Depressioni economiche: le cause e la cura – Parte 1

Mer, 09/11/2016 - 08:43

Viviamo in un mondo di eufemismi. I becchini sono diventati “impresari di pompe funebri,” gli agenti di stampa sono ora “consiglieri di pubbliche relazioni” ed i portieri sono stati tutti trasformati in “soprintendenti.” In ogni settore, i semplici fatti sono stati avvolti in nebulosi travestimenti.

Non di meno è stato così per l’economia. Ai vecchi tempi, eravamo abituati a soffrire crisi economiche quasi periodiche, l’inizio improvviso delle quali era chiamato “panico,” ed il prolungato periodo depresso dopo il panico era chiamato “depressione.”

La depressione più famosa nei tempi moderni, naturalmente, è stata quella che cominciò con un tipico panico finanziario nel 1929 e durò fino all’avvento della Seconda Guerra Mondiale. Dopo il disastro del 1929, gli economisti ed i politici decisero che questo non doveva accadere mai più. Il modo più facile per riuscire in questa risoluzione era, semplicemente, di eliminare le “depressioni” dall’esistenza. Da quel punto in avanti, l’America non avrebbe sofferto ulteriori depressioni. Perché quando la prossima dura depressione arrivò, nel 1937-38, gli economisti si rifiutarono semplicemente di usare il terribile nome, e fornirono una nuova, molto più morbida parola: “recessione.” Da lì in poi, siamo passati per parecchie recessioni, ma non una sola depressione.

Ma abbastanza presto la parola “recessione” è anch’essa diventata troppo dura per la fragile sensibilità del pubblico americano. Ora sembra che abbiamo avuto nostra ultima recessione nel 1957-58. Perché da allora, abbiamo avuto soltanto “cali,” o, ancora meglio, “rallentamenti,” o “spostamenti laterali.” Così siate sereni; d’ora in poi, le depressioni e perfino le recessioni sono state proscritte dalla volontà semantica degli economisti; d’ora in poi, il peggio che ci possa mai capitare sono dei “rallentamenti.” Tali sono le meraviglie della “Nuova Economia.”

Per 30 anni, gli economisti della nostra nazione hanno adottato la visione del ciclo economico tenuta dal tardo economista britannico, John Maynard Keynes, che creò l’Economia Keynesiana, o “Nuova Economia,” nel suo libro, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicato nel 1936. Sotto i loro diagrammi, la matematica e il gergo disordinato, l’atteggiamento dei keynesiani verso l’espansione e la correzione è di pura semplicità, persino di naivete. Se c’è inflazione, allora la causa si suppone sia la “spesa eccessiva” da parte del pubblico; la cura presunta è che il governo, l’autonominato stabilizzatore e regolatore dell’economia della nazione, imponga alla gente di spendere di meno, “assorbendo il loro eccesso di potere d’acquisto” con l’aumento delle tasse. Se c’è una recessione, d’altro canto, questa è stato causata da insufficienti spese private e la cura adesso è che il governo aumenti la propria spesa, preferibilmente con i deficit, aggiungendola quindi al flusso aggregato di spesa della nazione.

L’idea che l’aumento della spesa pubblica o i soldi facili sia un “bene per gli affari” e che i tagli di bilancio o i soldi più difficili siano un “male” pervade persino i giornali e le riviste più conservatori. Queste pubblicazioni inoltre prenderanno per certo che sia un sacro dovere del governo federale dirigere il sistema economico sulla stretta strada fra gli abissi della depressione da un lato e dell’inflazione dall’altro, dato che l’economia di mercato si presume che tenda sempre a soccombere ad uno di questi mali.

Tutte le attuali scuole di economia hanno la stessa attitudine. Notate, per esempio, il punto di vista del dott. Paul W. McCracken, il prossimo presidente del Consiglio dei Consulenti Economici del presidente Nixon. In un’intervista al New York Times subito dopo aver assunto la carica [il 24 gennaio 1969], il dott. McCracken ha asserito che uno dei principali problemi economici che la nuova amministrazione deve affrontare è “come raffreddare questa economia inflazionistica senza allo stesso tempo provocare inaccettabili livelli di disoccupazione. In altre parole, se l’unica cosa che vogliamo fare è raffreddare l’inflazione, questo potrebbe essere fatto. Ma le nostre tolleranze sociali sulla disoccupazione sono ristrette.” E ancora: “Penso che qui noi dobbiamo trovare la nostra strada. Noi non abbiamo realmente molta esperienza nel provare a raffreddare un’economia in modo ordinato. Abbiamo pestato sui freni nel 1957, ma, naturalmente, abbiamo ottenuto un allentamento sostanziale nell’economia.”

Notate l’attitudine fondamentale del Dott. McCracken verso l’economia: notevole solo in quanto condivisa da quasi tutti gli economisti di oggi. L’economia è trattata come un paziente potenzialmente guaribile, ma sempre problematico e recalcitrante, con una tendenza continua ad ricadere in maggiore inflazione o disoccupazione. La funzione del governo è di essere il vecchio, saggio manager e medico, sempre vigile, sempre al lavoro per mantenere il paziente economico in buone condizioni. Comunque, qui il paziente economico si suppone chiaramente essere l’oggetto, ed il governo come “medico” il padrone.

Era non molto tempo fa che questo genere di atteggiamento e di politica veniva chiamato “socialismo”; ma viviamo in un mondo di eufemismi, ed ora utilizziamo etichette di gran lunga meno dure, come “moderazione” o “libera impresa illuminata.” Viviamo ed impariamo.

Quali sono, dunque, le cause delle depressioni periodiche? Dobbiamo rimanere sempre agnostici circa le cause delle espansioni e delle contrazioni? È realmente vero che i cicli economici sono radicati in profondità all’interno dell’economia di mercato e che quindi una qualche forma di pianificazione di governo è necessaria se desideriamo mantenere l’economia all’interno di un certo genere di limiti stabili? Le espansioni e delle contrazioni semplicemente accadono, o una fase del ciclo scorre logicamente dall’altra?

L’atteggiamento che attualmente va di moda nei confronti dei del ciclo economico risale, in realtà, a Karl Marx. Marx vide che, prima della Rivoluzione Industriale di circa il tardo XVIII secolo, non c’erano state espansioni e contrazioni regolarmente ricorrenti. Ci sarebbe stata una crisi economica improvvisa ogni volta che un certo re avesse fatto una guerra o confiscato la proprietà dei suoi sudditi; ma non c’era segno dei peculiari fenomeni moderni delle oscillazioni generali e ragionevolmente regolari nelle fortune negli affari, delle espansioni e delle contrazioni. Poiché questi cicli sono inoltre comparsi sulla scena quasi nello stesso momento dell’industria moderna, Marx concluse che i cicli economici erano una caratteristica inerente dell’economia di mercato capitalista. Tutte le varie scuole correnti di pensiero economico, a prescindere dalle loro altre differenze ed alle differenti cause che attribuiscono al ciclo, concordano su questo punto vitale: che questi cicli economici nascono in qualche luogo in profondità all’interno dell’economia di mercato. La colpa è dell’economia di mercato. Karl Marx credeva che le depressioni periodiche sarebbero diventate sempre peggiori, fino a muovere le masse alla rivolta e alla distruzione del sistema, mentre gli economisti moderni credono che il governo possa stabilizzare con successo le depressioni ed il ciclo. Ma tutti le parti sono d’accordo che il difetto si trova in profondità all’interno dell’economia di mercato e che se c’è qualcosa che può salvare la situazione, dev’essere una qualche forma di massiccio intervento del governo.

Ci sono, tuttavia, alcuni problemi critici nell’assunto che l’economia di mercato sia la colpevole. Perché la “teoria economica generale” ci insegna che la domanda e l’offerta tendono sempre ad essere in equilibrio nel mercato e che quindi i prezzi dei prodotti così come i fattori che contribuiscono alla produzione tendono sempre verso un certo punto di equilibrio. Anche se delle variazioni dei dati, che avvengono continuamente, impediscono sempre che l’equilibrio venga raggiunto, non c’è niente nella teoria generale del sistema di mercato che giustifica delle fasi regolari e ricorrenti di espansione e contrazione del ciclo economico. Gli economisti moderni “risolvono” questo problema semplicemente mantenendo la loro teoria generale del mercato e dei prezzi e la loro teoria del ciclo economico in compartimenti separati e sigillati, con i due che non si riuniscono mai, ancor meno si integrano a vicenda. Gli economisti, purtroppo, hanno dimenticato che c’è soltanto un’economia e quindi soltanto una teoria economica integrata. Nè la vita economica nè la struttura della teoria può o dovrebbe essere in compartimenti stagni; la nostra conoscenza dell’economia o è un intero integrato o non è. Tuttavia la maggior parte degli economisti sono soddisfatti di applicare teorie per l’analisi generale dei prezzi e per i cicli economici completamente separate e, effettivamente, reciprocamente esclusive. Non possono essere veri scienziati economici finché che sono soddisfatti di continuare a lavorare in questo modo primitivo.

Ma ci sono problemi ancora più gravi con il metodo attualmente alla moda. Gli economisti inoltre non vedono un problema particolarmente critico perché non si preoccupano di quadrare le loro teorie del ciclo economico e dei prezzi generali: il fallimento peculiare della funzione imprenditoriale in tempi di crisi economica e depressione. Nell’economia di mercato, una delle funzioni più vitali dell’uomo d’affari è di essere un “imprenditore,” un uomo che investe nei metodi produttivi, che compra attrezzature e assume forza lavoro per produrre qualcosa che non è sicuro che gli procurerà un ritorno. In breve, la funzione imprenditoriale è la funzione di previsione del futuro incerto. Prima di intraprendere qualsiasi investimento o linea di produzione, l’imprenditore, o “impresario,” deve valutare i costi futuri e presenti e i redditi futuri e quindi valutare se e quanto profitto guadagnerà dall’investimento. Se prevede bene e significativamente meglio dei suoi concorrenti in affari, otterrà dei profitti dal suo investimento. Migliori le sue previsioni, più alti i profitti che guadagnerà. Se, d’altro canto, è un cattivo pronosticatore e sopravvaluta la richiesta del suo prodotto, soffrirà delle perdite ed abbastanza presto sarà spinto fuori dal commercio.

L’economia di mercato, allora, è un’economia di profitti e di perdite, in cui l’acume e l’abilità degli imprenditori di affari sono misurate dai profitti e dalle perdite che raccolgono. L’economia di mercato, inoltre, contiene un meccanismo incorporato, un genere di selezione naturale, che assicura la sopravvivenza e la prosperità del migliore nelle previsioni economiche e la raschiatura dei peggiori. Perché maggiori sono i profitti raccolti dai migliori pronosticatori, maggiori diventano le loro responsabilità negli affari, e più avranno a disposizione da investire nel sistema produttivo. Dall’altro lato, alcuni anni di perdite subite spingeranno i pronosticatori e gli imprenditori peggiori fuori dagli affari e li spingeranno nella truppa degli impiegati stipendiati.

Se, allora, l’economia di mercato ha un meccanismo incorporato di selezione naturale per i buoni imprenditori, questo significa che, generalmente, non ci dovremmo aspettare molte aziende che subiscono perdite. E, infatti, se osserviamo l’economia in un giorno o un anno medio, troveremo che le perdite non sono molto diffuse. Ma, in quel caso, il fatto strano che bisogna spiegare è questo: Com’è che, periodicamente, nei momenti all’inizio delle recessioni e particolarmente nelle ripide depressioni, il mondo degli affari sperimenta improvvisamente un enorme grappolo di gravi perdite? Arriva un momento in cui le aziende, gli imprenditori in precedenza molto astuti nella loro capacità di realizzare profitti ed evitare le perdite, in modo improvviso e sconcertante si trovano, quasi tutti, a soffrire delle perdite severe ed inspiegabili? Come mai? Qui c’è un fatto molto importante che ogni teoria delle depressioni deve spiegare. Una spiegazione come “sottoconsumo” – un calo nelle spese totali dei consumatori – non è sufficiente, per una cosa, perché ciò che necessità di essere spiegato è perché gli uomini d’affari, in grado di prevedere ogni tipo di cambiamento e di sviluppo economico precedenti, si dimostrano completamente e catastroficamente incapaci di prevedere questo presunto calo nella domanda dei consumatori. Perché questo guasto improvviso nell’abilità di prevedere?

Un’adeguata teoria delle depressioni, allora, deve tener conto della tendenza dell’economia a muoversi attraverso successive espansioni e contrazioni, senza mostrare segni di stabilirsi in una qualche approssimativa situazione di equilibrio dal movimento scorrevole, o quietamente progressivo. In particolare, una teoria della depressione deve tener conto del gigantesco gruppo di errori che compare rapidamente ed improvvisamente ad un certo punto della crisi economica e indugia nel periodo di depressione fino al recupero. E c’è un terzo fatto universale di cui una teoria del ciclo deve tener conto. Invariabilmente, espansioni e contrazioni sono molto più intense e gravi nelle “industrie dei beni capitali” – industrie che fanno macchine ed attrezzature, che producono materie prime industriali o costruiscono gli impianti industriali – che nelle industrie che producono beni di consumo. Qui c’è un altro fatto della vita del ciclo economico che deve essere spiegato – ed ovviamente non può essere spiegato da teorie della depressione come la popolare dottrina del sottoconsumo: che i consumatori non spendono abbastanza in beni di consumo. Perché se il colpevole è la spesa insufficiente, allora come mai le vendite al dettaglio sono quelle che cadono per ultime e di meno in una depressione, e come mai la depressione in effetti colpisce le fabbriche di macchine utensili, beni strumentali, costruzione e materie prime? Per contro, sono queste industrie che realmente prendono il volo nelle fasi inflazionistiche dell’espansione del ciclo economico e non le aziende che servono il consumatore. Un’adeguata teoria del ciclo economico, allora, deve anche spiegare l’intensità ben maggiore delle espansioni e delle contrazioni nelle industrie di beni non di consumo, o “beni produttivi.”

Fortunatamente, una teoria corretta della depressione e del ciclo economico esiste, anche se è universalmente trascurata nell’economia attuale. Pure, ha una lunga tradizione nel pensiero economico. Questa teoria cominciò con il filosofo ed economista scozzese del XVIII secolo David Hume e con l’eminente economista classico inglese del primo XIX secolo David Ricardo. Essenzialmente, questi teorici videro che un’altra istituzione cruciale si era sviluppata a metà del XVIII secolo, accanto al sistema industriale. Era l’istituzione delle attività bancarie, con la sua capacità di ampliare il credito e la massa monetaria (in primo luogo, sotto forma di soldi di carta, o banconote, e più successivamente sotto forma di depositi a vista, o conti correnti, immediatamente redimibili in contanti alla banca). Erano le operazioni di queste banche commerciali, come questi economisti avevano visto, la chiave per i misteriosi cicli ricorrenti di espansione e contrazione, o di boom and bust, che aveva disorientato gli osservatori fin dalla metà del XVIII secolo.

L’analisi ricardiana del ciclo economico diceva più o meno così: le monete naturali che emergono come tali sul mercato libero mondiale sono prodotti utili, in genere oro ed argento. Se la moneta fosse limitata semplicemente a questi prodotti, l’economia funzionerebbe nel complesso come fa in mercati particolari: un regolare assestamento della domanda e dell’offerta e quindi nessun ciclo di espansioni e contrazioni. Ma l’iniezione di credito bancario aggiunge un altro elemento cruciale e disgregativo. Perché la banca espande il credito e quindi la moneta bancaria sotto forma di note o depositi che sono teoricamente redimibili a richiesta in oro, ma in pratica chiaramente non lo sono. Per esempio, se una banca ha 1000 once di oro nei suoi forzieri ed emette ricevute di deposito istantaneamente redimibili per 2500 once di oro, ha chiaramente emesso 1500 once più di quante possa eventualmente riacquistare. Ma a condizione che non si verifichi una concertata “corsa” alla banca per incassare queste ricevute, le sue ricevute di deposito funzionano sul mercato come equivalenti ad oro, e quindi la banca ha potuto ampliare la massa monetaria del paese di 1500 once d’oro.

Le banche, allora, cominciano allegramente ad ampliare il credito, dato che più lo ampliano maggiori saranno i loro profitti. Questo provoca l’espansione della massa monetaria all’interno di un paese, diciamo l’Inghilterra. Con l’aumento di fornitura di moneta di carta e bancaria in Inghilterra, i redditi nominali e le spese degli inglesi aumentano, e l’aumento di soldi spinge in alto i prezzi delle merci inglesi. Il risultato è inflazione e un’espansione [boom] all’interno del paese. Ma questa espansione inflazionistica, mentre procede allegramente per la sua strada, sparge i semi della propria fine. Perché mentre la massa monetaria ed i redditi inglesi aumentano, gli inglesi cominciano a comprare più merci dall’estero. Ancora, con i prezzi inglesi che salgono, le merci inglesi cominciano a perdere la loro competitività con i prodotti di altri paesi che non hanno inflazionato, o lo hanno fatto ad un grado minore. Gli inglesi cominciano a comprare di meno nel paese e più all’estero, mentre gli stranieri comprano di meno in Inghilterra e più nel loro paese; il risultato è un deficit nella bilancia dei pagamenti inglese, con le esportazioni inglesi che cadono nettamente sotto le importazioni. Ma se le importazioni superano le esportazioni, questo significa che i soldi devono uscire dall’Inghilterra verso i paesi stranieri. E di quali soldi si tratterà? Certamente le banconote o i depositi non inglesi, dato che i francesi o i tedeschi o gli italiani hanno poco o nessun interesse nella tenere i loro fondi bloccati nelle banche inglesi. Questi stranieri quindi prenderanno le loro banconote e depositi e li presenteranno alla banca inglese per la redenzione in oro – e l’oro sarà il tipo di moneta che tenderà ad uscire con insistenza dal paese mentre l’inflazione inglese continua sulla sua strada. Ma questo significa che i soldi inglesi di credito bancario si staranno sempre più accumulando in cima ad una piramide la cui base d’oro diminuisce costantemente nei forzieri delle banche inglesi. Come l’espansione continua, la nostra ipotetica banca amplierà l’emissione delle proprie ricevute di deposito da, diciamo 2500 once, a 4000 once, mentre la sua base d’oro diminuisce a, diciamo, 800. Con l’intensificazione di questo processo, la banca finalmente si spaventerà. Perché le banche, dopo tutto, sono costrette a redimere i loro debiti in contanti, e i loro contanti se ne stanno andando velocemente mentre i loro debiti si accumulano. Quindi, le banche finalmente perderanno la calma, arresteranno la loro espansione del credito e per salvarsi, contrarranno i prestiti bancari in sospeso. Spesso, questa ritirata è precipitata in bancarotta dalla corsa alla banca del pubblico, che a sua volta stava diventando sempre più nervoso per la condizione mai più vacillante delle banche della nazione.

La contrazione bancaria inverte la situazione economica; contrazione e crollo [bust] seguono l’espansione. Le banche abbassano la cresta e le aziende soffrono mentre monta la pressione per il rimborso e la contrazione del debito. Il calo nella fornitura di moneta bancaria, a sua volta, conduce ad un calo generale dei prezzi inglesi. Come la massa monetaria e i redditi calano, e i prezzi inglesi sprofondano, le merci inglesi diventano relativamente più attraenti rispetto ai prodotti stranieri e la bilancia dei pagamenti si inverte, con le esportazioni che superano le importazioni. Con l’oro che ora scorre nel paese e con la contrazione della moneta bancaria in cima ad una base d’oro in espansione, la condizione delle banche diventa molto più solida.

Questo è, allora, il significato della fase di depressione del ciclo economico. Si noti che è una fase che nasce, inevitabilmente nasce, dal precedente boom espansivo. È l’inflazione precedente che rende la fase di depressione necessaria. Possiamo vedere, per esempio, che la depressione è il processo tramite cui l’economia di mercato corregge, elimina gli eccessi e le distorsioni dell’espansione inflazionistica precedente e ristabilisce una condizione economica sana. La depressione è la reazione sgradevole ma necessaria alle distorsioni ed agli eccessi dell’espansione precedente.

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Ingegneri e pianificatori

Lun, 07/11/2016 - 08:01

L’ingegnere

L’ideale di un controllo cosciente dei fenomeni sociali ha fatto sentire al massimo grado la sua influenza in campo economico. Le radici dell’attuale popolarità della “pianificazione economica” sono direttamente rintracciabili nella prevalenza delle idee scientiste di cui abbiamo discusso. Dato che in questo campo tali ideali scientisti si manifestano nelle particolari forme che prendono nelle mani dello scienziato applicato e specialmente dell’ingegnere, sarà conveniente integrare la discussione su questa influenza con un esame degli ideali caratteristici degli ingegneri.

Vedremo che l’influenza del loro metodo tecnologico, del punto di vista ingegneristico, nelle opinioni correnti sui problemi dell’organizzazione sociale, è molto più grande di quanto generalmente si percepisca. La maggior parte degli schemi per una completa trasformazione della società, dalle prime utopie al socialismo moderno, portano effettivamente il segno distintivo di questa influenza.

In anni recenti questo desiderio di applicare la tecnica ingegneristica alla soluzione dei problemi sociali è diventato molto esplicito; [1] “ingegneria politica” e “ingegneria sociale” sono diventati slogan alla moda tanto caratteristici della mentalità della generazione attuale quanto la sua predilezione per il controllo “cosciente”; in Russia persino gli artisti sembrano vantarsi della definizione “ingegneri dell’anima,” imposta loro da Stalin. Queste frasi suggeriscono una tale confusione sulle differenze fondamentali fra il lavoro di un ingegnere e quello di organizzazioni sociali su più vasta scala da spingerci ad analizzare il loro carattere in modo più completo.

Dobbiamo limitarci qui a poche caratteristiche salienti degli specifici problemi che l’esperienza professionale dell’ingegnere fa emergere costantemente e che determinano la sua mentalità. Il primo è che le sue mansioni caratteristiche sono solitamente in se stesse complete: si preoccuperà di un singolo fine, controllerà tutti gli sforzi orientati verso questo fine e disporrà delle risorse comprese in una scorta definitivamente data. È come conseguenza di questo che la principale caratteristica della sua procedura diventa possibile, vale a dire che, almeno in linea di principio, tutte le parti del complesso delle operazioni è preformata nella mente dell’ingegnere prima di cominciare, che tutti i “dati” sui quali il suo lavoro è basato sono stati inseriti esplicitamente nei suoi calcoli preliminari e sono stati condensati nel “modello” che governa l’esecuzione dell’intero progetto. [2] [3]

L’ingegnere, in altre parole, ha il controllo completo del piccolo mondo particolare di cui è interessato, lo esamina in tutti i suoi aspetti rilevanti e deve occuparsi soltanto di “quantità conosciute.” Finché è in gioco la soluzione del suo problema di ingegneria, non partecipa ad un processo sociale in cui altri possono prendere decisioni indipendenti, ma vive in un mondo separato dai suoi simili. L’applicazione della tecnica di cui ha padronanza, delle generiche regole che gli sono state insegnate, presuppone effettivamente tale conoscenza completa dei fatti obiettivi; quelle regole si riferiscono a proprietà obbiettive delle cose e possono essere applicate solo dopo che tutte le circostanze particolari di tempo e luogo sono state assemblate e sottoposte al controllo di un singolo cervello.

La sua tecnica, in altre parole, si riferisce alle situazioni tipiche, definite in termini di fatti obiettivi, non al problema di come scoprire quali risorse sono disponibili o di cos’è l’importanza relativa di bisogni differenti. È stato addestrato alle possibilità obiettive, indipendentemente dagli stati particolari di tempo e luogo, alla conoscenza di quelle proprietà delle cose che rimangono sempre uguali dappertutto e che possiedono indipendentemente da una particolare situazione umana.

È tuttavia importante osservare che il punto di vista dell’ingegnere sul suo lavoro come completo in sé è in una certa misura un’illusione. È in una posizione in una società competitiva di trattarla come tale perché può tenere in considerazione quell’assistenza della società nel suo insieme sulla quale conta come su uno dei suoi dati, come datogli senza doversene preoccupare. Che possa comprare a un dato prezzo i materiali ed i servizi umani di cui ha bisogno, che se paga i suoi uomini questi potranno procurarsi da mangiare e provvedere ad altre necessità, sono cose che solitamente prenderà per garantite. È basando i suoi piani sui dati offertigli dal mercato che essi vengono compresi nel più vasto complesso delle attività sociali; ed è perché non si deve interessare di come il mercato gli fornisce ciò di cui ha bisogno che può trattare il suo lavoro come autonomo. A condizione che i prezzi di mercato non cambino inaspettatamente li usa come guida nei suoi calcoli senza riflettere molto sulla loro importanza.

Ma, benché sia costretto a prenderle in considerazione, non sono proprietà delle cose dello stesso genere di quelle che lui capisce. Sono attributi non obiettivi delle cose ma riflessioni su una particolare situazione umana in un dato momento e luogo. E poiché la sua conoscenza non spiega perchè si verificano quei cambiamenti di prezzi che interferiscono spesso con i suoi programmi, qualsiasi interferenza pare a lui dovuta (cioè, non coscientemente diretta) a forze irrazionali e si risente della necessità di prestare attenzione a grandezze che gli appaiono insignificanti. Quindi ecco la caratteristica e ricorrente domanda per la sostituzione del calcolo in natura [4] con il calcolo “artificiale” in termini di prezzo o di valore, di un calcolo cioè che tenga esplicito conto delle proprietà obbiettive delle cose.

L’ideale che l’ingegnere si sente impedito da forze economiche “irrazionali” di realizzare, basato sul suo studio delle proprietà obbiettive delle cose, è solitamente un certo optimum puramente tecnico di validità universale. Vede raramente che la sua preferenza per questi metodi particolari è soltanto un risultato del tipo di problema che il più delle volte ha da risolvere ed è giustificata soltanto in particolari posizioni sociali. Poiché il problema più comune che il costruttore di macchine incontra è estrarre dalle risorse date il massimo della forza, con il macchinario da usare come variabile sotto il suo controllo, questa utilizzazione massima di forza è considerata come un ideale assoluto, un valore in sé. [5]

Ma non c’è, naturalmente, alcun merito speciale nell’economizzare uno dei molti fattori che limitano il possibile successo, a scapito di altri. L’“optimum tecnico” dell’ingegnere risulta frequentemente essere soltanto quel metodo che sarebbe desiderabile adottare se la scorta di capitale fosse illimitata, o se il tasso di interesse fosse zero, che effettivamente sarebbe una posizione in cui punteremmo sul più alto tasso possibile di trasformazione di input corrente in output corrente. Ma trattare questo come un obiettivo immediato significa dimenticarsi che un tale condizione può essere raggiunta soltanto deviando a lungo le risorse che si desidera soddisfino i bisogni correnti della produzione di attrezzature. In altre parole l’ideale dell’ingegnere è basato sull’ignoranza del fatto economico fondamentale che determina la nostra posizione qui ed ora: la scarsità di capitale.

Il tasso di interesse è, naturalmente, solo uno, benché il meno compreso e quindi quello che suscita maggior antipatia, di quei prezzi che fungono da guide impersonali a cui l’ingegnere deve sottostare se i suoi programmi vanno inseri nella rete di attività della società nel suo insieme, e contro la limitazione dei quali si tormenta perché rappresentano forze di cui non capisce la spiegazione razionale. È uno di quei simboli in cui il complesso di tutta la conoscenza e dei desideri umani è automaticamente (non senza errori, comunque) registrato ed al quale l’individuo deve prestare attenzione se desidera mantenersi al passo con il resto del sistema. Se dovesse, invece di usare queste informazioni nella forma ridotta in cui gli sono trasmesse attraverso il sistema dei prezzi, provare in ogni caso a risalire ai fatti obiettivi e prenderli coscientemente in considerazione, questo sarebbe per dispensarlo dal metodo che gli rende possibile limitarsi alle circostanze immediate e sostituirlo con un metodo che richiede che tutta questa conoscenza sia raccolta in un centro ed inserita esplicitamente e coscientemente in un programma unitario. L’applicazione della tecnica ingegneristica all’intera società richiede effettivamente che il direttore possieda la stessa conoscenza totale della società intera che l’ingegnere possiede del suo mondo limitato. La progettazione economica centrale non è altro che una tale applicazione dei principi di ingegneria sull’intera società basata sul presupposto che in questo modo la completa concentrazione di tutta la sua conoscenza sia possibile.[6]

 

Il mercante

Prima di procedere a considerare l’importanza di questa concezione di un’organizzazione razionale della società, sarà utile completare l’abbozzo della mentalità tipica dell’ingegnere con un abbozzo ancora più breve delle funzioni del mercante o del commerciante. Questo non solo deluciderà ulteriormente la natura del problema dell’utilizzazione della conoscenza dispersa fra molte persone, ma contribuisce inoltre a spiegare l’avversione che non solo l’ingegnere, ma la nostra generazione tutta mostra per ogni attività commerciale e la generale preferenza che è accordata oggi alla “produzione” rispetto ad attività definite, confondendo alquanto, come “distribuzione.”

Rispetto al lavoro dell’ingegnere, quello del commerciante è, in un senso, molto più “sociale,” cioè intrecciato con le libere attività delle persone. Egli rende possibile un passo in avanti verso la soddisfazione ora di un fine, ora di un altro, e difficilmente si preoccuperà mai dell’intero processo che serve un’esigenza finale. Ciò che lo interessa non è il raggiungimento di un particolare risultato finale dell’intero processo a cui partecipa, ma il migliore uso dei particolari mezzi di sua conoscenza.

La sua speciale conoscenza è quasi interamente la conoscenza delle circostanze particolari di tempo o luogo o, forse, una tecnica di accertamento di quelle circostanze in un dato campo. Ma benchè questa conoscenza non sia di un genere che può essere formulato nelle proposte generiche o acquistato una volta per tutte, e comunque, in un’era scientifica, è per quel motivo considerata come conoscenza di un genere inferiore, è per ogni scopo pratico meno importante della conoscenza scientifica.

E mentre è forse immaginabile che ogni conoscenza teorica potrebbe essere raccolta nelle teste di pochi esperti ed essere così messa a disposizione di una singola autorità centrale, è questa conoscenza del particolare, delle circostanze momentanee del momento e delle condizioni locali, che non esisterà mai in altro modo che dispersa fra molte persone. La conoscenza di quando un materiale o una macchina particolare possono essere utilizzati più efficacemente, o dove possono essere ottenuti più rapidamente o più economicamente, è abbastanza importante per la soluzione di un’operazione particolare quanto la conoscenza di quale sia il materiale o la macchina migliore per lo scopo. Il genere precedente di conoscenza ha poco a che fare con le proprietà permanenti di categorie di oggetti che l’ingegnere studia, ma è la conoscenza di una particolare situazione umana. Ed è come persona la cui funzione è di tenere conto di questi fatti che il commerciante entrerà costantemente in conflitto con gli ideali dell’ingegnere, con i cui programmi interferisce provocando quindi la sua avversione. [7]

Il problema di assicurare un uso efficiente delle nostre risorse è così in gran parte il problema di come questa conoscenza delle particolari circostanze del momento possa essere utilizzata al meglio; e il compito che impone al progettista di un ordine razionale della società è di trovare un metodo con cui questa conoscenza ampiamente dispersa possa essere raccolta nel modo migliore. Fa una Petitio Principii, come succede di solito, per descrivere questo compito come efficace utilizzo delle risorse “disponibili” per soddisfare i bisogni “esistenti”. Nè le risorse “disponibili” nè i bisogni “esistenti” sono fatti obbiettivi come quelli di cui l’ingegnere si occupa nel suo campo limitato: non possono mai essere direttamente conosciuti in tutti i dettagli rilevanti per un singolo corpo di progettazione. Le risorse ed i bisogni esistono per scopi pratici soltanto attraverso qualcuno che li conosca, e sarà conosciuto infinitamente di più da tutte le persone insieme di quanto può essere noto all’autorità competente. [8]

 

Il mercato

Una soluzione di successo non può quindi essere basata su di un’autorità che si occupa direttamente di fatti obbiettivi, ma dev’essere basata su un metodo di utilizzazione della conoscenza dispersa fra tutti i membri della società, conoscenza di cui in qualsiasi caso particolare l’autorità centrale non saprà solitamente né chi la possiede né se esista affatto. Non può quindi essere utilizzata coscientemente integrandola in un tutto coerente, ma soltanto attraverso un certo meccanismo che delegherà le particolari decisioni a coloro che la possiedono, e che per quello scopo li rifornirà di informazioni sulla situazione generale così come gli permetterà di fare il miglior uso delle sole circostanze particolari che conoscono.

Questa è precisamente la funzione che i vari “mercati” espletano. Benché ogni loro parte conosca soltanto un piccolo settore di tutte le possibili fonti di rifornimento o degli usi di un prodotto, tuttavia, direttamente o indirettamente, le parti sono così interconnesse che i prezzi registrano i risultati netti rilevanti di tutti i cambiamenti che interessino domanda od offerta. [9] È come uno strumento per la comunicazione a tutti gli interessati ad un particolare prodotto delle relative informazioni, in forma ridotta e condensata, poiché i mercati ed i prezzi devono essere visti se vogliamo capire la loro funzione. Aiutano ad utilizzare la conoscenza di molte persone senza il bisogno in primo luogo di raccoglierla in un singolo corpo e rendono quindi possibile quella combinazione di decentralizzazione delle decisioni e di aggiustamento reciproco di queste decisioni che troviamo in un sistema competitivo.

Nel puntare ad un risultato che deve essere basato, non su un singolo corpo di conoscenza integrata o di ragionamento collegato che il progettista possiede, ma sulla conoscenza separata di molte persone, l’operazione dell’organizzazione sociale differisce fondamentalmente da quella dell’organizzazione di risorse materiali date. Il fatto che nessuna mente può conoscere più di una frazione di ciò che è noto a tutte le menti individuali pone dei limiti a quanto la direzione cosciente può migliorare i risultati di processi sociali inconsci. L’uomo non ha progettato deliberatamente questo processo ed ha cominciato a capirlo soltanto molto tempo dopo che questo si fu sviluppato. Ma che qualcosa che non solo non fa affidamento sul controllo intenzionale per il proprio funzionamento, ma che neppure è stato progettato deliberatamente, potrebbe determinare risultati desiderabili, che non potremmo determinare in altro modo, è una conclusione che lo scienziato naturale sembra trovare difficile da accettare.

È perché le scienze morali tendono a mostrarci queste limitazioni al nostro controllo cosciente, laddove il progresso delle scienze naturali estende costantemente il suo campo, che lo scienziato naturale si trova così frequentemente in rivolta contro l’insegnamento delle scienze morali. L’economia, in particolare, dopo essere stata condannata per aver impiegato metodi diversi da quelli dello scienziato naturale, si trova doppiamente condannata perché sostiene di mostrare i limiti della tecnica con cui gli scienziati naturali estendono continuamente la nostra conquista e padronanza della natura.

 

Il pianificatore

È questo conflitto con un forte istinto umano, notevolmente rinforzato nella persona dello scienziato e dell’ingegnere, a rendere l’insegnamento delle scienze morali così poco apprezzato. Come Bertrand Russell ha ben descritto,

il piacere della costruzione pianificata è uno delle motivazioni più potenti negli uomini che uniscono l’intelligenza all’energia; qualsiasi cosa possa essere costruita secondo un piano, un tale uomo tenterà di costruirla… il desiderio di creare non è in sé idealistico poiché è una forma di amore del potere e, dato che il potere di creare esiste, ci saranno uomini desiderosi di usare questo potere anche se la natura, senza bisogno d’aiuto, fornisse un risultato migliore di quelli che possono essere determinati con una deliberata intenzione. [10]

Questa dichiarazione si trova, tuttavia, all’inizio di un capitolo significativamente intitolato “Società Create Artificialmente,” nel quale Russell stesso sembra sostenere queste tendenze argomentando che “nessuna società può essere considerata come completamente scientifica a meno che sia stata creata deliberatamente con una determinata struttura per compiere determinati scopi.” [11] Così come questa dichiarazione sarà compresa dalla maggior parte dei lettori, esprime brevemente quella filosofia scientista che per mezzo dei suoi promotori ha fatto di più per generare l’attuale tendenza verso il socialismo di tutti i conflitti fra interessi economici che, benché sollevino un problema, non indicano necessariamente una particolare soluzione. Per la maggior parte delle guide intellettuali del movimento socialista, almeno, è probabilmente vero dire che sono socialisti perché il socialismo appare loro come A. Bebel, capo del movimento democratico sociale tedesco, lo definì sessant’anni fa, ovvero “scienza applicata in chiara consapevolezza e con completa comprensione di tutti i campi dell’attività umana.” [12]

La prova che il programma del socialismo realmente deriva da questo genere di filosofia scientista deve essere riservata a studi storici dettagliati. Attualmente la nostra preoccupazione è pricipalmente di mostrare in che misura l’errore intellettuale puro in questo campo può interessare profondamente tutti gli aspetti dell’umanità.

Quello che la gente così poco disposta a rinunciare a qualsiasi potere di controllo cosciente sembra non poter comprendere, è che questa rinuncia di potere cosciente, potere che deve sempre essere potere dell’uomo su altri uomini, è per la società nell’insieme soltanto una rassegnazione apparente, un’auto-negazione su cui gli individui sono invitati ad esercitarsi per aumentare i poteri della specie, per liberare la conoscenza e le energie degli innumerevoli individui che potrebbero non essere mai utilizzati in una società diretta coscientemente dall’alto. La grande sfortuna della nostra generazione è che la direzione che è stata data ai suoi interessi per mezzo dello stupefacente progresso delle scienze naturali non è una direzione che li aiuti nella comprensione del più grande processo di cui noi individui siamo soltanto una parte o nell’apprezzamento di come contribuiamo costantemente ad uno sforzo comune senza dirigerlo o obbedire ad ordini altrui. Vedere questo richiede un genere di sforzo intellettuale di un carattere diverso da quello necessario per il controllo delle cose materiali, uno sforzo in cui la formazione tradizionale in “studi umanistici” ha dato almeno una certa pratica, ma al quale i tipi ora predominanti di educazione sembrano preparare sempre meno.

Più la nostra civilizzazione tecnica avanza e più, quindi, lo studio delle cose come distinte dallo studio degli uomini e delle loro idee si qualifica per le posizioni più importanti ed influenti, e più significativo diventa il solco che separa due diversi tipi di mente: una rappresentata dall’uomo la cui ambizione suprema è di far girare il mondo attorno a lui in una enorme macchina, ogni cui parte, al suo premere un tasto, si muove secondo il suo disegno; e l’altro rappresentato dall’uomo il cui interesse principale è lo sviluppo della mente umana in tutte le sue funzioni, che nello studio della storia o della letteratura, dell’arte o della legge, ha imparato a vedere gli individui come componenti di un processo in cui il suo contributo non è diretto ma spontaneo e dove contribuisce alla creazione di qualcosa più grande di lui o di quanto qualunque altra singola mente potrà mai progettare.

È questa consapevolezza di far parte di un processo sociale, e del modo in cui i diversi sforzi interagiscono, che la sola formazione scientifica o tecnologica sembra così deprecabilmente non riuscire a trasmettere. Non sorprende che molte delle menti più attive fra quelle in tal modo addestrate presto o tardi reagiscano violentemente contro le mancanze della loro formazione e sviluppino una passione per l’imposizione alla società dell’ordine che non possono trovare con i mezzi di cui hanno familiarità.

 

Conclusione

In conclusione è forse desiderabile ricordare al lettore una volta di più che tutto quello che abbiamo detto qui è diretto soltanto contro un uso sbagliato della scienza, non contro lo scienziato nello speciale campo di sua competenza, ma contro l’applicazione delle sue abitudini mentali nei campi in cui non è competente. Non c’è conflitto fra le nostre conclusioni e quelle della scienza legittima.

La lezione principale a cui siamo arrivati è effettivamente la stessa che uno degli allievi più acuti del metodo scientifico ha tratto da un’indagine in tutti i campi di conoscenza: è che “la grande lezione di umiltà che la scienza ci insegna, che non potremo mai essere onnipotenti o onniscienti, è la stessa di tutte le grandi religioni: l’uomo non è e non sarà mai il dio di fronte al quale si deve piegare. “[13]
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Note

[1] ancora una volta, una delle illustrazioni migliori di questa tendenza è fornita da K. Mannheim, Man and Society in an Age of Reconstruction, 1940, specialmente pp. 240-244, nelle quali lo spiega.

Il funzionalismo fece la sua prima apparizione nel campo delle scienze naturali, e potrebbe essere descritto come il punto di vista tecnico. Solo di recente è stato trasferito alla sfera sociale… una volta che questa impostazione tecnica è stata trasferita dalle scienze naturali agli affari umani, è stata legata alla determinazione di un cambiamento profondo nell’uomo stesso. L’approccio funzionale non considera più le idee ed gli standard morali come valori assoluti, ma come prodotti del processo sociale che possono, se necessario, essere cambiati da una guida scientifica combinata alla pratica politica… l’estensione della dottrina della supremazia tecnica che ho sostenuto in questo libro è a mio parere inevitabile… Il progresso nella tecnica dell’organizzazione non è altro che l’applicazione delle concezioni tecniche alle forme di cooperazione. Un essere umano, considerato come parte della macchina sociale, fino a un certo punto è stabilizzato nelle sue reazioni dalla formazione e dall’istruzione, e tutte le sue attività recentemente acquistate sono coordinate secondo un principio di efficienza definito in un quadro organizzato.

[2] La descrizione migliore di questa caratteristica dell’approccio ingegneristico da parte di un ingegnere che ho potuto trovare si trova in un discorso del grande ingegnere ottico tedesco Ernst Abbe: “Wie der Architekt ein Bauwerk, bevor eine Hand zur Ausführung sich rührt, schon im Geist vollendet hat, nur unter Beihilfe von Zeichenstift und Feder zur Fixierung seiner Idee, so muß auch das komplizierte Gebilde von Glas und Metal sich aufbauen lassen rein verstandesmassig, in allen Elementen bis ins letzte vorausbestimmt, in rein geistiger Arbeit, durch theoretische Ermittlung der Wirkung aller Teile, bevor diese Teile noch körperlich ausgeführt sind. Der arbeitenden Hand darf dabei keine andere Funktion mehr verbleiben als die genaue Verwirklichung der durch die Rechnungen bestimmten Formen und Abmessungen aller Konstruktionselemente, und der praktischen Erfahrung keine andere Aufgabe als die Beherrschung der Methoden und Hilfsmittel, die für letzteres, die körperliche Verwirklichung, geeignet sind” (citato da Franz Schnabel, Deutsche Geschichte im neunzehnten Jahrhundert, vol. Ill, 1934, p. 222 — un lavoro che è una miniera di informazioni su questo come su tutti gli altri argomenti della storia intellettuale della Germania nel diciannovesimo secolo).

[3] Ci vorrebbe troppo tempo per spiegare qui in ogni dettaglio perché, qualsiasi delegazione o divisione del lavoro sia possibile nella preparazione di un “modello” ingegneristico, questo è molto limitato e differisce in aspetti essenziali dalla divisione della conoscenza sulla quale i processi sociali impersonali si basano. È sufficiente precisare che non solo la precisa natura del risultato deve essere fissa, cosa che chiunque debba elaborare parte di un programma di ingegneria deve assicurare, ma anche che, per permettere tale delegazione, si deve sapere che il risultato può essere raggiunto per nulla di più di un certo massimo costo.

[4] Il fautore più persistente di tale calcolo in natura è, significativamente, il Dott. Otto Neurath, il protagonista dei moderni “fisicalismo” ed “obbiettivismo.”

[5] Cfr. il passaggio caratteristico in Anatomia della Scienza Moderna di B. Bavinck (trad. dalla quarta edizione tedesca di H.S. Hatfield), 1932, p. 564: “Quando la nostra tecnologia è ancora al lavoro sul problema di trasformazione del calore in lavoro in un modo migliore di quello possibile con il nostro attuale motore a vapore ed altri motori termici…, questo non si fa direttamente per ridurre il prezzo dell’energia, ma in primo luogo perché aumentare il più possibile l’efficienza termica di un motore termico è un fine in sé. Se il problema dato è di trasformare il calore in lavoro, allora deve essere fatto in modo tale che la più grande frazione possibile di calore venga trasformata…. L’ideale del progettista di tali macchine è quindi l’efficienza del ciclo di Carnot, il processo ideale che consegna la maggiore efficienza teorica.“ È facile vedere perchè questo metodo, insieme al desiderio di realizzare un calcolo in natura, conduce così frequentemente gli ingegneri alla costruzione di sistemi “energetici” di cui si è detto, con molta giustizia, che “das Charakteristikum der Weltanschauung des Ingenieurs ist die energetische Weltanschauung” (L. Brinkmann, Der Ingenieur, Francoforte, 1908, P. 16). Già ci siamo riferiti (sopra p. 41) a questa manifestazione caratteristica di “obbiettivismo” scientista, e non c’è spazio qui per occuparcene più nei particolari. Ma merita di essere registrato quanto diffusa e tipica sia questa visione e quanto grande l’influenza da essa esercitata. E. Solvay, G. Ratzenhofer, W. Ostwaldt, P. Geddes, F. Soddy, H. G. Wells, i “Tecnocrati” e L. Hogben sono soltanto alcuni degli influenti autori di lavori nei quali l’“energetica” riveste un ruolo più o meno prominente. Ci sono parecchi studi su questo movimento in francese ed in tedesco (Nyssens, L’énergétique, Brussels, 1908; G. Barnich, Principes de politique positive basee sur l’énergétique sociale de Solvay, Brussels, 1918; Schnehen, Energetische Weltanschauung, 1907; A. Dochmann, F. W. Ostwald’s Energetik, Bern, 1908; e il migliore, Max Weber, “Energetische Kulturtheorien,” 1909, ristampato in Gesammelte Aufsätze zur Wissenschaftslehre, 1922, ma nessuno di loro adeguato e nessuno, per quanto io sappia, in inglese.

La sezione dal lavoro di Bavinck di cui un passaggio è stato citato sopra condensa il succo della enorme letteratura, principalmente tedesca, sulla “filosofia della tecnologia” che ha avuto un’ampia circolazione e della quale il più noto è Philosophie der Technik di E. Zschimmer, 3a ed., Stoccarda, 1933 (simili idee pervadono i ben noti lavori americani di Lewis Mumford). Questa letteratura tedesca è molto istruttiva come studio psicologico, anche se, al contrario, si tratti della peggior miscela di pretenziose assurdità e di rivoltanti insensatezze che la fortuna malata di questo autore abbia mai portato a leggere. La sua comune caratteristica è la sua avversione contro ogni considerazione economica, la tentata rivendicazione di ideali puramente tecnologici e la glorificazione dell’organizzazione della società tutta sui principi che governano una singola fabbrica. (Sull’ultimo punto vedi specialmente F. Dessauer, Philosophie der Technik, Bonn, 1927, p. 129.)

[6] Che questo sia completamente riconosciuto dai suoi fautori è indicato dalla popolarità fra tutti i socialisti, da Saint-Simon a Marx e Lenin, dell’assunto secondo cui la società intera dovrebbe essere fatta funzionare precisamente come una singola fabbrica. Cfr. V.I. Lenin, Lo Stato e la Rivoluzione (1917), “Little Lenin Library,” 1933, p. 78. “L’intera società si trasformerà in in un singolo ufficio ed in una singola fabbrica con uguaglianza di lavoro ed uguaglianza di salario”; e su Saint-Simon e Marx, p. 121 qui sopra e nota 72 alla II parte.

[7] Cfr. su questi problemi il mio saggio “The Use of Knowledge in Society,” American Economic Review, XXXV, no. 4 (settembre 1945), ristampato in Individualism and Economic Order, Chicago, 1948, pp. 77-91.

[8] È importante ricordarsi a questo proposito che gli aggregati statistici sui quali spesso si suggerisce che l’autorità centrale potrebbe contare per le sue decisioni, sono sempre arrivati mediante un intenzionale disinteresse delle circostanze particolari di tempo e luogo.

[9] Cfr. a questo proposito la discussione indicativa sul problema in Goldwanderungen di K. F. Mayer,, Jena, 1935, pp. 66-68 ed anche l’articolo “Economia e Conoscenza” del presente autore in Economia, febbraio 1937, ristampato in Individualism and Economic Order, Chicago, 1948, pp. 33-56.

[10] The Scientific Outlook, 1931, P. 211.

[11] Ibid., p. 211. Il passaggio citato potrebbe essere interpretato in un senso inconfutabile se “determinati scopi” è inteso non riferito a particolari risultati predeterminati ma come capacità di fornire ciò che gli individui desiderano in un qualunque momento – cioè, se ad essere progettato è un macchinario che può servire molti fini e non ha bisogno a sua volta di essere orientato “coscientemente” verso un fine particolare.

[12] A. Bebel, Die Frau und der Sozialismus, 13a ed., 1892, p. 376. “Der Sozialismus ist die mit klarem Bewusstsein and mit voller Erkenntnis auf alle Gebiete menschlicher Taetigkeit angewandte Wissenschaft.” Cfr. anche Socialismo e Scienza Positiva di E. Ferri (trad. dall’edizione italiana del 1894). Il primo a vedere chiaramente questo collegamento sembra essere M. Ferraz, Socialisme, Naturalisme et Positivisme, Parigi, 1877.

[13] M.R. Cohen, Reason e Nature, 1931, P. 449. È significativo che uno dei membri principali del movimento di cui ci preoccupiamo, il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, abbia scelto esplicitamente il principio opposto, homo homini Deus, come sua massima guida.
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Una visione libertaria

Ven, 04/11/2016 - 08:28

Caratteristica dominante dello stato di natura è il prevalere dei conflitti inconciliabili di interessi. Al suo interno, l’espansione dei mezzi di sussistenza tende ad essere scarsa od inesistente e la proliferazione tende ad esaurire questi mezzi. Lo stato di natura conseguentemente altro non è che uno stato di conflitto permanente.

In tale situazione ambientale, l’opposizione tra l’animale che muore a causa dell’inedia e quello che gli sottrae il nutrimento si pone come realtà pressoché inesorabile. In questa lotta per la sopravvivenza non si danno luogo ad incrementi sistematici di risorse. Dunque, la parola concorrenza applicata alle condizioni di vita degli animali significa, nella sua essenza, antagonismo che si manifesta nella ricerca di quel nutrimento che offre la sola natura. Questo fenomeno può essere definito come concorrenza biologica”.

Gli esseri umani, attraverso la cooperazione nella divisione e nella specializzazione del lavoro e della conoscenza, sono in grado invece di sostituire all’ostilità propria del regno degli animali la partecipazione e la mutualità con beneficio reciproco, trasformando in tale maniera conflitti inconciliabili in occasioni di guadagno per tutti i membri della società.

In questo diverso contesto, la concorrenza biologica viene rimpiazzata da quella che possiamo definire come concorrenza sociale, vale a dire lo sforzo degli individui ad assicurarsi la posizione più favorevole nell’ambito di un sistema di “cooperazione sociale.

La concorrenza sociale, facendo leva sul fatto che ogni individuo è depositario d’informazioni particolari e di una mente singolare, conduce al momento opportuno e tramite il calcolo microeconomico ad utilizzare, valorizzare ed ampliare sistematicamente risorse fino ad allora non sfruttate o comunque non pienamente sfruttate, in quanto permette di scoprire quali beni siano scarsi, o quali cose siano considerate beni, quanto siano scarsi o che valore venga loro imputato.

Pertanto, non può sussistere concorrenza sociale senza che simultaneamente vi sia anche cooperazione sociale.

Tuttavia, l’essere umano, per quanto la sua crescita intellettuale e materiale lo abbia nel corso del tempo elevato, non è fino ad oggi riuscito, nell’ambito delle sue relazioni, a sostituire regolarmente la concorrenza biologica con quella sociale e quindi con la cooperazione sociale.

Concorrenza e cooperazione sociale non derivano di conseguenza da alcuna verità in sé auto-evidente, bensì sono scelte che nascono e si sviluppano una volta che gli individui maturano la vicendevole convinzione che queste rappresentano la migliore soluzione reciproca alle proprie circostanze individuali. Da ciò deriva la constatazione che la natura semplicemente è; essa può stabilire dei limiti su ciò che è possibile fare ma non è in grado di prescrivere alcunché.

Non vi è nulla di oggettivamente giusto o sbagliato nelle azioni umane; anche in quelle che arrecano danno agli altri. Tuttavia, se un individuo si asterrà dall’aggredire o dal frodare gli altri sotto la condizione che anche gli altri si astengano dall’azionare gli anzidetti comportamenti su di lui, la possibilità media di tutti gli individui tende ad essere strutturalmente migliorata. L’adozione di tale convenienza risulta dunque essere reciprocamente vantaggiosa a patto che ogni violazione del diritto di proprietà ed auto-proprietà altrui venga perseguita e sanzionata (certezza del diritto). Solo così riesce a dispiegarsi quel libero processo di scoperta che porta all’uso di maggiori capacità e conoscenze rispetto a qualsiasi altra procedura.

Ciascuno di noi tende a sottoscrivere patti che consentano di conseguire meglio e più largamente possibile i propri fini e che limitino il più possibile i propri oneri. Tra l’opzione della cooperazione e quella della non cooperazione gli individui sceglieranno l’opzione cooperativa, ma soltanto nel momento in cui tutti i contraenti riusciranno a prendere coscienza del proprio potere sociale e che la forza, come modalità di relazione fra gli individui, rappresenta in sé un male che può essere ritenuta legittimo esercitarla solo per contrastare le aggressioni da parte di altri.

Stando così le cose, le premesse analitiche che implicano il minor grado di arbitrarietà sono le preferenze soggettive degli individui. Lo stato di natura di conseguenza serve a dimostrare che attraverso lo strumento del contratto è possibile pervenire ad una situazione nel complesso migliore, cioè ad una situazione in cui ogni singolo individuo è permesso al meglio di perseguire i propri scopi.

Si è affermato che ancora adesso nelle relazioni umane la concorrenza sociale non è riuscita a soppiantare regolarmente la concorrenza di tipo biologica. Sotto l’ottica delle istituzioni sociali, l’esistenza di un apparato come lo Stato rappresenta un riflesso di questo mancato raggiungimento.

Che lo Stato sia un’istituzione sorta di norma per via spontanea non vi è dubbio; diversamente, non avrebbe potuto continuare ad esistere per tutto questo tempo. Tale dato però non cancella la realtà per la quale esso, lo Stato, sia un’espressione di quella concorrenza biologica sopra descritta.

Lo Stato si regge sull’imposizione tributaria e chiunque si ostini a ritenere che questa imposizione possa essere equiparata ad un pagamento volontario può rendersi conto di persona cosa succede se sceglie liberamente di non pagare. L’imposizione tributaria è di per sé economicamente poco efficace per il semplice fatto che essa non implica in alcun modo di dover andare incontro ai bisogni dei consumatori: qualsiasi libera impresa che offrisse un servizio ritenuto dai più scadente inevitabilmente fallirebbe e scomparirebbe in breve tempo; questo non accade invece con lo Stato.

Non esiste un contratto che lega ogni singolo individuo allo Stato: nessun cittadino, infatti, può decidere legalmente di non sovvenzionare lo Stato, a fronte della sua contemporanea decisione di non avvalersi dei servizi erogati dallo Stato stesso.

La domanda diviene a questo punto la seguente: è possibile, nell’ambito delle istituzioni sociali, sostituire l’apparato statale con una “Società senza Stato?

Ogni individuo, nel percorso della sua vita, entra in contatto con altri individui. A volte gli interessi degli individui possono configgere tra di loro facendo in tal modo sorgere il problema per ciascun individuo di come accordarsi, ossia di come tendere a massimizzare le azioni altrui che ci apportano effetti positivi e tendere a minimizzare quelle che ci comportano effetti negativi.

Allora, quali disposizioni sociali adottare e come procedere ogniqualvolta appaiono situazioni che ledono o potenzialmente possono ledere l’assioma della non aggressione (nessuno può minacciare di aggredire o aggredire la proprietà e l’auto-proprietà altrui) senza dover far ricorso alla costituzione di un apparato statale?

Una soluzione politica libertaria sarebbe quella di chiedere innanzitutto agli individui, una volta in possesso della cosiddetta capacità di agire, la stipulazione esplicita di un contratto sociale universale, un contratto fondato unicamente sul rispetto dell’assioma di non aggressione.

La sottoscrizione di tale accordo, se ci apprestiamo a risolvere le controversie in una prospettiva di diritto libertario, non può essere ovviamente obbligatoria. Malgrado ciò, chi non dovesse sottoscrivere tale accordo di base si andrà automaticamente a collocare nella condizione di essere esposto al comportamento degli altri senza alcuna restrizione legale.

Sottoscrivere un tale accordo deve comportare che quelle dispute non riguardanti diritti dichiarati come indisponibili e che non riescono ad essere risolte volontariamente tra le parti stesse (parti che possono essere singoli individui ma anche gruppi di individui), devono essere demandate per la loro risoluzione ad organismi professionali di conciliazione/mediazione e arbitrali; diversamente, per quelle dispute concernenti diritti dichiarati come indisponibili si dovrà ricorrere direttamente ai tribunali.

In una società libertaria vigerebbe la concorrenza sociale anche nel settore dell’ordine pubblico e dell’amministrazione della giustizia, conseguentemente è molto probabile che avremo non solo più di un organismo professionale di conciliazione/mediazione e più di un organismo di arbitrato indipendente finanziariamente l’uno dall’altro a cui rivolgersi, ma anche più di tribunale e più di una forza di polizia indipendente finanziariamente l’uno dall’altro a cui rivolgersi.

I cittadini di una società libertaria, in quanto ora liberi consumatori a 360 gradi, pagherebbero volontariamente solo per  tenere in vita i servizi di quegli istituti (compresi tribunali e forze di polizia) che ritengono più adiacenti alle proprie esigenze ed alle proprie convinzioni.

In caso di disputa, se non ci si accorda su quale organismo di conciliazione/mediazione o di arbitrato o tribunale demandare la controversia, questo dovrà essere scelto mediante il metodo della lotteria. Chi non dovesse accettare questa prassi sociale verrà espulso dal contratto sociale universale e quindi si metterà nella condizione di essere esposto al comportamento degli altri senza alcuna restrizione legale.

Per quei diritti che non verranno qualificati come indisponibili, in caso di disputa che non riesce ad essere risolta volontariamente tra le sole parti stesse, si tenterà prima di tutto una conciliazione/mediazione, procedimento attraverso il quale il conciliatore/mediatore cercherà di far cessare la controversia componendo le varie richieste contrastanti. Qualora il tentativo di conciliazione/mediazione fallisca, ci si rivolgerà in seguito al procedimento dell’arbitrato il quale si pronuncerà dando una decisione finale alla controversia (lodo arbitrale) tenendo conto anche di quanto emerso in sede di mediazione/conciliazione.

In tal senso, la lite sarà scoraggiata e l’accordo favorito al più presto, giacché mano a mano che si sale di livello nell’affrontare la disputa, dal direttamente tra le parti fino all’arbitrato, aumenteranno anche gli onorari, le spese e le perdite di tempo.

La mediazione/conciliazione e l’arbitrato rappresentano un’ottima soluzione per dirimere quelle controversie che riguardano l’ambito collettivo, ambito che inevitabilmente sussiste anche in una Società senza Stato, come, ad esempio, decidere o meno di costruire o di mantenere un’infrastruttura di pubblico utilizzo (strade, ponti, illuminazione stradale, tubature dell’acqua e del gas, etc.) e se sì a quale costi.

Chi non dovesse attenersi a ciò che è stato composto direttamente tra le parti o in sede di conciliazione/mediazione o deciso in sede arbitrale verrebbe sanzionato con il metodo dell’ostracismo sociale: colui che non rispetta i patti o la decisione, colui che decide di utilizzare in maniera reiterata una risorsa di pubblico utilizzo di cui in precedenza ha deciso però deliberatamente e legalmente di non finanziare la sua implementazione o mantenimento non sarà soggetto a particolari sanzioni, ma sarà semplicemente espulso dal contratto sociale universale mettendosi in tale modo nella condizione di essere esposto al comportamento degli altri senza alcuna restrizione legale.

Il vantaggio della vita in comune stabilita dal contratto sociale universale, dovrebbe essere per ciascuno così grande che la motivazione a rispettare i termini dell’accordo o delle decisioni arbitrali dovrebbe superare di gran lunga l’interesse a rimanerne fuori.

Per quei diritti che invece verranno qualificati come indisponibili, in caso di disputa si ricorrerà direttamente al giudizio dei tribunali che emetteranno in caso di condanna le dovute sanzioni penali e/o amministrative che dovranno essere accettate e rispettate dal condannato pena anche qui essere espulsi dal contratto sociale universale.

In una società così organizzata non vi sarebbe ovviamente nessun welfare state coercitivo; nessuno verrebbe, infatti, costretto ad aiutare altre persone. A nessun diritto all’assistenza generalizzato corrisponderebbe così nessun dovere all’assistenza generalizzata.

Qualunque welfare state coercitivo si pone in netto contrasto con l’assioma di non aggressione, in quanto se è vero che un qualsiasi individuo potrebbe accettare l’idea di aiutare un altro individuo sulla base del ragionamento che un giorno anche lui potrebbe trovarsi nella condizione di dover farsi aiutare, questa disponibilità non può essere portata, senza violare l’assioma di non aggressione, fino al punto di costringere gli individui ad aiutare.

Affermare poi che il welfare state coercitivo serve ad ovviare all’innata mancanza di altruismo degli esseri umani è una sciocchezza che non può trovare alcun riscontro scientifico. Gli esseri umani sono senz’altro fallibili, ma questo non significa che siano per indole anche generalmente poco propensi alla carità, poiché il livello di carità di una società di individui sarà dettato da una serie di fattori economici, morali ed educativi che è impossibile determinare a priori.

La verità è che il welfare state coercitivo nasce per soddisfare il desiderio di alcuni individui di poter prelevare e gestire risorse altrui senza il consenso altrui e continua a perpetrarsi a causa del condizionamento psicologico che questi individui costantemente propagandano circa la sua (fittizia) necessità economica e morale.

Ora, tre osservazioni fondamentali.

La prima è che nessun’istituzione sociale potrà mai essere perfetta. Data l’impossibilità umana di essere un perfetto ottimizzatore in qualunque istante della funzione di utilità, ci saranno sempre errori e disfunzioni a cui far fronte. Nonostante ciò, si può legittimamente affermare che a parità di imperfezione umana un sistema istituzionale libertario, giacché imperniato sul mutuo e volontario adattamento degli atti dell’agente a quelli di tutti gli altri agenti e non su posizioni di vantaggio arbitrario legalizzato proprie di alcuni agenti, tenderà a massimizzare le occasioni per il bene di tutti.

La seconda ci dice invece che se il problema economico delle società consiste principalmente nel rapido adattamento ai cambiamenti che intervengono nelle peculiari circostanze di tempo e di luogo e se le decisioni inerenti a questi cambiamenti possono produrre risultati largamente profittevoli solo se prese dal singolo individuo o comunque con la sua attiva collaborazione, allora ogni nazione libertaria non potrà mai essere particolarmente estesa in termini territoriali.

La terza, infine, concerne le decisioni collettive. A questo riguardo, bisogna che gli agenti si sforzino ogni volta di scoprire ed attuare una volontà comune che faccia da filo conduttore di tutte le singole volontà, ossia quella volontà che emerge dalla collaborazione di tutte le persone interessate e non solo dalle pretese di un singolo individuo o di un ristretto gruppo di individui. Questa volontà comune può essere descritta paragonandola a quello che avviene nel libero mercato dei consumatori, nelle scoperte scientifiche e nel linguaggio; in questi ambiti nessuno viene costretto a comprare una determinata merce, ad adottare una determinata invenzione tecnologica o ad usare una certa parola, ma alla fine quelle merci che più soddisfano i bisogni, le invenzioni più efficaci e le parole che risultano essere più corrispondenti a certi scopi vengono quantomeno maggiormente adottate dalla collettività senza ricorso ad alcuna coercizione per il semplice fatto che vengono generalmente ritenute come le più soddisfacenti.

La chiave di una Società senza Stato, risiede nel saper adeguatamente ed in tempo reale coniugare due requisiti ugualmente indispensabili: il pluralismo, vale a dire la coesistenza d’iniziative irriducibilmente libere ed indipendenti, e la comunicazione. Il pluralismo senza un’opportuna comunicazione conduce al disordine; la comunicazione senza un effettivo pluralismo conduce invece alla ridondanza, alla ripetizione ed alla necrosi.

La logica sottostante ad una Società senza Stato deve essere simile a quella appartenente ad una vita umana perennemente vissuta tra estro e normalità, cioè deve sapersi continuamente posizionare tra una struttura totalmente differenziata ed una puramente ripetitiva. Solo così è possibile dare genesi, consistenza ed evoluzione ad un ordine sociale indipendente da ogni potere politico, inteso questo come potere che fa capo all’apparato statale.

Più concretamente, ciò significa che la libertà individuale deve essere affiancata da un sistema del diritto quanto più preciso ad individuare i confini delle diverse proprietà, quanto più descrittivo della capacità umana di autoregolarsi e quanto più stabile ed uguale per tutti. In particolare su quest’ultimo punto, poiché per essere liberi dall’interferenza del potere politico è necessario poter prevedere le conseguenze delle proprie azioni in vista delle leggi future, la certezza di lungo periodo conta quanto e più di quella di breve termine; soltanto la certezza di lungo periodo, infatti, si coniuga pienamente alla libertà individuale.

Gli esseri umani non sono in grado di pianificare lo sviluppo delle proprie menti né quello della propria civiltà. Tuttavia, se essi desiderano veramente promuovere e far funzionare una Società senza Stato troveranno certamente il modo di farlo; viceversa, fintanto che essi non desidereranno ciò, troveranno sempre una scusa per evitare di essere i governanti di sé stessi.

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Concetti economici: Platone, Aristotele e gli antichi greci — Parte 2

Lun, 31/10/2016 - 08:55

Rivolgendoci verso l’altro più celebre antico filosofo Greco, Aristotele (384 B.C. – 322 B.C.), ritroviamo ben poco del regime politico che caratterizza il suo maestro Platone. Per Aristotele, il comportamento più appropriato è “la via di mezzo, ” ovvero, evitare gli “estremi” o comportamenti e obiettivi velleitari nelle questioni umane.

Se da una parte Aristotele spera che delle politiche sagge possano aiutare a migliorare le condizioni e le azioni degli uomini, da un’altra egli riconosce anche che la natura umana non può essere plasmata, piegata o trasformata per conformarla a qualche ideale di Stato perfetto e popolato da persone nel modo in cui Platone credeva fosse in linea di principio desiderabile e possibile.

Aristotele e l’Importanza della Proprietà Privata

Questo viene fuori più chiaramente nel discorso di Aristotele sulla proprietà privata, e nel suo respingere l’appello di Platone per un ordine sociale comunista nel quale i beni materiali sono condivisi. Aristotele sosteneva che se tutte le terre fossero state condivise e lavorate collettivamente, allora probabilmente sarebbero sorte rabbia e ostilità tra i lavoratori partecipanti.

Perché? Poiché è in questa circostanza che gli uomini si sarebbero resi conto di non aver ricevuto ciò che spettava loro di diritto, nel momento in cui lavoro e ricompensa non erano rigorosamente e saldamente connessi, come avviene nel sistema della proprietà privata.

Aristotele concepiva i diritti di proprietà come un meccanismo incentivante. Quando gli individui credono e sono certi che potranno mantenere i frutti del loro lavoro, allora saranno inclini a prodigarsi nel lavoro in maniera produttiva, cosa che non accadrebbe in un sistema fondato sulla proprietà comune o collettiva. Aristotele affermava:

“Quando si coltiva la terra tutti insieme, la questione della proprietà crea enormi problemi. Se non si condividono equamente benefici e fatiche, coloro che lavorano molto e ricevono poco protesteranno necessariamente contro di quelli che al contrario lavorano poco e ricevono o consumano molto . . .

La proprietà dovrebbe essere…come regola generale, privata; per quanto ognuno possa avere un interesse diverso, gli uomini non protesteranno tra di loro e progrediranno, poiché ognuno si occuperà dei propri affari….”

Rompendo la connessione tra lavoro e ricompensa s’indebolirà l’impulso produttivo e, al contrario, si getteranno le basi per invidia e rabbia tra gli uomini riguardo alla distribuzione di quello che è stato prodotto in comune.

La proprietà Privata e la Benevolenza Umana

Vi era un’altra ragione per cui Aristotele difendeva il diritto alla proprietà privata contro gli appelli di Platone. Egli credeva che il diritto alla proprietà privata spesso conducesse verso un atteggiamento di benevolenza e liberalità verso gli altri. Aristotele così spiegava:

“Quanto è incommensurabilmente più grande il piacere, quando un uomo avverte che un bene è di sua proprietà. . . E inoltre, si prova il massimo piacere nel fare una gentilezza o un servizio nei confronti di amici ospiti e compagni, che può essere reso solamente se un uomo è un privato proprietario. Il beneficio si perde con una eccessiva unificazione dello Stato.”

Aristotele sembrava credere che da un sistema basato sulla proprietà privata potesse derivarne un sano equilibrio circa la questione dei diritti di proprietà all’interno della società, così da poter raccogliere i benefici come maggior lavoro e produttività che ne sarebbero derivati da un sistema così strutturato; e, allo stesso tempo, credeva che i benefici della proprietà dovessero essere condivisi con gli altri benevolmente, in forma di ospitalità e generosità, da parte di chi aveva prosperato dall’uso e dalla possesso della proprietà.

Aristotele e le caratteristiche dell’Uomo all’interno della Società

Aristotele difendeva la proprietà privata, ma non poneva l’individuo al centro delle questioni sociali. Egli definiva l’uomo, un “animale politico.” Secondo questa visione, non vi era alcuna vita per l’uomo al di fuori della città-stato in cui era nato, né un’esistenza fisica o morale indipendente dalla comunità o dallo Stato. L’uomo è nato e conduce la sua vita come cittadino dello Stato; e come tale era soggetto ad essere regolato nei vari aspetti della sua vita dalle leggi e dai costumi della città-stato della quale egli ne era una parte inseparabile.

Come il suo maestro, Platone, anche Aristotele s’interrogava su cosa fosse “il bene” e su quale fosse lo stile di vita migliore e più corretto per un uomo. L’ideale più alto, nella visione di Aristotele, è la vita del filosofo; lo stile di vita migliore è quello di una perfetta virtù morale, espressa dalla condotta e dall’interesse del singolo individuo come partecipante alla vita della città-stato. Né il filosofo né il buon cittadino possono realizzare questi ideali senza avere del tempo libero a disposizione. Per avere del tempo libero o da impiegare per condurre una vita volta alla ricerca della verità e della virtù, è necessaria la ricchezza.

In questo contesto dove l’uomo deve inseguire i due “richiami” più nobili, la ricchezza e il suo perseguimento non devono mai essere essi stessi il fine. Piuttosto l’uso e il perseguimento della ricchezza sono uno strumento per raggiungere e conseguire questi due fini “più nobili.” L’uomo libero deve avere un accesso adeguato alla ricchezza tale da poter evitare di preoccuparsi di guadagnarsi da vivere cosa che, altrimenti, lo distrarrebbe dal raggiungimento di questi obiettivi più nobili.

Aristotele difende la schiavitù presumendo che alcune persone potrebbero essere nate con una propensione “innata” alla servitù non avendo queste, le potenzialità per raggiungere quei fini “più nobili.” Questi obiettivi più “alti” avrebbero contribuito a rafforzare un’istituzione che avrebbe reso liberi pochi eletti dell’antica società greca. In tal modo, questi ultimi potevano dedicare presumibilmente le loro vite a degli obiettivi di vita non-materiali, mentre i primi, in condizioni di schiavitù, avrebbero fornito i beni e servizi permettendo a questi ultimi una vita agiata.

Aristotele distingueva anche tra “arte” e “azione.” Per creare un’opera d’arte, non è necessario che l’artista sia un “buon” artista in senso etico, ma è importante che l’opera completata frutto delle sue fatiche esprima e catturi i concetti di “bellezza” e “perfezione.”

Ma lo scopo principale dell’uomo, sosteneva Aristotele, non è la creazione di lavori artistici o persino di opere d’arte, ma piuttosto “le azioni” stesse. La condotta dell’uomo durante ”l’azione” era il fine stesso, non il concreto e specifico risultato di questa. Il concetto che Aristotele vuole esprimere può essere sintetizzato da questa frase: non conta vincere o perdere, ma come hai partecipato alla competizione.

Ovvero, l’individuo ha agito con onestà, correttezza, coraggio, modestia, e lealtà verso i propri valori? Qui l’individuo è giudicato nei termini dei punti di riferimento da seguire che ha fissato per se stesso, e se questi requisiti che ispirano l’azione sono “virtuosi”; e il singolo individuo ha agito rispettandoli, a prescindere dal risultato?

Economia Virtuosa vs Arricchimento Innaturale.

La ricchezza, quindi, nella visione di Aristotele è una legittima materia di studio come strumento essenziale per il raggiungimento da parte dell’uomo dei giusti fini. Pertanto, troviamo in Aristotele un argomento chiamato oikonomik, “gestione della casa.” Si tratta di come amministrare saggiamente la ricchezza materiale del proprietario o del latifondista agrario al fine di non dissiparla o abusarne mentre si è intenti ad inseguire gli obiettivi “più nobili” dell’uomo.

La gestione della casa in questo contesto era qualcosa più del semplice uso economico della terra, degli strumenti o di altri mezzi di produzione. Voleva dire anche una saggia gestione della casa del proprietario – sua moglie, i suoi figli e gli schiavi.

Ciò contrastava con un altro tipo di atteggiamento verso la ricchezza, che i Greci chiamavano chrematistik. Chrematistik riguardava l’arricchimento, cioè il far soldi e scambiarli. Aristotele critica molto i mercanti e i commercianti nella società Greca, considerandoli corrotti inseguitori della ricchezza fine a se stessa.

Aristotele catalogava “l’economia, ” o “gestione della casa, ” come dei fini “naturali” nei quali si ritrova l’essenziale e giusta condotta per l’esistenza umana e la realizzazione della natura dell’uomo nello sviluppare il suo innato potenziale per “il bene” come essere umano. Comprende sia la produzione e sia il consumo della ricchezza per la realizzazione di questi fini “più alti.”

Chrematistik, dall’altra parte, può essere sia “naturale” e sia “innaturale.”

Per “naturale”, Aristotele intende delle azioni volte all’arricchimento che è chiaramente e consapevolmente perseguito per disporre di uno strumento utile al raggiungimento dei due fini dell’uomo che sono la “verità” e la “virtù.” Il problema dell’arricchimento, secondo Aristotele, è che può diventare esso stesso un fine, cioè, l’acquisizione della ricchezza diventa l’obiettivo piuttosto che essere qualcosa di strumentale a dei propositi più nobili.

Il baratto è considerato “naturale” da Aristotele poiché è un mezzo tramite il quale gli individui si procurano quei beni materiali essenziali alla vita, i “bisogni naturali” dell’uomo, come lui li chiama. La Chrematistik cosiddetta “naturale”, compreso lo scambio di denaro, è giusta se è un mezzo per acquisire tutto ciò che è necessario per raggiungere i fini “più nobili”. Questa però diventa “artificiale” o “innaturale” quando l’acquisizione e lo scambio del denaro, e il loro perseguimento diventano gli scopi finali che guidano le azioni di una persona.

Aristotele e il Significato Ambiguo di “Prezzo Giusto”

Uno dei temi negli scritti di Aristotele riguardo all’economia era il “giusto prezzo.” Aristotele parlava di un’adeguata “reciprocità” nello scambio che determinasse un’“uguaglianza” tra i valori negoziati, e, quindi che riflettesse “la giustizia” nello scambio. Ma cosa significa “uguaglianza” dei valori? Aristotele parlava di equi valori di scambio quando questi erano negoziati nelle giuste proporzioni. Quali sono le giuste proporzioni?

Secondo Aristotele: ” Come un costruttore sta a un calzolaio, così le scarpe potrebbero stare alla casa, ” se un costruttore è “A” e un produttore di scarpe è “B”, e se “C” è una casa e “D” è un paio di scarpe, e se i due individui desiderano scambiare per acquisire quello che può fornire l’altro, allora le azioni reciproche garantiranno dei ritorni proporzionati, nel momento in cui i beni sono scambiati nelle corrette proporzioni.

A:B=C:D

Qual è il significato del lato sinistro dell’equazione? Cioè, qual è la “corretta” o “giusta” relazione tra il costruttore e il produttore di scarpe e secondo il quale parametro questa può essere determinata? La risposta a questo ha eluso i filosofi per centinaia di anni.

E qual è la proporzione adeguata o “giusta” di così tante paia di scarpe scambiate per una casa? Aristotele asseriva: “Nel modo più reale e autentico questo parametro [per esempio, il valore base delle merci, una merce relativamente ad un’altra] è basato sui bisogni, che sono alla base di tutte le associazioni degli uomini.”

Questo suggerisce l’importanza dell’utilità o “desiderabilità” dei beni come guida per la determinazione dei valori relativi tra questi. Ma Aristotele non dà alcuna risposta su come possa essere calcolata la proporzione dei valori tra i bisogni. Pertanto, egli non ci offre alcuna nozione convincente o concretamente applicabile riguardo al valore dei beni o alla “giusta” proporzione in base alla quale questi dovrebbero essere scambiati.

L’utilità della moneta nello scambio

Dato che Aristotele riconosceva e sosteneva l’utilità “naturale” dello scambio come un aspetto importante dell’economia – gestione della casa – egli considerava anche il denaro, un’invenzione utile e desiderabile per superare le tipiche difficoltà del commercio che si presentano in condizioni di baratto. Aristotele diceva:

“L’uso di una moneta era uno strumento indispensabile per estendere i benefici del commercio in larga misura. Poiché i beni della natura di prima necessità non erano tutti facilmente trasportabili, le persone, per barattare reciprocamente, usavano consegnare o ricevere un oggetto, che pur essendo anch’esso una merce, nella pratica degli affari quotidiani era più facile da gestire. Si usavano per esempio oggetti di ferro o argento, che all’inizio erano definiti solamente in base al peso e alla dimensione; più avanti nel tempo s’iniziò poi ad apporre un timbro (conio) su ogni moneta per risolvere il problema di dover ogni volta pesarle . . .”

La moneta, nella visione di Aristotele, serviva solo come mezzo di scambio. La moneta di per se non era “produttiva, “, ma serviva solo come mezzo per il trasferimento delle merci, e perciò, dei valori. Secondo Aristotele il problema nasceva quando l’uso della moneta era finalizzato a un lucro “innaturale” o “chrematistico” – l’accumulo del denaro fine a se stesso. Poiché nella mente di Aristotele vi era sempre la ricerca della “via di mezzo, ” questa appena descritta era una di quelle azioni troppo “estreme” che dovevano essere condannate sul piano morale.

Profitti Naturali vs Intermediari Innaturali e Reddito da Interessi

Aristotele sosteneva che il profitto derivante dalla coltivazione degli alberi o dall’allevamento di animali non danneggiava i vicini; erano maggiori i rischi e le spese connesse con l’approvvigionamento di cibo e vestiti necessari agli altri membri della comunità. Pertanto, il profitto derivante dal denaro investito, poteva essere “naturale” e giusto quando non implicava alcuna ingiustizia nello scambio.

Comunque, il commercio e i negozi, in generale, dove l’individuo si specializza nel ruolo permanente d’intermediario o mercante – e, quindi, non produce “nulla” ma trasferisce solamente dei beni da una persona a un’altra – secondo la visione di Aristotele, non erano altro che attività “innaturali” volte al raggiro.

Estendendo questo concetto, Aristotele condannava il profitto fatto prestando denaro ad altre persone. Poiché il denaro è solo un mezzo per facilitare lo scambio di una merce con un’altra, tutto quello che un creditore può giustamente richiedere indietro, è solamente la somma – il capitale senza interessi – prestata.

Il denaro di per se non era produttivo e, come tale, non doveva essere “riprodotto” (ottenere una somma maggiore rispetto alla somma originariamente prestata) poiché, in base al suo pensiero, in tal modo si sarebbe ottenuto qualcosa in cambio di nulla. Ciò che era “arido” (la moneta) non poteva creare dei “frutti” (gli interessi sul prestito).

Le Intuizioni di Aristotele e i suoi Limiti sull’Economia

In Aristotele, troviamo una comprensione più sottile e raffinata di alcuni temi economici rispetto a Platone. Aristotele inserisce una dimensione “comportamentale” nell’analisi della proprietà che s’interroga su quale siano gli incentivi e le risposte da parte degli agenti umani quando questi vivono in differenti contesti istituzionali all’interno dei quali hanno l’opportunità di agire. Ovvero, gli uomini come agiranno, sceglieranno e risponderanno nelle loro decisioni di consumo e produzione se a questi sarà o non sarà permesso di possedere e di disporre della proprietà privata?

Troviamo anche i primi concetti rudimentali riguardanti la natura e il significato dello scambio: Qual è l’origine del valore e il criterio per attribuire i prezzi relativi tra i beni? Qual è un “equilibrio” adeguato nel rapporto di scambio?

Anche se le risposte di Aristotele erano incomplete e spesso inattendibili o errate, egli fu perlomeno tra i primi a interrogarsi su un tipo di quesiti che nei secoli successivi sarebbero poi diventati il fulcro dell’analisi e del sapere economico.

Le sue fondamentali debolezze erano: l’incapacità di spiegare i criteri effettivi per determinare il valore nello scambio; un’incomprensione della natura delle transazioni monetarie nel mercato poste in essere attraverso l’intermediazione di mercanti professionisti o “intermediari”; in ultimo, un’analisi confusa del ruolo e della logica del credito, del debito e del pagamento degli interessi.

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Concetti economici: Platone, Aristotele e gli antichi greci — Parte 1

Ven, 28/10/2016 - 08:17

Attraverso le loro opere giunte fino a noi, gli antichi Greci hanno lasciato un patrimonio di conoscenza su una grande varietà di argomenti riguardanti la scienza, la logica, la filosofia, la letteratura e l’arte. Inoltre, la città-stato di Atene è considerata la culla della libertà intellettuale e della democrazia: eredità che ha contribuito al plasmarsi delle idee che hanno influenzato lo sviluppo della Civiltà Occidentale.

Ma in confronto le loro riflessioni sull’economia furono sempre poche e pressoché sempre relativamente poco sistematiche. Una delle principali ragioni di ciò è dovuta al fatto che per gli antichi Greci le questioni riguardanti “l’economia” furono secondarie rispetto ad altre tematiche ritenute molto più importanti per la società e l’umanità.

Per i filosofi Greci e per gli intellettuali dell’epoca, le tematiche principali furono i dilemmi su “la giustizia”, su “la virtù”, su “il bene” e “la bellezza”. Quelli che oggi definiamo problemi e questioni “economiche” furono relegati ad una ristretta cerchia di considerazioni su come le organizzazioni e le istituzioni economiche avrebbero potuto essere modificate o strutturate al servizio di questi fini o obiettivi “più nobili.”

La concezione greca della società al di sopra del singolo individuo

Estendendo questo concetto si comprende la visione generale che gli antichi Greci avevano circa l’individuo all’interno della società. Secondo il loro pensiero, l’individuo dipendeva dalla società nella quale era nato per tutto ciò che lo rendeva o poteva rendere una persona. Cioè, la comunità assisteva e formava l’individuo fino a renderlo un essere umano “civile”. La società aveva la precedenza, o la priorità, al di sopra dell’individuo. L’individuo nasceva, viveva, e moriva. Invece la società e lo stato, secondo il loro pensiero, continuavano comunque a vivere.

La più moderna concezione di uomo libero, agente autonomo che sceglie i propri fini, seleziona i mezzi per ottenere i propri obiettivi desiderati e che in generale vive per se stesso, fu un concetto estraneo al modo di pensare degli antichi Greci.

Uno dei primi difensori della libertà individuale nell’Europa del diciannovesimo secolo fu il filosofo-sociologo rancese Benjamin Constant (1767-1830). Nel 1819, tenne una famosa lezione a Parigi intitolata “La libertà degli antichi a confronto con quella dei moderni.”

Egli sostenne che tra gli antichi Greci, come ad esempio nella città-stato di Atene, “libertà” era intesa come il diritto del libero cittadino di partecipare alle decisioni politiche degli affari cittadini, compresi i dibattiti, gli interventi e le votazioni. Ma una volta prese le decisioni e concluse le votazioni, il singolo individuo era “sottomesso” alle decisioni prese dalla maggioranza dei suoi concittadini. Constant così spiegava: … lo scopo degli antichi era la condivisione del potere [politico] tra i cittadini della città: questo è quello che loro chiamavano libertà. [Ma] il cittadino, quasi sempre sovrano negli affari pubblici, era schiavo in tutte le sue relazioni private. Come cittadino, egli decideva la pace e la guerra, come individuo privato, era vincolato, controllato e represso in tutti i suoi movimenti; come membro di un organo collegiale, poteva interrogare, far dimettere, condannare, mandare in rovina, esiliare o condannare a morte i suoi superiori e magistrati; come soggetto ad un organo collegiale poteva essere privato del suo status, spogliato dei suoi privilegi, bandito, condotto a morte, dal potere discrezionale della collettività di cui faceva parte … Gli antichi, come afferma Condorcet, non avevano la nozione di diritti individuali. Gli uomini erano, per così dire, soltanto delle macchine, i cui ingranaggi e ruote dentate erano regolati dalla legge … L’individuo in qualche modo si confondeva con la nazione, il cittadino con la città.

Constant comparò questo concetto di libertà degli antichi con quello dei “moderni”, cioè con la concezione e l’ideale di libertà ai suoi tempi (nei primi decenni del diciannovesimo secolo). Ora, affermò, l’idea di libertà era il diritto dell’individuo ad essere lasciato da solo, indipendente. L’individuo era libero di gestire la propria vita, di scegliere i propri obiettivi, e realizzare qualunque obiettivo e carriera volesse. Poteva scegliere di appartenere a qualunque gruppo sociale o poteva proseguire da solo per la sua strada. La libertà politica era un aspetto importante della libertà, argomentò Benjamin Constant, ma per i “moderni” l’essenza della libertà è il diritto del singolo individuo a condurre la propria vita come più desidera, senza interferenze o “imposizioni” della maggioranza o della minoranza politica.

Constant così spiegava: … cosa intende oggi con la parola “libertà” un cittadino inglese, francese, o degli Stati Unita d’America. Per ciascuno di loroi è il diritto di essere soggetti alle leggi, e di non essere arrestati, detenuti, condannati a morte, o maltrattati in alcun modo dall’arbitrario volere di uno o più individui. E’ il diritto che ognuno ha di esprimere la propria opinione, di scegliere una professione ed esercitarla, di disporre della proprietà, sino ad abusarne; di andare e venire senza autorizzazioni e senza dover render conto a qualcuno delle proprie motivazioni o dei propri impegni. E’ il diritto di chiunque di associarsi con altri individui, di discutere dei propri interessi, di professare la propria religione preferita o quella dei loro compagni, o persino semplicemente di trascorrere le proprie ore o giornate nel modo che sia il più compatibile possibile con le proprie inclinazioni o stati d’animo.

La schiavitù sminuiva il lavoro onesto ed indeboliva gli incentivi

E’ anche importante ricordare che la società Greca e la sua antica economia erano basate sul lavoro degli schiavi. Questo produceva due effetti. Primo: tutto ciò che implicava lavoro manuale (e l’attività ordinaria svolta per vivere, così come la gestione quotidiana del denaro o lo scambio di beni o sevizi) era considerato qualcosa di basso livello per un cittadino colto e libero di una città-stato della Grecia. Ciò distraeva il libero cittadino greco da quello che era il suo principale e più nobile dovere: partecipare ed interessarsi alle questioni politiche, filosofiche ed artistiche della sua città-stato. Questo non assicurava un clima intellettuale favorevole per lo sviluppo di importanti studi e riflessioni che potessero riguardare le relazioni o le istituzioni economiche. Secondo: poiché il lavoro era svolto dagli schiavi, il libero cittadino non era mentalmente incentivato o motivato a preoccuparsi di questioni riguardanti il risparmio o l’utilizzo più efficiente del lavoro. Infatti dal momento in cui lo schiavo veniva catturato e ridotto in schiavitù, questo non poteva rifiutarsi di lavorare o pretendere salari più alti o migliori condizioni di lavoro, o cercare altrove migliori opportunità lavorative, non vi era stimolo a sviluppare una più efficiente modalità d’impiego del lavoro mediante migliori accordi sociali o di mercato.

La divisione del lavoro e la dimensione della città-stato secondo Platone

Per Platone (428–348 a.C.) l’origine della società si fonda sull’impossibilità degli uomini di essere autosufficienti; l’impossibilità di soddisfare tutti i propri bisogni per mezzo del loro lavoro. Ogni uomo possiede sicuramente alcune qualità proprie che per alcune cose lo rendono migliore rispetto ad altre. Con la specializzazione dei compiti, i membri di una comunità possono migliorare le loro condizioni materiali producendo quei prodotti nei quali sono più abili e scambiarli con altri beni di cui hanno bisogno realizzati da altri membri della comunità impegnati a fare lo stesso.

Ma Platone sosteneva che la divisione del lavoro fosse basata non solo, o principalmente, per la sua maggior efficienza produttiva. Piuttosto, riteneva che il fondamento logico di tale organizzazione sociale fosse etico. Data la diversità di caratteristiche e capacità tra gli uomini, Platone sosteneva che ognuno avrebbe dovuto fare ciò che gli fosse più “naturale” ed in tal modo realizzasse ciò che fosse “meglio” per la propria “indole”. E così si sarebbe realizzato “il bene”.

Il bisogno primario dell’uomo, diceva Platone, era il cibo, un riparo, e il poter coprirsi. La città-stato deve avere una divisione interna del lavoro abbastanza ampia da contenere un numero sufficiente di membri con diverse abilità e capacità in grado di soddisfare questi bisogni primari.

Ma uno dei suoi studenti chiese a Platone se questa non sarebbe stata soltanto una “città dei maiali”.

Platone ammise che se una città-stato avesse dovuto soddisfare sia le necessità base degli uomini che gli aspetti più “nobili” e colti delle loro vite potenziali, la città si sarebbe dovuta espandere verso una dimensione abbastanza grande da includere la popolazione, la terra, e le risorse necessarie per realizzare anche i loro bisogni più nobili ed elevati.

Le altre città-stato si sarebbero trovate nella stessa situazione. Sarebbero sorti conflitti tra le città-stato appena ciascuna di esse avesse tentato di espandersi e di appropriarsi di quello che possiedono le altre. Da questo ne deriverebbe una guerra inevitabile. Per difendersi dalle altre città-stato concorrenti ed espandersi per raggiungere la popolazione, la terra, e le risorse richieste per condurre una vita più elevata e dotta, ogni città-stato avrebbe bisogno di una categoria di uomini formati e competenti nella divisione del lavoro per difendere e conquistare territori, risorse e gli schiavi per eseguire i lavori da svolgere.

Platone ed il comunismo dei guardiani

La città-stato richiederebbe una categoria di “guardiani” o “guerrieri”. Ma ora sorge un problema, afferma Platone: chi proteggerebbe i cittadini della città-stato dai quei guardiani che hanno la capacità di usare le proprie abilità guerriere contro quelle persone di cui si suppone che questi ne stiano proteggendo i bisogni e la vita? Chi salvaguarda le persone dai guardiani?

Questo portò Platone a criticare la proprietà privata. Platone affermò che dove gli uomini possono essere proprietari, allora li esiste la brama del possesso e della proprietà. Quando gli uomini possono acquisire e detenere la proprietà privata, questi sono motivati non dal “bene comune” della città ma dai desideri del singolo individuo.

Per Platone esiste pertanto una gerarchia di valori secondo questo ordine: “Anima”, “Corpo” e “Ricchezza”. Una classe di guardiani con il diritto di essere proprietari sarebbe dunque tentata di perseguire “il meno nobile” anziché il “più alto” dei fini umani, cioè il raggiungimento della ricchezza materiale piuttosto che lottare per la “verità” e per la “virtù”.

Nella Repubblica ideale di Platone, i guardiani rinuncerebbero quindi alla proprietà materiale. Vivrebbero tutti insieme in un edificio comune; condividerebbero i loro pasti; i loro abiti sarebbero modesti e simili. Le donne sarebbero in comune ed i guardiani di sesso femminile si vedrebbero privati dei loro figli appena nati per prevenire un legame con loro. L’assunto di Platone è che l’ambiente sociale – le istituzioni politiche ed economiche all’interno delle quali gli uomini vivono e lavorano – determina le loro caratteristiche comportamentali. Cambiando le istituzioni sociali ed economiche – in questo caso, da proprietà privata a proprietà comune e condivisa – si possono cambiare le persone da essere umani interessati a se stessi in essere umani interessati agli altri. L’ipotesi di Platone è che se si nega alle persone la possibilità o il diritto di acquisire o possedere la proprietà e la ricchezza privata, queste smetteranno di preoccuparsi solo dei propri interessi e desideri personali. Al contrario, si preoccuperanno di avere come obiettivo solo il miglioramento di “tutto” ciò che condividono, dei beni comuni e della comunità.

Nella mente di Platone non esiste perciò una “natura umana” fissa, immutabile ed invariabile. Modificando le istituzioni sociali si possono cambiare le qualità ed il carattere dell’uomo.

La repubblica ideale di Platone come società pianificata.

Nello Stato ideale di Platone vi sono governanti e governati. Una delle responsabilità dei guardiani sarebbe quella di assicurare la selezione del ceto e della posizione sociale che ciascun membro della società deve assumere. Ogni aspetto della vita di ciascun individuo doveva infatti essere controllato e diretto dallo Stato.

Ad un certo punto, Platone afferma: Il criterio principale è che nessuno, maschio o femmina, dovrebbe essere lasciato senza controllo né lasciato crescere, sia nel gioco che nel lavoro, abituato mentalmente ad agire da solo o su propria iniziativa, ma dovrebbe vivere sempre, sia in guerra sia in pace, con il proprio sguardo sempre costantemente rivolto verso il suo comandante e seguire le sue indicazioni.

L’economia domestica doveva essere rigidamente controllata e determinata dai governanti. Riportando le parole di Platone: I legislatori devono consultarsi con gli esperti in ogni settore delle vendite al dettaglio ed in queste riunioni devono considerare quale standard di profitti e spese produce un moderato guadagno per il commerciante, e poi questi livelli di riferimento di profitti e spese ai quali si è giunti devono essere disciplinati per iscritto; e devono insistere su questo – gli amministratori del mercato, gli amministratori della città, gli amministratori delle campagne, ciascuno nel proprio ambito di competenza.

Qualunque scambio, commercio e produzione, sia all’interno della città-stato sia verso le altre città-stato, sarebbero controllati e regolati dai governanti dello Stato. Non ci sarebbe libera circolazione di persone da una città-stato all’altra. Tale interazione, sosteneva Platone, comporterebbe un mix di culture e ciò potrebbe seriamente compromettere “un buon sistema di governo regolato da leggi giuste”.

Ogni persona mandata in giro a studiare le attività delle altre persone e ad apprendere quali cose sarebbero utili imparare per migliorare la propria città-stato, sarà soltanto una persona con più di 50 anni e solo dopo aver ricevuto l’approvazione delle autorità dello Stato. Devono essere uomini di “grande prestigio” ed “incorruttibili” nel senso di (non) essere influenzati negativamente da quello che vedono e sentono nei loro viaggi all’estero.

Platone diceva: Ma se, d’altra parte, tale ispettore al suo ritorno appare corrotto, nonostante le sue pretese di saggezza, gli si deve proibire di associarsi con chiunque, giovane o vecchio che sia; nel caso in cui questo obbedisca ai magistrati, potrà vivere come un privato cittadino, altrimenti dovrebbe essere condannato a morte.

Nulla è fuori del controllo dello stato. Nessun aspetto della vita personale deve rimanere privato. Questo include il dovere dei governanti di mantenere un rigido controllo sulla popolazione per assicurare un’adeguata dimensione della città-stato ideale. Questo vorrebbe dire una popolazione di 5.040 persone – abbastanza grande da permettere la divisione del lavoro richiesta per i compiti da adempiere, ma anche abbastanza piccola da permettere a tutti di conoscersi l’un con l’altro. Inoltre, ci sarebbe un sistema educativo selettivo per assicurare una “valida” cittadinanza. La popolazione in più sarebbe mandata altrove a costituire delle colonie oppure i nuovi nati sarebbero condannati a morte.

Platone, il padre dello stato totalitario

E’ per queste ragioni che Platone talvolta è stato definito il padre intellettuale del collettivismo politico ed economico, nonché dello Stato totalitario. In Platone si può trovare il progetto iniziale di una completa ed assoluta economia comandata e pianificata. Salari e prezzi sono stabiliti dallo Stato; i guardiani determinano l’allocazione della popolazione nel sistema della divisione del lavoro assegnando ad ogni persona una particolare occupazione o compito a vita già dalla giovane età; tutti gli scambi e il commercio domestico e internazionale sono controllati e regolati dallo stato, come determinati da quelle che sono le “giuste necessità” di una città-stato; e quello che le persone possono imparare e condividere circa le altre società è rigidamente regolato dallo Stato.

L’individuo è ridotto a essere un ingranaggio della ruota dello Stato ideale di Platone.

Il famoso filosofo della scienza, Karl Popper, così concludeva nella “Società aperta ed i suoi nemici” (1945): Mai ci fu un uomo più profondamente ostile verso l’individuo … [Platone] odiava l’individuo e la sua libertà … Nel campo della politica, l’individuo è per Platone il Sommo Male in senso assoluto … Platone s’interessa unicamente della collettività intera in quanto tale e per lui la giustizia non è altro che il benessere, l’unità e la stabilità di questa entità collettiva.

La visione e “l’ideale” di Platone hanno ispirato e rappresentato un punto di riferimento – per gran parte del ventesimo secolo sotto il nome di Stato Totale – nella realizzazione sia dell’ordinamento fascista che comunista.

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Classificazione delle istituzioni politiche mediante un indice

Mer, 26/10/2016 - 08:01

1- DEFINIZIONI
  1. Per poter classificare le istituzioni politiche, è necessario intendersi sui termini. Ecco quindi la descrizione del significato preciso della terminologia politica necessaria a tale fine.
1.1- LIBERALISMO (1)

E’ un termine utilizzato nel ‘900 (probabile primo esempio nel 1911: “Il Liberalismo“, di Hobhouse) per indicare la dottrina politica elaborata dai filosofi illuministi. Si tratta di una dottrina politica completa nonostante la sua semplicità, impostata con rigore razionalista dal filosofo contrattualista e giusnaturalista Locke, la cui sintesi è riducibile a due soli punti:

. fondazione di tutto il sistema politico e giuridico esclusivamente sulla difesa dei diritti individuali descritti in un elenco (atto dei diritti) e di quelli da essi derivati in modalità deduttiva;

. scetticismo nei confronti del potere politico, la cui possibilità di arbitrio (cioè la violazione dei diritti individuali) verrebbe neutralizzata mediante la separazione dei poteri politici (ai fini di sorveglianza reciproca, non di sovranità autonoma) e la severa responsabilità diretta del funzionario pubblico.

ULTERIORI DEFINIZIONI IN NOTA:

– Diritti individuali (2).

– Diritti dell’uomo e del cittadino (3).

– Poteri politici e principio della separazione (4).

– Responsabilità diretta del funzionario pubblico (5).

NOTE DI APPROFONDIMENTO:

– Giusnaturalismo e contrattualismo illuminista (6).

– Deduttività giuridica (7).

– Evoluzione teorica del pensiero politico illuminista (8).

– Evoluzione storica del pensiero politico illuminista (9).

ESEMPI ISTITUZIONALI

Non esiste, oggi al mondo, un sistema istituzionale che replichi i dettami del liberalismo illuminista.

I sistemi che più vi si avvicinano sono quelli dei paesi di lingua inglese e quello elvetico.

La Svizzera per due motivi: il potere costituzionale diretto e la separazione dei poteri. Quest’ultima, sia ai fini di sorveglianza reciproca che di confronto concorrenziale (tra i cantoni).

Gli anglofoni per l’esistenza di un elenco dei diritti inalienabili dell’individuo, più o meno rispettato dall’arbitrio politico. La distanza tra l’interpretazione costituzionale ed i cittadini è a mio avviso un difetto di questi paesi, parzialmente corretto dalle giurie popolari del sistema giudiziario.

Infine, ritengo che un difetto comune a tutti, anche svizzeri ed anglofoni, sia l’insufficiente protezione dei meccanismi democratici dal rischio demagogico. In altre parole, il diritto del cittadino all’informazione politica è insufficiente, e contemporaneamente non è protetto da propaganda e plagio. Il cui semplice meccanismo di difesa si potrebbe efficacemente ridurre alla dichiarazione di quanto classificabile come opinione e quanto come dato di fatto. Tale elementare regolamentazione della già limitata offerta di informazione politica non esiste nel globo terraqueo, agevolando perciò le pesti della propaganda politica e del plagio educativo.

Conclusione: anche se in misura diversa, tutti i sistema istituzionali del mondo, oggi, attribuiscono facoltà arbitrarie all’autorità politica di violare i diritti naturali dei propri cittadini ai fini di un supposto vantaggio comune. Questo articolo propone un metodo per quantificare esattamente tale arbitrio.

 

1.2 AGGETTIVI CHE INIZIANO CON LIBER

LIBER ALE

Il noto storico politico Marco Bassani, da me interpellato sul significato del termine, mi ha così risposto: ‹‹Da quando esiste, l’aggettivo liberale non ha mai significato una mazza ››.

Effettivamente tale aggettivo è stato applicato ad una corrente politica un secolo prima dell’esistenza del termine liberalismo, quindi non può esserne l’aggettivo. In particolare, esso è nato col Partito Liberal spagnolo del 1812, il quale sosteneva il neonato parlamento in contrasto col partito realista, che ne sosteneva invece l’illegalità e l’abolizione.

Da allora, i partiti liberali dell’800 possono essere accumunati esclusivamente dal sostegno al “parlamentarismo”, forse non molto coerente con la logica della separazione bilanciata dei poteri propria del liberalismo. Come noto, in Italia il partito liberale è stato caratterizzato anche dagli ideali risorgimentali di unificazione amministrativa della penisola.

Ciò che comunque possiamo escludere è una applicabilità dell’aggettivo al liberalismo come filosofia politica, sia nel corso del IXX° secolo che del XX°.

LIBER ISTA

Il termine esiste solo in lingua italiana, per neologismo di Benedetto Croce negli anni ’40, ed indica una politica economica priva di regole, che deriverebbe dai principi del liberalismo ma da esso separabile.

Ambedue i concetti (assenza di regole e separazione della filosofia giuridica da quella economica) sono sempre stati criticati dai teorici puri del liberalismo (in particolare da Einaudi, Leoni ed Hayek).

Prima di tutto perché il liberalismo sostiene la necessità della difesa di ogni tipo di libertà da parte del Diritto (‹‹Il mercato è un sistema giuridico, in assenza del quale, l’unica economia possibile è la rapina di strada ›› – Boehm Bawerk).

In secundis, perché la libertà economica è conseguenza diretta di quella personale e del diritto alla proprietà privata. Senza questi ultimi, non esiste neanche la prima.

In conclusione: in filosofia politica, anche il termine liberista ‹‹non significa una mazza››.

LIBER TARIO, ANARCO-LIBER ALE, LIBER TARIAN, LIBER TAIRE

Questi termini sono assai simili, e differiscono dal liberalismo in quanto sostengono l’inutilità di un’autorità pubblica per difendere il diritto individuale.

In comune col liberalismo hanno però l’individuabilità di un’etica naturale universale. Ovvero, di diritti moralmente riconosciuti e condivisi da una comunità.

Relativamente alle modalità di difesa di tali diritti, le tesi dei libertari non appaiono né precise né univoche. Fondamentalmente, il concetto ispiratore è che, essendo le attività pubbliche attualmente troppo estese, arbitrarie ed oppressive, qualunque loro riduzione sia auspicabile.

LIBER AL

Il termine “liberal” (pronuncia: “léberol”), diffuso sia in USA che, per successiva esportazione, anche in GB, è un termine nato negli anni ’30 per indicare una politica di espansione delle garanzie dell’assistenza sociale e della redistribuzione dei redditi. In pratica, ciò che si intende attualmente in Europa per “socialista”. Probabilmente, la negatività associata a quest’ultimo termine in USA ha indotto alla ricerca di un eufemismo, ovvero di un termine alternativo per lo stesso significato.

Il commento dell’economista austriaco Schumpeter fu ‹‹come supremo, anche se non intenzionale, complimento, i nemici della libera impresa si sono appropriati dell’etichetta››.

CONCLUSIONE

Nel XXI°, la crisi delle ideologie ed il nuovo interesse per il liberalismo ha necessitato la ricerca di una aggettivazione corretta, che sembra essere stata trovata in “liberale classico“. Anche in USA si stia utilizzando a questo scopo proprio la terminologia “classical liberal“.

In alternativa a tale perifrasi, il termine originario, “illuminista” sarebbe poco moderno. “Individualista” ha invece un senso dispregiativo, erroneamente divenuto sinonimo di “egoista”.

Per evitare le perifrasi, propongo perciò un neologismo, l’unico etimologicamente corretto: “liber-alista“, ammettendo che purtroppo non suona molto elegante.

 

1.3- TEORIE TOTALITARIE

In perfetta antitesi allo scetticismo ed all’individualismo liberalista, sono le teorie totalitarie.

TOTALITARISMO e TOTALITARIO

E’ qualunque dottrina, o istituzione, che manchi di limitare il potere politico. Tipicamente totalitarie sono le teocrazie, le dottrine di diritto divino, quelle basate sul diritto di conquista, quelle socialiste e quelle nazionaliste. Antitetiche quindi al liberalismo, che limita l’azione pubblica alla difesa dei diritti individuali ed attua strumenti per annullare l’arbitrio politico.

SOCIALISMO E SOCIALISTA

Non è intento di quest’articolo la storia di tutti i socialismi ottocenteschi e delle loro fantastiche teorie. Vorrei però proporne i presupposti comuni, che risultano perfettamente antitetici al liberalismo 10:

– il socialismo sostiene l’individuabilità di diritti sociali e la loro supremazia su quelli individuali.

– Nessuna trattazione è riservata dal socialismo alla difesa del cittadino da possibili soprusi dell’autorità pubblica.

Per quanto riguarda il suo significato in relazione ai partiti politici odierni, l’azione di questi ultimi si riscontra soprattutto in due proposte:

– il potere politico di redistribuire i redditi;

– l’attribuzione all’autorità pubblica di altre attività non tradizionalmente proprie, quali quelle mediche, scolastiche ed accademiche.

ESEMPI ISTITUZIONALI

Anche se in misura diversa, tutti i sistema istituzionali del mondo, oggi, attribuiscono facoltà arbitrarie all’autorità politica di violare i diritti naturali dei propri cittadini ai fini di un discrezionale vantaggio comune, oppure ad altrettanto discrezionali ed imperscrutabili finalità divine.

La discrezionalità sembra raggiungere i massimi livelli nelle istituzioni africane di diritto divino, di conquista e socialista, nella istituzioni socialiste della Corea del Nord ed in quelle sudamericane, e nelle monarchie arabe salafite, basate sulla Sharia (11).

Queste ultime sembrano anche essere riuscite ad attuare un particolare forma di totalitarismo economico, il comunismo, che contempla la nazionalizzazione delle attività economiche e la successiva spartizione dei suoi proventi secondo l’arbitrio pubblico. Effettivamente, nei paesi della penisola araba ogni cittadino maschio nasce con il diritto ad assumere l’attributo di sceicco (= adulto, signore), acquisendo perciò il diritto a godere dei proventi della più importante industria nazionale, ovvero la vendita del petrolio. La cittadinanza è però solo per diritto di discendenza. Il benessere generale ha garantito sinora il consenso alle famiglie regnanti. La repressione immediata e discrezionale di ogni forma di dissenso, anche.

 

2- METODO DI CLASSIFICAZIONE DELLE ISTITUZIONI POLITICHE 2.1 DESCRIZIONE

Dalle definizioni date, risulta l’antitesi tra due sistemi limite:

– quello totalitario, che non prevede limiti all’azione politica, né sistemi di sorveglianza e deterrenza sulla classe politica;

– quello illuminista, oggi liberale classico o giusnaturalista, che riesce con diversi strumenti costituzionali a limitare l’azione politica alla difesa dei quattro diritti individuali (e loro derivati, o dedotti, sia quelli per l’uomo che quelli per il cittadino).

Il metodo che propongo vuole quindi misurare il grado di liberalismo e di totalitarismo di ogni istituzione politica, basandosi sulla presenza o meno degli strumenti costituzionali citati, individuati nel numero di quattro e pesati per semplicità in modo equivalente (25%/cad.). Eccone la descrizione:

– Fondazione del sistema giuridico (Costituzione) su di un elenco di diritti inalienabili. I fondamentali sono, come detto, quattro (12).

Sistema di difesa dei diritti: deterrente, risarcitorio, isonomico e garantista (13). Ancora quattro.

Sistema dei rapporti politici, di tipo contrattualista: democrazia diretta (elezioni dirette e referendum) e difesa sia da plagio che da propaganda (14). Ancora quattro caratteristiche.

Sistema di sorveglianza del potere politico: basato sulla separazione orizzontale dei poteri (costituente, esecutivo, giudiziario, legislativo), su quella verticale, o federalismo (15), e sulla responsabilità personale del funzionario pubblico. Solo tre caratteristiche. Ma forti.

In tutto, 15 caratteristiche la cui presenza od assenza misurerebbe il grado di difesa dei diritti individuali, sia da altri individui che da gruppi organizzati che dal potere politico.

Il risultato è un indice, che ritengo corretto denominare in modo abbreviato in indice di difesa dell’individuo, abbreviabile in indice di difesa (16).

 

2.2 ESEMPI

1- ITALIA

a- Atto dei diritti. Il sistema giuridico italiano è privo di un atto dei diritti inalienabili. Al contrario, vede esplicitata in Costituzione la supremazia di indefinite finalità sociali nei confronti dei diritti individuali. Ognuno dei quattro diritti è infatti sempre più violato dalle istituzioni. In primis la vita, per mano di una fiscalità che non rispetta il diritto a sopravvivere ed a curarsi. Quindi: 0% di questo attributo.

b- Sistema di difesa dei diritti. I principi di deterrenza e retribuzione delle pene non sono citati, infatti sono stati abbandonati. Manca addirittura una definizione di reato che associ l’illecito penale alla violazione dei diritti. Il sistema giuridico è di tipo positivo, perciò l’isonomia non è garantita (come in quelli a riferimento giurisprudenziale). Il diritto alla difesa c’è, ma è dimezzato dai costi e dai tempi della giustizia, nonché, in campo penale, dal potere assoluto dei PM. Perciò, su quattro caratteristiche, ne è riconoscibile mezza (1/2×1/4 = 13%).

c- Sistema dei rapporti politici. Il ricorso a forme di democrazia diretta è minimo (1/2 della caratteristica referendum) e l’informazione non è protetta da propaganda, plagio e demagogia. Quindi: (1/2*1/4)=13% di questo attributo.

d- Sistema di sorveglianza del potere politico. Separazione dei poteri: la riunificazione di tutto il potere nelle mani delle segreterie di partito, a cui appartiene il potere esclusivo di proporre le candidature ai vertici dei 4 poteri, sembrerebbe azzerare tale caratteristica. In realtà la giustizia, parzialmente separata ma priva a sua volta di sorveglianza, esplica a volte il compito di poliziotto sugli altri poteri, ed è armata da norme contro il conflitto di interessi. Quindi, possiamo benevolmente attribuire 1/4 di questa caratteristica. Federalismo: non c’è. 0% di questo terzo. La responsabilità personale del funzionario pubblico nei confronti della violazione dei diritti individuali (come nell’habeas corpus britannico) di fatto non esiste (17).Nonostante un referendum passato su quella più importante, cioè quella dei magistrati.

Quindi: 1/3x(1/4 +0+0)= 8% di questo attributo.

Conclusione: l’indice di difesa delle istituzioni politico-giuridiche di questo paese è pari al 25%x(0+13%+13%+8%)=8,5%.

In termini di filosofia politica, attribuendo tutta la parte totalitaria alle teorie socialiste (escludendo cioè quelle di diritto divino e quelle nazionaliste), si può quindi classificare il nostro sistema politico-giuridico, ad oggi, come liberale classico all’8,5% e socialista al 91,5%.

2- SVIZZERA

Prendiamo ora un esempio molto diverso, quello svizzero:

a- Atto dei diritti. Non c’è, ma la loro difesa dei diritti individuali è trattata in Costituzione, e ripresa dagli statuti cantonali. Poca chiarezza solo nella definizione di libertà personale (18). Attribuibili perciò solo 3/4 di conformità a questa caratteristica (75%).

b- Sistema di difesa dei diritti: la natura della pena non è neanche trattata in Costituzione (0%+0%). Il diritto positivo è integrato da quello consuetudinario e dalla giurisprudenza (2/3=66%). Diritto alla difesa: 100%. Quindi: 1/4*(0+0+66%+100%) = 42%.

c- Sistema dei rapporti politici. Il ricorso a forme di democrazia diretta è massima (100%+100%)ma l’informazione non è sufficientemente protetta da propaganda e plagio (0%+0%). Conforme quindi al 50%.

d- Sistema di sorveglianza del potere politico. Separazione dei poteri: conforme al 100%. Federalismo: conforme al 100%. Responsabilità personale del funzionario pubblico. Conforme al 50% (19). Quindi: 1/3x(100%+100%+50%)= 83%.

In sintesi, per la Svizzera risulta:

Indice di difesa del cittadino = 25%x(75%+42%+50%+83%)= 63%

In termini filosofici: liberalista (o liberale classico o individualista) al 63% e socialista al 37%.

 

3.0 APPLICAZIONI

3.1 Teorie giuridico-economiche

Le teorie giusnaturaliste che ho illustrato, sia nelle elaborazioni dell’illuminismo settecentesco che del liberalismo novecentesco, sostengono l’analogia tra sistema giuridico e sviluppo economico. Da Smith fino ad Hayek ed oltre.

D’altronde, anche i loro antagonisti socialisti hanno sempre sostenuto la stessa identica cosa. Da Rousseau fino a Marx, da J.M.Keynes a Pierre Moscovici.

Sarebbe quindi interessante, e forse redimente per tante dispute filosofico-politico e giuridico-economiche, confrontare l’indice di difesa dell’individuo con altri indici di tipo economico.

Il più semplice, ed immediatamente disponibile, è ovviamente il valore del PIL pro-capite, per una misura della produttività o efficienza del sistema economico.

E’ però evidente che le analogie numeriche tra i due indici non potranno essere dirette, bensì derivate (tangente della curva) 20. Questo per due ragioni:

– l’assenza di difese dall’arbitrio politico ci segnala una tendenza (derivata prima nel tempo) alla progressiva limitazione dei diritti individuali, a cui conseguirà una decadenza economica, ma nulla ci dice sullo stato di tale progressione;

– lo stato legale, descritto dall’indice, non necessariamente coincide con lo stato reale (parte perciò della costante di integrazione).

In altre parole: ad indici di difesa molto simili, come quelli dell’Italia e della Grecia, non corrisponderanno necessariamente eguali dati economici, differenziati dalla variabile tempo ma anche che valore del sommerso.

Conclusione: in ambito economico, il valore dell’indice di difesa può avere un impiego predittivo solo di tipo differenziale.

3.2 Applicazione agli investimenti finanziari

Riproducendo l’andamento di un sistema economico in modalità predittiva, l’applicazione pratica più ovvia concerne la scelta di un ETF (un fondo che riproduce l’andamento di un indice azionario di un paese).

Il confronto tra gli indici di difesa è equivalente a confrontare l’affidabilità di ogni sistema paese e quindi dell’investimento dal punto di vista della garanzia del capitale.

Per confrontare invece la diversa redditività a termine medio-breve degli indici borsistici (accelerazione, o derivata seconda), bisognerebbe avere a disposizione la variazione istantanea dell’indice di difesa (velocità, o derivata prima).

Esempi:

  • 2016, Settembre: referendum in Ticino contro i frontalieri (21).
  • 2016, Giugno: referendum federale svizzero sul reddito minimo (22).
  • 2011: effetto dell’IMU di Monti sul mercato immobiliare (23).
  • 1991-93-2005: Effetto economico dei referendum italiani, sulla legge elettorale da proporzionale ad uninominale (24) e su altri temi.

Auspicio: sarebbe utile che noti istituti di studi economico-giuridici, come il Von Mises, approfondendo i meccanismi di variazione dell’indice di difesa proposto, eventualmente esteso ed approfondito nelle sue componenti, proponessero i suoi andamenti per le più importanti economie mondiali, fornendo così un nuovo strumento sia al dibattito filosofico-politico, che agli investimenti finanziari.

3.3 Teorie politico sociali

Altri indici, più inerenti il benessere e l’auto realizzazione individuale, potrebbero essere:

– quelli di tipo fiscale,

– quelli atti a misurare l’autonomia economica dei cittadini;

– quelli atti a misurare le garanzie offerte dalla società ai cittadini.

Indici fiscali

Del primo tipo, ve ne sono vari già disponibili. Nessuno, però, che evidenzi in modo chiaro quanto il sistema fiscale rispetti i diritti individuali e sia propedeutico alla loro difesa. Cioè quantità e tipo di deduzioni dal reddito, quantità e tipo di tributi. Una specie di indice di difesa fiscale. Per elaborarlo, bisognerebbe preventivamente classificare i tributi con riferimento al diritto naturale. E’ già stato fatto 25, ma la trattazione estesa dell’argomento esula dall’ambito di questo articolo.

Auto realizzazione individuale

Per il secondo tipo, relativo all’autonomia economica, e quindi alla libertà di autorealizzazione dell’individuo, non vi sono esempi. Ne propongo quindi uno nuovo, che confronterebbe quanta parte del PIL fosse costituita da economia privata libera e quanta invece fosse controllata dall’Autorità pubblica. Praticamente, il rapporto privatismo/statalismo all’interno di ogni PIL, che si potrebbe chiamare indice di privatismo economico.

Per costruirlo, sarebbe necessario, oltre al PIL (depurato dalla quota del sommerso), il dato sulla spesa pubblica complessiva e quello del fatturato complessivo delle imprese a gestione pubblica, semipubblica o comunque da essa dipendente (come la banche controllate da fondazioni a nomina pubblica) 26.

Garanzie sociali

L’ambito dell’indice di difesa è limitato ai diritti individuali. Nulla ci dice su quelli del cittadino, che abbiamo descritto anche come diritti di solidarietà, richiamantisi cioè ad un istinto sociale naturale, ma caratterizzato dalla necessità di garanzia, anziché di semplice difesa da parte della comunità.

Potrebbe perciò essere utile, sia ai fini della speculazione filosofica, che delle sue conseguenze pratiche, costruire un indice che esprimesse la reale garanzia dei diritti di solidarietà dei cittadini, interpretati dalle diverse istituzioni in modo spesso divergente dall’approccio giusnaturalistico (cioè quello del gruppo di amici, a cui si è già accennato) (27).

Le regole istituzionali a gestione delle due voci previdenza ed assistenza sociale potrebbero quindi formare un altro indice, di garanzia dei diritti del cittadino (28), costruito in modo analogo a quello di difesa dei diritti dell’individuo, con il quale sono sicuro che condividerebbe l’andamento.

3.4 Conclusione

Sono convinto che questi indici, sia quelli economici che quelli sociali ed esistenziali, seguirebbero tutti lo stesso andamento dell’indice di difesa.

La descrizione di questi altri indici, e la loro reciproca analogia, sarà oggetto dei prossimi articoli.

La speranza è che questi siano presi sul serio da un ente di studi politico-economici, che si prenda l’impegno di applicarli e mantenerli aggiornati, nonché disponibili sia per le speculazioni di tipo filosofico che quelle di tipo finanziario.

 

Note

1 Definizione tratta prevalentemente dalla voce dell’enciclopedia Treccani redatta da Friedrich Von Hayek, poi divenuta un saggio tradotto in diverse lingue e pubblicato in Italia da Rubettino.

2 Si intendono quelli innati o naturali dedotti dalla ricerca giusnaturalista, e quelli da essi conseguenti.

La critica maggiore al giusnaturalismo è stata, nel corso del XX secolo, quella della supposta arbitrarietà nella definizione di tali diritti, che in Locke erano individuati, in ordine gerarchico, in vita, libertà personale, proprietà privata e salute.

In realtà, la trattazione di Locke è così rigorosa dal punto di vista epistemologico da essere considerata fondatrice dell’epoca illuminista, così definita perché caratterizzata dalla razionalità e dal rigore logico.

In particolare, l’individuazione di un’etica istintiva nell’uomo come animale sociale consegue simultaneamente da quattro distinti tipi di trattazione: l’iniziale intuizionismo eidetico è immediatamente supportato empiricamente dall’osservazione sperimentale (un esempio è l’immediato utilizzo da parte dell’infante dell’aggettivo mio=proprietà privata), a cui si aggiunge la trattazione razionalista-utilitaristica (già in Locke, ma soprattutto in Kant), ancora verificata empiricamente dall’analisi storico-giuridica (del Diritto Romano e delle parti prescrittive della Bibbia).

3 In Locke, la difesa dei diritti individuali è riservata ai soli cittadini, i quali per questo versano tributi. Le elaborazioni successive modificarono tale concezione, distinguendo in essi i diritti dell’uomo, da difendersi in ogni essere umano, ed i diritti del cittadino¸ da garantirsi solo a quest’ultimo. Le ulteriori applicazioni che si ritrovano nelle costituzioni moderne confondono quasi sempre i concetti di difesa e di garanzia, di individuo e di cittadino, di diritto (isonomico) e di privilegio (riservato).

4 In Locke, tali poteri erano il legislativo, l’esecutivo ed il federativo.

Il legislativo era in realtà il legislativo costituzionale, esercitato in modo diretto dai cittadini che pagavano imposte (Lord per le comunità agrarie – Camera alta – e delegati per quelle cittadine – Camera bassa). No taxation without representation. Che valeva anche al contrario: representation solo di chi pagava le imposte. Non che tale privilegio fosse molto ricercato. Carlo I tentò infatti di imporre un’imposta a chi rifiutava il cavalierato, ma il parlamento si oppose.

La produzione giuridica ordinaria era invece organizzata in modo federale, cioè autonoma nelle singole comunità oppure emanata dall’esecutivo.

L’esecutivo era il re con i suoi ministri, e comprendeva anche il giudiziario.

Il federativo era tutto ciò che si rapportava con gli stati esteri, tra cui il potere di guerra e pace e l’esercito. Esso, come anche quello tributario, era gestito in contraddittorio tra l’esecutivo ed il legislativo costituzionale, con prevalenza di quest’ultimo.

Solo successivamente venne teorizzata anche la separazione del giudiziario dall’esecutivo (Montesquieu), mentre Jefferson sostenne i vantaggi della separazione dei poteri anche in senso territoriale (federalismo).

5 Esempi seicenteschi importanti furono le sanzioni alla violazione dell’habeas corpus e quelle comminate col bill of atteinder, in retroattività delle violazioni ed anche se ordinate da funzionari gerarchicamente superiori (Es: esecuzione di Lord Strafford che perseguitò i luterani su ordine di re Carlo I Stuart).

6 La tesi dell’esistenza di un’etica (regole di comportamento sociale) innata per ogni essere umano si perde nei tempi (dall’Antigone di Sofocle del 450 a.c., passando per l’interpretazione ciceroniana del diritto romano, alla patristica di S.Agostino ed alla scolastica di S.Tommaso fino a Grozio). Tali tesi sono anche alla base delle proposte contrattualistiche, quelle che vedono il potere politico come un patto tra cittadini ed una classe politica delegata.

La sintesi Lockiana (vita, libertà, proprietà, e patto politico per la loro difesa) di due millenni di proposte giusnaturaliste e contrattualiste sembra terminarne la speculazione. Salvo includere il Contratto Sociale di Rousseau nel novero delle teorie politiche epistemologicamente rigorose (mi opporrei) logicamente compiute (dissentirei) e praticamente applicabili (non concorderei).

7 Sia Hayek che Bruno Leoni ritengono che l’interpretazione diretta delle norme costituzionali da parte del potere giudiziario (sorgente giuridica mediante la giurisprudenza = common law) sia il terzo elemento teorizzato dal liberalismo. Su questo mi sentirei di precisare: è vero che è possibile imporre l’approccio giurisprudenziale nei codici di procedura, e che si possa limitare istituzionalmente la funzione degli organi legislativi a normazione di tipo generale ancorata al dettato costituzionale, nonché di coordinamento e standardizzazione delle fonti giurisprudenziali in disaccordo. Ma questa imposizione non può prescindere dall’impostazione giusnaturalista. Anzi, la logica giurisprudenziale è inevitabilmente la conseguenza dell’impostazione giuridica fondata sulla difesa di diritti considerati naturali. Il giudizio diventa automaticamente una semplice conseguenza deduttiva, che non necessita di legislazione ordinaria. Il ricorso al precedente giudiziario è poi la semplice applicazione del principio isonomico. Isonomia e giurisprudenza sono inesorabilmente congiunte, in particolare nella quantificazione della quota di deterrenza delle pene.

La dimostrazione di quanto sostenuto è che la common law (la norma della giurisprudenza) vige solo in quelle istituzioni di forte carattere giusnaturalista, e la sua validità non è imposta da alcuna norma procedurale.

8Le elaborazioni dei filosofi del ‘700 non alterarono l’impianto proposto, limitandosi ad ampliare con metodo deduttivo il numero dei diritti conseguenti (es. Beccaria, Voltaire) e le loro conseguenze economiche (es. A. Smith), l’elenco dei poteri da separare (es. Montesquieu) e la precisione logica e semantica della speculazione politica (es. Kant, Verri).

Ricordiamoci però che il liberalismo è una teoria di tipo evoluzionista (Hayek). Descrive le fondamenta di un sistema giuridico politico che si adatta ai tempi individuando deduttivamente nuovi diritti da difendere e nuove modalità per vincolare il potere politico al suo mandato.

9Se il trattato di John Locke non faceva che giustificare la gloriosa rivoluzione inglese, altre due importanti rivoluzioni settecentesche ampliarono successivamente la portata del pensiero illuminista.

Nell’ambito della separazione dei poteri, Jefferson fu il teorico del federalismo della Costituzione federale USA, seguita alla rivoluzione americana. Relativamente al percorso deduttivo delle produzione giuridico-giudiziaria, i founding fathers americani, prevalentemente di religione quaker, inaugurarono l’analogia teorica della “città degli amici” (Phila-delphia)

La rivoluzione francese, per quanto di fatto lontana dagli ideali illuministi (tra i diritti inalienabili non era citato neanche quello capostipite della vita. Infatti la ghigliottina tagliò, insieme alle teste, anche i proclamati diritti residui) propose la distinzione tra i diritti dell’uomo e quelli del cittadino. Forse questa l’unica vera modifica alla proposta lockiana, per cui le istituzioni dovevano difendere sì i diritti innati, ma ai soli cittadini, non ad altri. E forse, questa estensione contribuì all’espansione napoleonica ed al successo dei suoi codici.

Riferendoci invece ai diritti dei cittadini, da garantire anziché semplicemente da difendere, citerei che questi si diffusero poi in Inghilterra ed in Prussia come sistemi di “assistenza sociale“, impostati prevalentemente come assicurazioni pubbliche contro l’imprevisto.

L’abbandono del rigore epistemologico, da Rousseau in poi, permise al romanticismo, all’idealismo ed al socialismo di soppiantare l’illuminismo e le sue teorie giuridico-politiche, che sopravvissero nell’800 in pochi ma geniali interpreti, come il francese Frederic Bastiat (Ciò che si vede e ciò che non si vede) e l’austriaco Boehm Bawerk (‹‹Un mercato è un sistema giuridico. In assenza del quale, l’unica economia possibile è la rapina di strada››). Anche nel ‘900 il recupero delle teorie illuministe, ora definite “liberalismo”, è stato difficile per diversi motivi tra cui la vaghezza terminologica degli aggettivi derivati di cui si tratterà in seguito. Pensatori notevoli di questo filone furono però gli italiani Mosca ed Einaudi, l’austriaco Karl Popper ed in seguito l’americano Milton Friedman (di cui cito la coerente ma inapplicata proposta di assistenza sociale basata sul sistema dei buoni) e l’austriaco Friedrich Von Hayek, autore del trattatello “Il liberalismo”, che può essere considerato il riassunto ed il manifesto ‘900esco di tale dottrina.

10 Il settecento fu il secolo dell’illuminismo, che determinò la scomparsa delle teorie politiche di diritto divino (teocrazie austriaco-spagnola, britannica, francese ed in seguito anche quella papale e quella russa). Non durò molto. Il secolo successivo vide la ricomparsa dell’infallibilità dell’Autorità Pubblica, sull’onda del pensiero socialista (ancor oggi dominante). Le citate formule “diritti sociali” e “redistribuzione dei redditi” sono inevitabilmente soggette all’arbitrio di tale Autorità, considerata infallibilmente ed irragionevolmente rivolta verso l’interesse comune. Concetto indefinito, ma supposto in antitesi al diritto individuale. Cavalcato con maestria dai campioni del socialismo novecentesco: Mussolini, Hitler e Stalin. I quali, in ottima fede, diressero tale interesse comune rigorosamente verso il disastro.

11 Legge di Dio, sconosciuta agli uomini ma interpretabile dal Re, o dal Califfo in alcune comunità sciite.

12 I diritti individuali fondamentali sono 4: vita, libertà personale, proprietà privata e salute. Ovviamente, se non esiste un vero e proprio atto separato, ma la loro difesa citata come base del diritto, è la stessa cosa.

13 Significa che la pena per la violazione dei diritti fondamentali deve contemplare il risarcimento (dei danni), il rimborso (delle spese di giustizia e detentive) ed una quota di deterrenza, quantificata solo la prima volta da una giuria popolare. Deterrenza e contribuzione necessitano l’esecuzione di attività produttive durante la detenzione. L’isonomia è garantita dall’approccio “common law”, ovvero giurisprudenziale, sia per il giudizio che per la determinazione della pena. Il garantismo consiste nel diritto di difesa e di appello.

14 Il plagio riguarda il sistema educativo, e la propaganda l’informazione di politica ed attualità. La loro difesa consiste semplicemente nel ricercare la massima diffusione delle opinioni (non dei partiti) e nell’imporre la distinzione tra dato di fatto ed opinione. Nessuna istituzione del mondo, oggi, contempla queste semplici norme.

15 Anche qui, nel senso di separazione di poteri ai fini di sorveglianza:

– dei poteri centrali nei confronti di quelli locali e viceversa;

– tra i poteri locali per confronto (effetto devoluzione competitiva. Un altro esito concorrenziale dell’approccio liberalistico, ma stavolta in ambito pubblico);

– del cittadino nei confronti dei poteri e della classe politica, a lui fisicamente più vicini.

Ovviamente, con separazione di origine politica e di ruoli. In particolare, il legislativo centrale limitato al costituzionale (di sorveglianza) ed agli standard (non coercitiva, e su richiesta degli enti locali), e l’esecutivo centrale limitato a federativo, definito in nota 3). Oltre alle citate attività di sorveglianza ed eventuale commissariamento.

16Mi sono state suggerite alternative più suggestive, quali indice di libertà. Ritengo invece importante non incorrere nell’errore suggerito dagli altri termini che iniziano con liber, che alludono all’assenza di norme o regole, quando in realtà lo scopo è proprio identificare la presenza di quelle norme istituzionali che difendono (ma non garantiscono, come spiegato) i diritti individuali.

17 Raramente, viene individuato dalla magistratura un danno erariale, anche se poi rigorosamente cancellato in appello. Non si tratta comunque di un sopruso ad un diritto individuale.

18Infatti la sua espressione più importante, il diritto al lavoro, è limitata da illiberali restrizioni, di cui la più importante è quella sui salari minimi.

19Questo è forse il dato più difficile da esprimersi in modo analitico. Il dato italiano è stato facile per la palese assenza, ma per quello elvetico, in assenza di una analisi approfondita del sistema giuridico amministrativo, ho dovuto chiedere un parere personale ad altri. Tale parere risulta però conforme alle aspettanze: la sorveglianza è infatti facilitata dalla separazione dei poteri, ma l’assenza di definizione di pena rende quest’ultima aleatoria. E la benevolenza dei giudici nei confronti di altri funzionari pubblici è compensata dall’influenza dell’opinione pubblica in un sistema altamente democratico.

20 Più esattamente: non corrispondenza tra i valori assoluti, ma tra il valore dell’indice di difesa (+ una costante) ed il valore della derivata prima nel tempo del PIL pro capite. Ovvero, tra l’integrale nel tempo del PIL pro capite, e l’indice di difesa (+ una costante).

21 Nel 2016 i cittadini il 58% del 45% dei cittadini ticinesi ha votato per “il privilegio dei cittadini svizzeri nelle assunzioni”. Tale prescrizione è però contraria alla costituzione svizzera, che non la avvallerà, salvando così sia il valore dell’indice di difesa dei diritti dell’individuo delle proprie istituzioni, che la sua economia con i relativi indici borsistici.

22 Nel 2016 i cittadini svizzeri bocciano con referendum la proposta di introdurre dei redditi minimi (o di cittadinanza). Se fosse successo il contrario, ovvero se fosse stato concesso all’autorità pubblica l’arbitrio di distribuire a taluni proprietà privata prelevata con imposte da altri, l’indice di difesa avrebbe subito una modifica istantanea in negativo, da cui sarebbero stati prevedibili decise frenate delle attività economiche.

23 Nel 2011 il governo Monti introdusse un’ingente imposta sugli immobili (proprietà privata), con chiaro effetto sulla valutazione della difesa dei diritti individuali del sistema politico giuridico. Il risultato fu, immediatamente, il crollo del mercato immobiliare.

24 Nel 1991 e nel 1993, gli italiani votarono (95% di sì) su quesiti referendari atti ad aumentare le difese dei diritti individuali nei confronti dell’arbitrio di un sistema politico privo di sorveglianza. In pratica, restituendo al cittadino il potere di decidere chi eleggere al potere legislativo (anche se sempre all’interno di liste ammesse dai partiti). Gli altri quesiti, tutti passati, riguardavano l’eliminazione del finanziamento pubblico dei partiti, delle nomine pubbliche ai vertici delle banche e di diversi enti o poteri che si erano distinti per il sopruso e lo sperpero quali il ministero delle partecipazioni statali, dell’agricoltura ed alcuni poteri delle ASL. Si parlò così di inizio di una “seconda repubblica”, e l’economia decollò. In 12 anni, restando la Costituzione deficitaria dal punto di vista sia dei diritti individuali che della sorveglianza sul potere polittico, tutti i risultati dei referendum risultarono vanificati. La legge elettorale tornò proporzionale a liste bloccate, e tutti i privilegi aboliti riconfermati più forti di prima. E l’economia si spense.

Conclusione: piccole, ma istantanee, variazioni dell’indice di difesa producono variazioni anche grandi dei dati economici del medio-breve periodo. Ma alla lunga, l’andamento economico generale (la tangente per gradienti di tempo grandi) riflette il valore medio dell’indice.

25 Terzo libro sul governo, di Gianni Lucchetto, di prossima edizione (ed. Diogene).

26 Per precisione, sarebbe necessario anche sottrarre una percentuale a rappresentare una quota di spesa pubblica da attribuirsi come necessaria alla difesa dei soli diritti individuali, ovvero all’esistenza stessa di un mercato. Fissata ad esempio con riferimento agli studi di Richard Rahn (tra il 15% ed il 25% del PIL), associati a verifiche sui più significativi casi attuali (tra questi, il 17% di spesa pubblica di Singapore e di Hong Kong).

27 L’esempio immediato è quello della previdenza italiana. Oggi la voce più consistente della spesa pubblica, essa non dovrebbe essere tale. Affidata all’Autorità Pubblica la sicura custodia dei risparmi per l’anzianità dei cittadini (preservandone il valore sia agendo convenientemente sulla moneta, che investendoli in titoli di stato) essa dovrebbe essere in grado di compiere questo compito elementare con costi irrisori.

Invece, la possibilità di trascendere i diritti individuali ha permesso alla politica di trasformare la previdenza in un irragionevole costo enorme, fonte di prebende e regalie senza fine, salvo non essere in grado di restituire al cittadino quanto versatogli, nella speranza che deceda prima di aver incassato il suo avere, che l’ente previdenziale incamera.

28L’attuale confronto per % di spesa sul PIL è del tutto inutile, in quanto non esiste relazione tra spesa e qualità o garanzia dei servizi. Come insegna l’esperienza del nostro paese, ed anche quella del confronto tra le sue regioni.

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I pazienti zero dell’esperimento monetario centrale: Argentina e Giappone

Lun, 24/10/2016 - 08:28

Alla fine ci siamo arrivati. Inizia a sgretolarsi quel muro di certezze che granitico aveva sorretto le illusioni che i pianificatori monetari centrali avevano elargito alla massa. Eccoci, quindi, a discutere di come una banca potrebbe far cadere il domino di mattoncini che sin dal 2008 erano stati eretti attraverso le politiche monetarie straordinarie, strategia applaudita dalla maggior parte dei commentatori economici. Eppure eccoci qui, otto anni dopo, a parlare di come tutto questo caos economico sarebbe potuto essere evitato. Gli Austriaci avevano detto come e perché. Rivediamo tale come e perché sia stato lanciato come avvertimento e non come “cassandrata”, soprattutto attraverso due esempi emblematici. Ovvero, i pazienti zero.

 

FRODE, FRODE OVUNQUE

Osservate queste due immagini.

La prima rappresenta l’interconnessione dell’attuale sistema bancario europeo. In altre parole, quell’immagine rappresenta i tasselli del domino. Per chi volesse approfondire ho avuto modo di parlare dei cosiddetti GSIB in questo articolo. La seconda immagine, invece, rappresenta il lending facility della BCE, ovvero, la “stanza” utilizzata dalla banca centrale europea per ottenere prestiti in brevissimo termine. È una misura cautelativa, la quale serve semplicemente a puntellare le riserve delle banche commerciali presso la stessa banca centrale. Nel caso di crisi si dimostra che esistono riserve solide da cui attingere, le quali vengono temporaneamente fatte uscire attraverso accordi di repurchase agreement. È quasi lo stesso modo usato dalla FED per mostrare ai mercati mondiali che sta tentando di sgonfiare il suo enorme bilancio da circa $4,500 miliardi; essa invece fa ricorso ai reverse repurchase agreement.

Inutile sottolineare come suddetta interconnessione rappresenti una bomba ad orologeria innescata di cui non si può vedere il timer. Qualsiasi istituto di credito, ormai, potrebbe rappresentare l’innesco della caduta del domino. Dal sistema bancario commerciale italiano, a Commerzbank, fino a Deutsche Bank. MPS è un caso emblematico, poiché se fosse fallita si sarebbe portata dietro tutti quegli istituti di credito di cui era debitrice. L’ultima cosa che vogliono al giorno d’oggi i pianificatori monetari centrali è l’azzeramento o addirittura la semplice riduzione degli attivi di una banca GSIB. Lo stesso discorso vale per assicurazioni, hedge fund, fondi pensione. Ma anche le cosiddette stime ufficiali danno per “eccessiva” l’attuale pseudo-ripresa. I pazzi monetari scatenati stanno pompando liquidità al ritmo di $200 miliardi al mese. E cosa hanno da mostrare come risultato? Redditività aziendale ai minimi, debito a rischio ai massimi, asset gonfiati artificialmente di prezzo. E c’è addirittura chi parla di “tapering”. E no, il bilancio della FED non si sta riducendo perché sta vendendo asset alla vecchia maniera.

Le principali banche centrali del mondo sono all’angolo e non sapranno che pesci pigliare quando la prossima recessione spazzerà via l’illusione di stabilità finora spacciata attraverso la ZIRP, il presunto effetto ricchezza a cascata e l’obiettivo d’inflazione al 2%. Per non parlare delle mosse implementate dalla maggior parte delle banche centrali del mondo. Sono tutte impantanate con la ZIRP, di conseguenza quando arriverà la prossima recessione non potranno tagliare ulteriormente i tassi d’interesse senza scatenare una rivolta popolare. E non potranno aumentarli senza scatenare un caos a livello obbligazionario e azionario. Sono in trappola. Ma i fondamentali di mercato sono in continuo deterioramento, perché la politica monetaria allentata e il presunto effetto ricchezza a cascata delle banche centrali non hanno funzionato. Il canale della trasmissione monetaria a Main Street è rotto a causa del suo raggiungimento di una condizione di Picco del Debito, quindi ora esistono due economie parallele. Problema: i pianificatori monetari centrali pensano che resterà per sempre così, invece diventeranno perpendicolari scontrandosi.
Perché? Perché al giorno d’oggi s’è ripresentato di nuovo quello che per i keyensiani è un paradosso: stagflazione. I deficit continueranno ad erodere ricchezza reale, mentre il settore privato non sarà in grado di stare al passo con questo processo aumentando l’incidenza della legge dei rendimenti decrescenti. Questo significa che si arriverà ad un punto di rottura: inflazione di massa o depressione. Dipenderà da come si muoveranno le banche centrali e gli stati (io propendo per il primo esito). Infatti è proprio questo che c’è in cantiere, visto che l’intellighenzia è orientata verso la propaganda di uno stimolo fiscale. Ovvero, lo stato dovrebbe spendere di più, dovrebbe essere più invadente. Paul Krugman e Larry Summers l’hanno ripetuto fino alla nausea.

Questo è l’esito che attende tutte quelle nazioni che hanno gozzovigliato con la stampante monetaria pensando di poter seppellire sotto un cumulo di carta straccia problemi economici latenti. È proprio per questo motivo per cui una nuova crisi sta arrivando: gli errori economici eruttati prorompenti nel 2008 non sono stati corretti. Questo significa che quelle entità che sono state tenute artificialmente in vita attraverso interventi centrali, non hanno fatto altro che risucchiare risorse reali e sprecarle. È il caso infatti di tutte quelle grandi banche commerciali che fino ad ora sono risuonate sulle prime pagine dei giornali. Deutsche Bank è solo l’ultima di una lunga serie. È meglio dire che più si tengono in vita e più si rimanda nel tempo la correzione degli errori economici, più alacre sarà infine la correzione recessiva.

Infatti la banca tedesca è di gran lunga più sistemica rispetto alla Lehman e il suo parco derivati è venti volte più grande del PIL tedesco. Inutile dire che la situazione è peggiorata, poiché come è stato detto sopra, il canale della trasmissione monetaria all’economia più ampia è rotto a causa del raggiungimento della condizione di Picco del Debito, quindi lo stimolo monetario partorito dalle banche centrali è rimasto confinato nel circuito finanziario. Il denaro creato ex-novo è andato a saturare i bilanci delle grandi imprese, le quali, non potendo più contare su segnali economici genuini, non hanno potuto far altro che sostenersi non attraverso una domanda genuina di mercato, bensì attraverso l’ingegneria finanziaria.

Ciò non ha fatto altro che far aumentare debiti e capacità in eccesso in quei settori ritenuti superflui dalle priorità d’acquisto degli attori di mercato. Ma le banche commerciali ormai detengono parecchio di tale debito, per non parlare delle banche centrali. Ed per questo motivo che, ad esempio, la BCE sta prendendo in considerazione la possibilità di estendere il proprio programma di QE al settore azionario. Finora questo atteggiamento interventista non ha fatto altro che scatenare crisi sempre più grandi: crollo immobiliare e azionario giapponesi nel 1989, crisi asiatica del debito nel 1997, crisi russa del debito nel 1998, bolla dot-com nel 2001, bolla immobiliare nel 2008. Queste mosse, comunque, per quanto disperate hanno un progenitore unico, un paziente zero: il Giappone.

 

DUE CASI DI STUDIO: ARGENTINA E GIAPPONE

Sebbene il Giappone possa essere il paziente zero per eccellenza, ne esiste un altro. In questo segmento analizzerò la storia economica di entrambi per tracciare una linea continua e dimostrare come la presunta onniscienza dei pianificatori monetari centrali, altro non è che uno specchietto per le allodole per trarre in inganno gli sprovveduti e truffarli, generando solamente distruzione economica. L’altro esempio è l’Argentina.

Alla fine del XIX secolo le terre argentine erano carezzate da idee liberali, e uno stato minimo unito a tasse basse, rendevano quei posti appetibili agli immigrati. In quel periodo l’Argentina era praticamente considerata alla stregua degli Stati Uniti: un luogo con una moneta sonante e una burocrazia praticamente assente. I flussi migratori erano in ascesa e il paese prosperava, grazie ad una politica praticamente improntata sul laissez-faire. In meno di una generazione, la nazione divenne la terza più ricca del pianeta. L’intera America Latina guardava con invidia a come il commercio scorresse florido nelle pampa e come l’Argentina fosse diventata accogliente dimora delle principali migliorie tecnologiche del secolo.

Ma quando il nido inizia a farsi pieno di uova, ecco arrivare un approfittatore pronto a trarne vantaggio. Nel nostro caso si tratta delle persone che “sanno (apparentemente) di più”, coloro in grado di migliorare le vite altrui mettendo a disposizione della collettività il proprio ingegno. È proprio questo il problema: una mente che spaccia la propria conoscenza come universale. E allora ecco che iniziano a serpeggiare le idee collettiviste, facendo spazio a rigidi cambiamenti che hanno lo scopo di incasellare quanto più possibile la vita degli individui in modo da renderli prevedibili agli occhi del pianificatore centrale di turno. Le asimmetrie informative lasciano spazio a presunte simmetrie, che in realtà non cancellano le prime bensì tentano di sovrapporvisi. Il decentramento lascia, quindi, spazio ad un persistente accentramento. La prosperità lascia spazio al declino.

Ed è proprio questo quello che accadde all’Argentina a partire dalla prima guerra mondiale. Tal processo accelerò con la Grande Depressione degli anni ’30, dove il crollo dei prezzi delle commodity assestò un duro colpo all’economia argentina. In poco tempo la corsa verso la prosperità divenne la corsa per appropriarsi delle ricchezze degli altri, con una classe dirigente sempre più opportunista e dedita ad espropriare i creatori di ricchezza. Il colpo di grazie arrivò nello stesso periodo quando venne istituita la banca centrale ed essa provvedette a fare il suo “lavoro”: svalutare la moneta. Durante gli anni ’40, e le carneficine di massa in Europa, l’Argentina sperimentò un periodo di tregua, con la sua industria alimentare che lavorava a pieno ritmo per soddisfare una domanda mondiale crescente. Il problema, però, si presentò al momento della fine della guerra, dove la domanda mondiale cambiò in base alle nuove condizioni e le industrie alimentari argentine chiedevano protezione.

L’ascesa di Péron, un uomo militare, fu la goccia che fece traboccare il vaso: le industrie vennero nazionalizzate e divennero inefficienti, le riserve d’oro e dollari evaporarono, le ferrovie vennero nazionalizzate e divennero inefficienti, i mezzi di divulgazione (radio, giornali, ecc.) vennero nazionalizzati e divennero inefficienti, ecc. Il paese non stava facendo altro che mangiare i semi che aveva messo da parte piuttosto che piantarli per far crescere nuove colture. L’unico intervallo in cui sembrò che questo declino dovesse arrestarsi fu i dieci anni di governo di Menem, i quali, sebbene non fossero improntati secondo un’ottica di mercato, diedero al paese un po’ di respiro cercando in qualche modo di restringere le spire dello stato. Ma quelle di Menem erano mezze misure, completamente inadeguate per curare i malanni della pianificazione centrale del paese.

Infatti non bastò agganciare il peso al dollaro, visto che i malanni alla base dell’economia argentina erano incarnati in una teoria economica votata all’irresponsabilità. L’espansionismo monetario artificiale coadiuvato dalla riserva frazionaria del sistema bancario commerciale, resero inutile questa mossa di ridare forza al peso. Prima o poi situazioni simili vanno fuori controllo, e ciò fu il caso nel novembre 2001 quando in Argentina vennero emanati controlli sui prezzi e controlli sui capitali: vennero limitati i prelievi di denaro e venne limitata l’esportazione di capitali. Il quadro nefasto venne completato quando, l’anno successivo, il peso venne pesantemente svalutato nei confronti del dollaro e tutti coloro con un con un conto di risparmio o deposito in peso, si videro derubati del 30% dei loro risparmi/depositi. Il problema non era il peg col dollaro, ma la politica economica sbagliata.

E per nascondere le loro colpe, i pianificatori monetari centrali fecero di peggio: prima congelarono tutti i conti di deposito/risparmio sopra i $3,000 e poi tutti i conti in dollari vennero convertiti forzatamente in pesos. Visto che la maggior di tali conti era proprio in dollari, e che all’epoca il peso valeva $0.60, i pianificatori monetari centrali attuarono un vero e proprio furto nei confronti della popolazione argentina per salvaguardare il sistema economico finanziario così com’era.

In sostanza, sembra che l’economia argentina, sin dal secondo dopoguerra, sia stata sottoposta a quello che io definisco “continuo waterboarding economico”. Un processo di alti e bassi che segue un trend discendente. Infatti, dopo l’inizio del secolo, nonostante la tirannia economica che hanno dovuto sopportare gli attori di mercato argentini, il paese è tornato brevemente a respirare agganciandosi al treno del ciclo economico stimolato dalle politiche monetarie allentate statunitensi. In particolare, ha tratto nuovamente vantaggio dall’aumento del prezzo delle commodity

Su queste pagine continuavo a ripetere che i dati ufficiali argentini erano falsati. Era praticamente impossibile un incremento dei salari del 25%-30% in un’economia con un’inflazione (presumibilmente) all’8%. Avrebbe comportato un incremento del costo del lavoro assolutamente insostenibile, a meno che non ci fosse stato un incremento di produttività del lavoro a sostegno dei tassi di crescita dell’economia. Davvero era possibile una cosa del genere in un luogo in cui la Kirchener aveva nazionalizzato le due più grandi linee aeree del paese? Davvero era possibile una cosa del genere in un luogo in cui la Kirchener aveva nazionalizzato le più grandi aziende petrolifere? Davvero era possibile una cosa del genere in un luogo in cui la Kirchener aveva nazionalizzato i fondi pensione? Davvero era possibile una cosa del genere in un luogo in cui la Kirchener aveva imposto tasse ingombranti sulle esportazioni?

La cosa più probabile è che l’inflazione non fosse all’8%, ma al 20%-25%. Ciò non esclude altre macchinazioni statistiche, come un deflatore del PIL minore di quello corretto. Ora il Financial Times riporta che l’ufficio di statistica argentina comunicherà le revisioni sui conti del PIL e che uno studio condotto dall’Università di Harvard, in collaborazione con l’Università di Buenos Aires, evidenzia come il PIL argentino andrebbe corretto al ribasso del 40%. Insomma sembra ormai assodato, oltre ogni ragionevole dubbio, che la Kirchener e il suo gruppo di banditi abbiano taroccato i conti.

Dopo le ultime elezioni, il cosiddetto vento del cambiamento ha fatto entrare aria nuova nelle terre argentine. Il neo-eletto Macrì ha promesso di far risorgere il paese dopo che la Kirchener l’ha messo in ginocchio a suon di nazionalizzazioni e stampa monetaria. Ci riuscirà? Probabilmente sarà meno “estremista” rispetto alla sua collega, ciononostante la rinnovata fiducia estera nel paese delle pampa utilizza questo cambiamento come maschera. La verità è che, come ben sappiamo, i mercati sviluppati stanno soffrendo di una fame di rendimenti decenti cronica a causa della politica dei tassi a zero. Questo spinge coloro che hanno il compito di far fruttare gli asset (AUM), a correre rischi in base al presunto presupposto che le banche centrali rimarranno accomodanti ancora a lungo. Quindi non è un caso se di recente l’Argentina sia riuscita a piazzare bond spazzatura per $16.5 miliardi.

Sebbene le basi di questa domanda siano marce, la borsa argentina guadagna trazione. Ora, dato che sappiamo che le attenzioni nei confronti dell’Argentina sono fondamentalmente legate ad un mercato drogato di denaro fiat, avvicinarsi al mercato a rendimento fisso non credo sia saggio. Chi vuole puntare sull’Argentina dovrebbe farlo semplicemente per speculare nel breve periodo. Di conseguenza in questa ottica diventa attraente il mercato azionario argentino, in modo da avere una finestra sempre aperta in cui si voglia scappare. Insomma affinché si possa avere una diversificazione quanto più agile possibile. E, a meno di un rimbalzo del petrolio e delle commodity in generale, meglio lasciar stare il comparto energetico e puntare sul comparto delle utilities e del settore bancario.

È quindi iniziato un nuovo giro di “waterboarding economico”, con il prigioniero che potrebbe restarci secco da un momento all’altro.

 

PRIMA TOKYO, POI BUENOS AIRES

Nonostante i fallimenti plateali registrati nelle politiche monetarie e sociali in Argentina, si potrebbe liquidare la cosa come l’ennesimo esperimento socialista del Sud-America. Sotto i nostri occhi ci sono i rimasugli dell’ennesimo laboratorio socialista sud-americano, il Venezuela, dove controlli dei prezzi ed espansionismo monetario sfrenato hanno condannato all’estrema povertà i venezuelani. Fortunatamente ci si sta accorgendo che tirare troppo la corda potrebbe essere deleterio. Ciononostante c’è anche un altro esempio nel mondo moderno che ci permette di affermare come i pianificatori monetari centrali non sanno quello che fanno e lungo il loro cammino lasciano solamente morte e distruzione economica. Un esempio lontano anni luce dai “pregiudizi” riguardanti il Sud-America. Sto parlando del Giappone.

Alla fine del secondo conflitto mondiale, l’economia giapponese era un cumulo di macerie. La guerra aveva riscosso un pedaggio alto soprattutto sulle infrastrutture del paese del sol levante, sia per quanto riguardava le industrie sia per quanto riguardava le abitazioni civili sia per quanto riguardava le vie di comunicazione. Malgrado ciò i giapponesi si rimboccarono le maniche, dando vita ad un boom economico che venne definito “un miracolo”. Ovviamente non era nulla di tutto ciò, poiché questo è il normale funzionamento dei mercati quando vengono lasciati liberi di funzionare.

Ma se c’è una cosa che i pianificatori centrali odiano, è persone libere che determinano i mercati in base alle loro esigenze e necessità. Di conseguenza non passò molto prima che intervennero. Sul lato estero, il protezionismo rampante e i dazi sulle importazioni incancrenirono il cosiddetto “miracolo”; sul lato interno, a causa di tasse alte e normative opprimenti, le start-up vennero uccise sul nascere mentre le grandi aziende furono schermate dalla concorrenza. La ciliegina sulla torta ce la mise la BOJ, poiché svalutando lo yen rese attraente il settore dell’export, ma così facendo non fece altro che rendere costose le importazioni (e stiamo parlando di un paese che ci campa con le importazioni) e sovvenzionare artificialmente il benessere degli altri paesi. Inutile dire che in questo modo le grandi aziende divennero praticamente a tutti gli effetti branche dello stato, e tutto ciò a scapito della produttività.

La spirale di morte dell’economia giapponese è peggiorata definitivamente all’incirca tre decenni fa, andando ad acuire tutti quegli errori economici che erano stati accumulati in precedenza. La scarsa competitività delle aziende e il cestinamento dello yen hanno portato all’inizio della resa dei conti, accelerando il corso della legge dei rendimenti decrescenti. Il punto cruciale è sempre stato unico: il Lunedì Nero e la scoperta della stampante monetaria nel seminterrato della FED da parte di Greenspan. Quest’ultimo per smorzare la correzione dei mercati avviò le rotative dell’Eccles Building, facendo scendere il dollaro in rapporto alle altre valute del mondo. Questo significa che lo yen, nel nostro caso, raddoppiò di valore, andando ad incidere sul lato delle esportazioni del paese. Perseguendo una politica mercantilista, la BOJ rispose allentando pesantemente la sua posizione monetaria, iniettando nuova liquidità nel sistema economico che trovò dimora soprattutto nel valore dei terreni.

Il settore finanziario divenne estremamente gonfio e il Nikkei quadruplicò i suoi numeri. La crescita smisurata del settore finanziario è un chiaro segno di bolla gonfiata dal settore bancario centrale, ma diversamente da oggi in cui la maggior parte delle economie sviluppate ha raggiunto una condizione di Picco del Debito, all’epoca il canale della trasmissione monetaria con l’economia di Main Street era ancora integro. Infatti questa follia monetaria risultò in famiglie e piccole/medie imprese che contrassero enormi quantità di debiti supportati da risparmi inesistenti. Era inevitabile che questa bolla scoppiasse, dato il restringimento del bacino della ricchezza reale che comportava. Il 1989 fu l’anno fatidico: il Nikkei crollò di oltre l’80% del suo precedente valore, i prezzi delle case colarono a picco, e la crescita del PIL finì ad un anemico 1%.

Il successivo “decennio perduto” non è stato altro che il periodo in cui l’economia giapponese ha cercato di ripulirsi da tutti gli errori al suo interno, ma questo processo è stato costantemente impedito dalla successiva intrusione della pianificazione monetaria centrale.

Ormai sono tre anni che la BOJ sta tentando disperatamente di raggiungere quell’obiettivo d’inflazione del 2% che considera la panacea di tutti i mali economici. Come vediamo dal grafico qui sopra, lo stimolo monetario è servito a poco o niente per far rimettere in carreggiata l’economia giapponese. E quindi cos’ha fatto la BOJ ogni volta che è risultato palese come la formula “più della stessa cosa” non funzionava? Ha raddoppiato la dose. Oltre ad essere diventata il market maker nel mercato obbligazionario giapponese, ha inglobato nel proprio bilancio ETF azionari e J-Reit (fondi immobiliari). Più è intervenuta, più gli effetti transitori del QE sono svaniti più in fretta, lasciando il disastro conseguente: salari reali stagnanti, incapacità di competere da parte delle aziende, redditi fissi esposti all’inflazione seppur “contenuta” (almeno come calcolata dai mulini statistici dello stato). Ma quando il mercato diventa saturo di errori economici inizia a non rispondere più agli stimoli centrali, avviando correzioni ad ogni minimo accenno di panico. Questo significa deflazione dei prezzi per quegli asset gonfiati artificialmente dalla precedente manna monetaria artificiale.
Kuroda, però, ha continuato a scendere lungo la scala del dissesto economico, implementando tassi negativi del -0.10% sulle riserve in eccesso detenute dalle banche commerciali presso la BOJ. Non solo, ecco l’ennesima follia: la BOJ comprerà qualsiasi decennale sovrano affinché il relativo rendimento sia inchiodato allo zero. Quindi la BOJ pensa di stabilizzare il mercato obbligazionario facendo sprofondare la curva dei rendimenti antecedente il decennale nella zona del sotto zero, e, nel frattempo, fornire alle banche commerciali possibilità di un briciolo di rendimento frenando gli acquisti successivi al decennale giapponese. In sostanza le banche commerciali potranno mostrare bilanci positivi a fine anno, grazie all’acquisto di trentennali giapponesi ad esempio. Qual è l’inghippo? Se i tassi a breve termine scenderanno ancor di più nel sottoscala della storia economica, le banche commerciali saranno costrette a traslare i costi derivanti da questo effetto sui depositanti. Questo vuol dire spostamento dei tassi negativi sui conti dei depositanti, oppure aumento degli interessi richiesti per i prestiti.

Esatto. A pagare il conto della follia monetaria giapponese saranno i contribuenti e i depositanti. Siamo passati dal quantitative easing al quantitative and qualitative easing, fino a giungere adesso al quantitative and qualitative easing in check with the yield curve. Il fine ultimo dei pazzi monetari è quello di diluire nel tempo l’onerosità del debito pubblico, ma, come nel caso dell’Argentina, il cosiddetto waterboarding economico sta portando alla morte il paziente: la legge dei rendimenti decrescenti sta accelerando il suo corso. Giappone e Argentina hanno semplicemente tracciato la via lungo la quale anche il resto dell’Occidente ha iniziato a camminare. Se volete un assaggio del futuro, guardate al dissesto economico che hanno provocato in quelle terre i pianificatori monetari centrali.

 

CONCLUSIONE

Ci sono parecchie bombe finanziarie ad orologeria innescate nell’attuale panorama economico. Dal mercato azionario, a quello obbligazionario, ai problemi crescenti del comparto bancario commerciale, allo stress politico, al rallentamento economico globale, fino al fatto più importante: la perdita della fiducia. È questa la moneta più commerciata nel mondo finanziario di oggi. Ma è evanescente, non è sonante. L’attuale sistema economico, quindi, è fondato su basi argillose che lo stanno man mano fagocitando. Durante la discesa, l’Occidente seguirà il percorso suicida già intrapreso da Giappone e Argentina. Questi due paesi sono il simbolo per eccellenza di come i pianificatori monetari centrali sono risuciti a distruggere la prosperità economica. La stessa storia si ripeterà in quei paesi che hanno scioccamente deciso di seguire le loro orme. Invece d’imparare dagli errori, stanno perseverando negli errori. Finirà male.

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Una maggiore produttività è un pericolo?

Lun, 17/10/2016 - 08:46

E’ abbastanza grave che gli opponenti del libero mercato incolpino erroneamente il capitalismo per l’inquinamento ambientale, le depressioni e le guerre. Qualunque sia il difetto delle loro teorie causali, sono sempre indubbiamente centrate su aspetti negativi. Ci siamo veramente spinti oltre il limite, però, quando il mercato viene incolpato per qualcosa di buono.

Tim Jackson, professore di Sviluppo Sostenibile all’Università di Surrey, fa proprio questo nel suo articolo “Let’s Be Less Productive” pubblicato sul New York Times il 26 maggio del 2012.

Jackson sostiene che il livello di produttività abbia raggiunto il suo “limite naturale”. Per produttività, egli intende “la quantità di beni prodotti per ora di lavoro”. Lo stesso riconosce che, siccome il lavoro è diventato più efficiente, ne risultano sostanziali benefici: “la nostra capacità di generare più beni con meno persone ci ha liberati dal lavoro pesante e ci ha portati ad un abbondante benessere materiale”.

Al di là di questi benefici, il pericolo deve ancora venire:

Una produttività costantemente crescente significa che se la nostra economia non continua ad espandersi, rischiamo di lasciare le persone fuori dal mercato di lavoro. Ad ogni anno che passa per mantenere le ore di lavoro, si deve quindi aumentare la produzione di beni, altrimenti ci sarà meno lavoro in giro. Piaccia o meno, ci troviamo dipendenti dalla crescita.

Se le crisi finanziarie, gli alti prezzi di risorse come il petrolio, o i danni all’ambiente rendono la crescita senza sosta un qualcosa di impraticabile, così rischiamo la disoccupazione. “Una produttività crescente minaccia la piena occupazione”.

Allora cosa deve essere fatto? Jackson ha un rimedio semplice. Dovremo concentrarci sui lavori nelle aree di bassa produttività. “Certi tipi di compiti si assegnano per natura allocando il tempo e l’attenzione delle persone. Il settore assistenziale è un buon esempio: medicina, assistenza sociale, educazione. Espandere le nostre economie in queste direzioni ha ogni sorta di beneficio”. Un cinico potrebbe chiedersi se è una coincidenza che Jackson sia impiegato in una di queste professioni.

Jackson ha però in mente altre riforme oltre alla grande enfasi che egli pone sulle “professioni assistenziali”. (Uno potrebbe anche chiedersi se con queste affermazioni Jackson intende dire che quelli impegnati in occupazioni di alta produttività non si preoccupano degli esseri umani. Fosse così, sarebbe un suggerimento piuttosto sfacciato.) Dovremo anche impiegare più risorse in beni manifatturieri che richiedono un consistente lasso di tempo per essere fatti, così come anche nel “settore culturale”.

Il programma di Jackson solleva una questione: come possono questi cambiamenti essere realizzati? Lui ha una risposta pronta. Sicuramente, una transizione ad un’economia a bassa produttività non avverrà per semplice desiderio. “Ciò richiede tanta attenzione per incentivare le strutture – tasse più basse sul lavoro e più alte sul consumo di risorse e sull’inquinamento, per esempio.”

Jackson ha sicuramente ragione che se il mercato del lavoro diventa più efficiente, allora i lavoratori devono trovare altro da fare nel maggior tempo libero che ora hanno a loro disposizione. Allora perché ciò è un problema? Gli esseri umani hanno desideri illimitati e ci sono sempre nuovi impieghi per il lavoro umano.

Come nota Murray Rothbard:

Il lavoro deve essere “salvato” perché è il bene preminentemente scarso e perché i bisogni dell’uomo per beni interscambiabili sono lontani dall’essere completamente soddisfatti…. Più il lavoro viene “salvato”, meglio è, perché allora vuol dire che lo stesso usa nuovi e migliori beni capitali per soddisfare in modo più esauriente le proprie richieste in un più breve lasso di tempo…

Un miglioramento tecnologico in un settore industriale tenderà ad aumentare l’occupazione in quel settore se la domanda per questo prodotto è negativamente elastica, così che la maggiore offerta di beni porterà ad una maggiore spesa dei consumatori. D’altra parte invece, una innovazione in un settore con un domanda anelastica porterà i consumatori a spendere meno per prodotti più abbondanti, facendo così contrarre l’occupazione in quel settore. In sintesi, il processo di innovazione tecnologica sposta il lavoro dai settori a domanda anelastica a quelli a domanda elastica1.

Le crisi finanziarie possono interrompere la crescita, però data la natura illimitata dei bisogni umani, non possono permanentemente soppiantarla. Jackson ci ha proposto una cura, ma non è riuscito a dimostrare che esista una malattia la quale la richieda.

1 Murray Rothbard, Man, Economy, and State, Scholar’s Edition, pp. 587–88, emphasis omitted.

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L’amministrazione gratuita della giustizia

Ven, 14/10/2016 - 08:34

L’amministrazione gratuita della giustizia fu un principio della common law e deve necessariamente far parte di ogni sistema di governo che non è progettato per essere un meccanismo nelle mani dei ricchi per l’oppressione dei poveri.

Dicendo che l’amministrazione gratuita della giustizia fu un principio della common law, intendo solo dire che – prima del processo stesso – le parti non erano costrette a sostenere alcun costo – per i giurati, i testimoni, i provvedimenti od altro elemento necessario per il processo. Di conseguenza, nessuno avrebbe potuto perdere la possibilità di adire un tribunale per mancato pagamento delle spese del processo.

Dopo il processo l’accusatore o l’imputato erano invece tenuti a pagare una sanzione (su ordine del giudice, ovviamente) per aver creato disturbo al tribunale con l’accusa o la difesa di una causa temeraria1. Tuttavia è improbabile che la parte perdente sia punita con un’ammenda come conseguenza naturale delle cose, ma solo in quei casi in cui l’ingiustizia della sua azione legale sia stata così evidente da rendere imperdonabile la decisione di averla portata in tribunale.

Tutti i titolari di proprietà furono obbligati a partecipare all’amministrazione della giustizia (nel ruolo di giurati, testimoni o qualsiasi altra funzione che potesse essere legalmente richiesta loro) e la loro partecipazione veniva pagata dallo stato. In altre parole, la loro presenza ed il loro servizio nei tribunali erano parte dei profitti che essi avevano pagato allo stato per le loro proprietà.

I proprietari, sempre obbligati a partecipare alle attività di giustizia, furono senza dubbio gli unici testimoni di solito necessari nelle cause civili. Questo era dovuto al fatto che, a quei tempi, quando gran parte della gente non sapeva né scrivere né leggere, pochi contratti venivano redatti in forma scritta. L’espediente usato per convalidare i contratti, era farli in presenza di un testimone che avrebbe potuto in seguito appunto testimoniare gli accordi raggiunti. Gran parte dei contratti riguardanti le terre erano quindi stipulati in tribunale, in presenza dei proprietari lì riuniti2.

Per il tribunale del re la Magna Carta stabilì in particolare che “la giustizia ed il diritto” non dovessero essere “venduti”: cioè, per l’amministrazione della giustizia il re non avrebbe dovuto ricevere alcunché dalle due parti.

Il giuramento di una parte sulla validità della propria azione legale, era il solo elemento necessario per poter esercitare il diritto al ricorso in tribunale, esente da ogni costo (eccetto il rischio di essere condannata ad una sanzione dopo il processo, nel caso il magistrato l’avesse condannata).3

Il principio dell’amministrazione gratuita della giustizia si collega necessariamente al processo con giuria, perché una giuria potrebbe emanare una sentenza ingiusta contro chiunque, sia in una causa civile che penale, se avesse avuto una qualsiasi ragione per supporre che costui non fosse stato in grado di procurarsi un proprio testimone.

Il vero processo con la giuria popolare avrebbe anche costretto l’amministrazione gratuita della giustizia ad un’altra necessità: prevenire cioè il litigio personale perché, a meno che lo stato non limiti i diritti dell’uomo e paghi per i suoi errori – esente da spese – una giuria potrebbe essere costretta a consentire di farsi giustizia con le proprie mani.

Una persona ha un diritto naturale a far rispettare i propri diritti ed a pagare per i propri errori. Se una persona ha un debito con un’altra e si rifiuta di pagarlo, il creditore ha un diritto naturale di sequestrare una parte sufficiente della proprietà del debitore, ovunque possa trovarla, per pagare il debito. Se un uomo commette una violazione di domicilio, di proprietà o di reputazione altrui, la parte lesa ha un diritto naturale di castigare l’aggressore oppure di ottenere un risarcimento per il danno subito dalla sua proprietà.

Siccome è parte imparziale tra questi individui, è più probabile che sia lo stato a fare vera giustizia tra loro, rispetto alla parte lesa che possa farsi vera giustizia da sé.

E’ più probabile che lo stato, avendo anche più potere a disposizione, risarcisca i torti commessi da una persona in modo più pacifico rispetto a quel che la parte lesa potrebbe fare da sé. Quindi, se lo stato porterà a termine il compito di far rispettare i diritti e far pagare i torti, rapidamente e senza spese, la persona sarà soggetta all’obbligazione morale di lasciare tale compito nelle mani dello stato; ma non altrimenti.

Quando lo stato proibisce ad una persona di far rispettare i propri diritti o rimediare ai propri torti, e la priva di tutti i mezzi per ottenere giustizia – salvo ricorrere allo stato per ottenerla e pagare lo stato per farlo – lo stato diventa esso stesso il protettore ed il complice del trasgressore. Infatti se lo stato proibirà ad un uomo di proteggere i propri diritti, sarà costretto a farlo al suo posto, senza addebitargli alcuna spesa. E finché lo stato si rifiuterà di farlo, i tribunali – se riconoscessero i propri doveri – proteggerebbero una persona nella difesa dei propri diritti.

Nel sistema vigente, forse la metà della popolazione è praticamente sprovvista di ogni protezione dei propri diritti, tranne quel che le garantisce il diritto penale. Le corti di giustizia, per tutte le cause civili, sono di fatto chiuse nei loro confronti, nonostante siano costituite da catenacci e sbarre. Non potendo difendere i propri diritti tramite la forza – come, per esempio, costringere al pagamento dei debiti – e non potendo pagare le spese delle cause civili, le persone non hanno alternativa se non la sottomissione a tanti atti di ingiustizia, contro cui lo stato è costretto a proteggerle, senza spese, oppure permettere loro di proteggersi da sé.

C’è la stessa ragione sia per obbligare una delle parti a pagare il giudice e la giuria per i loro servizi, sia per obbligarla a pagare i testimoni o qualsiasi altra spesa necessaria4.

Il coinvolgere le parti nel pagamento delle spese delle cause civili è uno dei tanti casi in cui lo stato contraddice il principio fondamentale sul quale si basa un ordinamento liberale. Qual è l’obiettivo dello stato se non proteggere i diritti delle persone? Su quale principio una persona paga le tasse allo stato, se non per contribuire per la propria parte alle spese necessarie alla protezione dei diritti di tutti? Tuttavia, quando i diritti vengono concretamente violati, lo stato – che il cittadino contribuisce a mantenere – invece di onorare tale contratto implicito, diventa il suo nemico e non solo si rifiuta di proteggere i suoi diritti (se non a pagamento), ma gli proibisce anche di farlo da sé.

Tutti gli ordinamenti liberali sono fondati sul principio della cooperazione volontaria e sulla teoria per cui tutte le parti volontariamente pagano le tasse per il mantenimento dello stato, a patto di ricevere protezione in cambio. Ma è assurda l’idea per cui un qualsiasi povero uomo pagherà volontariamente le tasse per sostenere lo stato e poi lo stato non proteggerà i suoi diritti (salvo il pagamento di costi), né tanto meno gli consentirà di tutelare tali diritti i mezzi a disposizione.

Nel sistema vigente, gran parte delle cause che vengono dibattute nei tribunali riguardano banali litigi piuttosto che questioni di diritti. E’ molto probabile che un tribunale – sotto giuramento di decidere “secondo l’evidenza” prodotta – decida, per quel che possa sapere, sulla base di chi tra le parti abbia usato più forza piuttosto che in base alla ragione intrinseca dei rispettivi diritti. Invece i giudici dovrebbero rifiutarsi di decidere una causa, salvo venga prodotta con certezza ogni evidenza necessaria per una completa comprensione della causa stessa.

Raramente possono tuttavia avere questa certezza, a meno che lo stato consenta di poter presentare tutti i testimoni che le parti desiderano far intervenire. Nelle cause penali, l’atrocità di accusare di reato una persona e quindi condannarla senza che costei abbia potuto provare la propria innocenza a proprie spese, è così evidente che un tribunale non potrebbe quasi mai essere giustificato qualora condanni una persona basandosi solo su tali circostanze.

Però la gratuita amministrazione della giustizia non è solo indispensabile per la tutela dei diritti tra due persone; la gratuità può anche favorire la semplicità e la stabilità del diritto. L’ossessione per la produzione normativa verrebbe infatti ridotta notevolmente se lo stato fosse costretto a pagare le spese di tutte le azioni legali causate dalla propria attività.

L’amministrazione gratuita della giustizia farebbe diminuire se non eliminare del tutto un altro grande difetto, quello delle cause civili calunniose. C’è un vecchio detto secondo cui “molti litigano nei tribunali non per ottenere qualcosa, ma solo per tormentare gli altri”. Tante persone, motivate dal desiderio di vendetta e di vessazione altrui, sono disposte a spendere il proprio denaro per avviare una causa infondata, se possono così costringere le loro vittime – meno capaci di loro a sopportare la sconfitta – a spendere del denaro per difendersi.

Nell’attuale sistema nel quale entrambe le parti pagano le spese delle azioni legali, è necessario solamente il denaro per consentire ad una persona malvagia di avviare e perseguire un’azione legale infondata, al fine di provocare il terrore, il danno e, forse, la rovina di un’altra persona. Un tribunale, dove dovrebbe essere ammesso ad entrare solamente un accusatore scrupoloso, diventa così un luogo in cui qualsiasi oppressore ricco e vendicativo può portare chiunque più povero di lui e tormentarlo, terrorizzarlo ed impoverirlo per qualunque ragione.

E’ uno scandalo ed un oltraggio che lo stato accetti di venire manipolato in questo modo, come un mero strumento, per la soddisfazione della malizia personale. Non dovremmo neanche avere tribunali che si prestino a spalancare le porte, come fanno, per tali vergognose azioni. Tuttavia, il difetto non ammette probabilmente altra soluzione se non la gratuita amministrazione della giustizia.

In un sistema liberale gli accusatori potrebbero infatti essere raramente influenzati da questo genere di motivi, perché potrebbero addebitare alla loro vittima una piccola spesa o nulla, né durante la causa (che è obiettivo dell’oppressore farlo), né al suo termine. Inoltre, se fosse applicata l’antica pratica della common law, cioè multare una delle parti per aver importunato il tribunale con una causa infondata, sarebbe più probabile che alla fine la stessa accusa verrà condannata dal giudice ad una sanzione, facendo così in modo che il tribunale sia un luogo non idoneo per una persona in cerca di vendetta.

Nella stima di tali difetti, risultanti dall’attuale sistema, consideriamo che essi non sono limitati alle cause concrete nelle quali è praticato questo genere di oppressione, ma includiamo anche tutti quei casi in cui la paura di una simile vessazione viene usata come arma per costringere le persone alla rinuncia dei propri diritti.

1 Sullivan Lectures, 234–235. 3 Blackstone, 274–275, 376. Sullivan dice che sia il querelante che l’imputato erano soggetti all’ammenda. Blackstone parla dei querelanti come responsabili, senza dire se l’imputato lo sia o meno. Quale fosse la vera norma non lo so. Sembrerebbe esserci qualche ragione nel permettere all’imputato di difendersi, a proprie spese, senza esporsi ad una sanzione in caso disconfitta.

2 Quando qualsiasi altro testimone oltre i proprietari era necessario in una causa civile, non so in che modo fosse procurata la presenza; però sicuramente era fatta a spese o dello stato oppure del testimone stesso. Ed era senza alcun dubbio lo stesso nelle cause penali.

3 “Le richieste sono state stabilite nella prima fase del giuramento dell’accusatore, tranne quando la legge avesse stabilito altrimenti. Il giuramento, tramite il quale qualsiasi richiesta è confermata, era chiamato pre-giuramento oppure ‘Prejuramentum’ ed era la base della vera e propria causa. Uno dei casi che non richiedeva tale conferma iniziale, era quando il bestiame poteva essere trovato nella terra di qualcun altro e così le impronte sostituivano il pre-giuramento.” –  2 Palgrave’s Rise and Progress, &c., 114.

4 Tra le spese necessarie delle cause dovrebbe essere stimato un compenso ragionevole al consulente, altrettanto significativo per l’amministrazione della giustizia, come i giudici, giurie o testimoni; e l’abitudine universale di impiegarli, sia dalla parte dei governi sia delle persone private, dimostra che la loro importanza è generalmente compresa. Anche solo come una mera questione economica, sarebbe saggio da parte del governo pagarli, piuttosto che non essere utilizzati; poiché raccolgono e ordinano precedentemente il testimone e la legge, così da essere in grado di presentare l’intero caso alla corte e giuria in modo intellegibile e in breve spazio di tempo. Invece, se non fossero impiegati, la corte e la giuria sarebbero nella necessità o di spendere molto più tempo rispetto ad adesso nelle investigazioni delle cause, oppure di sbrigare l’intera causa con fretta e senza alcuna considerazione della giustizia. Sarà molto probabile la scelta dell’ultima delle due, così sconfiggendo l’intero argomento della gente nell’insediare la corte.

Per prevenire gli abusi di questo diritto, ad ogni caso dovrebbe essere lasciata al tribunale una certa possibilità di determinare se il consulente deve ricevere un pagamento – e, se sì, quanto – dallo stato.

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