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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 2 giorni 13 ore fa

EXPO. E’ “L’INFAME” CAPITALISMO (non Carlo Petrini o Jeffrey Sachs) A NUTRIRE 7 MILIARDI DI PERSONE (Il ruolo fondamentale del cristianesimo)

Lun, 25/05/2015 - 08:00

Da tanti pulpiti si tuona contro questo mondo infame in cui – si dice – i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Ma è davvero così?

No. Il 26 aprile scorso “Il Sole 24 ore” ha dedicato diverse pagine al primo “Rapporto Fondazione Hume-Sole 24 ore” da cui si evince che “negli ultimi 15 anni si sono ridotti gli squilibri a livello globale”. Seguono numeri e grafici. Ma potete star certi che nessuno si curerà di quei dati.

Anche l’Expo di Milano mostra la realtà che però viene poi contraddetta dalla sua narrazione ideologica, paradossalmente vicina agli slogan dei manifestanti “No Expo” di Milano.

Dopo il comunismo è arrivato il luogocomunismo, un rancido minestrone di banalità catastrofiste contro lo sviluppo, la tecnologia, il mercato, l’industria e il profitto.

Ma un’Esposizione universale che nel 2015 ha come tema “Nutrire il pianeta. Energia per la vita” anzitutto dovrebbe dichiarare ufficialmente morta e sepolta proprio quell’ideologia apocalittica che da Malthus, passando per Darwin e Marx, è arrivata a noi con le teorie del Club di Roma diventate poi pensiero dominante negli organismi internazionali e ora perfino in Vaticano (come dimostra il protagonismo di Jeffrey Sachs oltretevere e ciò che ha detto il cardinal Turkson del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace).

MALTHUS SEPOLTO

Dunque Malthus nel suo “Saggio sul principio della popolazione” del 1798 sosteneva che la crescita naturale della popolazione aveva una progressione geometrica (2, 4, 8, 16…), mentre la produzione di cibo una progressione aritmetica (2, 3, 4, 5…).

Da qui la previsione di sovrappopolazione, carestie, rivolte, epidemie e il collasso finale del sistema.

Che questo teorema fosse balordo lo si poteva capire subito, infatti nel 1870 il filosofo americano Emerson fece notare che Malthus non aveva considerato il vero fattore decisivo dell’economia politica: l’ingegno umano.

Lo ha ricordato in uno splendido articolo, sul sito “Agrarian Sciences”, Luigi Mariani, già docente di Agronomia e Agrometeorologia all’Università di Milano. Egli segnala che il XX secolo presenta dati che seppelliscono Malthus: grazie alla rivoluzione agricola infatti “le produzioni delle grandi colture sono aumentate di 5-6 volte a fronte di un aumento di 4 volte della popolazione mondiale. Questo è stato un fattore decisivo (insieme alle migliori cure mediche ed alle migliori condizioni di vita) per scongiurare la catastrofe malthusiana”.

Aggiornando con gli ultimi dati Fao le statistiche mondiali di produzione delle quattro grandi colture che sono alla base dell’alimentazione umana, Mariani precisa che “le rese dal 1961 ad oggi sono cresciute del 300 per cento per frumento, del 283 per cento per mais, del 240 per cento per riso e del 219 per cento per soia”.

Dunque Malthus ha preso una gran cantonata e il fattore uomo, che poi significa tecnologia, scienza, impresa, investimenti, profitto, commercio, è la più grande delle risorse e non è affatto il cancro del pianeta come crede un certo ecologismo (oltretutto proprio la tecnologia e lo sviluppo riducono drasticamente pure l’inquinamento urbano).

Lo stesso discorso fatto per le colture vale anche per le materie prime e le fonti di energia che – paradossalmente – invece di diminuire, aumentano grazie all’“ingegno umano” (cioè scienza, tecnologia e impresa); e qui rimando alla montagna di dati fornita da Bjorn Lomborg nel suo “L’ambientalista scettico”.

CONSEGUENZE

Mariani tira tre preziose conclusioni. La prima dice che “al contrario di quanto quasi tutti vanno in questi anni dicendoci, il clima non si è fatto più proibitivo per fare agricoltura”.

La seconda: “le periodiche intemperanze del tempo atmosferico (siccità, piovosità eccessiva, gelo, ecc.) sono ampiamente controbilanciate dai maggiori livelli di CO2 e dalla sempre migliore tecnologia umana (in termini di nuove varietà, concimazioni, irrigazioni, trattamenti fitosanitari, diserbi, tecniche conservazione dei prodotti, ecc.), la quale garantisce un sempre più efficace adattamento alla variabilità climatica”.

La terza conclusione: se grazie alla tecnologia oggi (dati Fao) l’89 per cento della popolazione mondiale gode di sicurezza alimentare, mentre nel 1970 ne godeva solo il 63 per cento e nel 1950 meno del 50 per cento, significa che va estesa a tutto il pianeta.

Questa è la realtà. Poi ci sono le narrazioni ideologiche, oggi dominanti, che dicono l’esatto opposto.

LUOGOCOMUNISTI

Prendo, come esempio, il documento firmato da tre guru del luogocomunismo, Ermanno Olmi, Carlo Petrini e don Luigi Ciotti e intitolato “Per un’Expo che getti un seme contro la fame nel mondo”.

Evitando di citare i dati strepitosi sopra riportati, essi tuonano: “Il pericolo tuttora reale è che l’esposizione universale sia solamente l’occasione strumentale per parlare e promuovere il cibo come merce”.

Ma che significa? Coloro che producono e distribuiscono cibo, dal contadino al dettagliante, hanno diritto a vendere i loro prodotti e ad essere remunerati altrimenti smetterebbero di produrli e faremmo tutti la fame.

Più in generale è proprio la grande rivoluzione industriale relativa all’agricoltura, seguendo la logica degli investimenti, dell’innovazione tecnologica e dei profitti che ha permesso oggi di nutrire gran parte dell’umanità.

Se 60 anni fa vivevano sulla Terra 2 miliardi di persone e 1 miliardo faceva la fame, mentre oggi siamo 7 miliardi e 6,2 miliardi hanno cibo a sufficienza, è proprio grazie al vituperato capitalismo che trasforma il cibo in merce, non è certo grazie a Carlo Petrini, né a Olmi o a don Ciotti. Se non considerassimo “il cibo come merce” moriremmo tutti di fame.

Poi i tre intellettuali si lanciano in filippiche strappalacrime di questo tipo: “Oggi la fame che perseguita grandi parti di mondo, determina migrazioni epocali, bibliche. Il Mediterraneo ogni giorno è tomba di una disperata umanità che cerca… il cibo quotidiano”.

Come abbiamo visto non è affatto vero che “oggi la fame perseguita grandi parti del mondo”, ma è vero il contrario: mai nella storia si è riusciti a nutrire tanta gente.

E gli esodi di massa sono dovuti in parte a guerre e oppressioni. In parte si verificano proprio nelle terre che non hanno “il cibo come merce”, ossia non hanno quello sviluppo fondato su industria, tecnologia e mercato.

Non ce l’hanno spesso per flagelli come l’islamismo che sta letteralmente devastando l’Africa subsahariana, ma su cui i nostri enfatici intellettuali evitano di puntare il dito.

IL FATTORE CRISTIANO

E’ storicamente dimostrabile che i fattori antropologici sono decisivi e – per esempio – un substrato culturale cristiano ha favorito lo sviluppo basato su istruzione, impresa, ricerca scientifica, investimenti e tecnologia, dentro un orizzonte che favorisce la democrazia e il rispetto dei diritti sociali e umani.

Del resto nessuno al mondo è tanto impegnato contro la fame quanto i cristiani, con gli aiuti nelle emergenze umanitarie, ma anche con iniziative di sviluppo che vanno dalla costruzione di pozzi, scuole e ospedali, all’artigianato e alla fondazione di università.

Vale pure per gli sprechi alimentari. In Italia il Banco Alimentare, la più grande iniziativa concreta che convoglia tonnellate di derrate alimentari verso i più bisognosi, nasce in ambito cattolico, ma ha aggregato attorno a sé energie di tutti i tipi e soprattutto è nata dal rapporto con una grande industria alimentare e dalla collaborazione della grande distribuzione.

Che non sono affatto nemici, ma protagonisti della nutrizione dell’umanità.

L’uomo non è il cancro del pianeta, ma la sua più grande risorsa anche per la salvagiardia dell’ambiente, perché nessuno inquina e devasta più della natura stessa.

Tanti si battono per proteggere la biodiversità, ma assai pochi si battono per quella che Benedetto XVI ha chiamato l’ecologia umana, a salvaguardia della vita, dell’integrità e della dignità dell’essere umano. Che è il grande “principio non negoziabile”.

Articolo di Antonio Socci, apparso su “Libero”, 3 maggio 2015, e ripreso dal sito dell’Autore

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Il consiglio di Pascal ai liberali: siate Bastiat!

Ven, 22/05/2015 - 08:00

Sono parecchi i motivi che impediscono la diffusione del liberalismo tra la gente. Oggi, ne discutiamo solo uno. Trattasi di un motivo che troppo spesso sottovalutiamo, forse per il suo carattere, per così dire, metodologico.

Mi riferisco al modo di esporre agli altri e in pubblico le teorie liberali e libertarie.

La scena che si ripropone su forum, blog e video è solitamente la seguente.

Ci sono un liberale e un non-liberale che discutono su un qualsivoglia argomento. Cosa fa solitamente il primo per convincere il secondo ad assumere posizioni liberali sull’argomento in questione?

Tiene (congiuntamente o alternativamente) 2 comportamenti:

1) comincia a dargli del socialista, comunista, nazi-fascista e cosi via, aggiungendo che non apprezza le potenzialità della proprietà privata e della libertà;

2) comincia a parlare di diritto naturale e dell’assoluta inviolabilità delle libertà individuali.

Credete che il liberale riuscirà nel suo intento, almeno nell’ 1% dei casi?

Sì e no: , se il non-liberale ha in sè già un qualche apprezzamento verso il valore della libertà; no, se il non-liberale è uno che ce l’ha a morte col capitalismo laissez-faire.

Dove sta il problema, quindi?

Eccolo: noi liberali vogliamo combattere le offese e i “ragionamenti intuizionisti” degli altri con altrettante offese e ragionamenti “intuizionisti” che potrebbero attirare solo chi già apprezza il valore della libertà.

Mi capita spesso di cadere in questa trappola, soprattutto quando non ho voglia di discutere o non mi ritengo ben preparato su un argomento. Tuttavia questo non è un buon motivo per continuare su una strada che è intrinsecamente sbagliata, per lo meno se abbiamo a cuore la diffusione del liberalismo nella nostra società.

Cosa c’entra Blaise Pascal in tutto questo? C’entra parecchio.

Proprio in queste settimane, mentre leggevo alcuni dei suoi “Pensieri”, mi sono imbattuto in alcune riflessioni interessanti, che presento qui:

“Quando si vuol discutere utilmente, e dimostrare a un altro che sbaglia, conviene osservare da quale lato egli considera la cosa, perché essa di solito da quel lato è vera, e riconoscergli questa verità, ma scoprirgli l’aspetto per cui essa è falsa.”

Pascal ci espone proprio il metodo cui facevamo riferimento all’inizio: se vogliamo convincere qualcuno cerchiamo di capire la sua posizione e riconosciamo le sue verità. Dopodichè, esponiamo l’altra faccia della medaglia.

E continua Pascal:

“Egli di ciò sarà contento, perché vedrà che non s’ingannava, e che sbagliava soltando nel non vederne altri aspetti: ora, non ci si affligge per non veder tutto, ma non si vuole ammettere di essersi ingannati.”

A ben vedere, questo è proprio il metodo usato magistralmente da Frédéric Bastiat nelle sue opere: riconoscere la verità di ciò che SI VEDE ma mostrare anche ciò che NON SI VEDE.

Proviamo, ora, a rendere il tutto più comprensibile con un esempio: ci sono il solito liberale e il solito non-liberale che discutono (ad esempio) di inquinamento. Il secondo, ovviamente, accusa il capitalismo laissez-faire di tutti i disastri ambientali.
Cosa potrebbe fare il primo (il liberale) per convincere il secondo (il non-liberale) ad assumere posizioni liberali su quell’argomento?

Magari, invece di accusarlo di essere un pianificatore centrale o di non capire la bellezza dell’ordine spontaneo, potrebbe cominciare riconoscendo la verità di quanto ha affermato il non-liberale: è vero, molte imprese inquinano e hanno inquinato!
A questo punto, però, il nostro liberale potrebbe spiegare come questo non sia un effetto del capitalismo laissez-faire dal momento che questa dottrina propugna la tutela della proprietà privata: se tu mi inquini senza il mio consenso, mi dispiace, ma stai violando la mia proprietà. Nota 1

Detto questo, bisogna intendersi su un punto: le risposte di un liberale non devono per forza essere argomenti economici di difficile comprensione, ma possono anche essere spiegazioni di alcuni dei “possibili” modi in cui, in una società libera, si risolverebbero molti dei problemi odierni (come nell’esempio sopra fatto). Proprio per questo è utile essere sempre ben informati su parecchi temi, per cos’ dire, “politici”.

Credo che SOLO DOPO aver proceduto a questo modo, possa essere di qualche utilità opporre al nostro interlocutore (non-liberale) la celebre frase di F.A. Hayek:

“Sarebbe altrettanto facile screditare la teoria del metodo scientifico per il fatto che non porta a previsioni controllabili di quel che scoprirà la scienza, quanto lo è screditare la teoria dl mercato per il fatto che non riesce a prevedere quali risultati particolari questo riuscirà a raggiungere.”

Non auspichiamo la nascita di nuovi Bastiat!

Dobbiamo essere noi stessi nuovi Bastiat!

Nota 1

So che la questione non è così semplice, ma non era il caso di entrare qui nei dettagli.

Articolo di Miki Biasi apparso in origine su The Road to Liberty e qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore

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Le disuguaglianze statistiche tra le razze dimostrano la discriminazione?

Lun, 18/05/2015 - 08:00

Nota dell’editore: Walter Williams è un insigne analista ed economista alla George Mason University di Fairfax, Virginia. Questo saggio fu originariamente pubblicato nel Novembre 2012 sotto il titolo “Diversità, Ignoranza e Stupidità” in The Freeman, il periodico della Foundation for Economic Education).

George Orwell era solito ammonire: “A volte il primo dovere degli uomini intelligenti è la riaffermazione dell’ovvio”. Questo è esattamente ciò che voglio fare – parlare dell’ovvio.

Docenti di diritto, tribunali e scienziati sociali hanno a lungo sostenuto come le grandi disuguaglianze statistiche provino l’esistenza di schemi e pratiche discriminatorie. Dietro tale visione c’è l’idea secondo cui senza discriminazioni, saremmo etnicamente distribuiti in modo proporzionale nelle caratteristiche socioeconomiche come ad esempio il reddito, l’educazione, il tipo di occupazione ed altri fattori. Non esiste una singola prova in alcun luogo ed in alcun tempo della storia dell’umanità che confermi come senza discriminazioni ci sarebbe una rappresentanza proporzionale, nonché un’assenza di grandi disuguaglianze statistiche relative a razza, sesso, nazionalità o a qualunque altra caratteristica. Tuttavia, molte delle nostre idee, leggi, controversie legali e politiche pubbliche sono basate sul concepire la proporzionalità come norma. Consideriamo dunque qualche grande disuguaglianza, per poi decidere se queste rappresentino ciò che avvocati e giudici chiamano “schemi e pratiche discriminatorie” e pensando poi a quali azioni correttive andrebbero intraprese.

Gli ebrei non raggiungono nemmeno l’1% della popolazione mondiale e soltanto il 3% di quella americana, eppure costituiscono il 20% dei premi Nobel ed il 39% dei vincitori americani. Questa è una gigantesca disuguaglianza statistica: è la commissione che aggiudica i Nobel a discriminare in favore degli ebrei, o sono gli ebrei ad essere impegnati in una cospirazione accademica contro tutti noi? In ogni caso, durante la Repubblica di Weimar – in Germania – gli ebrei erano soltanto l’1% della popolazione tedesca, ma rappresentavano il 10% dei dottori e dei dentisti del paese, il 17% degli avvocati ed una larga percentuale della comunità scientifica tedesca. Il 27% dei premi Nobel tedeschi sono ebrei.

La National Basketball Association (NBA, la lega professionistica americana di basket, ndr.) nel 2011 annoverava quasi l’80% dei giocatori neri ed il 17% bianchi. Se questa differenza è sconvolgente, pensate che gli asiatici sono solo l’1%. Non è abbastanza?  Cosa dire del fatto che i giocatori NBA più pagati sono neri e che per 45 volte su 57, un nero ha vinto il premio di Most Valuable Player (miglior giocatore stagionale, ndr.). Tali enormi disuguaglianze si verificano esattamente all’opposto nella National Hockey League, dove meno del 3% degli atleti sono neri. Questi costituiscono invece il 66% dei giocatori professionisti NFL e AFL (rispettivamente, la lega di football americano e australiano, ndr); nel restante 34%, non c’è un singolo sportivo giapponese. A tal proposito, non preoccupatevi, secondo il Japan Times Online (consultato il 17 Gennaio 2012): “Lo scout Larry Dixon dei Dallas Cowboys assicura che, posto che il mondo sta diventando ‘più piccolo’ a causa della globalizzazione, un giorno ci sarà un giocatore giapponese nella National Football League – sebbene non possa prevedere con certezza quando ciò accadrà”.

Mentre i giocatori professionisti neri di baseball sono scesi dal 18% di vent’anni fa, all’8.8% odierno, si rinvengono enormi differenze nei risultati conseguiti: quattro dei sei giocatori con più home-run totalizzati in carriera sono neri, così come ciascuno dei primi otto giocatori ad aver rubato più di 100 basi in una stagione. I neri, i cui avi giunsero dall’Africa Occidentale – inclusi gli afro-americani – detengono più del 95% dei record relativi alle discipline atletiche basate sulla corsa.

Come si spiegano queste enormi differenze nello sport? Richiedono l’attenzione dei tribunali?

Esistono peraltro delle disuguaglianze che potrebbero sconcertare in tema di diversità tra le persone. Per esempio, gli asiatici conseguono con regolarità i voti più alti nella parte matematica del SAT (Scholastic Aptitude Test, una prova attitudinale richiesta per l’ammissione ai college americani, ndr), mentre i neri hanno i più bassi.

Poi ci sono le disuguaglianze etniche/razziali sulla mortalità. Alle donne americane-vietnamiti è riscontrato un tasso di incidenza del cancro della cervice ben cinque volte più alto di quello delle donne caucasiche. Inoltre, tra due e undici volte più alto è il tasso relativo al tumore del fegato fra le popolazioni cinesi, filippine, giapponesi, coreane e vietnamite rispetto a quello dei caucasici.

La malattia di Tay-Sachs è rara fra popolazioni diverse dagli ebrei aschenaziti (di discendenza europea) e dai Cajun del sud della Louisiana; gli indiani Pima dell’Arizona hanno i tassi di diabete più alti al mondo; il cancro alla prostata è quasi due volte più comune fra gli uomini neri che fra i bianchi.

Come se non bastasse, c’è la questione della segregazione. La pagina “Room for Debate” del New York Times del 21 Maggio 2012 esordiva con “Jim Crow è morto, la segregazione continua. È tempo di ripristinare il servizio di scuolabus?”.

Il Civil Rights Project dell’Università di Harvard nel Gennaio 2003 dichiarava che le scuole erano sempre più etnicamente isolate, aggiungendo: “Gli obiettivi riguardanti i diritti civili non sono stati raggiunti. Da più di un decennio, l’intero paese ha imboccato il sentiero che porta ad una maggior segregazione”. Sei anni dopo, il Civil Rights Project di UCLA riportava: “le scuole negli Stati Uniti risultano più segregate oggi di quanto non lo siano state negli ultimi 40 anni”.

Pensiamo alla segregazione. Osservazioni casuali delle partite di hockey su ghiaccio suggeriscono come gli spettatori neri non siano minimamente rappresentativi con riferimento alla popolazione generale. Un’osservazione simile può essere fatta anche riguardo l’opera, le gare di equitazione e le degustazioni di vino. Le statistiche sulla popolazione del South Dakota, Iowa, Maine, Montana, Wyoming e Vermont evidenziano che neanche l’1% degli abitanti è nero; d’altro canto, in stati come la Georgia, l’Alabama e il Mississippi, i neri sono sovra-rappresentati rispetto alla loro percentuale nella popolazione generale.

Le persone di colore sono poco più del 50% della popolazione di Washington D.C. Il Reagan National Airport serve quella zona; come tutti gli altri aeroporti, ha delle fontanelle d’acqua. In nessun caso è stato possibile osservare se il 50% di chi le usa sia un uomo di colore: sarebbe una stima rozza, ma credo che ogni giorno non più del 10-15% delle persone che le usano siano di colore. Vorrebbe forse dire che le fontane del Reagan National Airport sono razziste? Diremmo che lo sono gli stati del South Dakota, dell’Iowa, del Maine, del Montana, del Wyoming e del Vermont? Oppure le partite di hockey su ghiaccio, l’opera, l’equitazione e le degustazioni di vino? Inoltre, qualcuno proporrebbe mai di portare dei neri in bus in South Dakota, Iowa, Maine, Montana e nel Wyoming, e i bianchi da questi stati alla Georgia, Alabama e Mississippi al fine di raggiungere un equilibrio etnico? Che azione correttiva può essere presa per conseguire l’integrazione razziale alle partite di hockey, all’opera, alle gare di equitazione e alle degustazioni di vino?

Una piccola riflessione mostra che le persone danno al termine “discriminazione razziale” un significato per l’uso di fontane, per l’opera e per le partite di hockey, ed uno completamente diverso per le scuole. Il ragionevole test per stabilire se le fontane del Reagan National Airport compiono atti discriminatori consisterebbe nello stabilire se una persona di colore sia libera di bere da una qualsiasi di esse. Se la risposta è affermativa, le fontane non sono affatto razziste – sebbene nessun nero voglia usarle per dissetarsi. Lo stesso identico test andrebbe eseguito per le scuole. Ossia, se uno studente nero vive in un particolare distretto scolastico, è forse libero di frequentare una particolare scuola? Se sì, la scuola non è luogo di segregazione, ancorché nessun nero effettivamente la frequenti. Quando un’attività non è etnicamente mista, un termine migliore sarebbe “etnicamente omogenea”, e ciò non significa affatto che essa sia discriminatoria.

 Voglio sperare che le persone pronte a gridare che le scuole sono luoghi di segregazione, non facciano altrettanto per le fontane degli aeroporti, per gli stati, per l’opera e per le partite di hockey su ghiaccio.

Riassumendo

  • Non esiste una singola evidenza in alcun luogo ed in alcun tempo della storia dell’umanità volta a dimostrare che senza discriminazioni vi sarebbe una rappresentanza equa e un’assenza di grandi disuguaglianze statistiche derivanti da razza, sesso, nazionalità o qualunque altra caratteristica.
  • Osservazioni casuali eseguite alle partite di hockey su ghiaccio suggeriscono come gli spettatori neri non siano minimamente rappresentativi con riferimento alla loro presenza nella popolazione generale. Ma ciò non significa “discriminazione”.
  • Per ulteriori informazioni, vedi:

“Discrimination and Liberty” di Walter E. Williams: http://tinyurl.com/mk7eu27

“The Economics and Politics of Discrimination” di George C. Leef: http://tinyurl.com/pkcu249

“Capitalism: Discrimination’s Implacable Enemy” di John Hood: http://tinyurl.com/m37vmju

“A Chance to End Racism in America” di Wendy McElroy: http://tinyurl.com/m5fq2yv

“Race and Economics: How Much Can Be Blamed on Discrimination?” di D. W. MacKenzie: http://tinyurl.com/pfsuhtm

“Lending Discrimination: The Unending Search” di Robert Batemarco: http://tinyurl.com/kb58n3w

Articolo di Walter Williams su Fee.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

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Lettera al governo: Fermate le armi!

Ven, 15/05/2015 - 08:00

Caro governo,

“noi tutti” ci siamo qui riuniti per farvi una richiesta: dovete impedire, una volta per tutte, l’uso delle armi ai privati cittadini.

Siamo stufi di rivedere sempre le stesse scene.

Non meritiamo di svolgere il nostro mestiere con la tranquillità che dovrebbe essere tipica di ogni lavoro?

Pensate: proprio quando siamo vicinissimi alla raccolta dei frutti del nostro lavoro, questi privati cittadini ci puntano le loro armi contro, trattenendo così i prodotti della nostra attività.

Quindi ribadiamo: è davvero necessario lavorare con l’ansia di essere sparati in qualunque momento?

Per questi motivi, Governo, vi chiediamo di intervenire! E dovete farlo subito! Per il nostro bene.

Tuttavia, se non riterrete sufficiente quanto detto finora, caro Governo, vi esponiamo le considerazioni di alcuni nostri amici:

Cosa significherebbe sostanzialmente “armi libere per i privati cittadini”?
Esattamente questo, caro Governo: gli organi di sicurezza dello Stato non avrebbero più il potere di eseguire perfettamente gli ordini di un governo democraticamente eletto, in quanto si dovrebbe temere la reazione di alcuni cittadini.

Dovete ammettere quanto tutto ciò sia contrario al “dialogo” democratico.

Fin qui, caro Governo, le considerazioni dei nostri amici.

A noi, però, queste considerazioni appaiono troppo moderate: se vogliamo estirpare la piaga delle armi, dobbiamo abolirle tout court. D’altronde cosa ci assicura che coloro che voi, caro Governo, avete preposto alla nostra sicurezza, in momenti di follia, ci puntino le armi contro?

Ciò che bisogna fare, è togliere le armi anche agli organi di sicurezza. Sarebbe anche più carino acciuffare i furfanti: non si farebbe loro del male e sconterebbero serenamente la loro pena in carcere.

Non è, questo, degno di uno Stato che voglia chiamarsi “civile”?

E’ una lettera piuttosto corta, ne siamo consci. Tuttavia speriamo che queste poche righe, caro Governo, vi facciano cogliere le ragioni più intime della nostra richiesta.

Confidiamo in ulteriori e proficue collaborazioni.

Con affetto,

ladri, rapinatori e autocrati di tutto il mondo

Articolo di Miki Biasi originariamente apparso su The Road to Liberty e qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – II parte

Mer, 13/05/2015 - 08:00

Il professor Samuelson e la “Preferenza Rivelata”

“Preferenza rivelata” – preferenza rivelata dalla scelta compiuta – sarebbe stata un’espressione appropriata per il nostro concetto. Ma è stata utilizzata per la prima volta da Samuelson per un suo concetto apparentemente simile ma in realtà profondamente diverso. La differenza fondamentale è questa: Samuelson presuppone l’esistenza di una sottostante scala di preferenze che forma la base delle azioni di un uomo e che rimane costante nel corso delle sue azioni nel tempo. Samuelson poi usa procedure matematiche complesse in un tentativo di “tracciare una mappa” della scala di preferenze dell’individuo sulla base delle sue numerose azioni.

 Il primo errore qui è l’assunzione che la scala di preferenze rimanga costante nel tempo. Non vi è ragione alcuna per presupporre una simile ipotesi. Tutto ciò che possiamo dire è che un’azione, in uno specifico punto nel tempo, rivela parte della scala di preferenze di un uomo in quel momento. Non vi è alcun motivo valido per assumere che essa rimanga costante da un punto del tempo a un altro.8

 I teorici della “preferenza rivelata” non si rendono conto di assumere l’ipotesi della costanza; credono che la loro premessa sia solo quella del comportamento coerente, che identificano con la “razionalità”. Essi ammettono che le persone non so no sempre “razionali”, ma difendono la loro teoria come una buona prima approssimazione o anche come una teoria dotata di valore normativo. In ogni caso, come ha fatto notare Mises, costanza e coerenza sono due cose completamente diverse. Coerenza significa che una persona mantiene un ordine transitivo nella graduatoria della sua scala di preferenze (se A è preferito a B e B è preferito a C, allora A è preferito a C). Ma la procedura della preferenza rivelata non si basa su tale assunzione, né su quella di costanza – secondo cui un individuo mantiene la stessa scala di valori nel tempo. Mentre la prima situazione potrebbe essere definita irrazionale, non vi è certamente alcunché di irrazionale nel fatto che le scale di valori di una persona cambino nel tempo. Quindi nessuna teoria valida può essere costruita sulla premessa della costanza di comportamento.9

 In base all’ipotesi di costanza, una delle procedure più assurde è consistita nel tentativo di giungere alla scala di preferenze del consumatore non attraverso l’osservazione dell’azione reale ma attraverso questionari. In vacuo, alcuni consumatori vengono intervistati esaurientemente su quale teorico gruppo di beni preferirebbero rispetto ad un altro e così via. Non solo tale procedura soffre dell’errore della costanza, ma non può essere attribuita alcuna certezza al mero fatto di interrogare le persone quando esse non si trovano di fronte alle scelte nella realtà. Non solo la valutazione di una persona differirà se parla delle scelte oppure se si trova nella situazione in cui sceglie effettivamente, ma in più non vi è la garanzia che stia dicendo la verità. 10

La bancarotta dell’approccio della preferenza rivelata non è mai stato illustrato meglio che da un importante seguace, il professor Kennedy. Dice Kennedy: “In quale scienza rispettabile l’ipotesi di coerenza (cioè di costanza) sarebbe accolta per un solo momento?” 11 Tuttavia egli sostiene che debba essere mantenuta ugualmente, altrimenti la teoria dell’utilità non servirebbe ad alcuno scopo proficuo. L’abbandono della verità in nome di una spuria utilità è una caratteristica tipica della tradizione positivista-pragmatista. Tranne che in certe ipotesi ausiliarie, dovrebbe essere ovvio che ciò che è falso non può essere utile nella costruzione di una teoria vera. Questo è particolarmente vero nell’economia, che è esplicitamente costruita su assiomi veri.12

Psicologismo e comportamentismo: trappole gemelle

 La dottrina della preferenza rivelata è un esempio di ciò che possiamo definire la fallacia dello “psicologismo”, che consiste nel considerare le scale di preferenza come se esistessero quali entità separate, indipendenti dall’azione reale. Lo psicologismo è un errore frequente nell’analisi dell’utilità. È basato sulla premessa che l’analisi dell’utilità sia una sorta di “psicologia” e che quindi l’economia, nell’elaborazione dei fondamenti della sua struttura teoretica, debba addentrarsi nell’analisi psicologica.

 La prasseologia, base della teoria economica, invece differisce dalla psicologia. La psicologia esamina il come e il perché le persone danno vita ai valori. Tratta il contenuto concreto dei fini e dei valori. L’economia, invece, si basa semplicemente sulla premessa dell’ esistenza dei fini, e quindi deduce la sua teoria valida da tale premessa generale.13 Essa quindi non ha nulla a che fare con il contenuto dei fini o con le operazioni interne della mente dell’uomo che agisce. 14

Se lo psicologismo dev’essere evitato, va evitato anche l’errore opposto del comportamentismo. Il comportamentista vuole eliminare completamente dall’economia il “soggettivismo”, cioè l’azione motivata, in quanto ritiene che qualsiasi traccia di soggettivismo non sia scientifica. Il suo ideale è il metodo della fisica, che tratta l’esame dei movimenti di materiali non mossi da scopi, inorganici. Nell’adottare questo metodo egli getta via la conoscenza soggettiva dell’azione, su cui è fondata la scienza economica; di fatto rende impossibile qualsiasi indagine scientifica sugli esseri umani. L’approccio comportamentista in economia ebbe inizio con Cassel, e il seguace contemporaneo più importante è il  professor  Little.  Little rifiuta la teoria della preferenza  dimostrata perché essa assume  l’esistenza  della  preferenza.  Egli  si  vanta  del  fatto  che,  nella  sua  analisi,  l’individuo massimizzante “alla fine scompare”, il che significa, ovviamente, che scompare anche l’economia. 15 Gli errori dello psicologismo e del comportamentismo hanno un’origine comune: il desiderio da parte dei loro sostenitori di dotare i loro concetti e procedure di “significato operativo”, sia nel campo del comportamento osservato sia nell’ambito delle operazioni mentali. Vilfredo Pareto, probabilmente il fondatore di un approccio esplicitamente positivista in economia, sostenne entrambi gli errori. Rifiutando l’approccio della preferenza dimostrata in quanto “tautologico”, Pareto cercò da un lato di eliminare le preferenze soggettive dall’economia, e dall’altro di investigare e misurare le scale di preferenza indipendentemente dall’azione reale. Pareto è stato, per molti aspetti, l’antenato spirituale della maggior parte dei teorici dell’utilità contemporanei. 16 17.

Una nota sulla critica del professor Armstrong

Il professor Armstrong ha elaborato una critica dell’approccio della preferenza rivelata che si potrebbe indubbiamente applicare anche alla preferenza dimostrata. Egli afferma che, quando viene preso in considerazione più di un bene, le scale di preferenza individuali non possono essere unitarie, e non possiamo ordinare i beni su un’unica scala.18 Al contrario, la caratteristica di una scala di preferenze dedotta è proprio di essere unitaria. Un uomo può scegliere tra due alternative, in base al maggiore o minor valore, solo se le colloca su un’unica scala. Ogni mezzo verrà impiegato in funzione dell’uso preferito. La scelta reale quindi dimostra sempre le preferenze rilevanti ordinate su una scala unitaria.

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

8. L’analisi di Samuelson soffre anche di altri errori, come l’uso delle scorrette procedure basate sui “ numeri indici”. Sugli errori teoretici dei numeri indici cfr. Mises, Theory of Money and Credit, pp. 187-94.

9. V. Mises, Human Action, pp. 102-3. Mises dimostra che Wicksteed e Robbins hanno commesso un errore analogo.

10. È un merito di Samuelson il rifiuto della tecnica del questionario. I professori Kennedy e Keckskemeti, per ragioni differenti, difendono il metodo del questionario. Kennedy afferma semplicemente, in maniera piuttosto illogica, che le procedure in vacuo comunque vengono utilizzate, quando il teorico afferma che una quantità maggiore di un bene è preferita a una quantità minore. Ma ciò non è in vacuo; è una conclusione basata sulla conoscenza prasseologica secondo cui, essendo un bene qualsiasi oggetto di azione, finché rimane un bene quantità maggiori devono essere preferite a quantità minori. Kennedy quindi ha tort o quando afferma che questo è un argomento circolare, perché il fatto che l’azione esiste non è “circolare”. Keckskemeti in realtà afferma che, ai fini della scoperta delle preferenze, il metodo del questionario è preferibile all’osservazione del comportamento. La base delle sue tesi è una dicotomia spuria fra valutazioni di utilità e valutazioni etiche. Le valutazioni etiche possono essere considerate coincidenti con i giudizi di utilità, oppure una sottospecie di essi, ma non possono essere distinte. Cfr. Charles Kennedy, “Th e Common Sense of Indifference Curves,” Oxford Economic Papers (January 1950): 123-31; Kenneth J. Arrow, “Review o f Paul Keckskemeti’s Meaning, Communication, and Value,” Econometrica (January 1955): 103.

11. Kennedy, “The Common Sense of Indifference Curves. ” L’articolo di Kennedy offre la miglior descrizion e sintetica dell’approccio della preferenza rivelata.

12. Anche questo errore deriva dalla fisica, in cui assunzioni quali l’assenza di attrito sono utili come prime approssimazioni – per conoscere fatti da leggi esplicative sconosciute. Per un proficuo scetticismo sul valore dei falsi assiomi, cfr. Martin Bronfenbrenner, “Contemporary Economics Resurveyed,” Journal of Political Economy (April 1953).

13. L’assioma dell’esistenza dei fini può essere considerato una proposizione nella psicologia filosofica. In quel senso, la prasseologia poggia sulla psicologia, ma poi il suo sviluppo diverge dalla psicologia in senso stretto. Sulla questione dello scopo, la prasseologia si pone esattamente nel solco della tradizione leibniziana della psicologia filosofica in opposizione alla tradizione lockiana sostenuta dai positivisti, dai comportamentisti e dagli associazionisti. Per un’illuminante analisi di questa tematica, cfr. Gordon W. Allport, Becoming (New Haven, Conn.: Yale University Press, 1955), pp. 6-17.

14. Di conseguenza la legge dell’utilità marginale dec rescente non è basata su qualche legge psicologica della sazietà dei desideri, ma sulla verità prasseologica secondo cui le prime unità di un bene saranno utilizzate per g li usi di maggior valore, le unità successive per gli usi di maggior valore successivi, e così via.

15. M.D. Little, “A Reformulation of the Theory of Co nsumers’ Behavior,” Oxford Economic Papers (January 1949): 90-99.

16. Vilfredo Pareto, “On the Economic Phenomenon,” International Economic Papers 3 (1953): 188-94. Per un’eccellente confutazione cfr. Benedetto Croce, “O n the Economic Principle, Parts I and II,” ibid.: 1 75-76. 201. Il famoso dibattito Croce-Pareto è un illuminante esempio di iniziale controversia fra visioni prasseologiche e positiviste in economia.

17. Un interessante esempio contemporaneo della combinazione di entrambi i tipi di errori è rappresentato da Vivian C. Walsh. Da un lato egli è un comportamentista estremo, che rifiuta di ammettere che qualsiasi preferenza è rilevante per l’azione, o può essere dimostrata dall’azione. Dall ’altro assume anche la posizione psicologista estrema secondo cui gli stati psicologici in sé possono essere direttamente osservati. A tal fine egli fa affidamento sul “senso comune”. Ma tale posizione è fallace perché le “osservazioni” psicologiche di Walsh sono idealtipi e non categorie analitiche. Walsh afferma: “dire che un individuo è un fumatore è diverso dall’asserire che egli sta fumando in questo momento”, attribuendo all’economia il primo tipo di asserzione. Ma questo tipo di asserzioni sono idealtipi storici, rilevanti per la storia e la psicologia, ma non per l’analisi economica. Vivian C. Walsh, “On Descriptions of Cons umers’ Behavior,” Economica (August 1954): 244-52. Sugli idealtipi e le loro relazioni con la prasseologia cfr. Mises, Human Action, pp. 59-64.

18. Wallace E. Armstrong, “A Note on the Theory of Cons umer’s Behavior,” Oxford Economic Papers (January 1950): 199 e segg. Su questo punto cfr. la replica di Little, in I.M.D. Little, “The Theory of Consumer’s Beh avior—A Comment,” ibid., 132-35.

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Prima che IE scompaia completamente, ricordiamoci delle guerre tra i browser

Lun, 11/05/2015 - 07:53

Senza tante fanfare, questo mese (Marzo 2015, NdR) Microsoft ha annunciato il ritiro dal mercato del suo famoso browser, Internet Explorer. In tutte le notizie riguardanti questo avvenimento, l’attenzione si è focalizzata su come è stato sbaragliato da Chrome, Safari e Firefox, tra i tanti altri browser sul mercato. In aggiunta, le applicazioni per cellulare stanno ottenendo un considerevole successo rispetto ai web browser in generale.

Infatti questo è vero.

Sulle piattaforme che ho gestito, ho visto IE andare dal 95% di utilizzo al 20%, un incredibile e colossale crollo e sconfitta avvenuta in 20 lunghi anni. Microsoft non è mai stato in grado di risolvere i suoi eterni problemi di sicurezza. Ogni nuova versione, dalla 1 alla 10, sembrava aver messo a posto alcuni problemi della versione precedente, mentre ne introduceva di nuovi.

Non fu interamente colpa di Microsoft: essendo il browser dominante, la pirateria informatica, attraverso le azioni di ogni creatore di malware al mondo, non gli ha mai dato tregua. Persino il team di Microsoft con un migliaio di sviluppatori non ha potuto far fronte a questo ostacolo. Non hanno aiutato le sua notevoli dimensioni e la sua burocratica struttura organizzativa.

Ciò che è accaduto è un normale esempio di come i mercati funzionano. IE una volta era buono, molto meglio del catorcio che ha rimpiazzato (Netscape Navigator), ma non è stato in grado di competere con altri più agili innovatori che ha, a sua volta, ispirato. È rimasto in funzione per 20 anni, il che non è male. Ma il mondo va avanti e nel selvaggio internet, nessuno può supporre che il dominio del mercato significhi potere di mercato permanente.

 Andatelo a dire al dipartimento di giustizia!

 Il DoJ fu l’attore principale di una situazione che sembra essere stata, stranamente, dimenticata. Il DoJ ha perseguitato Microsoft per 10 anni pieni dal 1994 al 2004 riguardo il suo presunto comportamento da monopolista. Persino nei primi anni del web, i regolatori del governo e i giudici presumevano di conoscere meglio degli imprenditori come strutturare il mercato. In una lunga serie di sentenze, normative, accordi e imposizioni, i regolatori dell’antitrust allontanarono innumerevoli miliardi dal progresso del mercato, verso il contenzioso, che, alla fine, si sarebbe risolto con un nulla di fatto.

 Non furono i regolatori dell’antitrust ad uccidere IE. Fu la competizione del mercato.

 La saga cominciò quando Microsoft rilasciò il suo browser come una parte preinstallata del sistema operativo Windows. Questa azione venne considerata illecita perché rappresentava un certo tipo di sfruttamento di integrazione verticale di prodotti che nuoce ai consumatori e violava un ordine della corte datato 1994.

 Ma c’era un piccolo problema: IE era un prodotto gratuito! In realtà, con una mossa che definiremmo geniale con il senno di poi, Microsoft decise di non far pagare per il suo browser, così da evitare di pagare i diritti concordati con i provider del suo codice di base originale (Spyglass, Inc.). Secondo il ragionamento dell’antitrust a quei tempi, i consumatori venivano rapinati. Non era proprio il caso. I rappresentanti del governo insistettero comunque.

E comunque, in ogni caso, antitrust ha una storia più lunga. Senza eccezione, questi casi sono riconducibili ad alcuni partecipanti del mercato che trovano più semplice competere attraverso la violenza dell’azione del governo piuttosto che in maniera pacifica godendo di un prodotto o di un servizio migliore.

 In questo caso, il primo a intraprendere l’azione – il serpente che sussurra all’orecchio del re – fu Nestcape Navigator. Questo era il browser principale sul mercato nel 1995 e uno dei più minacciati dal modello di prezzi innovativo di Microsoft.

 Per 10 lunghi anni di deposizioni, udienze e appelli, abbiamo dovuto sopportare le lamentele di Nestcape, anche quando la sua quota di mercato andava sempre più calando. Il processo alla fine terminò con una sentenza contro Microsoft, e si distinse per bizzarre sceneggiate come quando il giudice cliccò col pulsante destro sull’icona IE del desktop e annunciò la rimozione dal computer!

Fu incredibile da vedere perché, anche mentre questo colosso stava lottando per il suo diritto di distribuire il prodotto, altre aziende stavano avvicinandosi di soppiatto per offrire browser migliori. Ancora più straordinario fu che nuovi sistemi operativi sorgessero per minacciare il quasi monopolio di Windows, che era la base da cui partiva l’azione del governo.

 Quelli di noi che si opposero a questa molestia nei confronti di Microsoft tendevano a far notare spesso che un giorno i competitori avrebbero potuto rimpiazzare sia IE che Windows. Tutti questi ragionamenti venivano accolti da fragorose risate. Chiaramente, senza nessuna azione del governo volta a colpire Microsoft, il potente monopolio dell’azienda sarebbe durato per sempre!

 Ci furono anche anni in cui il browser di Mozilla Firefox divenne la scelta di moda tra quelli disponibili. Altre persone preferirono strumenti eccentrici come Opera. Safari, come parte dell’emergente sistema operativo Apple, attendeva dietro le quinte. Altri ancora sperimentavano sistemi open-source come Linux nella sua versione domestica.

Al tempo era molto chiaro a tutti nel settore che il dominio di Microsoft era estremamente fragile. Ma il DoJ non la vedeva così. I procuratori di stato trattarono Bill Gates come se fosse il Rockefeller dei giorni nostri, un cavaliere predone dell’era digitale che meritava la punizione più dura possibile per la sua oltraggiosa innovazione che portò il web browsing alle masse.

 Dopo tutti questi anni possiamo facilmente vedere chi aveva ragione. La critica del libero mercato contro l’azione del governo era perfettamente azzeccata. Linux alla fine entrò nel nuovo browser di Google, Chrome, per diventare il suo sistema operativo autoportante alimentato non da software completi, ma piuttosto da applicazioni scaricabili. Si tratta proprio di uno splendido sviluppo che nessuno avrebbe certamente potuto anticipare nel 1999.

 Ancora più straordinario è come le applicazioni per smartphone hanno a loro volta cominciato a mangiare una fetta di mercato del web browsing in generale. Anche qui, si tratta di uno sviluppo che nessuno avrebbe potuto immaginare dieci anni fa.

 Una ragione per la quale la gente non parla molto di questa azione dell’antitrust è attribuibile al fatto che essa non ha mai raggiunto livelli molto elevati. Il caso alla fine si è risolto molto dopo quando, ormai, non importava più di tanto.  L’intero caso sembra essere una specie di parentesi nell’incredibile crescita dell’era digitale del 21esimo secolo.

 Ma quante risorse e attenzione allo sviluppo sono state sprecate nel corso di quei dieci anni? È impossibile da dire. Forse IE sarebbe scomparso comunque. Ma forse, se il governo non avesse intrapreso l’azione legale così duramente in tutti quegli anni, ai milioni di consumatori, sarebbero stati risparmiati i problemi persistenti causati da carenza di sicurezza di IE, e, forse, Chrome e Safari non avrebbero sperimentato una così rapida crescita.

 Non lo sapremo mai. Ciò che sappiamo è che quest’azione dell’antitrust non ha aiutato neppur un singolo consumatore sul pianeta. Era soltanto una grande digressione dal cuore della faccenda.

 Quale fu il guadagno e chi vinse? Avvocati, burocrati, politici spettatori furono tutti vincitori. Ma qualcosa di più sostanzioso e importante accadde in questi anni. Una azienda rivoluzionaria e fondamentalmente distruttiva, Microsoft, finì per civilizzarsi, in accordo con la definizione che Washington dà al termine.

 Ha aperto gli uffici a D.C. per fare pressioni; ha iniziato un programma di finanziamenti politici su larga scala; ha eliminato la sua abitudine di innovare senza permessi e ha cominciato a stare alle regole del gioco. In breve, Microsoft ha preso la decisione di comprare la sua appartenenza all’apparato organizzativo della classe dominante anziché affrontare la molestia senza fine e la possibile morte per mano del regime. Non posso incolparli per tale scelta. Ma cerchiamo di essere obiettivi rispetto al vero motivo di tale contenzioso.

 I mercati competitivi sono un processo continuo di cambiamento radicale al servizio del pubblico. Non c’è nulla che il governo possa fare per migliorarli e può fare molto per disturbare e deviare le loro straordinarie capacità produttive. Ma il governo può ricattare con successo gli innovatori per renderli arrendevoli, almeno per un po’.

Articolo di Jeffrey Tucker su Liberty.me

Traduzione di Filippo Massari

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli

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Privacy, Libertà e Democrazia

Ven, 08/05/2015 - 08:00

Se esiste un diritto in grado di resistere perfino alla sua abolizione da parte della legge, questo è il diritto alla privacy: il diritto a “tentare” di nascondere agli altri e allo Stato un insieme di informazioni riguardanti la propria persona.

Ovviamente, l’ampiezza di questo insieme di informazioni dipende fortemente dalle leggi vigenti: è tanto minore quanto maggiore è la curiosità di chi fa le leggi; è tanto maggiore quanto minore è la curiosità del legislatore. Ma di una cosa si può esser certi: le leggi non potranno mai sopprimere del tutto la privacy di ciascuno, in quanto ogni uomo possiede un spazio totalmente inaccessibile, ovvero la propria mente.

In questo senso, potremmo affermare che la privacy sia un “diritto naturale”.

Fin qui, gli elementi di fatto.

Entriamo ora, nel campo (etico) dei giudizi di valore: qual è la giusta ampiezza di quell’insieme di informazioni che ciascun uomo avrebbe diritto di rendere inaccessibili agli altri e allo Stato?

Per rispondere a questa domanda, analizziamo, innanzitutto, la tesi oggi più diffusa: l’ampiezza giusta è ZERO.

Tuttavia, si è già chiarito quanto questa pretesa sia irrealizzabile. Dedichiamoci, allora, alla sua versione “più soft”: l’ampiezza di quell’insieme di informazioni deve essere la minima possibile.

La giustificazione più comune di ciò si trova in un motto tipico della nostra epoca:

se non hai fatto niente di male, che motivo hai per nascondere qualcosa?

Ecco chiarito l’obiettivo di questa dottrina: se limitiamo la privacy possiamo sanzionare rapidamente coloro che si comportano “male” e prevenire meglio tali comportamenti.

A sentire alcuni, con una tale limitazione della privacy, finirebbe la pacchia per i ricchi, i ladri, i truffatori, i mafiosi e tutti i loro amici. Dopotutto non sono forse le malefatte di queste personaggi ad essere oscurate dal diritto alla privacy?

Una volta descritto questo fantastico scenario, però, una domanda dovrebbe essere sorta spontaneamente: non è che a furia di discutere su come sconfiggere il male, ci si è dimenticati di specificare cosa sia questo “male”?

Anzi, volendo essere più onesti: se ciascuno di noi specificasse, nel motto sopracitato, la propria concezione del “male”, la forza di quel motto verrebbe meno d’un sol colpo. La sua fortuna è, infatti, nella genericità. Più proviamo a specificare la parola “male”, più quel motto, da fonte di concordia, si trasforma in fonte di discordia:

per alcuni è male che la gente assuma sostanze stupefacenti;

per alcuni è male distribuire DVD “masterizzati” e libri fotocopiati;

per altri è male che la gente faccia l’amore prima del matrimonio;

per altri ancora è male che la gente consumi determinati prodotti (ad es. quelli importati) invece che altri (ad es. i prodotti nazionali);

per altri ancora, invece, i comportamenti di cui sopra non sono qualificabili come “male”.

A ben vedere, però, i sostenitori della limitazione della privacy, il più delle volte, cercano di risolvere questo problema assumendo come definizione di “male” quella offerta dalle leggi vigenti. E’ facile capire a quali risultati si perviene applicando coerentemente questa dottrina: basti pensare che la tracciabilità del denaro (ipotesi, oggi, così di moda) comporterebbe non solo la punizione dell’evasione fiscale o del racket ma anche la punizione di altri comportamenti OGGI considerati reati.nota1

D’altronde, quanti sono coloro che chiedono la tracciabilità del denaro e allo stesso tempo la legalizzazione delle sostanze stupefacenti! E non sono meno coloro che chiedono oltre alla tracciabilità del denaro anche l’abolizione del diritto d’autore e la legalizzazione della prostituzione. Per non parlare di coloro che vogliono nutrirsi o curarsi con prodotti che lo Stato non legalizza.

La tracciabilità del denaro, intesa come limitazione del diritto alla privacy, travolgerebbe anche questi comportamenti che (oggi) agli occhi di molti sembrano legittimi (seppure la legge li consideri reati).

Quelli descritti finora, sono solo alcuni degli effetti collaterali della limitazione del diritto alla privacy.

L’elenco, infatti, è lungo ed un’ ottima rassegna è disponibile in questo articolo (cui vi rimando), nel quale è affrontato anche l’argomento dell’efficacia della limitazione della privacy nel raggiungimento dei suoi obiettivi più dichiarati.

Tornando a noi, sulla base delle considerazioni fatte, si chiarisce finalmente l’importante ruolo che gioca la privacy nella nostra vita in società:

essa è lo strumento che permette ad ogni uomo di difendersi, non tanto contro una possibile svolta totalitaria dello Stato, quanto contro le stesse leggi vigenti più o meno oppressive.

Tuttavia, il diritto alla privacy non è solo uno STRUMENTO DI LIBERTÀ del singolo, ma è anche uno STRUMENTO DI DEMOCRAZIA in quanto garantisce alle minoranze, taglieggiate dalla maggioranza, di poter continuare a dire la propria sulle leggi ingiuste e quindi di poter provare a convincere altri dell’ingiustizia di quelle leggi. Senza la tutela offerta dalla privacy, quei soggetti, che le leggi ingiuste mirano a colpire, sarebbero immediatamente individuati e puniti, uscendo, così, fuori dal circolo delle scelte politiche. nota 2

La privacy, dunque, è la fonte del potere politico di ogni singolo uomo.

E’ chiara, a questo punto, anche la risposta da dare alla domanda inizialmente posta: l’ampiezza dell’insieme di informazioni che ciascun individuo può legittimamente tentare di nascondere agli altri e allo Stato deve essere la massima possibile nota 3, perché senza privacy non esistono né libertà, né democrazia.

Nota 1: in questo articolo non ci interessano i comportamenti che potrebbero divenire reati in uno eventuale Stato totalitario.

Nota 2: Ho esaltato la democrazia ma non sono democratico. Sono liberale. Tuttavia, mi rendo conto che il confronto con una maggioranza ci sarà sempre ed è per questo che ho parlato di democrazia e di tutela delle minoranze esaltando l’una e l’altra.

Nota 3: ovviamente, resta ferma la distinzione tra le violazioni costanti della privacy e quelle una tantum che siano prese con tutte le garanzie del caso.

Articolo di Miki Biasi originariamente apparso su The Road to Liberty e qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – I parte

Mer, 06/05/2015 - 08:07

La valutazione individuale è la chiave di volta della teoria economica. Perché sostanzialmente l’economia non ha a che fare con le cose o gli oggetti materiali. L’economia analizza gli attributi logici e le conseguenze dell’esistenza delle valutazioni individuali. Le “cose” entrano a far parte de l quadro, ovviamente, perché non vi può essere valutazione senza che vi siano cose da valutare. Ma l’essenza e la forza trainante dell’azione umana, e quindi dell’economia di mercato umana, sono le valutazioni degli individui. L’azione è il risultato di una scelta fra alternative, e la scelta riflette le valutazioni, cioè le preferenze individuali fra tali alternative.

 Le valutazioni individuali sono l’oggetto diretto delle teorie dell’utilità e del benessere. La teoria dell’utilità analizza le leggi inerenti i valori e le scelte di un individuo; la teoria del benessere discute la relazione fra i valori di molti individui e le conseguenti possibilità di una conclusione scientifica sulla desiderabilità “sociale” delle va rie alternative.

 Negli ultimi anni entrambe le teorie hanno navigato in mari tempestosi. La teoria dell’utilità sta rapidamente prendendo molte direzioni diverse; la teoria del benessere, dopo aver raggiunto i vertici di popolarità fra gli economisti teorici, rischia d i cadere nell’oblio, sterile e abbandonata.

 La tesi di questo saggio è che entrambe tali branche della teoria economica possono essere salvate e ricostruite, usando come principio guida di entrambi i campi il concetto di “preferenza dimostrata”.

Preferenza dimostrata

Definizione del concetto

 L’azione umana è l’uso di mezzi per pervenire ai fini preferiti. Tale azione contrasta con il comportamento osservato delle pietre e dei pianeti, perché implica uno scopo da parte dell’attore. L’azione implica la scelta fra alternative. L’esser e umano possiede mezzi, o risorse, che usa per conseguire vari fini; queste risorse possono essere il tempo, la moneta, l’energia lavorativa, la terra, i beni capitali e così via. Egli usa queste risorse per conseguire i fini da lui preferiti. Dalla sua azione possiamo dedurre che egli ha agito in tale modo per soddisfare i suoi desideri, o preferenze, che valuta di più.

 Il concetto di preferenza dimostrata è semplicemente questo: la scelta concreta di un uomo rivela, o dimostra, la sua preferenza; cioè, le sue preferenze si possono dedurre da ciò che egli ha scelto attraverso la sua azione. Quindi, se un uomo sceglie di passare un’ora ad un concerto anziché al cinema, deduciamo che la prima attività era quel la preferita, o collocata più in alto nella sua scala delle preferenze. Allo stesso modo, se un uomo spende cinque dollari per una maglietta, deduciamo che egli ha preferito acquistare la maglietta rispetto a qualsiasi altro uso che avrebbe potuto individuare per la sua moneta. Questo concetto di preferenza, incardinato nelle scelte reali, forma la chiave di volta della struttura logica dell’analisi economica, e particolarmente dell’analisi dell’utilità e del benessere.

 Anche se tale concetto svolse un ruolo negli scritti dei primi economisti dell’utilità, non aveva mai ottenuto una definizione ed è quindi rimasto in larga misura privo di sviluppo e non riconosciuto in quanto concetto distinto. Fu abbandonato intorno agli anni Trenta del Novecento, prima ancora di esser definito. Questa visione della preferenza derivata dalla scelta era presente in gradi diversi negli scritti dei primi economisti Austriaci, così come nei lavori di Jevons, Fisher e Fetter. Fetter fu il primo a utilizzare esplicitamente il concetto nella sua analisi. La formulazione più chiara e completa del concetto è contenuta nei lavori del professor Mises.1

Il positivismo e l’accusa di tautologia

 Prima di analizzare alcune applicazioni del principio della preferenza dimostrata alla teoria dell’utilità e del benessere, dobbiamo prendere in considerazione le obiezioni metodologiche che sono state sollevate contro di esso. Il professor Alan Sweezy, ad esempio, fa sua una frase di Irving Fisher che espresse in maniera molto sintetica il concetto di preferenza dimostrata: “Ogni individuo agisce come vuole”. Sweezy è un esempio tipico dell’incapacità degli economisti contemporanei di capire come tale asserzione possa essere fatta con un grado di validità assoluta. Per Sweezy questa proposizione, dal momento che non è verificabile empiricamente in psicologia, deve semplicemente ridursi alla tautologia priva di significato: “ogni individuo agisce come agisce”.

 Questa critica affonda le sue radici in un fondamentale errore epistemologico che affligge il pensiero moderno: l’incapacità dei metodologi moderni di capire come la scienza economica possa acquisire verità sostanziali per mezzo della deduzi one logica (cioè il metodo della “prasseologia”). Ciò avviene perché essi hanno adottato l’epistemologia positivista (ora definita dai suoi utilizzatori “empirismo logico” o “empirismo scientifico”), che applica acriticamente alle scienze dell’azione umana le procedure della fisica.2

 In fisica i singoli fatti possono essere isolati in laboratorio. Questi fatti isolati vengono conosciuti direttamente, ma le leggi necessarie a spiegare questi fatti no. Le leggi possono essere solo ipotizzate. La loro validità può essere determinata solo deducendo logicamente le conseguenze di esse che possono essere verificate attraverso i fatti di laboratorio. Anche se le leggi spiegano i fatti, e le loro conclusioni sono coerenti con essi, le leggi della fisica non possono comunque mai essere stabilite in maniera assoluta. Perché qualche altra legge può dimostrarsi più elegante o in grado di spiegare una più ampia serie di fatti. In fisica, quindi, le spiegazioni postulate devono essere ipotizzate in un modo tale per cui esse, o le loro conseguenze, possano essere verificate empiricamente. Anche così, le leggi sono valide solo provvisoriamente e non in maniera assoluta.

 Nell’azione umana, invece, la situazione è capovolta. Qui non vi è alcun laboratorio in cui “i fatti” possano essere isolati e suddivisi nei loro elementi semplici. Vi sono invece solo “fatti” storici che sono fenomeni complessi, risultanti di molti fattori causali. Questi fenomeni devono essere spiegati, ma non possono essere isolati o utilizzati per verificare o falsificare una qualsiasi legge. D’altra parte, l’economia, o prasseologia, possiede una piena e completa conoscenza dei suoi originari assiomi di base. Questi sono gli assiomi impliciti nell’esistenza stessa dell’azione umana , e sono validi in maniera assoluta per il fatto che gli esseri umani esistono. Ma se gli assiomi della prasseologia sono assolutamente validi per l’esistenza umana, allora sono valide anche le conseguenze che da essi possono essere logicamente dedotte. Di conseguenza l’economia, all’opposto della fisica, può derivare, attraverso la logica deduttiva, verità sostantive assolutamente valide circa il mondo reale. Gli assiomi della fisica sono solo ipotetici e quindi soggetti a modifiche; gli assiomi dell’economia sono già acquisiti e quindi assolutamente veri.3 L’irritazione e lo stupore dei positivisti per le asserzioni “dogmatiche” della prasseologia derivano quindi dalla loro applicazione universale dei metodi che sono adatti solo per le scienze fisiche.4

 Si è sostenuto che la prasseologia non sia realmente scientifica, perché le sue procedure logiche sono verbali (“letterarie”) anziché matematiche e basate sui simboli.5 Ma la logica matematica è adatta solamente per la fisica, in cui i vari passaggi logici lungo il percorso non hanno significato in se stessi; perché gli assiomi e quindi le deduzioni della fisica sono privi di significato in se stessi, e assumono significato solo nel momento “operazionale ”, nella misura in cui possono spiegare e predire determinati fatti. In prasseologia, al contrario, gli assiomi in sé sono acquisiti come veri e quindi significativi. Ne risulta che ogni deduzione conseguita è significativa e vera. I risultati sono espressi molto meglio attraverso il linguaggio verbale che non attraverso simboli formali privi di significato. Inoltre, il solo fatto di tradurre l’analisi economica dalle parole ai simboli, e poi ritradurre questi per spiegare le conclusioni, ha poco senso e vìola il grande principio scientifico del “Rasoio di Occam”, secondo il quale non si dovrebbe praticare alcuna moltiplicazione non necessaria degli enti.

 Il concetto centrale dei positivisti, che costituisce la base per il loro attacco alle preferenze dimostrate, è quello di “significato operativo”. No n v’è dubbio che il loro epiteto critico preferito è che tale o talaltra formulazione o legge è “priva di significato operativo” 6. Il test della “significatività operativa” deriva strettamente dalle procedure della fisica sopra descritte. Si deve formulare una legge esplicativa in modo che possa essere testata e riconosciuta empiricamente falsa. Qualsiasi legge che pretenda di essere assolutamente vera e non suscettibile di falsificazione sul piano empirico è quindi “dogmatica” e priva di sign ificato sul piano operativo – da cui la visione positivista secondo la quale se un’asserzione o una legge non è suscettibile di falsificazione sul piano empirico, deve semplicemente consistere in una definizione tautologica. E, di conseguenza, il tentativo da parte di Sweezy di ridurre la proposizione di Fisher ad un’identità senza significato. 7

 Sweezy obietta che la frase di Fisher “ogni uomo agisce come vuole” rappresenta un ragionamento circolare, perché l’azione implica desiderio, tuttavia i desideri non sono stati posti in maniera indipendente, ma possono essere scoperti solo attraverso l’azione stessa. Eppure questo non è un ragionamento circolare. Perché i desideri esistono in virtù del concetto di azione umana e dell’esistenza dell’azione. Una caratteristica tipica dell’azione umana è di essere mossa da desideri e fini, all’opposto dei corpi privi di scopi studiati dalla fisica. Quindi possiamo dire fondatamente che l’azione è mossa dai desideri e limitarci a dedurre i desideri specifici dalle azioni reali.

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

1 Per un esame di taglio storico v. Alan R. Sweezy, “ The Interpretation of Subjective Value Theory in the Writings of the Austrian Economists,” Review of Economic Studies (June 1934): 176-85. Sweezy dedica un’ampia parte dell’articolo a una critica di Mises quale principale esponente dell’approccio della preferenza dimostrata. Per le posizioni di Mises v. Human Action (New Haven, Conn.: Yale University Press, 1949), pp. 94-96, 102-3; Theory of Money and Credit (1912, 3rd ed; New Haven: Yale University Press, 1951), pp. 46 e segg. V. anche Frank A. Fetter, Economic Principles (New York: The Century Co., 1915), pp. 14-21.

2 V. i trattati di metodologia di Kaufman, Hutchison, Souter, Stonier, Myrdal, Morgenstern e così via.

3 Sulle metodologie della prasseologia e della fisica, v. Mises, Human Action, e F.A. Hayek, The Counter Revolution of Science (Glencoe, Ill.: The Free Press, 1952), pt 1.

4 È anche dubbio che i positivisti interpretino in ma niera corretta lo stesso metodo della fisica. Sull’esteso abuso positivista del Principio di Indeterminazione di Heisenberg in fisica e in altre discipline, cfr. Albert H. Hobbs, Social Problems and Scientism (Harrisburg, Penn.: The Stackpole Co., 1953), pp. 220-32.

5 Per una suggestione di questo tipo cfr. George J. Schuller, “Rejoinder,” American Economic Review (March 1951): 188. Per la convinzione che la logica matematica sia sostanzialmente sussidiaria alla logica verbale, cfr. le osservazioni di Andre Lalande e Rene Poirier, su “Logique” e “Lo gistique,” in Vocabulaire technique et critique de la philosophie, Andre Lalande, ed., 6a (Paris: Presses Universitaires de France, 1951), pp. 574, 579.

6 Paul Samuelson ha aggiunto il peso della sua autorità alle critiche di Sweezy a Mises e alle preferenz e dimostrate, e ha espresso il suo sostegno alle procedure con “significato operativo”. Samuelson respinge esplicitamente l’idea di una teoria dell’utilità vera in favore di una teoria me ramente ipotetica. V. Paul A. Samuelson, “The Empir ical Implications of Utility Analysis,” Econometrica (1938): 344e segg.; e Samuelson, Foundations of Economic Analysis (Cambridge, Mass.:Harvard University Press, 1947), pp. 91-92.

Il concetto di significato operativo fu introdotto dal fisico Percy W. Bridgman esplicitamente per spiegare la metodologia della fisica. Cfr. Bridgman, The Logic of Modern Physics (New York: Macmillan, 1927). Erano fisici anche molti dei fondatori del positivismo moderno, come Mach e Boltzmann.

7 Gli eroi del positivismo, Rudolf Carnap e Ludwig Wittgenstein, disprezzarono l’inferenza deduttiva come un mero cavar fuori “tautologie” dagli assiomi. Tuttavia tu tto il ragionamento è deduttivo, e questo processo è fondamentale per approdare  alla  verità.  Per  una  critica  di  Carnap  e  Wittgenstein  e  una  dimostrazione  che  l’inferenza  non  è  mera “tautologia”, cfr.  Lalande, “Tautoglie,” in   Vocabulaire, pp. 1103-4.

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Perché la visione austriaca sulla moneta e sulle banche è così importante

Lun, 04/05/2015 - 08:00

Questo articolo è adattato dalla prefazione al libro Finance Behind the Veil of Money: An Austrian Theory of Financial Markets di Eduard Braun.

 

Gli economisti classici avevano rigettato l’idea secondo cui l’insieme della spesa monetaria – in gergo corrente: domanda aggregata – fosse una forza trainante della crescita economica. Le vere cause della ricchezza delle nazioni risiedono in fattori non-monetari come la divisione del lavoro e l’accumulazione del capitale tramite il risparmio; la moneta entra in gioco in qualità di intermediario dello scambio, nonché come bene rifugio. I prezzi in denaro sono anch’essi fondamentali per l’amministrazione finanziaria ed il calcolo economico. Purtuttavia, la moneta esprime tutti questi benefici indipendentemente dalla sua quantità: una modesta quantità di denaro permette tali attività esattamente quanto una ingente. Non è quindi possibile tirar fuori una società dalla povertà, o renderla più ricca, incrementando la quantità di moneta. Al contrario, tali obiettivi possono essere raggiunti attraverso il progresso tecnologico, una maggior parsimonia ed una miglior divisione del lavoro o, ancora, mediante la liberalizzazione del commercio e l’incoraggiamento al risparmio.

Gli Austriaci sono i veri eredi degli economisti classici

Per oltre un secolo, la scuola Austriaca di economia ha – quasi da sola – sostenuto, difeso e ridefinito questi concetti basilari. Inizialmente, Carl Menger e i suoi allievi avevano considerato se stessi, così come erano considerati da tutti gli altri, quali critici dell’economia classica. Tale percezione “rivoluzionaria” era corretta relativamente al fatto che gli Austriaci, inizialmente, si trovavano principalmente impegnati nel correggere ed estendere l’impostazione intellettuale dei classici.

A posteriori, tuttavia, è possibile notare più continuità che elementi di rottura: la Scuola Austriaca non intendeva soppiantare l’economia classica con una scienza completamente nuova. Relativamente al messaggio principale dei classici, quello inerente alla ricchezza delle nazioni, gli austriaci sono stati i loro eredi intellettuali: non cercavano di demolire la teoria di Adam Smith da cima a fondo, ma di correggerne i limiti e svilupparla.

Oggigiorno, il messaggio principale dei classici è parecchio fuori moda – probabilmente tanto quanto lo fosse alla fine del diciottesimo secolo. Nell’odierno pensiero economico dominante, la spesa monetaria è il lubrificante nonché il motore dell’attività economica; i risparmi sono considerati come aspetti negativi dell’economia sociale, l’egoistica opulenza dell’ignorante o del malvagio, a discapito del resto dell’umanità. Per promuovere la crescita e combattere le crisi economiche, è cruciale mantenere l’attuale livello di spesa aggregata, possibilmente incrementandolo.

Questa teoria dominante è esattamente quella confutata da Smith e dai suoi allievi. L’economia classica ebbe ragione di quella teoria che Smith definiva “mercantilismo”, ma tale successo ebbe vita breve. Dal 1870 in poi, esattamente nel periodo in cui apparse la Scuola Austriaca, il mercantilismo rientrò in scena – prima lentamente, poi sempre più rapidamente. 1

Negli anni ’30, fu portato in trionfo sotto la leadership di Lord Keynes.

Come il pensiero keynesiano distrusse l’economia

Il neo-mercantilismo, o economia keynesiana, ha devastato le basi del nostro sistema monetario. Mentre gli economisti classici ed i loro eredi intellettuali avevano cercato di ridurre il più possibile la gestione statale della moneta, fino al punto di privatizzarne la produzione, i keynesiani avevano intenzione di porla sotto il pieno controllo statale. Soprattutto, cercavano di rimpiazzare le monete-merci del libero mercato, come argento e oro, con la moneta legale. Come sappiamo, questi tentativi hanno avuto successo. Infatti, dal 1971 l’intera economia mondiale è stata legata al concetto di valuta legale; vieppiù, l’economia keynesiana ha peraltro viziato il pensiero economico. Negli ultimi sessant’anni ha dominato le università del mondo occidentale, prima sotto i nomi di “nuova economia” o “economia keynesiana”, e poi senza alcuna definizione particolare, dato che non avrebbe senso attribuire un nome specifico ad una teoria su cui tutti sono apparentemente d’accordo.

Il ruolo chiave del denaro e del sistema bancario

Nessun’altra area è stata interessata da questa contro-rivoluzione più delle teorie sul sistema bancario e finanziario: dal concetto secondo il quale aumenti nella domanda aggregata tendono nel complesso ad avere effetti economici benefici, a quella correlata per cui la crescita dei mercati finanziari – definita “financial deepening” –finisce per incoraggiare la crescita economica, il passo fu breve. 2
Mentre la tradizione classica aveva sottolineato che “finanziare” un’economia significava fornirle i beni reali necessari a sostenere il lavoro umano durante il processo di produzione, la contro-rivoluzione keynesiana deviò l’attenzione dalle reali fondamenta finanziarie. Agli occhi di questi autori, la finanza si rivelava adeguata soltanto nella misura in cui era in grado di facilitare la creazione di denaro e la conseguente spesa; l’intermediazione finanziaria era utile perché preveniva che i risparmi rimanessero inattivi in inutili scorte di denaro. Ma la finanza non era solo in grado di sostenere ed aumentare la domanda aggregata; poteva soprattutto fare affidamento sulla creazione ex nihilo del credito attraverso le banche commerciali e le banche centrali; forniva alle autorità monetarie nuovi strumenti per gestire eventuali fenomeni inflazionistici, per esempio attraverso i mercati derivati. Inoltre, l’innovazione finanziaria poteva probabilmente invogliare i recalcitranti risparmiatori a impiegare il proprio denaro in attraenti “prodotti finanziari”.

Il giovane e arrogante movimento neo-mercantilista degli anni ’30 e quello del primo dopoguerra non si preoccuparono di confutare le idee classiche in alcun aspetto. La teoria del fondo salari fu spazzata via, anziché venir analizzata e criticata, esattamente come Keynes aveva spazzato via la Legge di Say senza la minima volontà di esaminarla. 3

Di conseguenza, le basi teoretiche finanziarie sono rimaste in uno stato insoddisfacente per molte decadi; una nuova visione della finanza aveva soppiantato quella precedente. Ma davvero questa non aveva alcun merito? La nuova teoria sembrava proprio una novità assoluta. Era vero?

Finance Behind the Veil of Money è una delle primissime esposizioni che cercano di rispondere a queste domande basilari. 4
Immerso nella tradizione della Scuola Austriaca, il Dr. Eduard Braun offre un ampio ed originale saggio sulle fondamenta della finanza. Facendo riferimenti a fonti in tre lingue e investigando a fondo nella storia della teoria del capitale – soprattutto la trascurata letteratura tedesca degli anni ’20 e ’30 – il suo lavoro dà nuova luce ad una gran varietà di argomenti, in particolare sulla storia della teoria del fondo di sussistenza, sulla relazione fra teoria monetaria e teoria del capitale, sull’economia, sul business, sulla contabilità, la teoria dei prezzi e dell’interesse, i mercati finanziari, la teoria del ciclo economico e sulla storia dell’economia.

 Spiccano due risultati conseguiti.

 Nel primo, Braun rievoca la teoria del fondo di sussistenza dal completo oblio in cui era caduta dopo la Seconda Guerra Mondiale, sostenendo che tale teoria è stata confutata senza ragioni pertinenti, e con tragiche conseguenze economiche – sia teoretiche che di policy. In particolare, senza comprendere la natura ed il valore del fondo di sussistenza, non è possibile capire i successivi risvolti del ciclo economico, i fondamenti logico-economici della gestione di un business, o l’interdipendenza fra il piano monetario e quello reale dell’economia.

 Nel secondo, l’autore reinterpreta il ruolo del denaro all’interno della teoria finanziaria: rivisita la teoria del potere d’acquisto della moneta (PPM) e sostiene che una definizione appropriata della stessa ha a che fare soltanto coi prezzi dei beni di consumo, non con quelli dei beni capitali. Il Dr. Braun afferma che la teoria, in questo senso, costituisce il ponte fra la teoria della moneta e la teoria classica del fondo di sussistenza.

 Il suo libro mostra come tale approccio sia proficuo, nonché una promettente base per future ricerche in una varietà di campi contemporanei come l’economia finanziaria, la finanza, la moneta e il sistema bancario, la macroeconomia. La crisi attuale è una devastante testimonianza del fatto che il pensiero dominante in questi ambiti è insufficiente, nonché profondamente fallace. Nel momento stesso in cui i governi e le banche centrali, incoraggiati da economisti accademici, applicano le tipiche politiche keynesiane con ancor più grande determinazione, Eduard Bruan ci invita a compiere un passo indietro e riflettere sul reale senso della finanza. Come i lettori scopriranno, si tratta di tempo ben speso.

Articolo di Jörg Guido Hülsmann su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

Note

  1. Le riforme scolastiche statali furono un fattore decisivo in tale transizione. Vedi Jörg Guido Hülsmann, “Ludwig von Mises and Libertarian Organisations: Strategic Lessons”New Perspectives in Political Economy, in via di pubblicazione.
  2. Vedi per esempio l’eccellente lavoro di Edward S. Shaw,Financial Deepening in Economic Development (Oxford: Oxford University Press, 1973).
  3. Vedi John Maynard Keynes,General Theory of Money, Interest, and Employment (London: Macmillan, 1973 [1936]), pp. 18-22.
  4. Il più importante autore contemporaneo ad aver sollevato tali questioni essenzialmente dalla stessa prospettiva è George Reisman nel suo Capitalism (Ottawa, Il.: Jameson Books, 1996). È dunque opportuno dire che Braun, come conseguenza del suo interesse sulle basi teoretiche della finanza, si occupa di questo argomento specifico in maniera più sistematica e ben più in profondità.

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Gli Austriaci e le altre scuole: differenze epistemologiche – II parte

Mer, 29/04/2015 - 08:00

5) Le assunzioni iniziali

Per il positivismo di M. Friedman le assunzioni iniziali non hanno bisogno di essere verificate, cioè non devono essere “realistiche” sul piano descrittivo, perché non lo sono mai; è sufficiente che siano delle buone approssimazioni in vista dell’obiettivo da analizzare. In sostanza, le assunzioni possono essere false. Ciò che conta è la correttezza della teoria, verificabile in base all’accuratezza delle previsioni; se le previsioni sono accurate (quindi se le conclusioni che la teoria ha prodotto sono vere), allora vuol dire che le assunzioni iniziali sono valide. (F. Machlup ha la stessa posizione; per T. Hutchison invece anche le assunzioni iniziali devono essere verificate).

Un esempio di assunzione iniziale è l’ipotesi di conoscenza perfetta da parte di tutti gli operatori.

Tutte le procedure positiviste sono basate sulle scienze fisiche. La fisica conosce o può conoscere i “fatti” e può testare le sue conclusioni contro questi fatti, mentre è completamente ignorante delle sue assunzioni supreme. Nelle scienze dell’azione umana invece è impossibile testare le conclusioni. In fisica le assunzioni prime non possono essere verificate direttamente, perché non sappiamo nulla direttamente delle leggi esplicative o dei fattori causali. Da qui il buon senso di non tentare di fare ciò, di usare assunzioni false come l’assenza di attrito e così via. Ma le assunzioni false sono inappropriate in economia, dove al contrario esse possono essere conosciute con chiarezza.

Gli Austriaci introducono assunzioni irrealistiche, ma non false, come ad esempio Crusoe sull’isola deserta, o l’economia uniformemente rotante. Per capire la differenza fra le astrazione corrette e quelle scorrette bisogna distinguere fra Astrazioni precisive e non precisive: considerando il concetto di “cavallo”, la prima consiste nel considerare il cavallo come non (as not) avente un colore; la seconda nel considerare il cavallo non come (not as) avente un colore, nel senso che non si fa riferimento al colore perché non è una caratteristica saliente per identificare l’entità “cavallo”. La prima astrazione è falsa, perché non può esistere un cavallo senza colore; la seconda astrazione invece è utile.

6) La storia

Non è dunque possibile una teoria dell’azione umana a posteriori. La storia, che è lo studio sistematico dei fatti umani del passato, non può provare o confutare alcuna affermazione generale. Infatti un fatto, per essere utilizzabile come verifica di una teoria, deve essere un fatto semplice, omogeneo rispetto ad altri fatti e dunque inseribile in classi ripetibili. Solo in questo caso è possibile l’esperimento in laboratorio. Ad esempio, la teoria secondo cui un atomo di rame, un atomo di zolfo e quattro atomi di ossigeno si combinano per formare un’entità riconoscibile chiamata solfato di rame, con proprietà conosciute, è agevolmente verificabile in laboratorio. Ognuno di questi atomi è omogeneo, dunque può essere collocato in una classe omogenea (la classe atomi di rame), e quindi il test è ripetibile indefinitamente. Ma ogni evento storico non è semplice e ripetibile: la storia economica (e non solo) è sempre esperienza di fenomeni complessi; ogni evento è la risultante complessa di una mutevole varietà di molteplici cause, nessuna delle quali rimane mai in una relazione costante con le altre. Ogni evento storico dunque è eterogeneo e quindi gli eventi storici non possono essere utilizzati per verificare o costruire “leggi della storia”, quantitative o di altro tipo. Fra gli eventi storici vi possono essere somiglianze, non omogeneità. Ad esempio, vi furono molte somiglianze fra le elezioni presidenziali americane del 1968 e quelle del 1972, me erano comunque eventi non omogenei, perché caratterizzati da differenze importanti e inevitabili. Le elezioni non sono un evento collocabile nella classe omogenea “elezioni”.

La prasseologia, pur acquisendo la sua conoscenza in maniera puramente formale e generale, prescindendo dalle circostanze concrete e dal contenuto materiale delle azioni, al tempo stesso è la premessa necessaria per la comprensione dei fatti storici, che altrimenti resterebbero un flusso caotico. Non c’è storia senza teoria. Il prasseologo, per capire e spiegare i fatti storici, considera le azioni e le scelte fatte da attori individuali. Questo esame però va integrato con l’uso delle altre discipline. Ad esempio, nell’esame delle cause della Rivoluzione francese bisogna prendere in considerazione l’economia, la strategia militare, la psicologia, la tecnologia ecc., valutando anche il peso che ciascuno di questi campi ha avuto. È importante saper selezionare, fra i vari eventi, i fattori rilevanti. E tale valutazione è un’arte, non una scienza, e dipende dalla sensibilità, esperienza, giudizio soggettivo di ogni singolo storico.

Per Mises il metodo della storia dev’essere la thymologia, o psicologia ermeneutica, che è a posteriori. Dunque un metodo diverso dalla prasseologia.

Per il prasseologo le previsioni relative al futuro sono simili al lavoro dello storico: si cerca di predire il futuro sulla base degli eventi passati e presenti, che sono conosciuti (lo storico interpreta gli eventi passati in base alle cause antecedenti)[1].

7) L’erroneità dell’utilizzazione dei sistemi di equazioni

Se nell’ambito dell’azione umana non vi sono costanti, gli economisti matematici sbagliano quando ambiscono a costruire una teoria economica secondo il modello della meccanica classica, considerato il paradigma unico dell’indagine scientifica. Nella meccanica le equazioni possono rendere servizi pratici importantissimi, perché esistono relazioni costanti tra i vari elementi, e queste relazioni possono essere accertate con l’esperimento, per cui diventa possibile usare l’equazione per la soluzione di problemi tecnologici definiti. Inoltre, nel campo della fisica la “determinazione reciproca” delle variabili nei sistemi di equazioni può essere perfettamente legittima, perché non esiste un unico agente causale.

Invece nelle discipline sociali i sistemi di equazioni rappresentano una condizione statica; descrivono uno stato di cose in cui non vi è più azione e dove il processo di mercato si arresta, uno stato finale di quiete. Ma l’economia è un processo e le relazioni “mutuamente determinate” rappresentate dalle equazioni non riescono a descrivere il mutamento. L’economia può essere descritta solo attraverso relazioni unilineari di causa-ed-effetto. E nella sfera dell’azione umana il fattore causale è unico, ed è l’azione finalizzata dell’individuo. Tra l’altro, l’economia Austriaca mostra che la causa ha effetti a cascata: ad esempio, dalla domanda del consumatore ai prezzi dei fattori di produzione, e mai secondo il percorso inverso.

Sia l’economista logico sia quello matematico sostengono che l’azione umana tende al raggiungimento di stati d’equilibrio. Ma il primo mostra il processo che conduce all’equilibrio (gli intraprendenti approfittano delle discrepanze fra i prezzi e nel fare ciò le eliminano), vero compito della teoria economica; il secondo fa una descrizione matematica dello stato di equilibrio, che è un puro gioco, non riesce a mostrare come da uno stato di squilibrio emergano le azioni che tendono a stabilire l’equilibrio. L’introduzione di parametri temporali nelle equazioni non riesce a risolvere il problema.

Anche l’uso del calcolo differenziale è inappropriato, perché è basato su variazioni quantitative infinitamente piccole, mentre gli attori individuali possono solo vedere e valutare differenze sostanziali.

Ciò che distingue sul piano epistemologico l’approccio matematico e l’approccio prasseologico è il fatto che il secondo implica le categorie di tempo e causalità, il primo no. Ad esempio, nel teorema di Pitagora, nessuno dei lati causa la dimensione degli altri; né nell’equazione vi è una relazione temporale. Una volta conosciuta, la relazione di Pitagora rappresenta una forma ideale, senza tempo; la sua esistenza è simultanea alla nozione di “triangolo rettangolo”. Ma l’azione umana è diversa: essa implica il “prima” e il “dopo”, la “causa” e l’“effetto”. Vedere l’economia come una forma matematica è coerente se è vista, ad esempio, come lo studio di uno stato limitato – l’equilibrio – intorno a cui l’economia reale gravita; ma se è usata per spiegare l’azione umana allora crea confusione, perché elimina le scelte umane reali, i fenomeni che differenziano l’economia dalle altre discipline.

Considerare le equazioni di domanda e offerta, con le relative curve, come qualcosa di “blindato”, che determina “simultaneamente” prezzi e quantità, e non può essere modificato da nessuna successiva azione umana, è sbagliato. Ciò avviene quando si dice che i soggetti sul mercato “prendono” il prezzo esistente e sulla base di quello determinano le quantità; ma un nuovo prezzo come può determinarsi se non grazie ad una offerta o ad una domanda effettuate da un soggetto specifico al di sopra o al di sotto del prezzo di mercato? Le curve di domanda e offerta sono un effetto dell’azione umana, non la causa dell’azione umana. Nessuno agisce con lo scopo di equilibrare domanda e offerta; gli individui agiscono per migliorare la loro posizione, conseguire profitti, e l’equilibrio (provvisorio) è solo l’effetto delle loro azioni.

Il metodo dell’economia è quello delle costruzioni ideali. Una costruzione ideale è l’immagine concettuale di una sequenza di eventi logicamente sviluppati dalle azioni iniziali. È il prodotto della deduzione, non la descrizione della realtà effettiva. Il metodo matematico va respinto perché parte da false assunzioni e arriva a conclusioni erronee.

Se si cercasse di mettere in forma matematica le deduzioni logiche dedotte dall’assioma dell’azione, cioè le leggi economiche, si avrebbe o solo un’inutile complicazione (si traducono i passaggi verbali in simboli matematici, e poi questi vengono ritradotti in parole per spiegare le conclusioni raggiunte: ma così si viola il principio scientifico del rasoio di Occam che evita la moltiplicazione non necessaria delle entità), o una perdita di significato ad ogni passo del processo deduttivo. In questo caso la matematica non offrirebbe maggior rigore e accuratezza.

Un esempio del fatto che presentare le verità economiche in linguaggio matematico non conduce a maggior precisione rispetto al linguaggio ordinario è il seguente. Consideriamo la proposizione 1 (legge della domanda): a un più alto prezzo di un bene corrisponde una domanda più bassa o uguale. Scriviamo ora tale proposizione, che chiamiamo 2, in linguaggio matematico:

q = f(p), con dq/dp = f ’(p) ≤ 0.

La proposizione 1 è precisa quanto la 2, ma più generale della 2, perché la 2 è limitata a funzioni che sono differenziabili (i cui grafici hanno tangenti). Dunque il linguaggio matematico non è stato affatto più preciso del linguaggio verbale[2].

La Teoria del caos suggerisce alcune tesi in accordo con quelle Austriache sui limiti della matematica nelle discipline sociali, e soprattutto nell’economia. E l’aspetto interessante è che tali critiche provengono da teorici che maneggiano matematica avanzata.

La teoria del caos nasce dalla riflessione sui limiti della meteorologia, in particolare la fallacia delle previsioni. L’Effetto Farfalla di Edward Lorenz (1963) è l’esemplificazione dell’asserzione secondo cui piccoli cambiamenti di tipo climatico possono produrre cambiamenti enormi e volatili del tempo meteorologico. Da allora la scoperta che piccole e imprevedibili cause possono produrre effetti rilevanti e turbolenti è stata applicata ad altri settori. La conclusione, per la meteorologia e per altri campi della realtà, è che il tempo meteorologico non può essere previsto con esattezza, quale che sia l’ammontare di dati e gli strumenti informatici di cui si dispone. Tale situazione in realtà non è “caos”, perché l’Effetto Farfalla possiede un suo schema di tipo causale, sebbene complesso (molti di tali schemi causali seguono ciò che è noto come “Numero di Feigenbaum”). Tuttavia, anche se questi schemi venissero conosciuti, non è possibile prevedere l’attivarsi della causa iniziale (il battito d’ali della farfalla); i modelli che tentano di simulare sistemi complessi devono necessariamente eliminare alcune informazioni sulle condizioni iniziali (approssimazione), ma gli errori di approssimazione tendono ad aumentare via via che la simulazione procede nel tempo, e dunque l’errore supera il risultato stesso. La conclusione della teoria del caos non è che la realtà sia in linea di principio imprevedibile o indeterminata, ma che in pratica gran parte di essa sia imprevedibile. E che strumenti matematici quali il calcolo, che presuppone superfici continue e incrementi infinitamente piccoli, sono inadeguati a interpretare molti aspetti della realtà (ad esempio, i “frattali” di Benoit Mandelbroit indicano che le curve continue sono inappropriate e fuorvianti per rappresentare le linee costiere o le superfici geografiche).

Nel campo degli eventi umani, la teoria del caos ha contestato la teoria neoclassica ortodossa dei mercati azionari, che presuppone aspettative razionali, cioè che tutti sono onniscienti relativamente al futuro. Se tutti i prezzi scontano e incorporano una perfetta conoscenza del futuro, allora i modelli che descrivono i prezzi del mercato azionario devono essere puramente accidentali, casuali, privi di significato, dal momento che tutta la conoscenza sottostante è già acquisita e incorporata nel prezzo.

Inoltre, i teorici del caos si oppongono alla usuale tecnica statistica di semplificare i dati considerando le medie annuali dei dati mensili. Nel tentativo di eliminare gli “elementi casuali” e separarli dalla (presunta) sequenza fondamentale, gli statistici ortodossi si sbarazzano dei dati del mondo reale.

Ciò non significa che gli Austriaci condividano tutte le conclusioni filosofiche dei teorici del caos: ad esempio, dissentono dall’affermazione che la natura è indeterminata, o che gli atomi e le molecole possiedono il “libero arbitrio” [3].

  1. Scuola storica, Ermeneutica, anarchismo epistemologico

La Scuola storica tedesca, sviluppatasi soprattutto nell’800 con A. Wagner, K. Knies, G. Schmoller, W. Sombart, riteneva che si potessero ricavare leggi empiriche (economiche, sociologiche) dai dati della storia (e solo questo). Si differenziava anche dall’economia classica, perché negava l’esistenza di leggi dell’economia, anche quelle fondamentali come la legge dell’offerta e della domanda. L’economia è una disciplina storica e pratica. In particolare è la scienza della gestione da parte dello Stato, in questo continuando la tradizione dei mercantilisti del diciassettesimo e diciottesimo secolo, i cosiddetti Cameralisti.

La veste contemporanea assunta dalla Scuola storica tedesca è l’ermeneutica[4], la retorica, il decostruzionismo e l’anarchismo epistemologico. Per queste teorie il modello non è la natura bensì il testo letterario. I fenomeni economici, ad esempio, non sono grandezze oggettive che possono essere misurate, ma espressioni soggettive e interpretazioni dell’economista, come un testo letterario è interpretato dal lettore. Essendo creazioni soggettive, la sequenza di eventi non segue una legge oggettiva. Nella sequenza di manifestazioni storiche, così come nel testo letterario, niente è governato da relazioni costanti. Ciò che è accaduto nella storia è semplicemente capitato, ma poteva accadere in un modo diverso, la sequenza degli eventi poteva assumere un’altra direzione.

Se non esiste una legge oggettiva, per questa tradizione di pensiero la scelta di una data interpretazione è una questione di estetica. Come per l’ermeneutica di Rorty, non esiste alcun possibile terreno comune grazie al quale pervenire a verità oggettive: resta solo una sorta di obbligo morale di impegnarsi in un dialogo (conversazione) continuo, tentando di arrivare a fuggevoli quasi-verità. La verità possibile è solo il “consenso” delle menti soggettive impegnate nella conversazione.

Dunque qualunque persona, se vuole, può negare la teoria quantitativa della moneta; essendo tra l’altro concetti quali moneta, domanda di moneta e potere d’acquisto mere creazioni soggettive. L’impossibilità per l’economia di trovare un qualsiasi fondamento epistemologico è stata sostenuta da Donald McCloskey[5] e G.L.S. Shackle. Per McCloskey, il più importante economista ermeneutico, l’economia è solo retorica, nel senso che ogni economista, allo stesso modo dei critici letterari, può solo sperare di persuadere gli altri, attraverso gli strumenti linguistici della disciplina, della propria interpretazione. Anche l’economia è una “conversazione” perennemente “aperta”. Ermeneutici ex austriaci sono Don Lavoie[6] e Richard Ebeling, in un contesto di analisi dei processi di mercato; anche Lachmann è vicino a questa impostazione[7].

Si può applicare qui la stessa critica logica rivolta all’empirismo: se si sostiene che gli eventi storici ed economici non sono governati da relazioni costanti, allora questa proposizione non può dire alcunché di costantemente vero sulla storia o sull’economia; è una proposizione che può essere vera ora, se vogliamo, e falsa un momento dopo, se non vogliamo. Ma questa non può essere un’epistemologia. Se invece la proposizione fondamentale della Scuola storica fosse considerata sempre vera, allora tale atteggiamento contraddirebbe la dottrina stessa, che nega l’esistenza di costanti.

Allo stesso modo, l’affermazione storicista (condivisa dall’ermeneutica) secondo cui gli eventi storici ed economici sono mere creazioni soggettive, è falsificata dal solo fatto di aver affermato quella verità. Infatti, o anche la sua affermazione è una creazione soggettiva; oppure quella affermazione ambisce ad essere vera, e allora vuol dire che esistono verità che non sono mere creazioni soggettive. Qualunque cosa uno dica, in qualsiasi lingua, deve avere un qualche significato, che è lo stesso per ogni lingua ed è indipendente dalla forma linguistica con cui viene espresso. Tale vincolo è ineliminabile; è oggettivo nel senso che lo possiamo comprendere come il presupposto logicamente necessario per dire qualcosa che abbia senso, anziché emettere suoni senza significato. Lo storicista non potrebbe pretendere di dire alcunché se le sue espressioni e interpretazioni non fossero costrette dalle leggi della logica ad essere il presupposto di qualunque affermazioni con un significato.

Lo stesso tipo di obiezione si può rivolgere alle impostazioni per le quali, in economia, è errato che la metodologia sia prescrittiva; per la metodologia è corretto solo descrivere o chiarificare ciascun paradigma. Tuttavia in tal caso i Nuovi Metodologi sono davvero molto prescrittivi: dicono che è sbagliato o negativo affermare che una qualsiasi metodologia è sbagliata o negativa; dunque sono prescrittivi: si potrebbe dire che la loro prescrizione è anything goes (qualsiasi cosa può andar bene). Ma allora quale tesi offrono per giustificare la loro prescrittività? Diverse Vecchie scuole metodologiche, i positivisti, gli Austriaci o gli istituzionalisti, hanno offerto vari argomenti concreti per le loro specifiche prescrizioni: per la loro visione secondo cui le loro specifiche metodologie sono giuste o corrette e le altre errate. Ma i Nuovi Metodologi non offrono alcun argomento per la loro radicale e nascosta prescrittività: secondo la quale tutte le prescrizioni (tranne le loro) sono necessariamente negative e scorrette.

  1. Teoria Whig della storia della scienza

Secondo tale interpretazione, ogni disciplina progredisce sempre, procede cioè in maniera lineare in avanti e verso l’alto, verificando ipotesi, accumulando conoscenze ed eliminando gli elementi irrilevanti, così che la conoscenza scientifica incorporata al momento t è sempre e necessariamente maggiore di quella del momento t-1.

Questa visione candidamente ottimistica è stata resa obsoleta dalla brillante analisi sui “paradigmi” di Thomas Kuhn, il quale mostra che questo racconto fantasioso è lontano dalla verità, anche nelle scienze fisiche. Pur essendo meno relativisti di Kuhn, e credendo che i paradigmi più recenti siano in genere superiori – cioè più vicini alla verità – di quelli antecedenti, nell’eliminare i secondi si potrebbe ancora determinare una grave perdita di conoscenza. Dunque, male che vada, l’esame dei paradigmi precedenti può far acquisire un aumento di conoscenza sostanziale.

Se questo è vero per le scienze fisiche, lo è a maggior ragione nelle discipline non sperimentali come la filosofia e l’economia, nelle quali, in conseguenza di errori grossolani, casualità o determinati orientamenti ideologici o politici, un paradigma successivo può tranquillamente essere inferiore a quelli precedenti. Relativamente alla storia del pensiero economico, l’assunzione secondo cui ciò che viene dopo è migliore non dovrebbe proprio esistere. Ad esempio, il keynesismo non ha rappresentato una teoria più accurata di quella Austriaca vigente negli anni ’30 del Novecento.

 Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

 

Note

[1] L. von Mises, Teoria e storia (1957), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009; M.N. Rothbard, Praxeology: The Methodology of Austrian Economics, in E.G. Dolan (a cura di), The Foundations of Modern Austrian Economics, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 19-39; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 58-77, in particolare pp. 72-77.

[2] F. von Hayek ha una posizione più possibilista relativamente al linguaggio matematico: «non vorrei dare l’impressione di rifiutare il metodo matematico in economia nel suo complesso. Tengo anzi presente il grande vantaggio della tecnica matematica, che ci consente di descrivere, attraverso equazioni algebriche, il carattere generale di un modello anche quando non conosciamo i valori numerici che ne determinano la specifica applicazione. Senza questa tecnica algebrica difficilmente avremmo potuto raggiungere la visione complessiva delle mutue interdipendenze dei differenti eventi nel mercato». F.A. Hayek, “The Pretense of Knowledge”, in id., Unemployment and Monetary Policy, Cato Institute, Washington, D.C., 1979, p. 28.

[3] M.N. Rothbard, Chaos Theory: Destroying Mathematical Economics From Within?, in «The Free Market», marzo 1988, pp. 1–2, 8.

[4] Per le critiche all’ermeneutica di seguito illustrate v. D. Gordon, Hermeneutics vs. Austrian Economics, L. von Mises Institute, Auburn, 1986; M. N. Rothbard, “The Hermeneutical Invasion of Philosophy and Economics”, in Review of Austrian Economics 3, 1989, pp. 45-59; H.-H. Hoppe, “In Defense of Extreme Rationalism: Thoughts on Donald McCloskey’s The Rhetoric of Economics”, in Review of Austrian Economics 3, 1989, pp. 179-214. Per una contestazione delle tesi antiermeneutiche di Rothbard v. D. Antiseri, Contro Rothbard. Elogio dell’ermeneutica, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2011.

[5] D. McCloskey, The Rhetoric of Economics, University of Wisconsin Press, Madison, 1985; Knowledge and Persuasion, Cambridge University Press, Cambridge, 1994. Per una critica v. M.N. Rothbard, “Intimidation by Rhetoric”, in The Review of Austrian Economics, vol. 9, no. 1, 1996, pp. 173-178.

[6] Don C. Lavoie, Economics and Hermeneutics, Routledge & Kegan Paul, Londra-New York, 1990.

[7] Sull’argomento v. P. Vernaglione, Differenze interne alla Scuola Austriaca, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/differenze-interne.doc, 31 luglio 2009.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Mises, L. von, Problemi epistemologici dell’economia (1933), Armando, Roma, 1988.

Rothbard, M.N., In Defense of “Extreme Apriorism”, in «Southern Economic Journal», gennaio 1957, pp. 314-320.

-  Il manto della scienza, in Individualismo e filosofia delle scienze sociali, Luiss University Press, Roma, 2001, pp. 13-44. Ed. or. The Mantle of Science, in H. Schoeck e J. Wiggins (a cura di), Scientism and Values, Van Nostrand, Princeton, 1960.

- La prasseologia come metodo delle scienze sociali, in Individualismo e filosofia delle scienze sociali, Luiss University Press, Roma, 2001, pp. 45-88. Ed. or. Praxeology as the Method of Social Sciences, in M. Natanson (a cura di), Phenomenology and the Social Sciences, Northwestern University Press, Evanston, Ill., 1973.

- Praxeology: The Methodology of Austrian Economics, in E.G. Dolan (a cura di), The Foundations of Modern Austrian Economics, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 19-39; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 58-77.

Theory and History, in «Austrian Economics Newsletter», autunno 1984, pp. 1–3.

The Hermeneutical Invasion of Philosophy and Economics, in «Review of Austrian Economics» 3, 1989, pp. 45-59.

The Science of Liberty, intervista in «Austrian Economics Newsletter», estate 1990.

Hoppe, H.-H., The Economics and Ethics of Private Property. Studies in Political Economy and Philosophy, Kluwer Academic Publishers, Boston, 1993, 2a ed. ampliata Mises Institute, Auburn, Al., 2006, in particolare Part II “Philosophy”.

Is Research Based on Causal Scientific Principles Possible in the Social Science?, in «Ratio», 25, n. 1, 1983.

-  Economic Science and the Austrian Method, Mises Institute, Auburn, Al., 1995.

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La chimera della concorrenza spietata

Lun, 27/04/2015 - 08:00

Quando le persone vogliono aggiungere ancor più “vigore” al ritratto negativo con cui dipingono la sovranità individuale, per la quale si agisce senza coercizione – ovvero, nelle condizioni di competizione di mercato in un sistema capitalista – iniziano ad usare nomignoli. Una delle forme più efficaci consiste nel descrivere tale concorrenza come “cane-mangia-cane”. Quando si accetta questa rappresentazione, l’enorme quantità di evidenze in favore della coordinazione sociale volontaria può essere messa da parte sulla base del fatto che essa implica un processo vizioso e sgradevole, così dannoso per le persone da soverchiarne qualsiasi beneficio.

Sfortunatamente, l’immagine del “cane-mangia-cane” per caratterizzare la competizione di mercato è completamente fuorviante: non solo la rappresenta scorrettamente, attribuendole peculiarità che non si addicono ad accordi veramente liberi, ma queste ultime rappresentano caratteristiche essenziali dello stato, ovvero di quella che comunemente viene proposta come “soluzione” ai mali della competizione che rende gli uomini lupi gli uni verso gli altri. Inoltre, tale immagine inquadra il problema in un modo che preclude ai più la possibilità di riconoscere la fallacia dell’analogia.

Tanto per cominciare, “cane-mangia-cane” è uno strano modo di descrivere qualsiasi cosa. Non ho mai visto alcun cane mangiarne un altro, né conosco nessuno che abbia visto qualcosa di simile. Infatti, alcuni fanno derivare l’origine della locuzione da quella latina, canis canem not est,  o “cane non mangia cane” che dice l’opposto (ed ha più senso, dato che un animale può provare a proteggere il suo terreno di caccia contro altri predatori in competizione, ma non mangia tali competitori). È insensato usare come premessa centrale per la condanna del sistema di mercato, tacciato di essere spietato e crudele, un’analogia che si basa su qualcosa che in realtà non accade nel comportamento animale.

Lo scambio di mercato è puramente volontario

La caratterizzazione del sistema capitalistico secondo il detto cane-mangia-cane è diametralmente opposta alla realtà. La proprietà privata su cui si basa il capitalismo impone esclusivamente accordi volontari: siccome i deboli non acconsentono volontariamente all’aggressione che vìola i loro diritti, essa li protegge dalla coercizione basata sulla superiore abilità nel danneggiare gli altri. Usando le parole di Herbert Spencer, “che il debole debba essere protetto dal più forte è un’ossessione” che ferma la predazione “cane-mangia-cane”, l’impostazione predefinita in assenza del rispetto dei diritti individuali.

Inoltre, quando si assiste ad una sopraffazione nel settore privato, ci si trova di fronte al fallimento dello stato nell’adempiere al suo unico immaginabile compito per mezzo del quale potrebbe migliorare il benessere di tutti: l’unione dei cittadini in una reciproca difesa della loro proprietà per fornire a tutti una base più sicura su cui stringere accordi mutuamente vantaggiosi. Come pose la questione John Locke, “il fine del governo” consiste ne “la salvaguardia della proprietà”, proteggendo i diritti di tutti i cittadini contro la predazione, inclusa quella imposta dallo stato. Quando la forza o la frode sono rese possibili, lo stato ha concesso in affitto o venduto questo fine al miglior offerente politico; comunque, il problema non risiede negli accordi mutuamente accettabili, ma nello stato che rende possibile la pirateria, quando la sua unica ragion d’essere sarebbe prevenirla.

“Cane-mangia-cane” descrive i fatti di non-mercato, noti come guerra e politica

Il detto “cane-mangia-cane” può essere tipico del comportamento durante la guerra, la quale può causare atrocità indotte dalla disperazione. Tuttavia, la guerra non è un fallimento del mercato; essa è aggressione da parte di uno o più stati contro altri. Nel suo realizzarsi, la guerra implica peraltro un’aggressione da parte dello stato contro i propri cittadini che si materializza tramite imposte più alte, “tasse” implicite dovute all’inflazione ed espropriazione di risorse e persone, quest’ultima rappresentata dalla coscrizione militare.

Ancora, “cane-mangia-cane” descrive in modo via via più accurato anche la politica. Come notò Bruno Leoni, la politica è stata sempre più usata “solamente come mezzo per assoggettare le minoranze al fine di trattarle da sconfitti sul campo,” come in guerra. Con le modalità espresse da Friedrich Hayek in The Road to Serfdom, gli enormi vantaggi derivati dall’egemonia politica consentono ai peggiori di insediarsi nei luoghi di comando; lungo il percorso osserviamo quelle continue escalation che l’ex presidente Clinton definì “la politica della distruzione personale,” nella terra bruciata delle marce elettorali verso Washington.

Questi abusi possono essere visti come il “cane-mangia-cane” in natura: uomini che predano altri uomini; invero, questo è il risultato dell’opera dello stato, non il frutto di accordi presi liberamente.

Nonostante l’utilità dell’analogia “cane-mangia-cane” nel descrivere il comportamento dello stato, come è potuto accadere che potesse essere usata come grimaldello per indurre le persone ad incolpare la libertà ed il libero mercato? Spostando l’attenzione lontano dai due modi essenziali con cui la competizione di mercato differisce dai predatori nel mondo animale. La competizione del regno animale è una battaglia a somma zero, data una quantità fissa di risorse fornite dalla natura. Ebbene, tale battaglie ha luogo solo perché gli animali non commerciano, e dunque non producono per gli altri animali; invece, le persone producono per gli altri, e tutte le parti possono così trarre benefici dallo scambio Questo rende la competizione di mercato un incredibile “gioco” a somma positiva in cui ognuno procura vantaggi a se stesso trovando modi per procurare vantaggi agli altri, reso necessario dal bisogno di ottenere accordi comuni. Come notò George Reisman, il risultato è molto diverso: “il guadagno di un uomo corrisponde sicuramente al guadagno di altri uomini.”

Le persone scambiano beni perché procura loro dei vantaggi

La comprensione di questi argomenti centrali è di fondamentale importanza. E senza la distrazione del “cane-mangia-cane” o altri simili modi di dire fuorvianti, le persone che prestano la minima attenzione all’economia non ne sentirebbero la mancanza. Dopotutto, sono il punto centrale del secondo capitolo di The Wealth of Nations di Adam Smith, “Sui principi che fanno nascere la divisione del lavoro.”

In tale capitolo Adam Smith evidenziò “la propensione” degli individui “a relazionarsi, barattare e scambiare,” come “comune a tutti gli uomini, non rinvenibile in nessun’altra specie animale.” E quale fu il suo esempio? “Nessuno ha mai visto un cane fare uno scambio favorevole e deliberato … con un altro cane.” Le altre specie non pongono in essere contratti, né hanno mezzi per persuadere gli altri offrendo o negoziando accordi volontari mutuamente vantaggiosi. Tuttavia per l’uomo “la maggior parte dei suoi desideri occasionali sono soddisfatti da … accordi, baratti, e acquisti,” che, a turno, “danno luogo alla divisione del lavoro,” e all’enorme incremento di produzione che rende possibile un’enorme espansione del consumo.

Ciò che Smith vide era il fatto che le risorse immutabili e date dalla natura, le quali nutrono l’immaginario “cane-mangia-cane”, sono completamente superate dalla capacità umana di creare e scambiare con gli altri, così come vide i conseguenti guadagni derivati dalla specializzazione nel produrre in modo più efficace per gli altri di quanto si possa fare per se stessi. E difficilmente Smith è l’unico economista a richiamare l’attenzione su questo punto. Per esempio, il testo che usai come studente di princìpi di economia – Exchange and Production di Alchian ed Allen – pone tali questioni in un punto molto centrale dell’analisi economica.

L’immaginario “cane-mangia-cane” offre qualche delucidazione riguardo alla guerra, alla politica, e ai fallimenti dello stato: tutte caratterizzate dalla loro sovversione della libertà. È invece senza senso raffigurare la libertà economica, vincolata a rispettare i diritti dei partecipanti, come creatrice di una disperata lotta per la sopravvivenza, dove “tutto vale”. Tale comportamento “io vinco, tu perdi” risale a risorse date e limitate, che è il vincolo a cui si soggiace solo in assenza di produzione e scambio volontario. Ma questo non è decisamente il caso con il capitalismo, che ha fatto molto più che qualsiasi altra “scoperta” sociale per rimpiazzare tale comportamento con le possibilità “vinci-vinco”. Finché la proprietà delle persone di se stesse e del frutto del proprio lavoro vengono rispettate, ovvero fintanto che gli accordi sono volontari, la produzione e lo scambio sono i processi tramite cui tutti guadagnano; e un mondo in cui uomini si rendono benefici gli uni con gli altri, è ben altro rispetto a un mondo in cui “cane-mangia-cane”.

Articolo di Gary Galles su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

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Le nostre colpe verso i paesi poveri?

Ven, 24/04/2015 - 08:00

L’uomo, per natura, deve compiere delle SCELTE e ogni scelta implica la rinuncia a qualcosa, cioè il COSTO di quella scelta. Se egli si accorge che la scelta fatta è errata, il costo si trasforma in un RIMPIANTO. Diversamente, quell’uomo sarà soddisfatto della propria scelta.

Nel nostro tempo, tuttavia, molti esseri umani pretendono di scegliere non solo per se stessi, ma anche per gli altri. Succede, così, che ogni scelta implichi sempre un rimpianto per qualcuno: costui può essere tanto chi non riesce a imporre le proprie scelte agli altri, quanto chi si vede imporre una scelta da parte di altri.

Qual è, oggi, il rimpianto per eccellenza?

Trattasi ovviamente del modo in cui ciascun uomo decide di spendere i propri guadagni: non sono pochi coloro che si lamentano quando spendiamo il nostro denaro in quelli che, ai loro occhi, appaiono frivolezze o bisogni “artificiali”.

Cosa suggeriscono, allora, questi signori? Per cosa dovremmo utilizzare i nostri guadagni?

Ebbene, la loro risposta è che dovremmo usarli per aiutare le popolazioni dei paesi più poveri: con il denaro risparmiato (tramite la rinuncia alla soddisfazione di alcuni nostri bisogni “artificiali”) potremmo inviare cibo, indumenti e cure mediche a questi popoli in difficoltà.

Chi potrebbe dir di no ad una tale proposta?

Infatti, noi non dubitiamo delle buone intenzioni di coloro che la avanzano: essi non vogliono altro che aiutare gente in difficoltà. Il loro fine è lodevole e va incoraggiato perché l’uomo non deve essere insensibile alle sofferenze altrui.

Ciò che contestiamo è l’efficacia dei mezzi proposti per raggiungere questo lodevole scopo: l’invio di cibo, indumenti e cure mediche potrà aiutare queste popolazioni nel breve termine, ma nel lungo termine segnerà la loro condanna.

Alcune parole di Ludwig von Mises saranno utili per dimostrare la nostra TESI:

I mezzi di sussistenza sono scarsi per tutte le specie di esseri viventi. Di qui l’esistenza di una concorrenza biologica tra i membri di tutte le specie ed un irriducibile conflitto di interessi vitali. Soltanto una parte di quelli che nascono può sopravvivere. Alcuni muoiono perché altri membri della loro specie hanno sottratto loro i mezzi di sussistenza. Una implacabile lotta per l’esistenza si svolge tra i membri di ogni specie proprio perché fanno tutti parte della stessa specie e si fanno concorrenza per le stesse occasioni scarse di sopravvivenza e di riproduzione. Solo l’uomo, grazie alla sua ragione, ha sostituito la cooperazione sociale alla concorrenza biologica. Ciò che ha reso possibile questa cooperazione sociale è, senza dubbio, un fenomeno naturale: la maggiore produttività del lavoro ottenuta in virtù del principio della divisione del lavoro e della specializzazione dei compiti. […] Finché esiste cooperazione sociale e la popolazione non supera la dimensione ottimale, la concorrenza biologica viene sospesa. nota 1

(Su queste parole si potrebbero scrivere libri, ma noi ci accontenteremo di sviluppare quei pochi concetti utili a comprendere gli effetti della spedizione in massa di cibo, vestiario e cure mediche ai popoli più poveri).

Tutte le specie di esseri viventi sono sottoposte alla seguente legge biologica: la loro popolazione tende a crescere fino al limite segnato dai mezzi di sussistenza disponibili.

Da ciò, derivano due conseguenze:

- un eccessivo aumento di popolazione riduce il “tenore medio” della vita di ciascuno ma, trovandoci già ai limiti della sussistenza, questo problema deve risolversi con la morte degli elementi in sovrappiù;

- dovendosi distribuire una provvista (di mezzi) non suscettibile di aumento, è possibile accrescere il proprio benessere solo a scapito di quello altrui.

Tuttavia, poiché i componenti di queste specie tendono SOLTANTO al nutrimento e alla soddisfazione sessuale, pur immaginando la possibilità di un aumento dei mezzi di sussistenza, ciò accrescerebbe la popolazione fino ai limiti segnati dalla mera sussistenza e NULLA rimarrebbe per la soddisfazione di altri bisogni.

Quanto appena descritto, è la situazione di “concorrenza biologica” che interessa tutti gli esseri viventi meno che uno, in quanto, stando alle parole di Mises, l’uomo non sarebbe interamente soggetto a questa legge biologica. Cerchiamo di comprendere il perché, sempre utilizzando le parole di Mises:

Ciò che rende possibile le relazioni amicali tra gli esseri umani è la più alta produttività della divisione del lavoro (cooperazione sociale). Essa rimuove i naturali conflitti di interesse. Perché dove vi è divisione del lavoro ivi non vi è più questione di una provvista non suscettibile di aumento. Grazie alla più alta produttività del lavoro eseguito nella divisione dei compiti, la provvista dei beni si moltiplica. nota2

Dunque, la cooperazione sociale, facendo si che ognuno dedichi le proprie forze alla produzione dei beni in cui meglio riesce, permette un aumento dei mezzi di sussistenza. nota 3

Tuttavia, come abbiamo visto accadere per gli altri esseri viventi, questo aumento sospenderebbe la “concorrenza biologica” solo per un breve periodo, in quanto la popolazione si adeguerebbe presto ai nuovi mezzi di sussistenza, dal momento che i propri componenti tendono SOLO al nutrimento e alla soddisfazione sessuale.

L’uomo, però, è in grado di superare anche questo ostacolo proprio perché egli “vuole qualcosa di più che vivere e fare all’amore; egli vuole vivere umanamente”: in una parola, l’uomo (per dirla con Frédéric Bastiat) è perfettibile nota 4. Una volta soddisfatti i bisogni che lo accomunano alle altre specie viventi, l’uomo desidera soddisfare bisogni specificamente umani.

Dunque, se è vero che il miglioramento delle condizioni (dovuto alla divisione del lavoro) comporta normalmente un aumento della popolazione, tuttavia, nel caso dell’uomo, questo aumento resta molto al di sotto dell’aumento della mera sussistenza. La perfettibilità, che limita l’uomo nella sua riproduzione, si esprime tentativo di assicurare, a sé e ai propri discendenti, un tenore di vita non minore di quello raggiunto.

Queste sono le condizioni necessarie per aumentare il tenore di vita di ciascuno, senza indesiderati sconvolgimenti nel lungo termine.

Fatte queste dovute precisazioni, risulta semplice comprendere gli effetti che stanno provocando i rimpianti di quei signori citati inizialmente:

inviare cibo, vestiario e cure mediche significa aumentare la quantità di mezzi a disposizione per persone la cui cooperazione sociale (divisione del lavoro) è fortemente disincentivata dai rispettivi governi.

I nostri aiuti hanno il solo effetto, deleterio, di diminuire i saggi di mortalità senza diminuire adeguatamente quelli di fertilità, provocando così un aumento della popolazione insostenibile a causa della scarsa cooperazione sociale. La cooperazione sociale (divisione del lavoro) è, infatti, l’unico modo che gli esseri umani hanno per aumentare, realmente, i mezzi a propria disposizione ed elevare il proprio tenore di vita.

Con il nostro comportamento, stiamo contribuendo alla diminuzione del “tenore medio” di vita dei componenti di quelle popolazioni, conducendole verso una “concorrenza biologica” in cui la soddisfazione dei bisogni primari di uno comporta la mancata soddisfazione per altri. A ciò si aggiungano le pratiche dei governi populisti che, alla “concorrenza biologica”, aggiungono quella nell’accaparrarsi favori.

La nostra colpa verso i Paesi più poveri non è l’aver esportato beni materiali, ma l’averlo fatto senza esportare anche la fonte di quei beni materiali: la cooperazione sociale.

Questi popoli hanno bisogno di capitalismo.

Nota 1: Ludwig von Mises – Teoria e storia, pp. 84-86

Nota 2: Ludwig von Mises – L’azione umana, pag. 685

Nota 3: per una efficace spiegazione della cooperazione suggerisco suggerisco questi 3 video QUI, QUI e QUI
Nota 4:
Frédéric Bastiat – Armonie economiche, pag. 512

Articolo di Miki Biasi, originariamente apparso su The Road to Liberty, qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore

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Gli Austriaci e le altre scuole: differenze epistemologiche – I parte

Mer, 22/04/2015 - 08:00

In questo articolo verranno esaminate le principali impostazioni metodologiche applicate alle scienze sociali, in un confronto critico con l’epistemologia Austriaca.

 * * *

Sul piano metodologico, negli anni Trenta e Quaranta del Novecento l’economia è dominata da La natura e il significato della scienza economica (1932) di Robbins, una versione annacquata della prasseologia di Mises. Dal dopoguerra fino ai tardi anni Settanta in microeconomia domina un cieco formalismo walrasiano e in macroeconomia il keynesismo, entrambi tenuti insieme dall’epistemologia empirista del positivismo logico[1]. La metodologia positivista fu sintetizzata dal famoso articolo di Milton Friedman del 1953 e dal lavoro successivo di Mark Blaug. Secondo l’empirismo, la conoscenza della realtà deve essere verificabile o falsificabile attraverso l’osservazione, l’esperienza, altrimenti non è conoscenza della realtà ma conoscenza analitica. Oltre agli esponenti della scuola di Chicago, ai keynesiani e ai teorici della “sintesi keynesiano-neoclassica”, accolgono il confronto su base empirica anche i teorici di altre scuole, come la Scelta Pubblica, la Nuova Macroeconomia Classica, gli istituzionalisti, gli storicisti e molti marxisti. A partire dalla fine degli anni ‘70 si determina una kuhniana “situazione di crisi”, con il fiorire di disparate scuole di pensiero[2] (grazie al Nobel ad Hayek nel 1974 vi è un revival della Scuola Austriaca, consolidato successivamente dai misesiani); ma il paradigma neoclassico ortodosso è ancora prevalente.

  1. Positivismo, empirismo

L’empirismo è basato su due proposizioni: 1) La conoscenza della realtà deve essere verificabile o falsificabile attraverso l’osservazione, l’esperienza, altrimenti non è conoscenza della realtà ma conoscenza analitica (relativa a parole, segni e regole su di essi; come è qualsiasi conoscenza a priori); 2) una relazione causale è del tipo “se A, allora B”.

Sulla base dei dati empirici raccolti viene formulata un’ipotesi provvisoria, espressa con linguaggio matematico, in modo che sia suscettibile di controllo statistico. Il modello quindi viene testato attraverso le osservazioni, cioè i dati successivi, e confermato o invalidato in relazione alla capacità esplicativa e previsiva. La verifica avviene attraverso “esperimenti controllati”, in cui tutte le variabili sono mantenute costanti, tranne quella oggetto di indagine. In caso positivo, la relazione causale ipotizzata acquisisce lo status di legge oggettiva generale.

Si ha un monismo metodologico: il metodo è unico, e viene applicato a tutte le discipline, naturali e sociali.

Per l’empirismo non c’è differenza fra teoria e storia: solo dai fatti giunge la conferma di una data teoria. Gli statistici aspirano a scoprire leggi economiche dallo studio dei dati; essi vogliono trasformare l’economia in una scienza quantitativa (“scientismo”).

Il metodo delle scienze fisiche è basato sull’osservazione empirica per trarre delle leggi oggettive ed effettuare previsioni esatte. Nel campo delle scienze naturali la conoscenza può essere acquisita solo attraverso esperimenti. Ad esempio, le conseguenze dell’unione di due materiali presenti in natura si possono conoscere solo unendo i due materiali.

In generale per il positivismo il mondo consiste di elementi che sono associati insieme in modi accidentali e inintellegibili; tutte le strutture intellegibili e tutte le necessità sono il risultato di costruzioni della mente introdotte dall’uomo, e i vincoli individuati possono essere esposti senza far riferimento alla logica. Il positivista vede solo struttura “nella cosa”, la struttura di un’associazione accidentale. L’aristotelismo, al contrario, vede anche strutture non-triviali, ma governate da leggi generali. Dove il positivista vede solo un tipo di cambiamento accidentale (es. ciò che avviene quando un cavallo è travolto da un autocarro), l’essenzialista vede in più cambiamenti governati da leggi (es. ciò che avviene quando un cavallo cresce nella pancia della madre). E in conseguenza il positivista ha sempre bisogno dell’induzione, mentre per l’essenzialista, una volta che ha individuato un certo fenomeno di una data specie, esso si manifesterà in futuro sempre nella stessa maniera, e dunque non c’è bisogno di derivarlo ogni volta dall’esperienza.

  • Le critiche Austriache

Vengono qui raggruppate in sette punti.

1) Gli Austriaci sostengono il dualismo metodologico: bisogna applicare il metodo sperimentale nelle scienze naturali e il metodo prasseologico nelle scienze sociali[3]. Nelle scienze naturali è corretto procedere attraverso il metodo empirico, partendo da ciò che è conosciuto con certezza – le regolarità empiriche – e derivando da esse ipotesi sempre più ampie; che, in base all’esito della prova empirica, vengono scartate o sostituite con nuove spiegazioni che siano in grado di dare conto di una più ampia varietà di fenomeni. Tuttavia è impossibile applicare il metodo delle scienze naturali alle scienze sociali, in quanto nelle attività umane non è possibile effettuare esperimenti in laboratorio, con la tecnica incrementale ceteris paribus, facendo cioè variare un elemento e mantenendo invariati gli altri. Perché gli individui, essendo soggetti attivi e non oggetti passivi, modificano i loro comportamenti in quanto imparano dall’esperienza passata e possiedono il libero arbitrio[4]. È impossibile prevedere oggi che cosa uno conoscerà domani, e come modificherà il suo comportamento in seguito alle nuove conoscenze o ai cambiamenti di gusti; dunque i comportamenti non possono essere conosciuti prima[5]. Quindi nelle collettività umane non vi sono costanti, cioè cause invarianti, come per le scienze naturali, tipo la velocità della luce nel vuoto o il rapporto fra idrogeno e ossigeno nell’acqua. Le azioni dell’uomo non possono essere tracciate con la stessa precisione matematica con cui si rileva il percorso di una pietra in volo. Ad esempio, non si può sostenere che la relazione fra prezzo e domanda è una costante quantitativa, sempre vera in tutti i luoghi e in tutti i tempi. I fenomeni esterni influenzano le diverse persone in modo differente, e le reazioni di queste variano: questa intuizione è il prodotto della teoria aprioristica. Se uno statistico rileva che una riduzione del 10% nel prezzo delle patate in un dato paese e in un tempo determinato è stato seguito da un aumento della domanda dell’8%, non raggiunge alcuna conclusione su ciò che succede o può succedere relativamente a cambiamenti simili in un altro paese o in un altro periodo. Non ha misurato “in assoluto” l’elasticità della domanda di patate, ha solo rilevato un singolo fatto storico, l’elasticità della domanda di un bene specifico in un luogo specifico in un tempo specifico. I fatti storici sono eventi unici e irripetibili.

Nel modello friedmaniano l’elemento predittivo è tutto, “spiegare” un fenomeno significa predire il verificarsi del fenomeno. Ma modelli basati su dati del passato non possono avere capacità predittiva, ed è questo il motivo dei fallimenti dei modelli econometrici, anche i più raffinati (non riescono nemmeno a prevedere il Pil del trimestre successivo). Anche il tentativo di utilizzare modelli stocastici fallisce, perché la probabilità collettiva (relativa a classi di eventi) non può essere applicata agli eventi economici (solo ad alcuni giochi: poker, roulette, lotterie, lancio di una moneta ecc.)[6]. La previsione delle scienze fisiche è del tipo “Se A, allora B”; se rame e zolfo sono combinati in determinate proporzioni, (si prevede con certezza che) si ottiene solfato di rame. Ma tale tipo di predizione è completamente diversa da quella sulle azioni umane, che è impossibile. “Prevedere” (forecasting) non è e non può essere una scienza; al massimo è un’arte, e i migliori previsori sono gli imprenditori e gli speculatori, nella sezione di mercato di cui si interessano.

La prasseologia è applicata alle previsioni, cioè a fatti storici futuri, con un processo simile a quello dello storico, ma con un grado di difficoltà in più, l’inconoscibilità degli eventi futuri. Lo studioso osserva oggi un dato evento, ad esempio un incremento nell’offerta di moneta. Egli è in possesso della teoria, cioè della legge prasseologica, qualitativa, apodittica, che asserisce che un aumento dell’offerta di moneta, con domanda costante, genera inflazione dei prezzi. Per prevedere il probabile corso futuro del potere d’acquisto della moneta, cioè stimare i prezzi generali dei prossimi anni, egli deve andare oltre tali leggi economiche, e cercare di valutare: a) se l’offerta di moneta aumenterà nel prossimo futuro, di quanto aumenterà; b) cosa accadrà alla domanda di moneta; e c) quindi cosa accadrà al livello dei prezzi – considerando anche cosa è probabile che accadrà all’offerta di beni. Il suo giudizio non ha alcun grado di certezza, in quanto dipende dalla correttezza della sua valutazione su un evento futuro, e oggi nessuno può conoscere il comportamento futuro degli individui relativamente alla domanda di moneta. Per mostrare l’assurdità della pretesa neoclassica (sottoinsieme monetarista) di cercare di stabilire leggi quantitative “scientifiche” fra l’offerta di moneta e i prezzi, basta osservare che, per stimare l’andamento dell’offerta di moneta nell’immediato futuro, una persona deve cercare di capire la psicologia e le idee dei membri del comitato direttivo della Banca Centrale, nonché le influenze politiche su di essi.

Dunque anche il metodo prasseologico non può condurre a previsioni perfette, la prasseologia è indispensabile ma non onnisciente. Se una previsione si dimostra erronea, non è la prasseologia che ha fallito, ma il giudizio del previsore sul comportamento degli elementi contenuti nel teorema prasseologico[7]. Altro esempio: durante gli anni ’20 del Novecento si poteva prevedere che prima o poi ci sarebbe stata una crisi, ma non si sarebbe mai potuto prevedere né quando sarebbe scoppiata, né quanto sarebbe durata ecc.

Le verità economiche (utilità marginale decrescente, teorema dello scambio volontario ecc.) non sono proposizioni ipotetiche che hanno bisogno di test empirici, ma sono sempre vere in qualsiasi tempo e luogo. Ritenere di dover dimostrare con i fatti queste verità sarebbe come voler dimostrare il teorema di Pitagora misurando continuamente i lati e gli angoli dei triangoli; o come se l’affermazione “una palla non può essere nello stesso istante rossa e non-rossa” richiedesse verifiche in Europa, in America, in Africa, in Asia ecc.

Friedman ha affermato che il metodo di Mises non consente di risolvere una controversia fra due prasseologi, perché non c’è un’evidenza comune (per lui quella empirica) che può dare ragione all’uno o all’altro. La prasseologia dunque trasformerebbe un set di conclusioni sostantive in una religione. Ma Friedman confonde il ragionamento a priori con le convinzioni soggettive della propria mente, cioè confonde la logica con la psicologia. Se due prasseologi dissentono, cercheranno di trovare la falla logica nel ragionamento dell’altro, e probabilmente uno dei due avrà successo, perché le relazioni logiche sono “pubbliche” almeno quanto quelle empiriche; è la stessa situazione che si determinerebbe fra due matematici. L’apriorismo metodologico non fa appello agli stati psicologici privati; quando si afferma che una proposizione è autoevidente, non ci si appella all’esperienza psicologica per asserire la sua certezza. Le relazioni logiche hanno a che fare con la forma dell’azione, non con il suo contenuto. Inoltre, la critica di Friedman si dovrebbe applicare anche a discipline come la logica, la matematica o la geometria. Anche nell’ambito di queste un dissenso non potrebbe essere risolto attraverso il ricorso ai fatti empirici: un dissenso sull’affermazione 2+2=4 può essere risolto attraverso un criterio diverso dall’osservazione empirica.

In conclusione, il metodo della conoscenza non può essere unico, è necessario il dualismo metodologico (Mises), cioè il metodo empirico per le scienze naturali e il metodo deduttivo per l’economia[8], anziché il monismo metodologico del positivismo.

2) Provvisorietà di qualsiasi verità (e dunque impossibilità della verità)

Gli stessi positivisti ritengono che, se si osservasse un caso in cui effettivamente il fenomeno B segue il fenomeno A, ciò non proverebbe che l’ipotesi è vera (alcuni affermano che è solo provvisoriamente vera), perché A e B sono termini generali, astratti, che si riferiscono a eventi o fenomeni dei quali esiste un numero indefinito di casi. Casi (fatti) successivi potrebbero falsificare la proposizione ipotizzata e modificare le conclusioni (e, per converso, affermazioni precedentemente falsificate potrebbero rivelarsi vere grazie a nuovi fatti). Oppure potrebbe esser necessario raffinare l’ipotesi aggiungendo altre variabili precedentemente trascurate. O si potrebbe incorrere in errori di misurazione. In ogni caso, sia che vi siano osservazioni che verificano sia che vi siano osservazioni che falsificano, non si potrebbero trarre conclusioni definitive[9]. Su tali basi, però, nessuna questione può mai essere risolta definitivamente; il che conduce allo scetticismo e al relativismo[10]. Il positivismo dunque soffre di una strutturale fragilità cognitiva. L’esito relativistico si ha anche per il solo fatto di negare la possibilità di verità a priori in campo sociale.

3) Status epistemologico delle asserzioni empiriste

La tesi empirista è: tutti gli eventi, naturali o economici, sono correlati solo in via ipotetica. Due sono le alternative: a) se questa proposizione è vera in via ipotetica, non è un’affermazione epistemologica, perché afferma una cosa che non è certa (è una proposizione ipoteticamente vera riguardante proposizioni ipoteticamente vere). È una proposizione che indebolisce se stessa. Ma allora se l’affermazione che tutti gli eventi sono correlati solo in via ipotetica è ipotetica, vuol dire che potrebbe essere vero anche il contrario, e dunque ciò significa che possono esistere proposizioni vere a priori, categoriche (e potrebbero essere le proposizioni economiche, come suggerisce la teoria Austriaca). b) Se, invece, la proposizione empirista è considerata vera in termini categorici, a priori, allora vuol dire che assumiamo che si può dire qualcosa di vero a priori sul modo in cui gli eventi sono correlati; ma ciò falsa la tesi contenuta nella proposizione (la conoscenza empirica deve essere invariabilmente conoscenza ipotetica).

Altra asserzione empirista è: “la conoscenza empirica deve essere falsificabile attraverso l’esperienza (e la conoscenza analitica, non falsificabile, non può contenere alcuna conoscenza empirica)”. Anche in questo caso si può procedere nel modo precedente. Essa può essere o una proposizione analitica o una proposizione empirica. Se è analitica, allora, in accordo con la dottrina empirista, questa proposizione non apporta alcuna informazione sul reale, ma è solo un gioco verbale di segni o simboli. Se invece è empirica, allora, per quanto detto in precedenza, può essere vera solo su base probabilistica, perché potrebbe essere errata, dal momento che nuovi fatti futuri potrebbero invalidarla. Si potrebbe affermare l’esatto contrario senza poter essere smentiti. Se l’empirismo dichiara che la sua proposizione fondamentale è una proposizione empirica, allora l’empirismo cessa di essere una metodo-logia, cioè una logica della scienza, e non sarebbe altro che una convenzione verbale puramente arbitraria.

La suddetta proposizione in realtà è analitica, perché è una proposizione la cui verità può essere stabilita solo attraverso un’analisi dei significati dei termini usati. E infatti, ad alcuni termini usati nella frase – “conoscenza”, “esperienza”, “falsificabile” ecc. – l’empirismo attribuisce già un significato; ed è ovvio che faccia così, altrimenti la frase sarebbe priva di senso. (Tra l’altro, l’interpretazione delle parole è sempre una questione pratica, nel senso che l’uso di un termine è appreso e praticato in seguito all’esistenza di manifestazioni reali del concetto designato dal termine.) In sostanza, come ha rilevato Mises, l’affermazione degli empiristi “soltanto l’esperienza può condurre alla conoscenza” è una proposizione a priori, che non può essere stabilita attraverso l’esperienza. Dunque l’empirismo è una trappola che sconfigge se stesso[11].

4) Una conoscenza a priori è ineliminabile

I concetti di osservazione e misura, di cui l’empirismo fa uso, sono concetti la cui conoscenza è basata sulla comprensione attraverso categorie a priori, non sull’osservazione. Per poter interpretare fenomeni osservabili come il fare un’osservazione o il prendere le misure bisogna prima capire che cosa sono le osservazioni e le misurazioni. Per cui l’empirismo è costretto ad ammettere che esiste una conoscenza empirica basata sulla comprensione a priori.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Sul piano della teoria e delle politiche economiche dal dopoguerra alla stagflazione del 1973 domina il keynesismo; poi si afferma il monetarismo friedmaniano, che però negli anni ’80 sbaglia molte delle previsioni effettuate.

[2] Istituzionalismo, postkeynesismo (Joan Robinson), neomarxismo umanistico, ermeneutica (v. postea). Queste nuove metodologie attaccavano la vecchia perché essa era prescrittiva, dunque presumeva di poter arrivare alla verità e validità. Ma la critica era sbagliata: la Vecchia metodologia era erronea non perché sia impossibile giungere a prescrizioni, ma perché i criteri da essa adottati erano errati, in particolare il tentativo di usare il paradigma delle scienze naturali (della fisica) per una disciplina basata sull’azione umana.

[3] All’interno delle discipline sociali però bisogna introdurre un’ulteriore distinzione metodologica, perché la storia non può essere studiata con il metodo prasseologico bensì con il metodo timologico (Mises) o della psicologia ermeneutica, che è a posteriori; v. infra, punto 6.

[4] Inoltre, nelle scienze umane le previsioni effettuate condizionano i risultati previsti, cioè si ha l’analogo del principio di indeterminazione di Heisenberg (impossibilità di determinare con precisione la posizione e la velocità di una particella; la misurazione di una delle due grandezze disturba la particella distorcendo il valore dell’altra grandezza).

[5] In realtà anche nelle scienze naturali esistono limiti di previsione molto stringenti. Ad esempio, in meccanica classica non si può prevedere in modo esatto la dinamica del moto di più di due corpi celesti. Per fare questa previsione occorre conoscere i dati che definiscono lo stato iniziale del sistema. Ma può accadere che una perturbazione anche minima di quei dati conduca a prevedere un’evoluzione completamente diversa e, poiché la determinazione dei dati è inevitabilmente soggetta a errori, la previsione nel medio-lungo periodo è inattendibile. Anche i modelli matematici usati per prevedere i fenomeni atmosferici sono soggetti a questa “patologia”, il che spiega come mai le previsioni meteorologiche sul medio e lungo periodo siano inattendibili. Relativamente al sistema solare, si è calcolato che oltre i centomila anni le previsioni perdono valore. La meccanica quantistica ha evidenziato limiti previsivi nel mondo subatomico. In medicina e biologia umana, poi, le previsioni sono impossibili: gli annunci sulla scoperta di metodi con cui determinare la data esatta in cui una donna avrà la menopausa o chi sarà centenario sono basati su premesse prive di scientificità, perché presuppongono che tali esiti dipendano solo dalla struttura genetica e trascurano i fattori perturbativi ambientali. Nell’esempio della determinazione del momento della menopausa, conta se una donna si sposa o no, se ha figli e quanti, se subisce aborti, se soffre di particolari malattie, se va incontro ad eventi che alterano le sue funzioni ormonali e così via; tutti eventi imprevedibili, che dunque viziano la previsione basata solo sulla predisposizione genetica. G. Israel, La scienza non mente, gli scienziati invece sì, “Il Giornale”, 20-7-2010.

[6] I teorici delle aspettative razionali hanno peggiorato ancor di più questa assurdità affermando che “il mercato” – come un’entità reificata onnisciente – possiede una conoscenza assoluta non solo di tutte le condizioni presenti, ma anche di tutte le domande, i costi, i prodotti e le tecnologie futuri: per cui il mercato è onnisciente relativamente al futuro così come al presente. Più precisamente, affermano che il mercato possiede una conoscenza assoluta delle “distribuzioni di probabilità” di tutti gli eventi futuri, essendo qualsiasi errore puramente casuale. Ma ciò aggrava solo il problema, perché il concetto di “distribuzione della probabilità” può essere usato solo per eventi omogenei, casuali [indipendenti dal percorso] e indefinitamente replicabili. Ma gli eventi del mondo dell’azione umana sono quasi esattamente di tipo opposto: sono quasi tutti eterogenei, non casuali [dipendenti dal percorso] e difficilmente replicabili. Inoltre, anche nel caso altamente improbabile che tali condizioni si verificassero, le class probabilities [probabilità di classi di eventi] non potrebbero assolutamente essere utilizzate per spiegare o prevedere eventi, che è ciò con cui abbiamo a che fare nella vita umana.

[7] M.N. Rothbard, Praxeology: Reply to Mr. Schuller, in «American Economic Review», dicembre 1951.

[8] Per le critiche al dualismo metodologico v. E. Di Nuoscio, L’insostenibile fondazionismo di Rothbard;
in AA.VV., Liberalismo e Anarcocapitalismo, numero speciale monografico di «Nuova civiltà delle macchine», XXIX, n. 1-2, 2011, pp. 121-142.

[9] Esempio proposto da G. Stolyarov II: l’ipotesi di partenza è che tutti i cigni sono di colore bianco. Successivamente compare un cigno nero. Questo fatto rappresenta una sfida all’ipotesi iniziale, ma non la confuta: infatti l’affermazione che il cigno in questione è nero per l’empirismo deve essere a sua volta falsificabile, e potrebbe essere effettivamente falsificata, perché ad esempio si può successivamente scoprire che il cigno è stato dipinto di nero, oppure che era un miraggio, oppure che apparteneva a una specie simile ai cigni ma diversa. A loro volta le affermazioni che sostengono il colore nero del cigno devono poter essere falsificabili, e così via ad infinitum, senza mai poter raggiungere uno stato di piena certezza su alcunché.

[10] Sostenere che una proposizione va dichiarata falsa solo perché finora nessuno è riuscito a dimostrarla vera, si chiama argumentum ad ignorantiam, ed è fallace.

[11] Allo stesso modo, la proposizione empirista “è impossibile scoprire proposizioni vere a priori sull’azione umana” è auto-contraddittoria, perché è essa stessa una proposizione a priori. Se invece l’empirista afferma che è una proposizione a posteriori, basata sul fatto che nessuno finora ha dimostrato vere proposizioni a priori, allora egli ricade nella fallacia dell’argumentum ad ignorantiam: il fatto che nessuno finora ne abbia scoperta alcuna non significa che non esistano, cioè che in futuro qualcuno possa scoprirle.

Soffre di tale debolezza anche il criterio di falsificabilità di Popper: esso non può essere falsificato, dunque anch’esso sarebbe metafisica. Inoltre, per falsificare l’ipotesi scientifica soggetta a esame bisogna capire se la realtà la confuta o la conferma; tuttavia non si può intendere la realtà se non si dispone di una ipotesi di tipo teorico che sia già certa.

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Perché la dipendenza economica dagli altri è una cosa buona

Lun, 20/04/2015 - 08:00

Nelle discussioni relative alle politiche pubbliche, le parole “indipendenza” e “dipendenza” appaiono frequentemente. Dato che l’ideologia politica americana è stata definita in molti modi dalla Dichiarazione d’Indipendenza, agli americani viene spontaneo pensare all’indipendenza come a qualcosa di positivo e alla dipendenza in senso opposto. Di conseguenza, proposte per implementare politiche statali che riducano la dipendenza dagli altri – in particolare, quella dal “petrolio estero” è la manifestazione più comune al momento – trovano spesso il favore del pubblico.

Sfortunatamente, le nostre idee circa della dipendenza e indipendenza nei contesti politici ed economici sono alquanto confuse.

La dipendenza economica è limitata dalla disponibilità di altre possibili scelte

La dipendenza economica non ha lo stesso significato della dipendenza politica. Ipotizziamo che vogliate acquistare degli prodotti da rivendere, successivamente, nel vostro negozio, e supponiamo che la miglior proposta di fornitura ricevuta fosse di 3 $, mentre la seconda miglior offerta ammontasse a 5 $. La libertà di scegliere l’opzione più conveniente corrisponde all’indipendenza economica: qualunque fornitore scegliate vi rende economicamente dipendenti da quel fornitore, nella fattispecie da quello più conveniente.

Supponiamo ancora che il grossista più costoso, quello dei prodotti venduti a 5 $, goda di un’ottima reputazione nel fornire dei prodotti di qualità e con estrema puntualità, ma decidete comunque di avvalervi dei servizi offerti dal grossista più conveniente, assumendo su di voi il rischio di che questi non interromperà la sua fornitura, che il prezzo non cambierà o, semplicemente, che non smetterà di vendere del tutto. In tal modo, diventate dipendenti dalle scelte del fornitore (quelle riguardanti le operazioni relative al suo business) e dalla sua continua disponibilità nel vendere a voi sempre al prezzo originario. Il vostro potenziale danno, o rischio, sono rappresentati dai 2 $ di differenza fra la prima e la seconda miglior offerta.

In altre parole, l’indipendenza economica – vale a dire il potere di scegliere fra diverse alternative – tipicamente si concreterà nel divenire, in qualche misura, dipendenti dal socio d’affari prescelto. Sicché, accettate il rischio di poter essere danneggiati da eventuali scostamenti dall’accordo originario (un’offerta a voi favorevole).

È importante, in ogni caso, comprendere i limiti dell’eventuale danno. Quando gli accordi sono volontari, la presenza sul mercato di altre offerte vantaggiose pone un limite superiore ai danni della dipendenza da un particolare socio d’affari. Nel nostro esempio, se i prodotti da 3 $ non fossero più disponibili, potreste rivolgervi al venditore che li offriva a 5 $. Grazie all’indipendenza economica è disponibile un’alternativa e il danno viene limitato ai 2 $ di differenza fra le due offerte. Perciò, il potenziale “danno” si manifesta nella misura in cui l’attuale guadagno acquisito da una partnership – scelta in relazione alle vostre alternative – possa essere ridotto o eliminato in futuro. Tuttavia, se si è liberi di scegliere fra dei venditori in libera concorrenza, la disponibilità di più accordi volontari con altre persone (ovverosia i grossi stessi) garantisce l’inconsistenza di ulteriori possibili “danni” oltre a quello testé rilevato.

La dipendenza politica non riguarda le scelte, ma la coercizione

La dipendenza statale si pone in forte contrasto con la dipendenza economica. Posto che i governi dispongono del potere di coercizione su di voi, gli stessi si attribuiscono la prerogativa di eliminare delle opzioni che altri attori economici vi offrirebbero volontariamente. Non solo possono sbarrare la strada alle migliori alternative che avete, ma sono capaci altresì di estromettere quelle che vi proteggerebbero da eventuali pericoli scaturenti dagli accordi volontari. Di fatto, possono eliminare ogni cosa. Come ebbe ad affermare superbamente Barry Goldwater: “Un governo abbastanza grande da darti tutto ciò che desideri, è abbastanza grande da portar via tutto ciò che hai”.

La dipendenza va bene, se volontaria

Ancorché l’indipendenza economica sia perfettamente compatibile con la dipendenza volontaria dai soci d’affari che ci offrono i maggiori benefici, la vera scelta non si limita a quella tra indipendenza e dipendenza; la vera scelta che dobbiamo affrontare è quella tra la dipendenza che risulta da accordi volontari e la dipendenza che consegue al controllo statale.

“L’indipendenza petrolifera” ed altre fallacie

È altresì importante notare che i tipici dibattiti sulla dipendenza, tra i quali “ridurre la nostra dipendenza dal petrolio estero”, si rivelano generalmente scuse fuorvianti al fine di imporre delle restrizioni politiche volte a  danneggiare i cittadini. Per esempio, il protezionismo venduto come una scelta fra i “buoni” produttori americani e i “cattivi” stranieri ignora il fatto che commerciamo con quelli stranieri perché sono più efficienti delle nostre alternative domestiche. Eliminare tali migliori opzioni rischia di deteriorare seriamente il benessere dei cittadini americani. Un modo migliore di comprendere i risultati di questo ragionamento è vederli come una cospirazione fra i produttori americani ed il governo per danneggiare i consumatori statunitensi ed i fornitori stranieri che offrono loro maggiori benefici.

Infine, va messo in discussione il modo in cui le argomentazioni relative alla dipendenza vengono solitamente incorniciate nel dibattito pubblico, cioè come se non esistesse mai il problema di dipendere da altri americani, ma sempre quantomeno un potenziale problema di dipendenza estera. Ci fidiamo davvero così tanto degli altri americani? Se così fosse, perché abbiamo così tante leggi e prigioni per scoraggiare i nostri vicini dal farci del male? In sostanza, la cosa migliore che possiamo fare per agevolare la fiducia posta nei nostri vicini domestici è negargli qualsiasi potere di coercizione nei nostri confronti; e la stessa difesa della proprietà su noi stessi ci consentirebbe, allo stesso modo, di fidarci dei nostri soci in affari non americani. Al contrario, il potere nocivo della coercizione statale, continuamente impiegata al servizio di qualcuno, non solo deve necessariamente danneggiare qualcun altro, ma ci pone totalmente in balìa dei nostri governanti, lasciandoci davvero pochi motivi per fare affidamento su di loro.

Articolo di Gary Galles su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

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Introduzione al FMI: politiche e gergo

Ven, 17/04/2015 - 08:00

Nel 1984, all’interno dell’introduzione di From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences, Henry Hazlitt ha offerto al pubblico alcune pagine molto illuminanti – oggi come allora – sul Fondo Monetario Internazionale; in base alla mia esperienza, le considero particolarmente utili per chiunque voglia accostarsi ad un qualsiasi documento del FMI, dagli Articles of Agreement in giù, e cominciare a capirci qualcosa.

Alla conferenza [di Bretton Woods], principalmente sotto la guida di John Maynard Keynes, rappresentante dell’Inghilterra, sono state prese tutte le decisioni sbagliate. L’inflazione è stata istituzionalizzata. E, a dispetto del caos monetario che da allora è andato crescendo, i politici del mondo non hanno mai ripreso seriamente in esame le premesse inflazioniate che hanno guidato gli autori degli accordi di Bretton Woods. La principale istituzione fondata a Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale, non solo è stata conservata, ma i suoi poteri inflazionasti e le relative pratiche sono stati enormemente ampliati.

[…]

Il sistema di Bretton Woods continua a provocare gravi danni, perché il dollaro, sebbene non più basato sull’oro e soggetto esso stesso a deprezzamento, continua ad essere impiegato (nel momento in cui scrivo) come principale valuta di riserva del mondo, mentre le istituzioni da lui fondate, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca [Mondiale], continuano a concedere nuovi, enormi prestiti a governi irresponsabili e imprevidenti.

[…]

Lo scopo apparente del fondo era “promuovere la cooperazione monetaria internazionale”. Il modo principale in cui si proponeva di attuarlo era far sì che tutti gli Stati membri rendessero una quota delle rispettive valute disponibile per il prestito ai Paesi membri “in temporanea difficoltà con la bilancia dei pagamenti”. Le singole nazioni le cui valute dovevano essere rese disponibili non avrebbero dovuto decidere da sé l’ammontare dei loro prestiti alle nazioni riceventi, né la loro durata.

Questa decisione era ed è tuttora presa dai burocrati internazionali che mandano avanti il FMI. Come questi funzionari stabiliscano che questi problemi con la bilancia dei pagamenti sono meramente “temporanei”, non so proprio. In ogni caso, i prestiti “temporanei”, normalmente, sono andati da uno a tre anni. Fino ad un momento recente, i prestiti sono stati accordati in via pressoché automatica, su richiesta della nazione ricevente.

Dovrebbe essere evidente ictu oculi che tutta questa procedura è dannosa. Naturalmente, è possibile che una nazione si ritrovi in difficoltà con la bilancia dei pagamenti senz’alcuna vera colpa da parte sua, per via di un terremoto, di una siccità prolungata, o perché è stata costretta ad una guerra essenzialmente difensiva. Ma, nella massima parte dei casi, le difficoltà con la bilancia dei pagamenti sono il frutto di politiche dannose da parte della nazione che viene a soffrirne. Politiche che possono consistere nel fissare una parità troppo alta per la propria valuta, che incoraggia i suoi cittadini o il governo stesso ad acquistare troppi beni di importazione; nell’incoraggiare i suoi sindacati a stabilire saggi salariali interni troppo alti; nell’imposizione di salari minimi; nell’esigere tasse troppo alte sui redditi individuali o societari (distruggendo gli incentivi alla produzione e impedendo la creazione di capitale sufficiente per gli investimenti); nell’imporre calmieri ai prezzi; nel minare i diritti di proprietà; in tentativi di redistribuzione del reddito; nel seguire altre politiche anticapitaliste; o perfino nell’imposizione di un socialismo in piena regola. Dal momento che, oggigiorno, quasi tutti i governi – specialmente quelli dei Paesi “in via di sviluppo” – adottano almeno alcune di queste politiche, non c’è da stupirsi che taluni di questi Paesi si ritrovino “in difficoltà con la bilancia dei pagamenti” rispetto ad altri.

Una “difficoltà con la bilancia dei pagamenti”, insomma, è quasi sempre un semplice sintomo di una malattia molto più vasta e radicale. Se le nazioni con problemi “nella bilancia dei pagamenti” non potessero contare su un’istituzione governativa mondiale che opera quasi come un ente di beneficenza e fossero obbligate a ricorrere a banche private, interne o estere, gestite in modo prudente, per il proprio salvataggio, sarebbero costrette a riformare drasticamente le loro politiche per ottenere tali prestiti. Così come stanno le cose, il FMI, di fatto, le incoraggia a proseguire sulla loro rotta socialista e inflazionista. I prestiti del FMI non solo incoraggiano un’inflazione prolungata nei Paesi riceventi, ma contribuiscono direttamente in proprio all’inflazione mondiale. (Questi prestiti, per inciso, sono concessi, nella maggior parte dei casi, a tassi inferiori a quelli di mercato).

Ma il Fondo ha accresciuto l’inflazione mondiale in un altro modo ancora, non previsto negli Articles of Agreement iniziali del 1944. Nel 1970, ha creato una nuova valuta, chiamata “Diritti Speciali di Prelievo” (DSP) [“Special Drawing Rights” – SDRs]. Questi DSP sono stati creati dal nulla, con un tratto di penna. Stando a quel che dice il Fondo, sono stati creati “per venire incontro ad una preoccupazione diffusa per la possibile inadeguatezza nella crescita della liquidità internazionale” (un eufemismo keynesiano per “non abbastanza cartamoneta”).

Questi DSP, per come la mette il Fondo, sono stati distribuiti ai membri – su loro richiesta – in proporzione alle loro quote, nel corso di periodi specifici. Durante il primo periodo, 1970-72, sono stati distribuiti 9.3 miliardi di DSP. Non ci sono state altre distribuzioni fino al 1 gennaio 1979. Tranche da 4 miliardi di DSP ciascuna sono state distribuite il 1 gennaio 1979, il 1 gennaio 1980 e il 1 gennaio 1981. I DSP ora [aprile 1982] in essere assommano a 21.4 miliardi, circa il 5% delle attuali riserve internazionali, oro escluso.

Vista la facilità con cui è stata creata questa moneta-segno mondiale, il suo volume limitato (anche se in eccesso per 20 miliardi di DSP) potrebbe colpire molti per la sua apparente moderazione. Ma, come vedremo, la loro creazione ha stabilito un precedente minaccioso.

Dovrei definire in modo più specifico e diretto cosa sia un DSP. Da luglio 1974 a dicembre 1980, il DSP è stato valutato sulla base dei tassi di cambio sul mercato di un paniere comprendente le valute dei sedici membri con le maggiori esportazioni di beni e servizi. Da gennaio 1981, il paniere è stato composto dalle valute dei cinque membri con le maggiori esportazioni di beni e servizi. Le valute, con i rispettivi coefficienti ponderali nel paniere, sono: dollaro USA (42%); marco tedesco (19%); yen, franco francese e lira sterlina (15% ciascuna).

Il DSP funge da unità di conto ufficiale per i libri contabili del FMI. E’ progettato – così dice il Fondo – “per diventare, in futuro, la principale risorsa [asset] del sistema monetario internazionale”.

Ma vale la pena di notare alcune cose riguardo ad esso. Il suo valore muta ogni giorno, rispetto al dollaro e ad ogni altra valuta nazionale. (Per esempio, il 25 agosto 1982, il DSP valeva 1,099 dollari e sei giorni dopo 1,083). Fatto più importante, il DSP, composto di un paniere di valute cartacee è a sua volta un’unità monetaria cartacea, governata da una media ponderata dell’inflazione in cinque Paesi e costantemente declinante in termini di potere d’acquisto.

Svariati Paesi hanno ancorato le proprie valute al DSP… cioè ad un’ancora che slitta. Tuttavia, il FMI si vanta che la sua politica resta quella di “ridurre gradualmente il ruolo monetario dell’oro”, e addita con orgoglio la vendita, da parte sua, di 50 milioni di once d’oro tra il 1975 e il 1980: un terzo di quanto ne possedeva nel 1975. Il Ministero del Tesoro USA può fare un proclama analogo. Ciò che né il Fondo né il Ministero del Tesoro si preoccupano di sottolineare è che l’oro ha un valore enormemente più alto oggi rispetto al momento in cui le vendite sono state compiute. Il profitto è andato agli speculatori di tutto il mondo e ad altri soggetti privati. Il contribuente Americano e, in parte, quello straniero hanno perso di nuovo.

[…]

Tuttavia, non è facile descrivere con precisione, in termini non tecnici, cos’abbia fatto il FMI fino a questo momento. Il Fondo ha un gergo tutto suo. I suoi libri contabili sono tenuti in Diritti Speciali di Prelievo (DSP), che sono voci di bilancio artificiali e non stanno nella tasca di nessuno. I suoi prestiti vengono raramente chiamati prestiti, ma [di norma] “acquisti”, perché un Paese usa la propria unità monetaria per “comprare”, tramite il Fondo, DSP, dollari, o qualunque altra valuta nazionale. I rimborsi al Fondo sono chiamati “riacquisti di acquisti” [“repurchases of purchases”].

Così, alla data del 30 settembre 1982, gli acquisti totali, inclusi quelli “della tranche di riserva”, sui libri contabili del FMI a partire da quando ha intrapreso l’attività ammontavano a 66.567 milioni di DSP (U.S. $71.879 milioni). Sempre alla data del 30 settembre 1982, il totale dei riacquisti di acquisti ammontava a 36.744 milioni di DSP.

L’importo totale dei prestiti in essere, alla data del 30 settembre 1982, era di 16.697 milioni di DSP (U.S. $ 18.020 milioni). La mezza dozzina di prestatari in cima alla classifica era: India, 1.766 milioni di DSP; Yugoslavia, 1.469 milioni di DSP; Turchia, 1.346 milioni di DSP; Corea del Sud, 1.148 milioni di DSP; Pakistan, 1.079 milioni di DSP; e le Filippine, 780 milioni di DSP; per un totale di 7.588 milioni di DSP, o 8.193 milioni in valuta degli Stati Uniti. Il futuro, naturalmente, può solo formare oggetto di congetture, ma la prospettiva è minacciosa. Uno sguardo in avanti ammonitore è stato pubblicato sul New York Times del 9 gennaio 1983. Per allora, il complesso di prestiti FMI in corso era salito a ventun miliardi di dollari. I direttori esecutivi del Fondo avevano appena approvato un prestito da 3,9 miliardi di dollari progettato come un salvataggio d’emergenza per il Messico, praticamente fallito. Il Fondo si era altresì accordato su un pacchetto simile per l’Argentina. Uno per il Brasile era stato quasi completato. In coda per ulteriori aiuti da parte del Fondo, che già aveva in corso prestiti in trentatré Paesi in gravi difficoltà, stavano il Cile, le Filippine e il Portogallo.

Molti avevano temuto, nell’autunno del 1982, che il Messico si sarebbe semplicemente rifiutato di compiere qualsiasi pagamento sui suoi 85 miliardi di dollari di debito estero, così creando una crisi finanziaria internazionale ancora più grave. Così, il direttore responsabile del Fondo, il francese Jacques de Larosière, prima di erogare il prestito, ha avvertito le banche private, che già avevano prestato miliardi al Messico, che, se non ne avessero accordati altri, si sarebbero potute ritrovare con uno zero spaccato in tasca. Ha incontrato una delegazione che rappresentava millequattrocento banche d’affari con prestiti al Messico in corso. Prima che il FMI ci mettesse un solo centesimo in più – ha detto loro – le banche private avrebbero dovuto rinnovare oltre venti miliardi di dollari dei loro crediti verso il Messico, che venivano a scadenza tra agosto 1982 e la fine del 1984, e concedere cinque miliardi di dollari in prestiti nuovi. Condizioni analoghe, in seguito, sono state annesse ai prestiti del Fondo ad Argentina e Brasile.

Così, il FMI adesso sta usando i propri prestiti come una leva per costringere a prolungare i vecchi prestiti privati e ad erogarne di nuovi. Tutto questo può sembrare momentaneamente rassicurante. Quantomeno tenta di porre la maggior parte del fardello e del rischio futuri a carico degli imprudenti prestatori privati del passato (e, a ruota, dei loro creditori), piuttosto che dei contribuenti di tutto il mondo e dei detentori della valuta nazionale.

Ma dove porta tutto questo? Non potrebbe consistere soltanto nello scambiare moneta buona per moneta cattiva? Per quanto tempo ancora i giocolieri internazionali potranno tenere in aria questo debito non pagato che continua a crescere?

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Una nuova alba di libertà

Mer, 15/04/2015 - 08:00

Continuando in tema della recente collaborazione tra il Mises Italia e Liberty.me, pubblichiamo l’articolo inaugurale di J. Tucker per l’apertura della città libertaria, datato agosto 2014.

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E’ fantastico vivere in tempi di rivoluzione tecnologica: sta promuovendo libertà nel mondo tramite l’imprenditorialità ed il settore privato, la libera impresa, la tecnologia e gli scambi quotidiani.

Viviamo in un nuovo mondo di contatti personali che raggiungono ogni angolo del pianeta, un mondo emerso negli ultimi 20 anni ed il cui passo di sviluppo sta accelerando. Non solo, ma tutto questo sta accadendo al di fuori della pianificazione statale. La tecnologia sta cambiando il modo in cui pensiamo la politica, abbattendo i vecchi modelli. Il campo della libertà non può ignorare questa epoca storica: stiamo assistendo ad un esempio reale di come le scelte individuali in una nuova frontiera della libertà possano sfociare in una meravigliosa anarchia. Il risultato non è caotico nè statico: ovunque stanno emergendo idee variopinte che nel XX secolo si sarebbero ritenute impensabili. Il mondo digitale rappresenta l’ultima smentita del modello statale di pianificazione sociale. Quel che dicevano essere impossibile si sta rivelando come possibile, profittevole e produttivo.

Questo è il nostro momento e dobbiamo tuffarci direttamente nel suo centro. Ma come? Per rispondere a questa domanda abbiamo appena lanciato Liberty.me, una città digitale interamente dedicata alla libertà. Se ami la libertà, quello è il posto per te. Liberty.me esiste per promuovere la libertà personale ed economica nella tua vita e, come conseguenza, nel nostro mondo. Non si tratta di marciare per le strade, far pressioni presso politici o ritirarsi in isolamento. Si tratta di costruire un mondo di libertà. Liberty.me offre uno spazio in cui pubblicare i tuoi contenuti ed intrattenere il tuo pubblico, una comunità in amicizia, un’aula online con frequenti seminari, una vasta libreria di titoli ed un forum per le discussioni. C’è tutto quanto desideri da una comunità digitale impegnata nella causa della libertà.

Incluso nel periodo di prova hai il pacchetto completo. Liberty.me è infatti uno spazio pubblico (dopotutto, si tratta di aprirsi al mondo intero) ma anche privato: niente troll, pubblicità fastidiose o flame. E’ la più completa soluzione al maggior problema che oggi abbiamo tutti di fronte, e la risposta muove dal prendere una decisione nella nostra stessa vita. A Liberty.me crediamo che la libertà si debba innanzituto vivere, ecco perché ci siamo concentrati su temi pratici: come possiamo usare la tecnologia per vivere vite più libere? Come possiamo organizzare le nostre finanze per evitare rapine dal Leviatano? Quali film e libri riescono ad ispirarci? Che fare a proposito dell’istruzione, della sanità, degli spostamenti, della difesa personale?

Sappiamo per certo come lo stato stia rendendo le nostre vite sempre più difficili, ma non dovremmo arrenderci: con intelligenza, preparazione e determinazione possiamo superare tale barriera. Non possiamo aspettare che sia la politica a far la differenza: dobbiamo agire noi stessi. Nel breve periodo in cui ha operato, Liberty.me è già stata etichettata come un santuario di creatività ed ispirazione, promuovendo un senso di comunione tra persone votate alla libertà. In quale modo si conquistava la libertà nel passato? Con impegno e pratica quotidiane: sviluppando istituzioni, superando il sovrano in astuzia, cooperando per fornire alternative. Sono le comunità e le reti di interessi comuni ad aver promosso la libertà, comunità come Liberty.me.

Iscriviti oggi a Liberty.me! Approfitta dei 30 giorni di periodo di prova gratuito ed usa il codice LIBERTY per godere di uno sconto del 35%. Mandami un messaggio appena ti registri, così potrò salutarti, per poi tuffarti nell’avventura intellettuale. Abbiamo i mezzi per renderti la vita più libera, per superare e distanziare chi vuol dominare il mondo. Diamoci da fare!

 

(Fonte: A New Dawn for Liberty)

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Liberty.me & Mises Italia: parte la collaborazione

Lun, 13/04/2015 - 08:00

Annunciamo con piacere l’inizio di una collaborazione tra la città libertaria Liberty.me ed il Mises Italia, al fine di promuovere i loro contenuti anche tra il pubblico italiano. Sul sito di quella è già attivo un nostro blog dedicato alla riproposizione in lingua italiana dei suoi contenuti chiave, aggiornato mensilmente con nuove traduzioni.

Scopo primario di questa collaborazione è per noi il fornire ai nostri soci un accesso alla ricchissima biblioteca digitale del portale Liberty.me: il progetto guidato da Jeffrey Tucker si è infatti distinto per un’originalità dei contenuti che siamo certi i nostri lettori apprezzeranno. A fianco dei testi classici di teoria economica troviamo infatti anche un’ampia serie di guide specifiche su temi pratici ed attuali, sempre argomentati in chiave di economia austriaca e filosofia libertaria: chi volesse accostarsi ai nostri ideali tamite un approccio più concreto potrà trovare in esse un valido punto di partenza.

Di seguito, una lista dei titoli digitali che già da oggi i soci Bastiat ed i soci Rothbard del Mises Italia potranno richiedere mensilmente come parte dei propri benefici. La lista completa degli e-book Liberty.me e Laissez-Faire Books scaricabili è comunque sempre disponibile presso questa pagina.

 

1. Liberty.me Books

J.D. Acton – Lord Acton’s History of Freedom
F. Ballvé – Essential of Economics
H.E. Barnes – Perpetual War For Perpetual Peace
F. Bastiat – Economic Harmonies
F. Bastiat – Economic Sophisms
F. Bastiat – Selected Essays on Political Economy
F. Bastiat – The Law
L. Baudin – A Socialist Empire: The Incas of Peru
E. de La Boétie – The Politics of Obedience
R. Bourne – War is the Wealth of the State
E. Braun – Finance Behind the Veil of Money
G. Callahan – Economics for Real People
R. Chantillon – An Essay on Economic Theory
G. Chartier – Conscience of an Anarchist
F. Chodorov – Income Tax: Root of all Evil
F. Chodorov – Out of Step
F. Chodorov – The Rise and Fall of Society
J. Cox – Minimum Wage, Maximum Damage
J. Cox – The Concise Guide to Economics
C. Darrow – Resist Not Evil
M. DiBaggio – House of Refuge
L. Erhard – Prosperity through Competition
J.T. Flynn – As We Go Marching
J.T. Flynn – Men of Wealth
J.T. Flynn – While You Slept
D. French – The Failure of Common Knowledge
D. French – Walk Away
G. Galles – Faulty Premises, Faulty Policies
G. Garrett – A Bubble that Broke the World
G. Garrett – Harangue
G. Garrett – Satan’s Bushel
G. Garrett – The Cinder Buggy: a Fable in Iron and Steel
G. Garrett – The Driver
A. Gray – The Socialist Tradition: Moses to Lenin
L.A. Hahn – Economics of Illusion
F.A. Harper – The Writings of F.A. Harper – vol.1
F.A. Harper – The Writings of F.A. Harper – vol.2
H.J. Haskell – The New Deal in Old Rome
F.A. Hayek – A Tiger by the Tail
F.A. Hayek – Denationalization of Money
F.A. Hayek – Prices and Production
H. Hazlitt – Time Will Run Back
H. Hazlitt – The Foundations of Morality
H. Hazlitt – The Way to Willpower
H. Hazlitt – Thinking as a Science
A. Herbert – The Voluntaryst Creed
K. Hess – Death of Politics
H.H. Hoppe – A Theory of Socialism and Capitalism
A. Kinsella – Against Intellectual Property
R.W. Lane – Give Me Liberty
R.W. Lane – The Discovery of Freedom
R.W. Lane – Young Pioneers
A.L. Macfie – Theories of the Trade Cycle
O.S. Marden – How They Succeeded
O.S. Marden – The Joys of Living
W. McElroy – The Art of Being Free
C. Menger – Principles of Economics
L. von Mises – Economic Calculation in the Socialist Commonwealth
L. von Mises – Economic Policy: Thoughts for Today and Tomorrow
L. von Mises – Human Action
L. von Mises – Liberalism
L. von Mises – Nation, State and Economy
L. von Mises – Socialism
L. von Mises – Theory and History
L. von Mises – Theory of Money and Credit
G. de Molinari – The Production of Security
I. Morehouse – Better off Free
R.P. Murphy – Chaos Theory
A.J. Nock – Jefferson
A.J. Nock – Memoirs of a Superflous Man
A.J. Nock – Our Enemy, the State
A.J. Nock – The Theory of Education in the United States
F. Oppenheimer – The State
T. Paine – Common Sense
I. Paterson – Never Ask the End
I. Paterson – The God of the Machine
I. Paterson – The Shadow Riders
S. Patterson – What’s the Big Deal About Bitcoin?
C.A. Phillips – Banking and the Business Cycle
P.E. de Puydt – Panarchy
A. Rand – Anthem
L.E. Read – Anything That’s Peaceful
L.E. Read – I, Pencil
G. Reisman – Piketty’s Capital
E. Richter – Pictures of the Socialistic Future
L. Robbins – The Economic Basis of Class Conflict
M.N. Rothbard – America’s Great Depression
M.N. Rothbard – Anatomy of the State
M.N. Rothbard – Education: Free and Compulsory
M.N. Rothbard – For a New Liberty
M.N. Rothbard – Freedom, Inequality, Primitivism and the Division of Labor
M.N. Rothbard – What Has Government Done to Our Money
M. Sennholz – Leonard Read: Philosopher of Liberty
L. Spooner – No Treason
L. Spooner – Trial by Jury
W.G. Sumner – A History of American Currency
W.G. Sumner – What the Social Classes Owe Each Other
M.&L. Tannehill – The Market for Liberty
H.D. Thoreau – Here There is no State
B.R. Tucker – Instead of a Book
J.A. Tucker – 25 Life-Changing Classics
J.A. Tucker – A Beautiful Anarchy
J.A. Tucker – Bit by Bit
J.A. Tucker – Bourbon for Breakfast
J.A. Tucker – It’s a Jetsons World
J.A. Tucker – Liberty.me: Freedom is a Do-It-Yourself Project
M. Villeneuve – The Third Way
C. Watner – The Essential Voluntaryist
H.G. Weaver – The Mainspring of Human Progress
E. Zamiatin – We

2. Liberty Guides

J. Arman – A Guide for Liberty-Loving Parents
C. Belt – Building a Business Under Leviathan: Nevada
M. Borders – Voice and Exit Manifesto
G. Brooks – Defend Liberty in the Church
H. Cesare – How to Get Free Household Essential
D. Clark – Building an Armory from Scratch
D. Clark – How to Buy Your First Handgun
J. Desyllas – Negotiate for Mutual Profit
J.S. Diedrich – Sell Liberty Like Don Draper
D.E. French – Peer-to-Peer Lending
W.N. Grigg – Alternatives to the Police State
J. Hanners – How to Deal With the Police
J. Hunt – Surviving Obamacare
S. Kinsella – Do Business Without Intellectual Property
V. Malherbe – How to Buy, Sell & Store Precious Metals
T. Mayer – Reclaim Your Privacy
W. McElroy – How to Be an Individual Anarchist
W. McElroy – The Art of Argumentation
W. McElroy – The Liberty Prepping Mindset
I. Morehouse – Rethinking Higher Education
R. Murphy – How to Be an Independent Intellectual
S. Patterson – Up and Running with Bitcoin
S. Pierre – Free State Project Guide
T. Swanson – Internationalize: Teach English in East Asia
J.A. Tucker – Dress Like a Man
J.A. Tucker – Free Your Laundry From Government Mandated Filth
J.A. Tucker – Hack Your House
J.A. Tucker – Prepare for Life Without the State
J.A. Tucker – Talking Liberty
J.A. Tucker – Young & Unemployed: What to Do

3. Member Books

J. Brown – State of Terror
S.J. Collins – Everything Voluntary
R. England – Free is Beautiful
A. Kokesh – Freedom!
T. Patron – The Bitcoin Revolution
L.W. Reed – Great Myths of the Great Depression
D. Romney – Rule of Law
J. Siegel – Libertarian Treehugger
W. Trabex – How to Write Fiction

4. Other Books

(NOTA: diversi titoli qui elencati sono anche disponibili in forma gratuita presso altri portali, quali ad esempio il mises.org)
W. Block – Defending the Undefendable
L.E. Carabini – Inclined to Liberty
P. Champagne – The Book of Satoshi
J.B. Clark – Essentials of Economic Theory
P. Eltzbacher – Anarchism
H. Hazlitt – Economics in One Lesson
H.H. Hoppe – The Economics and Ethics of Private Property
J.G. Hülsmann – Mises: the Last Knight of Liberalism
S.E. Konkin III – An Agorist Primer
S.E. Konkin III – New Libertarian Manifesto
J.J. Martin – Men Against the State
L. von Mises – Planned Chaos
S. Molyneux – Everyday Anarchy
S. Molyneux Practical Anarchy
S. Molyneux – Universally Preferable Behaviour
T. Paine – Rights of Man
T. Paine – The Writings of Thomas Paine
R. Paul – A Foreign Policy of Freedom
R. Paul – Freedom Under Siege
R. Paul – Mises and Austrian Economics
R. Paul – Pursue the Cause of Liberty
P.J. Proudhon- What is Property?
G. Reimann – The Vampire Economy: Doing Business Under Fascism
R. Rocker – Anarcho-Syndicalism
R. Rocker – Pioneers of American Freedom
M.N. Rothbard – An Austrian Perspective on the History of Economic Thought
M.N. Rothbard – Conceived in Liberty
M.N. Rothbard – History of Money and Banking in the United States: the Colonial Era to World War II
M.N. Rothbard – Man, Economy and State, with Power and Market
M.N. Rothbard – The Origins of the Federal Reserve
B. Shaffer – A Libertarian Critique of Intellectual Property
B. Shaffer – Boundaries of Order
B. Shaffer – In Restraint of Trade
B. Shaffer – The Wizards of Ozymandias
H. Spencer – The Man Versus the State
L. Spooner – A Defence for Fugitive Slaves
L. Spooner – The Unconstitutionality of Slavery
L. Spooner – Vices are not Crimes
C.T. Sprading – Liberty and the Great Libertarians
C.C. Tansill – Back Door to War: the Roosevelt Foreign Policy 1933-1941
B.R. Tucker – Liberty – vol.1
Voltaire – Toleration and Other Essays
VV. AA. – SFL/LFA Short Fiction Contest Collection
A.D. White – Fiat Money Inflation in France
E.B. White, W. Strunk Jr. – The Elements of Style
E.V. Zenker – Anarchism: a Criticism and History of the Anarchist Theory

 

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Cronache da Bretton Woods (parte terza)

Ven, 10/04/2015 - 09:00

L’accordo prevedeva che ogni Paese potesse ridurre la parità della propria valuta ogniqualvolta ciò fosse necessario per correggere uno “squilibrio strutturale”, e che l’istituendo Fondo Monetario Internazionale non dovesse respingere una proposta in tal senso. Non erano posti limiti al numero di queste riduzioni, purché, singolarmente considerate, fossero pari o inferiori al 10%. Dopo aver ottenuto l’accettazione della propria valuta a quella parità, da parte degli altri membri, ogni Paese membro poteva recedere dal Fondo in qualsiasi momento, purché ne desse avviso scritto. Non era specificato alcun termine di preavviso.

Come assicurerà la stabilità?

26 giugno 1944

Uno degli scopi apparenti del proposto Fondi di Stabilizzazione Internazionale è “promuovere la stabilità dei cambi”. Ma, quanto più si esamina la “esposizione dei princìpi” per il fondo, tanto più difficile diventa trovarvi stabilità per i cambi. Essa prevede bensì che, quando una nazione entra nel fondo, sarà fissata o stabilita una parità per la sua valuta; ma questa, a quanto pare, può essere cambiata in qualsiasi momento. Un Paese membro può proporre un cambiamento nella parità della propria valuta, ad esempio, se lo considera “appropriato per correggere uno squilibrio strutturale” [Schedule C, punto 6: “A member shall not propose a change in the par value of its currency except to correct, or prevent the emergence of, a fundamental disequilibrium.” – NdT]. Lo “squilibrio strutturale” non è definito nell’esposizione. Nessun Paese che intenda svalutare dovrebbe trovar particolari difficoltà ad argomentare che vuole farlo per correggere uno “squilibrio strutturale”.

L’esposizione dei princìpi prosegue:

Il fondo approverà il mutamento richiesto nella parità della valuta di un membro se è essenziale alla correzione di uno squilibrio strutturale. In particolare, il fondo non respingerà una richiesta di cambiamento, necessaria a ristabilire l’equilibrio, additando le politiche interne, sociali o politiche, del Paese richiedente.”. [Schedule C, punto 7 – NdT]

In altre parole, le nazioni che sono state intente a sostenere la valuta di quel Paese non possono respingere una svalutazione solo perché il lamentato “squilibrio strutturale” è stato il risultato diretto di politiche interne nocive.

L’esposizione dei princìpi prevede che un Paese membro possa ridurre la parità fissata per la propria valuta fino al 10%. “In caso di richiesta di un’ulteriore modifica, che non rientri nella clausola che precede e non superi il 10%, il fondo deciderà entro due giorni dalla ricezione della richiesta, se lo domanda il richiedente.”. Questo è un po’ ambiguo, ma sembra implicare che una nazione può svalutare di un altro 10% con il consenso del fondo. Supponiamo che la nazione voglia svalutare ancora di più? Questo caso sembra previsto all’Art. VIII, Par. 1: “Un Paese membro può recedere dal fondo mediante comunicazione scritta.”. Non è specificato alcun termine di preavviso: a quanto pare, il recesso del Paese membro può aver luogo subito dopo che la comunicazione è stata ricevuta. [Ora art. XXVI, par. 1: “Any member may withdraw from the Fund at any time by transmitting a notice in writing to the Fund at its principal office. Withdrawal shall become effective on the date such notice is received.“, e Schedule J – NdT]

In altre parole, mentre, secondo questo progetto, le nazioni creditrici nette si impegnano, tramite i loro contributi al fondo, ad acquistare la valuta di ogni nazione debitrice netta per mantenerla alla parità, non hanno nessuna garanzia che il valore di queste valute che vengono a detenere non si riduca all’improvviso, per un repentino atto di svalutazione da parte delle nazioni le cui valute detengono.

Articolo di Henry Hazlitt in From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences

Tradotto da Guido Ferro Canale

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L’esperimento keynesiano della Corea del sud si avvia a diventare globale

Mer, 08/04/2015 - 08:00

The Birth of Korean Cool, di Euny Hong, Picador Press, 2014

Quelli tra noi che hanno raggiunto una certa età si ricorderanno gli ultimi anni ’80 e primi ’90 quando ci sentivamo dire che il Giappone avrebbe conquistato il mondo. Compravamo le loro auto, giocavamo coi loro videogiochi, usavamo la loro tecnologia per ogni piccola cosa. Ci dicevano che i Giapponesi avrebbero dominato il mondo. Erano i migliori nel gioco di squadra, mettevano più enfasi sul gruppo che sull’individuo. Lavoravano più duramente degli altri. Nel 1992, un politico giapponese di alto livello, Yoshio Sakurauchi, dichiarò che gli Americani sono “troppo pigri” per poter competere con i lavoratori Giapponesi e che un terzo dei lavoratori Americani “non può nemmeno leggere”. Il romanzo del 1992 di Michael Crichton “Rising Sun/Sol Levante” (e il suo adattamento per la versione cinematografica del 1993) hanno alimentato ulteriormente questi pensieri nella testa di molti Americani.

Nessuno oggi pensa più che i Giapponesi conquisteranno il mondo. È emerso che la, rinomata, corazzata economica giapponese era basata sul gioco di squadra e sul duro lavoro meno di quanto invece fosse basata sulla pianificazione centrale, il denaro facile, il welfare aziendale e le barriere alle importazioni. Dunque, il crollo che seguì il boom non dovrebbe sorprendere nessuno. Oggi, la Corea del sud (che in questo articolo chiamerò “Corea”) sembra aver ricominciato, per molti aspetti, da dove il Giappone aveva smesso. La Sony, dal Giappone, ha intrapreso una strada di profondo declino, ma i marchi coreani Samsung ed LG sono invece marchi rispettati a livello internazionale. La Hyundai, pur se ancora guardata come un marchio di bassa qualità per molti, ha però esteso la propria penetrazione in modo massiccio nell’ultimo decennio, con la costruzione di uno stabilimento da un miliardo di dollari in Alabama  nel 2005 e un altro in Georgia nel 2009.

L’ascesa della Corea sulla scena globale 

Il tentativo di dominazione globale della Corea è differente da quello giapponese. Mentre la musica, i film e la TV Giapponesi non ottennero mai molta popolarità fuori dal Giappone (non è esatto, forse è vero che non ottennero popolarità in USA ma se pensiamo ai cartoni animati ottennero enorme popolarità in europa e nel resto dell’estremo oriente come ho letto in vari articoli e come sappiamo per nostra esperienza , nota del traduttore), la cultura pop Coreana è diventata un fenomeno globale. Guidiamo le loro auto e usiamo i loro Smartphone, ma i Coreani vogliono che noi ascoltiamo la loro musica e guardiamo i loro film. Pochi negli Stati Uniti notarono l’ascesa della cultura Pop Coreana prima del 2012 quando il video musicale del singolo “Gangnam Style”  del rapper PSY diventò uno dei più visti di tutti i tempi su You Tube. Improvvisamente, quasi tutti avevano sentito parlare di “K-pop”.Inoltre, chiunque navighi le ultime versioni di Netflix è probabile abbia notato un considerevole aumento del numero disponibile di film in lingua Coreana, inclusi successi internazionali come l’action-thriller del 2003 Old Boy e il film Horror del 2006 The Host. L’ascesa della musica, dei film e della TV Coreani –e anche dei videogiochi- però non è un risultato del libero mercato.  È il risultato delle politiche governative Coreane che coordinano, sussidiano e proteggono le industrie della cultura pop Coreana, tra tutte le altre. Nel suo nuovo libro La nascita del “Cool” Coreano (The Birth of Korean Cool), Euny Hong esplora le origini e il successo di questo programma, pesantemente supportato e coordinato dalle agenzie governative Coreane e conosciuto come “Hallyu” o “l’onda Coreana”. Non parla solo di potere economico ma anche di relazioni internazionali e lo stato Coreano usa “Hallyu” come parte di un più vasto programma disegnato per progettare un “soft power” Coreano.

In Corea fanno le cose in modo diverso

Hong, un giornalista, approccia l’argomento attraverso la propria esperienza da Americana di nascita, di etnia Coreana, che ha vissuto in Corea durante la sua adolescenza.  Racconta il rampante nazionalismo nella scuola e nella società Coreane, il bisogno di conformismo, la generale predisposizione dei Coreani verso lo stato e la nazione, mentre i comportamenti individualistici sono visti come patologia sociale.

Hong riporta molti aneddoti, con simpatia nei confronti della Corea e dei Coreani, che illustrano questi fatti, anche se gli occidentali, dalla mentalità propensa al laissez-faire, probabilmente vedranno tali esperienze con stupore e forse anche sconcerto. Hong ci racconta che quella personalità tipicamente americana del “cattivo ragazzo”, così dominante nella cultura popolare Americana, non esiste in Corea.

Questo si evince dalla cultura popolare del paese. La cosa più vicina al “cattivo ragazzo” che lo scenario musicale pop Coreano esprime, è il rapper PSY, che viene considerato un ribelle perché non ha conseguito a scuola tutti voti eccellenti e qualche volta fa arrabbiare i genitori.

Non è sorprendente dunque, continua Hong, che la cultura popolare in Corea sia reggimentale, corporativa, pianificata e guidata da una etica dell’impegno verso il gruppo e dal sovvertimento dell’artista individuale.

Attraverso una agenzia statale chiamata “Ministero della Creazione del Futuro” il governo Coreano collabora con le aziende culturali del settore apparentemente privato per massimizzare l’influenza della cultura Pop Coreana all’interno del paese e all’estero.

Il governo Coreano, ha storicamente impiegato il protezionismo per incoraggiare la cultura Pop Coreana. Hong nota per esempio che nei decenni passati il governo Coreano ha richiesto ai cinema Coreani di programmare almeno 146 giorni all’anno di film prodotti in Corea, e che le società di produzione cinematografica hanno dovuto produrre un film Coreano per ogni film importato.

Si può dire tranquillamente che l’industria del cinema Coreano abbia beneficiato di questo tipo di protezionismo…il governo ha costruito e gestito anche teatri e case d’arte

Fin dalla crisi finanziaria asiatica dei tardi anni novanta tuttavia, il governo Coreano ha provveduto a diffondere assistenza per la cultura pop coreana sui mercati internazionali, usando le tasse per finanziare la doppiatura dei programmi coreani in lingue straniere e usando i diplomatici per negoziare la programmazione di trasmissioni televisive coreane sulle TV straniere.

La “cooperazione” delle aziende-del-governo

Tutto questo ben si adatta alle consolidate usanze politiche Coreane.

Proprio come l’economia giapponese è stata a lungo influenzata e anche dominata dalle più grandi aziende collegate allo stato conosciute come keiretsu e zaibatsu, la Corea ha delle analoghe società multinazionali conosciute come chaebols. Come versione Coreana del “too-big-to-fail,  ma molto più significative per la generale economia Coreana, queste entità hanno svolto un ruolo chiave nel rendere operative le politiche governative Coreane attraverso la “cooperazione-governativa-chaebol”.

Hong nota che l’ascesa della cultura pop promossa dal governo non può essere pienamente capita al di fuori di questo contesto, e nei capitoli finali del suo libro esamina questa tradizione della cooperazione delle aziende governative rifacendosi ai casi di Samsung, LG, e altre imprese Coreane che pur di grande successo si sono costruite sui favori e sulla tassazione del governo.

Hong scrive: “come per molte delle storie di successo della Corea, l’affermazione sul palcoscenico internazionale della Samsung è attribuibile al diretto intervento del governo nelle sue fasi cruciali.”.

E affinchè nessuno creda che la Samsung sia come qualsiasi altra impresa, ci ricorda che “Samsung da sola genera un quinto del PIL del paese”. Non è difficile capire come lo stato Coreano possa considerare Samsung una estensione di se stesso. “Ciò che è buono per Samsung è buono per la Corea” è senza dubbio una frase che esprime il sentimento che circola nei corridoi delle Agenzie governative Coreane.

Hong, come giornalista, semplicemente prende atto e descrive la politica economica dello stato Coreano al suo “valore di facciata”. Naturalmente tutta questa pianificazione centrale dell’economia Coreana è stata un enorme successo. Lo possiamo vedere da come gli standard di vita sono cresciuti a passi da gigante dagli anni 60 quando la Corea era di fatto un paese del terzo mondo.

È solo un’altra storia di successo – ci è stato detto – del Keynesismo neo-mercantilista dove le aziende di governo o sussidiate dal governo, eseguono i piani del governo per migliorare l’economia che si basa  sulle decisioni degli agenti governativi.

Per qualche conoscitore dell’economia classica o Austriaca, tuttavia, si può analizzare questo impianto economico e chiedersi cosa “non si vede” dietro tutti questi favoritismi governativi e questo processo decisionale centralizzato.

Quanto potrebbero spendere dei propri soldi i Coreani se le loro risorse non venissero confiscate per essere assegnate alle grandi chaebols e per essere spese per garantire i mutui alle aziende favorite dal governo? Quali innovazioni potrebbero emergere se le piccole imprese e start-up della Corea avessero l’opportunità di poter competere contro le enormi imprese “too-big-to-fail” ? Non lo sapremo mai.

Racconti precauzionali

Ciò che sappiamo, tuttavia, è che quando un governo nazionale mette tutte le sue uova in un cesto, come ha fatto il governo Coreano, il successo può essere passeggero. Cosa accadrà se Samsung si avvierà sulla strada già percorsa da Sony in passato? O se la Hyundai imiterà General Motors? Ci saranno solo più salvataggi, “stimoli” e come suggeriscono le esperienze Giapponese e Americana, ondate di denaro facile ?

In una cultura dove il tempo libero è visto con sospetto e ci si aspetta che gli studenti studino 18 ore al giorno, è possibile andare avanti apparentemente in modo indefinito mentre i cattivi investimenti si accumulano e il governo devia sempre più ricchezza per spingere le sue aziende preferite. Ma alla fine, come ha mostrato il Giappone e come sempre di più mostrano gli Stati Uniti, queste politiche portano con ogni probabilità alla stagnazione e alla dissipazione del capitale. Sotto queste condizioni, i lavoratori Americani e Giapponesi possono lavorare sempre più ore e sempre più duramente per mantenersi sul proprio standard di vita, ma il reddito disponibile non sembra più crescere.

Il caso del Giappone, una volta-il-dominatore-del-mondo, è un ammonimento per tutti, ma lo stesso si può dire per gli USA.

È vero che l’economia degli Stati Uniti è più diversificata e più basata sull’imprenditorialità diffusa rispetto alle economie giapponese e coreana, ma per quante decadi l’America può resistere alla sua propensione a drogare il proprio settore finanziario e altri settori amici-del-governo a spese dei contribuenti e degli imprenditori ? Forse stiamo vivendo la risposta a questa domanda già oggi.

Una lettura di La nascita del “Cool” Coreano (The Birth of Korean Cool), ci dice che la Corea è ancora nella fase di boom. Ma noi abbiamo già visto questo film, anche se non in Coreano.

Articolo di Ryan McMaken su Mises.org

Traduzione di Andrea Coletta

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli

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Cronache da Bretton Woods (parte seconda)

Ven, 03/04/2015 - 09:00

Laccordo prevedeva fin dallinizio la possibilità di una svalutazione uniforme delle valute dei membri rispetto alloro. Ciò ha deliberatamente legittimato linflazione mondiale futura.

Per linflazione mondiale?

24 giugno 1944

Nell’esposizione dei princìpi per il prospettato Fondo di Stabilizzazione Internazionale si trova questo breve paragrafo:

Si può apportare un cambiamento concordato e uniforme alle parità auree delle valute dei membri, purché con lapprovazione di ogni Paese membro che detenga il 10% o più delle quote complessive.”. [Cfr., oggi, Schedule C sulle parità, la cui fissazione è divenuta eventuale e che possono essere cambiate da ogni singolo Paese senza limiti di sorta, purché con il consenso del Fondo, pena l’espulsione – NdT]

Questa è una clausola che permetterebbe l’inflazione mondiale. L’esperienza ha mostrato che è quanto mai improbabile che un qualsiasi Governo voglia alzare la parità aurea della propria valuta, così cagionando una caduta di prezzi o salari sul piano interno. Da tempo immemorabile, e specialmente negli ultimi tre decenni, le pressioni politiche sono andate nel senso della svalutazione e dell’inflazione. Pochi sono i Paesi in cui i gruppi di pressione che gridano più forte non sono favorevoli, in ogni momento o quasi, ad una svalutazione o inflazione che alzerebbe troppo i prezzi dei prodotti agricoli o i saggi salariali, rispetto al livello dei prezzi esistente, oppure per arrecar sollievo ai debitori, in particolare il Governo stesso, che verrà esortato a cancellare il fardello del proprio debito interno con l’espediente dell’inflazione. Prevedere l’inflazione uniforme in tutti i principali Paesi accrescerebbe, in ciascun Paese, la tentazione di inflazionare, rimuovendo alcune penalizzazioni immediate. Quando la valuta di un singolo Paese comincia a cedere per colpa di politiche inflazioniate, seguono due risultati imbarazzanti. Il primo è l’immediata perdita di oro, a meno che il Governo non ne proibisca l’esportazione (il che fa scendere ancor più la valuta); l’altro è l’umiliazione di vedere la valuta del Paese scambiata con uno sconto in altre nazioni. Un’inflazione uniforme nei Paesi più importanti del mondo eviterebbe entrambi questi imbarazzi.

Ma resterebbero i veri mali dell’inflazione. I soggetti con salari o compensi fissi vedrebbero contrarsi il loro potere d’acquisto. I pensionati cederebbero contrarsi il potere d’acquisto delle loro pensioni. I detentori di titoli di Stato, spesso acquistati per puro patriottismo, vedrebbero contrarsi il potere d’acquisto del loro capitale e degli interessi. Sarebbe molto più difficile prendere in prestito capitale in forma di titoli o di ipoteche; e, perciò, molti edifici non verrebbero costruiti e molte imprese non nascerebbero, data la prospettiva di quest’inflazione.

Sarebbe difficile immaginare una minaccia alla stabilità e alla piena produzione nel mondo più seria della prospettiva costante di un’inflazione globale uniforme, da cui i politici di ogni Paese verrebbero tentati con tanta facilità.

Articolo di Henry Hazlitt in From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences

Tradotto da Guido Ferro Canale

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