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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 24 min fa

Date a Cesare ciò che è di Cesare: Gesù era un socialista?

Ven, 29/04/2016 - 09:29

Il 16 giugno 1992 il Daily Telegraph di Londra riportava questa osservazione sorprendentemente audace dell’ex leader sovietico Mikhail Gorbachev: “Gesù fu il primo socialista, il primo a cercare una vita migliore per l’umanità”.[1]

Forse dovremmo essere comprensivi nei confronti di Gorbachev per le sue varie lacune in questo caso. Un uomo che scalò fin sulla cima di un impero stridentemente ateo, con una storia spiacevole dal punto di vista dei diritti umani, probabilmente non era uno studioso della Bibbia. Ma sicuramente sapeva che se il socialismo non è altro che la ricerca di “una vita migliore per l’umanità”, allora Gesù non avrebbe potuto essere il suo primo sostenitore; sarebbe, infatti, solo uno dei diversi miliardi di loro.

Non è necessario essere cristiani per accorgersi degli errori nell’affermazione di Gorbachev. Si può essere una persona di fede o non averne per niente. Basta solo conoscere i fatti, la storia e la logica. Puoi anche essere un socialista – ma avere gli occhi aperti – e renderti conto che Gesù non era dalla tua parte.
Definiamo prima la parola socialismo, che la frase di Gorbachev offusca soltanto. Il socialismo non è pensieri felici, fantasie nebulose, mere buone intenzioni, o dei bambini che dividono le loro caramelle di halloween l’uno con l’altro. In un moderno contesto politico economico e sociale, il socialismo non è volontario come le ragazze Scout. La sua caratteristica centrale è la concentrazione di potere per realizzare forzatamente uno o più (o più spesso tutti) di questi obiettivi: pianificazione centrale dell’economia, proprietà dei beni attribuita al governo e redistribuzione della ricchezza. Nessuna quantità di retorici “facciamo tutto per voi” o “è per il tuo bene” o “noi stiamo aiutando le persone” può cancellare questo. Ciò che rende il socialismo vero socialismo è il fatto che tu non possa scegliere, un punto questo reso chiaro da David Boaz del Cato Institute:

“Una differenza tra libertarianismo [un sistema basato sulla scelta personale e sulla libertà] e il socialismo è che una società socialista non può tollerare gruppi di persone che praticano la libertà, ma una società libertaria può permettere comodamente alle persone di scegliere il socialismo volontariamente. Se un gruppo di persone – anche un grande gruppo – volesse acquistare dei terreni e possederli in comune, sarebbe libero di farlo. L’ordinamento giuridico libertario richiederebbe solo che nessuno sia costretto a entrare in questo gruppo o a rinunciare alla propria proprietà”.[2]

Il governo, piccolo o grande che sia, è l’unica entità nella società che detiene un monopolio legale della forza. Più forza esercita contro le persone, più subordina le scelte dei governati alle volontà dei loro governanti, ovvero, più socialista diventa. Un lettore potrebbe obiettare a questa definizione che “socializzare” qualcosa significa solo “condividerlo” e “aiutare le persone” in questo processo, ma questa è una spiegazione puerile. È il modo in cui viene fatto che definisce il sistema. Se fatto con l’uso della forza è socialismo. Se fatto attraverso la persuasione, la libera volontà, e il rispetto dei diritti di proprietà è completamente un’altra cosa.

Dunque, Gesù era veramente un socialista? Avvicinandosi di più all’argomento di questo saggio, davvero predicava la redistribuzione dei guadagni per punire i ricchi o per aiutare i poveri?

Sentii per la prima volta “Gesù era un socialista” o “Gesù era per la redistribuzione” circa 40 anni fa. Ero perplesso. Avevo sempre creduto che il messaggio di Gesù fosse che la più importante decisione di una persona nella propria vita terrena fosse di riconoscere o meno Gesù come un Salvatore. Questa decisione era chiaramente molto personale – individuale e volontaria. Ha sempre dato molta importanza al fatto che il rinnovamento interiore e spirituale fosse molto più determinante per il benessere di una persona rispetto alle cose materiali. Mi chiedevo, “come avrebbe potuto lo stesso Gesù invocare l’uso della forza per togliere ad alcuni e dare ad altri?”. Non riuscivo proprio a immaginarlo nel sostenere una sentenza penale o una multa per le persone che non vogliono sborsare i loro soldi per pagare i programmi di welfare del governo.

“Aspetta un minuto” mi si obietterà, “Gesù non rispose dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio, quando i farisei cercarono di ingannarlo per denunciare una tassa imposta dai romani?”. Sì, infatti lo disse. Si legge prima nel Vangelo di Matteo, 22:15-22 e poi in quello di Marco, 12:13-17. Ma notate che tutto dipende solo da cosa realmente appartiene a Cesare e cosa no, il che è un avallo piuttosto potente dei diritti di proprietà. Gesù non disse nulla come “Questo appartiene a Cesare se solo Cesare lo dice, senza guardare a quanto ne vuole, come lo ottiene e come sceglie di spenderlo.”

Il fatto è che uno può scorrere tutte le scritture, passarle in un pettine dai denti molto fini, ma non trovare neppure una parola di Gesù che sostenga la redistribuzione forzata della ricchezza da parte delle autorità politiche. Nessuna frase.

Ci si chiederà: “Ma Gesù non disse di essere venuto per sostenere la legge?”. Sì, in Matteo 5:17–20 egli dichiarò: “Non pensate che io sia venuto per abolire le leggi o i Profeti; non sono venuto ad abolirle ma a compierle”.[3] In Luca 24:44 chiarisce questo quando dichiara: “Tutto ciò che è scritto su di me nelle leggi di Mosè, i Profeti e i Salmi deve essere compiuto”. Non disse: “Sosterrò qualunque legge sia implementata dal governo”. Stava parlando specificamente della Legge Mosaica (principalmente i Dieci Comandamenti) e le profezie sul suo stesso avvento.

Considerate l’ottavo dei dieci comandamenti: “Non rubare”. Notate la frase dopo la parola “rubare”. Questo monito non deve essere letto come “Non rubare a meno che gli altri abbiano più di te” o “Non rubare a meno che tu sia assolutamente certo che potresti spendere quei soldi meglio del tizio che li ha guadagnati”. E nemmeno disse, “Non dovresti rubare, ma puoi assumere qualcun altro, come ad esempio un politico, che lo faccia per te”.

Se la gente fosse ancora tentata a rubare, il decimo comandamento è rivolto a stroncare sul nascere uno dei principali motivi del furto (e della redistribuzione): ”Non desiderare la roba d’altri”. In altre parole, se non è tuo, tieni le mani a posto.

In Luca 12:13–15, Gesù si confronta con una richiesta di redistribuzione. Un uomo con una lamentela gli si avvicina e chiede: “Maestro, di’ a mio fratello di dividere l’eredità con me”. Gesù replica così: “Uomo, chi mi ha nominato giudice o arbitro tra voi? Stai attento! Stai in guardia contro tutti i tipi di avidità; la vita non consiste nell’abbondanza di proprietà” (enfasi aggiunta). Wow! Avrebbe potuto pareggiare le ricchezze dei due uomini con un gesto della mano, ma invece ha scelto di denunciare l’invidia.

“E cosa ne dici allora della storia del buon Samaritano? Non è un esempio a favore dei programmi dello stato sociale o della redistribuzione?” mi chiederai. La risposta è un enfatico “No!”. Consideriamo i dettagli della storia, come riportatato in Luca 10:29–37: un viaggiatore viene incontro a un uomo sul bordo di una strada. L’uomo è stato picchiato e derubato e abbandonato moribondo. Cosa fa il viaggiatore? aiuta quell’uomo da sé, subito, con le proprie risorse. Non dice, “scrivi una lettera all’imperatore” o ”cercati il tuo assistente sociale” andandosene via. Se avesse fatto questo, oggi lo conosceremmo come il “buono-a-nulla Samaritano”, se ancora venisse ricordato.

La storia del Buon Samaritano insegna ad aiutare una persona bisognosa volontariamente con amore e compassione. Non c’è alcun indizio che il Samaritano “dovesse” alcunché all’uomo bisognoso o che fosse il dovere di un lontano politico di aiutarlo coi soldi degli altri.

In più, Gesù non chiese mai l’uguaglianza nelle ricchezze materiali, e men che meno l’uso della forza politica, neppure in situazioni di estremo bisogno. Nel suo libro, Biblical Economics, il teologo R. C. Sproul Jr. nota che Gesù vuole che “i poveri siano aiutati” ma non a mano armata, e la forza del governo non è altro che questo:

“Sono convinto che le manovre politiche ed economiche che riguardano la redistribuzione forzata della ricchezza attraverso l’intervento del governo non sono né giuste né sicure. Tali politiche sono sia non etiche che inefficaci… Sembra che i socialisti siano dalla parte di Dio solo superficialmente. Purtroppo i loro programmi e i loro mezzi favoriscono maggiore povertà anche se i loro cuori rimangono fedeli alla causa di eliminarla. Il tragico errore che pervade il pensiero socialista è che esista una necessaria relazione causale tra la ricchezza dei ricchi e la povertà dei poveri. I socialisti presumono che la ricchezza di un uomo sia basata sulla povertà dell’altro uomo; perciò, per fermare la povertà e aiutare il povero, ci occorre il socialismo”.[4]

Al commento di Sproul aggiungerei questo: talvolta un uomo diventa ricco solo o in parte grazie alle sue conoscenze politiche. Egli si assicura certi favori o sussidi dal governo, o usa il governo per fermare i suoi concorrenti. Nessuno che ragioni in modo logico che sia in favore della libertà e dei diritti di proprietà, che sia cristiano o meno, supporta queste pratiche. Sono forme di furto, e la loro fonte è il potere politico – quella cosa deleteria che socialisti e progressisti chiedono di aumentare.

La ricchezza legittima si produce volontariamente. Viene dalla creazione di valore e dal reciproco e benefico scambio volontario. Non sboccia dal potere politico che redistribuisce al contrario, prendendo dal povero e dando al ricco. Gli imprenditori economici sono una manna per la società; gli imprenditori politici sono completamente un’altra razza. Noi tutti beneficiamo di uno Steve Jobs che inventa un Iphone; ma quando il Festival del Poeta Cowboy in Nevada ottiene un sussidio pubblico grazie al Senatore Harry Reid, o Goldman Sachs ottiene un salvataggio a spese dei contribuenti, milioni di noi vengono danneggiati e devono pagare per questo.

E cosa dire del riferimento nei libri degli Atti ai primi cristiani che vendevano i loro beni terreni e che condividevano i guadagni? questa sembra un’utopia progressista. A una più attenta analisi tuttavia, emerge che questi primi Cristiani non vendettero tutto quello che avevano e nessuno glielo ordinò né ci si aspettava lo facessero. Ad esempio continuarono a incontrarsi nelle loro case private. Nel suo capitolo di contributo al libro del 2014 For the Least of These: A Biblical Answer to Poverty (Gli ultimi: una risposta Biblica alla povertà) Art Lindsey dell’istituto per la Fede, il lavoro e gli scritti Economici scrive:

“Ancora, in questo passaggio dagli Atti, non c’è nessuna menzione dello stato. Questi primi credenti donavano i loro beni liberamente, senza coercizione, volontariamente. In ogni altro punto delle scritture vediamo che i Cristiani sono esortati a dare solo in questa maniera, liberamente, perché “Dio ama chi dà con gioia” (2 Corinthians 9:7). È pieno di indicazioni che i diritti di proprietà privata erano ancora in vigore”.[5]

Può far irritare i progressisti apprendere che le parole e le gesta di Gesù ripetutamente confermarono queste virtù capitaliste di critica importanza come il contratto, il profitto e la proprietà privata. Per esempio considerate la sua parabola dei talenti (Matteo 25:14–30; guardate una delle letture raccomandate sotto). Di tanti uomini nella storia, quello che prende i suoi soldi e li brucia è rimproverato mentre quello che investe e genera i maggiori ricavi è applaudito e premiato.

Pur non centrali nella storia, le buone lezioni sulla offerta e la domanda, come la sacralità del contratto, sono visibili nella parabola di Gesù dei lavoratori della vigna (Matteo 20:1–16). Un proprietario terriero offre una paga per attrarre urgentemente lavoratori per una giornata di lavoro di raccolta dei grappoli. Verso la fine della giornata, si accorge che deve velocemente assumere altre persone e per riuscire a farlo offre per un’ora di lavoro quel che prima aveva offerto per una giornata intera ai primi lavoratori. Quando uno di questi che avevano lavorato per tutto il giorno si lamenta, egli risponde “non sono ingiusto con te amico. Non ti va di lavorare per un denarius? Prendi la tua paga e va. Vorrei dare all’ultimo che ho assunto lo stesso che ho dato a te. Non ho diritto di fare quel che voglio del mio denaro? o sei invidioso perché sono generoso?”

La ben nota “Regola d’oro” è pronunciata dalle labbra di Gesù stesso, in Matteo 7:12: “Così, in generale, fate agli altri ciò che vorreste gli altri facessero a voi, perché questo riassume le Leggi e i Profeti”. In Matteo 19:19 Gesù dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Da nessuna parte suggerisce lontanamente che dovremmo disprezzare un nostro vicino a causa della sua ricchezza o cercare di prendergliela. Se non vuoi che la tua ricchezza ti venga confiscata (e la maggior parte della gente non lo vuole) allora chiaramente non ci si aspetta che tu la confischi ad altri.

La dottrina cristiana mette in guardia dall’avidità. Lo stesso fa l’economista contemporaneo Thomas Sowell: “non ho mai capito perché è avidità volersi tenere i propri soldi ma non è avidità volersi prendere i soldi di altri”. Usare il potere del governo per impossessarsi della proprietà di un’altra persona non è esattamente altruista. Gesù non ha mai fatto intendere che accumulare ricchezza pacificamente attraverso il commercio sia in qualche modo sbagliato; egli implorò solo le persone di non permettere alla ricchezza di guidare la loro vita o di corrompere il loro carattere. Per questo motivo il suo più grande apostolo, Paolo, non disse che il denaro era il male nel famoso versetto in 1 Timoteo 6:10. Qui quel che veramente disse: “Perché l’amore per il denaro è la radice del male. Certa gente, per la brama di denaro si è allontanata dalla fede e si trafigge con molto dolore” (enfasi aggiunta). Infatti, i progressisti stessi non si sono allontanati spontaneamente dal denaro, perché è il denaro degli altri, specialmente quello dei ricchi, che reclamano sempre a gran voce.

In Matteo 19:23, Gesù dice, “in verità vi dico, sarà difficile per chi è ricco entrare nel regno dei cieli”. Un redistribuzionista potrebbe dire “Eureka! Ecco! Non gli piacevano i ricchi!” e poi abusare di questo commento al di là di quanto è riconosciuto per giustificare uno schema dopo l’altro di Ruba-a-Pietro-per-pagare-Paolo. Ma questo ammonimento è totalmente in continuità con tutto il resto che dice Gesù. Non è un incitamento a invidiare i ricchi, a prendere dai ricchi, o a dare telefonini “gratis” ai poveri. È un appello al carattere. È l’osservazione che certa gente si lascia guidare dalla ricchezza invece del contrario. È un avvertimento sulle tentazioni (che si presentano in molte forme, non solo come ricchezza materiale). Non sappiamo che tra i ricchi, così come tra i poveri, si trovano persone buone e cattive? Non abbiamo visto alcuni ricchi personaggi famosi corrotti dalla loro fama e fortuna, mentre altri, pur sempre ricchi, vivono vite perfettamente degne? Non abbiamo visto alcuni poveri che si lasciano demoralizzare e snervare dalla loro povertà, mentre altri tra i poveri la vedono come un incentivo a migliorare se stessi e le proprie comunità?

Quando la prima versione di questo saggio apparve nel Gennaio del 2015, molti amici “progressisti” mi hanno posto i Romani come esempio contrario alle mie tesi (sentimenti simili sono espressi in 1 Pietro 2:13-20 e Tito 3:1-2). Nel passaggio 13 sui Romani, l’apostolo Paolo raccomanda la sottomissione alle autorità governative e ammonisce contro la ribellione. Inoltre aggiunge che se devi delle tasse, le devi pagare. E così un socialista o “progressista” di oggi potrebbe dire che questo giustifichi ogni sorta di azione compresa la redistribuzione, lo stato assistenziale, o qualunque cosa lo stato voglia fare a te o per te. Questo è però un salto logico.

Qui, come in ogni altra parte della Bibbia, il contesto è importante. Paolo parlava ai primi cristiani in un ambiente che ribolliva di sentimenti anti-romani. Egli indubitabilmente non voleva che la crescita della cristianità fosse segnata dalla violenza o da altre provocazioni contro i romani che sarebbero state brutalmente represse. Cercava di spostare lo sguardo delle persone verso le cose che per lui erano più alte e di più immediata importanza.

Ma è un errore enorme decontestualizzare le parole di Paolo per giustificare una particolare visione del ruolo del governo, nominalmente “progressista” o “socialista”. Supponiamo che le “autorità governative” siano inserite in uno stato minimo con limitazioni Costituzionali e garanzie sulle libertà personali e sulla proprietà privata. Supponiamo inoltre che le regole di tale regime avvertano chiaramente i governati, “ti proteggiamo dalle aggressioni che minacciano i tuoi diritti e le tue proprietà ma d’altra parte non ti daremo nulla gratis. Hai diritto alle tue libertà; a impegnarti in commerci e carità private, ad accordarti pacificamente con tutti; a vivere come credi se non danneggi gli altri. Ma noi del governo non ruberemo a Pietro per dare a Paolo”. Non c’è nulla nei Romani 13:1-7 che dica che a queste “autorità di governo” sia dovuto meno rispetto che a quelle redistribuzioniste in uno stato assistenziale.

Chiaramente, i versi dei Romani 13:1-7 legittimano l’esistenza del governo in sé ma non ordinano ciò che chiedono i socialisti e i “progressisti”. La Bibbia infatti è piena di storie su persone che coraggiosamente e giustamente hanno resistito alle prevaricazioni dei governi. Qualcuno realisticamente crede che se Gesù avesse predicato prima dell’esodo degli Ebrei dall’Egitto avrebbe detto: “i Faraoni chiedono che restiate, perciò disfate i bagagli e tornate al lavoro? “.

Norman Horn, un ingegnere chimico, ricercatore scientifico e fondatore di LibertarianChristians.com, nota che sia il Vecchio che il Nuovo Testamento forniscono molte testimonianze di lodevole disobbedienza allo stato:

“Gli Ebrei che sfidano i decreti del Faraone per uccidere i loro neonati (Exodus 1); Rahab che mente al Re di Jerico sulle spie Ebree (Joshua 2); Ehud che inganna i ministri del Re e che assassina il re (Giudici, 3); Daniele, Shadrack, Meshak, e Abednego che si rifiutano di adeguarsi ai decreti del Re e salvati miracolosamente due volte per averlo fatto (Daniele 3 e 6): i Magi che dall’Oriente disobbediscono gli ordini di Erode (Matteo, 2); e Pietro e Giovanni che scelgono di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. (Atti 5)”.[6]

A rischio di insistere su questo, condivido questi approfondimenti tratti da una conversazione col mio collega Jeffrey Tucker della Foundation for Economic Education:

“Maria, Gesù, e Giuseppe fuggirono da Betlemme piuttosto di obbedire all’ordine di Erode di uccidere tutti i bambini. Se Romani 13 avesse voluto dire che chiunque avrebbe dovuto sottomettersi sempre, Gesù sarebbe stato ucciso la settimana dopo la sua nascita… La resistenza ovviamente può essere morale. La cristianità ha ispirato resistenza allo stato nel corso della storia e nei tempi moderni, dalla Rivoluzione americana alle proteste per i diritti civili alla resistenza polacca al comunismo. Gesù stesso diede l’esempio: evitò il governo quando potè, gli resistette in maniera prudente quando possibile e alla fine lo rispettò quando doveva farlo”.

L’evidenza empirica oggi è che, come osservò Montesquieu due secoli fa, “i paesi sono ben coltivati non per quanto sono fertili ma per quanto sono liberi”.[7] Le nazioni che possiedono la maggiore libertà economica (e i governi più piccoli) hanno più alti tassi di crescita economica a lungo termine e sono più prosperi di quelli che si impegnano in pratiche socialiste e redistributive. I paesi con minore libertà economica hanno sempre i peggiori standard di vita. I paesi liberi e i loro popoli si distinguono per azioni caritatevoli, mentre il saldo netto di quelli socialisti li mostra sempre dal lato dei riceventi. Perché questo è importante? Perché non puoi redistribuire nulla a nessuno se questo non è creato da qualcuno in primo luogo, e i fatti suggeriscono che l’unica cosa che i regimi socialisti e redistributori fanno durevolmente per i poveri è offrire loro molta compagnia.

Negli insegnamenti di Gesù e in molte altre parti del Nuovo Testamento, ai Cristiani – in realtà a tutti – viene consigliato di essere “spiriti generosi”, di prendersi cura della famiglia, di aiutare i poveri, di assistere le vedove e gli orfani, di mostrare gentilezza e mantenere il più alto profilo. Come questo si possa tradurre negli sporchi affari degli schemi di redistribuzione coercitiva, clientelare e politicamente guidata è una questione per i prevaricatori con agenda politica. Non è qualcosa per gli studiosi di cosa dica o non dica realmente la Bibbia.

Cerca la tua coscienza. Considera la realtà. Sii attento ai fatti. Chiedi a te stesso: quando si devono aiutare i poveri, Gesù preferirebbe che tu dia i tuoi soldi liberamente all’esercito della salvezza o sotto minaccia della pistola puntata dal ministero dello stato assistenziale?

Gesù non era uno sprovveduto. Non era interessato alle pubbliche professioni di carità in cui i legalisti e ipocriti Farisei erano appassionatamente impegnati. Scaricò le loro chiacchere autoreferenziali e irrilevanti. Sapeva che erano spesso insincere, raramente indicative di come conducevano i loro affari personali, e portavano sempre a finali morti pieni di insidie e delusioni lungo la strada. Difficilmente avrebbe senso per lui glorificare i poveri sostenendo le politiche che compromettono il processo di creazione della ricchezza necessario ad aiutarli. In una analisi finale, non sosterrebbe mai uno schema che non funziona e che è basato sull’invidia o sulla ruberia. A discapito dei tentativi di molti progressisti dei tempi moderni di farne un redistribuzionista dello stato assistenziale, Gesù non era niente del genere.

 

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Note

[1] London Daily Telegraph, 16 giugno, 1992.

[2] David Boaz, “The Coming Libertarian Age”, Cato Policy Report (gennaio-febbraio 1997).

[3] Tutte le citazioni bibliche sono tratte da “the New International Version” (NIV).

[4] R. C. Sproul, Jr. , Biblical Economics: A Commonsense Guide to Our Daily Bread (Bristol, TN: Draught Horse Press, 2002), p. 138.

[5] Anne Bradley and Art Lindsley, eds., For the Least of These: A Biblical Answer to Poverty (Bloomington, IN: Westbow Press, 2014), p. 110.

[6] Norman Horn, “New Testament Theology of the State, Part 2,” LibertarianChristians.com, Nov. 28, 2008, http://libertarianchristians.com/2008/11/28/new-testament-theology-2/

[7] Montesquieu, The Spirit of the Laws (1748).

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Letture raccomandate

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L’eurozona abbraccia l’elicottero monetario

Mer, 27/04/2016 - 09:27

Il 10 Marzo 2016, il presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi ha fatto sorgere l’aspettativa che l’autorità monetaria potrebbe, ad un certo punto, istituire l’elicottero monetario. Quest’ultimo indica fondamentalmente una dispensa gratuita di nuova moneta, ad esempio, ai consumatori, alle imprese e agli enti del settore pubblico.

Perché la Bce vuole fare una cosa simile? Si teme che il settore bancario dell’eurozona non sia più disposto o in grado di sfornare sempre più credito e denaro. Si teme quindi che l’eurozona possa cadere nella deflazione; vale a dire in un periodo di calo dei prezzi accompagnati dal calo della produzione e dell’occupazione.

Questo, a sua volta, potrebbe mettere in pericolo l’intero euro-progetto. Alcuni economisti dicono che l’elicottero monetario potrebbe evitare un tale esito. La Bce ha solo bisogno di stampare nuova moneta e consegnarla a “chi ne ha bisogno”. La nuova moneta verrà utilizzata per l’acquisto di beni e servizi.

Questo, si dice, sosterrà i redditi nominali: porterà ad una maggiore produzione di beni e/o a prezzi dei beni più elevati.

 

Creazione di moneta, chi vince e chi perde

Le cose non sono però così semplici. Qualsiasi aumento della quantità di moneta porta ad una redistribuzione del reddito e della ricchezza tra le persone. I primi destinatari della nuova moneta possono acquistare beni a prezzi ancora invariati, mentre i riceventi successivi possono acquistare beni solo a prezzi già elevati.

I primi diventeranno più ricchi a spese di questi ultimi. Chi dovrebbe ottenere per primo la nuova moneta? E come queste dispense dovrebbero essere misurate: su una base pro capite, per reddito, o per conto in banca? Qualunque sia il criterio che verrà scelto, l’assegnazione di nuova moneta sarà un affare arbitrario.[1]

Anche se tutte le persone potessero godere allo stesso tempo dello stesso cambiamento proporzionale di loro disponibilità monetaria, esse saranno influenzate in modo differente.1 L’ultimo interesse per l’elicottero monetario è strettamente legato ai problemi creati dall’odierno regime a moneta legale.

La moneta legale è prodotta attraverso l’espansione del credito, e rende il debito complessivo dell’economia in crescita al di sopra delle entrate. Di conseguenza, il rapporto debito-reddito continua a scalare, determinando prima o poi una situazione di sovra-indebitamento.

Uno può sperare che l’elicottero monetario possa porre fine alla dinamica del debito sfavorevole causata dalla moneta legale. In primo luogo, sostituendo la creazione di moneta basata sul credito con l’elicottero monetario, ciò potrebbe impedire al carico del debito economico di salire ulteriormente, pur confermando un afflusso “sufficiente” di nuova moneta nel sistema economico.

In secondo luogo, la nuova iniezione di moneta innalza i redditi nominali. Gli economisti di mentalità keynesiana sostengono che l’aumento monetario induce la produzione di beni più alti. Tuttavia gli economisti di scuola Austriaca tengono una visione piuttosto diversa: vale a dire che l’iniezione di nuova moneta comporterà prezzi più alti.

Il punto indiscutibile è che la moneta ha una sola funzione: la funzione di mezzo di scambio. Tutte le altre funzioni della moneta (unità di conto e funzione di riserva di valore) sono solo sub-funzioni della funzione di mezzo di scambio della moneta. Qualsiasi aumento della quantità di moneta non fa e non può rendere un’economia più ricca, è solo inflazione.[2]

L’elicottero monetario non è un miglioramento sulla moneta legale quando si tratta di conseguenze inflazionistiche. È anch’essa creata dal nulla. In realtà, l’elicottero monetario potrebbe facilmente rivelarsi e divenire un incubo inflazionistico. Una volta che la banca centrale inizia l’emissione dell’elicottero monetario, la domanda di nuova moneta salirà alle stelle.

 

Le banche centrali e i gruppi politici d’interesse

La banca centrale sarà sempre più sotto la pressione politica per dispensare moneta a un numero crescente di “persone ed industrie in difficoltà” e l’aumento della quantità di nuova moneta non sarà mai sufficiente a soddisfare la domanda di moneta. Non è quindi troppo inverosimile supporre che la creazione di un elicottero monetario andrebbe facilmente fuori controllo.

Questo è quello che successe nel periodo della rivoluzione francese, quando il governo decise di emettere assignates, e più tardi mandats, come moneta cartacea non coperta, destinata a sostenere le finanze pubbliche e a rilanciare l’attività economica. Queste somme rappresentano l’elicottero monetario e hanno fallito miseramente, con conseguente iperinflazione nel 1796 e un crollo dell’economia.

Una volta che il governo rivoluzionario francese decise di emettere gli assignates, niente poté contenerne l’ulteriore emissione. Nel suo libro Fiat Money Inflation in France (1896), Andrew D. White rileva in questo contesto:

«il vecchio grido di una “scarsità del medium di circolazione” non venne placato; apparve non molto tempo dopo ogni emissione, non importa quanto grande. Ma ogni studente di storia finanziaria sa che questo grido viene sempre dopo tali emissioni (anzi, deve venire), a causa dell’obbedienza ad una legge naturale, l’ex scarsità, o meglio l’insufficienza di moneta ricorre non appena i prezzi vengono regolati al nuovo volume, e arriva qualche piccolo rilancio del business con il consueto aumento del credito».[3]

In considerazione della catastrofe economica causata dall’iperinflazione, quale diretta conseguenza di sempre maggiori emissioni di carta moneta non sostenuta, White osserva:

«L’acuta sofferenza da naufragio e rovina portata dagli assignats, mandats e dall’altra cartamoneta nel processo di ripudio perdurò quasi dieci anni, ma il periodo di recupero impiegò più a lungo rispetto alla generazione che ne seguì. Richiese pienamente quarant’anni per portare il capitale, l’industria, il commercio e il credito fino alla loro condizione quando la rivoluzione iniziò, e richiese un “uomo a cavallo” che stabilì la monarchia sulle rovine della Repubblica e buttò via milioni di vite per l’Impero, da aggiungere ai milioni che furono sacrificati dalla Rivoluzione».[4]

Dal punto di vista politico-economico, l’idea che l’elicottero monetario possa essere utilizzato con saggezza sembra illusorio. Suggerendolo, ad un certo punto può trasformare l’euro in un elicottero monetario, la Bce è entrata in un pendio scivoloso: l’istituzione dell’elicottero monetario potrebbe rivelarsi pericolosa e forse anche un colpo fatale alla già fragile architettura politico-economica dell’euro.

 

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Note

[1] Per una ulteriore spiegazione si veda Ludwig von Mises (1953), The Theory of Money and Credit, parte 2, capitolo 2 (II) §8, pagg. 137-145, specialmente pagg. 141-143.

[2] Ciò significa che i prezzi risultano essere più elevati rispetto a una situazione in cui la quantità di

moneta era rimasta invariata.

[3] A.D. White (1933 [1896]), Fiat Money Inflation in France, How It Came, What It Brought, and How It Ended (D. Appleton-Century Company: New York, London), pag. 46.

[4] Ibid., pag. 62.

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Il vero costo della redditività aziendale: l’insostenibile burnout della “classe professionale”

Lun, 25/04/2016 - 09:17

Ciò che nessun analista finanziario osa confessare è che i profitti aziendali che acclama ogni quarto d’ora sono prodotti ad un costo che molti Americani saranno presto incapaci di sopportare.

Se lavori per Corporate America in una mansione manageriale o professionale, sai tutto del burnout, perché lo vedi intorno a te o perché lo stai sperimentando tu stesso. I lettori descrivono ciò che stanno vedendo nella classifica delle prime 500 aziende di S&P e tutte le storie (anonime perché tutti sanno che la verità li porterà al licenziamento) riguardano gli alti costi personali da sostenere per guadagnare alti stipendi “facendo” i numeri: non solo i ricavi, ma tutti gli importanti profitti che alimentano le multi-miliardarie valutazioni delle aziende americane ed i mercati finanziari che gioiscono nella loro magnificenza e nei loro profitti sempre crescenti.

Corporate America dipende da questa categoria professionale che consegue i propri stupendi profitti: gli avvocati, i medici e gli infermieri che producono tutto lavoro fatturabile; i contabili che o falsificano le carte o guardano dall’altra parte quando gli altri manipolano i bilanci per rendere la compagnia più redditizia di quanto non lo sia già; i managers che spremono i lavoratori per produrre di più, gli ingegneri di software ed i project managers che sono sempre sotto scadenza e sempre pressati per ottimizzare il tempo; i procacciatori di Wall Street che devono assumere integratori ed altri pericolosi stimolanti per lavorare 70-80 ore a settimana, settimana dopo settimana; i moltissimi dipendenti da antidolorifico o altre medicine per gestire i propri dolori fisici e psicologici; i genitori che lavorano e le cui vite familiari stanno implodendo sotto le richieste dei loro datori di lavoro; gli assistenti sociali caricati con sempre maggiori pesi … gli esempi sono infiniti.

Anche se non fai parte di questa categoria professionale, vedi il burnout intorno a te: le persone esaurite da distruttivi tragitti fino al lavoro, il destreggiarsi fra due lavori, piccoli imprenditori che ricorrono all’auto-sfruttamento lavorando orari assurdi per poco denaro (o addirittura nulla) solo per mantenere viva la propria impresa (ed il sogno di auto-impiego).

Ciò che nessun analista finanziario osa confessare è che i profitti aziendali che acclama ogni quarto d’ora sono prodotti ad un costo che molti Americani saranno presto incapaci di sopportare. Milioni di addetti altamente specializzati ed indispensabili di Corporate America – dai medici ed infermieri ai top manager e tecnologi esperti – stanno tutti programmando di smettere, andare in pensione, ridurre l’orario o presentare un reclamo per lo stipendio a causa dello stress legato al loro lavoro.

C’è un numero crescente di letteratura medica e di management sul burnout occupazionale: link dell’articolo.

Un numero sempre maggiore di dati suggerisce che il burnout è clinicamente e nosologicamente simile alla depressione. In uno studio, che ha comparato direttamente i sintomi depressivi in lavoratori in burnout e pazienti clinicamente depressi, non è stata trovata nessuna significativa differenza diagnostica fra i due gruppi: i lavoratori in burnout riportavano tanti sintomi depressivi quanto i clinicamente depressi.

Sebbene nessuno ha l’ardire di collegare i crescenti carichi di lavoro ed i profitti aziendali, non è una coincidenza che i profitti delle aziende statunitensi siano cresciute non solo quando la produzione è stata portata all’estero ed è iniziata la finanziarizzazione, ma anche quando i carichi di lavoro sono cresciuti ed il “work-life balance” è diventato un parolone per ciò che non era più possibile?

 

Molte persone stanno lodando gli sforzi delle aziende per alleviare lo stress sul luogo di lavoro con sedute di yoga e cose simili. Lo definisco B.S.: quello che le persone vogliono è meno pressione, più tempo con le prprie famiglie ed essere trattate come esseri umani invece che unità di produzione intercambiabili. Le lezioni di yoga e le occasionali feste aziendali non suppliscono certo a queste necessità.

Immagina cosa accade quando cadono i profitti aziendali. Si trovano a perdere molti soldi tutte le persone ricche al top della piramide: i dirigenti che confidano negli enormi guadagni derivanti dalle stock options, i fondi di investimento hedge che hanno scommesso tutto sulla sovraperformance di un’azienda ed i grandi investitori istituzionali proprietari delle azioni della compagnia.

Non stupisce dunque che la pressione sulla categoria manageriale sia così continua ed intensa: l’intera traballante struttura della ricchezza nel mercato finanziario americano è sul punto di collassare non appena si crea un buco nei profitti.

Ci sono alcuni modi per uscire dal burnout che coinvolge la Corporate America, ma ognuno di essi ha il proprio trade-off ed il proprio costo. Uno è il prepensionamento, un altro è il prepensionamento più un piccolo lavoro part-time non stressante. Un altro ancora è l’auto-impiego nell’economia non finanziaria (link) oppure in altri settori aperti all’auto-impiego.

L’indipendenza finanziaria è il Sogno Americano perché ci offre la libertà di dire Prendi questo lavoro e tienitelo.

Sfortunatamente, i costi per avviare una piccola attività stanno crescendo a causa delle tasse inique dei governi locali, delle imposte più alte, dell’aumento dei costi di assicurazione sanitaria, etc.

Link

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Molti profughi della Corporate America vorrebbero uscire domani, ma quando guardano alle alternative, vedono il loro reddito passare da 90.000/100.000$ a 30.000$ o meno fuori dalle fortezze della Corporate America e del Governo.

Questo significa un ripensamento completo della struttura dei costi di una famiglia: pagare tutti i debiti, ridimensionare le spese non di centinaia ma di migliaia di dollari e trovare dei modi per sviluppare flussi multipli di reddito che una famiglia ha e controlla.

Può essere fatto, ma richiede una rivoluzione nella comprensione e nella organizzazione finanziaria. I lettori affezionati sanno che questo è ciò che ho scritto da dieci anni nel blog e nel libro Trova un lavoro, Costruisci una vera carriera e sfida un’economia sconcertante, che può essere letto anche come manuale per principianti da chi sta cercando un’opportunità di auto-impiego.

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Austrografia

Ven, 22/04/2016 - 09:46

Il mio primo approccio con la scuola austriaca di economia risale ai mesi di gennaio e febbraio 2010. Incuriosito dalla crisi in atto e cercando di capire i perché più profondi di questa, smanettavo su internet alla ricerca di qualche spunto interessante. Certo, durante il mio percorso di studi universitari avevo studiato la materia economica, ma quello che avevo appresso mi era apparso da subito lacunoso dinanzi alle problematiche che stavano poco alla volta emergendo.

La lettura di Usemlab di Francesco Carbone ha rappresentato la porta d’ingresso verso un mondo fino ad allora a me sconosciuto: l’università, infatti, non mi aveva accennato nemmeno l’esistenza di una cosiddetta scuola austriaca di economia, ed una volta che ne venni a conoscenza compresi neanche troppo gradualmente il perché.

Dopo Usemlab venne Rischio Calcolato, Ideas Have a Consequences, Freedonia, etc, ma soprattutto i libri dei grandi esponenti di questa scuola.

Con il tempo, i nomi di von Mises, von Hayek, Rothbard, Menger, Bruno Leoni, solo per citarne alcuni, mi divennero familiari ed aprirono i miei occhi sul reale modus operandi del processo economico. Questi stessi nomi, nel contempo, mi aiutarono a comprendere che il testo di riferimento dei miei studi economici, vale a dire Economics di Paul A. Samuelson e William D. Nordhaus, non era, come da più di cinquanta anni asseriva il mondo accademico, perlomeno quello più in vista, una mirabile sintesi di tutte quelle verità che la scienza economica era riuscita ad individuare sino a quel momento, ma un insieme di parole che era bene leggere solamente per sottoporle in seguito ad una devastante critica.

Definire la scuola austriaca meramente come una scuola di pensiero economico è piuttosto riduttivo: essa è più ampiamente una logica ed una epistemologia che si pone a difesa della libertà e della dignità della persona umana. Libertà che si realizza pienamente nel momento in cui ogni individuo può agire in assenza di impedimenti, con gli unici vincoli rappresentati dal rispetto dei diritti di proprietà e di auto-proprietà altrui. Proprietà sulle cose che si acquisisce tramite prima fruizione o attraverso scambi volontari.

L’insegnamento principale che condivide chiunque si sente di appartenere a questa scuola di pensiero è quello secondo il quale per raggiungere il più vasto benessere materiale e per la realizzazione dei fini individuali più vari occorre servirsi del libero processo di mobilitazione di risorse e di conoscenze, meglio noto come ordine esteso di libero mercato. Non esiste “austriaco”, infatti, che non possa condividere questo fondamentale insegnamento.

All’interno di questo insegnamento, non ho la pretesa però di costituire un’etica oggettiva che affermi il valore preminente della libertà in termini assoluti, piuttosto sostengo la libertà sempre in relazione a qualcos’altro. Vorrei poter sostenere la società libera su valori e diritti oggettivamente fondati, ossia che non richiedono alcun confronto perché leggi umane che trovano il proprio fondamento in proposizioni descrittive. Tuttavia, in ossequio alla cosiddetta legge di Hume, non è logicamente possibile derivare proposizioni prescrittive partendo da proposizioni unicamente descrittive.

La proposizioni descrittive ci consegnano informazioni sul mondo vere o false che non necessitano per essere approvate (come, ad esempio, la frase: “quella finestra è aperta”) di ragionamenti deduttivi, esprimenti una relazione od una affermazione nuova. Esse, dunque, sono proposizioni a carattere universale in sé e per sé, cioè che non richiedono per essere accettate una decisione umana.

Le proposizioni prescrittive (come ad esempio, “non uccidere e non rubare perché sono azioni sbagliate”) richiedono, invece, per essere accettate una serie di ragionamenti consequenzialisti i quali implicano delle valutazioni psichiche e conseguentemente delle decisioni umane. Ciò significa che tali proposizioni non possono contenere un carattere universale in sé e per sé, ma la loro universalità dipende dalla stima che ne fanno gli esseri umani.

In sintesi, so di non poter andare oltre la constatazione che i fatti umani in quanto tali non hanno senso e che questi fatti acquisiscono senso soltanto mediante le nostre decisioni. So che le scienze, non solo quella naturali ma anche quella sociali come l’economia, non sono in grado di generare etica.

I fini sono sempre soggettivi come i valori che li sottintendono. I giudizi di valore, quindi, esprimono sempre delle preferenze di carattere soggettivo e non oggettivo. Vorrei poter affermare che il diritto alla proprietà privata ed alla auto-proprietà sono cose buone e giuste perché derivanti da un ordine di leggi naturali suscettibili di essere scoperte dalla ragione. Tuttavia, più umilmente, essendo solo un essere umano e perciò non in grado di accedere a dei criteri per valutare in maniera oggettiva dei giudizi di valore, mi devo limitare ad affermare che il diritto alla proprietà privata ed alla auto-proprietà sono cose buone e giuste poiché rappresentano quei presupposti capaci di assecondare meglio il più vasto benessere materiale e il più alto numero di preferenze individuali.

Asserito quanto, sono però convinto che, accanto al rispetto dei diritti di proprietà ed auto proprietà, l’osservanza, in linea generale, di una certa altra moralità consistente in alcuni sentimenti i quali, facendomi sentire il resto dell’umanità e del creato come una parte integrante di me stesso, mi spingono ad aiutare il prossimo anche qualora non si ottenga alcun vantaggio materiale diretto dal far questo, non può che giovare all’ordine esteso di libero mercato, giacché ciò finisce per evitare, in un senso più ampio, la possibilità dello scatenarsi di ostilità; assenza di ostilità che è elemento indispensabile affinché il libero mercato possa sviluppare tutti i suoi effetti.

Se c’è uno sconosciuto a terra bisognoso del mio aiuto, i miei diritti di proprietà e di auto-proprietà non mi obbligano né ad aiutare né a non aiutare questa persona. Ciò nonostante, il riconoscere che la difficoltà vissuta in quell’istante da quella persona un giorno potrebbe essere anche la mia, mi persuade a prestargli attenzione e soccorso.

Tuttavia, seppur riconosca valore positivo a quest’altra moralità, sto allo stesso tempo attento a non mettere questa aprioristicamente dinanzi alle leggi universali che governano l’economia. In tal senso, non solo il rispetto dei diritti di proprietà e di auto-proprietà altrui ma anche quest’altra moralità nasce come frutto di una serie di convenzioni e, dunque, non come una considerazione a priori.

Ciascun essere umano, di volta in volta, dovrebbe decidere autonomamente quale limite raggiungere con quest’altra moralità e gli altri dovrebbero rispettare tali decisioni. Di conseguenza, se si accoglie tale visione, il comportamento di chi cerca di andare oltre a quello che l’altro ha deciso volontariamente essere il suo limite non può essere legittimamente tollerato.

Per quanto concerne la dimensione economica della vita, c’è necessariamente da dire inoltre che questa non ha come base ultima il desiderio di ricchezza, bensì la condizione di scarsità delle risorse reali. Infatti, il desiderio di ottenere in ogni situazione un guadagno economico maggiore rispetto ad uno minore può essere anche soppresso (ad esempio, a fronte di un guadagno economico maggiore, qualcuno potrà sempre preferire la preservazione di un rapporto affettivo), ma la condizione di scarsità delle risorse reali, invece, non lo potrà mai essere. Non esiste utopia, prescrizione legislativa o morale che possa abbattere tale condizione.

L’essere consapevole e rispettoso delle reali fondamenta della dimensione economica dell’esistenza umana mi induce ad auto-definirmi come un utilitarista. Utilitarista, non perché smanioso in ogni caso e nonostante tutto di aumentare i miei possedimenti materiali, ma perché perfettamente conscio che sono i mezzi e non i fini ultimi dell’azione ad essere economici e conseguentemente perché perfettamente conscio che ogni scelta comporta da qualche parte un sacrificio.

Il processo di mobilitazione di risorse e di conoscenze senza l’uso o la minaccia d’uso della forza dovrebbe essere universalmente inteso da tutti gli esseri umani come il migliore dei procedimenti sociali possibili, giacché consente di scoprire continuamente fatti che, senza di esso, nessuno conoscerebbe o utilizzerebbe. Tuttavia, dobbiamo prendere atto che tale processo, anche nelle migliori delle ipotesi, non è in grado farci pervenire alla massimizzazione in senso stretto di un qualche risultato misurabile, ma più semplicemente riesce a condurre, in condizioni favorevoli, all’utilizzo di maggiori capacità e conoscenze rispetto a qualsiasi altra procedura sociale di umana ideazione. Non siamo, pertanto, capaci di porre in essere una massimizzazione in senso stretto del prodotto globale effettivo dell’economia e della possibilità media di tutti, ma capaci di porre in essere una continua economizzazione di questi due aspetti, seguendo i precetti dell’ordine esteso di libero mercato, questo senz’altro sì.

Sostenere l’idea della massimizzazione in senso stretto ci porta necessariamente a ipotizzare che l’uomo, se posto in determinate condizioni, possa divenire ottimizzatore in qualunque istante della funzione di utilità, ma ciò è assai lontano dalla realtà dei fatti, dato che gli individui non conoscono in anticipo tutti gli esiti che le loro azioni alimentano.

Possiamo avere una conoscenza rilevante per quello che riguarda gli scopi che intendiamo raggiungere ed i mezzi in nostro possesso, ma non possiamo avere una conoscenza rilevante per quello che riguarda tutto ciò che giace e soggiace nell’ambito dell’ordine complessivo. Le relazioni con gli altri e con il mondo esterno sono per ciascuno di noi piene di punti oscuri ed è per questo motivo che la vita, nella sua essenza, rappresenta un viaggio esplorativo verso l’ignoto ed un procedimento di continua correzione dei nostri errori. In ogni caso, ciascun singolo individuo possiede conoscenze sulle proprie specifiche circostanze di tempo e di luogo superiori a qualsiasi altro soggetto e tutte queste conoscenze possono essere utilizzate “al meglio” solo se le decisioni che dipendono da queste vengono prese da chi le detiene o con la sua attiva collaborazione.

Se potessimo accedere a tutte le conoscenze rilevanti in anticipo, l’uomo sarebbe un illuminato calcolatore non tormentato dall’incertezza, dalle paure e dalle angosce e capace contemporaneamente di azzeccare ogni decisione e previsione, anche le più minimali.

Da tutto ciò deriva che il processo sociale possiede carattere prevalentemente ateologico. Gli individui nel loro agire accanto agli obiettivi consapevolmente perseguiti, o addirittura al posto di questi, generano un continuo flusso di conseguenze inintenzionali.

Seguendo il tracciato dell’individualismo metodologico:

ogni azione è riconducibile ad un’azione individuale, poiché gli individui sono le sole unità realmente esistenti del mondo sociale e i cosiddetti organismi collettivi altro non sono che costrutti mentali, concetti ausiliari utili alla comunicazione scritta e parlata degli individui; ogni azione individuale genera esiti alcuni dei quali, se non tutti, possono essere non voluti; i fenomeni sociali (come le norme legislative, i canoni morali, i prezzi, e le istituzioni) nascono, di regola, dall’involontario risultato di un’attività volta alla ricerca di un interesse individuale, visto che, sebbene siano il risultato di decisioni prese da un certo numero di persone, non sono stati tuttavia coscientemente e deliberatamente progettati da nessuno.

La spiegazione a mano invisibile di come normalmente nascono i fenomeni sociali rappresenta, pertanto, l’ovvio approdo dell’individualismo metodologico. A loro volta, individualismo metodologico e processo a mano invisibile non possono che avere come necessario sfondo la teoria evoluzionistica. L’azione umana è carattere proprio della mente di ciascuno. L’assioma dell’azione umana, secondo il quale ognuno di noi con le proprie azioni sceglie dei mezzi per raggiungere determinati fini soggettivi, si confronta quotidianamente con l’esperienza fattuale, generando così un procedimento di condizionamento vicendevole.

Affermare la prevalenza di un ordine inintenzionale non sottintende che l’essere umano sia caratterizzato da una mancanza di consapevolezza. Tutte le azioni umane sono volte ad un fine. Di conseguenza, l’uomo non può essere scusato per il fine che persegue. Tuttavia, ciò non significa che nel perseguire quel determinato fine non si possano generare a cascata delle conseguenze inintenzionali, dato che nessuno è in possesso di quella conoscenza rilevante che concerne l’ordine complessivo, conoscenza che permetterebbe di programmare con estrema esattezza il futuro, ma che è inaccessibile ad ogni uomo in quanto essere imperfetto.

Chiaramente, se ci si prefigge di realizzare dei mutamenti sociali che perfezionino e migliorino la qualità della vita e delle cose esistenti, non si può fare affidamento esclusivamente sulle conseguenze inintenzionali; per far questo, occorre necessariamente anche forza di volontà, preparazione tecnica e scientifica. Ma pensare di poter eliminare queste conseguenze oppure di coartarle forzosamente secondo il volere di un determinato punto di vista, ci fa sfociare nell’iperrazionalismo, vale a dire nell’assegnare un’infinita quanto illusoria fiducia nelle capacità della razionalità umana di poter plasmare a proprio piacimento i fenomeni sociali.

Deficit di bilancio permanenti, inflazione cronica, quote tendenzialmente crescenti dell’economia nazionale direttamente od indirettamente in mano al settore pubblico, continue malversazioni sulla proprietà privata degli individui, persistenti domande di politiche dei redditi, imposizioni tributarie che in alcuni casi rappresentano delle vere e proprie istigazioni al suicidio, organizzazioni statali assunte come depositarie di assolute verità morali, istituzioni religiose solitamente incapaci di dare dei messaggi che vadano oltre dei meri luoghi comuni. A questo si è, al momento, sostanzialmente ridotto il nostro Occidente. Tragedia, non trionfo.

Tutto ciò è il risultato estremo del sistema di pianificazione centrale del capitalismo, sistema anche noto con il nome di interventismo.

Tale sistema consente l’esistenza nominale di un regime di diritti di proprietà privata ma cerca di evitare i presunti eccessi del capitalismo tramite forme di dirigismo.

Finché i diritti di proprietà privata non vengono lesi oltre un certo limite, gli effetti positivi che l’economia riuscirà a generare risulteranno essere quantitativamente maggiori rispetto a quelli negativi. Allorché si oltrepassa quel certo limite, ovviamente, gli effetti negativi avranno la meglio su quelli positivi.

Nel momento in cui si oltrepassa quel certo limite, si instaura inevitabilmente un meccanismo perverso: gli interventi dello Stato per cercare di aggiustare quegli squilibri che lo stesso Stato con le sue decisioni arbitrarie ha in precedenza creato, lungi dal risolvere i problemi, finiscono per dirottare l’intero apparato produttivo e distributivo verso una totale pianificazione centrale. Poco alla volta, il sistema di libera impresa viene annichilito da politica e burocrazia. Le risultanti frizioni e strozzature, infatti, vengono successivamente attribuite, esplicitamente o implicitamente, ai diritti dei singoli sulle loro proprietà e ciò, in ultimo, viene utilizzato per imporre argomenti a favore di ulteriori restrizioni e regolamentazioni.

Questo meccanismo perverso, pertanto, viene portato avanti dalle autorità centrali non soltanto attraverso l’uso della forza o la minaccia d’uso della forza, ma anche e forse soprattutto attraverso la strumentalizzazione del linguaggio: individualista non è più colui che cerca di sottrarsi al conformismo, bensì colui che si comporta come un bieco egoista; l’imposizione tributaria non è più una discutibile pratica sociale coercitiva, bensì una pratica sociale assolutamente necessaria se si vuole affermare poi il benessere generale; l’inflazione non è più la falsificazione del rapporto tra risorse reali messe volontariamente a disposizione dagli agenti economici ed offerta di intermediari dello scambio, o, in altri termini, un eccesso di intermediari dello scambio sulla domanda, bensì un mero effetto di tutto ciò, ossia un aumento del livello generale dei prezzi.

Proprio per evitare di cadere sotto i colpi di tale strumentalizzazione, il sottoscritto ha deciso di non usare più il termine capitalismo per indicare quel processo economico contraddistinto da una libera mobilitazione delle risorse e delle conoscenze, un termine ormai “sputtanato” da anni di propaganda statalista. Al suo posto utilizzo la terminologia ordine esteso di libero mercato, oppure più semplicemente libero mercato.

Il pensiero, se vuole centrare l’obiettivo di essere adeguatamente compreso, deve sempre tener conto delle parole con cui vuole manifestarsi e del significato corrente di queste parole. Per questo motivo, se la maggior parte della gente non lega più il termine capitalismo con le parole libertà e cooperazione sociale volontaria, meglio sostituire la parola capitalismo con altri vocaboli più adeguati alla situazione vigente.

Alla base di questo processo degenerativo che conduce l’umanità verso forme di cattivo universalismo o verso forme di cattivo patriottismo, due facce della stessa medaglia, vi è sempre il monopolio sull’emissione monetaria e la centralizzazione della riserva bancaria. Per mezzo di queste, le autorità centrali sono in grado di porre in essere una gestione della massa monetaria prevalentemente irrazionale dal punto di vista economico, con lo scopo di alimentare il potere dell’organizzazione statale e dei gruppi privati ad essa contigui in modo occulto.

Il monopolio sull’emissione monetaria e l’assenza di una vera libertà bancaria consentono allo Stato di espandersi più di quanto non possa fare se dovesse ricorrere alla sola imposizione tributaria, giacché così operando si possono imporre al mercato o mantenere in circolazione (con abuso di autorità legale) forme patologiche di intermediari dello scambio. Lo Stato mediante o meno una banca centrale eccede nella creazione di moneta per acquisire risorse sociali aggiuntive a quelle che derivano dalla sola imposizione tributaria, dato che stampare denaro in questa maniera altro non è che una diversa modalità di imposizione: invece di privare le persone del loro denaro, si priva il denaro del suo potere di acquisto. In entrambi i casi, ciò viene fatto per avvantaggiare alcune persone a scapito di altre.

La crisi prevede che per riportare la direzione dell’economia stabilmente verso una tendenza all’equilibrio è necessario uno smantellamento di quella struttura produttiva che si è venuta a formare a seguito dell’eccesiva offerta di intermediari dello scambio; tale eccessiva offerta ha sicuramente anche attivato un processo continuato e prolungato di incremento non uniforme dei prezzi.

Assieme allo smantellamento di questa struttura produttiva, devono essere ridotte, se non addirittura cancellate quelle promesse fatte dagli Stati che si sono sviluppate anch’esse sotto il tepore della spinta inflazionistica.

Nel far ciò, tuttavia, è auspicabile non cadere nella tentazione di porre in essere una contrazione indiscriminata dell’offerta di intermediari dello scambio. Infatti, lo scoppio della crisi produce con sé un aumento della domanda di moneta e qualora si giungesse ad una contrazione che ponesse l’offerta di moneta (largamente) al di sotto della sua domanda le conseguenze per l’economia sarebbero assai nefaste soprattutto sotto il profilo della disoccupazione involontaria.

Infatti, in assenza di un meccanismo di compensazione interbancaria, un disequilibrio fra domanda ed offerta di moneta viene corretto attraverso una variazione dei prezzi. Ma tale meccanismo di adeguamento implica effetti negativi, poiché quando l’adeguamento avviene al rialzo la crescita dei prezzi non è mai uniforme e si vengono a costituire strutture della produzione insostenibili, quando, invece, è al ribasso l’eventuale ma allo stesso tempo molto probabile resistenza verso il basso a tale pressione di alcuni prezzi dovuta ai più disparati motivi, direi soprattutto istituzionali, fa in modo che un certo numero di risorse umane rimanga involontariamente bloccata al di fuori della produzione della reale.

La trasmissione dell’informazione basata sul rispetto dei diritti di proprietà e di auto-proprietà e sul sistema dei prezzi rappresenta il meccanismo fulcro dell’ordine esteso di libero mercato. Il rispetto di tali diritti rappresenta l’elemento necessario della cooperazione sociale volontaria; una guida all’azione sociale che ci dice quello che obbligatoriamente non bisogna fare se vogliamo evitare di scatenare ostilità. Malgrado ciò, affinché una società possa essere non solo pacifica ma anche produttiva, occorre affiancare a questa guida necessaria, una guida all’azione sociale sufficiente, una guida che ci dica cosa bisogna fare per rispondere attivamente ai reciproci bisogni e alle preferenze di tutti. Questa seconda guida è il sistema dei prezzi.

La continua fluttuazione dei segnali di prezzo rende possibile il coordinamento spontaneo di progetti, in persistente cambiamento, di innumerevoli persone; persone che, in larghissima parte, tra di loro non si conoscono e nemmeno hanno mai effettuato una qualche comunicazione scritta o parlata. Certo, a volte tale coordinamento fallisce, e con esso la realizzazione di alcuni progetti, e questo avviene perché, come sopra si è esaustivamente esposto, nessun essere umano è in possesso di quella conoscenza rilevante circa l’ordine complessivo. Nonostante ciò, chi pensa che i progetti dei singoli individui possano essere meglio coordinati tra di loro per mezzo di una struttura sociale deliberatamente pianificata che forza i diritti di proprietà e di auto-proprietà e deforma il sistema segnaletico dei prezzi, verrà progressivamente smentito dai fatti. Maggiore sarà l’estensione e l’intensità di tale pianificazione, maggiore sarà l’impoverimento diffuso, il numero dei fallimenti, la corruzione e la servitù.

Si può difendere l’ordine esteso di libero mercato in diverse maniere. A mio avviso, va principalmente difeso perché consente ad una parte tendenzialmente sempre più nutrita dell’umanità la possibilità di condurre delle vite che possano definirsi in qualche modo significative.

Poiché essere imperfetto, l’uomo non può che proiettare in taluna misura questa sua imperfezione nelle azioni e nelle relazioni che continuamente implementa. Tuttavia, se lasciati liberi di agire nel rispetto di quei diritti qui più volte menzionati, gli esseri umani, nel loro complesso, riescono a conseguire più di quanto una singola mente umana potrebbe mai progettare o prevedere.

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La “presunzione intellettuale” e la diffusione delle idee keynesiane nonostante il loro evidente fallimento

Mer, 20/04/2016 - 09:34

Se si affronta il successo e la diffusione delle idee keynesiane fra gli intellettuali da un punto di vista utilitarista è evidente la convergenza di interesse fra ceto politico e ceto intellettuale: i politici hanno bisogno di una qualche giustificazione da dare alle masse per aumentare l’intermediazione di risorse economiche e gli intellettuali agiscono da ufficio marketing ricavandone compensi. Naturalmente i compensi non sono solo di natura economica, ma anche in termini di prestigio (premi, passaggi in tv, incarichi, ecc.) e di potere. Il riconoscimento pubblico fa sempre piacere ed essere consigliere del principe o addirittura nella stanza dei bottoni non lascia certamente indifferenti. Quanti “professori” hanno avuto cariche pubbliche?

Ci sono altri aspetti che forse sono preponderanti e che in ogni caso incidono in maniera importante a fianco dell’aspetto utilitarista. Il principale di questi lo potremmo denominare la “presunzione dell’intellettuale”, ovvero la convinzione che dalla “maggior cultura acquisita” discenda automaticamente il ruolo di guida della vita altrui a cui insegnare cosa è giusto e cosa è sbagliato. Quanti laureati che non hanno mai letto un quotidiano o un libro in più rispetto a quelli scolastici si gonfiano per la loro presunta cultura superiore? E quale migliore strumento dello Stato per dettare le regole a cui ci si deve attenere?

Ovviamente in questa presunzione c’è buona fede e non volontà di potenza, ma gli effetti sono gli stessi. Quest’idea è supportata da un positivismo mai veramente scomparso, altrimenti non si spiegherebbe come mai le cosiddette scienze sociali tendono a scimmiottare le metodologie delle scienze “dure”. Il successo di scienze come matematica, fisica, chimica ha infatti innescato un processo di imitazione da parte delle altre scienze, che ha determinato l’affermarsi di teorie che da un lato prevedono una “matematizzazione” e dall’altro la possibilità di modificare la realtà dall’alto, con meccanismi di cause ed effetto. Il meccanicismo di Cartesio è di fatto esteso all’uomo e non a caso a volte è capitato di leggere l’espressione “ingegneria sociale”. L’idea è, che si possano indurre delle conseguenze desiderate nella società, intervenendo su alcuni aspetti della realtà come se si stesse regolando o modificando un dispositivo meccanico. Naturalmente le “statistiche dei fenomeni sociali” su cui si basa la matematizzazione delle scienze sociali sono ben diverse dalla raccolta dati di un fenomeno fisico. Da un lato una serie storica che si presume possa ripetersi più o meno allo stesso modo, dall’altro numeri ripetibili sotto le stesse condizioni.

L’economia, come le altre scienze, non ha potuto non essere coinvolta in questo processo di “scientificazione” e anzi, più di altre, perché tratta di fenomeni come i prezzi che si esprimono sotto forma numerica. Da ciò discende un’importante conseguenza. Se le leggi dell’economia si possono esprimere tramite equazioni matematiche, per quante complesse, è evidente la tentazione e la convinzione che basti manipolarne un po’ i coefficienti per ottenere i risultati desiderati.

La scuola austriaca di economia rifiutando la matematizzazione e confidando nell’ordine spontaneo di mercato si pone fuori dai paradigmi oggi dominanti. Per quanto, affrontando razionalmente le questioni, è lampante il fallimento delle politiche keynesiane, la scuola austriaca deve fare uno sforzo enorme per poter emergere contro i paradigmi dominanti. Di fatto, per un’economista formatosi nelle università, si tratterebbe di rivedere tutto quello imparato in anni di studio. Ma cosa più determinante, l’affidarsi ai meccanismi di mercato non solo toglie ogni giustificazione all’intervento del potere politico, ma riduce il ruolo di guida dell’intellettuale.

In conclusione, per quanto la realtà dia ragione a politiche economiche liberiste e in particolare alla scuola austriaca di economia, c’è un mondo intellettuale che si rifiuta di vedere la realtà, ancorato ai suoi paradigmi e al suo ruolo di guida e di consigliere del principe.

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Il denaro sarà digitale, ma sarà libero?

Lun, 18/04/2016 - 09:25

Il Bitcoin ci offre uno sguardo sul futuro del denaro – una forma di denaro puramente digitale che è individuale, privato, globale, e libero (non nel senso di gratuito). Il Bitcoin spesso è confrontato con il sistema bancario esistente, contrapponendo le sue proprietà futuristiche con il mondo lento, antiquato e obsoleto dei bonifici, degli assegni, degli “orari bancari” e delle limitazioni.

Ma il futuro non sarà una scelta tra il “denaro tradizionale” e la criptomoneta. Sarà invece una scelta tra due visioni in competizione della moneta digitale: una basata sulla libertà e sulla scelta, l’altra basata sul controllo e sulla sorveglianza, un sistema totalitario distopico di controllo cui nessuno può sfuggire.

Ora siamo al bivio tra queste due opzioni e siamo chiamati a scegliere il futuro del denaro con saggezza.

Il contante, gli assegni e altre forme di moneta tangibile gradualmente sono andati svanendo negli ultimi decenni. Ora ci stiamo spostando rapidamente verso una società senza contante dove tutto il denaro è solo digitale. Nel passato i pagamenti in contanti erano abituali e graditi; le transazioni a credito erano viste con sospetto. Ma da quando siamo entrati in una società basata sul debito, l‘anomalia è diventato il contante. La scritta ‘per tutti i debiti pubblici o privati’ (Ndt: si riferisce alle due frasi stampate sul dollaro, ‘noi confidiamo in dio’ e ‘questa banconota è mezzo legale di pagamento per tutti i debiti pubblici o privati’) non suona più vera. Oggi, se provi a comprare un’automobile in contanti, sarai trattato con estremo sospetto. Grandi quantità di contante vengono associate ad attività criminali e la dimensione di ‘grandi’ diventa ogni giorno più piccola. Questa è la maniera con cui arrivare ad una società senza contanti: rendere il contante sospetto in sé, quindi criminale.

La transizione dal contante al denaro digitale non è solo un cambiamento di forma. È un passaggio da transazioni che sono private, da persona a persona e decentralizzate, a transazioni che sono monitorate, intermediate e sotto controllo centralizzato. Negli ultimi due decenni, i pagamenti digitali sono diventati uno strumento sempre più potente di sorveglianza. I cittadini che si preoccupano del monitoraggio del loro governo sulle proprie telefonate, allo stesso tempo sono ignari del fatto che ogni transazione che fanno con una carta di plastica o tramite una rete di pagamenti online può essere esaminata senza alcun sospetto che questa sia un crimine, senza garanzie o alcuna forma di supervisione giudiziale. Molti governi nazionali, sotto la pressione delle leggi antiterrorismo, hanno implementato i propri sforzi legislativi e le loro agenzie di intelligence, con accesso illimitato ai dati finanziari. Non dovrebbe sorprendervi sapere che questi poteri sono usati sempre più ampiamente ogni giorno che passa, sempre più allontanandosi dagli scopi dichiarati inizialmente.

In che strano mondo viviamo oggi. La sorveglianza totale di ogni transazione per tutti i cittadini, senza alcun fondamento o sospetto, non è solo considerata normale, ma presentata come un valore, una forma di patriottismo. Usare il contante o desiderare di tutelare la tua riservatezza finanziaria è intrinsecamente sospetto, una posizione radicale, vicina ad essere considerata criminale.

Un futuro dove tutti i pagamenti sono tracciabili è terrificante, ma un mondo con un controllo centralizzato sulle transazioni sarebbe persino peggio. Il denaro digitale con il controllo centralizzato significa lo sradicamento della proprietà privata dall’essere un diritto. Invece, il tuo denaro esiste solo come un inserimento in un database, dove il saldo è controllato interamente da una parte estranea.

Gestendo le reti di pagamento, un governo ha il controllo effettivo su tutti i partecipanti, incluse le banche, le società e gli individui. Già oggi, le banche vengono costrette ad adottare una blacklist finanziaria globale per paura di essere disconnesse dalle reti come la ‘Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (SWIFT)’ e la ‘Automated Clearing House (ACH)’. Questa rete di controllo si sta espandendo ed è usata sempre più frequentemente come arma geopolitica.

Il futuro delle valute digitali centralizzate renderà questo controllo finalmente facile da compiere a livello individuale. Partecipi alla protesta “sbagliata”? Il saldo del tuo conto è azzerato. Hai comprato un libro sospetto? Aspettati una visitina della polizia. Hai disturbato qualcuno al potere? Possono rovistare tra tutte le tue transazioni fino a trovarti qualcosa di abbastanza consistente che tu possa temere di perdere.

I tuoi movimenti possono essere tracciati, i tuoi amici identificati, le tue affiliazioni a gruppi politici analizzate ed incrociate con le tue abitudini di lettura. Nessuna parte della tua vita resta riservata quando ogni forma di denaro è digitalizzata ed ogni transazione può essere tracciata, bloccata, sequestrata e cancellata. I risparmi di una vita sono tuoi solo finché non offendi qualcuno che ha potere. Quando il denaro è controllato centralmente, la proprietà di qualsiasi cosa diventa un privilegio che il governo può revocare. La proprietà non è un diritto inalienabile, ma una gentile concessione data a chi è acquiescente col sistema. La combinazione di sorveglianza sulle comunicazioni e completo controllo sul denaro porterà ad una tirannia dalla forza sconosciuta al mondo.

Le sorveglianza totalitaria del denaro è pericolosa per le istituzioni democratiche, e questo potere compromette il contratto sociale e corrompe chi è al potere. Non ci può essere autodeterminazione, libertà di espressione, di associazione o di coscienza in una società dove ogni centesimo che spendi è monitorato e controllato.

Anche se pensi che il tuo governo sia benevolo ed userà questi poteri estremi solo contro “i terroristi”, vivrai sempre ad una elezione di distanza dal perdere le tue libertà. Anche i governi presunti benevoli nelle democrazie liberali stanno già usando il loro potere sul denaro per condizionare i giornalisti e gli oppositori politici, permettendo invece ai loro amici banchieri di finanziare tiranni, signori della guerra e milizie varie in giro per il mondo.

Il Bitcoin offre un futuro sostanzialmente diverso per il denaro. Il Bitcoin è contante digitale; le sue transazioni sono da persona a persona, private e decentralizzate. Il Bitcoin combina le migliori qualità del contante con la convenienza, la rapidità e la flessibilità di uno strumento digitale.

Il Bitcoin permette un futuro alternativo di libertà personale e riservatezza che spazza via gli sviluppi della sorveglianza statale degli ultimi decenni e reintroduce l’emancipazione finanziaria attraverso la matematica e la crittografia. Attraverso la sua rete globale e decentralizzata, il Bitcoin non offre nessun punto centrale di controllo, nessuna posizione di potere per attivare la censura, nessuna possibilità di sequestrare o congelare i fondi da parte di un terzo che non segua il dovuto processo, nessun controllo sui fondi in mancanza di accesso alle chiavi.

Mancando di un centro di controllo, il Bitcoin contrasta la centralizzazione. Mancando della concentrazione di potere, resiste al dominio totalitario. In mancanza di identificatori, promuove la riservatezza e rende impossibile una sorveglianza totale.

Trascurando i confini politici in quanto irrilevanti per la rete, il Bitcoin rifugge dal nazionalismo e dai giochi geopolitici. Disperdendo il potere, rafforza gli individui. Il Bitcoin è un protocollo di libero commercio, così come il protocollo di trasmissione di internet o il TCP/IP è un protocollo di libertà di parola. Il modello del Bitcoin può essere replicato per creare miriadi di diverse forme di denaro decentralizzato, tutte superiori al futuro distopico cui saremmo destinati in alternativa.

Potremo vivere in un mondo dove il denaro funziona come ogni altro strumento su internet, libero da controlli o interferenze. In un futuro digitale decentralizzato, il denaro sarà controllato dagli individui, la banca sarà una ‘app’, ed il governo sarà impotente nel fermare i flussi di denaro come lo è oggi nel fermare il flusso della verità.

In questo futuro, il denaro sarà uno strumento di liberazione dalla tirannia, una via di fuga dalle banche corrotte, un rifugio dalla iperinflazione. Da 4 a 6 miliardi di persone senza accesso ai servizi finanziari internazionali potranno evitare il sistema bancario e connettersi direttamente all’economia mondiale. Gli individui non dovranno scegliere tra il controllare il proprio denaro e partecipare alla rete finanziaria globale. Potranno unirsi alla finanza globale peer-to-peer, dove le terze parti fiduciarie e le file interminabili di banchieri ed intermediari saranno cose del passato.

Mentre il futuro del denaro è senza dubbio digitale, esso potrà prendere due forme radicalmente diverse. Potremmo vivere un panopticon finanziario, una camicia di forza di controllo e tirannia. Oppure potremmo vivere in una società aperta dove la nostra privacy sarà protetta dalla crittografia, non soggetta al capriccio di ogni piccolo burocrate – dove il nostro denaro digitale sarebbe globale, senza confini, anonimo e controllato dall’individuo. La scelta tra libertà e tirannia finanziaria è una scelta di fondo tra libertà e tirannia vere e proprie. Scegliamo la libertà finanziaria: scegliamo la libertà.

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La FED lascerà che l’innovazione compia la propria magia?

Ven, 15/04/2016 - 10:00

A volte uno nel suo archivio trova delle vere gemme. Recentemente mi sono imbattuto in un discorso dell’allora presidente della FED, Ben Bernanke, del 18 maggio 2013. Era il discorso di inaugurazione al Bard College presso Simon’s Rock, in Great Barrington, Massachussetts. In esso Bernanke scelse di dimenticare per un po’ le tremende strettoie in cui si trovava l’economia occidentale e si focalizzò sulle prospettive di crescita economica di lungo termine, che egli definì da “misurare in decenni, non in mesi o trimestri”.

In breve, Bernanke si concentrò sul progresso scientifico e tecnologico, più comunemente detto innovazione. Egli ipotizzò una quarta epoca di innovazione – le prime tre essendo l’era industriale iniziale (da metà del 1700 fino al 1800), l’era industriale moderna (dal 1880 ai giorni nostri) e la rivoluzione informatica.

Il suo discorso d’inaugurazione fu un discorso di speranza e di incoraggiamento. Ma Bernanke non raccontò la storia per intero. L’allora presidente della FED mancò di menzionare che gli standard di vita non sarebbero dipesi soprattutto dall’innovazione. Altrettanto decisivo sarebbe stato il ruolo dell’importante istituzione che presiedeva, la Federal Reserve, e ciò che essa avrebbe fatto o meno. Nel caso in cui avesse permesso all’alta inflazione di prendere piede – attraverso l’azione oppure l’inazione – questa avrebbe annullato una parte consistente dell’aumento degli standard di vita dovuti appunto all’innovazione.

Ed ancora, la storia recente indica con forza che la FED finirà col distruggere una larga parte dell’incremento negli standard di vita di quei laureati a cui si stava rivolgendo Bernanke. Per esempio, all’inizio del 2013 Bernanke parlò ad un altro college americano. Durante la sessione Q&A disse che “il peggior errore che può commettere la FED è di restringere la politica monetaria troppo presto”. In altre parole, l’allora presidente promise sostanzialmente di alzare i tassi troppo tardi. Oggi Bernanke se ne sarà pure andato dalla FED, ma la linea di pensiero della FED sulla politica monetaria non è certo cambiata: infatti, questa linea di pensiero riflette la linea dominante delle politiche della FED ben oltre gli anni di Bernanke.

 

Innovazione e standard di vita

Bernanke, come Greenspan prima di lui, fa affidamento sull’innovazione perché l’economia continui a muoversi.

Come pure avrebbe dovuto. L’innovazione tecnologica spesso conduce ad una produzione più efficiente e ad una più alta produttività del lavoratore che porta a più alti salari ed a prodotti con prezzi più accessibili.
Ma se Bernanke intendeva dire agli studenti che la tecnologia avrebbe reso le loro vite migliori, avrebbe dovuto anche accennare al ruolo che egli stesso e gli altri banchieri centrali rivestono nel soffocare gli effetti positivi dell’innovazione.

Possiamo trovare molteplici esempi di questo fenomeno negli ultimi decenni. Per esempio, se consideriamo le conseguenze che l’ingresso della Cina nell’economia globale avrebbe dovuto avere negli standard di vita negli Stati Uniti, troviamo risultati effettivi a dir poco deludenti. Avremmo dovuto essere testimoni di una crescita degli standard di vita simile a quella che si ebbe verso la fine del diciannovesimo secolo quando gli USA si industrializzarono. Ma nei fatti, la rilevazione della crescita di ricchezza reale negli Stati Uniti è stata assai insoddisfacente.

Per esempio, il progresso tecnologico dovuto alla Rivoluzione Industriale ed alla globalizzazione verso la fine del diciannovesimo secolo portò ad una continua deflazione negli USA, e dunque ad incrementi di benessere senza precedenti. La ricerca di Michael Bordo presso Rutgers, mostra che in media i prezzi diminuirono dell’1,2 per cento ogni anno tra il 1870 ed il 1896. Gli standard di vita reali migliorarono sostanzialmente nello stesso periodo di tempo. Gli economisti del mercato del lavoro negli Stati Uniti sono riusciti a ricostruire la crescita dei salari fin dal 1830. In ogni decennio il salario reale fu più alto del decennio precedente. Questo si verificò fino al decennio del 1970.

Al contrario, nella decade successiva al 1980, quando l’Asia si unì al mondo con la sua Rivoluzione Industriale, ogni anno i prezzi salirono negli USA di più del 2 per cento. Secondo le statistiche disponibili al US Census, negli Stati Uniti il reddito medio familiare reale (cioè corretto per l’inflazione) a fatica si mosse tra il 1980 e il 2012. Questo dato stride, se consideriamo il fatto che la crescita economica realizzava una media del 3 per cento all’anno e la produttività del lavoro saliva del 50 per cento in totale. Un lavoratore maschio americano guadagnava circa 48.000$ nel 1969. Corretto secondo l’inflazione il suo reddito è cresciuto a malapena da quando è iniziata la crisi economica attuale.

La maggiore differenza tra i due periodi sta nel fatto che nel secolo XIX non c’era la Federal Reserve, e la creazione di denaro, anche se non poteva certamente dirsi non inflazionaria, era limitata dall’assenza di una banca centrale.

 

Opportunità perse

In un mercato senza ostacoli, il progresso tecnologico, l’innovazione e la globalizzazione nei decenni precedenti l’attuale crisi avrebbero dovuto produrre 3 effetti: minore crescita dei salari, maggiori profitti e prezzi più bassi. In altre parole, ciò che realizzarono aziende come Apple (cioè la creazione di prodotti innovativi e che richiedono meno lavoro, quindi disponibili a prezzi sempre più bassi) a livello micro, allo stesso modo sarebbe dovuto accadere a livello macro. Una crescita più lenta dei salari sarebbe stata inevitabile dato l’incremento di competizione globale nel mercato del lavoro e il costante e crescente pericolo per molti lavori di venire emarginati. I profitti più alti si sarebbero verificati in tutta l’economia sia per questa ragione e sia per il fatto che i costi di produzione sarebbero diminuiti. Infine, i prezzi più bassi si sarebbero diffusi in tutta l’economia a causa del progresso tecnologico, la globalizzazione, i salari in caduta ed i costi di trasporto in diminuzione.

I primi due effetti si sono manifestati da sé. Come detto, i redditi reali si sono mossi a malapena negli ultimi due decenni negli Stati Uniti. Questo diventa evidente quando diamo un’occhiata al compenso del totale degli occupati negli Stati Uniti. Misurati come una quota del PIL, i salari USA negli ultimi anni sono stati più bassi che in ogni altro periodo dalla fine della seconda guerra mondiale. Alla fine della guerra, la quota era del 56,6 per cento. Al giorno d’oggi, la troviamo sotto il 45 per cento.

Inoltre, come regola generale, più bassa è la quota di salari nel PIL di qualunque paese, più alta è la quota di profitti. Così anche il secondo effetto è evidente: i profitti sono aumentati.

Il terzo effetto, i prezzi in caduta, è stato invece largamente impedito dall’intervento della banca centrale. Infatti, la FED aveva e continua ad avere l’obiettivo dell’inflazione intorno al 2 per cento all’anno. La FED è stata molto efficace nell’impedire la diminuzione dei prezzi anche quando la pressione al ribasso dei prezzi fu molto forte, in conseguenza della suddetta combinazione di progresso tecnologico, innovazione, globalizzazione e libero mercato.

In più di un secolo prima dell’istituzione della FED nel 1913, l’inflazione cumulata negli Stati Uniti fu approssimativamente intorno allo zero per cento. Tra il primo gennaio 1914 ed il luglio 2013, l’inflazione cumulata negli Stati Uniti è stata pari al 2.236 per cento, suggerendo a Milton Friedman di scrivere – se ritorniamo al 1988 – che “nessuna grande istituzione negli Stati Uniti ha mai riportato una così misera performance per un così lungo periodo, pur mantenendo una così alta reputazione generale”.

Una logica conseguenza di qualunque “quarta epoca” di innovazione dovrebbe essere la deflazione, cioè i prezzi in diminuzione. Allora e solo allora gli standard di vita di quei laureati che stavano ascoltando Bernanke miglioreranno in misura significativa. Questo non succederà finché la FED continuerà a porsi l’obiettivo di inflazione annuale e certamente non succederà se la FED continuerà a seguire la politica attuale che, secondo molti, continuerà a causare inflazione ancora più alta negli anni a venire.

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Contanti vietati, libertà sparita

Mer, 13/04/2016 - 09:53

Alcuni politici vogliono bandire i contanti, poiché a detta loro stanno aiutando i criminali. Questi sono i primi passi verso il ritiro delle banconote di grosso taglio e limiti ai pagamenti in contanti.

I fautori di tale divieto sostengono che ciò aiuterà a combattere le operazioni criminali — riciclaggio di denaro sporco, terrorismo, evasione fiscale. Queste promesse di salvezza vengono utilizzate per sensibilizzare l’opinione pubblica ad accettare una società senza contanti. Ma non vi è alcuna prova convincente che il mondo senza contanti sarebbe un posto migliore. Anche se il comportamento sbagliato è alimentato dai contanti, c’è ancora bisogno di rispondere alla seguente domanda: senza i contanti scomparirà anche il comportamento sbagliato? O coloro che si comportano in modo sbagliato troveranno nuovi modi e mezzi per raggiungere il loro obiettivo?

Prendiamo in considerazione la banconota da 500 Euro. Se la togliessimo, non si farebbe ricorso alla banconota da 100 euro? O a quella da 50 euro? E per quanto riguarda i costi imposti alla grande maggioranza delle persone rispettabili? Usando la stessa logica, non dovremmo vietare l’alcol perché alcuni non sono in grado di gestirlo in modo corretto?

 

Si tratta delle banche centrali

Il piano per limitare l’uso del contante, o di abolirlo un passo alla volta, non ha nulla a che fare con la lotta contro il crimine. La vera ragione è che gli stati (e le loro banche centrali) vogliono introdurre tassi d’interesse negativi.

Anche se le banche centrali hanno a lungo perseguito politiche inflazionistiche che svalutano il debito degli stati, i tassi d’interesse negativi offrono un nuovo e potente strumento per raggiungere questo obiettivo. Ma, per far funzionare bene i tassi d’interesse negativi, è necessario sbarazzarsi del denaro contante.

In caso contrario, i clienti nel breve o lungo termine cercheranno di evitare i costi che i tassi negativi rappresenteranno per i loro depositi bancari. Quindi i depositanti, in molti casi, accumuleranno denaro contante. Per bloccare questa via di fuga, i sostenitori del divieto dei contanti stanno imbastendo una propaganda schiacciante.

 

Il tasso d’interesse naturale

Tra l’altro, alcuni economisti rispettabili stanno sostenendo questo piano affermando che il “tasso naturale” sia diventato negativo. A causa di ciò, le banche centrali sono state costrette a spingere i tassi d’interesse sotto lo zero, essendo l’unico modo per favorire la crescita e l’occupazione. Questa tesi non regge ad un esame critico.

[ARTICOLO CORRELATO: Il “tasso d’interesse naturale” è sempre positivo, mai negativo.]

È intrinsecamente impossibile che il tasso d’interesse d’equilibrio sia negativo. I tassi di mercato, che incorporano il tasso d’equilibrio, possono scendere sotto lo zero, ma non sono equilibrati in sé. La politica di tassi negativi non cura l’economia, ma provoca problemi economici enormi.

 

Concorrenza e diritti di proprietà

Vietare il denaro contante significa violare la libertà dei cittadini su vasta scala. Non potendo prelevare denaro contante, il cittadino viene privato della scelta nei suoi pagamenti. Dopo tutto, lo Stato ha il monopolio sulla produzione di denaro. Non c’è concorrenza in questo campo. Quindi nessuno, tranne lo stato, è in grado di soddisfare la domanda di moneta da parte dei cittadini.

Se lo stato vieta i contanti, tutte le transazioni devono essere eseguite elettronicamente. Da qui in poi il passo è breve affinché lo stato veda chi compra cosa e quando, e chi viaggia dove e quando. Il cittadino diventerebbe completamente trasparente e sparirebbe la sua privacy finanziaria. La prospettiva che un cittadino possa essere spiato in qualsiasi momento rappresenta una violazione della sua giusta libertà.

i contanti aiutano a proteggere il cittadino dall’invadenza senza restrizioni da parte dello stato. Se lo stato aumentasse troppo le tasse, i cittadini almeno avrebbero la possibilità di evitare tale tribolazione solo utilizzando i contanti. La conoscenza di ciò sta trattenendo un po’ gli stati.

Gli stati varcheranno ogni limite una volta che i contanti saranno vietati. Questa preoccupazione giustificata non viene affatto resa obsoleta dai casi di Svezia e Danimarca, dove si dice che la società senza contanti funzioni alla perfezione. I cittadini di questi paesi possono ancora usare contanti esteri, se vogliono.

Il piano di vietare il denaro contante — passo dopo passo — è un segno della malattia del nostro tempo: lo stato sta distruggendo sempre di più la libertà dei cittadini e delle imprese.

La lotta per mantenere i contanti può portare a qualcosa di buono: la necessità di allontanare il potere dallo stato, applicando gli stessi principi del diritto sulle sue azioni come su quelle di ogni singolo cittadino. In questo modo, il monopolio statale sulla produzione di denaro giungerebbe al termine e il cittadino non dovrebbe più preoccuparsi di poter essere privato del suo denaro contro la sua volontà.

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Un rallentamento nella crescita dell’offerta di denaro rappresenta una minaccia per le bolle

Lun, 11/04/2016 - 09:01

Nel quarto trimestre il tasso annuo di crescita del prodotto interno lordo reale è sceso all’1.9% rispetto al 2% del trimestre precedente.

Utilizzando il nostro modello econometrico su larga scala, suggeriamo che il tasso annuo di crescita del PIL potrebbe scendere all’1.7% entro il terzo trimestre prima di rimbalzare al 2.4% entro il quarto trimestre. Anche per il quarto trimestre dell’anno prossimo prevediamo un 2.4%.

 

Gli ultimi dati ritraggono un quadro variegato per quanto riguarda l’attività economica. A gennaio il tasso annuo di crescita degli ordini dei beni durevoli è balzato all’1.8% rispetto al -0.1% del mese precedente.

Nel frattempo a febbraio l’indice manifatturiero della FED del Kansas è sceso a -12% rispetto al -9% a gennaio.

Inoltre nel mercato immobiliare ci sono segnali misti, con il tasso annuo di crescita delle vendite di case all’11% a gennaio rispetto al 7.5% di dicembre, mentre il tasso di crescita annuale delle vendite di case nuove è sceso a -5.2% a gennaio rispetto al 9.9% del mese precedente.

Inoltre l’indice di fiducia dei consumatori del Conference Board si è indebolito a febbraio, infatti è sceso a 92.2 rispetto a 97.8 del mese precedente.

Le sole variazioni dei vari indicatori non ci forniscono le informazioni necessarie per capire perché siano avvenuti. Secondo la nostra ottica la chiave per capirli è lo stato del bacino della ricchezza reale.

I forti aumenti del tasso di crescita annuale dell’offerta di moneta prima del suo picco nell’ottobre 2011, quando s’attestava al 14.8%, hanno contribuito ad indebolire il ritmo di creazione della ricchezza reale.

Da allora il tasso di crescita annuale del nostro aggregato monetario, AMS, ha seguito un trend calante. Riteniamo che questo abbia indebolito le varie bolle, le quali sono emerse grazie ai forti aumenti monetari del passato.

Sebbene una diminuzione dell’offerta di moneta rappresenti una cattiva notizia per le bolle, rappresenta una grande notizia per i creatori di ricchezza poiché rallenta il ritmo con cui viene deviata ricchezza dalle loro mani. Il bust delle bolle pianta il seme per una crescita economica reale. Per il momento suggeriamo che il processo di pulizia è ancora in atto.

Poiché l’effetto ritardato dalle variazioni monetarie alle variazioni nelle varie attività potrebbe essere molto lungo e variabile, non dovrebbe sorprendere se attualmente alcune attività tendono a mostrare un rafforzamento mentre altre mostrano un indebolimento.

La diminuzione della crescita tendenziale dell’offerta di moneta è probabile che nei prossimi mesi mantenga sottotono l’inflazione dei prezzi ed è probabile che metta pressione al ribasso sui tassi d’interesse. Allo stesso modo, suggeriamo che la pressione al ribasso sulle materie prime rischia di rimanere intatta per il momento.

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La Legge (parte sedicesima)

Gio, 07/04/2016 - 09:04

Mi sembra di avere dalla mia parte la teoria; perché qualunque problema io sottometta al ragionamento, sia esso religioso, filosofico, politico, economico; che tratti del benessere, della moralità, dell’uguaglianza, del diritto, della giustizia, del progresso, della responsabilità, della solidarietà, della proprietà, del lavoro, dello scambio, del capitale, dei salari, delle imposte, della popolazione, del credito, del governo; da qualsiasi punto dell’orizzonte scientifico io parta con le mie ricerche, sempre invariabilmente giungo a questa risposta: la soluzione del problema sociale risiede nella Libertà.

E non ho anche dalla mia parte l’esperienza? Date un’occhiata al mondo.

Quali sono i popoli più felici, i più morali, i più accettabili? Quelli dove la Legge interviene di meno nell’attività delle persone; dove il governo si fa sentire di meno; dove l’individualità ha maggiori possibilità di espandersi e l’opinione pubblica ha più di influenza; dove gli intoppi amministrativi sono i meno numerosi e i meno complicati; le imposte le meno pesanti e le meno sbilanciate; lo scontento popolare meno pronunciato e meno giustificabile; dove la reponsabilità degli individui e delle classi è la più attiva, e dove, ne consegue, se i costumi non sono perfetti, essi tendono inevitabilmente a correggersi; dove le transazioni, le convenzioni, le associazioni sono le meno impedite; dove il lavoro, i capitali, la popolazione, subiscono i minori disagi creati ad arte; dove l’umanità segue maggiormente la propria strada; dove il pensiero di Dio prevale maggiormente sulle trovate degli uomini; quei popoli, in una parola, che si avvicinano di più a questa soluzione: nei limiti del diritto, tutto si compie attraverso la spontaneità libera e perfettibile dell’essere umano; nulla ha luogo attraverso la Legge o la forza altro che la Giustizia universale.

Occorre dirlo: ci sono troppi uomini importanti nel mondo; ci sono troppi legislatori, organizzatori, creatori di società, conduttori di popoli, padri della nazione, ecc. Troppa gente si pone al di sopra dell’umanità per irregimentarla; troppi si incaricano per professione di occuparsi di essa.

Mi si dirà: Anche voi ve ne occupate, in quanto ne parlate. È vero. Ma si converrà che è in un senso e da un punto di vista del tutto differenti, e se io mi mescolo ai riformatori è soltanto per fare in modo che lascino la loro presa. Io non me ne occupo come Vaucanson faceva con il suo congegno automatico, ma come un fisiologo riguardo all’organismo umano, per studiarlo e ammirarlo.

Io me ne occupo con lo stesso intendimento che animava un celebre esploratore.

Egli arrivò un giorno in mezzo a una tribù di selvaggi. Un fanciullo veniva al mondo e una folla di maghi, indovini, praticanti stregoni lo circondava, muniti di anelli, di forcipi e di lacci. Uno diceva: questo fanciullo non annuserà mai il profumo di un calumet, a meno che io non gli allarghi le narici. Un altro: egli sarà privo del senso dell’udito, a meno che io non gli allunghi le orecchie fino alle spalle. Un terzo: egli non vedrà mai la luce del sole, a meno che io non dia ai suoi occhi una direzione obliqua. Un quarto: egli non sarà mai capace di stare in piedi, a meno che io non gli curvi le gambe. Un quinto: egli non sarà in grado di pensare, a meno che io non comprima il suo cervello.

Indietreggiate, esclamò il viaggiatore. Dio fa bene quello che fa; non pretendete di saperne più di lui, e poiché egli ha dato degli organi a questa fragile creatura, lasciate che i suoi organi si sviluppino, si fortifichino con l’esercizio, la ricerca a tentoni, l’esperienza e la Libertà.

Dio ha anche concesso all’umanità tutto ciò che occorre perché essa realizzi il suo destino. Esiste una fisiologia sociale provvidenziale come vi è una fisiologia umana provvidenziale. Gli organi sociali sono formati in maniera tale da svilupparsi armoniosamente al vento della Libertà. Indietreggino dunque i praticoni e i sapientoni! Via con i loro anelli, le loro catene, i loro forcipi, le loro tenaglie! via con i loro strumenti artificiosi! via i loro ateliers sociali, i loro falansteri, il loro burocraticismo, la loro centralizzazione, le loro tariffe, le loro università, le loro religioni di Stato, le loro banche gratuite o monopolistiche, le loro imposizioni e restrizioni, la loro facciata morale o la loro uguaglianza attraverso il carico fiscale! E poiché sono stati inutilmente inflitti al corpo sociale tanti sistemi, che si finisca una buona volta là da dove si sarebbe dovuto iniziare, che si respingano le imposizioni sistematiche, che si metta finalmente alla prova la Libertà, la Libertà, che è un atto di fede in Dio e nella sua opera.

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La Legge (parte quindicesima)

Mer, 06/04/2016 - 09:59

Io riprendo il mio argomento e dico: subito dopo la scienza economica e all’inizio della scienza politica [*], si presenta un problema centrale.

[*] L’economia politica precede la politica, essa chiarisce se gli interessi umani sono naturalmente armonici o antagonisti; la qual cosa dovrebbe sapersi prima di fissare le attribuzioni del governo.

Il problema è il seguente.

Che cos’è la Legge? che cosa deve essa essere? qual è il suo campo di intervento? quali sono i suoi limiti? a qual punto, di conseguenza, si fermano le attribuzioni del Legislatore?

Io non esito a rispondere: La legge è la forza comune organizzata per ostacolare l’Ingiustizia – e, detto in maniera succinta, LA LEGGE È LA GIUSTIZIA.

Non è vero che il Legislatore abbia sulle nostre persone e sulle nostre proprietà una potenza assoluta, poiché esse esistono prima del Legislatore e il suo compito è di circondarle di garanzie

Non è vero che la Legge abbia per missione di indirizzare le nostre coscienze, le nostre idee, le nostre volontà, la nostra istruzione, i nostri sentimenti, i nostri lavori, i nostri scambi, i nostri doni, le nostre felicità.

La sua missione è di impedire che in una di queste materie il diritto dell’uno usurpi il diritto dell’altro.

La Legge, dal momento che ha per sanzione necessaria la Forza, non può avere per campo di intervento legittimo che il legittimo campo della forza, vale a dire: la Giustizia.

E come ogni individuo non ha il diritto di ricorrere alla forza che in caso di legittima difesa, la forza collettiva, che non è che l’insieme delle forze individuali, non dovrebbe a ragione essere applicata ad altro fine.

La Legge, è dunque unicamente l’organizzazione del diritto individuale pre-esistente di legittima difesa.

La Legge è la Giustizia.

È un fatto incredibile che essa possa opprimere gli individui o espropriare le proprietà, persino per una finalità filantropica, essendo la sua missione quella di proteggere sia gli individui che le proprietà.

E che non si dica che essa non possa essere filantropica, posto che si astenga da qualsiasi oppressione, da qualsiasi spoliazione; questo è contraddittorio. La Legge non può non agire sulle nostre persone e sui nostri beni; se essa non li garantisce, essa li viola per il solo fatto che essa agisce, per il solo fatto che essa esiste.

La Legge è la Giustizia.

Ecco ciò che è chiaro, semplice, perfettamente definito e delimitato, accessibile a qualsiasi essere dotato di ragione, visibile a tutti, poiché la Giustizia è una quantità data, immutabile, inalterabile, che non ammette né più né meno.

Uscite da questa situazione, fate la Legge religiosa, fraternitaria, egalitaria, filantropica, industriale, letteraria, artistica, e subito siete nell’infinito, nell’incerto, nell’ignoto, nell’utopia imposta, o, ciò che è peggio, nella moltitudine delle utopie che si combattono per impadronirsi della Legge e imporsi, perché la fraternità, la filantropia non hanno come la giustizia dei limiti prestabiliti. Dove vi fermerete? Dove si fermerà la Legge?

Uno, come M. de Saint-Cricq, vorrà indirizzare la sua filantropia solo su qualche classe di industriali, e chiederà alla Legge che essa regoli i consumatori a favore dei produttori. Un altro, come M. Considérant, abbraccerà la causa dei lavoratori e reclamerà per essi dalla Legge un MINIMUM assicurato, vitto, alloggio, indumenti e tutto quanto serve al sostentamento della vita. Un terzo, M. L. Blanc, dirà, a ragione, che non è questa che una fraternità accennata e che la Legge deve dare a tutti gli strumenti di lavoro e l’istruzione. Un quarto farà notare che una tale organizzazione lascia ancora posto alla disuguaglianza e che la Legge deve far penetrare, nei luoghi più isolati, il lusso, la letteratura e le arti. Voi sarete condotti così fino al comunismo, o piuttosto la legislazione sarà… ciò che è già: – il campo di battaglia di tutti i sognatori e di tutte le cupidigie.

La Legge è la Giustizia.

In questo ambito, si concepisce un governo semplice, incrollabile. E sfido chiunque a dirmi da dove potrebbero venire idee di rivoluzione, di insurrezione, di una semplice sommossa contro una forza pubblica che si limita a reprimere l’ingiustizia. In presenza di un tale regime, ci sarebbe più benessere, il benessere sarebbe più egualmente ripartito, e quanto alle sofferenze inseparabili dall’umanità, nessuno si sognerebbe di accusarne il governo, che sarebbe estraneo a ciò come alle variazioni della temperatura.

Si è mai visto il popolo insorgere contro la corte di cassazione, o fare irruzione nella pretura del giudice di pace per reclamare il minimo salariale, il credito gratuito, gli strumenti di lavoro, tariffe preferenziali, ateliers sociali? Egli sa bene che questi maneggi sono fuori del potere del giudice, ed egli imparerà che sono al tempo stesso al di fuori del potere della Legge.

Ma fate la Legge sul principio fraternitario, proclamate che è da essa che provengono le cose buone e quelle cattive, che essa è responsabile di qualsiasi sofferenza umana, di qualsiasi disuguaglianza sociale, e voi aprirete la porta a una serie senza fine di lamentele, odi, discordie e rivoluzioni.

La Legge è la Giustizia.

E sarebbe ben strano che essa possa essere, in maniera equa, un qualcosa di diverso!

Forse che la giustizia non è il diritto? Forse che i diritti non sono uguali? Come dunque la Legge interverrebbe per sottomettermi ai piani sociali di MM. Mimerel, di Melun, Thiers, Louis Blanc, piuttosto che sottomettere questi signori ai miei piani? Crede qualcuno che io non abbia ricevuto dalla natura abbastanza di immaginazione per inventare anch’io una utopia? È forse il compito della Legge operare una scelta tra tante chimere e mettere la forza pubblica al servizio di una di esse?

La Legge è la Giustizia.

E che non si dica, come si fa di continuo, che così concepita la Legge, atea, individualista e senza cuore, farebbe l’umanità a sua immagine.

È questa una deduzione assurda, ben degna di questa infatuazione per il governo che vede l’umanità nella Legge.

Che cosa dunque! Dal fatto che noi saremo liberi, ne segue che noi cesseremo di agire? Dal fatto che noi non riceviamo lo stimolo dalla Legge, ne segue che noi saremo privi di stimoli? Dal fatto che la Legge si limiterà a garantirci il libero esercizio delle nostre facoltà, ne segue che le nostre facoltà saranno colpite d’inerzia? Dal fatto che la Legge non c’imporrà dei riti religiosi, delle forme associative, dei metodi di insegnamento, delle procedure di lavoro, delle direttive di scambio, dei progetti caritatevoli, ne segue forse il fatto che noi ci affretteremo a tuffarci nell’ateismo, nell’isolamento, nell’ignoranza, nella miseria e nell’egoismo? Ne segue che noi non sapremo più riconoscere la potenza e la bontà di Dio, non sapremo più associarci, aiutarci reciprocamente, amare e soccorrere i nostri fratelli bisognosi, approfondire i segreti della natura, aspirare al perfezionamento del nostro essere?

La Legge è la Giustizia.

Ed è sotto la Legge di giustizia, sotto il regime del diritto, sotto l’influenza della libertà della sicurezza, della stabilità, della responsabilità, che ogni essere umano giungerà ad esprimere tutto il suo valore, tutta la dignità del suo essere, e che l’umanità realizzerà ordinatamente, con calma, lentamente senza dubbio, ma anche sicuramente, il progresso a cui è destinata.

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La Legge (parte quattordicesima)

Mar, 05/04/2016 - 09:57

Le pretese degli organizzatori portano a sollevare un’altra questione, che io ho loro posto di sovente, e alla quale, che io sappia, essi non hanno mai risposto.

Poiché le tendenze naturali dell’umanità sono abbastanza cattive perché gli si debba togliere la libertà, come è mai possibile che le tendenze degli organizzatori siano esse buone? I Legislatori e i loro agenti non fanno essi parte del genere umano? Si credono essi costituiti di un’altra sostanza rispetto al resto dell’umanità? Essi dicono che l’umanità, abbandonata a sé stessa , corre fatalmente verso il disastro perché i suoi istinti sono perversi. Essi pretendono arrestarla su questa china e spingerla verso una migliore direzione. Essi hanno dunque ricevuto da cielo una intelligenza e delle virtù che li pongono al di fuori e al di sopra dell’umanità; che essi mostrino i loro titoli. Essi vogliono essere pastori; essi vogliono che noi siamo il gregge. Questa combinazione presuppone in essi una superiorità naturale, di cui noi abbiamo certo il diritto di chiedere anticipatamente la prova.

Notate che quello che io contesto loro, non è il diritto di inventare delle combinazioni sociali, di divulgarle, di consigliarle, di sperimentarle su sé stessi, a loro spese e a loro rischio; ma bensì il diritto di imporle a noi tutti attraverso l’intermediazione della Legge, vale a dire di forze e risorse pubbliche.

Io chiedo che Cabetisti, Fourieristi, Proudhoniani, Universitari, Protezionisti non rinuncino alle loro idee particolari, ma a quell’idea che è loro comune, di assoggettarci con la forza ai loro gruppi e classi, ai loro ateliers sociali, alla loro banca gratuita, alla loro moralità greco-romana, alle loro imprese commerciali. Quello che io domando loro, è di lasciarci la facoltà di giudicare i loro piani e di non associarci, direttamente o indirettamente, se noi troviamo che essi offendono i nostri interessi, o ripugnano alla nostra coscienza.

Infatti la pretesa di far intervenire il potere e le tasse, oltre ad essere oppressiva e spoliatrice, implica anche questa ipotesi pregiudiziale: l’infallibilità dell’organizzatore e l’incompetenza dell’umanità.

E se l’umanità è incompetente a giudicare da sé, perché ci vengono a parlare di suffragio universale?

Questa contraddizione nelle idee si è sfortunatamente riprodotta nei fatti, e mentre il popolo francese ha superato tutti gli altri nella conquista dei suoi diritti, o meglio delle sue garanzie politiche, nondimeno è rimasto il più governato, diretto, amministrato, succube, bloccato e sfruttato di tutti i popoli.

È anche quello fra tutti dove le rivoluzioni sono sempre più incombenti, e non può essere altrimenti.

Non appena si parte da questa idea, condivisa da tutti i nostri scrittori e così energicamente espressa da M. L. Blanc con queste parole: « La società riceve l’impulso dal potere »; non appena gli esseri umani si considerano essi stessi come ricettivi ma passivi, incapaci di elevarsi attraverso il loro proprio giudizio e la loro propria energia verso alcuna azione morale, verso alcun benessere, e siano ridotti ad attendersi tutto dalla Legge; in una parola, quando essi ammettono che i loro rapporti con lo Stato sono quelli di un gregge con il pastore, è chiaro che la responsabilità del potere è immensa. Beni e mali, virtù e vizi, uguaglianza e disuguaglianza, ricchezza e miseria, tutto deriva dal potere. Esso è incaricato di tutto, di intraprendere tutto, fa tutto, dunque risponde di tutto. Se noi siamo felici, esso reclama a buon diritto la nostra riconoscenza; ma se noi siamo miserabili, noi non possiamo che prendercela con esso. Non dispone esso, in principio, delle nostre persone e dei nostri beni? La Legge non è forse onnipotente? Creando il monopolio generale, esso si è fatto carico di rispondere alle speranze dei padri di famiglia privi di libertà; e se queste speranze vengono deluse, di chi la colpa? Regolamentando l’industria, si è incaricato di farla prosperare, se no sarebbe stato assurdo toglierle la libertà; e se essa soffre, di chi la colpa? Intervenendo a equilibrare la bilancia del commercio, attraverso il gioco delle tariffe, si è fatto carico di farlo fiorire; e se, lungi dal fiorire, esso muore, di chi la colpa? Accordando agli armatori marittimi la sua protezione in cambio della loro libertà, si è fatto carico del loro profitto; e se essi sono in perdita, di chi la colpa?

Così, non vi è una situazione dolorosa nella nazione di cui il governo non si sia volontariamente reso responsabile. Ci si deve allora stupire se ogni sofferenza rappresenti un motivo per la rivoluzione?

E qual è il rimedio proposto? È quello di ampliare senza limiti il dominio della Legge, vale a dire la responsabilità del governo.

Ma se il governo si prende carico di innalzare e regolamentare i salari; di assistere tutti gli infortunati; di garantire tutte le pensioni a tutti i lavoratori; di fornire a tutti gli operai degli strumenti di lavoro; di concedere a tutti coloro che ne fanno richiesta un credito senza interesse; se lo stato si prende carico di tutto ciò e poi non riesce a farvi fronte; se, secondo le parole che abbiamo visto con dispiacere scappare alla penna di M. de Lamartine, « lo Stato si prefigge la missione di illuminare, sviluppare, ingrandire, fortificare, spiritualizzare, e santificare l’animo dei popoli», e poi fallisce, non ci si accorge che al consumarsi di ogni delusione, ahimè!, più che probabile, ha luogo una non meno inevitabile rivoluzione?

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La Legge (parte tredicesima)

Lun, 04/04/2016 - 10:14

È forse a questo punto necessario mostrare attraverso delle citazioni noiose e stucchevoli da dove provengono Morelly, Babeuf, Owen, Saint-Simon, Fourier? Io mi limiterò a presentare al lettore alcuni estratti del libro di Louis Blanc sull’organizzazione del lavoro.

«Nel nostro progetto, la società riceva lo stimolo dal potere.» (Pagina 126).

In che consiste lo stimolo che il Potere dà alla società? Nell’imporre il piano di M. L. Blanc.

D’altro lato, la società, è il genere umano.

Dunque, in definitiva, il genere umano riceve lo stimolo da M. L. Blanc.

Affari suoi, dirà qualcuno. Senza dubbio il genere umano è libero di seguire i consigli di chicchessia. Ma non è così che M. L. Blanc vede la cosa. Egli intende che il suo piano sia convertito in Legge, e di conseguenza imposto con la forza dal potere.

« Nel nostro progetto, lo Stato non fa che dare al lavoro un insieme di leggi (vi pare poco), in virtù delle quali il movimento industriale può e deve compiersi in tutta libertà. Esso (lo Stato) non fa altro che porre la libertà su di un piano inclinato (nient’altro) di modo che essa discenda, una volta che essa vi è stata posta, attraverso la forza delle cose e il decorso naturale del meccanismo stabilito.»

Ma qual è questo piano inclinato? – Quello indicata da M. L. Blanc. – Non conduce per caso verso il baratro? – No, esso porta alla felicità. – Come mai allora la società non si pone spontaneamente su questa via? – Il motivo è che essa non sa ciò che vuole ed ha bisogno di uno stimolo – Chi le darà questo stimolo? – Il potere. – E chi darà impulso al potere? – L’inventore del meccanismo, M. L. Blanc.

Non usciamo mai da questo ragionamento circolare: da una parte l’umanità passiva e dall’altra un grande uomo che la mobilita attraverso l’intervento della Legge.

Una volta incamminata su questa strada, la società godrà forse almeno di qualche libertà? – Senza dubbio. – E di quale libertà si tratta?

«Diciamolo una volta per tutte: la libertà consiste non soltanto nel DIRITTO accordato, ma nel POTERE concesso all’individuo di esercitare e sviluppare le sue facoltà, sotto il dominio della giustizia e sotto la salvaguardia della legge.»

«E questa non è affatto una distinzione inutile: il significato è profondo, le sue conseguenze immense. Infatti, non appena si ammette che occorre all’individuo, per essere veramente libero, il POTERE di esercitare e di sviluppare le sue facoltà, ne risulta che la società deve a ciascuno dei suoi membri una istruzione appropriata, senza la quale lo spirito umano non può dispiegarsi, e gli strumenti di lavoro, senza i quali l’attività umana non può procedere. Ora, attraverso l’intervento di chi la società offrirà a ciascuno dei suoi membri l’istruzione appropriata e gli strumenti di lavoro necessari, se non attraverso l’intervento dello Stato?»

Così la libertà non è altro che il potere. – In che cosa consiste questo POTERE? – Nel possedere l’istruzione e gli strumenti di lavoro. – Chi garantirà l’istruzione e gli strumenti di lavoro? – La società, è suo compito – Attraverso l’intervento di chi la società garantirà gli strumenti di lavoro a coloro che ne sono privi? – Attraverso l’intervento dello Stato – A chi li prenderà lo Stato?

Spetta al lettore di trovare la risposta e di vedere dove conduce tutto ciò.

Uno dei fenomeni più strani del nostro tempo, e che stupirà probabilmente molti dei nostri nipoti, è il fatto che la dottrina che si basa su questa triplice ipotesi, l’inerzia radicale dell’umanità, l’onnipotenza della Legge, l’infallibilità del Legislatore, sia il simbolo sacro del partito che si proclama totalmente democratico.

È vero che si professa anche sociale.

In quanto democratico, ha una fede illimitata nell’umanità.

In quanto sociale, la mette al di sotto della melma.

Quando si tratta di diritti politici, quando si tratta di far uscire dal suo seno il corpo legislativo, oh! allora, a suo avviso, il popolo possiede la scienza infusa; esso è dotato di un tatto ammirabile; la sua volontà è sempre nel giusto, la volontà generale non può fallire. Il suffragio non potrebbe essere abbastanza universale. Nessuno deve alla società alcuna garanzia. La volontà e la capacità di scegliere bene sono sempre date per scontate. Può forse il popolo sbagliarsi? Non siamo forse nel secolo dei lumi? Che cosa dunque! Deve essere il popolo eternamente sotto tutela? Non ha esso conquistato i suoi diritti attraverso parecchi sforzi e sacrifici? Non ha esso forse dato abbastanza prove della sua intelligenza e della sua saggezza? Non è giunto alla sua maturità? Non è forse nello stato di giudicare in maniera autonoma? Non conosce forse i suoi interessi? Vi è forse un uomo o una classe che osi rivendicare il diritto di sostituirsi al popolo, di decidere e di agire in sua vece? No, no, il popolo vuole essere libero, e sarà libero. Vuole dirigere i suoi propri affari, e li dirigerà.

Ma per il Legislatore una volta terminati i comizi elettorali, oh! allora la musica cambia. La nazione rientra nella passività, nell’inerzia, nel nulla, e il Legislatore acquista l’onnipotenza. A lui spetta inventare, dirigere, stimolare, organizzare.

L’umanità non ha che da lasciarsi fare; l’ora del dispotismo è suonata. E notate che la cosa è inevitabile; perché questo popolo, fino allora così illuminato, così dotato di moralità, così perfetto, non ha più alcuna inclinazione, o, se le ha, esse lo trascinano tutte verso il degrado. E se gli si lasciasse un po’ di libertà! Ma non sapete voi che, secondo M. Considérant, la libertà conduce fatalmente al monopolio? Non sapete che la libertà è la concorrenza? e che la concorrenza, secondo M. L. Blanc, è per il popolo un sistema che conduce all’annullamento totale, per la borghesia una causa di rovina?

Sarà forse per questo che i popoli sono tanto più disastrati e in rovina quanto più essi sono liberi, ne sono testimoni la Svizzera, l’Olanda, L’Inghilterra e gli Stati Uniti?

Non sapete voi, sempre secondo M. L. Blanc, che la concorrenza porta dritto al monopolio, e che, per la stessa ragione, il libero mercato conduce all’innalzamento esagerato dei prezzi? Che la concorrenza tende a soffocare le fonti del consumo e spinge la produzione verso una attività pazzesca? Che la concorrenza forza la produzione ad accrescersi e il consumo a diminuire; da cui segue che i popoli liberi producono per non consumare; che essa è al tempo stesso oppressione e demenza, e che occorre assolutamente che M. L. Blanc se ne occupi?

Quale libertà, d’altronde, si potrebbe lasciare agli esseri umani? Forse la libertà di coscienza? Ma in questo caso tutti ne approfitteranno per diventare atei. La libertà d’insegnamento? Ma allora i padri si affretteranno a pagare dei professori che insegnino ai loro figli l’immoralità e la menzogna; d’altronde, se crediamo a M. Thiers, se l’insegnamento fosse lasciato alla libertà della nazione, cesserebbe di essere nazionale, e noi alleveremmo i nostri fanciulli nelle idee dei Mussulmani o degli Induisti, invece, grazie al dispotismo legale dell’università, essi hanno la fortuna di essere educati conformemente alle nobili idee dei Romani. La libertà del lavoro? Ma questa è la concorrenza, che ha per effetto di lasciare tutti i prodotti invenduti, di sterminare il popolo e di mandare in rovina la borghesia. La libertà di scambio? Ma ben si sa, i fautori del protezionismo l’hanno mostrato a sazietà, che un individuo si rovina quando scambia liberamente e che, per arricchirsi, bisogna scambiare senza libertà. La libertà di associazione? Ma, secondo la dottrina socialista, libertà e associazione si escludono a vicenda, in quanto per l’appunto si tende a sottrarre agli individui la libertà soltanto per forzarli ad associarsi.

Voi dunque ben vedete che i democratico-socialisti non possono, in buona coscienza, lasciare agli individui alcuna libertà, in quanto, per loro natura, e nel caso in cui questi signori non mettano ordine, gli esseri umani tendono, da ogni parte, verso tutti i generi di degradazione e di corruzione.

Resta da capire, in questo caso, su quale base si esige per essi, con tanta insistenza, il suffragio universale.

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La Legge (parte dodicesima)

Ven, 01/04/2016 - 09:49

E che cos’è la Libertà, questa parola che ha la potenza di far battere tutti i cuori e di agitare il mondo intero, che cos’è se non l’insieme di tutte le libertà, libertà di coscienza, d’insegnamento, d’associazione, di stampa, di movimento, di lavoro, di scambio; in altri termini, l’esercizio franco, per tutti, di tutte le facoltà che non nuocciono ad alcuno; in altre parole ancora, la distruzione di tutti i dispotismi, anche il dispotismo legale, e la riduzione della Legge al suo solo attributo razionale, che è di regolarizzare il Diritto individuale di legittima difesa o di reprimere l’ingiustizia.

Questa tendenza del genere umano, occorre convenirne, è accesamente ostacolata, in particolare nel nostro paese, dal funesto atteggiamento, frutto dell’insegnamento classico, – comune a tutti gli scrittori, di porsi al di fuori dell’umanità per modificarla, organizzarla e istruirla a modo loro.

Infatti, mentre la società si agita per realizzare la Libertà, i grandi uomini che si pongono al suo comando, imbevuti di principi del diciassettesimo e diciottesimo secolo, non pensano altro che a piegarla sotto il dispotismo filantropico delle loro trovate sociali e a farle portare docilmente, secondo l’espressione di Rousseau, il giogo della pubblica felicità, come che essi l’hanno immaginata.

Lo si è visto bene nel 1789. Non era ancora stato distrutto del tutto l’apparato legale dell’Ancien Régime, che ci si è subito preoccupati di sottomettere la nuova società ad altre disposizioni artificiali, partendo sempre da questo punto fisso: l’onnipotenza della Legge.

Saint-Just. – «Il Legislatore dispone dell’avvenire. Spetta a lui volere il bene. Spetta a lui rendere gli esseri umani ciò che egli vuole essi siano.»

Robespierre. «La funzione del governo è quella di dirigere le forze fisiche e morali della nazione verso i fini della sua istituzione.»

Billaud-Varennes. «Occorre ricreare il popolo che si vuole rendere libero. Poiché occorre distruggere antichi pregiudizi, cambiare antiche abitudini, perfezionare i sentimenti depravati, tenere a freno i bisogni superflui, estirpare vizi inveterati; occorre dunque una azione forte, un impulso veemente…

Cittadini, l’inflessibile austerità di Licurgo divenne a Sparta la base indistruttibile della Repubblica; il carattere debole e fiducioso di Solone ripiombò Atene nella schiavitù. In questo parallelismo sta tutta la scienza di governo.»

Lepelletier. «Considerando a qual punto il genere umano si è degradato, mi sono convinto della necessità di operare una rigenerazione totale e, se così mi posso esprimere, di creare un nuovo popolo.»

Lo si vede, gli individui non sono nient’altro che dei materiali grezzi. Non sta a loro di volere il bene; – essi ne sono incapaci, – spetta al Legislatore, secondo Saint-Just. Gli individui non sono altro che ciò che egli vuole essi siano.

Seguendo Robespierre, che copia letteralmente Rousseau, il Legislatore comincia per determinare il fine istituzionale della nazione. A quel punto i governi non hanno altro da fare che dirigere verso quel fine tutte le forze fisiche e morali. La nazione essa stessa resta sempre passiva in tutto ciò, e Billaud-Varennes ci insegna che essa non deve avere che i pregiudizi, le abitudini, le simpatie e i bisogni che il Legislatore autorizza. Egli arriva a dire che l’inflessibile rigidità di un uomo è la base della repubblica.

Si è visto che, nel caso in cui il male è così grande che i magistrati ordinari non sono in grado di porre rimedio, Mably consigliava la dittatura per far fiorire la virtù. «Ricorrete, egli dice, a una magistratura straordinaria, in carica temporaneamente e con notevoli poteri. L’immaginazione del cittadino deve essere colpita.» Questo insegnamento non è andato perduto.

Sentiamo Robespierre:

«La base del governo repubblicano è la virtù, e il suo strumento, in attesa che essa metta radici, è il terrore. Noi vogliamo sostituire, nel nostro paese, la morale all’egoismo, la probità all’onore, i principi agli usi, i doveri alle buone azioni, il dominio della ragione alla tirannia della moda, il disprezzo del vizio al disprezzo del malessere, la fierezza all’insolenza, la grandezza d’animo alla vanità, l’amore della gloria all’amore del denaro, le buone persone alla buona compagnia, il merito all’intrigo, la genialità allo spirito brillante, la verità allo scalpore, l’attrazione della felicità ai fastidi della voluttà, la grandezza dell’uomo alla piccolezza dei grandi, un popolo magnanime, potente, felice, a un popolo amabile, frivolo, miserabile, vale a dire tutte le virtù e tutti i miracoli della Repubblica a tutti i vizi e a tutto il ridicolo della monarchia.»

A quale alto livello al di sopra del resto dell’umanità si pone qui Robespierre!

E notate la circostanza nella quale egli parla, Egli non si limita ad esprimere il desiderio di un grande rinnovamento dell’animo umano, egli non si limita nemmeno al fatto che essa risulterà da una normale amministrazione. No, egli vuole realizzarlo lui stesso attraverso il terrore. Il discorso, da cui è estratto questo puerile e pesante ammasso di posizioni contrapposte, aveva per oggetto di esporre i principi morali che devono dirigere un governo rivoluzionario.

Notate che, quando Robespierre viene a chiedere la dittatura, non è soltanto per respingere lo straniero e combattere le fazioni; è per far prevalere attraverso il terrore, e innanzitutto a spese della Costituzione, i suoi propri principi morali. La sua pretesa non chiede niente di meno che di estirpare dal paese, attraverso il terrore, l’egoismo, l’onore, gli usi, le buone maniere, la moda, la vanità, il gusto del denaro, la buona compagnia, l’intrigo, lo spirito arguto, il desiderio e la miseria. Solamente dopo che lui, Robespierre, avrà compiuto questi miracoli – come li chiama a ragione – egli permetterà alle leggi di riprendere il loro corso. – Eh! miserabili, che vi credete così grandi, che giudicate l’umanità così piccola, che volete tutto riformare, riformate prima voi stessi, questo sarebbe già abbastanza.

Nonostante tutto, in generale, i signori Riformatori, Legislatori, e Pubblicisti non chiedono di esercitare sull’umanità un dispotismo immediato. No, essi sono troppo moderati e troppo filantropi per pretendere ciò. Essi non reclamano altro che il dispotismo, l’assolutismo, l’onnipotenza della Legge. Soltanto essi aspirano a fare la Legge.

Per mostrare come questa strana inclinazione degli spiriti sia stata universale, in Francia, avrei dovuto non solo ricopiare tutto Mably, tutto Raynal, tutto Rousseau, tutto Fénelon, e lunghi estratti di Bossuet e Montesquieu, dovrei anche riprodurre per intero il processo verbale delle riunioni della Convenzione. Ma me ne guarderò bene, e rinvio il lettore a prendere visione direttamente di quei documenti.

Si pensa certo che questa idea abbia attratto Bonaparte. Egli l’ha abbracciata con ardore e l’ha messa energicamente in pratica. Considerandosi alla maniera di un chimico, egli non vide nell’Europa che una materia grezza su cui effettuare esperimenti. Ma ben presto questa materia si è manifestata come un potente reagente. Una volta privo di quasi tutte le sue illusioni, Bonaparte, a Sant’Elena, sembrò riconoscere che vi è una qualche iniziativa nei popoli, e si mostrò meno ostile alla libertà.

Questo non gli impedì tuttavia di lasciare come testamento questo insegnamento a suo figlio:

Governare, significa diffondere la moralità, l’istruzione e il benessere.»

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La Legge (parte undicesima)

Gio, 31/03/2016 - 09:46

Raynal. – « Il clima, vale a dire il cielo e il suolo, è la prima regola del legislatore. Le risorse di cui dispone gli dettano il compito. È innanzitutto la sua situazione locale che egli deve consultare.

Una popolazione gettata sulle coste marittime avrà delle leggi relative alla navigazione… Se la colonia viene trasferita all’interno, un legislatore deve prevedere sia il loro genere sia il loro grado di fertilità… »

« È soprattutto nella distribuzione della proprietà che si manifesterà oltremodo la saggezza delle leggi. In generale, in tutti i paesi del mondo, quando si fonda una colonia, occorre distribuire le terre a tutti i nuovi abitanti, vale a dire a ciascuno un pezzo di terra sufficiente per il mantenimento della famiglia …»

« In una isola selvaggia, qualora venisse popolata da fanciulli, non si dovrebbe far altro che lasciare sbocciare i germi della verità nei processi di sviluppo della ragione… Ma quando si insedia un popolo già vecchio in un paese nuovo, l’abilità consiste a lasciargli soltanto le opinioni e le abitudini nocive da cui non si può proprio guarirlo e correggerlo. Se si vuole impedire che esse si trasmettano, allora si veglierà sulla seconda generazione attraverso una educazione comune e pubblica dei fanciulli. Un principe, un legislatore, non dovrebbe mai fondare una colonia senza inviarvi prima degli individui saggi per l’istruzione della gioventù…

In una colonia in formazione, tutte le opportunità sono aperte agli interventi del Legislatore che vuole purificare il sangue e i costumi di un popolo. Posto che egli abbia genialità e virtù, le terre e gli esseri umani che egli avrà tra le mani ispireranno alla sua anima un piano della società, che uno scrittore non può mai tracciare se non in maniera vaga e soggetta all’instabilità delle ipotesi, che variano e si complicano con una infinità di circostanze troppo difficili da prevedere e da legare tra loro…»

Non sembra forse di sentire un professore di agricoltura dire ai suoi alunni: «Il clima è la prima regola di cui deve tener conto l’agricoltore? Le sue risorse gli dettano i suoi compiti. È innanzitutto la sua situazione sul campo a cui egli deve attenersi.

Se egli è su un suolo argilloso, deve comportarsi in una certa maniera. Se ha a che fare con un suolo sabbioso, ecco allora come deve procedere. Tutte le strade sono aperte all’agricoltore che vuole diserbare e migliorare il suo suolo. Posto che egli abbia delle capacità, la natura del terreno, i concimi di cui disporrà gli ispireranno un piano di sfruttamento del suolo, che un professore non può mai tracciare se non in maniera vaga e soggetta all’instabilità delle ipotesi, che variano e si complicano con una infinità di circostanze troppo difficili da prevedere e da combinare.»

Ma, sublimi scrittori, cercate di ricordarvi talvolta che questa argilla, questa sabbia, questo concime, di cui voi disponete in maniera così arbitraria, sono degli Esseri Umani, uguali a voi, degli esseri intelligenti e liberi come voi, che hanno ricevuto da Dio, come voi, la facoltà di vedere, di prevedere, di pensare e di giudicare in maniera autonoma!

Mably. – (Egli pensa che le leggi si siano arrugginite col tempo, con l’incuria della sicurezza, e prosegue così):

«In queste circostanze, bisogna convincersi che le forze del governo si sono indebolite. Date loro una nuova tensione (è al lettore che Mably si rivolge), e il male sarà sanato …

Preoccupatevi meno a punire gli errori che a incoraggiare le virtù di cui voi avete bisogno. Attraverso questo metodo voi renderete alla vostra repubblica il vigore della giovinezza. È per non aver avuto conoscenza dei popoli liberi che essi hanno perso la libertà! Ma se lo stato del male è avanzato a tal punto che i magistrati ordinari non vi possano porre rimedio efficace, ricorrete a una magistratura straordinaria, che abbia vasti poteri per un periodo ristretto. L’immaginazione dei cittadini ha bisogno in quel momento di essere colpita…»

E si continua così con queste argomentazioni nel corso di venti volumi.

È esistita un’epoca in cui, sotto l’influsso di tali insegnamenti, che sono la base dell’educazione classica, ciascuno ha voluto porsi al di fuori e al di sopra dell’umanità, per modificarla, organizzarla e istruirla alla sua maniera.

Condillac. – Atteggiatevi, o mio Signore, come un Licurgo o un Solone. Prima di proseguire nella lettura di questo scritto, divertitevi a dare delle leggi a qualche popolo selvaggio dell’America o dell’Africa.

Radicate in dimore fisse questi esseri erranti; insegnate loro a nutrire delle greggi …; operate per sviluppare le qualità sociali che la natura ha posto in essi…

Comandate loro di cominciare a praticare i doveri dell’umanità… Avvelenate con dei castighi i piaceri che le passioni promettono, e voi vedrete questi barbari, a ogni articolo delle vostre leggi, perdere un vizio e acquisire una virtù.»

« Tutti i popoli hanno avuto delle leggi. Ma pochi tra di loro sono stati felici. Qual è la causa di ciò? È il fatto che i legislatori hanno quasi sempre ignorato che l’obiettivo della società è di unire le famiglie attraverso un comune interesse.»

«L’imparzialità delle leggi consiste in due aspetti: nello stabilire l’uguaglianza delle fortune e nella dignità dei cittadini… Mano a mano che le vostre leggi stabiliranno una maggiore uguaglianza, esse diventeranno più attraenti per ciascun cittadino… Come è possibile che l’avarizia, l’ambizione, la lussuria, l’ozio, l’invidia, l’odio, la gelosia, possano prendere possesso di individui uguali per fortuna e dignità, e ai quali le leggi non lascerebbero alcuna speranza di rompere l’uguaglianza? » (Segue l’idillio.)

« Ciò che vi è stato detto a proposito della Repubblica di Sparta vi deve illuminare grandemente su questo tema. Nessun altro Stato ha mai avuto leggi più conformi all’ordine della natura e dell’uguaglianza.»

Non è sorprendente che i secoli diciassettesimo e diciottesimo abbiano ritenuto il genere umano come una materia inerte in attesa, che riceve tutto, forma, immagine, stimoli, movimento e vita da un grande Principe, da un grande Legislatore, da un grande Genio. Questi secoli si nutrivano dello studio dell’Antichità, e l’Antichità ci offre in effetti dappertutto, in Egitto, in Persia, in Grecia, a Roma, lo spettacolo di alcuni uomini che manipolano a loro piacere l’umanità asservita attraverso la forza o l’inganno. Che cosa mostra ciò? Il fatto che, poiché l’essere umano e la società sono perfettibili, l’errore, l’ignoranza, il dispotismo, la schiavitù, la superstizione, devono accumularsi di più all’inizio dei tempi. Il torto degli scrittori che ho citato non è quello di aver constatato il fatto, ma di averlo proposto, come regola, all’ammirazione e all’imitazione delle generazioni future. Il loro torto è quello di avere, con una incredibile assenza di senso critico, e sulla base di una convenzione puerile, ammesso ciò che è inammissibile, vale a dire la grandezza, la dignità, la moralità e il benessere di queste società fittizie dell’antichità, di non aver compreso che il corso della storia produce e diffonde la luce della civiltà; che, mano a mano che la civiltà si diffonde, la forza passa dalla parte del Diritto, e la società riprende possesso di sé stessa.

E in effetti, qual è l’operato politico di cui noi siamo testimoni? Non è altro che lo sforzo istintivo di tutti i popoli verso la libertà. [*].

[*] Perché un popolo sia felice, è indispensabile che gli individui che ne fanno parte siano previdenti, prudenti, e abbiano quella fiducia gli uni nei confronti degli altri, che nasce dalla sicurezza.

Ora, l’essere umano non può raggiungere queste cose se non attraverso l’esperienza. Egli diventa previdente quando ha sofferto per non aver previsto, prudente, quando la sua temerarietà è stata sovente punita, ecc.

Ne risulta che la libertà comincia sempre per essere accompagnata dai mali che derivano dall’uso sconsiderato che se ne fa.

Di fronte a questo spettacolo, vi sono sempre delle persone che chiedono che la libertà sia messa al bando.

“Che lo Stato, essi dicono, sia previdente e prudente per tutti quanti.”

A questo riguardo, io mi domando:

1. È ciò possibile? Può nascere uno Stato dotato di esperienza da un popolo che ne è privo?

2. Ad ogni modo, ciò non significa forse soffocare l’esperienza al suo nascere?

Se il potere impone gli atti individuali, come potrà l’individuo imparare dalle conseguenze dei suoi atti? Sarà dunque per sempre sotto tutela?

E lo Stato avendo tutto comandato sarà responsabile di tutto.

Vi è in tutto ciò un focolaio di rivoluzioni, e di rivoluzioni senza sbocco, poiché esse saranno opera di un popolo al quale, impedendo l’esperienza, si vieta il progresso.

(Pensiero ripreso dai manoscritti di Bastiat)

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La Legge (parte decima)

Mer, 30/03/2016 - 09:42

Montesquieu. – Per conservare lo spirito del commercio, occorre che tutte le leggi lo favoriscano; che queste stesse leggi, attraverso le loro disposizioni, ripartendo le fortune in modo tale che il commercio le accresca, mettano ogni cittadino povero in una agiatezza abbastanza grande per poter lavorare come gli altri, e ogni cittadino ricco in una tale stato di precarietà da aver bisogno di lavorare per mantenere ciò che ha o per accrescerlo …»

Così le Leggi dominano su tutte le fortune.

« Benché nella democrazia l’uguaglianza reale sia l’anima dello Stato, tuttavia essa è così difficile da raggiungere che una precisione estrema al riguardo non converrebbe sempre. È sufficiente che SI stabilisca un canone che riduca o fissi le differenze a un certo livello. Dopo di ciò, spetta a leggi specifiche di pareggiare, per così dire, le disuguaglianze, attraverso i carichi che esse impongono ai ricchi e le facilitazioni che esse accordano ai poveri … »

Si tratta anche qui, ancora una volta, di rendere uguali le fortune attraverso la legge, vale a dire attraverso l’uso della forza.

« Vi erano in Grecia due tipi di repubbliche. Quelle militari, come la Lacedemone; e quelle commercianti, come Atene. Nelle prime SI voleva che i cittadini fossero oziosi; nelle seconde SI cercava di inculcare l’amore per il lavoro.»

«Io invito a fare un po’ di attenzione riguardo alla grande genialità di questi legislatori in modo da vedere che sovvertendo tutti gli usi e costumi del passato, confondendo tutte le virtù, essi mostrassero a tutti la loro saggezza. Licurgo, creando una società in cui si mescolavano il piccolo furto con lo spirito di giustizia, la più dura schiavitù con l’estrema libertà, i sentimenti più atroci con la più grande moderazione, ha dato stabilità alla sua città. Parve che togliesse ad essa tutte le risorse, le arti, i commerci, il denaro, le mura cittadine: si ha l’ambizione anche senza la speranza di essere migliori; si hanno dei sentimenti naturali, anche se non si è né un fanciullo, né un marito, né un padre; lo stesso pudore è tolto alla castità. È attraverso questo percorso che Sparta è condotta verso la grandezza e la gloria…»

« Questo fatto straordinario che si è visto nelle istituzioni della Grecia, l’abbiamo visto nella feccia e nella corruzione dei tempi moderni. Un legislatore onesto ha formato un popolo in cui la probità appare così naturale come il coraggio presso gli Spartani. M. Penn è un vero Licurgo, e benché il primo abbia avuto come obiettivo la pace mentre l’altro la guerra, essi si assomigliano nel cammino singolare in cui hanno collocato il loro popolo, nell’ascendente che essi hanno avuto su uomini liberi, nei pregiudizi che essi hanno superato, nelle passioni che essi hanno sottomesso.»

«Il Paraguay può fornirci un altro esempio. Si è voluto considerarlo un crimine della Società, che considera il piacere di comandare come il solo bene della vita; ma sarà sempre nobile governare gli individui rendendoli più felici…»

«Coloro che vorranno stabilire simili istituzioni introdurranno la comunione dei beni come nella Repubblica di Platone, lo stesso rispetto che egli chiedeva verso gli dei, quella separazione nei confronti degli stranieri per la salvaguardia dei costumi, con la città che si occupava del commercio e non i cittadini; essi svilupperanno le nostre arti senza il nostro lusso, e i nostri bisogni senza i nostri desideri.»

L’infatuazione comune griderà di sicuro: è opera di Montesquieu, per cui è magnifico! è sublime! io avrò il coraggio delle mie opinioni e dirò:

Cosa! voi avete la spudoratezza di trovare tutto ciò attraente!

Ma è disgustoso! abominevole! e questi estratti, che potrei moltiplicare, mostrano che, nella concezione di Montesquieu, le persone, le libertà, le proprietà, l’umanità intera non sono che dei materiali adatti ad esercitare la sagacia del Legislatore.

Rousseau. – Nonostante che questo scrittore, autorità suprema tra i fautori della democrazia, faccia poggiare l’edificio sociale sulla volontà generale, nessuno ha accettato, in modo più esteso di lui, l’ipotesi della passività del genere umano davanti al Legislatore

« Se è vero che un grande principe è un essere umano raro, che cosa dire di un grande legislatore? Il primo non deve fare altro che seguire il modello che l’altro deve proporre. Quest’ultimo è il meccanico che inventa la macchina, quell’altro non è che l’operaio che la costruisce e la fa funzionare.»

E in tutto ciò, che parte hanno gli esseri umani? Essi sono la macchina che si costruisce e che si fa funzionare, o piuttosto la materia grezza di cui è fatta la macchina!

Così tra il Legislatore e il Principe, tra il Principe e i sudditi, sussiste lo stesso rapporto che vi è tra l’agronomo e l’agricoltore, l’agricoltore e la terra. A quale alto livello al di sopra dell’umanità è dunque posto lo scrittore, che impartisce direttive agli stessi Legislatori e insegna loro il loro mestiere in termini così imperativi:

« Volete voi dare sostanza allo Stato? avvicinate i gradi estremi più che possibile. Non ammettete né persone molto ricche né pezzenti.

Il suolo è ingrato o sterile, o il paese è troppo denso di abitanti, dedicatevi all’industria e alle arti, i cui prodotti darete in cambio delle derrate alimentari che vi necessitano.. Su di un buon suolo, mancate di abitanti, dedicate tutte le vostre cure all’agricoltura, che moltiplica gli esseri umani, e abbandonate le arti, che servirebbero solo a spopolare il paese… Occupatevi dei fiumi ampi e comodi per la navigazione, coprite il mare di vascelli, avrete una esistenza brillante e corta. Il mare non bagna che coste rocciose e inaccessibili, restate barbari e mangiatori di pesci, vivrete più tranquilli, forse migliori, e, di certo, più felici. In sostanza, al di là delle massime comuni a tutti, ogni popolo racchiude in sé un motivo che li dispone in un modo particolare, e fa sì che le sue leggi siano proprie a lui solo. È così che una volta gli Ebrei, e recentemente gli Arabi, hanno avuto come obiettivo principale la religione, gli Ateniesi le lettere, Cartagine e Tiro il commercio, Rodi la marina, Sparta la guerra, e Roma la virtù.

L’autore dello Spirito delle Leggi ha mostrato attraverso quale arte il legislatore dirige l’istituzione verso ciascuno di questi obiettivi… Ma se il legislatore, errando nei suoi fini, prende un principio diverso da quello che sorge dalla natura delle cose, che l’uno tende alla servitù e l’altro alla libertà; l’uno alle ricchezze, l’altro al numero di abitanti; l’uno alla pace, l’altro alle conquiste, si vedrà che le leggi si indeboliscono senza accorgersene, la costituzione si altera, e lo Stato non cesserà d’essere agitato fino a quando non sarà distrutto o trasformato, e la natura invincibile non abbia ripreso il suo dominio. »

Ma se la natura è abbastanza invincibile per riprendere il suo dominio, perché Rousseau non ammette che essa non aveva bisogno del Legislatore per prendere il sopravvento fin dall’inizio? Perché egli non ammette che obbedendo alla loro propria iniziativa gli esseri umani si volgeranno spontaneamente verso il commercio su dei fiumi larghi e comodamente navigabili, senza che un Licurgo, un Solone, un Rousseau si immischino col rischio di sbagliarsi? In ogni caso, si comprende la terribile responsabilità che Rousseau fa cadere sugli inventori, istitutori, direttori, legislatori e manipolatori di Società. Allo stesso modo egli è molto esigente verso di loro.

« Colui che osa avventurarsi nell’impresa di educare un popolo deve sentirsi nella situazione di modificare, per così dire, la natura umana, di trasformare ogni individuo che, di per sé stesso, è un tutto perfetto e unico, in una parte di un più grande tutto, di cui questo individuo riceve, in tutto o in parte, la sua esistenza e il suo essere; di alterare la costituzione dell’essere umano per rinforzarla, di sostituire una esistenza parziale e morale all’esistenza fisica e indipendente che abbiamo tutti ricevuto dalla natura. Occorre, in una parola, sottrarre all’individuo le sue forze per affidargliene altre che gli siano estranee…»

Povera specie umana, che faranno della tua dignità i seguaci di Rousseau?

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La Legge (parte nona)

Mar, 29/03/2016 - 09:39

Non bisogna stupirsi che gli scrittori del diciannovesimo secolo considerino la società come una creazione artificiale uscita dalla mente geniale del Legislatore.

Questa idea, frutto dell’educazione classica, ha dominato tutti i pensatori, tutti i grandi scrittori del nostro paese. Tutti hanno visto tra l’umanità e il legislatore gli stessi rapporti che esistono tra l’argilla e il vasaio.

E non è tutto; se essi hanno accettato di riconoscere nell’animo dell’essere umano un principio di azione, e nella sua ragione, un principio di discernimento, essi hanno pensato che Dio, comportandosi così, gli aveva fatto un dono funesto e che l’umanità, sotto l’influsso di questi due motori, si avviava fatalmente verso il suo degrado. Essi hanno di fatto proclamato che, lasciato alle sue inclinazioni, l’umanità non si occuperebbe di religione se non per sfociare nell’ateismo, abbandonerebbe la trasmissione del sapere per ripiombare nell’ignoranza, si disinteresserebbe delle attività e degli scambi per spegnersi nella miseria.

Fortunatamente, secondo questi stessi pensatori, ci sarebbero alcuni individui, chiamati Governanti, Legislatori, che hanno ricevuto dal cielo, non solamente per sé stessi, ma a vantaggio di tutti gli altri, tendenze opposte.

Mentre l’umanità pende verso il Male, essi sono rivolti al Bene; mentre l’umanità marcia verso le tenebre dell’ignoranza, essi aspirano alla luce del sapere; mentre l’umanità è trascinata verso il vizio, essi sono attirati dalla virtù.

E, una volta accettato ciò, essi reclamano la Forza, di modo che essa consenta loro di sostituire le loro proprie tendenze alle tendenze del genere umano.

Basta aprire, quasi a caso, un libro di filosofia, di politica o di storia, per rendersi conto di quanto fortemente sia radicata nel nostro paese questa concezione, figlia degli studi classici e madre del Socialismo, l’idea cioè che l’umanità sia una materia inerte che riceve dal potere la vita, l’organizzazione, la morale, e il benessere; o meglio, e la qual cosa è ancora peggio, che l’umanità lasciata a sé stessa tende vero il degrado e viene arrestata su questa brutta china solo dalla mano misteriosa del Legislatore. Dappertutto le idee classiche convenzionali ci mostrano, alle spalle della società passiva, una potenza occulta che, sotto il nome di Legge, Legislatore, o sotto questa espressione più agevole e più vaga del tipo SI provvederà, SI interverrà … muove l’umanità, l’anima, l’arricchisce e la moralizza.

Bossuet. – « Una delle cose che SI (da parte di chi?) imprime più fortemente nell’animo degli Egiziani, è l’amore della patria … Non era permesso di essere inutile allo Stato, la Legge assegnava a ciascuno un impiego preciso, che si tramandava di padre in figlio.

Non SI poteva avere due impieghi né cambiare di professione … ma vi era una occupazione che doveva essere comune, ed era lo studio delle leggi e della saggezza. L’ignoranza della religione e delle disposizioni vigenti nel paese non era ammessa in alcun modo. Del resto, ogni professione aveva il suo quartiere che gli era assegnato (da chi?) …

All’interno di buone leggi, ciò che vi era di meglio è il fatto che tutti erano nutriti (da chi?) nello spirito di osservazione …

I loro costumi hanno arricchito l’Egitto di invenzioni meravigliose, e non ignoravano quasi nulla di ciò che poteva rendere la vita comoda e tranquilla. »

Così, gli individui, secondo Bossuet, non sono in grado di fornire nulla da sé stessi: patriottismo, ricchezze, attività, saggezza, invenzioni, lavoro, scienza, tutto compiendosi attraverso l’operato delle Leggi o dei Re. Per essi non si trattava che di lasciarsi fare. È a questo punto che, avendo Diodoro rimproverato gli Egiziani di non accettare la lotta fisica e la musica, Bossuet lo riprende. Come è possibile ciò, egli dice, dal momento che queste arti sono state inventate da Trismegisto?

Lo stesso presso i Persiani:

« Una delle prime preoccupazioni del principe era di fare prosperare l’agricoltura … Dal momento che vi erano dei compiti stabiliti per la condotta degli eserciti, così ve ne erano per sovrintendere ai lavori dei campi … Il rispetto che SI incuteva ai Persiani verso l’autorità reale andava fino all’eccesso. »

I Greci, benché pieni di iniziativa, non erano meno incapaci di padroneggiare il proprio destino, a tal punto che, da soli, non si sarebbero innalzati, come i cani e i cavalli, al livello dei più semplici divertimenti. È un classico, un dato di fatto scontato, che tutto proviene dall’esterno delle popolazioni.

« I Greci, naturalmente pieni di iniziativa e di coraggio, erano stati molto presto educati dai Re e da coloni venuti dall’Egitto. È là che essi avevano appreso gli esercizi del corpo, la corsa a piedi, a cavallo e sui carri … Ciò che gli Egiziani avevano loro insegnato di meglio era di rendersi docili, di lasciarsi formare dalle leggi per il bene pubblico. »

Fénelon. – Nutrito nello studio e nell’ammirazione dell’antichità, testimone della potenza di Louis XIV, Fénelon non poteva certo sfuggire a questa idea che l’umanità è passiva, e che le sue disgrazie come le sue fortune, le sue virtù come i suoi vizi, le vengono da una azione esteriore, esercitata su di essa dalla Legge o da colui che la fa. Così, nel suo utopico Salento, egli pone gli individui, con i loro interessi, le loro facoltà, i loro desideri e i loro beni, alla discrezione assoluta del Legislatore. Riguardo a qualsiasi problema, non sono mai essi che giudicano per sé stessi, ma è il Principe.

La nazione non è che una materia informe, di cui il Principe è l’anima. È in lui che risiedono il pensiero, la preveggenza, il principio di ogni organizzazione, di ogni progresso e, di conseguenza, la Responsabilità.

Per dar prova di questa affermazione, dovrei trascrivere qui tutto il X libro del Telemaco. Rimando il lettore al testo originale, e mi accontento di citare alcuni passaggi presi a caso da quel celebre poema, al quale, per altri versi, sono il primo a rendere giustizia.

Con quella credulità sorprendente che caratterizza i classici, Fénelon ammette, malgrado il peso del ragionamento e dei fatti, la felicità generale degli Egiziani, e la attribuisce, non alla loro saggezza, ma a quella dei loro Re.

« Noi non possiamo gettare gli occhi sui due fiumi senza accorgerci dell’esistenza di città opulente, di case rustiche piacevolmente situate, di terreni che si coprono tutti gli anni di un muschio dorato, senza mai cessare di produrre, di praterie dense di armenti; di lavoratori ricolmi dei frutti che la terra spandeva dal suo seno; di cacciatori che facevano echeggiare i dolci suoni dei loro flauti e delle loro cornamuse ai quattro venti tutt’intorno. Felice, proclamava Mentore, il popolo che è governato da un Re saggio.

Quindi Mentore mi faceva notare la gioia e l’abbondanza sparsa in tutta la campagna d’Egitto, dove si contavano sino a ventiduemila città; la giustizia esercitata a vantaggio del povero contro il ricco; la buona educazione dei fanciulli che venivano addestrati all’obbedienza, al lavoro, alla sobrietà, all’amore delle arti e delle lettere; l’accuratezza nello svolgimento di tutte le cerimonie religiose, il disinteresse, il desiderio dell’onore, la fedeltà verso gli esseri umani e il timore per gli dei, che ogni padre comunicava ai suoi figli. Non cessava mai di ammirare questo ordine sublime. Felice, mi diceva, il popolo che un Re saggio governa in tal modo.»

Fénelon fa, di Creta, un ritratto idilliaco ancora più seducente. Poi egli aggiunge, per bocca di Mentore:

«Tutto ciò che voi vedrete in questa isola meravigliosa è frutto delle leggi di Minosse. L’educazione che egli faceva impartire ai fanciulli rende il corpo sano e robusto. Li SI abitua fin dall’inizio ad una vita semplice, frugale e laboriosa. SI suppone che ogni desiderio infiacchisca il corpo e lo spirito. Non SI propone loro altro piacere che di essere invincibili attraverso la virtù e di guadagnare molta gloria… Qui SI puniscono tre vizi che restano impuniti presso gli altri popoli, l’ingratitudine, la falsità e l’avarizia. Per quanto riguarda lo sfarzo e la mollezza, non SI ha bisogno di reprimerli, in quanto essi sono ignoti a Creta… Non SI ammettono né mobili preziosi, né abiti magnifici, né festini voluttuosi, né palazzi dorati.»

È così che Mentore prepara il suo pupillo a triturare e a manipolare, senza alcun dubbio con la più filantropica finalità, il popolo di Itaca, e, per maggiore sicurezza, gli offre l’esempio di Salento.

Ecco come noi riceviamo le nostre prime nozioni di politica. Ci viene insegnato a trattare gli esseri umani press’a poco come Olivier de Serres insegna agli agricoltori a trattare e concimare i terreni.

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La Legge (parte ottava)

Ven, 25/03/2016 - 09:37

Voi dite: « Ecco delle persone che non dispongono di ricchezze, » – e vi rivolgete alla Legge. Ma la Legge non è una mammella che si riempie da sé, o le cui vene apportatrici di latte vadano a succhiare altrove se non nella società. Nulla viene incamerato dalle casse dello stato, a vantaggio di un individuo o di una classe, senza che altri individui e altre classi siano state costrette a effettuare il versamento. Se ciascuno non ne ricava che l’equivalente di ciò che ha versato, la vostra Legge, è vero, non è spogliatrice, ma in questo caso essa non compie niente per quelle persone che mancano di ricchezze, essa non opera per nulla a favore dell’uguaglianza.

Essa non può essere strumento di livellamento in tanto in quanto prende dagli uni per dare agli altri, e allora essa è uno strumento di Spoliazione. Esaminate da questo punto di vista il Protezionismo delle tariffe doganali, i premi all’esportazione, il Diritto al profitto, il Diritto al lavoro, il Diritto all’assistenza, il Diritto all’istruzione, l’imposta progressiva, le agevolazioni creditizie, le imprese finanziate dallo stato, sempre troverete al fondo di tutto ciò la Spoliazione legale, l’ingiustizia organizzata.

Voi dite: « Ecco delle persone che mancano di conoscenze, » – e vi rivolgete alla Legge. Ma la Legge non è una fiaccola che irradia in lontananza una luce che gli è propria. Essa si cala su una società in cui vi sono degli individui che sanno e altri che non sanno; dei cittadini che hanno bisogno di apprendere e altri che sono disposti a insegnare. Essa non può fare che una delle due cose: o lasciare che si operi liberamente uno scambio di tal genere, lasciando che questo tipo di bisogni venga soddisfatto in tutta libertà; oppure forzare a questo riguardo le volontà e prendere agli uni di che pagare dei professori incaricati di istruire gratuitamente gli altri. Ma essa non può non commettere, nel secondo caso, un attentato alla Libertà e alla Proprietà, vale a dire la Spoliazione legale.

Voi dite: « Ecco delle persone che mancano di moralità o di senso religioso, » – e voi vi rivolgete alla Legge. Ma la Legge significa la Forza, e c’è bisogno che io vi dica quanto sia una impresa violenta e folle far intervenire la forza in questi ambiti?

Arrivato alla realizzazione di questi sistemi e al compimento dei suoi sforzi, sembra che il Socialismo, per quanto si compiaccia di sé stesso, non possa fare a meno di accorgersi di aver partorito il mostro della Spoliazione legale. Ma cosa fa allora? Lo camuffa abilmente agli occhi di tutti, persino ai suoi, sotto le affascinanti parole di Fraternità, Solidarietà, Organizzazione, Associazione. E dal momento che noi non pretendiamo dalla Legge così tanto, dal momento che esigiamo solo la Giustizia, avanza la supposizione che noi respingiamo la fraternità, la solidarietà, l’organizzazione, l’associazione, e ci getta addosso l’epiteto di individualisti.

Che egli sappia dunque che ciò che noi respingiamo, non è l’organizzazione naturale, ma l’organizzazione forzata.

Non è l’associazione libera, ma solo quelle forme di associazione che egli pretende di imporci.

Non è la fraternità spontanea, ma la fraternità sottoposta alla legge.

Non è la solidarietà provvidenziale, ma la solidarietà artificiale, che non è altro che un ingiusto trasferimento di Responsabilità .

Il Socialismo, al pari della vecchia politica da cui esso emana, confonde il Governo e la Società. Per questo motivo, tutte le volte che noi non vogliamo che una cosa venga fatta dal Governo, se ne conclude che noi non vogliamo che quella cosa sia fatta del tutto.

Noi respingiamo l’istruzione gestita dallo Stato; allora non vogliamo l’istruzione.

Noi respingiamo una religione di Stato; allora non vogliamo la religione.

Noi respingiamo l’uguaglianza imposta dallo Stato; allora non vogliamo l’uguaglianza, e così via.

È come se ci si accusasse di non volere che gli esseri umani si nutrano, perché siamo contro la coltivazione del grano da parte dello Stato.

Come ha potuto imporsi, nel mondo politico, l’idea bizzarra di far derivare dalla Legge ciò che in essa non esiste: il Bene, in maniera affermativa, la Ricchezza, la Scienza, la Religione?

Gli scrittori moderni, in particolare quelli della scuola socialista, fondano le loro diverse teorie su una comune ipotesi, di sicuro la più strana, la più imbevuta di presunzione che possa mai prodursi in un cervello umano.

Essi ripartiscono l’umanità in due classi. La totalità degli individui, meno uno, compone la prima classe; colui che scrive, da solo, forma la seconda classe, quella molto più importante.

In effetti, questi scrittori partono con la supposizione che gli individui non posseggano nel loro intimo né un principio d’azione, né un mezzo di valutazione; che essi sono privi di iniziativa; che essi sono fatti di materia inerte, di molecole passive, di atomi senza spontaneità, tutt’al più una vegetazione incurante del modo di esistere, suscettibile di essere plasmata, da una volontà e da una forza esteriore, in un numero infinito di forme più o meno simmetriche, artistiche, complete.

Infine ciascuno di essi suppone senza alcun dubbio di essere lui stesso, sotto il nome di Organizzatore, Rivelatore, Legislatore, Istitutore, Fondatore, questa volontà e questa forza, questo motore universale, questa potenza creatrice la cui sublime missione è di congregare in società questi elementi sparsi che sono gli esseri umani

Muovendo da questa convinzione, al pari di un giardiniere che, secondo il suo capriccio, modella le sue siepi a forma di piramidi, ombrelloni, cubi, coni, vasi, a spalliera, a fuso, a ventaglio, così ogni socialista, seguendo la sua ispirazione, ritaglia la misera umanità in gruppi, serie, centri, sotto-centri, alveoli, laboratori sociali, armonici, conflittuali, ecc. ecc.

E come il giardiniere, per modellare gli arbusti ha bisogno di asce, seghe, roncole e forbici, colui che scrive, per organizzare la sua società, ha bisogno di forze che egli non può trovare se non nelle Leggi; leggi sul commercio, leggi tributarie, leggi sull’assistenza, leggi sull’istruzione.

È vero che i socialisti considerano l’umanità come una materia adatta alle combinazioni sociali; è anche vero che se, per caso, essi non sono così sicuri del successo di queste combinazioni, reclamano nondimeno un nucleo ridotto dell’umanità come materiale da esperimento: si sa quanto sia popolare presso di loro l’idea di sottoporre a esperimento tutti i sistemi, e si è visto uno dei loro capi chiedere in tutta serietà, dinanzi all’assemblea costituente, un comune con tutti i suoi abitanti per fare le sue prove. È così che ogni inventore costruisce il suo piccolo modello prima di passare alla costruzione in grande. È così che il chimico sacrifica alcuni reagenti, che l’agricoltore sacrifica alcune sementi e un piccolo appezzamento di terreno per fare delle prove.

Ma quale distanza incommensurabile tra il giardiniere e i suoi alberi, tra l’inventore e i suoi congegni, tra il chimico e i suoi reagenti, tra l’agricoltore e le sue sementi!…Il socialista crede in buona fede che la stessa distanza lo separi dall’umanità.

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La Legge (parte settima)

Gio, 24/03/2016 - 09:34

La Spoliazione legale ha due radici: l’una, l’abbiamo appena esaminata, è l’Egoismo umano; l’altra è la falsa Filantropia.

Prima di procedere, credo che sia mio dovere offrire dei chiarimenti riguardo al termine Spoliazione.

Io non lo prendo, come si fa troppo di sovente, nella sua accezione vaga, indeterminata, approssimativa, metaforica: io me ne servo nel senso proprio della scienza, come il termine che esprime l’idea opposta a quella della Proprietà. Quando una porzione di ricchezza passa da colui che l’ha acquisita, senza che vi sia il suo consenso e senza alcun compenso, a colui che non l’ha prodotta, che ciò avvenga con la forza o con l’inganno, io affermo che vi è un attacco alla Proprietà, che vi è Spoliazione. Io affermo che, giustamente, è proprio questo che la Legge dovrebbe reprimere dappertutto e sempre. Che se la Legge compie essa stessa l’atto che essa dovrebbe reprimere, non per questo la Spoliazione è minore, e persino, socialmente parlando, saremmo in presenza di circostanze aggravanti. Soltanto, in questo caso, non è colui che profitta della Spoliazione che ne è responsabile, ma la Legge, il legislatore, la società, ed è questo che produce i guasti della politica.

È fastidioso che questa parola abbia un che di offensivo. Vanamente ne ho cercata un’altra, perché mai, e oggi meno che mai, vorrei gettare nel mezzo delle nostre discussioni una parola che suscita irritazione. Così, lo si creda o no, io dichiaro che non intendo porre sotto accusa né la volontà né la moralità di chicchessia. Io me la prendo con una idea che ritengo falsa, un sistema che mi sembra ingiusto, e tutto ciò è talmente al di fuori delle intenzioni, che ciascuno di noi ne approfitta senza volerlo e ne soffre senza saperlo.

Bisogna scrivere sotto l’influsso dello spirito di parte o della paura per mettere in dubbio la sincerità del Protezionismo, del Socialismo e perfino del Comunismo, che non sono che una stessa pianta, in tre diverse fasi della sua crescita. Tutto quello che si potrebbe dire è che la Spoliazione è più visibile, per la sua parzialità, nel Protezionismo [*], per la sua universalità, nel Comunismo; da cui ne deriva che dei tre sistemi il Socialismo è ancora il più vago, il più indeciso, e di conseguenza, il più sincero.

[*] Se il protezionismo venisse accordato, in Francia, solamente ad una categoria, ad esempio i fabbri, esso sarebbe così assurdamente spoliatrice che non potrebbe essere mantenuto. Così assistiamo allo spettacolo che tutte le industrie protette si uniscono in lega, fanno causa comune e persino fanno propaganda al protezionismo in modo da apparire come se abbracciassero l’insieme del lavoro nazionale. Esse sentono istintivamente che la Spoliazione si dissimula generalizzandosi.

Sia quel che sia, essere d’accordo che la spoliazione legale ha una delle sue radici nella falsa filantropia, fa sì che le intenzioni siano fuori discussione.

Una volta d’accordo su questo punto, esaminiamo quanto vale, da dove viene e dove porta questa aspirazione popolare che pretende di realizzare il Bene generale attraverso la Spoliazione generale.

I socialisti ci dicono: poiché la Legge detta regole per l’amministrazione della giustizia, perché non potrebbe regolare anche il lavoro, l’insegnamento, la religione?

Perché? Ma perché essa non saprebbe regolare il lavoro, l’insegnamento, la religione, senza mettere a repentaglio la Giustizia.

È necessario tenere sempre presente che dire Legge equivale a dire Forza, e che, di conseguenza, il dominio della Legge non sarebbe in grado di andare al di là del dominio della Forza.

Quando la legge e la Forza operano in modo che un essere umano permanga nella Giustizia, esse non gli impongono null’altro che una pura negazione. Esse non gli impongono che l’astenersi dal nuocere. Esse non portano danno né alla sua Personalità, né alla sua Libertà, né alla sua Proprietà. Esse solamente salvaguardano la Personalità, la Libertà, la Proprietà altrui. Esse si tengono sulla difensiva; esse difendono l’uguale Diritto di tutti gli esseri umani. Esse compiono una missione la cui innocuità è evidente, l’utilità palpabile, e la legittimità indubbia.

Tutto ciò è talmente vero che uno dei miei amici mi faceva notare che dire che il fine della Legge è di far regnare la Giustizia, comporta l’utilizzo di una espressione che non è a rigore esatta. Occorrerebbe dire: la finalità della Legge è di impedire che regni l’Ingiustizia. In effetti, non è la Giustizia che ha una sua propria esistenza, ma l’Ingiustizia. L’una risulta dalla mancanza dell’altra.

Ma quando la Legge, – attraverso l’intermediazione del suo agente necessario, la Forza, – impone un modo di lavoro, un metodo o una maniera di insegnamento, una fede o un culto, non agisce più nei confronti degli esseri umani come freno ma come costrizione. Essa sostituisce la volontà del legislatore alla loro propria volontà, l’iniziativa del legislatore alla loro propria iniziativa. Non è più compito loro esaminare, comparare, prevedere, la Legge compie tutto ciò al loro posto. L’uso delle facoltà intellettive diventa un impiccio inutile; essi cessano di essere uomini e donne; perdono la loro Personalità, la loro Libertà, la loro Proprietà.

Cercate di immaginare una forma di lavoro imposta con la Forza, che non sia un attentato alla Libertà; un trasferimento di ricchezza imposto con la Forza, che non sia un attentato alla Proprietà. Se non riuscite a trovare una risposta, convenite dunque che la Legge non può organizzare il lavoro e l’industria senza organizzare un regime di Ingiustizia.

Quando, dal fondo del suo studio, uno scrittore getta il suo sguardo sulla società, egli è colpito dallo spettacolo di disuguaglianze che gli si offre davanti. Si rattrista per via delle sofferenze che sono la realtà di un così grande numero di nostri fratelli, sofferenze la cui vista è resa ancora più dolorosa dal contrasto con il lusso e l’opulenza.

Egli dovrebbe forse domandarsi se un tale stato di cose non ha per causa antiche Spoliazioni, esercitate attraverso la conquista, e nuove Spoliazioni, messe in opera attraverso la Legge. Dovrebbe domandarsi se, essendo un dato di fatto l’aspirazione di tutti gli esseri umani verso il benessere e il perfezionamento, il regno della giustizia non sia sufficiente per attuare il maggior Progresso e la più grande Uguaglianza, compatibili con questa responsabilità individuale che Dio ha riservato come giusta ricompensa delle virtù e dei vizi.

Egli non ci pensa affatto. Il suo pensiero si indirizza verso combinazioni, disposizioni, ordinamenti legali o fittizi. Cerca la soluzione nella estensione nello spazio e nel tempo di ciò che ha prodotto la situazione di malessere.

Poiché, al di là della Giustizia, che, come abbiamo visto, non è che una vera negazione, vi è forse qualcuno di questo provvedimenti legali che non racchiuda il principio della Spoliazione?

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La Legge (parte sesta)

Mer, 23/03/2016 - 09:31

Occorre assolutamente che si giunga ad una risoluzione di questo problema della Spoliazione legale, e non vi sono che tre vie d’uscita.

Che i pochi sfruttino i molti.

Che tutti sfruttino tutti.

Che nessuno sfrutti alcuno.

Sfruttamento parziale, Sfruttamento universale, assenza di Sfruttamento, occorre scegliere. La Legge non può perseguire che uno di questi tre risultati.

Sfruttamento parziale, – è il sistema che ha prevalso fino a quando l’elettorato è consistito di una parte ridotta della popolazione, sistema al quale si ritorna per evitare l’invasione del Socialismo.

Sfruttamento universale, – è il sistema da cui siamo stati afflitti da quando l’elettorato è divenuto universale, avendo la massa concepito l’idea di legiferare sulla base dei legislatori che l’hanno preceduta.

Assenza di Sfruttamento, – è il principio di giustizia, di pace, di ordine, di stabilità, di concordia, di buon senso che io proclamerei con tutte le forze, purtroppo! ben scarse, dei miei polmoni, fino al mio ultimo respiro.

E, sinceramente, si può esigere dalla Legge altre cose? La Legge, avendo quale sanzione necessaria la Forza, può essere impiegata, a ragione, per un altro compito che non sia quello di preservare i Diritti di ciascuno? Io sfido che la si possa far uscire da questi confini, senza capovolgerla, e, di conseguenza, senza rivoltare la Forza contro il Diritto. Ed essendo proprio là la più funesta, la più illogica perturbazione sociale che si possa immaginare, occorre ben riconoscere che la vera soluzione, così a lungo ricercata, del problema sociale è racchiusa in queste semplici parole: LA LEGGE È LA GIUSTIZIA ORGANIZZATA.

O, mettiamolo bene in luce: organizzare la Giustizia per mezzo della Legge, vale a dire per mezzo della Forza, porta ad escludere l’idea di organizzare per mezzo della Legge o della Forza una qualsiasi manifestazione dell’attività umana: il Lavoro, l’Assistenza, l’Agricoltura, il Commercio, l’Industria, l’Istruzione, le Belle Arti, la Religione; poiché non è possibile che una di queste organizzazione secondarie non annienti l’organizzazione essenziale. Come è possibile, in effetti, immaginare la Forza calpestare la Libertà dei cittadini, senza recare danno alla Giustizia, senza agire contro il suo proprio fine?

Qui io mi scontro contro il pregiudizio più corrente dei nostri tempi. Non si vuole solamente che la legge sia giusta; si vuole anche che essa sia filantropica. Non ci si contenta che essa garantisca ad ogni cittadino l’esercizio libero e non pregiudizievole delle sue facoltà, indirizzate al suo sviluppo fisico, intellettuale e morale; si esige che essa diffonda direttamente sulla nazione il benessere, l’istruzione e la moralità. Questo è il lato seducente del Socialismo.

Ma, lo ripeto, queste due missioni della Legge sono in contraddizione tra di loro. Occorre scegliere. Il cittadino non può, al tempo stesso, essere libero e non esserlo. M. de Lamartine mi scriveva tempo fa: « La vostra rappresenta solo la metà del mio programma; voi siete rimasto bloccato alla Libertà, io sono andato più avanti fino alla Fraternità. »

Io gli ho risposto: « La seconda metà del vostro programma distruggerà la prima. »

E, in effetti, mi è del tutto impossibile separare il termine fraternità dall’aggettivo volontario. Mi è del tutto impossibile concepire la Fraternità come un qualcosa di legalmente imposto, senza che la Libertà non sia legalmente distrutta, e la Giustizia legalmente messa sotto i piedi.

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