Skip to main content

Von Mises Italia

Condividi contenuti
Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 37 min fa

L’inflazione come strumento di politica

Lun, 27/06/2016 - 08:47

Nella sua breve storia della moneta fiat ai tempi della Rivoluzione francese, Andrew D. White sottolinea che quanto più si fecero dannose le conseguenze dell’inflazione, tanto più divennero accese le richieste di una maggiore inflazione per porvi rimedio. Oggi, quando aumenta l’inflazione, i suoi sostenitori si affannano a sostenere che l’inflazione può essere una cosa molto buona — o, se un danno, quanto meno un danno necessario. Il principale portavoce di questo gruppo è il prof. Sumner H. Slichter di Harvard.

La dichiarazione e gli scritti di Slichter traboccano di fallacie. Mi limito qui a tre: 1) che un’inflazione strisciante del 2 per cento l’anno porterebbe più benefici che danni, 2) che è possibile per il governo pianificare un’inflazione strisciante del 2 per cento l’anno (o di qualunque altro tasso stabilito), 3) che l’inflazione è necessaria per conseguire “la piena occupazione” e “la crescita economica”.

Molto tempo fa sottolineai (Newsweek, 23 settembre 1957), insieme ad altri, che perfino se il governo potesse controllare un’inflazione al tasso del 2 per cento l’anno, ciò significherebbe un’erosione del potere d’acquisto del dollaro di circa metà ad ogni generazione. Questo non può non scoraggiare il risparmio, produrre ingiustizie, ed indirizzare male la produzione. Allo stato dei fatti negli Stati Uniti l’inflazione è corsa molto più velocemente. Il costo della vita è più che raddoppiato negli ultimi vent’anni. Ciò corrisponde ad un tasso composto di circa il 4 per cento l’anno.

 

Impossibile pianificare

Nel momento in cui un’inflazione programmata viene annunciata, o comunque attesa con anticipo, ciò accelera inevitabilmente il passaggio ad una “galoppante”. Perfino Slichter ora lo riconosce: se i creditori si aspettano un aumento del 2-4 per cento dei prezzi in un anno, chiederanno che tale rialzo sia aggiunto al tasso di interesse pagato loro affinché conservino il potere d’acquisto del loro investimento. Tuttavia egli non vede che tutte le società saranno forzate ad offrire un tasso lordo di rendimento corrispondentemente aumentato per attrarre nuovi investimenti, perfino patrimoni netti. Egli inoltre non vede che se c’è un aumento programmato del prezzo, i sindacati aggiungeranno il totale atteso di questo rialzo a qualsiasi richiesta salariale che avrebbero comunque sostenuto. Ancora, egli non vede che gli speculatori e compratori ordinari proveranno ad anticipare qualunque aumento programmato del prezzo — e di conseguenza accelereranno inevitabilmente l’andamento verso la percentuale pianificata. Egli infine non vede che l’inflazione spinge tutti a comportarsi come giocatori d’azzardo.

Il punto dell’argomento di Slichter ora è che “un lento aumento nel livello del prezzo è un inevitabile costo del tasso massimo di crescita”- in altre parole, l’idea che l’inflazione sia un costo necessario della “piena occupazione”. Questo semplicemente non è vero. Ciò che è necessario per una “crescita” massima (ossia, un’occupazione ottimale e una produzione massima) è una corretta relazione o coordinazione di prezzi e redditi. Se alcune retribuzioni diventano troppo alte per questo coordinamento, il risultato è la disoccupazione. La cura consiste nel correggere le retribuzioni colpevoli. Tentare di alzare l’intero livello dei prezzi attraverso l’inflazione monetaria semplicemente creerà nuove ripercussioni negative ovunque.

 

La coordinazione necessaria

In breve, se è presente una reale coordinazione di redditi e prezzi, l’inflazione non è necessaria; e se la coordinazione di redditi e prezzi non esiste- ossia se i redditi non seguono il passo di prezzi e produzione — l’inflazione è peggio che inutile.

Slichter assume che non ci sia modo di limitare le richieste sindacali eccetto che “mollando” i sindacati. Non gli è mai venuto in mente che abbiamo bisogno soltanto di revocare le speciali immunità e privilegi conferiti ai sindacati sin dal 1932, specialmente con gli Norris-La Guardia e Wagner-Taft-Hartley acts. Se i datori di lavoro non fossero completamente sottomessi nel “negoziare” con (in pratica, a fare concessioni a) uno specifico sindacato, a prescindere da quanto irragionevoli siano le sue richieste; se i datori di lavoro fossero liberi di licenziare coloro che fanno sciopero e tranquillamente assumere sostituti; e se il picchettaggio e la violenza di massa fossero realmente proibite, entrerebbero in gioco i controlli sulle eccessive richieste salariali, cui naturalmente spingerebbe la competizione.

Slichter sostiene che i sindacati siano di più che la principale causa dell’attuale inflazione e allo stesso tempo afferma che un aumento del reddito generale è proprio la giusta medicina di cui abbiamo bisogno immediato per l’economia! La sua illusione è che possiamo evitare l’inflazione tramite un maggiore inflazionamento.

The post L’inflazione come strumento di politica appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Una modesta proposta per porre fine all’indipendenza della FED

Ven, 24/06/2016 - 08:51

Nel periodo che va dagli anni ’80 agli anni ’90 l’opportunità della “indipendenza dalla politica” delle banche centrali divenne praticamente un dogma di fede sia dai macroeconomisti ortodossi sia dagli operatori dei mercati finanziari. Questo sviluppo fu causato da due fattori: la ricerca accademica sulle banche centrali ed il culto della personalità che crebbe attorno ai due presidenti della Fed durante questo periodo, Paul Volcker ed Alan Greenspan.

In questa decade che portò alla crisi finanziaria, il clima intellettuale era tale che chiunque avesse suggerito che la Fed avrebbe dovuto vedersi limitare o anche eliminare l’indipendenza dal Congresso sarebbe stato considerato oltre la minima ragionevolezza della discussione, per non parlare degli studiosi. Tuttavia, poiché la dolorosa e prolungata ripresa dalla Grande Depressione è proseguita a stenti, l’indipendenza della Fed dalla “politica” (sotto forma ad esempio di una legislazione di sorveglianza di vincoli e limitazioni) ha iniziato ad essere messa in dubbio dai sapientoni dell’economia e della finanza.

Poche tra le recenti proposte idonee a limitare l’indipendenza della Fed menzionano la riforma istituzionale fondamentale del modo in cui la base monetaria è creata sotto il nostro attuale regime del dollaro fiduciario inconvertibile.

Una tale riforma implicherebbe la lotta per il controllo della creazione di moneta, togliendolo ai tecnocrati non eletti della Fed e restituendolo al Congresso ed al Ministero del Tesoro. Questa riforma fu infatti avanzata durante la controversia del 2013 sull’innalzamento del limite massimo del debito.

É importante sottolineare come il progetto per la riforma monetaria si avvicini molto – nei suoi fondamentali se non nei suoi scopi – all’impianto teorico proposto da Milton Friedman nel 1948 in ambito monetario e fiscale. La componente monetaria di tale proposta si concentra nell’eliminare “sia la creazione e distruzione privata del denaro (da parte delle banche commerciali), sia il controllo discrezionale sulla quantità di moneta da parte della banca centrale”. Il primo obiettivo sarebbe raggiunto con l’implementazione del “Piano Chicago” di Henry Simon sulla riserva bancaria pari al 100%. Mentre il secondo obiettivo Friedman riteneva che potesse essere raggiunto con l’eliminazione della vendita al pubblico dei titoli di stato gravati da interesse, così restringendo il finanziamento della spesa pubblica, della tassazione e della creazione di moneta. Quindi, come evidenziato da Friedman: “deficit e surplus nei bilanci pubblici si rifletteranno dollaro su dollaro in variazioni della quantità di moneta; e per contro, la quantità di moneta varierebbe soltanto come conseguenza di deficit e surplus”.

Un’obiezione comune a questa proposta è che se la moneta fosse sotto il controllo del Tesoro la politica monetaria diventerebbe come una partita di football e l’inflazione diventerebbe presto elevata. Ma come potrebbe essere più elevata di ora? I burocrati contabili della Fed hanno introdotto rapidamente nell’economia americana un regime di tassi a zero e di quantitative easing, ponendosi l’obiettivo di una variabile reale (tasso di disoccupazione) usando variabili nominali (dunque influenzate dalla manipolazione dei tassi d’interesse e della quantità di moneta). Quest’ultima è la replica di un Keynesismo da età della pietra. L’attuale politica della Fed ha reso infatti possibile una politica fiscale di alti deficit e di debito pubblico comunque in veloce crescita.

 

La visione Austriaca della moneta, della tassazione e della spesa pubblica

Ammettiamo, tanto per discutere, che il controllo del parlamento sulla politica monetaria alteri il mix della spesa pubblica verso una minore tassazione e maggior deficit finanziati stampando moneta. Dal punto di vista della teoria austriaca della spesa pubblica, per il metodo governativo del “prelievo della rendita” non importa realmente quanto alto o basso sia l’ammontare del totale prelevato. Ciò poiché qualunque spesa pubblica sottrae comunque risorse da usi produttivi nell’economia privata e li sperpera in spese inutili, secondo gli indirizzi dati dai politici e burocrati per favorire i propri progetti e le proprie circoscrizioni elettorali. La spesa pubblica è una spesa destinata al consumo per soddisfare le preferenze dei membri dell’élite politica oppure è un investimento in asset non convenienti: la spesa pubblica è una decisione presa esulando dal calcolo economico basato sull’aspettativa di profitto e sul valore del capitale, criteri che sono alla base delle decisioni da parte degli imprenditori e dei capitalisti. É in effetti una redistribuzione del reddito e delle risorse dal settore produttivo all’improduttivo, da chi le tasse le paga a chi le tasse le consuma.

L’ammontare totale della spesa pubblica è quindi ciò che M. Rothbard ha chiamato “la spoliazione legale del prodotto privato”. Per gli economisti Austriaci, dunque, il modo attraverso cui finanziare la spoliazione governativa — che avvenga attraverso le tasse, debito pubblico o creazione di moneta — è di secondaria importanza. Quindi, dato l’ammontare della spesa pubblica, che il travasamento di risorse dall’economia privata avvenga attraverso deficit finanziati da creazione di moneta non è più grave del prelievo fiscale. In realtà potrebbe essere preferibile finanziarla con l’inflazione anziché con la tassazione, perché la minaccia di coercizione fisica – implicita con la tassazione – ha un effetto deprimente sull’utilità individuale che va ben oltre il mero prelievo del proprio reddito.

Non c’è bisogno di dire che, dal punto di vista del benessere dei consumatori e dell’efficienza economica, un ridotto bilancio governativo finanziato con la creazione di moneta è preferibile ad un bilancio più grande. Ovviamente, il controllo legislativo sulla moneta fiduciaria è molto lontano dal sistema ideale; il mio solo proposito qui è di avanzare una proposta politica praticabile come soluzione all’urgente problema rappresentato dal potere arbitrario esercitato da un manipolo di burocrati.

L’obiettivo degli economisti Austriaci con orientamento liberale-classico o libertario conduce alla completa separazione della moneta dal controllo governativo attraverso l’introduzione di una moneta-merce come l’oro (o l’argento) e la cui offerta viene decisa unicamente dalle forze del mercato. Non c’è bisogno di dire quale grande vantaggio sarebbe quello di riuscire a sostituire all’opaco e pseudo-scientifico controllo sul “processo di creazione monetaria” condotto da impiegati e da funzionari della banca centrale chiaramente controllati sotto il profilo politico da membri designati dai partiti. C’è un gran numero di benefici nell’abrogare lo status di quasi indipendenza della banca centrale e trasformarla in un dipartimento del Tesoro, come l’Istituto Monetario Americano, già a suo tempo previsto dai programmi riformisti di Friedman.

 

Come funzionerebbe

Primo, il denaro verrebbe creato in maniera trasparente e comprensibile al grande pubblico. Il Tesoro manderebbe alla banca centrale un semplice ordine amministrativo di accreditargli sul conto corrente la somma di moneta necessaria a pagare le spese pubbliche non coperte dagli introiti fiscali. Ora, formalmente quest’ordine potrebbe essere chiamato “titolo di stato”, ma non sarebbe un’obbligazione nel senso economico poiché non sarebbe negoziabile sui mercati finanziari. Né l’interesse che il Tesoro pagherebbe su queste pseudo obbligazioni sarebbe realmente un tasso d’interesse, poiché non sarebbe il risultato dell’incontro della domanda e dell’offerta sui mercati finanziari. Sarebbe piuttosto un pagamento per rimborsare i costi amministrativi sostenuti dalla banca centrale ed il cui ammontare sarebbe completamente controllato dal ministero del tesoro. Diviene quindi chiaro al pubblico che ogni incremento dell’offerta di moneta creato dal Tesoro porterà vantaggi agli specifici individui ed imprese che beneficiano della spesa pubblica. La nuova moneta è stata creata dal nulla per far costruire aerei militari dalla Boeing, per sussidiare l’immenso business in campo agricolo della Monsanto, per salvare la General Motors, etc.

Questo sistema contrasta con l’arcano processo per mezzo del quale il denaro viene ora creato, il quale prevede che il Tesoro emetta titoli di debito che saranno comprati da soggetti privati – principalmente banche ed altre istituzioni finanziarie – ed alla fine eventualmente ricomprati dalla banca centrale stessa attraverso operazioni di mercato aperto. In questo modo tortuoso la banca centrale “monetizza il debito” ed espande la base monetaria distorcendo i tassi d’interesse sui mercati. Risulta peraltro invisibile ai cittadini il fatto che circa venti banche privilegiate di Wall Street (e straniere) insieme alle istituzioni finanziarie – i cosiddetti “operatori primari” – che vendono obbligazioni alla banca centrale, ricavano enormi profitti dal processo di creazione del denaro. Inoltre, beneficiano delle riserve che vengono create dal nulla anche le imprese clienti delle banche commerciali che prendono a prestito il denaro a tassi d’interesse ridotti e lo spendono per appropriarsi di extra risorse prima che i prezzi inizino ad aumentare.

Oltretutto, con questo sistema la banca centrale non funzionerebbe più come un prestatore discrezionale di ultima istanza, un ruolo che infetta l’intero sistema finanziario con la pandemia dell’azzardo morale. La banca centrale non sarebbe più in grado di salvare surrettiziamente, arbitrariamente e senza un controllo democratico qualunque tipo di istituto finanziario negli USA o all’estero. Prima di tutto non ci sarebbe più bisogno di salvare gli istituti che operano da depositari puri, in quanto tutti questi istituti dovrebbero mantenere le proprie riserve pari al 100%. Secondariamente, anche se gli istituti finanziari puri (che non prestano denaro) si trovassero in pericolo di fallimento, la decisione di salvarli sarebbe presa da un ministero del tesoro dichiaratamente appartenente ad una specifica area politica, sotto il controllo attento dell’opposizione parlamentare e sotto lo sguardo dell’opinione pubblica. Con la banca centrale neutralizzata ed impossibilitata ad elargire le proprie risorse al primo segnale di problemi economici con gli appelli al salvataggio (di banche ed istituti finanziari) sottoposti all’ampio giudizio del vigile parlamento e dell’opinione pubblica, le istituzioni finanziarie porterebbero avanti i propri affari in maniera molto più prudente.

The post Una modesta proposta per porre fine all’indipendenza della FED appeared first on Ludwig von Mises Italia.

L’Arte della pubblicità

Mer, 22/06/2016 - 08:52


Il consumatore non è onnisciente. Non sa dove ottenere al miglior prezzo ciò che cerca. Molto spesso non sa nemmeno che tipo di merce o servizio sia adatto per rimuovere nel modo più efficace lo specifico disagio che vuole eliminare. Al massimo è familiare con le condizioni del mercato del passato più recente e mette insieme un piano sulla base di queste informazioni. Il compito della propaganda commerciale è di trasmettergli informazioni sullo stato reale del mercato.

La propaganda commerciale deve essere importuna e sfacciata. Il suo scopo è di attrarre l’attenzione delle persone lente, di risvegliare i desideri latenti, di allettare le persone a sostituire con l’innovazione l’inerte adesione alla routine tradizionale. Per avere successo, la pubblicità deve venire adeguata alla mentalità delle persone corteggiate. Deve adattarsi ai loro gusti e parlare la loro lingua. La pubblicità è stridula, rumorosa, grossolana, eccessiva perché il pubblico non reagisce a dignitose allusioni. È il cattivo gusto del pubblico che forza gli inserzionisti a mostrare cattivo gusto nelle loro campagne pubblicitarie. L’arte pubblicitaria si è evoluta in una branca della psicologia applicata, una disciplina sorella della pedagogia.

Come tutte le cose pensate per soddisfare il gusto delle masse, la pubblicità è repellente alla gente di sentimenti delicati. Questa ripugnanza influenza la valutazione della propaganda commerciale. La pubblicità e tutti gli altri metodi di propaganda commerciale sono condannati come uno dei più oltraggiosi sottoprodotti della competizione senza limiti. Dovrebbe essere proibita. I consumatori dovrebbero venire istruiti da esperti imparziali; le scuole pubbliche, la stampa “imparziale” e le cooperative dovrebbero svolgere questo compito.

La restrizione del diritto degli uomini d’affari di pubblicizzare i propri prodotti restringerebbe la libertà dei consumatori di spendere i propri guadagni secondo la propria volontà e desideri. Renderebbe impossibile per loro imparare per quanto possono e vogliono lo stato del mercato e le condizioni per loro rilevanti nello scegliere cosa vogliono o non vogliono comprare. Non sarebbero più nella posizione di decidere sulla base della opinione che loro stessi si sono formata sulla valutazione del venditore sui suoi prodotti; sarebbero costretti ad agire sulla base di raccomandazioni di altri. Non è improbabile che questi mentori gli risparmierebbero qualche errore. Ma i consumatori individuali sarebbero sotto la tutela di guardiani. Se la pubblicità non viene limitata, i consumatori sono nel complesso nella posizione di una giuria che apprende del caso ascoltando i testimoni ed esaminando direttamente tutti gli altri mezzi di prova. Se la pubblicità viene limitata, sono nella posizione di una giuria alla quale un ufficiale riporta i risultati dei suoi esami delle prove.

È un errore largamente diffuso che l’abile pubblicità possa dire ai consumatori di comprare qualsiasi cosa gli inserzionisti vogliano far comprare. Il consumatore, secondo questa leggenda, è semplicemente senza difese contro questa pubblicità ad “alta pressione”. Se questo fosse vero, il successo o il fallimento dipenderebbero solo dal modo di pubblicizzare. Tuttavia, nessuno pensa che qualche tipo di pubblicità avrebbe potuto avere successo nel far sì che i fabbricanti di candele potessero tenere il campo contro la lampadina elettrica, i conduttori di carrozze a cavallo contro le automobili, il calamaio contro la penna a sfera e più tardi contro la stilografica. Ma chiunque ammetta questo, implicitamente ammette che la qualità della merce pubblicizzata è lo strumento principale per il successo di una campagna pubblicitaria. Quindi non c’è motivo per affermare che la pubblicità sia un metodo per fregare il pubblico credulone.

È certamente possibile per un inserzionista indurre un uomo a provare un articolo che non avrebbe comprato se ne avesse conosciuto le qualità in anticipo. Ma così come la pubblicità è libera per tutte le aziende in competizione, l’articolo migliore dal punto di vista dei desideri del consumatore alla fine supererà l’articolo meno appropriato, qualunque sia il metodo pubblicitario adottato. I trucchi e gli artifici della pubblicità sono a disposizione del venditore del prodotto migliore non meno di quanto lo siano del venditore del prodotto più scarso. Ma solo il primo gode dei vantaggi derivati dalla migliore qualità del suo prodotto.

Gli effetti della pubblicità delle merci sono determinati dal fatto che di regola l’acquirente sia in una posizione di formarsi una opinione corretta sull’utilità di un articolo acquistato. La casalinga che ha provato una particolare marca di sapone o di un cibo in scatola impara dall’esperienza se per lei è buono e se consumerà quel prodotto in futuro. Perciò la pubblicità ripaga l’inserzionista solo se l’esame del primo campione acquistato non porta a un rifiuto di acquistarne altri. È condiviso tra gli uomini di affari ritenere che non paghi pubblicizzare prodotti che non siano buoni.

La situazione è completamente diversa in quei campi dove l’esperienza non ci può insegnare nulla. Le affermazioni della religione, della metafisica, e della propaganda politica non possono essere né verificate né confutate dall’esperienza. A proposito dell’aldilà e dell’assoluto, ogni esperienza è sempre esperienza di fenomeni complessi aperti a diverse interpretazioni; il solo metro applicabile alle dottrine politiche è un ragionamento aprioristico. Perciò la propaganda politica e quella commerciale sono cose diverse nella loro essenza, per quanto spesso ricorrano alle stesse tecniche.

Ci sono molti mali per i quali le tecnologie e le terapie contemporanee non possono porre rimedio.
Ci sono malattie incurabili e difetti personali non correggibili. È un fatto triste che qualcuno provi a sfruttare le sofferenze dei propri seguaci offrendogli farmaci brevettati. Questi intrugli non renderanno giovani i vecchi e carine le donne brutte. Suscitano solo speranze. Se le autorità impedissero tali pubblicità la cui verità non può essere provata dai metodi sperimentali delle scienze naturali, questo non comprometterebbe le operazioni di mercato. Ma chiunque fosse pronto a concedere questo potere al governo, sarebbe incoerente se avesse da obiettare alla domanda di sottoporre allo stesso esame anche le chiese e le sette. La libertà è indivisibile. Appena uno comincia a restringerla, si entra in un declino difficile da fermare. Se uno assegna al governo il compito di fare in modo che la verità prevalga nella pubblicità del profumo e del dentifricio, non può contestargli il diritto di cercare la verità nei campi più importanti della religione, della filosofia, e dell’ideologia sociale.

L’idea che la propaganda pubblicitaria possa forzare i consumatori a sottomettersi alla volontà degli inserzionisti è spuria. La pubblicità non può avere successo nel soppiantare con beni più scarsi beni migliori o più convenienti.

I costi portati dalla pubblicità sono, dal punto di vista dell’inserzionista, una parte del conto totale dei costi di produzione. Un uomo d’affari spende soldi per la pubblicità se e fino a quando si aspetta che l’incremento di vendite che ne consegue incrementi i suoi proventi netti. A questo proposito non c’è differenza tra i costi di pubblicità e tutti gli altri costi di produzione. È stato fatto un tentativo di distinguere tra costi di produzione e di vendita. Un incremento nei costi della produzione, è stato detto, incrementa l’offerta, mentre un aumento dei costi di vendita aumenta la domanda. Questo è un errore. Tutti i costi di produzione sono spesi con l’intenzione di aumentare la domanda. Se il produttore di caramelle impiega una migliore materia prima, aspira a un incremento della domanda, così come lo fa rendendo la confezione più attraente e i suoi negozi più invitanti e nello spendere di più per la pubblicità. Nell’accrescere i costi di produzione per unità di prodotto l’idea è sempre quella di aumentare la domanda. Se un imprenditore vuole incrementare l’offerta, deve aumentare il costo totale per la produzione, che spesso porta a un abbassamento del costo unitario del prodotto.

The post L’Arte della pubblicità appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Il lavoro non è un diritto, il lavoro è soltanto un fattore della produzione

Lun, 20/06/2016 - 08:41

Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, il mondo economico è stato guidato da tre concetti: pianificazione centrale, pressione inflazionista, piena occupazione.

I primi due concetti sono stati visti come funzionali all’implementazione dell’ultimo, vale a dire senza pianificazione centrale e senza una certa pressione inflazionista è impossibile raggiungere il traguardo della piena occupazione.

In breve, secondo il pensiero economico dominante, i livelli di produzione e di occupazione dipendono innanzitutto dalla capacità delle autorità monetarie di stimolare l’inflazione. In seguito, una volta definite le relazioni reciproche tra prezzi e tassi salariali (le quantità di salario per unità di tempo) finalizzate alla piena occupazione, queste possono essere mantenute a tempo indeterminato attraverso una politica dei redditi pianificata ed amministrata a livello centrale.

Tutto molto affascinante, ma altrettanto ingenuo e alla prova dei fatti insostenibile, dato che una simile argomentazione, concentrandosi su fenomeni immediati e strettamente monetari che accompagnano la spesa monetaria e ponendo maggiore attenzione ai macro aggregati rispetto alle micro-dimensioni, finisce per trascurare ciò che accade nell’ambito della struttura economica reale.

Le politiche monetarie che perseguono il traguardo della piena occupazione attraverso l’uso dell’inflazione producono semplicemente che nel breve termine l’occupazione possa essere tenuta ad un livello leggermente maggiore di quello che potrebbe essere mantenuto permanentemente senza questa progressiva espansione monetaria. Durante ogni periodo di pressione inflazionista, infatti, il settore dei beni di capitale attrae verso di sé fattori della produzione in numero più elevato di quanti ne sia in grado di utilizzare su base permanente.

Ma qualsiasi tentativo di creare piena occupazione attirando capacità lavorative verso occupazioni che dureranno fintanto che l’espansione dei mezzi legali di pagamento procede oltre la quota del risparmio reale ad un ritmo accelerato che impedisca di individuare correttamente la tendenza dei prezzi futuri, alla fine origina il dilemma per cui o si deve continuare illimitatamente a generare inflazione e quindi iperinflazione e distruzione completa dell’ordine economico o porre termine all’inflazione provocando in tal modo, a conclusione del processo, una disoccupazione maggiore di quanto ve ne sarebbe stata se l’aumento temporaneo dell’occupazione non si fosse mai verificato.

Non solo. Giacché occupazione e disoccupazione non sono mai fenomeni che concretamente si distribuiscono in maniera omogenea all’interno del sistema economico, non è detto affatto che una tale pressione monetaria riesca immediatamente a creare maggiore occupazione. Ciò può comportare il fatto per il quale per veder incrementare l’occupazione serva un’entità di spesa monetaria aggiuntiva tale da produrre una spirale inflazionistica di prezzi e tassi salariali prima di creare un incremento dell’occupazione. In mancanza di provvedimenti complementari, l’innesco di questa spirale potrebbe addirittura vanificare il raggiungimento del traguardo della piena occupazione anche nel breve termine.

In ogni caso, scopo di una politica dei redditi è di limitare gli aumenti dei prezzi e/o dei tassi salariali che necessariamente si sviluppano a seguito di una pressione inflazionista. Tuttavia, limitare tali aumenti equivale a congelare una serie di correlazioni reciproche fra prezzi e tassi salariali, mentre lo scenario reale della domanda e dell’offerta sono in persistente cambiamento. Questo vuol dire che si possono congelare nominalmente una serie di relazioni reciproche tra prezzi e tassi salariali, ma occultamente queste continueranno a variare e ciò alla fine attiva un processo per cui i governi, per contenere o reprimere gli effetti negativi di breve termine della propria politica inflazionista, dispongono dei provvedimenti gradualmente sempre più invasivi delle libere scelte individuali, provvedimenti pensati ed introdotti ex post, ossia a poco a poco che si manifestano gli effetti indesiderati dell’inflazione. Tali provvedimenti mostreranno la loro più marcata inadeguatezza una volta esaurita la spinta dell’inflazione, ma in quanto elementi di un apparato statale, cioè di una struttura, di norma, lenta e macchinosa ad adeguarsi ai cambiamenti per definizione, il loro de-potenziamento o smantellamento difficilmente risulterà essere cosa agevole.

Chi utilizza l’inflazione come strumento di politica economica, ma vuole che questa produca unicamente gli effetti desiderati si troverà prima o poi non soltanto a capire che l’inflazione è sotto quest’ottica un inganno a breve termine, ma anche a porre in essere controlli sempre più estesi sul sistema economico che determineranno nel tempo la conquista del sistema di libera impresa da parte del potere politico e della burocrazia. Ecco spiegato perché pianificazione centrale e pressione inflazionista sono fenomeni che tendono ad attivarsi reciprocamente e sistematicamente.

L’errore di fondo del pensiero economico dominante sta nell’ipotizzare che esistano solo due alternative, ambedue estreme: o la piena occupazione o una certa disoccupazione involontaria di massa. Sul piano concreto, questo modo di pensare rende inevitabile che un qualsiasi livello di disoccupazione eliminabile mediante pressione inflazionista venga considerato come legittimazione più che sufficiente per esercitare tale pressione.

Le politiche economiche che mirano alla piena occupazione mediante pressione inflazionista ed altri generi di interventi coercitivi perseguono la facile scorciatoia di offrire un lavoro alle risorse umane laddove esse si trovano, mentre il vero problema è permettere una distribuzione del fattore lavoro tale da assicurare un livello di occupazione tendenzialmente stabile e sostenuta senza gli anzidetti interventi.

La disoccupazione involontaria emerge quando la distribuzione del fattore lavoro non corrisponde alla distribuzione della domanda di beni e servizi fatta dal sistema economico nel suo complesso. Ciò nonostante, se il mondo non deve essere visto come un’immagine statica, bensì come un processo dinamico in cui ciascun individuo, esercitando un proprio procedimento di scoperta, finisce per attivare le sue conoscenze e capacità, allora non è mai possibile sapere a priori quale è la distribuzione del fattore lavoro adeguata a soddisfare le esigenze della domanda di beni e servizi di un certo sistema economico. La sola maniera di venire a saperlo è consentire al mercato di essere lasciato libero di operare, perlomeno libero di operare senza condizionamenti significativi.

Asserito che la disoccupazione involontaria emerge quando la distribuzione del fattore lavoro non corrisponde alla distribuzione della domanda, possiamo successivamente affermare che quanto meno la domanda cambia e quanto più le condizioni generali facilitano il movimento del fattore lavoro, tanto più avremo un’occupazione non solo tendenzialmente stabile ma anche sostenuta.

La società umana è un qualcosa in perenne trasformazione di cui non possiamo mai prevedere con esattezza gli sviluppi. I cambiamenti si verificano di continuo in tutti i settori della vita economica, per tale motivo la domanda di beni e servizi è sempre soggetta a continui mutamenti e dal momento che non siamo in grado di accedere alla conoscenza perfetta di tutti i dati rilevanti ai fini della nostra azione, le nostre previsioni economiche ex ante non potranno mai avere sapore deterministico, bensì dovranno essere considerate come delle pattern prediction, cioè previsioni di comportamento o di tendenza.

Se la domanda di beni e servizi è in continuo mutamento, questa non può dunque essere arrestata a meno di non voler rimuovere alla radice ogni attività produttiva razionale. Come conseguenza di ciò, il fattore lavoro viene necessariamente sottoposto ad un costante processo di fluttuazione ed adattamento. Il concetto di piena occupazione pertanto non può essere concretamente ricercato e fissato per ogni singolo istante di tempo senza contemporaneamente annichilire la cooperazione sociale e gli scambi volontari e quindi deprimere il benessere diffuso.

Tuttavia, se non possiamo arrestare in modo economicamente razionale il continuo mutamento della domanda di beni e servizi e non possiamo prevederne ed anticiparne esattamente gli sviluppi, possiamo però agire affinché le condizioni generali sostengano un movimento facile e celere del fattore lavoro. Tanto più il fattore lavoro viene messo nelle condizioni di spostarsi facilmente e velocemente, quanto più questo stesso riuscirà ad adattarsi meglio ai mutamenti continui della domanda, pervenendo così ad una sua distribuzione tendenzialmente corretta.

Agendo, in primo luogo, sottraendoci alla tentazione della pressione inflazionista. Tale pressione inoltra segnali sbagliati circa la reale dimensione del tasso tendenziale di equilibrio fra investimento e risparmio: l’espansione monetaria oltre la soglia del risparmio reale e volontario, reprimendo gli effetti delle oscillazioni dei prezzi relativi, rende impossibile mantenere tendenzialmente stabile e sostenuta l’occupazione a qualsiasi livello se non per mezzo di un’accelerazione progressiva del ritmo dell’inflazione che impedisca di individuare correttamente la tendenza dei prezzi futuri. Nel frattempo, tale pressione avrà fatto accumulare errori in massa che si manifesteranno apertamente soltanto una volta che questa si sarà esaurita. Fintanto che la pressione inflazionista riesce ad assicurare una fase di espansione, la domanda di beni e servizi di quei segmenti particolari che hanno beneficiato della spesa aggiuntiva sarà sempre un passo in avanti rispetto ai conseguenti aumenti della domanda negli altri segmenti. Ma se da un lato questo momentaneo stimolo alla domanda in segmenti particolari produce un movimento del lavoro, dall’altro diviene causa di disoccupazione involontaria non appena termina la fase di espansione ed inizia così l’inversione degli effetti.

E’ vero che un mercato senza errori di alcun tipo è praticamente impossibile, ma è anche vero che errori in massa sono possibili esclusivamente se interventi coercitivi creano distorsioni nei segnali del mercato che inducono gli agenti economici a travisare il reale stato ed andamento della domanda e dell’offerta.

Di questi tempi, stiamo sperimentando nel mondo occidentale il fenomeno della stagflazione: sussiste una pressione inflazionista che tuttavia non aumenta al ritmo necessario da impedire in ogni periodo di tempo che si generi l’inversione degli effetti. Per la precisione, la situazione è quella di una crisi economica accompagnata, in linea generale, da aumenti nei prezzi dei beni di consumo e quote consistenti di disoccupazione involontaria.

In secondo luogo, muoversi verso l’abolizione di tutta quella legislazione lavorativa (contrattazione collettiva, vincoli salari, assicurazioni sociali obbligatorie, mercati del lavoro duali, etc.) che serve solamente o ad ostruire o ad impedire la stipulazione di contratti davvero volontari tra le parti e che di conseguenza finisce per alimentare la disoccupazione involontaria. In tale maniera, ci dirigeremo verso un mercato del lavoro pienamente libero, un mercato in cui vige la ricerca della migliore contribuzione possibile.

In un mercato del lavoro pienamente libero, la costante ricerca del miglior lavoro da parte dei lavoratori e la costante ricerca dei migliori lavoratori da parte dei datori di lavoro, fa sì che il tasso salariale di ciascun lavoratore tenda a posizionarsi al livello del valore scontato della sua produttività marginale.

Il datore di lavoro nel pagare un salario subisce una disutilità, ma, nel contempo, l’acquisizione del fattore lavoro produce un’utilità. Il datore di lavoro assumerà lavoratori finché percepisce che l’utilità che ne deriva, ossia la produttività marginale che il lavoratore gli garantisce, supera la concernente disutilità, cioè il salario che egli deve pagare, o in via del tutto eccezionale, al massimo la pareggia.

Il lavoro produce disutilità per il lavoratore, ma, nel contempo, produce per lo stesso utilità. Ciascun lavoratore accetterà di sottoscrivere un contratto di lavoro e lavorerà fintanto che la soddisfazione che ottiene dal lavoro è percepita come superiore alla disutilità prodotta o al massimo, in via del tutto eccezionale, la pareggia.

Non esiste per principio, come invece vuol far credere la mistica dello Stato interventista, una parte debole, il lavoratore, ed una parte forte, il datore di lavoro, che devono essere a priori riequilibrate tramite l’azione del potere politico.

Ogni singolo lavoratore ed ogni singolo datore di lavoro è a conoscenza di informazioni uniche in merito alla propria condizione ed in base a queste agisce per cercare un profitto. Stiano tranquilli i sostenitori dello Stato interventista: una volta assicuratoci che non siano presenti vizi del consenso, un contratto di lavoro, come qualsiasi altro contratto, non viene volontariamente stipulato se le parti in causa non pensano di trarre un mutuo beneficio dal farlo e se i datori di lavoro ritardano ad acquisire il fattore lavoro necessario, come correzione di questo ritardo si genererà una scarsità di tale fattore che spinge spontaneamente i relativi tassi salariali verso livelli superiori.

Pertanto, nel quadro di abolizione di quella legislazione lavorativa che serve solo ad ostruire o ad impedire la stipulazioni di contratti di lavoro davvero volontari, occorre innanzitutto evitare misure protezionistiche dei tassi salariali: i tassi salariali sono anch’essi dei prezzi e come tali per conformarsi alla situazione oggettiva devono essere contrattati e stabiliti seguendo le riguardanti libere forze della domanda e dell’offerta, tenendo presente che sul mercato non viene domandato ed offerto il lavoro in generale, bensì, ogni volta, un certo lavoro specifico.

La domanda di lavoro è formata dalle prestazioni lavorative richieste dai datori lavoro. L’offerta di lavoro è formata dalle prestazioni lavorative messe a disposizione dai lavoratori. All’aumentare del tasso salariale, aumenta anche l’offerta di lavoro. Al ridursi del tasso salariale aumenta la domanda di lavoro. Esempio: lì dove momentaneamente la domanda eccede l’offerta di lavoro i tassi salariali tenderanno a crescere per attirare le qualifiche richieste aumentando in questo modo l’offerta di lavoro ed equiparare così le relative forze; viceversa, lì dove vi fosse una momentanea eccedenza di offerta, avremo dei tassi salariali che tenderanno a ridursi per controbilanciare tale eccedenza, ciò a sua volta spingerà i lavoratori nel tempo a spostarsi verso qualifiche maggiormente remunerate.

I tassi salariali possono essere mantenuti alla lunga al di sopra del loro livello che si andrebbe a determinare spontaneamente, solo attraverso la coercizione dei governi, dei sindacati o di entrambi.

Tanto più i tassi salariali saranno mantenuti artificialmente alti, tanti più paletti verranno messi alla libera contrattazione del fattore lavoro, tanto maggiore sarà il livello di disoccupazione involontaria e la cattiva allocazione dei fattori della produzione.

Se si cerca di garantire per legge un livello salariale al di sopra del livello che verrebbe stabilito spontaneamente dalla libera contrattazione, si stimola l’astensione strutturale all’acquisto del fattore lavoro, giacché un tasso salariale artificialmente alto da un lato spinge i datori di lavoro verso combinazioni produttive cosiddette labour saving, dall’altro e allo stesso tempo blocca il rientro nel mercato di quel fattore lavoro sostituito da capitale che diversamente potrebbe invece essere tranquillamente acquisito per la produzione di altri beni e servizi. Se si cerca di proteggere con misure coercitive il singolo dalla perdita del proprio posto di lavoro si riduce nel tempo il numero delle risorse umane che possono essere assunte a determinati tassi salariali. Se nel lungo periodo si persegue una politica che mantiene al loro posto risorse umane che dovrebbero invece spostarsi altrove, ne consegue che quello che avrebbe dovuto essere un processo graduale di cambiamento diviene alla fine un problema di necessità di trasferimento di massa di risorse umane in un tempo decisamente più ristretto.

Il lavoro non è un diritto. Il lavoro è soltanto un fattore della produzione che deve essere sottoposto al regime dello scambio volontario per essere allocato e remunerato correttamente. Il salario rappresenta il prezzo con cui questo fattore viene scambiato. Tanto più il fattore lavoro sarà commercializzato su basi volontarie, quanto più la sua allocazione e la sua remunerazione tenderà ad essere corretta.

Pensare il lavoro in termini di diritto, vale a dire come richiesta fatta al potere politico di azionarsi per promuovere attivamente determinate situazioni, ci conduce inesorabilmente, seppur non intenzionalmente, sulla strada opposta, ossia quella di intralciare la creazione di lavoro effettivamente produttivo e nel corso del tempo alla disoccupazione involontaria di massa. Per contrastare la disoccupazione involontaria non sono necessari dei miracoli, occorre esclusivamente conoscere le verità economiche ed agire di conseguenza.

The post Il lavoro non è un diritto, il lavoro è soltanto un fattore della produzione appeared first on Ludwig von Mises Italia.

L’influsso nefasto dei cicli economici sul diritto fallimentare (parte seconda)

Ven, 17/06/2016 - 16:00

Le codificazioni napoleoniche, e quindi le ottocentesche in genere, distinguono il Codice Civile, applicabile alla generalità dei cives, dal Codice di Commercio, che – ponendosi in continuità, su questo punto, con la tradizione medioevale – conteneva la normativa speciale dei commercianti, o degli atti di commercio, o, più modernamente, degli imprenditori. Ma, con il tramonto dell’Ancien Régime, la legge della “parola data” trionfa ben oltre i confini segnati dal Codice di Commercio: l’effetto traslativo del consenso è previsto per la generalità dei contratti, anche se solo l’Italia ha poi recepito quest’esito del processo codificatorio napoleonico.

E tuttavia, sempre in quella sede, si sono gettati i semi della rovina.

Non appena la rinascita dei traffici economici ha richiesto, agli uomini del Medioevo, un diritto un po’ più sofisticato delle consuetudini locali e i testi giuridici romani, riemersi dall’oblio, sono stati studiati e commentati da un ceto di professionisti subito sorto alla bisogna, il fenomeno ubiquitario delle alterazioni della moneta si è posto come uno dei problemi pratici più urgenti da affrontare. E, pur muovendo da costituzioni del Basso Impero, che tendevano a proteggere in tutti i modi il potere del princeps di svilire la moneta, i giuristi medioevali sono riusciti a neutralizzarli e a costruire un compiuto sistema metallista: “moneta” è la quantità di metallo prezioso; se viene alterato il titolo della lega, o il valore nominale, comunque il debitore resta obbligato a corrispondere la medesima bonitas intrinseca. Così, la mutatio monetae, pur non reputata illegittima in sé, viene privata di buona parte della sua pretesa utilità; e anche il fondamento normativo, secondo cui la moneta apparterrebbe al principe (teoria demaniale o feudale della res nummaria), finisce scalzato da un’interpretazione peculiare di Aristotele (e dei testi romani), secondo cui l’origine “convenzionale” della moneta alluderebbe ad un “accordo primordiale” che coinvolge tutta l’umanità, con cui si è riconosciuto che le materie più idonee all’uso monetario sono l’oro e l’argento. In questo modo, la moneta diventa un istituto di ius gentium, che, come il diritto naturale in senso stretto, è sottratto all’arbitrio dei principi; l’apposizione del conio, lungi dal costituire un titolo di proprietà, si riduce a mera certificazione della quantità di fino, volta a rendere più agevoli gli scambi monetari. E’ forte, in quel mondo in cui il potere politico e la coniazione sono assai parcellizzati, la consapevolezza che la moneta deve servire anzitutto e soprattutto agli scambi internazionali; di qui l’eccezione prevista per la moneta spicciola, che può essere coniata anche in metallo vile (rame o lega di biglione).

Il sistema metallista, sviluppato in tutte le sue implicazioni dal principe dei giuristi medioevali, Bartolo da Sassoferrato, presentava un difetto: impediva di tener conto delle variazioni che fossero intervenute – non nel metallo, ma – nella aestimatio, il potere di acquisto. Problema avvertito già dal massimo allievo di Bartolo, Baldo degli Ubaldi, e che condusse poi un canonista insigne come il Panormitano a risolvere anche questo caso a pro’ del creditore. Tuttavia, questa soluzione, pur recepita dalla Seconda Scolastica, non si è mai affermata pienamente nella pratica (se non tramite l’uso di clausole contrattuali ad hoc) perché i grandi Tribunali, e soprattutto la Rota Romana, che di fatto era il giudice supremo di tutta la Cristianità, sono rimasti rigidamente ancorati alla doctrina Bartholi.

Nondimeno, la riflessione sul problema della aestimatio ha condotto le menti migliori a comprendere che il potere d’acquisto è la peculiarità della moneta in quanto moneta; così, Dumoulin, pur tenendo ferme la sua appartenenza al ius gentium e la necessaria natura metallica, inverte i termini della distinzione tradizionale tra bonitas extrinseca ed intrinseca, intendendo per quest’ultima non il metallo, ma appunto la aestimatio. Samuel Pufendorf è andato ancora più in là, teorizzando come pienamente ammissibile la moneta-segno.

Inoltre, i re non si sono mai conformati di buon grado alla dottrina giuridica; e soprattutto in Francia, da Filippo il Bello in poi, con una sola breve parentesi, è rimasto in vigore un editto regio che imponeva di eseguire i pagamenti secondo il valore nominale (compte par livres) e non secondo il contenuto di fino (compte par écus). Non fa meraviglia che le teorie monetarie regaliste e feudali siano rimaste tanto in auge da essere recepite senza difficoltà ancora dall’ultimo dei giuristi pre-rivoluzionari, Robert Pothier, che, pur avendo vissuto il tracollo del “sistema” di Law, reputa perfettamente equo che il creditore sopporti il rischio delle alterazioni monetarie, poiché – egli scrive – ne godrebbe anche i benefici, se operassero in aumento del contenuto metallico o dell’aestimatio.

Pothier era tenuto in sommo onore dai compilatori del Code Napoléon e non vi è forse prova maggiore della sua autorità che il fatto che la sua soluzione – il principio nominalistico – sia stata seguita anche da uomini che erano passati attraverso gli sconvolgimenti della Rivoluzione, ricordavano con orrore gli assegnati, anelavano ad un ritorno all’ordine e servivano un Imperatore che, reduce dalle stesse esperienze, non voleva né volle mai far ricorso alla cartamoneta. Nonostante un dibattito acceso ed obiezioni accorate, il Code Napoléon, seguito poi da tutti gli altri tranne l’austriaco, ha stabilito che le obbligazioni pecuniarie si eseguono corrispondendo moneta per una quantità corrispondente al valore nominale. Perché, si è detto, ad esso normalmente pensano i contraenti e intendono obbligarsi.

L’affermazione sarebbe stata del tutto inverosimile, se non fosse che, rispetto ai tempi di Bartolo, o del Panormitano, o anche di Leonardo Lessio, era mutata la percezione sociale del denaro: lo sviluppo dei mezzi fiduciari, combinato con la legge di Gresham, aveva reso normale l’impiego delle banconote (o dei conti correnti), almeno tra imprenditori, in luogo della moneta metallica. Di qui la scelta dei codificatori: distinguere tra un obbligo di pagare 100, senz’altra specificazione, che doveva intendersi riferito al valore nominale (supponendo che le parti “avessero in mente” i pezzi di carta); e un obbligo convenuto con l’indicazione della specie monetaria, per il quale restava in vigore l’antico principio bartoliano della bonitas intrinseca.

E’ difficile esagerare l’importanza dell’innovazione. Basti dire che l’Ottocento segna la consacrazione definitiva dei mezzi fiduciari – seppure in un regime ancora improntato alla convertibilità dei biglietti – come legittimi mezzi di pagamento. E quindi anche l’emersione del ciclo economico come fenomeno macroscopico, ricorrente e di portata generale.

Di qui, in progresso di tempo, i riflessi sul diritto fallimentare, di cui alla parte terza e ultima.

The post L’influsso nefasto dei cicli economici sul diritto fallimentare (parte seconda) appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Insegnare l’economia dalla Bibbia — Parte 2

Mer, 15/06/2016 - 08:36
Gli Assiomi dell’economia

Ma cosa sono gli assiomi? Gli assiomi sono primi principî indimostrati. Ogni disciplina, ogni filosofia, persino ogni persona ha almeno un assioma. E dato che il pensiero e i ragionamenti da qualche parte devono pur partire gli assiomi sono assolutamente necessari.

Quali sono dunque gli assiomi dell’economia? Ce ne sono tre:

1) L’uomo sceglie.

2) Solo gli individui scelgono.

3) Gli uomini agiscono nel loro autointeresse.

Esaminiamoli uno ad uno.

Assioma 1: L’uomo sceglie.

Questo postulato significa che gran parte della psicologia e della filosofia sono falsità. Il comportamentismo psicologico, il materialismo filosofico, il determinismo chimico, sono tutti falsi. Gli uomini non sono marionette controllate da atomi e reazioni chimiche nei loro cervelli, non sono robot. Le nostre menti non sono dei computer.

William James e John Dewey, i grandi filosofi e psicologi americani che così tanta nefasta influenza hanno avuto sull’educazione americana, credevano che

“…le abitudini formatesi nell’esercizio delle attitudini biologiche solo le sole agenti dell’osservazione, della memorizzazione, della previsione e del giudizio. La mente o la coscienza o l’anima in generale che compie queste operazione è un mito. La conoscenza che non è proiettata sul nero sfondo dell’ignoto risiede nei muscoli e non nella coscienza.”

Il conclamato ateismo di James e Dewey, che non solo nega l’esistenza di Dio ma pure quella dell’anima o della mente umana, riduce ogni cosa al mondo fisico.

Ma contro questo ateismo, il primo postulato dell’economia è che l’uomo sceglie. L’uomo non è libero dal controllo di Dio, ma lo è dal controllo degli atomi e delle reazioni chimiche nel suo cervello o nel suo ambiente. L’uomo è conscio, si rende conto, opera scelte. E siccome è conscio e ha conoscenza, perché è un essere razionale, egli è responsabile per le scelte che fa.

Quest’assioma dell’economia si può trovare nelle Scritture. L’uomo è una creatura speciale di Dio, una creatura fatta a Sua immagine. Egli viene descritto come un’anima vivente, dotata di conoscenza, anima che sopravvive alla morte del proprio corpo. All’uomo è comandato di scegliere, e tutti gli uomini scelgono. Questo assioma della coscienza e della scelta è ampiamente corroborato dalla Bibbia.

Assioma 2: Solo gli individui scelgono.

Per le stesse ragioni per cui sappiamo che gli uomini scelgono, sappiamo altresì che solo gli uomini come individui scelgono. Solo gli uomini individualmente hanno anime, menti e coscienze. Istituzioni, organizzazioni e comitati non hanno evidentemente alcuna mente, e pertanto non possono scegliere. Quando un comitato vota, è ciascun membro a decidere, e ciascun membro è responsabile per la sua decisione. Di nuovo, la psicologia secolare ci ha propinato un coacervo di falsità: non esistono menti di gruppo, non esiste una coscienza o incoscienza collettiva. Tutte queste cose sono favole artificiosamente composte, la psicologia è un vano parolaio.

Persino nella Trinità, che è l’unione più stretta di tre persone che ci possa essere, ci viene costantemente indicato dalla Bibbia che ogni persona divina ha la sua propria mente, che non c’è alcuna super-mente distinta da e al di sopra del Padre, Figlio e Spirito Santo, e che le tre persone della Trinità agiscono come uno perché sono sempre in accordo l’uno con l’altro.

In economia, si comincia con il postulato che solo gli individui scelgono perché solo gli individui pensano. La scelta richiede il pensiero, e il pensiero necessita la scelta. Nella pratica, se vi imbattete in una difficoltà con un’istituzione o la burocrazia, dovete trovare l’individuo che ha preso la decisione che riguarda il vostro caso. Uno degli effetti più perniciosi della superstizione della mente collettiva o di gruppo è quello di aver reso gli individui irresponsabili nelle loro vite personali e professionali. I burocrati amano nascondersi dietro quell’irresponsabilità, e in tempi recenti sempre più criminali comuni agiscono nello stesso modo.

Assioma 3: Gli uomini agiscono nel loro auto-interesse.

Questo assioma non significa che tutti gli uomini siano sempre egoistici, e qui per “egoistico” intendo perseguire un corso di azioni dannose per altri. Non significa che tutti gli uomini siano auto-interessati, ovvero che gli uomini facciano sempre quel che pensano avvantaggerà i loro propri interessi. Non è una prescrizione etica, ma una descrizione del comportamento umano.

Che dire del missionario? Egli agisce nel suo auto-interesse sopportando le avversità perché ha una differenza concezione dei suoi interessi dalla maggior parte delle persone.

E che dire di una madre? Ella agisce nel suo proprio interesse perché la sua concezione dei suoi interessi include il benessere dei suoi figli.

La Bibbia ci dice che nessun uomo ha mai odiato la sua propria carne, e che piuttosto la nutre. Ci dice che un uomo che ama sua moglie ama sé stesso. Il secondo più grande comandamento, amare il nostro prossimo, è formulato sull’assunzione che tutti gli uomini amino sé stessi. Nel passato recente è stato scritto un cumulo di fesserie intorno a questo comandamento, gran parte dagli psicologi, il resto dai teologi. Non è un comandamento di amare noi stessi: chiunque possa leggere l’Italiano, o l’Ebraico, o il Greco, o l’Inglese, può chiaramente vedere che è un comandamento di amare il nostro prossimo. Questo presume, e non comanda, che ogni uomo ami già sé stesso, senza che ci sia alcun bisogno di comandarlo. La Bibbia ci parla anche di ricompense e punizioni eterne. Cristo disse: “A che gioverà all’uomo se guadagna l’intero mondo e perde la sua anima?1”, e qui egli faceva appello all’innato auto-interesse che ogni uomo possiede.

Deduzioni da questi tre assiomi

Dato che i postulati dell’economia si possono ritrovare nelle Scritture, questi non sono più postulati ma teoremi. La Scrittura è ora l’assioma dell’economia, come lo è della teologia, dell’aritmetica e della logica, e l’economia non poteva avere un più sicuro fondamento del Verbo di Dio. L’economia laicista non può legittimamente sostenere di essere vera, perché non è dotata di un tale fondamento. Solo l’economia dedotta dalle Scritture può quindi vantare questa pretesa.

Ma cosa può essere dedotto da queste tre premesse economiche? Molto più di quanto possiate immaginare.

Per prima cosa, la legge della domanda, quella che in tanti riconosceranno come la prima legge dell’economia. (per “legge” in economia non si intende una legge che richiede obbedienza, ma una legge che descrive qualcosa, in questo caso il comportamento umano).

In cosa consiste la legge della domanda? Esiste una relazione inversa tra il prezzo e la quantità richiesta. Col salire dei prezzi la quantità richiesta tende a scendere. Con lo scendere dei prezzi, la quantità richiesta tenderà a salire. Da quale assioma economico discende questa legge? Dal terzo: gli uomini agiscono nel loro auto-interesse. Persino le madri e i missionari, di cui potremo non pensare che non abbiamo alcun interesse per i soldi, usano le loro risorse a loro miglior vantaggio. Le mamme sono sempre alla continua ricerca di buoni affari, e quando i prezzi salgono le quantità che domanderanno tenderanno a scendere. Anche i missionari si comportano allo stesso modo.

Anche la seconda legge dell’economia, la legge dell’offerta, deriva dal terzo assioma economico. La legge stabilisce che esiste una relazione diretta tra il prezzo e la quantità offerta. Come i prezzi salgono, i produttori tenderanno a riversare più beni nel mercato, perché gli uomini agiscono nel loro auto-interesse.

E infine, un ulteriore esempio: tutte le istituzioni sociali sono il risultato, spesso non intenzionale, di scelte individuali. Se gli uomini scelgono, come l’Assioma 1 dice, e solo gli individui scelgono come espresso nell’Assioma 2, allora tutte le istituzioni sociali sono il risultato di scelte effettuate da individui. Il più delle volte le conseguenze, ovvero le istituzioni, non erano nelle intenzioni di chi opera le scelte, ma le prime rimangono tuttavia le conseguenze di queste. Il libero mercato stesso non è il risultato di intenzioni umane, eppure rimane il risultato delle scelte degli individui.

Insegnare l’economia

Giungiamo quindi alla questione: come si può insegnare l’economia ai ragazzi? Ovviamente molto dipende da quanta conoscenza abbia già lo studente, e questo di solito dipende da quanto sia grande. Per gli studenti più giovani, l’economia può essere insegnata al meglio cercando di spiegare e in seguito praticare certi principî morali fondamentali, i quali sono tutti derivati dalla Bibbia. Ai bambini andrebbero insegnate le idee di:

  • Responsabilità individuale
  • Autocontrollo
  • Onestà
  • Mantenimento delle promesse
  • Evitare i debiti / Ripagare i debiti
  • Puntualità
  • Iniziativa
  • Porsi degli obiettivi / Creatività
  • Saggio uso di tutte le risorse, specialmente del tempo
  • Lavorare con impegno
  • Rispetto per la proprietà privata

Sono queste le virtù e le consuetudini che hanno reso possibile il fiorire del capitalismo in occidente. Il capitalismo non si è sviluppato perché la società è stata edificata secondo le linee concepite dagli economisti, sarebbe un po’ come voler mettere il carro davanti ai buoi. L’economia non si è sviluppata come una distinta disciplina fino a quando il capitalismo è apparso. Fino ad allora, c’era poco da studiare per gli economisti. Adam Smith scrisse La Ricchezza delle Nazioni quasi due secoli e mezzo fa. La rivoluzione Austriaca/soggettivista/marginalista è avvenuta circa centocinquant’anni fa. È venuto prima il capitalismo, e l’economia ha seguito.

Come genitore, ho commesso molti errori nell’allevare i miei figli, e in questo non sono solo. Molti di questi errori hanno implicazioni economiche. Per esempio, dare a un bambino una paghetta giusto perché è un bambino incoraggia l’idea che il mondo, e in ultima analisi Dio, è tenuto a mantenerlo. I bambini dovrebbero esser pagati solo per i lavoretti svolti.

Lasciate che vi offra un’altra illustrazione. Molti genitori Cristiani danno ai loro figli del denaro da mettere nel cesto della colletta, questo con il proposito di abituarli a dare soldi per la colletta. Tuttavia, quel il bambino con ogni probabilità imparerà è quello di dar via i soldi degli altri. La lezione che invece andrebbe insegnata è ‘Sii generoso con i tuoi propri soldi’. Al bambini andrebbe insegnato di mettere nel cesto della colletta il loro denaro, quello da loro guadagnato. Se non hanno guadagnato soldi, e non hanno pertanto nulla da mettere, impareranno forse così la lezione che Paolo spiegò agli ex-ladri sul lavorare e sul dare generosamente.

Forse una terza illustrazione di cosa non fare può essere d’aiuto. Molti genitori impongono ai loro figli di condividere i loro giocattoli con gli amici o i fratelli, o alcuni genitori si aspettano che gli altri genitori impongano ai loro figli di condividere i loro giocattoli con i propri figli. Infatti i genitori spesso battono sul tasto che ai bambini debba esser insegnato di “condividere”. Hanno perfettamente ragione nel pensare che i bambini sembrano credere di possedere ogni cosa, ma è proprio per questa ragione che gli deve essere insegnato a riconoscere la proprietà privata e a rispettarla. Nessun genitore dovrebbe costringere i suoi figli a condividere i propri giocattoli o aspettarsi che lo facciano gli altri genitori con i loro figli. Effettivamente ciò è come dare piccole lezioni di ladrocinio. Il bambino non impara a condividere ma a pretendere la proprietà altrui, e capisce che gli altri potrebbero in ogni momento pretendere la sua. Questi sono i germi del totalitarismo.

Quel che a un bambino andrebbe insegnato è di rispettare la proprietà altrui, di cooperare e di negoziare. Se un bambino esigesse di usare il giocattolo di un altro bambino, non si dovrebbe acconsentire alle sue pretese. Invece, gli si dovrebbe insegnare a offrire all’altro bambino qualcosa in cambio: “Se mi fai giocare con il tuo triciclo, ti farò usare i miei pattini”.

Così, mediante questi mezzi pacifici, piuttosto che imporre che Ginetto condivida, si instillano i principî della proprietà privata, della cooperazione e del libero scambio.

Altre lezioni che potrebbero essere insegnate sono:

  • Se fai cadere qualcosa, raccoglila. Questa è la lezione dell’autocontrollo.
  • Se cominci una cosa, finiscila. Questa è la lezione della perseveranza e del perseguire un obiettivo.
  • Se rompi qualcosa, aggiustala, o rimpiazzala. Questa è la lezione della responsabilità individuale.
  • Se desideri qualcosa, offriti di lavorare per questo. Questa è la lezione dell’impegno nel lavoro e della cooperazione.

Crescendo, ai bambini andrebbero assegnati alcuni lavoretti in casa, lavorare nell’impresa famigliare o incoraggiati a iniziare la loro impresa personale. Gli si dovrebbe insegnare che ogni lavoro onesto, non importa quanto umile, se fatto bene, compiace a Dio. Usando i proventi del loro lavoro, ai bambini andrebbe insegnato a risparmiare, a investire e a donare solo a coloro che sono in autentico bisogno.

Quando saranno più grandicelli, andrebbero introdotti alla logica, dove impareranno le regole della implicazione necessaria. Quando avranno i rudimenti della logica nelle loro menti, potranno cominciare a studiare l’economia vera e propria, cominciando con gli assiomi che si trovano nelle Scritture. Se sono interessati all’argomento, potranno procedere a studiarla a fondo.

Ma tutto deve cominciare con la Bibbia: i principî dell’economia per i ragazzi più grandicelli, e i principî dell’etica per i bambini più piccoli.

1NdT. È significativo che sulla scia della AV molte versioni inglesi di questo passo (Marco 8:36) usino il verbo profittrarre profitto – invece dell’equivalente di giovare. In questo versetto sono pertanto presenti tre concetti economici: profitto, guadagno, e perdita.

The post Insegnare l’economia dalla Bibbia — Parte 2 appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Insegnare l’economia dalla Bibbia — Parte 1

Lun, 13/06/2016 - 08:32

Questo è il testo di una lezione tenutasi alla Conferenza della Trinity Foundation su Cristianesimo ed Economia nell’Ottobre del 1999.

Torno a ripetere in questa lezione che a meno che non definiamo i nostri termini, non potremo sapere di cosa stiamo parlando. Molta gente non definisce mai i termini che usa, e pertanto non ha alcuna idea di quello che dice.

Nel titolo di questa lezione ci sono tre termini significativi: insegnare, economia e Bibbia. Lasciate che cominci a definire quest’ultimo per primo.

La Bibbia

La Bibbia consiste nei 66 libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, i nomi di questi libri posso essere trovati nel primo capitolo della Confessione di Fede di Westminster, un credo scritto nel 1640 che è stato il credo delle chiese Presbiteriane fino al ventesimo secolo. Sebbene la Confessione venne scritta da Presbiteriani, i Battisti la apprezzarono così tanto da adottarla apportandogli modifiche minori e producendo così le loro Confessioni di Londra e Philadelphia.

È assolutamente necessario definire il termine Bibbia perché molte organizzazioni hanno aggiunto o sottratto dalla Bibbia, rivendicando come vera Bibbia la loro peculiare raccolta di scritti. L’organizzazione più grande e più famosa è come noto la Chiesa-Stato Cattolica Romana, ma altri gruppi hanno fatto lo stesso.

La rivelazione di Dio agli uomini è stata totalmente affidata allo scritto, facendo della Bibbia cosa assolutamente necessaria, dato che le precedenti modalità di Dio di rivelare la sua volontà al suo popolo sono cessate. La Scrittura è l’assioma fondamentale per i Cristiani, e nelle parole della Confessione:

“L’autorità delle Sacre Scritture, per la quale esse devono essere credute, e obbedite, non dipende dalla testimonianza di alcun uomo, o Chiesa; ma interamente da Dio (il Quale è Egli stesso verità) loro autore; e quindi devono essere ricevute, perché esse sono il Verbo di Dio.”

A questo punto ci si potrebbe chiedere: “Perché dovremmo mai scomodarci a insegnare l’economia dalla Bibbia? Non potremmo semplicemente prendere un libro profano e usarlo?” Ma la risposta è che la Scrittura è assolutamente necessaria per ricevere il Verbo di Dio. Non c’è autentico rimpiazzo per la Bibbia, ci sono rimpiazzi ovviamente, ma questi non sono autentici. Inoltre, senza la Bibbia non ci sarebbe alcun standard per giudicare i testi profani.

Secondo, la Bibbia è sufficiente per i nostri bisogni. Per esempio, 2 Timoteo 3:16-17 dice:

“Tutta la Scrittura è data tramite ispirazione da Dio ed è utile a insegnare, a riprendere, a correggere e a istruire nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia completo, appieno fornito per ogni buona opera”

Notate gli universali, parole che non ammettono eccezioni: “Tutta”, “completo”, “appieno”, “ogni”. Se l’economia, o insegnare l’economia, è una buona opera, allora la Scrittura fa molto di più che sostenere di essere necessaria, Essa rivendica di essere sufficiente. Ma molti sé dicenti Cristiani non ci credono e di fatto rinnegano questo verso. Essi sostengono la necessità di altri libri, di altre filosofie, di altri maestri per insegnarci psicologia, filosofia o economia. Niente di più falso, si sbagliano di grosso. Potrebbero occorrerci altri libri se vogliamo studiare l’errore, ma non certo se vogliamo apprendere la verità.

Terzo, la Confessione di Westminster ci spiega la sufficienza della Bibbia in questo modo:

“L’intero consiglio di Dio riguardante tutte le cose necessarie alla Sua gloria, alla salvezza dell’uomo, alla fede e alla vita, o è espresso esplicitamente nella Scrittura, o può essere dedotto come buona e necessaria conseguenza dalla Scrittura: alla quale niente in alcuna epoca deve essere aggiunto, sia per nuove rivelazioni dello Spirito, che per la tradizione degli uomini”.

Di nuovo notate gli universali: “Intero”, “Tutte”, “Niente”, “In alcuna epoca”. Tutto ciò di cui necessitiamo conoscere può non essere esplicitamente espresso nella Bibbia, ma ogni cosa che bisogna conoscere è o esplicita o implicita. Una domanda che può sorgere qui è cosa intendessero gli autori della Confessione con “buona e necessaria conseguenza”. La risposta l’ho data in un altra lezione sull’insegnamento della logica dalla Bibbia. Quel che importa ora è l’idea della sufficienza della Bibbia per la nostra fede e vita, che comprende pure la nostra conoscenza dell’economia.

Insegnare

Diamo quindi la definizione di “insegnamento”: per insegnamento io intenderò l’impartire la verità alla mente. Strettamente parlando, solo Dio può insegnare, e infatti questa è la ragione perché Cristo ci avvisa di non chiamare alcun uomo “maestro”. Come esseri umani noi possiamo presentare le idee, ma che lo studente apprenda quelle idee non dipende noi, e neanche dallo studente stesso, dipende solo da Dio. Ogni verità che ognuno di noi conosce non è dovuta ai nostri propri sforzi, ma solamente e unicamente dovuta all’attività di insegnamento di Dio nelle nostre menti. Cristo è la luce che illumina la mente di ogni uomo, come Giovanni ci dice nel primo capitolo del suo Evangelo. Perciò, se conosciamo qualche verità riguardo l’economia, è solo perché Dio ce l’ha insegnata.

Bene, qual è quindi il nostro ruolo di esseri umani? Come Paolo ha detto, noi piantiamo e innaffiamo, ma è Dio che fa crescere. Noi possiamo presentare le idee, e questo è tutto quello che possiamo fare. Non possiamo infonderle nelle giovani menti. Ma possiamo pregare che Dio possa infonderle loro, insegnar loro la verità, con la preghiera che costituisce la maggior parte del lavoro dell’istruttore, e non solo del suo ma anche della maggior parte di quello dello studente. Insegnare e imparare sono completamente dipendenti da Dio.

Secondo, dobbiamo sottolineare che l’insegnamento riguarda le idee, l’informazione e le menti. Non siamo comportamentisti, noi non crediamo nell’”imparare facendo”, a meno che non si parli metaforicamente, per esempio, imparare ad andare in bicicletta, l’esercizio muscolare non c’entra niente con tutto questo. Insegnare e imparare sono attività mentali e non fisiche, “educazione fisica” è una contraddizione di termini, “allenamento fisico” sarebbe una frase più appropriata.

Economia

E infine, cosa intendiamo per “economia”? L’economia è la logica della scelta e dell’azione umana. Non è la scienza del benessere materiale, così come tanti credono, né è l’arte di gestire il denaro, né pure direttive per la gestione statale dell’economia. Non è neanche una raccolta di proverbi disgiunti e sconnessi intorno alle formiche e alle persone mattiniere. L’economia è simile alla teologia, all’aritmetica, alla logica e alla geometria. Essa prende le mosse da certi assiomi e procede per ragionamento deduttivo, e comporta pertanto necessarie implicazioni.

Che cos’è una implicazione necessaria? Semplicemente, dato a, ne deve conseguire b. Se a allora b. L’esempio classico in tutti i testi di logica è

Se tutti gli uomini sono mortali e Socrate è un uomo allora Socrate è mortale.

Lasciate che vi illustri come tutto questo funziona in economia, cominciando con alcune delle più fondamentali premesse dell’economia.

a. Se una persona è cosciente, deve operare delle scelte. Quand’anche scegliesse di commettere suicidio, starebbe comunque scegliendo. Scelte e decisioni sono inevitabili per esseri razionali.

b. Se una persona opera delle scelte, che deve per forza fare, deve imbattersi in dei costi. Scegliendo tra varie alternativa, deve comunque rinunciare a qualcosa. Paolo, per esempio, era combattuto tra la vita e la morte. Scegliendo la vita avrebbe rinunciato all’immediata presenza di Cristo, scegliendo la morte avrebbe rinunciato alla sua chiamata, ai suoi amici, all’immediata presenza di coloro che avevano bisogno di lui. Ciascuna scelta aveva un costo. I costi sono le necessarie implicazioni delle scelte, e sono inevitabili.

c. Se una persona si imbatte in costi, allora non esiste pasto gratis. Ovviamente, se ogni scelta comporta dei costi, nulla è gratis.

Quanto visto sono illustrazioni di necessarie implicazioni tratte dall’economia. Come disciplina distinta, l’economia parte da assiomi e procede per deduzioni rigorose.

The post Insegnare l’economia dalla Bibbia — Parte 1 appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Il tasso di interesse può essere un prezzo complicato da decifrare, ma dal punto di vista prasseologico ha comunque sempre la sua coerenza

Ven, 10/06/2016 - 08:53

Con questo post voglio tornare sull’argomento della mia precedente pubblicazione, vale a dire Il tasso d’interesse ed il suo senso economico, perché mi rendo conto che il tutto merita ulteriori precisazioni.

Premessa: per comprendere in modo adeguato l’argomento in questione, occorre che il dettaglio non venga mai estrapolato ed isolato dal quadro generale della situazione. Se si estrapola e si isola il singolo dettaglio non tenendo presente l’ambiente circostante in cui si dispiega, i numeri e le parole impiegati possono essere utilizzati per sostenere qualsiasi cosa.

Il tasso di interesse rappresenta quel prezzo di mercato che mette in correlazione i beni presenti con i beni futuri. Nel mondo dei fatti umani esiste quindi un generico mercato del tempo.

L’intera struttura produttiva può essere considerata come un enorme mercato di scambio tra beni presenti contro beni futuri.

La preferenza temporale di ciascun individuo è sempre rivolta in termini economici ad impostare valori positivi. Ciò ci porta di conseguenza ad affermare che siamo economicamente disposti a ridurre il consumo dei nostri beni presenti quando riteniamo che questo ci porterà a conseguire in futuro beni con un valore complessivo maggiore.

Perché il tasso interesse viene economicamente percepito ed impostato in termini reali positivi? Perché ciascuno di noi è in qualche maniera cosciente del fatto che viviamo in un mondo contraddistinto dal postulato della scarsità delle risorse. Una riduzione delle mie possibilità di oggi comporta dunque un sacrificio ed un rischio che in qualche modo mi aspetto che venga gratificato in futuro.

Uno scambio di beni tra persone avviene quando le parti in causa lo ritengono in termini economici reciprocamente vantaggioso, diversamente non avviene. Questa condizione però può subire delle interferenze che fanno sì che lo scambio possa avvenire anche se qualcuna delle parti in causa non lo ritiene economicamente vantaggioso.

Le suddette interferenze sono di due tipi: o di natura sentimentale o di natura politica: entrambe riescono a reprimere il modo con cui percepiamo ed impostiamo economicamente il tasso di interesse, cioè sempre in senso reale positivo. Ma attenzione, reprimere non significa propriamente cambiare.

Le interferenze di natura sentimentale hanno comunque carattere totalmente volontario e pertanto sono rivolte a casi particolarissimi. Le interferenze di natura politica sono invece di carattere coercitivo e possono conseguentemente avere portata generale e sistematica.

Un esempio di interferenza sentimentale è destinare delle somme di denaro per scopi caritatevoli: chi compie un simile atto caritatevole non ha programmato di certo che in futuro vengano restituiti alla propria persona dei beni economici di valore maggiore, anzi in tal senso già perfettamente sa che di ritorno non deve aspettarsi alcunché. Si fa la carità e quindi si reprime il senso reale positivo/economico con cui determiniamo il tasso di interesse, per soddisfare esigenze di carattere religioso e morale in generale. Senz’altro quest’azione mira ad appagare un nostro desiderio o a sanare un nostro stato di disagio. Nonostante ciò, ritengo che dovrebbe essere chiaro a tutti che non possiamo qualificare tale ricerca come un atto finalizzato a soddisfare un interesse economico personale.

Un esempio invece di interferenza politica è inerente il fenomeno del riciclaggio di denaro. Per riciclaggio di denaro si deve intendere quel complesso di operazioni rivolte a dare una sembianza lecita a valori la cui provenienza viene normativamente considerata illecita. Ora, lasciamo stare il fatto se queste somme provengono da una vera e propria attività delittuosa contro la proprietà di una persona altrui oppure se provengono da un semplice aggiramento di alcune regole di condotta statale: si aprirebbero lunghe discussioni al riguardo che non sono l’oggetto del post. Sta di fatto che il riciclatore pur di avere a disposizione dei valori puliti, e cioè pienamente ed apertamente utilizzabili, accetta non solo di privarsi per un certo periodo di questi valori ma anche a rinunciare per sempre a parte di essi una volta che saranno stati puliti. Di fatto, esso, forzato nella sua volontà da determinate norme di condotta, reprime il senso reale positivo/economico con cui si percepisce e si imposta il tasso di interesse, accettando l’idea di un tasso di interesse negativo finanche in termini reali e probabilmente agisce in questo modo perché, osservando le cose in un ottica relativa, ritiene che non pulire questi valori lo costringa ad accettare un interesse negativo ancora maggiore.

Il corso legale per principio sulla moneta può produrre lo stesso genere di interferenze e di risultati descritti per il riciclaggio di denaro. Una moneta non avente corso legale per principio e che viene sistematicamente svalutata dal soggetto emittente avrebbe sicuramente vita breve sul mercato. Tuttavia, si inserisca in questo quadro il corso legale per principio (cioè si renda l’unita monetaria irrifiutabile per l’estinzione di tutte le obbligazioni pecuniarie su un precisato territorio a tempo indeterminato) e come per magia avremo un’unità monetaria che pur svalutandosi sistematicamente continua a circolare in maniera imperante o quantomeno rilevante, a meno che l’emittente non cada nell’errore di svalutare troppo, ossia che cada nell’errore di generare un fenomeno di iperinflazione.

Esempio poi interessante di scambio di beni presenti contro beni futuri sono i contratti di assicurazione. Questi contratti sono finalizzati a trasferire da un soggetto ad un altro un’alea economica.

La nozione generale del contratto di assicurazione è contenuta nell’articolo 1882 del codice civile italiano. Questa afferma:

L’assicurazione è il contratto col quale l’assicuratore, verso pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, dal danno ad esso prodotto da un sinistro, ovvero a pagare un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente la vita umana.

Il contratto di assicurazione pertanto può avere una funzione indennitaria, propria della funzione contro i danni, e una funzione di previdenza, propria dell’assicurazione sulla vita o delle cosiddette assicurazioni sociali (assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, malattie, invalidità e vecchiaia).

Sopra si è asserito che: “uno scambio di beni tra persone avviene quando le parti in causa lo ritengono in termini economici reciprocamente vantaggioso, diversamente non avviene. Questa condizione però può subire delle interferenze che fanno sì che lo scambio possa avvenire anche se qualcuna delle parti non lo ritiene economicamente vantaggioso”.

Allorché, allora, assicurato ed assicuratore decidono di stipulare in modo totalmente volontario un contratto di assicurazione è indiscutibile che entrambi lo fanno nella speranza di ottenere dei vantaggi. L’assicurato, versando dei premi, si tutela dal verificarsi di un certo evento futuro che presume di non poter assolvere, o di non poter assolvere comunque adeguatamente, senza l’intervento di un’assicurazione. L’assicurazione, basandosi sull’esperienza che non tutti gli eventi di cui ha garantito la copertura si svolgeranno o quantomeno si svolgeranno contemporaneamente, può nel frattempo gestire queste somme di denaro derivanti dai premi come meglio crede – non è un caso che esista anche il cosiddetto contratto di riassicurazione, ove l’assicurato è una vera e propria impresa di assicurazione che si assicura contro il rischio connesso alla necessità di far fronte ad una serie di contratti in caso di insorgenza di molti sinistri.

Ambedue le parti in causa agiscono guidate da un tasso di interesse reale positivo: l’assicurato, anticipa un bene presente contro un bene futuro, riducendo i suoi consumi correnti per garantirsi, tramite un altro soggetto (l’assicuratore), alcune prestazioni future, prestazioni che possono essere anche solo eventuali; l’assicuratore da un lato domanda beni presenti in cambio di beni futuri, chiede premi e promette in cambio (all’assicurato) il versamento di un capitale o di una rendita al verificarsi di determinate circostanze, dall’altro cercherà nel frattempo di far fruttare questi premi allocandoli in differenti strumenti.

Tutto il ragionamento sinora fatto sulle assicurazioni regge completamente finché le contrattazioni si svolgono su base pienamente volontaria. Ma se si introduce l’obbligo di legge (interferenze politiche) a stipulare un contratto di assicurazione è assolutamente possibile che ci si possa allontanare dalla razionalità economica pura sopra delineata, dato che quando lo scambio viene reso coattivo ci si trova nella condizione di dover scambiare seppur si abbia precedentemente ben stimato che ciò rappresenta un gioco chiaramente a perdere. Un esempio? Vorrei sapere quanti imprenditori presenti in Italia oggi, se potessero liberamente scegliere, verserebbero di loro spontanea volontà i propri contributi all’INPS. Molto probabilmente, per non dire certamente, destinerebbero queste somme verso altre forme di risparmio, riformulando magari anche l’entità dei versamenti e le modalità tempistiche.

Esistono diverse transazioni che consentono lo scambio di beni presenti contro beni futuri. Al momento dell’azione ciascun individuo cerca di rimuovere l’insoddisfazione nella maniera che ritiene migliore, dati però i vincoli situazionali. Ciò significa che in termini strettamente economici egli è disposto già in principio ad accettare una perdita futura o per superiori motivazioni di carattere sentimentale oppure perché obbligato da fattori istituzionali.

Ovviamente, anche quando l’individuo agisce all’interno del campo delle valutazioni economiche pure, non è detto che il suo agire abbia sempre successo. In altre parole, l’individuo percepisce ed imposta economicamente il tasso di interesse in termini reali sempre positivi e quindi, sotto questo punto di vista, stabilisce uno scambio tra beni presenti contro beni futuri che gli risulta essere sempre vantaggioso, ma questa azione può concretamente poi anche fallire. Il fallimento dell’azione si compie per deficienze nella strategia conoscitiva dell’individuo agente, deficienze che lo hanno indotto in errore. Quando questo avviene, vuol dire che la percezione soggettiva della situazione non è sufficientemente appropriata alla situazione oggettiva.

D’altra parte, se l’essere umano possedesse la capacità di non fallire mai nei suoi obiettivi, potremmo attribuirgli la definizione di homo oeconomicus, ossia di ottimizzatore in qualunque istante e circostanza della funzione di utilità. Tuttavia, giacché non possiede questa capacità, non possiamo definirlo nell’anzidetto modo e di conseguenza dobbiamo accontentarci di descriverlo “semplicemente” come homo agens.

The post Il tasso di interesse può essere un prezzo complicato da decifrare, ma dal punto di vista prasseologico ha comunque sempre la sua coerenza appeared first on Ludwig von Mises Italia.

L’influsso nefasto dei cicli economici sul diritto fallimentare (parte prima)

Mar, 07/06/2016 - 18:06

Un’economia di mercato si fonda sul rispetto dei diritti di proprietà e, quindi, sul principio per cui sono ammessi trasferimenti volontari di beni (o denaro) da un soggetto ad un altro. Tuttavia, è fondamentale per la tenuta del sistema che esistano mezzi, anche coercitivi, che costringano un debitore a tener fede al consenso già prestato, oppure a risarcire i danni da lui provocati agli altrui diritti di libertà e di proprietà. Questi mezzi, in diritto processuale, si chiamano “procedure esecutive” o “di esecuzione forzata”; si dividono in individuali, dove ciascun creditore è chiamato a farsi parte diligente e attivarsi per riscuotere quanto gli spetti; concorsuali, che prevedono l’aggressione al complesso del patrimonio del debitore e il riparto del ricavato, secondo criteri di proporzionalità, fra tutti i creditori. In omaggio al principio di autoresponsabilità, la regola è sempre costituita dall’esecuzione individuale; alla procedura concorsuale si fa luogo solo nelle situazioni più gravi, tanto che l’esempio tipico è il fallimento dell’imprenditore.

Tuttavia, storicamente l’istituto del fallimento non ha rappresentato solo un mezzo per soddisfare i creditori, disciplinato secondo criteri di efficienza, né si è evoluto solo secondo esigenze di massimo ricavo (o minima perdita).

Una società dove vigono, almeno in complesso, i princìpi del libero mercato – si tratti di un’intera collettività o del ceto dei mercanti – finisce, necessariamente, per vivere secondo i valori della “civiltà mercantile”, sottesi a quelle che, non per nulla, sono state definite “virtù borghesi”: in primo luogo, il rispetto della parola data.

In effetti, “parola data” è una metafora: le parole non si danno, semmai si pronunziano.

E qual è il senso di questa metafora? Un senso prettamente giuridico.

In diritto romano, e poi ancora, senza soluzione di continuità, fino alla Rivoluzione Francese e alle codificazioni napoleoniche, vigeva il principio per cui la proprietà dei beni non si trasferiva nel momento dell’accordo – e per il fatto stesso dell’accordo – bensì con la traditio, la consegna materiale o almeno simbolica (le chiavi di casa, i documenti comprovanti il diritto dominicale). Perciò, da una compravendita nasceva anzitutto un’obbligazione di “dare”, intesa come obbligo di compiere la traditio.

La logica della “parola data” si pone in consapevole rottura con questo schema: la formula implica che dare la parola – il consenso, l’impegno – è come aver già dato la cosa.

Questo principio, ovviamente, non poteva trovare ingresso dove si giudicava secondo il diritto romano; ma lo ha trovato presso i Tribunali ecclesiastici, chiaramente sensibili al tema degli obblighi di coscienza, nonché nelle consuetudini del ceto mercantile e nelle decisioni dei suoi Tribunali.

Non occorrono certo particolari spiegazioni per illustrare come la fiducia stia alla base di ogni possibile scambio commerciale: almeno quel minimo di fiducia che fa prendere in considerazione le proposte altrui e, poi, consente all’acquirente di attendere senza ansie intollerabili che giunga il giorno fissato per la consegna, o per il pagamento nel caso del venditore.

Questo spiega perché la civiltà mercantile finisca per fondarsi sulla fiducia e recepisca tutti gli istituti giuridici conformi a tale principio, inclusa la “parola data”.

Ma la fiducia, come collante di un ordine sociale – a fortiori se spontaneo – può reggere solo se colui che la tradisce diventa un infamis: qualcuno la cui parola non ha più nessun valore (tanto che non viene neppur ammesso a testimoniare in giudizio) e che, per ciò solo, è escluso da qualsiasi possibilità di contrattare. La nota di infamia equivale alla messa al bando dalla società che si basa sulla “parola data” e alla privazione di tutte le possibilità di scambi volontari che questa può offrire.

Nello stesso tempo, però, occorre che l’infamis, venuto meno alla parola data, non possa conservare neppure l’ombra del vantaggio patrimoniale che ha potuto conseguire approfittando della fiducia altrui: lo esige l’analisi economica del diritto, perché la prevenzione dell’illecito non sarebbe sufficiente se mancassero misure contro chi antepone il lucro al danno che gli potrebbe derivare dall’infamia, o si senta certo di farla franca, o pensi di portare altrove la propria persona e i propri sistemi. Ancor più, verrebbe da dire, lo esige il valore etico fondante della fiducia: tradirla equivale pressapoco, in termini di gravità, a commettere un delitto di lesa maestà o di alto tradimento.

Per questo il fallimento – istituto caratteristico della civiltà mercantile medioevale – comporta sia una spoliazione integrale del fallito, sia un biasimo morale estremo, espresso nella formula Falliti sunt infames: se già un debito non pagato è motivo di disonore, una situazione di complessivo dissesto è pressoché inconcepibile, equivale – anche in termini economici… – proprio alla condizione di qualcuno la cui parola ha valore zero. Qualcuno che, nella maggior parte dei casi, si dà alla macchia: il primo nome attribuito al fallimento nelle fonti giuridiche medioevali è fuga. E, in origine, non si distingue neppure tra fallimento e reato fallimentare: chiunque sia sparito dalla circolazione lasciando in giro un mucchio di debiti non pagati è un criminale, fine della questione. Occorreranno secoli perché riesca ad affermarsi il principio per cui un conto sono i debiti insoluti, che esigono che venga aggredito l’intero patrimonio del debitore, tutt’altro le forme di aggressione alla sua persona, caratteristiche del diritto penale e giustificate, in linea di principio, solo in presenza di condotte dolose o fraudolente nei confronti dei creditori, non di semplici errori dell’imprenditore o di sua sfortuna. Del resto, anche fuori dell’ambito fallimentare, il carcere per debiti, in Italia, è stato previsto fino al 1877, quando una legge lo ha – non abolito, come comunemente si afferma, ma – limitato al solo caso di inadempimento all’obbligo di risarcire i danni causati da reato; è stato applicato ancora sul finire degli anni Trenta e solo nel 1942, pochi giorni prima che entrassero in vigore i nuovi Codici, la Cassazione ha chiarito che, in realtà, esso andava considerato abrogato dall’ordinamento penitenziario del 1931, che non prevedeva più gli arrestati per debiti tra le categorie di possibili detenuti.

The post L’influsso nefasto dei cicli economici sul diritto fallimentare (parte prima) appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Quattro motivi per cui la spesa pubblica è anche peggiore delle tasse

Lun, 06/06/2016 - 08:30


All’approssimarsi delle annuali scadenze fiscali, ci ricordiamo di quanto dolorose siano le imposte sul reddito. Ce lo fa ricordare non solo la ricchezza che ci viene tolta, ma anche tutto il tempo e l’energia che devono essere impiegati per aiutare il governo federale a stabilire quanto debba prelevarci nell’anno.

L’imposta sul reddito è peraltro solo una parte dell’equazione. Le tasse sugli stipendi, sulle società, le accise ed i dazi sono tutte tasse federali che ciascuno di noi paga, sia che paghi un’imposta sul reddito o meno.

Non c’è bisogno di essere titolare di azienda per pagare le imposte sulla società. Quando un’impresa paga le imposte sulla società, i clienti e gli impiegati sono comunque danneggiati in termini di stipendi più bassi e prodotti più costosi. Non c’è bisogno di essere un importatore per pagare i dazi in quanto questi finiscono per riversarsi sui consumatori in termini di maggiori prezzi e minori quantità di beni disponibili. E non c’è bisogno di essere un automobilista per pagare le accise sul carburante. Ogni bene e servizio che per il trasporto fa affidamento sul carburante ci costa di più proprio a causa di questa tassa.

Del resto, non sono comunque le tasse la parte peggiore dell’equazione tra tasse e spesa. Ciò che il governo fa con il denaro – una volta che ce l’ha – è assai peggio e deleterio, sia politicamente che economicamente.

 

Motivo 1: Non c’è modo di allocare razionalmente il denaro derivante dalle tasse

Una volta che il denaro è stato tolto al possessore attraverso le tasse, il denaro abbandona il regno del mercato e dei prezzi di mercato. I fondi derivano non da risorse acquisite attraverso lo scambio volontario, ma attraverso una transazione coercitiva alle cui spalle c’è la minaccia delle sanzioni e del carcere.

A questo punto, il denaro è già stato allocato in maniera inefficiente perché è stato distribuito (con l’uso della forza) indipendentemente dalla volontà del reale proprietario. Qualcuno potrebbe sostenere che, alla fine, in cambio del denaro ceduto con le tasse i legittimi proprietari riceveranno beni e servizi. Ma chi può dire che i contribuenti sarebbero stati disposti a pagare il prezzo equivalente all’ammontare prelevato sotto forma di tasse?

É impossibile da sostenere, poiché ai contribuenti non è mai stato permesso di esprimere una preferenza sul come dovesse essere speso quel denaro.

In altre parole, è impossibile dire quanto i contribuenti valutino una strada, oppure le armi fornite ad un’organizzazione terroristica, o un raid della SWAT contro i produttori di latte non pastorizzato. I contribuenti sono obbligati a pagare tutte queste cose. E quanto i contribuenti valutino ognuna di queste cose, comunque nessuno può dirlo.

Anziché essere valutate liberamente dai consumatori in un mercato a scambio volontario, le risorse pubbliche finiscono nel regno della politica e dei politici che distribuiranno i beni a seconda del potere politico dei gruppi d’interesse.

 

Motivo 2: La spesa pubblica non è limitata dagli introiti fiscali

Quando esiste una banca centrale, la spesa pubblica non è vincolata dalle entrate fiscali. Benché sia bello immaginare che il governo possa essere imbrigliato semplicemente tagliando gli introiti fiscali, le banche centrali dimostrano che c’è sempre una scappatoia.

Secondo Ludwig Von Mises, in un sistema democratico le tasse e le spese pubbliche potrebbero teoricamente essere limitate dal fatto che gli elettori tollererebbero le tasse – e quindi la spesa pubblica – solo fino ad un certo punto. L’esistenza di una banca centrale tuttavia permette semplicemente al governo di creare per se stesso più moneta spendibile. Hunter Hustings illustra la visione della democrazia di Mises semplicemente come uno strumento utilitaristico che

[rende] gli organi statali dipendenti dalla volontà della maggioranza del momento … Mises ha esteso il concetto di democrazia utilitaristica al controllo dei cittadini sul budget statale attraverso votazioni circa il livello di tassazione che ritengono appropriato. Altrimenti “se non è necessario aggiustare l’ammontare della spesa alla disponibilità dei mezzi, non c’è limite alla spesa del grande dio Stato”. [enfasi aggiunta]

Benché il processo sia molto più grave di ciò che afferma qui Mises, egli ha comunque ragione nell’affermare che se la spesa governativa diviene indipendente dagli introiti fiscali, allora non vi è assolutamente limite all’ammontare della spesa che il governo può effettuare. Senza una chiara connessione tra le entrate fiscali e la spesa pubblica, per gli elettori e per i contribuenti è politicamente e praticamente impossibile stimare di quanto lo stato abbia travalicato i limiti imposti di bilancio. In altre parole, le banche centrali – specialmente quelle “indipendenti” e quindi insindacabili per gli elettori – permettono ai governi di prendere in giro gli elettori consentendo ai governi di creare più ricchezza per se stessi aldilà degli occhi indiscreti dei contribuenti impiccioni.

Oggi viviamo in un’epoca dove la spesa pubblica è realmente indipendente dagli introiti fiscali. Anche se i contribuenti protestassero contro un aumento della tassazione, le banche centrali possono permettere al governo di spendere di più senza dover poi andare a chiedere indietro maggiori tasse. Le banche centrali possono fare tutto ciò semplicemente stampando denaro. O farlo, molto più frequentemente, in maniera indiretta attraverso le operazioni di mercato aperto (come l’acquisto di asset, incluso il debito governativo) che aumentano la domanda di debito pubblico, permettendo quindi ai governi di finanziare una maggior spesa a deficit attraverso tassi d’interesse artificialmente bassi.

I contribuenti in definitiva pagano questa spesa addizionale sotto forma di inflazione (o di minore diminuzione del costo della vita) a causa di un aumento dell’offerta di moneta fiduciaria. I giochetti della banca centrale permettono al governo di nascondere il reale costo dei propri programmi di spesa, aumentando così il supporto politico per la spesa pubblica che è in realtà molto più costosa di quanto appaia.

Limitare le tasse, di per sé, non risolverà il problema e in realtà potrebbe anche peggiorare le cose. Se un governo è impegnato a mantenere un certo livello di spesa, i tagli fiscali non possono necessariamente obbligare alcuna riduzione della spesa pubblica. La filosofia “affama la bestia” funziona solo in assenza di una banca centrale.

 

Motivo 3: La spesa pubblica spreca risorse scarse e distorce l’economia

Come Rothbard ha evidenziato nel libro, Man, Economy, and State, le tasse sono dannose sia dal lato della raccolta che dal lato della spesa.

C’è stato anche un gran numero di inutili controversie per stabilire quale fosse l’azione governativa che limitasse l’attività privata: la tassazione o la spesa pubblica. É veramente inutile separare i due aspetti poiché entrambi sono fasi del processo ridistributivo …

Supponiamo che il governo tassi l’industria delle noccioline per l’equivalente di un milione di dollari così da comprare carta per gli uffici governativi. Il valore di un milione di dollari di risorse sono spostate dalle noccioline alla carta. Ciò avviene in due fasi, una sorta di uno-due rapidi colpi al libero mercato; in primo luogo, l’industria delle noccioline viene impoverita con il prelievo del denaro; poi il governo usa quel denaro per portare fuori dal mercato la carta per il proprio uso, prelevando così risorse nella seconda fase. Entrambi gli stadi di questo processo sono un vincolo. L’industria della nocciolina è obbligata a pagare per l’estrazione della carta dalla società; almeno ne sopporta il costo immediato. In ogni caso, anche senza considerare il problema del “parziale equilibrio” dell’entità delle tasse spostate dall’industria della nocciolina sulle spalle altrui, dobbiamo sottolineare che non è l’unica a pagare; i consumatori certamente ne sono danneggiati dall’aumento del prezzo della carta.

In altre parole, ogni volta che il governo compra qualcosa con denaro tolto ai contribuenti, causa necessariamente il rialzo del prezzo di tali beni ed impedisce che tali risorse siano usate dal settore privato per gli scopi privati. Così ogni volta che il governo compra un’arma o un aereo rende più costosi per il settore privato l’acquisto di armi ed aerei così come tutti i fattori di produzione necessari a produrre tali beni. Non c’è bisogno di aggiungere che, oltre al rialzo dei prezzi, il governo sta anche distorcendo l’economia, oltre a scegliere chi vince (impiegati pubblici, fornitori ed appaltatori) e chi perde (coloro che non sono favoriti dal governo). In questo modo, possono essere distrutte intere industrie, quelle che erano piene di valore e di profitti prima dell’intervento statale; e con esse le vite delle persone.

 

Motivo 4: La spesa pubblica crea dipendenza politica e rafforza lo stato

Ma una delle più grandi conseguenze politiche della spesa pubblica è il suo successo nel creare vaste coalizioni di elettori e gruppi d’interesse che si oppongono ai tagli alla spesa pubblica. Quando i Repubblicani hanno annunciato il loro ultimo accordo sul budget per l’aumento della spesa pubblica di un trilione di dollari era difficile immaginare in che modo avrebbero potuto fare altrimenti:

Nel 2013 quando Pew ha condotto un sondaggio tra gli Americani – chiedendo quale programma governativo dovesse essere tagliato – maggioranze asimmetriche si sono opposte a qualsiasi taglio all’assistenza sociale e sanitaria; l’87% si è opposto al taglio all’assistenza sanitaria, l’82% si è opposto ai tagli alla sicurezza sociale … ciò mette fuori dalla contrattazione il 36% del budget.

Dunque dove tagliare? Forse alla difesa? Secondo l’indagine di Pew, il 73% degli intervistati sono contrari. Ciò esclude un altro 23% del budget. E siamo al 65% del bilancio che, in pochi, dicono di voler tagliare. Pew riporta che il 71% degli Americani si oppone ai tagli ai programmi “aiuta i bisognosi”. In realtà i programmi meno popolari, quelli che più di un terzo degli intervistati vorrebbero tagliare, sono il Dipartimento di Stato e l’Aiuto agli Immigrati. Sfortunatamente questi due programmi assieme arrivano a malapena a 38 miliardi di dollari. In altre parole, è possibile tagliare solo l’1% del budget. Buona fortuna a mantenere il budget sotto controllo.

Immense fasce della popolazione americana ricevono sussidi pubblici (come la previdenza sociale) o lavorano per il governo (come nel caso degli appaltatori militari, molti dei quali fingono di essere impiegati privati) e soldati dell’esercito che ricevono la maggior parte dei 600 miliardi di dollari annui di spese militari.

Tutti questi programmi significano che un’unica organizzazione – il governo federale Americano – fornisce almeno una parte dei mezzi di sostentamento a centinaia di milioni di persone. Questo è vero potere.

È possibile che alcuni elettori possano esprimersi a favore dei tagli alle tasse, ma una tal mossa sarà senza significato se solo pochi tra loro saranno poi anche a favore di un taglio alla spesa pubblica. Quindi, anche in un mondo pieno di chiacchiere sui “tagli delle tasse”, gli effetti negativi della spesa pubblica continueranno senza sosta, indefinitamente.

The post Quattro motivi per cui la spesa pubblica è anche peggiore delle tasse appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Le tasse scoraggiano la produzione

Ven, 03/06/2016 - 08:30

[Quello che segue è il Capitolo 5 del libro, L’Economia Cristiana in Una Lezione, disponibile per l’acquisto al seguente indirizzo: http://bit.ly/1JUqFIt.]

Il popolo d’Israele voleva un re. Aveva sentito parlare delle nazioni confinanti e di come avessero forti governi centrali. Ciascuna era governata da un re, il quale incarnava il potere, il prestigio e la gloria del suo stato-nazione. All’epoca il sistema di governo d’Israele si basava sulle tribù decentrate. Ogni tribù aveva un sistema di giudici. Non c’era legislatura. Non c’era nessun governo centrale.

Samuele era sia un sacerdote sia un giudice civile. I rappresentanti del popolo d’Israele andarono da lui e gli chiesero di consacrare qualcuno affinché divenisse un re. Li mise in guardia: tasse più alte. Non solo avrebbero dovuto pagare le tasse ai governi delle tribù locali, avrebbero dovuto pagare le tasse ad un governo centrale.

Comunque, il popolo si rifiutò di ascoltare la voce di Samuele e disse: “No, ma su di noi ci sarà un re. E dobbiamo divenire, anche noi, come tutte le nazioni, e il nostro re deve giudicarci e uscire davanti a noi e combattere le nostre battaglie” (vv. 19-20).

Potreste pensare che la minaccia di una maggiore imposizione fiscale li avrebbe spaventati. Non fu così. Volevano essere rappresentati da qualcuno con il potere ed erano disposti a pagarne il prezzo. Il prezzo era una tassa supplementare del 10% sul loro reddito.

Questa cifra del 10% era la stessa che era dovuta ai Leviti, la tribù del sacerdozio. Samuele li avvertì che il re avrebbe preso tutta quella ricchezza quanto l’intera tribù sacerdotale. Questo accentramento di ricchezza e potere sarebbe stato enorme, ma a loro non importava. Volevano uno stato centrale potente, così ne ottennero uno. Durò quattro re. Durante i primi anni del quarto re, Roboamo, ebbe luogo una rivolta fiscale. La nazione d’Israele si separò nel regno settentrionale e meridionale (1 Re 12). Non venne mai riunita sotto il dominio di un re ebraico.

Il sistema fiscale era proporzionale. Seguiva lo stesso principio della decima. Ognuno pagava la stessa percentuale. Nessun gruppo all’interno della società sarebbe stato in grado di raccogliere una maggiore percentuale di ricchezza da un gruppo più ricco. L’onere economico che affliggeva i ricchi avrebbe afflitto anche i poveri. Il re d’Israele avrebbe avuto una pari opportunità. Tuttavia le persone chiesero un re.

Era chiaro che la produttività del popolo d’Israele sarebbe scesa in presenza di un governo centrale con un solo re. Ogni anno un decimo della loro ricchezza sarebbe stato sottratto dal re, e quest’ultimo avrebbe preso servi e serve. Questi servitori non avrebbero fatto più parte del sistema di produzione familiare. La ricchezza che avrebbero potuto produrre sarebbe stata trasferita al re e alla sua famiglia. Le famiglie non sarebbero state più produttive, perché le risorse a loro disposizione sarebbero finite al re. Tuttavia le persone chiesero un re.

Apprendiamo due lezioni. In primo luogo, le persone che perseguono una ribellione etica preferiscono la tirannia alla libertà. Questo non sorprese Samuele, perché Dio gli aveva detto che sarebbe accaduto.

Dio disse quindi a Samuele: “Ascolta la voce del popolo riguardo a tutto ciò che ti dicono; poiché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me dall’essere re su di loro (v. 7).

In secondo luogo, ignorano che tasse più alte riducono la loro ricchezza. Preferiscono vivere sotto l’incarnazione del potere piuttosto che godere di una maggiore produttività personale. Non ascoltarono la logica economica di Samuele. Aveva ragione, ma loro non prestarono attenzione.

Questo è il classico problema di quegli elettori che criticano il sistema erariale esistente. Non si oppongono alla tassazione in quanto tale. Sono felici di estendere il potere al governo centrale. Vogliono solo un sistema erariale diverso, in modo che qualcun altro dovrà sopportare un maggiore onere fiscale. Rifiutano il principio della decima: tassazione proporzionale. Pensano di poter usare la loro influenza affinché il governo centrale prenda maggiore ricchezza da coloro che hanno più reddito. Il loro concetto di riforma fiscale è questo: “Non tassare me, non tassare te, ma tassa quella persona che qui non c’è.”

1. Il Proprietario

La proprietà privata si basa su un nesso giuridico tra i diritti di proprietà — immunità legale contro il furto — e la responsabilità personale. Nella visione biblica del mondo, Dio concede la proprietà ad un individuo. In tal modo aumenta la sua responsabilità personale.

La proprietà offre una prova di prestazione: etica ed economica. Il nuovo proprietario ha la responsabilità di aumentare la sua ricchezza a nome di Dio, il proprietario originale. E’ questo che ci è stato insegnato da Gesù nella parabola dei talenti (Matteo 25:14-30). Il proprietario originale delega la responsabilità della gestione patrimoniale a tre uomini. Tornerà più in là nel tempo per un resoconto. Controllerà se ognuno di loro avrà aumentato la ricchezza iniziale. Due ci riusciranno; uno no. I primi otterranno una maggiore ricchezza — ridistribuita dal secondo che invece aveva seppellito la sua moneta: un tasso di rendimento pari a zero.

Gesù usò questa parabola per far capire un punto importante: l’aumento della produttività è un requisito etico. E’ anche un requisito giuridico. Il modo migliore per aumentare la produttività di qualcuno è farlo diventare un proprietario. Dio quindi lo rende responsabile. Nella parabola Dio non consegna la proprietà a una commissione. La consegna agli individui.

2. La Finestra

La ricchezza è uno strumento della produzione. Nel caso degli avvertimenti di Samuele, l’attenzione si concentrava sulla produzione della terra e della famiglia: i semi, gli animali domestici e i servitori. Alcuni di questi beni fungevano da beni di consumo, ma potevano anche essere convertiti in beni di produzione: il capitale. Con la parabola dei talenti capiamo che Dio si aspetta un tasso di rendimento positivo sui suoi investimenti. Ciò significa che i proprietari devono mettere da parte una porzione della loro ricchezza da dedicare all’investimento.

Il libero mercato consente ai proprietari di aumentare la loro ricchezza per servire i clienti. I proprietari di beni — i clienti — fanno offerte per la produzione del capitale. Sono gli offerenti migliori per quando riguarda i beni. Possiedono il denaro, il bene più commerciabile. Il proprietario del capitale decide poi quale offerta accettare, inclusa la propria se dovesse decidere di non vendere. Può scegliere tra una vasta gamma di offerenti. Se ha successo nella produzione di beni e servizi desiderati dai clienti, allora allocherà la sua produzione in base alla regola generale di ogni asta: l’offerta più alta vince.

Ciò consente ai proprietari delle risorse di fare un’offerta ed entrare in possesso di una proprietà, oppure di prenderne il controllo temporaneo. I possessori del denaro (gli acquirenti) sono in competizione tra di loro. I proprietari dei beni (i venditori) sono in competizione tra di loro. Da queste competizioni nasce una certa gamma di prezzi. Il miglior offerente vince, prodotto dopo prodotto, asta dopo asta. Questo sistema giuridico di allocazione delle risorse permette alle persone di scambiare qualunque loro proprietà con tutto ciò che vorrebbero possedere. Si tratta di un sistema giuridico basato sulla libertà. Produce un sistema economico di scambio. Cosa viene scambiato? Proprietà: immunità legali e gestione economica.

In un sistema di libero mercato, i produttori più efficienti — quelli che sprecano di meno — guadagnano una quota crescente della ricchezza della società. Finché continuano a soddisfare le richieste dei clienti, continueranno ad accumulare ricchezza. Nel frattempo andranno in bancarotta quei produttori che non saranno efficienti nel soddisfare le richieste dei clienti. Eroderanno costantemente il loro capitale, il quale verrà trasferito, attraverso la competizione volontaria, ai produttori più efficienti. Gli arbitri di questo trasferimento sono i clienti, che, come detto, premiano i produttori più efficienti. Questo sistema incoraggia i proprietari di capitale a produrre. Questo sistema conduce all’accumulo di capitale: strumenti migliori. Conduce a clienti più ricchi: maggiore produzione/reddito superiore e più scelte. Questa sistema consegna i mezzi di produzione scarsi ai clienti attraverso i loro agenti economici: i produttori efficienti. I clienti sono i detentori dell’autorità in questo processo perché possiedono il denaro: la merce più commerciabile.

3. Il Sasso

In questo caso il sasso è rappresentato da un aumento delle tasse. Non esiste un modo facile per mascherare una nuova tassa e farla passare come un beneficio per la nazione o per il contribuente. Di solito viene vista per quella che è: una passività. E’ raro che le persone si lascino convincere da un economista keynesiano quando dice: “Un aumento delle tasse creerà posti di lavoro.” Creerà posti di lavoro tra gli esattori delle tasse. Tale incremento non fa colpo sugli elettori, anzi. In questo caso “ciò che non si vede” è chiaramente visibile. Un cucchiaio di zucchero keynesiano non farà ingoiare la pillola amara.

Il modo affinché i politici possano vendere un aumento delle tasse alla maggioranza degli elettori è quello di convincere la classe media che solo i ricchi pagheranno la nuova tassa. Gli elettori della classe media continueranno a stare al gioco. Viene detto loro che c’è troppa disuguaglianza economica oggi. Pensano che i ricchi possano permettersi di pagare. A quanto pare non sembrano porsi questa domanda banale: “Se i ricchi non hanno pagato la loro giusta quota di tasse sin dal 1914, perché dovrebbero farlo ora con questo nuovo aumento?” Prevale la gelosia. Accettano la nuova tassa, ma anche se non la pagano con i loro conti bancari, come vedremo la pagano lo stesso.

Lo stato entra quindi in possesso di una parte del denaro dei contribuenti. La proprietà del denaro viene trasferita dai proprietari, che sono responsabili davanti a Dio e che sono gli operatori economici dei clienti, ai burocrati, che sono agenti dello stato. I burocrati, al soldo dello stato centrale, utilizzano i soldi confiscati per soddisfare i vari concorrenti che gareggiano per la ricchezza dello stato. I politici hanno già approvato il sistema erariale. Ora sono i burocrati che raccolgono i soldi e li spendono.

In un sistema democratico ci sono molti offerenti per i beni confiscati dallo stato. Fanno offerte usando la moneta politica: i voti. Inoltre fanno offerte sotto forma di contributi agli attivisti politici. Possono anche fare offerte sotto forma di pagamenti sottobanco a legislatori specifici. Ci sono scambi, quindi. I politici decidono quanto devono pagare ai gruppi con interessi politici particolari.

In un’economia se c’è divisione del lavoro, c’è anche specializzazione. La politica non fa eccezione. I gruppi con interessi particolari ottengono favori speciali per i loro membri. I potenziali beneficiari della generosità statale si specializzano per mettere le mani sulla ricchezza confiscata dallo stato. Al contrario gli elettori, non avendo abbastanza tempo o interesse per studiare come viene usato il denaro confiscato loro, prestano molta meno attenzione ai dettagli dei trasferimenti statali di ricchezza. La popolazione cerca di competere con questi gruppi privilegiati votando ogni tot. anni, ma non sono così abili nel conservare la loro ricchezza come i gruppi con interessi particolari sono abili nell’ottenerla. L’unico modo in cui gli elettori possono competere è rifiutarsi di votare quei politici che votano per aumentare le tasse. Questo è quello che significa votare no. Pochi politici sviluppano quest’abilità. Sono troppo occupati nel comprare voti con i soldi confiscati. Così, il numero di tali candidati è molto limitato.

La differenza principale tra libero mercato e stato è questa: nel libero mercato non esiste coercizione a norma di legge. I proprietari hanno il diritto legale di rifiutare le offerte. Al contrario, quando un agente dello stato impone una certa cosa, i contribuenti non hanno il diritto di rifiutarla. L’offerta viene fatta accettare mediante una pistola. Qualcuno con un distintivo ha anche una pistola, ed è in grado di raccogliere la quota della ricchezza del proprietario come richiesto dallo stato.

Il proprietario di beni ha un incentivo diretto a non sprecare la sua ricchezza. Le agenzie burocratiche che la ridistribuiscono non hanno lo stesso interesse ad allocare la ricchezza in modo da aumentare la produzione futura. Il sasso rompe la finestra della creazione di ricchezza.

4. I Costi

A causa del trasferimento di proprietà dei beni dai singoli proprietari alle agenzie burocratiche che operano sotto la giurisdizione generale dei politici, l’enfasi del sistema economico cambia radicalmente: dall’aumentare la base di capitale soddisfacendo i clienti, a diminuire la base di capitale soddisfacendo i gruppi privilegiati.

I gruppi con interessi particolari non pagano un prezzo di mercato in diretta concorrenza con la popolazione in generale. Invece pagano un prezzo arbitrario ai politici per ricevere un vantaggio netto tramite la ricchezza confiscata dallo stato. Se la loro offerta avrà successo, allora si ritroveranno per le mani più ricchezza al termine del processo di ridistribuzione. I contribuenti avranno meno ricchezza.

Il singolo proprietario che desidera aumentare la propria ricchezza lo fa attraverso il risparmio, una previsione accurata, una produzione efficiente e il reinvestimento dei profitti. L’obiettivo di una burocrazia è quello di ottenere un budget più alto l’anno successivo. Questo denaro viene fornito dal legislatore. L’altro obiettivo principale della burocrazia è quello di aumentare la sua giurisdizione. Quando le burocrazie hanno successo in questa duplice missione, il risultato è un aumento della quantità di ricchezza trasferita alle burocrazie e quindi una diminuzione del tasso di crescita. Il denaro viene trasferito dalle persone che hanno un incentivo ad investire il loro patrimonio personale, ad un altro gruppo di persone che ha un incentivo a spendere la ricchezza dello stato. I singoli burocrati non possono pretendere di rivendicare una quota di questa ricchezza confiscata, ma ricevono stipendi per distribuirla.

I proprietari sono specializzati nell’aumentare la produzione. I burocrati sono specializzati nel ridurre la produzione. Quindi il costo del sistema fiscale è una diminuzione della produzione. Gli specialisti nella distribuzione della ricchezza per mezzo della coercizione, arrivano ad ottenere un maggiore controllo sulla base di capitale della società. Questa è la divisione del lavoro in azione, in termini di coercizione statale.

I produttori hanno una visione di lungo termine riguardo la crescita del capitale, perché loro stessi, o le loro famiglie, saranno i beneficiari di questa crescita. I politici hanno una visione di breve termine riguardo la tassazione e la spesa — una visione che non va oltre le prossime elezioni. Quindi il sistema fiscale trasferisce il processo decisionale dalle persone che hanno un impegno di lungo termine (formare il capitale e aumentare la produttività), alle persone che hanno un impegno di breve termine (vincere le prossime elezioni).

Una tassa ridurrà la ricchezza di tutti i cittadini. Avrebbero usato in modo più produttivo quei soldi da destinare al pagamento delle tasse. Ad un certo punto perderanno l’interesse a lavorare per lo stato. Smetteranno di assumersi dei rischi per guadagnare sempre più poco. Impareranno questa regola: “Vinci e lo stato vincerà con te. Perdi e perderai da solo.”

5. Le Conseguenze

Le conseguenze di un aumento delle tasse dovrebbero essere ovvie. La produzione rallenta perché il capitale viene trasferito da specialisti nella produzione, a specialisti nella distribuzione politica. Gli specialisti nel trasferimento della ricchezza confiscata non conservano le risorse scarse, figuriamoci aumentarle. Hanno questo atteggiamento: “Ne arriveranno ancora di più.” Questo perché possiedono l’autorità legale di sequestrare ricchezza dai membri produttivi della società. Gli elettori garantiscono loro quest’autorità.

L’ordine sociale ne paga il prezzo. In primo luogo, perde la libertà perché la ricchezza viene trasferita ad un’agenzia di coercizione. In secondo luogo, vi è una riduzione della produttività perché il capitale viene trasferito a coloro che non lo investono, ma lo trasferiscono a gruppi con interessi particolari che hanno fatto un’offerta politica vincente.

Le persone che hanno costruito la propria ricchezza finiranno per dedicarne di meno alla formazione di capitale. Perché? Perché i risultati dei loro sforzi e dei loro investimenti in un mercato governato dall’incertezza, in caso di successo, saranno tassati. Gli oligarchi politici, che sono abili a guadagnare denaro attraverso le pressioni politiche, incrementeranno la loro autorità nell’ordine sociale.

I clienti, quindi, si vedranno ridurre le scelte a loro disposizione perché la produzione economica viene ridotta dal sistema fiscale. Finché la maggior parte di loro voterà per politici che supportano un aumento delle tasse, o per mantenerle al livello in cui si trovano, continueranno a diseredare sé stessi.

Conclusioni

Quando aumentano le tasse, il tasso di crescita della ricchezza personale diminuisce. Tale tasso diminuisce perché i clienti hanno una gamma ridotta di scelte a loro disposizione. Avrebbero potuto aumentare i loro risparmi per effetto di una più ampia gamma di scelte, ma non è andata così: lo stato ha confiscato il loro denaro.

E’ difficile convincere gli elettori che la tassazione rappresenta una riduzione del tasso della crescita economica. Perché? Perché c’è stata una crescita economica senza precedenti nel mondo: dal 1800 fino ad oggi. L’unico decennio in cui non c’è stata una crescita economica costante in Occidente è stato il decennio della Grande Depressione: gli anni ’30. La gente tende ad ignorare la connessione causa/effetto in economia. Inoltre non capisce questo principio morale: “Tu non ruberai, anche se avrai la maggioranza dei voti.” Quindi continuano a votare per quei programmi di stato che redistribuiscono la ricchezza, sempre nella speranza che i ricchi paghino con una percentuale maggiore del loro reddito rispetto al contribuente comune. Ma lo stato non è mai contento di tassare solo i ricchi. Lo stato vuole che ogni cittadino produttivo paghi la sua quota, il che significa sempre di più.

Il comportamento degli elettori non cambierà fino a quando non saranno intrappolati dal debito pubblico, ammassato in nome di entrate fiscali prevedibili. Ma le entrate fiscali non saranno sufficienti per soddisfare gli obblighi dello stato. Lo stato non sarà più in grado di prendere in prestito a tassi d’interesse bassi. L’iperinflazione non funzionerà, perché lo stato ha fatto promesse di lungo termine e l’iperinflazione può durare solo pochi anni prima che la valuta venga distrutta. Ma le promesse politiche rimarranno.

Gli elettori sono molto simili al popolo d’Israele al tempo di Samuele. Non ascoltano la tesi secondo cui lo stato confisca una gran parte della loro ricchezza. Pensano sempre che risulteranno vincitori nel processo di redistribuzione della ricchezza. Risulteranno perdenti, perché non si specializzano tra le elezioni. I vincitori sono gli specialisti nell’evasione fiscale e nella redistribuzione della ricchezza: le grandi aziende e le industrie che assumono avvocati altamente qualificati, commercialisti e lobbisti. Un elettore non può influenzare l’esito di un’elezione. Un lobbista può influenzare la formulazione di un disegno di legge fiscale da 1,000 pagine. Chi beneficia di più dalla specializzazione politica?

Ci sono tre modi in cui gli elettori possono rinsavire. Il primo passa per una trasformazione morale. Possono decidere di non rubare per mezzo della cabina elettorale. In secondo luogo, possono capire la tesi economica secondo cui vengono resi più poveri dal sistema fiscale. In terzo luogo, possono imparare la lezione così come la impararono gli ebrei sotto il re Roboamo: l’aumento delle tasse porterà ampio dolore a tutti quelli che sono diventati dipendenti dal processo di trasferimento statale della ricchezza. Quando l’asta per i voti infine indebolirà l’economia, gli elettori potranno decidere di affidarsi al processo del libero mercato: acquisire la proprietà dei beni altrui per mezzo dello scambio volontario, e non della coercizione. Potranno finalmente abbandonare questo comandamento: “Tu non ruberai, a meno che non avrai la maggioranza dei voti.”

The post Le tasse scoraggiano la produzione appeared first on Ludwig von Mises Italia.

L’assalto Neo-Evangelical al Capitalismo — Parte 2

Mer, 01/06/2016 - 08:40

Sider è un Marxista?

Dovrebbe essere evidente che il programma di Sider non è quello di Paolo o di Cristo ma di Marx o di Shaw. I suoi libri sono pieni di terminologia Marxista come “violenza economica”, “sfruttamento”, “proletariato”, “giustizia sociale”, “mutamento strutturale”, e “nuovo ordine economico internazionale”. Addirittura una sezione del suo Ricchi Cristiani si intitola “Dio è Marxista?” La sua risposta è ovviamente “sì”, anche se non ha il pudore di dirlo, perché il “Dio della Bibbia riversa una terribile sventura sul ricco”, perché “il ricco regolarmente opprime il povero e trascura il bisognoso”. E ancora “Dio è dalla parte del povero”.

Sider ha parole lusinghevoli per l’ex presidente Marxista del Cile, Salvador Allende, e non critica alcun governo se non quello degli Stati Uniti, Brasile, Corea del Sud e del Cile. Apparentemente non vede nessun problema con i governi Comunisti del mondo, o se ne vede alcuno, non lo reputa abbastanza importante per criticarli. E malgrado il fatto, come abbiamo visto, che la maggior parte delle morti per fame nel XX secolo siano state causate da “deliberate politiche statali”, egli rimane silente davanti alle privazioni imposte dai governi socialisti ai loro sfortunati sudditi. In compenso critica ripetutamente le “corporazioni multinazionali” che “opprimono” e “sfruttano” gli operai nelle nazioni del terzo mondo, senza però fornire alcuna evidenza per una tale “oppressione”. Poi cita con favore E. F. Schumacher:

È ovvio che il mondo non può permettersi gli USA. Né può permettersi l’Europa Occidentale e il Giappone… Pensateci, un Americano che drena risorse che manterrebbero 50 indiani!… Il povero non fa molti danni. Virtualmente tutto il danno è compiuto dal, diciamo, 15%… I passeggeri problematici dell’Astronave Terra sono i passeggeri di prima classe e nessun altro.

Se Sider e Schumacher riuscissero nei loro intenti, e gli Stati Uniti, il Giappone e l’Europa Occidentale per incanto scomparissero, il resto del mondo non diverrebbe più ricco, ma ripiomberebbe nella povertà e in privazioni senza precedenti. Centinaia di milioni di poveri, che Sider vuol farci credere gli stiano a cuore, morirebbero entro un anno. Solo una mente accecata ideologicamente può fare affermazioni come quella sopra. Queste farneticazioni sono il pane quotidiano di cui si nutre il socialismo. Le nazioni più povere sono diventare più ricche, e non ancor più povere, allineandosi alle nazioni più avanzate. E si sono tanto più rapidamente arricchite quanto più hanno imitato con successo le istituzioni economiche e politiche dell’Occidente.

Nelle molte statistiche che egli cita per dettagliare la quantità di cibo ed energia che gli Stati Uniti consumano, Sider tralascia di dire quanto cibo ed energia gli Stati Uniti producono. Una selezionata citazione delle statistiche di questo genere può solo essere un deliberato tentativo di suscitare sensi di colpa nel suoi lettori, dato che gli uomini che si sentono colpevoli sono più facilmente manipolabili. Sider rimprovera inoltre gli Stati Uniti per la loro distruzione dell’ambiente. È davvero sorprendente quanto possa essere male informato un Ph.D.! Il governo sovietico, che ha fatto sue molte delle leggi che Sider raccomanda, non ha per questo adottato le pratiche e i regolamenti ambientalisti degli Stati Uniti. In quale altro luogo al mondo la costruzione di una diga da svariati milioni di dollari è stata bloccata da un pesce di pochi centimetri? 1

 

La questione della proprietà

Uno degli errori fondamentali che Sider fa è quello di credere, nelle parole del teologo Neo-Ortodosso Nels Ferré, che “Tutta la proprietà appartiene a Dio per il bene comune. Appartiene pertanto prima a Dio e poi in modo eguale alla società e all’individuo. Quando l’individuo possiede ciò che la società necessita e può usare utilmente, non è più suo, ma appartiene alla società, per diritto divino”. Sider esprime vedute simili con queste parole: “Il diritto umano a una esistenza dignitosa trascende il diritto dei Nord Americani di usare i loro vasti campi di grano unicamente per sé stessi”.

Sider crede che questa sua concezione sia basata sulla Scrittura, ma non cita alcun testo a supporto dell’idea di un “diritto umano a una esistenza dignitosa”. È sconosciuta alle Scritture l’idea dei “diritti umani” e certamente tanto meno a quel “diritto a una esistenza dignitosa”. Nessun essere umano ha diritto alla proprietà di un altro, perché quella proprietà non appartiene alla società ma a Dio. Dio usa quella proprietà per il Suo bene, e non per il bene comune. Come il Catechismo per Fanciulli recita: “Domanda: Perché Dio ha creato te e tutte le cose? Risposta: Per la Sua gloria”. Né Dio né lo stato sono tenuti a mantenere chicchessia.

Sider vorrebbe farci credere che quando Dio creò l’uomo sulla terra, Egli concesse la terra agli uomini come gruppo e non disgiuntamente. Ma da nessuna parte egli offre dell’evidenza per quest’idea. Dio, che detiene la proprietà ultima della Terra, l’ha data agli uomini uno per uno, e non collettivamente. La dimostrazione di questo la si può trovare nelle opere del pensatore Cristiano del XVII secolo, Robert Filmer, del quale Sider ha presumibilmente sentito parlare. Dio non è imparziale, come Sider crede. Egli non ha “la stessa amorevole attenzione per ciascuna persona che ha creato”. Dio non intende affatto che le “risorse della terra” siano “amministrate e condivise per il bene di tutti” Al contrario egli preferisce certe persone rispetto ad altre, Egli ama Giacobbe ed odia Esaù. Egli ordinò agli Israeliti di sterminare i Canaaniti. Il suo residuo è la pupilla dei suoi occhi, ed egli governa l’universo per il bene particolare della Chiesa. Sider non offre alcuna dimostrazione per il suo egalitarismo globalista, per una semplice ragione: non ce n’è alcuna. Al contrario la Bibbia protegge la proprietà privata dall’avido e dal ladro, da coloro che come Jezebel, vorrebbero prendersi la proprietà privata altrui con la forza.

 

Dare e insegnare

Il padre dell’Etica della Situazione2, Joseph Fletcher, ha espresso una concezione ampiamente diffusa tra i Cristiani professanti: “Spirito e materia sono ‘lati’ differenti della stessa realtà, la ‘base’ dell’essere.. In linguaggio non teologico, noi sappiamo ora che l’energia è materia e materia è energia… Come qualcuno ha detto di recente, diciamo addio a tutto quel dualismo ‘santo venticello e grossolana materia’”. Questa ovviamente non è la concezione Biblica, secondo la quale invece l’anima e il corpo sono distinti e separabili, che l’anima è più importante del corpo, e la mente più importante della pancia. Gran parte dei Cristiani professanti sono materialisti, forse non in modo così plateale come Fletcher, ma lo sono comunque. A volte questo materialismo prende la forma di quello che Francis Schaeffer ha chiamato “pace e opulenza personale”, qualche volta prende la forma di una preoccupazione per il “mandato culturale”, per trascurare la predicazione dell’Evangelo, e qualche volta prende la forma del socialismo, come nel caso di Sider. Egli è ovviamente assillato dal denaro e dalla ricchezza e non è interessato a ciò che la Bibbia considera di suprema importanza: il benessere eterno dell’anima.

I fondamentalisti si sono attirati molteplici critiche per la loro mancanza di interesse in questioni sociali, e anche ingiurie e contumelie per la loro enfasi sul benessere dell’anima. Ma sono stati i fondamentalisti a conservare la corretta enfasi della Bibbia, che condanna sia l’uomo che accumula ricchezza, sia l’uomo che la dà tutta via, quando entrambi confidano nelle loro azioni per la loro sicurezza e salvezza. La Bibbia insegna che la missione principale della chiesa, e di ogni Cristiano individualmente, è di insegnare alla mente, e non di nutrire il corpo.

Questo ordine di priorità può essere chiaramente visto nella vita di Cristo, che subordinava i suoi miracoli di guarigione al suo insegnamento. (Si veda, ad esempio, Marco 1:35-38 e Matteo 15:21-28). Cristo, che aveva i pieni poteri per alleviare ogni necessità e guarire tutte le malattie, non ha però così agito. Le sue azioni, o secondo il metro di Sider, la sua mancanza di attenzione per gli altri, sarebbe senza dubbio criticata da Sider e dai suoi sodali, ma questo solo perché hanno sostituito all’etica di benevolenza di Cristo la loro etica altruistica3. Cristo soccorreva solo quelli a cui insegnava e disse esplicitamente che egli era venuto a insegnare, dando lo stesso comando di insegnare ai suoi discepoli.

E inoltre, la Bibbia insegna chiaramente che i Cristiani, nel donare, dovrebbero dare la precedenza a certe persone prima di altre, e che non c’è alcun obbligo generale di aiutare chiunque. Infatti ci sono persone che non devono essere aiutate per niente. Quelli della propria casa sono da aiutare prima di quelli di fuori della casa. Un uomo che non provvede alla propria famiglia è peggio di un infedele, quand’anche pagasse una tassazione progressiva agli Evangelici per l’Azione Sociale. Dopo quelli della propria casa, secondi in importanza sono quelli della casa della fede. La carestia a Gerusalemme deve aver colpito sia Cristiani sia non-Cristiani, ma la colletta di Paolo era per “i poveri tra i santi in Gerusalemme” (Romani 15:26). Persone che sono in grado di lavorare ma si rifiutano di farlo, anche se sono Cristiani, non devono essere aiutati affatto. Se uno non vuole lavorare, né pure deve mangiare. Le giovani vedove non devono essere assistite dalla chiesa, anche se sono Cristiane, ma è comandato loro di sposarsi (si veda 1 Timoteo 5:9-16). Quelle vedove che non avevano un comportamento esemplare non dovevano ricevere assistenza, quand’anche fossero state povere. Paolo non è al corrente di alcun “diritto umano a una esistenza dignitosa”.

I Cristiani hanno un obbligo di aiutare altri Cristiani, proprio come hanno l’obbligo di sostentare i membri della loro famiglia legale. Non hanno invece alcun obbligo di aiutare chiunque nel mondo, e nessuno ha il diritto di pretendere la loro assistenza (a meno che ovviamente non sia stato stabilito da un contratto, come nel matrimonio). I Cristiani non hanno alcuna responsabilità di alleviare la sofferenza di tutta l’umanità. Se ci si ricorda della parabola del Buon Samaritano, questi continuò nel suo viaggio d’affari (era un viaggio d’andata e ritorno, dato che portava con sé vino, olio e monete d’argento) dopo aver aiutato la vittima di qualche socialista impaziente che non poteva attendere la redistribuzione della ricchezza dello sventurato da parte dello stato. Il Buon Samaritano non rastrellò la campagna alla ricerca di altri, né fece lobby a favore di uno sussidio annuale garantito o per il servizio sanitario nazionale. Semplicemente amò il suo prossimo. E questo è precisamente il comportamento che Sider condanna come “arbitrario e fortuito”. Il Buon Samaritano, per usare una delle frasi sprezzanti di Sider, era un “autista di ambulanza” e non un “costruttore di tunnel”, perché non si rese conto della necessità di un mutamento strutturale e di un nuovo ordine economico mondiale. Invece obbedì a Dio e amò il suo prossimo.

 

Conclusione

Il messaggio Sider non è il messaggio della Bibbia, e né la sua economia né la sua etica possono essere chiamate Cristiane. Ma in molti sono stati a fuorviati dalla sua selettiva citazione delle statistiche e delle Scritture. Egli crede che lo stato possa violare l’Ottavo Comandamento ogni qual volta questi agisca per il “bene comune”. Egli deride la beneficenza e la generosità personali, e come molti propagandisti del vangelo sociale prima di lui, egli contorce le Scritture a propria distruzione. Sfortunatamente la distruzione non è solo la sua ma di tutti quelli che lo seguono. Possiamo solo sperare che la sua influenza possa cessare rapidamente e permanentemente.

 

 

Note

1Nel 1978 la Corte Suprema americana fermò la costruzione della diga di Tellico sul fiume Little Tennessee, perché questa avrebbe distrutto l’habitat di un piccolo pesce che viveva nelle acque del fiume. The Story of Tellico Dam and The Snail Darter http://bgpappa.hubpages.com/hub/The-Story-Of-The-Snail-Darter

2http://books.google.it/books?id=tK4QAQAAIAAJ

3NdT. È bene ricordare, dato che la parola italiana ha connotati positivi, che l’”etica altruistica” qui citata non è la preoccupazione personale per il proprio prossimo, che più avanti Robbins meglio spiegherà, ma l’assoluto obbligo morale di accogliere, ricevere, aiutare “gli altri” senza se né ma. Ovvero la solidarietà imposta dalla forza dello stato o dalla manipolazione psicologica mediante l’instillazione di ingiustificati sensi di colpa.

The post L’assalto Neo-Evangelical al Capitalismo — Parte 2 appeared first on Ludwig von Mises Italia.

L’assalto Neo-Evangelical al Capitalismo — Parte 1

Lun, 30/05/2016 - 08:29

Quarant’anni fa, nel 1974, la Creation House, una casa editrice situata nel cuore del Neo-Evangelicalismo americano, pubblicò La Dichiarazione di Chicago (NdT da non confondersi con la omonima dichiarazione sull’inerranza del 1978), curata da Ronald J. Sider.

Il libro elenca i lavori e le conclusioni del Thanksgiving Workshop on Evangelicals and Social Concern, tenutosi durante il Ringraziamento del 1973, “mentre il resto del Prostestantesimo Americano si godeva l’annuale festa di orge e di sensi di colpa”. Il workshop si concluse con la proclamazione della “Dichiarazione di Chicago” che denunciava non meglio precisati “abusi sociali”, “una società Americana ingiusta”, “razzismo”, “sfruttamento”, “l’ingiustizia politica e sociale della nostra nazione”, “materialismo”, “la cattiva distribuzione della ricchezza e dei servizi della nostra nazione”, “una patologia nazionale di guerra e violenza”, appoggiando i “diritti sociali economici dei poveri e degli oppressi”, e una “più giusta acquisizione e distribuzione delle risorse mondiali”. In breve, non c’era, nella dichiarazione, nulla di diverso da qualunque altra invettiva socialista o Marxista contro la diabolica America in tutte le sue opere e manifestazioni.

Quello che contraddistingue la “Dichiarazione” e quello che spinge chi scrive a menzionarla qui, è la lista di personaggi che l’hanno firmata. Forse è la prima volta che accade che alcune personalità di spicco della chiesa compiono un’azione che solo cinquant’anni prima avrebbe condotto all’immediato riconoscimento di trovarsi di fronte degli uomini che avevano abbandonato il Vangelo per perseguire i propri obiettivi socialisti. Tra i firmatari troviamo John F. Alexander, Frank Gaebelein, Vernon Grounds, Nancy Hardesty, Carl F. H. Henry, C. T. McIntire, Bernard Ramm, Elton Trueblood, Foy Valentine, Leighton Ford, Tom Skinner, Mark Hatfield, John Howard Yoder, e ovviamente lo stesso Sider.

Da questo Workshop del 1973 scaturì in seguito Evangelici per l’Azione Sociale (EAS) e in seguito la Consulta Internazionale sullo Stile di Vita Semplice, che annoverava personaggi come John R. W. Stott, un socialista Britannico, e Harvie Conn del Seminario Teologico di Westminster. Con appoggi dal Neo-Evangelicalismo tradizionale come questi, Sider ebbe gioco facile ad accasarsi presso un maggiore editore neo-evangelicale, InterVarsity Press, che nel 1977 pubblicò il manifesto del movimento, Cristiani Ricchi in un Epoca di Fame, in cooperazione con la casa editrice Cattolico-Romana Paulist Press. A questo fece seguito Cristo e la Violenza (Herald Press, 1979), Vivere più Semplicemente (InterVarsity Press, 1980) Reclamate Giustizia! (InterVarsity e Paulist Press, 1980). Ovviamente le idee di Sider hanno avuto un grande impatto su diversi Cristiani professanti, in particolare sui giovani che sono i più facilmente influenzati da gruppi come Intervarsity, Campus Crusade, e Young Life. Quindi proprio a causa di questa influenza è auspicabile analizzare il movimento di cui Sider è il massimo portavoce per vedere se davvero questo sia cristiano o meno.

Economia e Teologia

Molti Cristiani professanti si cullano nell’erronea idea che non sia spirituale discutere di economia. Nessuno, così dicono, può discutere di due argomenti assieme. O si discute di Dio, o del denaro. Ma la Bibbia non presenta una tale attitudine: gli stessi Comandamenti che iniziano discutendo di Dio, terminano discutendo di economia: Tu non bramerai la moglie, il servo, la serva, la vacca, l’asino o qualunque cosa che appartenga al tuo prossimo.

Sider non può certo essere accusato di ignorare l’economia, anche se evidentemente ignora il Comandamento testè citato. Mentre certamente non è un economista (cosa che ammette all’inizio del suo Ricchi Cristiani), egli ha comunque delle precise idee economiche. Queste idee egli pretende siano derivate dalla Bibbia, pertanto sarà mia intenzione esaminare questa rivendicazione. Non solo le idee di Sider sono assenti dalle Scritture, ma di fatto ne sono contrarie. Questa vicenda si trasforma quindi in un Ronald Sider contra Deum.

L’economia è una branca della teologia. Un economia dedotta dalla teologia Cristiana sarà un economia Cristiana, non sarà pertanto possibile derivare logicamente un’economia Cristiana da una teologia non-Cristiana. Individuare la posizione teologica di Sider è pertanto di primaria importanza. Purtroppo in tutti i suoi libri egli presta molto poca attenzione agli aspetti più preponderanti della teologia. Per molti versi egli è una immagine riflessa di quei Cristiani che non gradiscono discutere di economia, dato che gli è pure sgradito discutere di Teologia. Infatti egli è così reticente a discutere di teologia che per due volte si è rifiutato di replicare a una lettera raccomandata mandatagli da chi scrive, e questo malgrado avesse dichiarato in una lettera precedente che “avrebbe volentieri proseguito la corrispondenza con lei, se così desidera”. (Lettera del 25 gennaio 1980).

A causa di questa omertà, non ci rimane che focalizzarsi sulle poche affermazioni in qualche modo teologiche che Sider fa nei suoi libri, nei suoi opuscoli e nei suoi notiziari. Ad esempio nel numero di Febbraio del 1981 dell’ESA Update (bollettino de Evangelici per l’Azione Sociale) egli si prende gioco della allora recente preoccupazione per l’inerranza della Bibbia. Quindi è ragionevole assumere che l’inerranza è una questione di poco conto per Sider e i suoi sodali.

Poi c’è la questione dell’autorità. Sono le grida del “povero affamato” la voce di Dio? Vox Pauperi, Vox dei? Apparentemente è così, dato che un documento emesso dalla Consulta Internazionale sullo Stile di Vita Semplice, contiene queste dichiarazioni:

Abbiamo cercato di ascoltare la voce di Dio, attraverso le pagine della Bibbia, attraverso le grida del povero affamato, e attraverso “l’altro”. E crediamo che Dio ci abbia parlato”.

Tutto questo alla faccia della dottrina evangelica del “Sola Scriptura”, soltanto la Bibbia è la voce di Dio. Quando i nostri moderni “profeti” odono delle voci, sarebbe bene ricordare loro Geremia 23:12: “Io non ho mandato questi profeti, eppure hanno corso; Io non ho parlato loro, eppure hanno profetizzato”.

A coloro i quali Geremia non dovesse importare, forse può interessare di più uno scrittore del XX secolo: “I pazzi al potere, che odono voci nell’aria, distillano le proprie frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro”1 Le mode e le manie nella chiesa hanno sempre seguito le mode e le manie in filosofia e politica da più di duecento anni. Il movimento di Sider è la coda ecclesiastica del cane politico socialista. Lungi dall’esserne l’avanguardia, è piuttosto la retroguardia del movimento socialista.

Dato che l’autorità di Sider non è il Sola Scriptura, egli non ha alcun diritto di chiamare sé stesso e i suoi sodali Evangelici. Non si può essere evangelici senza affermare che la sola Bibbia è la sorgente dell’autorità, perché è quello che il termine “evangelico” significa: colui che crede al Sola Scriptura e alla Sola Fide. Questo deliberato abuso del linguaggio è caratteristico del XX secolo sia in politica, sia in teologia, infatti abbiamo visto cosa sia successo a parole come “divinità”, “infallibilità” e “liberazione”. George Orwell dedicò molto tempo all’analisi di questo parlar doppio. Oggi “divino” significa “umano”, “infallibile” significa “sbagliato”, “liberazione” significa “schiavitù” e un “evangelico” è colui che non accetta il Sola Scriptura. A chi quindi fa riferimento Sider per le sue vedute? Il suo Reclamate Giustizia!, che è sottotitolato “La Bibbia parla di Fame e Povertà”, è inframmezzato da materiale ottenuto da svariate fonti come l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Ricchi Cristiani è infarcito di materiale attinto da fonti come la Banca Mondiale, le Nazioni Unite, Lester Brown, Pane per il Mondo, una lobby politica che preme per maggiori aiuti esteri, e un rappresentante dell’Istituto di Studio Politici, un apparato di propaganda Sovietica a Washington, D.C. Egli cita pure favorevolmente teologi come Karl Barth (Neo-ortodosso) e Charles Finney (Pelagiano), e a sinistrorsi e socialisti come Robert Heilbroner ed E. F. Schumacher. Quando raccomanda ai suoi lettori gruppi da aiutare o a cui unirsi, invariabilmente indica quelle che posso solo essere chiamate organizzazioni apostate, per niente Cristiane.

Possiamo solo concludere che Sider non è un evangelico, ma qualcuno che ha usurpato il titolo per poter essere ascoltato da coloro che si considerano tali. Il suo stratagemma a quanto pare, ha funzionato molto bene. Ma la sua economia non è l’economia evangelica.

 

Sider lo Storico

Per essere uno che ha ottenuto un Ph.D. in Storia a Yale, la comprensione che Sider ha della Storia appare superficiale. Egli considera quest’epoca come l’Età della Fame, e infatti lo è. Ma lo stesso può essere detto di ogni epoca: tutta la storia dell’umanità è una storia di fame. L’Encyclopedia Britannica elenca 31 maggiori carestie dall’antichità fino al 1960. Ma l’incidenza delle carestie è diminuita nell’ultimo secolo:

Potremmo essere indotti a dedurre, dall’impressionante evidenza osservata in televisione, nei giornali e nelle riviste che il mondo è più propenso alle carestie oggi che in tempi andati. Ma l’evidenza è chiaramente per il contrario. Sia la percentuale di popolazione mondiale colpita dalla fame nei decenni recenti sia il numero assoluto sono stati relativamente bassi se confrontati con quelli dei primi periodo della storia dei quali siamo forniti di stime ragionevolmente affidabili di morti per fame.

C’è stata una alquanto sostanziale riduzione nell’incidenza delle carestie durante l’ultimo secolo. Durante l’ultimo quarto del XIX secolo forse dai 20 ai 25 milioni di persone sono morte per carestie… Per l’intero XX secolo fino al presente (1975), ci sono stati dai 12 ai 15 milioni morti per carestie, e molte di queste, se non la maggior parte, furono causate da deliberate politiche governative, cattiva gestione statale o guerre, e non per raccolti andati a male2.

Se Sider avesse voluto davvero mettere fine alla fame nel mondo, invece di propugnare le sue nozioni politiche reazionarie, avrebbe invece cercato di scoprire perché la fame è scomparsa in quelle nazioni che una volta erano dominate dal Cristianesimo evangelico e che ancora oggi vivono grazie al capitale spirituale del passato: l’Europa Occidentale e il Nord America. Invece egli preferisce credere e insegnare la mitologia Marxista che le altre nazioni sono povere in larga misura perché l’America le ha sfruttate ed è diventata ricca. Non è la fame diffusa a contraddistinguere questa epoca, ma la sua prosperità senza precedenti. Sider è ostile a quella prosperità e al sistema politico-economico che l’ha prodotta: il Capitalismo. Egli preconizza una prosperità senza il ricco, e cibo per tutti senza i produttori di cibo. Dio promette di far prosperare quelli che lo obbediscono, e la prosperità dell’Occidente è la solare evidenza della fedeltà di Dio. Sider invece la considera come l’evidenza della nostra immoralità.

 

Sider l’Economista

Non si può leggere Ricchi Cristiani senza realizzare di trovarsi di fronte una mente per la quale l’ottavo e il decimo comandamento non significano nulla. Non solo Sider concupisce i beni del suo prossimo, ma promuove l’uso della forza per portargli via la sua proprietà. Per esempio egli suggerisce di quadruplicare gli aiuti esteri statali, l’innalzamento delle tasse, promulgazione di leggi per un più elevato salario minimo, l’incremento di corsi di formazione professionale statali, decretare leggi per una settimana lavorativa più corta, concedere alle Nazioni Unite il controllo degli oceani e dello spazio cosmico, imporre tassazioni internazionali, redistribuzione della proprietà e controllo della popolazione, provvedere impieghi e stipendi garantiti dallo stato. Se il messaggio di Sider fosse semplicemente di essere generoso con quello che si possiede, chi scrive non avrebbe niente da ridire. Ma le cose non stanno così, il suo messaggio è che bisogna usare il potere politico per redistribuire la povertà, ovvero che non solo i governi possono violare l’ottavo comandamento, ma dovrebbero addirittura farlo. Sider di fatto attacca la carità e la generosità personali. Egli liquida la nutrizione di cinque milioni di persone da parte di “benefattori privati dagli Stati Uniti” come un “mero gesto simbolico”. Poi attacca il messaggio di Cristo sulla generosità personale dicendo:

La carità e filantropia personale permette comunque al ricco benefattore di sentirsi superiore. E fa sentire il ricevente della carità inferiore e dipendente. I cambiamenti istituzionali d’altro canto danno all’oppresso diritti e potere… la carità personale è troppo arbitraria e fortuita. Questa dipende dai capricci e dai sentimenti del benestante. Molta gente bisognosa non potrà mai incontrare quelli che la possono aiutare. Ma un appropriato mutamento istituzionale (es. salario minimo), d’altro canto, beneficerà automaticamente tutti.

È un linguaggio come questo che induce a credere che il vero scopo della “tassazione progressiva” di Sider, secondo la quale quelli con entrate maggiori devolvono una maggiore percentuale dei loro proventi, non è di incoraggiare la beneficenza privata, ma di incitare l’invidia dei suoi lettori. Tutto il socialismo è basato sull’invidia e quello di Sider non fa eccezione.

 

 

Note

1Qui Robbins cita da La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di John Maynard Keyens

2D. Gale Johnson, World Food Problems and Prospects (American Enterprise Institute), 17

The post L’assalto Neo-Evangelical al Capitalismo — Parte 1 appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Il tasso di interesse ed il suo senso economico

Ven, 27/05/2016 - 08:53

Il 16 dicembre 2015 la Federal Reserve USA, dopo ben sette anni, ha deciso di variare l’interesse americano di base, il Federal Funds Rate (l’interesse che le banche si addebitano per i prestiti di 1 giorno) rialzandolo dello 0,25 per cento (da 0-0,25 a 0,25-0,5).

Nelle prime intenzioni della Federal Reserve a questo primo rialzo sarebbero dovuti seguire nel corso del 2016 altri quattro rialzi. Con molta più probabilità di rialzi nel corso di quest’anno invece c’è ne sarà soltanto uno al massimo due e sempre di piccola entità: anni di tassi di interesse nominali schiacciati straordinariamente verso il basso altro non hanno fatto che accumulare errori economici su errori, ed ora ad ogni rialzo ecco che questi errori verranno a galla. Dopo una lunga sbornia di bassi tassi di interesse, rialzi di questi troppo ravvicinati nel tempo e/o di entità più che piccola potrebbero avere conseguenze devastanti. I banchieri centrali non comprenderanno il perché di certi fenomeni, ma quei dati sull’economia reale non in linea con le loro aspettative seguiti al rialzo del 16 dicembre 2015 assieme alla caduta dei mercati finanziari d’inizio anno già stanno conducendo alla prudenza.

Se la politica monetaria mantiene nominalmente per diversi anni tassi di interesse monetari straordinariamente bassi e l’economia nel frattempo rimane stagnante significa che il capitale presente all’interno della società è nel complesso male allocato. L’economia reale reagisce a questa situazione generando crisi, reclamando il cambiamento del contesto istituzionale in cui gli agenti economici si trovano ad operare e un innalzamento dei tassi nominali al livello di quelli che sarebbero realmente allo scopo di permettere un riaccumulo del risparmio reale, dato che la crisi genera distruzione di parte del capitale. Se le autorità monetarie cercano di contrastare tutto ciò spingendo i tassi nominali ancora più giù, i tassi di interesse reali occultamente saliranno ancor di più nella direzione opposta e questo, in ultimo, finisce per disallineare ancor di più la produzione con la sua domanda.

Tutto sommato, possiamo dire di essere (ancora) in stagflazione: si sta tendenzialmente mantenendo una crescita dei mezzi legali di pagamento, la quale crescita però non tiene il ritmo necessario da impedire il manifestarsi in ogni periodo di tempo degli effetti di inversione propri di una crisi economica. Scordatevi in ogni caso che la soluzione sia aumentare in modo progressivo il ritmo di tale crescita … a meno che non desideriate il fallimento completo dell’attuale sistema monetario a corso legale.  Il fatto che l’inflazione dei prezzi non salga quanto desiderato dalle autorità monetarie ed in alcuni casi vi sia anche una deflazione dei prezzi è in realtà un buon segno perché rappresentano manifestamente il sintomo di un’economia reale che reagisce a politiche monetarie sbagliate; sbagliate nella loro natura e non perché insufficienti.

Ogni rialzo dei tassi da parte delle autorità monetarie fino a quando il suo livello nominale non corrisponderà sostanzialmente al suo livello reale porterà con sé degli effetti di riassestamento. Data l’enorme quantità di errori economici che si sono venuti ad accumulare, un adeguamento graduale degli aspetti monetari a quelli reali, ossia un rialzo dei tassi piuttosto scaglionato e misurato nel tempo è probabilmente la cosa più intelligente che la grande moderazione macroeconomica delle autorità monetarie possa adesso fare allo scopo di ammortizzare almeno un po’ i (più o meno) consistenti effetti di riassestamento che seguiranno ad ogni innalzamento dei tassi. Di sicuro, così facendo ci vorrà più tempo per risanare la situazione, ma se fino a ieri neanche si permetteva al paziente di scendere dal letto, oggi chiedergli di colpo di tornare a fare una vita totalmente normale può essere troppo incauto.

Allorché una crisi economica scoppia può essere cosa saggia non consentire una contrazione dell’offerta monetaria indiscriminata, giacché alcuni prezzi, resistendo alla pressione verso il basso, non riescono a deflazionarsi tempestivamente quanto la riduzione dell’offerta monetaria. Queste resistenze provocano altresì un innalzamento della domanda monetaria e sono il frutto di una serie di rigidità. La prima di queste rigidità si chiama Stato, il quale tanto riesce facilmente a crescere durante i periodi di tepore inflazionistico tanto fatica fa a contrarsi quando questo tepore viene meno od incomincia a venire meno – Questo è uno dei motivi per cui una società senza Stato sarebbe cosa desiderabile, ma siccome lo Stato altro non è che una proiezione della stupidità umana che sorge per via irriflessa non c’è da stupirsi che esista e qualora si riesca a farlo sparire ci vorranno in ogni caso tempi biblici.

Tuttavia, se si vuole uscire dalla crisi, seppur gradualmente, al processo di smantellamento di ciò che era cresciuto sotto il tetto del tepore inflazionistico deve essere comunque dato il permesso di proseguire. In tal senso, una crescita della dimensione della spesa statale non solo allunga i tempi della crisi, ma la acuisce, proponendoci una società che complessivamente avrà orizzonti temporali tendenzialmente sempre più corti.

Certamente, nell’ambito dell’intermediazione di fondi, non c’è cosa più difficile che far coincidere il tasso di interesse della moneta con quel tasso di interesse che si avrebbe se i capitali reali si prestassero in natura e quindi il tasso nominale con quello reale. Tale coincidenza è fondamentale perché riflette pienamente e correttamente l’equilibrio fra investimento e risparmio di una società presa nel suo insieme.

Il modo migliore per affrontare questa difficoltà risiede nel decentramento decisionale. Come ciascun individuo possiede una conoscenza superiore delle proprie risorse rispetto a qualsiasi altro individuo, così un sistema bancario decentrato possiede una conoscenza superiore rispetto ad un sistema centralizzato. Queste conoscenze superiori potranno essere poi tanto efficacemente utilizzate tendenzialmente quanto più si riesce a tenerle immuni dalle interferenze politiche.

Asserito quanto, allora, l’attuale monopolio di emissione e riserva bancaria centralizzata andrebbe sostituito con una pluralità di istituti di emissione e la piena libertà di scelta della moneta da utilizzare, cioè l’abolizione del corso legale in linea di principio, e dal momento che l’offerta di capitale reale di un’economia è sempre materialmente limitata mentre la moneta di origine bancaria è in teoria riproducibile in maniera illimitata assicurare una certa riserva di liquidità metallica a copertura dei depositi è condizione auspicabile per garantire produzione sostenibile e stabilità monetaria.

Nell’attuale sistema di intermediazione finanziaria i costi di creazione delle riserve bancarie è in sostanza inesistente o poco significante rispetto al potere di acquisto dei mezzi legali di pagamento messi a disposizione, giacché tutto può essere scaricato sui contribuenti finali per via del corso legale sulla moneta e di una assenza totale di convertibilità della moneta bancaria. Ed è tutto questo che finisce per generare costantemente strutture della produzione insostenibili a cui seguono inevitabilmente apparati statali sovradimensionati.

Tornando specificatamente al tasso di interesse, questo rappresenta quel prezzo di mercato che mette in relazione i beni presenti con i beni futuri. Prezzo che per convenzione viene esposto in termini percentuali. Non esiste prezzo più rilevante del tasso interesse, in quanto tutta la struttura produttiva può essere letta come un enorme mercato di scambio tra beni presenti e beni futuri.

Elemento base di ogni tasso di interesse è la preferenza temporale ed essendo le nostre valutazioni psichiche di ordine economico mirate a raggiungere uno stadio futuro maggiormente soddisfacente di quello corrente qualsiasi individuo quando agisce economicamente riduce volontariamente il consumo dei suoi beni presenti per (nella speranza di poter) conseguire in futuro beni con un valore complessivo maggiore. Come conseguenza di ciò, il prezzo del tasso di interesse non può che avere un valore reale sempre positivo.

Le nostre valutazioni psichiche di ordine economico rispondono ad un fondamentale elemento esterno: quantomeno inconsciamente, siamo tutti consapevoli dell’esistenza del postulato della scarsità delle risorse ed è per questo che il tasso di interesse (come qualsiasi altro altro prezzo) viene economicamente impostato da ciascuno di noi sempre con un valore reale positivo.

Ora, poiché nella realtà la stragrande maggioranza delle transazioni avviene per mezzo del denaro può essere che nel mondo economico il tasso di interesse, pur mantenendo sempre valore positivo, si possa esprimere in termini nominali anche con un numero pari a zero o addirittura negativo. Tuttavia, tale situazione, più che una realtà inerente i fatti umani, è una costruzione analitica. Le cose di questo mondo, infatti, sono sempre caratterizzate da una serie di fattori, quali rigidità, abitudini e soprattutto continue fluttuazioni impossibili da prevedere o quantomeno da prevedere totalmente, che, anche nei casi più favorevoli, ci costringono a tenere un margine sempre un po’ più alto dello stretto necessario; stretto necessario, tra l’altro, di cui non conosciamo mai esattamente tutte le dimensioni – per tale motivo, è corretto affermare che nessuno di noi è in grado di massimizzare in senso stretto alcunché; economizzare sì, ma massimizzare in senso stretto è al di fuori dalla portata umana.

Prendiamo come esempio il mercato dei prestiti di denaro per spiegare il perché di quanto sopra appena affermato.

Il mercato dei prestiti di denaro va scorporato in 3 componenti che assieme vanno a definire il suo tasso di interesse lordo.

Il tasso di interesse originario, la componente fondamentale per porre in essere lo scambio di beni presenti con beni futuri, e cioè quel prezzo che viene determinato dalla preferenza temporale. Gli individui con una preferenza temporale alta sacrificano il conseguimento immediato dei loro fini  solo se pensano o si aspettano di ottenere in futuro valori (soggettivi) molto elevati. Gli individui con preferenza temporale bassa sono disposti a sacrificare il conseguimento immediato dei loro fini per assicurarsi in futuro valori (soggettivi) non molto (più) elevati.

Asserito quanto, l’intensità psichica della valutazione soggettiva dei beni presenti in relazione ai beni futuri, seppur varia da individuo ad individuo, risulterà essere sempre economicamente positiva e sarà dunque sempre espressa con un numero maggiore di zero.

Il premio per il rischio imprenditoriale, vale a dire quella componente addizionale volta a ripagare il rischio di controparte.

Dato che al mondo non esiste alcuna intrapresa umana di cui si possa essere assolutamente certi del buon fine (o quantomeno che il buon fine arrivi esattamente nei tempi e/o nelle modalità prospettate all’inizio) anche questo dato risulterà essere sempre economicamente positivo e anch’esso andrà sempre espresso con un numero maggiore di zero.

Il premio per l’atteso incremento o decremento del potere di acquisto dell’unità monetaria nella quale si effettuano e si calcolano le transazioni tra beni presenti e beni futuri.

Quest’ultima componente invece si può esprimere anche con un numero pari o inferiore a zero. Quando si prevede che il potere di acquisto del denaro andrà ad incrementare questa componente verrà espressa con un numero inferiore a zero, viceversa quando si prevede che andrà a diminuire  questa componente verrà espressa con un numero maggiore di zero. Ovviamente, qualora si preveda che il potere di acquisto non subirà variazioni questa componente sarà espressa con un numero pari a zero.

Attraverso l’analisi di queste tre componenti si evince chiaramente che le nostre valutazioni psichiche di ordine economico assegneranno al tasso di interesse sui prestiti di denaro, in quanto prezzo, sempre un valore reale positivo.

In termini nominali, questo valore positivo potrebbe essere anche espresso con somme neutre o persino negative qualora ci si aspetti un aumento del potere di acquisto dell’unità monetaria tale da compensare o addirittura andare oltre la compensazione della somma tra il tasso di interesse originario ed il premio per il rischio imprenditoriale. Di certo, allorché la crescita economica è accompagnata da un risparmio reale corrispondente, la componente del potere di acquisto della moneta si esprime in termini negativi, dato che la tendenza è verso la diminuzione dei prezzi dei beni di consumo, tanto nel breve quanto nel lungo periodo. Una crescita accompagnata da un risparmio reale corrispondente è sana e sostenibile pertanto ciò induce anche ad abbassare il valore della preferenza temporale nonché il livello medio del premio per il rischio imprenditoriale. Malgrado ciò, pensare che questa componente possa assumere concretamente proporzioni nominali tali da compensare del tutto o addirittura andare oltre la compensazione della somma tra il tasso di interesse originario ed il premio per il rischio imprenditoriale è comunque quantomeno molto difficile, perché la realtà dei fatti umani è talmente complessa e costantemente sottoposta ad imprevisti di ogni genere che ognuno di noi nel momento in cui effettua i propri calcoli economici tende a tenersi quel cosiddetto margine in più.

Questo sopra descritto è il mondo delle valutazioni economiche pure. Tuttavia, le anzidette valutazioni possono subire delle interferenze, delle giustificazioni non economiche, che non sono in grado di mutare il senso economico del tasso di interesse, che avrà sempre un valore reale positivo, ma di reprimerlo, di dissimularlo, facendo sembrare che all’interno delle valutazioni economiche possano sussistere tassi di interesse con valori reali negativi.

Il primo tipo di interferenze sono quelle sentimentali. Nessuno vieta a Tizio di prestare 10.000 euro al suo amico Caio con scadenza ad 1 anno e accontentarsi di ricevere indietro soltanto 9000 euro generando per lui una perdita non solo in termini nominali ma anche in termini reali (si è supposto pertanto che nel frattempo il potere di acquisto dell’unità monetaria non crescesse sufficientemente oppure che rimanesse stabile oppure che diminuisse). In tale caso, il legame di amicizia ha la meglio sul mondo delle valutazioni economiche e pur di aiutare un proprio amico in difficoltà Tizio è disposto ad assumersi volontariamente una perdita economica e altrettanto volontariamente reprimere il senso economico del tasso di interesse.

Questo tipo di interferenze va da sé che non potranno mai rappresentare una regola generale, ma saranno collegate a casi umani particolarissimi.

Interferenze invece che possono rappresentare una regola generale sono quelle collegate al controllo politico dell’economia. Tale controllo rappresenta un errore epistemologico che nasconde sempre da qualche parte un costo, giacché opacizza il sistema di trasmissione dell’informazione e di guida cognitiva della produzione e della divisione del lavoro.

Spieghiamo anche qui con un esempio.

Alcune banche centrali, tra cui la BCE, hanno imposto tassi negativi sui loro depositi di riserva con l’obiettivo di stimolare i prestiti delle banche commerciali e rimettere così in moto la domanda aggregata. Questi tassi nominalmente negativi sui depositi di riserva molto probabilmente lo sono anche in termini reali, dato che la deflazione dei prezzi non riesce a prendere costantemente piede. Tuttavia, sempre in termini reali, si stanno tendenzialmente rivelando essere comunque più convenienti del prestare all’economia reale se è vero che il mercato del credito alle imprese fa fatica a ripartire. Se le alternative sono tra perdere qualcosa nel tempo tenendo ferme presso la banca centrale le proprie riserve in eccesso e prestare ad un’economia reale sempre più impantanata in un capitale male allocato (per via delle stesse decisioni delle banche centrali e delle dimensioni degli apparati statali) perdendo molto di più, non vi è dubbio che le banche commerciali sceglieranno la prima opzione rispetto alla seconda.

Tuttavia, sussiste, seppur non concessa alle banche commerciali, anche una terza opzione, quella in cui si riflette il senso economico del tasso di interesse, vale a dire quella di depositare queste somme di denaro fisicamente in un caveau (dunque tesaurizzazione), allo scopo di preservare dalla distruzione il capitale potenzialmente rappresentato da queste somme e di trasferire il suo eventuale utilizzo attivo in periodi di tempo futuri ritenuti economicamente positivi. Ma qui stiamo parlando di banche commerciali sistematicamente collegate a denaro a corso legale e in un tale contesto le relazioni sono prevalentemente di genere politico e non economico; di conseguenza, siccome le banche commerciali rappresentano, all’interno del circuito unico di trasmissione, un elemento inferiore rispetto alla banca centrale e al suo mandante, cioè lo Stato, non può esistere il fatto che queste prendano intenzionalmente iniziative in conflitto con gli interessi degli elementi più alti.

Da questo esempio si deve dedurre che gli agenti economici possono, come regola generale, accettare l’idea di reprimere il senso economico del tasso di interesse e quindi impostare dei tassi di interesse realmente negativi unicamente in presenza di una coercizione forzosa. Tale coercizione impedisce la ricerca e la scelta dell’alternativa positiva.

In conclusione, allorché si fa del corso legale un attributo generale e necessario del denaro è possibile che le autorità pubbliche reprimano regolarmente il senso economico del tasso di interesse con un senso di tipo politico. Quando ciò avviene, lo scopo non è certo quello di promuovere un’allocazione economica delle risorse, bensì quello di imporre al mercato un’allocazione politica di quest’ultime. Magari si ritiene che l’allocazione politica sia più efficiente di quella economica, ma i fatti alla lunga dimostrano l’esatto opposto.

Keynes affermava di volere un tasso di interesse pari a zero perché un “po’ di riflessione” avrebbe mostrato “quali enormi mutamenti sociali si possono ottenere da una scomparsa progressiva di un saggio di remunerazione sulla ricchezza accumulata”. Ma se, in termini reali, un tasso di interesse pari a zero è contrario al suo senso economico, quel senso che rimanda al postulato della scarsità delle risorse, figuriamoci cosa può essere un tasso di interesse negativo.

Quando il potere politico si affranca da qualsiasi limitazione di ordine economico, il buon senso tende a venire meno, le protezioni clientelari si propagano a dismisura, la selezione competitiva viene marginalizzata, il benessere diffuso subisce un nitido declino.

The post Il tasso di interesse ed il suo senso economico appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Come curare la povertà

Mer, 25/05/2016 - 09:08

Il presidente Johnson ha dichiarato guerra totale “alla povertà umana”. É un obiettivo lodabile. É infatti stato lo scopo di legislatori, statisti, economisti, riformatori, gruppi religiosi – l’obiettivo di ogni uomo di buona volontà- da tempo immemore. É un obiettivo condiviso da tutti gli economisti che si riconoscono nell’imprenditorialità privata dai tempi di Adam Smith e da tutti i socialisti e comunisti dai tempi di Marx. Il problema non concerne i fini bensì i mezzi. Qual’è il modo migliorare per sradicare la povertà?

Sfortunatamente i mezzi proposti dal signor Johnsom sono dubbi. Propone maggiori e più vasti programmi di spesa pubblica – “per creare più case e più scuole, più biblioteche e ospedali di qualsiasi sessione del Congresso nella storia della Repubblica” e “per finanziare il più grande supporto federale nella storia per l’istruzione, la sanità, per il reinserimento dei disoccupati e per aiutare gli handicappati fisici ed economici”

 

Non con l’infazione

Se sia possibile fare tutto ciò e al contempo tagliare il budget per la spesa Federale è lasciato a considerazioni successive. Ma anche a fronte delle sue stesse proiezioni il piano di spesa comporterà una combinazione di deficit negli introiti fiscali per l’anno corrente e per l’anno prossimo pari a 15 miliardi di dollari. Questa differenza sarà probabilmente finanziata con l’inflazione – ad esempio stampando più moneta, abbassando il potere d’acquisto del dollaro e dunque aumentando i prezzi. Ciò non può essere d’aiuto per i poveri. Indipendentemente dal risultato immediato, il risultato di lungo periodo dell’inflazione sarà la distorsione della struttura produttiva, e quindi il rallentamento del tasso di crescita dell’economia. Questo non può diminuire la povertà. Se il governo prende a prestito 15 miliardi adesso per ridurre le tasse di 11 miliardi significa che dovrà alzare le tasse nel futuro ad un livello ancora maggiore di prima per poter pagare anche il nuovo debito. Ciò scoraggia la produzione e l’occupazione, e non può quindi aiutare i poveri.

La proposta economica del signor Johnson più dannosa sarebbe quella di imporre una ancor maggiore aliquota fiscale sugli straordinari rispetto all’attuale maggiorazione del 50%. Ciò può solo aumentare i costi di produzione, far lievitare i prezzi, ridurre le vendite e la produzione, e quindi ridurre l’occupazione. Non potrà aiutare i poveri.

Mr. Johnson propone di dare fondi Federali alle “aree cronicamente disagiate degli Appalachi”, di espandere “lo sviluppo dell’area, di “distribuire più cibo ai bisognosi tramite un più vasto programma di buoni alimentari”. Queste sono tutte forme della vecchia idea di prendere dal ricco per dare al povero, di prendere dal più produttivo per dare al meno produttivo. Ciò che dimenticano i riformatori che appoggiano tali proposte è che non puoi “redistribuire” i frutti della produzione senza ridurre drasticamente la produzione stessa.

La “redistribuzione” riduce gli incentivi da entrambi i lati dell’ascensore sociale. Poiché il più produttivo viene maggiormente tassato ha un minor incentivo a sforzarsi per guadagnarlo. Poiché il povero riceve sussidi e aiuti ha un minor incentivo a migliorare la propria condizione con i suoi sforzi. Il problema del curare la povertà è che è difficile ed ha due facce. Mitigare gli ostacoli posti dalla sfortuna senza minare gli incentivi verso lo sforzo ed il successo.

 

Ripristinare gli incentivi

Il modo per curare la povertà non è l’inflazione, non gli schemi “condividi la ricchezza” o il socialismo, ma precisamente le politiche opposte – l’adozione della proprietà privata, libero commercio, libero mercato e libertà d’impresa. É dovuto al fatto che abbiamo adottato questo sistema, più di altre nazioni, che siamo diventati la più produttiva e quindi la più ricca nazione della terra. Attraverso questo sistema è stato fatto di più per sconfiggere la povertà negli ultimi due secoli di tutta la precedete storia.

Il modo per combattere le rimanenti sacche di povertà è mantenere questo sistema; ridurre l’intervento governativo anziché aumentarlo; ridurre la spesa pubblica e la tassazione punitiva — in breve, aumentare gli incentivi per favorire l’iniziativa, lo sforzo, l’assunzione di rischi, il risparmio e l’investimento per aumentare l’occupazione, la produttività ed i salari reali.

The post Come curare la povertà appeared first on Ludwig von Mises Italia.

L’Italia sta affondando, lentamente

Lun, 23/05/2016 - 08:46

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!” — Dante Alighieri

Se devo essere sincero, il clima di campagna elettorale non mi tange affatto. Sebbene l’Italia sia entrata in quel vortice di notizie e commenti riguardanti la nuova tornata elettorale, la repellenza provata nei confronti dell’attuale sistema democratico è una forza che mi tiene lontano dalle urne. Sono ormai dieci anni che mi tiene lontano dalle urne. Esattamente dall’ultimo picco di borsa italiano, quando l’entrata nell’euro da parte del nostro paese era riuscita a rimandare l’insolvenza nazionale. Infatti sin dal tonfo durante la Grande Recessione, la borsa italiana non è andata a da nessuna parte, passando da un rimbalzo ad un altro in quello che è sempre di più un lento deterioramento delle condizioni economiche di base.

Lo stesso vale per il mondo politico. Siamo passati da una figura politica ad un’altra, senza ottenere altro che un dissesto sociale continuo. Eppure la retorica del cambiamento non finisce mai d’essere ripetuta. Eppure la retorica della ripresa economica, dopo l’ennesimo rimbalzo verso il nulla, non finisce mai d’essere ripetuta.

 

È come se ci trovassimo in un continuo presente, in cui tutte le realtà che ne fanno parte si sforzano di prolungare questo stato di quiete il più a lungo possibile. Non esiste un futuro. In sostanza è quello che sta affermando la BCE sin da quando ha inaugurato i tassi negativi sui depositi in custodia presso la sua struttura. Inoltre, è quello che si ritrovano ad affrontare coloro che popolano i mercati azionari e obbligazionari. Infatti i margini di rendimento sono così sottili che ormai non esistono più giudizi oggettivi per determinare quale titolo valga la pena acquistare e quale no. Le banche centrali mondiali, attraverso la loro gigantesca Offerta d’Acquisto sotto forma di accomodamento monetario, hanno inondato i mercati finanziari con un continuo flusso di fondi a buon mercato, i quali hanno inizialmente distrutto una qualsiasi parvenza di determinazione onesta dei prezzi e in seguito assottigliato al centesimo di punto percentuale i rendimenti dei vari titoli.

Non solo, ma la nota peggiore di questa storia è data dalla pericolosità che rappresenta per la ponderazione del rischio la sinergia di questi due elementi. Non sorprende quindi, se il mercato ad alto rendimento sia stato reso “innocuo” negli ultimi 7 anni da una baldoria del credito alimentata dalle banche centrali e trasmessa in questi mercati (principalmente) da investitori istituzionali. Insomma, finché è fluito e finché fluisce il denaro a basso costo, pare che si crei una sorta di nebbia avvolgente che mantiene le cose in stallo. In un presente continuo. Ma ci sono essenzialmente due variabili che perturbano questo presunto equilibrio: l’esplosività dell’ingegneria finanziaria e il deterioramento dei creatori di ricchezza reale.

Per quanto riguarda il primo elemento, abbiamo visto come esso sia cresciuto a dismisura sin da quando le banche centrali hanno messo mano al loro arsenale non convenzionale. Accedere al credito è diventato molto più facile per chi potesse garantire denaro contante in controparte, o un flusso di cassa cospicuo. Inutile dire che il ricorso ad asset intangibili come quest’ultimo è stata una pratica comune tra le grandi aziende. Di conseguenza hanno potuto aggiustare l’andamento dei loto titoli in borsa attraverso campagne di riacquisti d’azioni proprie. Ma per quanto possa far apparire appetibile all’esterno una determinata attività, siamo tutti consci delle conseguenze che comporta ammassare debiti su debiti in un periodo in cui gli utili vengono depressi da correnti deflazionistiche.

Non solo, ma questo va a deprimere le spese in conto capitale che non hanno ragione d’essere in un ambiente in cui la fiducia dei consumatori è calante e le scorte s’accumulano.

 

 

Quindi l’unico modo che si ha per creare una sorta di presunta crescita economica è quella di far sembrare che il proprio titolo in borsa guadagni fiducia, nonostante la realtà dica il contrario, oppure rivolgersi ad un altro trucco finanziario: acquisizioni e fusioni. Ovvero, creare valore aggiunto fondendosi con altre attività commerciali che debbano, in qualche modo, creare una nuova realtà il cui potenziale di crescita è superiore alle due entità separate. Ciò non avviene solo a livello aziendale, ma anche a livello bancario. Attraverso l’esborso d’ enormi somme di denaro si conferisce ad attività commerciali un valore che in realtà non hanno, costruendo sull’apparenza valore aggiunto che non esiste. Quest’ultima cosa soprattutto in virtù del fatto che il sistema bancario italiano è pingue di sofferenze, legate soprattutto al mondo obbligazionario della grande imprenditoria. Oltre alla loro esposizione nei confronti del debito sovrano, le banche commerciali hanno in pancia quantità esplosive di prestiti non performanti a famiglie ed imprese.

Ecco perché Draghi, ad esempio, ha incluso nell’accomodamento monetario europeo anche i bond IG. Ecco perché l’Italia si sta accapigliando affinché venga creata una sorta di bad bank che inglobi le sofferenze di suddette banche. All’aumentare delle problematiche create dalle precedenti intrusioni centrali da parte di banche centrali e stati, si risponderà con maggiori intrusioni centrali. E, come di consueto, col benestare del mondo accademico. Leggete con attenzione l’ultimo paragrafo di questo articolo. Gli autori si suppone che siano degli economisti di fama internazionale. Eppure affermano quanto scritto nell’ultimo paragrafo. Sin dal 1936 l’economia è diventata semplicemente il mero studio di formule e assiomi predefiniti, dove gli studenti avrebbero imparato a memoria le lezioni presenti nei libri di testo imposti dallo screening accademico. Cosa succede quando si viene “costretti” ad imparare a memoria? Stagnazione intellettuale. Perseguimento ostinato di metodi d’indagine sbagliati. Rigidità mentale. Conoscere a memoria formule sofisticate può fare di una persona un economista nell’accezione moderna del termine, ma di sicuro non la renderà un bravo economista.

Quando scopre che oltre il recinto intellettuale in cui è stata confinata, esiste un mondo di gran lunga più ampio, si trincererà con tutte le sue forze entro i confini “sicuri” del suo territorio, affermando che l’unico mondo esistente è quello sancito dalla tradizione accademica moderna. Può affermarlo, ma non è così. I fallimenti sempre più accentuati della pianificazione monetaria centrale sono un monito: esiste un mondo più ampio oltre la recinzione dell’economia mainstream, il quale non può essere delimitato da formule sofisticate.

Il fatto che la realtà sia molto più ricca di dettagli, il fatto che gli attori di mercato siano molto più creativi e variegati rispetto agli assunti dei ciechi credenti nei modelli economici, il fatto che l’accentramento dei poteri decisionali sortisca inevitabilmente errori di magnitudine maggiore — come la richiesta di far diventare la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) la nuova IRI — questi fatti sono invisibili alla maggior parte degli economisti moderni. Ignorano come i costi e i benefici aggregati, siano semplicemente un’approssimazione sciatta della realtà, perennemente sconfessati dai costi e dai benefici relativi. La loro cecità fideistica li porterà ad essere ricordati come degli zimbelli. È accaduto agli “economisti” marxisti; accadrà anche per keynesiani e monetaristi.

Detto in modo diverso, questa gente vuole prendere i depositi postali e utilizzarli come garanzia collaterale per qualsiasi “investimento” lo stato voglia intraprendere. Piramidare sui depositi postali credito fittizio, equivale a creare una quantità maggiore di sofferenze economiche rispetto a quella che si vuole recintare. L’emissione di bond da parte di Atlante, ad esempio, rappresenta solamente un trucco per sfruttare la leva finanziaria e far credere ai mercati che è possibile trincerare in totale sicurezza tutte le sofferenze in Italia. Salvo poi scoprire, come accade ogni volta, che i numeri erano troppi ottimisti (soprattutto quelli che riguardano la valutazione di suddette sofferenze) e finire come la Popolare di Vicenza, la quale dopo gli eccessi degli anni passati ha lanciato la sua IPO a €0.10/azione rispetto ai €60/azione di qualche anno fa. Il cosiddetto fondo salva-banche, quindi, si appresta a salvare entità simili, con tutti i dubbi riguardanti il piano industriale dei prossimi cinque anni.

In poche parole, non esistono le basi grazie alle quali erigere una ripresa economica. Ciò che finora abbiamo visto in Europa e in particolare in Italia, è stato un tentativo da parte della banca centrale di puntellare i bilanci di coloro protetti dal suo cartello: stati e banche commerciali. Assicurazioni, fondi pensione e il resto degli investitori istituzionali hanno goduto indirettamente della manna monetaria, grazie soprattutto alla gigantesca Offerta d’Acquisto scatenata dalle banche commerciali in cerca di affari facili in virtù di un costo di carrying ridicolo tra tassi d’interesse e asset finanziari. Sin dal primo QE negli USA e dal primo LTRO in Europa, la strutturazione dell’accesso al credito è diventata sempre più frastagliata seguendo un percorso che ha annullato una qualsiasi ponderazione sana del rischio. Nessuna piccola/media impresa o famiglia si sognerebbe mai di prendere in prestito denaro overnight per le proprie attività. Nessuna piccola/media impresa o famiglia si sognerebbe mai di ricorrere al mercato dei pronti contro termine, vendere asset, raccogliere fondi e utilizzarli di nuovo per comprare altri asset.

Gli strumenti non convenzionali delle banche centrali hanno alimentato questo tipo d’attività finanziaria, lasciando il conto da pagare alla popolazione di Main Street. Infatti, nonostante piccole/medie imprese e famiglie abbiano intrapreso un percorso di deleveraging sin dall’inizio della Grande Recessione, tale percorso è stato reso ancor più dissestato dalla sottrazione di risorse economiche finite nei bilanci di quelle entità salvaguardate dal cartello delle banche centrali. Come ho sottolineato finora, tali risorse non sono state utilizzate per creare qualcosa di concreto o aumentare il bacino della ricchezza reale, bensì sono state sprecate. Non è un caso se la Grecia sia ancora in alto mare. Su queste pagine avete potuto leggere come e perché: le banche centrali, attraverso la manna monetaria concessa ai protetti dal loro cartello, hanno cercato d’innescare un effetto ricchezza a cascata su tutta la società. Questa cascata ha zampillato acqua fino al mercato azionario/obbligazionario. Perché? Perché l’economia più ampia non è in grado di portare ulteriore debito visto che ha raggiunto una condizione di Picco del Debito.

In questo modo la trasmissione della politica monetaria delle banche centrali all’economia più ampia è praticamente rotta. Questo, inoltre, è uno dei motivi per cui la manna monetaria è rimasta sostanzialmente confinata nel circuito finanziario. La gente comune, o Main Street, non è avvezza a giocare in borsa. Ciò lo dimostra anche il suo livello di alfabetizzazione finanziaria, in special modo quando Banca Marche ha proposto prodotti d’investimento ai propri clienti e questi ultimi si sono lasciati raggirare. L’unica cosa che la gente comune comprende quando si parla d’investimenti è la casa. Molto meno il mercato obbligazionario statale, sebbene parecchi di loro investano denaro in tali strumenti. Ciononostante la casa rimane il veicolo attraverso il quale le famiglie, ad esempio, hanno cercato di mettere da parte qualcosa per il futuro o crearsi un flussi di cassa aggiuntivo.

Il recente scoppio della bolla immobiliare italiana ha messo una croce su questo mercato, e ciò ha significato una fonte di guadagno in meno per la classe media. La contrazione del settore immobiliare ha lasciato a spasso un bacino di lavoratori non indifferente, e tale situazione è stata peggiorata oltremisura dalla fame smisurata dello stato che ha dovuto iniziare a diminuire il deficit ed aumentare le tasse affinché potesse stare al passo delle sue spese crescenti. La disoccupazione ciclica è diventata quindi istituzionale, dove le persone sono state incapacitate nel trovare nuovi lavori o aprire nuove attività dalla voracità fiscale dello stato e dall’oppressività della sua macchina burocratica.

La magnitudine che l’apparato statale ha ricoperto nel corso degli anni, a causa di un falso flusso di tasse apparentemente costante facilitato dal boom fasullo alimentato dalle banche centrali, ha creato un monumentale comma 22: non può licenziare il personale in surplus (politicamente suicida), non può smettere di aumentare le tasse (finanziariamente suicida). Questo gigantesco masso posto sulle schiene dei contribuenti, rappresenta l’ostacolo più grande ad una ripresa sostenibile dell’economia. È per questo che l’attuale governo italiano può creare sprazzi di occupazione solo quando inaugura una campagna di incentivi all’occupazione stessa; è per questo che le imprese cercano d’assumere quanti più individui in modalità part-time, in modo da evitare le magagne burocratiche dietro l’angolo quando gli incentivi terminano.

 

 

Di conseguenza, sebbene sia aumentata la quantità dei lavori è diminuita la loro qualità. Ma, come possiamo vedere dai due grafici qui sopra, oltre al part-time sono aumentati anche gli scoraggiati che non riescono a trovare lavoro e quelli che non lo cercano più. Ciò influisce sul tasso d’inattività. Senza dimenticare i dati riguardanti i “nuovi” occupati, poiché l’attuale pseudo-ripresa del mondo del lavoro italiano ha essenzialmente i capelli grigi. Questo perché, oltre a rappresentare un bacino affidabile d’esperienza a differenza di coloro che sono rimasti parcheggiati per anni nelle università e che non possono garantire sin da subito un adeguato livello produttività/redditività, le nuove riforme pensionistiche li costringono a rimanere nella forza lavoro ancora altri anni prima di poter aspirare alla vita da pensionati.

In tal modo, quei pochi settori della grande impresa che hanno goduto in modo indiretto della manna monetaria delle banche centrali, hanno potuto mostrare bilanci positivi e desiderio d’ingaggiare nuovi dipendenti. Un caso del genere è la Fiat, la quale ha goduto della spinta dei prestiti per automobili statunitense e ha potuto trainare la produzione industriale italiana e di riflesso il livello occupazionale. Ma una volta che le bolle scoppiano, si portano dietro tutti quei settori che hanno trainato nel corso del tempo. È una questione di tempo e saremo di nuovo di fronte all’ennesimo ciclo boom/bust in cui sono state scaraventate risorse economiche in doline finanziarie che non hanno fatto altro che sprecarle. Inutile sottolineare che tali situazioni distruggono ricchezza reale, non la creano; peggio ancora, indeboliscono i creatori di ricchezza reale i quali sono bersagliati da una doppia sventagliata di proiettili: voracità fiscale statale e bolle.

È esattamente in questo modo che le due variabili di cui ho discusso finora, ovvero, ingegneria finanziaria fuori controllo e deterioramento delle condizioni dei creatori di ricchezza, diraderanno la nebbia avvolgente che costringe l’attuale ambiente economico a vivere in un presente costante.

Nonostante quanto detto, Draghi ha affermato che è pronto a scatenare una maggiore devastazione monetaria se quanto finora messo in campo non risultasse sufficiente. Vediamo, quindi. Finora il bilancio della BCE è tornato a quello che era all’epoca del secondo LTRO, e i risultati per l’economia più ampia sono stati pressoché deludenti.

 

 

L’allentamento monetario in Europa è servito fondamentalmente per creare una gigantesca offerta d’acquisto per il pattume obbligazionario degli stati che ormai i mercati stavano scaricando a tamburo battente. I bond statali sono diventati l’equivalente di scarafaggi dei motel: entrano nei loro bilanci e non escono più. Questo diminuisce artificialmente il rendimento dei titoli di stato italiani, cosa che fa credere ai mercati che le passività dello stato italiano sono solide. Quindi, nonostante un debito al 132% del PIL, i rendimenti obbligazionari sono ridicoli. Per caso il governo ha pensato di mettere i conti in ordine? Manco per sogno.

Col nuovo DEF possiamo delineare quale sarà la strada che il governo intende perseguire durante quest’anno. Appare evidente che quanto viene sbandierato ai quattro venti sui media mainstream dai due principali firmatari di questo documento, non è affatto ciò che viene scritto. A pagina 35, infatti, trovate una tabella in cui vi sono riassunti entrate e spese. Prendendo come riferimento l’aggiornamento del DEF 2015, notiamo come siano leggermente calate sia le spese sia le entrate. Spulciando tra le spese (pag. 35 per il DEF 2016 e pag. 32 per il DEF 2015), notiamo che sono stati fondamentalmente gli interessi passivi i protagonisti di questa discesa. Quindi niente spendig review in vista (anche perché nei prossimi 4 anni si prevede che la spesa aumenterà), ma tante grazie alla Grande Offerta d’Acquisto dello zio Mario.

Per quanto riguarda le entrate, invece, la lieve discesa della pressione fiscale è dovuta sostanzialmente all’indebitamento netto. Ciononostante il quadro tendenziale ci mostra una pressione fiscale ancora alta nei prossimi 4 anni. Ma il cuore della questione è l’indebitamento netto che lo scorso DEF prevedeva a 1.8 in rapporto al PIL. Chi poteva crederci che si fosse passati in 6 mesi da 2.6 a 1.8? Nessuno. Infatti quest’anno si avrà un deficit/PIL al 2.3, mentre si ripropone per l’anno prossimo un 1.4. Fantasie. E per l’anno prossimo ci sono anche le clausole di salvaguardia in agguato.

Infine, a mettere il turbo alle fantasie, ci pensa il quadro economico interno a pagina 21. Facendo il solito confronto con la nota d’aggiornamento del DEF 2015, si prevedeva per l’anno scorso investimenti in crescita dell’1.2% e un 2% netto per quest’anno. Invece nel nuovo DEF scopriamo che sono cresciuti solo dello 0.8% e invece si prevede che cresceranno del 2.2% l’anno prossimo. Stesso discorso per le scorte che secondo questi buffoni dovevano diminuire quest’anno in base alla nota d’aggiornamento DEF dell’anno scorso. Invece sono aumentate. Ciononostante prevedono nel nuovo DEF che per l’anno prossimo addirittura si azzereranno! Come? Per lo stesso motivo per cui ne prevedevano una diminuzione per quest’anno: ripresa della domanda interna, visto che il commercio globale è quasi morto stecchito. (Se notate la voce esportazioni crescerà solo dell’1.6% quest’anno rispetto al 4.3% dell’anno scorso, mentre ci si aspetta che ricrescano del 3.8% nel 2017!) Davvero?

 

Ma questa mossa della BCE sta uccidendo i famosi risparmiatori italiani. Con i conti di risparmio che rendono una miseria e lo stato che sequestra risorse economiche attraverso i suoi disavanzi, i risparmiatori vengono lasciati a corto di opzioni tra cui scegliere, costretti quindi ad intaccare i loro risparmi per far fronte ai costi della vita in costante ascesa. Se non fosse per i prezzi del petrolio che stanno dando una tregua ai consumatori europei, il peso dei prezzi relativi avrebbe schiacciato ciò che rimane dell’economia di Main Street. La colonia di vecchi in cui si sta trasformando l’Italia e la prospettiva di una pensione impossibile, dovrebbe spingere quante più persone possibili ad immagazzinare denaro per far fronte alle incertezze del futuro.

Invece queste vengono ignorate a causa dell’ambiente economico sull’orlo della NIRP. Quindi, sì, l’accomodamento monetario ha una data di scadenza e nel frattempo trasferirà quanta più ricchezza reale a coloro protetti dal cartello delle banche centrali affinché possano sopravvivere un giorno in più.

 

Inutile dire che l’Italia, ormai, è una causa persa. È solo una questione di tempo prima che la follia dello zio Mario e il carrozzone di politici nostrani che guidano la macchina burocratica, facciano esplodere il “belpaese”.

 

The post L’Italia sta affondando, lentamente appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Come non si cura la povertà

Ven, 20/05/2016 - 08:54

Dall’inizio della storia, tanto riformatori in buona fede che demagoghi hanno cercato di eliminare od almeno ridurre la povertà tramite l’intervento dello stato. Nella maggior parte dei casi, i rimedi proposti sono tuttavia serviti soltanto ad aggravare il problema.

Il più frequente e diffuso tra questi rimedi proposti è stato semplicemente quello di togliere al ricco per dare al povero. Il rimedio ha avuto un migliaio di varianti differenti, ma in definitiva tutte giungono a questo punto. La ricchezza deve essere “condivisa”, “redistribuita”, “eguagliata”. Infatti nelle menti di molti riformatori il male principale non è la povertà, ma la disuguaglianza.

Questi schemi di redistribuzione diretta (inclusa la “riforma agraria” ed il “reddito garantito”) sono così immediatamente rilevanti per il problema della povertà che necessitano di un approfondimento distinto. Qui devo accontentarmi di ricordare al lettore che tutti gli schemi finalizzati a redistribuire od eguagliare i redditi o la ricchezza con forza minano o distruggono gli incentivi da entrambi i lati dell‘azione economica.
Devono ridurre od eliminare gli incentivi tanto all‘indiviuduo senza abilità od incapace di migliorare la propria condizione con le proprie forze, quanto all’individuo abile ed operoso che considererà poco sensato guadagnare oltre ciò che gli è permesso tenere. Questi schemi redistributivi devono inevitabilmente ridurre la dimensione della torta che sarà redistribuita. Possono solo livellare al ribasso. L’effetto di lungo termine che provocano è di ridurre la produzione e condurre all’imporìverimento della nazione.

Il problema che affrontiamo qui è che i falsi rimedi alla povertà sono quasi infiniti di numero. Un tentativo di esporre approfonditamente la confutazione di ognuno di essi sarebbe un dispendio sproporzionato in termini di tempo. Alcuni di questi rimedi errati, tuttavia, sono così largamente considerati come cure efficaci o riduzioni della povertà che se io non mi riferissi ad essi potrei essere accusato di aver intrapreso un’ampia analisi dei rimedi per la povertà ignorando alcuni dei più ovvi. Ciò che farò, come compromesso, sarà di prendere alcuni dei più diffusi e presunti rimedi per la povertà ed indicare brevemente in ciascun caso la natura dei difetti od i principali errori contenuti in essi.

 

Sindacati e Scioperi

Negli ultimi due secoli, il “rimedio” praticato più ampiamente per i bassi salari è stato la creazione di monopoli sindacali del lavoro e l’uso della minaccia di sciopero.
Oggi in quasi ogni nazione ciò è stato possibile nella misura attuale grazie alle politiche governative che permettono ed incoraggiano le tattiche coercitive dei sindacati e vietano o limitano le contromisure dei datori di lavoro. Come risultato dell’esclusività dei sindacati, della deliberata inefficienza, dell‘inerzia, dei dannosi scioperi e minacce di scioperi e delle arbitrarie politiche sindacali si è avuto l‘effetto a lungo termine di scoraggiare l’investimento di capitale e di rendere più basso, e non più alto di quanto sarebbe stato altrimenti, il salario medio reale dell’intero corpus di lavoratori.

Quasi tutte queste politiche sindacali arbitrarie sono state assolutamente miopi. Quando i sindacati insistono sull’assunzione di addetti che non sono necessari per svolgere un lavoro (richiedendo pompieri non necessari sulle locomotive diesel; impedendo alla dimensione delle squadre di lavoratori portuali di scendere sotto – diciamo – i 20 uomini indipendentemente dalla dimensione del lavoro; chiedendo che le stesse stampanti dei giornali duplichino copie pubblicitarie, etc.) il risultato può essere quello di mantenere o creare qualche posto di lavoro in più nel breve periodo, ma solo a costo di rendere impossibile la creazione di un equivalente o maggior numero di posti di lavoro più produttivi.

La stessa critica si applica alla vecchia politica sindacale di opporsi all’uso di macchinari più efficienti. Tali macchinari vengono installati solamente quando permettono la riduzione dei costi di produzione. Quando ciò accade, o si riducono i prezzi portando ad un aumento di produzione e di vendite del bene prodotto, oppure si rendono disponibili profitti più alti per un aumento di reinvestimento in altre produzioni. In entrambi i casi l’effetto di lungo periodo è di eliminare posti di lavoro poco produttivi sostituendoli con posti di lavoro più produttivi. Già nel 1970 fu pubblicato un libro per mano di uno scrittore che gode di una eccellente reputazione di economista, che si opponeva all’introduzione di macchinari più efficienti nei paesi sottosviluppati sulla base del fatto che essi avrebbero “ridotto la domanda di lavoro”. La naturale conclusione di ciò è che il modo per massimizzare i posti di lavoro è quello di rendere tutti i lavori il più inefficienti e improduttivi possibili.

 

Salari Straordinari

Un simile giudizio deve essere dato su tutti gli schemi “condividi il lavoro”. L‘attuale legge federale sul salario orario prevede che il datore di lavoro debba pagare il 50% di penale oraria per tutte le ore per cui un addetto lavora in eccesso alle 40 ore a settimana, indipendentemente da quanto sia alto lo stipendio orario normale.

Questo provvedimento fu inserito per l‘insistenza dei sindacati. Il suo scopo era quello di rendere così costoso per il datore di lavoro far lavorare le persone in regime di straordinario da obbligarlo ad assumere nuovi lavoratori.

L’esperienza dimostra che la normativa ha avuto in realtà l’effetto di ridurre la durata della settimana lavorativa. Nel decennio che va dal 1960 al 1969 incluso, la media annuale della settimana lavorativa nel settore manifatturiero è variata solamente da un minimo di 397 ore nel 1960 ad un massimo di 41,3 ore nel 1966. Anche le variazioni mensili non mostrano molte variazioni. La durata minima della settimana media lavorativa nei 14 mesi che vanno da Giugno 1969 a Luglio 1970 è stata di 39,7 ore e la massima di 41 ore.

Ma da ciò non consegue che la riduzione oraria abbia creato più posti di lavoro nel lungo termine oppure abbia aumentato il monte salario che sarebbe esistito senza l’obbligo di aumento del 50% del salario in regime di straordinario. Non c’è dubbio che in casi isolati siano stati assunti più addetti di quanto sarebbe stato altrimenti. Ma l’effetto principale della legge sugli straordinari è stato quello di aumentare i costi di produzione. Imprese già operanti in regime standard di pieno orario hanno spesso dovuto rifiutare nuovi ordinativi perchè non potevano permettersi le maggiorazioni per gli straordinari necessarie per eseguire quegli ordini. Non potevano permettersi di assumere nuovi dipendenti per quello che poteva essere un aumento solo temporaneo della domanda in quanto avrebbero dovuto installare anche nuove macchinari.

Più alti costi di produzione comportano prezzi più alti. Questi significano quindi mercati più ristretti e minori vendite.  Ciò comporta che un numero minore di beni e servizi sarà prodotto. Nel lungo periodo gli interessi dell’intera classe di lavoratori saranno inversamente influenzati dalle penali obbligatorie sugli straordinari.

Tutto ciò non significa che la settimana lavorativa dovrebbe essere più lunga, bensì che la durata della settimana lavorativa e l’entità delle maggiorazioni per il lavoro straordinario dovrebbero essere lasciate alla contrattazione volontaria tra singoli lavoratori o sindacati e datori di lavoro. In ogni caso, restrizioni legali alla durata della settimana lavorativa non possono aumentare il numero di posti di lavoro nel lungo perioodo. Ciò che possono fare nel breve periodo deve necessariamente essere a spese della produzione e del salario reale dell‘intera classe di lavoratori.

 

Leggi sul Salario Minimo

Questo ci conduce al tema delle leggi sul salario minimo. É profondamente scoraggiante che nella seconda metà del XX secolo, in quella che è ritenuta un‘era di grande raffinatezza economica, gli Stati Uniti debbano avere in vigore tali leggi e che sia ancora necessario protestare contro una normativa tanto futile e dannosa. Danneggia proprio i lavoratori marginali che dovrebbe aiutare.

Posso solo ripetere ciò che ho già scritto in altro testo. Quando esiste una legge per la quale nessuno deve essere pagato meno di 65$ per 40 ore settimanali, allora nessuno i cui servigi siano valutati 64$ a settimana sarà assunto da un datore di lavoro. Non possiamo far valere un lavoratore un certo ammontare rendendo per chiunque illegale offrire di meno. Stiamo meramente privando il lavoratore del diritto di guadagnare quell’importo che le sue abilità ed opportunità gli permetterebbero di guadagnare; allo stesso tempo, priviamo la comunità dei modesti servizi che egli è capace di fornire. In breve, sostituiamo un basso salario con la disoccupazione.

Qui non posso tuttavia dedicare maggior spazio a questo tema. Affido il lettore agli accurati approfondimenti ed agli studi statistici di eminenti economisti come il Professor Yale Brozen, Arthur Burns, Milton Friedman, Gottfried Habelerler, e James Tobin, i quali hanno evidenziato, per esempio, come i nostri salari minimi legali crescenti abbiano aumentato negli anni recenti la disoccupazione, specialmente tra gli adolescenti afro americani.

 

L’Onere Crescente dei Piani Assistenziali e delle Tasse

Nell’ultima generazione è stato promulgato in quasi ogni grande nazione del mondo un intero ventaglio di misure “sociali”, la maggior parte delle quali hanno l’obiettivo apparente di “aiutare i poveri” in un verso o in un altro. Queste misure includono non solo l‘aiuto diretto, ma anche sussidi alla disoccupazione, per anzianità, per malattia, per affitti, per aziende agricole, per veterani, in una profusione che sembra senza fine. Molte persone ricevono non solo uno, ma molti di questi sussidi.

I programmi spesso si sovrappongono e si duplicano l’un l’altro. Qual è il loro effetto reale? Ognuno di questi deve essere pagato da quell‘uomo cronicamente dimenticato, il contribuente. In forse metà dei casi, Paolo è in effetti tassato per pagare i suoi stessi sussidi e non guadagna niente al netto della bilancia (salvo il fatto che è costretto a spendere il denaro che ha guadagnato in altre direzioni rispetto a quelle che avrebbe scelto lui). Negli altri casi, Pietro è obbligato a pagare per i sussidi di Paolo. Quando uno di questi schemi o un ulteriore espansione dello stesso vengono proposti, i politici favorevoli si dilungano sempre su quanto generosamente il governo benevolo dovrebbe pagare Paolo; essi tralasciano di menzionare il fatto che questo denaro aggiuntivo deve essere tolto a Pietro. Affinchè a Paolo sia consentito ricevere di più di quel che guadagna, a Pietro deve essere permesso di tenersi meno di ciò che guadagna.

L’onere crescente della tassazione non solo mina gli incentivi individuali a lavorare e guadagnare di più, ma scoraggia in ogni modo l’accumulazione di capitale e distorce, sbilancia e deprime la produzione. Il reddito e la ricchezza totale reale risultano meno di quanto sarebbero altrimenti. Al netto della bilancia c’è più povertà anzichè meno.

Tuttavia l’aumento della tassazione è così impopolare che molti di questi aiuti “sociali” sono in origine emanati senza un aumento della tassazione per coprirli. Il risultato sono cronici deficit di biancio pubblico, coperti con l’emissione di addizionale moneta cartacea inconvertibile. E ciò ha condotto nell’ultimo quarto di secolo al costante deprezzamento del potere d’acquisto praticamente di qualsiasi valuta nel mondo. Tutti i creditori, inclusi gli acquirenti di obbligazioni governative, i detentori di polizze assicurative ed i titolari di depositi bancari vincolati sono sistematicamente ingannati.

Ancora una volta le vittime principali sono i lavoratori e le famiglie di risparmiatori con redditi modesti. Tuttavia questa inflazione monetaria, potenzialmente distruttiva e rovinosa per la produzione, è ovunque giustificata da politici e presunti economisti come necessaria per “la piena occupazione” e per la “crescita economica”. La verità è che se questa inflazione monetaria persiste può condurre solamente al disastro economico.

 

Il controllo dei Prezzi e dei Salari

Molte di quelle stesse persone che all’inizio chiedono inflazione (o le politiche che inevitabilmente conducono ad essa), quando ne vedono le conseguenze nell’aumento dei prezzi e dei salari nominali, propongono come cura della situazione non di fermare l’inflazione, ma l’imposizione governativa del controllo dei prezzi e dei salari. Tuttavia tutti questi tentativi di sopprimere i sintomi aumentano enormemente il danno. Il controllo dei prezzi e dei salari, proprio per il fatto che possono apparire temporaneamente efficaci, semplicemente distorcono, distruggono e riducono la produzione: di nuovo conducendo all’impoverimento generalizzato.

Ancora qui, come con gli altri falsi rimedi per la povertà, costituirebbe un ingiusticabile digressione evidenziare tutte le errate e nefaste conseguenze di sussidi speciali, di improvvida spesa pubblica, di finanziamento a deficit, di inflazione monetaria e controllo di prezzi e salari. Di questi temi mi sono occupato in due precedenti libri: “Il fallimento della Nuova Economia” e “Cosa dovresti sapere circa l’inflazione” e lì ovviamente potete trovare un‘estesa letteratura sull’argomento. Il punto principale da ripetere qui è che queste politiche non aiutano a curare la povertà.

Altri falsi rimedi contro la povertà sono la tassazione progressiva sui redditi, così come l’elevata imposizione sulle plusvalenze da capitale, le tasse di successione e le tasse sul reddito aziendale. Tutte queste misure hanno l’effetto di scoraggiare la produzione, l’investimento e l’accumulazione di capitale. In tal senso contribuiscono a prolungare anzichè eliminare la povertà.

 

Socialismo Integrale

Giungiamo adesso al falso rimedio per la povertà che per ultimo affronteremo in questo articolo: il Socialismo Integrale.

Ora la parola “socialismo” è largamente utilizzata almeno in due distinti significati, solitamente ma non necessariamente legati assieme nelle menti di chi la pronuncia. Il primo è la redistribuzione della ricchezza o del reddito – se non rendere uguali i redditi, almeno renderli più simili di quanto siano in un‘economia di mercato. Tuttavia la maggioranza di coloro che si propongono questo obiettivo, oggi pensano che ciò possa essere raggiunto sia eliminando il meccanismo dell’impresa privata sia tassando i redditi elevati per sussidiare quelli piccoli.

Con “Socialismo Integrale” mi riferisco alla proposta Marxista di “gestione e proprietà collettiva dei mezzi di produzione”

Oggi una delle più suggestive differenze tra gli anni ’70 e gli anni ’50, o anche gli anni ’20, è l’ascesa nell‘opinione pubblica del Socialismo 2.0 – la redistribuzione del reddito – ed il declino del Socialismo 1.0 – proprietà e gestione governativo. Il motivo è che, nell’ultima metà del secolo, il Socialismo 1.0 è stato largamente sperimentato. In particolare in Europa c’è adesso una lunga storia di gestione e proprietà governativa di “beni pubblici” come le ferrovie, le industrie dell’energia e dell‘elettricità, del telegrafo e del telefono. Ed ovunque la vicenda è stata sempre la stessa: deficit praticamente perpetui e soprattutto servizi scadenti in confronto con quelli forniti dalle imprese private. Il servizio postale, un monopolio governativo quasi ovunque, è anche praticamente ovunque noto per i suoi limiti, inefficienze ed inerzia (il contrasto con i risultati del servizio “privato” tuttavia, ad esempio negli Stati Uniti, spesso non viene percepito a causa del lento strangolamento dovuto alla normativa ed alla turbativa del governo a danno delle imprese delle ferrovie, telefoniche e dell‘energia).

Come risultato di questa storia, la maggior parte dei partiti socialisti in Europa capisce di non poter più attrarre voti promettendo di nazionalizzare più industrie. Tuttavia ciò che ancora non viene riconosciuto dai socialisti, dall‘opinione pubblica o anche da più di una piccola minoranza di economisti, è che l‘attuale proprietà e gestione governativa delle imprese, non solo nella “capitalista” Europa ma anche nell’Unione Sovietica, riesce a funzionare fintanto che – per il proprio calcolo economico – può fare affidamento sui prezzi del mercato mondiale stabilitisi tramite l’interazione tra le imprese private.

The post Come non si cura la povertà appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Inflazione, deflazione, confusione

Mer, 18/05/2016 - 09:05

Negli ultimi 2 anni la sinistra ha insistito a descrivere la libera impresa come un’economia caratterizzata da alti e bassi. I funzionari OPA hanno sostenuto che solo il controllo dei prezzi può prevenire una ripetizione del boom del 1920-21 e del successivo collasso ed i politici britannici hanno evidenziato che il loro nuovo “socialismo democratico” funzionerà meravigliosamente solo se l’instabile America non darà luogo ad un altro crack trascinando in basso con sé anche il resto del mondo. Quindi sorprende poco che molta gente si chieda se il recente crollo azionario alla fine non prefiguri questa battuta d’arresto dell’economia reale, attesa da tempo.

Non è una domanda facile a cui rispondere, perché l’economia americana è diventata il campo di battaglia di politiche e contropolitiche che non le sono proprie ma provengono essenzialmente dall’esterno. Queste pratiche politiche conflittuali sono da una parte quelle che tendono a creare inflazione, e dall’altra parte quelle che tendono a portare recessione.

Le forze inflazionistiche sono evidenti e fino ad ora sono state sotto controllo. Le loro principali cause sono il finanziamento governativo del deficit ed altri provvedimenti politici che incrementano la quantità di moneta e di credito. Le forze inflazionistiche finora verificatesi si possono misurare grosso modo tramite l’incremento del debito nazionale a 265.000.000,00 di dollari, nonché tramite il denaro ed il credito che sono più che triplicati rispetto al volume di prima della guerra.

L’inflazione potenziale futura è segnalata da un budget previsionale ancora non in pareggio (nonostante un bilancio in pareggio nel primo trimestre dell’anno fiscale corrente) e da una politica di tassi di interesse artificialmente bassi che promuove ulteriori incrementi del credito ed ulteriore monetizzazione del debito pubblico. Fino a quando l’inflazione farà aumentare i prezzi più velocemente dei costi, stimolerà la crescita dell’economia, nuove imprese ed occupazione.

Di contro, anche le forze recessive sono altrettanto potenti. La principale di esse è il controllo dei prezzi, gestito peraltro con spirito ostile ai profitti ed agli affari. Questo ha deformato le relazioni tra i margini di profitto e distorto e squilibrato la produzione. I costruttori edili si trovano con i mattoni ma senza porte, vetri e vasche da bagno. Sulle linee di montaggio, le automobili aspettano i paraurti o le batterie. La compressione dei profitti proveniente dall’alto si scontra con le altre forze dal basso. Gli scioperi senza fine e le interruzioni nella produzione sono seguiti da incrementi salariali senza fine. Per incoraggiare e forzare questi incrementi salariali l’Amministrazione ignora gli elementari diritti di proprietà, nazionalizza le miniere e firma direttamente i contratti con forti aumenti salariali. In definitiva, questi incrementi di salario devono spingere i costi al punto in cui molte aziende non riescono più ad operare, oppure devono far salire i prezzi a livelli che faranno diminuire gli acquisti.

In entrambi i casi rallenteranno la produzione e provocheranno disoccupazione forzata. Negli ambienti delle agenzie di Washington si aggiunge a tutto ciò un’ostilità di fondo verso gli affari, che si riflette in innumerevoli vessazioni.

Tra questi due tipi di forze – quello inflazionistico o quello depressivo – quale dominerà i prossimi 6-12 mesi:? E’ impossibile dirlo, almeno fino a quando non conosceremo la composizione del prossimo congresso e le decisioni principali che verranno adottate dalle figure politiche di riferimento – il Presidente Truman, i segretari Snyder, Byrnes, Anderson, Paul Porter, Wilson Wyatt, Marriner Eccles, ed i membri delle agenzie PDB, ICC, OWMR, NLRB and CPA.

Le decisioni di questi uomini sono incomparabilmente più importanti oggi nel determinare l’andamento futuro degli affari, rispetto alle decisioni semplicemente esecutive che possano prendere i singoli uomini di affari privati.

Una cosa che comunque non potremo avere simultaneamente sarà l’inflazionee la deflazione, visto che non potremo avere contemporaneamente un’espansione ed una contrazione nell’offerta di denaro. Ma potremmo avere un’inflazione frustrata. Potremmo avere, come l’esperienza dell’Europa ha già dimostrato possibile, sia inflazione che contrazione industriale, sia inflazione che disoccupazione, sia inflazione che stagnazione.

Il vero pericolo da affrontare nei prossimi 6-12 mesi sarà che se l’attuale combinazione di decisioni politiche porterà a tali risultati, i dirigenti dell’Amministrazione, invece di rimuovere i controlli asfissianti che li provocano, potrebbero decidere che il vero problema sia l’inflazione insufficiente, e potrebbero avviarsi quindi verso le disastrose politiche di ulteriore incremento e corruzione del denaro e dell’offerta del credito. Il nostro grande nemico oggi, in breve, è l’analfabetismo economico e la confusione di coloro che, avendo il potere politico di farlo, parlano di voler ‘pianificare’, ‘stabilizzare’ e controllare rigidamente l’economia.

The post Inflazione, deflazione, confusione appeared first on Ludwig von Mises Italia.

I mercati non hanno bisogno di tassi d’interesse negativi

Lun, 16/05/2016 - 09:54

Martin Wolf, condirettore e capo opinionista economico al Financial Timessembra aver dimenticato la natura dei tassi di interesse e la loro funzione di coordinamento. Secondo lui, le banche centrali non sono da biasimare nella loro insistenza a mantenere tassi di interesse bassi o negativi. Egli scrive: “Dobbiamo considerare i tassi ultra-bassi come sintomi della nostra crisi, non la sua causa”.

Wolf continua poi sostenendo che “i tassi di interesse negativi non sono colpa delle banche centrali”. E’ difficile comprendere come Wolf possa giustificare questa affermazione. I tassi di interesse negativi non ci sono mai stati, né durante il gold standard, né nei sistemi di banche libere, né in un’economia di libero mercato. In un mercato senza interferenze il tasso di interesse riflette infatti il tasso sociale di preferenza temporale, esso rappresenta il “prezzo del tempo”. E come è legge universale dell’azione umana che la preferenza temporale deve sempre essere positiva, così nel mercato libero i tassi di interesse non possono assolutamente essere negativi.

Di questo articolo sarebbe necessaria una critica quasi riga per riga, tanto mal concepiti e fallaci sono gli argomenti in esso contenuti che risulta difficile ignorarli. Ad ogni modo, sottoporrò a critica soltanto alcuni punti.

In particolare, esaminerò: (1) l’idea che le banche centrali non hanno nulla a che fare con i tassi di interesse negativi, (2) l’idea che esista una situazione di eccesso di risparmio/carenza di investimento, e (3) l’idea che i bassi tassi di interesse sono una conseguenza della bassa crescita di produttività.

 

Di chi è la responsabilità per i tassi negativi?

Non vi è alcuna necessità di mercato per i tassi di interesse negativi. Tuttavia, nel secondo paragrafo dell’articolo di Mr. Wolf, possiamo leggere:

L’economia mondiale è affetta da un eccesso di risparmio riguardante le opportunità di investimento. Le autorità monetarie stanno contribuendo a garantire che i tassi di interesse siano in linea con tale situazione. In ultima analisi, sono le forze di mercato a decidere i tassi che i risparmiatori ottengono. Ahimè, il mercato sta dicendo che i loro risparmi non valgono molto, almeno al margine.

Questo paragrafo presenta molteplici difetti. In primo luogo, vi è l’argomento in base al quale è il mercato che “determina” il tasso di interesse. Ma in un mondo dove il credito è fortemente influenzato dalle politiche delle autorità monetarie, è chiaro che i tassi di interesse non sono determinati dal mercato. Grazie alle operazioni di mercato aperto, le banche centrali sono in grado di ridurre il tasso di interesse ben al di sotto del livello di libero mercato, favorendo peraltro l’investimento sbagliato e dunque la crisi.

Con questa affermazione Mr. Wolf intendeva magari sostenere che il mercato è capace di adattarsi alle condizioni stabilite dalle banche centrali. Ma questo non è assolutamente un argomento a favore delle banche centrali e dei tassi di interesse negativi. Il mercato “si adatta” virtualmente a tutto: al crimine, ai regolamenti, all’inflazione, ecc. Se si verifica un aumento della criminalità in una città particolare – e di conseguenza il prezzo degli immobili diminuisce – dovremmo dire che il crimine non ha provocato questa diminuzione dal momento che “in ultima analisi, sarebbero le forze di mercato a determinare il prezzo degli immobili”? Il fatto che le forze di mercato si adattino alle politiche monetarie governative non può in ogni caso giustificare operazioni governative di contraffazione, così come non si può giustificare il furto, l’omicidio o qualsiasi altra aggressione.

 

L’inesistente eccesso di risparmio

Un secondo problema di questo particolare paragrafo è che, se ci fosse davvero un eccesso di risparmio, ne conseguirebbe che i tassi di interesse dovrebbero diminuire da soli, senza la necessità di alcuna “autorità monetaria”. Finché non vi è un forte intervento dello Stato nel libero mercato, non si può assolutamente verificare alcun “eccesso di risparmio”. Martin Wolf sostiene il contrario e ci riporta alla teoria sviluppata da Alvin Hansen, il principale economista keynesiano in America dopo la seconda guerra mondiale.

Secondo Hansen la depressione o la “stagnazione secolare” sono il risultato di una mancanza di opportunità di investimento. Egli sostiene anche che la Grande Depressione fu il risultato di una carenza di investimenti dovuta alla lenta crescita della popolazione ed all’assenza di innovazione. Oggi, questa teoria sta rinascendo con l’ipotesi della stagnazione secolare. Uno dei più importanti sostenitori, Laurence H. Summers, scrive:

Alvin Hansen ha indicato il rischio di stagnazione secolare alla fine degli anni 1930, per rilevare il boom dell’economia soltanto durante e dopo la seconda guerra mondiale. E’ certamente possibile che alcuni grandi eventi esogeni porteranno all’aumento della spesa o alla riduzione del risparmio in modo che nel settore industriale cresca il FERIR [tasso reale di piena occupazione] e renda irrilevanti le preoccupazioni che ho espresso. Ma in mancanza di guerra, non è ovvio quali potrebbero essere tali eventi. Inoltre, la maggior parte delle ragioni addotte per la caduta del FERIR sono probabilmente destinate a continuare almeno per il prossimo decennio.

In realtà Murray Rothbard criticò la “mancanza di opportunità di investimento” spiegando la depressione e la stagnazione secolare nel suo libro America’s Great Depression (pp. 68-72). Come ha osservato Rothbard, qualora si fondi il proprio ragionamento sul concetto walrasiano di equilibrio generale – dove le condizioni e le preferenze sono mantenute costanti – è facile concludere che soltanto un cambiamento negli ultimi dati (popolazione, tecnologia …) possa creare nuovi investimenti. Così, se la spiegazione principale dello sviluppo e della depressione deriva da un nuovo investimento, ne consegue che solo cambiamenti come la guerra, l’innovazione, la crescita della popolazione, ecc. possono dare avvio a nuove opportunità di investimento.

Il problema della teoria sostenuta da Hansen, Summers, e Wolf è che trascura il ruolo della preferenza temporale come fattore determinante dell’investimento. Infatti ci sono sempre opportunità di investimento dal momento che le esigenze umane sono insaziabili. Ma siccome le risorse sono scarse, risparmi compresi, è necessario scegliere le priorità sulle quali dovremmo investire in base ai nostri obiettivi di preferenza temporale. Come dice Rothbard “sono le preferenze temporali (i ‘gusti’ della società per il consumo immediato rispetto a quello futuro) che determinano l’importo che gli individui decideranno di risparmiare ed investire”.

Inoltre Rothbard continua:

Quello che ci serve, insomma, sono i risparmi: questi sono il fattore limitativo di un investimento. Ed il risparmio, a sua volta, è limitato dalla preferenza temporale: la preferenza per il consumo presente più del consumo futuro. L’investimento deriva sempre da un allungamento dei processi di produzione, poiché i processi produttivi più brevi sono i primi ad essere sviluppati. I processi più lunghi rimangono bloccati sebbene più produttivi, perché non sono sviluppati a causa delle limitazioni di preferenza temporale. Ad esempio, non c’è alcun investimento in macchine migliori e nuove perché non è disponibile abbastanza risparmio.

Così, dobbiamo concludere assolutamente che un ”eccesso di risparmio” non esiste.

 

La necessità di risparmio reale

Al contrario, abbiamo bisogno di maggior risparmio reale per promuovere la crescita economica. Quello che abbiamo in eccesso è invece il credito fiduciario derivante dalle politiche inflazionistiche delle banche centrali. Tali politiche porteranno all’esasperazione gli alti e bassi del ciclo economico. Inoltre, la politica delle banche centrali di tassi di interesse ultra-bassi potrà indurre gli imprenditori ad intraprendere progetti meno redditizi e si allenterà il vincolo che loro hanno sul libero mercato di soddisfare le esigenze più urgenti, non ancora soddisfatte, dei consumatori.

Come afferma Mises in Human Action, nel mercato senza interferenze il tasso di interesse “impedisce che l’imprenditore dia inizio a progetti la cui realizzazione verrà disapprovata dal pubblico a causa della lunghezza del tempo di attesa di cui hanno bisogno. E lo costringe ad impiegare lo stock disponibile di beni capitali in modo da soddisfare al meglio i bisogni più urgenti dei consumatori”.

Tassi di interesse negativi sono una ricetta per il disastro. Provocando errori nelle scelte di investimento, sono una causa fondamentale di stagnazione economica e depressione.

L’idea che la responsabilità sia la mancanza di opportunità di investimento dà origine ad errori altrettanto fondamentali, soprattutto per quanto riguarda la formazione del tasso di interesse. Così, scrive Martin Wolf:

L’eccesso di risparmio (o la carenza di investimento, se si preferisce) è il risultato di sviluppi sia prima che dopo la crisi. Anche prima del 2007, i tassi di interesse reali a lungo termine erano in declino. Da allora, la debolezza degli investimenti privati, le riduzioni degli investimenti pubblici, una tendenza rallentamento della produttività ed i picchi di debito lasciati in eredità dalla crisi hanno tra loro interagito per far abbassare il tasso reale di equilibrio degli interessi. Per poco tempo, una forte domanda post-crisi nelle economie emergenti ha in parte compensato queste tendenze. Ma ora anche questa è venuta meno.

L’errore più evidente in questo paragrafo è l’affermazione completamente falsa secondo cui esiste una relazione causale tra la produttività ed il tasso di interesse. La teoria austriaca dimostra invece che non vi è nulla di simile. I tassi di interesse non dipendono dalla produttività, come molti economisti classici affermano, ma dalla preferenza temporale. Non è la maggiore produttività dei processi di produzione più lunghi che spinge il tasso di interesse, bensì il contrario.

Il tasso di interesse dipende dal tasso sociale di preferenza temporale e spiega perché i processi di produzione più brevi vengono utilizzati nonostante l’esistenza di processi più lunghi, che garantirebbero maggiore produzione per unità di input. Come afferma Israel Kirzner “considerazioni non riguardanti la produttività possono certamente entrare a far parte della spiegazione relativa ai tassi di interesse”.

 

Dobbiamo stimolare la domanda

E ‘evidente che il tentativo di Mr. Wolf di esonerare le banche centrali dalla loro responsabilità in merito ai tassi negativi si basa sui concetti keynesiani secondo cui le banche centrali devono fare qualcosa. Martin Wolf ritiene che la stabilità delle nostre economie si basi sui governi e sulle banche centrali, che i tassi di interesse debbano essere “resi coerenti” e che la domanda aggregata debba essere “equilibrata”. D’altra parte egli non sembra disposto a riconoscere che la conseguenza non intenzionale dell’intervento delle banche centrali che lui chiede è proprio la situazione attuale dei tassi di interesse negativi. Wolf scrive:

Qualcuno obietterà che il calo dei tassi di interesse reali è solo il risultato della politica monetaria, non delle forze reali. Questo è sbagliato. La politica monetaria determina in effetti i tassi nominali a breve termine ed influenza quelli a lungo termine. Ma l’obiettivo della stabilità dei prezzi significa che la politica ha lo scopo di bilanciare la domanda aggregata con l’offerta potenziale. Le banche centrali hanno semplicemente compreso che i tassi ultra-bassi sono necessari per raggiungere questo obiettivo.

Dopo aver letto quest’ultimo paragrafo, è legittimo chiedersi quale sia il limite della potenziale auto-contraddizione di Mr. Wolf. Infatti egli sostiene che le banche centrali non hanno nulla a che fare con i tassi di interesse negativi e, contemporaneamente, che non solo le banche centrali determinano i tassi di interesse, ma anche che “hanno compreso che i tassi di interesse ultra-bassi sono necessari.” Perciò Mr. Wolf ha chiarito al lettore, nonostante le proprie intenzioni, che le banche centrali sono assolutamente responsabili dei tassi di interesse negativi.

Inoltre, dobbiamo sottolineare che la “stabilità dei prezzi” che Martin Wolf sembra prediligere è un obiettivo illusorio. Un’economia in espansione può funzionare molto bene con la deflazione dei prezzi. L’idea che i governi dovrebbero manipolare domanda od offerta aggregate al fine di garantire la stabilità economica e dei prezzi è fallace. Infatti, se un concetto deve essere acquisito dall’economia classica, è che l’offerta aggregata e la domanda aggregata sono due facce della stessa medaglia e che, come scrisse Ricardo, “gli uomini sbagliano nella produzioni, non è questione di mancanza di domanda”. Non c’è assolutamente alcuna necessità di un’autorità politica per equilibrare la domanda e l’offerta aggregate. Ne consegue che viene meno anche l’ultima giustificazione di Mr. Wolf a favore dei banchieri centrali.

L’affermazione che i tassi di interesse negativi sono in qualche modo naturali o rispondenti alle esigenze dell’economia è assurda e, senza le interferenze di banche centrali e governi, il tema dei tassi di interesse negativi sarebbe inesistente.

The post I mercati non hanno bisogno di tassi d’interesse negativi appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Lo Stato (parte settima)

Gio, 12/05/2016 - 09:22

Il loro dominio sarebbe altrimenti la somma felicità del contribuente.
«È il superfluo, dicono loro, non il necessario che deve essere colpito dall’imposta.»

Non sarebbe forse una bella età quella in cui, per coprirci di benefici, il fisco si contentasse di prendere solo il nostro superfluo?

Ma questo non è tutto. I Montagnardi aspirano a che « l’imposta perda il suo carattere oppressivo e non sia nulla di più che un atto di fraternità. »

Bontà del cielo!  io ben sapevo che va di moda infilare dappertutto la fraternità, ma escludevo di certo che la si potesse introdurre tra le carte dell’agente delle tasse.

Scendendo ai dettagli, i firmatari del programma affermano:
« Noi vogliamo l’abolizione immediata delle imposte che colpiscono i beni di prima necessità, come il sale, le bevande, eccetera.
« La riforma  dell’imposta fondiaria, delle imposte di consumo, delle concessioni.
« L’amministrazione gratuita della giustizia, vale a dire la semplificazione delle procedure e la riduzione delle spese.»
(Qui si fa senza dubbio riferimento al costo dei bolli)

Così, imposta fondiaria, imposta di consumo, patenti, bolli, sale, bevande, valori postali, tutto viene messo nel calderone. Questi signori hanno trovato il segreto di concedere un attivismo sfrenato alla mano benefica dello Stato paralizzando al tempo stesso la mano rude.

Ebbene, chiedo io al lettore equilibrato, non è questo far mostra di infantilismo, e per di più di infantilismo dannoso?
Come è possibile che il popolo non faccia una rivoluzione dopo l’altra, dal momento che ha deciso di fermare la propria protesta solo dopo aver compreso l’esistenza di questa contraddizione: « Non dare nulla allo Stato e ricevere molto in cambio! »
C’è qualcuno forse che crede che se i Montagnardi arrivassero al potere, non sarebbero essi stessi le vittime dei raggiri che utilizzano per impadronirsene?

Cittadini, in tutte le epoche, si sono presentati due sistemi politici, e tutti e due possono avanzare buone ragioni per la loro esistenza.  In base al primo, lo Stato deve fare molto, ma ha anche il diritto di prendere molto. In base all’altro, la doppia azione di dare e di prendere deve essere estremamente ridotta. Bisogna scegliere tra questi due sistemi. Ma, per quanto riguarda un terzo sistema, che prende qualcosa degli altri due, e che consiste nell’esigere tutto dallo Stato senza dare alcunché, esso è chimerico, assurdo, puerile, contraddittorio, pericoloso. Coloro che lo sostengono, per ricavarne la soddisfazione di accusare tutti i governi di impotenza e di esporli così alle vostre invettive, questi vi illudono e vi ingannano, o quanto meno ingannano sé stessi.

Quanto a noi, pensiamo che lo Stato non è e non dovrebbe essere altra cosa che la forza messa in comune, non per essere tra tutti i cittadini uno strumento di oppressione e di spoliazione, ma, al contrario, per garantire a ciascuno il suo, e far regnare la giustizia e la pace.

The post Lo Stato (parte settima) appeared first on Ludwig von Mises Italia.