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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 10 min 19 sec fa

Austriaci e monetaristi

Mer, 25/03/2015 - 09:00

Di seguito vengono esaminate, in maniera schematica e per punti, le differenze fra le due Scuole[1].

1) Metodologia

  1. a) La Scuola di Chicago è positivista, preferisce l’analisi storica, quantitativa, basata sull’equilibrio; le teorie devono essere testate empiricamente e, se i risultati le contraddicono, devono essere respinte o riviste. Gli austriaci sono per un’analisi deduttiva, soggettiva, qualitativa, basata sul processo di mercato in squilibrio; l’economia dev’essere basata su assiomi autoevidenti; i dati empirici non possono provare o confutare alcuna teoria. Le relazioni interpersonali che si manifestano nello scambio non possono essere misurate, in quanto espressione di preferenze soggettive e mutevoli, non suscettibili di previsione econometrica e non imprigionabili in costanti quantitative.

Skousen ha fatto notare che anche il modello di Friedman a volte ha sbagliato le previsioni: ad es. negli anni ‘70 non previde l’aumento del prezzo del petrolio e negli anni ‘80 sottostimò la disinflazione[2].

  1. b) I Chicago sono per un modello di concorrenza pura “sempre in equilibrio”, che assume che vi sia informazione perfetta e senza costi. Gli austriaci per un modello più dinamico, che enfatizza il funzionamento del mercato come un “processo”, che inevitabilmente è basato sulla creazione di “squilibri” creativi.

La Scuola di Chicago ammette sul piano teorico il concetto di “concorrenza perfetta” (ogni produttore è piccolo in misura sufficiente a non poter influenzare il prezzo del proprio prodotto), migliore della concorrenza imperfetta esistente nel mondo reale; e quindi accoglie la necessità di normative antitrust (ma successivamente ha modificato tale posizione in una direzione più liberista, rimanendo a favore di interventi solo nei confronti delle fusioni orizzontali, giudicate nella maggior parte dei casi collusive e dannose per i consumatori)[3].

2) La moneta

Entrambi sono favorevoli alla riserva del 100%, in quanto sistema di stabilizzazione. Tuttavia la differenza è sul tipo di moneta che funge da copertura: i Chicago sono per la fiat money, gli Austriaci per l’oro o la merce pregiata scelta dal mercato.

Friedman è stato favorevole all’eliminazione di qualsiasi legame delle valute con l’oro, e a un sistema cartaceo inconvertibile sotto il controllo completo del sistema della Riserva federale; ogni Stato ha il potere e il monopolio assoluto di stampare la propria moneta fiat. Gli argomenti sono i seguenti: il più importante è lo spreco di risorse necessario a estrarre, lavorare e conservare l’oro (per lasciarlo poi immobilizzato nei forzieri di Fort Knox); per Friedman il costo sarebbe pari al 4% del pil ogni anno, imparagonabile con il costo trascurabile della produzione della moneta fiat. Il secondo motivo è che le variazioni della quantità di moneta in conseguenza di scoperte di oro sarebbero considerevoli e improvvise, determinando inflazione dei prezzi e instabilità ciclica.

Gli Austriaci sono favorevoli a un sistema aureo completo o al free banking. Per quanto riguarda il costo di produrre oro, R. Garrison ha risposto a Friedman che oggi si continua a estrarre e lavorare oro, dunque i costi ci sono comunque, non lieviterebbero in misura particolare se si tornasse al gold standard; anzi, è proprio la presenza della moneta cartacea ad accentuare i costi dell’estrazione-lavorazione dell’oro, perché il sistema cartaceo fa salire il prezzo dell’oro, e dunque incentiva la sua produzione. Per quanto riguarda le variazioni di potere d’acquisto a seguito di scoperte d’oro, Rothbard ha replicato che, qualunque bene venga scelto come moneta, le variazioni del valore di scambio sono inevitabili; e comunque, davanti alla pessima prova fornita dalla moneta cartacea nel corso del Novecento (inflazioni elevate), i rischi paventati per l’oro sono poca cosa.

Friedman, come I. Fisher, opera una separazione fra la sfera “micro” e la sfera “macro”. Da un lato vi è il mondo in cui si formano i singoli prezzi, sulla base della domanda e dell’offerta; da un altro lato esiste un “livello dei prezzi” aggregato, determinato dalla quantità di moneta e dalla sua velocità di circolazione; e questi due mondi non si incontrano. La sfera macro è tipicamente l’oggetto dell’intervento statale, che si ritiene non interferisca con i singoli prezzi. Lo Stato deve mantenere il livello dei prezzi stabile.

Gli Austriaci hanno integrato sfera micro e macro. I prezzi devono fluttuare liberamente. I monetaristi pongono come un dogma indimostrato la positività di un livello dei prezzi stabile; ma, ad esempio, nella prima metà dell’Ottocento il livello dei prezzi è stato costantemente in diminuzione; perché questo evento dovrebbe essere ritenuto negativo? Tutt’altro. Dunque nel settore monetario gli esponenti della Scuola di Chicago non sono free-marketers.

Nei rapporti fra monete Friedman è a favore di cambi flessibili, in quanto in tal modo i tassi di cambio rifletterebbero le variazioni della domanda e dell’offerta di monete, come avviene agli altri prezzi nel libero mercato. Gli Austriaci obiettano che in questo campo il libero mercato è chiamato in causa a sproposito, in quanto oggi le monete sono prodotte ed emesse dagli Stati. Inoltre, le monete oggi esistenti, se si risale indietro nel tempo, non erano altro che unità di peso dell’oro: ad es., prima del 1914 un dollaro era 1/20 di un’oncia d’oro, la sterlina ¼. Esse dunque differivano solo nel nome, in quanto erano differenti unità di peso dello stesso bene, l’oro. Una volta stabilita inizialmente quale unità di peso d’oro ogni singola valuta rappresentasse, i rapporti di scambio fra di loro erano automaticamente fissati: 1 sterlina pari a 5 dollari. Dunque gli stati non potevano “fissare arbitrariamente” alcunché: cambiare arbitrariamente i tassi di cambio sarebbe come cambiare arbitrariamente le unità di misura, cioè come dire che 1 metro non è composto da 100 centimetri ma da 105, il che è un’assurdità.

Ancora: perché non andare oltre e consentire monete diverse all’interno degli stati americani, liberamente oscillanti fra di loro; e poi monete a livello di contea, città, quartiere e così via? Ma a questo punto i commerci entrerebbero in una condizione caotica, perché verrebbe meno la principale funzione della moneta, l’essere mezzo di scambio generale, e con essa la possibilità del calcolo economico[4].

Neutralità o non neutralità della moneta – Per i monetaristi la moneta è neutrale nel lungo periodo. Per gli Austriaci non è neutrale né nel breve né nel lungo periodo, modifica l’economia reale, cioè la struttura produttiva, la distribuzione del reddito e i prezzi relativi. La conclusione monetarista è l’esito della summenzionata separazione fra sfera macro e sfera micro. In conseguenza di questa, per i monetaristi è possibile e utile concepire un “livello dei prezzi”, misurabile attraverso un indice; mentre per gli Austriaci tale aggregazione nasconde i mutamenti dei prezzi relativi, e la sua misurazione è fuorviante e poco significativa, perché ogni individuo ha proprio un paniere di beni, dunque un proprio indice dei prezzi, e amalgamarli non ha senso[5].

3) La teoria del ciclo economico

In generale i Chicago ritengono che l’aspetto più debole, anzi completamente sbagliato, della teoria Austriaca sia la teoria del ciclo, e la (connessa) teoria del capitale.

La teoria friedmaniana è puramente monetaria e aggregata. Aderendo all’ipotesi dei mercati efficienti (attori razionali e mercati che si aggiustano rapidamente), una recessione può essere causata solo da shock improvvisi. Il ciclo è fondamentalmente una serie casuale di aumenti e riduzioni nel tempo del livello dei prezzi. Non viene proposta una teoria sulla relazione causale fra i boom e le depressioni. Si registra solo statisticamente che il mercato è sottoposto a questa “danza della moneta”. Secondo il Plucking Model di Friedman, esiste una stretta correlazione fra l’ampiezza della contrazione e l’espansione successiva, ma non viceversa. Cioè, non è detto che se si verifica un periodo di grande boom, sicuramente successivamente si verifica una recessione altrettanto grande (critica della teoria del ciclo austriaca), mentre è sempre vero che a una recessione segue una ripresa della stessa consistenza (e successivamente una crescita più lenta ma stabile).

Se le autorità monetarie eccedono nell’aumentare la quantità di moneta, in base al meccanismo di trasmissione l’effetto è prevalentemente nominale (inflazione dei prezzi), non vi sono squilibri strutturali di lungo periodo nell’economia. La moneta addizionale introdotta si diffonde in maniera uniforme per tutto il sistema economico, e dunque altera i prezzi assoluti ma non i prezzi relativi e i processi produttivi; nel lungo periodo dunque è neutrale (il motivo di questo rifiuto a considerare più realisticamente gli effetti “parziali” della moneta risiede nella difesa del libero mercato: un sistema liberamente competitivo aggiusta rapidamente le distorsioni).  L’obiettivo dunque è che il governo controlli l’offerta di moneta per mantenere stabile il livello dei prezzi.

Teoria austriaca del ciclo: l’inflazione (o la riduzione del tasso di interesse al di sotto di quello di mercato) provocata dalle autorità monetarie determina distorsioni nel settore reale, in particolare sovrainvestimenti; la depressione è l’aggiustamento degli eccessi[6].

Il punto di vista dei monetaristi è puramente macroeconomico e ignora i mutamenti micro, cioè le modificazioni nella struttura produttiva, in particolare nel settore dei beni capitali, che fanno seguito all’aumento della moneta. Questo limite dipende anche dalla mancanza di una teoria del capitale (o di aver assunto la teoria del capitale à la Clark). I dati (USA anni ‘70, Giappone fine ‘80 e ‘90, USA 1995-2003) confermerebbero la tesi austriaca: nei periodi inflazionistici l’economia è molto più volatile.

Lettura della depressione del 1929: per Friedman la Federal Reserve erroneamente non aveva aumentato l’offerta di moneta durante la recessione, anzi l’aveva ridotta di un terzo (aumento dei tassi, sterilizzazione delle importazioni di oro, chiusura del credito alle banche) trasformando una recessione in una depressione. Per gli Austriaci l’errore era stato di inflazionare (aumento dell’offerta di moneta e del credito) durante gli anni ‘20, creando un boom da sovrainvestimento, artificiale; la depressione non fu che l’inevitabile aggiustamento di una struttura produttiva distorta. Inflazionare la quantità di moneta avrebbe solo aggravato la situazione e posposto la ripresa sana. La controversia dunque si sposta sull’evidenza empirica: Friedman mostra che nel periodo 1921-’29 la quantità di moneta M2 è cresciuta del 46%, meno della crescita del pil (4% contro 5,2% all’anno). Inoltre i prezzi negli anni ‘20 erano rimasti stabili (ma non quelli del mercato azionario); dunque la politica monetaria era stata corretta. Rothbard obietta sul tipo di aggregati finanziari da considerare: a M2 aggiunge le azioni delle società cooperative che erogavano mutui ai soci (savings and loans), i depositi presso le unioni di credito e i valori di riscatto delle assicurazioni sulla vita, tutti sostituti della moneta che potevano essere facilmente convertiti in moneta al loro valore nominale. Considerando anche questi aggregati l’incremento della quantità di moneta sarebbe del 61,7% e non del 46%. Economisti anche austriaci hanno detto che non c’era bisogno di forzare così tanto la definizione di moneta (i riscatti delle assicurazioni sulla vita in genere non sono trattati come attività liquide), perché per dimostrare una politica di credito facile bastava far riferimento alla riduzione artificiale del tasso di interesse al di sotto di quello naturale, che potrebbe aver determinato il boom dei beni capitali.

4) Politiche fiscali

  1. a) Friedman preferisce le imposte sul reddito. Prelevate attraverso la ritenuta alla fonte, da Friedman proposta durante la seconda guerra mondiale quando era al dipartimento del Tesoro.

Molti Austriaci non anarcocapitalisti preferiscono le imposte indirette, perché lasciano un margine di libertà in più.

  1. b) L’imposta negativa sul reddito, forma di assistenza ai più poveri. Per gli Austriaci disincentiva il lavoro e grava sui contribuenti.

5) Esternalità e servizi pubblici

Oltre a giustizia, ordine pubblico e difesa, Friedman ammette per l’istruzione e i parchi la mano pubblica, perché sono due casi in cui gli individui traggono benefici che non pagano; dunque bisogna essere costretti a pagare attraverso le imposte. Per gli Austriaci questo schema può essere applicato a quasi tutte le situazioni della vita umana, dunque in tal modo si statalizzerebbe quasi tutto[7].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Friedman, M., Riformulazione della teoria quantitativa della moneta (1956), in Metodo, consumo e moneta, il Mulino, Bologna, 1996, pp. 215-239; ed. or. The Quantity Theory of Money: a Restatement, in M. Friedman (a cura di), Studies in the Quantity Theory of Money, University of Chicago Press, Chicago, 1956, pp. 3-21.

- La metodologia dell’economia positiva (1953), in Metodo, consumo e moneta, il Mulino, Bologna, 1996, pp. 93-136; ed. or. The Methodology of Positive Economics, in Essays in Positive Economics, University of Chicago Press, Chicago, 1953.

Rothbard, M. N., Milton Friedman svelato, in http://gongoro.blogspot.com/2008/06/milton-friedman-svelato.html, 10 giugno 2008. Ed. or. Milton Friedman Unraveled, in «Individualist», febbraio 1971, pp. 3–7.

Skousen, M., Vienna and Chicago, Friends or Foes?, Capital Press, Washington DC, 2005.

 Note

[1] Per un’illustrazione della teoria di Milton Friedman, v. P. Vernaglione, La Scuola di Chicago – il Monetarismo, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teorie-economiche/monetarismo.doc, 31 luglio 2009.

[2] Per un esame più approfondito delle differenze fra il metodo Austriaco e quello positivista, v. P. Vernaglione, Differenze epistemologiche, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/differenze-epistemologiche.doc, 31 luglio 2009.

[3] La Scuola di Chicago ha offerto un contributo decisivo anche alla tradizione di ricerca di Law and Economics. Per un’illustrazione di tale approccio e delle critiche degli Austriaci v. P. Vernaglione, Austriaci e Analisi economica del diritto, in http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-aed.doc, 31 luglio 2009.

[4] M.N. Rothbard, Gold vs. Fluctuating Fiat Exchange Rates, in H. F. Sennholz (a cura di), Gold is Money, Greenwood Press, Westport, Conn., 1975, pp. 24-40; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 350-363; The World Currency Crisis, in «The Free Market», febbraio 1986, pp. 1, 3–4.

[5] Su questo ultimo aspetto, v. M.N. Rothbard, Timberlake on the Austrian Theory of Money: A Comment, in «Review of Austrian Economics» 2, 1988, pp. 179-187.

[6] Per un’illustrazione più approfondita della teoria del ciclo Austriaca v. P. Vernaglione, Ciclo economico, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/ciclo.doc, 31 luglio 2009.

[7] Per la critica degli Austriaci alla teoria dei beni pubblici v. P. Vernaglione, Interferenze coercitive. L’intervento dello Stato, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/intervento-stato.doc, 31 luglio 2009, pp. 8-12.

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Boom petrolifero e overdose di stato

Lun, 23/03/2015 - 08:00

Fa di certo piacere quando lo stato acquista enormi quantità del tuo prodotto. Mentre il prezzo del petrolio continua a registrare  record negativi, gli automobilisti festeggiano ed i dirigenti delle compagnie pretrolifere sudano freddo. Niente paura: lo stato sta correndo in soccorso… dell’industria petrolifera. Il Department of Energy sta programmando un intervento tramite l’acquisto di 5 milioni di barili: è indispensabile per la sicurezza nazionale, che credevi?

Con un andamento che ha sorpreso ogni previsione, il prezzo del petrolio è crollato del 55% nell’ultimo anno apportando enormi benefici ad automobilisti, imprenditori e consumatori. E’ un impressionante esempio di quanto efficacemente i prezzi rivelino informazioni sulla realtà sottostante le risorse di mercato. La tecnologia ha spazzato via le paure selvagge ed infondate di carenze petrolifere: la produzione è ai massimi storici in risposta ad una domanda record. Gli incredibili eventi recenti sono un grande beneficio per i consumatori poiché le spinte al ribasso stanno tenendo a freno i prezzi al distributore. Il mercato ci offre petrolio come mai prima: non sta fallendo, sta invece registrando un successo oltre ogni aspettativa.

Gli “esperti” continuano ad ammonirci su come tale andamento sia solo temporaneo, ma nessuno può dirlo con esattezza: entro la fine dell’anno  potremmo anche vedere il petrolio a 20 $/barile. Il piano di acquisto di stato prevede il conferimento dei nuovi barili presso la Strategic Petroleum Reserve, un’eredità del passsato dalla presidenza Ford. Nelle parole del Department of Energy, essa fa incetta della produzione delle compagnie petrolifere “per proteggere gli Stati Uniti dal rischio di gravi interruzioni nell’approvvigionamento petrolifero tramite l’acquisto, deposito, distribuzione e gestione di scorte petrolifere d’emergenza”. Tuttavia, lungi dal notare un’interruzione nel servizio, stiamo assistendo ad un’offerta petrolifera  maggiore e migliore. Puoi capire dal gergo usato sopra quanto quel programma di stato sia invece tra i più arretrati immaginabili: esso dimostra la più totale incomprensione del funzionamento del sistema di prezzi, cioè del meccanismo che segnala carenze o surplus di mercato. I prezzi coordinano l’interesse di acquirenti e venditori trasmettendo informazioni reali sulla scarsità delle risorse sottostanti a un dato prodotto. Prezzi in aumento inviano informazioni sulla domanda e sull’offeta, disincentivando il consumo e promuovendo la produzione. Prezzi in calo a propria volta incoraggiano il consumatori all’acquisto, ed i produttori a diminuire la produzione.

Il sistema dei prezzi funziona davvero, nonostante certi penosi tentativi di pianificazione centralizzata. Il piano di acquisti di stato rappresenta inoltre solo mezza giornata di produzione petrolifera negli Stati Uniti, come se un intervento tanto minuscolo potesse fare la differenza tra prosperità e disastro. Se fosse davvero necessario detenere una riserva strategica di petrolio, non dovremmo allora averne una anche per le carote, la carne di manzo, gli iPad, le scarpe da tennis o l’uva passa? Tenetevi forte: per quest’ultima ne esiste davvero una: la National Raisin Reserve, anacronismo altrettanto bizzarro ereditato dall’era della Grande Depressione e che impone ai produttori di uva passa di destinare allo stato metà del proprio raccolto, al fine di mantenerne alto il prezzo.

La Strategic Petroleum Reserve detiene riserve totali pari a due mesi di produzione petrolifera degli USA, la quale rappresenta solo il 10% della produzione mondiale. Perché non portarla a sei mesi, o un anno? E perché mai solo mezza giornata di produzione? Non vi è alcun criterio razionale dietro a questa decisione. Poniamo che accada davvero una qualche sorta di catastrofe che provochi un blocco della produzione: i prezzi schizzerebbero alle stelle attivando un notevole aumento di produzione petrolifera in tutto il mondo. Poniamo anche che, per ragioni di politica estera, gli USA blocchino qualunque importazione petrolifera ed inizino ad attingere alle proprie riserve: non sarebbe di certo il consumatore a beneficiarne ma lo stato, il quale si preoccuperebbe di inviarle all’esercito ed a tutte le proprie agenzie ritenute essenziali.

In altre parole, questo programma non ha nulla a che fare con te e me, nemmeno in teoria. Per comprendere come una creatura come la SPR possa mai esistere basterà guardare a chi ne beneficia di più: l’industria petrolifera. E’ un mercato protetto, un sussidio alla grande industria proprio come i buoni alimentari lo sono per il settore agricolo. Forse è questo il motivo per cui una simile proposta viene rispolverata proprio ora che i prezzi petroliferi sono in forte discesa: per assistenzialismo di stato all’industria, per altro ben poco velato.

Il programma di sussidio della SPR fu introdotto quando i prezzi del petrolio erano controllati dallo stato e sull’industria petrolifera gravavano forti pressioni finanziarie: la riserva contribuì ad alleviare tale pressione, classico caso di come un intervento di stato ne richieda poi un altro fino a che una certa categoria privilegiata resti soddisfatta del nuovo equilibrio. La SPR fu la classica toppa sopra un “buco del mercato” creato dallo stato. Non si ha più un controllo sui prezzi petroliferi sin dagli ultimi anni ’70, il che rimuove ogni necessità oggettiva di una riserva. Il solo periodo in cui si sono registrate code ai distributori fu quando era presente uno zar che ordinava alle persone quanta benzina acquistare ed a quale prezzo. Le code sparirono dopo la rimozione di tale controllo.

Qual è il danno provocato dalla Strategic Petroleum Reserve? Innanzitutto quello di uno scriteriato spreco di soldi del contribuente. Qualora l’offerta di petrolio fosse davvero carente, il fatto di iniettarne altro proveniente da una riserva di stato attiverebbe nel mercato pressioni al ribasso dei prezzi, riducendo l’incentivo dei produttori ad aumentare la produzione proprio quando ce ne sarebbe più bisogno.

La SPR è un perfetto esempio del pericolo di un qualunque programma di governo: una volta avviato è estemamente difficle liberarsene, indipendentemente da quanto irrilevante il motivo iniziale sia diventato. Eccoci dunque quarant’anni dopo, con significativi aumenti della produzione petrolifera e dell’innovazione nel campo della raffinazione e distribuzione, ma stiamo ancora pagando caro per un piano di accumulo privo di alcun senso dal punto di vista economico. Lo si dovrebbe abolire del tutto, come suggerì Ronald Reagan nel 1980 (prima di cambiare idea e dirsi favorevole ad una sua espansione). In conclusione, si può dire che la SPR assomigli molto al Servizio Postale: esiste solo grazie ad una magica combinazione di ingoranza economca e privilegi di casta.

(Originale: Oil Boom and Governemnt Glut)

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Quando sognavano l’Unione Sovietica

Ven, 20/03/2015 - 09:00

The Austrian School: Past and Present, scritto da Randall G. Holcombe come introduzione alla raccolta di saggi da lui curata, 15 Great Austrian Economists (Ludwig von Mises Institute, 1999), è un saggio molto ricco di informazioni e di spunti. Ho scelto di tradurne alcuni brani significativi, perché è opportuno non dimenticare, oggi, quali siano stati, in un passato ancora prossimo, miti e modelli dei macroeconomisti. Sperando che quel passato non ritorni, in versione anche peggiore, come futuro distopico, visto che tutto fa pensare che il mainstream dei simil-economisti continui a lavorare in quello stesso senso…

Un altro fattore che ha allontanato l’economia Austriaca dal mainstream è stato il dibattito sul calcolo socialista. Nel 1919, poco dopo la formazione dell’Unione Sovietica, Ludwig von Mises, ad un convegno della professione, presentò un articolo dove sosteneva la tesi che le economie a panificazione centrale fossero condannate al fallimento. Mises ha sviluppato la propria idea in opere successi e e ha continuato a difendere la sua tesi fino alla morte, nel 1973. Hayek si è unito al dibattito al fianco di Mises, un’aggiunta di peso; ma la maggior parte degli altri economisti si è ammassata sull’altro fronte, dando vita a quello che è stato chiamato il dibattito sul calcolo economico socialista. L’opinione comune degli economisti di professione era che Mises avesse torto e che la pianificazione centrale non solo fosse praticabile, [ma] che fosse superiore al mercato come metodo di allocazione delle risorse economiche. Mises, il principale portavoce della Scuola Austriaca, è stato identificato con la sua posizione nel dibattito sul calcolo socialista in modo tanto stretto che ha gettato un’ombra su tutta quanta la teoria economica Austriaca. Entro il 1950, qualsiasi economista esprimesse sostegno alla Scuola Austriaca si stava, implicitamente, schierando su quella che era generalmente considerata la posizione perdente nel dibattito. Pochi economisti dell’ambiente accademico erano disposti a farlo.

Entro la metà del ventesimo secolo, la teoria economica si è concentrata sulle condizioni matematiche per l’equilibrio economico, e la politica economica si è concentrata sui modi in cui l’intervento del Governo nell’economia può favorire la prosperità. La teoria Austriaca, con la sua enfasi sui processi di mercato anziché le condizioni di equilibrio, con la sua attenzione per l’attività d’impresa, anziché l’equilibrio concorrenziale sui merci a zero profitti, e con la sua attenzione per l’allocazione delle risorse prodotta dal mercato anziché per la pianificazione governativa, si era spostata ai margini della scienza economica, da una delle forze principali al centro del pensiero economico, qual era stata.

Giunti al 1950, tutto ciò che restava della Scuola Austriaca era Ludwig von Mises, e i suoi studenti alla New York University. Mises e Hayek, i due Austriaci più in vista, erano sempre identificati con la loro ostinazione a credere che le economie socialiste fossero condannate a fallire, la quale li screditava agli occhi della maggior parte dei professori di economia.

[…]

Dal suo nadir a metà del ventesimo secolo, la teoria Austriaca ha continuato a guadagnare visibilità, sia dentro l’accademia sia fuori. F.A. Hayek ha vinto il Premio Nobel per l’economia nel 1974, dando alla Scuola Austriaca attenzione e rispettabilità. A quel punto, un piccolo movimento i rinascita Austriaca, condotto da Kirzner e Rothbard, era già in corso, e il Premio Nobel di Hayek gli ha fornito una spinta in più. Tuttavia, la Scuola Austriaca era sempre banded dal fatto di trovarsi sulla posizione perdente nel dibattito sul calcolo socialista. Nel 1973, l’anno della morte di Mises, Paul Samuelson, altro Premio Nobel per l’economia e uno dei più importanti professori di economia della corrente dominante, sosteneva, nel proprio manuale introduttivo, che, a dispetto del fatto che l’Unione Sovietica aveva circa metà del reddito pro capite USA, il suo sistema economico superiore, basato sulla pianificazione centrale, le assicurava una crescita più rapida. Basandosi su quest’assunto, Samuelson prevedeva che il reddito pro capite nell’URSS potesse raggiungere quello degli Stati Uniti già nel 1990, e quasi certamente entro il 2015.1 Tenete presente che la previsione di Samuelson si trovava in un best-seller, il suo manuale istituzionale per matricole, e che era la linea standard che si insegnava nelle aule universitarie in quel tempo. Chiaramente, il mainstream non aveva accettato le idee della teoria Austriaca.

Ironicamente, il dibattito sul calcolo socialista, che tanto aveva macchiar la reputazione della Scuola Austriaca perché Mises e Hayek rifiutavano di cedere, divenne una delle maggiori vittorie della teoria economica Austriaca dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, seguito dal collasso dell’Unione Sovietica nel 1991. Saltò fuori che Mises aveva ragione, e i ritmici della Scuola Austriaca, che un tempo ne avevano respinte le tesi come fuori del mondo, vennero convertiti, se non in fan, almeno in esploratori curiosi. Economisti che, in un altro momento, avevano scartato la Scuola Austriaca volevano scoprire quali intuizioni avessero portato Mises e una misera manciata di altri ad essere così certo delle loro idee, a dispetto della disapprovazione pressoché unanime degli economisti di cattedra e di carriera.

Mentre il ventesimo secolo si avvicina al termine, molte delle idee che un tempo distinguevano la teoria Austriaca dal mainstream sono, ora, oggetto di indagine da parte degli economisti mainstream. Decenni or sono, i macroeconomisti hanno riconosciuto a necessità di disaggregare le proprie elaborazioni teoriche, scendendo al lavello del comportamento individuale, e gli economisti riconoscono sempre più l’importanza dell’incertezza e dell’informazione imperfetta per il modo in cui gli individui prendono decisioni e i mercati operano. Tuttavia, resta una divisione netta in molte aree; la più ovvia è, forse, la persistente concentrazione del mainstream sulle proprietà matematiche dell’equilibrio, rispetto alla concentrazione degli Austriaci sul processo di mercato.

NOTE

1 Paul A. Samuelson, Economics, New York 1973 (IX ed.), pag. 883.

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Quando è lo stato a seminare malattie.

Mer, 18/03/2015 - 08:00

Conoscete quel vecchio mito sull’industria del confezionamento carni? Nel 1906 Upton Sinclair pubblicò il proprio libro, dal titolo The Jungle, e scandalizzò il paese intero descrivendo gli orrori di quel settore. Esseri umani bolliti in tinozze e spediti al macello; parti di roditori mescolate alla carne, e così via. Di conseguenza, il Federal Meat Inspection Act fu approvato in parlamento ed i consumatori furono salvati da tremende infezioni. La lezione fu che lo stato è necessario per impedire alle imprese alimentari private di avvelenarci tutti coi loro prodotti.

Non solo, ma questo mito è oggi responsabile del largo sostegno all’intervento statale per contrastare l’ebola e dell’attività di ispezione alimentare del Ministero dell’Agricoltura satunitense, della regolamentazione dei medicinali da parte della FDA, della pianificazione centrale sulla produzione alimentare, del Centro per la Prevenzione e Controllo delle malattie e delle legioni di burocrati che ispezionano e certificano le imprese ad ogni piè sospinto. Questo mito è a fondamento della giustificazione addotta dallo stato per intromettersi in ciò che mangiamo e nel modo in cui ci occupiamo della nostra salute.

Tutto si basa sull’assunto implausibile che le persone impegnate nel confezionamento e vendita di un prodotto alimentare non abbiano alcun interesse a che quest’ultimo possa farci male. Basta un solo secondo, tuttavia, per comprendere come una simile idea sia del tutto falsa: in un libero mercato basato sul consumatore, l’attenzione verso il cliente è il miglior criterio di regolazione (il che presumibilmente comprende anche il non volerti uccidere); la reputazione del produttore è un potente strumento di profitto e l’igiene lo è per la reputazione, da molto prima dell’arrivo di Yelp.

Lawrence Reed si è occupato di altri miti sull’industria del confezionamento carni; l’opera di Sinclair non era intesa come resoconto fedele dei fatti: era più una fantasia in forma di sermone socialista. Provocò una levata di voci in favore di una maggiore regolamentazione, ma il vero motivo per cui la relativa norma fu approvata sta nel fatto che i maggiori produttori di carni di Chicago compresero come essa avrebbe messo al tappeto i loro concorrenti. Infatti, le ispezioni sulle carni imposero a questi ultimi costi tali da trasformare quel settore in un oligopolio. Ecco perché i principali sostenitori del disegno di legge furono proprio i maggiori produttori: la normativa ebbe più a che fare col proteggere una elite che col difendere il consumatore.

A proposito di questi retroscena storici, c’è molto altro da sapere sulle giustificazioni addotte dallo stato per intromettersi nel settore sanitario. La norma imponeva ispezioni federali in loco a qualunque ora ed in qualunque impianto produttivo. A quel tempo, i legislatori escogitarono un metodo inaffidabile per l’individuazione di carne guasta: infilzare il campione con una sonda e poi annusarla. Se l’odore era di fresco, l’ispettore avrebbe infilzato la sonda in un altro campione, per poi annusarla di nuovo. Questa procedura era attuata su ciascun campione selezionato all’interno di un impianto.

Nel suo libro The Food-Safety Fallacy: More Regulation Doesn’t Necessarily Make Food Safer (Northeastern University Law Journal, vol. 4, no. 1), Baylen J. Linnekin sottolinea quanto questo metodo ispettivo fosse fondamentalmente difettoso: innanzitutto i patogeni della carne non sono necessariamente rilevabili all’olfatto; si richiede infatti del tempo affinché inizino a far puzzare la carne. Inoltre, essi possono diffondere malattie anche attraverso il contatto: la sonda infilzata nel campione può entrare in contatto con dei batteri e passarli al campione successivo senza che l’ispettore se ne accorga. Tale metodo di ispezione fu certamente responsabile della rasmissione di patogeni da campioni guasti a campioni sani e facendo sì che l’intero stabilimento diventi un ricettacolo di patogeni, invece di isolarli all’interno di un solo campione. Come spiega Linnkin:

In un innumerevole quantità di casi gli ispettori della USDA senza alcun dubbio trasmisero batteri dannosi da campioni di carne contaminati ad altri sani e, di conseguenza, furono direttamente responsabili dell’insorgenza di malattie in un numero imprecisato di statunitensi.

In termini di efficacia nel trasmettere patogeni da carni infette a carni sane, il metodo “pungi e annusa” fulcro del sistema di ispezione carni della USDA fino alla fine degli anni ’90 del XX secolo, fu senza dubbio lo strumento ideale. A ciò si aggiunga il fatto che gli stessi ispettori USDA sin dall’inizio furono critici del protocollo e che la USDA mancò al proprio ruolo di controllore presso centinaia di stabilimenti per quasi tre decenni. Diviene allora piuttosto chiaro come, invece di aumentare la sicurezza alimentare, tale metodo rese il cibo meno sano ed i consumatori meno sicuri.

Sì, hai letto bene: il metodo “pungi e annusa” fu inaugurato nel 1906 e restò in vigore fino agli anni ’90. Lo stesso sito della USDA pubblica il resoconto di un ispettore che suggerì l’abbandono di una pratica, quella realtiva all’ispezione carni, durata più a lungo del regime sovietico.

Quando in ambiente scolastico si parla di sicurezza alimentare, di solito vengono elencati alcuni episodi di scandali alimentari per poi concludere con l’approvazione della normativa in materia. Sembra esserci una generale carenza di curiosità riguardo a quanto avvenne dopo: i legislatori ottennero il risultato cercato? La situazione migliorò? Se sì, fu questo miglioramento dovuto alla normativa in materia, oppure alle innovazioni introdotte dai privati? Oppure la situazione è peggiorata e, in caso sia accaduto proprio questo, possiamo attribuirne la responsabilità agli stessi legislatori? Queste sono le domande che dobbiamo chiederci.

Il motivo per cui pessime pratiche durano nel tempo senza essere rimpiazzate tramite una più efficace sperimentazione è direttamente connesso all’immobilismo della macchina pubblica. Una volta che una norma è in pratica, nessuno può fermarla indipendentemente dal fatto che possa essere assolutamente priva di senso. Ne avete una prova ogni volta in cui vi mettete in coda per i controlli di sicurezza all’aeroporto: l’irrazionalità è tale da lasciare ogni volta a bocca aperta… me e pure gli addetti alla sicurezza! Requisiscono bottiglie di shampoo ma fan passare accendini; a volte sequestrano i cavatappi, altre no. Ti analizzano le mani per verificare che tu non abbia manipolato esplosivi, ma l’improbabilità di un evento simile fa sì che l’addetto stesso riesca a stento a mantenere una faccia seria.

Ogni qualvolta lo stato impone delle regole opera come se avesso impostato il pilota automatico; non ha importanza quanto idiote, dannose, irrazionali o obsolete siano: quelle regole finiscono col surclassare la capacità di ragionamento umana. Quando si parla di sanità, una simile pratica diviene assai problematica: in questo settore della vita nessuno vuole un supervisore impermeabile alle innovazioni ed al progresso, nessuno vuole trovarsi sottoposto ad un regime specializzato nel seguire protocolli indipendentemente dalla loro efficacia, invece di migliorarsi avendo un fine concreto in mente.

Questo è il motivo per cui nelle società dominate dallo stato tutto scivola in ibernazione. A esempio, la Cuba di oggi ricorda ancora le illustrazioni degli anni ’50 e la Germania dell’Est dopo il crollo del muro, così come l’Unione Sovietica, ci ha presentato una società tato arretrata. E’ il motivo per cui il servizio postale non riesce a rinnovarsi e la scuola pubblica è ferma agli anni ’70. Una volta introdotto un piano di stato, non lo si schioda più manco quando è evidente il suo fallimento.

La vicenda del metodo “pungi e annusa” nell’industria del confezionamento carni serva da monito contro ogni forma di regolamentazione statale intesa a proteggerci da infezioni, a portarci maggior sicurezza o ad ogni altra cosa. Viviamo in un mondo di continuo cambiamento ed aumentata conoscenza: le nostre vite ed il nostro benessere dipendono da sistemi economici capaci di adattarsi al primo, elaborare la seconda e renderla utile al servizio di bisogni umani. Un’economia di mercato competitiva svolge esattamente questa funzione.

 

(Originale: When the Governement Spreads Diseses: the 1906 Meat Inspection Act)

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Austriaci e neoclassici

Lun, 16/03/2015 - 09:00

In questo lavoro vengono esaminate le principali differenze fra la Scuola Austriaca e la tradizione Neoclassica. Sebbene nelle classificazioni dottrinali più sommarie gli Austriaci vengano incorporati nella scuola Neoclassica, ciò può essere considerato corretto solo relativamente alle origini delle due tradizioni di ricerca, in particolare con Menger. Successivamente le differenze metodologiche si sono accentuate in una misura tale da configurare due orientamenti teorici distinti, e a tratti contrapposti[1].

1) Le scuole classica e neoclassica considerano come soggetto idealtipico l’homo oeconomicus, l’uomo d’affari, il cui obiettivo è la massimizzazione del profitto monetario, o in generale dell’interesse personale inteso in senso strettamente egoistico. Ma questo modello è parziale, e non dà conto ad esempio di una figura centrale come è quella del consumatore, e di un atto fondamentale qual è il consumo; oppure di preferenze diverse dal guadagno monetario, come ad esempio il valore affettivo che un individuo attribuisce ad un determinato bene. L’homo oeconomicus afferra solo una parte dell’uomo, mentre l’uomo agente e la teoria dell’azione umana colgono l’intera dinamica economica.

2) Equilibrio – I neoclassici ritengono che l’economia di mercato sia sempre in uno stato di equilibrio di lungo periodo, senza profitti, perdite e incertezza. La Scuola di Losanna (Walras, Pareto, Schumpeter) si limita a determinare le appropriate grandezze degli elementi del sistema, appunto le condizioni dell’equilibrio.

In fisica “equilibrio” è uno stato in cui un’entità rimane; ma in economia c’è una tendenza verso l’equilibrio, mai uno stato di equilibrio. Gli Austriaci infatti si sono concentrati non sull’equilibrio ma sul processo attraverso il quale il mercato muove verso l’equilibrio; e in questo contesto il tempo diventa un concetto centrale[2]. Gli attori economici, poiché agiscono per uno scopo, per raggiungere un dato stato finale, puntano all’equilibrio; il concetto di azione, di processo, implica lo stato di equilibrio. Ma nel mondo reale questo equilibrio non è mai completamente raggiunto, è sempre modificato, perché cambiano continuamente le determinanti dell’attività economica: valori, risorse, tecnologie, conoscenze, prodotti ecc. Per il semplice fatto che l’uomo agisce, non vi può essere equilibrio.

Le equazioni del modello non contengono informazioni sulle azioni umane, che conducono da uno stato di squilibrio a uno di equilibrio.

La Scuola Austriaca ha sviluppato un’analisi dinamica, dei processi di mercato, non statica.

3) Conoscenza perfetta – La teoria neoclassica ha posto la premessa irrealistica della perfetta conoscenza da parte di tutti gli operatori economici, consumatori, produttori, imprese. Dunque le domande, le offerte, i costi, i prezzi, i prodotti, le tecnologie, i mercati sarebbero completamente noti a tutti. La Scuola delle aspettative razionali ha estremizzato tale tesi asserendo che il mercato, come un’entità reificata onnisciente, possiede la conoscenza delle suddette informazioni non solo relativamente al presente, ma anche al futuro[3].

Secondo l’impostazione prasseologica misesiana, al contrario, la conoscenza del presente, e meno ancora quella del futuro, non è mai perfetta, e il mondo in generale, e il mercato in particolare, sono eternamente caratterizzati dall’incertezza. D’altra parte l’uomo acquisisce la conoscenza, che si spera aumenti nel tempo, delle leggi naturali e delle leggi di causa ed effetto, che gli consentono di scoprire migliori e più numerosi modi di controllare la natura e di conseguire i propri scopi con maggiore efficacia. Per quanto riguarda l’incertezza, è compito dell’imprenditore fronteggiarla assumendo rischi, cercando di conseguire profitti ed evitare le perdite[4].

Per il prasseologo, quindi, l’Uomo Misesiano affronta il mondo conoscendo sicuramente alcune cose del suo mondo e non conoscendone altre. Egli sa con certezza che lui e il mondo, comprese le altre persone e le risorse, esistono; sa che le leggi naturali e le leggi di causa ed effetto esistono; e che tale conoscenza si accresce nel tempo. La sua conoscenza tecnologica sul tipo di beni che soddisferanno i suoi bisogni e sul modo in cui acquisirli aumenta continuamente. Eppure egli vive in un mondo di incertezza, di domande, risorse, prodotti, prezzi e costi futuri incerti, tutti problemi che gli imprenditori affrontano. Nel tempo, gli imprenditori che hanno successo nel sopportare i rischi e nel prevedere il loro specifico futuro conseguiranno profitti ed espanderanno le loro attività, mentre coloro che non sanno sopportare i rischi e prevedono male soffriranno perdite e necessariamente vedranno contrarsi il loro campo di attività. Di conseguenza, gli imprenditori tenderanno a stare attenti e ad aver successo in molte delle loro previsioni.

L’ipotesi di conoscenza perfetta non può dare conto del fatto che i giudizi corretti degli imprenditori sono premiati e quelli sbagliati sono penalizzati, e questa è una spiegazione fondamentale di come i mercati servono le preferenze dei consumatori; in altri termini, l’ipotesi di conoscenza perfetta comporta l’assenza dell’errore da parte dell’imprenditore. Inoltre è cancellata la moneta.

4) Le curve di indifferenza – Esse indicano che combinazioni diverse nel consumo di due beni apportano lo stesso benessere. Nella teoria dell’azione Austriaca l’agente sceglie sempre una soluzione, e compiendo quella scelta rivela la sua preferenza, non è indifferente. L’azione umana consiste nel tentativo di sostituire una condizione peggiore con una migliore, non di passare a una condizione identica a quella di prima: perché fare sforzi per rimanere con lo stesso benessere di prima? Inoltre se un individuo è indifferente fra due alternative, non può scegliere nessuna delle due. L’“indifferenza” non è un criterio utile per l’azione.

L’indifferenza è il concetto centrale nella teoria del valore neoclassica. Mentre per gli Austriaci il valore di un bene è dato dal fine soggettivo (o utilità) che quel bene riesce a far conseguire all’utilizzatore, per i neoclassici è definito in termini di più beni (due beni o due gruppi di beni): il valore di ogni singolo bene è l’ammontare di un altro bene verso cui l’agente è indifferente, per un dato livello di soddisfazione.

Quando i neoclassici determinano la composizione del consumo attraverso la tangenza fra linea del bilancio e curva di indifferenza, e dunque l’uguaglianza fra il rapporto fra i prezzi e il rapporto fra le utilità marginali, utilizzano i prezzi come una proxy per calcolare i valori. Ma il calcolo dei valori è impossibile (v. prossimo punto).

5) Ordinale e cardinale – L’utilità non può essere quantificata attraverso unità di misura (unità estensiva), come si fa per altri settori, come il peso, la lunghezza, la temperatura. Le utilità che si ricavano da opzioni alternative sono grandezze intensive e possono essere messe solo in ordine (decrescente) dal singolo individuo. Ancora più antiscientifica e impossibile è la comparazione delle utilità fra individui diversi. Anche se oggi la stragrande maggioranza della teoria neoclassica afferma di rifarsi a un criterio ordinale, tuttavia la cardinalità riemerge in alcuni pezzi di analisi. Ad esempio, quando si utilizza l’equazione UM1/p1=UM2/p2, ciò vuol dire automaticamente che si sta utilizzando il criterio cardinale, perché se si divide il valore che sta al numeratore, che è utilità, per una qualsiasi altra cosa, significa che esso è inevitabilmente concepito in termini cardinali, di numeri da dividere per altri numeri. Se infatti al numeratore ci fosse una valutazione ordinale, ad esempio il secondo o il terzo, tale circostanza non consentirebbe alcun criterio operativo, cioè non darebbe proprio la possibilità di effettuare la divisione.

Altri esempi di utilizzazione implicita del criterio cardinale: ogni volta che su un grafico cartesiano si pone il reddito sull’asse delle ascisse e l’utilità (totale e/o marginale) sull’asse delle ordinate si sta utilizzando l’utilità cardinale (ciò che avviene nei manuali Musgrave e Varian); quando si presenta un’analisi costi-benefici; quando si fa riferimento alle esternalità; quando si dice che la concorrenza imperfetta è economicamente inefficiente.

Anche l’uso dei miglioramenti paretiani incorre in problemi: non è possibile sapere se una politica ha migliorato il benessere di alcuni senza peggiorare il benessere anche solo di uno; ad esempio, anche una politica che ha aumentato la disponibilità di beni per tutti gli individui potrebbe scontentare gli ambientalisti o gli asceti.

I prezzi di mercato sono gli unici strumenti con cui è possibile calcolare l’efficienza, e dipendono dai giudizi soggettivi di individui che sostengono un costo effettivo per la loro scelta.

6) Continuo o discreto – L’azione umana avviene con modalità discreta, perché gli esseri umani non possono fare differenziazioni infinitesimali. Le curve della matematica, con il loro carattere continuo, non rappresentano l’azione umana. Inoltre conducono a conclusioni errate: ad esempio, quando nel grafico della concorrenza imperfetta si rappresenta la curva di domanda decrescente e la curva dei costi a U, si conclude che il punto di equilibrio è quello a costi medi più alti (figura 1).

                                                             Figura 1

 

 

 

 

 

 

 

Se però la curva dei costi viene rappresentata in una versione non-continua, è possibile che il punto di equilibrio sia quello più basso nella curva (figura 2).

Figura 2

 

 

 

 

 

 

7) Non c’è bisogno che, nella posizione di equilibrio, l’utilità marginale dell’acquirente sia uguale all’utilità marginale del venditore; il beneficio che i due traggono dallo scambio esiste anche se le loro utilità marginali sono diseguali.

8) I neoclassici credono nell’esistenza di “beni pubblici”, gli Austriaci no[5].

 

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Rothbard, M. N., Toward a Reconstruction of Utility and Welfare Economics, in M. Sennholz (a cura di), On Freedom and Free Enterprise: Essays in Honor of Ludwig von Mises, Van Nostrand, Princeton, 1956, pp. 224-262.

Man, Economy and State, Van Nostrand, Princeton, 1962.

Per la citazione del presente saggio: P. Vernaglione, Austriaci e neoclassici, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-neoclassici.doc, 31 luglio 2009.

 Note

[1] Esponenti Neoclassici in senso stretto vanno considerati Walras, Jevons, Marshall, Edgeworth, Wicksteed, Fisher, Pigou. Sul piano metodologico mantengono molte delle opzioni neoclassiche gli esponenti della cosiddetta “sintesi keynesiano-neoclassica”, dominante a partire dalla metà del Novecento.

[2] G.P. O’Driscoll e M.J Rizzo hanno osservato che il tempo dei neoclassici è il tempo “newtoniano”, in cui ci si muove in avanti e indietro, nel passato, nel presente e nel futuro; cioè, nei modelli di equilibrio generale la variabile tempo può alterarsi liberamente (più precisamente, il valore collocato in pedice). Invece il tempo degli Austriaci è un tempo “reale”, che comporta la conoscenza di ciò che è accaduto in passato e l’incertezza sul futuro. G.P. O’Driscoll, M.J. Rizzo, The Economics of Time and Ignorance, Routledge New York, 1996.

[3] Più precisamente, affermano che il mercato possiede una conoscenza assoluta delle “distribuzioni di probabilità” di tutti gli eventi futuri, essendo qualsiasi errore puramente casuale. Ma ciò aggrava solo il problema, perché il concetto di “distribuzione della probabilità” può essere usato solo per eventi omogenei, casuali [indipendenti dal percorso] e indefinitamente replicabili. Ma gli eventi del mondo dell’azione umana sono quasi esattamente di tipo opposto: sono quasi tutti eterogenei, non casuali [dipendenti dal percorso] e difficilmente replicabili. Inoltre, anche nel caso altamente improbabile che tali condizioni si verificassero, le class probabilities [probabilità di classi di eventi] non potrebbero assolutamente essere utilizzate per spiegare o prevedere eventi, che è ciò con cui abbiamo a che fare nella vita umana.

[4] Mises ha incorporato nella sua prasseologia l’utile distinzione di Knight fra rischio assicurabile (come le lotterie, il gioco d’azzardo o la roulette) e incertezza non assicurabile (perché gli eventi sono eterogenei, non casuali e non ripetibili), che grava sull’imprenditore e per la quale egli consegue profitti o soffre perdite. Vedi L. von Mises, Planning for Freedom and other Essays and Addresses, Libertarian Press, South Holland, Ill., 1952, pp. 108-130.

[5] Su questo punto si veda P. Vernaglione, Interferenze coercitive. L’intervento dello Stato, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/intervento-stato.doc, 31 luglio 2009, pp. 8-12.

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La bolla che ha fatto scoppiare il mondo. Cosmologia

Ven, 13/03/2015 - 09:00

The Bubble That Broke The World (Boston, 1932) è, in larga misura, il frutto della rielaborazione di una serie di articoli di Garet Garrett sul Sunday Evening Post, dedicati, ovviamente, al tema della Grande Depressione. Ai miei occhi, la traduzione delle pagine iniziali del volume – parte del capitolo Cosmology of the Bubble – si è imposta quasi come un imperativo categorico, tanto forti, eloquenti ed istruttive suonavano le analogie con il presente. Ma debbo confessare il mio timore che la storia della bolla che non si volle lasciar scoppiare, alla fine, si rivelerà più brutta ancora.

Il Signore dona la crescita, ma l’uomo ha inventato il credito

Le illusioni di massa non sono rare. Insaporiscono la storia dell’umanità. Le caratteristiche dell’allucinazione sono ben note; e così pure la variante improvvisa che prende il nome di “mania” e, generalmente, colpisce un luogo preciso, come la mania dei tulipani in Olanda molti anni fa, o la mania per le azioni ordinarie in un’epoca recente a Wall Street. Ma un’illusione che influenza la mentalità del mondo intero nello stesso momento era, fin qui, sconosciuta. La nostra esperienza in proposito è originale.

Questa è un’illusione che riguarda il credito. E sebbene, data la natura stessa del credito, ci si debba aspettare che una sorta di linea separi le prospettive del creditore e del debitore, in questo caso il fatto assurdo è che, per più di dieci anni, creditori e debitori, insieme, si sono lanciati negli stessi tranelli. Sotto molti aspetti, come si vedrà, la follia di chi prestava ha superato la leggerezza di chi prendeva in prestito.

I contorni di quest’illusione universale possono essere indicati da tre dei suoi tratti caratteristici.

Primo, l’idea che la panacea per il debito sia il credito.

Il debito, nell’ordine di grandezza attuale, è nato con la [Prima] Guerra Mondiale. Senza il credito, la guerra non sarebbe potuta proseguire per più di quattro mesi; con l’aiuto del credito, è andata avanti per più di quattro anni. La vittoria ha seguito il credito. Il prezzo è stato un debito che lascia senza fiato. In Europa, il debito di guerra era sia interno sia esterno. Il debito di guerra americano era soltanto interno. Questa era l’unica nazione che non avesse preso in prestito nulla; non solo non ha preso in prestito nulla, ma, parallelamente allo sforzo bellico proprio, ha prestato au suoi alleati europei oltre dieci billion di dollari. Tanto dovevano i governi europei al Tesoro degli Stati Uniti, oltre ai loro debiti reciproci e verso i rispettivi popoli. Lo strumento scelto dall’Europa per aggredire il proprio debito, sia interno sia esterno, è stato il ricorso al credito. Ha lanciato appelli a questa nazione per somme enormi di credito privato – somme che erano inimmaginabili prima della guerra – decidendo che, a meno che il credito americano non le avesse fornito i mezzi con cui cominciare a liberarsi del fardello del debito, non sarebbe riuscita a liberarsene affatto.

Risultato: Il fardello del debito privato dell’Europa verso questo Paese, oggi, è più grande del fardello del suo debito di guerra; e il debito di guerra, con gli interessi arretrati, è più grande di quanto fosse il giorno in cui è stata firmata la pace. E non si tratta solo dell’Europa. Quando la guerra è finita, il debito era il terrore economico del mondo. Come pagarlo, era il gigantesco problema. E tuttavia, a stento troverete una nazione, a stento una qualsiasi suddivisione di nazione, stato, città, paese o regione che non abbia moltiplicato il proprio debito, dopo la guerra. La sommatoria di quest’incremento è prodigiosa, e una sua percentuale molto alta è costituita dal ricorso al credito per evitare di pagare il debito.

Secondo, una dottrina socio-politica, oggi ampiamente accettata, che muove dalla premessa che la gente abbia diritto a certi miglioramenti nelle condizioni di vita. Se non possono permetterseli subito, cioè se questi miglioramenti non possono essere forniti dalle loro sole risorse, comunque vi hanno diritto, e gliele deve fornire il credito. E affinché ciò non suoni irragionevole, si aggiunge la tesi secondo cui, se la qualità della vita verrà innalzata dal credito, come naturalmente avverrà per un certo periodo, allora le persone diventeranno creditori migliori, clienti migliori, gente migliore con cui vivere e in grado, finalmente, di pagare volontariamente i propri debiti.

Risultato: Probabilmente metà di tutti i governi, nazionali e locali, nell’area della civiltà occidentale è in fallimento o in stato di crisi acuta per aver preso in prestito somme eccessive, seguendo questa dottrina. Essa ha rovinato il credito di Paesi che partivano senza alcun debito di guerra, Paesi che si erano arricchiti a dismisura co il commercio in tempo di guerra, e Paesi creati di sana pianta dalla guerra. Ora, mentre il credito viene meno e la qualità della vita tende a precipitare dalle altezze a cui, per un certo periodo, il credito l’ha sostenuta, tra i politici c’è costernazione. Sentirete dire che è in pericolo il governo stesso. Come farà ad evitare il caos sociale, come farà a sopravvivere, senza l’aiuto del credito? Come farà la gente a vivere nel modo cui si è abituata, e come hanno diritto di vivere, senza l’aiuto del credito? Bisognerà dire loro di tornare ai vecchi sistemi? Non torneranno indietro. Prima si ribelleranno. Fin qui la retorica, a indicare la posizione emotiva. Essa non dice che ciò contro cui la gente minaccia di ribellarsi è il pagamento del debito per il credito che è stato divorato. Quando hanno vissuto per un po’ al di sopra dei propri mezzi, il debito li sommerge. Se si tassano per ripagarlo, questo significa tornare un pochino indietro. Se ripudiano il proprio debito, questa è la fine del loro credito. In tale dilemma, la soluzione ideale, tanto raccomandata perfino al creditore, è ancora più credito, ancora più debito.

Terzo, la tesi che la prosperità è un prodotto del credito, mentre, fin dai primordi del pensiero economico, è stato supposto che la prosperità derivasse dalla crescita della ricchezza e dal suo scambio, e che il credito ne fosse il prodotto.

Questo modo di pensare invertito è stato fondamentale. Ha razionalizzato l’illusione nel suo insieme. Il suo trionfo fittizio più stupefacente è stato nel campo della finanza internazionale, dove è diventato non ortodosso dubitare che, impiegando il debito in grandezze progressivamente crescenti per gonfiare il commercio internazionale, fosse risolto il problema del debito tra le nazioni. Tutti i Paesi debitori avrebbero assolto i propri obblighi verso l’estero grazie ad una bilancia commerciale favorevole.

Un saldo favorevole nel commercio estero di una nazione deriva dal fatto che vende più di quanto compri. Era possibile per le nazioni vendere l’una all’altra più di quanto comprassero l’una dall’altra, in modo che tutte finissero per avere una bilancia commerciale a favore? Certamente. Ma come? Vendendo a credito. Concedendosi reciprocamente il credito con cui comprare l’una i beni dell’altra. Naturalmente, non tutte le nazioni avrebbero avuto la stessa capacità di elargire prestiti. Ciascuna avrebbe dovuto prestare in proporzione ai propri mezzi. In tal caso, questo Paese sarebbe stato il prestatore principale. E lo è stato.

Man mano che il credito Americano veniva elargito alle nazioni d’Europa per importi che oltrepassavano il miliardo all’anno, in nome di una vaga “espansione” del nostro commercio con l’estero, qualche volta veniva posta la domanda: “Dove sta il profitto nel commercio, se, per ottenerlo, devi prestare ai tuoi clienti i soldi con cui comprano i tuoi beni?”.

La risposta era: “Ma, se non prestiamo loro il denaro perché comprino i nostri beni, non possono comprarli affatto. E allora cosa dovremmo fare con la nostra eccedenza di beni?”.

Man mano che diveniva evidente che le nazioni europee stavano impiegando enormi importi di credito Americano per accrescere la capacità di impianti industriali loro analoghi ai nostri, tutto ciò con l’intenzione di produrre una grossa eccedenza di beni a condizioni concorrenziali e venderli all’estero, qualche volta veniva posta un’altra domanda: “Non stiamo forse elargendo all’Europa credito Americano per accrescere la sua eccedenza esportabile di beni simili a quelli di cui noli stessi abbiamo da vendere un’eccedenza in crescita? Non è forse vero che, mediante il credito Americano, stiamo aiutando i nostri concorrenti a collocarsi in una posizione migliore, rispetto ai prodotti Americani, sui mercati mondiali?”.

La risposta era: “Ovviamente è così. Dovete rammentare che queste nazioni di cui parlate come concorrenti vanno viste anche come debitrici. Ci devono una gran quantità di denaro. A meno che non concediamo loro il credito con cui accrescere la loro capacità di produrre eccedenze per l’esportazione, non saranno mai in grado di pagarci il loro debito.”.

Se mai rimaneva qualche dubbio sul punto a cui ci si poteva aspettare che arrivasse una nazione creditrice, è stato risolto da un eminente cervello tedesco, con il dono, tipico della sua razza, di dominare, con la forza della logica, tutte le implicazioni difficili di un’illusione colossale. Si trattava del dott. Schacht, già presidente della Reichsbank tedesca. Stava parlando in questo Paese. E ai Paesi creditori – principalmente questo – egli riservava l’attività di concessione di crediti, attraverso una banca internazionale, ai popoli arretrati del mondo, al fine di spingerli a comprare radio Americane e coloranti tedeschi. In virtù di quest’argomento in favore di una prosperità mondiale senza fine, quale prodotto del credito illimitato elargito al commercio con l’estero, abbiamo concesso  miliardi di credito Americano ai nostri debitori, ai nostri concorrenti, ai nostri clienti, cominciando ad accordare prestiti di qualche rilievo anche alle popolazioni arretrate; abbiamo concesso credito a concorrenti che lo hanno girato ai propri clienti; abbiamo concesso credito alla Germania, che lo ha concesso alla Russia, per consentire alla Russia di comprare prodotti tedeschi, inclusi quelli chimici. Per molti anni, nel commercio estero ha regnato l’estasi. Tutte le curve statistiche che rappresentano la prosperità mondiale salivano come serpenti rampanti.

Risultato: Molto più debito. Un collasso su scala mondiale del commercio estero, di gran lunga il peggiore dall’inizio dell’epoca moderna. I serpenti statistici completamente abbattuti. Un credito che rappresenta molte centinaia di milioni di giornate lavorative bloccato in impianti industriali inattivi sia qui sia in Europa. Sono inattivi perché la gente non può permettersi di acquistarne i prodotti a prezzi che consentirebbero all’industria di pagare gli interessi sul proprio debito. Un Paese potrebbe scordarsi del proprio debito, liberare i propri impianti e inondare i mercati del mondo con beni a basso prezzo, e, grazie a quest’offensiva, eliminare un bel po’ di concorrenza. Ma, naturalmente, questo pensiero balena a tutti, e così, tutti, all’unisono, innalzano barriere tariffarie molto alte l’uno contro i beni dell’altro, per tenerli fuori. Queste barriere tariffarie possono essere viste come reazioni istintive. Probabilmente, preannunziamno una riorganizzazione del commercio mondiale, in cui lo scambio di beni in concorrenza tra loro tenderà a calare mentre quello di beni diversi e non concorrenziali tenderà a crescere. E tuttavia, quasi vi convinceranno che la rovina del commercio eteri sono state le barriere tariffarie in quanto tali, non l’inflazione creditizia, non l’assurdità del tentativo di creare, attraverso il credito, un totale di esportazioni internazionali maggiore della somma delle relative importazioni, in modo tale che ogni Paese potesse avere un saldo favorevole con cui pagare i propri debiti, ma solo in questa maniera stupida, propria di persone che vogliono tutte vendere senza comprare.

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I molti errori di David Ricardo

Mer, 11/03/2015 - 08:30

Questo saggio è un adattamento da “Austrian Perspective on the History of Economic Thought, Volume II” di Murray N.Rothbard.

* * *

Mentre Ricardo riconobbe formalmente come domanda e offerta determinino giorno per giorno il prezzo di mercato, non ne trasse però alcuna conseguenza. …Ricardo giudicò l’utilità come necessaria alla produzione ma non le assegnò alcuna influenza sul valore o sul prezzo; nel ‘paradosso del valore’ considera unicamente il valore di scambio, abbandonando completamente l’utilità. Non solo ma, in modo tanto sprezzante quanto aperto, egli scartò anche qualunque tentativo di spiegare il meccanismo di formazione dei prezzi di beni che non sono riproducibili, cioè di cui non si può aumentare la produzione tramite lavoro. Dunque Ricardo semplicemente rinunciò a spiegare il valore di quei beni, come i dipinti, in numero limitato e non incrementabile. In pratica, Ricardo rinunciò a una spiegazione generale dei prezzi al consumo. Siamo dunque arrivati alla più compiuta teoria ricardiana -e marxiana- del valore-lavoro.

Il cupo mondo di Ricardo

Il sistema ricardiano ora è completo: i prezzi dei beni sono determinati dai loro costi, cioè dalla quantità di lavoro infuso in essi, aggiungendo poi senza troppi complimenti il saggio uniforme di profitto. In particolare, visto che il prezzo di ogni bene è uniforme, esso eguaglierà il costo di produzione sul terreno coltivabile più caro (cioè a rendita zero), ovvero quello marginale. In breve, il prezzo sarà determinato dal costo, cioè la quantità di ore di lavoro sul terreno a rendita zero usato per realizzare il prodotto. Col passare del tempo quindi, e l’aumentare della popolazione, terreni sempre meno produttivi devono essere sfruttati facendo così aumentare sempre più il prezzo del grano. Questo succede perché la quantità di ore di lavoro richieste per produrre il grano continuano ad aumentare, visto che il lavoro si deve applicare su terreni sempre più improduttivi. Di conseguenza, il prezzo del grano continua ad aumentare. Visto che i salari vengono mantenuti precisamente al livello di sussistenza (corrispondente al costo del grano che cresce), a causa della pressione demografica, ciò significa che la quota di salario deve continuare a crescere per tenersi in linea con un prezzo del grano in continua ascesa. Poiché la quota di salario deve continuare a crescere nel tempo, quella di profitto calerà di conseguenza fino a raggiungere un livello stazionario.
La visione di Ricardo è allo stesso tempo cupa e infestata da un presunto conflitto di classe intrinseco al libero mercato. In primo luogo il conflitto è tautologico perché, dato il totale fisso da spartire, si afferma come la quota di entrate di un gruppo possa aumentare soltanto a scapito di quella altrui. Tuttavia, l’aspetto centrale del libero mercato nel mondo reale è che la produzione cresce, dunque allarga la torta da spartire. Secondo problema: se ci concentriamo sui singoli fattori di produzione e su quanto guadagnano, cosa che poi fece la teoria della produttività marginale, (e pure J.B. Say), ogni fattore tende a guadagnare il suo prodotto marginale, e non dobbiamo più preoccuparci delle tanto ventilate leggi, in realtà inesistenti, e dei conflitti nella distribuzione dei redditi tra macro-classi. Ricardo mantenne alta la propria attenzione sul problema, o meglio sui problemi radicalmente sbagliati.

Ricardo porta a Marx

Il conflitto di classe qui in gioco è tuttavia molto più marcato di quanto faccia supporre Ricardo col proprio tautologico approccio macroeconomico. Infatti, se il valore è il solo prodotto delle ore di lavoro diventa facile per Marx, che dopotutto era un neo-ricardiano, reclamare il ritorno ai lavoratori di tutto il valore ‘che appartiene al lavoro’ e che il capitale ha sottratto. La rivedicazione del socialismo ricardiano affinché tutto il prodotto sia restituito alla forza lavoro deriva direttamente dalla teoria ricardiana, anche se ovviamente Ricardo e gli altri esponenti ortodossi della sua dottrina non fecero mai questo salto logico. Ricardo avrebbe ribattuto che il capitale era in un certo senso lavoro “congelato” o “incorporato” in esso; Marx invece fece propria quella rivendicazione, sostenendo semplicemente come tutti i lavoratori impegnati nella produzione del capitale, alias lavoro congelato, dovessero ricevere pieno compenso per quanto prodotto. A ben vedere, nessuno di loro aveva ragione: se infatti concedessimo che nei beni capitali vi sia un qualche cosa di ‘congelato’ dovremmo aggiungere, usando le parole del grande teorico austriaco Böhm-Bawerk, che il capitale è lavoro congelato ma anche terra e tempo. Se dunque la forza lavoro ne ricaverebbe un salario, la terra ricaverebbe una rendita laddove gli interessi (o profitti di lungo termine) sarebbero il prezzo del tempo. Per cercare di mitigare gli imbarazzanti errori della teoria ricardiana del valore-lavoro, aluni analisti hanno di recente affermato (come nel caso di Smith, ma anche di altri più estremi) che Ricardo in realtà non stesse cercando di spiegare le cause ultime del valore e dei prezzi, ma solo di misurare l’andamento del valore nel tempo, considerando il lavoro come misura costante del valore. Ciò tuttavia difficilmente attenua i difetti nell’impianto di Ricardo: al contrario, ai vari errori e capricci di quel sistema aggiunge una novità importante: la vana ricerca dell’inesistente chimera della invariabilità.

La chimera della invariabilità del valore

Poiché il valore varia continuamente e non ci sono costanti, può essere misurata una base fissa di valore rispetto alla quale gli altri valori variano. Perciò, rifiutando la definizione di Say del valore di un bene come il suo potere di acquisto su altri beni scambiati, Ricardo si lanciò alla ricerca dell’entità immutabile, la forza inamovibile:

Un Franco non è misura di valore se non di una pari quantità dello stesso metallo di cui è fatto, a meno che il Franco, e ciò che tramite esso debba essere misurato, possano ricondursi in qualche modo ad un’altra grandezza comune ad entrambi. Questa grandezza secondo me può essere il lavoro, visto che entrambe le cose sono il risultato del lavoro; e perciò il lavoro è una misura comune attraverso la quale sia il loro valore relativo che reale può essere stimato.

Si dovrebbe notare come entrambi i prodotti siano il risultato dell’impiego di capitale, terra, risparmi e imprenditorialità tanto quanto del lavoro, e in ogni caso il loro valore è incommensurabile se non in termini del reciproco potere di acquisto, come aveva postulato Say.

Il conflitto di classe implicito nella teoria del valore ricardiana

Un conflitto di classe ancora più forte di quello già implicito nella teoria del valore-lavoro scaturiva dall’approccio di Ricardo verso i proprietari terrieri e le loro rendite. Secondo tale approccio, queste derivano unicamente dal controllo dei proprietari sui terreni, il che secondo molti dei seguaci di Ricardo costituiva un’ingiusta remunerazione. E continuando, la visione pessimista di Ricardo affermava come la forza lavoro dovesse essere mantenuta a livelli di sussistenza ed i profitti dei capitalisti inevitabilmente ridursi nel tempo. Mentre queste due categorie se la passano male come al solito (la forza lavoro) o sempre peggio (il capitale), gli oziosi e inutili proprietari terrieri continuerebbero ad accaparrarsi le ricchezze del mondo. Le classi produttive soffrono mentre gli sfaccendati signori terrieri, approfittandosi di una risorsa naturale, si arricchiscono alle spalle dei produttori. Se da Ricardo si arriva implicitamente a Marx, in modo ancor più diretto si giunge ad Henry George: lo spettro della nazionalizzazione delle terre o la tassa unica su tutta la rendita terriera provenivano direttamente da Ricardo.

Ricardo ed i proprietari terrieri

Uno dei grandi errori della teoria di Ricardo sta nell’ignorare la fondamentale funzione che svolgono i proprietari terrieri: infatti questi allocano le terre al loro uso più produttivo. Le terre non si allocano da sole; esse devono essere allocate da qualcuno e solo chi ne ricava un ritorno ha l’incentivo o l’abilità di assegnare le varie particelle di terreno al loro uso più profittevole, dunque più produttivo ed economico. Ricardo stesso non giunse mai alle estreme conseguenze di auspicare l’espropriazione delle rendite terriere da parte del governo. La sua soluzione di breve termine consisteva nell’invocare una riduzione della tassa sul grano o addirittura nell’abolire totalmente le leggi sul grano. Le tasse sul grano ne mantenevano alto il prezzo facendo sì che anche terreni meno produttivi fossero adibiti a tale coltivazione. L’abrogazione di quelle leggi avrebbe permesso all’Inghilterra l’importazione di grano a basso costo, rinviando dunque la coltivazione di terreni di qualità inferiore e con più alti costi. I prezzi del grano si sarebbero abbassati per qualche tempo, i livelli salariali di conseguenza sarebbero immediatamente calati mentre gli aumentati profitti avrebbero accelerato l’accumulo di capitale. La deprimente “economia stazionaria” sarebbe così stata allontanata. L’altra azione di Ricardo contro i signori terrieri fu di tipo politico: unendosi in parlamento a Mill ed agli altri Benthamiani radicali nell’invocare riforme democratiche, Ricardo sperava di dirottare il potere politico dalle mani dell’aristocrazia, cioè in pratica i proprietari terrieri, a quelle delle masse popolari.

La logica conseguenza della dottrina ricardiana: la tassa sui terreni

Se Ricardo era tuttavia troppo individualista o timoroso per abbracciare tutte le conseguenze logiche del suo stesso sistema, James Mill era di un’altra pasta e fu il primo grande ‘Georgista’ a chiedere con convinzione ed entusiasmo una tassa unica sulle rendite terriere. Dal suo alto incarico nella Compagnia delle Indie Orientali, Mill si sentì in grado di influenzare le politiche del governo Indiano.
Prima di ottenere quell’incarico Mill ebbe la presunzione di scrivere una estesa Storia dell’india Britannica (1817) senza mai essere stato in quel paese, né conoscendo alcuna delle sue molte lingue. Completamente immerso nella sprezzante convinzione che quello fosse un paese totalmente incivile, Mill auspicò una tassa ‘scientifica’ unificata sulle rendite terriere: da buon ricardiano era infatti convinto che una tale tassa non andasse a incidere sui costi di produzione, e dunque non disincentivasse l’offerta di beni e servizi. Essa non avrebbe dunque avuto effetti negativi sulla produzione, ma solo sui profitti ingiusti dei proprietari terrieri. In pratica, secondo lui una tassa sulla rendita non era davvero una tassa! La tassa sulla terra sarebbe anche potuta arrivare al 100% della produzione derivata dalla diversa fertilità del suolo e lo stato, sempre secondo Mill, avrebbe potuto destinare questa tassa senza costi al miglioramento pubblico e, soprattutto, al mantenimento dell’ordine e della sicurezza in India.

Eppure Ricardo promuoveva il Laissez-Faire

Vediamo ora le dannose implicazioni della visione errata secondo cui gli oneri di produzione, da un punto di vista olistico o sociale, non siano “realmente” un costo. Perché se una spesa non è considerata parte del costo di produzione, allora essa non contribuisce ai fattori di produzione e tale somma può essere quindi confiscata dal governo senza conseguenze negative.
A dispetto della sua visione profondamente pessimista sulla natura e conseguenze del libero mercato, Ricardo stranamente parteggiò per il laissez-faire in modo più netto di Adam Smith.
Probabilmente ciò fu dovuto alla sua convinzione che in ogni caso l’intervento del governo non avrebbe fatto che peggiorare i problemi. La tassazione avrebbe dovuto essere minima, perché in ogni sua forma essa distorce l‘accumulo di capitale e lo allontana dagli impieghi migliori, come nel caso delle tariffe sulle importazioni. Leggi mal scritte e uno stato assistenziale riuscirebbero soltanto ad aggravare le pressioni malthusiane del popolo sui livelli di salario. Da seguace della legge di Say, si oppose poi sia alle misure del governo per stimolare i consumi, sia al debito pubblico. In generale, per Ricardo la miglior cosa che un governo potesse fare per stimolare la produzione era di rimuovere quegli ostacoli alla crescita che il governo stesso aveva posto.

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Adottiamo uno stato sociale hayekiano

Lun, 09/03/2015 - 09:00

L’ultimo numero dell’Econ Journal Watch tratta la correlazione tra supporto per la regolazione economica e le ridistribuzioni dello stato sociale nelle opinioni degli economisti. Daniel Klein si domanda, nel capitolo iniziale del numero, perché esiste un economista che supporta una pesante regolamentazione economica e allo stesso modo supporta anche una forte redistribuzione del reddito?

Come possono esserci i problemi di tassazione progressiva, redistribuzione e di piani governativi universali, così possono esserci – continua – problemi di regolamentazione dell’utilità pubblica, antitrust, protezione dei consumatori, sicurezza del lavoro e degli standard lavorativi, protezione ambientale, regolamentazione finanziaria, regolamentazione assicurativa, controlli dell’uso della terra, regolamentazione del settore abitativo, regolazione dell’agricoltura, del sistema sanitario,  dei trasporti, dell’energia e così via? Una bella domanda. Lui ipotizza che gli economisti siano motivati anzitutto dai loro sentimenti riguardo la “governalizzazione” – una preferenza in genere favorevole o contraria con l’utilizzare il governo per risolvere i problemi che la società affronta.

 Ma, come afferma Andreas Bergh, un altro contributore, non sono convinto che alla fine una delle altre configurazioni sia così sgradevole. Bergh sostiene che uno stato sociale hayekiano sia possibile e probabilmente più invitante di quello suggerito da Klein. Sono d’accordo.

 Probabilmente, la più efficace argomentazione generale contro la regolamentazione è data da Hayek, il quale afferma che in un mondo complesso, le nostre azioni spesso hanno conseguenze inaspettate. Un ordine spontaneo è un sistema non casuale che è il risultato di scelte individuali, non il disegno di un pianificatore centrale. Un linguaggio privo di un ente pianificatore centrale potrebbe essere un esempio, come potrebbe esserlo un’economia di libero mercato.

 Nelle parole di Adam Ferguson, queste sono il risultato dell’azione umana, ma non del disegno umano. Il ragionamento di Hayek è tale perché gli eventi in questo disegno sono stati modellati dalle scelte interne degli individui; ciò che ad un osservatore esterno potrebbe apparire come un’inefficienza o fallimento potrebbe avere una logica nascosta in sé.

 I pianificatori centrali o i legislatori spesso sono privi delle informazioni che servirebbero loro per implementare buone regole e, in contesti in cui le preferenze personali o le innovazioni possano modificarsi nel tempo, essi potrebbero non essere mai in grado di stabilire regole che raggiungano i loro stessi obiettivi.

 Questo ragionamento è stato confermato da un più recente lavoro che ha enfatizzato il valore del riscontro continuo nel processo d’apprendimento (quello che i mercati hanno, ma i regolatori no) e i pericoli nell’imporre lo stesso errore all’interno di un intero sistema. Se pensiamo che il futuro sia sostanzialmente sconosciuto in un mondo complesso, e quindi molti piani sono sbagliati, ma che noi possiamo apprendere dai nostri errori e successi, dovremmo allora augurarci il maggior numero di esperimenti possibile, con altrettanti errori da cui imparare.

 In termini pratici, questo significa che dovremmo avere una predisposizione contro la regolamentazione, anche quella che sembra essere in grado di risolvere i problemi, se previene le persone dallo sperimentare. Ci sono anche rilevanti esempi di tentativi di regolamentazioni con pessimi risultati che peggiorano ulteriormente poiché tutti gli individui sono stati forzati nel commettere lo stesso errore, il che rinforza ancora di più questa predisposizione. Più un sistema è complesso, più dovremmo avere pluralismo di vedute.

 Tutto ciò ha a che fare con l’avere una limitata conoscenza, senza incentivi, in un mondo complesso, anche se, certamente, possono essere mosse, valutando caso per caso, valide obiezioni concernenti gli incentivi contro certe regolazioni.

 Ma questo non ci dice molto riguardo la distribuzione della ricchezza in una società. Per usare la terminologia di Bergh, la redistribuzione potrebbe essere qualcosa di attuabile ammesso un livello relativamente basso di conoscenza. Questo non significa che non possa fallire – certamente può, molto facilmente se è impostato un livello di redistribuzione troppo alto (o troppo basso) – o che il sistema  in sé sia mal costruito.

 La particolare distribuzione di ricchezza in un’economia potrebbe essere un efficiente riflesso di chi è più produttivo, e gli interventi che provano a correggere ciò sono probabilmente destinati a fallire per le stesse ragioni per cui gli altri interventi, disegnati per migliorare l’efficienza di mercato, falliranno.

 Ma potremmo avere anche preoccupazioni non economiche riguardo la distribuzione della ricchezza. Un’economia in cui tutti sono pagati in base alla loro produttività potrebbe essere particolarmente brutale per coloro che non sono molto produttivi e non possono farci nulla. Potrebbe essere auspicabile, per il loro benessere, una redistribuzione del reddito.

 Si potrebbe anche voler redistribuire denaro per incoraggiare un tipo di sperimentazione che porti verso l’innovazione. O, come sostiene Ben, spostare l’attenzione del mercato sul soddisfacimento dei bisogni delle persone improduttive (povere) più di quanto fa attualmente.

 Una buona tesi contro ciò sarebbe che non abbiamo bisogno che lo stato redistribuisca – poichè la carità privata da sola è sufficiente. Ci sono prove a favore di questa posizione, ma, ancora, non abbastanza. Forse un giorno ci saranno e io cambierò idea.

 Fino ad allora, sto con Bergh. Uno stato sociale di tipo hayekiano non permetterebbe quasi alcun tipo di regolazione dell’economia, ma ridistribuirebbe un po’ di denaro per questioni di assistenza. Questo sembra non solo possibile, ma particolarmente auspicabile.

Articolo di Sam Bowman su Adamsmith.org

Traduzione di Filippo Massari

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli

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Il prezzo della moneta. Una disamina critica della teoria dell’interesse di Keynes (parte prima)

Ven, 06/03/2015 - 09:00

The Price of Money è il cap. V di Interest and Usury, la tesi di dottorato in cui padre Dempsey – sotto la guida di Schumpeter, che a lui deve le informazioni sulla Scolastica poi accolte nella Storia dell’analisi economica e divenute così patrimonio comune – mette a confronto le teorie modernedellinteresse (cioè, quelle posteriori a Boehm-Bawerk, da Wicksell in poi) e lanalisi dellusura in tre autori della Seconda Scolastica, Molina, Lessio e de Lugo. Il raffronto presenta un indubbio interesse in sé e per sé, ma mi è parso che questa garbatissima demolizione della Teoria Generale – fin qui, si direbbe, sfuggita anche ad una vera e propria storia dei conati antikeynesiani1 – meritasse di essere tradotta e offerta, per la prima volta, al pubblico italiano. Non so se ammirare di più la capacità, invero stupefacente, di trovare un senso compiuto entro quel volume labirintico o leleganza con cui i punti critici vengono messi a nudo; ma credo che i lettori sapranno apprezzare entrambi gli aspetti.

John Maynard Keynes è con buona probabilità, l’economista più influente di questa generazione. Le sue idee sono conosciute meglio e più discusse tra il pubblico di quelle di qualsiasi altro economista vivente. Ma questa popolarità non è dovuta al nitore del suo stile; la sua prosa non si presta ad essere riassunta in termini chiari e semplici. Termini fondamentali – ad esempio, profitti, risparmi, investimenti – nelle sue opere compaiono con significati esoterici. Secondo Noah Webster, “efficienza” significa “capacità di fare bene qualcosa”. Per Keynes, l’efficienza marginale del capitale non è una questione di capacità produttiva, bensì di aspettative. Esaminate più da vicino, le aspettative si riducono ad una sorta di stato d’animo medio. Uno stato d’animo medio, sprovvisto di una base oggettiva e percettibile che lo determini, è un concetto alquanto elusivo che non viene associato prontamente all’efficienza.

L’ampio raggio delle idee di Keynes non agevola affatto un’analisi accurata: la sua portata supera di gran lunga l’ambito di ciò che padroneggia. In uno dei suoi opuscoli, troviamo affastellate non solo la teoria dei salari e dell’interesse, ma l’intera teoria dei prezzi, in equilibrio e in transizione, con lunghi excursus sull’ammortamento e suoi costi, il ciclo economico, il mercantilismo, e il denaro a scadenza, la filosofia sociale e la politica tributaria. E’ inclusa molta “psicologia”, di pertinenza assai dubbia. Non è inutile osservare che la sua preoccupazione circa la tendenza degli Americani a pensare la stessa cosa nello stesso momento non è stata confermata dalla reazione, qui, ai crittogrammi del suo ultimo libro. Keynes non esita a chiedere ai suoi colleghi economisti di abiurare a molto di quel che hanno appreso: la teoria “classica” è una “teoria assurda”; Marshall aveva ragione a ritenere “inutile” l’analisi di Böhm-Bawerk; Mises, Hayek e Robbins hanno raggiunto “le loro conclusioni invertendo del tutto lordine logico”; gli studi più raffinati sulla teoria dei prezzi sono una “confusione dove nulla è chiaro e tutto è possibile”.2

Il tasso di interesse naturale di Wicksell, che per Wicksell era “essenzialmente variabile” e che, in assenza di innovazione, sarebbe zero, per Keynes è “semplicemente il tasso di interesse che manterrà lo status quo.”.3

Keynes impiega il concetto di “periodo di produzione” nel senso di “unità temporali che occorrono perché si notino i cambiamenti nella domanda di esso [il prodotto] che devono darsi se esso deve presentare la massima elasticità di impiego.”. Questa definizione, egli concede, non è identica a quella corrente, ma gli “sembra” che “incorpori gli aspetti significativi del concetto.”. Tutte queste particolarità sono complicate dal fatto che il libro è stato palesemente scritto in tutta fretta e non rappresenta uno studio integrato con attenzione, ma una serie di osservazioni, connesse in modo vago e di qualità variabile; riassumerlo è un’impresa.

Così, la teoria di Keynes presenta due problemi distinti. Qual è la sua posizione? E che rapporto ha con una qualche “posizione classica” precedente, non accuratamente definita, rispetto a cui egli si considera in disaccordo? Nessuna di queste domande consente una risposta sintetica. Il secondo punto, sebbene sembri molto importante per Keynes, è davvero di scarsa importanza per il nostro scopo e non occorre occuparcene a lungo. Keynes trova due difetti nella posizione classica.

La teoria classica premette che i saggi salariali tendono ad adeguarsi alle condizioni della domanda e dellofferta in modo tale che non può esistere una disoccupazione involontaria, a parte quella dovuta alle fluttuazioni industriali. [] Non esiste alcuna possibilità di chiamare in soccorso della produzione capitale e lavoro che, altrimenti, non sarebbero stati impiegati. Ci possono essere ben pochi dubbi che fino a tempi recenti, in ogni caso per quanto riguarda questo Paese, questa premessa della teoria classica corrispondeva alla realtà dei fatti. Dalla guerra in poi, tuttavia, c’è ragione di credere che i salariati siano riusciti a mantenere le medie dei salari reali più alte di quelle che, nelle presenti condizioni, sono compatibili con il pieno impiego. [] La semplice possibilità rende necessario indagare in proposito [] da un punto di vista più generale di quello che è stato comune fin qui, distinguendo 1) casi in cui la premessa classica si verifica e 2) casi in cui non si verifica.”.4

Questa è una buona esposizione del principale argomento di Keynes contro i “classicisti”, di cui egli considera Arthur Cecil Pigou come il più importante esponente contemporaneo e il principale colpevole. Quale argomento contro la posizione “classica” e Pigou, la citazione che precede avrebbe ben altro impatto se fosse contenuta negli scritti di Keynes, anziché in un’opera, nient’affatto recente, di Pigou.

La teoria classica diventa “una teoria assurda” su un altro particolare importante:

Per il fatto che lassunto che il reddito è costante non è compatibile con lassunto che queste due curve [curva della domanda di capitale e curva dellofferta di risparmio] possano spostarsi luna indipendentemente dallaltra. Quindi, se una di loro si sposta, generalmente cambierà il reddito.”.5

“Lammontare del reddito dei percettori dinteresse dipende dalla quantità delle risorse da loro prestate e dal tasso di sconto, cioè dal tasso di interesse. [] Proprio come linteresse figura in misura maggiore nel valore attuale di una nota di credito a cinque anni che in quello di una nota a un anno, così figura in misura maggiore in una comunità dove il periodo di produzione è lungo e vi è molto capitale rispetto al numero dei lavoratori. Le diseguaglianze di reddito tendono, in questo senso, a divenire più grandi a mano a mano che crescono i redditi totali.”.6

“Forse non è ingiustificato desumerne che c’è una considerevole massa di risparmi al margine. La fissità del tasso di interesse durante un periodo tanto lungo di cambiamenti sorprendenti sia negli usi sia nellaccumulazione del capitale sembrerebbe indicare una causa fissa: un prezzo dofferta marginale a cui il tasso di rendimento, nel complesso, si è adattato. Questo prezzo dofferta, senza dubbio, sarà verosimilmente influenzato, in futuro, dal fatto stesso dellaccumulazione ingente, o almeno da quelle condizioni generali dellindustria e della società che la accompagnano. La crescita del numero di persone che appartengono alle classi agiate, nonché dei loro redditi, fa sì che risparmi e investimenti crescano in volume e richiedano sacrifici minori. Il prezzo di offerta marginale potrebbe scendere, nel corso dei prossimi venti/cinquantanni, ad un tasso intorno al due per cento. [] Laccumulazione procede veloce e promette di continuare a farlo. [] Labitudine allaccumulazione è talmente radicata, tra le classi prospere della società moderna, che sembra che vada per la sua strada, prescindendo dal tasso di interesse.”.7

Questi brani non sono tratti da un saggio polemico di alto livello, ma da un manuale standard molto vecchio e sperimentato. Sebbene il loro autore, Frank W. Taussig, non tragga affatto, da osservazioni del genere, le stesse conclusioni di Keynes, simili citazioni rendono oltremodo improbabile che tutti gli autori precedenti abbiano completamente trascurato la possibilità che l’interesse fosse, almeno in parte, una funzione del livello del reddito, e specialmente della distribuzione del reddito, ad un qualsiasi particolare livello di produzione totale. Brani del genere fanno mettere in dubbio l’asserto che “la teoria classica non si limita a trascurare linfluenza dei cambiamenti nei livelli del reddito, ma implica lerrore formale.”.8 Pertanto, potremo correttamente procedere ad un’esposizione diretta della teoria propria di Keynes, senza preoccuparci dei suoi possibili rapporti con una qualche putativa teoria classica, se non nella misura in cui il metodo di esposizione di Keynes include simili riferimenti. Allora accetteremo la sua illustrazione senza commentarla in punto di esattezza storica.

La posizione di Keynes sul rapporto tra interesse e moneta è esposta in due opere di peso, Trattato sulla moneta, scritto nel 1930, e Teoria generale delloccupazione, dellinteresse e della moneta, scritta nel 1935. Entrambe le opere hanno dato origine ad ampie dispute, in parte per le idee ivi contenute, ma più per gli inviti, rivolti agli economisti, a “cambiarsi i pantaloni” e abbandonare una nebulosa congerie di cose con cui Keynes era stato “allevato”.

La prima di queste opere era uno studio degno di nota, ma non sorprendente. Nelle parti che, in questa sede, ci occupiamo di esaminare, non conteneva nulla di essenziale che non fosse già ben noto ai lettori di Knut Wicksell e Dennis H. Robertson.9 Tra risparmi e investimenti, si esponeva, era possibile una divergenza. Il tasso di interesse che si stabiliva quando erano in parità era il “tasso naturale di interesse”, che tendeva a ristabilirsi. L’espansione dei mezzi di pagamento (in pratica, i depositi bancari) poteva indurre “risparmio forzato” e generare profitti “figurativi”; tali profitti figurativi erano esclusi della definizione di reddito, e fintantoché fosse cresciuta la massa monetaria, prezzi e profitti si sarebbero alzati senza un tetto preciso, à la Wicksell. “In base alla mia stessa definizione, sane condizioni del creditosarebbero, ovviamente, quelle in cui il saggio dinteresse sul mercato fosse uguale al tasso naturale, e sia il valore sia il costo dei nuovi investimenti fossero uguali al volume dei risparmi del momento.”.10 Le proposte pratiche di Keynes erano volte a conservare queste “sane condizioni del credito”. Tasso di sconto, operazioni di mercato aperto e modifica dei requisiti di riserva dovevano essere orchestrati in modo tale da mantenere il flusso di moneta in termini tali che “il livello dei prezzi del prodotto nel suo complesso corrisponda esattamente al tasso monetario di efficienza dei ricavi dei fattori di produzione”.11 Keynes aveva già affermato di intendere “esattamente la stessa cosa con le tre espressioni: 1) reddito della comunità espresso in termini monetari; 2) ricavi dei fattori di produzione; e 3) costo di produzione”,12 escludendo i profitti dai costi come pure da reddito e ricavi. Questo ci lascia con un Trattato fondamentalmente semplice, comprensibile nella struttura, non offuscato dalla grande conoscenza pratica di Keynes su questioni finanziarie né dal suo gusto per uno stile icastico e caustico.

Bernard W. Dempsey, Interest and Usury, Londra 1948, pagg. 88-91

Traduzione di Guido Ferro Canale

Note

1Il riferimento è a M. Skousen (ed.), Dissent on Keynes. A Critical Appraisal of Keynesian Economics, New York – Westport (Conn.) – London 1992, dove padre Dempsey non è menzionato, sebbene il capitolo introduttivo del volume ambisca appunto a passare in rassegna tutte le critiche rivolte alla teoria keynesiana. Questa, probabilmente, è la più incisiva dei primi anni dopo la pubblicazione della Teoria Generale… ma sembra che sia anche, a tutt’oggi, la meno conosciuta.

2 J. M.Keynes,The General Theory of Employment, Interest and Money, pp. 179, 176, 192, 292.

3Ibid., pag. 243.

4Arthur CecilPigou, A Study in Public Finance, London, 1928, pp. 218·220 (corsivi aggiunti).

5General Theory, p. 179.

6Frank W. Taussig, Principles of Economics, New York, 1916, Vol. II, p. 204.

71bid.. pp. 26-27. Le citazioni di Taussig da parte di Keynes sono tratte dalle pagg. 20 e 29: cfr. General Theory, p. 176.

8General Theory, p. 179.

9Questa sede è adatta quanto qualsiasi altra per esprimere rimpianto per il fatto che la posizione di Robertson, benchéparzialmente nota grazie ad una lunga serie di articoli influenti e ad alcune monografie molto brevi, non sia mai stata presentata in uno studio sistematico del tasso di interesse. Che Keynes sia in debito con lui è chiaro; ma un’esposizione completa delle opinioni di un autore con i grandi meriti di Robertson è desiderabile per sé stessa.

10John Maynard Keynes, Treatise on Money, London, 1930, Vol. II, p. 350.

11Ibid., Vol. I, p. 155. [Nell’interpretazione di F.A. Hayek, Contra Keynes and Cambridge: Essays, Correspondence, pag. 139, il concetto di “money rate of efficiency earnings of the Factors of Production” è inteso come rapporto tra total income e total output (E/O, secondo l’algebra propria del Trattato); cfr. amplius ibid. per le considerazioni critiche di Hayek. N.d.T.].

12Ibid., Vol. I, p. 123.

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Hegel ed il Romanticismo

Mer, 04/03/2015 - 08:30

[Questo articolo è un estratto dal secondo volume, capitolo 11, di An Austrian Perspective on the History of Economic Thought (1995). Un file audio MP3 di questo capitolo, letto (in inglese) da Jeff Riggenbach, è disponibile a questo indirizzo.]

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G.W.F. Hegel, purtroppo, non fu un’aberrante e bizzarra forza nel pensiero europeo, ma soltanto  il contorto e ipertrofico esempio, forse il più influente, di ciò che deve essere considerato il paradigma dominante della sua epoca: il tanto celebrato Romanticismo. In diverse varianti ed in modi differenti gli scrittori romantici della prima metà del XIX secolo, specialmente in Germania e Gran Bretagna, tanto i poeti e  romanzieri quanto i filosofi, erano dominati da un simile creazionismo e da una simile escatologia. Potremmo appellarci ad essa come al mito “dell’alienazione e del ritorno” o “del riassorbimento”.

Dio creò l’universo dall’imperfezione e dalla necessità, separando così l’uomo e le specie organiche dalla precedente unità con sè. Mentre questa trascendenza della creazione, questo Aufhebung [a], ha permesso a Dio e all’uomo, o Dio-uomo, di sviluppare le loro (sue?) capacità e di progredire, una tragica alienazione continuerà fino al giorno in cui, in modo inevitabile e risoluto, Dio e l’uomo si fonderanno in un’unica cosmica massa informe. O piuttosto, se fossimo panteisti come era Hegel, fino a che l’uomo non scoprirà che egli stesso è l’uomo-Dio e l’alienazione dell’uomo dall’uomo, dell’uomo dalla natura e dell’uomo da Dio finiranno mentre tutto viene fuso in un unico grande ammasso senza forma: la scoperta della realtà dell’Armonia cosmica e dunque l’unione con essa. La Storia, che in modo predeterminato  tende verso questo fine, giungerà quindi ad un termine. Nella metafora romantica l’uomo, ovviamente inteso come generico “organismo” e non come individuo, tornerà infine “a casa”. La Storia è quindi una “spirale verso l’alto” che punta alla meta stabilita per l’Uomo, un viaggio di ritorno verso casa ma ad un livello di gran lunga più elevato dell’unità originale con Dio nell’epoca precedente alla creazione.

Il fatto che gli scrittori romantici fossero dominati da questo paradigma è stato brillantemente esposto da uno dei massimi critici letterari del Romanticismo, M.H. Abrams, il quale segnala questa tensione guida nella letteratura inglese che va da Wordsworth a D.H. Lawrence. Abrams enfatizza come Wordsworth abbia virtualmente dedicato la propria intera produzione ad un “argomento eroico” o “altamente romantico”, ad un tentativo di controbattere e trascendere l’epocale poema di Milton incentrato su una visione cristiano-ortodossa dell’uomo e di Dio. In opposizione alla visione cristiana di Milton del Paradiso e dell’Inferno come alternative per ciascuna singola anima, e al secondo avvento di Cristo come momento in cui si porrà fine alla Storia e ci sarà il ritorno dell’uomo in paradiso, l’ideale di Wordsworth mette in campo una propria visione panteistica della spirale verso l’alto della Storia, confluente in una cosmica unificazione e nel conseguente ritorno a casa dell’uomo dall’alienazione.[1] La conclusiva fine del mondo, l’avvento del Regno di Dio, è allontanata dalla  collocazione che la tradizione Cristiana assegna al paradiso per essere invece portata sulla Terra; in tal modo, come tutte le volte in cui la fine del mondo è resa immanente, si creano problemi ideologici, sociali e politici spettacolarmente gravi. O, per usare un concetto di Abrams, la visione romantica costituisce la secolarizzazione della teologia.

I romanzi epici dei greci e dei romani, dice Wordsworth, cantavano delle “armi e degli uomini”, “finora l’unico Argomento ritenuto eroico”. Al contrario, all’inizio del suo grande Paradaise Lost, Milton dichiara: [b]

Onde sorgendo a par del tema eccelso,
Svelare all’uom la Provvidenza eterna
Io possa, e scioglier d’ogni dubbio gli alti
Di Dio consigli e le ragioni arcane.

Wordsworth ora asserisce che il suo tema, che sorpassa quello di Milton in importanza, è stato instillato in lui dai “sacri poteri e facoltà” di Dio, rendendolo capace (presagendo i desideri di Marx) di creare un mondo tutto suo, nonostante egli comprenda, in un inusitato lampo di realismo, che “qualcuno potrebbe definirla pazzia” poiché “passarono in” lui “Genio, Potere, Creazione e la stessa Divinità”. Wordsworth conclude: “Questo è, in realtà, argomento eroico,” un “più sublime tema/Di quel furor che per tre volte intorno/Spinse ai muri di Troia il fero Achille”. Anche altri inglesi come Coleridge, Shelley, Keats e persino Blake, il quale tuttavia cercò di mescolare cristianesimo e panteismo, da fedeli seguaci erano immersi nel paradigma di Wordsworth.

Tutti questi scrittori erano stati immersi nella dottrina cristiana, da cui poterono attingere per creare senza volerlo la loro propria versione eretica e panteistica del millenarismo. Lo stesso Wordsworth era stato educato per diventare un prete anglicano. Coleridge era filosofo e predicatore laico, oltre ad essere stato lì lì per diventare ministro del culto unitario; era un neo-platonico così come seguace dei lavori di Jacob Boehme. Keats era un discepolo dichiarato del programma di Wordsworth, che definiva come il mezzo verso la salvezza secolare. Infine Shelley, sebbene fosse un ateo dichiarato, idolatrava il “sacro” Milton sopra ongi altro poeta ed era costantemente immerso nello studio della Bibbia.
Si dovrebbe inoltre notare che Wordswsorth, al pari di Hegel, era un precoce entusiasta della rivoluzione francese e dei suoi ideali liberali, per poi trasformarsi, una volta disilluso, in uno statalista conservatore ed abbracciare una versione panteista dell’inevitabile redenzione attraverso la Storia.

I romantici tedeschi erano addirittura più immersi nella religione e nel misticismo di quanto lo fossero le controparti inglesi. Hegel, Friedrich von Schelling, Friedrich von Schiller, Friedrich Hölderlin e Johann Gottlieb Fichte erano tutti studenti di teologia, molti dei quali insieme ad Hegel all’Università di Tubinga. Tutti loro tentarono esplicitamente di applicare una dottrina religiosa alle loro filosofie. Novalis era avido lettore della Bibbia, mentre Hegel, dal canto suo, nelle Lezioni di Storia e Filosofia dedicò gran parte delle proprie attenzioni a Boehme, definito da Schelling quale “fenomeno miracoloso nella storia dell’umanità”.

Fu inoltre Friedrich Schiller, mentore di Hegel, a subire l’influenza dello scozzese Adam Ferguson nel denunciare la specializzazione e la divisione del lavoro come forme di alienazione e di frammentazione dell’uomo, e fu ancora Schiller colui il quale, coniando l’esplicito concetto di Aufhebung e la dialettica, influenzò Hegel negli anni ’90 del XVIII secolo.[2]

In Inghilterra, diverse decadi più tardi, il tempestoso scrittore statalista e conservatore Thomas Carlyle rese omaggio a Friedrich Schiller scrivendone la biografia nel 1825. Da allora, gli scritti di Carlyle sono stati permeati da una visione Hegeliana: l’unità è bene e la diversità, o  separazione, è maligna e malata; le scienze, al pari dell’individualismo, sono divisione e smembramento. L’individualità, sbraitava Carlyle, equivale ad alienazione dalla natura, dagli altri e da se stessi; tuttavia, un giorno verrà la svolta, la rinascita spirituale portata da figure che saranno degne di essere ricordate (“grandi uomini”) per cui l’uomo tornerà a casa, ad un mondo amichevole, per mezzo della completa cancellazione,  “l’annichilimento di se stessi” (Selbst-todtung).

Infine, in Passato e Presente (1843), Carlyle applicò la propria visione profondamente anti individualistica (e, si potrebbe anche dire, anti umana) agli affari economici: egli denunciò l’egoismo, l’avidità materiale e il laissez-faire i quali, incoraggiando l’allontanamento reciproco tra gli uomini, avevano condotto ad un mondo “divenuto un qualcosa di inanimato” ed estraneo persino agli altri esseri umani parte di un ordine sociale nel quale “il pagamento in contanti è […] l’unico nesso tra un uomo e l’altro”. In contrapposizione a questo “nesso monetario” metafisicamente malvagio egli pone invece il nesso intimo con la natura e gli altri esseri umani, la relazione dell’”amore”. La scena era pronta per l’avvento di Karl Marx.[3]

 

NOTE:

[a] Aufhebung: sostantivo ted. dal verbo aufheben, che ha duplice significato di «togliere via, eliminare» e di «sollevare, conservare». Con questo termine Hegel esprime il carattere peculiare del processo dialettico, il quale «nega», «supera» un momento, una categoria, ecc. e al tempo stesso lo «eleva» e «conserva» in un ulteriore momento, in un’ulteriore categoria, che quindi ne è l’inveramento e il completamento. La negazione dialettica di un momento ne annulla dunque soltanto l’immediatezza, e in effetti lo riafferma e lo compie in un grado superiore di svolgimento. [Tratto da Treccani, ultimo accesso 30 dicembre 2014] – NdT.

[b] Traduzione da Il Paradiso Perduto, ultimo accesso 30 dicembre 2014 – NdT.

[1] M.H. Abrams, Natural Supernaturalism: Tradition and Revolution in Romantic Literature (New York: Norton, 1971). La rappresentazione di Milton della Caduta e la Seconda Venuta è veramente eloquente e commovente. Sulla perdita dell’Eden: “Addio, felici campi; addio soggiorno/D’eterna gioia.” (traduzione da Il Paradiso Perduto, ultimo accesso 30 dicembre 2014 – NdT). E, sulla Seconda Venuta: “Il tempo tornerà indietro e ci riporterà all’età dell’oro”, “E così alla fine la nostra gioia/Sarà piena e perfetta,/Ma ora comincia …” (traduzione di Adriano Gualandi, dall’ode On the Morning of Christ’s Nativity – NdT).

[2] Riguardo all’influenza esercitata da Schiller su Hegel, Marx e i successivi sociologi in merito all’organicismo e all’alienazione, vedi Leon Bramson, The Political Context of Sociology (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1961), p. 30.

[3] Vedi Abrams, op. cit., nota 17, p. 311.

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Cosa c’è di così preoccupante nella deflazione?

Lun, 02/03/2015 - 09:00

Quando si parla di deflazione, l’economia tradizionale non è più la scienza del senso comune, ma diventa la scienza dell’insensato. La maggior parte degli economisti oggi dice a cuor leggero che “un po’ di inflazione fa bene” e si preoccupano della deflazione. Di certo, nella loro vita personale, questi stessi economisti danno la caccia sui giornali agli ultimi sconti.

Colui che impersona al meglio questa paura di deflazione è Ben Bernanke, ex presidente della Federal Reserve. La sua interpretazione della grande depressione ha largamente influenzato il suo pregiudizio contro la deflazione. È vero che la grande depressione e la deflazione andarono mano nella mano in alcuni paesi; ma, dobbiamo stare attenti a distinguere tra associazione e causa, e a valutare correttamente l’influenza della causa. Un recente studio di Atkeson e Kehoe che prende in considerazione un periodo di 180 anni per 17 paesi, non ha trovato alcuna relazione tra deflazione e depressione. Lo studio ha in realtà trovato un maggior numero di episodi di depressione correlati all’ inflazione che alla deflazione. In questo arco di tempo, 65 episodi di deflazione su 73 non erano correlati alla depressione e 21 depressioni su 29 non erano correlate alla deflazione.

Il principale argomento contro la deflazione è che quando i prezzi cadono, i consumatori rimandano i loro acquisti per approfittare di prezzi ancora più bassi in futuro. Certamente si presume che questo riduca la domanda, il che causerà una caduta dei prezzi ancora maggiore e così via, fino a che si avrà una spirale di deflazione-depressione dell’economia. La direzione della causa è chiara: la deflazione causa la depressione. Si può trovare questo ragionamento in quasi tutte le introduzioni ai libri di testo economici.  La Fed di St. Louis ha recentemente scritto:

Mentre l’idea di prezzi più bassi può sembrare attraente, la deflazione è una seria preoccupazione per diverse ragioni. La deflazione scoraggia la spesa e l’investimento perché i consumatori, che credono che i prezzi scenderanno ancora di più, rimandano gli acquisti, preferendo invece risparmiare e aspettare prezzi ancora più bassi. Una diminuzione della spesa, a sua volta, diminuisce le vendite e i profitti delle imprese, aumentando così la disoccupazione”.

Ci sono diversi problemi in questo ragionamento. Il primo è che, indipendentemente da quanto basso sia il livello dei prezzi dei beni di consumo previsto, la gente continuerà a consumare una certa quantità nel presente e per fare questo ha bisogno di spendere nel presente in investimenti per assicurarsi il flusso di beni di consumo nel futuro. Come si può notare, diversi prodotti tecnologici hanno avuto una domanda notevole, nonostante vivessero in un ambiente deflazionistico. Apple è stata in grado di vendere la sua ultima versione dell’iPhone, nonostante molte persone si aspettassero che lo stesso telefono sarebbe diventato molto più economico in sei mesi.

Il secondo errore di questo ragionamento consiste nel presupporre che noi basiamo le nostre aspettative solo sul passato. I prezzi che calano fanno sì che noi anticipiamo la loro continua caduta. Certo, le nostre aspettative sono basate su una moltitudine di fattori, tra cui i prezzi del passato sono solo unici. Sono sicuro che gli economisti della Fed sono sorpresi che non abbiamo reagito ai tassi d’interesse più bassi, come facemmo dopo la bolla delle dot-com del 2001. Le azioni umane non possono essere semplicemente modellate come si fa con le reazioni delle cavie da laboratorio negli esperimenti di biologia.

Un terzo errore è quello di ignorare che se consumiamo di meno, dobbiamo risparmiare di più. Gli investimenti devono quindi essere più alti. Dunque, l’aumento del risparmio che può portare alla deflazione non riduce la domanda aggregata, ma semplicemente ne altera la composizione. La domanda per il consumo di beni calerà, per essere rimpiazzata dalla domanda per i beni di capitale. Al massimo, questo porterà a crescita e a più beni di consumo nel futuro, siccome l’economia ha più capitale con cui lavorare.

La crescita diminuisce i prezzi: questa è una buona cosa. Il periodo di massima crescita negli Stati Uniti durante il XIX secolo, dal 1820 al 1850 e dal 1865 al 1900, fu associato ad una deflazione significativa. In questi due casi, i prezzi si dimezzarono.

Mi si lasci spiegare questo punto attraverso un esempio molto semplice. Supponiamo di avere 10 matite e 10$. Qual è il prezzo di una matita? Non può essere 2$ dal momento che avremmo matite che rimangono invendute, così il prezzo tenderà a scendere. Non può essere 50 centesimi, poiché le persone avrebbero soldi e niente da comprare. I prezzi ritornerebbero su. Questo porterebbe a un equilibrio in cui le matite verrebbero vendute per 1$ l’una. Ora supponiamo di raddoppiare il numero di matite, così da averne 20 e 10$. Il prezzo scenderà da 1$ a 50 centesimi. Mantenendo il resto inalterato, incluso il denaro a disposizione, il prezzo verrà dimezzato; il calo dei prezzi qui è molto positivo, dato che i nostri dollari ora ci permettono di avere più beni e servizi. Questo riflette la capacità della società di espandere i confini della scarsità. Non potremmo mai conquistare la scarsità, altrimenti tutti i prezzi sarebbero zero, ma i prezzi in caduta mostrano che stiamo vincendo questa battaglia cruciale. Più beni e servizi per tutti è una buona cosa e la deflazione riflette questa abbondanza aggiuntiva.

Ora parliamo della deflazione che causa certe paure in così tanti economisti. Supponiamo che il costo di produzione di una matita sia 80 centesimi. Il tasso di rendimento è del 25 percento. Ora supponiamo che le persone mettano da parte 5$ e conservino il denaro sotto il materasso invece di risparmiarlo. Il prezzo di una matita sarà nuovamente dimezzato, calando da 1$ a 50 centesimi. Se anche il costo di produzione cala a 40 centesimi per matita, allora non c’è problema siccome il tasso di rendimento rimane 25 percento. Quello che gli economisti temono è che i costi di produzione siano vischiosi e non si aggiustino coi prezzi di vendita, così che le aziende producano a 80 centesimi e vendano a 50 centesimi. Questo porta a bancarotta, disoccupazione, e diminuzione delle uscite, così ora produrremmo solo 8 matite, il che causa una maggior accumulo di denaro, più fallimenti e così via. Si capisce il quadro. Per evitare questo, molti economisti raccomandano che il governo stampi 5$, mantenendo il prezzo delle matite immutato a 1$, ed evitando una spirale di deflazione-depressione nell’economia.

Certo, ci sono anche dei grossi problemi in questa breve storia. C’è sempre un certo grado di vischiosità sia nei prezzi di entrata che in quelli di uscita. Non si vorrebbe dover costantemente rinegoziare il proprio salario, né si vorrebbe costantemente controllare il prezzo del biglietto dell’ultimo film. Quindi, ciò che è importante è il ritardo esistente tra i cambiamenti nei prezzi d’uscita e nei prezzi d’entrata. Se il ritardo non è lungo, allora la politica risolutiva descritta sopra potrebbe essere non necessaria e controproduttiva. In più, gli imprenditori sopravvivono attraverso le previsioni del prezzo finale e poi decidendo la quantità di input per essere in grado di trarne profitto. Questo suggerirebbe che il ritardo è probabilmente relativamente breve.

In aggiunta, l’emissione di moneta è distorsiva. Quando la banca centrale aggiunge 5$ al sistema economico, non è neutrale. Inizialmente avvantaggia coloro che ricevono i soldi per primi, il governo e le banche, e penalizza coloro che ricevono i soldi per ultimi, gli stipendiati e i poveri. La stampa di moneta e l’effetto sui prezzi, a questa associato, è l’opposto di quello di Robin Hood, prendere dai poveri per dare ai ricchi. Questi ricevitori iniziali, i ricchi, spenderanno i soldi in una certa maniera, alterando i prezzi relativi nell’economia.

Ora, cosa succede quando l’economia migliora e le persone invertono la loro accumulazione di denaro? Abbiamo adesso 10 matite e 15$. Mantenendo il resto invariato, i prezzi cresceranno da 1$ a 1,50$, a meno che il governo non ritiri i 5$ che ha immesso nel sistema. Se lo fa, questo creerà un altro periodo di prezzi relativi alterati. La cura potrebbe essere peggiore della malattia.

In un mondo con più prodotti, l’inflazione (includendo anche i prezzi degli asset) derivata da un’eccessiva crescita di credito causa cambiamenti nei prezzi relativi che inducono investimenti insostenibili, come quello immobiliare dal 2001 al 2007. La deflazione, nella fase d’assestamento, è un parziale riallineamento di questi prezzi relativi verso quello che la società vuole sia prodotto. La stampa di denaro interferisce semplicemente con questo essenziale processo di pulizia. La soluzione reale è di eliminare la riserva frazionaria e le banche centrali.

L’inflazione è molto peggio della deflazione perché deruba gli stipendiati e i poveri. Le banche centrali sono la causa primaria dell’inflazione e sono la ragione principale dell’aumento delle differenze di reddito, dal momento che i ricchi diventano più ricchi e la classe media sprofonda verso la povertà. Questo andamento è ovvio e crescente dalla scomparsa del sistema Bretton Woods nel 1971 e la sua sostituzione con le valute legali. Il potere della banca centrale dipende dall’abilità di generare inflazione.

Questo è il motivo per cui le banche centrali hanno così generosamente supportato la ricerca economica in così tanti istituti accademici per giustificare le politiche inflazionistiche attuali della banca centrale. La falsa credenza comune che “un po’ di inflazione è cosa buona” è stata presentata dai media e dagli economisti per una ragione. L’inflazione è un furto durante il sonno, siccome dilapida il valore del denaro nei portafogli. Un’inflazione del due percento per 35 anni riduce il valore della moneta nelle tasche di chi la possiede del 50 percento. Almeno il male ha una faccia. Si chiama banca centrale.

Molte volte la deflazione segue un periodo di inflazione causata dalla banca centrale. La deflazione è parte del processo di leva contrario che è necessario dopo una così eccessiva politica della banca centrale. Come gli economisti Austriaci hanno sempre detto, “temete le esplosioni, non l’arresto”. Ritardare la deflazione estendendo una bolla o creando nuove bolle stampando più denaro, ritarda solamente l’aggiustamento, rendendolo molto più doloroso.

La soluzione reale è di porre fine alla riserva frazionaria e alle banche centrali. Un mondo senza riserva frazionaria e banche centrali sarebbe un mondo di dolce deflazione, che sarebbe da accogliere come l’indice di una delle più grandi conquiste dell’umanità: l’aumento degli standard di vita per tutti.

Articolo di Franck Hollenbeck su Mises.org

Traduzione di Filippo Massari

Adattamento a cura di Felice Rocchitelli

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Sab, 28/02/2015 - 09:15

 

 

Di seguito, una lista dei titoli digitali che da oggi i soci Bastiat e Rothbard del Mises Italia potranno richiedere mensilmente come parte dei loro benefici. La lista completa degli e-book scaricabili è disponibile presso questa pagina.

 

1. Liberty.me Books

J. Tucker – Bit by Bit
G. Reisman – Piketty’s Capital
S. Patterson – What’s the Big Deal About Bitcoin?
I. Morehouse – Better off Free
k. Hess – Death of Politics
C. Watner – The Essential Voluntaryist
M. DiBaggio – House of Refuge
M. Villeneuve – The Third Way

2. Liberty Guides 3. Member Books 4. Other Books

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Due facce della stessa moneta svilita

Ven, 27/02/2015 - 09:00

All’inizio della Teoria Generale, Keynes dice che le sue idee verranno senz’altro respinte, perché sono così nuove e rivoluzionarie. Verso la fine dello stesso libro, sembra che se ne sia dimenticato, perché ora dice che sta rivitalizzando le stesse idee vecchie di secoli che, un tempo, aveva scartato, considerandole come gli errori più assurdi. Perlomeno, egli riconosce di star cambiando la propria posizione, benché non spieghi come le sue idee possano essere nuove, rivoluzionarie, e anche vecchie di secoli. Questo viaggia di conserva con la sua descrizione di sé stesso come un membro del “coraggioso esercito di ribelli ed eretici attraverso i secoli”, proprio mentre raccomanda politiche che fanno appello agli istinti più vili – e più rivolti al vantaggio proprio – degli uomini politici; e proprio mentre si gode tutti gli enormi privilegi che derivano dal trovarsi in vetta all’establishment finanziario e politico del tempo. Anche se potrebbe essere vero che, come ha detto lo stoico dell’arte Kenneth Clark, Keynes “non ha mai abbassato la luce dei suoi fari”, non si può certo dire che sapesse guidare su un solo lato della strada. Keynes sarebbe diventato il principale difensore del “capitalismo clientelare”, che è probabilmente l’espressione migliore per descrivere il nostro sistema attuale. Come probabilmente sapete, molti degli scritti di Keynes sono intenzionalmente oscuri, anche se la trama sottostante può essere svelata e disfatta, come ha dimostrato, in maniera così brillante, Henry Hazlitt in The Failure of ‘The New Economics’.

Qual è la vera e propria essenza del keynesismo? Possiamo descriverla nei termini più concisi e semplici, in modo che ognuno possa capire cosa vi sia di sbagliato, e così dissipare la nebbia intellettuale che circonda e protegge il capitalismo clientelare?

A prima vista, potrebbe sembrare che l’essenza del keynesismo sia semplicemente l’infinito contraddire sé stessi cui ho già fatto riferimento. Keynes non è mai stato in un posto solo, né in senso intellettuale né in altro, per lungo tempo.

Per esempio, si scagliava contro l’amore per il denaro. Lo chiamava “il verme… che rode le viscere della civiltà moderna”. Si scagliava contro la speculazione finanziaria, ma speculava avidamente in prima persona. Ad un certo punto, è stato completamente spazzato via e ha dovuto chiedere aiuto a suo padre, un insegnante. Altre due volte, sarebbe potuto essere spazzato via: una di queste è il ’29, che non aveva previsto, l’altra il ’37, che – di nuovo – non aveva previsto.

Il rapporto di Keynes con l’oro è un buon esempio del suo perenne contraddire sé stesso. Nel 1922, ha scritto sul Manchester Guardian: “Se il sistema aureo potesse essere reintrodotto… siamo tutti convinti che la riforma promuoverebbe il commercio e la produzione come nient’altro”. Poco tempo dopo ha descritto l’oro come la “barbara reliquia”. Eppure, proprio mentre chiamava l’oro la “barbara reliquia”, in privato continuava a raccomandarlo come un mezzo per diversificare gli investimenti.

Quando passiamo alla teoria economica di Keynes, forse la più surreale contraddizione in termini era che un asserito eccesso di risparmio – troppa liquidità inattiva, in ipotesi – potesse essere curato inondando l’economia con nuova liquidità, stampata di fresco dal governo. In modo forse ancor più bizzarro, Keynes sostiene che dovremmo chiamare questa nuova liquidità “risparmio”, perché rappresenta un “risparmio” genuino tanto quanto il “risparmio tradizionale”. Vale a dire, il denaro che esce dai torchi governativi non è affatto diverso dal denaro che noi guadagniamo e decidiamo di non spendere.

Tutto questo nuovo “risparmio” entra nell’economia attraverso il meccanismo dei tassi d’interesse bassi. A questo punto, Keynes confonde ulteriormente i suoi predecessori e maggiori, sostenendo che non sono i tassi alti, come si era sempre pensato, bensì i tassi bassi ad accrescere il risparmio… anche se eravamo partiti ipotizzando, in prima battuta, che i risparmi fossero troppi.

Su questo punto, i seguaci di Keynes gli fanno eco perfino oggi. Greenspan, Bernanke e Krugman hanno scritto tutti quanti a proposito di un eccesso di risparmio che si troverebbe alla radice dei nostri problemi, e hanno proposto più denaro e tassi d’interessi più bassi come cura, anche se non chiamano più il nuovo denaro “risparmio genuino”. Preferiscono “quantitative easing” e consimili eufemismi oscuri.

Il keynesiano Gregory Mankiw, uno dei due principali consiglieri nominati da Mitt Romney per i temi economici, ha perfino proposto di far montare l’inflazione dei prezzi dal consumo, per creare tassi d’interesse profondamente negativi, forse addirittura a -6%. In altre parole, aumentare l’inflazione fino al 6% circa, ma mantenere i tassi d’interesse schiacciati intorno allo zero comprando titoli con tutto il denaro che occorre stampare, non importa quanto.

Quest’ultima proposta di tassi di interesse profondamente negativi supera perfino Keynes. La Teoria generale sostiene, in effetti, che i tassi d’interesse potrebbero e dovrebbero essere portati a zero in via permanente (cfr. pagg. 220-21 e 336). Quest’idea di tassi a zero permanenti appare per la prima volta in Proudhon, anche se Keynes non lo riconosce o forse non lo sa, e appare assurda a prima vista. Prestare denaro a tasso zero equivale a regalarlo, ed è difficile capire come possa aver valore qualcosa che viene regalato. Nondimeno, Keynes ha detto che sarebbe stato ragionevole arrivare ai tassi zero (e a dividendi zero) nel corso di una generazione. Con questo termine di paragone, evidentemente lo abbiamo deluso, perché avremmo dovuto raggiungere quest’utopia entro il 1966.

Ma si noti che perfino Keynes non ha proposto tassi d’interesse negativi. L’idea di tassi manovrati fino a restare in terreno negativo mi ricorda un proverbio Yiddish che, mi dicono, si traduce pressapoco così: “Intelligente, intelligente, stupido”. Servono persone molto intelligenti per escogitarla, ma ciò non vuol dire che non sia tumida. Ed è preoccupante che non venga semplicemente dal Presidente Bush o dal Presidente Obama. Nulla che provenga da quelle parti potrebbe sorprendere. Il Presidente Bush ha detto: “Ho abbandonato i princìpi del libero mercato per salvare il sistema del libero mercato”. Il suo successore, Presidente Obama, ha detto, nel suo primo messaggio sul bilancio, che ci stava portando da “un’epoca di prendere in prestito e spendere” ad un’epoca di “risparmiare e investire”. A questo punto, ci siamo ritrovati Mitt Romney, che non solo si affida ad un ex-consigliere di Bush, ma addirittura ad uno che propone tassi d’interesse profondamente negativi. Una persona molto gradevole, potrei aggiungere, ma non uno che ci serve di nuovo a Washington.

Anche questi consiglieri di Romney, naturalmente, credevano nella favola dello stimolo”prendi in prestito e spendi”. Di solito, ci si dimentica che Keynes ci aveva assicurato che ogni dollaro di uno stimolo del genere avrebbe prodotto fino a dodici dollari di crescita, e non meno di quattro dollari. Naturalmente, perfino i keynesiani più ardenti sono stati incapaci di dimostrare anche solo un effetto di un dollaro. Come faceva Keynes a sapere che si sarebbero ottenuti come minimo quattro dollari? Non lo sapeva. Ha detto al governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, che le sue idee erano “una certezza matematica”, ma questo era soltanto un rozzo bluff.

Quel che si può verificare sul piano empirico è che tutto il debito, pubblico e privato, ha generato una crescita sempre minore per decenni. Nei dieci anni successivi al 1959, le cifre ufficiali dicono che si ottenevano 73 centesimi di crescita per ogni dollaro preso in prestito. Arrivati alla Crisi del 2008, si era scesi a 19 centesimi. E secondo me, allora, in realtà, [il ritorno] era già negativo ed è profondamente negativo adesso.

Anziché seguire Keynes e i suoi seguaci giù per tutte queste tane di coniglio [chiara allusione ad Alice nel Paese delle Meraviglie], domandiamoci: c’è un Leitmotiv in quest’assurdità? Sì, c’è. Il Leitmotiv è che i prezzi di mercato non hanno importanza. In un sistema infarcito di paradossi, questo è il paradosso supremo: “Per aggiustare il sistema dei prezzi e dei profitti, dobbiamo sovvertirla. Nessun rapporto di mercato tra prezzi e profitti dev’essere lasciato in pace. Il sistema prezzi/profitti dev’essere pungolato, spinto, tirato in qua e in là, solo per essere lasciato nel caos più totale.”. L’attacco ai tassi di interesse e ai livelli di cambio è particolarmente distruttivo, ma tutta questa folle manipolazione dei prezzi è distruttiva.

E’ dunque questa l’essenza del keynesismo, la sua cieca distruzione del meccanismo dei prezzi, dal quale dipende ogni economia, come ha dimostrato Mises? Sì. Ma potrebbe esserci un’essenza ancor più profonda.

Quando pensiamo agli slogan di Keynes, troviamo che posseggono una caratteristica che è quasi una formula fissa. Si prende una considerazione affermatasi da lungo tempo – per esempio, che l’eccesso di spesa e il debito sono la strada per il fallimento e la rovina – e la si ribalta. No, spesa e debito sono la strada verso la ricchezza.

Per i vittoriani, spendere nei limiti dei propri mezzi ed evitare il debito non erano soltanto princìpi finanziari. Erano princìpi morali. Keynes, che si stava consapevolmente ribellando contro quegli stessi vittoriani, ha descritto il loro “moralismo da quaderno di scuola” come “medioevale [e] barbaro”. Alla sua cerchia di intimi ha detto che “Io resto, e resterò sempre, un immoralista.”.

Ricorderete il famoso ammonimento di Mr. Micawber nel romanzo ottocentesco di Charles Dickens, David Copperfield: “Entrata annuale venti sterline, spesa annuale diciannove, diciannove e sei, risultato felicità. Entrata annuale venti sterline, spesa annuale venti zero e sei, risultato povertà”.

Keynes ha certamente sovvertito quest’idea. In particolare, ha insinuato l’idea molto stramba, ma ora molto prevalente, che saggezza e moralità vecchio stampo sono sorpassate, perfino un po’ ritardate, e, punto ancor più singolare, in conflitto con la scienza. Tutto ciò è assolutamente assurdo, ma permea la nostra cultura. E le stesse persone che predicano onestà e responsabilità fuori del campo economico, per esempio nel mondo in cui trattiamo l’ambiente, non riescono affatto a comprendere che Keynes sta predicando disonestà e insostenibilità nel campo economico.

Così, in conclusione, quando scarnifichiamo il keynesismo fino alla sua essenza, la sua relazione con il capitalismo clientelare diventa perfino più chiara. Il capitalismo clientelare rappresenta sia una corruzione del capitalismo sia una corruzione della morale. A sua volta, il keynesismo rappresenta sia una corruzione della scienza economica sia una corruzione della morale. Capitalismo clientelare e keynesismo sono solo due facce della stessa moneta svilita.

Articolo di Hunter Lewis su Mises Daily, 2 maggio 2013 (e prima su The Free Market, gennaio 2013).

Tradotto da Guido Ferro Canale

 

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La Scuola Austriaca: differenze interne – VI e ultima parte

Mer, 25/02/2015 - 09:00

5. Etica e utilitarismo

Mises è un assolutista epistemologico ma un relativista etico. È kantiano in epistemologia e utilitarista in etica. Un’etica assoluta, oggettiva, non esiste; l’uomo, attraverso l’uso della ragione, non può scoprire un’etica vera, scientifica. I fini ultimi, i valori, sono soggettivi, personali e arbitrari. La ragione può solo stabilire i mezzi migliori per raggiungere i fini (soggettivi e arbitrari). La politica migliore è quella che rende massima l’utilità sociale. La libertà economica va introdotta perché è benefica, non perché è giusta sulla base di un astratto principio di diritto naturale; l’operare della natura non ci consente di ricavare conclusioni sul bene o sul male (L’azione umana e Teoria e storia)[1].

Tuttavia Mises non rinuncia alla difesa del liberalismo. Poiché ciò comporta l’affermazione di alcuni valori e fini ultimi, egli deve riconciliare le sue due posizioni, e cioè 1) la possibilità di pervenire a verità in campo economico ma non in campo etico con 2) la difesa del liberalismo.

Mises cerca la soluzione cercando di dedurre il liberalismo di laissez faire dalla “neutrale” analisi prasseologica. Egli offre due tentativi di soluzione.

1) Il primo è una variante del principio di unanimità: se una data politica conduce a conseguenze (evidenziate dalla prasseologia) che tutti i sostenitori concordano essere cattive, allora anche l’economista value-free è autorizzato a definire quella politica “cattiva”. Ad esempio, i sostenitori di una politica di controllo dei prezzi la sostengono perché ritengono che migliori la situazione economica; la prasseologia dimostra che il controllo di un prezzo produce scarsità, dunque produce un obiettivo diverso da quello voluto dai sostenitori; allora questa politica si può definire “cattiva” proprio dal punto di vista di coloro che l’avevano inizialmente sostenuta. Tutti i sostenitori dei controlli di prezzo, dopo la dimostrazione dell’economista, per Mises devono ammettere che la misura è “cattiva”[2].

Rothbard ha criticato tale ragionamento nei termini seguenti. Come fa il prasseologo (Mises) a sapere che cosa è desiderabile per i sostenitori di quella data politica, cioè a sapere quali sono i motivi per cui l’hanno sostenuta, visto che non è possibile conoscere le loro scale di valori, e a maggior ragione le scale di valori nel momento futuro in cui si verificheranno le conseguenze della misura presa? Il prasseologo o l’economista non può conoscere le scale di valori se non attraverso le “preferenze dimostrate” dalle concrete azioni degli individui (e in questo caso la concreta azione è l’implementazione del controllo di prezzo). Nei termini dell’esempio proposto da Mises, come fa egli a essere sicuro che i difensori dei controlli di prezzo non vogliono le scarsità? Potrebbero essere degli egalitaristi che preferiscono la scarsità perché in tal modo il ricco non può comprare più del povero; oppure intellettuali alla Galbraith che avversano la società opulenta.

Altro esempio: un sindacato ottiene un aumento di salario per i propri membri, e facendo così fa perdere il lavoro a, o impedisce l’assunzione di, un certo numero di lavoratori; dal punto di vista del sindacato questo obbiettivo è soddisfacente, ed è stato conseguito.

Dunque non è vero che tutti i sostenitori dei controlli di prezzo, dopo la dimostrazione dell’economista, devono ammettere che la misura è “cattiva”. Basta che ve ne sia anche solo uno che, dopo la dimostrazione dell’economista, continui a favorire quella conseguenza (la scarsità), e Mises automaticamente nel giudicare quella misura “cattiva” ha introdotto un suo personale giudizio di valore.

C’è anche un altro motivo per cui i sostenitori della misura interventista possono continuare a difenderla anche dopo averne appreso le conseguenze negative, ed è il fatto che possono avere un’alta preferenza temporale, e dunque disinteressarsi del fatto che nel lungo periodo un’imposta o un sussidio determinano consumo di capitale, o un controllo di prezzo la scarsità, perché mirano ai vantaggi di breve periodo (ad esempio, comprare il bene a prezzo più basso); e Mises non può sostenere che il lungo periodo è superiore al breve periodo (cioè che una preferenza temporale è “troppo alta” o “troppo bassa”) senza abbandonare la sua etica soggettivista.

Insomma, è illegittimo dire che in conseguenza di misure stataliste tutti si considerano in condizioni peggiori di prima[3].

2) Nella seconda soluzione, completamente differente, Mises ammette che l’economista in quanto scienziato non può difendere il laissez-faire perché ciò comporta un giudizio di valore, ma in quanto cittadino sì. Dunque Mises, in quanto utilitarista, introduce un unico ristretto giudizio di valore: egli vuole che siano realizzati i desideri della maggioranza degli uomini; la maggioranza degli uomini (non più tutti come nel precedente punto) condivide alcuni obbiettivi funzionali al raggiungimento della felicità: quasi tutti preferiscono la vita alla morte, la salute alla malattia, l’abbondanza alla povertà. Egli quindi, come cittadino, cioè personalmente, desidera che siano conseguiti gli obiettivi della maggioranza, e dunque sceglie il liberalismo, perché la scienza economica dimostra che le politiche liberali conseguono quegli obiettivi; il liberalismo insegna agli individui che condividono questi obiettivi come agire per raggiungerli. Quando si afferma che un controllo dei prezzi è “cattivo” si intende che è cattivo non dal punto di vista dell’economista, ma dal punto di vista di coloro che desiderano l’abbondanza. Coloro che scelgono obbiettivi opposti – gli asceti, o coloro per i quali l’uguaglianza sociale ha più valore del benessere e della libertà – certamente non accettano il liberalismo, e Mises non dice che la scienza economica dimostra che hanno torto.

In questo modo Mises non ha introdotto un giudizio di valore personale specifico (es. la libertà in astratto), ma ritiene di aver introdotto un giudizio di valore ridotto al minimo possibile (procedurale), perché ha sostenuto i desideri soggettivi della maggioranza delle persone.

In questo quadro l’impostazione consequenzialista è da Mises chiaramente esplicitata: l’assioma dell’azione presuppone la libera scelta; il sistema capitalista è superiore a quello socialista perché questo “conduce a una riduzione nella produttività del lavoro” e a una “diminuzione della ricchezza”. La libertà per i liberali era importante non perché essi fossero “a conoscenza dei disegni di Dio e della Natura” ma perché la libera attività economica produce una maggiore ricchezza complessiva. La proprietà privata va difesa non come un “privilegio del proprietario, ma [in quanto] istituzione sociale che genera il benessere e il vantaggio di tutti” [4].

La critica di Rothbard a questa seconda soluzione è incentrata su due argomenti.

1) Non è vero che la prosperità e l’abbondanza sono i soli obiettivi della maggior parte delle persone; la stessa analisi misesiana sulle scale di valori ordinate e sull’utilità marginale decrescente avrebbe dovuto renderlo più consapevole della competizione fra valori e obiettivi diversi. È cioè realistico pensare che si possa costituire una maggioranza di persone che, o per invidia o per ideali egalitaristici, desidera un po’ più di eguaglianza e un po’ meno abbondanza rispetto a quella garantita dal libero mercato. Come utilitarista, Mises non potrebbe obiettare alcunché ad una simile maggioranza.

2) Le critiche generali all’utilitarismo (la maggioranza potrebbe violare i diritti delle minoranze).

Per Rothbard quindi l’approccio utilitarista e relativista all’etica di Mises non è sufficiente a sostenere la libertà, in questo modo non ci sono argomenti per confutare i nemici della libertà. È necessaria un’etica basata su principi assoluti[5].

 In generale, la critica sulle valutazioni etiche nascoste nel ragionamento economico viene estesa da Rothbard alle scuole economiche che basano il loro sostegno al libero mercato su impostazioni utilitariste o positivistiche.

Gli esponenti della Scuola di Chicago sostengono di difendere il libero mercato non sul terreno etico bensì su quello dell’“efficienza”. L’economista pro-libero mercato auspica una situazione in cui tutti gli scambi volontari fra individui siano possibili, dunque legittimi.

Tuttavia, obietta Rothbard, ogni scambio implica uno scambio di titoli di proprietà privata. Dunque, difendere il diritto a effettuare un dato scambio (bene in cambio di un altro bene, che può essere costituito da moneta), significa anche difendere la correttezza, e dunque la giustizia, dei titoli di proprietà esistenti. Ad esempio, nel mio acquisto di un giornale, difendere la legittimità della mia proprietà dell’euro e la legittimità della proprietà della copia del giornale da parte del venditore. Cioè si asserisce implicitamente che è “bene” o “giusto” che io, prima dello scambio, sia proprietario dell’euro e il venditore della copia del giornale. Ma gli economisti non esplicitano mai tale estensione del ragionamento, perché farlo significa adottare un dato sistema etico-politico. Gli economisti hanno quasi sempre considerato tale campo al di fuori della loro disciplina; ma se è così, non possono legittimamente difendere il libero mercato. Ciò può essere dimostrato attraverso un semplice esempio: nel caso precedente, se io avessi rubato il mio euro a una terza persona (o se il giornalaio avesse rubato la sua copia di giornale ad un’altra persona), io non sarei il legittimo proprietario dell’euro, e dunque non avrei il diritto di cederlo in cambio del giornale. Dunque, non solo l’economista non può difendere il libero mercato senza introdurre una teoria della giustizia dei titoli di proprietà; egli non può nemmeno definire, delineare un libero mercato senza tale teoria della giustizia. Perché nel descrivere ed esporre il modello di libero mercato, l’economista sta descrivendo un sistema in cui i titoli di proprietà vengono scambiati, e quindi egli deve anche descrivere ed esporre innanzi tutto come quei titoli di proprietà siano stati conseguiti; cioè deve possedere una teoria della proprietà originaria, di come la proprietà giunge in essere[6].

Un errore simile viene compiuto da James Buchanan con il “Principio di Unanimità”, considerato un criterio avalutativo per l’economista. In base ad esso, una data politica pubblica è legittima (e value-free) se tutti sono d’accordo. Ma tale principio assume implicitamente che tutti i titoli di proprietà esistenti siano giusti. Il che significa che, tornando all’esempio precedente, sarebbe illegittimo sottrarre la copia di giornale al venditore anche se egli l’ha rubata. Ma se il suo titolo è illegittimo, la copia deve essergli sottratta e restituita al legittimo proprietario. Di nuovo, i sistemi etici irrompono inevitabilmente nella discussione.

Anche il Principio di Compensazione, adottato da molti economisti come guida avalutativa a interventi pubblici, è poco solido. Esso assume che sia concettualmente possibile misurare le perdite (in termini di utilità) e compensare così i danneggiati. Ad esempio, l’introduzione di una tariffa protezionistica sullo zinco è “buona” o socialmente utile se coloro che traggono guadagni (incrementi di utilità) dalla tariffa possono ricompensare coloro che ne sono danneggiati e in più rimane ai primi ancora un surplus monetario. Ma l’utilità, entità puramente psichica, non è misurabile e confrontabile, né concettualmente né praticamente. Dunque, nell’esempio precedente, supponiamo che esista anche un solo oppositore della tariffa, il quale dichiara di subire una perdita di utilità così grande in seguito all’introduzione della tariffa (ad esempio perché è un convinto sostenitore del libero mercato) che nessuna somma di denaro potrebbe compensarla. Nessuno potrebbe obiettare, e il Principio di Compensazione è confutato. Ovviamente, non potrebbe essere invocato nemmeno nel caso opposto, per cancellare una tariffa sullo zinco esistente: potrebbe esistere un protezionista convinto che dichiara di subire una perdita psichica enorme e non risarcibile sul piano monetario. Il principio di Compensazione fallisce in entrambi i casi.

Un altro tentativo wertfrei è l’analisi Coase-Demsetz[7].

Un giudizio di valore non esplicitato si presenta anche a proposito della tematica delle esternalità. Si dà per scontato, senza dimostrarlo, che tutte le esternalità debbano essere internalizzate, costringendo i beneficiari a pagare, altrimenti, in seguito al problema del free rider, la produzione del bene è “troppo bassa”. Ma troppo bassa per chi, e in base a quali standard etici? Il concetto “troppo bassa” è un giudizio di valore.

Altro esempio di uso illegittimo di assunzioni di valore implicite in economia è l’asserzione della scuola di Chicago secondo cui bisogna conseguire un livello dei prezzi costante. Il valore di tale obiettivo non è affatto autoevidente e indiscutibile, basti pensare al fatto che è legittimo auspicare prezzi calanti, con conseguenti incrementi del tenore di vita dei consumatori; circostanza possibile con sistemi monetari diversi da quello oggi dominante[8].

6. Sovranità del consumatore

Come detto, indichiamo anche due differenze su punti non essenziali della teoria. Il primo intercorre fra Mises e Rothbard. Per il primo sul mercato esiste la sovranità del consumatore; invece per Rothbard i prezzi e le quantità di equilibrio derivano sempre dall’incontro fra le preferenze dei consumatori e dei produttori, non dall’influenza unilaterale dei consumatori.

7. I bisogni

Su questo punto il dissenso è fra Menger e Mises.

Menger distingue tra bisogni reali e immaginari: i secondi derivano da errori o conoscenze lacunose della realtà; Menger porta come esempi gli utensili usati per realizzare immagini idolatriche, o i cosmetici.

Per Mises questa distinzione è inutile, perché si formano prezzi anche per i beni funzionali al soddisfacimento dei bisogni (presunti) “immaginari”, dunque fanno parte dell’economia come teoria.

Bohm-Bawerk cade in un errore simile: secondo lui la teoria della determinazione dei prezzi dovrebbe essere divisa in due parti: la prima dovrebbe formulare la teoria partendo dall’ipotesi che le persone coinvolte nello scambio hanno come unico motivo il guadagno economico (immediato); la seconda dovrebbe tenere conto dei valori non economici delle persone, l’altruismo, la comodità, l’appartenenza religiosa o razziale ecc.

Mises replica che non c’è bisogno di compiere questa dicotomia. I valori non economici influenzano l’azione umana e si riflettono sui prezzi: la persona che vuole acquistare un bene a prezzo più alto da un amico al tempo stesso consegue due obiettivi “immediati”, acquista il bene e favorisce l’amico; la persona che accetta di acquistare un bene a prezzo più alto sotto casa perché non vuole arrivare al negozio meno caro ma più lontano paga il bene più il risparmio di fatica. In tutto ciò non vi è niente di diverso dall’acquisto di una poltrona per stare più comodi a casa propria, o dall’assunzione di una domestica per i lavori di casa. Se si applica il metodo soggettivistico, le distinzioni fra motivi economici e motivi non economici non hanno senso, e di fatto non sono possibili.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

 [1] M.N. Rothbard, Ludwig von Mises and Natural Law: A Comment on Professor Gonce, in «Journal of Libertarian Studies» 4, no. 2, primavera 1980, pp. 289-297.

[2] L. von Mises, L’azione umana (1949), Utet, Torino, 1959, p. 852.

[3] M.N. Rothbard, Praxeology, Value Judgments, and Public Policy, in E.G. Dolan (a cura di), The Foundations of Modern Austrian Economics, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 89-111; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 78-99. Di converso, è una conclusione non legittima anche sostenere che un’azione è “buona” per il solo fatto di aumentare il benessere degli scambianti. Un caso tipico di introduzione surrettizia di giudizi di valore nel ragionamento economico è l’Ottimo Paretiano: il fatto che due individui dopo un certo scambio stiano complessivamente meglio di prima (senza che nemmeno uno dei due stia peggio) è giudicato, appunto, un esito “ottimo”; cioè dal semplice fatto dello scambio si conclude che esso sia una cosa “buona”. Ma vi potrebbero essere altri individui che, ad esempio, sono invidiosi dei due scambianti, e dunque non si può dire che il benessere “di tutta la società” è sicuramente aumentato. Chi afferma che quello scambio è “buono” deve prima dimostrare che l’invidia è “male”, dunque ha bisogno di una teoria etica, che non può ricavare dall’economia. M.N. Rothbard, Value Implications of Economic Theory, in «The American Economist», primavera 1973, pp. 35-39; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 255-265.

[4] L. von Mises, L’azione umana, cit., pp. 149-150.

[5] M.N. Rothbard, Praxeology, Value Judgments, and Public Policy, cit. pp. 93-96.

[6] Quando Milton Friedman si è confrontato con la questione dei fondamenti filosofici della libertà, ha esplicitato la seguente posizione personale: il valore alla base del mio credo libertario è la tolleranza, a sua volta basato su un atteggiamento di umiltà intellettuale. Non ho diritto di costringere qualcun altro perché non posso essere sicuro di stare dalla parte della ragione e lui del torto (M. Friedman, “Say ‘No’ to Intolerance”, Liberty Magazine 4 no. 6, pp. 17–20; M. e R. Friedman, Two Lucky People, University of Chicago Press, Chicago, 1998). A questa posizione relativista hanno replicato Kinsella, Hoppe e Block. Per Kinsella ciò significa che non possiamo censurare alcune idee perché non possiamo essere sicuri che tali idee siano sbagliate; da cui si ricava che, se potessimo sapere con certezza ciò che è giusto e sbagliato, avremmo il diritto di vietare le azioni immorali, tra cui anche eventuali idee immorali, anche se non rappresentano un’aggressione fisica agli individui o alle loro proprietà (S. Kinsella, “Milton Friedman on Intolerance, Liberty, Mises, Etc.”, in http://blog.mises.org/archives/011004.asp, 9 novembre 2009). Secondo Hoppe è falso affermare che la convinzione nell’esistenza di un’etica razionale implichi intolleranza e autoritarismo, mentre il relativismo garantisca tolleranza e pluralismo. Al contrario, senza valori assoluti “tolleranza” e “pluralismo” sono anch’essi ideologie arbitrarie, e non vi è motivo di accettarli più di quanto non ve ne sia di accettare il cannibalismo o la schiavitù. Solo se esistono valori assoluti, come il diritto alla proprietà di se stessi – cioè solo se la “tolleranza” non è uno qualsiasi della moltitudine di valori tollerabili – allora la tolleranza stessa può essere salvaguardata (H-H Hoppe, “The Western State as a Paradigm: Learning from History”, in Paul Gottfried, ed., Politics and Regimes: Religion & Public Life, Vol. 30, Transaction Publishers, Edison, NJ, 1997). Per Block la tolleranza non può essere il principio base del libertarismo in quanto filosofia politica, perché non consente di dedurre un criterio per fissare le norme giuridiche, in quanto a volte supporta posizioni che rappresentano un’aggressione al corpo o alla proprietà altrui e altre volte no. W. Block, “Milton Friedman on Intolerance: A Critique,” Libertarian Papers 2, 41, 2010, www.libertarianpapers.org.

[7] Sulla quale v. P. Vernaglione, Austriaci e Analisi Economica del Diritto, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-aed.doc, 31 luglio 2009..

[8] M.N. Rothbard, Value Implications of Economic Theory, in «The American Economist», primavera 1973, pp. 35-39; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 255-265.

 

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Perché i servizi del settore privato sembrano costare di più

Lun, 23/02/2015 - 09:00

Immaginate di essere un promettente meccanico che vuole aprire una nuova officina di riparazione auto. La vostra idea è quella di fornire dei servizi di manutenzione di base per i cittadini meno abbienti, a prezzi convenienti, chiedendo per il vostro lavoro il minimo necessario, comprando pezzi di ricambio usati (ma adeguati). Un tale servizio sarebbe perfetto per quelle persone che cercano di far guadagnare alla propria auto un paio d’anni in più – senza niente di eccezionale, mirando soltanto alla pura funzionalità.

Adesso, supponiamo che il vostro vicino voglia aprire anch’egli un’officina, ma usando un diverso modello di business. È riuscito a persuadere l’amministrazione locale che un servizio di manutenzione di base è un diritto umano e che dovrebbe essere fornito a tutti, gratis. Dato che nessuno può offrire a lungo un servizio gratuito, ci sarà bisogno di finanziare in qualche modo questo servizio “gratis”. L’amministrazione ed il vostro vicino escogitano il seguente piano: la prima raccoglierà la “tassa manutenzione auto” da tutto il vicinato, indipendentemente dalle reali necessità delle persone, per poi consegnare il denaro al vostro vicino. Infine, quest’ultimo annuncerà di offrir gratis il servizio a chiunque ne abbia bisogno.

Ciò diventa un problema per voi. Anche se chiedeste solo, diciamo, 15 $ all’ora per il vostro lavoro, comprando i pezzi di ricambio meno costosi in modo che ai vostri clienti costi solo 50$ sostituire il proprio ammortizzatore anteriore, rimarrebbe comunque ben più costoso rispetto agli zero dollari chiesti dal vostro vicino, per un servizio simile.

Potete provare a rendere la vostra attività sempre più conveniente chiedendo meno, ma anche se il servizio fosse fornito gratuitamente, avreste ancora bisogno di comprare i pezzi di ricambio. E, nel lungo periodo, avrete bisogno di una qualche fonte di reddito. Di conseguenza, non potrete fornire il vostro lavoro gratis in eterno.

Quindi, abbassare il prezzo del servizio non vi renderà più competitivi rispetto al vicino. Avrete bisogno di fornire qualcosa di diverso, qualcosa capace di attrarre le persone disposte a pagare per la cura della loro auto. Si può provare ad offrire un servizio base, ma anche una migliore assistenza ai clienti. Per esempio, potreste mostrarvi più gentili rispetto al vostro vicino, fornire un servizio più tempestivo, offrire una garanzia, ecc. ecc.

Ma i vostri clienti sarebbero abbastanza interessati a questi servizi aggiuntivi da pagare, diciamo, 50$ per averli? Magari qualcuno, ma è più probabile che la maggior parte di essi preferirebbe ricevere un servizio inferiore – ma gratuito – che pagare 50$ per un servizio superiore. Ricordate, stiamo parlando delle persone che vogliono la funzionalità pura e semplice. Non saranno molto interessate a degli extra che vorrete offrirgli.

A questo punto, capite come sia necessario focalizzarsi su una diversa clientela. Avrete bisogno di persone che non sarebbero soddisfatte dal servizio offerto dal vostro vicino anche se offerto gratuitamente, persone che guidino auto nuove, che vogliano installare delle nuove parti e che diano anche abbastanza valore alla cortesia ed alla puntualità per pagarle. Di sicuro, questo tipo di servizio sarà più costoso di quello “essenziale” progettato inizialmente. Abbandonate il vostro piano di fornire un servizio di base, per aprire invece un esclusivo negozio di riparazioni che offra servizi di alta qualità, orientati verso clienti potenzialmente molto remunerativi.

Adesso abbiamo due attività di riparazione auto nel vicinato: l’officina del vostro vicino – la quale fornisce un servizio di base gratuito ai clienti, usufruendo però di una tassa ad hoc pagata da tutto il vicinato – e il vostro negozio di riparazioni che fornisce manutenzione superiore verso i clienti più abbienti.

Analizzare dall’esterno questa situazione senza essere a conoscenza del vostro processo decisionale potrebbe far pensare a qualcuno che le officine private sono di per sé più costose e che non hanno interesse nel fornire servizio ai clienti capaci di pagare poco. Questa interpretazione è sbagliata. Conoscere l’invisibile processo decisionale che sta sullo sfondo ci aiuta a capire che l’esistenza di un’attività finanziata tramite le tasse incentiva il proprietario del negozio privato ad abbandonare i propri progetti di fornire servizi meno costosi. Al contrario, decide di occuparsi di un servizio ben più caro. La sua abilità di rimanere a buon mercato è stata impedita dall’esistenza di un concorrente finanziato da soldi pubblici.

Ho usato l’esempio di attività di riparazione, ma la questione non riguarda solo le officine. Il messaggio qui è molto più generale. Possiamo applicare questo ragionamento praticamente ad ogni prodotto o servizio, ottenendo risultati simili. L’esistenza di un servizio di base finanziato dalle tasse sostituisce la fornitura di uno stesso servizio (o di uno migliore) e motiva l’imprenditore privato a concentrarsi su una base di clientela più ricca. Ciò fa apparire i servizi privati naturalmente più costosi, ma si tratta solamente di un’impressione superficiale. Comprendere la logica delle scelte umane che porta a tale risultato ci aiuta a capire perché non dovremmo farci ingannare da questo ragionamento fallace.

Articolo di Predrag Rajsic su mises.org

Tradotto da Alessio Cuozzo

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L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola austriaca (parte terza)

Ven, 20/02/2015 - 09:00

La concorrenza in seno alla classe dirigente e fra diverse classi dirigenti causa una tendenza alla concentrazione crescente. In ciò, il marxismo ha ragione. Ciononostante, la sua falsa teoria dello sfruttamento lo conduce ancora una volta a localizzarne la causa laddove non c’è. Il marxismo crede che questa tendenza sia insita nella concorrenza capitalista. Ora, è casomai finché la gente pratica il capitalismo proprio che la concorrenza non è una forma d’interazione a somma zero. Il primo utilizzatore, il produttore, il risparmiatore, il contraente accordi, non realizzano mai profitti gli uni a spese degli altri. Ovverosia i loro guadagni lasciano le risorse materiali degli altri completamente intatte, ovverosia (come nel caso di ogni scambio contrattuale) implicano in effetti un profitto per entambe le parti. È così che il capitalismo può giustificare accrescimenti di ricchezze in senso assoluto. Ma nel suo sistema, è impossibile pretendere che vi sia una qualunque tendenza alla concentrazione. Per contro, le interazioni a somma zero, caratterizzano non solo le relazioni fra padroni e servi, ma anche fra gli sfruttatori, essi stessi in concorrenza. Lo sfruttamento, inteso come acquisizioni della proprietà non produttive e non contrattuali, può esistere solo laddove ci sia qualcosa da espropriare. Evidentemente, se la concorrenza fosse libera nel business dello sfruttamento, non vi sarebbe più niente da espropriare. Ciò implica che lo sfruttamento necessita di un monopolio su un dato territorio e una popolazione; e la concorrenza fra gli sfruttatori è per sua stessa natura selezionatrice, e deve portare a una tendenza alla concentrazione delle imprese sfruttatrici così come alla centralizzazione in seno ad ogni impresa. L’evoluzione degli Stati, diversamente da quella delle imprese capitaliste, fornisce l’immagine più evidente di questa tendenza: esiste oggi un ben più piccolo numero di Stati che controllano e sfruttano ben più vasti territori che nel corso dei secoli passati. E all’interno di ogni apparato statale, c’era di fatto una tendenza all’accrescimento dei poteri dello Stato centrale a spese delle realtà regionali e locali.  Ciononostante, e per la stessa ragione, abbiamo anche potuto osservare una tendenza alla concentrazione al di fuori dell’apparato dello Stato. E ciò non è avvenuto, come ormai dovremmo intuire facilmente, a causa di una caratteristica del capitalismo, ma perché la classe dirigente (sfruttatrice) ha esteso la sua impresa fino al cuore della società civile attraverso la creazione di un’alleanza fra lo Stato e l’alta finanza, e particolarmente con l’istituzione di un sistema di banca centrale. Se si produce una concentrazione e una centralizzazione del potere dello Stato, è del tutto naturale che queste portino con sè un processo parallelo di concentrazione relativa e di cartellizzazione di banche e industria. Con l’accrescimento dei poteri dello Stato, aumenta anche quello dell’associazione Banca-industria di eliminare o danneggiare i loro concorrenti economici per mezzo di espropriazioni non contrattuali e non produttive. La concentrazione delle imprese è un riflesso della statalizzazione della vita economica.

I primi mezzi dell’espansione del potere dello Stato e dell’eliminazione dei centri di potere rivali sono la guerra e la dominazione militare. La concorrenza fra gli Stati implica una tendenza alla guerra e all’imperialismo. In quanto centri di sfruttamento, i loro interessi sono per loro natura antagonisti. Inoltre, siccome ognuno possiede al suo interno il controllo del fisco e della produzione della falsa moneta, è possibile per le classi dirigenti finanziare guerre imperialiste con i soldi degli altri. Naturalmente, se non dobbiamo finanziarci da soli i rischi che ci prendiamo, se possiamo far pagare agli altri i danni, abbiamo la tendenza a prenderci un po’ più di rischi e ad appassionarci un po’ di più al grilletto. Il marxismo, contrariamente a buona parte della scienza cosiddetta borghese, presenta le cose così come sono: c’è una tendenza bella e buona all’imperialismo nel corso della storia; e le più grandi potenze imperialiste sono chiaramente i paesi capitalisti più avanzati. Però, la spiegazione è una volta di più sbagliata. È lo Stato, in quanto esente da regole capitaliste di acquisizione di proprietà ad essere per natura aggressivo. E l’evidenza storica di una stretta correlazione tra capitalismo e imperialismo contraddice questa affermazione solo apparentemente. È estremamente facile spiegarla ricordando che, per uscire con successo da una guerra tra Stati, un governo deve poter disporre (in termini relativi) di sufficienti risorse. In quanto impresa di sfruttamento, lo Stato è per natura distruttore di ricchezze e di capitale. La ricchezza è prodotta esclusivamente dalla società civile; e più deboli sono i poteri di estorsione dello Stato, più la società accumula ricchezze e capitale produttivo. Così, per quanto possa apparire paradossale a prima vista, più uno stato è debole o liberale e più il capitalismo vi si sviluppa; un’economia capitalista da rapinare rende lo Stato più ricco; e uno Stato più ricco ha sempre più possibilità di successo in guerre espansioniste. È questa relazione che spiega perché in primis gli Stati dell’Europa occidentale, e in particolare la Gran Bretagna, furono i paesi imperialisti dominanti, e perché nel XX sec. questo ruolo è stato preso dagli Stati Uniti.

C’è anche una spiegazione semplice e diretta e una volta di più non marxista a questa osservazione sulla quale i marxisti insistono sempre, che l’istituzione industriale e bancaria figura generalmente fra i difensori più strenui della potenza militare e dell’espansionismo imperiale. Non è perché l’espansione dei mercati capitalisti avrebbe bisogno dello sfruttamento, ma perché lo sviluppo degli affari privilegiati e protetti dagli uomini di stato ha bisogno che questa protezione si estenda anche ai paesi stranieri e che ostacolino allo stesso modo i concorrenti non residenti, se non più di quanto facciano con i residenti, attraverso acquisizioni non produttive e non contrattuali di proprietà. Nello specifico, si sostiene l’imperialismo se promette di portare alla dominazione militare di un paese ad opera di un altro. Di modo che, da una posizione di forza militare, diviene possibile stabilire ciò che possiamo chiamare un sistema di imperialismo monetario. Lo stato dominante utilizzerà il suo potere per imporre una politica di inflazione internazionale coordinata. La sua banca centrale conduce il gioco attraverso la contraffazione, e le banche centrali dei paesi subordinati ricevono l’ordine di impiegare la loro divisa come riserva e produrre inflazione su questa base. In questo modo, così come lo stato dominante in quanto primo favoreggiatore della falsa moneta di riserva, il suo sistema bancario e industriale possono dedicarsi ad una espropriazione quasi gratuita dei proprietari e dei produttori stranieri. Un sistema a doppio strato di sfruttatori si impone ormai alle classi sfruttate dei territori dominati: oltre al loro stato nazionale e alla sua élite, uno stato e una classe di un paese straniero, il che è causa di una dipendenza economica prolungata e una stagnazione relativa dell’economia nei confronti della nazione dominante. È quasta situazione, del tutto non capitalista, che caratterizza Stati Uniti e dollaro e che dà origine all’accusa, del tutto giustificata, di sfruttamento e di imperialismo della moneta americana ad opera degli USA.

Infine, la crescente concentrazione e la centralizzazione dei poteri di sfruttamento portano alla stagnazione economica e creano perciò le condizioni oggettive per la loro caduta, così come l’instaurazione di una società senza classi capace di produrre una prosperità inaudita.

Contrariamente alle affermazioni marxiste, tuttavia, ciò non è il risultato naturale del decorso storico. In effetti, non esiste nulla che assomigli a queste pretese leggi inesorabili della storia così come i marxisti le immaginano. Allo stesso modo non c’è, come credeva Marx, una “tendenza all’abbassamento del tasso di profitto” a causa di un “accrescimento nella composizione organica del capitale” (e cioè, un accrescimento della quantità del capitale fisso in rapporto al capitale variabile). Così come la teoria del valore – lavoro è irreparabilmente falsa, lo è anche l’abbassamento tendenziale del tasso di profitto che ne è dedotto. La fonte del valore, dell’interesse e del profitto non coincide solo con la cessione di lavoro materiale ma molto più in generale con l’azione umana, cioè l’impiego di risorse rare al servizio di progetti di persone che sono costrette dalla preferenza temporale e dall’incertezza (la conoscenza imperfetta). Non c’è quindi alcuna ragione di supporre che i cambiamenti nella “composizione organica” del capitale debbano avere qualche relazione sistematica con cambiamenti nell’interesse e nel profitto.

Ciò che succede è che la probabilità di crisi che stimolino lo sviluppo di un più alto grado di coscienza di classe (cioè le condizioni soggettive per un rovesciamento della classe dirigente) aumenta a causa – per usare un termine caro a Marx – della “dialettica” dello sfruttamento che ho già descritto più sopra: lo sfruttamento distrugge la formazione di capitale. Di modo che, nel corso della concorrenza tra aziende sfruttatrici, cioè fra gli stati, i meno sfruttatori o più liberali tendono a prevalere perché dispongono di più ampie risorse. Il processo imperialista comincia dunque ad avere un effetto relativamente liberatorio sulle società che capitano sotto la sua scure. Un modello di società relativamente più capitalista è esportato verso società relativamente meno capitaliste (cioè più sfruttatrici). Ciò stimola lo sviluppo di forze produttive, favorisce l’integrazione economica, stabilisce un vero mercato mondiale. La popolazione di conseguenza cresce, e le aspettative economiche per l’avvenire raggiungono livelli inauditi. Ciononostante, via via che la dominazione sfruttatrice rafforza la sua influenza,  spariscono progressivamente le limitazioni esterne al potere di sfruttamento e di espropriazione interna dello stato dominante. Lo sfruttamento interno, l’imposizione e la regolamentazione cominciano ad aumentare man mano che la classe dirigente si avvicina al suo obiettivo finale di dominazione mondiale. Si afferma la stagnazione economica e le speranze – mondiali – di miglioramento sono frustrate. E questa situazione, di aspettative elevate e di una realtà economica che smentisce sempre più queste attese, è la situazione classica perché si sviluppi un potenziale rivoluzionario. Compare allora un bisogno disperato di soluzioni ideologiche alla crisi che si annuncia, così come un riconoscimento più consapevole del fatto che la dominazione statale, l’imposizione e la regolamentazione – lungi dall’offrire una soluzione – costituisce in vero il problema stesso cui bisogna far fronte. Se, in questa situazione di stagnazione economica, di crisi e disillusione ideologica, una soluzione positiva è offerta da una filosofia liberale sistematica affiancata dal suo omologo economico (la teoria economica austriaca); se questa ideologia viene diffusa da un movimento attivista, allora le prospettive di un effettivo infiammarsi di questo potenziale rivoluzionario divengono oltremodo promettenti e favorevoli. Le pressioni antistatali prenderanno vigore e indurranno una tendenza irresistibile allo smantellamento del potere della classe dirigente e dello stato quale strumento del suo sfruttamento.

Se ciò avrà luogo, e nella misura in cui si farà, non significherà – contrariamente al modello marxista – la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Infatti, la proprietà “sociale” non è solo inefficace, come abbiamo visto; è anche incompatibile con l’idea che lo stato possa mai “deperire”. Poiché, se i mezzi di produzione sono posseduti collettivamente, e se supponiamo, il che è realista, che le idee di tutti in quanto all’impiego di questi mezzi non coincideranno sempre (il contrario sarebbe un miracolo), allora saranno proprio i fattori di produzione socialmente posseduti ad avere bisogno di un intervento perpetuo dello stato, cioè di un’istituzione che possa imporre con la forza la volontà di qualcuno su qualcun’altro. Al contrario, il deperimento dello stato, e con lui la fine dello sfruttamento e l’inizio della libertà, così come una prosperità economica senza precedenti, implica l’avvento di una società di pura proprietà privata senz’altra regola che non sia quella del diritto privato.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe apparso in origine su Journal of Libertarian Studies, vol. IX, n°2, autunno 1990; poi ripreso come capitolo 4 di The Economics and Ethics of Private Property (Boston, Kluwer Academic Publishers, 1993).

Tradotto da Fabio Lazzarin e qui ripreso per gentile concessione di Libreria del Ponte

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La Scuola Austriaca: differenze interne – V parte

Mer, 18/02/2015 - 09:00

4. Teoria della conoscenza: kantismo e aristotelismo

L’approccio prasseologico di Mises è neokantiano, quello di Rothbard tomista.

Mises cerca di ristabilire i fondamenti filosofici razionalistici, stando dalla parte di Leibniz e Kant contro Locke e Hume. Quando Locke afferma “niente è nell’intelletto che prima non è stato nei sensi” Leibniz risponde “eccetto l’intelletto stesso”.

Sul piano epistemologico, la prasseologia di Mises è influenzata da Kant, ma solo per le classificazioni fra proposizioni analitiche, sintetiche, a priori e a posteriori, e in particolare per l’asserzione che esistono anche proposizioni sintetiche vere a priori[1]. Mises ha risolto il problema del come possiamo conoscere le verità a priori, che Kant aveva lasciato insoluto.

Il problema è il seguente: come si fa a stabilire la verità di tali proposizioni se la logica formale non è sufficiente e le osservazioni non sono necessarie? La risposta di Kant è che la verità deriva da assiomi materiali auto-evidenti. Auto-evidenti significa che non si possono negare senza essere in contraddizione; cioè il tentativo di negarli rappresenta un’ammissione implicita della loro veridicità. Questi assiomi si ricavano non dall’esperienza, ma dalla riflessione su noi stessi in quanto soggetti pensanti; la ragione umana comprende che tali verità devono essere necessariamente nel modo in cui sono. Però per Kant tali proposizioni sintetiche a priori sono solo asserzioni sul funzionamento della mente umana e nient’altro; per Mises molto di più: sono asserzioni sulla realtà esterna. Ed è il concetto di azione a offrire il ponte fra la mente e la realtà esterna.

Le verità di tali proposizioni non sono semplicemente categorie della nostra mente, perché tali categorie sono fondate sulle categorie dell’azione. L’essere categorie dell’azione elimina il rischio che vi sia una distanza fra il mondo mentale e quello reale; cioè la mente non si inganna nel dichiarare alcune verità (proposizioni sintetiche a priori), perché è attraverso l’azione che la mente e la realtà entrano in contatto.

Mises, in accordo con l’epistemologia kantiana, considera l’assioma fondamentale una legge del pensiero e quindi una verità categoriale a priori rispetto ad ogni esperienza, perché, come la legge di causa ed effetto, è parte del carattere necessario della struttura logica della mente umana. Cioè, la realtà può essere colta solo attraverso la mente, che è fatta in un determinato modo. (Per Rothbard la realtà è, a prescindere.) Pensare e agire sono caratteristiche tipiche ed esclusive dell’uomo. Esiste solo una logica che è intellegibile per la mente umana, e un solo modo d’azione che è umano e comprensibile alla mente umana. Per la mente umana concepire relazioni logiche in contraddizione con la struttura logica della nostra mente è impossibile; così come un modo d’azione le cui categorie differiscano da quelle dei nostri modi d’azione. La struttura logica della mente umana è definibile a priori. Le relazioni logiche fondamentali non possono essere soggette a prove o confutazioni, perché ogni tentativo volto a provarle deve presupporre la loro validità. Esse sono proposizioni primarie antecedenti a ogni definizione reale o nominale. La mente umana è incapace di immaginare categorie logiche in contraddizione con tali relazioni logiche. Esse sono i prerequisiti della percezione, della conoscenza, dell’esperienza. La mente umana non è una tabula rasa su cui gli eventi esterni scrivono la propria storia; è equipaggiata con un set di strumenti (la sua struttura logica) necessari per comprendere la realtà. L’uomo ha acquisito questi strumenti nel corso della sua evoluzione dallo stato di ameba allo stato presente; ma questi strumenti sono logicamente antecedenti a qualsiasi esperienza. La struttura logica della mente dell’uomo primitivo è identica a quella dell’uomo contemporaneo; il contenuto dei pensieri è diverso.

La struttura logica della ragione umana, e quindi le categorie del pensiero e dell’azione sono immutabili e universali. L’idea che A potrebbe essere al tempo stesso non-A o che preferire A a B potrebbe comportare allo stesso tempo il preferire B ad A è inconcepibile e assurda per la mente umana. Non possiamo pensare a un mondo senza la causalità e la teleologia.

Le categorie del pensiero e dell’azione umana – le relazioni logiche fondamentali – sono comuni a tutta l’umanità, indipendentemente dalla classe o dalla razza. Non sono convenzioni, ma fatti biologici che hanno una funzione precisa nella lotta dell’uomo per l’esistenza. Sono adeguate alla struttura della realtà, rivelano questa struttura alla mente umana e, in questo senso, per l’uomo sono fatti ontologici di base. È impossibile dimostrare la validità delle fondazioni a priori della logica e della prasseologia senza riferirsi alle fondazioni medesime; la ragione è un dato ultimo e non può essere messa in discussione da se stessa; l’esistenza della ragione umana è un fatto non-razionale.

In sintesi: la mente impone determinate forme o strutture alla realtà nel momento in cui la conosce. La conoscenza non è mai conoscenza diretta della realtà in sé, la realtà è modellata dalla mente, che ha una data struttura. Barry Smith chiama “imposizionista” (impositionist) questo tipo di apriorismo, perché “impone” al mondo, alla realtà, le strutture della mente; quello che segue, di tipo aristotelico, lo definisce “riflessivo” (reflectionist).

La posizione epistemologica di Rothbard invece fa riferimento ad Aristotele e S. Tommaso[2] più che a Kant: la metafisica e l’epistemologia aristoteliche sono coerenti con l’assioma dell’azione di Mises e possono offrire un fondamento superiore alla prasseologia misesiana. Quindi considera l’assioma dell’azione una legge di realtà più che una legge del pensiero, e dunque “empirica” più che “a priori”. Rothbard vuole contrastare l’idealismo kantiano ortodosso che ritiene che esistano leggi del pensiero indipendenti dalla realtà e addirittura imposte alla realtà dalla mente. Egli nega l’affermazione di Mises (L’azione umana) che esistano “leggi della struttura logica” della mente umana che la mente impone alla struttura caotica della realtà; per Mises il concetto di azione è parte della struttura logica della mente; dunque l’assioma dell’azione è una verità categorica che viene prima di qualsiasi esperienza umana. Invece Rothbard preferisce chiamare tali presunte leggi della struttura logica “leggi di realtà”. La mente apprende tali leggi attraverso l’investigazione e il confronto dei fatti del mondo reale. L’assioma fondamentale dell’azione e gli assiomi sussidiari derivano dall’esperienza della realtà; cioè, sono indotti (successivamente i principi economici sono dedotti dall’assioma)[3]. In altri termini, possiamo avere una conoscenza della realtà perché certe strutture di essa hanno un grado di intellegibilità in sé, e non dipendono dai modellamenti fatti dalla mente umana.

La concezione (conception) è una specie di consapevolezza, un modo di apprendere le cose, o comprenderle, e non, come in Kant, una presunta manipolazione soggettiva dei cosiddetti universali solo “mentale” o “logica” nella loro provenienza e non-cognitiva in natura. La conception nel penetrare i dati dei sensi senz’altro li porta a sintesi, ma è una sintesi cognitiva nell’apprendere, un comprendere che è tutt’uno con l’apprendere stesso, non, come in Kant, una condizione della percezione anteriore, un processo anteriore che costituisce sia la percezione sia il suo oggetto. In altre parole, percezione ed esperienza non sono i risultati di un processo sintetico a priori, ma sono essi stessi apprendimento sintetico o comprensivo, la cui unità è prescritta solo dalla natura del reale, cioè dagli oggetti capiti nel loro insieme e non dalla consapevolezza stessa, la cui natura cognitiva è di apprendere il reale, come esso è (H. Chapman).

Questo è un empirismo talmente diverso dall’empirismo moderno (pura raccolta di fatti frammentari) che Rothbard accetta di definirlo “a priori” per i suoi scopi analitici. Infatti 1) è una legge di realtà così ampiamente basata sulla comune esperienza umana, che una volta enunciata si manifesta come autoevidente, e quindi empiricamente significativa e vera e non falsificabile; 2) è fondata su un’esperienza universale interna e non semplicemente esterna, cioè la sua evidenza è riflessiva più che fisica; e 3) è chiaramente a priori rispetto alla complessità degli eventi storici, considerati dall’empirismo moderno l’unico concetto di esperienza. Rothbard non usa l’espressione “sintetico a priori” usata da Hoppe[4].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Per altri aspetti l’epistemologia di Kant tende all’idealismo (la realtà viene creata dalla mente): per lui la conoscenza da parte degli individui non è conoscenza della realtà, bensì conoscenza della struttura della propria mente, struttura che la mente sovrappone alla realtà. Non è la nostra conoscenza che deve conformarsi alla realtà osservabile, ma la realtà osservabile che deve conformarsi alla nostra conoscenza. Cioè, la mente non usa le leggi del pensiero per percepire la realtà come è, ma artificialmente costruisce la realtà per adeguarla alla struttura delle leggi della mente, che la mente non può eludere o trascendere. Una realtà così interpretata non è una rappresentazione di qualcosa che è “là fuori”, ma una creazione della mente stessa. In sostanza, esistono leggi della mente che non sono leggi della realtà. Kant si accorse di trovarsi davanti ad una difficoltà: ad esempio, la realtà si conforma al principio di causalità; ma tale principio deve essere compreso come un principio a cui le operazioni della nostra mente devono conformarsi. Questo è possibile solo se la realtà è creata dalla mente, ma questa è un’assurda assunzione idealistica. Kant fallì nel tentativo di offrire una via d’uscita soddisfacente a tale dilemma. Non è dunque su questo aspetto che Mises segue Kant.

[2] M.N. Rothbard, In Defense of “Extreme Apriorism”, in «Southern Economic Journal», gennaio 1957, pp. 314-320.

Un autore che condivide l’impostazione rothbardiana è Roderick T. Long.

[3] Secondo G. Stolyarov quella di Rothbard è un’interpretazione sbagliata del pensiero di Mises: il passo di Mises a cui Rothbard fa riferimento è “il concetto di azione è parte del carattere essenziale e necessario della struttura logica della mente umana”. E lo interpreta nel senso che tali leggi della struttura logica della mente sono imposte dalla mente alla realtà esterna. Secondo Stolyanov, dal fatto che vi sia un carattere essenziale e necessario e una struttura logica della mente umana (circostanza su cui anche Rothbard concorderebbe), non segue che la mente deve necessariamente imporre questa struttura sulla realtà, o che la realtà è caotica. Rothbard su questo punto travisa Mises perché ritiene che sul piano epistemologico sia un kantiano ortodosso, mentre Mises è kantiano solo nel riconoscimento dell’esistenza di proposizioni sintetiche a priori. Un kantiano ortodosso afferma che le leggi della struttura logica della mente sono a priori rispetto a qualsiasi esperienza, non Mises, che, secondo anche l’interpretazione di Hoppe, fa derivare l’assioma dell’azione e le proposizioni sintetiche a priori dall’esperienza riflessiva, dunque esperienza in senso ampio, non dissimile da quella di Rothbard. A questo punto scompare la distinzione operata da Rothbard fra “legge di realtà” e “legge del pensiero (della mente)”: l’assioma dell’azione è una legge della realtà ma è anche inevitabilmente una legge della mente, nel senso che la mente deve operare secondo tale legge, che lo voglia o no; la legge dell’azione è vincolante per una mente in funzione come la legge di gravità è vincolante per un corpo. Le differenze sono solo terminologiche, perché Rothbard, da aristotelico, usa una terminologia aristotelica (ad esempio, usa “empirico” come equivalente di “esperienza”), mentre Mises (e Hoppe), da kantiani, usano una terminologia kantiana (“empirico” significa solo “storicamente contingente”, dunque nel senso dell’empirismo-positivismo).

[4] Secondo Geoffry A. Plauché la prasseologia misesiana di tipo kantiano soffre di due limiti: 1) una distanza fra la conoscenza riflessiva e la percezione della realtà empirica, e di conseguenza 2) la mancanza di un’adeguata spiegazione del processo di scoperta degli elementi basilari della prasseologia – i concetti prasseologici e l’assioma dell’azione. Questa difficoltà può essere superata applicando un apriorismo aristotelico. Si ritiene che Kant abbia il monopolio sul concetto di a priori, invece vi è un tipo di apriorismo anche all’interno della tradizione aristotelica. Un aristotelico come S. Tommaso, nella Summa teologica I.2, nella critica all’argomento ontologico di Anselmo, definisce l’a priori in termini aristotelici, come ciò che è prima (prior) in maniera assoluta. All’interno della tradizione filosofica Austriaca, l’apriorismo aristotelico può essere rinvenuto in Franz Brentano, nel primo Husserl e nei suoi allievi Adolf Reinach e J. Daubert; circa la branca economica, in Menger e Rothbard. Le sbrigative frasi di Rothbard non rappresentano una teoria epistemologica che dimostri la verità dell’assioma dell’azione, e dunque che supporti la prasseologia. Per Rothbard, come per i misesiani kantiani, i concetti della prasseologia e dell’economia derivano tutti in maniera completa dall’assioma dell’azione, come Minerva dalla testa di Giove. Ma nella tradizione aristotelico-tomista i concetti e le proposizioni scientifiche non si formano in questo modo. In sintesi, l’aristotelismo di Plauché è l’utilizzazione in coppia del particolare e dell’universale: i concetti si acquisiscono sempre con un processo induttivo, i fenomeni particolari (come le azioni umane) mostrano delle essenze che possono essere estratte da essi attraverso la riflessione.

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Corea del Nord: da Regno Isolato a Regno Mercantile?

Lun, 16/02/2015 - 08:30

Verso la fine del suo eccezionale discorso allo One Young World Summit di Dublino di quest’anno, la transfuga nordcoreana nonché attivista per i diritti umani Yeon-mi Park ha elencato tre metodi attraverso i quali le persone comuni possono aiutare coloro alla ricerca della libertà in Corea del Nord:

“Primo, educa te stesso, in modo da poter accrescere la consapevolezza della crisi umana in Corea del Nord. Secondo, aiuta e supporta i rifugiati nordcoreani che stanno cercando di scappare verso la libertà. Terzo, partecipa alla petizione per chiedere alla Cina di fermare i rimpatri”.

A questa lista, l’uomo d’affari svizzero Felix Abt potrebbe aggiungere un quarto punto: fai affari con loro. Questo suggerimento costituisce il cuore del suo nuovo libro: A Capitalist in North Korea: My Seven Years in the Hermit Kingdom (Tuttle Publishing, 2014).

Da regno isolato a regno mercantile

Coloro che hanno familiarità con la situazione in Corea del Nord (ufficialmente conosciuta come la Repubblica Democratica Popolare di Corea, o DPRK) non troverà il titolo del libro di Abt così scioccante come probabilmente intendeva essere. Di certo, fin dal 2009 – e indubbiamente anche prima – i media e gli organi di stampa occidentali riportavano la “segreta economia capitalista della Corea del Nord“ (ovvero, il mercato nero) che fiorì come risposta alla carestia della metà degli anni ’90. Scrivendo per il Washington Post nel Maggio del 2014, la stessa Yeon-mi Park si riferì ai giovani che attualmente vivono in Corea del Nord come ai “Jangmadang, o la ‘Generazione del Mercato Nero’”. Questi giovani, disse, sono molto più individualisti dei loro predecessori, molto meno leali al regime dominante di Kim, e con infinite possibilità in più di essere esposti ai media ed alle informazioni estere.

Il libro di Abt amplifica ed approfondisce tutti questi punti. Partendo dalla sua esperienza personale come direttore del comparto estero di una compagnia farmaceutica nordcoreana, nonché co-fondatore della Pyongyang Business School, descrive la rapida incursione della DPRK nelle attività di franchising, di assistenza ai clienti, di forum online (!), dei venditori di biciclette, della motivazione del personale e persino nella più anti socialista di tutte le attività di mercato: la pubblicità.

Queste idee e pratiche sono ancora molto recenti nel più famigerato “bastione del comunismo” (parole di Abt) nel mondo, ma il governo già si trova a dover attuare graduali modifiche alle proprie politiche di mercato. Due rapidi esempi: “Sono permessi orari di apertura più flessibili per i mercati ed a più compagnie è permesso di intrattenere rapporti commerciali con l’estero”.

Nonostante questi sviluppi positivi, Abt lamenta comunque come “sembra non esserci una fine in vista per i seri problemi finanziari dell’economia più centralmente pianificata del mondo” e ne spartisce la colpa tra diversi responsabili: 1) la politica militare nordcoreana, 2) l’eccessiva dipendenza dagli aiuti umanitari esteri, 3) le sanzioni ed embarghi stranieri.

“La Corea del Nord”, afferma Abt, “è la nazione più pesantemente sanzionata al mondo e nessun altro popolo ha dovuto fare i conti con gli enormi limiti che le potenze occidentali ed asiatiche hanno imposto alla loro economia”.

Due passi avanti, un passo indietro

Certamente, gli argomenti contro le sanzioni verso la Corea del Nord sono difficili da far accettare, visti i ben documentati abusi dei diritti umani nel paese e le annuali minacce nucleari contro gli Stati Uniti e la Corea del Sud. Diversi commenti su Amazon hanno accusato Abt di star semplicemente ripetendo a pappagallo la propaganda nordcoreana, etichettandolo come “Pyongyang Pete” e “l’utile idiota della Dinastia Kim”. Anche molti libertari, a lungo oppositori dell’embargo verso Cuba, si troveranno probabilmente d’accordo sul fatto che molte delle sofferenze interne ed internazionali della Corea del Nord sono autoinflitte.

Per esempio, nel 2006, l’ex presidente del caseificio più grande della Corea del Sud propose come strategia quella di fornire ad ogni bambino in Nord Corea un bicchiere di latte al giorno. “Organizzazioni benefiche ed individui benestanti aderirono al progetto”, scrive Abt, “ma dopo il primo test nucleare di Kim Jong Il, l’idea svanì velocemente”.

Abt segnala inoltre come nel 2007 il sito DailyNK riportò che la Corea del Nord spende fino al 40% del proprio budget annuale in monumenti e celebrazioni dedicate al regime di Kim. Abt racconta come “rimase senza fiato” davanti all’imponenza di tali monumenti, così come di altri palazzi quali il Koryo Hotel, dove “fino a mille ospiti possono soggiornare in 504 stanze, su 45 piani”.

Leggendo però fino alla fine di A Capitalist in North Korea scopriremo che “lungo la maggior parte delle settimane, le camere d’hotel occupate sono meno di un terzo”. I video dei turisti a Pyongyang su YouTube avvalorano questo punto. Quasi ogni giorno dell’anno le 504 camere del Koryo Hotel rimangono vuote (un prevedibile effetto collaterale delle ferree restrizioni di viaggio imposte dalla DPRK). Ciò non rappresenta propriamente un’efficiente allocazione delle risorse.

Oltretutto, il governo nordcoreano talvolta contrasta le attività di mercato degli investitori stranieri con repressione e clientelismo. Nel 2006 una farmacia di proprietà cinese fu chiusa poiché costituiva un pericolo verso il sistema sanitario pubblico socialista. Diversi anni dopo, un internet provider tedesco riuscì a fare pressione sul governo affinché proibisse l’installazione di antenne paraboliche ad altri concorrenti stranieri.

“Com’è possibile allora riformare il sistema?”

Eppure nulla di tutto ciò, nè i test nucleari, gli hotel vuoti o gli ambigui accordi d’affari potrebbe in alcun modo esser evitato tramite sanzioni che colpiscono le banche straniere, l’attrezzatura agricola, i fertilizzanti, i cellulari, gli alcolici, il formaggio francese o gli articoli di lusso. “Le attuali sanzioni non solo hanno fallito nel limitare gli sviluppi nucleari e gli abusi dei diritti umani dell’ambizioso leader nordcoreano”, afferma Emma Campbell in un articolo del maggio 2013 per l’East Asia Forum, “ma hanno limitato anche le azioni delle ONG umanitarie che cercano di fornire servizi essenziali all’interno della DPRK”.

Tra questi servizi si conta il tentativo di sviluppare una classe imprenditoriale orientata al mercato che sia meno dipendente dal regime e più capace di condurre affari col mondo esterno in modo pacifico e redditizio. Sebbene Abt sia chiaro nello specificare come fare business in Corea del Nord non è garanzia di successo, lo vede giustamente come uno dei migliori metodi per migliorare la vita di milioni di nordcoreani intrappolati fra la repressione interna ed estera.
“L’attività d’impresa”, scrive, “è la strada da percorrere per il paese di Kim… una promettente strada per aprire e cambiare il paese finora isolato e per cambiare in meglio il corso degli eventi”.

Il lontano obiettivo di aprire la Corea del Nord al mondo esterno potrà di certo essere raggiunto iniziando con l’aprire il mondo esterno alla Corea del Nord.

 Articolo di J. Wiltz su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo, revisione di Felice Rocchitelli.

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L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca (parte seconda)

Ven, 13/02/2015 - 09:00

Quello che non va, conseguentemente, nella teoria marxista dello sfruttamento è che non riconosce il fenomeno della preferenza temporale come categoria universale dell’azione umana. Che il lavoratore non riceva  il “valore totale” del suo lavoro non ha niente a che vedere con lo sfruttamento, ma riflette solo il fatto che è impossibile per un uomo scambiare beni futuri con beni presenti senza pagare un interesse. Contrariamente alla situazione dello schiavo e del padrone nella quale il secondo sfrutta il primo, la relazione tra lavoratore libero e capitalista è vantaggiosa per entrambi. Il lavoratore entra nell’accordo perché, data la sua preferenza temporale, preferisce una minor quantità di beni subito a una maggiore più tardi; e il capitalista lo fa perché, data la sua preferenza temporale, c’è un ordine di preferenze inverso, che mette una maggior quantità di beni futuri al di sotto di una minore subito. I loro interessi non sono antagonisti ma armoniosi. Se il capitalista non aspettasse un interesse, il lavoratore ne sarebbe svantaggiato, dovendo attendere più a lungo di quanto speri (4). E non possiamo più, come fa Marx, considerare il sistema capitalista salariale come un ostacolo allo sviluppo ulteriore delle forze produttive. Se non permettessimo più al lavoratore di vendere i suoi servizi e al capitalista di comprarli, la produzione non aumenterebbe ma diminuirebbe, perché essa dovrebbe accontentarsi di un minore capitale accumulato.

Del tutto contrariamente alle affermazioni di Marx, lo sviluppo di queste famose forze produttive non raggiungerebbe affatto nuovi apici in un sistema di produzione socializzato, ma sprofonderebbe miseramente. Perché è evidente che il capitale deve essere creato in punti e momenti determinati, e per la prima messa a frutto, dalla produzione e dal risparmio di individui particolari. In ogni caso, è accumulato nella speranza che potrà portare un aumento nella produzione di beni e servizi a venire. Il valore attribuito al suo capitale da qualcuno che agisce riflette il valore che attribuisce  all’insieme dei redditi che può ottenere dalla sua cooperazione, scontato del suo tasso di preferenza temporale. Se, come nel caso della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, un soggetto non ha più la padronanza esclusiva del suo capitale accumulato né conseguentemente dei redditi futuri derivanti dal suo impiego; se al contrario permettiamo a non produttori (sia della prima messa a frutto che di ulteriori produzioni) e a non risparmiatori di disporne parzialmente, ciò ridurrà automaticamente il valore per lui delle rendite future e dunque dei capitali materiali. Il periodo di produzione, il carattere indiretto della struttura di produzione, sarà per forza accorciato, e deve necessariamente derivarne un impoverimento.

Se la teoria dello sfruttamento di Marx e le sue idee sul modo di mettere fine allo stesso e di far regnare la prosperità universale sono false al punto da sembrare ridicole, è chiaro che ogni teoria che ne fosse dedotta dev’essere anch’essa falsa. Oppure, se fosse giusta, bisogna pensare che ne è stata dedotta in modo errato. Invece di assoggettarmi ad una laboriosa illustrazione di tutti gli errori di ragionamento dell’argomento marxista, dal suo punto di partenza sbagliato alla teoria della storia che ho illustrato all’inizio – come corretta – prenderò una scorciatoia. Comincerò col presentare, il più rapidamente possibile, la teoria corretta dello sfruttamento, cioè la teoria austriaca, quella di von Mises e di Rothbard; farò un breve schizzo delle giustificazioni che essa dà alla teoria storica della lotta di classe; e, al volo, sottolineerò sia delle differenze essenziali tra la teoria austriaca e quella marxista, sia alcune affinità tra di esse, scaturite dalla loro convinzione comune che lo sfruttamento, la classe sfruttatrice, esistono eccome.

Il punto di partenza dell’analisi austriaca dello sfruttamento, come d’obbligo, è semplice e chiaro. Infatti, l’abbiamo già stabilito nel corso dell’analisi della teoria marxista: lo sfruttamento caratterizzava senza tanti complimenti il rapporto fra lo schiavo e il suo padrone così come fra il contadino e il signore feudale. Ma non abbiamo trovato alcuno sfruttamento possibile nel capitalismo proprio. Qual’è la differenza di principio fra i due casi? La risposta è: il riconoscimento o no del principio del Diritto della prima messa a frutto. Il vassallo è sfruttato perché non ha la padronanza esclusiva della terra che era stato il primo a mettere a frutto, e lo schiavo non è padrone del suo proprio corpo di cui era (è il caso di dirlo) il primo occupante. Se, al contrario, ognuno ha la proprietà esclusiva del proprio corpo (cioè se è un lavoratore libero) e agisce rispettando il Diritto del primo utilizzatore, allora non ci può essere sfruttamento. È logicamente assurdo pretendere che colui che si impadronisce di oggetti che non appartengono ancora a nessuno, o che destina questi beni a produzioni future, o risparmia dei beni accaparrati o prodotti in questo modo per accrescere la disponibilità dei prodotti nell’avvenire, possa sfruttare chichessia facendolo. Nessuno ha sottratto niente a nessuno durante questo processo, e inoltre si sono prodotti più beni. E sarebbe ugualmente assurdo pretendere che un accordo fra differenti proprietari iniziali, risparmiatori e produttori, sull’uso dei loro beni accaparrati, sempre senza sfruttamento, possa comportare un qualche tipo di ingiustizia. Al contrario, è quando si produce una differenza di qualsiasi natura nei confronti del principio della prima messa a frutto che ha luogo lo sfruttamento. Vi è sfruttamento quando una persona fa prevalere le sue pretese sulla proprietà parziale o totale di beni che non è stata la prima a mettere a frutto, che non ha prodotto, o che non ha acquisito per contratto con un produttore – precedente proprietario. Lo sfruttamento è l’espropriazione dei primi utilizzatori, produttori e risparmiatori da parte di non – primi utilizzatori, dei non – produttori, dei non – risparmiatori giunti in un secondo momento. È l’espropriazione di gente le cui pretese sulla loro proprietà si fondano sul lavoro e il contratto, esercitata da parte di gente le cui pretese escono da non si sa dove, e che non tengono in alcun conto il lavoro e i contratti degli altri.

Inutile dire che lo sfruttamento definito in questo modo è parte integrante della storia umana. Ci sono due modi di arricchirsi: o si mettono a frutto delle risorse inutilizzate, si produce, si risparmia, si contratta, oppure si espropriano coloro che hanno messo a frutto, prodotto, risparmiato e contrattato. Ci sono sempre state, a fianco della messa a frutto, del risparmio, acquisizioni di proprietà non fondate sulla produzione e sul contratto. E nel corso dell’evoluzione economica, così come i produttori e i contraenti liberi accordi possono costituirsi in società, in imprese, in associazioni, gli sfruttatori possono accordarsi per formare imprese di sfruttamento su larga scala: Stati e governi. La classe dirigente (la quale, ancora una volta, può essere gerarchizzata) è inizialmente composta dai membri di queste imprese di sfruttamento. Di modo che, con una classe dirigente installata su un dato territorio e dedita allo sfruttamento delle risorse economiche di una classe di produttori sfruttati, tutto si traduce senza tanti complimenti nella lotta tra sfruttatori e sfruttati. Allora, la storia è essenzialmente quella delle vittorie e delle sconfitte dei padroni nei loro tentativi di accrescere al massimo i proventi del loro sfruttamento e quella di coloro che cercano di frenare e invertire questa tendenza. È su questa valutazione della storia che i marxisti e gli “austriaci” si trovano d’accordo, e perciò esiste una notevole affinità fra le ricerche storiche dell’una e dell’altra scuola. L’una e l’altra si oppongono a una storiografia che riconosce solo azioni e interazioni, su un piede di parità morale o economica; e tutt’e due si oppongono ugualmente a una storiografia per la quale, invece di usare questa neutralità, sarebbe conveniente esaltare la narrazione attraverso giudizi di valore puramente soggettivi. No: bisogna raccontare la storia in termini di libertà e di sfruttamento, di parassitismo e di impoverimento, di proprietà privata e di sua distruzione. Diversamente, la si falsifica.

Mentre le imprese produttrici compaiono e scompaiono perché sostenute o non sostenute volontariamente, una classe dirigente non arriva mai al potere perché vi sarebbe una domanda per i suoi servizi, e non abdica nemmeno quando è evidente che ci si augura la sua scomparsa. È veramente eccessivo chiedere all’immaginazione di credere che i primi utilizzatori, produttori, liberi contraenti accordi, avrebbero voluto che li si espropriasse. Si deve forzarli a rassegnarvisi, e ciò prova in maniera definitiva che non vi era alcuna domanda in quel senso. Non si può mai dire che sia possibile detronizzare una classe dirigente astenendosi da ogni transazione con essa, come si fa fallire un’impresa produttiva. È da transazioni non-produttive e non-contrattuali che la classe dirigente trae il suo reddito, e nessun boicottaggio può intaccarlo. Piuttosto, ciò che rende possibile l’emergere di un’impresa di sfruttamento, e ciò che può abbatterla, è uno stato particolare dell’opinione pubblica o, secondo la terminologia marxista, uno stato particolare della coscienza di classe.

Uno sfruttatore ha delle vittime, e le vittime sono dei nemici potenziali. Si può immaginare che questa resistenza possa essere spezzata a lungo con la forza nel caso di un gruppo di uomini che sfrutta un altro gruppo più o meno delle stesse dimensioni. Invece, ci vuole ben più che la forza per sviluppare lo sfruttamento di una popolazione diverse volte più numerosa. Per riuscirci, l’impresa deve avere il sostegno dell’opinione pubblica. Bisogna che una maggioranza della popolazione accetti come legittime gli atti che assicurano lo sfruttamento. Questa accettazione può oscillare fra l’entusiasmo attivo e la rassegnazione passiva. Ma dev’essere accettazione, nel senso che la maggioranza deve aver abbandonato l’idea di resistere attivamente o passivamente ad ogni tentativo di imporre acquisizioni non-produttive e non-contrattuali della proprietà. La coscienza di classe dev’essere debole, poco sviluppata, incerta. È solo se un tale stato di cose perdura che una impresa di sfruttamento può prosperare benché nessuno ne abbia bisogno. Il potere della classe dirigente si può rompere solo, e nella misura in cui, sfruttati ed espropriati acquisiscono un’idea chiara del loro stato, e si uniscono ad altri membri della loro classe in un movimento ideologico che propugna l’idea  di una società senza classi nella quale venga abolita ogni forma di sfruttamento. È solo, e nella misura in cui, la maggioranza degli sfruttati si integra consciamente in un tale movimento, e se tutti si indignano per le acquisizioni non produttive e non contrattuali della proprietà, rivolgono il loro disprezzo verso chiunque si dedichi a tali atti, e rifiutano deliberatamente di contribuire in alcun modo alle loro imprese, che si può condurre questo potere alla disfatta.

L’abolizione progressiva della dominazione feudale e assolutista, la comparsa di società via via sempre più capitaliste in Europa occidentale e negli Stati Uniti, e conseguentemente uno sviluppo inaudito della produzione e della popolazione, sono stati i risultati di una accresciuta presa di coscienza da parte degli sfruttati, saldati assieme dall’ideologia liberale dei diritti naturali. Fin qui, marxisti e austriaci sono d’accordo. Dove non lo sono, per contro, è sul giudizio dato a ciò che segue: in seguito a una perdita di coscienza di classe, il processo di liberalizzazione si è invertito, aumentando senza sosta il livello di sfruttamento in queste società dopo la fine del XIX sec., particolarmente dopo la prima guerra mondiale. In realtà, per gli austriaci, il marxismo ha una gran parte di responsabilità in questa degradazione, facendo perdere di vista il concetto corretto di sfruttamento, secondo il quale i proprietari iniziali, produttori, liberi contraenti accordi sono vittime di coloro che non hanno prodotto nulla né concluso alcun contratto, e mandando avanti, nella peggior confusione, il falso conflitto del capitalista e del salariato.

L’istituzione di una classe dirigente su una classe sfruttata diverse volte più numerosa tramite la violenza e la manipolazione dell’opinione pubblica, cioè un basso livello di coscienza di classe presso gli fruttati, trova la sua espressione istituzionale più fondamentale nella creazione di un sistema di “diritto pubblico” sovrapposto al diritto privato. La classe dirigente stessa si defila e protegge la sua situazione dominante adottando una costituzione per il funzionamento interno della sua impresa. In un certo senso, formalizzando il funzionamento interno dello Stato così come i suoi rapporti con la popolazione sfruttata, una costituzione crea un certo grado di stabilità giuridica. Più si incorporano nozioni popolari e familiari del diritto privato nel “diritto” pubblico e costituzionale, più si creeranno le condizioni di un’opinione pubblica favorevole. Per contro, ogni costituzione o “diritto” pubblico formalizzano lo statuto di esenzione della classe dirigente per ciò che concerne il principio dell’appropriazione non aggressiva. Razionalizzano il “diritto” dei rappresentanti dello Stato di dedicarsi ad acquisizioni non contrattuali e non produttive e la subordinazione infine del diritto privato al “diritto” pubblico. Una giustizia di classe, cioè un dualismo che istituisce un insieme di leggi per i dirigenti e un altro per i sottomessi, finisce per accentuare questo dualismo fra “diritto” pubblico e privato, questa dominazione e questa infiltrazione del “diritto” pubblico nel diritto privato. Non è, come credono i marxisti, che ci sia una giustizia di classe perché i diritti di proprietà sono riconosciuti dalla legge. Al contrario,  la giustizia di classe compare ogni qual volta c’è una distinzione legale fra una classe di persone che agiscono secondo il “diritto” pubblico protette da questo e un’altra classe che agisce secondo una sorta di diritto privato subordinato che si suppone la protegga. Più particolarmente quindi, la tesi fondamentale della teoria marxista dello Stato (fra le altre), è falsa. Lo Stato non è sfruttatore perché protegge i diritti di proprietà dei capitalisti ma perché esso stesso è esentato dal dover acquisire la sua proprietà attraverso la produzione e la contrattazione.

Nonostante questo equivoco fondamentale, proprio perché il marxismo interpreta a giusto titolo lo Stato come sfruttatore (contrariamente, ad esempio, alla scuola della Public Choice, che tende a farlo passare da impresa come le altre), ha ben compreso certi principî fondamentali del suo funzionamento. Per cominciare, riconosce la funzione strategica delle politiche redistributive dello Stato. Quale impresa di sfruttamento, lo Stato è sempre interessato a che regni un basso livello di coscienza di classe fra la gente. La redistribuzione della proprietà e del reddito – una politica del “divide et impera” – è il mezzo che lo Stato adotta per gettare pomi di discordia nella società e distruggere la formazione di una coscienza di classe unificatrice presso gli sfruttati. Inoltre, la redistribuzione dei poteri di Stato democratizzando esso stesso la sua struttura, aprendo a tutti le porte per posizioni di potere e dando a tutti il diritto di partecipare alle scelte del personale e della politica dello Stato, è un mezzo per ridurre la resistenza allo sfruttamento. In secondo luogo, lo Stato è puramente e semplicemente, come i marxisti lo concepiscono, il grande centro della propaganda e della mistificazione ideologica: lo sfruttamento è libertà; le imposte sono contribuzioni volontarie; le relazioni non contrattuali sono “idealmente” contrattuali; nessuno comanda nessuno, ci governiamo da soli; senza lo Stato non vi sarebbe né diritto né sicurezza; e i poveri morirebbero di fame ecc. Tutto ciò appartiene a una superstruttura ideologica che mira a legittimare una infrastruttura di sfruttamento economico. E infine i marxisti hanno ragione anche ad identificare una stretta alleanza fra lo Stato e i capitalisti, più in particolare l’alta finanza anche se la spiegazione che ne danno non è difendibile. La ragione non è che l’istituzione borghese considera e sostiene lo Stato come garante dei diritti di proprietà e del contrattualismo. Al contrario, lo considera a giusto titolo come l’antitesi stessa della proprietà privata (ciò che è lampante) ed è proprio per questa ragione che vi si interessa molto da vicino. Più un affare riesce e più grande è il pericolo che venga sfruttato dallo Stato, ma, allo stesso modo, maggiori sono i potenziali guadagni da realizzare se può farsi accordare dallo Stato una protezione particolare che la esenti parzialmente dalle costrizioni della concorrenza capitalista. Perciò l’élite capitalista (alta finanza) si interessa allo Stato e anela ad infiltrarvisi. Da parte sua, la casta dei dirigenti è interessata a una stretta collaborazione con l’élite capitalista per via del potere finanziario di quest’ultima. In particolare l’alta finanza è interessata, perché lo Stato, in quanto impresa di sfruttamento, desidera naturalmente avere una totale autonomia per creare falsa moneta. Offrendo di associare l’élite bancaria ai suoi progetti di banking illegittimo, e permettendo loro di approfittare di questa falsificazione a partire dai suoi biglietti della Santa Farsa nel sistema bancario a copertura parziale, lo Stato può facilmente raggiungere questo obiettivo e istituire un sistema di monopolio di emissione monetaria e un cartello bancario diretto dalla banca centrale. Di modo che, attraverso questa complicità diretta nella produzione di falsa moneta col sistema bancario e, per estensione, con i più grossi clienti di dette banche, la classe dirigente si estende in effetti ben al di là dell’apparato statale, fino ai centri nervosi della società civile, il che non è molto differente, in apparenza, dal quadro che pretendono di fare i marxisti della cooperazione fra banca, élites capitaliste e Stato.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe apparso in origine su Journal of Libertarian Studies, vol. IX, n°2, autunno 1990; poi ripreso come capitolo 4 di The Economics and Ethics of Private Property (Boston, Kluwer Academic Publishers, 1993).

Tradotto da Fabio Lazzarin e qui ripreso per gentile concessione di Libreria del Ponte

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La Scuola Austriaca: differenze interne – IV parte

Mer, 11/02/2015 - 09:00

3. Ludwig Lachmann

Lachmann estremizza gli elementi soggettivisti della Scuola Austriaca[1] e sostiene che tutto è soggettivo e incerto; dunque nega l’esistenza oggettiva del mondo reale, delle leggi oggettive di causa ed effetto e della validità oggettiva della logica deduttiva. Una posizione nichilista, accusano i razionalisti. Nella teoria del valore, nega o sottovaluta il fatto oggettivo che gli oggetti fisici sono prodotti, scambiati, valutati, sebbene valutati soggettivamente.

Questo soggettivismo estremo ha conseguenze anche sulla conoscenza. Per Lachmann l’uomo è soggetto a una radicale incertezza che sfocia nel nichilismo. Lachmann estremizza la tesi Austriaca che il futuro è incerto, affermando che il futuro è assolutamente inconoscibile.

Il mantra preferito di Lachmann è: “il passato è, in linea di principio, assolutamente conoscibile; il futuro è assolutamente inconoscibile”. Poiché il futuro è per Lachmann assolutamente inconoscibile, l’uomo non conosce leggi economiche, né leggi di causa ed effetto, qualitative o quantitative. Di fatto egli non può avere alcuna Verstehen di modelli di comportamento che possono verificarsi in futuro con una certa probabilità. In ogni istante di tempo l’agente lachmanniano avanza in un vuoto senza sentieri[2].

Dal momento che non esistono leggi di causa ed effetto nell’azione umana, il soggetto non può compiere il primo passo per indovinare che cosa sta accadendo, o è probabile che accada, ai prezzi. I prezzi che si determinano sul mercato sono privi di significato ai fini del calcolo economico perché la conoscenza è continuamente cangiante. Dunque la scienza economica non può dire alcunché di preciso sulla razionalità o ottimalità dell’allocazione delle risorse nel libero mercato. In questo modo l’economia come scienza si dissolve. La moneta e i prezzi, poi, non possono avere alcuna relazione nel futuro, qualitativa o quantitativa, il che significa che non sono affatto correlati sul piano causale.

In un tale contesto, l’imprenditore lachmanniano può esistere, ma perde totalmente di significato. A differenza dell’uomo hayek-kirzneriano, non può apprendere dai segnali del mercato perché egli non può conoscere alcunché in alcun modo, anche attraverso i segnali di prezzo. L’Uomo Lachmanniano è totalmente privo di conoscenza, e nell’economia di mercato a stento si trova in una condizione migliore – sa di più – del pianificatore socialista.

Per Lachmann un ulteriore effetto del fatto che il processo di mercato è guidato da aspettative totalmente soggettive e volubili è che il mercato è incapace di eliminare gli imprenditori peggiori.

I misesiani invece sostengono una “moderata incertezza”. Replicano che è vero che la conoscenza del presente, e meno ancora quella del futuro, non è mai perfetta, e il mondo in generale, e il mercato in particolare, sono eternamente caratterizzati dall’incertezza. Domande, risorse, prodotti, prezzi e costi futuri sono incerti. Tuttavia l’uomo ha anche alcune certezze: sa con certezza che lui e il mondo, comprese le altre persone e le risorse, esistono; sa che le leggi naturali e le leggi di causa ed effetto esistono; che tale conoscenza si accresce nel tempo; e gli consente di scoprire migliori e più numerosi modi di controllare la natura e di conseguire i propri scopi con maggiore efficacia; e si accresce anche la conoscenza relativa al tipo di beni che soddisferanno i suoi bisogni.

L’incertezza viene fronteggiata dall’imprenditore attraverso l’assunzione di rischi, cercando di conseguire profitti ed evitare perdite. Nel tempo, gli imprenditori che hanno successo nel sopportare i rischi e nel prevedere il loro specifico futuro conseguiranno profitti ed espanderanno le loro attività, mentre coloro che non sanno sopportare i rischi e prevedono male soffriranno perdite e necessariamente vedranno contrarsi il loro campo di attività. Di conseguenza, gli imprenditori tenderanno a stare attenti e ad aver successo in molte delle loro previsioni.

Inoltre, circa la teoria economica, l’imprenditore che conosce la teoria di Mises può prevedere alcune cose: ad esempio, può prevedere che un aumento della quantità di moneta ceteris paribus provocherà un aumento dei prezzi. Dunque non è vero che un imprenditore non può fare alcuna previsione.

Infine, sempre in tema di conoscibilità, trascurando qui la sopravvalutazione lachmanniana della conoscibilità assoluta del passato (davvero sappiamo con certezza perché Cesare varcò il Rubicone?), per quanto riguarda il futuro «io so molte cose del futuro con assoluta certezza: so con assoluta certezza, ad esempio, che non sarò mai eletto presidente degli Stati Uniti. So, se possibile con certezza anche maggiore, che non sarò mai nominato re d’Inghilterra. Sostengo di essere molto più certo di questi eventi futuri che non del motivo per cui Lenin, alla stazione Finlandia, fosse l’unico bolscevico a capire che saltare molte importanti fasi poteva condurre ad una rivoluzione vittoriosa in Russia»[3].

I lachmanniani non hanno addotto argomenti reali per supportare il loro spostamento dall’incertezza moderata a quella assoluta.

Per quanto riguarda l’equilibrio finale, Lachmann si sbarazza del tutto del concetto. Lo considera privo di significato. Tutti i seguaci di Lachmann, nonché gli altri Austriaci non misesiani, usano invece in maniera ossessiva l’espressione “processo di mercato”, così gettando via con l’acqua sporca neoclassica non solo l’equilibrio ma lo stesso bambino della teoria economica. I “processi” connotano più i moti e i meccanismi impersonali che non le scelte consapevoli di persone che intraprendono un’attività volta a uno scopo[4]. Così però si rinuncia a qualsiasi possibilità di capire gli stessi processi di mercato, perché questi “processi” sono in realtà azioni umane che, a differenza dei movimenti delle pietre o degli atomi, sono necessariamente intenzionali e volti a uno scopo[5]. Quindi ogni azione sul mercato deve già implicare lo scopo, o stato finale, di quell’azione. L’azione, o “processo”, già presuppone lo stato di equilibrio, anche se quello stato non viene mai pienamente raggiunto. Di nuovo, la differenza cruciale è l’abbandono da parte dei non misesiani del concetto misesiano di azione – azione che è necessariamente diretta a un obiettivo o stato finale, e che è intenzionale, attiva e basata sull’assunzione del rischio.

I misesiani riescono a utilizzare il concetto di equilibrio non rinunciando all’elemento dinamico dell’azione economica (cioè riescono ad affrontare la teoria economica) attraverso quelle che Mises chiamò “costruzioni immaginarie” o “esperimenti mentali”, che per il prasseologo rappresentano l’unico sostituto degli esperimenti di laboratorio delle scienze fisiche. In breve, il teorico economico postula un equilibrio, quindi muta mentalmente una variabile, mantiene costanti tutte le altre variabili rilevanti ed esamina l’effetto che si determina sulla variabile oggetto di studio. Respingere l’impiego del concetto di equilibrio conduce inevitabilmente alla distruzione di tutta la teoria economica o delle leggi economiche.

Secondo i misesiani, poiché Lachmann nega in assoluto la possibilità di conoscere il futuro, e quindi qualsiasi legge economica, qualitativa o quantitativa, lui e i suoi seguaci diventano inevitabilmente meri istituzionalisti, meri storici che registrano le attività economiche passate dell’individuo. Mises avrebbe definito Lachmann e i lachmanniani, come definì tutti gli altri istituzionalisti, “antieconomisti”, dove l’espressione non rappresentava solamente un epiteto, ma anche una sintesi descrittiva. Dal momento che i lachmanniani avversano anche la semplice possibilità di una teoria economica, non devono essere proprio più considerati economisti. Potrebbero essere definiti “storici”, se non fosse che a) fanno molto poco lavoro storico effettivo e b) per essere un buono storico bisogna saper usare le teorie causali delle diverse discipline per riuscire a spiegare eventi storici unici, e gli strumenti delle leggi economiche sono una parte indispensabile di qualsiasi autentico bagaglio dello storico. In un certo senso, i lachmanniani e gli altri istituzionalisti operano come anti-economisti e “meta-storici” professionali, spendendo le loro energie nel denunciare l’economia e nell’esortare gli altri economisti ad agire come storici[6].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Ludwig Lachmann era stato allievo di Hayek alla London School of Economics negli anni Trenta e i suoi scritti furono in genere misesiani fino alla metà degli anni Settanta, quando si convertì al nichilismo del suo vecchio amico, e allievo di Hayek, l’inglese G.L.S. Shackle. V. la elogiativa recensione de L’azione umana di Mises, “The Science of Human Action,” Economica 18, Novembre 1951, pp. 412-427. L’opera davvero notevole di Lachmann fu il misesiano Capital and its Structure (London School of Economics, Londra, 1956) che, presumibilmente per quel motivo, non è mai citato dai lachmanniani contemporanei. Il momento spartiacque dell’annuncio della sua conversione al pensiero di Shackle fu “From Mises to Shackle: An Essay on Austrian Economics and the Kaleidic Society”, Journal of Economic Literature 14, marzo 1976, pp. 54-62.

[2] Quando è stato incalzato, Lachmann ha ammesso che questa ignoranza totale non vale per le leggi del mondo fisico. Sono solo le leggi e i comportamenti relativi alla sfera umana che per lui non possono esistere.

[3] M.N. Rothbard, La situazione attuale della teoria economica Austriaca, cit., p. 9. L’ambigua attenuazione di Lachmann – conoscibile “in linea di principio” – non è sufficiente per salvare la sua visione ingenuamente ottimistica della nostra conoscenza del passato. In linea di principio, come possiamo capire perché Lenin vide nella concatenazione degli eventi russi qualcosa che nessuno degli altri bolscevichi, anche con visioni del mondo molto simili, riuscì a vedere? L’unicità dell’individuo, che sia quella dell’imprenditore, dell’inventore, di chi prevede gli eventi o del creatore, fondamentalmente non può essere “spiegata” in maniera deterministica.

[4] L’uso del concetto di “processo di mercato” come un mantra si è diffuso grazie a Don Lavoie, un misesiano poi diventato lachmanniano e anche “ermeneutico”, sulla base della filosofia continentale di Heidegger e del suo allievo Gadamer. Lavoie istituì il Center for the Study of Market Processes (CSMP) presso la George Mason University, e nel 1983 l’istituto pubblicò una rivista, Market Process. Il più importante lavoro di Ludwig Lachmann – da lachmanniano – è The Market as an Economic Process, Basil Blackwell, Oxford, 1986.

Gli hayekiani a loro volta, a differenza dei lachmanniani, hanno mantenuto il concetto di equilibrio e l’idea che gli imprenditori muovono sempre l’economia verso l’equilibrio. Gli hayekiani però, incluso Kirzner, stanno conducendo la battaglia su basi empiriche anziché prasseologiche. In altre parole, gli hayekiani ritengono che gli imprenditori, nel processo di apprendimento dai segnali del mercato, di fatto muovono l’economia verso l’equilibrio. I lachmanniani ovviamente ritengono che gli imprenditori non possono apprendere alcunché e quindi l’economia o si allontana dall’equilibrio o comunque non si muove in una direzione precisa. La battaglia fra le due impostazioni quindi avviene sulle stime empiriche dei tassi di velocità: gli hayekiani sostengono che gli imprenditori apprendono dai segnali di prezzo più velocemente del cambiamento dei dati, e quindi muovono l’economia verso l’equilibrio. I lachmanniani viceversa ritengono che i dati mutano più velocemente della capacità delle persone di apprenderli (assumendo che esse in assoluto possano apprenderli) e quindi l’economia di fatto si allontana dall’equilibrio. La disputa è una mera contesa empirica sui tassi di velocità del mutamento: una disputa che, per la natura delle cose, non può mai essere risolta.

[5] L’immagine, suggerita da Lachmann, del mercato come un “caleidoscopio” non è erronea se si intende che nuove informazioni, e nuove azioni, modificano in continuazione i prezzi e gli equilibri, come la rotazione degli specchi all’interno del caleidoscopio genera diverse figure colorate, che cambiano vorticosamente senza ripetersi mai. È invece ingannevole se la si intende come la raffigurazione di un meccanismo cieco.

[6] Nel giudizio sugli sviluppi della teoria Austriaca contemporanea ha prevalso una linea interpretativa che si può definire di tipo “Whig”, secondo cui la conoscenza, sia del mondo fisico sia di quello sociale, progredisce sempre, per cui le teorie e/o i modelli esplicativi temporalmente successivi sono sempre migliori di quelli precedenti. Applicando tale criterio alla Scuola Austriaca, Hayek doveva essere per forza migliore di Mises; e poi Lachmann migliore di entrambi; e quindi Lavoie migliore di Lachmann e così via. Se Khun ha messo in discussione tale visione per le scienze naturali, a maggior ragione le obiezioni valgono per le discipline sociali, come l’economia, in cui a volte teorie successive si sono rivelate peggiori di quelle precedenti.

I misesiani, che criticano gli sviluppi hayekiani, di Lachmann, di Rizzo e di Lavoie sono stati accusati di volere semplicemente che la teoria economica Austriaca sia statica, che ripeta per sempre meccanicamente le parole e le idee di Mises. Non è così; vi sono stati e vi sono numerosi sviluppi e avanzamenti creativi nell’economia misesiana negli ultimi quaranta anni: in particolare i primi lavori di Rothbard sulla teoria del monopolio, sulla teoria della rendita, sull’economia del benessere, sull’intervento dello Stato e sulla teoria dei diritti di proprietà; successivamente i lavori di Hans-Hermann Hoppe sul metodo prasseologico, sulla comparazione fra i sistemi economici, sulla tassazione e su una teoria dei diritti prasseologica; e di Joseph T. Salerno sulla contrapposizione fra Mises e Hayek relativamente al ruolo della ragione, sul libero scambio e sul calcolo nel socialismo; e sul lavoro di Hutt sul coordinamento di mercato realizzato dai prezzi contro il “coordinamento dei piani” hayekiano. Tutti questi contributi, così come il lavoro sul retroterra filosofico dell’economia Austriaca realizzato da Barry Smith e David Gordon, rappresentano notevoli e creativi progressi nello sviluppo, elaborazione e rigore del paradigma misesiano originale. In più, vi sono i contributi contenuti nella «Review of Austrian Economics» e altrove su numerosi aspetti della teoria, del metodo, della storia e della politica.

Dal punto di vista della storia della teoria Austriaca, è a partire dalla metà degli anni Settanta del Novecento che avviene la rinascita della scuola, simboleggiata dal Nobel a Hayek nel 1974. Ma erano stati soprattutto i lavori di Rothbard a interessare studenti e accademici, tanto è vero che l’Institute for Humane Studies nel 1974 promuove la prima conferenza sull’economia Austriaca a South Royalton, nel Vermont, con più di trenta partecipanti; replicata anche nel 1975 a Hartford, nel Connecticut, e nel 1976 nel Castello di Windsor in Gran Bretagna, alle quali partecipano esponenti quali Rothbard, Kirzner, Lachmann, Hazlitt, Hutt, Hayek, Yeager. Dalla fine degli anni Settanta fino alla metà degli Ottanta le istituzioni finanziariamente più dotate (Institute for Human Studies, Cato Institute) mettono la sordina alla versione misesiana, e privilegiano Hayek e Popper in quanto più moderati e più presentabili di fronte al mondo accademico, e successivamente Kirzner e Lachmann. A metà degli Ottanta, con la nascita del Mises Institute per opera di Llewellyn Jr. e della rivista “Quarterly Journal of Austrian Economics” per opera di Rothbard, si ha la rinascita della versione misesiana della scuola.

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