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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 15 min 52 sec fa

Perché la dipendenza economica dagli altri è una cosa buona

Lun, 20/04/2015 - 08:00

Nelle discussioni relative alle politiche pubbliche, le parole “indipendenza” e “dipendenza” appaiono frequentemente. Dato che l’ideologia politica americana è stata definita in molti modi dalla Dichiarazione d’Indipendenza, agli americani viene spontaneo pensare all’indipendenza come a qualcosa di positivo e alla dipendenza in senso opposto. Di conseguenza, proposte per implementare politiche statali che riducano la dipendenza dagli altri – in particolare, quella dal “petrolio estero” è la manifestazione più comune al momento – trovano spesso il favore del pubblico.

Sfortunatamente, le nostre idee circa della dipendenza e indipendenza nei contesti politici ed economici sono alquanto confuse.

La dipendenza economica è limitata dalla disponibilità di altre possibili scelte

La dipendenza economica non ha lo stesso significato della dipendenza politica. Ipotizziamo che vogliate acquistare degli prodotti da rivendere, successivamente, nel vostro negozio, e supponiamo che la miglior proposta di fornitura ricevuta fosse di 3 $, mentre la seconda miglior offerta ammontasse a 5 $. La libertà di scegliere l’opzione più conveniente corrisponde all’indipendenza economica: qualunque fornitore scegliate vi rende economicamente dipendenti da quel fornitore, nella fattispecie da quello più conveniente.

Supponiamo ancora che il grossista più costoso, quello dei prodotti venduti a 5 $, goda di un’ottima reputazione nel fornire dei prodotti di qualità e con estrema puntualità, ma decidete comunque di avvalervi dei servizi offerti dal grossista più conveniente, assumendo su di voi il rischio di che questi non interromperà la sua fornitura, che il prezzo non cambierà o, semplicemente, che non smetterà di vendere del tutto. In tal modo, diventate dipendenti dalle scelte del fornitore (quelle riguardanti le operazioni relative al suo business) e dalla sua continua disponibilità nel vendere a voi sempre al prezzo originario. Il vostro potenziale danno, o rischio, sono rappresentati dai 2 $ di differenza fra la prima e la seconda miglior offerta.

In altre parole, l’indipendenza economica – vale a dire il potere di scegliere fra diverse alternative – tipicamente si concreterà nel divenire, in qualche misura, dipendenti dal socio d’affari prescelto. Sicché, accettate il rischio di poter essere danneggiati da eventuali scostamenti dall’accordo originario (un’offerta a voi favorevole).

È importante, in ogni caso, comprendere i limiti dell’eventuale danno. Quando gli accordi sono volontari, la presenza sul mercato di altre offerte vantaggiose pone un limite superiore ai danni della dipendenza da un particolare socio d’affari. Nel nostro esempio, se i prodotti da 3 $ non fossero più disponibili, potreste rivolgervi al venditore che li offriva a 5 $. Grazie all’indipendenza economica è disponibile un’alternativa e il danno viene limitato ai 2 $ di differenza fra le due offerte. Perciò, il potenziale “danno” si manifesta nella misura in cui l’attuale guadagno acquisito da una partnership – scelta in relazione alle vostre alternative – possa essere ridotto o eliminato in futuro. Tuttavia, se si è liberi di scegliere fra dei venditori in libera concorrenza, la disponibilità di più accordi volontari con altre persone (ovverosia i grossi stessi) garantisce l’inconsistenza di ulteriori possibili “danni” oltre a quello testé rilevato.

La dipendenza politica non riguarda le scelte, ma la coercizione

La dipendenza statale si pone in forte contrasto con la dipendenza economica. Posto che i governi dispongono del potere di coercizione su di voi, gli stessi si attribuiscono la prerogativa di eliminare delle opzioni che altri attori economici vi offrirebbero volontariamente. Non solo possono sbarrare la strada alle migliori alternative che avete, ma sono capaci altresì di estromettere quelle che vi proteggerebbero da eventuali pericoli scaturenti dagli accordi volontari. Di fatto, possono eliminare ogni cosa. Come ebbe ad affermare superbamente Barry Goldwater: “Un governo abbastanza grande da darti tutto ciò che desideri, è abbastanza grande da portar via tutto ciò che hai”.

La dipendenza va bene, se volontaria

Ancorché l’indipendenza economica sia perfettamente compatibile con la dipendenza volontaria dai soci d’affari che ci offrono i maggiori benefici, la vera scelta non si limita a quella tra indipendenza e dipendenza; la vera scelta che dobbiamo affrontare è quella tra la dipendenza che risulta da accordi volontari e la dipendenza che consegue al controllo statale.

“L’indipendenza petrolifera” ed altre fallacie

È altresì importante notare che i tipici dibattiti sulla dipendenza, tra i quali “ridurre la nostra dipendenza dal petrolio estero”, si rivelano generalmente scuse fuorvianti al fine di imporre delle restrizioni politiche volte a  danneggiare i cittadini. Per esempio, il protezionismo venduto come una scelta fra i “buoni” produttori americani e i “cattivi” stranieri ignora il fatto che commerciamo con quelli stranieri perché sono più efficienti delle nostre alternative domestiche. Eliminare tali migliori opzioni rischia di deteriorare seriamente il benessere dei cittadini americani. Un modo migliore di comprendere i risultati di questo ragionamento è vederli come una cospirazione fra i produttori americani ed il governo per danneggiare i consumatori statunitensi ed i fornitori stranieri che offrono loro maggiori benefici.

Infine, va messo in discussione il modo in cui le argomentazioni relative alla dipendenza vengono solitamente incorniciate nel dibattito pubblico, cioè come se non esistesse mai il problema di dipendere da altri americani, ma sempre quantomeno un potenziale problema di dipendenza estera. Ci fidiamo davvero così tanto degli altri americani? Se così fosse, perché abbiamo così tante leggi e prigioni per scoraggiare i nostri vicini dal farci del male? In sostanza, la cosa migliore che possiamo fare per agevolare la fiducia posta nei nostri vicini domestici è negargli qualsiasi potere di coercizione nei nostri confronti; e la stessa difesa della proprietà su noi stessi ci consentirebbe, allo stesso modo, di fidarci dei nostri soci in affari non americani. Al contrario, il potere nocivo della coercizione statale, continuamente impiegata al servizio di qualcuno, non solo deve necessariamente danneggiare qualcun altro, ma ci pone totalmente in balìa dei nostri governanti, lasciandoci davvero pochi motivi per fare affidamento su di loro.

Articolo di Gary Galles su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

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Introduzione al FMI: politiche e gergo

Ven, 17/04/2015 - 08:00

Nel 1984, all’interno dell’introduzione di From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences, Henry Hazlitt ha offerto al pubblico alcune pagine molto illuminanti – oggi come allora – sul Fondo Monetario Internazionale; in base alla mia esperienza, le considero particolarmente utili per chiunque voglia accostarsi ad un qualsiasi documento del FMI, dagli Articles of Agreement in giù, e cominciare a capirci qualcosa.

Alla conferenza [di Bretton Woods], principalmente sotto la guida di John Maynard Keynes, rappresentante dell’Inghilterra, sono state prese tutte le decisioni sbagliate. L’inflazione è stata istituzionalizzata. E, a dispetto del caos monetario che da allora è andato crescendo, i politici del mondo non hanno mai ripreso seriamente in esame le premesse inflazioniate che hanno guidato gli autori degli accordi di Bretton Woods. La principale istituzione fondata a Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale, non solo è stata conservata, ma i suoi poteri inflazionasti e le relative pratiche sono stati enormemente ampliati.

[…]

Il sistema di Bretton Woods continua a provocare gravi danni, perché il dollaro, sebbene non più basato sull’oro e soggetto esso stesso a deprezzamento, continua ad essere impiegato (nel momento in cui scrivo) come principale valuta di riserva del mondo, mentre le istituzioni da lui fondate, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca [Mondiale], continuano a concedere nuovi, enormi prestiti a governi irresponsabili e imprevidenti.

[…]

Lo scopo apparente del fondo era “promuovere la cooperazione monetaria internazionale”. Il modo principale in cui si proponeva di attuarlo era far sì che tutti gli Stati membri rendessero una quota delle rispettive valute disponibile per il prestito ai Paesi membri “in temporanea difficoltà con la bilancia dei pagamenti”. Le singole nazioni le cui valute dovevano essere rese disponibili non avrebbero dovuto decidere da sé l’ammontare dei loro prestiti alle nazioni riceventi, né la loro durata.

Questa decisione era ed è tuttora presa dai burocrati internazionali che mandano avanti il FMI. Come questi funzionari stabiliscano che questi problemi con la bilancia dei pagamenti sono meramente “temporanei”, non so proprio. In ogni caso, i prestiti “temporanei”, normalmente, sono andati da uno a tre anni. Fino ad un momento recente, i prestiti sono stati accordati in via pressoché automatica, su richiesta della nazione ricevente.

Dovrebbe essere evidente ictu oculi che tutta questa procedura è dannosa. Naturalmente, è possibile che una nazione si ritrovi in difficoltà con la bilancia dei pagamenti senz’alcuna vera colpa da parte sua, per via di un terremoto, di una siccità prolungata, o perché è stata costretta ad una guerra essenzialmente difensiva. Ma, nella massima parte dei casi, le difficoltà con la bilancia dei pagamenti sono il frutto di politiche dannose da parte della nazione che viene a soffrirne. Politiche che possono consistere nel fissare una parità troppo alta per la propria valuta, che incoraggia i suoi cittadini o il governo stesso ad acquistare troppi beni di importazione; nell’incoraggiare i suoi sindacati a stabilire saggi salariali interni troppo alti; nell’imposizione di salari minimi; nell’esigere tasse troppo alte sui redditi individuali o societari (distruggendo gli incentivi alla produzione e impedendo la creazione di capitale sufficiente per gli investimenti); nell’imporre calmieri ai prezzi; nel minare i diritti di proprietà; in tentativi di redistribuzione del reddito; nel seguire altre politiche anticapitaliste; o perfino nell’imposizione di un socialismo in piena regola. Dal momento che, oggigiorno, quasi tutti i governi – specialmente quelli dei Paesi “in via di sviluppo” – adottano almeno alcune di queste politiche, non c’è da stupirsi che taluni di questi Paesi si ritrovino “in difficoltà con la bilancia dei pagamenti” rispetto ad altri.

Una “difficoltà con la bilancia dei pagamenti”, insomma, è quasi sempre un semplice sintomo di una malattia molto più vasta e radicale. Se le nazioni con problemi “nella bilancia dei pagamenti” non potessero contare su un’istituzione governativa mondiale che opera quasi come un ente di beneficenza e fossero obbligate a ricorrere a banche private, interne o estere, gestite in modo prudente, per il proprio salvataggio, sarebbero costrette a riformare drasticamente le loro politiche per ottenere tali prestiti. Così come stanno le cose, il FMI, di fatto, le incoraggia a proseguire sulla loro rotta socialista e inflazionista. I prestiti del FMI non solo incoraggiano un’inflazione prolungata nei Paesi riceventi, ma contribuiscono direttamente in proprio all’inflazione mondiale. (Questi prestiti, per inciso, sono concessi, nella maggior parte dei casi, a tassi inferiori a quelli di mercato).

Ma il Fondo ha accresciuto l’inflazione mondiale in un altro modo ancora, non previsto negli Articles of Agreement iniziali del 1944. Nel 1970, ha creato una nuova valuta, chiamata “Diritti Speciali di Prelievo” (DSP) [“Special Drawing Rights” – SDRs]. Questi DSP sono stati creati dal nulla, con un tratto di penna. Stando a quel che dice il Fondo, sono stati creati “per venire incontro ad una preoccupazione diffusa per la possibile inadeguatezza nella crescita della liquidità internazionale” (un eufemismo keynesiano per “non abbastanza cartamoneta”).

Questi DSP, per come la mette il Fondo, sono stati distribuiti ai membri – su loro richiesta – in proporzione alle loro quote, nel corso di periodi specifici. Durante il primo periodo, 1970-72, sono stati distribuiti 9.3 miliardi di DSP. Non ci sono state altre distribuzioni fino al 1 gennaio 1979. Tranche da 4 miliardi di DSP ciascuna sono state distribuite il 1 gennaio 1979, il 1 gennaio 1980 e il 1 gennaio 1981. I DSP ora [aprile 1982] in essere assommano a 21.4 miliardi, circa il 5% delle attuali riserve internazionali, oro escluso.

Vista la facilità con cui è stata creata questa moneta-segno mondiale, il suo volume limitato (anche se in eccesso per 20 miliardi di DSP) potrebbe colpire molti per la sua apparente moderazione. Ma, come vedremo, la loro creazione ha stabilito un precedente minaccioso.

Dovrei definire in modo più specifico e diretto cosa sia un DSP. Da luglio 1974 a dicembre 1980, il DSP è stato valutato sulla base dei tassi di cambio sul mercato di un paniere comprendente le valute dei sedici membri con le maggiori esportazioni di beni e servizi. Da gennaio 1981, il paniere è stato composto dalle valute dei cinque membri con le maggiori esportazioni di beni e servizi. Le valute, con i rispettivi coefficienti ponderali nel paniere, sono: dollaro USA (42%); marco tedesco (19%); yen, franco francese e lira sterlina (15% ciascuna).

Il DSP funge da unità di conto ufficiale per i libri contabili del FMI. E’ progettato – così dice il Fondo – “per diventare, in futuro, la principale risorsa [asset] del sistema monetario internazionale”.

Ma vale la pena di notare alcune cose riguardo ad esso. Il suo valore muta ogni giorno, rispetto al dollaro e ad ogni altra valuta nazionale. (Per esempio, il 25 agosto 1982, il DSP valeva 1,099 dollari e sei giorni dopo 1,083). Fatto più importante, il DSP, composto di un paniere di valute cartacee è a sua volta un’unità monetaria cartacea, governata da una media ponderata dell’inflazione in cinque Paesi e costantemente declinante in termini di potere d’acquisto.

Svariati Paesi hanno ancorato le proprie valute al DSP… cioè ad un’ancora che slitta. Tuttavia, il FMI si vanta che la sua politica resta quella di “ridurre gradualmente il ruolo monetario dell’oro”, e addita con orgoglio la vendita, da parte sua, di 50 milioni di once d’oro tra il 1975 e il 1980: un terzo di quanto ne possedeva nel 1975. Il Ministero del Tesoro USA può fare un proclama analogo. Ciò che né il Fondo né il Ministero del Tesoro si preoccupano di sottolineare è che l’oro ha un valore enormemente più alto oggi rispetto al momento in cui le vendite sono state compiute. Il profitto è andato agli speculatori di tutto il mondo e ad altri soggetti privati. Il contribuente Americano e, in parte, quello straniero hanno perso di nuovo.

[…]

Tuttavia, non è facile descrivere con precisione, in termini non tecnici, cos’abbia fatto il FMI fino a questo momento. Il Fondo ha un gergo tutto suo. I suoi libri contabili sono tenuti in Diritti Speciali di Prelievo (DSP), che sono voci di bilancio artificiali e non stanno nella tasca di nessuno. I suoi prestiti vengono raramente chiamati prestiti, ma [di norma] “acquisti”, perché un Paese usa la propria unità monetaria per “comprare”, tramite il Fondo, DSP, dollari, o qualunque altra valuta nazionale. I rimborsi al Fondo sono chiamati “riacquisti di acquisti” [“repurchases of purchases”].

Così, alla data del 30 settembre 1982, gli acquisti totali, inclusi quelli “della tranche di riserva”, sui libri contabili del FMI a partire da quando ha intrapreso l’attività ammontavano a 66.567 milioni di DSP (U.S. $71.879 milioni). Sempre alla data del 30 settembre 1982, il totale dei riacquisti di acquisti ammontava a 36.744 milioni di DSP.

L’importo totale dei prestiti in essere, alla data del 30 settembre 1982, era di 16.697 milioni di DSP (U.S. $ 18.020 milioni). La mezza dozzina di prestatari in cima alla classifica era: India, 1.766 milioni di DSP; Yugoslavia, 1.469 milioni di DSP; Turchia, 1.346 milioni di DSP; Corea del Sud, 1.148 milioni di DSP; Pakistan, 1.079 milioni di DSP; e le Filippine, 780 milioni di DSP; per un totale di 7.588 milioni di DSP, o 8.193 milioni in valuta degli Stati Uniti. Il futuro, naturalmente, può solo formare oggetto di congetture, ma la prospettiva è minacciosa. Uno sguardo in avanti ammonitore è stato pubblicato sul New York Times del 9 gennaio 1983. Per allora, il complesso di prestiti FMI in corso era salito a ventun miliardi di dollari. I direttori esecutivi del Fondo avevano appena approvato un prestito da 3,9 miliardi di dollari progettato come un salvataggio d’emergenza per il Messico, praticamente fallito. Il Fondo si era altresì accordato su un pacchetto simile per l’Argentina. Uno per il Brasile era stato quasi completato. In coda per ulteriori aiuti da parte del Fondo, che già aveva in corso prestiti in trentatré Paesi in gravi difficoltà, stavano il Cile, le Filippine e il Portogallo.

Molti avevano temuto, nell’autunno del 1982, che il Messico si sarebbe semplicemente rifiutato di compiere qualsiasi pagamento sui suoi 85 miliardi di dollari di debito estero, così creando una crisi finanziaria internazionale ancora più grave. Così, il direttore responsabile del Fondo, il francese Jacques de Larosière, prima di erogare il prestito, ha avvertito le banche private, che già avevano prestato miliardi al Messico, che, se non ne avessero accordati altri, si sarebbero potute ritrovare con uno zero spaccato in tasca. Ha incontrato una delegazione che rappresentava millequattrocento banche d’affari con prestiti al Messico in corso. Prima che il FMI ci mettesse un solo centesimo in più – ha detto loro – le banche private avrebbero dovuto rinnovare oltre venti miliardi di dollari dei loro crediti verso il Messico, che venivano a scadenza tra agosto 1982 e la fine del 1984, e concedere cinque miliardi di dollari in prestiti nuovi. Condizioni analoghe, in seguito, sono state annesse ai prestiti del Fondo ad Argentina e Brasile.

Così, il FMI adesso sta usando i propri prestiti come una leva per costringere a prolungare i vecchi prestiti privati e ad erogarne di nuovi. Tutto questo può sembrare momentaneamente rassicurante. Quantomeno tenta di porre la maggior parte del fardello e del rischio futuri a carico degli imprudenti prestatori privati del passato (e, a ruota, dei loro creditori), piuttosto che dei contribuenti di tutto il mondo e dei detentori della valuta nazionale.

Ma dove porta tutto questo? Non potrebbe consistere soltanto nello scambiare moneta buona per moneta cattiva? Per quanto tempo ancora i giocolieri internazionali potranno tenere in aria questo debito non pagato che continua a crescere?

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Una nuova alba di libertà

Mer, 15/04/2015 - 08:00

Continuando in tema della recente collaborazione tra il Mises Italia e Liberty.me, pubblichiamo l’articolo inaugurale di J. Tucker per l’apertura della città libertaria, datato agosto 2014.

* * *

E’ fantastico vivere in tempi di rivoluzione tecnologica: sta promuovendo libertà nel mondo tramite l’imprenditorialità ed il settore privato, la libera impresa, la tecnologia e gli scambi quotidiani.

Viviamo in un nuovo mondo di contatti personali che raggiungono ogni angolo del pianeta, un mondo emerso negli ultimi 20 anni ed il cui passo di sviluppo sta accelerando. Non solo, ma tutto questo sta accadendo al di fuori della pianificazione statale. La tecnologia sta cambiando il modo in cui pensiamo la politica, abbattendo i vecchi modelli. Il campo della libertà non può ignorare questa epoca storica: stiamo assistendo ad un esempio reale di come le scelte individuali in una nuova frontiera della libertà possano sfociare in una meravigliosa anarchia. Il risultato non è caotico nè statico: ovunque stanno emergendo idee variopinte che nel XX secolo si sarebbero ritenute impensabili. Il mondo digitale rappresenta l’ultima smentita del modello statale di pianificazione sociale. Quel che dicevano essere impossibile si sta rivelando come possibile, profittevole e produttivo.

Questo è il nostro momento e dobbiamo tuffarci direttamente nel suo centro. Ma come? Per rispondere a questa domanda abbiamo appena lanciato Liberty.me, una città digitale interamente dedicata alla libertà. Se ami la libertà, quello è il posto per te. Liberty.me esiste per promuovere la libertà personale ed economica nella tua vita e, come conseguenza, nel nostro mondo. Non si tratta di marciare per le strade, far pressioni presso politici o ritirarsi in isolamento. Si tratta di costruire un mondo di libertà. Liberty.me offre uno spazio in cui pubblicare i tuoi contenuti ed intrattenere il tuo pubblico, una comunità in amicizia, un’aula online con frequenti seminari, una vasta libreria di titoli ed un forum per le discussioni. C’è tutto quanto desideri da una comunità digitale impegnata nella causa della libertà.

Incluso nel periodo di prova hai il pacchetto completo. Liberty.me è infatti uno spazio pubblico (dopotutto, si tratta di aprirsi al mondo intero) ma anche privato: niente troll, pubblicità fastidiose o flame. E’ la più completa soluzione al maggior problema che oggi abbiamo tutti di fronte, e la risposta muove dal prendere una decisione nella nostra stessa vita. A Liberty.me crediamo che la libertà si debba innanzituto vivere, ecco perché ci siamo concentrati su temi pratici: come possiamo usare la tecnologia per vivere vite più libere? Come possiamo organizzare le nostre finanze per evitare rapine dal Leviatano? Quali film e libri riescono ad ispirarci? Che fare a proposito dell’istruzione, della sanità, degli spostamenti, della difesa personale?

Sappiamo per certo come lo stato stia rendendo le nostre vite sempre più difficili, ma non dovremmo arrenderci: con intelligenza, preparazione e determinazione possiamo superare tale barriera. Non possiamo aspettare che sia la politica a far la differenza: dobbiamo agire noi stessi. Nel breve periodo in cui ha operato, Liberty.me è già stata etichettata come un santuario di creatività ed ispirazione, promuovendo un senso di comunione tra persone votate alla libertà. In quale modo si conquistava la libertà nel passato? Con impegno e pratica quotidiane: sviluppando istituzioni, superando il sovrano in astuzia, cooperando per fornire alternative. Sono le comunità e le reti di interessi comuni ad aver promosso la libertà, comunità come Liberty.me.

Iscriviti oggi a Liberty.me! Approfitta dei 30 giorni di periodo di prova gratuito ed usa il codice LIBERTY per godere di uno sconto del 35%. Mandami un messaggio appena ti registri, così potrò salutarti, per poi tuffarti nell’avventura intellettuale. Abbiamo i mezzi per renderti la vita più libera, per superare e distanziare chi vuol dominare il mondo. Diamoci da fare!

 

(Fonte: A New Dawn for Liberty)

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Liberty.me & Mises Italia: parte la collaborazione

Lun, 13/04/2015 - 08:00

Annunciamo con piacere l’inizio di una collaborazione tra la città libertaria Liberty.me ed il Mises Italia, al fine di promuovere i loro contenuti anche tra il pubblico italiano. Sul sito di quella è già attivo un nostro blog dedicato alla riproposizione in lingua italiana dei suoi contenuti chiave, aggiornato mensilmente con nuove traduzioni.

Scopo primario di questa collaborazione è per noi il fornire ai nostri soci un accesso alla ricchissima biblioteca digitale del portale Liberty.me: il progetto guidato da Jeffrey Tucker si è infatti distinto per un’originalità dei contenuti che siamo certi i nostri lettori apprezzeranno. A fianco dei testi classici di teoria economica troviamo infatti anche un’ampia serie di guide specifiche su temi pratici ed attuali, sempre argomentati in chiave di economia austriaca e filosofia libertaria: chi volesse accostarsi ai nostri ideali tamite un approccio più concreto potrà trovare in esse un valido punto di partenza.

Di seguito, una lista dei titoli digitali che già da oggi i soci Bastiat ed i soci Rothbard del Mises Italia potranno richiedere mensilmente come parte dei propri benefici. La lista completa degli e-book Liberty.me e Laissez-Faire Books scaricabili è comunque sempre disponibile presso questa pagina.

 

1. Liberty.me Books

J.D. Acton – Lord Acton’s History of Freedom
F. Ballvé – Essential of Economics
H.E. Barnes – Perpetual War For Perpetual Peace
F. Bastiat – Economic Harmonies
F. Bastiat – Economic Sophisms
F. Bastiat – Selected Essays on Political Economy
F. Bastiat – The Law
L. Baudin – A Socialist Empire: The Incas of Peru
E. de La Boétie – The Politics of Obedience
R. Bourne – War is the Wealth of the State
E. Braun – Finance Behind the Veil of Money
G. Callahan – Economics for Real People
R. Chantillon – An Essay on Economic Theory
G. Chartier – Conscience of an Anarchist
F. Chodorov – Income Tax: Root of all Evil
F. Chodorov – Out of Step
F. Chodorov – The Rise and Fall of Society
J. Cox – Minimum Wage, Maximum Damage
J. Cox – The Concise Guide to Economics
C. Darrow – Resist Not Evil
M. DiBaggio – House of Refuge
L. Erhard – Prosperity through Competition
J.T. Flynn – As We Go Marching
J.T. Flynn – Men of Wealth
J.T. Flynn – While You Slept
D. French – The Failure of Common Knowledge
D. French – Walk Away
G. Galles – Faulty Premises, Faulty Policies
G. Garrett – A Bubble that Broke the World
G. Garrett – Harangue
G. Garrett – Satan’s Bushel
G. Garrett – The Cinder Buggy: a Fable in Iron and Steel
G. Garrett – The Driver
A. Gray – The Socialist Tradition: Moses to Lenin
L.A. Hahn – Economics of Illusion
F.A. Harper – The Writings of F.A. Harper – vol.1
F.A. Harper – The Writings of F.A. Harper – vol.2
H.J. Haskell – The New Deal in Old Rome
F.A. Hayek – A Tiger by the Tail
F.A. Hayek – Denationalization of Money
F.A. Hayek – Prices and Production
H. Hazlitt – Time Will Run Back
H. Hazlitt – The Foundations of Morality
H. Hazlitt – The Way to Willpower
H. Hazlitt – Thinking as a Science
A. Herbert – The Voluntaryst Creed
K. Hess – Death of Politics
H.H. Hoppe – A Theory of Socialism and Capitalism
A. Kinsella – Against Intellectual Property
R.W. Lane – Give Me Liberty
R.W. Lane – The Discovery of Freedom
R.W. Lane – Young Pioneers
A.L. Macfie – Theories of the Trade Cycle
O.S. Marden – How They Succeeded
O.S. Marden – The Joys of Living
W. McElroy – The Art of Being Free
C. Menger – Principles of Economics
L. von Mises – Economic Calculation in the Socialist Commonwealth
L. von Mises – Economic Policy: Thoughts for Today and Tomorrow
L. von Mises – Human Action
L. von Mises – Liberalism
L. von Mises – Nation, State and Economy
L. von Mises – Socialism
L. von Mises – Theory and History
L. von Mises – Theory of Money and Credit
G. de Molinari – The Production of Security
I. Morehouse – Better off Free
R.P. Murphy – Chaos Theory
A.J. Nock – Jefferson
A.J. Nock – Memoirs of a Superflous Man
A.J. Nock – Our Enemy, the State
A.J. Nock – The Theory of Education in the United States
F. Oppenheimer – The State
T. Paine – Common Sense
I. Paterson – Never Ask the End
I. Paterson – The God of the Machine
I. Paterson – The Shadow Riders
S. Patterson – What’s the Big Deal About Bitcoin?
C.A. Phillips – Banking and the Business Cycle
P.E. de Puydt – Panarchy
A. Rand – Anthem
L.E. Read – Anything That’s Peaceful
L.E. Read – I, Pencil
G. Reisman – Piketty’s Capital
E. Richter – Pictures of the Socialistic Future
L. Robbins – The Economic Basis of Class Conflict
M.N. Rothbard – America’s Great Depression
M.N. Rothbard – Anatomy of the State
M.N. Rothbard – Education: Free and Compulsory
M.N. Rothbard – For a New Liberty
M.N. Rothbard – Freedom, Inequality, Primitivism and the Division of Labor
M.N. Rothbard – What Has Government Done to Our Money
M. Sennholz – Leonard Read: Philosopher of Liberty
L. Spooner – No Treason
L. Spooner – Trial by Jury
W.G. Sumner – A History of American Currency
W.G. Sumner – What the Social Classes Owe Each Other
M.&L. Tannehill – The Market for Liberty
H.D. Thoreau – Here There is no State
B.R. Tucker – Instead of a Book
J.A. Tucker – 25 Life-Changing Classics
J.A. Tucker – A Beautiful Anarchy
J.A. Tucker – Bit by Bit
J.A. Tucker – Bourbon for Breakfast
J.A. Tucker – It’s a Jetsons World
J.A. Tucker – Liberty.me: Freedom is a Do-It-Yourself Project
M. Villeneuve – The Third Way
C. Watner – The Essential Voluntaryist
H.G. Weaver – The Mainspring of Human Progress
E. Zamiatin – We

2. Liberty Guides

J. Arman – A Guide for Liberty-Loving Parents
C. Belt – Building a Business Under Leviathan: Nevada
M. Borders – Voice and Exit Manifesto
G. Brooks – Defend Liberty in the Church
H. Cesare – How to Get Free Household Essential
D. Clark – Building an Armory from Scratch
D. Clark – How to Buy Your First Handgun
J. Desyllas – Negotiate for Mutual Profit
J.S. Diedrich – Sell Liberty Like Don Draper
D.E. French – Peer-to-Peer Lending
W.N. Grigg – Alternatives to the Police State
J. Hanners – How to Deal With the Police
J. Hunt – Surviving Obamacare
S. Kinsella – Do Business Without Intellectual Property
V. Malherbe – How to Buy, Sell & Store Precious Metals
T. Mayer – Reclaim Your Privacy
W. McElroy – How to Be an Individual Anarchist
W. McElroy – The Art of Argumentation
W. McElroy – The Liberty Prepping Mindset
I. Morehouse – Rethinking Higher Education
R. Murphy – How to Be an Independent Intellectual
S. Patterson – Up and Running with Bitcoin
S. Pierre – Free State Project Guide
T. Swanson – Internationalize: Teach English in East Asia
J.A. Tucker – Dress Like a Man
J.A. Tucker – Free Your Laundry From Government Mandated Filth
J.A. Tucker – Hack Your House
J.A. Tucker – Prepare for Life Without the State
J.A. Tucker – Talking Liberty
J.A. Tucker – Young & Unemployed: What to Do

3. Member Books

J. Brown – State of Terror
S.J. Collins – Everything Voluntary
R. England – Free is Beautiful
A. Kokesh – Freedom!
T. Patron – The Bitcoin Revolution
L.W. Reed – Great Myths of the Great Depression
D. Romney – Rule of Law
J. Siegel – Libertarian Treehugger
W. Trabex – How to Write Fiction

4. Other Books

(NOTA: diversi titoli qui elencati sono anche disponibili in forma gratuita presso altri portali, quali ad esempio il mises.org)
W. Block – Defending the Undefendable
L.E. Carabini – Inclined to Liberty
P. Champagne – The Book of Satoshi
J.B. Clark – Essentials of Economic Theory
P. Eltzbacher – Anarchism
H. Hazlitt – Economics in One Lesson
H.H. Hoppe – The Economics and Ethics of Private Property
J.G. Hülsmann – Mises: the Last Knight of Liberalism
S.E. Konkin III – An Agorist Primer
S.E. Konkin III – New Libertarian Manifesto
J.J. Martin – Men Against the State
L. von Mises – Planned Chaos
S. Molyneux – Everyday Anarchy
S. Molyneux Practical Anarchy
S. Molyneux – Universally Preferable Behaviour
T. Paine – Rights of Man
T. Paine – The Writings of Thomas Paine
R. Paul – A Foreign Policy of Freedom
R. Paul – Freedom Under Siege
R. Paul – Mises and Austrian Economics
R. Paul – Pursue the Cause of Liberty
P.J. Proudhon- What is Property?
G. Reimann – The Vampire Economy: Doing Business Under Fascism
R. Rocker – Anarcho-Syndicalism
R. Rocker – Pioneers of American Freedom
M.N. Rothbard – An Austrian Perspective on the History of Economic Thought
M.N. Rothbard – Conceived in Liberty
M.N. Rothbard – History of Money and Banking in the United States: the Colonial Era to World War II
M.N. Rothbard – Man, Economy and State, with Power and Market
M.N. Rothbard – The Origins of the Federal Reserve
B. Shaffer – A Libertarian Critique of Intellectual Property
B. Shaffer – Boundaries of Order
B. Shaffer – In Restraint of Trade
B. Shaffer – The Wizards of Ozymandias
H. Spencer – The Man Versus the State
L. Spooner – A Defence for Fugitive Slaves
L. Spooner – The Unconstitutionality of Slavery
L. Spooner – Vices are not Crimes
C.T. Sprading – Liberty and the Great Libertarians
C.C. Tansill – Back Door to War: the Roosevelt Foreign Policy 1933-1941
B.R. Tucker – Liberty – vol.1
Voltaire – Toleration and Other Essays
VV. AA. – SFL/LFA Short Fiction Contest Collection
A.D. White – Fiat Money Inflation in France
E.B. White, W. Strunk Jr. – The Elements of Style
E.V. Zenker – Anarchism: a Criticism and History of the Anarchist Theory

 

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Cronache da Bretton Woods (parte terza)

Ven, 10/04/2015 - 09:00

L’accordo prevedeva che ogni Paese potesse ridurre la parità della propria valuta ogniqualvolta ciò fosse necessario per correggere uno “squilibrio strutturale”, e che l’istituendo Fondo Monetario Internazionale non dovesse respingere una proposta in tal senso. Non erano posti limiti al numero di queste riduzioni, purché, singolarmente considerate, fossero pari o inferiori al 10%. Dopo aver ottenuto l’accettazione della propria valuta a quella parità, da parte degli altri membri, ogni Paese membro poteva recedere dal Fondo in qualsiasi momento, purché ne desse avviso scritto. Non era specificato alcun termine di preavviso.

Come assicurerà la stabilità?

26 giugno 1944

Uno degli scopi apparenti del proposto Fondi di Stabilizzazione Internazionale è “promuovere la stabilità dei cambi”. Ma, quanto più si esamina la “esposizione dei princìpi” per il fondo, tanto più difficile diventa trovarvi stabilità per i cambi. Essa prevede bensì che, quando una nazione entra nel fondo, sarà fissata o stabilita una parità per la sua valuta; ma questa, a quanto pare, può essere cambiata in qualsiasi momento. Un Paese membro può proporre un cambiamento nella parità della propria valuta, ad esempio, se lo considera “appropriato per correggere uno squilibrio strutturale” [Schedule C, punto 6: “A member shall not propose a change in the par value of its currency except to correct, or prevent the emergence of, a fundamental disequilibrium.” – NdT]. Lo “squilibrio strutturale” non è definito nell’esposizione. Nessun Paese che intenda svalutare dovrebbe trovar particolari difficoltà ad argomentare che vuole farlo per correggere uno “squilibrio strutturale”.

L’esposizione dei princìpi prosegue:

Il fondo approverà il mutamento richiesto nella parità della valuta di un membro se è essenziale alla correzione di uno squilibrio strutturale. In particolare, il fondo non respingerà una richiesta di cambiamento, necessaria a ristabilire l’equilibrio, additando le politiche interne, sociali o politiche, del Paese richiedente.”. [Schedule C, punto 7 – NdT]

In altre parole, le nazioni che sono state intente a sostenere la valuta di quel Paese non possono respingere una svalutazione solo perché il lamentato “squilibrio strutturale” è stato il risultato diretto di politiche interne nocive.

L’esposizione dei princìpi prevede che un Paese membro possa ridurre la parità fissata per la propria valuta fino al 10%. “In caso di richiesta di un’ulteriore modifica, che non rientri nella clausola che precede e non superi il 10%, il fondo deciderà entro due giorni dalla ricezione della richiesta, se lo domanda il richiedente.”. Questo è un po’ ambiguo, ma sembra implicare che una nazione può svalutare di un altro 10% con il consenso del fondo. Supponiamo che la nazione voglia svalutare ancora di più? Questo caso sembra previsto all’Art. VIII, Par. 1: “Un Paese membro può recedere dal fondo mediante comunicazione scritta.”. Non è specificato alcun termine di preavviso: a quanto pare, il recesso del Paese membro può aver luogo subito dopo che la comunicazione è stata ricevuta. [Ora art. XXVI, par. 1: “Any member may withdraw from the Fund at any time by transmitting a notice in writing to the Fund at its principal office. Withdrawal shall become effective on the date such notice is received.“, e Schedule J – NdT]

In altre parole, mentre, secondo questo progetto, le nazioni creditrici nette si impegnano, tramite i loro contributi al fondo, ad acquistare la valuta di ogni nazione debitrice netta per mantenerla alla parità, non hanno nessuna garanzia che il valore di queste valute che vengono a detenere non si riduca all’improvviso, per un repentino atto di svalutazione da parte delle nazioni le cui valute detengono.

Articolo di Henry Hazlitt in From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences

Tradotto da Guido Ferro Canale

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