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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 41 min 33 sec fa

Azione umana e mercato, la chiave per capire l’economia moderna

Ven, 18/11/2016 - 08:49

L’importanza della Scuola Austriaca è dovuta principalmente alla facilità con cui presenta al pubblico temi che, all’apparenza, possono risultare ostici o addirittura incomprensibili. Essa concentra nelle sue teorie tutti quei concetti d’economia che ognuno di noi vorrebbe apprendere ma che, purtroppo, vi rinuncia a causa dell’estrema complessità che il mondo accademico conferisce alla materia. Questo perché scompare dai radar quel tassello che invece è al centro del processo economico, ovvero, l’attore di mercato. Per l’economia mainstream, infatti, quest’ultimo è ridotto ad una macchietta, il quale sa tutto e conosce tutto. Il cosiddetto homo oeconomicus è un modello fallace ereditato dalla teoria classica, dove la sua figura viene relegata ai margini della scienza economica visto che la sua unica pulsione sarebbe quella di massimizzare i guadagni e minimizzare i costi.

Ma la Scuola Austriaca dimostra che tutti possono accedere alla comprensione della cosiddetta scienza triste. E lo dimostra senza nemmeno una equazione nei suoi esempi. Questo perché, diversamente dalle altre scuole d’economia, non si rivolge agli accademici bensì alle persone stesse. Ovvero, ai lettori curiosi e vogliosi d’entrare in possesso di nuova conoscenza. La Scuola Austriaca permette di raggiungere tale conoscenza e lo fa annoverando letture agili, proponendo ragionamenti brevi e di facile accessibilità. In realtà, questa scuola di pensiero economico rappresenta un esercizio per diradare quella paura che per tutto questo tempo ha attanagliato le menti della maggior parte delle persone riguardo la teoria economica.

Scrisse Ludwig von Mises nel suo capolavoro, L’Azione Umana:

Fu errore fondamentale della scuola storica tedesca delle wirtschaftlichen Staatswissenschaften e dell’istituzionalismo americano interpretare l’economia come caratterizzazione di un tipo ideale, l’homo oeconomicus. Secondo questa dottrina l’economia tradizionale od ortodossa non tratta dell’uomo quale realmente è e agisce, ma di una immagine fittizia o ipotetica. Descrive un essere determinato esclusivamente da motivi “economici”, cioè soltanto dall’intenzione di fare il maggior profitto materiale o monetario possibile. Tale essere non ha né ha mai avuto un corrispondente nella realtà; è il fantasma di una spuria filosofia cattedratica. Nessun uomo è motivato esclusivamente dal desiderio di diventare il più ricco possibile; molti non sono affatto influenzati da questa sollecitazione. È vano riferirsi ad un omuncolo così illusorio nel trattare della vita e della storia. Anche se questo fosse realmente il significato dell’economia classica, l’homo oeconomicus non sarebbe certamente un tipo, ideale.

Il tipo ideale non è una incarnazione di un lato o di un aspetto dei vari fini e desideri dell’uomo. Esso è sempre la rappresentazione di fenomeni complessi della realtà, sia di uomini, di istituzioni, o di ideologie. Gli economisti classici tentarono di spiegare la formazione dei prezzi. Essi erano assolutamente consci del fatto che i prezzi non sono il prodotto delle attività di un gruppo speciale di persone; ma il risultato del gioco reciproco di tutti i membri della società di mercato. Questo era il significato della loro enunciazione che domanda e offerta determinano la formazione dei prezzi. Tuttavia, gli economisti classici fallirono nei loro sforzi di fornire una teoria soddisfacente del valore. Essi si trovarono nell’impossibilità di dare una soluzione soddisfacente all’apparente paradosso del valore. Erano imbarazzati dal creduto paradosso che l'”oro” fosse più pregiato del “ferro”, sebbene quest’ultimo fosse più “utile” del primo. Così non poterono costruire una teoria generale del valore riconducendo i fenomeni del mercato di scambio e della produzione alla loro fonte ultima, il comportamento del consumatore. Questa lacuna li costrinse ad abbandonare il piano ambizioso di sviluppare una teoria generale dell’azione umana. Dovettero accontentarsi di una teoria che spiegava soltanto le attività dei commercianti senza risalire alle scelte di ognuno come determinanti ultimi.

[…] La moderna economia soggettiva comincia con la soluzione dell’apparente paradosso del valore. Essa non limita i suoi teoremi alle azioni dei commercianti, né tratta solo di un fittizio homo oeconomieus. Tratta delle categorie inesorabili dell’azione di ciascuno. I suoi teoremi concernenti i prezzi delle merci, i saggi salariali e d’interesse si riferiscono a tutti gli altri fenomeni senza riguardo ai motivi che spingono la gente a comprare o a vendere o ad astenersi dal comprare o dal vendere. È tempo di scartare completamente qualsiasi riferimento al fallito tentativo di giustificare le lacune dei vecchi economisti richiamandosi al fantoccio dell’homo oeconomicus.

L’obiettivo principale della Scuola Austriaca è quello di permettere allo studente di pensare come un economista. Non bisogna lasciarsi spaventare da questo proposito, perché la strada è molto meno in salita di quello che crede la maggior parte della popolazione. Infatti, diversamente da quello che s’insegna nella maggior parte delle aule universitarie, l’economia è una materia che non ha nulla a che fare con le scienze fisiche, nonostante venga spesso, se non sempre, accostata a queste ultime.

Ci sono materie, come la chimica, la fisica, o la biologia, che hanno bisogno della matematica come punto cardine affinché possano sviluppare il loro pieno potenziale. Con l’economia, invece, ciò non accade perché tale materia è fondamentalmente una scienza sociale. Potremmo chiamarla una finestra sul mondo, perché attraverso di essa vediamo come gli individui si comportano nei confronti del loro prossimo.

E ciò è verso soprattutto se consideriamo il fatto che il comportamento degli individui è strettamente connesso con il loro relazionarsi con altri individui. Ciò involve, per forza di cose, uno scambio di qualche tipo affinché gli individui possano entrare in relazione tra di loro. Lo scambio, quindi, rappresenta il ponte di comunicazione tra due individui differenti, e attraverso di esso l’economista può dedurre concetti e teorie che altrimenti non avrebbe potuto dedurre basandosi esclusivamente sull’astrattismo della matematica. Quest’ultima è utile, ma non indispensabile come si crede comunemente. È importante che il lettore comune entri in sintonia con questo tipo di realtà, perché potrebbe finire in guai finanziari se continua a domandare l’aiuto dello stato affinché gli errori economici vengano rimandati nel tempo e corretti in seguito ad un prezzo maggiorato.

Infatti uno dei punti cardini di questa teoria è il il suo focus sull’individuo piuttosto che sulla matematica. È attraverso di esso che tutto il comparto teorico economico può essere dedotto e, di conseguenza, essere stilate le leggi principali con le quali analizzare l’ambiente circostante. Essendo centrale a questo approccio teorico, l’essere umano insieme alle sue azioni gioca un ruolo fondamentale. Infatti è su queste ultime che si fonda la teoria economica Austriaca, la quale pone grande enfasi sulle cosiddette azioni propositive. Esse si differenziano dalle azioni di riflesso perché, diversamente da queste ultime, le azioni propositive sono compiute tenendo come riferimento un particolare obiettivo da raggiungere. Questa è la differenza cruciale tra economia e le scienze naturali: mentre le seconde studiano, e cercano di predire, il comportamento di elementi inanimati, la prima studia e cerca di analizzare ex-post il comportamento di “elementi animati”.

Le scienze naturali hanno successo nel raggiungere i loro obiettivi perché ciò che studiano si comporta sempre in accordo con leggi costanti e ripetitive. Ciò permette di eseguire esperimenti in laboratorio ripetibili e potenzialmente prevedibili ex-ante. Dall’altro lato invece abbiamo a che fare con una scienza che invece deve indirizzarsi ad elementi che hanno una mente propria e non obbediscono in modo predittivo a leggi prefissate. Lo studioso dell’economia, quindi, si basa sulla propria esperienza di azione propositiva e da essa cerca di dedurre le logiche implicazioni. Se qualcuno pensa che un simile assetto strutturale possa essere confusionale e vago, gli basterebbe pensare alla geometria. Infatti l’economia è molto più vicina alla geometria che alla fisica.

Come logico che sia, l’azione umana necessita di un attore affinché possa essere portata a compimento. Questo significa che ogni essere umano attraverso le proprie azioni cerca di entrare in sintonia con un altro essere umano affinché entrambi possano arrivare ad uno scambio e, quindi, soddisfare i propri bisogni. Infatti l’azione umana non è altro che uno stadio intermedio tra due stadi di quiete. La soddisfazione dei propri bisogni, ovviamente, passa attraverso la soddisfazione dei bisogni di un altro essere umano; ciò significa che ogni attore agente possiede un elenco differente di priorità. Queste ultime possono cambiare nel tempo, ma ciò è logico visto che gli attori agenti sono singole unità pensanti. Ciononostante tali preferenze sono soggettive e diverse da attore agente ad attore agente.

Ma tali concetti possono essere meglio assorbiti se lo studioso dell’economia porta al lettore un esempio tanto facile quanto completo. Nel nostro caso non esiste esempio migliore di quello di Robinson Crusoe che, improvvisamente, si ritrova naufrago su un’isola deserta. Una delle prime cose che Crusoe deve fare è economizzare l’ambiente circostante, ovvero, considerare gli elementi a sua disposizione e per ognuno di esso decidere uno scopo appropriato in accordo con le sue necessità.

Attraverso il costo di opportunità Crusoe decide come suddividere beni di consumo da beni strumentali, in modo da minimizzare i costi e massimizzare la resa. Man mano che accumula abbastanza beni di consumo, egli inizia a riorganizzare le proprie priorità ed a conferire diverse priorità ai beni che lo circondano. Ovvero, cambiando le sue preferenze temporali in rapporto a consumo e astensione dal consumo, Crusoe rinuncia ad un vantaggio oggi per ottenerne uno superiore domani. In questo modo la sua specializzazione del lavoro aumenta e con essa il tempo risparmiato da dedicare alla disutilità del lavoro, ovvero, il tempo libero. È in questo contesto che investimenti e risparmio giocano un ruolo cruciale nella vita dell’attore agente, perché in base a come economizza il suo tempo egli otterrà risultati diversi. Che siano positivi o negativi, ciò dipende dalle scelte dell’attore agente.

 

IL MERCATO

Dato che l’azione individuale determina il ruolo e la funzione degli attori di mercato, l’interazione di vari individui crea una rete di interazioni le quali determinano la società nel suo complesso. La società, quindi, non è altro che l’insieme di interazioni individuali, le quali, a loro volta, vanno a determinare regole e comportamenti all’interno del tessuto sociale.

Nel corso del tempo suddetto insieme ha creato diverse istituzioni, tre delle quali sono più rilevanti: capitalismo, socialismo, economia mista. Il sistema capitalista, conosciuto anche come economia di mercato, è caratterizzato dalla proprietà privata delle risorse. Gli attori di mercato sono liberi di scegliere la propria occupazione e avviare qualsiasi attività vogliono, ma qualsiasi risorsa acquistata e venduta necessita di una compravendita tra possessore attuale e potenziale acquirente. Ciò è vero perché entrambe le parti in gioco cercano di migliorare quanto più significativamente possibile la propria situazione, di conseguenza vogliono entrare in possesso di determinate risorse affinché ciò possa accadere. Di conseguenza ciò prevede un qualche tipo di scambio tra le parti interessate, e inizialmente s’è trattato di uno scambio diretto: due ipotetici individui s’incontravano e scambiavano due merci senza la necessità di ulteriori scambi precedenti.

Man mano che la società s’è sviluppata e il commercio s’è espanso, e con esso la specializzazione degli attori di mercato, ciò ha significato una rete di scambi molto più intricata e la necessità di operare più scambi prima di entrare in possesso di quella merce desiderata da uno degli attori di mercato. Dato che il tempo è una delle risorse più scarse esistenti, e di conseguenza una delle più preziose per l’attore di mercato, le interazioni degli individui hanno fatto emergere una merce talmente importante da essere considerata un mezzo attraverso il quale eliminare definitivamente gli scambi intermedi affinché si giungesse prima allo scambio finale.

Il denaro, quindi, non è altro che un mezzo di scambio attraverso il quale due ipotetici attori di mercato risparmiano tempo e giungono più facilmente al loro scambio finale. In questo modo è possibile permettere alla società di specializzarsi ulteriormente senza intoppi dovuti a modi obsoleti di condurre gli affari, facendo emergere una divisione del lavoro basata sullo scambio volontario e mutualmente proficuo. Le forze portanti di tale società sono gli imprenditori i quali impiegano risorse umane e inanimate per produrre beni e servizi utili per la società. Le loro idee sono indirizzate ad anticipare la domanda futura degli attori di mercato, e in questo modo spezzano le catene della “routine” industriale creando nuove opportunità che prima nessuno era stato in grado d’individuare. La competizione e la concorrenza tra imprenditori è la linfa che alimenta questo circolo virtuoso, di conseguenza hanno bisogno delle migliori risorse disponibili e che possono pagare per dare vita alle loro idee. Questo significa che sono disposti a pagare le risorse umane e inanimate a prezzi di mercato, perché in caso contrario la concorrenza entrerebbe in scena e le impiegherebbe a prezzi migliori.

Infatti coloro che vengono impiegati dagli imprenditori hanno come obiettivo principale quello d’aumentare quanto più possibile la loro paga, di conseguenza metteranno a disposizione le loro capacità, se meritevoli, nelle mani di coloro che faranno l’offerta più alta. Comunque, che si tratti di lavoratori o datori di lavoro, gli attori di mercato una volta che entrano in possesso delle risorse economiche di cui hanno bisogno, o le spendono nel presente, oppure le risparmiano e le investono per ottenere benefici maggiori nel futuro. In quest’ultimo caso, un piccolo decremento nel consumo di oggi può portare ad una maggiore possibilità di consumo.

Ma ci vuole libertà, ma non senza leggi. Ci vuole un libero mercato. Quest’ultimo è un sistema aperto in cui chi compra e vende qualcosa, può soddisfare i propri bisogni ed esigenze in modo vicendevolmente soddisfacente. Chi è competitivo e soddisfa al meglio i clienti, prospera; chi, invece, non riesce ad offrire un affare migliore e non si impegna per offrirlo, sarà costretto a chiudere bottega. Non è affatto un caso se il 1800 e il primo novecento sono stati dei periodi storici in cui la libera impresa ha fornito alla società occidentale l’opportunità di prosperare come mai accaduto in tutta la storia umana. All’aumentare degli ostacoli posti dall’interventismo centrale su questo processo, i comportamenti precedentemente virtuosi sono stati disincentivati. Sono stati, invece, incentivati comportamenti viziosi, legati allo sfruttamento di una burocrazia crescente e di un welfare state mastodontico.

 

CONCLUSIONE

Esiste una generazione di economisti a cui è stato fatto il lavaggio del cervello nelle aule universitarie. Essi credono che la figura degli attori di mercato possa essere relegata a semplice comparsa nei processi di mercato, elevando, di conseguenza, la capacità di alcuni individui a deus ex machina, in grado addirittura di direzionare in modo appropriato le sorti dell’intero ambiente economico. Infatti grazie alla loro guida presumibilmente onnisciente, la massimizzazione del profitto viene stemperata da tutti quelle caratteristiche presumibilmente negative insite nell’animo umano. Ma è davvero questo il problema? O è la massimizzazione dei profitti a tutti i costi il problema? Una manciata di persone diviene magicamente in grado di poter dire ad una moltitudine di altre come agire e cosa fare solo perché in possesso di un accreditamento statale, confondendo causa ed effetto.

Svuotando la figura degli attori di mercato dalla loro essenza, ovvero, esseri agenti con determinate priorità, fanno ricorso al prodotto civetta noto come homo oeconomicus per giustificare l’intromissione dello stato nella vita degli individui e la loro relativa consulenza. Non è una questione di aggregati o singoli elementi, l’arazzo della società è costituito dal tessuto messo insieme dalle svariate azioni propositive espresse dagli attori di mercato. La Scuola Austriaca va a studiare proprio queste azioni e non ritiene la matematica la quintessenza della materia economica stessa, bensì solo un’appendice utile.

Siamo praticamente sommersi da statistiche che rispecchiano solo istantanee del mercato, dalle quali gli economisti moderni vorrebbero far derivare concetti più complessi. Questi numeri sono fuorvianti, perché le informazioni all’interno del tessuto economico scorrono sotto forma di flusso. Quanto più è inalterato questo flusso, tanto più accurate le informazioni arriveranno agli attori di mercato che, attraverso le loro conoscenze, potranno soddisfare al meglio le necessità e le esigenze dei consumatori o clienti.

È così che s’innesca la prosperità economica, non attraverso modelli matematici avulsi dalla realtà. Il migliore esempio che abbiamo di ciò è il XIX secolo, e con la metodologia d’indagine corretta, è possibile rendere sostenibile nel tempo suddetta prosperità.

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“Libertà d’insegnamento” e “plagio”: proposta di discussione

Mer, 16/11/2016 - 08:05

QUESITI SULLA LIBERTA’ DI INSEGNAMENTO

Cos’è la libertà di insegnamento? Perché la Costituzione Italiana (art. 33) la garantisce? Ha dei limiti?

MIE RISPOSTE

Cosa sia e perché esista si può solo immaginare. Forse l’articolo in questione voleva reagire alle censure del regime totalitario da cui la nazione era reduce. Forse era ispirato da vicende ancor più remote, quali quelle di Galileo, Bruno e Vanini.

Ma se è così, essa è fondata su un equivoco: una cosa è la libertà di opinione. Altra quella di insegnare.

L’idea che l’uomo, come individuo, necessiti assolutamente di insegnare è un po’ originale. Il diritto di imparare, si capisce. Ma di insegnare, neanche un po’.

Relativamente ai limiti di questa libertà garantita, l’art. 33 citato la limita alle arti e scienze. Poiché ambo i termini sono indefinibili, così lo diventano i limiti di tale “libertà”.

IL REATO DI PLAGIO

In realtà, al tempo della stesura della Costituzione, una sorta di limite esisteva. Si trattava del generico (troppo) reato di plagio.

Il termine “plagio” significa diverse cose. Nel diritto romano era la riduzione in schiavitù. In psicologia è l’assoggettamento psicologico di una persona ad un’altra, per via del diverso livello della personalità e di tecniche di convincimento. Il diritto italiano definiva in passato con il termine plagio due diversi reati: uno simile alla definizione testé fornita (art.603 cp); ed un altro consistente in una particolare forma di truffa (legge del’41 sul diritto d’autore).

Ora non più. Nel 1981, l’art. 603 c.p. è stato abolito dalla Corte Costituzionale perché mal scritto.

Eppure, è vero che sia possibile utilizzare tecniche psicologiche per ridurre persone di personalità più debole in proprio potere. Per convincerle delle peggio assurdità.

La cosa curiosa è che tale reato non è stato abolito dal fascismo, che di plagio delle giovani generazioni si è macchiato abbondantemente, ma dal nostro grazioso regime partitocratrico (1).

PLAGIO ED INSEGNAMENTO

Ebbene, il plagio psicologico delle giovani generazioni, inteso come insegnamento di opinioni come dati di fatto inopinabili, magari affiancate da giudizi morali, è sempre stato un strumento di controllo proprio dei regimi totalitari, tipicamente a base ideologica o religiosa (2).

Il fatto che l’utilizzo di tale strumento di sopruso sia stato disconosciuto come reato è sì grave, ma è anche l’occasione di re-istituirlo con una definizione più precisa di quella del vecchio articolo 603.

Le nostre istituzioni non includono, fortunatamente, un ministero della propaganda deputato specificatamente all’attività di plagio. Esiste però un ministero della pubblica istruzione, che ne ha in fondo gli stessi poteri per quanto concerne l’approvazione dei testi scolastici. In totale assenza di norme che ne prevengano la degenerazione.

Al contrario, è garantita proprio in Costituzione (art.33) la libertà di insegnamento (3). Equivalente, in assenza di limiti, al diritto di sparare al prossimo.

Eppure, possiamo condividere tutti il fatto che il giudizio definitivo di un insegnante, a cui il giovane studente riconosce una maggiore conoscenza ed esperienza, viene generalmente accettato come vero. E’ un potere non da poco. E chi difende lo studente?

Il problema, insomma, è che non esiste una norma deputata a difendere il giovane dal plagio educativo. A che forma di tutela può rifarsi il genitore o il preside o il provveditore scandalizzato da giudizi ideologici nei testi o nelle lezioni scolastiche? A nessuna. Al contrario, è l’insegnante che può sempre rifarsi all’art.33.

CONTRO IL REATO DI PLAGIO

Ma l’obiezione posta dagli appassionati di plagio ideologico contro l’istituzione del reato de quo è che questo sia inevitabile. Cioè, sarebbe inevitabile che chi insegna la Storia, il Diritto, le Arti e le altre cosiddette scienze sociali od umanistiche si possa astenere da spacciare sue opinioni personali come le uniche esistenti. O proprie interpretazioni di logiche causa-effetto come dati di fatto. O propri giudizi morali.

DIFESA DEL REATO DI PLAGIO

Ebbene, mi oppongo totalmente a tale tesi, propugnata per impedire l’istituzione del reato di plagio, nonché qualunque responsabilità dell’insegnante nei confronti della propria attività.

Non è vero che sia inevitabile spiegare teorie, in qualunque campo umanistico, senza spacciarle per univoche.

Non è vero che sia impossibile proporre tesi (filosofiche, politiche, artistiche etc) od interpretazioni (di logiche storiche, di riforme politico giuridiche, di intenti letterari, di significati artistici etc.) come opinioni anziché come dati di fatto.

Soprattutto, non è vero che sia impossibile astenersi da proporre i propri giudizi morali o di merito su episodi, personaggi o teorie.

E’ vero il contrario. Cioè che lo sforzo richiesto ad ogni insegnante sia quello di fornire ai futuri cittadini gli strumenti per formarsi dei propri giudizi, non quello di fornire a loro i propri. Il tempo più utilizzato dovrebbe essere il condizionale. Ed in questo orientamento, risultano particolarmente sbagliati i giudizi morali. Tra l’altro, il bello del giusnaturalismo (questo articolo è tratto pari-pari da un testo di filosofia del diritto giusnaturalista) consiste proprio nella spontaneità del giudizio morale (4). Il fatto che un insegnante, che gli studenti vedono come conoscitore molto più approfondito di loro sia nel campo specifico che, per questioni di età, nelle dinamiche sociali, fornisca un giudizio incondizionato e definitivo non può che condizionare il loro. Quindi, non deve accadere! (5)

Attenzione: non è un problema di controllo dell’attività degli insegnanti. Ma quello di avere almeno un riferimento di diritto che difenda il giovane. A cui, a necessità, possano riferirsi od appellarsi genitori, scrittori di testi scolastici, e presidi. Ma anche gli stessi insegnanti.

CONCLUSIONE

è necessario istituire il reato di plagio educativo, definendolo in questo esatto modo:

L’insegnamento a cittadini minorenni

di opinioni prospettate come dati di fatto inopinabili,

oppure affiancate da giudizi morali,

è un reato (6) definito plagio educativo (7).

UN ESEMPIO: L’ORA DI RELIGIONE

Il laicissimo regime di Mussolini patteggiò il furto di sovranità e proprietà perpetrato nei confronti dello Stato Pontificio, che oggi chiamiamo Vaticano, con determinate condizioni di pace e rimborso. E questo, per uno stato laico, è normale. Ma tra queste condizioni vi fu anche l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche.

Ora, per uno Stato laico, che la religione non vuole neanche sapere che cosa sia, sembrerebbe una concessione un po’ strana.

Per conciliarla il laicismo politico, si dovrebbe interpretare come l’insegnamento di un tema che fa parte della cultura, ovvero dei modi di esprimersi nella società, il cui apprendimento è considerato un diritto garantito (cioè: fornito dalle Istituzioni) del giovane cittadino.

In altre parole, la religione ed i suoi testi, bene o male, sono uno dei mezzi di comunicazione tra individui, nonché fonti di incontro e scambio. Che lo Stato non se ne voglia occupare, è corretto. Ma che gli individui possano conoscerlo come mezzo di comunicazione, non può che conseguirne un arricchimento degli strumenti individuali per vivere in società.

Passiamo ora al concreto: come è possibile conciliare la definizione succitata di plagio educativo e l’ora di religione? Così com’è, no di certo. Perché gli insegnanti, sempre cattolici e scelti dall’autorità ecclesiastica, tentano coscientemente di attuare il plagio teorizzando la superiorità del loro credo.

La soluzione è una sola: basta che anche tale insegnamento sia soggetto al reato di plagio così come sopra definito. Divenendo necessariamente privo di giudizi morali, si arricchirebbe di confronti obiettivi tra le diverse religioni. E si trasformerebbe automaticamente in quella preziosa fonte culturale, o mezzo educativo, che avrebbe sempre dovuto essere.

GENERALIZZAZIONE: il Dritto all’informazione

Questo articolo rivolge l’attenzione sull’istruzione pubblica ed alle sue insidie. Ma questa non è la sola forma di informazione che può danneggiare gravemente il cittadino in assenza di sistemi giuridici di protezione.

Il Diritto all’informazione non suona familiare come altri (es: vita, libertà personale, proprietà …). Eppure, è naturale considerare immorale la truffa, ovvero il profitto basato su un difetto di informazione. Come è naturale cercare di istruire i propri figli sulle regole della società, i suoi usi, linguaggi, insidie e vantaggi. Se è vero che la società ha leggi che la regolano e strumenti per viverci, ne consegue la necessità di conoscerli. Così come appare necessario al cittadino sapere a chi sta affidando la difesa dei propri diritti individuali, e come costui si propone di farlo e quali sarebbero le alternative.

Cosa discenderebbe, quindi, dall’istituzione di un diritto all’informazione?

Diverse cose, tra cui:

– garanzia della completezza delle informazioni commerciali;

– informazione del cittadino sulle leggi e le formalità amministrative pubbliche;

– informazione del cittadino sull’attività politica in essere, e sulle diverse opinioni e giudizi inerenti;

– istruzione pubblica dei giovani cittadini, definita come sopra;

Ne conseguirebbe anche che la violazione, pubblica o privata, in relazione ai succitati diritti diventerebbe reato.

Ora non è così. Ora è semplicemente il caos. Non si sa cosa siano e perché debbano esistere pubblica istruzione, informazione, diffusione delle opinioni; non si sa quali obblighi abbiano i cittadini e la pubblica autorità su tali argomenti; non è chiaro quali mancanze siano reato e quali diritto. E per complicare il tutto, è stato malamente normato un diritto alla riservatezza, che per colmo di ignoranza è stata chiamata privacy, e che interferisce con la diffusione delle informazioni senza effettivamente difendere la riservatezza.

Ancora una volta, è necessaria la chiarezza delle definizioni e del senso comune, da porsi alla base del sistema giuridico e politico mediante chiare norme costituzionali. Le uniche in grado di cancellare in un colpo solo, e con poche parole, l’effetto giuridico di centinaia di articoli di legge privi di senso.

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1 A proposito di comunicazione. Sfatiamo il mito delle istituzioni democratiche italiane. Il termine partitocrazia fu coniato da uno dei costituenti, l’on Roberto Lucifero, per classificare ironicamente il sistema dei rapporti politici della nascitura repubblica. Il neologismo ebbe successo. Fu diffuso e meglio definito dal glorioso preside della facoltà di scienze politiche di Firenze, Giuseppe Maranini (nel noto discorso inaugurale dell’anno 1949-50 dell’ateneo fiorentino), e successivamente divenne un cavallo di battaglia di Marco Pannella. In conclusione, il termine definisce una forma istituzionale in cui il sistema dei rapporti politici è controllato dai vertici dei partiti. In particolare, quando tali vertici scelgono la maggior parte dei candidati dei vertici dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Oltreché, nel particolare caso italiano, di tutti i poteri locali. Poiché al cittadino, a volte, viene chiesto di scegliere tra padella o brace proposte da altrui, tale sistema viene spacciato demagogicamente per democrazia. Come? Mediante l’equivoco culturale e l’uso errato di termini e definizioni. In una parola: il plagio.

Ma approfondiamo ancora. Democrazia deriva sì dal termine greco demos, noto a tutti, ma anche dal verbo kratéins, che significa comandare, dominare (o dal termine kratòs = potere) . Eppure, le altre forme istituzionali (monarchia, diarchia, oligarchia etc.si rifanno tipicamente ad un altro termine: arché (=delega, oppure potere istituzionale, cioè limitato da un quadro giuridico). O al verbo archèin (=governare). Il termine democrazia propone quindi una forma di potere maggiore del consueto, e perciò giudicato negativamente da alcuni filosofi politici (ad esempio: Hayek). Il potere della maggioranza che può schiacciare la minoranza, potendo modificare arbitrariamente il quadro giuridico, assume un valore assai meno apprezzabile una volta compreso. Per questo, i filosofi liberali tradizionali proponevano il termine demarchia, ad indicare una forma istituzionale in cui il delegato del popolo è obbligato ad esercitare all’interno di un quadro di riferimento che non può modificare. L’esempio più calzante è la Svizzera, in cui il quadro normativo generale è soggetto a strumenti di consultazione diretta, e non ai poteri delegati.

Conclusione: conoscere il reale significato dei termini permette di conoscere altrettanto bene le teorie complesse di cui fanno parte. Ignorarlo equivale invece ad essere soggetti ad equivoci ed al plagio demagogico. Ovvero, ad essere cattivi cittadini.

2 Esempi abbastanza evidenti di plagio di giovani generazioni potrebbero essere quelli offerti dai regimi fascisti, nazisti e sovietici. Anche gli attuali regimi islamici fondamentalisti non scherzano, soprattutto quelli che convincono i loro giovani a suicidarsi con bombe addosso, che inneggiano alla guerra santa contro il nemico occidentale altresì definito cane infedele. Ma nella ns. quotidianità, ben meno drammatica, l’esempio più evidente lo potremmo individuare in certi testi scolastici, che attribuiscono doti di perfezione ed ineluttabilità al ns. sistema giuridico-politico ed al percorso storico che lo ha prodotto.

3 Una specie di sineddoche giuridica. Anziché il diritto allo studio, ovvero la libertà di apprendimento, quella di insegnamento. Poiché il fascismo aveva imposto un insegnamento ideologico, proibendo e reprimendo quello indipendente, la reazione dei Costituenti fu evidentemente esagerata ed incosciente.

4 Prendiamo ad esempio il capolavoro di Primo Levi Se questo è un uomo. La ragione per cui è un capolavoro è proprio che è esente da giudizi morali. Eppure, è indubbio che il lettore li formuli. Il fatto che tutti i lettori formulino gli stessi giudizi è solo un’ennesima prova dell’esistenza di una morale naturale. Esempi analoghi noti a tutti potrebbero essere il film Schindler list, oppure il racconto di Solzenicyn Una giornata di Ivan Denisovic. O il recente film L’uomo che verrà di Diritti (bel cognome!). Non vi sono giudizi morali. Solo immagini ed episodi. I giudizi morali ne conseguono naturalmente nel lettore o nello spettatore. Ma gli esempi sarebbero innumerevoli.

5 Non confondiamo gli insegnanti con gli scrittori, gli storici, i filosofi od i critici. A questi ultimi viene chiesta proprio un’opinione personale. Sono ruoli, aspettative e finalità diverse. Che un insegnante può certamente aspirare a ricoprire, ma separatamente dalla sua attività didattica nei confronti di minori.

6 Il problema, di un reato siffatto, starebbe nella volontarietà. Non c’è reato senza dolo. Distinguiamo perciò la buona fede, ovvero la convinzione che la propria opinione sia valida, dalla coscienza dell’esistenza di opinioni diverse. Probabilmente, il plagio educativo è quasi sempre in buona fede. Supportato spesso dalla tradizione culturale. Un esempio limite potrebbe essere quello delle mutilazioni genitali femminili. Chi convince le bambine a tale pratica, di generazione in generazione, è chi l’ha subita. E non è in malafede. E’ possibile che ignori la possibilità di alternative? Effettivamente sì. Si potrebbe quindi escludere il dolo, ovvero il reato, persino in questo caso limite. Ed in fondo, è anche possibile che abbiano ragione, nel loro ambito culturale. Ma se ignorano visioni alternative, significa che sono ignoranti, ovvero che non possono insegnare. Gli insegnanti sono altra cosa. Vendono dubbi ed alternative, quali strumenti per ragionare e comunicare i ragionamenti.

7 Allo stesso modo, sarebbe da integrarsi con un altro tipo di plagio: “L’utilizzo di tecniche di convincimento di cittadini con difetti di personalità o cultura, al fine di sfruttamento a proprio vantaggio personale, è un reato chiamato plagio di personalità“. Ecco finalmente tutelati in modo un po’ più preciso le vittime di adescatrici di anziani, di magnaccia, di spacciatori, di playboy della domenica e di conquistatori di psicolabili.

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Breve lettera a Papa Francesco

Lun, 14/11/2016 - 08:02

Io Gerardo Gaita, come singolo individuo ed agnostico ma consapevole dell’importanza che ancora ha l’istituzione papale ai nostri tempi nel formare la morale corrente, provo dispiacere:

Per il tuo disinteresse o scarso interesse verso coloro che ogni mattina si alzano dal letto e, volente o nolente, sono chiamati a sostenere il peso di una struttura istituzionale dell’ordine economico che nel complesso ha ormai abbondantemente raggiunto il limite dell’opprimente.

Per il tuo non capire che il sistema di libero mercato basato sul rispetto tendenzialmente pieno dei diritti di proprietà di ogni singolo individuo, ricco o povero che sia, anche se non potrà mai riprodurre l’Eden o il Regno di Dio “è quanto di meno peggio si possa attuare”.

Per il tuo non capire che la crisi attuale non è causata da eccessi di libero mercato, bensì da insufficiente presenza di libero mercato. Le gestioni statali e parastatali o sono passive o quando sono attive costano comunque di più delle libere gestioni private. La mancanza percepita di rischio economico individuale, infatti, attenua, più o meno ampiamente, il senso di responsabilità.

Per il tuo uso di una ragione astratta svincolata cioè da ogni concretezza delle cose e dei fatti umani: un conto è esaltare il tradizionale dovere del singolo cristiano di fare elemosine, un conto invece è spingere i governi a forzare tendenzialmente all’infinito i diritti di proprietà altrui per imporre con abuso di autorità legale di fare elemosine. In nome della carità non si può presumere di superare le leggi universali dell’economia.

Per il tuo non capire chiaramente che occorre diffidare da chi sostiene una concezione anti-individualistica della società: l’odio contro l’individualismo ha prodotto nel corso della storia praticamente tutte le dottrine reazionarie. Senza una buona dose di liberalismo, gli individui finiscono per essere isolati e contemporaneamente addensati in masse confluendo così inevitabilmente verso un socialismo burocratico o verso un nazionalismo demagogico.

Per il tuo non capire chiaramente che l’essere singolo è il solo ontologicamente reale e nessuna entità collettiva ha il diritto di subordinarlo, giacché quest’ultima è priva di “esistenza in quanto tale“.

Per il tuo non capire chiaramente che la dimensione economica della vita non nasce dal desiderio di ricchezza. Il desiderio di ricchezza è, infatti, solo una variabile complementare di tale dimensione. La dimensione economica della vita viene invece generata dalla condizione umana di scarsità: economici sono sempre i mezzi e non i fini ultimi dell’azione. Ed è per questo motivo che ciascuno di noi è chiamato costantemente ad economizzare.

Per tutti questi motivi io provo dispiacere.

Amen.

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Depressioni economiche: le cause e la cura – Parte 2

Ven, 11/11/2016 - 08:48

Perché, allora, il ciclo successivo comincia? Perché i cicli economici tendono ad essere ricorrenti e continui? Perché quando le banche hanno recuperato abbastanza bene e sono in una condizione più sana, sono allora in una posizione sicura per procedere nel loro percorso naturale di espansione del credito bancario, ed il prossimo boom procede sulla sua strada, spargendo i semi per l’inevitabile crollo seguente.

Ma se le attività bancarie sono la causa del ciclo economico, non sono anche le banche una parte dell’economia di mercato privata, e non possiamo quindi dire che il libero mercato è ancora il colpevole, pur se soltanto nel segmento delle attività bancarie di quel libero mercato? La risposta è no, perché le banche, per una ragione, non potrebbero mai ampliare il credito di concerto se non fosse per l’intervento e l’incoraggiamento del governo. Perché se le banche fossero davvero competitive, ogni espansione del credito di una banca si accumulerebbe rapidamente sui debiti di quella banca verso i relativi concorrenti, ed i suoi concorrenti chiederebbero rapidamente alla banca in espansione di redimerli in contanti. In breve, una banca rivale richiederebbe la redenzione in oro o contanti come fanno gli stranieri, salvo che il processo è molto più veloce e trancerebbe qualsiasi incipiente inflazione nel boccio prima ancora che possa cominciare. Le banche possono espandersi confortevolmente all’unisono soltanto quando esiste una banca centrale, essenzialmente una banca governativa, che gode di un monopolio del governo, e di una posizione privilegiata imposta dal governo sull’intero sistema bancario. È solo da quando è stata stabilita una banca centrale che le banche hanno potuto espandersi per tutto il tempo ed il familiare ciclo economico ha avuto il suo inizio nel mondo moderno.

La banca centrale acquista il suo controllo sul sistema bancario da misure governative quali: rendere le sue proprie passività moneta a corso legale per tutti i debiti ed esigible nelle tasse; garantire alla banca centrale il monopolio dell’emissione delle banconote, contrapposte ai depositi (in Inghilterra la Banca d’Inghilterra, la banca centrale stabilita dal governo, aveva il monopolio legale delle banconote nella zona di Londra); o con il chiaro obbligo per le banche di usare la banca centrale come loro cliente per il deposito delle loro riserve di contanti (come negli Stati Uniti ed il loro sistema della Riserva Federale). Non che le banche protestino per questo intervento; perché è l’istituzione della banca centrale che permette l’espansione a lungo termine del credito bancario, dal momento che l’espansione delle banconote della banca centrale fornisce un’aggiunta alle riserve di contanti per l’intero sistema bancario e consente a tutte le banche commerciali di ampliare insieme il loro accreditamento. La banca centrale funziona come un accogliente cartello obbligatorio bancario per espandere le passività delle banche; e le banche possono quindi espandere una più grande base di contanti sotto forma di banconote della banca centrale così come d’oro.

Così ora vediamo, infine, che il ciclo economico è determinato, non da qualche misterioso fallimento dell’economia del libero mercato, ma proprio l’opposto: con l’intervento sistematico del governo nel processo del mercato. L’intervento del governo determina l’espansione bancaria e l’inflazione e, quando l’inflazione termina, la successiva depressione-correzione entra in gioco.

a teoria ricardiana del ciclo economico afferrava gli elementi essenziali di una teoria corretta del ciclo: la natura ricorrente delle fasi del ciclo, la depressione come intervento di correzione nel mercato piuttosto che dall’economia del libero mercato. Ma due problemi erano fino ad ora rimasti inspiegati: perché questo mucchio improvviso di errori nel mercato, il fallimento improvviso della funzione imprenditoriale, e perché le fluttuazioni sono notevolmente maggiori nelle industrie dei beni produttivi che in quelle di beni di consumo? La teoria ricardiana spiegava soltanto i movimenti nel livello di prezzi, nel commercio generale; non c’era indizio di spiegazione delle reazioni molto diverse nelle industrie di beni capitale e di beni di consumo.

La teoria corretta e interamente sviluppata del ciclo economico è stata infine scoperta ed esposta dall’economista austriaco Ludwig von Mises, quando era un professore all’università di Vienna. Mises ha sviluppato gli indizi della sua soluzione al problema vitale del ciclo economico nel suo monumentale Teoria della moneta e del credito, pubblicato nel 1912 e ancora, quasi 60 anni dopo, il migliore libro sulla teoria della moneta e delle attività bancarie. Mises ha sviluppato la sua teoria del ciclo durante gli anni 20 ed è stato portato al mondo anglofono dal suo seguace principale, Friedrich A. von Hayek, che arrivò da Vienna per insegnare alla Scuola di Economia di Londra all’inizio degli anni 30 e che ha pubblicato, in tedesco ed in inglese, due libri che applicano ed elaborano la teoria del ciclo di Mises: Teoria monetaria e il ciclo economico e Prezzi e produzione. Dato che Mises e Hayek erano austriaci, ed anche perché rientravano nella tradizione dei grandi economisti austriaci del XIX secolo, questa teoria è conosciuta come la teoria “austriaca” (o “monetaria del sovrainvestimento”) del ciclo economico.

Costruendo sui ricardiani, sulla teoria generale “austriaca,” e sul suo proprio genio creativo, Mises ha sviluppato la seguente teoria del ciclo economico:

Senza espansione di credito bancario, la domanda e l’offerta tendono ad equilibrarsi attraverso il sistema libero di prezzi, e nessuna espansione o contrazione cumulative può quindi svilupparsi. Ma allora il governo per mezzo della propria banca centrale stimola l’espansione di credito bancario ampliando le passività della banca centrale e quindi le riserve di contanti di tutte le banche commerciali della nazione. Le banche allora continuano ad espandere il credito e di conseguenza la massa monetaria della nazione sotto forma di note di deposito. Come i ricardiani hanno visto, questa espansione della moneta bancaria spinge in alto i prezzi delle merci e causa quindi l’inflazione. Ma, Mises ha mostrato, fa anche qualcos’altro e qualcosa ancor più sinistro. L’espansione di credito bancario, versando nuovi fondi di prestito nel mondo degli affari, abbassa artificialmente il tasso di interesse nell’economia sotto il suo livello del libero mercato.

Sul mercato libero e non ostacolato, il tasso di interesse è determinato puramente dalle “ preferenze temporali” di tutti gli individui che compongono l’economia di mercato. Perché l’essenza di un prestito è che un “bene attuale” (denaro che può essere usato nel presente) viene scambiato per un “bene futuro” (una promessa che può essere usata soltanto in un certo momento nel futuro). Poiché la gente preferisce sempre i soldi subito alla presente prospettiva di ottenere la stessa quantità di soldi in un certo momento nel futuro, il bene presente comanda sempre un premio nel mercato rispetto a quello futuro. Questo premio è il tasso di interesse e la sua altezza varierà secondo il grado a cui le persone preferiscono il presente al futuro, ovvero, il grado delle loro preferenze temporali.

Le preferenze temporali delle persone determinano inoltre il limite fino al quale la gente risparmierà ed investirà, rispetto a quanto consumerà. Se le preferenze temporali delle persone dovessero cadere, ovvero, se il loro grado di preferenza per il presente rispetto al futuro scende, allora tenderanno a consumare di meno ora e a risparmiare e ad investire di più; allo stesso tempo e per lo stesso motivo, anche il tasso di interesse, il tasso di sconto temporale, scenderà. Lo sviluppo economico si verifica in gran parte come risultato della caduta dei tassi della preferenza temporale, che conduce ad un aumento proporzionale di risparmio e investimento rispetto al consumo, ed anche ad un calo del tasso d’interesse.

Ma che cosa accade quando il tasso di interesse scende, non a causa di preferenze temporali più basse e di un maggiore risparmio, ma per l’interferenza del governo che promuove l’espansione di credito bancario? In altre parole, se il tasso di interesse scende artificialmente, a causa di un intervento, piuttosto che naturalmente, come conseguenza dei cambiamenti nelle valutazioni e nelle preferenze del pubblico dei consumatori?

Quello che succede è un pasticcio. Perché gli uomini d’affari, vedendo scendere il tasso di interesse, reagiscono come sempre e farebbero e dovrebbero fare di fronte ad un tale cambiamento dei segnali del mercato: investono di più nel capitale e nei beni produttivi. Gli investimenti, specialmente in progetti che consumano tempo, che in precedenza sembravano non redditizi appaiono ora vantaggiosi, a causa del calo del peso dell’interesse. In breve, gli uomini d’affari reagiscono come reagirebbero se il risparmio fosse veramente aumentato: ampliano il loro investimento in attrezzature durevoli, in beni di investimento, in materia prima industriale, nella costruzione rispetto alla loro produzione diretta di beni di consumo.

Le aziende, in breve, prendono in prestito felicemente la moneta bancaria recentemente espansa che arriva a tassi più convenienti; usano i soldi per investire in beni capitali, e alla fine questi soldi vengono pagati in più alti affitti e in più alti stipendi agli operai nelle industrie di beni capitali. L’aumentata richiesta delle aziende spinge in alto i costi della manodopera, ma le aziende pensano di poter pagare questi costi più alti perché sono stati imbrogliati dall’intervento governativo-bancario nel mercato dei prestiti e dalla sua alterazione decisivamente importante del segnale del tasso d’interesse del mercato.

Il problema arriva non appena gli operai ed i proprietari – in gran parte i primi, poiché la maggior parte del reddito lordo delle aziende è pagato nei salari – cominciano a spendere la nuova moneta bancaria che hanno ricevuto sotto forma di stipendi più alti. Perché le preferenze temporali del pubblico non si sono davvero abbassate; il pubblico non vuole risparmiare di più. Così gli operai hanno cominciato a consumare la maggior parte del loro nuovo reddito, in breve per ristabilire le vecchie proporzioni di risparmio/consumo. Ciò significa che riorientano le spese nuovamente verso le industrie di beni di consumo e non risparmiano e investono abbastanza per comprare le macchine di nuova produzione, i beni strumentali, le materie prime industriali, ecc. Tutto questo si rivela come un’improvvisa depressione acuta e continua nelle industrie dei beni produttivi. Una volta che i consumatori hanno ristabilito le loro proporzioni desiderate di consumo/investimento, si rivela così che le aziende avevano investito troppo nei beni capitali e sottoinvestito nei beni di consumo. Le aziende sono state sedotte dall’alterazione governativa e dall’abbassamento artificiale del tasso di interesse, e si sono comportate come se fosse a disposizione un maggior risparmio per investimenti che in realtà non c’era. Non appena la nuova moneta bancaria è filtrata nel sistema ed i consumatori hanno ristabilito le loro vecchie proporzioni, è stato evidente che non c’era sufficiente risparmio per comprare tutti i beni produttivi, e che le aziende avevano investito male il limitato risparmio disponibile. Le aziende avevano investito in modo eccessivo in beni capitali ed sottoinvestito nei generi di consumo.

L’espansione inflazionistica conduce così a distorsioni del sistema della produzione e dei prezzi. I prezzi delle materie prime e del lavoro nelle industrie di beni capitali sono stati spinti durante l’espansione troppo in alto per essere vantaggiosi una volta che i consumatori abbiano riaffermato le loro vecchie preferenze consumo/investimento. La “depressione” allora è vista come la fase necessaria e salutare con cui l’economia di mercato può tirarsi fuori dalla palude e liquidare gli investimenti sbagliati e antieconomici dell’espansione e ristabilire quelle proporzioni fra consumo ed investimento che veramente sono desiderate dai consumatori. La depressione è il processo doloroso ma necessario tramite cui il mercato libero abbandona gli eccessi e gli errori dell’espansione e ristabilisce l’economia di mercato nella sua funzione di servizio efficiente per la massa dei consumatori. Dal momento che i prezzi dei fattori di produzione si sono alzati troppo nell’espansione, questo significa che al prezzo del lavoro e delle merci in queste industrie di beni capitali dev’essere permesso di scendere fino a riprendere gli adeguati rapporti del mercato.

Dato che gli operai riscuotono in modo ragionevolmente rapido la nuova moneta sotto forma di più alti salari, com’è possibile che le espansioni possano durare per anni senza rivelare i loro investimenti sbagliati, senza che i loro errori dovuti all’alterazione dei segnali del mercato diventino evidenti, così che il processo di depressione-correzione cominci il suo lavoro? La risposta è che le espansioni sarebbero di durata molto più breve se l’espansione del credito bancario e la caduta successiva del tasso di interesse sotto il livello del libero mercato non fossero state un unico affare. Ma il punto è che l’espansione del credito non è unica; continua senza sosta, non concedendo mai ai consumatori la possibilità di ristabilire le loro proporzioni preferite di consumo e di risparmio, non permettendo mai che l’incremento dei costi nelle industrie di beni capitali si agganci al rialzo inflazionistico dei prezzi. Come il ripetuto doping di un cavallo, l’espansione è mantenuta nel suo corso sempre davanti alla sua inevitabile punizione, con dosi ripetute dello stimolante del credito bancario. È soltanto quando l’espansione del credito bancario deve infine arrestarsi, o perché la condizione delle banche sta diventando precaria o perché il pubblico comincia a vacillare davanti alla continua inflazione, che arriva infine la punizione dell’espansione. Non appena l’espansione del credito si arresta, il pifferaio dev’essere pagato e gli inevitabili riaggiustamenti liquidano gli errati eccessi di investimento dell’espansione, con la riaffermazione di una maggiore enfasi proporzionale sulla produzione dei beni di consumo.

Quindi, la teoria misesiana del ciclo economico tiene conto di tutti i nostri enigmi: la natura ripetuta e ricorrente del ciclo, l’enorme mucchio di errori imprenditoriali, l’intensità ben maggior dell’espansione e della contrazione nelle industrie dei beni capitali.

Mises, quindi, assegna con esattezza la colpa per il ciclo sull’espansione inflazionistica del credito bancario azionata per mezzo dell’intervento del governo e della sua banca centrale. Cosa dice Mises su ciò che dovrebbe esser fatto, diciamo dal governo, una volta che la depressione arriva? Qual è il ruolo del governo nella cura della depressione? In primo luogo, il governo deve cessare di inflazionare appena possibile. È vero che questo porterà inevitabilmente l’espansione inflazionistica ad un brusco arresto e comincerà l’inevitabile recessione o depressione. Ma più a lungo il governo aspetta a farlo, peggiori dovranno essere i riaggiustamenti necessari. Prima si arriva alla depressione-correzione, meglio è. Questo significa, anche, che il governo non deve provare mai a risollevare le situazioni di aziende non sane; non deve mai salvare o prestare soldi alle aziende in difficoltà. Farlo prolungherà semplicemente l’agonia e convertirà una fase acuta e rapida di depressione in malattia prolungata e cronica. Il governo non deve provare mai ad alzare i tassi dei salari o i prezzi dei beni capitali; agire in tal modo prolungherebbe indefinitamente e ritarderebbe il completamento del processo di depressione-correzione; causerebbe una depressione indefinita e prolungata e disoccupazione di massa nelle industrie dei vitali beni capitali. Il governo non deve provare a inflazionare ancora, per uscire della depressione. Perché anche se questa nuova inflazione avesse successo, seminerebbe soltanto maggiori difficoltà più avanti. Il governo non deve fare niente per incoraggiare il consumo e non deve aumentare la propria spesa, perché questo accrescerebbe ulteriormente il rapporto sociale di consumo/investimento. In effetti, tagliare il bilancio pubblico migliorerebbe tale rapporto. Quello di cui l’economia ha bisogno non sono maggiori spese di consumo ma maggior risparmio, per convalidare alcuni degli eccessivi investimenti dellespansione.

Quindi, ciò che il governo dovrebbe fare, secondo l’analisi misesiana della depressione, è assolutamente niente. Dovrebbe, dal punto di vista della salute dell’economia e della conclusione della depressione il prima possibile, mantenere una politica rigorosa di “laissez-faire.” Qualsiasi cosa faccia ritarderà ed ostruirà il processo di correzione del mercato; meno fa, più velocemente il processo di correzione del mercato farà il suo lavoro, ed un sano recupero economico seguirà.

La prescrizione misesiana è così l’esatto opposto di quella keynesiana: il governo tenga le mani assolutamente fuori dall’economia e si limiti ad arrestare la propria inflazione ed a tagliare la propria spesa.

Oggi è stato completamente dimenticato, anche fra gli economisti, che la spiegazione e l’analisi della depressione misesiane ottennero un grande avanzamento precisamente durante la Grande Depressione degli anni 30: la stessa depressione che è sempre mostrata ai difensori dell’economia di libero mercato come il più grande singolo e catastrofico fallimento del capitalismo del “laissez faire.” Non fu niente del genere. Il 1929 fu reso inevitabile dall’ampia espansione di credito bancario in tutto il mondo occidentale durante gli anni 20: una politica adottata deliberatamente dai governi occidentali e soprattutto dal sistema della Riserva Federale negli Stati Uniti. Era stato reso possibile dal fallimento del mondo occidentale di tornare ad una vera parità aurea dopo la Prima Guerra Mondiale, e concedere così più spazio per le politiche inflazionistiche del governo. Tutti ora pensano al presidente Coolidge come credente nel “laissez faire” ed in un’economia di mercato non ostacolata; non lo era e, tragicamente, in nessun altro campo meno di quanto lo fosse nel campo della moneta e del credito. Sfortunatamente, i peccati e gli errori dell’intervento di Coolidge furono attribuiti ad un’inesistente economia di libero mercato.

Se Coolidge rese il 1929 inevitabile, fu il presidente Hoover che prolungò ed rese più profonda la depressione, trasformandola da una tipico depressione acuta ma in via di scomparizione in un male prolungato e quasi letale, un male “curato” soltanto dall’olocausto della Seconda Guerra Mondiale. Hoover, non Franklin Roosevelt, fu il fondatore della politica del “New Deal”: essenzialmente l’uso massiccio dello Stato per fare esattamente ciò che la teoria misesiana sconsiglia di più: alzare i tassi dei salari sopra i loro livelli di mercato, alzare i prezzi, gonfiare il credito e prestare soldi alle aziende instabili. Roosevelt portò soltanto avanti, ad un maggior grado, quello a cui Hoover aveva aperto la strada. Il risultato per la prima volta nella storia americana, fu una depressione quasi perpetua e una disoccupazione di massa quasi permanente. La crisi di Coolidge si era trasformata nella prolungata depressione senza precedenti di Hoover-Roosevelt.

Ludwig von Mises aveva predetto la depressione durante lo splendore della grande espansione degli anni 20 – un tempo, proprio come oggi, in cui economisti e politici, armati di una “nuova economia” di inflazione perpetua e con nuovi “strumenti” forniti dal sistema della Riserva Federale, proclamavano una perpetua “Nuova Era” di prosperità permanente garantita dai nostri saggi dottori economici a Washington. Ludwig von Mises, solo e armato di una corretta teoria del ciclo economico, fu uno dei rari economisti a predire la Grande Depressione, e quindi il mondo economico fu obbligato ad ascoltarlo con rispetto. F.A. Hayek diffuse la notizia in Inghilterra ed i più giovani economisti inglesi stavano tutti, all’inizio degli anni 30, cominciando ad adottare la teoria del ciclo misesiana per la loro analisi della depressione – ed anche ad adottare, naturalmente, la prescrizione di una politica rigorosamente di mercato che si accompagnava a questa teoria. Purtroppo, gli economisti ora hanno adottato la nozione storica del signore Keynes: che nessun “economista” classico avesse avuto una teoria del ciclo economico fino a quando Keynes non arrivò nel 1936. C’era una teoria della depressione; era la tradizione economica classica; la sua prescrizione era una rigorosa moneta solida e “laissez faire”; e la si stava adottando velocemente, in Inghilterra e perfino negli Stati Uniti, come la teoria accettata del ciclo economico. (una particolare ironia è che il principale promotore “austriaco” negli Stati Uniti nella prima metà degli anni 30 non era altri che il professor Alvin Hansen, che molto presto diventerà il più noto discepolo keynesiano in questo paese.)

Quello che affondò la crescente accettazione della teoria del ciclo misesiana fu semplicemente la “Rivoluzione Keynesiana” – lo stupefacente repulisti che la teoria keynesiana fece del mondo economico subito dopo la pubblicazione della Teoria Generale nel 1936. Non è che la teoria di Misesian venne confutata con successo; fu semplicemente dimenticata nella corsa per arrampicarsi sul carro keynesiano improvvisamente di moda. Alcuni degli aderenti principali alla teoria di Mises – che chiaramente sapevano meglio – cedettero al vento della nuova dottrina, e ottennero in cambio posti nelle più prestigiose università americane.

Ma ora l’arci-keynesiano Economist di Londra ha recentemente affermato che “Keynes è morto.” Dopo più di un decennio in cui hanno affrontato taglienti critiche teoriche e confutazioni dai testardi fatti economici, i keynesiani sono ora generale e massiccia ritirata. Ancora una volta, si sta riconoscendo con riluttanza che la massa monetaria ed il credito bancario svolgono un ruolo principale nel ciclo. I tempi sono maturi: per una riscoperta, una rinascita, della teoria di Mises del ciclo economico. Non sarà mai troppo presto; se mai dovesse succedere, l’intero concetto di un’Assemblea dei Consiglieri Economici sarebbe spazzato via e vederemmo una grande ritirata del governo dalla sfera economica. Ma perché tutto questo possa accadere, il mondo dell’economia, e il largo pubblico, devono essere informati dell’esistenza di una spiegazione del ciclo economico che è rimasta trascurata su uno scaffale per troppi, tragici anni.

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Depressioni economiche: le cause e la cura – Parte 1

Mer, 09/11/2016 - 08:43

Viviamo in un mondo di eufemismi. I becchini sono diventati “impresari di pompe funebri,” gli agenti di stampa sono ora “consiglieri di pubbliche relazioni” ed i portieri sono stati tutti trasformati in “soprintendenti.” In ogni settore, i semplici fatti sono stati avvolti in nebulosi travestimenti.

Non di meno è stato così per l’economia. Ai vecchi tempi, eravamo abituati a soffrire crisi economiche quasi periodiche, l’inizio improvviso delle quali era chiamato “panico,” ed il prolungato periodo depresso dopo il panico era chiamato “depressione.”

La depressione più famosa nei tempi moderni, naturalmente, è stata quella che cominciò con un tipico panico finanziario nel 1929 e durò fino all’avvento della Seconda Guerra Mondiale. Dopo il disastro del 1929, gli economisti ed i politici decisero che questo non doveva accadere mai più. Il modo più facile per riuscire in questa risoluzione era, semplicemente, di eliminare le “depressioni” dall’esistenza. Da quel punto in avanti, l’America non avrebbe sofferto ulteriori depressioni. Perché quando la prossima dura depressione arrivò, nel 1937-38, gli economisti si rifiutarono semplicemente di usare il terribile nome, e fornirono una nuova, molto più morbida parola: “recessione.” Da lì in poi, siamo passati per parecchie recessioni, ma non una sola depressione.

Ma abbastanza presto la parola “recessione” è anch’essa diventata troppo dura per la fragile sensibilità del pubblico americano. Ora sembra che abbiamo avuto nostra ultima recessione nel 1957-58. Perché da allora, abbiamo avuto soltanto “cali,” o, ancora meglio, “rallentamenti,” o “spostamenti laterali.” Così siate sereni; d’ora in poi, le depressioni e perfino le recessioni sono state proscritte dalla volontà semantica degli economisti; d’ora in poi, il peggio che ci possa mai capitare sono dei “rallentamenti.” Tali sono le meraviglie della “Nuova Economia.”

Per 30 anni, gli economisti della nostra nazione hanno adottato la visione del ciclo economico tenuta dal tardo economista britannico, John Maynard Keynes, che creò l’Economia Keynesiana, o “Nuova Economia,” nel suo libro, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicato nel 1936. Sotto i loro diagrammi, la matematica e il gergo disordinato, l’atteggiamento dei keynesiani verso l’espansione e la correzione è di pura semplicità, persino di naivete. Se c’è inflazione, allora la causa si suppone sia la “spesa eccessiva” da parte del pubblico; la cura presunta è che il governo, l’autonominato stabilizzatore e regolatore dell’economia della nazione, imponga alla gente di spendere di meno, “assorbendo il loro eccesso di potere d’acquisto” con l’aumento delle tasse. Se c’è una recessione, d’altro canto, questa è stato causata da insufficienti spese private e la cura adesso è che il governo aumenti la propria spesa, preferibilmente con i deficit, aggiungendola quindi al flusso aggregato di spesa della nazione.

L’idea che l’aumento della spesa pubblica o i soldi facili sia un “bene per gli affari” e che i tagli di bilancio o i soldi più difficili siano un “male” pervade persino i giornali e le riviste più conservatori. Queste pubblicazioni inoltre prenderanno per certo che sia un sacro dovere del governo federale dirigere il sistema economico sulla stretta strada fra gli abissi della depressione da un lato e dell’inflazione dall’altro, dato che l’economia di mercato si presume che tenda sempre a soccombere ad uno di questi mali.

Tutte le attuali scuole di economia hanno la stessa attitudine. Notate, per esempio, il punto di vista del dott. Paul W. McCracken, il prossimo presidente del Consiglio dei Consulenti Economici del presidente Nixon. In un’intervista al New York Times subito dopo aver assunto la carica [il 24 gennaio 1969], il dott. McCracken ha asserito che uno dei principali problemi economici che la nuova amministrazione deve affrontare è “come raffreddare questa economia inflazionistica senza allo stesso tempo provocare inaccettabili livelli di disoccupazione. In altre parole, se l’unica cosa che vogliamo fare è raffreddare l’inflazione, questo potrebbe essere fatto. Ma le nostre tolleranze sociali sulla disoccupazione sono ristrette.” E ancora: “Penso che qui noi dobbiamo trovare la nostra strada. Noi non abbiamo realmente molta esperienza nel provare a raffreddare un’economia in modo ordinato. Abbiamo pestato sui freni nel 1957, ma, naturalmente, abbiamo ottenuto un allentamento sostanziale nell’economia.”

Notate l’attitudine fondamentale del Dott. McCracken verso l’economia: notevole solo in quanto condivisa da quasi tutti gli economisti di oggi. L’economia è trattata come un paziente potenzialmente guaribile, ma sempre problematico e recalcitrante, con una tendenza continua ad ricadere in maggiore inflazione o disoccupazione. La funzione del governo è di essere il vecchio, saggio manager e medico, sempre vigile, sempre al lavoro per mantenere il paziente economico in buone condizioni. Comunque, qui il paziente economico si suppone chiaramente essere l’oggetto, ed il governo come “medico” il padrone.

Era non molto tempo fa che questo genere di atteggiamento e di politica veniva chiamato “socialismo”; ma viviamo in un mondo di eufemismi, ed ora utilizziamo etichette di gran lunga meno dure, come “moderazione” o “libera impresa illuminata.” Viviamo ed impariamo.

Quali sono, dunque, le cause delle depressioni periodiche? Dobbiamo rimanere sempre agnostici circa le cause delle espansioni e delle contrazioni? È realmente vero che i cicli economici sono radicati in profondità all’interno dell’economia di mercato e che quindi una qualche forma di pianificazione di governo è necessaria se desideriamo mantenere l’economia all’interno di un certo genere di limiti stabili? Le espansioni e delle contrazioni semplicemente accadono, o una fase del ciclo scorre logicamente dall’altra?

L’atteggiamento che attualmente va di moda nei confronti dei del ciclo economico risale, in realtà, a Karl Marx. Marx vide che, prima della Rivoluzione Industriale di circa il tardo XVIII secolo, non c’erano state espansioni e contrazioni regolarmente ricorrenti. Ci sarebbe stata una crisi economica improvvisa ogni volta che un certo re avesse fatto una guerra o confiscato la proprietà dei suoi sudditi; ma non c’era segno dei peculiari fenomeni moderni delle oscillazioni generali e ragionevolmente regolari nelle fortune negli affari, delle espansioni e delle contrazioni. Poiché questi cicli sono inoltre comparsi sulla scena quasi nello stesso momento dell’industria moderna, Marx concluse che i cicli economici erano una caratteristica inerente dell’economia di mercato capitalista. Tutte le varie scuole correnti di pensiero economico, a prescindere dalle loro altre differenze ed alle differenti cause che attribuiscono al ciclo, concordano su questo punto vitale: che questi cicli economici nascono in qualche luogo in profondità all’interno dell’economia di mercato. La colpa è dell’economia di mercato. Karl Marx credeva che le depressioni periodiche sarebbero diventate sempre peggiori, fino a muovere le masse alla rivolta e alla distruzione del sistema, mentre gli economisti moderni credono che il governo possa stabilizzare con successo le depressioni ed il ciclo. Ma tutti le parti sono d’accordo che il difetto si trova in profondità all’interno dell’economia di mercato e che se c’è qualcosa che può salvare la situazione, dev’essere una qualche forma di massiccio intervento del governo.

Ci sono, tuttavia, alcuni problemi critici nell’assunto che l’economia di mercato sia la colpevole. Perché la “teoria economica generale” ci insegna che la domanda e l’offerta tendono sempre ad essere in equilibrio nel mercato e che quindi i prezzi dei prodotti così come i fattori che contribuiscono alla produzione tendono sempre verso un certo punto di equilibrio. Anche se delle variazioni dei dati, che avvengono continuamente, impediscono sempre che l’equilibrio venga raggiunto, non c’è niente nella teoria generale del sistema di mercato che giustifica delle fasi regolari e ricorrenti di espansione e contrazione del ciclo economico. Gli economisti moderni “risolvono” questo problema semplicemente mantenendo la loro teoria generale del mercato e dei prezzi e la loro teoria del ciclo economico in compartimenti separati e sigillati, con i due che non si riuniscono mai, ancor meno si integrano a vicenda. Gli economisti, purtroppo, hanno dimenticato che c’è soltanto un’economia e quindi soltanto una teoria economica integrata. Nè la vita economica nè la struttura della teoria può o dovrebbe essere in compartimenti stagni; la nostra conoscenza dell’economia o è un intero integrato o non è. Tuttavia la maggior parte degli economisti sono soddisfatti di applicare teorie per l’analisi generale dei prezzi e per i cicli economici completamente separate e, effettivamente, reciprocamente esclusive. Non possono essere veri scienziati economici finché che sono soddisfatti di continuare a lavorare in questo modo primitivo.

Ma ci sono problemi ancora più gravi con il metodo attualmente alla moda. Gli economisti inoltre non vedono un problema particolarmente critico perché non si preoccupano di quadrare le loro teorie del ciclo economico e dei prezzi generali: il fallimento peculiare della funzione imprenditoriale in tempi di crisi economica e depressione. Nell’economia di mercato, una delle funzioni più vitali dell’uomo d’affari è di essere un “imprenditore,” un uomo che investe nei metodi produttivi, che compra attrezzature e assume forza lavoro per produrre qualcosa che non è sicuro che gli procurerà un ritorno. In breve, la funzione imprenditoriale è la funzione di previsione del futuro incerto. Prima di intraprendere qualsiasi investimento o linea di produzione, l’imprenditore, o “impresario,” deve valutare i costi futuri e presenti e i redditi futuri e quindi valutare se e quanto profitto guadagnerà dall’investimento. Se prevede bene e significativamente meglio dei suoi concorrenti in affari, otterrà dei profitti dal suo investimento. Migliori le sue previsioni, più alti i profitti che guadagnerà. Se, d’altro canto, è un cattivo pronosticatore e sopravvaluta la richiesta del suo prodotto, soffrirà delle perdite ed abbastanza presto sarà spinto fuori dal commercio.

L’economia di mercato, allora, è un’economia di profitti e di perdite, in cui l’acume e l’abilità degli imprenditori di affari sono misurate dai profitti e dalle perdite che raccolgono. L’economia di mercato, inoltre, contiene un meccanismo incorporato, un genere di selezione naturale, che assicura la sopravvivenza e la prosperità del migliore nelle previsioni economiche e la raschiatura dei peggiori. Perché maggiori sono i profitti raccolti dai migliori pronosticatori, maggiori diventano le loro responsabilità negli affari, e più avranno a disposizione da investire nel sistema produttivo. Dall’altro lato, alcuni anni di perdite subite spingeranno i pronosticatori e gli imprenditori peggiori fuori dagli affari e li spingeranno nella truppa degli impiegati stipendiati.

Se, allora, l’economia di mercato ha un meccanismo incorporato di selezione naturale per i buoni imprenditori, questo significa che, generalmente, non ci dovremmo aspettare molte aziende che subiscono perdite. E, infatti, se osserviamo l’economia in un giorno o un anno medio, troveremo che le perdite non sono molto diffuse. Ma, in quel caso, il fatto strano che bisogna spiegare è questo: Com’è che, periodicamente, nei momenti all’inizio delle recessioni e particolarmente nelle ripide depressioni, il mondo degli affari sperimenta improvvisamente un enorme grappolo di gravi perdite? Arriva un momento in cui le aziende, gli imprenditori in precedenza molto astuti nella loro capacità di realizzare profitti ed evitare le perdite, in modo improvviso e sconcertante si trovano, quasi tutti, a soffrire delle perdite severe ed inspiegabili? Come mai? Qui c’è un fatto molto importante che ogni teoria delle depressioni deve spiegare. Una spiegazione come “sottoconsumo” – un calo nelle spese totali dei consumatori – non è sufficiente, per una cosa, perché ciò che necessità di essere spiegato è perché gli uomini d’affari, in grado di prevedere ogni tipo di cambiamento e di sviluppo economico precedenti, si dimostrano completamente e catastroficamente incapaci di prevedere questo presunto calo nella domanda dei consumatori. Perché questo guasto improvviso nell’abilità di prevedere?

Un’adeguata teoria delle depressioni, allora, deve tener conto della tendenza dell’economia a muoversi attraverso successive espansioni e contrazioni, senza mostrare segni di stabilirsi in una qualche approssimativa situazione di equilibrio dal movimento scorrevole, o quietamente progressivo. In particolare, una teoria della depressione deve tener conto del gigantesco gruppo di errori che compare rapidamente ed improvvisamente ad un certo punto della crisi economica e indugia nel periodo di depressione fino al recupero. E c’è un terzo fatto universale di cui una teoria del ciclo deve tener conto. Invariabilmente, espansioni e contrazioni sono molto più intense e gravi nelle “industrie dei beni capitali” – industrie che fanno macchine ed attrezzature, che producono materie prime industriali o costruiscono gli impianti industriali – che nelle industrie che producono beni di consumo. Qui c’è un altro fatto della vita del ciclo economico che deve essere spiegato – ed ovviamente non può essere spiegato da teorie della depressione come la popolare dottrina del sottoconsumo: che i consumatori non spendono abbastanza in beni di consumo. Perché se il colpevole è la spesa insufficiente, allora come mai le vendite al dettaglio sono quelle che cadono per ultime e di meno in una depressione, e come mai la depressione in effetti colpisce le fabbriche di macchine utensili, beni strumentali, costruzione e materie prime? Per contro, sono queste industrie che realmente prendono il volo nelle fasi inflazionistiche dell’espansione del ciclo economico e non le aziende che servono il consumatore. Un’adeguata teoria del ciclo economico, allora, deve anche spiegare l’intensità ben maggiore delle espansioni e delle contrazioni nelle industrie di beni non di consumo, o “beni produttivi.”

Fortunatamente, una teoria corretta della depressione e del ciclo economico esiste, anche se è universalmente trascurata nell’economia attuale. Pure, ha una lunga tradizione nel pensiero economico. Questa teoria cominciò con il filosofo ed economista scozzese del XVIII secolo David Hume e con l’eminente economista classico inglese del primo XIX secolo David Ricardo. Essenzialmente, questi teorici videro che un’altra istituzione cruciale si era sviluppata a metà del XVIII secolo, accanto al sistema industriale. Era l’istituzione delle attività bancarie, con la sua capacità di ampliare il credito e la massa monetaria (in primo luogo, sotto forma di soldi di carta, o banconote, e più successivamente sotto forma di depositi a vista, o conti correnti, immediatamente redimibili in contanti alla banca). Erano le operazioni di queste banche commerciali, come questi economisti avevano visto, la chiave per i misteriosi cicli ricorrenti di espansione e contrazione, o di boom and bust, che aveva disorientato gli osservatori fin dalla metà del XVIII secolo.

L’analisi ricardiana del ciclo economico diceva più o meno così: le monete naturali che emergono come tali sul mercato libero mondiale sono prodotti utili, in genere oro ed argento. Se la moneta fosse limitata semplicemente a questi prodotti, l’economia funzionerebbe nel complesso come fa in mercati particolari: un regolare assestamento della domanda e dell’offerta e quindi nessun ciclo di espansioni e contrazioni. Ma l’iniezione di credito bancario aggiunge un altro elemento cruciale e disgregativo. Perché la banca espande il credito e quindi la moneta bancaria sotto forma di note o depositi che sono teoricamente redimibili a richiesta in oro, ma in pratica chiaramente non lo sono. Per esempio, se una banca ha 1000 once di oro nei suoi forzieri ed emette ricevute di deposito istantaneamente redimibili per 2500 once di oro, ha chiaramente emesso 1500 once più di quante possa eventualmente riacquistare. Ma a condizione che non si verifichi una concertata “corsa” alla banca per incassare queste ricevute, le sue ricevute di deposito funzionano sul mercato come equivalenti ad oro, e quindi la banca ha potuto ampliare la massa monetaria del paese di 1500 once d’oro.

Le banche, allora, cominciano allegramente ad ampliare il credito, dato che più lo ampliano maggiori saranno i loro profitti. Questo provoca l’espansione della massa monetaria all’interno di un paese, diciamo l’Inghilterra. Con l’aumento di fornitura di moneta di carta e bancaria in Inghilterra, i redditi nominali e le spese degli inglesi aumentano, e l’aumento di soldi spinge in alto i prezzi delle merci inglesi. Il risultato è inflazione e un’espansione [boom] all’interno del paese. Ma questa espansione inflazionistica, mentre procede allegramente per la sua strada, sparge i semi della propria fine. Perché mentre la massa monetaria ed i redditi inglesi aumentano, gli inglesi cominciano a comprare più merci dall’estero. Ancora, con i prezzi inglesi che salgono, le merci inglesi cominciano a perdere la loro competitività con i prodotti di altri paesi che non hanno inflazionato, o lo hanno fatto ad un grado minore. Gli inglesi cominciano a comprare di meno nel paese e più all’estero, mentre gli stranieri comprano di meno in Inghilterra e più nel loro paese; il risultato è un deficit nella bilancia dei pagamenti inglese, con le esportazioni inglesi che cadono nettamente sotto le importazioni. Ma se le importazioni superano le esportazioni, questo significa che i soldi devono uscire dall’Inghilterra verso i paesi stranieri. E di quali soldi si tratterà? Certamente le banconote o i depositi non inglesi, dato che i francesi o i tedeschi o gli italiani hanno poco o nessun interesse nella tenere i loro fondi bloccati nelle banche inglesi. Questi stranieri quindi prenderanno le loro banconote e depositi e li presenteranno alla banca inglese per la redenzione in oro – e l’oro sarà il tipo di moneta che tenderà ad uscire con insistenza dal paese mentre l’inflazione inglese continua sulla sua strada. Ma questo significa che i soldi inglesi di credito bancario si staranno sempre più accumulando in cima ad una piramide la cui base d’oro diminuisce costantemente nei forzieri delle banche inglesi. Come l’espansione continua, la nostra ipotetica banca amplierà l’emissione delle proprie ricevute di deposito da, diciamo 2500 once, a 4000 once, mentre la sua base d’oro diminuisce a, diciamo, 800. Con l’intensificazione di questo processo, la banca finalmente si spaventerà. Perché le banche, dopo tutto, sono costrette a redimere i loro debiti in contanti, e i loro contanti se ne stanno andando velocemente mentre i loro debiti si accumulano. Quindi, le banche finalmente perderanno la calma, arresteranno la loro espansione del credito e per salvarsi, contrarranno i prestiti bancari in sospeso. Spesso, questa ritirata è precipitata in bancarotta dalla corsa alla banca del pubblico, che a sua volta stava diventando sempre più nervoso per la condizione mai più vacillante delle banche della nazione.

La contrazione bancaria inverte la situazione economica; contrazione e crollo [bust] seguono l’espansione. Le banche abbassano la cresta e le aziende soffrono mentre monta la pressione per il rimborso e la contrazione del debito. Il calo nella fornitura di moneta bancaria, a sua volta, conduce ad un calo generale dei prezzi inglesi. Come la massa monetaria e i redditi calano, e i prezzi inglesi sprofondano, le merci inglesi diventano relativamente più attraenti rispetto ai prodotti stranieri e la bilancia dei pagamenti si inverte, con le esportazioni che superano le importazioni. Con l’oro che ora scorre nel paese e con la contrazione della moneta bancaria in cima ad una base d’oro in espansione, la condizione delle banche diventa molto più solida.

Questo è, allora, il significato della fase di depressione del ciclo economico. Si noti che è una fase che nasce, inevitabilmente nasce, dal precedente boom espansivo. È l’inflazione precedente che rende la fase di depressione necessaria. Possiamo vedere, per esempio, che la depressione è il processo tramite cui l’economia di mercato corregge, elimina gli eccessi e le distorsioni dell’espansione inflazionistica precedente e ristabilisce una condizione economica sana. La depressione è la reazione sgradevole ma necessaria alle distorsioni ed agli eccessi dell’espansione precedente.

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Ingegneri e pianificatori

Lun, 07/11/2016 - 08:01

L’ingegnere

L’ideale di un controllo cosciente dei fenomeni sociali ha fatto sentire al massimo grado la sua influenza in campo economico. Le radici dell’attuale popolarità della “pianificazione economica” sono direttamente rintracciabili nella prevalenza delle idee scientiste di cui abbiamo discusso. Dato che in questo campo tali ideali scientisti si manifestano nelle particolari forme che prendono nelle mani dello scienziato applicato e specialmente dell’ingegnere, sarà conveniente integrare la discussione su questa influenza con un esame degli ideali caratteristici degli ingegneri.

Vedremo che l’influenza del loro metodo tecnologico, del punto di vista ingegneristico, nelle opinioni correnti sui problemi dell’organizzazione sociale, è molto più grande di quanto generalmente si percepisca. La maggior parte degli schemi per una completa trasformazione della società, dalle prime utopie al socialismo moderno, portano effettivamente il segno distintivo di questa influenza.

In anni recenti questo desiderio di applicare la tecnica ingegneristica alla soluzione dei problemi sociali è diventato molto esplicito; [1] “ingegneria politica” e “ingegneria sociale” sono diventati slogan alla moda tanto caratteristici della mentalità della generazione attuale quanto la sua predilezione per il controllo “cosciente”; in Russia persino gli artisti sembrano vantarsi della definizione “ingegneri dell’anima,” imposta loro da Stalin. Queste frasi suggeriscono una tale confusione sulle differenze fondamentali fra il lavoro di un ingegnere e quello di organizzazioni sociali su più vasta scala da spingerci ad analizzare il loro carattere in modo più completo.

Dobbiamo limitarci qui a poche caratteristiche salienti degli specifici problemi che l’esperienza professionale dell’ingegnere fa emergere costantemente e che determinano la sua mentalità. Il primo è che le sue mansioni caratteristiche sono solitamente in se stesse complete: si preoccuperà di un singolo fine, controllerà tutti gli sforzi orientati verso questo fine e disporrà delle risorse comprese in una scorta definitivamente data. È come conseguenza di questo che la principale caratteristica della sua procedura diventa possibile, vale a dire che, almeno in linea di principio, tutte le parti del complesso delle operazioni è preformata nella mente dell’ingegnere prima di cominciare, che tutti i “dati” sui quali il suo lavoro è basato sono stati inseriti esplicitamente nei suoi calcoli preliminari e sono stati condensati nel “modello” che governa l’esecuzione dell’intero progetto. [2] [3]

L’ingegnere, in altre parole, ha il controllo completo del piccolo mondo particolare di cui è interessato, lo esamina in tutti i suoi aspetti rilevanti e deve occuparsi soltanto di “quantità conosciute.” Finché è in gioco la soluzione del suo problema di ingegneria, non partecipa ad un processo sociale in cui altri possono prendere decisioni indipendenti, ma vive in un mondo separato dai suoi simili. L’applicazione della tecnica di cui ha padronanza, delle generiche regole che gli sono state insegnate, presuppone effettivamente tale conoscenza completa dei fatti obiettivi; quelle regole si riferiscono a proprietà obbiettive delle cose e possono essere applicate solo dopo che tutte le circostanze particolari di tempo e luogo sono state assemblate e sottoposte al controllo di un singolo cervello.

La sua tecnica, in altre parole, si riferisce alle situazioni tipiche, definite in termini di fatti obiettivi, non al problema di come scoprire quali risorse sono disponibili o di cos’è l’importanza relativa di bisogni differenti. È stato addestrato alle possibilità obiettive, indipendentemente dagli stati particolari di tempo e luogo, alla conoscenza di quelle proprietà delle cose che rimangono sempre uguali dappertutto e che possiedono indipendentemente da una particolare situazione umana.

È tuttavia importante osservare che il punto di vista dell’ingegnere sul suo lavoro come completo in sé è in una certa misura un’illusione. È in una posizione in una società competitiva di trattarla come tale perché può tenere in considerazione quell’assistenza della società nel suo insieme sulla quale conta come su uno dei suoi dati, come datogli senza doversene preoccupare. Che possa comprare a un dato prezzo i materiali ed i servizi umani di cui ha bisogno, che se paga i suoi uomini questi potranno procurarsi da mangiare e provvedere ad altre necessità, sono cose che solitamente prenderà per garantite. È basando i suoi piani sui dati offertigli dal mercato che essi vengono compresi nel più vasto complesso delle attività sociali; ed è perché non si deve interessare di come il mercato gli fornisce ciò di cui ha bisogno che può trattare il suo lavoro come autonomo. A condizione che i prezzi di mercato non cambino inaspettatamente li usa come guida nei suoi calcoli senza riflettere molto sulla loro importanza.

Ma, benché sia costretto a prenderle in considerazione, non sono proprietà delle cose dello stesso genere di quelle che lui capisce. Sono attributi non obiettivi delle cose ma riflessioni su una particolare situazione umana in un dato momento e luogo. E poiché la sua conoscenza non spiega perchè si verificano quei cambiamenti di prezzi che interferiscono spesso con i suoi programmi, qualsiasi interferenza pare a lui dovuta (cioè, non coscientemente diretta) a forze irrazionali e si risente della necessità di prestare attenzione a grandezze che gli appaiono insignificanti. Quindi ecco la caratteristica e ricorrente domanda per la sostituzione del calcolo in natura [4] con il calcolo “artificiale” in termini di prezzo o di valore, di un calcolo cioè che tenga esplicito conto delle proprietà obbiettive delle cose.

L’ideale che l’ingegnere si sente impedito da forze economiche “irrazionali” di realizzare, basato sul suo studio delle proprietà obbiettive delle cose, è solitamente un certo optimum puramente tecnico di validità universale. Vede raramente che la sua preferenza per questi metodi particolari è soltanto un risultato del tipo di problema che il più delle volte ha da risolvere ed è giustificata soltanto in particolari posizioni sociali. Poiché il problema più comune che il costruttore di macchine incontra è estrarre dalle risorse date il massimo della forza, con il macchinario da usare come variabile sotto il suo controllo, questa utilizzazione massima di forza è considerata come un ideale assoluto, un valore in sé. [5]

Ma non c’è, naturalmente, alcun merito speciale nell’economizzare uno dei molti fattori che limitano il possibile successo, a scapito di altri. L’“optimum tecnico” dell’ingegnere risulta frequentemente essere soltanto quel metodo che sarebbe desiderabile adottare se la scorta di capitale fosse illimitata, o se il tasso di interesse fosse zero, che effettivamente sarebbe una posizione in cui punteremmo sul più alto tasso possibile di trasformazione di input corrente in output corrente. Ma trattare questo come un obiettivo immediato significa dimenticarsi che un tale condizione può essere raggiunta soltanto deviando a lungo le risorse che si desidera soddisfino i bisogni correnti della produzione di attrezzature. In altre parole l’ideale dell’ingegnere è basato sull’ignoranza del fatto economico fondamentale che determina la nostra posizione qui ed ora: la scarsità di capitale.

Il tasso di interesse è, naturalmente, solo uno, benché il meno compreso e quindi quello che suscita maggior antipatia, di quei prezzi che fungono da guide impersonali a cui l’ingegnere deve sottostare se i suoi programmi vanno inseri nella rete di attività della società nel suo insieme, e contro la limitazione dei quali si tormenta perché rappresentano forze di cui non capisce la spiegazione razionale. È uno di quei simboli in cui il complesso di tutta la conoscenza e dei desideri umani è automaticamente (non senza errori, comunque) registrato ed al quale l’individuo deve prestare attenzione se desidera mantenersi al passo con il resto del sistema. Se dovesse, invece di usare queste informazioni nella forma ridotta in cui gli sono trasmesse attraverso il sistema dei prezzi, provare in ogni caso a risalire ai fatti obiettivi e prenderli coscientemente in considerazione, questo sarebbe per dispensarlo dal metodo che gli rende possibile limitarsi alle circostanze immediate e sostituirlo con un metodo che richiede che tutta questa conoscenza sia raccolta in un centro ed inserita esplicitamente e coscientemente in un programma unitario. L’applicazione della tecnica ingegneristica all’intera società richiede effettivamente che il direttore possieda la stessa conoscenza totale della società intera che l’ingegnere possiede del suo mondo limitato. La progettazione economica centrale non è altro che una tale applicazione dei principi di ingegneria sull’intera società basata sul presupposto che in questo modo la completa concentrazione di tutta la sua conoscenza sia possibile.[6]

 

Il mercante

Prima di procedere a considerare l’importanza di questa concezione di un’organizzazione razionale della società, sarà utile completare l’abbozzo della mentalità tipica dell’ingegnere con un abbozzo ancora più breve delle funzioni del mercante o del commerciante. Questo non solo deluciderà ulteriormente la natura del problema dell’utilizzazione della conoscenza dispersa fra molte persone, ma contribuisce inoltre a spiegare l’avversione che non solo l’ingegnere, ma la nostra generazione tutta mostra per ogni attività commerciale e la generale preferenza che è accordata oggi alla “produzione” rispetto ad attività definite, confondendo alquanto, come “distribuzione.”

Rispetto al lavoro dell’ingegnere, quello del commerciante è, in un senso, molto più “sociale,” cioè intrecciato con le libere attività delle persone. Egli rende possibile un passo in avanti verso la soddisfazione ora di un fine, ora di un altro, e difficilmente si preoccuperà mai dell’intero processo che serve un’esigenza finale. Ciò che lo interessa non è il raggiungimento di un particolare risultato finale dell’intero processo a cui partecipa, ma il migliore uso dei particolari mezzi di sua conoscenza.

La sua speciale conoscenza è quasi interamente la conoscenza delle circostanze particolari di tempo o luogo o, forse, una tecnica di accertamento di quelle circostanze in un dato campo. Ma benchè questa conoscenza non sia di un genere che può essere formulato nelle proposte generiche o acquistato una volta per tutte, e comunque, in un’era scientifica, è per quel motivo considerata come conoscenza di un genere inferiore, è per ogni scopo pratico meno importante della conoscenza scientifica.

E mentre è forse immaginabile che ogni conoscenza teorica potrebbe essere raccolta nelle teste di pochi esperti ed essere così messa a disposizione di una singola autorità centrale, è questa conoscenza del particolare, delle circostanze momentanee del momento e delle condizioni locali, che non esisterà mai in altro modo che dispersa fra molte persone. La conoscenza di quando un materiale o una macchina particolare possono essere utilizzati più efficacemente, o dove possono essere ottenuti più rapidamente o più economicamente, è abbastanza importante per la soluzione di un’operazione particolare quanto la conoscenza di quale sia il materiale o la macchina migliore per lo scopo. Il genere precedente di conoscenza ha poco a che fare con le proprietà permanenti di categorie di oggetti che l’ingegnere studia, ma è la conoscenza di una particolare situazione umana. Ed è come persona la cui funzione è di tenere conto di questi fatti che il commerciante entrerà costantemente in conflitto con gli ideali dell’ingegnere, con i cui programmi interferisce provocando quindi la sua avversione. [7]

Il problema di assicurare un uso efficiente delle nostre risorse è così in gran parte il problema di come questa conoscenza delle particolari circostanze del momento possa essere utilizzata al meglio; e il compito che impone al progettista di un ordine razionale della società è di trovare un metodo con cui questa conoscenza ampiamente dispersa possa essere raccolta nel modo migliore. Fa una Petitio Principii, come succede di solito, per descrivere questo compito come efficace utilizzo delle risorse “disponibili” per soddisfare i bisogni “esistenti”. Nè le risorse “disponibili” nè i bisogni “esistenti” sono fatti obbiettivi come quelli di cui l’ingegnere si occupa nel suo campo limitato: non possono mai essere direttamente conosciuti in tutti i dettagli rilevanti per un singolo corpo di progettazione. Le risorse ed i bisogni esistono per scopi pratici soltanto attraverso qualcuno che li conosca, e sarà conosciuto infinitamente di più da tutte le persone insieme di quanto può essere noto all’autorità competente. [8]

 

Il mercato

Una soluzione di successo non può quindi essere basata su di un’autorità che si occupa direttamente di fatti obbiettivi, ma dev’essere basata su un metodo di utilizzazione della conoscenza dispersa fra tutti i membri della società, conoscenza di cui in qualsiasi caso particolare l’autorità centrale non saprà solitamente né chi la possiede né se esista affatto. Non può quindi essere utilizzata coscientemente integrandola in un tutto coerente, ma soltanto attraverso un certo meccanismo che delegherà le particolari decisioni a coloro che la possiedono, e che per quello scopo li rifornirà di informazioni sulla situazione generale così come gli permetterà di fare il miglior uso delle sole circostanze particolari che conoscono.

Questa è precisamente la funzione che i vari “mercati” espletano. Benché ogni loro parte conosca soltanto un piccolo settore di tutte le possibili fonti di rifornimento o degli usi di un prodotto, tuttavia, direttamente o indirettamente, le parti sono così interconnesse che i prezzi registrano i risultati netti rilevanti di tutti i cambiamenti che interessino domanda od offerta. [9] È come uno strumento per la comunicazione a tutti gli interessati ad un particolare prodotto delle relative informazioni, in forma ridotta e condensata, poiché i mercati ed i prezzi devono essere visti se vogliamo capire la loro funzione. Aiutano ad utilizzare la conoscenza di molte persone senza il bisogno in primo luogo di raccoglierla in un singolo corpo e rendono quindi possibile quella combinazione di decentralizzazione delle decisioni e di aggiustamento reciproco di queste decisioni che troviamo in un sistema competitivo.

Nel puntare ad un risultato che deve essere basato, non su un singolo corpo di conoscenza integrata o di ragionamento collegato che il progettista possiede, ma sulla conoscenza separata di molte persone, l’operazione dell’organizzazione sociale differisce fondamentalmente da quella dell’organizzazione di risorse materiali date. Il fatto che nessuna mente può conoscere più di una frazione di ciò che è noto a tutte le menti individuali pone dei limiti a quanto la direzione cosciente può migliorare i risultati di processi sociali inconsci. L’uomo non ha progettato deliberatamente questo processo ed ha cominciato a capirlo soltanto molto tempo dopo che questo si fu sviluppato. Ma che qualcosa che non solo non fa affidamento sul controllo intenzionale per il proprio funzionamento, ma che neppure è stato progettato deliberatamente, potrebbe determinare risultati desiderabili, che non potremmo determinare in altro modo, è una conclusione che lo scienziato naturale sembra trovare difficile da accettare.

È perché le scienze morali tendono a mostrarci queste limitazioni al nostro controllo cosciente, laddove il progresso delle scienze naturali estende costantemente il suo campo, che lo scienziato naturale si trova così frequentemente in rivolta contro l’insegnamento delle scienze morali. L’economia, in particolare, dopo essere stata condannata per aver impiegato metodi diversi da quelli dello scienziato naturale, si trova doppiamente condannata perché sostiene di mostrare i limiti della tecnica con cui gli scienziati naturali estendono continuamente la nostra conquista e padronanza della natura.

 

Il pianificatore

È questo conflitto con un forte istinto umano, notevolmente rinforzato nella persona dello scienziato e dell’ingegnere, a rendere l’insegnamento delle scienze morali così poco apprezzato. Come Bertrand Russell ha ben descritto,

il piacere della costruzione pianificata è uno delle motivazioni più potenti negli uomini che uniscono l’intelligenza all’energia; qualsiasi cosa possa essere costruita secondo un piano, un tale uomo tenterà di costruirla… il desiderio di creare non è in sé idealistico poiché è una forma di amore del potere e, dato che il potere di creare esiste, ci saranno uomini desiderosi di usare questo potere anche se la natura, senza bisogno d’aiuto, fornisse un risultato migliore di quelli che possono essere determinati con una deliberata intenzione. [10]

Questa dichiarazione si trova, tuttavia, all’inizio di un capitolo significativamente intitolato “Società Create Artificialmente,” nel quale Russell stesso sembra sostenere queste tendenze argomentando che “nessuna società può essere considerata come completamente scientifica a meno che sia stata creata deliberatamente con una determinata struttura per compiere determinati scopi.” [11] Così come questa dichiarazione sarà compresa dalla maggior parte dei lettori, esprime brevemente quella filosofia scientista che per mezzo dei suoi promotori ha fatto di più per generare l’attuale tendenza verso il socialismo di tutti i conflitti fra interessi economici che, benché sollevino un problema, non indicano necessariamente una particolare soluzione. Per la maggior parte delle guide intellettuali del movimento socialista, almeno, è probabilmente vero dire che sono socialisti perché il socialismo appare loro come A. Bebel, capo del movimento democratico sociale tedesco, lo definì sessant’anni fa, ovvero “scienza applicata in chiara consapevolezza e con completa comprensione di tutti i campi dell’attività umana.” [12]

La prova che il programma del socialismo realmente deriva da questo genere di filosofia scientista deve essere riservata a studi storici dettagliati. Attualmente la nostra preoccupazione è pricipalmente di mostrare in che misura l’errore intellettuale puro in questo campo può interessare profondamente tutti gli aspetti dell’umanità.

Quello che la gente così poco disposta a rinunciare a qualsiasi potere di controllo cosciente sembra non poter comprendere, è che questa rinuncia di potere cosciente, potere che deve sempre essere potere dell’uomo su altri uomini, è per la società nell’insieme soltanto una rassegnazione apparente, un’auto-negazione su cui gli individui sono invitati ad esercitarsi per aumentare i poteri della specie, per liberare la conoscenza e le energie degli innumerevoli individui che potrebbero non essere mai utilizzati in una società diretta coscientemente dall’alto. La grande sfortuna della nostra generazione è che la direzione che è stata data ai suoi interessi per mezzo dello stupefacente progresso delle scienze naturali non è una direzione che li aiuti nella comprensione del più grande processo di cui noi individui siamo soltanto una parte o nell’apprezzamento di come contribuiamo costantemente ad uno sforzo comune senza dirigerlo o obbedire ad ordini altrui. Vedere questo richiede un genere di sforzo intellettuale di un carattere diverso da quello necessario per il controllo delle cose materiali, uno sforzo in cui la formazione tradizionale in “studi umanistici” ha dato almeno una certa pratica, ma al quale i tipi ora predominanti di educazione sembrano preparare sempre meno.

Più la nostra civilizzazione tecnica avanza e più, quindi, lo studio delle cose come distinte dallo studio degli uomini e delle loro idee si qualifica per le posizioni più importanti ed influenti, e più significativo diventa il solco che separa due diversi tipi di mente: una rappresentata dall’uomo la cui ambizione suprema è di far girare il mondo attorno a lui in una enorme macchina, ogni cui parte, al suo premere un tasto, si muove secondo il suo disegno; e l’altro rappresentato dall’uomo il cui interesse principale è lo sviluppo della mente umana in tutte le sue funzioni, che nello studio della storia o della letteratura, dell’arte o della legge, ha imparato a vedere gli individui come componenti di un processo in cui il suo contributo non è diretto ma spontaneo e dove contribuisce alla creazione di qualcosa più grande di lui o di quanto qualunque altra singola mente potrà mai progettare.

È questa consapevolezza di far parte di un processo sociale, e del modo in cui i diversi sforzi interagiscono, che la sola formazione scientifica o tecnologica sembra così deprecabilmente non riuscire a trasmettere. Non sorprende che molte delle menti più attive fra quelle in tal modo addestrate presto o tardi reagiscano violentemente contro le mancanze della loro formazione e sviluppino una passione per l’imposizione alla società dell’ordine che non possono trovare con i mezzi di cui hanno familiarità.

 

Conclusione

In conclusione è forse desiderabile ricordare al lettore una volta di più che tutto quello che abbiamo detto qui è diretto soltanto contro un uso sbagliato della scienza, non contro lo scienziato nello speciale campo di sua competenza, ma contro l’applicazione delle sue abitudini mentali nei campi in cui non è competente. Non c’è conflitto fra le nostre conclusioni e quelle della scienza legittima.

La lezione principale a cui siamo arrivati è effettivamente la stessa che uno degli allievi più acuti del metodo scientifico ha tratto da un’indagine in tutti i campi di conoscenza: è che “la grande lezione di umiltà che la scienza ci insegna, che non potremo mai essere onnipotenti o onniscienti, è la stessa di tutte le grandi religioni: l’uomo non è e non sarà mai il dio di fronte al quale si deve piegare. “[13]
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Note

[1] ancora una volta, una delle illustrazioni migliori di questa tendenza è fornita da K. Mannheim, Man and Society in an Age of Reconstruction, 1940, specialmente pp. 240-244, nelle quali lo spiega.

Il funzionalismo fece la sua prima apparizione nel campo delle scienze naturali, e potrebbe essere descritto come il punto di vista tecnico. Solo di recente è stato trasferito alla sfera sociale… una volta che questa impostazione tecnica è stata trasferita dalle scienze naturali agli affari umani, è stata legata alla determinazione di un cambiamento profondo nell’uomo stesso. L’approccio funzionale non considera più le idee ed gli standard morali come valori assoluti, ma come prodotti del processo sociale che possono, se necessario, essere cambiati da una guida scientifica combinata alla pratica politica… l’estensione della dottrina della supremazia tecnica che ho sostenuto in questo libro è a mio parere inevitabile… Il progresso nella tecnica dell’organizzazione non è altro che l’applicazione delle concezioni tecniche alle forme di cooperazione. Un essere umano, considerato come parte della macchina sociale, fino a un certo punto è stabilizzato nelle sue reazioni dalla formazione e dall’istruzione, e tutte le sue attività recentemente acquistate sono coordinate secondo un principio di efficienza definito in un quadro organizzato.

[2] La descrizione migliore di questa caratteristica dell’approccio ingegneristico da parte di un ingegnere che ho potuto trovare si trova in un discorso del grande ingegnere ottico tedesco Ernst Abbe: “Wie der Architekt ein Bauwerk, bevor eine Hand zur Ausführung sich rührt, schon im Geist vollendet hat, nur unter Beihilfe von Zeichenstift und Feder zur Fixierung seiner Idee, so muß auch das komplizierte Gebilde von Glas und Metal sich aufbauen lassen rein verstandesmassig, in allen Elementen bis ins letzte vorausbestimmt, in rein geistiger Arbeit, durch theoretische Ermittlung der Wirkung aller Teile, bevor diese Teile noch körperlich ausgeführt sind. Der arbeitenden Hand darf dabei keine andere Funktion mehr verbleiben als die genaue Verwirklichung der durch die Rechnungen bestimmten Formen und Abmessungen aller Konstruktionselemente, und der praktischen Erfahrung keine andere Aufgabe als die Beherrschung der Methoden und Hilfsmittel, die für letzteres, die körperliche Verwirklichung, geeignet sind” (citato da Franz Schnabel, Deutsche Geschichte im neunzehnten Jahrhundert, vol. Ill, 1934, p. 222 — un lavoro che è una miniera di informazioni su questo come su tutti gli altri argomenti della storia intellettuale della Germania nel diciannovesimo secolo).

[3] Ci vorrebbe troppo tempo per spiegare qui in ogni dettaglio perché, qualsiasi delegazione o divisione del lavoro sia possibile nella preparazione di un “modello” ingegneristico, questo è molto limitato e differisce in aspetti essenziali dalla divisione della conoscenza sulla quale i processi sociali impersonali si basano. È sufficiente precisare che non solo la precisa natura del risultato deve essere fissa, cosa che chiunque debba elaborare parte di un programma di ingegneria deve assicurare, ma anche che, per permettere tale delegazione, si deve sapere che il risultato può essere raggiunto per nulla di più di un certo massimo costo.

[4] Il fautore più persistente di tale calcolo in natura è, significativamente, il Dott. Otto Neurath, il protagonista dei moderni “fisicalismo” ed “obbiettivismo.”

[5] Cfr. il passaggio caratteristico in Anatomia della Scienza Moderna di B. Bavinck (trad. dalla quarta edizione tedesca di H.S. Hatfield), 1932, p. 564: “Quando la nostra tecnologia è ancora al lavoro sul problema di trasformazione del calore in lavoro in un modo migliore di quello possibile con il nostro attuale motore a vapore ed altri motori termici…, questo non si fa direttamente per ridurre il prezzo dell’energia, ma in primo luogo perché aumentare il più possibile l’efficienza termica di un motore termico è un fine in sé. Se il problema dato è di trasformare il calore in lavoro, allora deve essere fatto in modo tale che la più grande frazione possibile di calore venga trasformata…. L’ideale del progettista di tali macchine è quindi l’efficienza del ciclo di Carnot, il processo ideale che consegna la maggiore efficienza teorica.“ È facile vedere perchè questo metodo, insieme al desiderio di realizzare un calcolo in natura, conduce così frequentemente gli ingegneri alla costruzione di sistemi “energetici” di cui si è detto, con molta giustizia, che “das Charakteristikum der Weltanschauung des Ingenieurs ist die energetische Weltanschauung” (L. Brinkmann, Der Ingenieur, Francoforte, 1908, P. 16). Già ci siamo riferiti (sopra p. 41) a questa manifestazione caratteristica di “obbiettivismo” scientista, e non c’è spazio qui per occuparcene più nei particolari. Ma merita di essere registrato quanto diffusa e tipica sia questa visione e quanto grande l’influenza da essa esercitata. E. Solvay, G. Ratzenhofer, W. Ostwaldt, P. Geddes, F. Soddy, H. G. Wells, i “Tecnocrati” e L. Hogben sono soltanto alcuni degli influenti autori di lavori nei quali l’“energetica” riveste un ruolo più o meno prominente. Ci sono parecchi studi su questo movimento in francese ed in tedesco (Nyssens, L’énergétique, Brussels, 1908; G. Barnich, Principes de politique positive basee sur l’énergétique sociale de Solvay, Brussels, 1918; Schnehen, Energetische Weltanschauung, 1907; A. Dochmann, F. W. Ostwald’s Energetik, Bern, 1908; e il migliore, Max Weber, “Energetische Kulturtheorien,” 1909, ristampato in Gesammelte Aufsätze zur Wissenschaftslehre, 1922, ma nessuno di loro adeguato e nessuno, per quanto io sappia, in inglese.

La sezione dal lavoro di Bavinck di cui un passaggio è stato citato sopra condensa il succo della enorme letteratura, principalmente tedesca, sulla “filosofia della tecnologia” che ha avuto un’ampia circolazione e della quale il più noto è Philosophie der Technik di E. Zschimmer, 3a ed., Stoccarda, 1933 (simili idee pervadono i ben noti lavori americani di Lewis Mumford). Questa letteratura tedesca è molto istruttiva come studio psicologico, anche se, al contrario, si tratti della peggior miscela di pretenziose assurdità e di rivoltanti insensatezze che la fortuna malata di questo autore abbia mai portato a leggere. La sua comune caratteristica è la sua avversione contro ogni considerazione economica, la tentata rivendicazione di ideali puramente tecnologici e la glorificazione dell’organizzazione della società tutta sui principi che governano una singola fabbrica. (Sull’ultimo punto vedi specialmente F. Dessauer, Philosophie der Technik, Bonn, 1927, p. 129.)

[6] Che questo sia completamente riconosciuto dai suoi fautori è indicato dalla popolarità fra tutti i socialisti, da Saint-Simon a Marx e Lenin, dell’assunto secondo cui la società intera dovrebbe essere fatta funzionare precisamente come una singola fabbrica. Cfr. V.I. Lenin, Lo Stato e la Rivoluzione (1917), “Little Lenin Library,” 1933, p. 78. “L’intera società si trasformerà in in un singolo ufficio ed in una singola fabbrica con uguaglianza di lavoro ed uguaglianza di salario”; e su Saint-Simon e Marx, p. 121 qui sopra e nota 72 alla II parte.

[7] Cfr. su questi problemi il mio saggio “The Use of Knowledge in Society,” American Economic Review, XXXV, no. 4 (settembre 1945), ristampato in Individualism and Economic Order, Chicago, 1948, pp. 77-91.

[8] È importante ricordarsi a questo proposito che gli aggregati statistici sui quali spesso si suggerisce che l’autorità centrale potrebbe contare per le sue decisioni, sono sempre arrivati mediante un intenzionale disinteresse delle circostanze particolari di tempo e luogo.

[9] Cfr. a questo proposito la discussione indicativa sul problema in Goldwanderungen di K. F. Mayer,, Jena, 1935, pp. 66-68 ed anche l’articolo “Economia e Conoscenza” del presente autore in Economia, febbraio 1937, ristampato in Individualism and Economic Order, Chicago, 1948, pp. 33-56.

[10] The Scientific Outlook, 1931, P. 211.

[11] Ibid., p. 211. Il passaggio citato potrebbe essere interpretato in un senso inconfutabile se “determinati scopi” è inteso non riferito a particolari risultati predeterminati ma come capacità di fornire ciò che gli individui desiderano in un qualunque momento – cioè, se ad essere progettato è un macchinario che può servire molti fini e non ha bisogno a sua volta di essere orientato “coscientemente” verso un fine particolare.

[12] A. Bebel, Die Frau und der Sozialismus, 13a ed., 1892, p. 376. “Der Sozialismus ist die mit klarem Bewusstsein and mit voller Erkenntnis auf alle Gebiete menschlicher Taetigkeit angewandte Wissenschaft.” Cfr. anche Socialismo e Scienza Positiva di E. Ferri (trad. dall’edizione italiana del 1894). Il primo a vedere chiaramente questo collegamento sembra essere M. Ferraz, Socialisme, Naturalisme et Positivisme, Parigi, 1877.

[13] M.R. Cohen, Reason e Nature, 1931, P. 449. È significativo che uno dei membri principali del movimento di cui ci preoccupiamo, il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, abbia scelto esplicitamente il principio opposto, homo homini Deus, come sua massima guida.
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Una visione libertaria

Ven, 04/11/2016 - 08:28

Caratteristica dominante dello stato di natura è il prevalere dei conflitti inconciliabili di interessi. Al suo interno, l’espansione dei mezzi di sussistenza tende ad essere scarsa od inesistente e la proliferazione tende ad esaurire questi mezzi. Lo stato di natura conseguentemente altro non è che uno stato di conflitto permanente.

In tale situazione ambientale, l’opposizione tra l’animale che muore a causa dell’inedia e quello che gli sottrae il nutrimento si pone come realtà pressoché inesorabile. In questa lotta per la sopravvivenza non si danno luogo ad incrementi sistematici di risorse. Dunque, la parola concorrenza applicata alle condizioni di vita degli animali significa, nella sua essenza, antagonismo che si manifesta nella ricerca di quel nutrimento che offre la sola natura. Questo fenomeno può essere definito come concorrenza biologica”.

Gli esseri umani, attraverso la cooperazione nella divisione e nella specializzazione del lavoro e della conoscenza, sono in grado invece di sostituire all’ostilità propria del regno degli animali la partecipazione e la mutualità con beneficio reciproco, trasformando in tale maniera conflitti inconciliabili in occasioni di guadagno per tutti i membri della società.

In questo diverso contesto, la concorrenza biologica viene rimpiazzata da quella che possiamo definire come concorrenza sociale, vale a dire lo sforzo degli individui ad assicurarsi la posizione più favorevole nell’ambito di un sistema di “cooperazione sociale.

La concorrenza sociale, facendo leva sul fatto che ogni individuo è depositario d’informazioni particolari e di una mente singolare, conduce al momento opportuno e tramite il calcolo microeconomico ad utilizzare, valorizzare ed ampliare sistematicamente risorse fino ad allora non sfruttate o comunque non pienamente sfruttate, in quanto permette di scoprire quali beni siano scarsi, o quali cose siano considerate beni, quanto siano scarsi o che valore venga loro imputato.

Pertanto, non può sussistere concorrenza sociale senza che simultaneamente vi sia anche cooperazione sociale.

Tuttavia, l’essere umano, per quanto la sua crescita intellettuale e materiale lo abbia nel corso del tempo elevato, non è fino ad oggi riuscito, nell’ambito delle sue relazioni, a sostituire regolarmente la concorrenza biologica con quella sociale e quindi con la cooperazione sociale.

Concorrenza e cooperazione sociale non derivano di conseguenza da alcuna verità in sé auto-evidente, bensì sono scelte che nascono e si sviluppano una volta che gli individui maturano la vicendevole convinzione che queste rappresentano la migliore soluzione reciproca alle proprie circostanze individuali. Da ciò deriva la constatazione che la natura semplicemente è; essa può stabilire dei limiti su ciò che è possibile fare ma non è in grado di prescrivere alcunché.

Non vi è nulla di oggettivamente giusto o sbagliato nelle azioni umane; anche in quelle che arrecano danno agli altri. Tuttavia, se un individuo si asterrà dall’aggredire o dal frodare gli altri sotto la condizione che anche gli altri si astengano dall’azionare gli anzidetti comportamenti su di lui, la possibilità media di tutti gli individui tende ad essere strutturalmente migliorata. L’adozione di tale convenienza risulta dunque essere reciprocamente vantaggiosa a patto che ogni violazione del diritto di proprietà ed auto-proprietà altrui venga perseguita e sanzionata (certezza del diritto). Solo così riesce a dispiegarsi quel libero processo di scoperta che porta all’uso di maggiori capacità e conoscenze rispetto a qualsiasi altra procedura.

Ciascuno di noi tende a sottoscrivere patti che consentano di conseguire meglio e più largamente possibile i propri fini e che limitino il più possibile i propri oneri. Tra l’opzione della cooperazione e quella della non cooperazione gli individui sceglieranno l’opzione cooperativa, ma soltanto nel momento in cui tutti i contraenti riusciranno a prendere coscienza del proprio potere sociale e che la forza, come modalità di relazione fra gli individui, rappresenta in sé un male che può essere ritenuta legittimo esercitarla solo per contrastare le aggressioni da parte di altri.

Stando così le cose, le premesse analitiche che implicano il minor grado di arbitrarietà sono le preferenze soggettive degli individui. Lo stato di natura di conseguenza serve a dimostrare che attraverso lo strumento del contratto è possibile pervenire ad una situazione nel complesso migliore, cioè ad una situazione in cui ogni singolo individuo è permesso al meglio di perseguire i propri scopi.

Si è affermato che ancora adesso nelle relazioni umane la concorrenza sociale non è riuscita a soppiantare regolarmente la concorrenza di tipo biologica. Sotto l’ottica delle istituzioni sociali, l’esistenza di un apparato come lo Stato rappresenta un riflesso di questo mancato raggiungimento.

Che lo Stato sia un’istituzione sorta di norma per via spontanea non vi è dubbio; diversamente, non avrebbe potuto continuare ad esistere per tutto questo tempo. Tale dato però non cancella la realtà per la quale esso, lo Stato, sia un’espressione di quella concorrenza biologica sopra descritta.

Lo Stato si regge sull’imposizione tributaria e chiunque si ostini a ritenere che questa imposizione possa essere equiparata ad un pagamento volontario può rendersi conto di persona cosa succede se sceglie liberamente di non pagare. L’imposizione tributaria è di per sé economicamente poco efficace per il semplice fatto che essa non implica in alcun modo di dover andare incontro ai bisogni dei consumatori: qualsiasi libera impresa che offrisse un servizio ritenuto dai più scadente inevitabilmente fallirebbe e scomparirebbe in breve tempo; questo non accade invece con lo Stato.

Non esiste un contratto che lega ogni singolo individuo allo Stato: nessun cittadino, infatti, può decidere legalmente di non sovvenzionare lo Stato, a fronte della sua contemporanea decisione di non avvalersi dei servizi erogati dallo Stato stesso.

La domanda diviene a questo punto la seguente: è possibile, nell’ambito delle istituzioni sociali, sostituire l’apparato statale con una “Società senza Stato?

Ogni individuo, nel percorso della sua vita, entra in contatto con altri individui. A volte gli interessi degli individui possono configgere tra di loro facendo in tal modo sorgere il problema per ciascun individuo di come accordarsi, ossia di come tendere a massimizzare le azioni altrui che ci apportano effetti positivi e tendere a minimizzare quelle che ci comportano effetti negativi.

Allora, quali disposizioni sociali adottare e come procedere ogniqualvolta appaiono situazioni che ledono o potenzialmente possono ledere l’assioma della non aggressione (nessuno può minacciare di aggredire o aggredire la proprietà e l’auto-proprietà altrui) senza dover far ricorso alla costituzione di un apparato statale?

Una soluzione politica libertaria sarebbe quella di chiedere innanzitutto agli individui, una volta in possesso della cosiddetta capacità di agire, la stipulazione esplicita di un contratto sociale universale, un contratto fondato unicamente sul rispetto dell’assioma di non aggressione.

La sottoscrizione di tale accordo, se ci apprestiamo a risolvere le controversie in una prospettiva di diritto libertario, non può essere ovviamente obbligatoria. Malgrado ciò, chi non dovesse sottoscrivere tale accordo di base si andrà automaticamente a collocare nella condizione di essere esposto al comportamento degli altri senza alcuna restrizione legale.

Sottoscrivere un tale accordo deve comportare che quelle dispute non riguardanti diritti dichiarati come indisponibili e che non riescono ad essere risolte volontariamente tra le parti stesse (parti che possono essere singoli individui ma anche gruppi di individui), devono essere demandate per la loro risoluzione ad organismi professionali di conciliazione/mediazione e arbitrali; diversamente, per quelle dispute concernenti diritti dichiarati come indisponibili si dovrà ricorrere direttamente ai tribunali.

In una società libertaria vigerebbe la concorrenza sociale anche nel settore dell’ordine pubblico e dell’amministrazione della giustizia, conseguentemente è molto probabile che avremo non solo più di un organismo professionale di conciliazione/mediazione e più di un organismo di arbitrato indipendente finanziariamente l’uno dall’altro a cui rivolgersi, ma anche più di tribunale e più di una forza di polizia indipendente finanziariamente l’uno dall’altro a cui rivolgersi.

I cittadini di una società libertaria, in quanto ora liberi consumatori a 360 gradi, pagherebbero volontariamente solo per  tenere in vita i servizi di quegli istituti (compresi tribunali e forze di polizia) che ritengono più adiacenti alle proprie esigenze ed alle proprie convinzioni.

In caso di disputa, se non ci si accorda su quale organismo di conciliazione/mediazione o di arbitrato o tribunale demandare la controversia, questo dovrà essere scelto mediante il metodo della lotteria. Chi non dovesse accettare questa prassi sociale verrà espulso dal contratto sociale universale e quindi si metterà nella condizione di essere esposto al comportamento degli altri senza alcuna restrizione legale.

Per quei diritti che non verranno qualificati come indisponibili, in caso di disputa che non riesce ad essere risolta volontariamente tra le sole parti stesse, si tenterà prima di tutto una conciliazione/mediazione, procedimento attraverso il quale il conciliatore/mediatore cercherà di far cessare la controversia componendo le varie richieste contrastanti. Qualora il tentativo di conciliazione/mediazione fallisca, ci si rivolgerà in seguito al procedimento dell’arbitrato il quale si pronuncerà dando una decisione finale alla controversia (lodo arbitrale) tenendo conto anche di quanto emerso in sede di mediazione/conciliazione.

In tal senso, la lite sarà scoraggiata e l’accordo favorito al più presto, giacché mano a mano che si sale di livello nell’affrontare la disputa, dal direttamente tra le parti fino all’arbitrato, aumenteranno anche gli onorari, le spese e le perdite di tempo.

La mediazione/conciliazione e l’arbitrato rappresentano un’ottima soluzione per dirimere quelle controversie che riguardano l’ambito collettivo, ambito che inevitabilmente sussiste anche in una Società senza Stato, come, ad esempio, decidere o meno di costruire o di mantenere un’infrastruttura di pubblico utilizzo (strade, ponti, illuminazione stradale, tubature dell’acqua e del gas, etc.) e se sì a quale costi.

Chi non dovesse attenersi a ciò che è stato composto direttamente tra le parti o in sede di conciliazione/mediazione o deciso in sede arbitrale verrebbe sanzionato con il metodo dell’ostracismo sociale: colui che non rispetta i patti o la decisione, colui che decide di utilizzare in maniera reiterata una risorsa di pubblico utilizzo di cui in precedenza ha deciso però deliberatamente e legalmente di non finanziare la sua implementazione o mantenimento non sarà soggetto a particolari sanzioni, ma sarà semplicemente espulso dal contratto sociale universale mettendosi in tale modo nella condizione di essere esposto al comportamento degli altri senza alcuna restrizione legale.

Il vantaggio della vita in comune stabilita dal contratto sociale universale, dovrebbe essere per ciascuno così grande che la motivazione a rispettare i termini dell’accordo o delle decisioni arbitrali dovrebbe superare di gran lunga l’interesse a rimanerne fuori.

Per quei diritti che invece verranno qualificati come indisponibili, in caso di disputa si ricorrerà direttamente al giudizio dei tribunali che emetteranno in caso di condanna le dovute sanzioni penali e/o amministrative che dovranno essere accettate e rispettate dal condannato pena anche qui essere espulsi dal contratto sociale universale.

In una società così organizzata non vi sarebbe ovviamente nessun welfare state coercitivo; nessuno verrebbe, infatti, costretto ad aiutare altre persone. A nessun diritto all’assistenza generalizzato corrisponderebbe così nessun dovere all’assistenza generalizzata.

Qualunque welfare state coercitivo si pone in netto contrasto con l’assioma di non aggressione, in quanto se è vero che un qualsiasi individuo potrebbe accettare l’idea di aiutare un altro individuo sulla base del ragionamento che un giorno anche lui potrebbe trovarsi nella condizione di dover farsi aiutare, questa disponibilità non può essere portata, senza violare l’assioma di non aggressione, fino al punto di costringere gli individui ad aiutare.

Affermare poi che il welfare state coercitivo serve ad ovviare all’innata mancanza di altruismo degli esseri umani è una sciocchezza che non può trovare alcun riscontro scientifico. Gli esseri umani sono senz’altro fallibili, ma questo non significa che siano per indole anche generalmente poco propensi alla carità, poiché il livello di carità di una società di individui sarà dettato da una serie di fattori economici, morali ed educativi che è impossibile determinare a priori.

La verità è che il welfare state coercitivo nasce per soddisfare il desiderio di alcuni individui di poter prelevare e gestire risorse altrui senza il consenso altrui e continua a perpetrarsi a causa del condizionamento psicologico che questi individui costantemente propagandano circa la sua (fittizia) necessità economica e morale.

Ora, tre osservazioni fondamentali.

La prima è che nessun’istituzione sociale potrà mai essere perfetta. Data l’impossibilità umana di essere un perfetto ottimizzatore in qualunque istante della funzione di utilità, ci saranno sempre errori e disfunzioni a cui far fronte. Nonostante ciò, si può legittimamente affermare che a parità di imperfezione umana un sistema istituzionale libertario, giacché imperniato sul mutuo e volontario adattamento degli atti dell’agente a quelli di tutti gli altri agenti e non su posizioni di vantaggio arbitrario legalizzato proprie di alcuni agenti, tenderà a massimizzare le occasioni per il bene di tutti.

La seconda ci dice invece che se il problema economico delle società consiste principalmente nel rapido adattamento ai cambiamenti che intervengono nelle peculiari circostanze di tempo e di luogo e se le decisioni inerenti a questi cambiamenti possono produrre risultati largamente profittevoli solo se prese dal singolo individuo o comunque con la sua attiva collaborazione, allora ogni nazione libertaria non potrà mai essere particolarmente estesa in termini territoriali.

La terza, infine, concerne le decisioni collettive. A questo riguardo, bisogna che gli agenti si sforzino ogni volta di scoprire ed attuare una volontà comune che faccia da filo conduttore di tutte le singole volontà, ossia quella volontà che emerge dalla collaborazione di tutte le persone interessate e non solo dalle pretese di un singolo individuo o di un ristretto gruppo di individui. Questa volontà comune può essere descritta paragonandola a quello che avviene nel libero mercato dei consumatori, nelle scoperte scientifiche e nel linguaggio; in questi ambiti nessuno viene costretto a comprare una determinata merce, ad adottare una determinata invenzione tecnologica o ad usare una certa parola, ma alla fine quelle merci che più soddisfano i bisogni, le invenzioni più efficaci e le parole che risultano essere più corrispondenti a certi scopi vengono quantomeno maggiormente adottate dalla collettività senza ricorso ad alcuna coercizione per il semplice fatto che vengono generalmente ritenute come le più soddisfacenti.

La chiave di una Società senza Stato, risiede nel saper adeguatamente ed in tempo reale coniugare due requisiti ugualmente indispensabili: il pluralismo, vale a dire la coesistenza d’iniziative irriducibilmente libere ed indipendenti, e la comunicazione. Il pluralismo senza un’opportuna comunicazione conduce al disordine; la comunicazione senza un effettivo pluralismo conduce invece alla ridondanza, alla ripetizione ed alla necrosi.

La logica sottostante ad una Società senza Stato deve essere simile a quella appartenente ad una vita umana perennemente vissuta tra estro e normalità, cioè deve sapersi continuamente posizionare tra una struttura totalmente differenziata ed una puramente ripetitiva. Solo così è possibile dare genesi, consistenza ed evoluzione ad un ordine sociale indipendente da ogni potere politico, inteso questo come potere che fa capo all’apparato statale.

Più concretamente, ciò significa che la libertà individuale deve essere affiancata da un sistema del diritto quanto più preciso ad individuare i confini delle diverse proprietà, quanto più descrittivo della capacità umana di autoregolarsi e quanto più stabile ed uguale per tutti. In particolare su quest’ultimo punto, poiché per essere liberi dall’interferenza del potere politico è necessario poter prevedere le conseguenze delle proprie azioni in vista delle leggi future, la certezza di lungo periodo conta quanto e più di quella di breve termine; soltanto la certezza di lungo periodo, infatti, si coniuga pienamente alla libertà individuale.

Gli esseri umani non sono in grado di pianificare lo sviluppo delle proprie menti né quello della propria civiltà. Tuttavia, se essi desiderano veramente promuovere e far funzionare una Società senza Stato troveranno certamente il modo di farlo; viceversa, fintanto che essi non desidereranno ciò, troveranno sempre una scusa per evitare di essere i governanti di sé stessi.

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Concetti economici: Platone, Aristotele e gli antichi greci — Parte 2

Lun, 31/10/2016 - 08:55

Rivolgendoci verso l’altro più celebre antico filosofo Greco, Aristotele (384 B.C. – 322 B.C.), ritroviamo ben poco del regime politico che caratterizza il suo maestro Platone. Per Aristotele, il comportamento più appropriato è “la via di mezzo, ” ovvero, evitare gli “estremi” o comportamenti e obiettivi velleitari nelle questioni umane.

Se da una parte Aristotele spera che delle politiche sagge possano aiutare a migliorare le condizioni e le azioni degli uomini, da un’altra egli riconosce anche che la natura umana non può essere plasmata, piegata o trasformata per conformarla a qualche ideale di Stato perfetto e popolato da persone nel modo in cui Platone credeva fosse in linea di principio desiderabile e possibile.

Aristotele e l’Importanza della Proprietà Privata

Questo viene fuori più chiaramente nel discorso di Aristotele sulla proprietà privata, e nel suo respingere l’appello di Platone per un ordine sociale comunista nel quale i beni materiali sono condivisi. Aristotele sosteneva che se tutte le terre fossero state condivise e lavorate collettivamente, allora probabilmente sarebbero sorte rabbia e ostilità tra i lavoratori partecipanti.

Perché? Poiché è in questa circostanza che gli uomini si sarebbero resi conto di non aver ricevuto ciò che spettava loro di diritto, nel momento in cui lavoro e ricompensa non erano rigorosamente e saldamente connessi, come avviene nel sistema della proprietà privata.

Aristotele concepiva i diritti di proprietà come un meccanismo incentivante. Quando gli individui credono e sono certi che potranno mantenere i frutti del loro lavoro, allora saranno inclini a prodigarsi nel lavoro in maniera produttiva, cosa che non accadrebbe in un sistema fondato sulla proprietà comune o collettiva. Aristotele affermava:

“Quando si coltiva la terra tutti insieme, la questione della proprietà crea enormi problemi. Se non si condividono equamente benefici e fatiche, coloro che lavorano molto e ricevono poco protesteranno necessariamente contro di quelli che al contrario lavorano poco e ricevono o consumano molto . . .

La proprietà dovrebbe essere…come regola generale, privata; per quanto ognuno possa avere un interesse diverso, gli uomini non protesteranno tra di loro e progrediranno, poiché ognuno si occuperà dei propri affari….”

Rompendo la connessione tra lavoro e ricompensa s’indebolirà l’impulso produttivo e, al contrario, si getteranno le basi per invidia e rabbia tra gli uomini riguardo alla distribuzione di quello che è stato prodotto in comune.

La proprietà Privata e la Benevolenza Umana

Vi era un’altra ragione per cui Aristotele difendeva il diritto alla proprietà privata contro gli appelli di Platone. Egli credeva che il diritto alla proprietà privata spesso conducesse verso un atteggiamento di benevolenza e liberalità verso gli altri. Aristotele così spiegava:

“Quanto è incommensurabilmente più grande il piacere, quando un uomo avverte che un bene è di sua proprietà. . . E inoltre, si prova il massimo piacere nel fare una gentilezza o un servizio nei confronti di amici ospiti e compagni, che può essere reso solamente se un uomo è un privato proprietario. Il beneficio si perde con una eccessiva unificazione dello Stato.”

Aristotele sembrava credere che da un sistema basato sulla proprietà privata potesse derivarne un sano equilibrio circa la questione dei diritti di proprietà all’interno della società, così da poter raccogliere i benefici come maggior lavoro e produttività che ne sarebbero derivati da un sistema così strutturato; e, allo stesso tempo, credeva che i benefici della proprietà dovessero essere condivisi con gli altri benevolmente, in forma di ospitalità e generosità, da parte di chi aveva prosperato dall’uso e dalla possesso della proprietà.

Aristotele e le caratteristiche dell’Uomo all’interno della Società

Aristotele difendeva la proprietà privata, ma non poneva l’individuo al centro delle questioni sociali. Egli definiva l’uomo, un “animale politico.” Secondo questa visione, non vi era alcuna vita per l’uomo al di fuori della città-stato in cui era nato, né un’esistenza fisica o morale indipendente dalla comunità o dallo Stato. L’uomo è nato e conduce la sua vita come cittadino dello Stato; e come tale era soggetto ad essere regolato nei vari aspetti della sua vita dalle leggi e dai costumi della città-stato della quale egli ne era una parte inseparabile.

Come il suo maestro, Platone, anche Aristotele s’interrogava su cosa fosse “il bene” e su quale fosse lo stile di vita migliore e più corretto per un uomo. L’ideale più alto, nella visione di Aristotele, è la vita del filosofo; lo stile di vita migliore è quello di una perfetta virtù morale, espressa dalla condotta e dall’interesse del singolo individuo come partecipante alla vita della città-stato. Né il filosofo né il buon cittadino possono realizzare questi ideali senza avere del tempo libero a disposizione. Per avere del tempo libero o da impiegare per condurre una vita volta alla ricerca della verità e della virtù, è necessaria la ricchezza.

In questo contesto dove l’uomo deve inseguire i due “richiami” più nobili, la ricchezza e il suo perseguimento non devono mai essere essi stessi il fine. Piuttosto l’uso e il perseguimento della ricchezza sono uno strumento per raggiungere e conseguire questi due fini “più nobili.” L’uomo libero deve avere un accesso adeguato alla ricchezza tale da poter evitare di preoccuparsi di guadagnarsi da vivere cosa che, altrimenti, lo distrarrebbe dal raggiungimento di questi obiettivi più nobili.

Aristotele difende la schiavitù presumendo che alcune persone potrebbero essere nate con una propensione “innata” alla servitù non avendo queste, le potenzialità per raggiungere quei fini “più nobili.” Questi obiettivi più “alti” avrebbero contribuito a rafforzare un’istituzione che avrebbe reso liberi pochi eletti dell’antica società greca. In tal modo, questi ultimi potevano dedicare presumibilmente le loro vite a degli obiettivi di vita non-materiali, mentre i primi, in condizioni di schiavitù, avrebbero fornito i beni e servizi permettendo a questi ultimi una vita agiata.

Aristotele distingueva anche tra “arte” e “azione.” Per creare un’opera d’arte, non è necessario che l’artista sia un “buon” artista in senso etico, ma è importante che l’opera completata frutto delle sue fatiche esprima e catturi i concetti di “bellezza” e “perfezione.”

Ma lo scopo principale dell’uomo, sosteneva Aristotele, non è la creazione di lavori artistici o persino di opere d’arte, ma piuttosto “le azioni” stesse. La condotta dell’uomo durante ”l’azione” era il fine stesso, non il concreto e specifico risultato di questa. Il concetto che Aristotele vuole esprimere può essere sintetizzato da questa frase: non conta vincere o perdere, ma come hai partecipato alla competizione.

Ovvero, l’individuo ha agito con onestà, correttezza, coraggio, modestia, e lealtà verso i propri valori? Qui l’individuo è giudicato nei termini dei punti di riferimento da seguire che ha fissato per se stesso, e se questi requisiti che ispirano l’azione sono “virtuosi”; e il singolo individuo ha agito rispettandoli, a prescindere dal risultato?

Economia Virtuosa vs Arricchimento Innaturale.

La ricchezza, quindi, nella visione di Aristotele è una legittima materia di studio come strumento essenziale per il raggiungimento da parte dell’uomo dei giusti fini. Pertanto, troviamo in Aristotele un argomento chiamato oikonomik, “gestione della casa.” Si tratta di come amministrare saggiamente la ricchezza materiale del proprietario o del latifondista agrario al fine di non dissiparla o abusarne mentre si è intenti ad inseguire gli obiettivi “più nobili” dell’uomo.

La gestione della casa in questo contesto era qualcosa più del semplice uso economico della terra, degli strumenti o di altri mezzi di produzione. Voleva dire anche una saggia gestione della casa del proprietario – sua moglie, i suoi figli e gli schiavi.

Ciò contrastava con un altro tipo di atteggiamento verso la ricchezza, che i Greci chiamavano chrematistik. Chrematistik riguardava l’arricchimento, cioè il far soldi e scambiarli. Aristotele critica molto i mercanti e i commercianti nella società Greca, considerandoli corrotti inseguitori della ricchezza fine a se stessa.

Aristotele catalogava “l’economia, ” o “gestione della casa, ” come dei fini “naturali” nei quali si ritrova l’essenziale e giusta condotta per l’esistenza umana e la realizzazione della natura dell’uomo nello sviluppare il suo innato potenziale per “il bene” come essere umano. Comprende sia la produzione e sia il consumo della ricchezza per la realizzazione di questi fini “più alti.”

Chrematistik, dall’altra parte, può essere sia “naturale” e sia “innaturale.”

Per “naturale”, Aristotele intende delle azioni volte all’arricchimento che è chiaramente e consapevolmente perseguito per disporre di uno strumento utile al raggiungimento dei due fini dell’uomo che sono la “verità” e la “virtù.” Il problema dell’arricchimento, secondo Aristotele, è che può diventare esso stesso un fine, cioè, l’acquisizione della ricchezza diventa l’obiettivo piuttosto che essere qualcosa di strumentale a dei propositi più nobili.

Il baratto è considerato “naturale” da Aristotele poiché è un mezzo tramite il quale gli individui si procurano quei beni materiali essenziali alla vita, i “bisogni naturali” dell’uomo, come lui li chiama. La Chrematistik cosiddetta “naturale”, compreso lo scambio di denaro, è giusta se è un mezzo per acquisire tutto ciò che è necessario per raggiungere i fini “più nobili”. Questa però diventa “artificiale” o “innaturale” quando l’acquisizione e lo scambio del denaro, e il loro perseguimento diventano gli scopi finali che guidano le azioni di una persona.

Aristotele e il Significato Ambiguo di “Prezzo Giusto”

Uno dei temi negli scritti di Aristotele riguardo all’economia era il “giusto prezzo.” Aristotele parlava di un’adeguata “reciprocità” nello scambio che determinasse un’“uguaglianza” tra i valori negoziati, e, quindi che riflettesse “la giustizia” nello scambio. Ma cosa significa “uguaglianza” dei valori? Aristotele parlava di equi valori di scambio quando questi erano negoziati nelle giuste proporzioni. Quali sono le giuste proporzioni?

Secondo Aristotele: ” Come un costruttore sta a un calzolaio, così le scarpe potrebbero stare alla casa, ” se un costruttore è “A” e un produttore di scarpe è “B”, e se “C” è una casa e “D” è un paio di scarpe, e se i due individui desiderano scambiare per acquisire quello che può fornire l’altro, allora le azioni reciproche garantiranno dei ritorni proporzionati, nel momento in cui i beni sono scambiati nelle corrette proporzioni.

A:B=C:D

Qual è il significato del lato sinistro dell’equazione? Cioè, qual è la “corretta” o “giusta” relazione tra il costruttore e il produttore di scarpe e secondo il quale parametro questa può essere determinata? La risposta a questo ha eluso i filosofi per centinaia di anni.

E qual è la proporzione adeguata o “giusta” di così tante paia di scarpe scambiate per una casa? Aristotele asseriva: “Nel modo più reale e autentico questo parametro [per esempio, il valore base delle merci, una merce relativamente ad un’altra] è basato sui bisogni, che sono alla base di tutte le associazioni degli uomini.”

Questo suggerisce l’importanza dell’utilità o “desiderabilità” dei beni come guida per la determinazione dei valori relativi tra questi. Ma Aristotele non dà alcuna risposta su come possa essere calcolata la proporzione dei valori tra i bisogni. Pertanto, egli non ci offre alcuna nozione convincente o concretamente applicabile riguardo al valore dei beni o alla “giusta” proporzione in base alla quale questi dovrebbero essere scambiati.

L’utilità della moneta nello scambio

Dato che Aristotele riconosceva e sosteneva l’utilità “naturale” dello scambio come un aspetto importante dell’economia – gestione della casa – egli considerava anche il denaro, un’invenzione utile e desiderabile per superare le tipiche difficoltà del commercio che si presentano in condizioni di baratto. Aristotele diceva:

“L’uso di una moneta era uno strumento indispensabile per estendere i benefici del commercio in larga misura. Poiché i beni della natura di prima necessità non erano tutti facilmente trasportabili, le persone, per barattare reciprocamente, usavano consegnare o ricevere un oggetto, che pur essendo anch’esso una merce, nella pratica degli affari quotidiani era più facile da gestire. Si usavano per esempio oggetti di ferro o argento, che all’inizio erano definiti solamente in base al peso e alla dimensione; più avanti nel tempo s’iniziò poi ad apporre un timbro (conio) su ogni moneta per risolvere il problema di dover ogni volta pesarle . . .”

La moneta, nella visione di Aristotele, serviva solo come mezzo di scambio. La moneta di per se non era “produttiva, “, ma serviva solo come mezzo per il trasferimento delle merci, e perciò, dei valori. Secondo Aristotele il problema nasceva quando l’uso della moneta era finalizzato a un lucro “innaturale” o “chrematistico” – l’accumulo del denaro fine a se stesso. Poiché nella mente di Aristotele vi era sempre la ricerca della “via di mezzo, ” questa appena descritta era una di quelle azioni troppo “estreme” che dovevano essere condannate sul piano morale.

Profitti Naturali vs Intermediari Innaturali e Reddito da Interessi

Aristotele sosteneva che il profitto derivante dalla coltivazione degli alberi o dall’allevamento di animali non danneggiava i vicini; erano maggiori i rischi e le spese connesse con l’approvvigionamento di cibo e vestiti necessari agli altri membri della comunità. Pertanto, il profitto derivante dal denaro investito, poteva essere “naturale” e giusto quando non implicava alcuna ingiustizia nello scambio.

Comunque, il commercio e i negozi, in generale, dove l’individuo si specializza nel ruolo permanente d’intermediario o mercante – e, quindi, non produce “nulla” ma trasferisce solamente dei beni da una persona a un’altra – secondo la visione di Aristotele, non erano altro che attività “innaturali” volte al raggiro.

Estendendo questo concetto, Aristotele condannava il profitto fatto prestando denaro ad altre persone. Poiché il denaro è solo un mezzo per facilitare lo scambio di una merce con un’altra, tutto quello che un creditore può giustamente richiedere indietro, è solamente la somma – il capitale senza interessi – prestata.

Il denaro di per se non era produttivo e, come tale, non doveva essere “riprodotto” (ottenere una somma maggiore rispetto alla somma originariamente prestata) poiché, in base al suo pensiero, in tal modo si sarebbe ottenuto qualcosa in cambio di nulla. Ciò che era “arido” (la moneta) non poteva creare dei “frutti” (gli interessi sul prestito).

Le Intuizioni di Aristotele e i suoi Limiti sull’Economia

In Aristotele, troviamo una comprensione più sottile e raffinata di alcuni temi economici rispetto a Platone. Aristotele inserisce una dimensione “comportamentale” nell’analisi della proprietà che s’interroga su quale siano gli incentivi e le risposte da parte degli agenti umani quando questi vivono in differenti contesti istituzionali all’interno dei quali hanno l’opportunità di agire. Ovvero, gli uomini come agiranno, sceglieranno e risponderanno nelle loro decisioni di consumo e produzione se a questi sarà o non sarà permesso di possedere e di disporre della proprietà privata?

Troviamo anche i primi concetti rudimentali riguardanti la natura e il significato dello scambio: Qual è l’origine del valore e il criterio per attribuire i prezzi relativi tra i beni? Qual è un “equilibrio” adeguato nel rapporto di scambio?

Anche se le risposte di Aristotele erano incomplete e spesso inattendibili o errate, egli fu perlomeno tra i primi a interrogarsi su un tipo di quesiti che nei secoli successivi sarebbero poi diventati il fulcro dell’analisi e del sapere economico.

Le sue fondamentali debolezze erano: l’incapacità di spiegare i criteri effettivi per determinare il valore nello scambio; un’incomprensione della natura delle transazioni monetarie nel mercato poste in essere attraverso l’intermediazione di mercanti professionisti o “intermediari”; in ultimo, un’analisi confusa del ruolo e della logica del credito, del debito e del pagamento degli interessi.

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Concetti economici: Platone, Aristotele e gli antichi greci — Parte 1

Ven, 28/10/2016 - 08:17

Attraverso le loro opere giunte fino a noi, gli antichi Greci hanno lasciato un patrimonio di conoscenza su una grande varietà di argomenti riguardanti la scienza, la logica, la filosofia, la letteratura e l’arte. Inoltre, la città-stato di Atene è considerata la culla della libertà intellettuale e della democrazia: eredità che ha contribuito al plasmarsi delle idee che hanno influenzato lo sviluppo della Civiltà Occidentale.

Ma in confronto le loro riflessioni sull’economia furono sempre poche e pressoché sempre relativamente poco sistematiche. Una delle principali ragioni di ciò è dovuta al fatto che per gli antichi Greci le questioni riguardanti “l’economia” furono secondarie rispetto ad altre tematiche ritenute molto più importanti per la società e l’umanità.

Per i filosofi Greci e per gli intellettuali dell’epoca, le tematiche principali furono i dilemmi su “la giustizia”, su “la virtù”, su “il bene” e “la bellezza”. Quelli che oggi definiamo problemi e questioni “economiche” furono relegati ad una ristretta cerchia di considerazioni su come le organizzazioni e le istituzioni economiche avrebbero potuto essere modificate o strutturate al servizio di questi fini o obiettivi “più nobili.”

La concezione greca della società al di sopra del singolo individuo

Estendendo questo concetto si comprende la visione generale che gli antichi Greci avevano circa l’individuo all’interno della società. Secondo il loro pensiero, l’individuo dipendeva dalla società nella quale era nato per tutto ciò che lo rendeva o poteva rendere una persona. Cioè, la comunità assisteva e formava l’individuo fino a renderlo un essere umano “civile”. La società aveva la precedenza, o la priorità, al di sopra dell’individuo. L’individuo nasceva, viveva, e moriva. Invece la società e lo stato, secondo il loro pensiero, continuavano comunque a vivere.

La più moderna concezione di uomo libero, agente autonomo che sceglie i propri fini, seleziona i mezzi per ottenere i propri obiettivi desiderati e che in generale vive per se stesso, fu un concetto estraneo al modo di pensare degli antichi Greci.

Uno dei primi difensori della libertà individuale nell’Europa del diciannovesimo secolo fu il filosofo-sociologo rancese Benjamin Constant (1767-1830). Nel 1819, tenne una famosa lezione a Parigi intitolata “La libertà degli antichi a confronto con quella dei moderni.”

Egli sostenne che tra gli antichi Greci, come ad esempio nella città-stato di Atene, “libertà” era intesa come il diritto del libero cittadino di partecipare alle decisioni politiche degli affari cittadini, compresi i dibattiti, gli interventi e le votazioni. Ma una volta prese le decisioni e concluse le votazioni, il singolo individuo era “sottomesso” alle decisioni prese dalla maggioranza dei suoi concittadini. Constant così spiegava: … lo scopo degli antichi era la condivisione del potere [politico] tra i cittadini della città: questo è quello che loro chiamavano libertà. [Ma] il cittadino, quasi sempre sovrano negli affari pubblici, era schiavo in tutte le sue relazioni private. Come cittadino, egli decideva la pace e la guerra, come individuo privato, era vincolato, controllato e represso in tutti i suoi movimenti; come membro di un organo collegiale, poteva interrogare, far dimettere, condannare, mandare in rovina, esiliare o condannare a morte i suoi superiori e magistrati; come soggetto ad un organo collegiale poteva essere privato del suo status, spogliato dei suoi privilegi, bandito, condotto a morte, dal potere discrezionale della collettività di cui faceva parte … Gli antichi, come afferma Condorcet, non avevano la nozione di diritti individuali. Gli uomini erano, per così dire, soltanto delle macchine, i cui ingranaggi e ruote dentate erano regolati dalla legge … L’individuo in qualche modo si confondeva con la nazione, il cittadino con la città.

Constant comparò questo concetto di libertà degli antichi con quello dei “moderni”, cioè con la concezione e l’ideale di libertà ai suoi tempi (nei primi decenni del diciannovesimo secolo). Ora, affermò, l’idea di libertà era il diritto dell’individuo ad essere lasciato da solo, indipendente. L’individuo era libero di gestire la propria vita, di scegliere i propri obiettivi, e realizzare qualunque obiettivo e carriera volesse. Poteva scegliere di appartenere a qualunque gruppo sociale o poteva proseguire da solo per la sua strada. La libertà politica era un aspetto importante della libertà, argomentò Benjamin Constant, ma per i “moderni” l’essenza della libertà è il diritto del singolo individuo a condurre la propria vita come più desidera, senza interferenze o “imposizioni” della maggioranza o della minoranza politica.

Constant così spiegava: … cosa intende oggi con la parola “libertà” un cittadino inglese, francese, o degli Stati Unita d’America. Per ciascuno di loroi è il diritto di essere soggetti alle leggi, e di non essere arrestati, detenuti, condannati a morte, o maltrattati in alcun modo dall’arbitrario volere di uno o più individui. E’ il diritto che ognuno ha di esprimere la propria opinione, di scegliere una professione ed esercitarla, di disporre della proprietà, sino ad abusarne; di andare e venire senza autorizzazioni e senza dover render conto a qualcuno delle proprie motivazioni o dei propri impegni. E’ il diritto di chiunque di associarsi con altri individui, di discutere dei propri interessi, di professare la propria religione preferita o quella dei loro compagni, o persino semplicemente di trascorrere le proprie ore o giornate nel modo che sia il più compatibile possibile con le proprie inclinazioni o stati d’animo.

La schiavitù sminuiva il lavoro onesto ed indeboliva gli incentivi

E’ anche importante ricordare che la società Greca e la sua antica economia erano basate sul lavoro degli schiavi. Questo produceva due effetti. Primo: tutto ciò che implicava lavoro manuale (e l’attività ordinaria svolta per vivere, così come la gestione quotidiana del denaro o lo scambio di beni o sevizi) era considerato qualcosa di basso livello per un cittadino colto e libero di una città-stato della Grecia. Ciò distraeva il libero cittadino greco da quello che era il suo principale e più nobile dovere: partecipare ed interessarsi alle questioni politiche, filosofiche ed artistiche della sua città-stato. Questo non assicurava un clima intellettuale favorevole per lo sviluppo di importanti studi e riflessioni che potessero riguardare le relazioni o le istituzioni economiche. Secondo: poiché il lavoro era svolto dagli schiavi, il libero cittadino non era mentalmente incentivato o motivato a preoccuparsi di questioni riguardanti il risparmio o l’utilizzo più efficiente del lavoro. Infatti dal momento in cui lo schiavo veniva catturato e ridotto in schiavitù, questo non poteva rifiutarsi di lavorare o pretendere salari più alti o migliori condizioni di lavoro, o cercare altrove migliori opportunità lavorative, non vi era stimolo a sviluppare una più efficiente modalità d’impiego del lavoro mediante migliori accordi sociali o di mercato.

La divisione del lavoro e la dimensione della città-stato secondo Platone

Per Platone (428–348 a.C.) l’origine della società si fonda sull’impossibilità degli uomini di essere autosufficienti; l’impossibilità di soddisfare tutti i propri bisogni per mezzo del loro lavoro. Ogni uomo possiede sicuramente alcune qualità proprie che per alcune cose lo rendono migliore rispetto ad altre. Con la specializzazione dei compiti, i membri di una comunità possono migliorare le loro condizioni materiali producendo quei prodotti nei quali sono più abili e scambiarli con altri beni di cui hanno bisogno realizzati da altri membri della comunità impegnati a fare lo stesso.

Ma Platone sosteneva che la divisione del lavoro fosse basata non solo, o principalmente, per la sua maggior efficienza produttiva. Piuttosto, riteneva che il fondamento logico di tale organizzazione sociale fosse etico. Data la diversità di caratteristiche e capacità tra gli uomini, Platone sosteneva che ognuno avrebbe dovuto fare ciò che gli fosse più “naturale” ed in tal modo realizzasse ciò che fosse “meglio” per la propria “indole”. E così si sarebbe realizzato “il bene”.

Il bisogno primario dell’uomo, diceva Platone, era il cibo, un riparo, e il poter coprirsi. La città-stato deve avere una divisione interna del lavoro abbastanza ampia da contenere un numero sufficiente di membri con diverse abilità e capacità in grado di soddisfare questi bisogni primari.

Ma uno dei suoi studenti chiese a Platone se questa non sarebbe stata soltanto una “città dei maiali”.

Platone ammise che se una città-stato avesse dovuto soddisfare sia le necessità base degli uomini che gli aspetti più “nobili” e colti delle loro vite potenziali, la città si sarebbe dovuta espandere verso una dimensione abbastanza grande da includere la popolazione, la terra, e le risorse necessarie per realizzare anche i loro bisogni più nobili ed elevati.

Le altre città-stato si sarebbero trovate nella stessa situazione. Sarebbero sorti conflitti tra le città-stato appena ciascuna di esse avesse tentato di espandersi e di appropriarsi di quello che possiedono le altre. Da questo ne deriverebbe una guerra inevitabile. Per difendersi dalle altre città-stato concorrenti ed espandersi per raggiungere la popolazione, la terra, e le risorse richieste per condurre una vita più elevata e dotta, ogni città-stato avrebbe bisogno di una categoria di uomini formati e competenti nella divisione del lavoro per difendere e conquistare territori, risorse e gli schiavi per eseguire i lavori da svolgere.

Platone ed il comunismo dei guardiani

La città-stato richiederebbe una categoria di “guardiani” o “guerrieri”. Ma ora sorge un problema, afferma Platone: chi proteggerebbe i cittadini della città-stato dai quei guardiani che hanno la capacità di usare le proprie abilità guerriere contro quelle persone di cui si suppone che questi ne stiano proteggendo i bisogni e la vita? Chi salvaguarda le persone dai guardiani?

Questo portò Platone a criticare la proprietà privata. Platone affermò che dove gli uomini possono essere proprietari, allora li esiste la brama del possesso e della proprietà. Quando gli uomini possono acquisire e detenere la proprietà privata, questi sono motivati non dal “bene comune” della città ma dai desideri del singolo individuo.

Per Platone esiste pertanto una gerarchia di valori secondo questo ordine: “Anima”, “Corpo” e “Ricchezza”. Una classe di guardiani con il diritto di essere proprietari sarebbe dunque tentata di perseguire “il meno nobile” anziché il “più alto” dei fini umani, cioè il raggiungimento della ricchezza materiale piuttosto che lottare per la “verità” e per la “virtù”.

Nella Repubblica ideale di Platone, i guardiani rinuncerebbero quindi alla proprietà materiale. Vivrebbero tutti insieme in un edificio comune; condividerebbero i loro pasti; i loro abiti sarebbero modesti e simili. Le donne sarebbero in comune ed i guardiani di sesso femminile si vedrebbero privati dei loro figli appena nati per prevenire un legame con loro. L’assunto di Platone è che l’ambiente sociale – le istituzioni politiche ed economiche all’interno delle quali gli uomini vivono e lavorano – determina le loro caratteristiche comportamentali. Cambiando le istituzioni sociali ed economiche – in questo caso, da proprietà privata a proprietà comune e condivisa – si possono cambiare le persone da essere umani interessati a se stessi in essere umani interessati agli altri. L’ipotesi di Platone è che se si nega alle persone la possibilità o il diritto di acquisire o possedere la proprietà e la ricchezza privata, queste smetteranno di preoccuparsi solo dei propri interessi e desideri personali. Al contrario, si preoccuperanno di avere come obiettivo solo il miglioramento di “tutto” ciò che condividono, dei beni comuni e della comunità.

Nella mente di Platone non esiste perciò una “natura umana” fissa, immutabile ed invariabile. Modificando le istituzioni sociali si possono cambiare le qualità ed il carattere dell’uomo.

La repubblica ideale di Platone come società pianificata.

Nello Stato ideale di Platone vi sono governanti e governati. Una delle responsabilità dei guardiani sarebbe quella di assicurare la selezione del ceto e della posizione sociale che ciascun membro della società deve assumere. Ogni aspetto della vita di ciascun individuo doveva infatti essere controllato e diretto dallo Stato.

Ad un certo punto, Platone afferma: Il criterio principale è che nessuno, maschio o femmina, dovrebbe essere lasciato senza controllo né lasciato crescere, sia nel gioco che nel lavoro, abituato mentalmente ad agire da solo o su propria iniziativa, ma dovrebbe vivere sempre, sia in guerra sia in pace, con il proprio sguardo sempre costantemente rivolto verso il suo comandante e seguire le sue indicazioni.

L’economia domestica doveva essere rigidamente controllata e determinata dai governanti. Riportando le parole di Platone: I legislatori devono consultarsi con gli esperti in ogni settore delle vendite al dettaglio ed in queste riunioni devono considerare quale standard di profitti e spese produce un moderato guadagno per il commerciante, e poi questi livelli di riferimento di profitti e spese ai quali si è giunti devono essere disciplinati per iscritto; e devono insistere su questo – gli amministratori del mercato, gli amministratori della città, gli amministratori delle campagne, ciascuno nel proprio ambito di competenza.

Qualunque scambio, commercio e produzione, sia all’interno della città-stato sia verso le altre città-stato, sarebbero controllati e regolati dai governanti dello Stato. Non ci sarebbe libera circolazione di persone da una città-stato all’altra. Tale interazione, sosteneva Platone, comporterebbe un mix di culture e ciò potrebbe seriamente compromettere “un buon sistema di governo regolato da leggi giuste”.

Ogni persona mandata in giro a studiare le attività delle altre persone e ad apprendere quali cose sarebbero utili imparare per migliorare la propria città-stato, sarà soltanto una persona con più di 50 anni e solo dopo aver ricevuto l’approvazione delle autorità dello Stato. Devono essere uomini di “grande prestigio” ed “incorruttibili” nel senso di (non) essere influenzati negativamente da quello che vedono e sentono nei loro viaggi all’estero.

Platone diceva: Ma se, d’altra parte, tale ispettore al suo ritorno appare corrotto, nonostante le sue pretese di saggezza, gli si deve proibire di associarsi con chiunque, giovane o vecchio che sia; nel caso in cui questo obbedisca ai magistrati, potrà vivere come un privato cittadino, altrimenti dovrebbe essere condannato a morte.

Nulla è fuori del controllo dello stato. Nessun aspetto della vita personale deve rimanere privato. Questo include il dovere dei governanti di mantenere un rigido controllo sulla popolazione per assicurare un’adeguata dimensione della città-stato ideale. Questo vorrebbe dire una popolazione di 5.040 persone – abbastanza grande da permettere la divisione del lavoro richiesta per i compiti da adempiere, ma anche abbastanza piccola da permettere a tutti di conoscersi l’un con l’altro. Inoltre, ci sarebbe un sistema educativo selettivo per assicurare una “valida” cittadinanza. La popolazione in più sarebbe mandata altrove a costituire delle colonie oppure i nuovi nati sarebbero condannati a morte.

Platone, il padre dello stato totalitario

E’ per queste ragioni che Platone talvolta è stato definito il padre intellettuale del collettivismo politico ed economico, nonché dello Stato totalitario. In Platone si può trovare il progetto iniziale di una completa ed assoluta economia comandata e pianificata. Salari e prezzi sono stabiliti dallo Stato; i guardiani determinano l’allocazione della popolazione nel sistema della divisione del lavoro assegnando ad ogni persona una particolare occupazione o compito a vita già dalla giovane età; tutti gli scambi e il commercio domestico e internazionale sono controllati e regolati dallo stato, come determinati da quelle che sono le “giuste necessità” di una città-stato; e quello che le persone possono imparare e condividere circa le altre società è rigidamente regolato dallo Stato.

L’individuo è ridotto a essere un ingranaggio della ruota dello Stato ideale di Platone.

Il famoso filosofo della scienza, Karl Popper, così concludeva nella “Società aperta ed i suoi nemici” (1945): Mai ci fu un uomo più profondamente ostile verso l’individuo … [Platone] odiava l’individuo e la sua libertà … Nel campo della politica, l’individuo è per Platone il Sommo Male in senso assoluto … Platone s’interessa unicamente della collettività intera in quanto tale e per lui la giustizia non è altro che il benessere, l’unità e la stabilità di questa entità collettiva.

La visione e “l’ideale” di Platone hanno ispirato e rappresentato un punto di riferimento – per gran parte del ventesimo secolo sotto il nome di Stato Totale – nella realizzazione sia dell’ordinamento fascista che comunista.

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Classificazione delle istituzioni politiche mediante un indice

Mer, 26/10/2016 - 08:01

1- DEFINIZIONI
  1. Per poter classificare le istituzioni politiche, è necessario intendersi sui termini. Ecco quindi la descrizione del significato preciso della terminologia politica necessaria a tale fine.
1.1- LIBERALISMO (1)

E’ un termine utilizzato nel ‘900 (probabile primo esempio nel 1911: “Il Liberalismo“, di Hobhouse) per indicare la dottrina politica elaborata dai filosofi illuministi. Si tratta di una dottrina politica completa nonostante la sua semplicità, impostata con rigore razionalista dal filosofo contrattualista e giusnaturalista Locke, la cui sintesi è riducibile a due soli punti:

. fondazione di tutto il sistema politico e giuridico esclusivamente sulla difesa dei diritti individuali descritti in un elenco (atto dei diritti) e di quelli da essi derivati in modalità deduttiva;

. scetticismo nei confronti del potere politico, la cui possibilità di arbitrio (cioè la violazione dei diritti individuali) verrebbe neutralizzata mediante la separazione dei poteri politici (ai fini di sorveglianza reciproca, non di sovranità autonoma) e la severa responsabilità diretta del funzionario pubblico.

ULTERIORI DEFINIZIONI IN NOTA:

– Diritti individuali (2).

– Diritti dell’uomo e del cittadino (3).

– Poteri politici e principio della separazione (4).

– Responsabilità diretta del funzionario pubblico (5).

NOTE DI APPROFONDIMENTO:

– Giusnaturalismo e contrattualismo illuminista (6).

– Deduttività giuridica (7).

– Evoluzione teorica del pensiero politico illuminista (8).

– Evoluzione storica del pensiero politico illuminista (9).

ESEMPI ISTITUZIONALI

Non esiste, oggi al mondo, un sistema istituzionale che replichi i dettami del liberalismo illuminista.

I sistemi che più vi si avvicinano sono quelli dei paesi di lingua inglese e quello elvetico.

La Svizzera per due motivi: il potere costituzionale diretto e la separazione dei poteri. Quest’ultima, sia ai fini di sorveglianza reciproca che di confronto concorrenziale (tra i cantoni).

Gli anglofoni per l’esistenza di un elenco dei diritti inalienabili dell’individuo, più o meno rispettato dall’arbitrio politico. La distanza tra l’interpretazione costituzionale ed i cittadini è a mio avviso un difetto di questi paesi, parzialmente corretto dalle giurie popolari del sistema giudiziario.

Infine, ritengo che un difetto comune a tutti, anche svizzeri ed anglofoni, sia l’insufficiente protezione dei meccanismi democratici dal rischio demagogico. In altre parole, il diritto del cittadino all’informazione politica è insufficiente, e contemporaneamente non è protetto da propaganda e plagio. Il cui semplice meccanismo di difesa si potrebbe efficacemente ridurre alla dichiarazione di quanto classificabile come opinione e quanto come dato di fatto. Tale elementare regolamentazione della già limitata offerta di informazione politica non esiste nel globo terraqueo, agevolando perciò le pesti della propaganda politica e del plagio educativo.

Conclusione: anche se in misura diversa, tutti i sistema istituzionali del mondo, oggi, attribuiscono facoltà arbitrarie all’autorità politica di violare i diritti naturali dei propri cittadini ai fini di un supposto vantaggio comune. Questo articolo propone un metodo per quantificare esattamente tale arbitrio.

 

1.2 AGGETTIVI CHE INIZIANO CON LIBER

LIBER ALE

Il noto storico politico Marco Bassani, da me interpellato sul significato del termine, mi ha così risposto: ‹‹Da quando esiste, l’aggettivo liberale non ha mai significato una mazza ››.

Effettivamente tale aggettivo è stato applicato ad una corrente politica un secolo prima dell’esistenza del termine liberalismo, quindi non può esserne l’aggettivo. In particolare, esso è nato col Partito Liberal spagnolo del 1812, il quale sosteneva il neonato parlamento in contrasto col partito realista, che ne sosteneva invece l’illegalità e l’abolizione.

Da allora, i partiti liberali dell’800 possono essere accumunati esclusivamente dal sostegno al “parlamentarismo”, forse non molto coerente con la logica della separazione bilanciata dei poteri propria del liberalismo. Come noto, in Italia il partito liberale è stato caratterizzato anche dagli ideali risorgimentali di unificazione amministrativa della penisola.

Ciò che comunque possiamo escludere è una applicabilità dell’aggettivo al liberalismo come filosofia politica, sia nel corso del IXX° secolo che del XX°.

LIBER ISTA

Il termine esiste solo in lingua italiana, per neologismo di Benedetto Croce negli anni ’40, ed indica una politica economica priva di regole, che deriverebbe dai principi del liberalismo ma da esso separabile.

Ambedue i concetti (assenza di regole e separazione della filosofia giuridica da quella economica) sono sempre stati criticati dai teorici puri del liberalismo (in particolare da Einaudi, Leoni ed Hayek).

Prima di tutto perché il liberalismo sostiene la necessità della difesa di ogni tipo di libertà da parte del Diritto (‹‹Il mercato è un sistema giuridico, in assenza del quale, l’unica economia possibile è la rapina di strada ›› – Boehm Bawerk).

In secundis, perché la libertà economica è conseguenza diretta di quella personale e del diritto alla proprietà privata. Senza questi ultimi, non esiste neanche la prima.

In conclusione: in filosofia politica, anche il termine liberista ‹‹non significa una mazza››.

LIBER TARIO, ANARCO-LIBER ALE, LIBER TARIAN, LIBER TAIRE

Questi termini sono assai simili, e differiscono dal liberalismo in quanto sostengono l’inutilità di un’autorità pubblica per difendere il diritto individuale.

In comune col liberalismo hanno però l’individuabilità di un’etica naturale universale. Ovvero, di diritti moralmente riconosciuti e condivisi da una comunità.

Relativamente alle modalità di difesa di tali diritti, le tesi dei libertari non appaiono né precise né univoche. Fondamentalmente, il concetto ispiratore è che, essendo le attività pubbliche attualmente troppo estese, arbitrarie ed oppressive, qualunque loro riduzione sia auspicabile.

LIBER AL

Il termine “liberal” (pronuncia: “léberol”), diffuso sia in USA che, per successiva esportazione, anche in GB, è un termine nato negli anni ’30 per indicare una politica di espansione delle garanzie dell’assistenza sociale e della redistribuzione dei redditi. In pratica, ciò che si intende attualmente in Europa per “socialista”. Probabilmente, la negatività associata a quest’ultimo termine in USA ha indotto alla ricerca di un eufemismo, ovvero di un termine alternativo per lo stesso significato.

Il commento dell’economista austriaco Schumpeter fu ‹‹come supremo, anche se non intenzionale, complimento, i nemici della libera impresa si sono appropriati dell’etichetta››.

CONCLUSIONE

Nel XXI°, la crisi delle ideologie ed il nuovo interesse per il liberalismo ha necessitato la ricerca di una aggettivazione corretta, che sembra essere stata trovata in “liberale classico“. Anche in USA si stia utilizzando a questo scopo proprio la terminologia “classical liberal“.

In alternativa a tale perifrasi, il termine originario, “illuminista” sarebbe poco moderno. “Individualista” ha invece un senso dispregiativo, erroneamente divenuto sinonimo di “egoista”.

Per evitare le perifrasi, propongo perciò un neologismo, l’unico etimologicamente corretto: “liber-alista“, ammettendo che purtroppo non suona molto elegante.

 

1.3- TEORIE TOTALITARIE

In perfetta antitesi allo scetticismo ed all’individualismo liberalista, sono le teorie totalitarie.

TOTALITARISMO e TOTALITARIO

E’ qualunque dottrina, o istituzione, che manchi di limitare il potere politico. Tipicamente totalitarie sono le teocrazie, le dottrine di diritto divino, quelle basate sul diritto di conquista, quelle socialiste e quelle nazionaliste. Antitetiche quindi al liberalismo, che limita l’azione pubblica alla difesa dei diritti individuali ed attua strumenti per annullare l’arbitrio politico.

SOCIALISMO E SOCIALISTA

Non è intento di quest’articolo la storia di tutti i socialismi ottocenteschi e delle loro fantastiche teorie. Vorrei però proporne i presupposti comuni, che risultano perfettamente antitetici al liberalismo 10:

– il socialismo sostiene l’individuabilità di diritti sociali e la loro supremazia su quelli individuali.

– Nessuna trattazione è riservata dal socialismo alla difesa del cittadino da possibili soprusi dell’autorità pubblica.

Per quanto riguarda il suo significato in relazione ai partiti politici odierni, l’azione di questi ultimi si riscontra soprattutto in due proposte:

– il potere politico di redistribuire i redditi;

– l’attribuzione all’autorità pubblica di altre attività non tradizionalmente proprie, quali quelle mediche, scolastiche ed accademiche.

ESEMPI ISTITUZIONALI

Anche se in misura diversa, tutti i sistema istituzionali del mondo, oggi, attribuiscono facoltà arbitrarie all’autorità politica di violare i diritti naturali dei propri cittadini ai fini di un discrezionale vantaggio comune, oppure ad altrettanto discrezionali ed imperscrutabili finalità divine.

La discrezionalità sembra raggiungere i massimi livelli nelle istituzioni africane di diritto divino, di conquista e socialista, nella istituzioni socialiste della Corea del Nord ed in quelle sudamericane, e nelle monarchie arabe salafite, basate sulla Sharia (11).

Queste ultime sembrano anche essere riuscite ad attuare un particolare forma di totalitarismo economico, il comunismo, che contempla la nazionalizzazione delle attività economiche e la successiva spartizione dei suoi proventi secondo l’arbitrio pubblico. Effettivamente, nei paesi della penisola araba ogni cittadino maschio nasce con il diritto ad assumere l’attributo di sceicco (= adulto, signore), acquisendo perciò il diritto a godere dei proventi della più importante industria nazionale, ovvero la vendita del petrolio. La cittadinanza è però solo per diritto di discendenza. Il benessere generale ha garantito sinora il consenso alle famiglie regnanti. La repressione immediata e discrezionale di ogni forma di dissenso, anche.

 

2- METODO DI CLASSIFICAZIONE DELLE ISTITUZIONI POLITICHE 2.1 DESCRIZIONE

Dalle definizioni date, risulta l’antitesi tra due sistemi limite:

– quello totalitario, che non prevede limiti all’azione politica, né sistemi di sorveglianza e deterrenza sulla classe politica;

– quello illuminista, oggi liberale classico o giusnaturalista, che riesce con diversi strumenti costituzionali a limitare l’azione politica alla difesa dei quattro diritti individuali (e loro derivati, o dedotti, sia quelli per l’uomo che quelli per il cittadino).

Il metodo che propongo vuole quindi misurare il grado di liberalismo e di totalitarismo di ogni istituzione politica, basandosi sulla presenza o meno degli strumenti costituzionali citati, individuati nel numero di quattro e pesati per semplicità in modo equivalente (25%/cad.). Eccone la descrizione:

– Fondazione del sistema giuridico (Costituzione) su di un elenco di diritti inalienabili. I fondamentali sono, come detto, quattro (12).

Sistema di difesa dei diritti: deterrente, risarcitorio, isonomico e garantista (13). Ancora quattro.

Sistema dei rapporti politici, di tipo contrattualista: democrazia diretta (elezioni dirette e referendum) e difesa sia da plagio che da propaganda (14). Ancora quattro caratteristiche.

Sistema di sorveglianza del potere politico: basato sulla separazione orizzontale dei poteri (costituente, esecutivo, giudiziario, legislativo), su quella verticale, o federalismo (15), e sulla responsabilità personale del funzionario pubblico. Solo tre caratteristiche. Ma forti.

In tutto, 15 caratteristiche la cui presenza od assenza misurerebbe il grado di difesa dei diritti individuali, sia da altri individui che da gruppi organizzati che dal potere politico.

Il risultato è un indice, che ritengo corretto denominare in modo abbreviato in indice di difesa dell’individuo, abbreviabile in indice di difesa (16).

 

2.2 ESEMPI

1- ITALIA

a- Atto dei diritti. Il sistema giuridico italiano è privo di un atto dei diritti inalienabili. Al contrario, vede esplicitata in Costituzione la supremazia di indefinite finalità sociali nei confronti dei diritti individuali. Ognuno dei quattro diritti è infatti sempre più violato dalle istituzioni. In primis la vita, per mano di una fiscalità che non rispetta il diritto a sopravvivere ed a curarsi. Quindi: 0% di questo attributo.

b- Sistema di difesa dei diritti. I principi di deterrenza e retribuzione delle pene non sono citati, infatti sono stati abbandonati. Manca addirittura una definizione di reato che associ l’illecito penale alla violazione dei diritti. Il sistema giuridico è di tipo positivo, perciò l’isonomia non è garantita (come in quelli a riferimento giurisprudenziale). Il diritto alla difesa c’è, ma è dimezzato dai costi e dai tempi della giustizia, nonché, in campo penale, dal potere assoluto dei PM. Perciò, su quattro caratteristiche, ne è riconoscibile mezza (1/2×1/4 = 13%).

c- Sistema dei rapporti politici. Il ricorso a forme di democrazia diretta è minimo (1/2 della caratteristica referendum) e l’informazione non è protetta da propaganda, plagio e demagogia. Quindi: (1/2*1/4)=13% di questo attributo.

d- Sistema di sorveglianza del potere politico. Separazione dei poteri: la riunificazione di tutto il potere nelle mani delle segreterie di partito, a cui appartiene il potere esclusivo di proporre le candidature ai vertici dei 4 poteri, sembrerebbe azzerare tale caratteristica. In realtà la giustizia, parzialmente separata ma priva a sua volta di sorveglianza, esplica a volte il compito di poliziotto sugli altri poteri, ed è armata da norme contro il conflitto di interessi. Quindi, possiamo benevolmente attribuire 1/4 di questa caratteristica. Federalismo: non c’è. 0% di questo terzo. La responsabilità personale del funzionario pubblico nei confronti della violazione dei diritti individuali (come nell’habeas corpus britannico) di fatto non esiste (17).Nonostante un referendum passato su quella più importante, cioè quella dei magistrati.

Quindi: 1/3x(1/4 +0+0)= 8% di questo attributo.

Conclusione: l’indice di difesa delle istituzioni politico-giuridiche di questo paese è pari al 25%x(0+13%+13%+8%)=8,5%.

In termini di filosofia politica, attribuendo tutta la parte totalitaria alle teorie socialiste (escludendo cioè quelle di diritto divino e quelle nazionaliste), si può quindi classificare il nostro sistema politico-giuridico, ad oggi, come liberale classico all’8,5% e socialista al 91,5%.

2- SVIZZERA

Prendiamo ora un esempio molto diverso, quello svizzero:

a- Atto dei diritti. Non c’è, ma la loro difesa dei diritti individuali è trattata in Costituzione, e ripresa dagli statuti cantonali. Poca chiarezza solo nella definizione di libertà personale (18). Attribuibili perciò solo 3/4 di conformità a questa caratteristica (75%).

b- Sistema di difesa dei diritti: la natura della pena non è neanche trattata in Costituzione (0%+0%). Il diritto positivo è integrato da quello consuetudinario e dalla giurisprudenza (2/3=66%). Diritto alla difesa: 100%. Quindi: 1/4*(0+0+66%+100%) = 42%.

c- Sistema dei rapporti politici. Il ricorso a forme di democrazia diretta è massima (100%+100%)ma l’informazione non è sufficientemente protetta da propaganda e plagio (0%+0%). Conforme quindi al 50%.

d- Sistema di sorveglianza del potere politico. Separazione dei poteri: conforme al 100%. Federalismo: conforme al 100%. Responsabilità personale del funzionario pubblico. Conforme al 50% (19). Quindi: 1/3x(100%+100%+50%)= 83%.

In sintesi, per la Svizzera risulta:

Indice di difesa del cittadino = 25%x(75%+42%+50%+83%)= 63%

In termini filosofici: liberalista (o liberale classico o individualista) al 63% e socialista al 37%.

 

3.0 APPLICAZIONI

3.1 Teorie giuridico-economiche

Le teorie giusnaturaliste che ho illustrato, sia nelle elaborazioni dell’illuminismo settecentesco che del liberalismo novecentesco, sostengono l’analogia tra sistema giuridico e sviluppo economico. Da Smith fino ad Hayek ed oltre.

D’altronde, anche i loro antagonisti socialisti hanno sempre sostenuto la stessa identica cosa. Da Rousseau fino a Marx, da J.M.Keynes a Pierre Moscovici.

Sarebbe quindi interessante, e forse redimente per tante dispute filosofico-politico e giuridico-economiche, confrontare l’indice di difesa dell’individuo con altri indici di tipo economico.

Il più semplice, ed immediatamente disponibile, è ovviamente il valore del PIL pro-capite, per una misura della produttività o efficienza del sistema economico.

E’ però evidente che le analogie numeriche tra i due indici non potranno essere dirette, bensì derivate (tangente della curva) 20. Questo per due ragioni:

– l’assenza di difese dall’arbitrio politico ci segnala una tendenza (derivata prima nel tempo) alla progressiva limitazione dei diritti individuali, a cui conseguirà una decadenza economica, ma nulla ci dice sullo stato di tale progressione;

– lo stato legale, descritto dall’indice, non necessariamente coincide con lo stato reale (parte perciò della costante di integrazione).

In altre parole: ad indici di difesa molto simili, come quelli dell’Italia e della Grecia, non corrisponderanno necessariamente eguali dati economici, differenziati dalla variabile tempo ma anche che valore del sommerso.

Conclusione: in ambito economico, il valore dell’indice di difesa può avere un impiego predittivo solo di tipo differenziale.

3.2 Applicazione agli investimenti finanziari

Riproducendo l’andamento di un sistema economico in modalità predittiva, l’applicazione pratica più ovvia concerne la scelta di un ETF (un fondo che riproduce l’andamento di un indice azionario di un paese).

Il confronto tra gli indici di difesa è equivalente a confrontare l’affidabilità di ogni sistema paese e quindi dell’investimento dal punto di vista della garanzia del capitale.

Per confrontare invece la diversa redditività a termine medio-breve degli indici borsistici (accelerazione, o derivata seconda), bisognerebbe avere a disposizione la variazione istantanea dell’indice di difesa (velocità, o derivata prima).

Esempi:

  • 2016, Settembre: referendum in Ticino contro i frontalieri (21).
  • 2016, Giugno: referendum federale svizzero sul reddito minimo (22).
  • 2011: effetto dell’IMU di Monti sul mercato immobiliare (23).
  • 1991-93-2005: Effetto economico dei referendum italiani, sulla legge elettorale da proporzionale ad uninominale (24) e su altri temi.

Auspicio: sarebbe utile che noti istituti di studi economico-giuridici, come il Von Mises, approfondendo i meccanismi di variazione dell’indice di difesa proposto, eventualmente esteso ed approfondito nelle sue componenti, proponessero i suoi andamenti per le più importanti economie mondiali, fornendo così un nuovo strumento sia al dibattito filosofico-politico, che agli investimenti finanziari.

3.3 Teorie politico sociali

Altri indici, più inerenti il benessere e l’auto realizzazione individuale, potrebbero essere:

– quelli di tipo fiscale,

– quelli atti a misurare l’autonomia economica dei cittadini;

– quelli atti a misurare le garanzie offerte dalla società ai cittadini.

Indici fiscali

Del primo tipo, ve ne sono vari già disponibili. Nessuno, però, che evidenzi in modo chiaro quanto il sistema fiscale rispetti i diritti individuali e sia propedeutico alla loro difesa. Cioè quantità e tipo di deduzioni dal reddito, quantità e tipo di tributi. Una specie di indice di difesa fiscale. Per elaborarlo, bisognerebbe preventivamente classificare i tributi con riferimento al diritto naturale. E’ già stato fatto 25, ma la trattazione estesa dell’argomento esula dall’ambito di questo articolo.

Auto realizzazione individuale

Per il secondo tipo, relativo all’autonomia economica, e quindi alla libertà di autorealizzazione dell’individuo, non vi sono esempi. Ne propongo quindi uno nuovo, che confronterebbe quanta parte del PIL fosse costituita da economia privata libera e quanta invece fosse controllata dall’Autorità pubblica. Praticamente, il rapporto privatismo/statalismo all’interno di ogni PIL, che si potrebbe chiamare indice di privatismo economico.

Per costruirlo, sarebbe necessario, oltre al PIL (depurato dalla quota del sommerso), il dato sulla spesa pubblica complessiva e quello del fatturato complessivo delle imprese a gestione pubblica, semipubblica o comunque da essa dipendente (come la banche controllate da fondazioni a nomina pubblica) 26.

Garanzie sociali

L’ambito dell’indice di difesa è limitato ai diritti individuali. Nulla ci dice su quelli del cittadino, che abbiamo descritto anche come diritti di solidarietà, richiamantisi cioè ad un istinto sociale naturale, ma caratterizzato dalla necessità di garanzia, anziché di semplice difesa da parte della comunità.

Potrebbe perciò essere utile, sia ai fini della speculazione filosofica, che delle sue conseguenze pratiche, costruire un indice che esprimesse la reale garanzia dei diritti di solidarietà dei cittadini, interpretati dalle diverse istituzioni in modo spesso divergente dall’approccio giusnaturalistico (cioè quello del gruppo di amici, a cui si è già accennato) (27).

Le regole istituzionali a gestione delle due voci previdenza ed assistenza sociale potrebbero quindi formare un altro indice, di garanzia dei diritti del cittadino (28), costruito in modo analogo a quello di difesa dei diritti dell’individuo, con il quale sono sicuro che condividerebbe l’andamento.

3.4 Conclusione

Sono convinto che questi indici, sia quelli economici che quelli sociali ed esistenziali, seguirebbero tutti lo stesso andamento dell’indice di difesa.

La descrizione di questi altri indici, e la loro reciproca analogia, sarà oggetto dei prossimi articoli.

La speranza è che questi siano presi sul serio da un ente di studi politico-economici, che si prenda l’impegno di applicarli e mantenerli aggiornati, nonché disponibili sia per le speculazioni di tipo filosofico che quelle di tipo finanziario.

 

Note

1 Definizione tratta prevalentemente dalla voce dell’enciclopedia Treccani redatta da Friedrich Von Hayek, poi divenuta un saggio tradotto in diverse lingue e pubblicato in Italia da Rubettino.

2 Si intendono quelli innati o naturali dedotti dalla ricerca giusnaturalista, e quelli da essi conseguenti.

La critica maggiore al giusnaturalismo è stata, nel corso del XX secolo, quella della supposta arbitrarietà nella definizione di tali diritti, che in Locke erano individuati, in ordine gerarchico, in vita, libertà personale, proprietà privata e salute.

In realtà, la trattazione di Locke è così rigorosa dal punto di vista epistemologico da essere considerata fondatrice dell’epoca illuminista, così definita perché caratterizzata dalla razionalità e dal rigore logico.

In particolare, l’individuazione di un’etica istintiva nell’uomo come animale sociale consegue simultaneamente da quattro distinti tipi di trattazione: l’iniziale intuizionismo eidetico è immediatamente supportato empiricamente dall’osservazione sperimentale (un esempio è l’immediato utilizzo da parte dell’infante dell’aggettivo mio=proprietà privata), a cui si aggiunge la trattazione razionalista-utilitaristica (già in Locke, ma soprattutto in Kant), ancora verificata empiricamente dall’analisi storico-giuridica (del Diritto Romano e delle parti prescrittive della Bibbia).

3 In Locke, la difesa dei diritti individuali è riservata ai soli cittadini, i quali per questo versano tributi. Le elaborazioni successive modificarono tale concezione, distinguendo in essi i diritti dell’uomo, da difendersi in ogni essere umano, ed i diritti del cittadino¸ da garantirsi solo a quest’ultimo. Le ulteriori applicazioni che si ritrovano nelle costituzioni moderne confondono quasi sempre i concetti di difesa e di garanzia, di individuo e di cittadino, di diritto (isonomico) e di privilegio (riservato).

4 In Locke, tali poteri erano il legislativo, l’esecutivo ed il federativo.

Il legislativo era in realtà il legislativo costituzionale, esercitato in modo diretto dai cittadini che pagavano imposte (Lord per le comunità agrarie – Camera alta – e delegati per quelle cittadine – Camera bassa). No taxation without representation. Che valeva anche al contrario: representation solo di chi pagava le imposte. Non che tale privilegio fosse molto ricercato. Carlo I tentò infatti di imporre un’imposta a chi rifiutava il cavalierato, ma il parlamento si oppose.

La produzione giuridica ordinaria era invece organizzata in modo federale, cioè autonoma nelle singole comunità oppure emanata dall’esecutivo.

L’esecutivo era il re con i suoi ministri, e comprendeva anche il giudiziario.

Il federativo era tutto ciò che si rapportava con gli stati esteri, tra cui il potere di guerra e pace e l’esercito. Esso, come anche quello tributario, era gestito in contraddittorio tra l’esecutivo ed il legislativo costituzionale, con prevalenza di quest’ultimo.

Solo successivamente venne teorizzata anche la separazione del giudiziario dall’esecutivo (Montesquieu), mentre Jefferson sostenne i vantaggi della separazione dei poteri anche in senso territoriale (federalismo).

5 Esempi seicenteschi importanti furono le sanzioni alla violazione dell’habeas corpus e quelle comminate col bill of atteinder, in retroattività delle violazioni ed anche se ordinate da funzionari gerarchicamente superiori (Es: esecuzione di Lord Strafford che perseguitò i luterani su ordine di re Carlo I Stuart).

6 La tesi dell’esistenza di un’etica (regole di comportamento sociale) innata per ogni essere umano si perde nei tempi (dall’Antigone di Sofocle del 450 a.c., passando per l’interpretazione ciceroniana del diritto romano, alla patristica di S.Agostino ed alla scolastica di S.Tommaso fino a Grozio). Tali tesi sono anche alla base delle proposte contrattualistiche, quelle che vedono il potere politico come un patto tra cittadini ed una classe politica delegata.

La sintesi Lockiana (vita, libertà, proprietà, e patto politico per la loro difesa) di due millenni di proposte giusnaturaliste e contrattualiste sembra terminarne la speculazione. Salvo includere il Contratto Sociale di Rousseau nel novero delle teorie politiche epistemologicamente rigorose (mi opporrei) logicamente compiute (dissentirei) e praticamente applicabili (non concorderei).

7 Sia Hayek che Bruno Leoni ritengono che l’interpretazione diretta delle norme costituzionali da parte del potere giudiziario (sorgente giuridica mediante la giurisprudenza = common law) sia il terzo elemento teorizzato dal liberalismo. Su questo mi sentirei di precisare: è vero che è possibile imporre l’approccio giurisprudenziale nei codici di procedura, e che si possa limitare istituzionalmente la funzione degli organi legislativi a normazione di tipo generale ancorata al dettato costituzionale, nonché di coordinamento e standardizzazione delle fonti giurisprudenziali in disaccordo. Ma questa imposizione non può prescindere dall’impostazione giusnaturalista. Anzi, la logica giurisprudenziale è inevitabilmente la conseguenza dell’impostazione giuridica fondata sulla difesa di diritti considerati naturali. Il giudizio diventa automaticamente una semplice conseguenza deduttiva, che non necessita di legislazione ordinaria. Il ricorso al precedente giudiziario è poi la semplice applicazione del principio isonomico. Isonomia e giurisprudenza sono inesorabilmente congiunte, in particolare nella quantificazione della quota di deterrenza delle pene.

La dimostrazione di quanto sostenuto è che la common law (la norma della giurisprudenza) vige solo in quelle istituzioni di forte carattere giusnaturalista, e la sua validità non è imposta da alcuna norma procedurale.

8Le elaborazioni dei filosofi del ‘700 non alterarono l’impianto proposto, limitandosi ad ampliare con metodo deduttivo il numero dei diritti conseguenti (es. Beccaria, Voltaire) e le loro conseguenze economiche (es. A. Smith), l’elenco dei poteri da separare (es. Montesquieu) e la precisione logica e semantica della speculazione politica (es. Kant, Verri).

Ricordiamoci però che il liberalismo è una teoria di tipo evoluzionista (Hayek). Descrive le fondamenta di un sistema giuridico politico che si adatta ai tempi individuando deduttivamente nuovi diritti da difendere e nuove modalità per vincolare il potere politico al suo mandato.

9Se il trattato di John Locke non faceva che giustificare la gloriosa rivoluzione inglese, altre due importanti rivoluzioni settecentesche ampliarono successivamente la portata del pensiero illuminista.

Nell’ambito della separazione dei poteri, Jefferson fu il teorico del federalismo della Costituzione federale USA, seguita alla rivoluzione americana. Relativamente al percorso deduttivo delle produzione giuridico-giudiziaria, i founding fathers americani, prevalentemente di religione quaker, inaugurarono l’analogia teorica della “città degli amici” (Phila-delphia)

La rivoluzione francese, per quanto di fatto lontana dagli ideali illuministi (tra i diritti inalienabili non era citato neanche quello capostipite della vita. Infatti la ghigliottina tagliò, insieme alle teste, anche i proclamati diritti residui) propose la distinzione tra i diritti dell’uomo e quelli del cittadino. Forse questa l’unica vera modifica alla proposta lockiana, per cui le istituzioni dovevano difendere sì i diritti innati, ma ai soli cittadini, non ad altri. E forse, questa estensione contribuì all’espansione napoleonica ed al successo dei suoi codici.

Riferendoci invece ai diritti dei cittadini, da garantire anziché semplicemente da difendere, citerei che questi si diffusero poi in Inghilterra ed in Prussia come sistemi di “assistenza sociale“, impostati prevalentemente come assicurazioni pubbliche contro l’imprevisto.

L’abbandono del rigore epistemologico, da Rousseau in poi, permise al romanticismo, all’idealismo ed al socialismo di soppiantare l’illuminismo e le sue teorie giuridico-politiche, che sopravvissero nell’800 in pochi ma geniali interpreti, come il francese Frederic Bastiat (Ciò che si vede e ciò che non si vede) e l’austriaco Boehm Bawerk (‹‹Un mercato è un sistema giuridico. In assenza del quale, l’unica economia possibile è la rapina di strada››). Anche nel ‘900 il recupero delle teorie illuministe, ora definite “liberalismo”, è stato difficile per diversi motivi tra cui la vaghezza terminologica degli aggettivi derivati di cui si tratterà in seguito. Pensatori notevoli di questo filone furono però gli italiani Mosca ed Einaudi, l’austriaco Karl Popper ed in seguito l’americano Milton Friedman (di cui cito la coerente ma inapplicata proposta di assistenza sociale basata sul sistema dei buoni) e l’austriaco Friedrich Von Hayek, autore del trattatello “Il liberalismo”, che può essere considerato il riassunto ed il manifesto ‘900esco di tale dottrina.

10 Il settecento fu il secolo dell’illuminismo, che determinò la scomparsa delle teorie politiche di diritto divino (teocrazie austriaco-spagnola, britannica, francese ed in seguito anche quella papale e quella russa). Non durò molto. Il secolo successivo vide la ricomparsa dell’infallibilità dell’Autorità Pubblica, sull’onda del pensiero socialista (ancor oggi dominante). Le citate formule “diritti sociali” e “redistribuzione dei redditi” sono inevitabilmente soggette all’arbitrio di tale Autorità, considerata infallibilmente ed irragionevolmente rivolta verso l’interesse comune. Concetto indefinito, ma supposto in antitesi al diritto individuale. Cavalcato con maestria dai campioni del socialismo novecentesco: Mussolini, Hitler e Stalin. I quali, in ottima fede, diressero tale interesse comune rigorosamente verso il disastro.

11 Legge di Dio, sconosciuta agli uomini ma interpretabile dal Re, o dal Califfo in alcune comunità sciite.

12 I diritti individuali fondamentali sono 4: vita, libertà personale, proprietà privata e salute. Ovviamente, se non esiste un vero e proprio atto separato, ma la loro difesa citata come base del diritto, è la stessa cosa.

13 Significa che la pena per la violazione dei diritti fondamentali deve contemplare il risarcimento (dei danni), il rimborso (delle spese di giustizia e detentive) ed una quota di deterrenza, quantificata solo la prima volta da una giuria popolare. Deterrenza e contribuzione necessitano l’esecuzione di attività produttive durante la detenzione. L’isonomia è garantita dall’approccio “common law”, ovvero giurisprudenziale, sia per il giudizio che per la determinazione della pena. Il garantismo consiste nel diritto di difesa e di appello.

14 Il plagio riguarda il sistema educativo, e la propaganda l’informazione di politica ed attualità. La loro difesa consiste semplicemente nel ricercare la massima diffusione delle opinioni (non dei partiti) e nell’imporre la distinzione tra dato di fatto ed opinione. Nessuna istituzione del mondo, oggi, contempla queste semplici norme.

15 Anche qui, nel senso di separazione di poteri ai fini di sorveglianza:

– dei poteri centrali nei confronti di quelli locali e viceversa;

– tra i poteri locali per confronto (effetto devoluzione competitiva. Un altro esito concorrenziale dell’approccio liberalistico, ma stavolta in ambito pubblico);

– del cittadino nei confronti dei poteri e della classe politica, a lui fisicamente più vicini.

Ovviamente, con separazione di origine politica e di ruoli. In particolare, il legislativo centrale limitato al costituzionale (di sorveglianza) ed agli standard (non coercitiva, e su richiesta degli enti locali), e l’esecutivo centrale limitato a federativo, definito in nota 3). Oltre alle citate attività di sorveglianza ed eventuale commissariamento.

16Mi sono state suggerite alternative più suggestive, quali indice di libertà. Ritengo invece importante non incorrere nell’errore suggerito dagli altri termini che iniziano con liber, che alludono all’assenza di norme o regole, quando in realtà lo scopo è proprio identificare la presenza di quelle norme istituzionali che difendono (ma non garantiscono, come spiegato) i diritti individuali.

17 Raramente, viene individuato dalla magistratura un danno erariale, anche se poi rigorosamente cancellato in appello. Non si tratta comunque di un sopruso ad un diritto individuale.

18Infatti la sua espressione più importante, il diritto al lavoro, è limitata da illiberali restrizioni, di cui la più importante è quella sui salari minimi.

19Questo è forse il dato più difficile da esprimersi in modo analitico. Il dato italiano è stato facile per la palese assenza, ma per quello elvetico, in assenza di una analisi approfondita del sistema giuridico amministrativo, ho dovuto chiedere un parere personale ad altri. Tale parere risulta però conforme alle aspettanze: la sorveglianza è infatti facilitata dalla separazione dei poteri, ma l’assenza di definizione di pena rende quest’ultima aleatoria. E la benevolenza dei giudici nei confronti di altri funzionari pubblici è compensata dall’influenza dell’opinione pubblica in un sistema altamente democratico.

20 Più esattamente: non corrispondenza tra i valori assoluti, ma tra il valore dell’indice di difesa (+ una costante) ed il valore della derivata prima nel tempo del PIL pro capite. Ovvero, tra l’integrale nel tempo del PIL pro capite, e l’indice di difesa (+ una costante).

21 Nel 2016 i cittadini il 58% del 45% dei cittadini ticinesi ha votato per “il privilegio dei cittadini svizzeri nelle assunzioni”. Tale prescrizione è però contraria alla costituzione svizzera, che non la avvallerà, salvando così sia il valore dell’indice di difesa dei diritti dell’individuo delle proprie istituzioni, che la sua economia con i relativi indici borsistici.

22 Nel 2016 i cittadini svizzeri bocciano con referendum la proposta di introdurre dei redditi minimi (o di cittadinanza). Se fosse successo il contrario, ovvero se fosse stato concesso all’autorità pubblica l’arbitrio di distribuire a taluni proprietà privata prelevata con imposte da altri, l’indice di difesa avrebbe subito una modifica istantanea in negativo, da cui sarebbero stati prevedibili decise frenate delle attività economiche.

23 Nel 2011 il governo Monti introdusse un’ingente imposta sugli immobili (proprietà privata), con chiaro effetto sulla valutazione della difesa dei diritti individuali del sistema politico giuridico. Il risultato fu, immediatamente, il crollo del mercato immobiliare.

24 Nel 1991 e nel 1993, gli italiani votarono (95% di sì) su quesiti referendari atti ad aumentare le difese dei diritti individuali nei confronti dell’arbitrio di un sistema politico privo di sorveglianza. In pratica, restituendo al cittadino il potere di decidere chi eleggere al potere legislativo (anche se sempre all’interno di liste ammesse dai partiti). Gli altri quesiti, tutti passati, riguardavano l’eliminazione del finanziamento pubblico dei partiti, delle nomine pubbliche ai vertici delle banche e di diversi enti o poteri che si erano distinti per il sopruso e lo sperpero quali il ministero delle partecipazioni statali, dell’agricoltura ed alcuni poteri delle ASL. Si parlò così di inizio di una “seconda repubblica”, e l’economia decollò. In 12 anni, restando la Costituzione deficitaria dal punto di vista sia dei diritti individuali che della sorveglianza sul potere polittico, tutti i risultati dei referendum risultarono vanificati. La legge elettorale tornò proporzionale a liste bloccate, e tutti i privilegi aboliti riconfermati più forti di prima. E l’economia si spense.

Conclusione: piccole, ma istantanee, variazioni dell’indice di difesa producono variazioni anche grandi dei dati economici del medio-breve periodo. Ma alla lunga, l’andamento economico generale (la tangente per gradienti di tempo grandi) riflette il valore medio dell’indice.

25 Terzo libro sul governo, di Gianni Lucchetto, di prossima edizione (ed. Diogene).

26 Per precisione, sarebbe necessario anche sottrarre una percentuale a rappresentare una quota di spesa pubblica da attribuirsi come necessaria alla difesa dei soli diritti individuali, ovvero all’esistenza stessa di un mercato. Fissata ad esempio con riferimento agli studi di Richard Rahn (tra il 15% ed il 25% del PIL), associati a verifiche sui più significativi casi attuali (tra questi, il 17% di spesa pubblica di Singapore e di Hong Kong).

27 L’esempio immediato è quello della previdenza italiana. Oggi la voce più consistente della spesa pubblica, essa non dovrebbe essere tale. Affidata all’Autorità Pubblica la sicura custodia dei risparmi per l’anzianità dei cittadini (preservandone il valore sia agendo convenientemente sulla moneta, che investendoli in titoli di stato) essa dovrebbe essere in grado di compiere questo compito elementare con costi irrisori.

Invece, la possibilità di trascendere i diritti individuali ha permesso alla politica di trasformare la previdenza in un irragionevole costo enorme, fonte di prebende e regalie senza fine, salvo non essere in grado di restituire al cittadino quanto versatogli, nella speranza che deceda prima di aver incassato il suo avere, che l’ente previdenziale incamera.

28L’attuale confronto per % di spesa sul PIL è del tutto inutile, in quanto non esiste relazione tra spesa e qualità o garanzia dei servizi. Come insegna l’esperienza del nostro paese, ed anche quella del confronto tra le sue regioni.

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I pazienti zero dell’esperimento monetario centrale: Argentina e Giappone

Lun, 24/10/2016 - 08:28

Alla fine ci siamo arrivati. Inizia a sgretolarsi quel muro di certezze che granitico aveva sorretto le illusioni che i pianificatori monetari centrali avevano elargito alla massa. Eccoci, quindi, a discutere di come una banca potrebbe far cadere il domino di mattoncini che sin dal 2008 erano stati eretti attraverso le politiche monetarie straordinarie, strategia applaudita dalla maggior parte dei commentatori economici. Eppure eccoci qui, otto anni dopo, a parlare di come tutto questo caos economico sarebbe potuto essere evitato. Gli Austriaci avevano detto come e perché. Rivediamo tale come e perché sia stato lanciato come avvertimento e non come “cassandrata”, soprattutto attraverso due esempi emblematici. Ovvero, i pazienti zero.

 

FRODE, FRODE OVUNQUE

Osservate queste due immagini.

La prima rappresenta l’interconnessione dell’attuale sistema bancario europeo. In altre parole, quell’immagine rappresenta i tasselli del domino. Per chi volesse approfondire ho avuto modo di parlare dei cosiddetti GSIB in questo articolo. La seconda immagine, invece, rappresenta il lending facility della BCE, ovvero, la “stanza” utilizzata dalla banca centrale europea per ottenere prestiti in brevissimo termine. È una misura cautelativa, la quale serve semplicemente a puntellare le riserve delle banche commerciali presso la stessa banca centrale. Nel caso di crisi si dimostra che esistono riserve solide da cui attingere, le quali vengono temporaneamente fatte uscire attraverso accordi di repurchase agreement. È quasi lo stesso modo usato dalla FED per mostrare ai mercati mondiali che sta tentando di sgonfiare il suo enorme bilancio da circa $4,500 miliardi; essa invece fa ricorso ai reverse repurchase agreement.

Inutile sottolineare come suddetta interconnessione rappresenti una bomba ad orologeria innescata di cui non si può vedere il timer. Qualsiasi istituto di credito, ormai, potrebbe rappresentare l’innesco della caduta del domino. Dal sistema bancario commerciale italiano, a Commerzbank, fino a Deutsche Bank. MPS è un caso emblematico, poiché se fosse fallita si sarebbe portata dietro tutti quegli istituti di credito di cui era debitrice. L’ultima cosa che vogliono al giorno d’oggi i pianificatori monetari centrali è l’azzeramento o addirittura la semplice riduzione degli attivi di una banca GSIB. Lo stesso discorso vale per assicurazioni, hedge fund, fondi pensione. Ma anche le cosiddette stime ufficiali danno per “eccessiva” l’attuale pseudo-ripresa. I pazzi monetari scatenati stanno pompando liquidità al ritmo di $200 miliardi al mese. E cosa hanno da mostrare come risultato? Redditività aziendale ai minimi, debito a rischio ai massimi, asset gonfiati artificialmente di prezzo. E c’è addirittura chi parla di “tapering”. E no, il bilancio della FED non si sta riducendo perché sta vendendo asset alla vecchia maniera.

Le principali banche centrali del mondo sono all’angolo e non sapranno che pesci pigliare quando la prossima recessione spazzerà via l’illusione di stabilità finora spacciata attraverso la ZIRP, il presunto effetto ricchezza a cascata e l’obiettivo d’inflazione al 2%. Per non parlare delle mosse implementate dalla maggior parte delle banche centrali del mondo. Sono tutte impantanate con la ZIRP, di conseguenza quando arriverà la prossima recessione non potranno tagliare ulteriormente i tassi d’interesse senza scatenare una rivolta popolare. E non potranno aumentarli senza scatenare un caos a livello obbligazionario e azionario. Sono in trappola. Ma i fondamentali di mercato sono in continuo deterioramento, perché la politica monetaria allentata e il presunto effetto ricchezza a cascata delle banche centrali non hanno funzionato. Il canale della trasmissione monetaria a Main Street è rotto a causa del suo raggiungimento di una condizione di Picco del Debito, quindi ora esistono due economie parallele. Problema: i pianificatori monetari centrali pensano che resterà per sempre così, invece diventeranno perpendicolari scontrandosi.
Perché? Perché al giorno d’oggi s’è ripresentato di nuovo quello che per i keyensiani è un paradosso: stagflazione. I deficit continueranno ad erodere ricchezza reale, mentre il settore privato non sarà in grado di stare al passo con questo processo aumentando l’incidenza della legge dei rendimenti decrescenti. Questo significa che si arriverà ad un punto di rottura: inflazione di massa o depressione. Dipenderà da come si muoveranno le banche centrali e gli stati (io propendo per il primo esito). Infatti è proprio questo che c’è in cantiere, visto che l’intellighenzia è orientata verso la propaganda di uno stimolo fiscale. Ovvero, lo stato dovrebbe spendere di più, dovrebbe essere più invadente. Paul Krugman e Larry Summers l’hanno ripetuto fino alla nausea.

Questo è l’esito che attende tutte quelle nazioni che hanno gozzovigliato con la stampante monetaria pensando di poter seppellire sotto un cumulo di carta straccia problemi economici latenti. È proprio per questo motivo per cui una nuova crisi sta arrivando: gli errori economici eruttati prorompenti nel 2008 non sono stati corretti. Questo significa che quelle entità che sono state tenute artificialmente in vita attraverso interventi centrali, non hanno fatto altro che risucchiare risorse reali e sprecarle. È il caso infatti di tutte quelle grandi banche commerciali che fino ad ora sono risuonate sulle prime pagine dei giornali. Deutsche Bank è solo l’ultima di una lunga serie. È meglio dire che più si tengono in vita e più si rimanda nel tempo la correzione degli errori economici, più alacre sarà infine la correzione recessiva.

Infatti la banca tedesca è di gran lunga più sistemica rispetto alla Lehman e il suo parco derivati è venti volte più grande del PIL tedesco. Inutile dire che la situazione è peggiorata, poiché come è stato detto sopra, il canale della trasmissione monetaria all’economia più ampia è rotto a causa del raggiungimento della condizione di Picco del Debito, quindi lo stimolo monetario partorito dalle banche centrali è rimasto confinato nel circuito finanziario. Il denaro creato ex-novo è andato a saturare i bilanci delle grandi imprese, le quali, non potendo più contare su segnali economici genuini, non hanno potuto far altro che sostenersi non attraverso una domanda genuina di mercato, bensì attraverso l’ingegneria finanziaria.

Ciò non ha fatto altro che far aumentare debiti e capacità in eccesso in quei settori ritenuti superflui dalle priorità d’acquisto degli attori di mercato. Ma le banche commerciali ormai detengono parecchio di tale debito, per non parlare delle banche centrali. Ed per questo motivo che, ad esempio, la BCE sta prendendo in considerazione la possibilità di estendere il proprio programma di QE al settore azionario. Finora questo atteggiamento interventista non ha fatto altro che scatenare crisi sempre più grandi: crollo immobiliare e azionario giapponesi nel 1989, crisi asiatica del debito nel 1997, crisi russa del debito nel 1998, bolla dot-com nel 2001, bolla immobiliare nel 2008. Queste mosse, comunque, per quanto disperate hanno un progenitore unico, un paziente zero: il Giappone.

 

DUE CASI DI STUDIO: ARGENTINA E GIAPPONE

Sebbene il Giappone possa essere il paziente zero per eccellenza, ne esiste un altro. In questo segmento analizzerò la storia economica di entrambi per tracciare una linea continua e dimostrare come la presunta onniscienza dei pianificatori monetari centrali, altro non è che uno specchietto per le allodole per trarre in inganno gli sprovveduti e truffarli, generando solamente distruzione economica. L’altro esempio è l’Argentina.

Alla fine del XIX secolo le terre argentine erano carezzate da idee liberali, e uno stato minimo unito a tasse basse, rendevano quei posti appetibili agli immigrati. In quel periodo l’Argentina era praticamente considerata alla stregua degli Stati Uniti: un luogo con una moneta sonante e una burocrazia praticamente assente. I flussi migratori erano in ascesa e il paese prosperava, grazie ad una politica praticamente improntata sul laissez-faire. In meno di una generazione, la nazione divenne la terza più ricca del pianeta. L’intera America Latina guardava con invidia a come il commercio scorresse florido nelle pampa e come l’Argentina fosse diventata accogliente dimora delle principali migliorie tecnologiche del secolo.

Ma quando il nido inizia a farsi pieno di uova, ecco arrivare un approfittatore pronto a trarne vantaggio. Nel nostro caso si tratta delle persone che “sanno (apparentemente) di più”, coloro in grado di migliorare le vite altrui mettendo a disposizione della collettività il proprio ingegno. È proprio questo il problema: una mente che spaccia la propria conoscenza come universale. E allora ecco che iniziano a serpeggiare le idee collettiviste, facendo spazio a rigidi cambiamenti che hanno lo scopo di incasellare quanto più possibile la vita degli individui in modo da renderli prevedibili agli occhi del pianificatore centrale di turno. Le asimmetrie informative lasciano spazio a presunte simmetrie, che in realtà non cancellano le prime bensì tentano di sovrapporvisi. Il decentramento lascia, quindi, spazio ad un persistente accentramento. La prosperità lascia spazio al declino.

Ed è proprio questo quello che accadde all’Argentina a partire dalla prima guerra mondiale. Tal processo accelerò con la Grande Depressione degli anni ’30, dove il crollo dei prezzi delle commodity assestò un duro colpo all’economia argentina. In poco tempo la corsa verso la prosperità divenne la corsa per appropriarsi delle ricchezze degli altri, con una classe dirigente sempre più opportunista e dedita ad espropriare i creatori di ricchezza. Il colpo di grazie arrivò nello stesso periodo quando venne istituita la banca centrale ed essa provvedette a fare il suo “lavoro”: svalutare la moneta. Durante gli anni ’40, e le carneficine di massa in Europa, l’Argentina sperimentò un periodo di tregua, con la sua industria alimentare che lavorava a pieno ritmo per soddisfare una domanda mondiale crescente. Il problema, però, si presentò al momento della fine della guerra, dove la domanda mondiale cambiò in base alle nuove condizioni e le industrie alimentari argentine chiedevano protezione.

L’ascesa di Péron, un uomo militare, fu la goccia che fece traboccare il vaso: le industrie vennero nazionalizzate e divennero inefficienti, le riserve d’oro e dollari evaporarono, le ferrovie vennero nazionalizzate e divennero inefficienti, i mezzi di divulgazione (radio, giornali, ecc.) vennero nazionalizzati e divennero inefficienti, ecc. Il paese non stava facendo altro che mangiare i semi che aveva messo da parte piuttosto che piantarli per far crescere nuove colture. L’unico intervallo in cui sembrò che questo declino dovesse arrestarsi fu i dieci anni di governo di Menem, i quali, sebbene non fossero improntati secondo un’ottica di mercato, diedero al paese un po’ di respiro cercando in qualche modo di restringere le spire dello stato. Ma quelle di Menem erano mezze misure, completamente inadeguate per curare i malanni della pianificazione centrale del paese.

Infatti non bastò agganciare il peso al dollaro, visto che i malanni alla base dell’economia argentina erano incarnati in una teoria economica votata all’irresponsabilità. L’espansionismo monetario artificiale coadiuvato dalla riserva frazionaria del sistema bancario commerciale, resero inutile questa mossa di ridare forza al peso. Prima o poi situazioni simili vanno fuori controllo, e ciò fu il caso nel novembre 2001 quando in Argentina vennero emanati controlli sui prezzi e controlli sui capitali: vennero limitati i prelievi di denaro e venne limitata l’esportazione di capitali. Il quadro nefasto venne completato quando, l’anno successivo, il peso venne pesantemente svalutato nei confronti del dollaro e tutti coloro con un con un conto di risparmio o deposito in peso, si videro derubati del 30% dei loro risparmi/depositi. Il problema non era il peg col dollaro, ma la politica economica sbagliata.

E per nascondere le loro colpe, i pianificatori monetari centrali fecero di peggio: prima congelarono tutti i conti di deposito/risparmio sopra i $3,000 e poi tutti i conti in dollari vennero convertiti forzatamente in pesos. Visto che la maggior di tali conti era proprio in dollari, e che all’epoca il peso valeva $0.60, i pianificatori monetari centrali attuarono un vero e proprio furto nei confronti della popolazione argentina per salvaguardare il sistema economico finanziario così com’era.

In sostanza, sembra che l’economia argentina, sin dal secondo dopoguerra, sia stata sottoposta a quello che io definisco “continuo waterboarding economico”. Un processo di alti e bassi che segue un trend discendente. Infatti, dopo l’inizio del secolo, nonostante la tirannia economica che hanno dovuto sopportare gli attori di mercato argentini, il paese è tornato brevemente a respirare agganciandosi al treno del ciclo economico stimolato dalle politiche monetarie allentate statunitensi. In particolare, ha tratto nuovamente vantaggio dall’aumento del prezzo delle commodity

Su queste pagine continuavo a ripetere che i dati ufficiali argentini erano falsati. Era praticamente impossibile un incremento dei salari del 25%-30% in un’economia con un’inflazione (presumibilmente) all’8%. Avrebbe comportato un incremento del costo del lavoro assolutamente insostenibile, a meno che non ci fosse stato un incremento di produttività del lavoro a sostegno dei tassi di crescita dell’economia. Davvero era possibile una cosa del genere in un luogo in cui la Kirchener aveva nazionalizzato le due più grandi linee aeree del paese? Davvero era possibile una cosa del genere in un luogo in cui la Kirchener aveva nazionalizzato le più grandi aziende petrolifere? Davvero era possibile una cosa del genere in un luogo in cui la Kirchener aveva nazionalizzato i fondi pensione? Davvero era possibile una cosa del genere in un luogo in cui la Kirchener aveva imposto tasse ingombranti sulle esportazioni?

La cosa più probabile è che l’inflazione non fosse all’8%, ma al 20%-25%. Ciò non esclude altre macchinazioni statistiche, come un deflatore del PIL minore di quello corretto. Ora il Financial Times riporta che l’ufficio di statistica argentina comunicherà le revisioni sui conti del PIL e che uno studio condotto dall’Università di Harvard, in collaborazione con l’Università di Buenos Aires, evidenzia come il PIL argentino andrebbe corretto al ribasso del 40%. Insomma sembra ormai assodato, oltre ogni ragionevole dubbio, che la Kirchener e il suo gruppo di banditi abbiano taroccato i conti.

Dopo le ultime elezioni, il cosiddetto vento del cambiamento ha fatto entrare aria nuova nelle terre argentine. Il neo-eletto Macrì ha promesso di far risorgere il paese dopo che la Kirchener l’ha messo in ginocchio a suon di nazionalizzazioni e stampa monetaria. Ci riuscirà? Probabilmente sarà meno “estremista” rispetto alla sua collega, ciononostante la rinnovata fiducia estera nel paese delle pampa utilizza questo cambiamento come maschera. La verità è che, come ben sappiamo, i mercati sviluppati stanno soffrendo di una fame di rendimenti decenti cronica a causa della politica dei tassi a zero. Questo spinge coloro che hanno il compito di far fruttare gli asset (AUM), a correre rischi in base al presunto presupposto che le banche centrali rimarranno accomodanti ancora a lungo. Quindi non è un caso se di recente l’Argentina sia riuscita a piazzare bond spazzatura per $16.5 miliardi.

Sebbene le basi di questa domanda siano marce, la borsa argentina guadagna trazione. Ora, dato che sappiamo che le attenzioni nei confronti dell’Argentina sono fondamentalmente legate ad un mercato drogato di denaro fiat, avvicinarsi al mercato a rendimento fisso non credo sia saggio. Chi vuole puntare sull’Argentina dovrebbe farlo semplicemente per speculare nel breve periodo. Di conseguenza in questa ottica diventa attraente il mercato azionario argentino, in modo da avere una finestra sempre aperta in cui si voglia scappare. Insomma affinché si possa avere una diversificazione quanto più agile possibile. E, a meno di un rimbalzo del petrolio e delle commodity in generale, meglio lasciar stare il comparto energetico e puntare sul comparto delle utilities e del settore bancario.

È quindi iniziato un nuovo giro di “waterboarding economico”, con il prigioniero che potrebbe restarci secco da un momento all’altro.

 

PRIMA TOKYO, POI BUENOS AIRES

Nonostante i fallimenti plateali registrati nelle politiche monetarie e sociali in Argentina, si potrebbe liquidare la cosa come l’ennesimo esperimento socialista del Sud-America. Sotto i nostri occhi ci sono i rimasugli dell’ennesimo laboratorio socialista sud-americano, il Venezuela, dove controlli dei prezzi ed espansionismo monetario sfrenato hanno condannato all’estrema povertà i venezuelani. Fortunatamente ci si sta accorgendo che tirare troppo la corda potrebbe essere deleterio. Ciononostante c’è anche un altro esempio nel mondo moderno che ci permette di affermare come i pianificatori monetari centrali non sanno quello che fanno e lungo il loro cammino lasciano solamente morte e distruzione economica. Un esempio lontano anni luce dai “pregiudizi” riguardanti il Sud-America. Sto parlando del Giappone.

Alla fine del secondo conflitto mondiale, l’economia giapponese era un cumulo di macerie. La guerra aveva riscosso un pedaggio alto soprattutto sulle infrastrutture del paese del sol levante, sia per quanto riguardava le industrie sia per quanto riguardava le abitazioni civili sia per quanto riguardava le vie di comunicazione. Malgrado ciò i giapponesi si rimboccarono le maniche, dando vita ad un boom economico che venne definito “un miracolo”. Ovviamente non era nulla di tutto ciò, poiché questo è il normale funzionamento dei mercati quando vengono lasciati liberi di funzionare.

Ma se c’è una cosa che i pianificatori centrali odiano, è persone libere che determinano i mercati in base alle loro esigenze e necessità. Di conseguenza non passò molto prima che intervennero. Sul lato estero, il protezionismo rampante e i dazi sulle importazioni incancrenirono il cosiddetto “miracolo”; sul lato interno, a causa di tasse alte e normative opprimenti, le start-up vennero uccise sul nascere mentre le grandi aziende furono schermate dalla concorrenza. La ciliegina sulla torta ce la mise la BOJ, poiché svalutando lo yen rese attraente il settore dell’export, ma così facendo non fece altro che rendere costose le importazioni (e stiamo parlando di un paese che ci campa con le importazioni) e sovvenzionare artificialmente il benessere degli altri paesi. Inutile dire che in questo modo le grandi aziende divennero praticamente a tutti gli effetti branche dello stato, e tutto ciò a scapito della produttività.

La spirale di morte dell’economia giapponese è peggiorata definitivamente all’incirca tre decenni fa, andando ad acuire tutti quegli errori economici che erano stati accumulati in precedenza. La scarsa competitività delle aziende e il cestinamento dello yen hanno portato all’inizio della resa dei conti, accelerando il corso della legge dei rendimenti decrescenti. Il punto cruciale è sempre stato unico: il Lunedì Nero e la scoperta della stampante monetaria nel seminterrato della FED da parte di Greenspan. Quest’ultimo per smorzare la correzione dei mercati avviò le rotative dell’Eccles Building, facendo scendere il dollaro in rapporto alle altre valute del mondo. Questo significa che lo yen, nel nostro caso, raddoppiò di valore, andando ad incidere sul lato delle esportazioni del paese. Perseguendo una politica mercantilista, la BOJ rispose allentando pesantemente la sua posizione monetaria, iniettando nuova liquidità nel sistema economico che trovò dimora soprattutto nel valore dei terreni.

Il settore finanziario divenne estremamente gonfio e il Nikkei quadruplicò i suoi numeri. La crescita smisurata del settore finanziario è un chiaro segno di bolla gonfiata dal settore bancario centrale, ma diversamente da oggi in cui la maggior parte delle economie sviluppate ha raggiunto una condizione di Picco del Debito, all’epoca il canale della trasmissione monetaria con l’economia di Main Street era ancora integro. Infatti questa follia monetaria risultò in famiglie e piccole/medie imprese che contrassero enormi quantità di debiti supportati da risparmi inesistenti. Era inevitabile che questa bolla scoppiasse, dato il restringimento del bacino della ricchezza reale che comportava. Il 1989 fu l’anno fatidico: il Nikkei crollò di oltre l’80% del suo precedente valore, i prezzi delle case colarono a picco, e la crescita del PIL finì ad un anemico 1%.

Il successivo “decennio perduto” non è stato altro che il periodo in cui l’economia giapponese ha cercato di ripulirsi da tutti gli errori al suo interno, ma questo processo è stato costantemente impedito dalla successiva intrusione della pianificazione monetaria centrale.

Ormai sono tre anni che la BOJ sta tentando disperatamente di raggiungere quell’obiettivo d’inflazione del 2% che considera la panacea di tutti i mali economici. Come vediamo dal grafico qui sopra, lo stimolo monetario è servito a poco o niente per far rimettere in carreggiata l’economia giapponese. E quindi cos’ha fatto la BOJ ogni volta che è risultato palese come la formula “più della stessa cosa” non funzionava? Ha raddoppiato la dose. Oltre ad essere diventata il market maker nel mercato obbligazionario giapponese, ha inglobato nel proprio bilancio ETF azionari e J-Reit (fondi immobiliari). Più è intervenuta, più gli effetti transitori del QE sono svaniti più in fretta, lasciando il disastro conseguente: salari reali stagnanti, incapacità di competere da parte delle aziende, redditi fissi esposti all’inflazione seppur “contenuta” (almeno come calcolata dai mulini statistici dello stato). Ma quando il mercato diventa saturo di errori economici inizia a non rispondere più agli stimoli centrali, avviando correzioni ad ogni minimo accenno di panico. Questo significa deflazione dei prezzi per quegli asset gonfiati artificialmente dalla precedente manna monetaria artificiale.
Kuroda, però, ha continuato a scendere lungo la scala del dissesto economico, implementando tassi negativi del -0.10% sulle riserve in eccesso detenute dalle banche commerciali presso la BOJ. Non solo, ecco l’ennesima follia: la BOJ comprerà qualsiasi decennale sovrano affinché il relativo rendimento sia inchiodato allo zero. Quindi la BOJ pensa di stabilizzare il mercato obbligazionario facendo sprofondare la curva dei rendimenti antecedente il decennale nella zona del sotto zero, e, nel frattempo, fornire alle banche commerciali possibilità di un briciolo di rendimento frenando gli acquisti successivi al decennale giapponese. In sostanza le banche commerciali potranno mostrare bilanci positivi a fine anno, grazie all’acquisto di trentennali giapponesi ad esempio. Qual è l’inghippo? Se i tassi a breve termine scenderanno ancor di più nel sottoscala della storia economica, le banche commerciali saranno costrette a traslare i costi derivanti da questo effetto sui depositanti. Questo vuol dire spostamento dei tassi negativi sui conti dei depositanti, oppure aumento degli interessi richiesti per i prestiti.

Esatto. A pagare il conto della follia monetaria giapponese saranno i contribuenti e i depositanti. Siamo passati dal quantitative easing al quantitative and qualitative easing, fino a giungere adesso al quantitative and qualitative easing in check with the yield curve. Il fine ultimo dei pazzi monetari è quello di diluire nel tempo l’onerosità del debito pubblico, ma, come nel caso dell’Argentina, il cosiddetto waterboarding economico sta portando alla morte il paziente: la legge dei rendimenti decrescenti sta accelerando il suo corso. Giappone e Argentina hanno semplicemente tracciato la via lungo la quale anche il resto dell’Occidente ha iniziato a camminare. Se volete un assaggio del futuro, guardate al dissesto economico che hanno provocato in quelle terre i pianificatori monetari centrali.

 

CONCLUSIONE

Ci sono parecchie bombe finanziarie ad orologeria innescate nell’attuale panorama economico. Dal mercato azionario, a quello obbligazionario, ai problemi crescenti del comparto bancario commerciale, allo stress politico, al rallentamento economico globale, fino al fatto più importante: la perdita della fiducia. È questa la moneta più commerciata nel mondo finanziario di oggi. Ma è evanescente, non è sonante. L’attuale sistema economico, quindi, è fondato su basi argillose che lo stanno man mano fagocitando. Durante la discesa, l’Occidente seguirà il percorso suicida già intrapreso da Giappone e Argentina. Questi due paesi sono il simbolo per eccellenza di come i pianificatori monetari centrali sono risuciti a distruggere la prosperità economica. La stessa storia si ripeterà in quei paesi che hanno scioccamente deciso di seguire le loro orme. Invece d’imparare dagli errori, stanno perseverando negli errori. Finirà male.

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Una maggiore produttività è un pericolo?

Lun, 17/10/2016 - 08:46

E’ abbastanza grave che gli opponenti del libero mercato incolpino erroneamente il capitalismo per l’inquinamento ambientale, le depressioni e le guerre. Qualunque sia il difetto delle loro teorie causali, sono sempre indubbiamente centrate su aspetti negativi. Ci siamo veramente spinti oltre il limite, però, quando il mercato viene incolpato per qualcosa di buono.

Tim Jackson, professore di Sviluppo Sostenibile all’Università di Surrey, fa proprio questo nel suo articolo “Let’s Be Less Productive” pubblicato sul New York Times il 26 maggio del 2012.

Jackson sostiene che il livello di produttività abbia raggiunto il suo “limite naturale”. Per produttività, egli intende “la quantità di beni prodotti per ora di lavoro”. Lo stesso riconosce che, siccome il lavoro è diventato più efficiente, ne risultano sostanziali benefici: “la nostra capacità di generare più beni con meno persone ci ha liberati dal lavoro pesante e ci ha portati ad un abbondante benessere materiale”.

Al di là di questi benefici, il pericolo deve ancora venire:

Una produttività costantemente crescente significa che se la nostra economia non continua ad espandersi, rischiamo di lasciare le persone fuori dal mercato di lavoro. Ad ogni anno che passa per mantenere le ore di lavoro, si deve quindi aumentare la produzione di beni, altrimenti ci sarà meno lavoro in giro. Piaccia o meno, ci troviamo dipendenti dalla crescita.

Se le crisi finanziarie, gli alti prezzi di risorse come il petrolio, o i danni all’ambiente rendono la crescita senza sosta un qualcosa di impraticabile, così rischiamo la disoccupazione. “Una produttività crescente minaccia la piena occupazione”.

Allora cosa deve essere fatto? Jackson ha un rimedio semplice. Dovremo concentrarci sui lavori nelle aree di bassa produttività. “Certi tipi di compiti si assegnano per natura allocando il tempo e l’attenzione delle persone. Il settore assistenziale è un buon esempio: medicina, assistenza sociale, educazione. Espandere le nostre economie in queste direzioni ha ogni sorta di beneficio”. Un cinico potrebbe chiedersi se è una coincidenza che Jackson sia impiegato in una di queste professioni.

Jackson ha però in mente altre riforme oltre alla grande enfasi che egli pone sulle “professioni assistenziali”. (Uno potrebbe anche chiedersi se con queste affermazioni Jackson intende dire che quelli impegnati in occupazioni di alta produttività non si preoccupano degli esseri umani. Fosse così, sarebbe un suggerimento piuttosto sfacciato.) Dovremo anche impiegare più risorse in beni manifatturieri che richiedono un consistente lasso di tempo per essere fatti, così come anche nel “settore culturale”.

Il programma di Jackson solleva una questione: come possono questi cambiamenti essere realizzati? Lui ha una risposta pronta. Sicuramente, una transizione ad un’economia a bassa produttività non avverrà per semplice desiderio. “Ciò richiede tanta attenzione per incentivare le strutture – tasse più basse sul lavoro e più alte sul consumo di risorse e sull’inquinamento, per esempio.”

Jackson ha sicuramente ragione che se il mercato del lavoro diventa più efficiente, allora i lavoratori devono trovare altro da fare nel maggior tempo libero che ora hanno a loro disposizione. Allora perché ciò è un problema? Gli esseri umani hanno desideri illimitati e ci sono sempre nuovi impieghi per il lavoro umano.

Come nota Murray Rothbard:

Il lavoro deve essere “salvato” perché è il bene preminentemente scarso e perché i bisogni dell’uomo per beni interscambiabili sono lontani dall’essere completamente soddisfatti…. Più il lavoro viene “salvato”, meglio è, perché allora vuol dire che lo stesso usa nuovi e migliori beni capitali per soddisfare in modo più esauriente le proprie richieste in un più breve lasso di tempo…

Un miglioramento tecnologico in un settore industriale tenderà ad aumentare l’occupazione in quel settore se la domanda per questo prodotto è negativamente elastica, così che la maggiore offerta di beni porterà ad una maggiore spesa dei consumatori. D’altra parte invece, una innovazione in un settore con un domanda anelastica porterà i consumatori a spendere meno per prodotti più abbondanti, facendo così contrarre l’occupazione in quel settore. In sintesi, il processo di innovazione tecnologica sposta il lavoro dai settori a domanda anelastica a quelli a domanda elastica1.

Le crisi finanziarie possono interrompere la crescita, però data la natura illimitata dei bisogni umani, non possono permanentemente soppiantarla. Jackson ci ha proposto una cura, ma non è riuscito a dimostrare che esista una malattia la quale la richieda.

1 Murray Rothbard, Man, Economy, and State, Scholar’s Edition, pp. 587–88, emphasis omitted.

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L’amministrazione gratuita della giustizia

Ven, 14/10/2016 - 08:34

L’amministrazione gratuita della giustizia fu un principio della common law e deve necessariamente far parte di ogni sistema di governo che non è progettato per essere un meccanismo nelle mani dei ricchi per l’oppressione dei poveri.

Dicendo che l’amministrazione gratuita della giustizia fu un principio della common law, intendo solo dire che – prima del processo stesso – le parti non erano costrette a sostenere alcun costo – per i giurati, i testimoni, i provvedimenti od altro elemento necessario per il processo. Di conseguenza, nessuno avrebbe potuto perdere la possibilità di adire un tribunale per mancato pagamento delle spese del processo.

Dopo il processo l’accusatore o l’imputato erano invece tenuti a pagare una sanzione (su ordine del giudice, ovviamente) per aver creato disturbo al tribunale con l’accusa o la difesa di una causa temeraria1. Tuttavia è improbabile che la parte perdente sia punita con un’ammenda come conseguenza naturale delle cose, ma solo in quei casi in cui l’ingiustizia della sua azione legale sia stata così evidente da rendere imperdonabile la decisione di averla portata in tribunale.

Tutti i titolari di proprietà furono obbligati a partecipare all’amministrazione della giustizia (nel ruolo di giurati, testimoni o qualsiasi altra funzione che potesse essere legalmente richiesta loro) e la loro partecipazione veniva pagata dallo stato. In altre parole, la loro presenza ed il loro servizio nei tribunali erano parte dei profitti che essi avevano pagato allo stato per le loro proprietà.

I proprietari, sempre obbligati a partecipare alle attività di giustizia, furono senza dubbio gli unici testimoni di solito necessari nelle cause civili. Questo era dovuto al fatto che, a quei tempi, quando gran parte della gente non sapeva né scrivere né leggere, pochi contratti venivano redatti in forma scritta. L’espediente usato per convalidare i contratti, era farli in presenza di un testimone che avrebbe potuto in seguito appunto testimoniare gli accordi raggiunti. Gran parte dei contratti riguardanti le terre erano quindi stipulati in tribunale, in presenza dei proprietari lì riuniti2.

Per il tribunale del re la Magna Carta stabilì in particolare che “la giustizia ed il diritto” non dovessero essere “venduti”: cioè, per l’amministrazione della giustizia il re non avrebbe dovuto ricevere alcunché dalle due parti.

Il giuramento di una parte sulla validità della propria azione legale, era il solo elemento necessario per poter esercitare il diritto al ricorso in tribunale, esente da ogni costo (eccetto il rischio di essere condannata ad una sanzione dopo il processo, nel caso il magistrato l’avesse condannata).3

Il principio dell’amministrazione gratuita della giustizia si collega necessariamente al processo con giuria, perché una giuria potrebbe emanare una sentenza ingiusta contro chiunque, sia in una causa civile che penale, se avesse avuto una qualsiasi ragione per supporre che costui non fosse stato in grado di procurarsi un proprio testimone.

Il vero processo con la giuria popolare avrebbe anche costretto l’amministrazione gratuita della giustizia ad un’altra necessità: prevenire cioè il litigio personale perché, a meno che lo stato non limiti i diritti dell’uomo e paghi per i suoi errori – esente da spese – una giuria potrebbe essere costretta a consentire di farsi giustizia con le proprie mani.

Una persona ha un diritto naturale a far rispettare i propri diritti ed a pagare per i propri errori. Se una persona ha un debito con un’altra e si rifiuta di pagarlo, il creditore ha un diritto naturale di sequestrare una parte sufficiente della proprietà del debitore, ovunque possa trovarla, per pagare il debito. Se un uomo commette una violazione di domicilio, di proprietà o di reputazione altrui, la parte lesa ha un diritto naturale di castigare l’aggressore oppure di ottenere un risarcimento per il danno subito dalla sua proprietà.

Siccome è parte imparziale tra questi individui, è più probabile che sia lo stato a fare vera giustizia tra loro, rispetto alla parte lesa che possa farsi vera giustizia da sé.

E’ più probabile che lo stato, avendo anche più potere a disposizione, risarcisca i torti commessi da una persona in modo più pacifico rispetto a quel che la parte lesa potrebbe fare da sé. Quindi, se lo stato porterà a termine il compito di far rispettare i diritti e far pagare i torti, rapidamente e senza spese, la persona sarà soggetta all’obbligazione morale di lasciare tale compito nelle mani dello stato; ma non altrimenti.

Quando lo stato proibisce ad una persona di far rispettare i propri diritti o rimediare ai propri torti, e la priva di tutti i mezzi per ottenere giustizia – salvo ricorrere allo stato per ottenerla e pagare lo stato per farlo – lo stato diventa esso stesso il protettore ed il complice del trasgressore. Infatti se lo stato proibirà ad un uomo di proteggere i propri diritti, sarà costretto a farlo al suo posto, senza addebitargli alcuna spesa. E finché lo stato si rifiuterà di farlo, i tribunali – se riconoscessero i propri doveri – proteggerebbero una persona nella difesa dei propri diritti.

Nel sistema vigente, forse la metà della popolazione è praticamente sprovvista di ogni protezione dei propri diritti, tranne quel che le garantisce il diritto penale. Le corti di giustizia, per tutte le cause civili, sono di fatto chiuse nei loro confronti, nonostante siano costituite da catenacci e sbarre. Non potendo difendere i propri diritti tramite la forza – come, per esempio, costringere al pagamento dei debiti – e non potendo pagare le spese delle cause civili, le persone non hanno alternativa se non la sottomissione a tanti atti di ingiustizia, contro cui lo stato è costretto a proteggerle, senza spese, oppure permettere loro di proteggersi da sé.

C’è la stessa ragione sia per obbligare una delle parti a pagare il giudice e la giuria per i loro servizi, sia per obbligarla a pagare i testimoni o qualsiasi altra spesa necessaria4.

Il coinvolgere le parti nel pagamento delle spese delle cause civili è uno dei tanti casi in cui lo stato contraddice il principio fondamentale sul quale si basa un ordinamento liberale. Qual è l’obiettivo dello stato se non proteggere i diritti delle persone? Su quale principio una persona paga le tasse allo stato, se non per contribuire per la propria parte alle spese necessarie alla protezione dei diritti di tutti? Tuttavia, quando i diritti vengono concretamente violati, lo stato – che il cittadino contribuisce a mantenere – invece di onorare tale contratto implicito, diventa il suo nemico e non solo si rifiuta di proteggere i suoi diritti (se non a pagamento), ma gli proibisce anche di farlo da sé.

Tutti gli ordinamenti liberali sono fondati sul principio della cooperazione volontaria e sulla teoria per cui tutte le parti volontariamente pagano le tasse per il mantenimento dello stato, a patto di ricevere protezione in cambio. Ma è assurda l’idea per cui un qualsiasi povero uomo pagherà volontariamente le tasse per sostenere lo stato e poi lo stato non proteggerà i suoi diritti (salvo il pagamento di costi), né tanto meno gli consentirà di tutelare tali diritti i mezzi a disposizione.

Nel sistema vigente, gran parte delle cause che vengono dibattute nei tribunali riguardano banali litigi piuttosto che questioni di diritti. E’ molto probabile che un tribunale – sotto giuramento di decidere “secondo l’evidenza” prodotta – decida, per quel che possa sapere, sulla base di chi tra le parti abbia usato più forza piuttosto che in base alla ragione intrinseca dei rispettivi diritti. Invece i giudici dovrebbero rifiutarsi di decidere una causa, salvo venga prodotta con certezza ogni evidenza necessaria per una completa comprensione della causa stessa.

Raramente possono tuttavia avere questa certezza, a meno che lo stato consenta di poter presentare tutti i testimoni che le parti desiderano far intervenire. Nelle cause penali, l’atrocità di accusare di reato una persona e quindi condannarla senza che costei abbia potuto provare la propria innocenza a proprie spese, è così evidente che un tribunale non potrebbe quasi mai essere giustificato qualora condanni una persona basandosi solo su tali circostanze.

Però la gratuita amministrazione della giustizia non è solo indispensabile per la tutela dei diritti tra due persone; la gratuità può anche favorire la semplicità e la stabilità del diritto. L’ossessione per la produzione normativa verrebbe infatti ridotta notevolmente se lo stato fosse costretto a pagare le spese di tutte le azioni legali causate dalla propria attività.

L’amministrazione gratuita della giustizia farebbe diminuire se non eliminare del tutto un altro grande difetto, quello delle cause civili calunniose. C’è un vecchio detto secondo cui “molti litigano nei tribunali non per ottenere qualcosa, ma solo per tormentare gli altri”. Tante persone, motivate dal desiderio di vendetta e di vessazione altrui, sono disposte a spendere il proprio denaro per avviare una causa infondata, se possono così costringere le loro vittime – meno capaci di loro a sopportare la sconfitta – a spendere del denaro per difendersi.

Nell’attuale sistema nel quale entrambe le parti pagano le spese delle azioni legali, è necessario solamente il denaro per consentire ad una persona malvagia di avviare e perseguire un’azione legale infondata, al fine di provocare il terrore, il danno e, forse, la rovina di un’altra persona. Un tribunale, dove dovrebbe essere ammesso ad entrare solamente un accusatore scrupoloso, diventa così un luogo in cui qualsiasi oppressore ricco e vendicativo può portare chiunque più povero di lui e tormentarlo, terrorizzarlo ed impoverirlo per qualunque ragione.

E’ uno scandalo ed un oltraggio che lo stato accetti di venire manipolato in questo modo, come un mero strumento, per la soddisfazione della malizia personale. Non dovremmo neanche avere tribunali che si prestino a spalancare le porte, come fanno, per tali vergognose azioni. Tuttavia, il difetto non ammette probabilmente altra soluzione se non la gratuita amministrazione della giustizia.

In un sistema liberale gli accusatori potrebbero infatti essere raramente influenzati da questo genere di motivi, perché potrebbero addebitare alla loro vittima una piccola spesa o nulla, né durante la causa (che è obiettivo dell’oppressore farlo), né al suo termine. Inoltre, se fosse applicata l’antica pratica della common law, cioè multare una delle parti per aver importunato il tribunale con una causa infondata, sarebbe più probabile che alla fine la stessa accusa verrà condannata dal giudice ad una sanzione, facendo così in modo che il tribunale sia un luogo non idoneo per una persona in cerca di vendetta.

Nella stima di tali difetti, risultanti dall’attuale sistema, consideriamo che essi non sono limitati alle cause concrete nelle quali è praticato questo genere di oppressione, ma includiamo anche tutti quei casi in cui la paura di una simile vessazione viene usata come arma per costringere le persone alla rinuncia dei propri diritti.

1 Sullivan Lectures, 234–235. 3 Blackstone, 274–275, 376. Sullivan dice che sia il querelante che l’imputato erano soggetti all’ammenda. Blackstone parla dei querelanti come responsabili, senza dire se l’imputato lo sia o meno. Quale fosse la vera norma non lo so. Sembrerebbe esserci qualche ragione nel permettere all’imputato di difendersi, a proprie spese, senza esporsi ad una sanzione in caso disconfitta.

2 Quando qualsiasi altro testimone oltre i proprietari era necessario in una causa civile, non so in che modo fosse procurata la presenza; però sicuramente era fatta a spese o dello stato oppure del testimone stesso. Ed era senza alcun dubbio lo stesso nelle cause penali.

3 “Le richieste sono state stabilite nella prima fase del giuramento dell’accusatore, tranne quando la legge avesse stabilito altrimenti. Il giuramento, tramite il quale qualsiasi richiesta è confermata, era chiamato pre-giuramento oppure ‘Prejuramentum’ ed era la base della vera e propria causa. Uno dei casi che non richiedeva tale conferma iniziale, era quando il bestiame poteva essere trovato nella terra di qualcun altro e così le impronte sostituivano il pre-giuramento.” –  2 Palgrave’s Rise and Progress, &c., 114.

4 Tra le spese necessarie delle cause dovrebbe essere stimato un compenso ragionevole al consulente, altrettanto significativo per l’amministrazione della giustizia, come i giudici, giurie o testimoni; e l’abitudine universale di impiegarli, sia dalla parte dei governi sia delle persone private, dimostra che la loro importanza è generalmente compresa. Anche solo come una mera questione economica, sarebbe saggio da parte del governo pagarli, piuttosto che non essere utilizzati; poiché raccolgono e ordinano precedentemente il testimone e la legge, così da essere in grado di presentare l’intero caso alla corte e giuria in modo intellegibile e in breve spazio di tempo. Invece, se non fossero impiegati, la corte e la giuria sarebbero nella necessità o di spendere molto più tempo rispetto ad adesso nelle investigazioni delle cause, oppure di sbrigare l’intera causa con fretta e senza alcuna considerazione della giustizia. Sarà molto probabile la scelta dell’ultima delle due, così sconfiggendo l’intero argomento della gente nell’insediare la corte.

Per prevenire gli abusi di questo diritto, ad ogni caso dovrebbe essere lasciata al tribunale una certa possibilità di determinare se il consulente deve ricevere un pagamento – e, se sì, quanto – dallo stato.

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L’etica dell’imprenditoria e del profitto

Mer, 12/10/2016 - 08:40

I.

Nel più fondamentale dei sensi siamo tutti, con ognuna delle nostre azioni, sempre e invariabilmente degli imprenditori alla ricerca di un profitto.

Ogni volta che agiamo, impieghiamo alcuni mezzi fisici (oggetti valutati come beni) – come minimo il nostro corpo e la stanza in cui si trova, ma nella maggior parte dei casi anche vari altri oggetti “esterni” – per cambiare il corso “naturale” degli eventi (cioè il corso degli eventi che ci si aspetta che accadano se agissimo diversamente) al fine di raggiungere uno stato futuro di cose a cui associamo un più alto valore. Con ogni azione miriamo a sostituire uno stato di cose futuro meno favorevole con uno stato di cose più favorevole. In questo senso con ogni azione cerchiamo di incrementare la nostra personale soddisfazione e raggiungere un profitto psichico. “Fare un profitto è invariabilmente lo scopo ricercato da ogni azione” come ha affermato Ludwig von Mises. (Mises, 1966, p.289)

Ma ogni azione è soggetta anche alla possibilità di perdita. Infatti ogni azione si riferisce al futuro e il futuro è incerto o al più conosciuto solo parzialmente. Ogni attore, nel decidere sulle proprie azioni, confronta preventivamente il valore di due stati di cose: lo stato di cose che vuole realizzare attraverso la sua azione e che non si è ancora realizzato, e un altro stato di cose che che potrebbe realizzarsi se egli agisse in modo differente, ma che mai si realizzerà in quanto egli ha agito in un altro modo . Tutto ciò rende ogni azione rischiosa. Un soggetto potrebbe sempre fallire e subire una perdita. Egli potrebbe non realizzare lo stato di cose che avrebbe voluto realizzare – questo significa che la conoscenza tecnica del soggetto, il suo “saper fare” potrebbe essere insufficiente o potrebbe essere temporaneamente “debilitato” a causa di circostanze esterne non predicibili. Oppure, anche se egli avesse generato lo stato di cose desiderato, potrebbe comunque considerare le sue azioni un fallimento e sentirsi insoddisfatto, se suddetto stato di cose causa meno soddisfazione di quanta avrebbe potuto ottenere se avesse scelto altrimenti (qualche corso alternativo rifiutato precedentemente) – cioè, la conoscenza speculativa del soggetto – vale a dire la sua conoscenza del cambiamento temporale e della fluttuazione dei valori e delle valutazioni – potrebbe essere solo parziale.

Dato che tutte le nostre azioni fanno mostra d’imprenditorialità e sono indirizzate a portare profitto e successi al soggetto, non ci può essere nulla di male nell’imprenditorialità e in generale nel profitto. In ogni senso possibile del termine ciò che si considera sbagliato, sono solo il fallimento e la perdita e dunque, in ogni nostra azione, noi cerchiamo sempre di evitarli.

La questione della giustizia, ossia se un’azione specifica e il profitto o la perdita da essa risultante sia eticamente giusta o sbagliata, affiora solo in connessione a conflitti.

Dato che ogni azione richiede l’impiego di specifici mezzi fisici – un corpo, una stanza, oggetti esterni – un conflitto fra diversi soggetti deve originarsi quando questi cercano di usare tali mezzi fisici per ottenere scopi differenti. La fonte del conflitto è sempre e invariabilmente la stessa: la scarsità di mezzi fisici. Due soggetti non possono usare gli stessi mezzi fisici allo stesso tempo – gli stessi corpi, spazi e oggetti – per scopi divergenti. Se ci provano, devono necessariamente scontrarsi. Ne segue che, per evitare il conflitto, o per risolverlo qualora occorresse, è richiesto un principio attuabile di giustizia, cioè, un principio che discrimini il giusto o il “proprio” dall’ingiusto o dall’ “improprio” uso e controllo (proprietà) di mezzi fisici scarsi.

Logicamente ciò che si richiede per evitare ogni conflitto è chiaro: bisogna che ogni bene sia sempre e invariabilmente posseduto da privati, cioè controllato esclusivamente da un individuo specifico (o anche da aziende in forma individuale o associata), e che sia sempre riconoscibile quale bene è posseduto e da chi e quale non lo è. I piani e gli scopi di vari attori-imprenditori che ricercano un profitto potrebbero essere del tutto diversi, ma comunque non ci sarà alcun conflitto finché le loro rispettive azioni coinvolgeranno solo ed esclusivamente l’uso della loro proprietà privata.

Ma come può essere che questo stato di cose: come può essere raggiunta in pratica la completa e non ambigua privatizzazione di tutti i beni? Come possono gli oggetti fisici diventare proprietà privata, e come può essere evitato il conflitto a partire dall’inizio della civiltà umana ad oggi?

Esiste un’unica – prasseologica – soluzione a questo problema che è stata conosciuta dal genere umano fin dai suoi inizi – anche se è stata solo lentamente e gradualmente elaborata e logicamente ri-costruita. Per evitare il conflitto in principio, è necessario che la proprietà privata sia fondata attraverso atti di appropriazione originale. La proprietà deve essere sancita attraverso atti (invece che mere parole o dichiarazioni), perché solo attraverso le azioni, che avvengono nel tempo e nello spazio, si può stabilire un vincolo oggettivo – intersoggettivamente verificabile – fra una particolare persona ed una particolare cosa. E solo chi per primo si appropria di una cosa di cui precedentemente nessuno si era appropriato, può acquisire tale cosa come sua proprietà senza conflitto. Per definizione, infatti, quest’ultimo non può entrare in conflitto con alcun altro nell’appropriazione del bene in questione, dato che ogni altro individuo apparirà sulla scena solo più tardi.

Tutto questo implica la conseguenza importante che mentre ogni persona è proprietaria esclusiva del proprio corpo fisico come suo principale mezzo d’azione, nessuno può essere il proprietario del corpo di un’altra persona. Perciò noi possiamo usare il corpo di un’altra persona solo indirettamente, ossia, usando in primo luogo in modo direttamente appropriato e controllato il nostro proprio corpo. Quindi, l’appropriazione diretta precede temporalmente e logicamente l’appropriazione indiretta; e similmente, ogni uso non consensuale del corpo di un’altra persona è l’ingiusta appropriazione di qualcosa di cui qualcun altro già è direttamente proprietario.

Tutta la proprietà allora, riporta direttamente o indirettamente, ad una catena di trasferimenti mutuamente benefici – e dunque non conflittuali – di titoli di proprietà agli appropriatori originali e agli atti di appropriazione originale. Mutatis mutandis, devono essere ingiuste tutte le rivendicazioni e gli usi fatti di cose da parte di persone che non se ne sono appropriate, né le hanno prodotte né acquisite, attraverso uno scambio non conflittuale da un proprietario precedente.

In conseguenza di ciò, tutti i profitti realizzati o le perdite sofferte da un attore-imprenditore attraverso mezzi giustamente acquisiti sono profitti giusti (o perdite giuste), così come tutti i profitti e le perdite

ottenuti attraverso mezzi ingiustamente acquisiti sono ingiusti.

II.

Questa analisi si applica nella sua completezza anche al caso dell’imprenditore nel senso più ristretto di questo termine: cioè come capitalista-imprenditore.

L’imprenditore capitalista agisce avendo in mente un obiettivo specifico: raggiungere un profitto monetario. Egli risparmia o prende in prestito denaro, assume lavoratori, e compra o affitta materie prime, beni capitali e terreni. Egli dunque procede a produrre i suoi prodotti o servizi, qualunque essi siano, e spera di venderli per un profitto monetario. Per il capitalista, “il profitto appare come un surplus di denaro ricevuto rispetto a quello speso mentre la perdita, inversamente, come un surplus di denaro speso in confronto a quello ricevuto. Profitto e perdita possono essere espressi come un ammontare definito di denaro. (Mises, 1966, p.289)

Come ogni azione, un’impresa capitalista è rischiosa. Il costo della produzione – il denaro speso—non determina il ricavo che si riceverà. In effetti, se il costo della produzione determinasse il prezzo, nessun capitalista fallirebbe mai. Al contrario, sono i prezzi e i ricavi previsti che determinano quali prezzi di produzione il capitalista può proporre.

Comunque il capitalista non sa quali prezzi futuri saranno pagati o quale quantità del suo prodotto si comprerà a tali prezzi. Questo dipende esclusivamente dal consumatore, e il capitalista non ha controllo su quest’ultimo. Il capitalista specula su quale sarà la domanda futura. Se prevede correttamente e dunque i prezzi previsti corrispondono effettivamente a quelli futuri, ricaverà un profitto. D’altro canto, anche se nessun capitalista vuole perdere denaro (perché la generazione di continue perdite implicherebbe che egli dovrà porre fine alla sua attività imprenditoriale e diventare o un lavoratore dipendente di un’altra impresa o un produttore-consumatore autosufficiente), egli può comunque sbagliare la sua speculazione e i prezzi che si realizzeranno sul mercato potranno cadere oltre le sue aspettative e il suo costo di produzione, nel qual caso egli quindi non ottiene un profitto ma incorrerà in una perdita.

Anche se è possibile determinare esattamente quanto denaro un capitalista ha ottenuto o perso nel corso del tempo, il profitto o la perdita di denaro non implica alcunché in termini dello stato di felicità del capitalista, ossia in termini di profitto o di perdita psicologica. Per il capitalista, il denaro è raramente l’obiettivo finale (tranne forse per Paperon de Paperoni, e solo sotto uno standard aureo). In quasi tutti i casi, il denaro è un mezzo per un ulteriore agire, motivato da obiettivi più ultimi e distanti. Il capitalista può voler usare il denaro per espandere il suo ruolo come soggetto in cerca di profitto. Egli potrebbe usarlo come capitale liquido per impieghi futuri ancora da determinarsi. Potrebbe volerlo spendere per beni di consumo o uso personale. Oppure ancora potrebbe usarlo per scopi filantropici o cause benefiche, etc.

Ciò che si può affermare senza ambiguità a proposito del profitto o della perdita di un capitalista è questo: Il suo profitto o la sua perdita sono l’espressione quantitativa della grandezza dei suoi contributi al benessere degli altri uomini, ossia i compratori e i consumatori dei suoi prodotti, che hanno consegnato il proprio denaro in cambio di prodotti aventi un più alto valore (nella prospettiva dei compratori). Il profitto del capitalista indica che egli è riuscito a trasformare mezzi di più basso valore sociale in mezzi di più alto valore sociale e dunque incrementare e migliorare il benessere sociale. Mutatis mutandis, la perdita del capitalista indica che egli ha usato degli input di più alto valore per la produzione di output di più basso valore e dunque ha sprecato mezzi fisici scarsi e impoverito la società.

I profitti monetari non sono solo un bene per il capitalista, dunque, ma sono anche un bene per gli altri uomini. Maggiore è il profitto di un capitalista, maggiore è stata la sua contribuzione al benessere sociale. Allo stesso modo, le perdite di denaro sono negative non solo per il capitalista, ma anche per gli altri uomini, il cui benessere è stato compromesso dal suo errore.

Circa la questione della giustizia, ossia di ciò che è eticamente “giusto” o “sbagliato” rispetto alle azioni dell’imprenditore capitalista, questa viene fuori, come nel caso di tutte le azioni, di nuovo solo in connessione con i conflitti, ossia con rivendicazioni di proprietà e dispute a proposito di specifici mezzi fisici di azione. E la risposta per il capitalista qui è la stessa che si darebbe per ciascuna delle azioni di ogni altro uomo.

Le azioni e i profitti del capitalista sono giusti, se egli si è originariamente appropriato, oppure ha prodotto i suoi fattori di produzione o ancora li ha acquisiti (comprati o affittati) in uno scambio mutuamente benefico con un precedente proprietario, supponendo comunque che tutti i lavoratori da lui impiegati siano stati assunti liberamente a termini mutuamente concordabili, e che non danneggia la proprietà di altri nel corso del processo di produzione. Altrimenti, se alcuni o tutti i fattori di produzione del capitalista non provengono da appropriazione diretta , ne sono da lui prodotti, o da lui comprati o affittati da un proprietario precedente, (ma derivati al contrario dall’esproprio della proprietà di un’altra persona), se egli impiega nella sua produzione lavoro “non-consensuale/forzato”, o se causa danni fisici alla proprietà altrui, le sue azioni e i risultanti profitti sono ingiusti.

In tal caso, la persona ingiustamente danneggiata, lo schiavo, od ogni altra persona la quale sia in possesso di un titolo di proprietà su una parte o su tutti i mezzi di produzione del capitalista, ha un giusto diritto contro di lui e può insistere sulla restituzione – esattamente come la materia viene giudicata e gestita fuori dal mondo degli affari, in ogni questione civile.

III.

Le complicazioni in tale panorama etico fondamentalmente chiaro saltano fuori solo per la presenza di uno Stato.

Lo stato è convenzionalmente definito come un “agente” che esercita un monopolio territoriale sulle decisioni ultime e fondamentali in tutti i casi di conflitto, inclusi i conflitti che coinvolgono sé medesimo e i propri enti. Dunque lo stato ha potere legislativo, e può unilateralmente emanare e ritirare leggi; e come conseguenza, quindi lo stato ha il privilegio esclusivo di tassare, ossia di determinare unilateralmente il prezzo che coloro che vi sono soggetti devono pagare per far sì che esso continui ad esistere.

Logicamente, l’istituzione di uno stato ha due importanti conseguenze. In primo luogo, all’interno di esso tutta la proprietà privata diventa essenzialmente proprietà non assoluta, cioè una proprietà garantita dallo stato e che può essere espropriata con la legislazione o la tassazione. Fondamentalmente, tutta la proprietà privata è quindi proprietà di stato. In secondo luogo nessuna delle terre e nessuno dei beni davvero di “proprietà” dello stato – chiamati in modo fuorviante proprietà pubblica – e nessuno dei suoi redditi monetari deriva da atti di appropriazione originale o scambio volontario. Al contrario tutta la proprietà e il reddito di uno Stato è il risultato di precedenti espropriazioni di proprietà privata.

Lo stato allora, contrariamente a quanto va propagandando, non è né l’ideatore né il garante della proprietà privata. Al contrario, è il conquistatore della proprietà privata. Allo stesso modo esso non è neppure l’ideatore o il garante della giustizia, ma al contrario è il distruttore della giustizia e l’incarnazione dell’ingiustizia.

Come può quindi un capitalista-imprenditore (o chiunque altri) agire giustamente in un mondo statalista fondamentalmente ingiusto, ossia come può agire affrontato e circondato da un’istituzione eticamente non difendibile, i cui enti vivono e si sostentano non attraverso la produzione e lo scambio, ma attraverso l’esproprio: ossia prendendo, redistribuendo e regolando la proprietà privata del capitalista e degli altri?

Dato che la proprietà privata è giusta, ogni azione in difesa della proprietà privata di ciascuno è allo stesso modo giusta – assunto che in tale azione il difensore non infranga il diritto alla proprietà di qualcun altro. Il capitalista ha eticamente il diritto di usare ogni mezzo a sua disposizione per difendersi da ogni attacco od espropriazione della sua proprietà da parte dello stato, esattamente come egli ha il diritto di difendersi contro qualunque criminale comune. D’altro canto, e ancora esattamente come nel caso di ogni criminale comune, le azioni difensive del capitalista diventano ingiuste se esse comprendono un attacco alla proprietà di una terza parte, ad esempio quando il capitalista usa i suoi mezzi per partecipare alle espropriazioni di stato.

Più nello specifico, per il capitalista (o chiunque altri) che agisce in difesa e in nome della sua proprietà potrebbe non essere prudente o persino pericoloso fare ciò; tuttavia è certamente giusto per lui evitare od evadere al meglio delle sue possibilità ciascuna o tutte le restrizioni imposte dallo stato sui suoi beni. Ne segue che è una cosa giusta per il capitalista ingannare e mentire circa la sua proprietà ed il suo reddito. Ed è giusto anche evadere le tasse sulla proprietà e sul reddito, ed ignorare od aggirare tutte le restrizioni legislative imposte sull’uso che egli potrebbe fare dei propri fattori di produzione (terreni, lavoro e capitale). In modo corrispondente, un capitalista agisce giustamente anche se corrompe o esercita pressioni sugli agenti dello stato perché lo aiutino a ignorare, rimuovere o evadere le tasse ed i regolamenti a lui imposti. Egli agisce giustamente ed inoltre è un promotore della giustizia sociale, se è in grado di usare i propri mezzi per ingannare o esercitare pressioni sugli agenti dello stato al fine di ridurre le tasse e i regolamenti sulla proprietà non solo per sé stesso, ma in generale per tutta la comunità. Egli ancora agisce giustamente ed è davvero un campione di giustizia, se attivamente esercita pressioni per porre fuori legge, in quanto ingiusto, ogni genere di esproprio e dunque ogni tassazione sulla proprietà e pure ogni restrizione legislativa sull’uso della proprietà (oltre al requisito di non causare danni fisici alla proprietà altrui durante la produzione).

Come è giusto per il capitalista comprare le proprietà dello stato al prezzo più basso possibile – tenendo fermo soltanto che la proprietà in questione non possa essere ricondotta all’esproprio di qualche specifica terza parte che ancora mantenga dei diritti su di essa. È similmente giusto per il capitalista vendere i propri prodotti allo stato al prezzo più alto possibile – tenendo fermo che questo prodotto non possa essere connesso direttamente e causalmente con un futuro atto di aggressione contro qualche determinata terza parte (come potrebbe essere il caso di certe vendite di armamenti).

Di converso, fatta salva ogni violazione delle due succitate condizioni, un capitalista agisce ingiustamente e diventa promotore di ingiustizia, se impiega i suoi mezzi per lo scopo di mantenere oppure addirittura incrementare il livello corrente di confisca o di esproprio legislativo della proprietà o del reddito altrui.

Quindi, ad esempio, l’acquisto di obbligazioni governative ed il profitto monetario derivante da esso è ingiusto, perché tale acquisto rappresenta una misura a favore di una continuazione dello stato e dell’ingiustizia corrente, siccome i pagamenti degli interessi e la restituzione finale dell’obbligazione richiedono future tasse. Allo stesso modo e ancora di più, ogni mezzo speso da un capitalista in tentativi di esercitare pressioni per mantenere o incrementare il livello corrente di tassazione – e di conseguenza il livello del reddito e della spesa dello Stato – o per incrementare le restrizioni regolative sulla proprietà, sono ingiuste, ed ogni profitto derivante da tali pressioni è frutto di corruzione.

Messo di fronte ad un’istituzione ingiusta, la tentazione del capitalista di agire ingiustamente è sistematicamente incrementata. Se egli diventasse complice dell’attività di tassazione, legislazione e redistribuzione di uno Stato, si aprirebbero per lui nuove opportunità di profitto. La corruzione diventerebbe per lui addirittura attraente, perché può offrire grandi ritorni economici.

Spendendo denaro e altri mezzi a favore di partiti politici, uomini politici, o altri enti statali, un capitalista potrebbe far pressione sullo stato in modo da ottenere sussidi per la propria impresa in perdita, o per salvarla dall’insolvenza o dalla bancarotta – e dunque in modo da arricchire o salvare sé stesso a spese di altri. Attraverso attività di lobbying e spesa, ad un capitalista potrebbe essere garantito un privilegio legale o un monopolio sulla produzione, sulla vendita o sull’acquisto di determinati prodotti e servizi – e dunque ottenere profitti derivanti da monopolio alle spese di altri capitalisti. Oppure egli potrebbe fare in modo che lo stato approvi una legislazione che aumenti i costi di produzione delle imprese sue concorrenti rispetto ai propri – e che dunque gli garantisca un vantaggio competitivo a spese d’altri.

Comunque si possa essere tentati, tutte queste attività di lobbying, come pure i profitti che ne risultano sono ingiusti. Tutto ciò infatti implica che un capitalista paghi gli enti statali affinché altri siano espropriati in modo da aumentare il proprio guadagno personale. Il capitalista in questo caso non impiega i suoi mezzi di produzione per la produzione di beni, da vendersi a consumatori disposti a pagare volontariamente. Viceversa, il capitalista impiega una parte dei suoi mezzi per produrre dei mali: l’esproprio involontario a danno di terzi. E, allo stesso modo, il profitto ottenuto dalla sua impresa, qualunque essa sia, non è più una misura corretta della sua contribuzione al benessere sociale. I suoi profitti sono corrotti e avvelenati moralmente. Alcune terze parti avrebbero dunque una giusta rivendicazione contro tale impresa e il suo profitto – una rivendicazione contro il potere statale che potrebbe non essere esecutiva, ma che comunque sarebbe una giusta rivendicazione.

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In che modo le banche centrali stanno dissanguando la classe media

Lun, 10/10/2016 - 08:16

Gli Stati assistenzialisti occidentali conoscono molti modi per disfarsi del loro enorme debito sovrano – un costo enorme per i loro cittadini. Non appena il peso del debito diventa insostenibile, lo stato semplicemente riforma la valuta. In questo modo il debito dello stato verrà “aggiustato” tramite la ricchezza privata dei cittadini. E’ qui che i cittadini costateranno che il debito del loro stato è in realtà il loro stesso debito.

Ma lo stato non ha sempre bisogno di avvalersi di questi strumenti di tortura. Può utilizzare degli strumenti più sottili come la repressione finanziaria.

Che cosa è la repressione finanziaria?

“Repressione finanziaria” indica un insieme di strumenti tramite i quali lo stato può intervenire sul mercato e mantenere artificialmente basso il costo del suo rifinanziamento (gli interessi sul suo debito). In conseguenza di ciò i risparmiatori e gli investitori subiranno dei tassi d’interesse reali negativi giacché i tassi d’interesse nominali sono sotto il tasso d’inflazione. La differenza matematica tra il tasso d’interesse nominale dei risparmiatori e il tasso d’inflazione è la perdita di ricchezza, cioè il tasso al quale risparmiatori e investitori sono costretti a contribuire per il finanziamento del debito dei loro stati.

In circostanze normali, l’aumento dell’entità del debito dello stato causerebbe una salita dei tassi di interesse. Mantenendo però i tassi d’interesse artificialmente bassi, lo stato necessita soltanto di una piccola crescita nominale dell’economia per liberarsi lentamente dal suo debito – a discapito di risparmiatori e investitori. Con la repressione finanziaria, la ricchezza è ridistribuita in modo occulto – da risparmiatori e investitori verso lo stato.

I tassi d’interesse reali negativi sono causati, tra l’altro, dalle politiche monetarie di bassi tassi di interesse delle banche centrali politicamente legittimate da quando è scoppiata la crisi dei debiti sovrani e da quando sono state implementate le azioni volte a salvare l’Euro. Allo stesso tempo, il denaro degli investitori defluisce dai paesi in crisi e si riversa in quegli stati che sono (ancora) considerati sicuri, determinando in questi ultimi un ulteriore diminuzione dei tassi di interesse.

Si sente spesso dichiarare che i tassi d’interesse bassi stanno rivitalizzando la crescita e il ciclo economico ma è stato dimostrato che in realtà ciò è errato.

Risparmiatori e investitori stanno perdendo questa battaglia

Al momento, risparmiatori e investitori in tutto il mondo stanno perdendo più di cento miliardi di euro l’anno poiché in molti paesi il tasso d’inflazione è più alto dei tassi d’interesse. In questo periodo 23 paesi stanno subendo tassi di interesse negativi. Perfino i risparmiatori tedeschi da soli stanno perdendo circa 14 miliardi di euro l’anno utilizzando depositi del mercato monetario, conti postali e conti risparmio. Questo è stato dimostrato dai calcoli effettuati dalla DekaBank di Francoforte e dall’Istituto per la Ricerca Economica di Colonia in Germania (IW).

Al contrario, quando un cittadino è debitore nei confronti (tasse) dello stato, gli attuali tassi d’interesse bassi non stanno svolgendo alcun ruolo. Indebitarsi verso lo stato costa ancora 6% l’anno – e per lo stato il rischio è minimo, poiché, diversamente dai creditori privati, lo stato può pignorare le proprietà di un debitore quasi senza preavviso.

La classe media sta soffrendo

La repressione finanziaria – definita anche “ una tassa su conti risparmio per superare la crisi” sta attualmente colpendo più duramente la classe media rispetto a quella agiata poiché le pensioni della classe media (polizze vita e piani risparmio) sono quelle che ne stanno risentendo maggiormente. I sistemi dei fondi pensione assicurativi diventano poco attraenti poiché i risparmiatori non li trovano più degli investimenti che forniscono un tasso di rendimento rilevante. Questo problema che oggi già esiste nei sistemi pensionistici retributivi a ripartizione (the pay-as-you-go) non può più essere risolto con i piani pensionistici privati. I tassi d’interesse semplici e composti sono così bassi che non riescono a contribuire tanto all’accumulo di capitale quanto fu previsto, per esempio, quando in Germania fu introdotto lo schema pensionistico del ministro Riester (“piano pensionistico Riester”). In quel caso, sono stati inutili anche i contributi statali per lo“schema pensionistico Riester”. Perciò ora esiste un colossale deficit di accantonamento finanziario per questi piani pensione.

Un duro colpo per i piani pensione

Se il periodo di bassi tassi d’interesse continuerà per molto, alcune compagnie assicurative inizieranno ad avere problemi di liquidità poiché queste detengono (sono obbligate) più del 60% dei loro investimenti in strumenti a reddito fisso. Questo vuol dire che diminuiscono i bonus derivanti dalla distribuzione dei profitti. Circa 40 milioni di famiglie in Germania sarebbero colpite da una diminuzione dei buoni di credito emessi da queste aziende. I clienti devono continuare ad attendersi una diminuzione del livello di partecipazione agli utili e rendimenti minimi che diventano sempre più bassi. In Germania, la differenza tra il rendimento prodotto dalle compagnie di assicurazione vita e il tasso d’interesse garantito è, in media, appena 0,4 percento. E’ naturale chiedersi: quante compagnie di assicurazione vita hanno sufficienti riserve finanziarie per sopravvivere a questi bassi tassi di ritorno sui loro investimenti? L’industria delle assicurazioni sulla vita non è l’unica a soffrire; anche i fondi pensione sono in difficoltà. Il capitale di rischio delle compagnie di assicurazione vita, che è necessario per superare le fluttuazioni dei ricavi, negli ultimi anni si è ridotto fino al 60 percento.

Pertanto, le compagnie assicurative e i loro clienti subiscono una condizione dei mercati governata da tassi di “interesse politici”. I tassi d’interesse sono mantenuti artificialmente bassi poiché, diversamente, i paesi all’interno dell’area Euro inizierebbero ad avere difficoltà nel pagamento degli interessi sui loro enormi debiti sovrani e dovrebbero in questo modo dichiarare bancarotta. Così, questi tassi d’interesse non-di mercato hanno un obiettivo in mente: differire il fallimento degli stati.

Politica dei tassi di interesse negativi e abolizione del contante

Intanto, la Banca Centrale Europa (BCE) richiede il pagamento di interessi alle banche che depositano i loro fondi presso di essa. I mercati si attendono che, presto, anche le banche commerciali inizieranno a chiedere ai loro clienti (privati e imprese) il pagamento di interessi sui loro depositi, questo vuol dire che sono stati introdotti i tassi di interesse negativi.

Per prevenire che i clienti delle banche, al fine di eludere queste misure, ritirino i loro fondi e li depositino nelle loro case, il governo sta progettando delle misure per limitare l’uso del contante – e anche per bandirlo totalmente – allo stesso tempo. Così, inizialmente, l’uso del contante è vietato per le transazioni superiori a 4.000 euro. Ufficialmente, le politiche volte alla limitazione del contante, sono giustificate dalla presunta lotta contro il mercato nero della criminalità e dalla lotta contro il finanziamento del terrorismo. Comunque, le vere ragioni sono ovvie.

Prospettiva futura: recessione

Da un punto di vista economico, i tassi d’interesse artificialmente bassi conducono ad un errata allocazione delle risorse finanziarie verso investimenti che non sarebbero stati redditizi in normali circostanze di mercato e il risultato è una recessione più severa in futuro. Oltretutto: tassi d’interesse più bassi del tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL) non sono sostenibili a lungo. Infine, nonostante le misure di repressione finanziaria, i possessori di titoli di stato possono attendersi anche una ristrutturazione del debito (“haircut”). Secondo il report del monitoraggio fiscale del FMI (fondo monetario internazionale) dell’Ottobre 2013, è consigliabile una ristrutturazione del debito Tedesco dell’11%. L’agenzia di consulenza internazionale Boston Consulting Group si attende perfino una necessaria ristrutturazione del debito del 25%. Poiché da allora il debito pubblico si è incrementato drasticamente, gli esperti si attendono già una ristrutturazione di almeno il 35%. Comunque anche adottando queste misure, la Germania, che relativamente parlando è la nazione più stabile all’interno dell’Unione Monetaria Europea, ritornerebbe solamente a un livello di debito dei primi anni 90’. Lentamente, ma di certo, l’enorme debito sovrano sta soffocando i paesi europei. Questi potranno disfarsi del loro debito solamente a discapito dei loro cittadini.

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Al cuore del problema monetario: la riserva bancaria centralizzata e il monopolio di emissione

Ven, 07/10/2016 - 08:47

Nessuno (…) ha ancora dimostrato che un sistema a riserve multiple, in cui ogni istituto bancario sia assolutamente privo della protezione dello Stato e strettamente soggetto all’applicazione delle leggi sul fallimento, provochi oscillazioni della riserva monetaria più favorevoli allo squilibrio di un sistema a riserva unica soggetto alla pressione politica1.

Il 15 agosto 1971 il presidente americano Richard M. Nixon decise unilateralmente di sospendere l’obbligo della convertibilità del dollaro statunitense con l’oro. Nel dicembre di quello stesso anno, gli Stati Uniti e gli altri Paesi membri del G-10 si accordarono per rendere tale sospensione definitiva attraverso lo Smithsonian Agreement, decretando in questa maniera la fine dell’era dello standard oro-dollaro e, dunque, l’estinzione di qualsiasi traccia di sistema internazionale aureo.

Abbandonando definitivamente ogni contatto con il sistema internazionale aureo il mondo è inevitabilmente andato incontro ad uno sviluppo economico fatto abitualmente di ravvicinati colpi di boom e di crisi successiva e questo perché facendo decadere anche l’ultimo barlume di sistema aureo si è rinunciato contemporaneamente anche all’ultima indicazione di una certa rilevanza che permettesse di orientare metodicamente i sistemi economici verso la coincidenza tra il tasso di interesse che si stabilirebbe se i beni capitali si prestassero in natura e il tasso interesse monetario o, se ci vogliamo esprimere in altri termini ma con il medesimo concetto, verso quel tasso di interesse tendente all’equilibrio fra investimento e risparmio.

Da allora in poi, il sistema Stato-banche si è ritrovato nella situazione di poter elasticizzare un’offerta di credito su una base monetaria ormai completamente arbitraria e con scarse possibilità che le informazioni riguardanti gli avanzamenti o le regressioni del risparmio reale e volontario degli agenti economici potessero trasmettersi in modo sufficientemente corretto a tale sistema. Ciò ha stimolato errori imprenditoriali su errori imprenditoriali su cui, in seguito, le autorità pubbliche ed i gruppi privati ad esse più vicine hanno approfittato per accrescere il peso della propria interferenza coercitiva: il potere politico, infatti, tende ad imporre controlli sul libero mercato più rapidamente e in maggior misura in presenza di squilibri monetari che non quando vi sia un’assenza di quest’ultimi.

Tuttavia, a ben osservare, il presidente Nixon non ha fatto altro che alzare l’asticella del problema un po’ più in là. La distorsione sistemica degli intermediari dello scambio è, infatti, un fenomeno vecchio quanto i tentativi del potere politico di assoggettare a sé le leggi universali dell’economia e che ha le sue radici nella centralizzazione della riserva bancaria e nel monopolio di emissione.

Quando il denaro era solo metallico lo Stato aveva la facoltà di manipolare e deteriorare il denaro che veniva impiegato negli scambi interni, ma era molto più difficile che riuscisse a fare ciò anche a livello internazionale.

Con l’apparizione del denaro bancario e l’adozione del sistema internazionale aureo, si è assicurata una certa disciplina monetaria sul piano mondiale finché questo contesto fu caratterizzato dal cosiddetto gold coin standard, ossia fintanto che gli Stati non hanno iniziato a svilire progressivamente il rigore del sistema aureo per arrivare, infine, al suo definitivo abbandono nel 1971.

Tra il 1870 ed il 1914, gli anni del gold coin standard, il valore della moneta bancaria ha certamente fluttuato ma, in linea di massima, ha conservato il suo potere di acquisto (accompagnando, inoltre, una graduale crescita economica) mentre l’oro, nella prassi di tutti i giorni, era quasi sparito dalla circolazione, partecipando in misura poco rilevante all’aumento dell’offerta totale di moneta.

Ciò nonostante, il gold coin standard funzionava in regime di riserva (nazionale) bancaria centralizzata e monopolio di emissione e questo fu indirettamente il motivo che condusse alla sua rinuncia (in quel periodo, una banca privilegiata emetteva in regime di monopolio biglietti convertibili in oro e forniva fondi e prestiti di ultima istanza alle altre banche le quali, a loro volta, emettevano saldi a vista). Ogni nazione, infatti, operando in tale maniera, poneva in essere un meccanismo di espansione e contrazione della piramide del credito eretta sopra una base relativamente minore di oro. Di conseguenza, tutti i cittadini di una determinata nazione erano costretti a subire una contrazione della piramide del credito non appena qualcuno di essi avesse fatto uscire una certa quota di oro dalle riserve monetarie nazionali. Come esito ultimo di questo meccanismo, si instaurava una generale depressione di tutte le attività, generale perché tale depressione non colpiva solamente chi era costretto a trasferire oro a seguito della variazione della domanda dei suoi prodotti, ma anche il resto della popolazione dello Stato.

Il dramma fu che la via intrapresa dalle autorità statali invece di risolvere il problema non fece altro che ampliarlo. Tale via fu quella di estendere l’assistenza delle garanzie pubbliche a tutto il sistema dell’intermediazione bancaria. L’anzidetta estensione ha significato la fine progressiva della convertibilità del denaro bancario in oro (corso forzoso) ed ha coinciso con l’emergere sempre più deciso di banche privilegiate (banche centrali) nel ruolo di prestatori di ultima istanza ed uno sviluppo sempre più improvvido degli strumenti fiduciari di pagamento.

Il denaro, sebbene da sempre sia innanzitutto frutto della libera interazione sociale, ancor più di prima divenne così una di quelle leve che potevano essere da un lato deliberatamente gestite e controllate dall’autorità centrale, dall’altro sfuggire alla gestione ed al controllo della stessa.

La sospensione della convertibilità del dollaro statunitense con l’oro rappresenta, quindi, solo l’ultimo atto di un processo di centralizzazione nell’emissione degli intermediari dello scambio intesi sempre più come meri mezzi legali di pagamento ed è proprio questo processo ha rappresentare il vero cuore del problema monetario.

L’attuale Grande Depressione altro non è che il più alto punto raggiunto da tale centralizzazione nel corso della storia. Coloro che nel tempo hanno ideato e successivamente portato avanti questo sistema di pianificazione centrale hanno conseguito come effetto ultimo una situazione in cui gli apparati statali si muovono sistematicamente all’interno del perimetro dell’insolvenza sostanziale nonché una disarticolazione pressoché permanente e tutt’altro che irrilevante del complesso dei comportamenti economici.

Se nessuno per decreto declaratorio dello Stato si può legalmente rifiutare di ricevere in pagamento quel certo denaro, quel certo denaro smette di essere denaro in senso strettamente economico e si tramuta più che altro in un mezzo legale di pagamento. Un semplice mezzo legale di pagamento prodotto, in aggiunta, in condizioni di monopolio sempre per decreto declaratorio finisce poi per generare in chi lo emette la reale convinzione che se si può in ogni caso spalmare su tutti gli altri, vale a dire i contribuenti in generale, le conseguenze negative delle proprie decisioni, allora la propria condotta riprovevole può fondamentalmente non variare nel tempo, poiché quest’ultima tenderà a restare comunque impunita.

Ma anche se chi emettesse un mezzo legale di pagamento in condizioni di monopolio sancito per decreto declaratorio agisse ponendosi con una “totale onestà intellettuale” nei confronti dei contribuenti in generale, la problematica della dispersione delle innumerevoli conoscenze di tempo e di luogo rende concretamente impossibile effettuare un calcolo economico sufficientemente adeguato.

La soluzione al problema della centralizzazione della riserva bancaria e del monopolio di emissione, pertanto, consiste nel lasciare che si instauri un sistema decentrato che consenta a tutte le banche il diritto ad una propria emissione e di scegliere il proprio campo d’azione e le loro controparti senza dover rispettare i confini nazionali. In questo modo, le banche sarebbero equiparate a qualsiasi altra azienda produttrice e/o fornitrice di beni e servizi agente in un ambiente di cooperazione sociale volontaria e cioè a fare esclusivamente affidamento, nell’esercizio delle proprie funzioni, solo sulle proprie riserve monetarie e, dunque, essere strettamente soggette all’applicazione delle leggi sui fallimenti di libero mercato. In altre parole, il settore bancario dovrebbe essere pienamente liberalizzato mediante una completa libertà di ingresso nel settore, essere costretto ad esercitare la propria attività senza alcuna garanzia pubblica di sussidi o di salvataggio e sottostare alle generali leggi di libero mercato sul fallimento.

Va da sé che tutto ciò significa assenza di una banca centrale nel ruolo di prestatore di ultima istanza e di regolatore dei livelli di impiego e/o della stabilità del livello generale dei prezzi, nonché esistenza di cambi fluttuanti tra monete tutte legalmente istituite ma nessuna delle quali, in linea di principio, avente corso legale.

La suddetta soluzione non implica necessariamente che gli Stati cessino di emettere una propria moneta delegando l’emissione ad una propria banca. Fino a quando sussisterà l’istituzione statale esisteranno anche relazioni di scambio egemoniche legalizzate e per tale motivo è del tutto ordinario che gli Stati possano chiedere di ottemperare a tali relazioni con un intermediario dello scambio di loro emissione. Tuttavia, gli Stati, vincolando il loro agire a questa soluzione, non potranno pressoché più nascondere gli effetti delle loro azioni peggiorative sulla qualità del proprio denaro e perciò sarebbero indotti a mantenere il valore del proprio intermediario dello scambio all’interno di una stabilità deliberata da fattori, almeno buona parte dei quali, esterni rispetto alla propria volontà.

Se la politica monetaria di uno Stato rimane strutturalmente imbrigliata all’interno dei meccanismi di libero mercato, non rimane che la politica fiscale come mezzo sistematico con cui lo Stato può dirottare con la forza entrate che vengono prodotte nella sfera privata per fini privati. Ciò rappresenta senz’altro una significativa condizione che viene contrapposta alla facoltà di un apparato statale di porre in essere abusi di autorità legale, in quanto la politica fiscale è cosa che l’opinione pubblica tende maggiormente a percepire ed a comprendere rispetto alla politica monetaria.

Questa “liberalizzazione del mercato del denaro e dell’attività bancaria” lascerebbe, di regola, ai singoli agenti economici la decisione completa su quale sia l’unità monetaria più adatta al raggiungimento dei propri scopi e dato che i singoli individui sono dotati di un’informazione certamente superiore riguardo alle loro circostanze di tempo e di luogo rispetto a qualsiasi autorità centrale non vi è dubbio, inoltre, che un sistema economico basato su una decentralizzazione della riserva e piena libertà di emissione degli intermediari dello scambio genererebbe tendenzialmente una maggiore funzionalità rispetto ad uno edificato sulla riserva bancaria centralizzata e monopolio di emissione.

Da quando è apparso sulla scena il denaro bancario, il sistema di centralizzazione della riserva bancaria e il monopolio di emissione, ha cercato sostanzialmente di pianificare l’offerta di credito per adeguarla ad una domanda di credito dai limiti imprecisi. Tuttavia, la pianificazione centralizzata non è in grado di progettare gli sviluppi delle conoscenze future, come non può nemmeno centralizzare un’immensa quantità di conoscenze di specifiche circostanze di tempo e di luogo. Questa inadeguatezza di mezzi e conoscenze rispetto al fine si è dispiegata nel corso del tempo attraverso sistematici cicli economici di espansione e contrazione economica.

C’è, inoltre, da precisare che moneta e credito pur essendo cose dai tratti simili non sono, però, la stessa cosa, giacché la moneta, normalmente, è denaro che può essere anche trattenuto (di conseguenza, la domanda di moneta coincide con quello che decidiamo di trattenere e non spendere) mentre il credito, normalmente, è denaro che viene sempre immediatamente speso. In tal senso, una stabilità monetaria e una connessa stabilità nella struttura della produzione si possono determinare solo quando si è (prima di tutto) tendenzialmente riusciti a proporzionare l’offerta di moneta alla domanda di moneta.

A questo punto c’è da chiedersi se accanto all’eliminazione della riserva bancaria centralizzata e del monopolio di emissione occorra anche imporre l’abolizione della cosiddetta riserva frazionaria, ossia cancellare la possibilità per i vari istituti di emissione di poter operare con strumenti fiduciari di pagamento in misura maggiore rispetto alle riserve monetarie effettivamente depositate e, dunque, stabilire che le banche non soltanto vengano private di qualsiasi garanzia pubblica di sostegno ma che siano obbligate anche a svolgere la propria attività di intermediazione finanziaria con un coefficiente di cassa del 100 per cento su biglietti (fisici ed elettronici) e depositi bancari già emessi o da emettere. Ovviamente, tutto ciò ha un forte senso se per riserve monetarie effettivamente depositate si fa riferimento ad una qualche merce che nell’essere generalmente valutata come l’intermediario dello scambio di ultimo grado sia allo stesso tempo anche di difficile estrazione o produzione, cioè caratterizzata da una “rigidità della sua offerta”. Diversamente, il limite del coefficiente di cassa del 100 per cento diviene per le banche un qualcosa di facilmente aggirabile.

Sgombriamo subito il campo da un equivoco: in assenza di riserva frazionaria, le banche possono comunque attivare un processo di espansione e successiva contrazione dell’economia.

Operando con un coefficiente di cassa del 100 per cento, le banche non possono emettere né biglietti né prestiti scritturali che non abbiano quella copertura integrale costituita dalle riserve monetarie effettivamente depositate. Ciò nonostante, poiché attività principale di qualsiasi banca è, almeno in parte, quella di raccogliere depositi a vista e prestare a termine, queste (le banche) possono sempre creare della discrepanza tra la dimensione temporale del risparmio reale e volontario preso dalla clientela e la dimensione temporale dei prestiti da esse a loro volta effettuati, ed in tal modo dar luogo a squilibri temporali tra consumo, risparmi ed investimenti. In tal senso, è bastante che le banche prestino a lungo termine fondi che in realtà sono stati risparmiati per breve termine. Così facendo, si abbattono i tassi e si stimola l’indebitamento a breve e l’investimento a lungo termine oltre le reali capacità ed intenzioni di rinnovo del risparmio reale e volontario. Se poi tutto ciò se viene implementato dal sistema bancario nel suo complesso, si finisce per creare una generale ed artificiosa offerta di credito che conduce l’intero sistema economico verso un ciclo di espansione e successiva contrazione.

Asserito quanto, se si postula la mancanza di qualunque garanzia pubblica di sostegno è difficile pensare che gli istituti finanziari si addentrino in maniera sistematica in comportamenti così poco cautelativi, poiché questi sanno già in anticipo che, qualora dovessero subire perdite o avere problemi a veder rinnovati nel tempo i fondi ricevuti in prestito dalla clientela, non sussisterebbe alcun aiuto esterno in grado di ripianare gli errori di valutazione commessi.

A seguito di quanto appena esposto, si può affermare, pertanto, che stabilire un coefficiente di cassa del 100 per cento in un sistema di banca libera e di riserve monetarie composte da una qualche merce di difficile estrazione o produzione ha, in linea di massima, una serie di pregi: consente a tutti i depositanti di poter ritirare in qualsiasi momento, e senza alcun ritardo, la propria parte di riserva monetaria; sterilizza la possibilità di fallimenti bancari sistematici; genera costantemente una leggera tendenza alla diminuzione dei prezzi dei beni e servizi di consumo; evitando che ci possa essere un allargamento del credito senza che prima via stata una corrispondente accumulazione di capitale reale, impedisce che i tassi di interesse sul credito possano essere artificialmente ridotti ed, in conclusione, impedisce che si possano implementare strutture della produzione insostenibili o per meglio dire che si possa dare il via a processi di espansione e successiva contrazione economica.

Tuttavia, imporre un tale coefficiente di cassa del 100 per cento presenta anche delle contrarietà, in quanto se è vero che un tale coefficiente non consente, di norma, all’offerta di circolazione monetaria – moneta e suoi sostituti – di superare la sua domanda ed innescare in tal modo un ciclo di espansione e contrazione, e anche vero, però, che non impedisce la possibilità di uno squilibrio contrario, vale a dire un’offerta di circolazione monetaria inferiore alla sua domanda.

Gli squilibri tra domanda e offerta di circolazione monetaria se non sono corretti a tempo opportuno da un meccanismo di compensazione interbancaria, vengono aggiustati mediante un più dolente processo di variazione dei prezzi non uniformi: quando l’offerta di circolazione monetaria è superiore alla sua domanda, queste variazioni dei prezzi avvengono al rialzo; quando, viceversa, l’offerta di circolazione monetaria è inferiore alla sua domanda queste variazioni dei prezzi avvengono al ribasso.

In un sistema di banca libera ed attraverso il coefficiente di cassa del 100 per cento (come in questa sede è stato tratteggiato) si è, di norma, in grado di evitare che l’offerta di circolazione monetaria sia superiore alla sua domanda e, quindi, impedire normalmente che prendano luogo variazioni non uniformi dei prezzi al rialzo e con queste strutture della produzione insostenibili. Nondimeno, tale soluzione non rappresenta l’ideale per affrontare lo squilibrio contrario, cioè un’offerta di circolazione monetaria inferiore alla sua domanda, squilibrio che può presentarsi perché nella pratica alcuni prezzi, a causa di abitudini e resistenze umane, tendono ad essere rigidi proprio verso il basso. L’eventuale verificarsi intenso di questa tendenza, se non viene tempestivamente sbloccata da un adeguato meccanismo di compensazione interbancaria, ci costringe ad assistere per un periodo imprecisato a più o meno significativi fenomeni di capitale reale inutilizzato e/o sottoutilizzato accompagnati da un più o meno certo grado di rilevante disoccupazione.

A questo riguardo, la riserva frazionaria può certamente svolgere l’importante funzione di adattare efficacemente la circolazione monetaria alle variazioni della sua domanda purché questo adeguamento sia ovviamente portato avanti da un sistema bancario fondato sulla decentralizzazione della riserva e sulla piena libertà di emissione. In tale contesto, il processo di sostituzione fiduciaria, che pure all’inizio aumenta la circolazione monetaria, tende a non produrre effetti inflazionistici, bensì ad orientare, di volta in volta, l’economia monetaria verso una sua corretta estensione ed intensificazione.

Tornando al periodo del gold coin standard, se questo sistema aureo fosse stato caratterizzato da decentralizzazione della riserva bancaria e piena libertà di emissione, invece che dalla condizione opposta, la contrazione della piramide del credito a seguito della fuoriuscita di una certa quantità di oro dalle riserve monetarie (contrariamente a quanto alcuni pensano, il gold coin standard non era caratterizzato da coefficiente di cassa del 100 per cento), non avrebbe colpito tutti, ma soltanto quei soggetti che coinvolti nella variazione della domanda dei loro prodotti si trovavano costretti a trasferire quell’oro. Ogni banca, infatti, avrebbe potuto e dovuto fronteggiare con le proprie ed esclusive riserve le obbligazioni che contraeva e che circolavano nell’economia come denaro bancario.

Vero è che la riserva frazionaria si fonda “solo” sull’organizzazione dell’esperienza che i depositi di moneta effettiva (in oro, in argento o in “altro”) non sono ritirati simultaneamente da tutti i depositanti, ma in istanti diversi e per importi sempre parziali e che tali rimborsi vengono spesso rimpiazzati da nuovi versamenti. Questo è un elemento di debolezza del sistema a riserva frazionaria, poiché rende il settore bancario intrinsecamente esposto all’insolvenza. Ciò nonostante, se questo sistema è coadiuvato da decentralizzazione della riserva bancaria e piena libertà di emissione non vi sono tendenzialmente validi motivi di ritenere che si vengano a scatenare quegli eventi di panico bancario generalizzato nonché quegli errori economici di portata generale, che rendono probabile il manifestarsi di un problema di insolvenza sistemica.

Se il denaro bancario ha prevalso sulla moneta metallica è principalmente per via della sua maggiore comodità di utilizzo nello scambio di beni e servizi e delle sue maggiori possibilità di diversificazione commerciale. Ma senza più il sostegno implicito od esplicito della garanzia statale, le banche dovranno per forza di cose stare attente a non abusare delle doti del denaro bancario e parallelamente sottomettersi nella loro attività a quel procedimento di competizione e scoperta che è il libero mercato, con tutti i premi ma anche le sanzioni che tale procedimento delinea.

Soltanto quando le condizioni economiche generali decadono rapidamente e profondamente in un processo di angoscia collettiva, i singoli agenti economici tendono a sentire il motivo di andare a ritirare completamente o in gran misura tutti i depositi di moneta effettiva da loro consegnata.

Bene, pertanto, che anche in un sistema di decentralizzazione della riserva bancaria e piena libertà di emissione vi sia sempre alla base del denaro caratterizzato da una certa rigidità della sua offerta e che, quindi, non sia di natura bancaria: ciò costringe il sistema bancario ad agire sotto una condizione di doppia limitazione. Tuttavia, non è anche necessario imporre un coefficiente di cassa del 100 per cento su biglietti (fisici ed elettronici) e depositi bancari già emessi o da emettere. In ultimo, la differenza la farà sempre il grado di cultura economica presente all’interno della società: “l’inflazionomia, infatti, prima ancora di essere un fenomeno economico in senso stretto, è innanzitutto un fenomeno culturale”.

Affermare, di conseguenza, che un sistema a banca libera operante con riserva frazionaria scatena inevitabilmente lo sviluppo della centralizzazione della riserva bancaria e del monopolio di emissione non corrisponde a legge universale dell’economia, dal momento che se la società è nel suo insieme contraddistinta da un buon livello di conoscenze economiche non vi è sufficiente ragione per ritenere che questo avvenga.

Nessun individuo adulto sufficientemente intelligente può supporre che la mente umana sia capace di dare vita ad un sistema perfettamente solido e performante. Ciò nonostante, se l’economia è prima di tutto una questione di mezzi e di conoscenze e non di fini, muovendosi verso la decentralizzazione della riserva bancaria e la piena libertà di emissione e, dunque, verso una base monetaria ed una conseguente elasticità del credito non sottoposta ad arbitrarietà, bensì alle regole di libero mercato, l’umanità potrà affrontare con maggior funzionalità complessiva quell’eterna sfida che la vede contrapposta alla scarsità delle risorse reali.

1 L. Robbins, L’economia pianificata e l’ordine internazionale, trad. it., Rizzoli, Milano, 1948, cit. p. 197.

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Deutsche Bank è fallita?

Mer, 05/10/2016 - 08:38

Sembra che Deutsche Bank si stia dirigendo verso il fallimento. Perché dovremmo esserne preoccupati?

Il problema è che Deutsche Bank è troppo grande per fallire – più precisamente, le nuove procedure di risoluzione delle crisi bancarie di Basilea III ora in vigore probabilmente non sono adeguate nel caso in cui fallisca.

Esaminiamo i recenti sviluppi. Nel Giugno 2013, il Vice Presidente della FIDC Thomas M. Hoenig ha rimproverato duramente Deutsche Bank in un’intervista a Reuters.”E’ orribile, nel senso che sono orribilmente sottocapitalizzati” ha detto. Non hanno margine di errore. Poco più di un anno dopo, è stato reso noto che la Fed di New York ha inviato una dura nota alla divisione americana della Deutsche Bank avvisando che era affetta da una serie di problemi correlati ad una “défaillance sistemica” nel controllo e segnalazione dei suoi rischi. I problemi operativi di Deutsche Bank non le hanno permesso di superare i successivi CCAR – analisi e controllo completo del patrimonio noti come gli stress test della Fed – nel Marzo 2015.

Durante il 2015 sono stati fatti grandi cambiamenti nella dirigenza e Deutsche Bank stava riducendo fortemente i costi tramite un piano per il taglio della sua forza lavoro di 35.000 unità. Questa riduzione dei costi non è stata in grado di rassicurare i mercati. Tra il 1 Gennaio e il 9 Febbraio di quest’anno, il prezzo delle azioni della banca è sceso del 41% e il prezzo dei CoCo bond (obbligazioni ibride convertibili in azioni in determinate circostanze) di Deutsche Bank sono arrivate a quotare 70 centesimi su 1 euro.[1] Il copresidente John Cryan ha risposto con una lettera aperta per rassicurare i dipendenti: “Deutsche Bank rimane assolutamente solida come una roccia, considerata la nostra solida situazione patrimoniale ed di esposizione al rischio,” ha scritto. La situazione era seria a tal punto che il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble si è sentito in dovere di chiarire che egli “non è affatto preoccupato” circa la situazione della banca. I ministri delle finanze solitamente non hanno mai bisogno di fornire rassicurazioni riguardo alle banche solide.

Il 12 Febbraio, Deutsche Bank ha lanciato un audace contro attacco: eseguirebbe, infatti, un buy back (riacquisto) di $5,4 miliardi delle sue stesse obbligazioni in circolazione. Il prezzo delle sue obbligazioni – e soprattutto dei suoi CoCo bonds – si è rialzato e il pericolo si è ridotto.

Molto più avanti, il giorno successivo al voto sulla Brexit del 23 Giugno, le azioni della Deutsche Bank sono crollate il 14%. La banca ha poi subito tre successivi colpi alla fine di Giugno. Primo, gli spreads dei suoi Credit Default Swaps (CDS) si sono drasticamente rialzati a 230 punti base, salendo dai 95 punti base rispetto a inizio anno. Questi spreads indicano le probabilità di fallimento assegnate dal mercato. Secondo, Deutsche Bank è stata nuovamente bocciata ai test CCAR. Infine, l’ultimo report Nazionale del FMI ha evidenziato che “Deutsche Bank sembra essere il maggiore contribuente netto al rischio sistemico” nel sistema finanziario mondiale ed ha avvertito le autorità Tedesche di (ri)esaminare urgentemente le loro procedure di risoluzione delle crisi bancarie.

Meno di una settimana più tardi, i CoCo bond della Deutsche Bank sono crollati di nuovo, arrivando a quotare 75 centesimi su 1 euro. Il Primo Ministro Italiano, Matteo Renzi, ha poi rincarato la dose, affermando, che le difficoltà che stanno affrontando le banche italiane circa i loro ben pubblicizzati prestiti in sofferenza, erano minime se comparate ai problemi che hanno le altre banche Europee con le loro esposizioni in derivati. Citando le sue parole:

Se questo problema dei prestiti in sofferenza vale uno, la questione dei derivati delle altre banche, grandi banche, vale cento. Questo è il rapporto: uno a cento.

Faceva riferimento all’enorme dimensione delle posizioni in derivati della Deutsche Bank.

In questa pubblicazione do uno sguardo alla posizione finanziaria di Deutsche Bank usando informazioni principalmente tratte dal suo ultimo Report Annuale. Desidero porre l’accento su due punti. Il primo è che sebbene ci siano problemi circa la mancanza di trasparenza sulla posizione in derivati della banca tedesca, la dimensione da sola non costituisce il problema. Invece, il problema principale è la sua leva finanziaria – la dimensione della sua “riserva di capitale” in rapporto alla sua esposizione o ammontare a rischio – che è basso e sta diminuendo velocemente.

 

Le posizioni in derivati di Deutsche Bank

A pagina 157 del suo report annuale: Passion to Perform del 2015, la banca tedesca riporta che al 31 dicembre 2015 l’ammontare nozionale totale della sua posizione in derivati era appena sopra € 41,9 trilioni, equivalenti a circa $ 46 trilioni, oltre il doppio del PIL degli Stati Uniti. Questo numero è grande, è veramente un numero spaventoso. Quello che conta non è la dimensione della posizione nozionale in derivati della Deutsche Bank ma la sua esposizione, cioè quanto rischia di perdere la banca?

Senza dubbio questa esposizione non sarà vicina al valore nozionale totale ma può essere solo una sua frazione. La prima ragione è perché il valore nozionale di alcuni derivati – come alcuni Swaps – comporta un’esposizione al rischio trascurabile per la loro stessa natura. Una seconda ragione è che molti di questi derivati avranno delle esposizioni controbilanciate, in tal modo le perdite su una posizione saranno compensate dai guadagni sulle altre.

Nella stessa pagina, Deutsche Bank dichiara il valore netto di mercato della sua esposizione in derivati: € 18,3 miliardi, solo 0,04 percento del suo ammontare nozionale totale. Comunque, questa cifra è certamente una sotto stima dell’esposizione in derivati della banca.

E’ una cifra inattendibile poiché molti dei suoi derivati sono valutati usando metodi inattendibili. Come molte banche, Deutsche Bank usa una gerarchia di tre livelli per valutare congruamente i suoi attivi. Il più attendibile, il Livello 1, si riferisce agli attivi negoziati e li valuta ai loro prezzi di mercato. Gli attivi del Livello 2 (come gli MBS, titoli garantiti da mutui ipotecari) non sono negoziati su mercati aperti e sono valutati utilizzando modelli calibrati su dati osservabili, come i prezzi di altri mercati. Il più oscuro, il Livello 3, si riferisce agli strumenti più esoterici (come i CDS e i CDO più complessi e illiquidi) che sono valutati utilizzando modelli non calibrati su dati reali di mercato – in pratica sono valutati a prezzi “ideali”. La possibilità di errore e abuso è talmente ovvia da non richiedere altri approfondimenti. Pagina 296 del Report Annuale valuta gli attivi del Livello 2 a € 709,1 miliardi e gli attivi del livello 3 a € 31,5 miliardi o rispettivamente 1.456 percento e 65 percento della sua misura principale di patrimonio, il Tier 1( o patrimonio di base). Dall’esterno non vi è modo di controllare queste valutazioni e gli analisti non hanno scelta ma devono lavorare con questi numeri rimanendo dubbiosi sulla loro attendibilità.

Il valore netto di mercato di €18,3 miliardi dei suoi derivati è probabilmente una sotto stima poiché si basa su ipotesi (per esempio riguardo l’efficacia della copertura)e valutazioni troppo ottimistiche. Il management della banca vuole impressionare analisti e investitori con i suoi report poiché questa dipende dalla loro fiducia.

I Principi Contabili Internazionali (IFRS) utilizzati da Deutsche Bank permettono anche una notevole autonomia per giochi contabili, e non solo per i derivati: l’inadeguatezza degli IFRS usati sta anche nella carenza di riserve per le perdite attese e la vulnerabilità di questi nel contenere la manipolazione degli utili.[2]

L’esperienza conferma che le perdite su alcune posizioni in derivati (per esempio i CDS) possono essere maggiori di molti multipli rispetto alle proiezioni delle loro esposizioni basate su modelli o principi contabili.[3]

Per tutte queste ragioni, la vera esposizione in derivati è probabilmente considerevolmente più alta – che stimerei approssimativamente molti multipli in più – di ogni valore numerico netto di mercato.[4]

In breve, l’esposizione in derivati di Deutsche Bank è molto più di € 18,3 miliardi, anche se è comunque solo una piccola frazione dello spaventoso numero in “prima pagina” di €41,9 trilioni.

La contabilità bancaria è il più nero dei buchi neri.

 

Il rapporto di leva finanziaria di 3,5 percento dichiarato da Deutsche Bank

Si deve ricordare che il numero da focalizzare quando si valuta l’esposizione al rischio di una banca è il suo coefficiente di leva finanziaria.[5] Tradizionalmente, il termine “leva finanziaria” (o alcune volte “coefficiente di leva finanziaria”) era usato per indicare il rapporto tra le attività totali della banca e il suo patrimonio base. Comunque, da quando sono in vigore le norme patrimoniali di Basilea III, lo stesso termine “coefficiente di leva finanziaria”è ora utilizzato per indicare il rapporto tra il patrimonio base di una banca rispetto a un nuovo indicatore noto come la sua esposizione a leva. Basilea III utilizza l’esposizione a leva al posto delle attività totali poiché il primo di questi due prende in considerazione alcuni rischi fuori bilancio che il secondo non considera. Comunque, di solito non vi è molta differenza in pratica tra l’ammontare delle attività totali e quello dell’esposizione a leva. Possiamo quindi dedurre che l’indice di leva finanziaria di Basilea III è (approssimativamente) l’inverso del tradizionale coefficiente di leva finanziaria.

Muniti di queste definizioni, guardiamo i numeri. A pag.31,130 e 137 del suo Report Annuale, Deutsche Bank dichiara che alla fine del 2015, il suo coefficiente di leva finanziaria secondo le regole di Basilea III, il rapporto tra il suo Tier 1 (€48,7 miliardi) (patrimonio di base) e la sua esposizione a leva (€1.395 miliardi) era 3,5 percento. [6] Questo coefficiente di leva finanziaria implica che solo una perdita di 3,5 percento della sua esposizione a leva ( o approssimativamente, delle sue attività totali) sarebbe sufficiente per azzerare tutto il suo patrimonio di base (Tier 1 capital).

E’ corretto pensare che una riserva di capitale del 3,5 percento è bassa. Il coefficiente di leva finanziaria del 3,5 percento di Deutsche Bank è anche più basso di quello di alcuni dei suoi concorrenti ed è circa la metà di quello della maggiori banche americane.

Si potrebbe anche comparare questo coefficiente di leva finanziaria del 3,5 percento di Deutsche Bank con gli standard normativi. Secondo le regole di Basilea III, il minimo assoluto (Tier 1) coefficiente di leva finanziaria richiesto è 3 percento. Secondo la logica del Prompt Corrective Action (PCA) americano (meccanismo d’immediata azione correttiva per le banche in caso di carenza di capitale) una banca è considerata “ben capitalizzata” se il suo coefficiente di leva finanziaria è almeno 5 percento, “adeguatamente capitalizzata” se lo stesso coefficiente è almeno 4 percento, “sottocapitalizzata” se è inferiore a 4 percento, “significativamente sottocapitalizzata” se è meno del 3 percento, e “criticamente sottocapitalizzata se il rapporto tra patrimonio netto tangibile e le attività totali è inferiore o uguali a 2 percento.[7]

Dal 1 gennaio 2018 la Federal Reserve imporrà un requisito minimo del 5 percento per il coefficiente di leva finanziaria per 8 banche americane capogruppo di categoria G-SIB (Banca d’importanza sistemica globale) e un coefficiente minimo di leva finanziaria del 6 percento per le loro filiali garantite dallo stato.[8]

Quindi, (a) il coefficiente di leva finanziaria di Deutsche Bank non è molto più alto di quello minimo assoluto richiesto da Basilea III, (b) secondo la logica del PCA è “sottocapitalizzata” e (c) sarà inferiore di molto ai prossimi requisiti minimi richiesti per le grandi banche americane.

Un coefficiente di leva finanziaria del 3,5 percento è anche una frazione degli standard minimi di capitale proposti dagli esperti. Riguardo quest’ argomento, nel 2010, una lettera importante scritta da Anat Admati e altri 19 rinomati esperti indirizzata al Financial Time, raccomandava un livello minimo di leva finanziaria di almeno 15 percento, che sembra essere vicino al coefficiente di leva finanziaria medio delle banche americane nel periodo in cui fu fondata la Fed.

Ci sono anche validi motivi per credere che il valore di 3,5 percento sovrastimi il “vero” coefficiente di leva finanziaria della banca. Senza considerare gli incentivi da parte della banca a sopravvalutare la sua solidità finanziaria, che ho citato prima, il primo punto qui da notare è che Deutsche Bank utilizza come valore al numeratore il Tier 1 capital, e che €48,7 miliardi è un cuscinetto di capitale piccolo per una banca d’importanza sistemica.

 

Il numeratore nel coefficiente di leva finanziaria : il patrimonio di base

Analizziamo ulteriormente il numeratore, e poi il denominatore.

Ricordiamo che ho definito patrimonio di “base” il numeratore del coefficiente di leva finanziaria. Il punto è che il patrimonio di base è il capitale “resistente al fuoco”sul quale la banca può fare affidamento nel momento caldo di una crisi. L’indice di liquidità immediata di un componente di bilancio del patrimonio di base è semplice: se la banca fallisse domani, questo componente avrebbe un valore? Se la risposta è Si, questo elemento del patrimonio è considerato “di base”; se la risposta è No, allora non lo è.

Esempi di componenti del patrimonio che fallirebbero questo test ma che sono ancora comunemente ma erroneamente inclusi tra i valori del patrimonio di base sono l’avviamento e le imposte anticipate (DTA), che permettono alla banca di farsi rimborsare le tasse o le perdite registrate se/quando la banca in seguito ritorna alla redditività.

Deutsche Bank dichiara anche (p.130) un indicatore del patrimonio più conservativo, il Common Equity Tier 1 (CET1), uguale a €44,1 miliardi. Questo parametro sarebbe stato più appropriato poiché esclude le componenti del patrimonio intangibili e di qualità non primaria – che incrementano il patrimonio di base – che sono invece inclusi nel parametro Tier 1.

Se sostituiamo il parametro Tier 1 con CET1, otteniamo un coefficiente di leva finanziaria di 44,1 / 1.395 = 3,16 percento.

Comunque perfino il CET1 sovrastima il patrimonio base della banca. Questa sopravvalutazione è causata dalla definizione normativa di CET1 che include un insieme non appropriato di quasi il 15 percento di componenti del patrimonio non appartenenti al CET 1 (poiché non tangibili), come le imposte anticipate (DTA), Diritti Ipotecari, e strumenti di capitale di altre istituzioni.[9] La conseguenza è che il CET1 approvato da Basilea III può sopravvalutare il “vero” CET1 quasi fino a 1/0,85-1=17,5 percento.

Anche senza considerare questo ridicolo insieme di componenti del capitale – che non furono altro che una concessione alle lobbies bancarie per ammorbidire i requisiti di capitale richiesti – il CET1 “puro” ancora sovrastima il patrimonio di base. Basilea III definisce il CET1 come (approssimativamente) il Patrimonio netto Ordinario Tangibile (TCE), più gli utili realizzati, altri redditi accantonati e altri utili dichiarati.[10 ]Tra questi elementi, solo il TCE può essere realmente considerato un indicatore del patrimonio di base, poiché gli altri elementi (soprattutto gli utili non distribuiti) sono manipolabili, infatti, questi elementi non sono affatto considerabili come patrimonio di base.

Che cosa è esattamente il Patrimonio netto Ordinario Tangibile? Per “tangibile” s’intende una misura che non considera attivi immateriali come l’avviamento o le imposte anticipate, e per “ordinario” si intende un valore che non considera componenti del patrimonio di importanza prioritaria rispetto ad altri come le azioni privilegiate o altri strumenti ibridi di capitale come i CoCo Bonds.

L’importanza del TCE come indicatore basilare del patrimonio di base è stata evidenziata in un discorso del 2011 dal governatore della Federale Reserve Daniel Tarullo. Riflettendo sull’esperienza della crisi finanziaria globale, Tarullo ha osservato:

E’ istruttivo che al culmine della crisi, le controparti e gli altri operatori di mercato, per valutare il merito creditizio o la stabilità complessiva delle istituzioni finanziarie guardavano quasi esclusivamente l’ammontare del patrimonio ordinario tangibile da queste posseduto e sostanzialmente ignoravano del tutto qualsiasi indicatore di patrimonio più ampio. [11]

In conseguenza di ciò, lo stesso CET1 è un indicatore di patrimonio troppo ampio ma non abbiamo quei dati che realmente vorremmo sull’indicatore TCE.

 

Il denominatore nel rapporto di leva finanziaria: esposizione a leva vs attività totali, entrambi troppo bassi

Analizzando il denominatore, si nota subito che l’esposizione a leva (€1.395 miliardi) è di meno delle attività totali dichiarate (€1.629 miliardi, p.184). Ricordiamo che l’esposizione a leva dovrebbe includere i rischi fuori bilancio che l’indicatore delle attività totali ignora, ma non li comprende. Al contrario, l’indicatore che include (alcune) delle esposizioni fuori bilancio è più piccolo dell’indicatore delle attività totali che non le include. Se quanto detto è complesso per la vostra mente, allora il vostro cervello sta lavorando. L’esposizione a leva è troppo bassa.

Se sostituiamo l’esposizione a leva al denominatore con le attività totali, si ottiene un coefficiente di leva finanziaria di 44,1/1.629 = 2,71 percento, che è tranquillamente sotto il minimo assoluto del 3 percento previsto da Basilea III. Ma lo stesso indicatore delle attività totali è troppo basso, poiché ignora i rischi fuori bilancio, che in genere riducono le esposizioni a bilancio.

In breve, il coefficiente di leva finanziaria del 2,7 percento sovrastima il coefficiente di leva finanziaria “vero” poiché il numeratore è sovrastimato e il denominatore è sottostimato.

 

Valore di mercato vs valore contabile di bilancio

Ci sono anche ulteriori problemi. Il coefficiente di leva finanziaria del 2,7 percento è una stima del valore contabile iscritto a bilancio. Il valore di mercato, che è la stima espressa dal prezzo delle azioni della Deutsche Bank, dovrebbe corrispondere alla stima del valore contabile. In questo contesto, il prezzo delle azioni è un indicatore più affidabile poiché riflette le informazioni disponibili sul mercato, mentre il valore contabile di bilancio riflette semplicemente le informazioni della contabilità. Se ci sono nuove informazioni, o se il mercato non crede ai dati in bilancio, allora il valore di mercato rifletterà quell’opinione del mercato, ma il valore contabile di bilancio non lo farà.

Si può ottenere una stima del valore di mercato moltiplicando il valore contabile per il quoziente Price/Book della banca, che era 44,4 percento alla fine del 2015. Così, attualmente il mercato attribuisce un valore di mercato al coefficiente di leva finanziaria della Deutsche Bank pari a 2,71 percento (per) 44,4 percento = 1,20 percento.

Da allora il prezzo delle azioni della banca è sceso almeno del 43 percento, pertanto l’ultimo valore di mercato del coefficiente di leva finanziaria della Deutsche Bank è ora circa 0,71 percento.

 

Implicazioni politiche

Quindi quale sarà il destino della banca più pericolosa a livello sistemico? A rischio di rimangiarmi le mie parole, non credo che Deutsche Bank potrà continuare a operare ancora a lungo senza alcun intervento : i suoi problemi cronici sono diventati acuti. Oltre ai suoi problemi di bilancio, sostiene dei costi di finanziamento che eccedono la redditività dei suoi impieghi, ha una cattiva gestione del rischio, ha delle infrastrutture informatiche antiquate, un’incapacità di gestire la sua stessa complessità e i suoi utili in caduta – e non ha ancora raggiunto il picco della sua crisi. Deutsche Bank mi ricorda proprio un pugile alle corde: è sufficiente solo un altro duro colpo per andare al tappeto.

Se la mia analisi è corretta, ci sono solo 3 possibilità politiche. #1 Deutsche Bank sarà lasciata fallire, #2 sarà salvata dall’interno (cioè con i soldi di investitori e correntisti) #3 sarà salvata dall’esterno dallo stato.

Possiamo escludere l’ipotesi #1: le autorità tedesche / la BCE lasciando fallire la Deutsche Bank innescherebbero il collasso del sistema finanziario Europeo e non possono permettersi di sopportare questo rischio. Deutsche Bank è troppo grande per fallire.

La loro opzione preferita sarebbe la #2, un salvataggio dall’interno, l’unica procedura di risoluzione delle crisi permessa dalle regole dell’Unione Europea, ma questa non funzionerà. Le autorità avrebbero paura di turbare gli investitori che sarebbero chiamati a contribuire al salvataggio e comunque il capitale di questi non sarebbe sufficiente.

Queste considerazioni ci conducono all’opzione politica di ultima istanza – il buon-vecchio-cattivo salvataggio a spese dei contribuenti. Non importa che le regole dell’Unione Europea non lo permettono e che si era promesso di non farlo più. Non importa, qualsiasi cosa sia necessaria.

______________

[1] I possessori dei CoCo bond temono che le condizioni che attivano la conversione delle loro obbligazioni possano essere violate e quindi che queste possano essere convertite in azioni che potrebbero presto diventare prive di valore.

[2] Confronta T. Bush, “UK and Irish Banks Capital Losses – Post Mortem,” Local Authority Pension Fund Forum, 2011) e G. Kerr, “Law of Opposites: Illusory Profits in the Financial Sector,” Adam Smith Institute, 2011.

[3] A. G. Haldane, “Capital Discipline,” discorso tenuto presso l’Associazione Economica Americana, a Denver, Colorado, il 9 Gennaio 2011, grafico 3.

[4] Infatti, come conferma parziale di questa ipotesi, a p. 137, il Report Annuale fornisce una stima dell’esposizione totale in derivati di €215 miliardi, quasi 12 volte il valore netto di mercato di €18,3 miliardi della sua posizione in derivati e oltre 4 volte il suo Tier 1 capital.

[5] Nel suo Report Annuale, Deutsche Bank evidenzia come indicatore di patrimonio “primario” il suo indicatore di patrimonio Tier 1, ottenuto rapportando il patrimonio Tier 1 all’attivo ponderato per il rischio (RWA): il rapporto è 12,3 percento se si utilizzano gli indicatori “completi”, che presuppongono che la Direttiva sui Requisiti Patrimoniali (CCR/CRD4) sia stata pienamente implementata. Comunque, l’indicatore RWA non è affidabile (confronta qui) e questi “così detti” indicatori patrimoniali sono fittizi, soprattutto poiché assumono che la maggior parte delle attività è priva di rischio. Per illustrare meglio, il rapporto tra l’RWA di Deutsche Bank su le attività totali è solo 24,4 percento, ciò indica che il 75,6 percento delle attività della banca sono prive di rischio!

[6] Questi numeri si riferiscono a CRR/CRD 4 indicatori “completi”.

[7] Confronta qui, p. 2.1-8.

[8] Confronta Board of Governors of the Federal Reserve System,” Agencies Adopt Enhanced Supplementary Leverage Ratio Final Rule and Issue Supplementary Leverage Ratio Notice of Proposed Rulemaking.” Press release, 8 Aprile 2014.

[9] Per ulteriori informazioni, confrontaT. F. Huertas, “Safe to Fail: How Resolution Will Revolutionise Banking,” New York: Palgrave, 2014, p. 23; e “Basel III: A global regulatory framework for more resilient banks and banking systems,” (Comitato di Basilea, Giugno 2011), pp. 21-6 e appendice 2.

[10] Per una definizione più completa del CET1 capital, confronta il Comitato di Supervisione Bancaria di Basilea (BCBS) “Basel III: A global regulatory framework for more resilient banks and banking systems,” (Comitato di Basilea, Giugno 2011), p. 13.

[11] D. K. Tarullo, “The Evolution of Capital Regulation,” discorso tenuto a the Clearing House Business Meeting and Conference, New York, 9 Novembre 2011.

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La parola grilletto

Lun, 03/10/2016 - 10:19

Nel mio articolo precedente, ho menzionato alcuni termini della “lingua di legno” che domina al giorno d’oggi il dibattito pubblico in Brasile, anche e soprattutto tra gli intellettuali che invece dovrebbero – come primo dovere – analizzare il linguaggio corrente per liberarlo dal potere ipnotico degli stereotipi e ristabilire quindi il corretto legame tra lingua, percezione e realtà.

Tuttavia non penso che gli stereotipi siano inutili. Ai demagoghi ed agli imbroglioni i luoghi comuni servono a risvegliare nella gente – per forza del mero automatismo semantico dovuto all’uso ripetitivo – le emozioni e le reazioni desiderate. Per gli studiosi, essi sono invece utili per distinguere il discorso demagogico dal discorso tecnico. Senza questa distinzione, qualsiasi analisi scientifica della società o della politica diventa impossibile.

Il linguaggio degli stereotipi si caratterizza per tre aspetti inconfondibili:

  1. Scommette sull’immediato effetto emotivo provocato dalle parole, aggirando così l’esame degli oggetti ed esperienze corrispondenti.

  2. Cerca di dar l’impressione che le parole siano una riproduzione diretta della realtà, dissimulando la storia di come gli attuali significati siano dati dall’uso ripetitivo, dall’espressione di preferenze e scelte umane. Confondendo appositamente parole e cose, l’uomo politico dissimula la propria azione e induce la gente a credere che egli decide liberamente basandosi su una visione diretta della realtà.

  3. Conferisce l’autorevolezza di verità assolute ad affermazioni che, nel miglior dei casi, hanno una validità relativa.

Un esempio è l’uso che i nazisti fecero del termine “razza”. E’ un concetto complesso ed ambiguo, dove si mescolano elementi di anatomia, di antropologia fisica, di genetica, di etnologia, di geografia umana, di politica e persino di religione. L’efficacia del termine nella propaganda dipendeva precisamente dal fatto che questi elementi rimanessero mescolati e indistinti, formando una sintesi confusa capace di evocare un sentimento d’identità di gruppo. Ecco perché la Gestapo fece divulgare il libro di Eric Voegelin (Razza. Storia di un’idea, 1933), uno studio scientifico senza alcun intento politico: per funzionare come simbolo ispiratore dell’unità nazionale, il termine doveva sembrare una traduzione immediata di una realtà visibile, non quel che effettivamente era, cioè il prodotto storico di una lunga raccolta di congetture altamente discutibili.

Allo stesso modo, il termine ‘fascismo’ – che se compreso scientificamente si applica appunto a tanti governi di sinistra del terzo mondo (vedere A. J.Gregor, Ideology of Fascism, 1969, e Interpretations of Fascism, 1997) -viene usato dalla sinistra come stereotipo ingiurioso per denigrare idee del tutto estranee al fascismo come la libertà di mercato, o anti-abortismo oppure odio popolare al Mensalão (tangentopoli brasiliane del 2005).

In un dibattito, ho sentito una volta affermare un illustre professore dell’Università di San Paolo (USP): “Liberalismo è fascismo!” Gentilmente chiesi che il personaggio citasse un esempio – solamente uno – di governo fascista che non praticasse un rigido controllo statale dell’economia. Ovviamente non ne citò alcuno. Nel suo illustre linguaggio, il termine “fascismo” non era espressione di un’idea o di una realtà: era una parola-grilletto formulata per risvegliare reazioni automatiche.

Già a prima vista, dovrebbe essere evidente che i termini utilizzati nel dibattito politico e culturale raramente denotano realtà – oggetti del mondo esteriore – bensì un amalgama di congetture, aspettative e preferenze umane; che nessuna di queste parole ha quindi alcun significato oltre l’insieme di contraddizioni e difficoltà che contiene, attraverso le quali – e solo attraverso le quali – finiscono per rappresentare qualcosa del mondo reale. Puoi sapere cosa è un gatto semplicemente guardando un gatto, però “democrazia”, “libertà”, “diritti umani”, “uguaglianza”, “reazionario”, “preconcetto”, “discriminazione”, “estremismo” ecc. sono entità che esistono nel confronto dialettico delle idee, valori ed attitudini.

Chiunque usi queste parole dando l’impressione che riflettano realtà immediate e non problematiche, ma riconoscibili a colpo d’occhio, è un demagogo ed imbroglione. Chi scrive o parla così non vuole risvegliare in te la coscienza di come vanno le cose, ma solo una reazione emotiva favorevole a se stesso, al suo partito, ai propri interessi. E’ uno spacciatore di stupefacenti facendosi passare per un intellettuale e professore.

La frequenza con la quale le parole-grilletto vengono utilizzate nel dibattito pubblico come simboli di premesse autoevidenti, come valori incontestabili e criteri infallibili del giusto e sbagliato dimostrano che il semplice concetto di attività intellettuale responsabile è scomparso dall’orizzonte culturale dei nostri “opinion leaders”, sostituito da una caricatura pubblicitaria e demagogica.

Come siamo arrivati a questo punto? Indagarlo è faticoso, ma non particolarmente complicato. Basta ricostruire il processo di “occupazione di spazi” nei mass media, nelle scuole e nelle istituzioni culturali, che ha omologato – a causa dell’uso eccessivo di luoghi comuni – il linguaggio dei dibattiti pubblici e magnetizzato di valori positivi o negativi, attraenti o ripugnanti, un determinato repertorio di parole che vengono ad essere utilizzate come un grilletto di reazioni automatizzate, uniformi e completamente prevedibili.

Se ti sei abituato ad avere sempre le stesse reazioni di fronte delle stesse parole, finisci per vedere solamente quel che sei capace di dire e difficilmente riesci a pensare in modo diverso da quel che i padroni del vocabolario ti hanno costretto a pensare.

Questo è stato uno principali meccanismi tramite il quale la festosa “democratizzazione” del Brasile ha finito per cancellare, in pratica, la possibilità di qualsiasi dibattito sostanziale su quel che essa effettivamente sia.

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L’enigma dell’inflazione

Ven, 30/09/2016 - 09:39

Come termine economico “inflazione” è l’abbreviazione di “inflazione dell’offerta di moneta”.

Tuttavia l’opinione pubblica la intende generalmente come “aumento dei prezzi” e ciò non deve sorprendere poiché uno degli effetti più comuni dell’aumento dell’offerta di moneta è proprio un aumento generale dei prezzi. I sostenitori delle politiche governative spesso affermano che “se l’allentamento quantitativo (QE) ed il suo pessimo gemello – la riserva frazionaria delle banche – sono così terribili, perché l’inflazione ancora non si vede?”

Per affrontare questo enigma, ci sono sei fattori tra loro connessi e degni di nota:

Primo: dobbiamo essere chiari circa i termini che stiamo usando.

Invece di parlare di “inflazione” in termini generici come sopra, è più appropriato parlare di svalutazione monetaria, che è l’effetto reale della creazione con ogni mezzo della moneta cartacea a corso legale (fiat). Noi sperimentiamo una svalutazione della moneta come diminuzione del potere di acquisto. Due facce della stessa medaglia: una riflette l’altra.

Secondo: la suddetta domanda trascura il fatto che le rilevazioni usate in questo processo sono di per sé inattendibili. La diminuzione del potere di acquisto è più evidente quando misurata oggettivamente in confronto ad una materia prima essenziale come il petrolio (piuttosto che in riferimento all’Indice dei Prezzi al Consumo, CPI). Il CPI si propone di riflettere il prezzo di componenti selezionati da statistici del governo in quello che essi considerano essere un tipico – ma ipotetico – paniere “di beni e servizi di consumo”. Questo paniere, il cui contenuto è periodicamente modificato, risulta in un indice che non può essere considerato un indicatore oggettivo. Questo convalida le alchimie di non- indipendenti statistici del Tesoro e si riferisce a dei beni che difficilmente sono presenti nel mio o nel vostro carrello della spesa.

Misurare il prezzo del petrolio in termini di oro.

Nel 1966 (50 anni fa) il prezzo di un barile di petrolio era pari a 3,1 dollari. Ora è appena sotto ai 50 dollari: così sembra che il prezzo del petrolio sia aumentato. Ma questo incremento apparente è piuttosto la misura della diminuzione del potere d’acquisto del dollaro nello stesso periodo: una diminuzione di circa 94%! Inoltre, l’apparente incremento del prezzo di un barile di petrolio sparisce quando è misurato in confronto ad una materia prima stabile, come l’oro, piuttosto che in confronto ad un’instabile unità di moneta legale cartacea, come il dollaro.

Ed ecco perché: 50 anni fa il prezzo dello stesso barile di petrolio era equivalente a 2,75 grammi di oro. Oggi è equivalente a 1,0 grammo di oro – pertanto il potere di acquisto dell’oro, misurato in barili di petrolio, si è quasi triplicato.

La capacità dell’oro di misurare la svalutazione in corso praticamente di ogni moneta consiste, di certo, nella sua stessa relativa stabilità in termini di quantità. Sebbene ci siano nuove fonti di offerta – principalmente l’estrazione mineraria – la sua estrazione e produzione è costosa e strettamente controllata. E, più importante, il suo valore non può essere svalutato da una stampante di un governo centrale.

L’esempio del petrolio inoltre evidenzia inoltre la differenza tra moneta stabile e moneta cartacea a corso legale (es. sterlina, dollari, yen, yuan, euro). In pratica, le politiche monetarie di ogni banca centrale probabilmente aggraveranno questo problema nel prossimo futuro. Tale è il dominante livello d’ignoranza ovunque si guardi.

Terzo: la nuova moneta appena creata DEVE andare da qualche parte e così va nelle mani dei suoi primi destinatari – le banche, le istituzioni finanziarie, le istituzioni del governo e le categorie abbienti del paese che meno ne necessitano – allargando gratuitamente la differenza tra ricchi e poveri e creando così bolle speculative nelle proprietà, nelle auto di lusso, nelle imbarcazioni ed in una miriade di gingilli che solo pochi ricchissimi possono permettersi di acquistare. Pertanto mai dire che non c’è “inflazione dei prezzi”, ma semplicemente che i prezzi di questi beni non figurano nelle statistiche ufficiali del CPI.

Quarto: la Banca Centrale Europea (BCE) è piuttosto in gamba nel creare denaro dal nulla e le banche all’interno dell’eurozona devono pertanto fare affidamento su di essa per sopravvivere. La solvibilità dei paesi del sud dell’area euro dipende dalla promessa di iniezioni di liquidità senza limiti a sostegno (“qualsiasi cosa sarà necessaria, M. Draghi!”) da parte della BCE – ma finchè non arriva effettivamente, questi paesi utilizzano i propri migliori strumenti coercitivi per sostenere con ogni mezzo (lecito o illecito) le loro banche insolventi. In Italia, per esempio, il governo ha ora “invitato” i fondi pensione del paese ad investire 500 milioni di euro in un fondo bancario chiamato “Atlante” che è stato formalmente costituito come compratore di ultima istanza per aiutare i creditori italiani (i cui debiti inesigibili corrispondono ad un quinto del PIL) a ridurre le loro esposizioni tossiche! Investire? E’ uno scherzo? Avendo esaurito il denaro della gente comune, ora il governo italiano sta cercando di razziare i fondi pensione nazionali.

Quinto: nello stesso ritornello avrete senza dubbio sentito riferirsi a “liquidità dall’elicottero”. Questa è una variante del QE preferita da alcuni politici che parlano tranquillamente della necessità di un “QE per la gente comune”! L’idea è quella di aggirare i burocrati del tesoro elargendo nuova liquidità appena stampata direttamente alle persone, così queste (piuttosto che le categorie sociali già ricche) possono beneficiare dell’abbondanza ed aiutare l’economia spendendo la loro nuova ricchezza. Ancora, questa idea commette l’errore fondamentale di equiparare “moneta” e “ricchezza”. Se tutti improvvisamente scoprono che aiuti finanziari gratuiti hanno gonfiato i loro conti bancari, quanto ci vorrà prima che tutti i prezzi aumentino? (E poiché anche la liquidità lanciata dall’elicottero – per la gente comune – ha origine nella banca centrale, di certo la City ci metterà le mani comunque per prima).

Sesto: il punto riguarda l’effetto deleterio della decisione totalmente errata di sopprimere i tassi di interesse i quali, se fossero liberi di trovare nel mercato il loro livello di equilibrio, rappresenterebbero il valore temporale del denaro, o quello che il settore privato è disposto a pagare per la liquidità (sia per spendere ora o risparmiare per necessità future).

La soppressione dei tassi di interesse è l’ennesimo tentativo disperato di stimolare la domanda, sperando che questa possa stimolare l’attività economica e produttiva. Ma questo è in contrasto con la cd. Legge di Say secondo cui, correttamente, si produce al fine di consumare. Al contrario questo conduce all’idiozia della “gestione della domanda”: come se stimolando la domanda si generasse magicamente la produzione necessaria per soddisfare quella stessa domanda! Se fosse vero, Venezuela e Zimbabwe si contenderebbero proprio ora il titolo di economie più prospere del mondo.

La soppressione dei tassi di interesse distrugge la misura naturale della preferenza temporale. Questa frena molti progetti d’investimento di lungo periodo in infrastrutture, semplicemente perché nessun imprenditore privato di progetti d’investimento avvierà un’impresa il cui costo non può essere quantificato in modo attendibile. Dopo di tutto, chi può sapere quando i tassi di interesse saliranno? E quale sarà il costo economico per il progetto? L’incertezza soffoca l’azione.

Il rischio di una cattiva allocazione dei capitali è semplicemente troppo alto per il settore privato delle costruzioni, basta guardare ai numerosi fallimenti del settore pubblico: ci sono aeroporti Spagnoli sui quali non atterra alcun aereo ed autostrade portoghesi sulle quali non passano automobili.

Ed in questo paese? Basta attendere HS2, le nuove piste di atterraggio, Hinckley (e tutti gli altri progetti faraonici “a tassi zero” che avranno il via libera) che non sono mai stati soggetti ad alcun calcolo economico attendibile. Pertanto cosa concludiamo in merito al settore produttivo? I tassi di interesse prossimi a zero favoriscono i programmi d’investimento a breve termine che richiedono un capitale minimo come linee di produzione a basso rischio di beni economici. Per questo vediamo ovunque negozi “tutto a 99 centesimi” o” tutto ad 1 dollaro” e tutti gli altri miseri negozietti che infestano ogni strada delle periferie creando appunto l’illusione di un’inflazione nulla. Che è da dove siamo partiti.

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