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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 22 min 44 sec fa

Cosa ci rende più sicuri?

Lun, 15/06/2015 - 07:28

“Con questo orologio sento di poter facilmente fare una telefonata d’emergenza in caso mi senta minacciata per strada.” scrive una donna nell’elogiare il nuovo Apple Watch. Niente più affannose ricerche nella borsetta per poi accorgersi di aver pescato l’oggetto sbagliato. In caso poi abbia bisogno di indicazioni stradali, non dovrà più camminare fissando uno schermo: l’orologio invia vibrazioni a destra e sinistra sul polso per segnalare le svolte da prendere. Oltre a ciò, prosegue la commentatrice, c’è la possibilità di usarlo per chiamare un taxi in tarda notte, in caso nutra dubbi sulla sobrietà del guidatore designato. Tutto ciò è più utile di una bottiglietta di spray urticante, soluzione questa comunque vietata in diversi paesi, ed ha come risultato quello di una vita più sicura.

Da quel commento io traggo due insegnamenti: primo, che le donne abbiano un motivo in più per interessarsi alla propria sicurezza, potendo lo Stato fare assai poco a livello pratico in tale ambito, come esse ben sanno. Secondo, che la tecnologia stia fornendo loro, un dispositivo alla volta, una valida risposta alla domanda di sicurezza.

La gente spesso trascura di riflettere sui molti modi in cui il settore privato e le innovazioni frutto di imprenditorialità stiano davvero offrendo a tutti noi ciò che lo Stato è solito promettere. Sistemi di allarme, guardie private, serrature economiche, sistemi di sorveglianza, applicazioni software, sistemi a circuito chiuso e costante connettività: tutto ciò ha fatto di più per garantirci un mondo sicuro di quanto l’insieme di poliziotti, corti e prigioni sia mai riuscito. Non vi è dubbio poi che le violenze di ogni sorta stiano diminuendo drasticamente: gli omicidi sono in calo, le aggressioni pure come anche gli stupri e i reati contro la proprietà. E questo su base globale.

La gente intrattiene ogni tipo di teoria a riguardo: è perché ci sono più criminali in prigione o per l’invecchiamento della popolazione. E’ per via del maggior numero di poliziotti, o del loro addestramento, o del più efficiente sistema di scambio dati. E’ per via del maggior numero di armi in circolazione, o di aborti, o per il declino nel consumo di stupefacenti. E’ per l’economia in ripresa, o il minor numero di bande giovanili. Per la diffusione di farmaci psicotropi o per la benzina senza piombo. Stabilire il giusto rapporto causa – effetto è quasi impossibile.

Riflettiamo però un attimo sulle nostre vite; molte di quelle teorie sorvolano su ciò che è incredibilmente ovvio: nei vent’anni di questo andamento la tecnologia ha reso assai più difficile il furto, la rapina e l’omicidio.

Oggigiorno tutti noi camminiamo per strada con la possibilità di connetterci istantaneamente col mondo. La nostra posizione può esser resa nota con un click. Abbiamo allarmi per auto e per appartamenti, sistemi di sorveglianza per proprietà commerciali e residenziali. Molti nuovi complessi residenziali, non solo quelli per ricchi, sono progettati per una sicurezza estrema, richiedendo diversi passaggi per confermare un accesso. Il tipico appartamento urbano odierno sarebbe adatto per custodire il famoso Hope Diamond.

Anche i palmari hanno introdotto una notevole sicurezza: nelle nostre tasche portiamo la possibilità di registrare istantaneamente e diffondere globalmente dei video. E’ proprio vero: ovunque siamo, niente può più accadere che in teoria non si possa diffondere all’istante al mondo intero. Ogni ambito della vita, ed ogni suo particolare, può diventare un video da trasmettere in rete, laddove dispositivi di localizzazione permettono a chiunque di trovarci in pochi minuti.

L’Economist commenta:

Jan van Dijk, criminologo dell’Università di Tilburg nei Paesi Bassi, fa notare come negli anni ’50 e ’60 milioni di occidentali acquistarono per la prima volta automobili, televisori, registratori, gioielli e così via. Un bottino facile per i ladri.

Nei decenni successivi quelle persone si sono attrezzate con allarmi, serrature e cassette di sicurezza. Tra il 1995 ed il 2011 la proporzione di abitazioni inglesi dotate di allarme è aumentata del 50%, coprendo il 29% del totale. Beni un tempo ritenuti appetibili come bottino sono ormai trascurati: non conviene più irrompere in un appartamento per rubare un lettore DVD da €30.

Anche gli esercizi commerciali hanno investito molto in sicurezza, assumendo più guardie od installando porte intelligenti ed etichette per scoraggiare i furti.

La sicurezza privata è in molti luoghi un settore in forte crescita. In Europa il numero di guardie private è cresciuto del 90% nell’ultimo decennio, al punto da contare più addetti delle forze di polizia. I furgoni blindati sono oggi molto più difficili da scardinare e spesso sono scortati da auto della polizia. Un minor numero di imprese si trova a dover maneggiare elevate quantità di contanti e coloro che lo fanno ne detengono in minor numero presso i propri sportelli.

Non si tratta solo del fatto che la tecnologia renda il crimine più difficile, va anche considerato il fatto che essa aumenti le probabilità di essere scoperti e denunciati al pubblico. Quello della risoluzione di crimini ad opera di gruppi composti da individui isolati è un fenomeno in ascesa: reporter indipendenti oggi indagano anche tramite il setaccio dei social media. I proprietari di ristoranti usano spesso quest’ultimi per scambiarsi informazioni su truffatori e persone che non pagano il conto.

L’eco sollevata dal caso dell’omicida che ha manomesso il kayak del futuro marito è un altro grande esempio: ogni aspetto della vita dell’accusata è stato svelato. L’aver pubblicato una fotografia di sé mentre eseguiva una ruota subito dopo la morte del fidanzato è stato un indizio. In generale i social media hanno notevolmente alzato l’asta della credibilità personale, come ormai tutti sappiamo.

Nei film degli anni ’50 a un criminale sarebbe bastato valicare i confini di Stato per far perdere le proprie tracce. Farlo oggi sarebbe ridicolo: un paio di occhiali e un naso finto sono inutili quando non ti è possibile mangiare, prelevare contanti o affittare una stanza senza lasciar traccia della tua identità. Scordati anche di poter acquistare un biglietto aereo. Nell’istante in cui qualcuno sia colto sul fatto di un crimine, tutta la stampa del mondo ha accesso ai tuoi canali sociali come Instagram o LinkedIn. Persino i vecchi account MySpace non vengono cancellati.

Tutti questi aspetti del progresso tecnologico introdotto dal settore privato hanno plasmato un mondo in cui il crimine è altamente difficile, rischioso o costoso da portare a termine. Sopra tutto questo sta inoltre un fattore più potente delle forze di polizia: un libero mercato che apporta alla gente la sicurezza che desidera e per cui è disposta a pagare.

Certamente lo Stato si occupa di perseguire una frazione dei criminali e spesso impiega proprio quelle tecnologie; si consideri però da dove esse provengano: dallo spazio libero della creatività imprenditoriale, un luogo di inventiva che costantemente si adatta a soluzioni migliori senza bisogno di una pianificazione centrale, impiegando invece processi di apprendimento sociale. Dovremmo davvero credere, anche in questa epoca, che lo Stato sia la miglior fonte di sicurezza laddove il mercato non possa che fallire? Siamo seri!

Un vecchio adagio pone la sicurezza in contrasto con la libertà: ci è sempre stato detto che è necessario rinunciare a qualcosa. Dobbiamo rinunciare ad un po’ di libertà per essere più sicuri. Oppure, se preferissimo la libertà, dovremmo vivere immersi in quella paura che caratterizza lo stato selvaggio, la guerra di tutti contro tutti. Si tratta però di una falsa alternativa: stiamo infatti imparando che libertà e sicurezza possono andare per mano. E’ la libertà a consentire al mercato di lavorare per il nostro beneficio in ogni ambito della vita, incluse quelle della nostra sicurezza e mobilità in una società quanto meno violenta possibile.

Proprio qualche settimana fa è stato presentato al mondo un dispositivo da polso che ci permette in pochi secondi, chiamare un taxi, controllare la frequenza cardiaca e comunicarla a chiunque via peer-to-peer. Di affiggere messaggi su FaceBook, Instagram o Twitter che siano visibili al mondo intero. Sì, cose come queste ci rendono più sicuri e soddisfatti. La sicurezza è condizione oggetto di una domanda mondiale, e dove c’è domanda c’è un mercato pronto a soddisfarla.

(Articolo originale: What Makes us Safer? The Apple Watch or More Cops?)

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I recenti dati economici mostrano il lato positivo della deflazione

Ven, 12/06/2015 - 08:00

La Federal Reserve, la Banca Centrale Europea e la Bank of England ammoniscono ripetutamente di come la deflazione sia estremamente pericolosa per un’economia. Le banche centrali, la maggior parte degli economisti, ed i media, parlano della deflazione come uno dei più grandi disastri che possano colpire un’economia.

Data l’apparente importanza della questione – e il possibile danno collaterale delle politiche inflazionistiche – è incredibile quanto siano pochi coloro i quali si preoccupano di chiedersi la vera, fondamentale domanda: i dati storici dimostrano che la deflazione sia qualcosa di terribile? I numeri suggeriscono di no. In realtà, guardando alle recenti statistiche su PIL, inflazione ed occupazione, si potrebbe perfino dire che un po’ di deflazione sia ciò di cui molte economie avrebbero realmente bisogno. Esaminiamo alcuni esempi forniti dall’attualità.

Giappone

Il Giappone è l’unico paese occidentale ad aver sperimentato negli ultimi decenni una deflazione prolungata. Secondo l’opinione dei fobici della deflazione, quest’ultima sarebbe un disastro anche perché indurrebbe le famiglie a posticipare i loro acquisti, causando un calo dei consumi e un alto tasso di disoccupazione. Di conseguenza, il Giappone dovrebbe essere un paese caratterizzato da un’alta disoccupazione, tutto fuorché un’alta spesa per i consumi ed una qualità della vita molto più bassa di, diciamo, vent’anni fa. Il Giappone dovrebbe quindi anche essere assente da ogni confronto economico internazionale in termini di innovazione. Al contrario, il Giappone è presente nella top 5 di ogni ranking relativo ai paesi più innovativi al mondo, i consumi sono aumentati nonostante anni di diminuzione dei prezzi, il tasso di disoccupazione è più basso del 4% e le vie giapponesi sono colme di negozi pronti ad offrire ogni bene conosciuto dall’uomo.

Ovviamente, l’esperienza giapponese relativa alla deflazione potrebbe essere soltanto un’eccezione alla regola. Fortunatamente, abbiamo dei dati relativi anche ad altre economie.

Grecia

Nell’Eurozona, ci sono due paesi che recentemente sono caduti in deflazione: in Grecia, i prezzi sono in caduta sin dall’inizio del 2013; in Spagna, il tasso di inflazione annuo ha cominciato a scendere in picchiata alla fine della primavera del 2013, fino ad arrivare bruscamente allo 0% nell’autunno dello stesso anno. Da allora, è rimasto così sino all’estate del 2014, quando è ulteriormente sceso sotto lo zero.

Se diamo uno sguardo alla crescita del PIL in Grecia, scopriamo che nel primo trimestre del 2013 è calato di uno sconcertante 5.8%; in tutti i successivi trimestri dello stesso anno, il PIL greco ha continuato a scendere, sebbene con un tasso più basso. Nel primo trimestre del 2014, l’economia greca ha perso lo 0.4% della sua intera dimensione. È stato l’ultimo trimestre in cui il PIL greco è calato; da allora è tornata la crescita economica, dapprima solo allo 0.4%, per poi arrivare quasi al 2%. Quindi, l’economia ha cominciato a risollevarsi nello stesso momento in cui i prezzi hanno cominciato a scendere.

Spagna

In Spagna è possibile notare lo stesso scenario: verso la fine di Gennaio 2015, il paese iberico ha riportato una crescita economica dello 0.7%, la crescita più alta degli ultimi sette anni. Se tracciamo la crescita del PIL spagnolo negli ultimi anni, notiamo come il declino ha cominciato a rallentare nel primo trimestre del 2013 e che l’economia ha ripreso a crescere durante il terzo trimestre dello stesso anno; da allora, il PIL spagnolo è aumentato ad un tasso di crescita sempre più alto: dallo 0.2% del terzo trimestre 2013 allo 0.7% degli ultimi tre mesi del 2014. Come nel caso greco, è possibile notare come la ripresa economica abbia coinciso con la netta caduta dei prezzi e con un tasso d’inflazione diventato negativo.

I Paesi Bassi

Più a nord dell’Eurozona, nei Paesi Bassi, il tasso d’inflazione ha cominciato la sua rapida discesa nell’estate del 2013: il tasso annuo era passato da più del 3% all’1.5% in appena un paio di mesi, per poi proseguire la discesa; in meno di un anno è arrivato quasi allo 0%, stazionando su questo livello sino in tempi recenti, quando i prezzi si sono abbassati sotto lo zero.

Prendendo come modello i Paesi Bassi, se tracciamo nello stesso grafico del tasso d’inflazione annuo sia il tasso di disoccupazione sia la fiducia dei consumatori ed i loro effettivi consumi (questi ultimi persino risaliti al tasso più alto degli ultimi anni, ad un certo punto), notiamo lo stesso andamento che abbiamo visto in Grecia ed in Spagna: quasi allo stesso tempo, il tasso d’inflazione è sceso, i consumi sono cominciati a salire più rapidamente, il tasso di disoccupazione è cominciato a diminuire e la fiducia dei consumatori ha avuto una forte ripresa. Il PIL è passato dal contrarsi in ogni trimestre dall’inizio del 2012 al cominciare un’ascesa nel terzo trimestre 2013, tornando in territorio positivo negli ultimi mesi dello stesso anno e rimanendoci da allora.

I benefici della caduta dei prezzi

Perché questi sviluppi contraddicono ciò che abbiamo sentito dire dalle banche centrali e dagli economisti? Innanzitutto, il tasso d’inflazione generale ha cominciato a declinare principalmente a causa di una caduta – o di un modesto incremento – dei prezzi degli alimenti, ad esempio. In seguito, negli ultimi due mesi, la rapida caduta del prezzo del petrolio ha spinto pesantemente verso il basso il livello di inflazione del paniere del settore energetico. Alimenti ed energia sono le due categorie per cui le persone spendono una larga parte dei loro soldi; se hanno la possibilità di pagar meno per gli stessi, possono permettersi di spendere di più in altri beni e servizi. Dopo anni di aumenti di tasse ed altri assalti al loro reddito, molte persone in diversi paesi dell’Eurozona hanno cominciato ad avere più potere d’acquisto reale; nei Paesi Bassi, ad esempio, la caduta dell’inflazione aveva portato a qualcosa che gli olandesi non avevano sperimentato da anni: i loro salari aumentavano più dei prezzi. Nonostante ciò, i banchieri centrali si rifiutano di riconoscere questo beneficio, continuando ad ammonire sul pericolo della deflazione, riferendosi sovente alla Grande Depressione.

Allo stesso tempo, ciò che sappiamo per certo sulla deflazione è che aumenta il reale peso del debito. Non si può quindi fare a meno di chiedersi se questa insistenza sulla deflazione, come ragione per il quantitative easing nell’Eurozona, abbia qualcosa a che fare col fatto che molti paesi della zona euro si trascinino un enorme debito che diventerebbe ancor più grande con una deflazione protratta nel tempo. Le banche centrali danno la colpa di tutto ai prezzi che scendono… qualcosa di cui il cittadino medio in realtà avrebbe bisogno terribilmente.

Recentemente, ho parlato al leggendario governatore della Federal Reserve, Paul Volcker. Per Volcker, “l’idea secondo cui quando i prezzi scendono le persone smettono di comprare beni o alimenti meno costosi non ha molto senso. E puntare ad un tasso di inflazione del 2% annuo vuol dire che dopo un decennio i prezzi saranno più alti del 25%, raddoppiando ad ogni generazione. Questa non è ‘stabilità dei prezzi’, sebbene la chiamino così. Non capisco proprio perché le banche centrali vogliano una piccola inflazione”.

Forse, le banche centrali e gli economisti di tutto il mondo dovrebbero prendersi una pausa dalle loro teorie e i loro modelli economici per guardare i fatti del mondo reale, trovando un po’ di tempo per parlare con Volcker e ricordarsi che la deflazione non è il disastro che immaginano.

Articolo di Edin Mujagic su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

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Mad-Max: è la fine del mondo?

Mer, 10/06/2015 - 08:31

Che film è l’ultimo Mad Max!

Le riprese nel deserto, girate in Namibia e Australia, mi hanno ricordato Lawrence d’Arabia… almeno all’inizio. Poi la prima scena mostra Mad Max, costretto a vivere di quel che trova in natura, intento a mangiare cruda una lucertola a due teste. Questa scena però illustra in pieno l’ambientazione di estrema privazione che domina il film: la scarsità materiale impone a tutti dei comportamenti degradanti.

Dopodiché iniziano le scene d’azione: veicoli strani ed enormi, camion che consumano enormi quantità di carburante (chi lo ha prodotto?), tutti in corsa nel deserto per farsi saltare in aria a vicenda. Ci sono straccioni, operai dallo sguardo catatonico, braccianti sudici, donne guerriero dall’aspetto emaciato ed uno strano tipo di economia che sembra vivere di trasfusioni di sangue e latte materno; una band heavy-metal con un chitarrista lanciafiamme che gira su un camion corazzato e molte altre cose stravaganti.

L’intero film è urlato, sorprendente, mozzafiato, pazzo, ansiogeno e divertente dall’inizio alla fine. Vi lascerà sospesi. Poi ne scoprite la sostanza filosofica, venendo ispirati dal suo messaggio di trionfo sul despotismo. Mi ha ricordato il primo episodio della serie Mad Max, che vidi quando ero giovane: al tempo mi ero appena avvicinato alla causa di una società libera, avevo osato abbracciare la convinzione che non fosse lo stato a tenere insieme la società e promuoverne il benessere.

La società, avevo imparato da Bastiat ed altri, già contiene in sé stessa la capacità di ordinarsi. I mercati, i diritti di proprietà e la legge sono istituzioni emergenti in grado di creare le condizioni per una società prospera. Accettare tutto questo significa allontanarsi dall’ottica di destra/sinistra.

In qualche modo, e non sono certo del perché, la visione del primo episodio scosse le mie convinzioni: era davvero quello il modo in cui la libertà ci si presenta? Per carità! Terminato il film mi trovai a temere di essermi imbarcato in una visione politica che avrebbe portato dritto al mondo cupo e caotico di Mad Max… usiamo pure la parola “anarchico”. Un mondo senza regole e con solo un vago senso di moralità, dove le norme sociali sono decise al momento.

E’ forse questo il traguardo del libertarismo? Pur essendosi trattato di un pensiero fugace, privo di senso, mi chiedo quanti spettatori alla fine del film potrebbero intrattenere la stessa idea: se quello è il mondo in assenza di un forte potere centrale, allora no, grazie. Pensateci: l’ambientazione è tipicamente descritta come post apocalittica, ma chi ha distrutto il mondo com’era (domanda posta da uno dei personaggi dell’ultima versione del film)? Non lo sappiamo per certo, ma potremmo scommettere siano stati gli stessi che nel XX secolo fecero saltare per aria intere città, seminarono bombe su milioni di innocenti, massacrarono interi popoli con carestie, gulag, campi di lavoro, spedizioni punitive e camere a gas.

Sto parlando dello stato: questa è la sola istituzione con i mezzi e la volontà per distruggere la civiltà. Dunque, se proprio dovessi dar risposta a quella domanda, direi: a distruggere il mondo sono stati politici e burocrati. Non solo, ma anche in Mad Max notiamo la presenza dello stato, o quantomeno di una classe dominante: il suo nome è Immortan Joe, veste una strana maschera munita di un apparecchio respiratorio posto dietro al collo. E’ lui a controllare tutte le risorse (inclusa la più preziosa: l’acqua) e dirigere un culto religioso i cui adepti credono che un’assoluta obbedienza possa portare loro salvezza eterna. Li domina in modo completo e totale.

Egli è anche profondamente fuorilegge: adotta qualunque mezzo per il fine di mantenere il proprio potere. E’ questa la sua sola preoccupazione; oltre a ciò, vive nell’unica zona verde della regione monopolizzando e consumando la più preziosa risorsa sulla terra. A me suona esattamente come uno stato.

Per quel che riguarda il resto della società, è vero: non esiste legge, né alcuna istituzione stabile come la proprietà privata; di tessuto etico neanche a parlarne: anche per chi sa distinguere tra bene e male, le privazioni materiali sono tali e tante da rendere impensabile l’agire secondo principi morali. Questa non è una società: è la conseguenza della distruzione della società, del suo azzeramento assieme a tutte le convenzioni sociali di cooperazione.

Lo spettatore non può non chiedersi: cosa farei in una simile situazione? Beh, dovrei innanzitutto imparare a non essere schizzinoso di fronte ad una lucertola cruda a due teste. Dovrei imparare a guidare bene, ad usare un coltello ed a sparare per uccidere. Dovrei anche abituarmi alla vista del sangue.

Tuttavia, se davvero volessi avere un ruolo nel miglioramento di un mondo tanto terrificante, dovrei soprattutto impegnarmi nel rovesciare il mostruoso e malvagio Immortan Joe. Il mondo di Mad Max è pieno di difficoltà: le estreme condizioni di privazione materiale sono solo la più lampante e la soluzione richiede diritti di proprietà, libero mercato, accumulazione di capitale ed investimenti a lungo termine. Tutte grandi idee, ma impraticabili fintantoché vi è in essere un despota che ve ne priva proprio nel momento in cui iniziano a produrre ricchezza.

In altre parole, il problema del mondo di Mad Max non è un eccesso di libertà: è che la presenza di un tiranno non dà a quella alcuna occasione di lavorare. Questa è la ragione di tanto caos, della interminabili violenze e di incertezze e povertà schiaccianti. Fintantoché la tirannide non sarà rovesciata, e la classe dominante sloggiata dalle posizioni di potere, non vi potrà essere alcuna speranza. Nel film, il tentativo di spodestare il rompiscatole di turno è portato avanti da un gruppo di donne fuggite al suo controllo per andare a vivere alla larga dalla capitale. Esse lottano per la libertà di costruire qualcosa che assomigli ad una vita.

Qui si richiede di guardare sotto la superficie della storia narrata nel film: tale aspetto infatti ci racconta qualcosa di importante circa la politica ed i sessi. In particolare, che la consapevolezza della dignità e dei diritti umani universali è solo il prodotto della civilizzazione. Una società coercitiva e povera dove le regole sono fatte dal più forte sarebbe una società di donne rese schiave. Lo sappiamo dalla storia, ed il film centra il punto.

Infine, anche uno studioso di economia può ricavarne un saggio spunto sull’annosa questione del paradosso del valore tra acqua e diamanti: perché l’acqua, elemento necessario alla vita, costa meno di un diamante? Mad Max dà la risposta: è una questione di valore marginale e scarsità relativa. Nel mondo in cui lui vive, la gente farebbe di tutto per una goccia d’acqua da bere. O mangiare.

Grazie libertà, e grazie mercato, per averci soccorso da un mondo di Mad Max e Immortan Joe.

 

(Originale: “Is Mad-Max the end of freedom?“)

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Il prezzo della moneta. Per una disamina critica della teoria dell’interesse di Keynes (parte terza)

Lun, 08/06/2015 - 08:00

In momenti diversi, Keynes ha fornito definizioni del tasso di interesse, come pure descrizioni succinte, che sono utili per giungere ad una comprensione della sua analisi; forse lo scorcio più illuminante sulla teoria nel suo insieme è l’asserto che il tasso di interesse è “un fenomeno altamente psicologico”;1 “il suo valore attuale è governato, in larga misura, dall’opinione prevalente su quanto ci si aspetta che il suo valore sia”.2 Considerato che nessun’altra variabile economica è stata trattata secondo i metodi della matematica, impersonale ed obiettiva, quanto lo è stato l’interesse nella teoria economica e nella pratica degli affari, si resta piuttosto sconcertati all’apprendere che non c’è nulla di altro o di basso, ma che è la nostra opinione a renderlo tale.

Due definizioni possono essere riportate come aventi una natura più formale e consapevole delle altre. “Il tasso di interesse è la ricompensa per il fatto di privarsi della liquidità per un determinato lasso di tempo […] il prezzo che equilibra i desideri di detenere ricchezza in forma di contante con la quantità di contante disponibile.”3 Affermazioni del genere illustrano l’argomento di Keynes, secondo cui la sua teoria non è che uno sviluppo del senso comune in materia, il prezzo del denaro disponibile, il premio che il beneficiario del prestito deve pagare al prestatore affinché questi si privi di ricchezza generica per un debito specifico, “la proporzione inversa tra una somma di denaro e ciò che si può ottenere per il fatto di privarsi del controllo sulla moneta, in cambio di un debito, per un periodo di tempo stabilito”.4 Impiegando una tecnica d’analisi prediletta, Keynes riformula la stessa frase in questi termini: “Il tasso monetario d’interesse non è nient’altro che l’eccesso, in percentuale, di una somma di denaro di cui si è pattuita la consegna differita […] rispetto a quello che potremmo chiamare il prezzo istantaneo, o di cassa [spot or cash price], della somma sulla cui consegna differita ci si è accordati in quei termini.”.5

L’azione del tasso di interesse – definito, dunque, come “il prezzo dei soldi tesaurizzati”,6 “il premio che dev’essere offerto per indurre la gente a detenere la propria ricchezza in qualche forma diversa dal denaro tesaurizzato”7 – è concepita come segue: “la funzione del tasso di interesse è modificare i prezzi monetari di altri beni capitali in modo tale da rendere eguali l’attrattiva di detenere quelli e [l’attrattiva] di detenere contante […] Il tasso di interesse su un mutuo di qualità e scadenza date dev’essere fissato al livello che, secondo l’opinione di coloro che hanno la possibilità di scegliere (cioè i possessori della ricchezza), rende eguali le attrattive di detenere contante inattivo e di detenere un mutuo.”8 In altri termini, il prezzo di beni capitali nuovi e vecchi dev’essere abbastanza basso perché, in vista dei ricavi attesi, qualcuno li voglia comprare. E poiché il valore del bene dipende dai suoi ricavi attesi, che deriva dalla possibilità presente nella comunità di comprare il prodotto finito, se si sta ritirando dal mercato e accumulando il reddito guadagnato in precedenza, la prospettiva di guadagni attraenti non è notevole e il prezzo del bene dev’essere ribassato. Ma se viene resa disponibile moneta aggiuntiva, il tasso di interesse sarà più basso, il valore capitalizzato dei beni più alto, verranno prodotti nuovi beni, e reddito e consumo cresceranno. “Non è il tasso di interesse ma il livello dei redditi […] che assicura quest’uguaglianza […] tra risparmi e investimenti.”.9

La caratteristica più sorprendente di questa teoria dell’interesse è che il tasso di interesse può cambiare nel modo più drastico mentre le funzioni di produzione dei beni desiderati nella comunità restano inalterate. In ultima analisi, un mutamento abbastanza ampio e duraturo nel reddito della comunità può cambiare la domanda in misura sufficiente ad influenzare la relativa offerta di beni e così a modificare le funzioni di produzione in sé, ma, in prima battuta, non è affatto necessario che questo sia vero. In secondo luogo, sorge il problema di cosa determini questi sbalzi mercuriali nel desiderio di detenere moneta piuttosto che beni. In una comunità dove fosse in corso un qualsiasi progresso economico, ci sarebbe sempre un premio positivo sull’investimento; al di là del denaro per le spese quotidiane, di quello in attesa di impiego e di una somma modesta “perché non si sa mai”, non vi sarebbe alcun motivo ragionevole per non prendere il premio disponibile per fondi che non si fosse interessati a spendere nel consumo.

Dato il tasso di consumo, il tasso d’interesse di Keynes viene determinato da quattro fattori principali. Sul lato della domanda, c’è la domanda di moneta per fini d’investimento, e la domanda di moneta a scopo di tesaurizzazione; ossia, data la domanda di moneta in vista della spesa nei consumi, c’è la domanda di moneta per la spesa negli investimenti e la domanda per scopi di non-spesa. La domanda si confronta con un’offerta composta di due elementi, l’offerta di risparmi volontari da reddito precedente e l’offerta di fondi nuovi, che non sono mai stati reddito o costi, e che saranno il reddito che metterà in pari risparmi e investimenti. Di questi fattori, il volume dei consumi non va soggetto a sbalzi violenti, dato che gode di una stabilità stupefacente perfino nella depressione più acuta. La domanda per investimenti su una base puramente tecnica può essere calcolata in modo tollerabile. Questo lascia la tesaurizzazione e le modifiche improvvise nell’offerta di moneta come le variabili significative per spiegare grossi cambiamenti a breve termine nel tasso di interesse.

Ciò che ha attratto l’attenzione è stata la quantità di moneta oggetto di tesaurizzazione; e questo perché si è pensato che essa avesse un effetto proporzionale diretto sui prezzi, tramite il suo influsso sulla velocità di circolazione. Ma la quantità [di moneta] tesaurizzata può essere alterata solo se si cambia la quantità totale di moneta, oppure la quantità del reddito monetario corrente (parlo in termini lati); invece, le fluttuazioni nel grado di fiducia sono in grado di sortire un effetto piuttosto diverso, ossia di modificare, non l’ammontare effettivamente tesaurizzato, ma il premio che dev’essere offerto per indurre la gente a non tesaurizzare. E i cambiamenti nella propensione a tesaurizzare, o nello stato della preferenza per la liquidità, come l’ho chiamata io, principalmente non influiscono sui prezzi, ma sul tasso d’interesse; ogni effetto sui prezzi si produce per ripercussione, come una conseguenza ultima del cambiamento nel tasso di interesse.”.10

Si potrebbero formulare riserve riguardo alla prima frase di questo passaggio, soprattutto quanto alla locuzione “effetto proporzionale diretto”. Anche se potrebbero non insistere tanto sull’esclusività dell’impatto sui prezzi tramite quello sugli interessi, pochi economisti si prenderebbero la briga di negare il fatto o la sua importanza. Ma avrebbero molta difficoltà a considerarlo come una teoria dell’interesse; è, piuttosto, un caso abnorme di curva discontinua nell’offerta di fondi disponibili. Qualsiasi teoria dell’interesse dev’essere in grado di spiegare la sequenza di adattamento ad una modifica del genere, ma guardare questo caso particolare come se fosse tutta quanta la teoria non è affatto raccomandabile. Dato che il volume dei fondi disponibili per la tesaurizzazione è, in larga misura, sotto il controllo delle autorità monetarie, la decisione di tesaurizzare o no si riduce, in gran parte, a una scommessa sul modo in cui si orienterà la politica del Federal Reserve Board. Secondo questa lettura, la soluzione ovvia sembrerebbe consisterebbe nello scartare questo fattore eccentrico e fare nella vita reale quel che gli autori di manuali di economia han fatto normalmente, quando formulavano le loro teorie dell’interesse: porre la curva dell’offerta di fondi o come data, o come variabile ad un tasso passibile di calcolo secondo criteri obiettivi. Keynes marcia dritto verso questa conclusione, ma la scarta affermando che “a questo punto siamo in acque profonde”, al che aggiunge una citazione irrilevante riguardo a un’anatra.11 La logica sembrerebbe: una variabile che fluttua all’improvviso e rende pressoché impossibile una formazione accurata dei prezzi crea meno problemi se la trasformi nel centro del tuo sistema e la usi per far sì che altre variabili meno volatili fluttuino a tuo piacimento.

1General Theory, p. 202.

2Ibid., p. 203.

3General Theory, p. 167.

4Ibid. Dal momento che Mises era uno dei pochi ammessi – sia pure con qualche esitazione – nella compagnia degli eletti nel Trattato (Vol. I, p. 171), la seguente frase è interessante: “La loro teoria […] vede l’interesse come un compenso per la privazione temporanea della moneta in senso lato: senz’altro un’opinione di insuperabile naïveté. I suoi critici in ambito scientifico sono stati perfettamente giustificati a trattarla con disprezzo; è appena degna anche solo di una menzione en passant.” Mises, Theory of Money and Credit, p. 353.

5General Theory, p. 222.

6John Maynard Keynes, “Alternative Theories of the Rate of Interest,” Economic lournal, June, 1937, p. 250.

7John Maynard Keynes, “The General Theory of Employment,” Quarterly lournal of Economics, February, 1937, p. 216.

8“Alternative Theories,” loco cit., p. 250.

9Ibid.

10“The General Theory of Employment“, loc. cit.

11General Theory, pag. 183.

Bernard W. Dempsey, Interest and Usury, Londra 1948, pagg. 93-6, tradotto da Guido Ferro Canale

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Libero mercato: lavorare “meno” per avere sempre “di più”!

Ven, 05/06/2015 - 08:00

Il motto del titolo è uno di quelli che, di rado, si sente pronunciare a sostegno di un sistema di libero scambio basato sulla proprietà privata.
Infatti, pare che se le risorse fossero a disposizione di tutti (maledetta proprietà privata!), magicamente, ognuno si vedrebbe recapitare a casa propria i beni di cui ha bisogno (i beni che desidera).
Bellissimo, d’accordo. Ma come dovrebbe avvenire tutto ciò?
A sentire alcuni, ciascuno dovrebbe produrre per sè ciò che gli serve, avendo ormai a disposizione tutto il necessario; a sentire altri, dovrebbero sorgere piccole comunità locali in grado di produrre direttamente quanto i propri componenti desiderano; a sentire altri ancora, un governo democraticamente eletto dovrebbe adoperarsi per produrre ciò di cui ciascun cittadino necessita.

Benissimo! Cosa aspettiamo ad entrare in questo fantastico mondo? Viva la rivoluzione contro i capitalisti sfruttatori di manodopera! Abbasso la proprietà privata! nota 1
Ok… ehm… sì… un momento… un po’ di calma, cari rivoluzionari. Proviamo a guardare oltre la superficie del sistema che più disprezzate.

Cosa significa in fondo sistema di libero scambio basato sulla proprietà privata? nota 2
Proprietà privata, per farla breve, significa che ciascuno di noi ha il pieno controllo sul prodotto del proprio lavoro, cioè su ciò che produce mischiando il proprio lavoro con le risorse naturali a disposizione. nota 2
In questo modo, la “ricchezza” di una persona viene a dipendere solo da ciò che essa stessa produce: Pippo può disporre di beni per soddisfare i suoi desideri nella misura in cui li produce. Se vuole averne il doppio, deve produrne il doppio.

Insomma, per chiarirci: immaginiamo, da un lato, che Pippo adori mangiare pesce, sia bravo a suonare musica metal alla chitarra (si allena 3 ore alla settimana per essere così bravo) e desideri una casa confortevole per la propria famiglia, e, dall’altro lato, che egli sia bravo a pescare (3 ore per pesce), sia poco capace per quanto riguarda la costruzione di una chitarra (400 ore) e sia totalmente incapace di costruire una casa confortevole per la propria famiglia.

Può Pippo cercare di soddisfare, con meno fatica, i propri bisogni? Sì.
La soluzione è proprio nel concetto di proprietà privata: Pippo può decidere, volontariamente, di cedere a un’altra persona (Pongo) ciò che ha prodotto, in cambio di qualcosa che questa ha, a sua volta, prodotto. Naturalmente anche Pongo deve nutrire un qualche interesse per il prodotto del lavoro di Pippo. nota 3

Quindi, immaginiamo che Pongo, da un lato, sia bravissimo a costruire chitarre (100 ore), sia discreto nella costruzione di case (3 ore al giorno per un anno) e sia totalmente incapace nel pescare del pesce (20 ore per pesce), e, dall’altro lato, che il pesce sia la sua pietanza preferita e che voglia qualcuno che suoni musica metal al compleanno del figlio.

A questo punto, Pippo e Pongo, resisi conto delle loro rispettive situazioni, decidono di dar luogo agli scambi che ritengono soggettivamente necessari per la soddisfazione dei propri bisogni: Pippo potrebbe cedere a Pongo una decina di pesci in cambio della costruzione della chitarra, e Pongo potrebbe costruire la casa di Pippo in cambio dell’esibizione metal di Pippo al concerto del figlio.

Se tutto ciò si realizza senza l’uso della violenza (nè ad opera delle parti dello scambio, né ad opera di terzi estranei allo scambio) volta a modificare o influenzare il contenuto degli scambi, allora siamo in un sistema di libero scambio basato sulla proprietà privata.

Ora mi si dirà: Ebbe’, cosa c’è di eclatante? E io risponderò: forse non vi siete accorti della “magia”? Mi spiego meglio:
1) Pippo necessitava di 3 ore di lavoro per catturare 1 pesce mentre Pongo necessitava di 20 ore per raggiungere lo stesso risultato.
2) Pongo necessitava di 100 ore di lavoro per costruire una chitarra, mentre Pippo per raggiungere lo stesso risultato necessitava di 4 volte tanto.
3) Pippo necessitava di un tempo indeterminabile per costruire la sua casa mentre Pongo poteva costruirla in un solo anno.
4) Pongo non sapeva suonare musica metal (diciamo che non gli sarebbero bastate nemmeno 6 ore di allenamento al giorno) mentre Pippo era un genio della musica metal (pur allenandosi solo 3 ore alla settimana).

Quindi, con lo scambio che abbiamo visto realizzarsi, cosa è successo?
Pippo ha ottenuto una chitarra con 30 ore di lavoro (il tempo per pescare i pesci che Pongo vuole in cambio) invece che con 400; Pongo ha ottenuto 10 pesci con 100 ore di lavoro (il tempo per costruire la chitarra) invece che con 200; Pongo ha ottenuto qualcuno che suoni al compleanno di suo figlio (Pongo ci avrebbe messo 6 ore al giorno per un anno) costruendo una casa a Pippo (3 ore al giorno per un anno).

Non è fantastico?

A cosa è dovuto questo procedimento straordinario che ci permette di lavorare meno ed ottenere di più?

Due concetti: ”diversità di ciascun essere umano” e “proprietà privata”. nota 4 nota 5

Ogni tentativo di rinnegare o eliminare questi due concetti dovrebbe essere accompagnato dal motto: lavorare “di più” per avere sempre “meno”!

P.S. rivolto a coloro pronti a citarmi in giudizio per eccessiva banalità dell’argomento:
il liberalismo è banalità
.
Anzi, la banalità è tra le armi più forti che il liberalismo possiede per la propria diffusione.
Se solo qualcuno ne facesse uso…

Nota 1
Ma al giorno d’oggi qualcuno “crede” davvero all’esistenza di cose come il capitalismo e la proprietà privata?
Per i “credenti” si consiglia  questo articolo.

Nota 2
In questo momento non ci interessa entrare nei particolari della teoria libertaria.
Per approfondimenti  si rimanda a quest’ottimo articolo.

Nota 3
Ovviamente, il denaro, in quanto medio di scambio generalmente accettato, non potrebbe che facilitare tali scambi, persino i più improbabili.
Al riguardo, devo citare, mio malgrado,  un precedente contributo del sottoscritto.

Nota 4
Ovviamente c’è anche la diversità di risorse disponibili, ma non era il caso di parlarne qui.

Nota 5
Ulteriori conseguenze di questi due concetti sono ovviamente la specializzazione e la maggior produttività. Entrambe sono possibili grazie alla sicurezza assicurata dalla proprietà privata.

Articolo di Miki Biasi originariamente apparso su The Road to Liberty e qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore.

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Posizioni dei liberali riguardo alla religione

Mer, 03/06/2015 - 08:00

Scritto come introduzione a R. Raico, The Place of Religion in the Liberal Philosophy of Constant, Tocqueville and Lord Acton, Ludwig von Mises Institute, Auburn (AL) 2010, questo breve pezzo affronta un tema ricorrente nelle discussioni sul liberalismo e i suoi aspetti valoriali. E’ importante notare che il concetto di “libertà” che l’A. ha in mente è quello politico, precisamente il nucleo della filosofia politica libertaria; temi come la libertà di pensiero non vengono immediatamente in rilievo. Credo, comunque, che egli sia riuscito nell’impresa, a prima vista pressoché impossibile, di presentare con passione la propria tesi senza perdere in obiettività riguardo alle altre; e comunque – fatto forse ancor più importante – di mostrare la varietà di posizioni esistente all’interno del liberalismo stesso.

Religione e libertà: pochi argomenti sono più controversi tra i libertari d’oggigiorno. In proposito, si possono individuare almeno quattro posizioni. Una molto nota sostiene che religione e libertà sono sfere separate, isolate l’una dall’altra in modo pressoché ermetico, mentre ogni punto di contatto sul piano storico è meramente accidentale. Secondo un’altra posizione molto diffusa, religione e libertà sono antagoniste dirette. I fautori di questa tesi vedono nella religione il nemico più letale per la libertà dell’individuo, un nemico dell’umanità addirittura più grande dello Stato. Una terza posizione ribatte che religione e libertà sono complementari: da una parte, gli uomini pii agevolano le operazioni di una società con un governo minimo o inesistente e, dall’altra, la libertà politica agevola la vita religiosa, quale meglio aggrada a ciascuno. Infine, alcuni pensatori difendono una quarta posizione, cioè che la religione – e in particolare la fede cristiana – è fondamentale per la libertà dell’individuo, sia sul piano delle esperienze storiche sia a livello concettuale.

Nella nostra società, profondamente secolarizzata, la terza posizione è ritenuta azzardata e la quarta arrogante. Tuttavia, oggi, io credo proprio che siano entrambe vere e che la terza sia un’affermazione della verità a livello superficiale, mentre la quarta va alla radice della questione. Io, un tempo un interventista pagano, ho scorto dapprima le verità della teoria politica libertaria, e in seguito ho cominciato a comprendere che la luce di queste verità non era che un riflesso della luce che abbraccia ogni cosa, eterna, che s’irradia da Dio tramite Suo Figlio e lo Spirito Santo. Questa comprensione è stata un processo lento e adesso non saprei dire dove e quando finirà. Ma posso indicare le circostanze del suo inizio. Posso indicare quel singolo scrittore che ha smosso questa pietra dentro di me.

Agli inizi della mia carriera accademica, ho avuto la fortuna e il privilegio di tradurre il magnifico saggio di Ralph Raico sulla storia del liberalismo tedesco nella mia lingua materna.1 Quel libro illustra magnificamente le virtù del suo autore: la sua erudizione, il suo acume, il suo senso della giustizia e il suo coraggio. A me, ha aperto gli occhi. Ha appuntato l’attenzione direttamente sui protagonisti principali. In particolare, Friedrich Naumann, la cui fama di libertario era del tutto immeritata, è stato cacciato dal pantheon dei campioni della libertà, mentre Eugen Richter, oggi pressoché sconosciuto, è stato innalzato al posto che gli spettava di diritto, come l’uomo di punta del partito della libertà nella Germania fin de siècle. Ralph Raico ha spiegato che i liberali tedeschi hanno fallito, non da ultimo, perché, ad un certo punto, han cominciato a sbagliare bersaglio. Invece di opporsi allo Stato, han cominciato a vedere il nemico nella religione organizzata. Hanno appoggiato le leggi repressive di Bismarck, dirette a scatenare una “battaglia per la civilità” contro la Chiesa Cattolica.

Un esempio tipico di quest’errore è stato Rudolf Virchow, un chirurgo, professore universitario ed esponente di spicco del partito liberale, che, verso la religione organizzata, ha fatto mostra della stessa altitudine altezzosa e ignorante che costituisce altresì la piaga intellettuale della cultura moderna, e del movimento libertario moderno in particolare. Il libro di Ralph Raico metteva in luce le linee di continuità tra i Virchow di tutti i tempi e l’Illuminismo francese. Gli scritti – anticlericali da cima a fondo – di Voltaire, Rousseau, Diderot, d’Alembert, Helvétius, e di così tanti altri che si mostravano campioni della libertà individuale e oppositori dell’oppressione, aveva creato, nell’Europa continentale, una cultura del liberalismo in cui la contrapposizione tra fede e libertà era data per scontata. Di conseguenza, le persone religiose sono sempre state diffidenti verso questo movimento. Sembrava che si dovesse scegliere tra religione e libertà.

Tuttavia, il Prof. Raico ha altresì rimarcato che, all’interno del pensiero liberale classico, esisteva un’altra tradizione, una che riconosceva l’interdipendenza tra religione e libertà. Questa tradizione include, come suoi esponenti principali, i tre grandi pensatori che il Prof. Raico ha esaminato nella sua tesi di dottorato (1970), che spiega come il pensiero politico di Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville e Lord Acton scaturisse dalle loro convinzioni religiose. Quest’opera degli esordi viene qui ristampata e resa disponibile per tutte le persone di buona volontà. All’inizio del ventunesimo secolo, non ha perso la sua attualità e importanza come strumento per una nuova comprensione della storia del liberalismo. Do il benvenuto alla sua pubblicazione e prevedo che aprirà molti altri occhi.

1 Ralph Raico, Die Partei der Freiheit. Studien zur Geschichte des deutschen Liberalismus (Stuttgart: Lucius & Lucius, 1999).

Jörg Guido Hülsmann, tradotto da Guido Ferro Canale

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Il prezzo della moneta. Una disamina critica della teoria dell’interesse di Keynes (parte seconda)

Lun, 01/06/2015 - 08:00

Tuttavia, tra il 1930 e il 1935, nel mondo monetario sono successe molte cose da cui anche Keynes è rimasto colpito. Il suo riesame della propria posizione ha partorito la Teoria generale delloccupazione, dellinteresse e della moneta. In quell’opera, ai profitti figurativi è stata restituita una collocazione nel quadro di reddito, costo e ricavi, donde la conclusione, in un certo qual modo paradossale, che risparmi e investimenti devono, pertanto, essere uguali, perché altro non sono che due aspetti diversi della medesima cosa, o piuttosto nomi diversi per una stessa cosa. A questo risultato si perviene alterando, senza informarne il lettore, l’aspetto temporale del processo, mentre lo si è informato solo del fatto che si stava cambiando la terminologia. Il Trattato è una lineare analisi wickselliana dell’ineguaglianza antecedente di risparmi e investimenti, dovuta ad un’aggiunta netta di mezzi di pagamento. La Teoria generale vede il processo sia principiative sia terminative nello stesso momento… il che riesce un tantino sconcertante. Gli effetti di cambiamenti nell’offerta di moneta sono descritti dal momento iniziale a quello finale, mentre si prende per certa l’eguaglianza di risparmi e investimenti, che, in realtà, è solo futura e conseguente. Se escludiamo i casi estremi, in cui una moneta collassa per non riprendersi mai più, è sempre vero che il valore conseguente, finale degli investimenti sarà pari alla somma dell’antecedente risparmio volontario e del conseguente risparmio forzato.1 Quest’uguaglianza nel momento conclusivo dev’essere raggiunta: i materiali impiegati nella produzione, con tutta evidenza, non sono stati consumati. Il non-consumo è la somma di risparmio forzato e libero.

Il modo di Keynes per descrivere ciò consiste nell’affermare che è il livello dei redditi che eguaglia risparmi e investimenti.

Risparmi e investimenti sono le determinate del sistema, non le determinanti. […] Quando cambiano gli investimenti, il reddito deve necessariamente mutare solo di quel tanto che è necessario per rendere il cambiamento nei risparmi eguale a quello negli investimenti. […] Il livello di reddito dev’essere il fattore che porta l’ammontare risparmiato ad eguagliar l’ammontare investito.”.2

La stessa costruzione grammaticale di queste frasi rivela il carattere conseguente dell’equivalenza. Il meccanismo che produce quest’equivalenza tra due cose che sono eguali inevitabilmente e per definizione, e che “non possono essere differenti”3 l’una dall’altra, è chiamato il moltiplicatore. E’ il rapporto tra il reddito conseguente ai nuovi investimenti e il valore antecedente dei nuovi investimenti (dY/dI = k) e, secondo le definizioni di Keynes, ignorando la sequenza temporale, si può mostrare che è pari all’inverso del saggio di risparmio; cioè, se una comunità risparmia 1/10 del proprio reddito, il moltiplicatore è 10. Questo è il famoso principio dell’accelerazione, impostato in termini d’analisi tali che gli si può attribuire un valore matematico, quantitativo, abbastanza preciso. Il punto di vista di Keynes, che gli consente di stringere insieme l’inizio e la fine di un processo sequenziale, come se si trattasse di un singolo momento nel tempo, gli consente altresì di includere sia i risparmi volontari sia quelli forzati nel “risparmio” che il moltiplicatore rende uguale all’investimento. Keynes ammette che, se questo processo partisse dall’equilibrio e dal pieno utilizzo delle risorse, il moltiplicatore sarebbe una misura del risparmio forzato. Il fatto che egli non espliciti gli stessi rapporti come un deceleratore nei periodi di contrazione economica è significativo e istruttivo nei riguardi di quella che si presenta come una teoria generale.

Gli anni tra il Trattato e la Teoria generale sono stati anni di collasso universale dei prezzi, non solo i Paesi con difficoltà di bilancio ma anche, forse specialmente, negli Stati Uniti, sulla cui capacità, in definitiva, di pagare non vi era, allora, alcun ragionevole dubbio. In condizioni di prezzi in caduta, il possesso della moneta è preferibile al possesso di beni, per la ragione cogente che la moneta si apprezza via via che i beni si deprezzano. La tesaurizzazione durante la fase negativa di un ciclo economico è un fenomeno conosciuto. Questa circostanza, che ha formato oggetto di uno dei primi studi di Irving Fisher, Keynes erige a parametro speciale del tasso di interesse, insieme con i due già noti, il tasso di risparmio (a quanto pare, tramite il suo complementare, la propensione al consumo) e la produttività del capitale (a quanto pare, sotto il nome di “efficienza”, che, tuttavia, non è un attributo dei beni, ma uno stato mentale degli imprenditori, le loro “aspettative” sui profitti). Se ci si aspetta un incremento dei prezzi in generale, la preferenza per la liquidità è bassa; se ci si aspetta una caduta dei prezzi in generale, la preferenza per la liquidità è alta; e se la gente non ha la più pallida idea di cosa aspettarsi dall’oggi al domani, probabilmente sarà alta comunque. Se potessimo stabilire a priori che i cambiamenti nel valore della moneta restino estranei alla discussione, allora allora la preferenza per la liquidità non esisterebbe come variabile indipendente e l’analisi di Keynes coinciderebbe con quella di Fisher.4

La definizione “psicologica” dell’efficienza marginale del capitale fa sì che la linea di demarcazione tra preferenza per la liquidità e produttività venga offuscata. Se l’efficienza marginale del capitale è bassa e sta diventando più bassa ancora, questo da solo basta a spiegare qualsiasi grado di riluttanza ad assumere nuovi impegni, se si è liberi di detenere contante. Ma quest’aspettativa sui proventi può trovare la propria origine in fattori che alterano i prezzi d’offerta di alcuni beni singolarmente considerati, oppure in fattori che colpiscono singoli beni solo secondariamente, come parte di un movimento generale. Questi due casi sono piuttosto diversi ed è solo rispetto al secondo che la preferenza per la liquidità è significativa. Da ciò possiamo vedere che l’efficienza marginale del capitale di Keynes è diversa dal tasso di recupero dei costi di Fisher, perché Fisher considera vero, ma sfortunato, il fatto che, nella fase cumulativa ascendente di un ciclo, i cambiamenti attesi nel valore della moneta non condizionano a sufficienza l’inclinazione ad investire e, da un punto di vista metodologico, Fisher apporta le correzioni per questi cambiamenti dopo il fatto. Keynes, d’altro canto, accorda alla preferenza per la liquidità un ruolo dominante nel principio dell’analisi e crede altresì, probabilmente a ragione, che, nella fase cumulativa discendente di un ciclo, i cambiamenti attesi nel valore della moneta, tramite la preferenza per la liquidità, abbiano un impatto forte sul volume degli investimenti.

1“Conseguente” rispetto al processo innescato dai cambiamenti nell’offerta di moneta.

Nella frase precedente, abbiamo introdotto gli avverbi principiative e terminative, tratti dal Latino della Scolastica. Essi forniscono l’espressione più sintetica dei modi in cui un processo che si svolge nel tempo può essere legittimamente considerato da punti di vista temporali diversi… ma non in entrambi i modi nello stesso tempo.

2General Theory, pp. 184, 179.

3Ibid., p. 64.

4Keynes ammette senza difficoltà che le basi comuni e l’accordo sui princìpi generali sono considerevoli. Vedi infra.

Bernard W. Dempsey, Interest and Usury, Londra 1948, pagg. 91-3, tradotto da Guido Ferro Canale

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In lode della scuola pubblica

Ven, 29/05/2015 - 08:00

In un periodo in cui il governo italico sta infliggendo duri e selvaggi colpi alla scuola pubblica, ho sentito come doveroso difendere questa sacra istituzione, frutto del progresso dell’umanità democratica.

Tutti noi siamo a conoscenza di quali siano i grandiosi benefici apportati dalla scuola pubblica ai popoli che l’hanno adottata, preservata e migliorata.

Di fronte a tali evidenze, il nostro governo ha deciso di chiudere gli occhi. Il suo intento è sottile: far dimenticare a noi tutti quale sia l’essenza della scuola pubblica e quali siano i benefici effetti di una tale istituzione.

Questo modo di fare del nostro governo non deve intimorirci.

Credo che solo qualche metafora possa aiutarci a comprendere l’importante funzione svolta dalla scuola pubblica.

  1. Il canale unico

Ogni giorno ci capita di accendere la televisione e ogni volta si presenta il medesimo problema: troppi canali.

E’ questo il modo subdolo in cui ci costringono a compiere una scelta. La decisione è davvero difficile e spesso dobbiamo arrenderci a quella diabolica operazione che prende il nome di ZAPPING.

Ci tocca, infatti, sorbirci non solo i programmi più diversi, ma anche le più diverse opinioni sui medesimi argomenti: non ci è dato avere certezze! Persino nello stesso programma ci sono persone che la pensano diversamente!

Niente certezze! Si tratta di una continua messa in discussione dei punti fermi che credevamo di aver raggiunto. Tutto ciò è tremendamente sconfortante!

Unica è, però, la soluzione adatta a risolvere il nostro problema: abolizione di TUTTI i canali trasmessi sui nostri televisori e loro sostituzione con un CANALE UNICO dal nome “scuola pubblica”.

Quanto sarebbe bello! Finalmente vedremmo sparire la fonte delle nostre incertezze! Potremmo finalmente essere sicuri di ciò che apprendiamo e in ciò saremmo sostenuti dal consenso quasi unanime del resto della popolazione.

Una minaccia, però, incombe su questo paradiso.

  1. L’audience

Fatto il canale unico, bisogna fare gli spettatori.

Vogliamo davvero avere certezze? Se si, allora dobbiamo sapere, sin da subito, che l’istituzione del canale unico “scuola pubblica” non basta. La più grave minaccia alle nostre certezze viene da noi stessi: noi possiamo decidere di spegnere la televisione e non guardare l’unico canale disponibile.

Non ve l’aspettavate, vero? L’uomo è così sciocco da farsi danno da solo: la mente di chi non guarda il canale “scuola pubblica” potrebbe dar luogo a pensieri diversi da quelli degli spettatori “volontari” dell’unico canale.

Certo, questo, non contribuirebbe affatto a quel senso di certezza che abbiamo cercato di ottenere abolendo le cause dello ZAPPING.

Ma non disperiamo! Anche a questo problema esiste una soluzione: dobbiamo OBBLIGARE coloro che spengono la televisione a riaccenderla, minacciandoli con multe o galera. E dobbiamo obbligarli a guardarla 5-6 ore al giorno, 6 giorni alla settimana, per una decina d’anni.

Solo seguendo queste direttive, otterremo un pensiero unico.

Finalmente potremo raggiungere un senso di certezza!

Saranno rari i casi in cui qualcuno sarà in grado di mettere in discussione le nostre conoscenze!

  1. Il canone

Sappiamo tutti benissimo che tanto il canale unico, quanto gli spettatori non esisterebbero senza un altro elemento fondamentale: i presentatori e gli organizzatori dei programmi trasmessi sul canale “scuola pubblica” .

Costoro, tuttavia, necessitano di un compenso per il loro lavoro: essi si occupano di impostare la didattica e di insegnare. Non possono mica farlo tutti gratis! Dovranno pur nutrirsi!

E chi meglio degli spettatori può adempiere questo compito?

Non dobbiamo, però, permettere che gli spettatori decidano, da soli,  SE e QUANTO destinare ai presentatori e agli organizzatori dei programmi. Finiremmo per vanificare tutti gli obiettivi elencati nei primi 2 punti!

Dobbiamo semplicemente OBBLIGARLI a pagare questo compenso!

Solo così, i programmi meno interessanti potranno rimanere in vita!

Diversamente, quei programmi cesserebbero di essere trasmessi e il compenso versato per essi si dirigerebbe verso altre mete! E chi sa quali assurde mete sceglierebbero gli spettatori!

Non vedete già “nubi d’incertezza” all’orizzonte?!?!?

Conclusioni

Il mio elogio è giunto al termine, cari lettori.

Sono sicuro che mi abbiate inteso.

Per ora, una sola cosa è certa: d’ora in poi, tutti guarderemo alla sacra istituzione della scuola pubblica con occhi ben diversi.

Articolo di Miki Biasi originariamente apparso su The Road to Liberty e qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore

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EXPO. E’ “L’INFAME” CAPITALISMO (non Carlo Petrini o Jeffrey Sachs) A NUTRIRE 7 MILIARDI DI PERSONE (Il ruolo fondamentale del cristianesimo)

Lun, 25/05/2015 - 08:00

Da tanti pulpiti si tuona contro questo mondo infame in cui – si dice – i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Ma è davvero così?

No. Il 26 aprile scorso “Il Sole 24 ore” ha dedicato diverse pagine al primo “Rapporto Fondazione Hume-Sole 24 ore” da cui si evince che “negli ultimi 15 anni si sono ridotti gli squilibri a livello globale”. Seguono numeri e grafici. Ma potete star certi che nessuno si curerà di quei dati.

Anche l’Expo di Milano mostra la realtà che però viene poi contraddetta dalla sua narrazione ideologica, paradossalmente vicina agli slogan dei manifestanti “No Expo” di Milano.

Dopo il comunismo è arrivato il luogocomunismo, un rancido minestrone di banalità catastrofiste contro lo sviluppo, la tecnologia, il mercato, l’industria e il profitto.

Ma un’Esposizione universale che nel 2015 ha come tema “Nutrire il pianeta. Energia per la vita” anzitutto dovrebbe dichiarare ufficialmente morta e sepolta proprio quell’ideologia apocalittica che da Malthus, passando per Darwin e Marx, è arrivata a noi con le teorie del Club di Roma diventate poi pensiero dominante negli organismi internazionali e ora perfino in Vaticano (come dimostra il protagonismo di Jeffrey Sachs oltretevere e ciò che ha detto il cardinal Turkson del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace).

MALTHUS SEPOLTO

Dunque Malthus nel suo “Saggio sul principio della popolazione” del 1798 sosteneva che la crescita naturale della popolazione aveva una progressione geometrica (2, 4, 8, 16…), mentre la produzione di cibo una progressione aritmetica (2, 3, 4, 5…).

Da qui la previsione di sovrappopolazione, carestie, rivolte, epidemie e il collasso finale del sistema.

Che questo teorema fosse balordo lo si poteva capire subito, infatti nel 1870 il filosofo americano Emerson fece notare che Malthus non aveva considerato il vero fattore decisivo dell’economia politica: l’ingegno umano.

Lo ha ricordato in uno splendido articolo, sul sito “Agrarian Sciences”, Luigi Mariani, già docente di Agronomia e Agrometeorologia all’Università di Milano. Egli segnala che il XX secolo presenta dati che seppelliscono Malthus: grazie alla rivoluzione agricola infatti “le produzioni delle grandi colture sono aumentate di 5-6 volte a fronte di un aumento di 4 volte della popolazione mondiale. Questo è stato un fattore decisivo (insieme alle migliori cure mediche ed alle migliori condizioni di vita) per scongiurare la catastrofe malthusiana”.

Aggiornando con gli ultimi dati Fao le statistiche mondiali di produzione delle quattro grandi colture che sono alla base dell’alimentazione umana, Mariani precisa che “le rese dal 1961 ad oggi sono cresciute del 300 per cento per frumento, del 283 per cento per mais, del 240 per cento per riso e del 219 per cento per soia”.

Dunque Malthus ha preso una gran cantonata e il fattore uomo, che poi significa tecnologia, scienza, impresa, investimenti, profitto, commercio, è la più grande delle risorse e non è affatto il cancro del pianeta come crede un certo ecologismo (oltretutto proprio la tecnologia e lo sviluppo riducono drasticamente pure l’inquinamento urbano).

Lo stesso discorso fatto per le colture vale anche per le materie prime e le fonti di energia che – paradossalmente – invece di diminuire, aumentano grazie all’“ingegno umano” (cioè scienza, tecnologia e impresa); e qui rimando alla montagna di dati fornita da Bjorn Lomborg nel suo “L’ambientalista scettico”.

CONSEGUENZE

Mariani tira tre preziose conclusioni. La prima dice che “al contrario di quanto quasi tutti vanno in questi anni dicendoci, il clima non si è fatto più proibitivo per fare agricoltura”.

La seconda: “le periodiche intemperanze del tempo atmosferico (siccità, piovosità eccessiva, gelo, ecc.) sono ampiamente controbilanciate dai maggiori livelli di CO2 e dalla sempre migliore tecnologia umana (in termini di nuove varietà, concimazioni, irrigazioni, trattamenti fitosanitari, diserbi, tecniche conservazione dei prodotti, ecc.), la quale garantisce un sempre più efficace adattamento alla variabilità climatica”.

La terza conclusione: se grazie alla tecnologia oggi (dati Fao) l’89 per cento della popolazione mondiale gode di sicurezza alimentare, mentre nel 1970 ne godeva solo il 63 per cento e nel 1950 meno del 50 per cento, significa che va estesa a tutto il pianeta.

Questa è la realtà. Poi ci sono le narrazioni ideologiche, oggi dominanti, che dicono l’esatto opposto.

LUOGOCOMUNISTI

Prendo, come esempio, il documento firmato da tre guru del luogocomunismo, Ermanno Olmi, Carlo Petrini e don Luigi Ciotti e intitolato “Per un’Expo che getti un seme contro la fame nel mondo”.

Evitando di citare i dati strepitosi sopra riportati, essi tuonano: “Il pericolo tuttora reale è che l’esposizione universale sia solamente l’occasione strumentale per parlare e promuovere il cibo come merce”.

Ma che significa? Coloro che producono e distribuiscono cibo, dal contadino al dettagliante, hanno diritto a vendere i loro prodotti e ad essere remunerati altrimenti smetterebbero di produrli e faremmo tutti la fame.

Più in generale è proprio la grande rivoluzione industriale relativa all’agricoltura, seguendo la logica degli investimenti, dell’innovazione tecnologica e dei profitti che ha permesso oggi di nutrire gran parte dell’umanità.

Se 60 anni fa vivevano sulla Terra 2 miliardi di persone e 1 miliardo faceva la fame, mentre oggi siamo 7 miliardi e 6,2 miliardi hanno cibo a sufficienza, è proprio grazie al vituperato capitalismo che trasforma il cibo in merce, non è certo grazie a Carlo Petrini, né a Olmi o a don Ciotti. Se non considerassimo “il cibo come merce” moriremmo tutti di fame.

Poi i tre intellettuali si lanciano in filippiche strappalacrime di questo tipo: “Oggi la fame che perseguita grandi parti di mondo, determina migrazioni epocali, bibliche. Il Mediterraneo ogni giorno è tomba di una disperata umanità che cerca… il cibo quotidiano”.

Come abbiamo visto non è affatto vero che “oggi la fame perseguita grandi parti del mondo”, ma è vero il contrario: mai nella storia si è riusciti a nutrire tanta gente.

E gli esodi di massa sono dovuti in parte a guerre e oppressioni. In parte si verificano proprio nelle terre che non hanno “il cibo come merce”, ossia non hanno quello sviluppo fondato su industria, tecnologia e mercato.

Non ce l’hanno spesso per flagelli come l’islamismo che sta letteralmente devastando l’Africa subsahariana, ma su cui i nostri enfatici intellettuali evitano di puntare il dito.

IL FATTORE CRISTIANO

E’ storicamente dimostrabile che i fattori antropologici sono decisivi e – per esempio – un substrato culturale cristiano ha favorito lo sviluppo basato su istruzione, impresa, ricerca scientifica, investimenti e tecnologia, dentro un orizzonte che favorisce la democrazia e il rispetto dei diritti sociali e umani.

Del resto nessuno al mondo è tanto impegnato contro la fame quanto i cristiani, con gli aiuti nelle emergenze umanitarie, ma anche con iniziative di sviluppo che vanno dalla costruzione di pozzi, scuole e ospedali, all’artigianato e alla fondazione di università.

Vale pure per gli sprechi alimentari. In Italia il Banco Alimentare, la più grande iniziativa concreta che convoglia tonnellate di derrate alimentari verso i più bisognosi, nasce in ambito cattolico, ma ha aggregato attorno a sé energie di tutti i tipi e soprattutto è nata dal rapporto con una grande industria alimentare e dalla collaborazione della grande distribuzione.

Che non sono affatto nemici, ma protagonisti della nutrizione dell’umanità.

L’uomo non è il cancro del pianeta, ma la sua più grande risorsa anche per la salvagiardia dell’ambiente, perché nessuno inquina e devasta più della natura stessa.

Tanti si battono per proteggere la biodiversità, ma assai pochi si battono per quella che Benedetto XVI ha chiamato l’ecologia umana, a salvaguardia della vita, dell’integrità e della dignità dell’essere umano. Che è il grande “principio non negoziabile”.

Articolo di Antonio Socci, apparso su “Libero”, 3 maggio 2015, e ripreso dal sito dell’Autore

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Il consiglio di Pascal ai liberali: siate Bastiat!

Ven, 22/05/2015 - 08:00

Sono parecchi i motivi che impediscono la diffusione del liberalismo tra la gente. Oggi, ne discutiamo solo uno. Trattasi di un motivo che troppo spesso sottovalutiamo, forse per il suo carattere, per così dire, metodologico.

Mi riferisco al modo di esporre agli altri e in pubblico le teorie liberali e libertarie.

La scena che si ripropone su forum, blog e video è solitamente la seguente.

Ci sono un liberale e un non-liberale che discutono su un qualsivoglia argomento. Cosa fa solitamente il primo per convincere il secondo ad assumere posizioni liberali sull’argomento in questione?

Tiene (congiuntamente o alternativamente) 2 comportamenti:

1) comincia a dargli del socialista, comunista, nazi-fascista e cosi via, aggiungendo che non apprezza le potenzialità della proprietà privata e della libertà;

2) comincia a parlare di diritto naturale e dell’assoluta inviolabilità delle libertà individuali.

Credete che il liberale riuscirà nel suo intento, almeno nell’ 1% dei casi?

Sì e no: , se il non-liberale ha in sè già un qualche apprezzamento verso il valore della libertà; no, se il non-liberale è uno che ce l’ha a morte col capitalismo laissez-faire.

Dove sta il problema, quindi?

Eccolo: noi liberali vogliamo combattere le offese e i “ragionamenti intuizionisti” degli altri con altrettante offese e ragionamenti “intuizionisti” che potrebbero attirare solo chi già apprezza il valore della libertà.

Mi capita spesso di cadere in questa trappola, soprattutto quando non ho voglia di discutere o non mi ritengo ben preparato su un argomento. Tuttavia questo non è un buon motivo per continuare su una strada che è intrinsecamente sbagliata, per lo meno se abbiamo a cuore la diffusione del liberalismo nella nostra società.

Cosa c’entra Blaise Pascal in tutto questo? C’entra parecchio.

Proprio in queste settimane, mentre leggevo alcuni dei suoi “Pensieri”, mi sono imbattuto in alcune riflessioni interessanti, che presento qui:

“Quando si vuol discutere utilmente, e dimostrare a un altro che sbaglia, conviene osservare da quale lato egli considera la cosa, perché essa di solito da quel lato è vera, e riconoscergli questa verità, ma scoprirgli l’aspetto per cui essa è falsa.”

Pascal ci espone proprio il metodo cui facevamo riferimento all’inizio: se vogliamo convincere qualcuno cerchiamo di capire la sua posizione e riconosciamo le sue verità. Dopodichè, esponiamo l’altra faccia della medaglia.

E continua Pascal:

“Egli di ciò sarà contento, perché vedrà che non s’ingannava, e che sbagliava soltando nel non vederne altri aspetti: ora, non ci si affligge per non veder tutto, ma non si vuole ammettere di essersi ingannati.”

A ben vedere, questo è proprio il metodo usato magistralmente da Frédéric Bastiat nelle sue opere: riconoscere la verità di ciò che SI VEDE ma mostrare anche ciò che NON SI VEDE.

Proviamo, ora, a rendere il tutto più comprensibile con un esempio: ci sono il solito liberale e il solito non-liberale che discutono (ad esempio) di inquinamento. Il secondo, ovviamente, accusa il capitalismo laissez-faire di tutti i disastri ambientali.
Cosa potrebbe fare il primo (il liberale) per convincere il secondo (il non-liberale) ad assumere posizioni liberali su quell’argomento?

Magari, invece di accusarlo di essere un pianificatore centrale o di non capire la bellezza dell’ordine spontaneo, potrebbe cominciare riconoscendo la verità di quanto ha affermato il non-liberale: è vero, molte imprese inquinano e hanno inquinato!
A questo punto, però, il nostro liberale potrebbe spiegare come questo non sia un effetto del capitalismo laissez-faire dal momento che questa dottrina propugna la tutela della proprietà privata: se tu mi inquini senza il mio consenso, mi dispiace, ma stai violando la mia proprietà. Nota 1

Detto questo, bisogna intendersi su un punto: le risposte di un liberale non devono per forza essere argomenti economici di difficile comprensione, ma possono anche essere spiegazioni di alcuni dei “possibili” modi in cui, in una società libera, si risolverebbero molti dei problemi odierni (come nell’esempio sopra fatto). Proprio per questo è utile essere sempre ben informati su parecchi temi, per cos’ dire, “politici”.

Credo che SOLO DOPO aver proceduto a questo modo, possa essere di qualche utilità opporre al nostro interlocutore (non-liberale) la celebre frase di F.A. Hayek:

“Sarebbe altrettanto facile screditare la teoria del metodo scientifico per il fatto che non porta a previsioni controllabili di quel che scoprirà la scienza, quanto lo è screditare la teoria dl mercato per il fatto che non riesce a prevedere quali risultati particolari questo riuscirà a raggiungere.”

Non auspichiamo la nascita di nuovi Bastiat!

Dobbiamo essere noi stessi nuovi Bastiat!

Nota 1

So che la questione non è così semplice, ma non era il caso di entrare qui nei dettagli.

Articolo di Miki Biasi apparso in origine su The Road to Liberty e qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore

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Le disuguaglianze statistiche tra le razze dimostrano la discriminazione?

Lun, 18/05/2015 - 08:00

Nota dell’editore: Walter Williams è un insigne analista ed economista alla George Mason University di Fairfax, Virginia. Questo saggio fu originariamente pubblicato nel Novembre 2012 sotto il titolo “Diversità, Ignoranza e Stupidità” in The Freeman, il periodico della Foundation for Economic Education).

George Orwell era solito ammonire: “A volte il primo dovere degli uomini intelligenti è la riaffermazione dell’ovvio”. Questo è esattamente ciò che voglio fare – parlare dell’ovvio.

Docenti di diritto, tribunali e scienziati sociali hanno a lungo sostenuto come le grandi disuguaglianze statistiche provino l’esistenza di schemi e pratiche discriminatorie. Dietro tale visione c’è l’idea secondo cui senza discriminazioni, saremmo etnicamente distribuiti in modo proporzionale nelle caratteristiche socioeconomiche come ad esempio il reddito, l’educazione, il tipo di occupazione ed altri fattori. Non esiste una singola prova in alcun luogo ed in alcun tempo della storia dell’umanità che confermi come senza discriminazioni ci sarebbe una rappresentanza proporzionale, nonché un’assenza di grandi disuguaglianze statistiche relative a razza, sesso, nazionalità o a qualunque altra caratteristica. Tuttavia, molte delle nostre idee, leggi, controversie legali e politiche pubbliche sono basate sul concepire la proporzionalità come norma. Consideriamo dunque qualche grande disuguaglianza, per poi decidere se queste rappresentino ciò che avvocati e giudici chiamano “schemi e pratiche discriminatorie” e pensando poi a quali azioni correttive andrebbero intraprese.

Gli ebrei non raggiungono nemmeno l’1% della popolazione mondiale e soltanto il 3% di quella americana, eppure costituiscono il 20% dei premi Nobel ed il 39% dei vincitori americani. Questa è una gigantesca disuguaglianza statistica: è la commissione che aggiudica i Nobel a discriminare in favore degli ebrei, o sono gli ebrei ad essere impegnati in una cospirazione accademica contro tutti noi? In ogni caso, durante la Repubblica di Weimar – in Germania – gli ebrei erano soltanto l’1% della popolazione tedesca, ma rappresentavano il 10% dei dottori e dei dentisti del paese, il 17% degli avvocati ed una larga percentuale della comunità scientifica tedesca. Il 27% dei premi Nobel tedeschi sono ebrei.

La National Basketball Association (NBA, la lega professionistica americana di basket, ndr.) nel 2011 annoverava quasi l’80% dei giocatori neri ed il 17% bianchi. Se questa differenza è sconvolgente, pensate che gli asiatici sono solo l’1%. Non è abbastanza?  Cosa dire del fatto che i giocatori NBA più pagati sono neri e che per 45 volte su 57, un nero ha vinto il premio di Most Valuable Player (miglior giocatore stagionale, ndr.). Tali enormi disuguaglianze si verificano esattamente all’opposto nella National Hockey League, dove meno del 3% degli atleti sono neri. Questi costituiscono invece il 66% dei giocatori professionisti NFL e AFL (rispettivamente, la lega di football americano e australiano, ndr); nel restante 34%, non c’è un singolo sportivo giapponese. A tal proposito, non preoccupatevi, secondo il Japan Times Online (consultato il 17 Gennaio 2012): “Lo scout Larry Dixon dei Dallas Cowboys assicura che, posto che il mondo sta diventando ‘più piccolo’ a causa della globalizzazione, un giorno ci sarà un giocatore giapponese nella National Football League – sebbene non possa prevedere con certezza quando ciò accadrà”.

Mentre i giocatori professionisti neri di baseball sono scesi dal 18% di vent’anni fa, all’8.8% odierno, si rinvengono enormi differenze nei risultati conseguiti: quattro dei sei giocatori con più home-run totalizzati in carriera sono neri, così come ciascuno dei primi otto giocatori ad aver rubato più di 100 basi in una stagione. I neri, i cui avi giunsero dall’Africa Occidentale – inclusi gli afro-americani – detengono più del 95% dei record relativi alle discipline atletiche basate sulla corsa.

Come si spiegano queste enormi differenze nello sport? Richiedono l’attenzione dei tribunali?

Esistono peraltro delle disuguaglianze che potrebbero sconcertare in tema di diversità tra le persone. Per esempio, gli asiatici conseguono con regolarità i voti più alti nella parte matematica del SAT (Scholastic Aptitude Test, una prova attitudinale richiesta per l’ammissione ai college americani, ndr), mentre i neri hanno i più bassi.

Poi ci sono le disuguaglianze etniche/razziali sulla mortalità. Alle donne americane-vietnamiti è riscontrato un tasso di incidenza del cancro della cervice ben cinque volte più alto di quello delle donne caucasiche. Inoltre, tra due e undici volte più alto è il tasso relativo al tumore del fegato fra le popolazioni cinesi, filippine, giapponesi, coreane e vietnamite rispetto a quello dei caucasici.

La malattia di Tay-Sachs è rara fra popolazioni diverse dagli ebrei aschenaziti (di discendenza europea) e dai Cajun del sud della Louisiana; gli indiani Pima dell’Arizona hanno i tassi di diabete più alti al mondo; il cancro alla prostata è quasi due volte più comune fra gli uomini neri che fra i bianchi.

Come se non bastasse, c’è la questione della segregazione. La pagina “Room for Debate” del New York Times del 21 Maggio 2012 esordiva con “Jim Crow è morto, la segregazione continua. È tempo di ripristinare il servizio di scuolabus?”.

Il Civil Rights Project dell’Università di Harvard nel Gennaio 2003 dichiarava che le scuole erano sempre più etnicamente isolate, aggiungendo: “Gli obiettivi riguardanti i diritti civili non sono stati raggiunti. Da più di un decennio, l’intero paese ha imboccato il sentiero che porta ad una maggior segregazione”. Sei anni dopo, il Civil Rights Project di UCLA riportava: “le scuole negli Stati Uniti risultano più segregate oggi di quanto non lo siano state negli ultimi 40 anni”.

Pensiamo alla segregazione. Osservazioni casuali delle partite di hockey su ghiaccio suggeriscono come gli spettatori neri non siano minimamente rappresentativi con riferimento alla popolazione generale. Un’osservazione simile può essere fatta anche riguardo l’opera, le gare di equitazione e le degustazioni di vino. Le statistiche sulla popolazione del South Dakota, Iowa, Maine, Montana, Wyoming e Vermont evidenziano che neanche l’1% degli abitanti è nero; d’altro canto, in stati come la Georgia, l’Alabama e il Mississippi, i neri sono sovra-rappresentati rispetto alla loro percentuale nella popolazione generale.

Le persone di colore sono poco più del 50% della popolazione di Washington D.C. Il Reagan National Airport serve quella zona; come tutti gli altri aeroporti, ha delle fontanelle d’acqua. In nessun caso è stato possibile osservare se il 50% di chi le usa sia un uomo di colore: sarebbe una stima rozza, ma credo che ogni giorno non più del 10-15% delle persone che le usano siano di colore. Vorrebbe forse dire che le fontane del Reagan National Airport sono razziste? Diremmo che lo sono gli stati del South Dakota, dell’Iowa, del Maine, del Montana, del Wyoming e del Vermont? Oppure le partite di hockey su ghiaccio, l’opera, l’equitazione e le degustazioni di vino? Inoltre, qualcuno proporrebbe mai di portare dei neri in bus in South Dakota, Iowa, Maine, Montana e nel Wyoming, e i bianchi da questi stati alla Georgia, Alabama e Mississippi al fine di raggiungere un equilibrio etnico? Che azione correttiva può essere presa per conseguire l’integrazione razziale alle partite di hockey, all’opera, alle gare di equitazione e alle degustazioni di vino?

Una piccola riflessione mostra che le persone danno al termine “discriminazione razziale” un significato per l’uso di fontane, per l’opera e per le partite di hockey, ed uno completamente diverso per le scuole. Il ragionevole test per stabilire se le fontane del Reagan National Airport compiono atti discriminatori consisterebbe nello stabilire se una persona di colore sia libera di bere da una qualsiasi di esse. Se la risposta è affermativa, le fontane non sono affatto razziste – sebbene nessun nero voglia usarle per dissetarsi. Lo stesso identico test andrebbe eseguito per le scuole. Ossia, se uno studente nero vive in un particolare distretto scolastico, è forse libero di frequentare una particolare scuola? Se sì, la scuola non è luogo di segregazione, ancorché nessun nero effettivamente la frequenti. Quando un’attività non è etnicamente mista, un termine migliore sarebbe “etnicamente omogenea”, e ciò non significa affatto che essa sia discriminatoria.

 Voglio sperare che le persone pronte a gridare che le scuole sono luoghi di segregazione, non facciano altrettanto per le fontane degli aeroporti, per gli stati, per l’opera e per le partite di hockey su ghiaccio.

Riassumendo

  • Non esiste una singola evidenza in alcun luogo ed in alcun tempo della storia dell’umanità volta a dimostrare che senza discriminazioni vi sarebbe una rappresentanza equa e un’assenza di grandi disuguaglianze statistiche derivanti da razza, sesso, nazionalità o qualunque altra caratteristica.
  • Osservazioni casuali eseguite alle partite di hockey su ghiaccio suggeriscono come gli spettatori neri non siano minimamente rappresentativi con riferimento alla loro presenza nella popolazione generale. Ma ciò non significa “discriminazione”.
  • Per ulteriori informazioni, vedi:

“Discrimination and Liberty” di Walter E. Williams: http://tinyurl.com/mk7eu27

“The Economics and Politics of Discrimination” di George C. Leef: http://tinyurl.com/pkcu249

“Capitalism: Discrimination’s Implacable Enemy” di John Hood: http://tinyurl.com/m37vmju

“A Chance to End Racism in America” di Wendy McElroy: http://tinyurl.com/m5fq2yv

“Race and Economics: How Much Can Be Blamed on Discrimination?” di D. W. MacKenzie: http://tinyurl.com/pfsuhtm

“Lending Discrimination: The Unending Search” di Robert Batemarco: http://tinyurl.com/kb58n3w

Articolo di Walter Williams su Fee.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina

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Lettera al governo: Fermate le armi!

Ven, 15/05/2015 - 08:00

Caro governo,

“noi tutti” ci siamo qui riuniti per farvi una richiesta: dovete impedire, una volta per tutte, l’uso delle armi ai privati cittadini.

Siamo stufi di rivedere sempre le stesse scene.

Non meritiamo di svolgere il nostro mestiere con la tranquillità che dovrebbe essere tipica di ogni lavoro?

Pensate: proprio quando siamo vicinissimi alla raccolta dei frutti del nostro lavoro, questi privati cittadini ci puntano le loro armi contro, trattenendo così i prodotti della nostra attività.

Quindi ribadiamo: è davvero necessario lavorare con l’ansia di essere sparati in qualunque momento?

Per questi motivi, Governo, vi chiediamo di intervenire! E dovete farlo subito! Per il nostro bene.

Tuttavia, se non riterrete sufficiente quanto detto finora, caro Governo, vi esponiamo le considerazioni di alcuni nostri amici:

Cosa significherebbe sostanzialmente “armi libere per i privati cittadini”?
Esattamente questo, caro Governo: gli organi di sicurezza dello Stato non avrebbero più il potere di eseguire perfettamente gli ordini di un governo democraticamente eletto, in quanto si dovrebbe temere la reazione di alcuni cittadini.

Dovete ammettere quanto tutto ciò sia contrario al “dialogo” democratico.

Fin qui, caro Governo, le considerazioni dei nostri amici.

A noi, però, queste considerazioni appaiono troppo moderate: se vogliamo estirpare la piaga delle armi, dobbiamo abolirle tout court. D’altronde cosa ci assicura che coloro che voi, caro Governo, avete preposto alla nostra sicurezza, in momenti di follia, ci puntino le armi contro?

Ciò che bisogna fare, è togliere le armi anche agli organi di sicurezza. Sarebbe anche più carino acciuffare i furfanti: non si farebbe loro del male e sconterebbero serenamente la loro pena in carcere.

Non è, questo, degno di uno Stato che voglia chiamarsi “civile”?

E’ una lettera piuttosto corta, ne siamo consci. Tuttavia speriamo che queste poche righe, caro Governo, vi facciano cogliere le ragioni più intime della nostra richiesta.

Confidiamo in ulteriori e proficue collaborazioni.

Con affetto,

ladri, rapinatori e autocrati di tutto il mondo

Articolo di Miki Biasi originariamente apparso su The Road to Liberty e qui riprodotto per gentile concessione dell’Autore

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Per una ricostruzione della teoria dell’utilità e dell’economia del benessere – II parte

Mer, 13/05/2015 - 08:00

Il professor Samuelson e la “Preferenza Rivelata”

“Preferenza rivelata” – preferenza rivelata dalla scelta compiuta – sarebbe stata un’espressione appropriata per il nostro concetto. Ma è stata utilizzata per la prima volta da Samuelson per un suo concetto apparentemente simile ma in realtà profondamente diverso. La differenza fondamentale è questa: Samuelson presuppone l’esistenza di una sottostante scala di preferenze che forma la base delle azioni di un uomo e che rimane costante nel corso delle sue azioni nel tempo. Samuelson poi usa procedure matematiche complesse in un tentativo di “tracciare una mappa” della scala di preferenze dell’individuo sulla base delle sue numerose azioni.

 Il primo errore qui è l’assunzione che la scala di preferenze rimanga costante nel tempo. Non vi è ragione alcuna per presupporre una simile ipotesi. Tutto ciò che possiamo dire è che un’azione, in uno specifico punto nel tempo, rivela parte della scala di preferenze di un uomo in quel momento. Non vi è alcun motivo valido per assumere che essa rimanga costante da un punto del tempo a un altro.8

 I teorici della “preferenza rivelata” non si rendono conto di assumere l’ipotesi della costanza; credono che la loro premessa sia solo quella del comportamento coerente, che identificano con la “razionalità”. Essi ammettono che le persone non so no sempre “razionali”, ma difendono la loro teoria come una buona prima approssimazione o anche come una teoria dotata di valore normativo. In ogni caso, come ha fatto notare Mises, costanza e coerenza sono due cose completamente diverse. Coerenza significa che una persona mantiene un ordine transitivo nella graduatoria della sua scala di preferenze (se A è preferito a B e B è preferito a C, allora A è preferito a C). Ma la procedura della preferenza rivelata non si basa su tale assunzione, né su quella di costanza – secondo cui un individuo mantiene la stessa scala di valori nel tempo. Mentre la prima situazione potrebbe essere definita irrazionale, non vi è certamente alcunché di irrazionale nel fatto che le scale di valori di una persona cambino nel tempo. Quindi nessuna teoria valida può essere costruita sulla premessa della costanza di comportamento.9

 In base all’ipotesi di costanza, una delle procedure più assurde è consistita nel tentativo di giungere alla scala di preferenze del consumatore non attraverso l’osservazione dell’azione reale ma attraverso questionari. In vacuo, alcuni consumatori vengono intervistati esaurientemente su quale teorico gruppo di beni preferirebbero rispetto ad un altro e così via. Non solo tale procedura soffre dell’errore della costanza, ma non può essere attribuita alcuna certezza al mero fatto di interrogare le persone quando esse non si trovano di fronte alle scelte nella realtà. Non solo la valutazione di una persona differirà se parla delle scelte oppure se si trova nella situazione in cui sceglie effettivamente, ma in più non vi è la garanzia che stia dicendo la verità. 10

La bancarotta dell’approccio della preferenza rivelata non è mai stato illustrato meglio che da un importante seguace, il professor Kennedy. Dice Kennedy: “In quale scienza rispettabile l’ipotesi di coerenza (cioè di costanza) sarebbe accolta per un solo momento?” 11 Tuttavia egli sostiene che debba essere mantenuta ugualmente, altrimenti la teoria dell’utilità non servirebbe ad alcuno scopo proficuo. L’abbandono della verità in nome di una spuria utilità è una caratteristica tipica della tradizione positivista-pragmatista. Tranne che in certe ipotesi ausiliarie, dovrebbe essere ovvio che ciò che è falso non può essere utile nella costruzione di una teoria vera. Questo è particolarmente vero nell’economia, che è esplicitamente costruita su assiomi veri.12

Psicologismo e comportamentismo: trappole gemelle

 La dottrina della preferenza rivelata è un esempio di ciò che possiamo definire la fallacia dello “psicologismo”, che consiste nel considerare le scale di preferenza come se esistessero quali entità separate, indipendenti dall’azione reale. Lo psicologismo è un errore frequente nell’analisi dell’utilità. È basato sulla premessa che l’analisi dell’utilità sia una sorta di “psicologia” e che quindi l’economia, nell’elaborazione dei fondamenti della sua struttura teoretica, debba addentrarsi nell’analisi psicologica.

 La prasseologia, base della teoria economica, invece differisce dalla psicologia. La psicologia esamina il come e il perché le persone danno vita ai valori. Tratta il contenuto concreto dei fini e dei valori. L’economia, invece, si basa semplicemente sulla premessa dell’ esistenza dei fini, e quindi deduce la sua teoria valida da tale premessa generale.13 Essa quindi non ha nulla a che fare con il contenuto dei fini o con le operazioni interne della mente dell’uomo che agisce. 14

Se lo psicologismo dev’essere evitato, va evitato anche l’errore opposto del comportamentismo. Il comportamentista vuole eliminare completamente dall’economia il “soggettivismo”, cioè l’azione motivata, in quanto ritiene che qualsiasi traccia di soggettivismo non sia scientifica. Il suo ideale è il metodo della fisica, che tratta l’esame dei movimenti di materiali non mossi da scopi, inorganici. Nell’adottare questo metodo egli getta via la conoscenza soggettiva dell’azione, su cui è fondata la scienza economica; di fatto rende impossibile qualsiasi indagine scientifica sugli esseri umani. L’approccio comportamentista in economia ebbe inizio con Cassel, e il seguace contemporaneo più importante è il  professor  Little.  Little rifiuta la teoria della preferenza  dimostrata perché essa assume  l’esistenza  della  preferenza.  Egli  si  vanta  del  fatto  che,  nella  sua  analisi,  l’individuo massimizzante “alla fine scompare”, il che significa, ovviamente, che scompare anche l’economia. 15 Gli errori dello psicologismo e del comportamentismo hanno un’origine comune: il desiderio da parte dei loro sostenitori di dotare i loro concetti e procedure di “significato operativo”, sia nel campo del comportamento osservato sia nell’ambito delle operazioni mentali. Vilfredo Pareto, probabilmente il fondatore di un approccio esplicitamente positivista in economia, sostenne entrambi gli errori. Rifiutando l’approccio della preferenza dimostrata in quanto “tautologico”, Pareto cercò da un lato di eliminare le preferenze soggettive dall’economia, e dall’altro di investigare e misurare le scale di preferenza indipendentemente dall’azione reale. Pareto è stato, per molti aspetti, l’antenato spirituale della maggior parte dei teorici dell’utilità contemporanei. 16 17.

Una nota sulla critica del professor Armstrong

Il professor Armstrong ha elaborato una critica dell’approccio della preferenza rivelata che si potrebbe indubbiamente applicare anche alla preferenza dimostrata. Egli afferma che, quando viene preso in considerazione più di un bene, le scale di preferenza individuali non possono essere unitarie, e non possiamo ordinare i beni su un’unica scala.18 Al contrario, la caratteristica di una scala di preferenze dedotta è proprio di essere unitaria. Un uomo può scegliere tra due alternative, in base al maggiore o minor valore, solo se le colloca su un’unica scala. Ogni mezzo verrà impiegato in funzione dell’uso preferito. La scelta reale quindi dimostra sempre le preferenze rilevanti ordinate su una scala unitaria.

Tratto da Rothbardiana

Traduzione di Piero Vernaglione

Note

8. L’analisi di Samuelson soffre anche di altri errori, come l’uso delle scorrette procedure basate sui “ numeri indici”. Sugli errori teoretici dei numeri indici cfr. Mises, Theory of Money and Credit, pp. 187-94.

9. V. Mises, Human Action, pp. 102-3. Mises dimostra che Wicksteed e Robbins hanno commesso un errore analogo.

10. È un merito di Samuelson il rifiuto della tecnica del questionario. I professori Kennedy e Keckskemeti, per ragioni differenti, difendono il metodo del questionario. Kennedy afferma semplicemente, in maniera piuttosto illogica, che le procedure in vacuo comunque vengono utilizzate, quando il teorico afferma che una quantità maggiore di un bene è preferita a una quantità minore. Ma ciò non è in vacuo; è una conclusione basata sulla conoscenza prasseologica secondo cui, essendo un bene qualsiasi oggetto di azione, finché rimane un bene quantità maggiori devono essere preferite a quantità minori. Kennedy quindi ha tort o quando afferma che questo è un argomento circolare, perché il fatto che l’azione esiste non è “circolare”. Keckskemeti in realtà afferma che, ai fini della scoperta delle preferenze, il metodo del questionario è preferibile all’osservazione del comportamento. La base delle sue tesi è una dicotomia spuria fra valutazioni di utilità e valutazioni etiche. Le valutazioni etiche possono essere considerate coincidenti con i giudizi di utilità, oppure una sottospecie di essi, ma non possono essere distinte. Cfr. Charles Kennedy, “Th e Common Sense of Indifference Curves,” Oxford Economic Papers (January 1950): 123-31; Kenneth J. Arrow, “Review o f Paul Keckskemeti’s Meaning, Communication, and Value,” Econometrica (January 1955): 103.

11. Kennedy, “The Common Sense of Indifference Curves. ” L’articolo di Kennedy offre la miglior descrizion e sintetica dell’approccio della preferenza rivelata.

12. Anche questo errore deriva dalla fisica, in cui assunzioni quali l’assenza di attrito sono utili come prime approssimazioni – per conoscere fatti da leggi esplicative sconosciute. Per un proficuo scetticismo sul valore dei falsi assiomi, cfr. Martin Bronfenbrenner, “Contemporary Economics Resurveyed,” Journal of Political Economy (April 1953).

13. L’assioma dell’esistenza dei fini può essere considerato una proposizione nella psicologia filosofica. In quel senso, la prasseologia poggia sulla psicologia, ma poi il suo sviluppo diverge dalla psicologia in senso stretto. Sulla questione dello scopo, la prasseologia si pone esattamente nel solco della tradizione leibniziana della psicologia filosofica in opposizione alla tradizione lockiana sostenuta dai positivisti, dai comportamentisti e dagli associazionisti. Per un’illuminante analisi di questa tematica, cfr. Gordon W. Allport, Becoming (New Haven, Conn.: Yale University Press, 1955), pp. 6-17.

14. Di conseguenza la legge dell’utilità marginale dec rescente non è basata su qualche legge psicologica della sazietà dei desideri, ma sulla verità prasseologica secondo cui le prime unità di un bene saranno utilizzate per g li usi di maggior valore, le unità successive per gli usi di maggior valore successivi, e così via.

15. M.D. Little, “A Reformulation of the Theory of Co nsumers’ Behavior,” Oxford Economic Papers (January 1949): 90-99.

16. Vilfredo Pareto, “On the Economic Phenomenon,” International Economic Papers 3 (1953): 188-94. Per un’eccellente confutazione cfr. Benedetto Croce, “O n the Economic Principle, Parts I and II,” ibid.: 1 75-76. 201. Il famoso dibattito Croce-Pareto è un illuminante esempio di iniziale controversia fra visioni prasseologiche e positiviste in economia.

17. Un interessante esempio contemporaneo della combinazione di entrambi i tipi di errori è rappresentato da Vivian C. Walsh. Da un lato egli è un comportamentista estremo, che rifiuta di ammettere che qualsiasi preferenza è rilevante per l’azione, o può essere dimostrata dall’azione. Dall ’altro assume anche la posizione psicologista estrema secondo cui gli stati psicologici in sé possono essere direttamente osservati. A tal fine egli fa affidamento sul “senso comune”. Ma tale posizione è fallace perché le “osservazioni” psicologiche di Walsh sono idealtipi e non categorie analitiche. Walsh afferma: “dire che un individuo è un fumatore è diverso dall’asserire che egli sta fumando in questo momento”, attribuendo all’economia il primo tipo di asserzione. Ma questo tipo di asserzioni sono idealtipi storici, rilevanti per la storia e la psicologia, ma non per l’analisi economica. Vivian C. Walsh, “On Descriptions of Cons umers’ Behavior,” Economica (August 1954): 244-52. Sugli idealtipi e le loro relazioni con la prasseologia cfr. Mises, Human Action, pp. 59-64.

18. Wallace E. Armstrong, “A Note on the Theory of Cons umer’s Behavior,” Oxford Economic Papers (January 1950): 199 e segg. Su questo punto cfr. la replica di Little, in I.M.D. Little, “The Theory of Consumer’s Beh avior—A Comment,” ibid., 132-35.

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