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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 32 min 33 sec fa

La Scuola Austriaca: differenze interne – I parte

Lun, 19/01/2015 - 09:00

1. Introduzione

In questo saggio verranno esaminati i punti di dissenso, metodologici e sostantivi, all’interno della Scuola Austriaca. Ci si soffermerà prevalentemente sulle differenze maggiormente significative, che intercorrono tra misesiani e hayekiani. Verrà quindi illustrata quella che può essere considerata una terza corrente, rappresentata da Ludwig Lachmann, che ha estremizzato il soggettivismo della teoria, con esiti di indeterminatezza circa il conseguimento di alcune verità prasseologiche che gli altri paradigmi danno per acquisite.

Successivamente verrà esaminato il diverso approccio di Ludwig von Mises e Murray Rothbard alla teoria della conoscenza e all’etica, estendendo il confronto alle scuole economiche che fondano il loro sostegno al libero mercato su basi utilitariste. Infine si accennerà a due differenze, di minor rilievo, relative al concetto di “sovranità del consumatore” e all’introduzione mengeriana della distinzione fra bisogni “reali” e “immaginari”.

2. Mises vs Hayek

Per quanto riguarda le differenze fra il paradigma misesiano, o realista causale, e quello hayekiano[1], ne vengono analizzate quattro. Le due più importanti vertono sulle possibilità della razionalità umana, e riguardano l’intenzionalità delle azioni umane e il problema della conoscenza all’interno del sistema economico-sociale. Questi due aspetti, fra loro interconnessi, hanno riflessi sul terzo punto di dissenso, il ruolo dell’imprenditore. La quarta divergenza infine ha per oggetto il concetto di “coordinamento” (dei piani individuali o dei prezzi).

2.1 Intenzionalità e inintenzionalità

La prima e principale differenza riguarda la lettura della dinamica sociale, inintenzionale e spontanea per gli hayekiani, consapevole per i misesiani.

  1. von Hayek è un antirazionalista: egli propone tre concetti per chiarire la sua tesi sulla non razionalità dell’azione umana: “ordine spontaneo”, “conseguenze inintenzionali delle azioni umane” e “prodotto dell’azione umana ma non del progetto umano”[2]. Tali espressioni sono in realtà varianti dello stesso concetto, e indicano che regole e istituzioni umane (moneta, lingua, diritto ecc.) sono esito di una evoluzione non consapevole, puramente riflessiva e tropistica. L’interazione delle azioni intenzionali degli individui conduce a esiti nuovi, imprevisti, non voluti inizialmente dagli individui agenti, dunque non imputabili alle loro specifiche volontà. In una dinamica di selezione naturale, gli uomini, attraverso gli scambi reciproci, manifestano le proprie esigenze e trasmettono le relative informazioni (catallassi), cioè le “circostanze particolari di tempo e di luogo” disperse fra milioni di individui; tramite questo processo di scoperta fanno sopravvivere involontariamente le istituzioni migliori, cioè quelle più vantaggiose. Le migliori istituzioni sono quelle che derivano da idee e pratiche che si sviluppano gradualmente.

Dunque, non è la consapevolezza razionale dei benefici del libero mercato che ha portato alla sua diffusione. Queste norme possono emergere solo dalle cieche, inconsce forze dell’evoluzione[3]. Questa lettura della dinamica sociale si riflette, come si vedrà nel successivo paragrafo, anche sulla teoria della conoscenza.

I razionalisti ritengono invece che l’ordine sia volontario, nel senso che deriva da azioni volontarie. Per Mises (sulla scorta di Aristotele) l’uomo è l’unico essere razionale; può conoscere e imparare, e lo può fare attraverso l’uso della ragione. L’enfasi sull’azione umana comporta l’evidenziazione dell’importanza della ragione umana, in quanto scopritrice dei bisogni e dei mezzi per soddisfarli; azione umana e ragione umana sono strettamente collegate, perché ogni azione è basata su una precisa idea del rapporto di causa ed effetto. Le azioni umane sono razionalmente orientate, e ampiamente consapevoli degli effetti possibili (anche se non in grado di prevedere perfettamente l’esito finale). Gli esseri umani agiscono e scelgono, non sono “mossi” inconsciamente, roboticamente, immotivatamente. Questo non significa che gli uomini seguono sempre la ragione, ma che sono in grado di farlo.

Per i misesiani lo scopo del teorico sociale è quello di spiegare le conseguenze dirette e indirette delle azioni umane[4], non le conseguenze intenzionali e inintenzionali. Se le conseguenze indirette possono essere definite e descritte, possono essere anche intese; altrimenti, se sono inconsce, di esse non si può dire alcunché. Qualcosa che è indefinibile, non può avere un’influenza verificabile sulle azioni di chiunque; né può essere considerata responsabile del successo di differenti gruppi sociali. Nella maggior parte dei casi le azioni delle persone ottengono le conseguenze volute; se non fosse così, le persone non continuerebbero a ripetere tali azioni. La ripetizione abituale (abitudini) di molte azioni non è qualcosa di inspiegabile e meccanico; le azioni vengono ripetute perché hanno condotto con successo agli obiettivi prefissati[5].

Anche se una persona non coglie immediatamente le conseguenze sociali indirette delle sue azioni, questa ignoranza comunque non rimarrà per molto: ad esempio, circa l’opportunità o meno della divisione del lavoro e degli scambi interpersonali di beni, un individuo, ripetendo scambi con altri individui, si rende conto che trae da essi un beneficio. La divisione del lavoro è attuata consapevolmente perché si constata che migliora il benessere, che consente di raggiungere gli obiettivi individuali. Ogni individuo agisce in questo modo consciamente, perché la ragione gli dice che egli starà meglio se si specializzerà ed effettuerà lo scambio mentre starà peggio se non lo farà. Ma c’è di più: gli individui si rendono conto che le proprie azioni non beneficiano solo se stessi ma anche gli altri scambianti; e dunque riconoscono anche sul piano intellettuale astratto il principio di giustizia interpersonale e di progresso economico: tutti i risultati degli scambi volontari sono giusti, e il progresso dipende dall’estensione della divisione del lavoro basata sulla proprietà privata e sull’universalizzazione dell’uso della moneta[6].

È la ragione – il corpo della teoria economica prasseologicamente dedotta – che può dirgli, e gli dice, che l’economia di mercato funziona molto bene, mentre la pianificazione no. Tutto ciò si può riconoscere razionalmente: c’è un motivo razionale che spinge a preservare gli scambi volontari e quindi l’economia di libero mercato. Ed è possibile convincere l’opinione pubblica di tale superiorità, perché le idee contano, influenzano profondamente i comportamenti.

Lo stesso si dica per le norme giuridiche: il diritto è una parte del sistema delle regole di condotta indispensabili per la preservazione della società (pace, prosperità). Esso si evolve, è un processo evoluzionistico, ma razionale, non cieco; il diritto è teleologico, volto a uno scopo. Le norme giuridiche vengono corrette e adeguate con l’uso della ragione, è assurdo accettare tutte le norme solo perché esistono. Hayek loda il common law come esempio di ordine spontaneo inintenzionale: ma i giudici individuano, elaborano e applicano consapevolmente i principi giuridici; la ragione e il progetto deliberato sono rilevanti nel common law, il fatto che tali principi non siano imposti da uno Stato sovrano non significa che non siano frutto della ragione. I misesiani considererebbero assurdo accettare tutte le norme solo perché esistono, senza nemmeno correggerle attraverso l’uso della ragione.

La società dunque non è un “ordine spontaneo” bensì un “ordine razionale”, il risultato di comportamenti consci, volti a uno scopo, di cooperazione consapevole.

Oltre al mercato e al diritto, anche istituzioni sociali e regole come il linguaggio[7], la morale, le consuetudini, la proprietà privata, il matrimonio monogamico[8] ecc. sono il frutto di sforzi consapevoli volti a garantire meglio la suddetta cooperazione sociale (divisione del lavoro e scambio). Affermare ciò non significa sostenere che queste istituzioni sono nate all’improvviso da una singola mente, o da un contratto sociale; si sono modificate e modellate nel corso della storia, ma sempre in seguito al progetto consapevole di esseri umani concreti.

Inoltre, i gruppi sociali non imitano le pratiche “migliori” inconsciamente: anche nelle epoche più primitive, in cui esistevano gruppi sociali completamente isolati e separati, ognuno di questi necessariamente deve aver sperimentato le pratiche dell’appropriazione originaria, della produzione e dello scambio; dunque ogni gruppo può riconoscere la validità universale delle regole che consentono tali azioni. Se Hayek avesse ragione, cioè se le suddette pratiche fossero il risultato di mutazioni spontanee o di imitazioni cieche, vorrebbe dire che alcuni gruppi sociali (quelli cancellati dalla selezione della storia) in passato non hanno seguito queste pratiche, dunque non hanno realizzato l’appropriazione originaria, non hanno prodotto, non hanno scambiato, e quindi si sono rapidamente estinti. Ma allora è possibile individuare razionalmente le pratiche “giuste”, e le cause del fiorire delle civiltà non sono incomprensibili e nascoste.

L’enfasi sulle abitudini inconsce non riesce a rendere conto di due fenomeni della dinamica sociale. In primo luogo, la teoria di Hayek non riesce a spiegare come, e perché, le regole “buone” sono state introdotte all’inizio. I razionalisti lo sanno spiegare: sono state introdotte perché erano razionalmente superiori, ciò che Hayek nega. In secondo luogo, la teoria antirazionalista non sa spiegare come cambiano le regole. Il vero concetto di evoluzione ha a che fare con i geni e le mutazioni, ma qui non si spiega perché le mutazioni avvengono. Inoltre l’evoluzione richiama un processo lento, e allora non rende conto di un fenomeno come il crollo repentino dei sistemi comunisti est europei (il cui motivo è che quel sistema non poteva funzionare bene, e ciò era razionalmente spiegabile).

In generale, poi, i misesiani ritengono che bisogna mantenere una presunzione di intenzionalità delle conseguenze delle azioni umane: infatti, poiché le azioni sono dirette a uno scopo, sono intenzionali, è molto probabile che le conseguenze siano quelle volute, dunque l’onere della prova dovrebbe ricadere su chi afferma che sono inintenzionali (un esempio di conseguenza inintenzionale sono le perdite subite da un imprenditore, ma a parte tale caso la presunzione dovrebbe stare dalla parte dell’intenzionalità).

Ancora: i razionalisti ritengono erroneo, o ultroneo, questo assillo degli hayekiani di celebrare le conseguenze inintenzionali. Non sarebbe meglio, obiettano, se queste conseguenze favorevoli ai consumatori o agli standard di vita generali fossero anche capite e volute dagli attori? In altri termini: richiamando la celebre frase di Adam Smith sul macellaio, il birraio e il fornaio, non si può stare nelle loro teste e sapere con certezza che essi non sono consapevoli di beneficiare i consumatori. Supponiamo che desiderino e capiscano le conseguenze personali della loro produzione, il conseguimento di un profitto soddisfacente; ma supponiamo anche che essi vengano informati, dagli economisti o da altri studiosi, che le loro azioni hanno anche l’effetto di aiutare il resto della società e gli standard di vita generali. Allora essi comprenderebbero anche questo benessere generale, pur concedendo che il loro interesse personale sarebbe ancora l’obiettivo principale. Essi quindi vogliono anche il secondo tipo di conseguenze. Dunque non si può dire che la teoria economica studia solo le conseguenze non intenzionali dell’azione umana[9].

Inoltre, essi si sentirebbero probabilmente, come minimo, meglio e più felici per le attività che svolgono, sapendo che beneficiano i consumatori oltre che se stessi. Non si capisce come una simile conoscenza possa nuocere[10].

Un altro rilievo mosso dai misesiani è che tale visione evolutiva fa ritenere che tutto ciò che viene “dopo” è sempre meglio di ciò che c’era “prima”, aderendo in tal modo alla teoria Whig della storia, e alla visione di autori come Ferguson, Hegel e Marx, che, con argomenti metodologici diversi, concludono che la storia muove verso il bene. E se ciò che viene “dopo” è necessariamente meglio di ciò che viene “prima”, se le regole esistenti sono le migliori, si legittima anche l’interventismo statale del XX secolo e contemporaneo. Ma lo Stato non cresce “spontaneamente”, è l’azione di élite e lobby che consapevolmente conseguono i loro interessi di espropriazione dei contribuenti per il proprio vantaggio.

Infine, rileva J. Salerno, istituzioni involontarie (il termine di Mises è unwitting) sono quelle che in genere si determinano in una condizione di disintegrazione sociale, non di ordine sociale. Quando le norme sociali, i comportamenti, le istituzioni non sono frutto di un’antecedente riflessione razionale, allora tendenzialmente sono il sintomo di una condizione caotica. La storia umana non è una tacita, automatica e irenica evoluzione, ma l’esito del conflitto fra ideologie diverse: che vi sia progresso, regresso o disintegrazione sociale dipende dalle idee che gli uomini riescono a comunicare e se riescono a convincere gli altri, dunque se si affermano quelle di laissez faire o quelle stataliste[11].

Se l’uomo vuole conseguire un cambiamento sociale positivo, non può contare sulle conseguenze “inintenzionali” e spontanee, al contrario, deve capire con chiarezza che il libero mercato porta prosperità e lo statalismo porta povertà. Questa è una visione razionalista dell’evoluzione sociale.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Fra gli esponenti del paradigma misesiano vanno indicati Rothbard, H. Hazlitt, H. Sennholz, J. Salerno, H.-H. Hoppe, D. Armentano, J.G. Hülsmann, W. Block, P.G. Klein. Vicini all’impostazione hayekiana possono essere considerati B. Leoni, I. Kirzner, P. O’Driscoll jr., L. Yeager, S. Horwitz, W.N. Butos, B. Caldwell, J. Hasnas, K. Vaughn, M.J. Rizzo e G.P. O’Driscoll. La teoria di K. Popper sulla falsificabilità come tratto caratteristico delle teorie scientifiche viene accolta da Hayek, dunque quella popperiana non può essere considerata una posizione distinta all’interno della Scuola. Mario J. Rizzo e Gerald P. O’Driscoll in The Economics of Time and Ignorance (Basil Blackwell, New York, 1985) trattano ampiamente temi hayekiani e lachmanniani, approdando ad un irrazionalismo bergsoniano.

[2] F. von Hayek, Economia e conoscenza (1937), L’uso della conoscenza nella società (1945), in F. Donzelli (a cura di), Conoscenza, mercato, pianificazione, il Mulino, Bologna, 1988; Competition as a Discovery Procedure (1968), «The Quarterly Journal of Austrian Economics», vol. 5 n. 3, autunno 2002; Legge, legislazione e libertà (1973), il Saggiatore, Milano, 1994; The Pretence of Knowledge, Nobel Lecture, 11-12-1974, in «The American Economic Review», vol. 79, Issue 6, dicembre 1989, pp. 3-7.

[3] H.-H. Hoppe ricostruisce (e critica) nel seguente modo la teoria antirazionalista di Hayek. Essa consiste di tre proposizioni: 1) Una persona inizialmente compie un’azione spontanea e inconscia, senza sapere perché e per quale scopo. E una persona mantiene questa pratica senza alcuna ragione, che abbia o no conseguito un successo (perché se non c’è uno scopo non vi può essere né successo né fallimento) (Mutazione culturale). 2) La nuova pratica è imitata da altri membri del gruppo – ancora senza alcun motivo (Trasmissione culturale). 3) Membri di altri gruppi non imitano quella pratica. I gruppi che adottano spontaneamente e imitano inconsciamente la pratica migliore evidenzieranno una maggior crescita della popolazione, maggior ricchezza, o comunque “prevarranno” (Selezione culturale). Istituzioni e pratiche come la proprietà privata, la divisione del lavoro, la moneta o lo Stato sono sorte e si sono affermate grazie al meccanismo ora descritto.

La prima proposizione, replica Hoppe, può applicarsi a un vegetale ma non a un essere umano, perché un’azione è sempre un atto conscio in vista di uno o più scopi.

Circa la seconda proposizione, l’imitazione avviene perché gli individui vogliono accrescere il proprio benessere e la propria ricchezza, non senza motivo. Un classico esempio di tale dinamica è il diffondersi di un bene quale moneta: coloro che lo utilizzano come mezzo di scambio, aggiungendosi a (imitando) coloro che già lo utilizzavano in precedenza, si comportano così per risolvere i propri problemi di scambio; la nascita di un unico mezzo di scambio universale non è frutto del caso, non è un esito inintenzionale.

Per quanto riguarda la terza proposizione, anche nelle epoche più primitive, in cui esistevano gruppi sociali completamente isolati e separati, tutti questi gruppi necessariamente devono aver sperimentato le pratiche dell’appropriazione originaria, della produzione e dello scambio; dunque ogni gruppo può riconoscere la validità universale delle regole che li consentono.

Hayek propone anche una variante più moderata della sua tesi: molte istituzioni e pratiche sociali sono le conseguenze inintenzionali di singole azioni intenzionali. Dunque non tutte le azioni sono inconsapevoli (come nella prima versione), ma comunque sono le conseguenze non volute a decretare il successo delle pratiche individuali. E poiché tali conseguenze inintenzionali non possono essere conosciute, il processo di evoluzione sociale è in ultima istanza irrazionale, guidato non dalla giustezza o falsità delle idee, ma da un cieco meccanismo di selezione. La critica a questa versione è riportata di seguito nel testo (conseguenze indirette o inintenzionali). H.-H. Hoppe, Hayek on Government and Social Evolution: A Critique, in «The Review of Austrian Economics», vol. 7, n. 1, 1994, pp. 67-93.

[4] Un esempio di esse è contenuto nell’“errore della finestra rotta” di Bastia, in cui ‘ciò che non si vede’ è una serie di azioni alternative che si sarebbero sviluppate se il proprietario della finestra non avesse dovuto spendere i soldi per ripararla.

[5] Secondo l’esempio proposto da Rothbard: «se una persona vive a Long Island, e ogni mattina prende il treno a Penn Station e poi l’autobus fino al suo posto di lavoro, effettuando il percorso inverso la sera, il suo successo nel comprendere le relazioni di causa ed effetto e provocare le conseguenze volute lo spinge a ripetere queste azioni». La situazione attuale della teoria economica Austriaca, in http://rothbard.altervista.org/essays/la-situazione-attuale-della-teoria-economica-austriaca.doc, p. 21.

[6] Le forze che determinano il mercato sono i giudizi di valore soggettivi degli individui che vi partecipano, e le azioni conseguenti a tali giudizi di valore. Ogni fenomeno di mercato può essere fatto risalire a scelte specifiche di membri della società, che agiscono per rimuovere un’insoddisfazione. Non vi sono automatismi, né misteriose forze meccaniche. I prezzi, però, sono fenomeni “sociali”, nel senso che, anche se ciascun individuo contribuisce alla loro formazione, essi rappresentano qualcosa in più del singolo contributo di ogni individuo: rappresentano l’interazione delle valutazioni degli individui partecipanti. Quanto più ampio è il mercato, minore è l’incidenza sul prezzo di ciascun singolo individuo. Ecco perché i prezzi appaiono al singolo individuo come un dato che egli “prende”, e relativamente al quale aggiusta la sua condotta.

[7] Il linguaggio è spesso citato dagli evoluzionisti sociali come l’archetipo dell’istituzione che si sviluppa in modo inconscio, l’esempio indiscutibile di esito inintenzionale. Ma perché il linguaggio non dovrebbe essere stato razionalmente creato? Ricerche recenti rivalutano le teorie illuministiche (Condillac, Thomas Reid, Lord Momboddo) secondo le quali il linguaggio è stato consciamente creato.

La riflessione conscia degli uomini sulle relazioni sociali e i loro tentativi deliberati di ridisegnare tali relazioni sociali secondo varie ideologie ha un impatto fortissimo sul linguaggio. Il linguaggio è uno strumento del pensiero così come dell’azione sociale, dunque è al fondo ideologico. I termini astratti contenuti in una lingua sono il precipitato delle idee di un popolo sui temi più disparati.

[8] Il matrimonio monogamico e la famiglia nucleare sono istituzioni sociali che si sono evolute come prodotti razionali in relazione alla divisione del lavoro. In particolare, il matrimonio è l’applicazione del principio della divisione del lavoro ai settori della vita umana extracatallattici, come, ad esempio, la cura dei figli. È una forma di cooperazione sociale in risposta al fenomeno pervasivo della vita umana, la scarsità. Il matrimonio e la vita familiare non sono (solo) prodotti dell’istinto sessuale innato. Infatti anche gli animali hanno rapporti sessuali, ma non sviluppano relazioni sociali. Coniugi e figli vivono insieme perché traggono vantaggi dalla cooperazione sociale. La coabitazione non è determinata dal sesso, ma dalle esigenze della cooperazione sociale, è un prodotto del pensiero e dell’azione, non dell’istinto.

[9] M.N. Rothbard, The Consequences of Human Action: Intended or Unintended?, in «The Free Market», maggio 1987, pp. 3–4.

[10] «Si potrebbe obiettare che il macellaio e il fornaio potrebbero effettivamente sentirsi meglio; ma, a parte ciò, la conoscenza delle conseguenze inintenzionali non avrebbe effetti sulle loro concrete azioni sul mercato. Tuttavia, sapere che stanno contribuendo al benessere generale potrebbe influenzare le loro attività in maniera piuttosto profonda. Si consideri il seguente caso: un brillante imprenditore è impegnato in un’attività produttiva. Tuttavia egli ha assorbito la posizione culturale generale secondo cui massimizzando i suoi profitti nuoce in qualche modo al suo prossimo. Come risultato egli, per placare la propria coscienza, intraprende deliberatamente azioni che ridurranno i suoi profitti – non li elimineranno completamente, ma li ridurranno rispetto ad un livello che egli considera “estremo” o anche “immorale”.

Successivamente l’imprenditore legge Mises o qualche altro economista o studioso radicalmente a favore del libero mercato. Apprende, con suo grande stupore e sollievo, che, quanto maggiore è l’ammontare dei suoi profitti, tanto più egli giova ai consumatori, all’intera società e al suo prossimo. Si libera quindi dal senso di colpa che lo aveva afflitto e corregge le sue azioni intraprendendo una felice e benefica massimizzazione dei profitti.

Questo […] caso mostra perché è meglio fare luce, sostituire l’ignoranza con la conoscenza e quindi mostrare all’imprenditore tutte le conseguenze prevedibili delle sue azioni. Le sue azioni ora saranno modificate dal fatto che tutte le conseguenze di esse sono consapevoli e intenzionali. Non solo non vi è alcunché di sbagliato in tale processo, ma migliorerà sia la vita dell’imprenditore sia quella della società. Nonostante l’opinione contraria di Hayek, la conoscenza resta migliore dell’ignoranza». M.N. Rothbard, La situazione attuale della teoria economica Austriaca, cit., pp. 22.

[11] J. Salerno, Ludwig von Mises as Social Rationalist, in «The Review of Austrian Economics» 4, 1990, pp. 50-52.

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Appunti sulla politica monetaria della FED

Ven, 16/01/2015 - 09:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

Nell’indagare le origini della crisi dovremmo cercare di non confinare la nostra analisi solo al periodo che va dallo scoppio della bolla dotcom, alla crisi oggetto della nostra ricerca. Uno studio più comprensivo dovrebbe tener conto anche delle politiche monetarie della Fed nei tardi anni ottanta e degli anni novanta.

Secondo O’Driscoll, nel periodo in cui Volcker fu a capo della Fed (dal 1979 al 1987) fu enfatizzato il controllo della quantità di moneta al fine di controllare l’evoluzione dei prezzi, e gradualmente nel corso del suo mandato ci si spostò verso un controllo maggiormente centrato sul livello dei prezzi stessi.

In questo periodo l’economia americana registrò una imponente crescita, ma vide verificarsi due importanti crisi finanziarie. La prima è quella nota come crisi delle Save&Loan, così denominata per l’elevato numero di fallimenti nel settore bancario: “la crisi delle S&L che vide nel periodo 1980-1994 il fallimento di circa 1300 su 4039 istituzioni del risparmio”1

La seconda fu una crisi delle banche commerciali, strettamente collegata alla prima cui sopra delle S&L. Questa crisi ebbe radici regionali, nascendo nel sud.ovest, ed espandendosi poi al New England, e coinvolse alcune tra le maggiori banche, quale ad esempio Citibank. Circa 1600 Banche risentirono della crisi, finendo per fallire o per sopravvivere grazie a fondi FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation).

Ci furono poi due importanti crash nei mercati azionari: il primo nell’ottobre dell’1987, il secondo associato allo scoppia della bolla dotcom nel 2000.

Prima di illustrare l’evoluzione della politica monetaria statunitense, alcune note su come concretamente opera la Fed, e su cosa rappresenta il “tasso dei fondi federali”.

Questo tasso non viene fissato direttamente dalla Fed, ma costituisce un obiettivo di politica monetaria della Fed; essa si premura di farlo giungere ad un determinato livello mediante le operazioni di mercato aperto. Le banche infatti detengono conti presso la Fed e li usano per effettuare pagamenti. I saldi di fine giornata vengono usati per soddisfare la riserva obbligatoria, oppure, se maggiori di quelli desiderati, vengono prestati “overnight” ad altre banche che ne hanno bisogno: “Il mercato su cui si scambiano i saldi detenuti presso la Fed (Federal Fund Balance) si chiama Federal Fund Market, il tasso a cui si concedono i prestiti è il federal fund rate. L’offerta totale di Federal Fund Balance disponibili per le banche è determinato dalle operazioni di mercato aperto, attraverso le quali si determinano una certa quantità di liquidità, oppure un certo tasso sui federal funds (non è possibile fissare entrambi)”2 .

Gli altri strumenti sono la riserva obbligatoria e la manovra del tasso ufficiale di sconto “la gestione dell’offerta di base monetaria attraverso lo sportello per lo sconto, applicato alle banche sui prestiti che ricevono dallo sportello per lo sconto”3.

Il tasso di sconto di norma è più basso del federal funds rate, al fine di indurre le banche a procurarsi le risorse sul mercato interbancario.

Diminuendo questo tasso la Fed rende più conveniente chiedere liquidità direttamente a lei, aumentando la mole di riserve detenute dalle banche. Interessante è focalizzarci sull’offerta di riserve da parte della Fed; queste vengono, come dicevamo, gestite essenzialmente mediante le operazioni di mercato aperto (ODMA), le quali determinano l’offerta di Federal Reserve Balances: “acquisti di titoli aumentano la quantità di Federal Reserve Balances perché la Fed crea questa riserve per pagare il venditore, accreditando il conto della sua banca presso la Fed”4.

Fornendo allora maggiore liquidità alle banche, crea riserve in eccesso che le banche, che non amano tenere riserve superiori al necessario dato che non fruttano interesse, possono prestare sul mercato interbancario; l’offerta ora aumentata genera una spinta al ribasso del tasso di equilibrio, cioè del Federal Funds Rate. In questo modo nuova moneta entra in circolo.Riprendiamo il filo del discorso; gli anni 80 furono un periodo di forte lotta contro l’inflazione, che dagli anni 70 era il male dei principali paesi avanzati, con una evoluzione del livello dei prezzi a doppia cifra. Volcker, all’inizio degli anni 80, mise in atto una gigantesca operazione di restrizione monetaria, portando il federal funds rate per certi periodi anche al di sopra del 18%; diminuendo progressivamente le aspettative di inflazione anche il tasso iniziò a declinare verso livelli più normali. Nell’87 Greenspan subentra a Volcker; l’inizio del suo mandato sembra essere lungo una linea di continuità con il mandato del suo predecessore; Greenspan mette in atto una nuova stretta monetaria, e sul finire degli anni 80 il federal funds rate è alle soglie del 10%. La svolta avviene con il cambio ai vertici della Casa Bianca, e con la volontà di far uscire gli Usa fuori dalla crisi del 92: i tassi vengono drasticamente tagliati, e nel settembre del 92 sono portati al 3%.

Pian piano i tassi virarono verso l’alto, raggiungendo il 6% in prossimità dell’esplosione della bolla dotcom.

Dopo l’esplosione della bolla i tassi furono drasticamente tagliati, fino a raggiungere il livello (per allora) record dell’1% nel giugno del 2003. Il tasso rimarrà su questo livello per un anno, venendo poi progressivamente ritoccato verso l’alto, sino alla soglia del 5,25% nel giugno 2006.

Parallela alla diminuzione dei federal funds rate ci fu l’aumento della liquidità: “a partire dal 2001 l’incremento annuo è stato di circa il 10% (il che implica il raddoppio della quantità di moneta in circolazione ogni circa 6/7 anni), rimanendo sull’8% a partire dalla seconda metà del 2003”5

Con una inflazione media superiore al livello dei tassi nominali per quasi tre anni, negli Usa i tassi reali d’interesse, come fa notare L. White, sono stati addirittura negativi; evento senza precedenti.

Cosa ha spinto la Fed a porre in essere una politica monetaria di questo tipo? E come l’hanno giustificata agli occhi dell’opinione pubblica?

Greenspan maturò nel tempo la convinzione, frutto probabilmente dell’osservazione dei fenomeni economici lungo gli anni, che l’economia vivesse di cicli: periodi di espansione, nei quali l’economia cresceva (boom); fino a raggiungere un picco, il momento in cui la bolla esplodeva, con conseguente crisi (bust). In questa cornice teorica, l’idea di Greenspan, divenuta nota come “The Greenspan Put”, ed esposta la prima volta in un discorso del dicembre 2002, era che non fosse nelle possibilità della Fed non solo il fermare una bolla, ma anche solo riuscire di capire se ci si trovasse o meno all’interno di questa; non potendolo definire, non poteva essere considerato compito della Fed individuarla e fermarla prima che facesse danni; compito della Fed era di, invece, verificare l’esplosione della stessa, ed intervenire al fine di evitare il fenomeno deflattivo; la missione era riuscire ad evitare che si precipitasse in una spirale deflazionistica.

Riprendendo una sua stessa testimonianza del 1999, Greenspan disse che “la Fed si concentrerà su politiche volte a mitigare le conseguenze della crisi (quando questa accadesse) e facilitare la transizione alla successiva espansione”6

Ben Bernanke, che succederà al vertice della Fed al posto di Greenspan, aveva a lungo studiato la grande depressione del 29, ed era convinto che questa fosse, in sostanza, dovuta ad un grande errore della Fed: l’aver lasciato che l’economia americana entrasse in forte deflazione, ed anzi averla favorita con politiche monetarie restrittive:”Nel 2002 Bernanke convinse Greenspan che il pericolo numero uno per l’economia americana fosse la possibilità di cadere in una spirale fisheriana debito-deflazione. Tale timore spinse la Fed a utilizzare la leva monetaria tagliando i tassi fino all’1% e tenendoli a quel livello per un anno”7.

Tale tipo di politica (unita agli stimoli fiscali del primo mandato Bush) provocarono un’imponente crescita economica; veemente in particolare risultò la crescita nel settore immobiliare, nel quale si verificò una spettacolare crescita dei prezzi (in verità tale crescita è precedente, e datava dalla metà degli anni 90). Le pressioni inflazionistiche iniziarono a farsi sentire, e progressivamente i tassi virarono verso l’alto al fine di compensare aspettative crescenti circa i prezzi. Dall’1% del giugno 2003 il tasso sale fino ad arrivare nel luglio 2007 al 5.25%.

A ciò va aggiunto che nelle altre principali economie industriali i tassi di interesse reali non erano molto più elevati di quelli statunitensi. Di fronte al ristagno della crescita economica nell’area dell’euro, la BCE ha mantenuto i tassi di interesse reali a breve termine al disotto dell’1% durante gran parte del periodo da metà 2001 al 2005, mentre i corrispondenti tassi giapponesi hanno oscillato fra lo 0 e l’1% per buona parte dell’ultimo decennio. E, anche al fine di contenere le pressioni verso un apprezzamento del tasso di cambio, molte economie emergenti hanno seguito l’esempio di quelle industriali.

Gabriele Manzo

Note

1 O’Driscoll G, 2009, Money and the present crisi, pg 175, Cato Journal

2 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 127

3 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

4 Ciccarone Gnesutta, 2005, L’economia e la politica monetaria, pg 128

5 Ravier A Lewin P, 2009, The Subprime Crisis, pg 5

6 Greenspan A, 2002, Remarks before the Economic Club of New York

7 Dowd K, 2009, Moral Hazard and the financial crisis, pg 157, Cato Journal

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Riflettore sull’economia keynesiana – I parte

Mer, 14/01/2015 - 09:00

  1. Sua Rilevanza
  2. Il Modello Spiegato
  3. Il Modello Criticato
  4. “L’Economia Matura”

Sua Rilevanza

Cinquanta anni fa, l’allora esuberante popolo americano poco sapeva e poco si curava dell’economia. Comprendeva, tuttavia, le virtù della libertà economica e questa comprensione era condivisa dagli economisti, che integravano il buonsenso con i più acuti strumenti di analisi.

Attualmente, l’economia sembra essere il primo problema dell’America e del mondo. I giornali sono pieni di discussioni complesse sul preventivo di spesa, su prezzi e stipendi, su prestiti stranieri e produzione. Gli economisti attuali aumentano notevolmente la confusione del pubblico. L’eminente professor X dice che il suo programma è l’unica cura per i mali economici del mondo; l’ugualmente eminente professor Y sostiene che questa è assurdità: così gira la giostra.

Tuttavia, una scuola di pensiero – il keynesismo – è riuscita a catturare la gran maggioranza degli economisti. L’economia keynesiana – che orgogliosamente si auto-proclama come “moderna,” anche se profondamente radicata nel pensiero medievale e mercantilista – si è offerto al mondo come la panacea per le nostre difficoltà economiche. I keynesiani sostengono, con suprema baldanza, di aver “scoperto” cosa determina il livello di occupazione in ogni dato momento. Assericono che la disoccupazione può venir curata prontamente con la spesa governativa di deficit e che l’inflazione può essere controllata per mezzo di eccedenze di imposta del governo.

Con grande arroganza intellettuale, i keynesiani spazzano via ogni opposizione bollandola come “reazionaria,” “antiquata,” ecc. Sono estremamente vanagloriosi per aver guadagnato la devozione di tutti i giovani economisti – un’affermazione che ha, purtroppo, molto di vero. Il pensiero keynesiano è fiorito nel New Deal, nelle dichiarazione del presidente Truman, nel suo Consiglio dei Consulenti Economici, con Henry Wallace, nei sindacati dei lavoratori, nella maggior parte della stampa, in tutti i governi stranieri e nei comitati delle Nazioni Unite e, con qualche sorpresa, fra gli “uomini d’affari illuminati” del genere Comitato per lo Sviluppo Economico.

Contro questo furioso assalto, molti cittadini di idee sinceramente liberali di sono stati influenzati dai keynesiani – specialmente dall’argomento che un pesante intervento governativo secondo loro “risolverà il problema della disoccupazione.” L’aspetto più scoraggiante della situazione è che gli argomenti dei keynesiani non sono stati contrastati efficacemente dagli economisti liberali, che si sono generalmente ritrovati impotenti nell’onda di marea. Gli economisti liberali hanno limitato i loro attacchi al programma politico dei keynesiani – non si sono occupati adeguatamente della teoria economica su cui questo programma è basato. Di conseguenza, l’affermazione dei keynesiani che il loro programma assicurerà la piena occupazione è passato generalmente incontestato.

Il motivo di questa debolezza da parte degli economisti liberali è comprensibile. Sono cresciuti con l’“economia neoclassica,” che è fondata sull’attenta analisi delle realtà economiche ed è basata sulle azioni di unità individuali nel sistema economico. La teoria keynesiana si basa su un modello del sistema economico – un modello che semplifica in modo drastico la realtà ma è estremamente complesso a causa della sua natura astratta e matematica. Per questa ragione, gli economisti liberali si sono scoperti confusi e sconcertati da questa “nuova” economia. Poiché i keynesiani erano gli unici economisti preparati per discutere il loro sistema, potevano facilmente convincere gli economisti e gli allievi più giovani della sua superiorità.

Per lanciare con successo un contrattacco contro l’invasione keynesiana, quindi, richiede più della giusta indignazione per le proposte di intervento governativo nel programma keynesiano. Richiede una cittadinanza ben informata che capisca a fondo la teoria keynesiana stessa, con i suoi numerosi errori, i presupposti non realistici ed i concetti malfermi. Per questo motivo sarà necessario seguire un difficile percorso attraverso un complesso labirinto di gergo tecnico per esaminare il modello keynesiano nel dettaglio.

Un’altra difficoltà nell’impresa di esaminare il keynesismo è la netta divergenza di opinioni fra i vari rami del movimento. Tutte le sfumature di keynesiani, tuttavia, sono d’accordo nel condividere una tendenza comune verso la funzione dello Stato, e tutte accettano il modello keynesiano come base per analizzare la situazione economica.

Tutti i keynesiani immaginano lo Stato come grande serbatoio potenziale di benefici, pronto per essere sfruttato. La preoccupazione principale per il keynesiano è di decidere la politica economica: quali dovrebbero essere le finalità economiche dello Stato e quali mezzi dovrebbe adottare lo Stato per realizzarli? Lo Stato è, naturalmente, sempre sinonimo di “noi”: cosa dovremmo fare “noi” per assicurare la piena occupazione? è una delle domande preferite. (se “noi” è riferito al “popolo” o ai keynesiani stessi non viene mai veramente chiarito.)

Nei tempi medioevali e premoderni, anche gli antenati dei keynesiani che sostenevano politiche simili avevano affermato che lo Stato non poteva sbagliare. A quel tempo, il re ed i suoi nobili erano i governanti dello Stato. Ora abbiamo periodicamente il dubbio privilegio della scelta dei nostri governanti da due insiemi di aspiranti assetati di potere. Questo ci rende una democrazia.” [1] Così, i governanti dello Stato, “democraticamente eletti” e quindi rappresentanti il “popolo,” sono autorizzati, secondo quanto si dice, a controllare il sistema economico e a costringere, persuadere, “influenzare,” e ridistribuire la ricchezza dei loro riluttanti sudditi.

Un’importante illustrazione recente del pensiero politico keynesiano è stato il messaggio di Truman che annunciava il veto sulla riduzione dell’imposta sul reddito. La ragione principale per il veto è stata che le imposte elevate sono necessarie per “controllare l’inflazione,” dal momento che un periodo di “boom” richiede un avanzo di bilancio per “drenare il potere di acquisto eccedente.”

Di primo acchito, questo argomento sembra convincente ed è sostenuto da quasi tutti gli economisti, compresi molti conservatori non-keynesiani. Sono tutti molto fieri di opporsi alla via “politicamente facile” della riduzione delle tasse nell’interesse della verità scientifica, del benessere nazionale e della “lotta contro inflazione.”

È necessario, tuttavia, analizzare il problema più attentamente. Qual è l’essenza dell’inflazione? Consiste nell’aumento dei prezzi, con alcuni prezzi che aumentano più velocemente di altri. [2] Che cos’è un prezzo? È una somma di denaro (potere di acquisto generale) pagata volontariamente da un individuo ad un altro in cambio di un determinato servizio reso dal secondo individuo al primo. Questo servizio può essere sotto forma d’un determinato prodotto o un beneficio intangibile.

D’altra parte, che cos’è una tassa? Una tassa è l’espropriazione coercitiva della proprietà di un individuo dai governanti dello Stato. I governanti usano questa proprietà per qualsiasi scopo desiderino: solitamente i governanti la distribuiranno in un tal modo che assicuri la continuazione della loro carica, ovvero sovvenzionando i gruppi favoriti. In più, i governanti decidono quali individui pagheranno le tasse – decisione che consiste nell’espropriare la proprietà dei gruppi non graditi dai governanti.

Un prezzo, quindi, è un atto libero di scambio volontario fra due individui, da cui entrambi traggono beneficio (altrimenti lo scambio non avrebbe luogo!). Una tassa è un atto obbligatorio di espropriazione, senza alcun beneficio per l’individuo (a meno che si trovi all’estremità ricevente della proprietà espropriata dallo Stato a qualcun altro).

Alla luce di questa distinzione, sostenere le imposte elevate per impedire i prezzi elevati ricorda un ladro di strada che assicura alla vittima che il suo furto controlla l’inflazione, dal momento che non intende spendere i soldi per un certo tempo o che potrebbe usarlo per rimborsare i suoi debiti. Quando si sveglierà il popolo americano e realizzerà che il furto avvantaggia soltanto il ladro e che il comandamento “non rubare” si applica ai governanti (ed ai keynesiani) così come a chiunque altro?

Il Modello Spiegato

La teoria (o modello) keynesiana ipersemplifica il mondo reale occupandosi di pochi grandi aggregati, ammassando l’attività di tutti gli individui in una nazione.

Il concetto basilare usato è reddito nazionale aggregato, che è definito come uguale al valore monetario della produzione nazionale di merci e servizi durante un dato periodo di tempo. È inoltre uguale all’insieme del reddito ricevuto dagli individui durante quel periodo (profitti corporativi non distribuiti compresi).

Ora, l’equazione fondamentale del sistema keynesiano è reddito aggregato = spesa aggregata. L’unica maniera in cui un individuo possa ricevere un reddito in denaro è che un certo altro individuo spenda una somma uguale. Per contro, ogni atto di spesa da parte di un individuo provoca un reddito in denaro equivalente per qualcun’altro. Ciò è ovviamente e sempre, vero. Il sig. Smith spende un dollaro nella drogheria del sig. Jones: questo atto risulta in un dollaro di reddito per il sig. Jones. Il sig. Smith riceve il suo reddito annuale come conseguenza di un atto di spesa della XYZ Company; la XYZ Company riceve il relativo reddito annuale come conseguenza delle spese fatte da tutti i suoi clienti, ecc. In ogni caso, i consumi e soltanto i consumi, possono generare un reddito in denaro.

Le spese aggregate sono classificate in due tipi base: (1) la spesa finale per le merci ed i servizi che sono stati prodotti durante il periodo è uguale al consumo e (2) la spesa sui mezzi di produzione di queste merci è uguale all’investimento. Quindi, il reddito in denaro è creato tramite decisioni di spesa, consistenti in decisioni di consumo e decisioni di investimento.

Ora, un individuo, ricevendo il suo reddito, lo divide fra consumo e risparmio. Risparmiare, nel sistema keynesiano, è definito semplicemente come non spendere nel consumo. Un principio keynesiano fondamentale è che, per qualsiasi livello particolare di reddito aggregato, c’è un determinato importo definito e prevedibile che verrà consumato e un importo definito che verrà risparmiato. Questo rapporto fra reddito e consumo aggregati è considerato come stabile, fissato dalle abitudini dei consumatori. Nel gergo matematico keynesiano, il consumo aggregato (e di conseguenza il risparmio aggregato) è una funzione stabile e passiva del reddito (la famosa funzione del consumo). Per esempio, useremo la funzione del consumo: consumo = 90 per cento del reddito. (Questa è una funzione altamente semplificata, ma serve ad illustrare i principi di base del modello keynesiano.) In questo caso, la funzione del risparmio sarebbe risparmio = 10 per cento del reddito.

La spesa per consumo, quindi, è determinata passivamente dal livello di reddito nazionale. La spesa per investimenti, tuttavia, secondo i keynesiani, è effettuata indipendentemente dal reddito nazionale. In questa fase, cosa determini l’investimento non è importante: il punto cruciale è che è determinato indipendentemente dal livello di reddito.

Abbiamo lasciato fuori due fattori che determinano anch’essi il livello di spesa. Se le esportazioni sono superiori alle importazioni, la quantità totale di spesa in un paese è aumentata, quindi il reddito nazionale aumenta. Inoltre, un deficit di bilancio pubblico aumenta la spesa ed il reddito aggregati (a condizione che altri tipi di spesa si possano considerare costanti). Mettendo da parte il problema del commercio estero, è evidente che i deficit o le eccedenze di governo sono, come gli investimenti, decisi indipendentemente dal livello di reddito nazionale.

Quindi, reddito = spese indipendenti (investimenti privati + deficit di governo) + spese passive di consumo. Usando la nostra funzione illustrativa del consumo, reddito = spese indipendenti + 90 per cento del reddito. Ora, con semplice aritmetica, il reddito è uguale a dieci volte le spese independenti. Per ogni aumento nelle spese independenti, ci sarà un aumento di dieci volte del reddito. Similmente, una diminuzione nelle spese indipendenti condurrà ad un calo di dieci volte del reddito. Questo effetto “moltiplicatore” sul reddito verrà realizzato da qualunque tipo di spesa indipendente – sia deficit di governo che investimenti privati. Quindi, nel modello keynesiano, i deficit di governo e gli investimenti privati hanno lo stesso effetto economico.

Ora esaminiamo dettagliatamente il processo con cui un reddito di equilibrio è determinato nel modello keynesiano. Il livello di equilibrio è il livello a cui il reddito nazionale tende a depositarsi.

Assumiamo che reddito aggregato = 100, consumo = 90, risparmio = 10 ed investimento = 10. Inoltre supponiamo che non ci sia deficit o eccedenza di governo. Per i keynesiani, questa situazione è una posizione di equilibrio: il reddito tende a rimanere a 100. Una posizione di equilibrio è raggiunta perché entrambi i gruppi principali nell’economia – le aziende e i consumatori – sono soddisfatti. Le aziende, nell’aggregato, sborsano 100. Di questi 100, 10 sono investiti nel capitale e 90 sono utilizzati per produrre beni di consumo. L’insieme delle aziende si aspetta che questi 90 vengano recuperate con la vendita dei beni di consumo. I consumatori soddisfanno le aspettative delle aziende dividendo il reddito di 100 in 90 per consumo e 10 nel risparmio. Quindi, le aziende aggregate sono soddisfatte della situazione ed i consumatori aggregati sono soddisfatti perché stanno consumando il 90 per cento del loro reddito e risparmiandone il 10 per cento.

Adesso lasciate che la spesa indipendente aumenti a 20, a causa di un aumento negli investimenti privati o a causa di un deficit di governo. Ora, i pagamenti di reddito ai consumatori è 90 + 20 = 110. I consumatori, ricevendo 110, vorranno consumarne il 90 per cento, o 99, e risparmiarne 11. Ora, le aziende, che avevano previsto un consumo di 90, sono sorprese piacevolmente nel vedere i consumatori spingere i prezzi e ridurre gli stock dei commercianti nello sforzo di consumare 99. Di conseguenza, le aziende espandono la loro produzione di beni di consumo a 99 e sborsano 99 + 20 = 119, prevedendo un ritorno di 99 dalle vendite. Ma di nuovo sono piacevolmente sorprese, poiché i consumatori vorranno spendere il 90 per cento di 119, o 107. Questo processo di espansione continua fino a che il reddito non sia nuovamente pari a dieci volte gli investimenti – quando il consumo è di nuovo pari al 90 per cento del reddito. Il punto sarà raggiunto quando reddito = 200, investimento = 20, consumo = 180 e risparmio = 20.

È importante notare che l’equilibrio è stato raggiunto in entrambi i casi quando investimento aggregato = risparmio aggregato. Il suddetto processo di equilibrio può essere descritto in termini di risparmio ed investimento: Quando l’investimento è maggiore del risparmio, l’economia si espande ed il reddito nazionale aumenta fino a che il risparmio aggregato non sia pari all’investimento aggregato. Similmente, l’economia si contrae se l’investimento è minore del risparmio, finché non ritornino ad essere uguali.

Si noti che due cose molto importanti devono rimanere costanti affinché l’equilibrio sia raggiunto. La funzione del consumo (e quindi la funzione del risparmio) è assunta come sempre costante mentre il livello di investimento è costante almeno finché l’equilibrio è raggiunto. Una domanda si pone ora: cosa c’è di così importante nel reddito in denaro aggregato da renderlo il centro d’attenzione permanente? Prima di rispondere a questa domanda, è necessario fare determinate premesse.

Supponete che le seguenti cose siano considerate come date (o costanti): lo stato attuale di tutte le tecniche, l’attuale efficienza, la quantità e la distribuzione di tutto il lavoro, la quantità e la qualità attuale di ogni macchinario, la distribuzione attuale del reddito nazionale, la struttura attuale dei prezzi relativi, i tassi salariali attuali nominali (!) e la struttura attuale dei gusti del consumatore, delle risorse naturali e delle istituzioni economiche e politiche.

Allora, dati questi presupposti, per ogni livello di reddito monetario nazionale, corrisponde un livello unico e definito di occupazione. Più alto il reddito nazionale, più alto sarà il livello di occupazione, fino a raggiungere uno stato di “piena occupazione.” (Possiamo definire semplicemente la piena occupazione come livello molto basso di disoccupazione.) Quando il livello di piena occupazione è raggiunto, un più alto reddito monetario rappresenterà soltanto un aumento dei prezzi, senza l’aumento nella produzione fisica (reddito reale) e nell’occupazione.

Riassumendo il suddetto modello, conosciuto come teoria keynesiana dell’equilibrio di sottoccupazione: ad ogni livello di reddito nazionale corrisponde un unico livello di occupazione. C’è, quindi, un determinato livello di reddito cui corrisponde uno stato di piena occupazione, senza un grande aumento dei prezzi. Un reddito inferiore a questo reddito di “piena occupazione” significherà disoccupazione su vasta scala; un reddito superiore significherà grande inflazione dei prezzi.

Il livello di reddito, in un sistema di impresa privata, è determinato dal livello delle spese indipendenti di investimento e delle spese di consumo che sono una funzione passiva del livello di reddito. Il livello di reddito risultante tenderà a depositarsi al punto in cui l’investimento aggregato è pari al risparmio aggregato.

Ora (e qui è il grande climax keynesiano), non c’è alcun motivo di assumere che questo livello di equilibrio del reddito determinato nel libero mercato coinciderà con il livello di reddito di “piena occupazione” – può essere superiore o inferiore.

Ciò è il modello dell’economia privata accettata da tutti i keynesiani. Lo Stato, affermano i keynesiani, ha la responsabilità di mantenere il sistema economico al livello di reddito di “piena occupazione,” perché “noi” non possiamo dipendere dall’economia privata per farlo.

Il modello keynesiano fornisce i mezzi con cui lo Stato può compiere questa operazione. Dal momento che i deficit di governo hanno gli stessi effetti sul reddito dell’investimento privato, tutto ciò che lo Stato deve fare è di valutare il previsto livello di reddito di equilibrio dell’economia privata. Se è inferiore al livello di “piena occupazione,” lo Stato può impegnarsi nella spesa di deficit fino a raggiungere il livello di reddito voluto. Allo stesso modo, se è superiore al livello voluto, lo Stato può ottenere eccedenze di bilancio con imposte elevate. Lo Stato, se lo desidera, può anche stimolare o scoraggiare gli investimenti o i consumi privati per mezzo di tasse e sovvenzioni, o imporre tariffe se vuole generare un’eccedenza di esportazioni. La prescrizione keynesiana favorita per stimolare i consumi è la tassazione progressiva del reddito, visto che i “ricchi” sono quelli che risparmiano di più. Il metodo favorito per “incoraggiare l’investimento privato” è di sovvenzionare gli industriali “ progressisti” e “illuminati” a scapito dei grandi affaristi Tory.”

Saggio di Murray Rothbard su Mises.org

Traduzione di Flavio Tibaldi

Pubblicato originariamente su La Voce del Gongoro

Note

[1] Questo non implica che la democrazia sia diabolica. Significa che la democrazia dovrebbe essere considerata come tecnica desiderabile per la scelta dei governanti in modo competitivo, a condizione che il potere di questi governanti sia rigorosamente limitata.

[2] La causa dell’aumento dei prezzi è generalmente un’abbondanza di moneta fiat creata dai passati o presenti deficit di governo.

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Macroeconomia

Lun, 12/01/2015 - 09:00

Gli Austriaci non simpatizzano molto per la macroeconomia. L’analisi condotta a livello di grandi aggregati – produzione globale, investimenti totali, livello dei prezzi, esportazioni ecc. – rischia di nascondere la circostanza fondamentale che le grandezze globali non sono altro che il risultato delle azioni e interazioni dei singoli agenti (nelle loro vesti di acquirenti, venditori, risparmiatori; individualismo metodologico), il cui comportamento è meglio colto dalla microeconomia. Le proposizioni della macroeconomia non sono altro che la teoria microeconomica completamente sviluppata; il funzionamento del sistema economico è spiegato nel modo più adeguato attraverso le sue unità elementari e le loro regole di composizione.

I macroeconomisti, principalmente della tradizione keynesiana, asseriscono invece l’esistenza di un certo grado di autonomia della macroeconomia, la non completa riducibilità di questa alla microeconomia. Con la conseguente enfatizzazione di strumenti quali il modello IS-LM[1] e la misurabilità statistica e la manipolazione del Pil e delle sue componenti; e, accusano gli Austriaci, con la perdita della corretta percezione delle relazioni causali fra le variabili.

Quanto detto non significa che la scuola Austriaca non abbia proposto analisi di taglio macroeconomico, cioè descrizioni che illustrano gli effetti di determinate azioni a livello dell’intero sistema economico. In particolare vi sono due temi che possono essere qualificati ‘macro’: i mutamenti nelle preferenze temporali e gli aumenti nella quantità di moneta con le loro conseguenze nel creare i cicli economici. Dunque la teoria del ciclo e la teoria della preferenza temporale sono descrizioni macroeconomiche, in quanto le conseguenze dei cambiamenti si ripercuotono su tutti i mercati e non possono essere isolate e limitate al mercato della moneta e a quello dei tassi di interesse.

Non a caso Roger Garrison[2], uno degli Austriaci più impegnati nell’analisi macroeconomica, ha affermato che il tempo e la moneta sono gli “universali” della teoria economica. Le varie scuole – keynesismo, monetarismo, nuova macroeconomia classica, neokeynesismo – trattano il tempo e la moneta troppo superficialmente rispetto al ruolo centrale che giocano nelle economie reali. In ultima istanza, l’argomento della macroeconomia è l’intersezione fra il “mercato del tempo” e il “mercato della moneta”.

Infatti la moneta è il mezzo di scambio universale, essa entra negli scambi con tutti i beni, e dunque i suoi mutamenti quantitativi influenzano tutti i mercati. Mentre gli eccessi di offerta o domanda di qualsiasi bene possono essere rimossi attraverso mutamenti del prezzo, con effetti minimi sui mercati degli altri beni, gli eccessi di offerta o domanda di moneta non possono essere limitati al solo mercato della moneta.

Per quanto riguarda il tempo, tutte le attività produttive ne sono coinvolte. La preferenza temporale determina il tasso di interesse, che a sua volta stabilisce il livello dei risparmi e degli investimenti. Mutamenti del tasso di interesse provocano cambiamenti nella struttura della produzione e del capitale; dunque si riverberano sul sistema economico nel suo complesso. Il capitale è una sequenza di stadi di produzione, la sua struttura temporale è una variabile macroeconomica chiave.

In sostanza, poiché tutti usano la moneta e tutte le azioni coinvolgono il tempo, cambiamenti nella quantità di moneta o nelle preferenze temporali incidono su tutti i mercati. Tuttavia la peculiarità della macroeconomia Austriaca è data dal fatto che gli effetti macroeconomici hanno sempre un carattere microeconomico, nel senso che sono originati da decisioni di specifici soggetti (ad esempio la banca centrale per la quantità di moneta o i tassi di interesse) che provocano distorsioni dei prezzi e modifiche conseguenti nei comportamenti degli agenti economici, la cui interazione alla fine del processo può essere letta in termini di risultati macro.

La teoria del ciclo Austriaca dunque può essere considerata l’analisi macroeconomica per eccellenza.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] La curva IS è definita in base all’assunzione che risparmi e investimenti sono uguali. Ex post lo sono sicuramente, ma non è necessario che lo siano ex ante, come invece ipotizza l’analisi IS-LM. Se il tasso di interesse non è in linea con le preferenze di risparmiatori e investitori, risparmi e investimenti ex ante possono divergere, provocando cambiamenti nei prezzi e nell’allocazione delle risorse, compreso il lavoro. Inoltre il tasso di interesse non viene considerato il coordinatore del mercato dei fondi. Il modello macroeconomico, così come la Teoria generale di Keynes, non riescono a cogliere tutto ciò, e a renderne conto.

[2] R. Garrison, Time and Money: The Universals of Macroeconomic Theorizing, in “Journal of Macroeconomics” 6, 2, primavera 1984, pp. 197–213.

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Abbiamo bisogno di un prestatore di ultima istanza?

Ven, 09/01/2015 - 09:00

Il referendum scozzese per l’indipendenza si è concluso con esito negativo. Non ci saranno, per ora, ulteriori discussioni su cosa dovrebbe fare la Scozia con le proprie istituzioni monetarie. Comunque, c’è ancora una questione che mi piacerebbe venisse discussa dato che trascende il caso particolare della Scozia, indipendentemente dal voto in favore dell’indipendenza o meno.

Esiste, infatti, una diffusa convinzione secondo cui un solido sistema bancario necessiti di una banca centrale che agisca come prestatore di ultima istanza. In breve, la questione è la seguente: esistono delle potenziali instabilità intrinseche al sistema bancario e per evitare una crisi che metta a repentaglio i metodi di pagamento, una banca centrale “esterna” alle forze del mercato dovrebbe agire come prestatore ultimo.

Ci sono due problemi con questa linea di ragionamento. Innanzitutto, viene si premette un sistema bancario strutturalmente instabile. Ciò non è così ovvio come, talvolta, si crede. Inoltre, si assume come avere un prestatore “di ultima istanza” equivalga ad avere una banca centrale.

Ipotizziamo che la Scozia avesse votato in favore dell’indipendenza, decidendo unilateralmente di continuare ad usare la sterlina inglese (è opportuno tener presente che – rispetto ad un accordo bilaterale – una decisione unilaterale dà al paese più flessibilità nel caso in futuro si voglia cambiare la valuta, ad esempio nel caso in cui la sterlina inglese si rivelasse una scelta sbagliata). Nel caso di una scelta unilaterale di questo tipo, in linea di principio le banche scozzesi non potrebbero rivolgersi alla Banca d’Inghilterra come prestatore di ultima istanza.

Non è che le banche che non abbiano accesso al credito manchino di una banca centrale. La questione è se il “prestatore di ultima istanza” debba fornire credito alle banche in ogni circostanza, oppure soltanto alle banche che non hanno liquidità ma che sono comunque solventi (perché possiedono asset di valore, ad esempio, ndr.). Ma se la banca centrale, nella sua funzione di prestatore finale, deve imitare il mercato, che senso ha averne una? E se una banca centrale non si comporta come il mercato, ma al contrario, fornisce facile accesso al credito a banche insolventi, allora non solo si aggiungono pericolosi problemi di moralità relativi al settore bancario, ma si mina l’efficienza stessa del mercato. Un mercato finanziario in cui banche insolventi sono capaci di sopravvivere grazie ad un prestatore di ultima istanza è meno efficiente e stabile di un mercato dove le stesse necessitino di essere solventi per non fallire (come in ogni altro mercato).

Le Crisi Bancarie Premiano le Banche Efficienti

La crisi del 1890 nel sistema free banking australiano è significativa. Mentre le banche insolventi avevano problemi finanziari e perdevano riserve, quelle più efficienti aumentavano le proprie riserve invece che perderle, un risultato opposto a quello che ci si aspetterebbe seguendo la tesi dell’instabilità strutturale. Quote di mercato passavano dalle banche inefficienti a quelle efficienti. Il sistema bancario non era instabile. In realtà, fu l’interferenza governativa introdotta per “controllare” la crisi a peggiorare le cose. L’emanazione di 5 giorni festivi per le banche rese incerta la differenza fra quelle solventi ed insolventi; il mercato non aveva una netta distinzione fra quali banche meritassero fiducia e quali no. Inoltre, l’intervento governativo permise alle banche ormai fallite di riaprire senza dover pagare i propri debiti passati. Quelle che utilizzarono le proprie riserve ed i propri depositi in maniera efficiente si trovavano, dunque, in una situazione peggiore di quella di banche a cui fu permesso di ignorare i propri obblighi finanziari. Gli istituti bancari efficienti cominciarono a perdere le loro riserve in favore di quelli inefficienti, ormai liberi da debiti.

Un altro esempio storico è quello dell’Ayr Bank, durante il periodo del free banking scozzese. La Ayr Bank fece ciò che non era tenuta a fare: emise banconote convertibili in oro in eccesso. Com’era prevedibile, la banca fallì. Questo caso viene, talvolta, preso ad esempio di come il fallimento di una banca possa danneggiare altri istituti, dato che il fallimento dell’Ayr Bank colpì negativamente molte piccole banche. Tuttavia, ciò è solo parzialmente vero: le banche che fallirono erano quelle che avevano investito nell’Ayr Bank, esponendosi finanziariamente ad essa. Fallirono dunque le banche che si comportarono esattamente come la Ayr Bank stessa: gestendo male le proprie risorse, ovvero investendo in maniera imprudente.

Libertà e Flessibilità Sono le Risposte

Le altre banche libere che gestirono meglio i propri soldi non furono colpite dalla crisi, la quale fornì soltanto un ulteriore esempio storico di come funzioni il mercato in ambito bancario e in relazione alla moneta, laddove gli attori siano in grado di distinguere fra banche efficienti e non. Inoltre, com’è comune nel settore bancario, i conti correnti di una banca sulla via del fallimento possono essere acquisiti da banche in buone condizioni finanziarie, il che vuol dire che il fallimento di una banca non implica necessariamente una perdita del deposito per i propri clienti. Esattamente come la bancarotta di un’azienda non è un fallimento del mercato, ma una correzione dello stesso, tale interpretazione dovrebbe applicarsi in egual modo nei casi di fallimento di banche inefficienti, i quali aumentano la quota di mercato di quelle efficienti (come in qualunque altro ambito).

È del tutto improbabile che la Scozia avrebbe optato per il free banking, se avesse votato in favore dell’indipendenza. Un’alternativa per la Scozia (o per qualunque altro paese neo-indipendente) potrebbe essere l’uso dell’Euro (o di una qualunque altra moneta) piuttosto che della sterlina. In ogni caso, determinare quale valuta sia la migliore da utilizzare dovrebbe essere una scelta demandata alla popolazione locale, mentre scoprire quale moneta dia più vantaggi è un processo ottenibile tramite il mercato.

Il bisogno di un prestatore di ultima istanza non è un forte argomento per giustificare l’esistenza di una banca centrale. Al contrario, potrebbe essere uno dei motivi per non averne una.

Articolo di su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Fallimento del mercato o fallimento dell’interventismo pubblico?

Mer, 07/01/2015 - 09:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

La crisi economico-finanziaria che tra il 2007 e il 2008 ha colpito tutto l’occidente industrializzato, è fenomeno così complesso da rendere semplicistico qualsiasi tentativo di spiegarla basandosi solo su alcuni semplici fattori causali. La stessa teoria austriaca, fin qui descritta nella versione datane da von Hayek, ben difficilmente può dirsi spiegazione univoca e completa del fenomeno. Ma tale problematica affligge, a prescindere dalla loro coerenza interna e dal loro potere esplicativo, tutte le teorie che riguardino un fenomeno sociale di queste dimensioni.

Il problema di fondo consiste nel fatto che, per quanto sulla carta si possa mostrare che, dato A segue B, non è possibile effettuare una reale controprova: eliminare, cioè, o modificare il fattore (o i fattori) indicato come causale, e verificare che effettivamente non segua più B; questo privilegio, riservato alle hard science, non è concesso alle scienze sociali, e quindi a quella economica; si possono certamente effettuare comparazioni tra fenomeni storici, che non saranno mai però perfettamente identici; o effettuare simulazioni di tipo econometrico; non però esperimenti paragonabili a quelli che si possono condurre, ad esempio, nella fisica sperimentale; una delle conseguenze è che non si riesce a falsificare (popperianamente parlando) un determinato tipo di ipotesi che quindi, per quanto screditate, possono sempre tornare a ripresentarsi, sotto vesti magari anche leggermente diverse.

Come mette in evidenza von Hayek nella prolusione tenuta in occasione della consegna del premio Nobel per l’economia:

“Diversamente dalla posizione che esiste nelle scienze fisiche, nell’economia e in altre discipline che si occupano di fenomeni essenzialmente complessi, gli aspetti degli eventi da spiegare di cui possiamo ottenere dati quantitativi sono necessariamente limitati e possono non includere quelli importanti. Mentre nelle scienze fisiche si assume generalmente, probabilmente a buona ragione, che ogni fattore importante, che determina gli eventi osservati, può essere a sua volta direttamente osservabile e misurabile, nello studio di fenomeni complessi come il mercato, che dipendono dalle azioni di molti individui, difficilmente tutte le circostanze che determineranno il risultato di un processo, per i motivi che spiegherò più avanti, potranno mai essere completamente conosciute o misurabili”.1

Senza contare, poi, quanto grande risulta l’influenza di impostazioni etiche di tipo differente nella scelta di un determinato tipo di lettura dei fenomeni economico-sociali; e quanto l’inconciliabilità di questi punti di vista renda difficoltoso il confronto, stante che la lettura di un certo fenomeno è determinata spesso a priori.

Ma lasciando da parte queste considerazioni metodologiche, quello che tenteremo di fare sarà allora di inquadrare, sulla scia dell’impostazione tracciata da Hayek e dai maestri austriaci, il complesso fenomeno di crisi del 2008; ci focalizzeremo innanzitutto sulle conseguenze di un certo tipo di politica monetaria espansionistica portata avanti dalla Fed, come Machlup fa notare: “La tesi fondamentale della teoria del ciclo economico di Hayek è che i fattori monetari costituiscono la causa del ciclo stesso, ma i fenomeni reali lo costituiscono”2 , vale a dire che il ciclo è determinato da fattori monetari, ma tali fattori monetari producono effetti reali sull’economia (il che si ricollega al discorso sulla non-neutralità della moneta che prima abbiamo svolto)

Quando si parla della crisi del 2008 è divenuto quasi un luogo comune descriverla come una crisi del libero mercato o del libero scambio

A sostenere questa linea di pensiero sono in tanti, dal presidente francese Sarkozy, che ha annunciato «la fine del Capitalismo Laissez-faire», all’economista Roubini, sino allo stesso New York Times, che non manca di ricordare come gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una mentalità laissez-faire e che negli ultimi 30 anni questo si sia tradotto in una politica di deregulation sempre più spinta.

Un importante economista come Lawrence Summers ha scritto, esprimendosi sull’ultima crisi “il pendolo sta tornando – e deve continuare a tornare- verso un rafforzamento del ruolo del governo al fine di salvare i mercati dai loro eccessi e dalle loro inadeguatezze”3.

Come fa notare Pascal Salin “[la crisi] spesso interpretata come conseguenza del comportamento di banchieri avidi e miopi che avrebbero approfittato dell’eccessiva libertà apportata da una deregolamentazione finanziaria senza limiti, finisce per essere considerata la prova d’una instabilità interna del capitalismo e della conseguente necessità di una maggiore regolamentazione statale”4

Tesi non troppo distante da quella sostenuta da Marx a metà dell’800, circa una fatale tendenza del sistema capitalistico alla crisi. Ancor più significativo è il giudizio di Alan Greenspan, capo della Federal Reserve per 18 anni, fino al gennaio del 2006.

Il 23 ottobre 2008, nel corso della sua audizione richiesta da parte d’un comitato della Camera dei Rappresentanti americana incaricato di determinare le cause del crollo della Borsa, Alan Greenspan ha, come scrive il New York Times, “ammesso di aver avuto torto nel fidarsi del mercato per regolare il sistema finanziario senza un controllo supplementare del Governo”. E continua dicendo: “Ho commesso un errore nel fare affidamento sull’interesse privato delle organizzazioni, principalmente del banchieri, per proteggere i loro azionisti. Quanti tra noi facevano affidamento sull’interesse degli istituti di credito per proteggere gli azionisti (io in particolare) sono in stato di shock ed incredulità. Ho trovato una faglia nell’ideologia capitalista. Non so fino a che punto sia significativa o duratura, ma questo mi ha fatto piombare in uno stato di grande smarrimento. La ragione per la quale sono scioccato è che l’ideologia del libero mercato ha funzionato per quarant’anni, ed anche eccezionalmente bene”5

Il problema però, nel sostenere una tesi di questo tipo, è che parlare di “libero mercato” in una situazione come quella pre-2008 è una forzatura; come scrive K. Dowd, professore di Financial Risk Management alla Nottingham Business School “l’argomento è privo di senso, perché non abbiamo un libero mercato. Piuttosto, i mercati operano all’interno di un contesto di intenso intervento statale; la nostra priorità deve essere d’investigare le condizioni e i parametri entro cui i mercati sono lasciati “liberi” di operare”6.

La tesi che sosterremo è, quindi, che la crisi non è il prodotto d’un fallimento del capitalismo o del libero mercato; ma, coerentemente a quanto esposto nel capitolo teorico sul ciclo economico austriaco, individueremo la causa principale nella politica monetaria condotta dalla Federal Reserve; sotto Alan Greenspan prima, ed ora Ben Bernanke, la Fed ha posto in essere un tipo di politica monetaria tale da favorire in modo massiccio l’azzardo morale tra gli investitori, in modo particolare nel settore immobiliare e nel settore dei prodotti finanziari.

Quello che Gary Gorton ha chiamato “il panico del 2007” è il risultato dell’agire da un lato della politica monetaria, dall’altro degli sforzi delle autorità statali di garantire l’accesso alla casa di proprietà per un numero il più elevato possibile di soggetti; tale impostazione ha favorito la crescita dei cosiddetti mutui sub-prime (n.a. anche se in realtà, al di là di mutui prime o subprime, sono stati i mutui a tasso variabile, quindi quelli che maggiormente risentono del livello dei federal funds rate, a subire il tracollo maggiore al momento dell’esplosione della bolla), ed il fiorire di un’impressionante mole di prodotti finanziari derivati al fine di sostenere tali prestiti.

Sempre secondo Gorton (2008), al fine di sostenere economicamente i mutui subprime, il sistema finanziario ha sviluppato una complessa serie di prodotti finanziari (interlinked securities, special purpose vehicles and derivatives) connessi ai mutui subprime. Il valore di queste securities risultò essere inusualmente sensibile al valore dei prezzi immobiliari sottostanti.

Quando però la Fed, preoccupata di derive inflazionistiche, decide di correggere la sua politica facendo virare verso l’alto il federal funds rate, che tocca il picco di 5.25% nel giugno 2006; e in contemporanea la crescita del prezzo degli immobili inizia a frenare per poi iniziare a flettere, i nodi vengono al pettine: gli effetti si ripercuotono sui prodotti derivati ed assicurativi, venendo amplificate dalla carenza di informazioni affidabili (complice l’estrema difficoltà nel calcolarlo) circa la valutazione del rischio implicito in tutti questi prodotti.

Procediamo dunque ad illustrare nel dettaglio la storia che, qui su, abbiamo solo abbozzato nelle sue linee di fondo.

Gabriele Manzo

Note

1 Von Hayek F, 1974, The Pretence of Knowledge

2 Machlup, F. (1974) “Friedrich von Hayek’s Contributions to Economics.”

3 Summers, L. 2008 “The pendulum swings towards regulation” Financial Times

4 Salin P, 2011, Ritornare al Capitalismo per evitare le crisi, pg XXXIII

5 Salin P, 2011, Ritornare al Capitalismo per evitare le crisi, pg 18

6 Dowd K, 2009, Moral Hazard and the financial crisis, pg 141, Cato Journal

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Contro la proprietà intellettuale: una breve guida

Lun, 05/01/2015 - 09:00

Come molti libertari, inizialmente assunsi che la proprietà intellettuale (PI) fosse un tipo legittimo di diritto di proprietà. Ma nutrivo sospetti sin dal principio: c’era qualcosa di troppo utilitaristico e orientato al risultato nell’argomentazione mossa da Ayn Rand, presumibilmente partendo da sani principi, in favore della PI. C’era anche qualcosa di troppo artificiale riguardo alle classificazioni statutarie dello stato del diritto d’autore e del brevetto. Iniziai il praticantato in avvocatura specializzata in brevetti attorno al 1992, e più imparavo sulla PI più i miei dubbi crescevano.

Infine realizzai che la PI è incompatibile con i genuini diritti di proprietà. (Questo riflette l’abbandono del mio iniziale miniarchismo Randiano in favore di un anarchismo Rothbardiano, nel momento in cui realizzai che lo Stato è l’incarnazione dell’aggressione e non può essere giustificato. Vedi il mio articolo “What It Means To Be an Anarcho-Capitalist.”)

Così, nel 1995 iniziai a pubblicare articoli mettendo in evidenza i problemi connessi alla PI, culminando infine nel mio prolisso articolo del 2001, apparso sul Journal of Libertarian Studies, intitolato “Against Intellectual Property,” che fu ripubblicato in formato monografico l’anno scorso (NdT: 2008) dal Mises Institute. Un sommario dell’argomento contenuto in questo articolo era stato avanzato nel mio articolo “In Defense of Napster and Against the Second Homesteading Rule” (LewRockwell.com, 2000), e vari di questi pezzi sono stati tradotti in altre lingue.

Recentemente ci sono stati parecchi scritti più proficui sulla PI, e, dato che il mio precedente articolo su Napster è ormai datato, è giunto il momento di riaffermare concisamente i principali argomenti libertari contro la PI, e fornire riferimenti bibliografici ad alcune delle pubblicazioni chiave contro la PI.

La struttura libertaria

Questa sezione fornisce un breve quadro della struttura libertaria prima di applicare questi principi alla PI.[1] Come spiegò Rothbard, tutti i diritti sono diritti di proprietà. Ma un diritto di proprietà è semplicemente il diritto esclusivo di controllare una risorsa finita. I diritti di proprietà semplicemente specificano chi possiede, chi ha il diritto di controllare, risorse scarse.

Nessun sistema politico è agnostico in materia di proprietà delle varie risorse. Al contrario: un qualsivoglia dato sistema di diritti di proprietà assegna un particolare proprietario ad ogni risorsa scarsa. Nessuna delle varie forme di socialismo, per esempio, nega i diritti di proprietà; ogni sistema socialista specifica un proprietario per ogni risorsa scarsa.

Se lo Stato nazionalizza una fabbrica, esso sta affermando la sua proprietà di quei mezzi di produzione. Se lo Stato ti tassa, esso sta implicitamente affermando la sua proprietà sui fondi presi. Se la mia terra venisse trasferita ad un costruttore privato con una legge di espropriazione per pubblica utilità, il costruttore sarebbe ora il proprietario. Così, la protezione ed il rispetto dei diritti di proprietà non sono unici del libertarianismo.

Ciò che è distintivo riguardo al libertarianismo sono le sue particolari regole di assegnamento della proprietà – il suo punto di vista su chi è il proprietario di ogni risorsa contestabile, e come determinarlo. Così, la domanda è: quali sono le regole libertarie di assegnazione della proprietà che distinguono la nostra filosofia dalle altre?

Proprietà del corpo

Ci sono due tipi di risorse scarse: i corpi umani e le risorse esterne trovate in natura.

I corpi umani sono ovviamente risorse scarse. Come il Professor Hans-Hermann Hoppe osserva, persino in un paradiso con una superabbondanza di beni,

il corpo fisico di qualsiasi persona sarebbe ancora una risorsa scarsa e così ci sarebbe il bisogno di stabilire delle regole di proprietà, ovvero esisterebbero delle regole riguardanti i corpi delle persone. Non siamo soliti pensare al nostro corpo in termini di bene scarso, ma immaginando la situazione più ideale possibile a cui uno possa sperare, il Giardino dell’Eden, diventa possibile realizzare che il corpo di ognuno è di fatto il prototipo di un bene scarso per l’uso del quale i diritti di proprietà, ovvero di proprietà esclusiva, devono in qualche modo essere stabiliti, al fine di evitare scontri.

Ora, il distinto punto di vista libertario è quello secondo cui ogni persona possiede completamente il suo stesso corpo – almeno inizialmente, fino a che qualcosa non cambi questa condizione (per esempio se una persona commette un qualche crimine per il quale egli scambia o perde alcuni dei suoi diritti). Implicita nell’idea di auto-possesso risiede la credenza per cui ogni persona abbia sul corpo che egli o ella controlla direttamente, ed in cui vive, maggior diritto rispetto a chiunque altro. Io ho maggior diritto a controllare il mio corpo di quanto non ne abbia tu, in quanto è il mio corpo; io ho un collegamento ed una connessione unici al mio corpo che gli altri non hanno, e questo è prioritario alle pretese di qualsiasi altra persona.

Così possiamo vedere che chiunque altro al di fuori dell’occupante originale di un corpo è un secondo arrivato rispetto all’occupante originale stesso. Il tuo diritto sul mio corpo è inferiore in parte perché io l’ho avuto prima. La persona che reclama il tuo corpo può difficilmente rispondere al significato di ciò che Hoppe chiama la distinzione “precedente-successivo”, dato che egli adotta questa stessa regola nei confronti del suo stesso corpo – egli deve presupporre il possesso del suo stesso corpo al fine di reclamare il possesso del tuo.

La regola dell’auto-possedimento può sembrare ovvia, ma è mantenuta solo dai libertari. I non libertari non credono nella completa auto-proprietà. Certamente essi solitamente garantiscono che ogni persona abbia alcuni diritti sul suo corpo, ma credono che ogni persona sia parzialmente posseduta da una qualche altra persona o entità – di solito lo Stato, o la società. In altre parole, noi libertari siamo i soli che davvero si oppongono alla schiavitù sui principi. I non libertari sono in favore di almeno una schiavitù parziale.

Questa schiavitù è implicita nelle azioni e nelle leggi dello Stato come la tassazione, la coscrizione, e la proibizione di droghe. Il libertario dice che ogni individuo è in pieno possesso del suo corpo: egli ha il diritto di controllare il suo corpo, di decidere se ingerire o meno narcotici, lavorare per meno della paga minima, pagare le tasse, arruolarsi, e così via.

Ma coloro che credono in tali leggi, credono che lo Stato sia almeno in parte proprietario dei corpi di coloro che sono soggetti a tali leggi. A loro non piace dire che credono nella schiavitù, ma è ciò che fanno. Il progressista vuole che gli evasori vengano messi in galera – ovvero, schiavizzati. Il conservatore vuole schiavizzati i consumatori di marijuana.

Proprietà sulle cose esterne

In aggiunta ai corpi umani, le risorse scarse includono oggetti esterni. A differenza dei corpi umani, comunque, le cose esterne sono inizialmente sconosciute. Il punto di vista libertario rispetto a tali risorse esterne è molto semplice: il proprietario di una data risorsa scarsa è la persona che per prima ne reclama la proprietà, o qualcuno che possa tracciare il tuo titolo contrattuale indietro fino al primo proprietario. Questa persona ha un maggior diritto rispetto a chiunque altro che voglia la suddetta proprietà. Chiunque altro è un secondo arrivato rispetto al primo possessore.

Questa regola del primo arrivato è in realtà implicita nell’idea stessa di possedere la proprietà. Se il precedente possessore della proprietà non avesse avuto un maggior diritto di una seconda persona che avesse voluto prendere la proprietà da lui, allora per quale motivo avrebbe la seconda persona un maggior diritto di una terza persona che arrivi ancora dopo? (O rispetto al primo proprietario che provi a riprendersela indietro?) In altre parole, per negare il cruciale valore della distinzione precedente-successivo si devono negare i diritti di proprietà in toto.

Qualsiasi punto di vista non libertario è così incoerente. Da un lato essi presuppongono la distinzione precedente-successivo quando assegnano la proprietà ad una data persona (in quanto essa dice che una certa persona ha un maggior diritto rispetto ai seguenti ricorrenti). Dall’altro lato, essi agiscono contrariamente a questo principio ogni volta che prendono la proprietà dal possessore originale e la assegnano ad un qualche secondo arrivato.

Ma ciò che è rilevante per i nostri scopi qui è la posizione libertaria, non l’incoerenza degli altri punti di vista. E, riassumendo, la posizione libertaria sui diritti di proprietà sugli oggetti esterni è quella per cui, in qualsiasi disputa o contesa su una qualsiasi risorsa scarsa, il possessore originale – la persona che si è appropriata della risorsa dal suo stato non posseduto (o dalla sua cessione contrattuale), abbellendola o trasformandola – ha un maggior diritto rispetto ai secondi arrivati, coloro che non si sono appropriati della risorsa scarsa.

Libertarianismo sulla PI

Data la comprensione libertaria dei diritti di proprietà, come abbozzata in precedenza, risulta chiaro che le istituzioni dei brevetti e dei diritti d’autore sono semplicemente indifendibili. I brevetti assegnano diritti sulle “invenzioni” – macchine utili, o processi. Un brevetto è una concessione da parte dello Stato che permette al brevettante di usare il sistema giudiziario statale al fine di proibire agli altri di usare le loro proprietà in alcuni modi – per esempio riconfigurare le loro proprietà in base ad uno schema o un progetto descritto nel brevetto, oppure usare le loro proprietà (inclusi i loro stessi corpi) in una certa sequenza di passi descritti nel brevetto.

I diritti d’autore di riferiscono a “lavori originali” come libri, articoli, film e programmi informatici. Un diritto d’autore è una concessione da parte dello Stato che permette al detentore del diritto d’autore di impedire ad altri di usare le loro proprietà – per esempio, inchiostro e carta – in alcuni modi.

In entrambi i casi lo Stato sta conferendo ad A un diritto di controllare la proprietà di B – A può dire a B di non fare certe cose con la proprietà di B. Dato che la proprietà corrisponde al diritto di controllare, la PI concede ad A la co-proprietà della proprietà di B. Questo chiaramente non può essere giustificato sotto i principi libertari. B già possiede la sua proprietà. Rispetto a B, A è un secondo arrivato. B è colui il quale si è impossessato della proprietà, non A. è troppo tardi per A reclamare la proprietà di B – B lo ha già fatto. La risorsa non è più senza un proprietario.

Concedere ad A dei diritti di proprietà sulla proprietà di B è incompatibile in modo piuttosto ovvio con i principi libertari di base. Non è niente più che una redistribuzione della ricchezza. La PI è dunque anti-libertaria e ingiustificata. (Vedi Against Intellectual Property, pagine 43-45, 55-56).

Allora, perché questo è un argomento controverso? Perché alcuni libertari ancora sostengono la legittimità dei diritti di PI?

Utilitarismo

Uno dei motivi per cui i libertari sostengono la PI è che essi si approcciano al libertarianismo nel suo complesso da una prospettiva utilitarista invece che di principio. Essi sono favorevoli a leggi che aumentano l’utilità o la ricchezza nel complesso. Inoltre, essi credono che la propaganda statale secondo cui i diritti alla PI garantiti dallo Stato incrementino realmente il benessere complessivo.

Ora, la prospettiva utilitarista è, in se stessa, abbastanza scadente perché qualsiasi sorta di terribile politica potrebbe essere giustificata in questo modo: perché non prendere metà della fortuna di Bill Gates e darla ai poveri? Non sarebbe la somma totale dei guadagni delle migliaia di persone che riceverebbero i sussidi pubblici più grande della riduzione delle utilità di Gates? Dopo tutto, è pur sempre un milionario. E se un uomo fosse estremamente bisognoso di fare sesso, non potrebbe il suo guadagno essere maggiore della perdita sofferta dalla vittima stuprata, diciamo, se questa fosse una prostituta?

Ma anche se ignoriamo i problemi etici e non solo legati all’approccio utilitarista, o alla massimizzazione del benessere, rimane bizzarro che i libertari utilitaristi siano a favore della PI quando non hanno dimostrato che la PI aumenti il benessere complessivo. (Per un ulteriore approfondimento dei vari problemi connessi con l’utilitarismo, vedi Against Intellectual Property, pp. 19-23.) Essi semplicemente assumono che lo faccia, e poi basano le loro opinioni politiche su questa assunzione. Va oltre la disputa il fatto che il sistema della PI imponga costi significativi, anche solo in termini economici – per non parlare in termini di libertà.

Comunque, l’argomentazione secondo cui l’incentivo fornito dalle leggi sulla PI stimolino addizionale innovazione e creatività non è nemmeno stata provata. È del tutto possibile – addirittura probabile secondo me – che il sistema della PI, oltre ad aggiungere milioni di dollari di costi alla società, in realtà riduca o impedisca l’innovazione, aggiungendo il danno oltre alla beffa.

Ma anche se assumessimo che il sistema della PI stimoli qualche innovazione addizionale e degna di valore, nessuno ha ancora stabilito che il valore dei guadagni che si danno ad intendere sia maggiore dei costi del sistema. Se chiedete ad un avvocato di PI come fanno a sapere che ci sia un guadagno netto, otterrete il silenzio come risposta (questo è specialmente vero per i rappresentanti legali dei brevetti.) Queste persone non possono fare riferimento a nessuna ricerca per supportare la posizione utilitarista; di solito costoro fanno riferimento all’Articolo I della Costituzione (NdT: degli Stati Uniti d’America), Sezione 8, come se gli accordi passati stretti tra politici di due secoli fa fossero una sorta di prova.

Infatti, per quanto sono stato in grado di dire, virtualmente qualsiasi studio che cerchi di tener conto dei costi e dei benefici delle leggi sui diritti d’autore e sui brevetti arriva alla conclusione che questi schemi costano più di quanto facciano guadagnare, che essi di fatto riducono l’innovazione, oppure che lo studio è inconcludente. Non ci sono studi che mostrino un netto guadagno. Ci sono solo ripetizioni di propaganda statale.

Chiunque accetti l’utilitarismo dovrebbe, basandosi sull’evidenza disponibile, essere contrapposto alla PI.

Creazionismo libertario

Un’altra ragione per cui molti libertari sono in favore della PI è la confusione riguardo all’origine della proprietà e dei diritti di proprietà. Essi accettano la superficiale osservazione secondo cui una persona può diventare possessore di qualcosa in tre modi: impossessandosi di una cosa non posseduta, tramite uno scambio contrattuale, e per creazione.

L’errore sta nel concetto secondo cui la creazione sia una causa indipendente di proprietà – ovvero, indipendente dall’impossessarsi di qualcosa o dal contrattare. Comunque, è facile vedere che non lo è, è facile vedere che la “creazione” non è né necessariasufficiente come causa di proprietà.

Se scolpisci una statua usando il tuo grosso pezzo di marmo, tu possiedi la creazione risultante perché tu già possiedi il marmo. Lo possedevi prima, e lo possiedi ora. E se tu ti impossessi di una risorsa prima senza proprietario, come un campo, usandolo e dunque stabilendo confini pubblicamente visibili, lo possiedi perché questo primo uso e questa recinzione ti danno un maggior diritto rispetto ai secondi arrivati. Dunque, la creazione non è necessaria.

Supponiamo ora che tu scolpisca una statua nel marmo di qualcun altro – senza permesso o con, come avviene quando un impiegato lo faccia col marmo del suo datore di lavoro – allora tu non possiedi la risultante statua, anche se tu l’hai “creata”. Se stai usando marmo rubato a qualcuno, il tuo averlo vandalizzato non sottrae al proprietario il suo diritto ad esso. E se stai lavorando al marmo del tuo datore di lavoro, egli possiede la risultante statua. Così, la creazione non è sufficiente. (Vedi anche Against Intellectual Property, pp.36-42.)

Oppure, come spiega Sheldon Richman:

Una ragione chiave [per cui i libertari sono in favore della PI] è l’importanza connessa all’atto della creazione. Se qualcuno scrive o compone un lavoro originale, o inventa qualcosa di nuovo, secondo logica egli o ella dovrebbe possederlo perché non sarebbe esistito senza il creatore. Comunque, io propongo l’idea secondo cui così come è importante la creatività perché un uomo prosperi, essa non è la causa della proprietà dei beni prodotti. … Dunque, qual è la causa? La precedente proprietà degli input attraverso l’acquisto, il dono, o l’appropriazione originale. Questo è sufficiente a stabilire la proprietà dei prodotti. Le idee non necessariamente contribuiscono con fattori addizionali. Se costruissi un modello di aeroplano usando legno e colla, lo possiederei non a causa di una qualsivoglia idea nella mia testa, ma perché possedevo il legno, la colla, e me stesso.

Ovviamente, questa argomentazione non vuole negare l’importanza della conoscenza, o della creazione e dell’innovazione. Tutte le azioni, incluse l’azione che impiega mezzi scarsi posseduti, coinvolge l’uso di conoscenza tecnica – conoscenza di leggi causali, per esempio. Certamente, la creazione è un importante mezzo per aumentare il benessere. Come Hoppe ha osservato:

Uno può procurarsi ed aumentare il benessere tramite l’appropriazione, la produzione e lo scambio contrattuale, oppure espropriando e sfruttando i coloni, i produttori, o coloro che eseguono scambi contrattuali. Non ci sono alternative.

Ma mentre la produzione o la creazione sono il mezzo per guadagnare “benessere”, essi non sono una causa indipendente di proprietà o diritti. La produzione non è la creazione di nuova materia; è la trasformazione di cose da una forma a un’altra – la trasformazione di cose che uno necessariamente già possiede. Usando il tuo lavoro e la tua creatività per trasformare la tua proprietà in un qualche prodotto finito più prezioso ti dà maggiore benessere, ma non diritti di proprietà addizionali.

Dunque, l’idea secondo cui tu possiedi qualsiasi cosa crei è confusa, e non giustifica la PI.

L’approccio contrattuale

Alcuni argomentano anche che una certa forma di diritto d’autore o, possibilmente, di brevetto potrebbe essere creata da un certo tipo di trucchi contrattuali – per esempio, da un venditore che vende ad un compratore un prodotto con un motivo (un libro, un CD, etc.) o una macchina utile, alla condizione che non venga copiata. Per esempio, Brown vende un’innovativa trappola per topi a Green, a condizione che Green non la riproduca. (Questo è l’esempio di Rothbard, tratto da “Conoscenza, verità e menzogna”, che è discusso alle pagine 51-55 di Against Intellectual Property)

Ad ogni modo, affinché la PI funzioni, si devono vincolare non solo il compratore ed il venditore, ma anche tutte le terze parti. Il contratto tra il compratore e il venditore non può fare ciò – esso vincola solo il compratore ed il venditore. Nell’esempio dato sopra, anche se Green è d’accordo nel non copiare la trappola per topi di Brown, Black non ha alcun contratto con Brown. Brown non ha alcun diritto contrattuale che impedisca a Black dall’usare la proprietà stessa di Black in accordo con qualsivoglia conoscenza o informazione che Black abbia. Così, anche l’approccio contrattuale fallisce. (Vedi anche Against Intellectual Property, pp. 45–55.)

 IP e statismo

Un ulteriore problema con la PI può essere menzionato. E questo problema consiste nel fatto che i diritti di PI sono schemi regolamentari, schemi che sono costruiti solo per mezzo di una legislazione. Un brevetto o un codice di diritti d’autore in un sistema legale decentralizzato, basato sui casi particolari, non potrebbe verificarsi in una società libera più di quanto potrebbe un Atto per favorire gli Americani Disabili. In altre parole, la PI richiede sia una legislatura sia uno Stato. Per i libertari che rigettano la legittimità dello Stato o della legge regolamentata, questo è un altro difetto della PI.

Bigliografia anti-PI

Saggio di Stephan Kinsella su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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