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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 14 ore 59 min fa

L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca (parte seconda)

Ven, 13/02/2015 - 09:00

Quello che non va, conseguentemente, nella teoria marxista dello sfruttamento è che non riconosce il fenomeno della preferenza temporale come categoria universale dell’azione umana. Che il lavoratore non riceva  il “valore totale” del suo lavoro non ha niente a che vedere con lo sfruttamento, ma riflette solo il fatto che è impossibile per un uomo scambiare beni futuri con beni presenti senza pagare un interesse. Contrariamente alla situazione dello schiavo e del padrone nella quale il secondo sfrutta il primo, la relazione tra lavoratore libero e capitalista è vantaggiosa per entrambi. Il lavoratore entra nell’accordo perché, data la sua preferenza temporale, preferisce una minor quantità di beni subito a una maggiore più tardi; e il capitalista lo fa perché, data la sua preferenza temporale, c’è un ordine di preferenze inverso, che mette una maggior quantità di beni futuri al di sotto di una minore subito. I loro interessi non sono antagonisti ma armoniosi. Se il capitalista non aspettasse un interesse, il lavoratore ne sarebbe svantaggiato, dovendo attendere più a lungo di quanto speri (4). E non possiamo più, come fa Marx, considerare il sistema capitalista salariale come un ostacolo allo sviluppo ulteriore delle forze produttive. Se non permettessimo più al lavoratore di vendere i suoi servizi e al capitalista di comprarli, la produzione non aumenterebbe ma diminuirebbe, perché essa dovrebbe accontentarsi di un minore capitale accumulato.

Del tutto contrariamente alle affermazioni di Marx, lo sviluppo di queste famose forze produttive non raggiungerebbe affatto nuovi apici in un sistema di produzione socializzato, ma sprofonderebbe miseramente. Perché è evidente che il capitale deve essere creato in punti e momenti determinati, e per la prima messa a frutto, dalla produzione e dal risparmio di individui particolari. In ogni caso, è accumulato nella speranza che potrà portare un aumento nella produzione di beni e servizi a venire. Il valore attribuito al suo capitale da qualcuno che agisce riflette il valore che attribuisce  all’insieme dei redditi che può ottenere dalla sua cooperazione, scontato del suo tasso di preferenza temporale. Se, come nel caso della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, un soggetto non ha più la padronanza esclusiva del suo capitale accumulato né conseguentemente dei redditi futuri derivanti dal suo impiego; se al contrario permettiamo a non produttori (sia della prima messa a frutto che di ulteriori produzioni) e a non risparmiatori di disporne parzialmente, ciò ridurrà automaticamente il valore per lui delle rendite future e dunque dei capitali materiali. Il periodo di produzione, il carattere indiretto della struttura di produzione, sarà per forza accorciato, e deve necessariamente derivarne un impoverimento.

Se la teoria dello sfruttamento di Marx e le sue idee sul modo di mettere fine allo stesso e di far regnare la prosperità universale sono false al punto da sembrare ridicole, è chiaro che ogni teoria che ne fosse dedotta dev’essere anch’essa falsa. Oppure, se fosse giusta, bisogna pensare che ne è stata dedotta in modo errato. Invece di assoggettarmi ad una laboriosa illustrazione di tutti gli errori di ragionamento dell’argomento marxista, dal suo punto di partenza sbagliato alla teoria della storia che ho illustrato all’inizio – come corretta – prenderò una scorciatoia. Comincerò col presentare, il più rapidamente possibile, la teoria corretta dello sfruttamento, cioè la teoria austriaca, quella di von Mises e di Rothbard; farò un breve schizzo delle giustificazioni che essa dà alla teoria storica della lotta di classe; e, al volo, sottolineerò sia delle differenze essenziali tra la teoria austriaca e quella marxista, sia alcune affinità tra di esse, scaturite dalla loro convinzione comune che lo sfruttamento, la classe sfruttatrice, esistono eccome.

Il punto di partenza dell’analisi austriaca dello sfruttamento, come d’obbligo, è semplice e chiaro. Infatti, l’abbiamo già stabilito nel corso dell’analisi della teoria marxista: lo sfruttamento caratterizzava senza tanti complimenti il rapporto fra lo schiavo e il suo padrone così come fra il contadino e il signore feudale. Ma non abbiamo trovato alcuno sfruttamento possibile nel capitalismo proprio. Qual’è la differenza di principio fra i due casi? La risposta è: il riconoscimento o no del principio del Diritto della prima messa a frutto. Il vassallo è sfruttato perché non ha la padronanza esclusiva della terra che era stato il primo a mettere a frutto, e lo schiavo non è padrone del suo proprio corpo di cui era (è il caso di dirlo) il primo occupante. Se, al contrario, ognuno ha la proprietà esclusiva del proprio corpo (cioè se è un lavoratore libero) e agisce rispettando il Diritto del primo utilizzatore, allora non ci può essere sfruttamento. È logicamente assurdo pretendere che colui che si impadronisce di oggetti che non appartengono ancora a nessuno, o che destina questi beni a produzioni future, o risparmia dei beni accaparrati o prodotti in questo modo per accrescere la disponibilità dei prodotti nell’avvenire, possa sfruttare chichessia facendolo. Nessuno ha sottratto niente a nessuno durante questo processo, e inoltre si sono prodotti più beni. E sarebbe ugualmente assurdo pretendere che un accordo fra differenti proprietari iniziali, risparmiatori e produttori, sull’uso dei loro beni accaparrati, sempre senza sfruttamento, possa comportare un qualche tipo di ingiustizia. Al contrario, è quando si produce una differenza di qualsiasi natura nei confronti del principio della prima messa a frutto che ha luogo lo sfruttamento. Vi è sfruttamento quando una persona fa prevalere le sue pretese sulla proprietà parziale o totale di beni che non è stata la prima a mettere a frutto, che non ha prodotto, o che non ha acquisito per contratto con un produttore – precedente proprietario. Lo sfruttamento è l’espropriazione dei primi utilizzatori, produttori e risparmiatori da parte di non – primi utilizzatori, dei non – produttori, dei non – risparmiatori giunti in un secondo momento. È l’espropriazione di gente le cui pretese sulla loro proprietà si fondano sul lavoro e il contratto, esercitata da parte di gente le cui pretese escono da non si sa dove, e che non tengono in alcun conto il lavoro e i contratti degli altri.

Inutile dire che lo sfruttamento definito in questo modo è parte integrante della storia umana. Ci sono due modi di arricchirsi: o si mettono a frutto delle risorse inutilizzate, si produce, si risparmia, si contratta, oppure si espropriano coloro che hanno messo a frutto, prodotto, risparmiato e contrattato. Ci sono sempre state, a fianco della messa a frutto, del risparmio, acquisizioni di proprietà non fondate sulla produzione e sul contratto. E nel corso dell’evoluzione economica, così come i produttori e i contraenti liberi accordi possono costituirsi in società, in imprese, in associazioni, gli sfruttatori possono accordarsi per formare imprese di sfruttamento su larga scala: Stati e governi. La classe dirigente (la quale, ancora una volta, può essere gerarchizzata) è inizialmente composta dai membri di queste imprese di sfruttamento. Di modo che, con una classe dirigente installata su un dato territorio e dedita allo sfruttamento delle risorse economiche di una classe di produttori sfruttati, tutto si traduce senza tanti complimenti nella lotta tra sfruttatori e sfruttati. Allora, la storia è essenzialmente quella delle vittorie e delle sconfitte dei padroni nei loro tentativi di accrescere al massimo i proventi del loro sfruttamento e quella di coloro che cercano di frenare e invertire questa tendenza. È su questa valutazione della storia che i marxisti e gli “austriaci” si trovano d’accordo, e perciò esiste una notevole affinità fra le ricerche storiche dell’una e dell’altra scuola. L’una e l’altra si oppongono a una storiografia che riconosce solo azioni e interazioni, su un piede di parità morale o economica; e tutt’e due si oppongono ugualmente a una storiografia per la quale, invece di usare questa neutralità, sarebbe conveniente esaltare la narrazione attraverso giudizi di valore puramente soggettivi. No: bisogna raccontare la storia in termini di libertà e di sfruttamento, di parassitismo e di impoverimento, di proprietà privata e di sua distruzione. Diversamente, la si falsifica.

Mentre le imprese produttrici compaiono e scompaiono perché sostenute o non sostenute volontariamente, una classe dirigente non arriva mai al potere perché vi sarebbe una domanda per i suoi servizi, e non abdica nemmeno quando è evidente che ci si augura la sua scomparsa. È veramente eccessivo chiedere all’immaginazione di credere che i primi utilizzatori, produttori, liberi contraenti accordi, avrebbero voluto che li si espropriasse. Si deve forzarli a rassegnarvisi, e ciò prova in maniera definitiva che non vi era alcuna domanda in quel senso. Non si può mai dire che sia possibile detronizzare una classe dirigente astenendosi da ogni transazione con essa, come si fa fallire un’impresa produttiva. È da transazioni non-produttive e non-contrattuali che la classe dirigente trae il suo reddito, e nessun boicottaggio può intaccarlo. Piuttosto, ciò che rende possibile l’emergere di un’impresa di sfruttamento, e ciò che può abbatterla, è uno stato particolare dell’opinione pubblica o, secondo la terminologia marxista, uno stato particolare della coscienza di classe.

Uno sfruttatore ha delle vittime, e le vittime sono dei nemici potenziali. Si può immaginare che questa resistenza possa essere spezzata a lungo con la forza nel caso di un gruppo di uomini che sfrutta un altro gruppo più o meno delle stesse dimensioni. Invece, ci vuole ben più che la forza per sviluppare lo sfruttamento di una popolazione diverse volte più numerosa. Per riuscirci, l’impresa deve avere il sostegno dell’opinione pubblica. Bisogna che una maggioranza della popolazione accetti come legittime gli atti che assicurano lo sfruttamento. Questa accettazione può oscillare fra l’entusiasmo attivo e la rassegnazione passiva. Ma dev’essere accettazione, nel senso che la maggioranza deve aver abbandonato l’idea di resistere attivamente o passivamente ad ogni tentativo di imporre acquisizioni non-produttive e non-contrattuali della proprietà. La coscienza di classe dev’essere debole, poco sviluppata, incerta. È solo se un tale stato di cose perdura che una impresa di sfruttamento può prosperare benché nessuno ne abbia bisogno. Il potere della classe dirigente si può rompere solo, e nella misura in cui, sfruttati ed espropriati acquisiscono un’idea chiara del loro stato, e si uniscono ad altri membri della loro classe in un movimento ideologico che propugna l’idea  di una società senza classi nella quale venga abolita ogni forma di sfruttamento. È solo, e nella misura in cui, la maggioranza degli sfruttati si integra consciamente in un tale movimento, e se tutti si indignano per le acquisizioni non produttive e non contrattuali della proprietà, rivolgono il loro disprezzo verso chiunque si dedichi a tali atti, e rifiutano deliberatamente di contribuire in alcun modo alle loro imprese, che si può condurre questo potere alla disfatta.

L’abolizione progressiva della dominazione feudale e assolutista, la comparsa di società via via sempre più capitaliste in Europa occidentale e negli Stati Uniti, e conseguentemente uno sviluppo inaudito della produzione e della popolazione, sono stati i risultati di una accresciuta presa di coscienza da parte degli sfruttati, saldati assieme dall’ideologia liberale dei diritti naturali. Fin qui, marxisti e austriaci sono d’accordo. Dove non lo sono, per contro, è sul giudizio dato a ciò che segue: in seguito a una perdita di coscienza di classe, il processo di liberalizzazione si è invertito, aumentando senza sosta il livello di sfruttamento in queste società dopo la fine del XIX sec., particolarmente dopo la prima guerra mondiale. In realtà, per gli austriaci, il marxismo ha una gran parte di responsabilità in questa degradazione, facendo perdere di vista il concetto corretto di sfruttamento, secondo il quale i proprietari iniziali, produttori, liberi contraenti accordi sono vittime di coloro che non hanno prodotto nulla né concluso alcun contratto, e mandando avanti, nella peggior confusione, il falso conflitto del capitalista e del salariato.

L’istituzione di una classe dirigente su una classe sfruttata diverse volte più numerosa tramite la violenza e la manipolazione dell’opinione pubblica, cioè un basso livello di coscienza di classe presso gli fruttati, trova la sua espressione istituzionale più fondamentale nella creazione di un sistema di “diritto pubblico” sovrapposto al diritto privato. La classe dirigente stessa si defila e protegge la sua situazione dominante adottando una costituzione per il funzionamento interno della sua impresa. In un certo senso, formalizzando il funzionamento interno dello Stato così come i suoi rapporti con la popolazione sfruttata, una costituzione crea un certo grado di stabilità giuridica. Più si incorporano nozioni popolari e familiari del diritto privato nel “diritto” pubblico e costituzionale, più si creeranno le condizioni di un’opinione pubblica favorevole. Per contro, ogni costituzione o “diritto” pubblico formalizzano lo statuto di esenzione della classe dirigente per ciò che concerne il principio dell’appropriazione non aggressiva. Razionalizzano il “diritto” dei rappresentanti dello Stato di dedicarsi ad acquisizioni non contrattuali e non produttive e la subordinazione infine del diritto privato al “diritto” pubblico. Una giustizia di classe, cioè un dualismo che istituisce un insieme di leggi per i dirigenti e un altro per i sottomessi, finisce per accentuare questo dualismo fra “diritto” pubblico e privato, questa dominazione e questa infiltrazione del “diritto” pubblico nel diritto privato. Non è, come credono i marxisti, che ci sia una giustizia di classe perché i diritti di proprietà sono riconosciuti dalla legge. Al contrario,  la giustizia di classe compare ogni qual volta c’è una distinzione legale fra una classe di persone che agiscono secondo il “diritto” pubblico protette da questo e un’altra classe che agisce secondo una sorta di diritto privato subordinato che si suppone la protegga. Più particolarmente quindi, la tesi fondamentale della teoria marxista dello Stato (fra le altre), è falsa. Lo Stato non è sfruttatore perché protegge i diritti di proprietà dei capitalisti ma perché esso stesso è esentato dal dover acquisire la sua proprietà attraverso la produzione e la contrattazione.

Nonostante questo equivoco fondamentale, proprio perché il marxismo interpreta a giusto titolo lo Stato come sfruttatore (contrariamente, ad esempio, alla scuola della Public Choice, che tende a farlo passare da impresa come le altre), ha ben compreso certi principî fondamentali del suo funzionamento. Per cominciare, riconosce la funzione strategica delle politiche redistributive dello Stato. Quale impresa di sfruttamento, lo Stato è sempre interessato a che regni un basso livello di coscienza di classe fra la gente. La redistribuzione della proprietà e del reddito – una politica del “divide et impera” – è il mezzo che lo Stato adotta per gettare pomi di discordia nella società e distruggere la formazione di una coscienza di classe unificatrice presso gli sfruttati. Inoltre, la redistribuzione dei poteri di Stato democratizzando esso stesso la sua struttura, aprendo a tutti le porte per posizioni di potere e dando a tutti il diritto di partecipare alle scelte del personale e della politica dello Stato, è un mezzo per ridurre la resistenza allo sfruttamento. In secondo luogo, lo Stato è puramente e semplicemente, come i marxisti lo concepiscono, il grande centro della propaganda e della mistificazione ideologica: lo sfruttamento è libertà; le imposte sono contribuzioni volontarie; le relazioni non contrattuali sono “idealmente” contrattuali; nessuno comanda nessuno, ci governiamo da soli; senza lo Stato non vi sarebbe né diritto né sicurezza; e i poveri morirebbero di fame ecc. Tutto ciò appartiene a una superstruttura ideologica che mira a legittimare una infrastruttura di sfruttamento economico. E infine i marxisti hanno ragione anche ad identificare una stretta alleanza fra lo Stato e i capitalisti, più in particolare l’alta finanza anche se la spiegazione che ne danno non è difendibile. La ragione non è che l’istituzione borghese considera e sostiene lo Stato come garante dei diritti di proprietà e del contrattualismo. Al contrario, lo considera a giusto titolo come l’antitesi stessa della proprietà privata (ciò che è lampante) ed è proprio per questa ragione che vi si interessa molto da vicino. Più un affare riesce e più grande è il pericolo che venga sfruttato dallo Stato, ma, allo stesso modo, maggiori sono i potenziali guadagni da realizzare se può farsi accordare dallo Stato una protezione particolare che la esenti parzialmente dalle costrizioni della concorrenza capitalista. Perciò l’élite capitalista (alta finanza) si interessa allo Stato e anela ad infiltrarvisi. Da parte sua, la casta dei dirigenti è interessata a una stretta collaborazione con l’élite capitalista per via del potere finanziario di quest’ultima. In particolare l’alta finanza è interessata, perché lo Stato, in quanto impresa di sfruttamento, desidera naturalmente avere una totale autonomia per creare falsa moneta. Offrendo di associare l’élite bancaria ai suoi progetti di banking illegittimo, e permettendo loro di approfittare di questa falsificazione a partire dai suoi biglietti della Santa Farsa nel sistema bancario a copertura parziale, lo Stato può facilmente raggiungere questo obiettivo e istituire un sistema di monopolio di emissione monetaria e un cartello bancario diretto dalla banca centrale. Di modo che, attraverso questa complicità diretta nella produzione di falsa moneta col sistema bancario e, per estensione, con i più grossi clienti di dette banche, la classe dirigente si estende in effetti ben al di là dell’apparato statale, fino ai centri nervosi della società civile, il che non è molto differente, in apparenza, dal quadro che pretendono di fare i marxisti della cooperazione fra banca, élites capitaliste e Stato.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe apparso in origine su Journal of Libertarian Studies, vol. IX, n°2, autunno 1990; poi ripreso come capitolo 4 di The Economics and Ethics of Private Property (Boston, Kluwer Academic Publishers, 1993).

Tradotto da Fabio Lazzarin e qui ripreso per gentile concessione di Libreria del Ponte

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La Scuola Austriaca: differenze interne – IV parte

Mer, 11/02/2015 - 09:00

3. Ludwig Lachmann

Lachmann estremizza gli elementi soggettivisti della Scuola Austriaca[1] e sostiene che tutto è soggettivo e incerto; dunque nega l’esistenza oggettiva del mondo reale, delle leggi oggettive di causa ed effetto e della validità oggettiva della logica deduttiva. Una posizione nichilista, accusano i razionalisti. Nella teoria del valore, nega o sottovaluta il fatto oggettivo che gli oggetti fisici sono prodotti, scambiati, valutati, sebbene valutati soggettivamente.

Questo soggettivismo estremo ha conseguenze anche sulla conoscenza. Per Lachmann l’uomo è soggetto a una radicale incertezza che sfocia nel nichilismo. Lachmann estremizza la tesi Austriaca che il futuro è incerto, affermando che il futuro è assolutamente inconoscibile.

Il mantra preferito di Lachmann è: “il passato è, in linea di principio, assolutamente conoscibile; il futuro è assolutamente inconoscibile”. Poiché il futuro è per Lachmann assolutamente inconoscibile, l’uomo non conosce leggi economiche, né leggi di causa ed effetto, qualitative o quantitative. Di fatto egli non può avere alcuna Verstehen di modelli di comportamento che possono verificarsi in futuro con una certa probabilità. In ogni istante di tempo l’agente lachmanniano avanza in un vuoto senza sentieri[2].

Dal momento che non esistono leggi di causa ed effetto nell’azione umana, il soggetto non può compiere il primo passo per indovinare che cosa sta accadendo, o è probabile che accada, ai prezzi. I prezzi che si determinano sul mercato sono privi di significato ai fini del calcolo economico perché la conoscenza è continuamente cangiante. Dunque la scienza economica non può dire alcunché di preciso sulla razionalità o ottimalità dell’allocazione delle risorse nel libero mercato. In questo modo l’economia come scienza si dissolve. La moneta e i prezzi, poi, non possono avere alcuna relazione nel futuro, qualitativa o quantitativa, il che significa che non sono affatto correlati sul piano causale.

In un tale contesto, l’imprenditore lachmanniano può esistere, ma perde totalmente di significato. A differenza dell’uomo hayek-kirzneriano, non può apprendere dai segnali del mercato perché egli non può conoscere alcunché in alcun modo, anche attraverso i segnali di prezzo. L’Uomo Lachmanniano è totalmente privo di conoscenza, e nell’economia di mercato a stento si trova in una condizione migliore – sa di più – del pianificatore socialista.

Per Lachmann un ulteriore effetto del fatto che il processo di mercato è guidato da aspettative totalmente soggettive e volubili è che il mercato è incapace di eliminare gli imprenditori peggiori.

I misesiani invece sostengono una “moderata incertezza”. Replicano che è vero che la conoscenza del presente, e meno ancora quella del futuro, non è mai perfetta, e il mondo in generale, e il mercato in particolare, sono eternamente caratterizzati dall’incertezza. Domande, risorse, prodotti, prezzi e costi futuri sono incerti. Tuttavia l’uomo ha anche alcune certezze: sa con certezza che lui e il mondo, comprese le altre persone e le risorse, esistono; sa che le leggi naturali e le leggi di causa ed effetto esistono; che tale conoscenza si accresce nel tempo; e gli consente di scoprire migliori e più numerosi modi di controllare la natura e di conseguire i propri scopi con maggiore efficacia; e si accresce anche la conoscenza relativa al tipo di beni che soddisferanno i suoi bisogni.

L’incertezza viene fronteggiata dall’imprenditore attraverso l’assunzione di rischi, cercando di conseguire profitti ed evitare perdite. Nel tempo, gli imprenditori che hanno successo nel sopportare i rischi e nel prevedere il loro specifico futuro conseguiranno profitti ed espanderanno le loro attività, mentre coloro che non sanno sopportare i rischi e prevedono male soffriranno perdite e necessariamente vedranno contrarsi il loro campo di attività. Di conseguenza, gli imprenditori tenderanno a stare attenti e ad aver successo in molte delle loro previsioni.

Inoltre, circa la teoria economica, l’imprenditore che conosce la teoria di Mises può prevedere alcune cose: ad esempio, può prevedere che un aumento della quantità di moneta ceteris paribus provocherà un aumento dei prezzi. Dunque non è vero che un imprenditore non può fare alcuna previsione.

Infine, sempre in tema di conoscibilità, trascurando qui la sopravvalutazione lachmanniana della conoscibilità assoluta del passato (davvero sappiamo con certezza perché Cesare varcò il Rubicone?), per quanto riguarda il futuro «io so molte cose del futuro con assoluta certezza: so con assoluta certezza, ad esempio, che non sarò mai eletto presidente degli Stati Uniti. So, se possibile con certezza anche maggiore, che non sarò mai nominato re d’Inghilterra. Sostengo di essere molto più certo di questi eventi futuri che non del motivo per cui Lenin, alla stazione Finlandia, fosse l’unico bolscevico a capire che saltare molte importanti fasi poteva condurre ad una rivoluzione vittoriosa in Russia»[3].

I lachmanniani non hanno addotto argomenti reali per supportare il loro spostamento dall’incertezza moderata a quella assoluta.

Per quanto riguarda l’equilibrio finale, Lachmann si sbarazza del tutto del concetto. Lo considera privo di significato. Tutti i seguaci di Lachmann, nonché gli altri Austriaci non misesiani, usano invece in maniera ossessiva l’espressione “processo di mercato”, così gettando via con l’acqua sporca neoclassica non solo l’equilibrio ma lo stesso bambino della teoria economica. I “processi” connotano più i moti e i meccanismi impersonali che non le scelte consapevoli di persone che intraprendono un’attività volta a uno scopo[4]. Così però si rinuncia a qualsiasi possibilità di capire gli stessi processi di mercato, perché questi “processi” sono in realtà azioni umane che, a differenza dei movimenti delle pietre o degli atomi, sono necessariamente intenzionali e volti a uno scopo[5]. Quindi ogni azione sul mercato deve già implicare lo scopo, o stato finale, di quell’azione. L’azione, o “processo”, già presuppone lo stato di equilibrio, anche se quello stato non viene mai pienamente raggiunto. Di nuovo, la differenza cruciale è l’abbandono da parte dei non misesiani del concetto misesiano di azione – azione che è necessariamente diretta a un obiettivo o stato finale, e che è intenzionale, attiva e basata sull’assunzione del rischio.

I misesiani riescono a utilizzare il concetto di equilibrio non rinunciando all’elemento dinamico dell’azione economica (cioè riescono ad affrontare la teoria economica) attraverso quelle che Mises chiamò “costruzioni immaginarie” o “esperimenti mentali”, che per il prasseologo rappresentano l’unico sostituto degli esperimenti di laboratorio delle scienze fisiche. In breve, il teorico economico postula un equilibrio, quindi muta mentalmente una variabile, mantiene costanti tutte le altre variabili rilevanti ed esamina l’effetto che si determina sulla variabile oggetto di studio. Respingere l’impiego del concetto di equilibrio conduce inevitabilmente alla distruzione di tutta la teoria economica o delle leggi economiche.

Secondo i misesiani, poiché Lachmann nega in assoluto la possibilità di conoscere il futuro, e quindi qualsiasi legge economica, qualitativa o quantitativa, lui e i suoi seguaci diventano inevitabilmente meri istituzionalisti, meri storici che registrano le attività economiche passate dell’individuo. Mises avrebbe definito Lachmann e i lachmanniani, come definì tutti gli altri istituzionalisti, “antieconomisti”, dove l’espressione non rappresentava solamente un epiteto, ma anche una sintesi descrittiva. Dal momento che i lachmanniani avversano anche la semplice possibilità di una teoria economica, non devono essere proprio più considerati economisti. Potrebbero essere definiti “storici”, se non fosse che a) fanno molto poco lavoro storico effettivo e b) per essere un buono storico bisogna saper usare le teorie causali delle diverse discipline per riuscire a spiegare eventi storici unici, e gli strumenti delle leggi economiche sono una parte indispensabile di qualsiasi autentico bagaglio dello storico. In un certo senso, i lachmanniani e gli altri istituzionalisti operano come anti-economisti e “meta-storici” professionali, spendendo le loro energie nel denunciare l’economia e nell’esortare gli altri economisti ad agire come storici[6].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] Ludwig Lachmann era stato allievo di Hayek alla London School of Economics negli anni Trenta e i suoi scritti furono in genere misesiani fino alla metà degli anni Settanta, quando si convertì al nichilismo del suo vecchio amico, e allievo di Hayek, l’inglese G.L.S. Shackle. V. la elogiativa recensione de L’azione umana di Mises, “The Science of Human Action,” Economica 18, Novembre 1951, pp. 412-427. L’opera davvero notevole di Lachmann fu il misesiano Capital and its Structure (London School of Economics, Londra, 1956) che, presumibilmente per quel motivo, non è mai citato dai lachmanniani contemporanei. Il momento spartiacque dell’annuncio della sua conversione al pensiero di Shackle fu “From Mises to Shackle: An Essay on Austrian Economics and the Kaleidic Society”, Journal of Economic Literature 14, marzo 1976, pp. 54-62.

[2] Quando è stato incalzato, Lachmann ha ammesso che questa ignoranza totale non vale per le leggi del mondo fisico. Sono solo le leggi e i comportamenti relativi alla sfera umana che per lui non possono esistere.

[3] M.N. Rothbard, La situazione attuale della teoria economica Austriaca, cit., p. 9. L’ambigua attenuazione di Lachmann – conoscibile “in linea di principio” – non è sufficiente per salvare la sua visione ingenuamente ottimistica della nostra conoscenza del passato. In linea di principio, come possiamo capire perché Lenin vide nella concatenazione degli eventi russi qualcosa che nessuno degli altri bolscevichi, anche con visioni del mondo molto simili, riuscì a vedere? L’unicità dell’individuo, che sia quella dell’imprenditore, dell’inventore, di chi prevede gli eventi o del creatore, fondamentalmente non può essere “spiegata” in maniera deterministica.

[4] L’uso del concetto di “processo di mercato” come un mantra si è diffuso grazie a Don Lavoie, un misesiano poi diventato lachmanniano e anche “ermeneutico”, sulla base della filosofia continentale di Heidegger e del suo allievo Gadamer. Lavoie istituì il Center for the Study of Market Processes (CSMP) presso la George Mason University, e nel 1983 l’istituto pubblicò una rivista, Market Process. Il più importante lavoro di Ludwig Lachmann – da lachmanniano – è The Market as an Economic Process, Basil Blackwell, Oxford, 1986.

Gli hayekiani a loro volta, a differenza dei lachmanniani, hanno mantenuto il concetto di equilibrio e l’idea che gli imprenditori muovono sempre l’economia verso l’equilibrio. Gli hayekiani però, incluso Kirzner, stanno conducendo la battaglia su basi empiriche anziché prasseologiche. In altre parole, gli hayekiani ritengono che gli imprenditori, nel processo di apprendimento dai segnali del mercato, di fatto muovono l’economia verso l’equilibrio. I lachmanniani ovviamente ritengono che gli imprenditori non possono apprendere alcunché e quindi l’economia o si allontana dall’equilibrio o comunque non si muove in una direzione precisa. La battaglia fra le due impostazioni quindi avviene sulle stime empiriche dei tassi di velocità: gli hayekiani sostengono che gli imprenditori apprendono dai segnali di prezzo più velocemente del cambiamento dei dati, e quindi muovono l’economia verso l’equilibrio. I lachmanniani viceversa ritengono che i dati mutano più velocemente della capacità delle persone di apprenderli (assumendo che esse in assoluto possano apprenderli) e quindi l’economia di fatto si allontana dall’equilibrio. La disputa è una mera contesa empirica sui tassi di velocità del mutamento: una disputa che, per la natura delle cose, non può mai essere risolta.

[5] L’immagine, suggerita da Lachmann, del mercato come un “caleidoscopio” non è erronea se si intende che nuove informazioni, e nuove azioni, modificano in continuazione i prezzi e gli equilibri, come la rotazione degli specchi all’interno del caleidoscopio genera diverse figure colorate, che cambiano vorticosamente senza ripetersi mai. È invece ingannevole se la si intende come la raffigurazione di un meccanismo cieco.

[6] Nel giudizio sugli sviluppi della teoria Austriaca contemporanea ha prevalso una linea interpretativa che si può definire di tipo “Whig”, secondo cui la conoscenza, sia del mondo fisico sia di quello sociale, progredisce sempre, per cui le teorie e/o i modelli esplicativi temporalmente successivi sono sempre migliori di quelli precedenti. Applicando tale criterio alla Scuola Austriaca, Hayek doveva essere per forza migliore di Mises; e poi Lachmann migliore di entrambi; e quindi Lavoie migliore di Lachmann e così via. Se Khun ha messo in discussione tale visione per le scienze naturali, a maggior ragione le obiezioni valgono per le discipline sociali, come l’economia, in cui a volte teorie successive si sono rivelate peggiori di quelle precedenti.

I misesiani, che criticano gli sviluppi hayekiani, di Lachmann, di Rizzo e di Lavoie sono stati accusati di volere semplicemente che la teoria economica Austriaca sia statica, che ripeta per sempre meccanicamente le parole e le idee di Mises. Non è così; vi sono stati e vi sono numerosi sviluppi e avanzamenti creativi nell’economia misesiana negli ultimi quaranta anni: in particolare i primi lavori di Rothbard sulla teoria del monopolio, sulla teoria della rendita, sull’economia del benessere, sull’intervento dello Stato e sulla teoria dei diritti di proprietà; successivamente i lavori di Hans-Hermann Hoppe sul metodo prasseologico, sulla comparazione fra i sistemi economici, sulla tassazione e su una teoria dei diritti prasseologica; e di Joseph T. Salerno sulla contrapposizione fra Mises e Hayek relativamente al ruolo della ragione, sul libero scambio e sul calcolo nel socialismo; e sul lavoro di Hutt sul coordinamento di mercato realizzato dai prezzi contro il “coordinamento dei piani” hayekiano. Tutti questi contributi, così come il lavoro sul retroterra filosofico dell’economia Austriaca realizzato da Barry Smith e David Gordon, rappresentano notevoli e creativi progressi nello sviluppo, elaborazione e rigore del paradigma misesiano originale. In più, vi sono i contributi contenuti nella «Review of Austrian Economics» e altrove su numerosi aspetti della teoria, del metodo, della storia e della politica.

Dal punto di vista della storia della teoria Austriaca, è a partire dalla metà degli anni Settanta del Novecento che avviene la rinascita della scuola, simboleggiata dal Nobel a Hayek nel 1974. Ma erano stati soprattutto i lavori di Rothbard a interessare studenti e accademici, tanto è vero che l’Institute for Humane Studies nel 1974 promuove la prima conferenza sull’economia Austriaca a South Royalton, nel Vermont, con più di trenta partecipanti; replicata anche nel 1975 a Hartford, nel Connecticut, e nel 1976 nel Castello di Windsor in Gran Bretagna, alle quali partecipano esponenti quali Rothbard, Kirzner, Lachmann, Hazlitt, Hutt, Hayek, Yeager. Dalla fine degli anni Settanta fino alla metà degli Ottanta le istituzioni finanziariamente più dotate (Institute for Human Studies, Cato Institute) mettono la sordina alla versione misesiana, e privilegiano Hayek e Popper in quanto più moderati e più presentabili di fronte al mondo accademico, e successivamente Kirzner e Lachmann. A metà degli Ottanta, con la nascita del Mises Institute per opera di Llewellyn Jr. e della rivista “Quarterly Journal of Austrian Economics” per opera di Rothbard, si ha la rinascita della versione misesiana della scuola.

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Un’università costruita dalla mano invisibile

Lun, 09/02/2015 - 08:30

L’articolo di oggi è particolarmente gradito poiché getta uno sguardo su una vicenda del passato italico sconosciuta ai più, ma riprova della fecondità di un periodo a torto descritto come oscuro e testimonianza di come un’istituzione tanto celebrata sia nientemeno che il prodotto di un processo spontaneo di mercato. Merito della scoperta di questa perla spetta a due nuove gradite presenze: Filippo Massari e Felice Rocchitelli, traduttore il primo e revisore il secondo. Nel ringraziarli per il contributo, vi presentiamo il loro primo brano per il Mises Italia.

* * *

La storia dell’Università di Bologna offre un esempio di come i meccanismi di ordine spontaneo quali associazioni di mutuo soccorso e giurisdizioni in competizione tra loro, a sottolineare la natura anarchica del mercato, possano funzionare in un contesto universitario.

Molte università medievali erano gestite dall’alto verso il basso. L’Università di Parigi, ad esempio, fu fondata, organizzata e finanziata dal governo e gli studenti sottostavano ai severi controlli e regolamenti della facoltà. Ma l’Università di Bologna era gestita dal basso verso l’alto, controllata e finanziata dagli studenti. Per quanto riguarda la sua fondazione, nessuno ha realmente creato l’Università di Bologna: essa è semplicemente sorta spontaneamente dalle interazioni tra individui intenti a realizzare qualcos’altro.

Nel XII secolo Bologna era al centro della vita intellettuale e culturale: gli studenti venivano a Bologna da ogni parte d’Europa per imparare da illustri studiosi che non erano originariamente organizzati in una università: ciascuno operava autonomamente, offrendo corsi per conto proprio e accettando qualsiasi tariffa che gli studenti fossero disposti a pagare. Se un professore si fosse rivelato un pessimo insegnante o avesse chiesto troppi soldi, i suoi studenti sarebbero passati a un altro docente; i professori dovevano competere per accaparrarsi gli studenti e venivano pagati solo se quest’ultimi trovavano i loro corsi all’altezza.

La città ben presto divenne affollata di studenti stranieri, ma essere uno straniero a Bologna aveva i suoi svantaggi; i forestieri erano soggetti a diverse forme di svantaggi legali. Ad esempio, venivano considerati responsabili per i debiti dei loro connazionali. Se infatti John, un mercante inglese, fosse stato in debito con Giovanni, un nativo bolognese, e John avesse lasciato la città, allora l’innocente passante James, qualora cittadino inglese, avrebbe potuto subire dalla legge bolognese l’obbligo di rimborsare a Giovanni la somma dovuta da John.

Gli studenti stranieri, per garantire la sicurezza e la protezione reciproca, incominciarono dunque a riunirsi  in associazioni chiamate “nazioni” a seconda della loro nazionalità; una “nazione” era ad esempio composta da tutti gli studenti inglesi, un’altra da quelli francesi e così via. Se qualche studente avesse avuto bisogno di assistenza (ad esempio, nel pagare i debiti di altre persone come richiesto dal governo), gli altri membri della sua “nazione” sarebbero intervenuti in aiuto. A tal fine ciascuno era disposto ad assumersi l’impegno di versare un contributo nella cassa comune, in cambio della certezza che egli stesso avrebbe potuto attingerne in caso di necessità.

Con il tempo, le diverse “nazioni” trovarono utile ripartire maggiormente il rischio unendosi tra loro in un’organizzazione più grande chiamata universitas. Questa non era ancora un’università nel suo significato moderno; l’equivalente letterario più vicino al latino universitas è “corporazione”. La universitas era essenzialmente una impresa cooperativa fondata da studenti; i professori non ne facevano parte. La universitas era organizzata democraticamente; le attività  abituali erano condotte da un comitato rappresentativo formato da due membri per ogni “nazione”, mentre le questioni importanti venivano decise a maggioranza attraverso il voto di un’assemblea composta da tutti i membri della universitas (la somiglianza con l’antico sistema ateniese è notevole). La universitas si pronunciava su dispute interne e forniva un’assistenza generale ai suoi membri.

Fondata la universitas, gli studenti avevano a disposizione un efficace strumento di contrattazione con il governo cittadino (abbastanza simile agli attuali sindacati). Gli studenti furono in grado di far leva in maniera considerevole per quel che riguardava le proprie dispute con la città, perché se gli studenti avessero deciso di entrare in “sciopero” lasciando la città, i professori avrebbero seguito i propri clienti e la città avrebbe perso un’importante fonte di entrate. Così la città si arrese, riconoscendo i diritti degli studenti stranieri e garantendo alla universitas una giurisdizione civile e penale su tutti i suoi membri. Anche se la universitas era un’organizzazione interamente privata, essa acquisì uno status legale indipendente interno, ancorché non del tutto subordinato, alla struttura del governo cittadino.

Come ha fatto la universitas di Bologna a trasformarsi nell’Università di Bologna? Dopotutto, questo efficace mezzo di contrattazione con la città poteva anche essere usato come mezzo efficace di contrattazione collettiva con i professori. Gli studenti, organizzati all’interno della universitas, potevano controllare i professori boicottando le lezioni e trattenendo i pagamenti. Questo diede alla universitas il potere di determinare la durata e la materia dei corsi, oltre alle le tariffe dei professori. Presto i professori si trovarono a propria volta assunti e licenziati dalla universitas stessa, anziché dai suoi singoli membri operanti a livello individuale. E’ a questo punto che la universitas diventa finalmente “Università”.

In qualità di dipendenti dell’Università gestita dagli studenti, i professori potevano essere multati se non cominciavano e finivano le lezioni in tempo, o se non fornivano tutto il materiale entro la fine del corso. Un comitato di studenti era incaricato di tenere d’occhio i professori e di riportare comportamenti scorretti; i membri di questo comitato erano ufficialmente chiamati Denunciatori dei Professori.

I professori non erano completamente privi di potere: formarono una propria associazione per le contrattazioni collettive, il Collegio degli Insegnanti, e ottennero il diritto di determinare sia le tariffe degli esami che i requisiti per il diploma. Dalla negoziazione emerse dunque un equilibrio di diritti: i doveri dei professori erano determinati dagli studenti, mentre i doveri degli studenti erano determinati dai professori. Si trattava di uno schema di condivisione del potere; gli studenti, comunque, continuavano ad essere la parte dominante poiché erano loro a pagare i clienti e collettivamente avevano più influenza.

Questa organizzazione semi anarchica fu alla fine smantellata quando il governo cittadino prese il controllo e cominciò a pagare i professori direttamente con i soldi derivanti dalle tasse, trasformando l’Università di Bologna in un’istituzione finanziata pubblicamente. In qualsiasi modo interpretiamo questa mossa, come altruismo di spirito pubblico o come una cinica presa di potere, il risultato fu che i professori divennero dipendenti dal governo cittadino anziché dagli studenti, i quali persero la propria leva iniziale quando il potere passò dal corpo studentesco ai politici bolognesi.

 

Fonte principale: Harold J. Berman, Law and Revolution: The Formation of the Western Legal Tradition. Harvard University Press, Cambridge, 1983.

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L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca (parte prima)

Ven, 06/02/2015 - 09:00

Ecco cosa intendo fare in questo articolo: prima di tutto, presentare le tesi che costituiscono il nocciolo duro della teoria marxista della storia. Affermo che sono tutte giuste, essenzialmente. Poi dimostrerò come, nel marxismo, queste conclusioni corrette sono dedotte da un punto di partenza sbagliato. Infine dimostrerò come la scuola austriaca, nella tradizione di von Mises e Rothbard, può dare una spiegazione corretta, sebbene categoricamente diversa, della loro validità.

Cominciamo dal nocciolo duro del sistema marxista:

- “La storia dell’umanità è la storia della lotta delle classi.” È la storia delle lotte tra una classe dirigente relativamente ristretta e una classe più ampia di sfruttati. La prima forma di sfruttamento è economica: la classe dirigente espropria una parte della produzione degli sfruttati o, come dicono i marxisti, “fa proprio un surplus sociale” e ne dispone per il proprio consumo.

- La classe dirigente è unita dal suo interesse comune a mantenere la sua posizione di sfruttatrice e  ad accrescere al massimo questo suo surplus. Non lascia mai di sua spontanea volontà il suo potere né la sua rendita da sfruttamento. Al contrario, possiamo farle perdere potere e rendita solo attraverso la lotta, il cui risultato dipende dalla coscienza di classe degli sfruttati, cioè dalla misura in cui questi sfruttati sono coscienti della loro condizione e sono coscientemente uniti con gli altri membri della loro classe in una opposizione comune al loro sfruttamento.

- La dominazione di classe si manifesta principalmente attraverso delle disposizioni particolari sulla assegnazione dei diritti di proprietà  o, nella terminologia marxista, attraverso delle “relazioni di produzione” particolari. Per proteggere queste disposizioni o relazioni di produzione, la classe dirigente concepisce lo stato come l’apparato di assoggettamento  e di coercizione. Lo stato impone e contribuisce a riprodurre una struttura di classe data dall’amministrazione di un sistema di “giustizia di classe”, e favorisce la creazione e la conservazione di una superstruttura ideologica destinata a dare legittimità al sistema di dominazione di classe.

- All’interno, il processo di concorrenza in seno alla classe dirigente genera la tendenza a una concentrazione e a una centralizzazione crescenti. Un sistema di sfruttamento policentrico viene rimpiazzato progressivamente da un sistema oligarchico o monopolistico. Sempre meno centri di sfruttamento rimangono in funzione, e quelli che restano vengono sempre più integrati in un ordine gerarchico. All’esterno, cioè nel contesto del sistema internazionale, questo processo interno di centralizzazione porterà (tanto più intensamente quanto più sarà avanzato) a guerre imperialiste tra stati e all’espansione territoriale della dominazione sfruttatrice.

- Infine, avvicinandosi la centralizzazione e l’espansione della dominazione sfruttatrice al loro limite ultimo di dominazione mondiale, la dominazione di classe sarà sempre meno compatibile con l’ulteriore sviluppo e miglioramento delle “forze produttive”. La stagnazione economica e le crisi divengono sempre più caratteristiche e creano le “condizioni oggettive” per l’emergere di una coscienza di classe rivoluzionaria fra gli sfruttati. La situazione si fa matura per l’avvento di una società senza classi, per il “deperimento dello stato”, per rimpiazzare “il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose”, e ne risulta un’incredibile prosperità.

Tutte queste tesi possono essere perfettamente giustificate, come sto per dimostrare. Ma sfortunatamente, è il marxismo, il quale sottoscrive ognuna di esse, che ha fatto più di ogni sistema ideologico per screditarle, deducendole da una teoria dello sfruttamento la cui assurdità è lampante. In cosa consiste questa teoria marxista dello sfruttamento? Per Marx, dei sistemi sociali pre capitalisti quali lo schiavismo e il feudalesimo sono caratterizzati dallo sfruttamento. Fin qui, nessuna obiezione; dopo tutto, lo schiavo non è un lavoratore libero e non si può dire che abbia dei benefìcî ad essere ridotto in schiavitù. Al contrario, la sua soddisfazione ne è ridotta per accrescere la ricchezza del suo padrone. L’interesse dello schiavo e quello del suo padrone sono dunque a dir poco antagonisti. Lo stesso si può dire degli interessi del Signore feudale che esige dal vassallo un affitto per la terra che esso stesso (il vassallo) era stato il primo a mettere a frutto per proprio conto. Poiché ha rubato la sua terra e la sua libertà il guadagno del Signore è stata la perdita del vassallo. E non si può meno dubitare che la schiavitù così come il feudalesimo ostacolano lo sviluppo delle forze produttive. Né lo schiavo né il servo saranno mai tanto produttivi quanto lo sarebbero in assenza di schiavitù o di servitù.

No; l’unica idea nuova di Marx è che essenzialmente nulla cambia per quanto riguarda lo sfruttamento in un sistema capitalista, cioè quando lo schiavo diviene un lavoratore libero, o un vassallo decide di coltivare una terra che un altro è stato il primo a mettere a frutto, e paga un affitto in cambio del diritto di farlo. È vero che Marx, nel famoso capitolo 24 del primo tomo del suo Il Capitale, fa una descrizione della comparsa del capitalismo che intende dimostrare che una gran parte, se non la maggior parte della proprietà capitalista iniziale risulta dal furto, dall’accaparramento delle terre e dalla conquista. Allo stesso modo, nel capitolo 25 sulla “teoria moderna del colonialismo”, sottolinea pesantemente il ruolo della forza e della violenza nell’esportazione del sitema capitalista verso quello che noi chiameremmo il terzo mondo. Vediamo bene che tutto ciò è grossomodo esatto, e nella misura in cui lo è, non cercheremo contrasti con chiunque chiamasse “sfruttatore” quel capitalismo. Ciononostante, dobbiamo restare coscienti del fatto che qui Marx si abbandona a una manipolazione. Lanciandosi in tutte queste ricerche storiche per eccitare l’indignazione del lettore davanti alle brutalità commesse per costituire la maggior parte delle fortune capitaliste, tralascia in realtà la questione oggetto stesso del dibattito. Distoglie la nostra attenzione dal fatto che la sua tesi è essenzialmente diversa, sapendo che anche se avessimo un capitalismo “proprio”, cioè un capitalismo nel quale l’appropriazione originale risultasse da nient’altro che dalla prima messa a frutto del lavoro e del risparmio, il capitalista che ingaggiasse dei lavoratori con quel capitale non fosse considerato meno sfruttatore. Infatti, Marx considerava anche questa dimostrazione come il suo maggior contributo all’analisi economica. Qual’è dunque la sua famosa dimostrazione del carattere di sfruttamento di un capitalismo proprio?

Consiste nell’osservare che i prezzi dei fattori di produzione, e segnatamente i salari pagati ai lavoratori dai capitalisti, sono inferiori ai prezzi dei prodotti venduti. Il lavoratore, per esempio, riceve un salario corrispondente a beni di consumo che possono essere prodotti in tre giorni, ma per quel salario lavora in effetti cinque giorni, e produce quindi in beni di consumo più ricchezza di quella che riceve come remunerazione. La produzione di questi due giorni supplementari, il plusvalore in termini marxisti, è fatta propria dal capitalista. Conseguentemente, secondo Marx, c’è sfruttamento.

Cosa c’è che non va in quest’analisi? La risposta diviene evidente, quando ci si chiede perché mai il lavoratore accetti un tale scambio. Accetta perché il suo salario rappresenta dei prodotti attuali, mentre i servizi del suo lavoro rappresentano solo dei prodotti futuri, e perché  attribuisce più valore ai beni presenti. Dopo tutto, potrebbe decidere di non vendere le sue prestazioni al capitalista e recuperare egli stesso il valore totale del suo prodotto. Ma questo significherebbe sicuramente attendere più a lungo per accedere ai prodotti di consumo. Vendendo i servizi del suo lavoro, dimostra che preferisce ricevere meno prodotti di consumo oggi piuttosto di trarne eventualmente dei vantaggi domani. Da parte sua, perché il capitalista conclude l’affare col lavoratore? Perché accetta di anticipare prodotti attuali (in denaro) al lavoratore in cambio di servizi che frutteranno solo più avanti? Evidentemente non vorrebbe sborsare oggi 1000$ per riceverne in cambio la stessa somma dopo un anno. In questo caso, perché non tenersi la somma con il vantaggio di averla a disposizione per un anno intero? No, bisogna che si possa aspettare di ottenere più dei 1000$ nell’avvenire se deve lasciarli ora al lavoratore. Bisogna che ne abbia un utile, o più esattamente riceverne un interesse. D’altra parte è anche costretto in altro modo a questo scambio, perché colui che agisce preferisce sempre una soddisfazione immediata alla stessa nell’avvenire. Poiché si può ottenere una somma più consistene nell’avvenire quando la si abbandona nel presente, perché non risparmia più di quanto faccia? Perché non assume più lavoratori, se ognuno di loro gli consente una rendita da interesse supplementare? La risposta qui, è altrettanto evidente: perché il capitalista è anch’egli un consumatore, e non può evitare di esserlo. L’ammontare del suo risparmio e dei suoi investimenti è limitato necessariamente per il fatto che anche lui, come il lavoratore, ha bisogno di beni immediati “in tale misura da assicurare la copertura dei bisogni la cui soddisfazione durante l’attesa è giudicata più urgente dei vantaggi che porterebbe un allungamento supplementare del periodo di produzione”.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe apparso in origine su Journal of Libertarian Studies, vol. IX, n°2, autunno 1990; poi ripreso come capitolo 4 di The Economics and Ethics of Private Property (Boston, Kluwer Academic Publishers, 1993).

Tradotto da Fabio Lazzarin e qui ripreso per gentile concessione di Libreria del Ponte

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La Scuola Austriaca: differenze interne – III parte

Mer, 04/02/2015 - 09:00

2.3 Il ruolo dell’imprenditore

Il terzo punto di dissenso riguarda gli effetti che la teoria hayekiana della conoscenza ha sul ruolo dell’imprenditore. L’imprenditore di Kirzner[1] è un soggetto complessivamente passivo, che dipende dai “segnali” forniti dal sistema dei prezzi di mercato (tra cui profitti e perdite), e non assume rischi. Per Kirzner l’unica qualità dell’imprenditore è la “prontezza” (alertness), afferrare i segnali del mercato prima dei concorrenti, scoprire le opportunità ancora non percepite da altri[2]. L’azione umana come “finalizzata a uno scopo” (purposefulness), concetto che Kirzner considera ancora centrale, è ridefinita solo in termini di “prontezza” (mentre per Mises rappresenta la capacità di scegliere ed economizzare). L’uomo kirzneriano affronta solo il presente, non il futuro, dunque nel suo mondo non vi sono rischi o incertezza. Ma la prontezza è diversa dall’incertezza, e non elimina l’incertezza; una persona può essere pronta e cogliere un’opportunità, ma questo non garantisce che alla fine la sua azione produca un profitto. Esempio: un individuo si accorge che un medesimo bene è venduto a un prezzo in un luogo e ad un prezzo più alto in un altro luogo; allora acquista i beni nel primo luogo per venderli nel secondo (arbitraggio). Nel notare tale discrepanza di prezzo è stato pronto; ma nel periodo di tempo che passa dall’acquisto alla vendita potrebbero accadere degli eventi che non gli consentono di realizzare il profitto sperato, o addirittura che gli infliggono una perdita. Ad esempio, apre un nuovo negozio che vende il bene a un prezzo addirittura più basso del prezzo del primo luogo, oppure molte persone che abitano nel secondo luogo si trasferiscono in altre zone e così via. La prontezza non elimina l’incertezza. Con il criterio della prontezza si possono spiegare i profitti, ma non esiste un criterio per spiegare le perdite.

Nel mondo misesiano, invece, l’imprenditore è estremamente attivo. Per Mises, come si è visto nel paragrafo precedente, l’elemento che definisce l’azione umana è l’esser volta a uno scopo, e l’intero processo di mercato può essere dedotto dal fatto che la ragione guida il comportamento volto a degli scopi, ed esso consiste nella scelta (choice) e nella efficiente allocazione delle risorse scarse. Dunque per Mises l’aspetto cruciale dell’attività imprenditoriale è l’assunzione di rischi, e quindi l’imprenditore conseguirà profitti se avrà avuto una maggiore capacità di prevedere il futuro, e perdite se avrà avuto una capacità inferiore di previsione. L’imprenditore misesiano non è un passivo (sebbene pronto) recipiente di conoscenza fornita dal sistema dei prezzi, ma un soggetto attivo, che prevede, che valuta, che prende rischi. Kirzner trasforma l’homo agens (misesiano) in homo quaerens, un uomo che cerca perpetuamente e senza fine nuova conoscenza che però poi non trasforma in un conto economico al fine di migliorare il suo benessere. La propensione a scoprire nuove opportunità in sé, da sola, non è in grado di generare altre proposizioni sull’azione umana, e nemmeno sul processo di mercato. Non è la scoperta che guida i mercati, ma la massimizzazione dell’utilità[3].

2.4 Il “coordinamento” svolto dal mercato

È il quarto aspetto che divide le due correnti. Per Hayek il mercato svolge la funzione di “coordinamento dei piani individuali”. I misesiani replicano che tale concetto è legato a quello di equilibrio: se il mercato non può tendere verso un equilibrio definitivo, così anche i piani, che sono variabili e soggettivi, non saranno mai coordinati, o resi eguali. Esempio: il valore capitale di un’azienda, nella posizione di equilibrio finale, sarà di $ 100 milioni, in base ai rendimenti futuri e al tasso di interesse; quindi, date 100 milioni di azioni, il prezzo di equilibrio di ogni azione è pari a $100. Anche considerando i dati del mercato invariabili, non c’è ragione di considerare i piani di tutti i partecipanti al mercato “coordinati” per capire che il prezzo di equilibrio sarà di $100. Fino alla fine vi possono essere e vi saranno individui con varie aspettative, di rialzo o di ribasso, e con volatilità del prezzo delle azioni fino a quando non si raggiunge uno stato finale di quiete. In breve, mentre qualsiasi azione è per sua natura volta all’equilibrio, e, se i dati non variano, il mercato tende all’equilibrio, i piani soggettivi non saranno mai “coordinati” finché non si giunge all’equilibrio finale; ma poiché questo stato non si raggiunge mai definitivamente, l’intero concetto di “coordinamento dei piani” dovrebbe essere eliminato in quanto inutile, fuorviante e falso.

Questo non significa che il mercato non “coordina”: si può parlare di coordinamento nel mercato, ma ciò avviene attraverso il sistema dei prezzi. Nei mercati di ogni giorno (non nell’inesistente terra dell’equilibrio finale), i prezzi si muovono (coordinano) in modo che non vi siano carenze o sovrapproduzioni. Se i prezzi sono liberi di muoversi, si possono determinare cattive allocazioni delle risorse, ma mai penurie o sovrapproduzioni permanenti. Esempio: si supponga che durante una guerra si determini una cattiva allocazione delle risorse in agricoltura, perché le offerte provenienti da altri paesi si riducono, e dunque cresca la domanda di prodotti agricoli forniti all’interno del paese. I prezzi dei prodotti e delle fattorie crescono e cresce la produzione. Quando la guerra finisce, la produzione interna risulta eccessiva, e i prezzi del cibo e delle fattorie cadono, eliminando i beni invenduti. Dunque anche se la guerra ha determinato una cattiva allocazione delle risorse (troppa produzione interna di prodotti agricoli e quindi troppe risorse dedicate all’agricoltura), i prezzi hanno svolto con successo la loro funzione di coordinamento, perché hanno eguagliato domanda e offerta, eliminando le carenze o i surplus.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] I. Kirzner, Concorrenza e imprenditorialità, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 1997; ed. or. Competition and Entrepreneurship, University of Chicago Press, Chicago, 1973.

[2] Secondo la metafora utilizzata da Kirzner, una banconota da 10 dollari è in terra. Molte persone non vedono quella banconota; ma l’imprenditore è più pronto degli altri e così è il primo a vederla e ad afferrarla. La superiore prontezza, la prontezza rispetto alla realtà esterna, spiega i profitti dell’imprenditore.

[3] Un’altra differenza fra Kirzner e Rothbard riguarda un aspetto della teoria del valore: Kirzner utilizza il criterio neoclassico dei prezzi come una proxy per effettuare il calcolo dei valori delle utilità: I. Kirzner, Market Theory and the Price System, Van Nostrand, Princeton, NJ, 1963 (v. P. Vernaglione, Austriaci e Neoclassici, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-neoclassici.doc, 31 luglio 2009, punti 4 e 5).

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