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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 2 giorni 14 ore fa

Il Regno Unito è una “Nazione per consenso?” – I Parte

Ven, 28/11/2014 - 08:00

Premessa:
Lo scorso 18 Settembre in Scozia si è tenuto il referendum riguardo all’indipendenza dal Regno Unito.

Da un punto di vista libertario, le politiche che circondano entrambi gli schieramenti sono sospette. La classe mondialista dei banchieri, sempre preoccupata dal decentramento del potere, avverte di come la Scozia necessiti da Westminster di assistenza economica (leggi: welfare), forza militare e valuta. Al contempo, gli scozzesi – in larga misura socialisti – chiedono di vivere in una società più “egualitaria” amministrata da Holyrood (il quartiere di Edimburgo ove è sito il Parlamento Scozzese, ndr.) ed una nuova alleanza con i loro più illuminati “compagni di viaggio” di Bruxelles – lasciando un padrone per un altro.

Come sempre, un libertario dovrebbe concentrarsi sui primi princìpi. Il saggio del 1993 “Nazioni per Consenso: Decomporre lo Stato nazionale” di Murray Rothbard, fa esattamente questo.

Rothbard fa le domande giuste: cos’è una nazione? Cosa la rende davvero legittima? Gli Stati nazionali hanno bisogno di politiche di sicurezza comuni? Quando è permessa la secessione? Si dovrebbe permettere l’apertura dei confini e quella all’immigrazione? Come dovrebbero essere conferiti i diritti di voto e la cittadinanza? Come opererebbe, infine, un paese completamente privatizzato in maniera anarco-capitalista?

Queste sono le domande che dovremmo porci e a cui dovremmo rispondere quando dibattiamo contro lo Stato, le banche centrali e una classe politica mondiale sempre più corrotta.

Nazioni per Consenso: Decomporre lo Stato nazionale

I libertari tendono a focalizzarsi su due importanti unità d’analisi: l’individuo e lo Stato. Eppure, uno degli eventi più drammatici e significativi del nostro tempo è stato il riemergere – con forza – negli ultimi cinque anni di un terzo aspetto molto trascurato del mondo reale, la “nazione”. Quando si pensa alla “nazione” in toto, solitamente essa viene associata mentalmente allo Stato, come nel caso dell’espressione comune “Stato-nazione”, sebbene tale concetto prenda soltanto un particolare sviluppo dei secoli recenti, elaborandolo in una massima universale. Negli ultimi cinque anni, comunque, abbiamo visto come corollario del collasso comunista nell’Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est una vivida ed impressionante rapida decomposizione dello Stato centralizzato, o del presunto Stato-Nazione, verso le sue nazionalità costituenti. La Nazione autentica, o nazionalità, ha fatto la sua drammatica ricomparsa sul palcoscenico mondiale.

I. Il Riemergere della Nazione

La “nazione”, ovviamente, non è la stessa cosa dello Stato, una differenza che i primi libertari ed i liberali classici come Ludwig von Mises ed Albert Jay Nock avevano ben in mente. I libertari contemporanei spesso affermano – erroneamente – che gli individui siano legati gli uni agli altri soltanto dagli scambi che avvengono nel mercato. Dimenticano che tutti nascono necessariamente in una famiglia, con una lingua ed una propria cultura. Ogni persona nasce in una o più comunità sovrapposte, solitamente relative ad un gruppo etnico con specifici valori, culture, credi religiosi e tradizioni. L’individuo nasce sempre in un determinato contesto spazio-temporale, implicando, dunque, un territorio ed i suoi dintorni.

Lo Stato-Nazione moderno europeo – la tipica “grande potenza” – non nasce affatto come nazione ma come conquista “imperialista” di una nazionalità – solitamente al “centro” del paese risultante e facente base nella futura capitale – su altre nazionalità periferiche. Dato che una “Nazione” è un complesso di sentimenti soggettivi di nazionalità basato su delle realtà oggettive, gli stati centrali imperialistici hanno avuto vari gradi di successo nel forgiare un senso di unità nazionale fra le nazionalità subordinate ad essi, forzando la sottomissione al centro imperialistico. In Gran Bretagna, gli inglesi non hanno mai davvero sradicato le aspirazioni nazionalistiche fra le sottomesse nazionalità celtiche come gli scozzesi e i gallesi, sebbene nel caso della Cornovaglia, tale sentimento sembri essere stato in gran parte soppresso. In Spagna, i conquistatori castigliani – di base a Madrid – non sono mai riusciti a cancellare il nazionalismo fra catalani, baschi o anche i galiziani e gli andalusi. I francesi, muovendosi dalla loro base a Parigi, non hanno mai del tutto domato i bretoni, i baschi o gli occitani.

È ormai ben noto che il collasso dell’Unione Sovietica imperialista e centralista ha sollevato il coperchio sulle dozzine di nazionalismi precedentemente soppressi all’interno della passata URSS e sta oramai risultando chiaro che la stessa Russia, o meglio la “Federazione Russa”, è semplicemente una edizione rimaneggiata della vecchia formazione imperialistica in cui i Russi, muovendosi da Mosca, incorporarono con la forza parecchie nazionalità come tartari, jakuti, ceceni e molte altre. Gran parte dell’URSS derivava dalla conquista imperiale russa nel diciannovesimo secolo, quando russi e britannici competevano per spartirsi gran parte dell’Asia centrale.

La “Nazione” non può essere definita precisamente. E’ una costellazione complessa e variabile di diverse forme di comunità, linguaggi, gruppi etnici e religioni. Alcune nazioni o nazionalità, come gli sloveni, hanno sia un gruppo etnico che un linguaggio ben definito; altre, come le fazioni in guerra fra di loro in Bosnia, appartengono allo stesso gruppo etnico con lo stesso linguaggio, ma che differisce nella forma dell’alfabeto e si scontra violentemente nella religione (serbi ortodossi dell’Est, croati cattolici e bosniaci musulmani, i quali complicano ulteriormente il quadro, in quanto originariamente sostenitori dell’eresia manichea bogomila).

La questione della nazionalità è resa più complessa dall’interazione fra la realtà oggettivamente esistente e le percezioni soggettive. In alcuni casi, come nelle nazionalità Est-europee sotto gli Asburgo o gli irlandesi sotto il dominio inglese, i nazionalismi – incluse le lingue sottomesse e talvolta morenti – venivano intenzionalmente preservati, generati ed espansi. Nel diciannovesimo secolo ciò fu fatto da élite intellettuali determinate a lottare per rianimare le periferie che vivevano – parzialmente assorbite – sotto l’impero centrale.

II. La Fallacia della “Sicurezza Comune”

Il problema della Nazione è stato aggravato nel ventesimo secolo dalla prevalente influenza del “Wilsonismo” (in riferimento a Woodrow Wilson, presidente americano dal ’13 al ’21, ndr.) nella politica estera statunitense e mondiale. Non mi riferisco all’idea dell’auto-determinazione nazionale, osservata soprattutto nell’apertura dopo la Prima Guerra Mondiale, ma alla “sicurezza comune contro le aggressioni”. Il difetto fatale che si cela dietro questo seducente concetto è che tratta gli Stati-Nazione analogamente ad aggressori individuali, con la “comunità internazionale” nelle vesti del tipico poliziotto di quartiere. Ad esempio: il poliziotto vede A che aggredisce o ruba la proprietà di B; egli naturalmente corre a difendere la proprietà privata di B, nella sua persona o nei suoi averi che siano. Allo stesso modo, si assume che le guerre fra due nazioni o stati abbiano lo stesso aspetto: lo Stato A invade o “aggredisce” lo Stato B; lo Stato A viene subito riconosciuto come “l’aggressore” dal “poliziotto internazionale” o dal suo presunto surrogato – sia la Società delle Nazioni, le Nazioni Unite, il Presidente o il Segretario di Stato degli Stati Uniti, o il giornalista editoriale del New York Times di agosto. Si suppone, poi, che le forze mondiali dell’ordine, qualunque esse siano, debbano agire subito per bloccare il “principio di aggressione” o per impedire che l’aggressore, sia esso Saddam Hussein o i guerriglieri serbi in Bosnia, realizzi il suo presunto obiettivo di nuotare attraverso l’Atlantico e assassinare tutti gli abitanti di New York o Washington D.C.

Una falla cruciale in questa linea di pensiero così popolare si nasconde più in profondità rispetto alla tipica discussione sulla possibilità effettiva che le truppe americane d’aria o di terra abbiano nello sradicare iracheni o serbi senza difficoltà. La falla consiste nella supposizione implicita dell’intera analisi: che ogni Stato-Nazione “possegga” la sua intera area geografica esattamente allo stesso modo in cui ogni individuo possessore di proprietà determini e goda della sua persona e della proprietà che ha ereditato, per cui ha lavorato o che abbia guadagnato tramite uno scambio volontario. I confini del tipico Stato-Nazione sono davvero così come quelli della tua o della mia abitazione, proprietà o fabbrica, oltre ogni ragionevole dubbio?

Mi sembra che non soltanto i classici liberali o i libertari, ma qualunque individuo dotato di buon senso che pensi al problema debba rispondere con un fragoroso “No”. È assurdo definire ogni Stato nazionale, con il proprio confine auto-proclamato in un certo periodo storico, come qualcosa di giusto e sacrosanto, ciascuno con la propria “integrità territoriale” da preservare immacolata ed integra come la tua o la mia persona fisica o come la proprietà privata. Inevitabilmente, com’è ovvio, questi confini sono stati acquisiti tramite la forza e la violenza, o tramite accordi fra stati fatti senza tenere in causa gli abitanti della zona, e altrettanto inevitabilmente questi confini cambiano notevolmente nel tempo rendendo i proclami di “integrità territoriale” davvero ridicoli.

Prendiamo, ad esempio, l’attuale caos in Bosnia. Soltanto un paio di anni fa, l’opinione della Classe Dirigente, l’opinione comunemente accettata di Sinistra, Destra o Centro, proclamava ad alta voce l’importanza di mantenere “l’integrità territoriale” della Jugoslavia e denunciava aspramente tutti i movimenti secessionisti. Adesso, dopo un breve lasso di tempo, la stessa Classe Dirigente, che soltanto di recente difendeva i serbi come i campioni della “nazione jugoslava” contro i feroci movimenti secessionisti che cercavano di distruggere quell’integrità, adesso vitupera e tenta di reprimere i serbi per “l’aggressione” contro “l’integrità territoriale” della “Bosnia” o della “Bosnia-Erzegovina”, una “nazione” creata di sana pianta che prima del 1991 esisteva esattamente quanto “la nazione del Nebraska”. Queste sono le fallacie in cui inevitabilmente cadiamo se rimaniamo intrappolati dalla mitologia dello “Stato-Nazione”, il cui confine in un determinato tempo t deve essere riconosciuto come un’entità posseduta con i suoi sacri ed inviolabili “diritti”. Un’analogia con i diritti di proprietà privata che è profondamente sbagliata.

Adottiamo un eccellente stratagemma di Ludwig von Mises nell’astrarsi dalle emozioni contemporanee: postuliamo due Stati-Nazione contigui, la “Ruritania” e la “Fredonia”. Poniamo che la Ruritania abbia improvvisamente invaso l’Est della Fredonia e lo dichiari come proprio. Dovremmo automaticamente condannare la Ruritania per il suo vile “atto di aggressione” contro la Fredonia e mandare truppe, sia letteralmente che metaforicamente, contro i brutali ruritaniani nell’interesse della “coraggiosa, piccola” Fredonia? Assolutamente no. Una possibile eventualità è che – diciamo due anni fa – la zona est della Fredonia sia stata parte della Ruritania, era quindi indubbiamente Ruritania ovest, e che i Ruri – gli abitanti del posto – abbiano gridato a gran voce per gli scorsi due anni contro l’oppressione della Fredonia. In breve, soprattutto nelle dispute internazionali, citiamo le immortali parole di W. S. Gibert:

Le cose raramente sono come sembrano:
il latte scremato si maschera da panna”.

L’amato poliziotto internazionale, che sia Boutros Boutros-Ghali, le truppe USA o l’editorialista del New York Times, avrebbe fatto meglio a pensarci più di due volte prima di balzare nella mischia. Gli americani sono particolarmente inappropriati per il loro auto-proclamato ruolo wilsoniano di moralizzatori e poliziotti del mondo. Il nazionalismo negli Stati Uniti è particolarmente recente, ed è più idealistico che effettivamente radicato in gruppi etnici o nazionali di vecchia data, o magari tramite battaglie. Aggiungiamo a questa letale combinazione il fatto che gli americani non hanno praticamente memoria storica e ciò li rende particolarmente inadatti a prendere le armi per intervenire nei Balcani, dove “chi si è alleato con quale schieramento ed in quale luogo nella guerra contro gli invasori turchi del quindicesimo secolo” è un concetto presente nella mente della maggior parte dei contendenti, molto più di cosa hanno mangiato ieri a cena.

I libertari ed i liberali classici, che sono particolarmente ben equipaggiati per ripensare l’intera confusa questione dello Stato nazionale e della politica estera, durante la Guerra Fredda sono stati troppo presi a combattere il comunismo e l’Unione Sovietica per dedicarsi a delle riflessioni fondamentali su tali questioni. Ora che l’Unione Sovietica è collassata e la Guerra Fredda è finita, forse i liberali classici si sentiranno più liberi di pensare in modo diverso a questi problemi così criticamente importanti.

Saggio di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Böhm-Bawerk e la struttura intertemporale del capitale

Mer, 26/11/2014 - 08:00

[Pubblicato originariamente su LaRibellioneDelleMasse]

Böhm-Bawerk accoglie il nuovo tipo di impostazione data da Menger alla teoria economica; da un lato riprende l’idea d’una produzione che si sviluppa nel tempo, dall’altro la differenza tra beni in grado di soddisfare in modo diretto i bisogni (beni di consumo, o beni del primo ordine) e beni in grado di soddisfarli in maniera indiretta (beni di capitale, o beni di ordine superiore); su questi costruisce la sua teoria del capitale.

Noi non esporremo la teoria di Böhm-Bawerk nella sua interezza, che in sé risulta una teoria economica compiuta in tutte le sue parti; ci limiteremo ad esporre due concetti, che Hayek riprende e su cui costruisce la teoria del ciclo economico: il periodo di produzione, e la cosiddetta legge della maggior produttività dei metodi di produzione indiretti (more roundabout method of production).

Böhm-Bawerk parte da una domanda: in quali modi l’uomo può utilizzare le forze produttive di base (lavoro e terra) al fine di realizzare dei beni? Fondamentalmente può combinarli in due modi. Il primo è di combinarle tra loro in modo che il bene sia il risultato immediato di questa combinazione.

Il secondo è usare una via indiretta (roundabout way) e, con quanto inizialmente a sua disposizione, realizzare un primo bene, e dopo, con l’ausilio di questo, ottenere il bene finale desiderato.

Tra i tanti esempi che ci fornisce Böhm-Bawerk c’è quello del pescatore: egli può procurarsi dei pesci in maniera diretta semplicemente pescando i pesci con le mani; può procedere in maniera indiretta, dotandosi prima d’una canna per pescare, e solo dopo cimentarsi nell’attività di pesca; oppure può procedere in maniera ancora più indiretta, costruendo una barca e una rete da pesca; in questo ultimo modo avrà la possibilità di aumentare ancora la resa del suo lavoro (la produttività), soprattutto a confronto del modo diretto.

A mano a mano che aumenta la distanza tra l’iniziale applicazione del lavoro e l’ottenimento dei beni desiderati, e quanto più aumentano i beni “intermedi”, tanto più le tecniche utilizzate si fanno capitalistiche:

L’adozione del metodo capitalistico di produzione produce due conseguenze, una positiva, l’altra negativa. Il lato positivo consiste nella più elevata produttività tecnica di questo metodo. Con un eguale impiego di forze produttive primarie si può produrre una quantità maggiore di beni (o la stessa quantità ma di qualità migliore) tramite un’accorta scelta del metodo capitalistico rispetto a quanto si può ottenere con la produzione diretta (non assistita). Il lato negativo è relativo al sacrificio di tempo. I metodi capitalistici o indiretti sono convenienti in termini di risultati ma sono lunghi; danno luogo a quantità maggiori (o identica quantità ma di migliore qualità) ma solo dopo un certo periodo di tempo”.1

Il processo è inteso, quindi, in senso direzionale: partendo dai fattori originari, lavoro e risorse naturali, si procede in avanti e, passando attraverso la realizzazione dei prodotti intermedi, si giunge ai beni di consumo. Tanto maggiore è la quantità di prodotti intermedi, tanto più numerosi sono gli stadi attraverso cui i beni devono transitare per arrivare alla stadio del consumo, tanto più tempo è necessario per la conclusione del processo produttivo; la struttura che ne risulta è allungata, e quindi a maggiore intensità capitalistica.

Il modo in cui Böhm-Bawerk cerca di misurare tale lunghezza della struttura produttiva è il periodo medio di produzione. Tale concetto sarà sottoposto ad innumerevoli critiche, a cominciare da quella classica del professor Knight. Lo stesso Wicksell, grande estimatore di Böhm-Bawerk, di cui riprenderà la teoria del capitale, sviluppandola e dandole una veste formale, mise in mostra che il periodo medio di produzione sarebbe potuto esser accettato come corretta unità di misurazione solo qualora si fossero dati come assunti: un unico fattore di produzione (ma lo stesso Bawerk ne individua due), l’inesistenza di preesistente capitale fisso (bisogna cioè intendere tutto il capitale come capitale circolante), e l’utilizzo di tassi di interessi semplici (e non composti).

Hayek utilizzò per qualche tempo la nozione di periodo medio di produzione (in Prezzi e Produzione, ad esempio, la utilizza largamente), per poi abbandonarla definitivamente nell’ultima sua vera e propria opera economica, The Pure Theory of Capital(1941).

In «The Mithology of Capital» Hayek definisce il periodo medio di produzione «un’astrazione senza senso che ha poco o nulla a che vedere col mondo reale».2

Ma procediamo con un esempio: si ponga l’esistenza d’un solo fattore produttivo, il lavoro: “In questo caso il periodo medio di produzione è calcolato nel seguente modo: ogni unità di lavoro utilizzata nel processo produttivo viene moltiplicata per il lasso di tempo che intercorre tra la sua iniziale applicazione ed il completamento del processo. Le unità di lavoro, così contabilizzate, sono poi sommate tra loro, ed il risultato diviso per il numero di unità di lavoro applicate. Se, per esempio, 3 unità lavorative sono applicate 2 unità periodali di tempo e 2 unità lavorative 1 unità periodale di tempo prima che il bene di consumo sia completato, allora il periodo medio di produzione si calcola [(3×2) + (2×1)]/ 5 = 1,6 “.3

E’ piuttosto chiaro che calcolando in questo modo, le unità più lontane nel tempo influenzano la lunghezza del periodo medio di più rispetto a quelle applicate per meno tempo.

Di fatto Böhm-Bawerk postula una proporzionalità diretta tra periodo medio di produzione e rendimento della produzione stessa: al crescere del periodo medio, aumenta anche il rendimento (seppur a tassi decrescenti). E’ questa la “legge del maggior rendimento dei processi produttivi più lunghi”.

Wicksell dedica una parte dei suoi “Saggi di Finanza Teorica” alla teoria del capitale di Böhm-Bawerk:

Il punto centrale della dottrina di Böhm-Bawerk risiede nella premessa, che un aumento della produttività media del lavoro impiegato è sempre possibile con una opportuna introduzione di lavoro preparatorio, ciò che equivale ad un allungamento del periodo medio di investimento (n.a. Wicksell preferisce parlare di periodo medio di investimento, mutuando l’espressione da Jevons, piuttosto che di periodo medio di produzione) del capitale impiegato.

Quest’affermazione era intesa naturalmente non soltanto nel senso che una quantità maggiore di lavoro produce di più, ma in quello più vasto che una medesima quantità di lavoro, ripartita uniformemente su di un maggior periodo di tempo, risulterà più produttiva di quanto non lo sia la medesima quantità di lavoro applicata ad un processo produttivo più breve del medesimo tipo, o addirittura ad una produzione immediata che non richieda capitali”4

La legge di Böhm-Bawerk cui sopra è valida per ogni punto di tempo. Non viene negata la possibilità del progresso tecnico, il cui effetto è di accorciare il periodo medio di produzione; ma considerando come dato il livello tecnico, in ogni istante dovranno esistere una serie di tecniche di produzione che, a causa della maggiore lunghezza, garantirebbero un rendimento maggiore di quelle in uso. In questo caso è il livello del tasso di interesse a determinare la convenienza ( e quindi l’applicazione) di una determinata tecnica a maggiore intensità capitalista. Böhm-Bawerkk ripete più volte che tale legge non può essere desunta logicamente da una serie di assunti; ed ammette anche l’impossibilità concreta di misurare il periodo di produzione. Pur non potendo dimostrare la validità della legge, nondimeno la suffraga con tutta una serie di esempi e di argomenti (per i quali rimandiamo all’opera originale di Böhm-Bawerk). Di questi argomenti uno ci interessa particolarmente, e lo troviamo nel quarto capitolo del secondo libro di “The Positive Theory of Capital”. Qui Böhm-Bawerk dice che la sua legge non è altro che una particolare interpretazione dell’invece generalmente accettata tesi secondo cui la produttività del lavoro aumenta quando aumenta il capitale con cui viene combinato. Per Böhm-Bawerk parlare di incremento di capitale per lavoratore equivale a dire che si adottano tecniche di produzione più lunghe, più indirette. Chiaramente non viene affermato che un incremento del 10% del capitale per lavoratore equivale ad un allungamento del 10%; più verosimilmente si richiede che quando aumenti il rapporto capitale per lavoratore, la lunghezza del periodo produttivo sociale (globalmente inteso) aumenti. Böhm-Bawerk giustifica questa affermazione con un’ analisi del processo di risparmio:

Con una forza lavoro data, il risparmio aumenta lo stock pro capite di capitale diminuendo la domanda di beni di consumo, e spostandola verso i beni di produzione. Il lavoro risulta così riallocato dalla produzione di beni di consumo verso stadi più lontani dal consumo, verso la produzione di beni capitale; il che non vuol dire niente altro che un allungamento del periodo medio di produzione”.5

Un aumento nel risparmio, al quale fa da contraltare la diminuzione del consumo, provoca una maggior disponibilità di fondi disponibili; data la domanda, il prezzo di questi (il tasso di interesse) tende a scendere. In Böhm-Bawerk v’è quindi un collegamento diretto tra il livello del tasso di interesse, e le tecniche produttive scelte; a seconda del livello del tasso di interesse, si modifica la convenienza ad adottare delle tecniche a maggiore o minore intensità capitalistica, si modifica la lunghezza del periodo medio di produzione.

Se indichiamo con y il prodotto in termini di beni di consumo per unità di lavoro e il periodo medio di produzione con τ, possiamo esprimere le scelte tecnologiche possibili sotto forma della seguente funzione di produzione temporale:

y = f ( τ) con dy / dt > 0 d2y/d2t < 0

funzione crescente a tassi decrescenti. Alla funzione di produzione è associata una relazione corrispondente tra saggio di salario reale, w, cioè salario espresso in unità del bene di consumo, e tasso d’interesse, r:

r=r(w) con: dw/dr <0

La relazione w-r, la curva salario-interesse, è rappresentata nella parte b della fig 1. Quello che si mette in evidenza qui è una relazione inversa tra saggio di salario reale e tasso di interesse; ed il che si spiega con l’idea che ogni diminuzione del saggio di interesse determina, ceteris paribus, un aumento relativo del saggio di salario (e viceversa), e quindi una convenienza a sostituire il lavoro con il capitale, ora meno costoso; cioè ad un allungamento della struttura produttiva.

Gabriele Manzo

 

Note

1 von Bohm Bawerk, E. 1889 Positive Theory of Capital pg 82 (traduzione dall’inglese)

2 Hayek, F, 1936, The Mithology of Capital, Quarterly Journal of Economics, 1936, vol. 50, n. 2, p. 200

3 Lutz F, 1968, The Theory of Interest, pg 4 (traduzione dall’inglese)

4 Wicksell K, 1934, Saggi di Finanza teorica, pg 32

5 Lutz F, 1968, The Theory of Interest, pg 9 (traduzione dall’inglese)

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Interferenze coercitive – VII parte

Lun, 24/11/2014 - 08:00

Stabilizzazione macroeconomica

Politica fiscale (imposte e spesa pubblica), monetaria, del cambio contro l’equilibrio di disoccupazione, la ciclicità, gli squilibri della bilancia dei pagamenti e per la crescita – politiche di domanda.

Sono le cosiddette politiche keynesiane. Secondo la teoria di Keynes[1], il sistema di mercato è instabile, vi sono periodi in cui la domanda (soprattutto di investimenti) si riduce, trascinando nella recessione o nella depressione l’intero sistema economico. La domanda determina l’offerta. Non è detto che la domanda si mantenga ad un livello tale da garantire un’offerta, e dunque un reddito, di piena occupazione. In particolare, non è detto che il risparmio disponibile si traduca in investimento, perché le due grandezze dipendono da fattori differenti: il risparmio dipende dal reddito, l’investimento dal tasso di interesse e dalle prospettive future di profitto. La crisi nasce da una caduta di fiducia degli imprenditori nelle prospettive di profitto. Se gli imprenditori sono pessimisti relativamente al futuro, dunque prevedono prospettive di profitto negative, contraggono gli investimenti (importanza delle aspettative, e in generale del fattore psicologico[2]). Questo mette in difficoltà le imprese che producono beni capitali, le quali dovranno ridurre la produzione e licenziare lavoratori, alimentando ancora di più la caduta di domanda, che ora si estende anche al settore dei beni di consumo. È la crisi: recessione o depressione. Per Keynes non esiste alcun meccanismo automatico del mercato che capovolga la tendenza e ripristini una situazione di equilibrio di piena occupazione[3].

La soluzione keynesiana è incentrata sull’intervento dello Stato: o attraverso la politica monetaria (espansiva, che aumenti la quantità di moneta in circolazione; ma in caso di “trappola della liquidità” essa è inefficace[4]); o, ed è la soluzione privilegiata, attraverso la politica fiscale: in particolare, un aumento della spesa pubblica in disavanzo[5] (lo Stato chiede in prestito risorse ai privati), per compensare la carenza di domanda privata con domanda pubblica. Essendo tale spesa pubblica un elemento autonomo della domanda, grazie al moltiplicatore provocherà un’espansione del reddito, che sarà un multiplo dell’aumento di domanda iniziale. La spesa pubblica consigliata è di tipo produttivo, dunque in opere pubbliche, in modo da migliorare anche la dotazione infrastrutturale del paese, ponendo le basi per un maggiore sviluppo[6].

Il (provvisorio) disavanzo verrà sanato nel periodo successivo, perché l’aumento di reddito generato via moltiplicatore produrrà un incremento delle entrate fiscali connesse con gli aumentati redditi[7].

 Critiche

1) L’utilizzazione degli aggregati nasconde il fatto che un gran numero di individui e imprese agiscono e interagiscono in maniera complessa, e ciò rende le grandezze aggregate non indipendenti, bensì interdipendenti: ad esempio, gran parte dei risparmi delle imprese è realizzata in vista di investimenti da intraprendere; gli investimenti sono influenzati dal reddito presente, dal reddito futuro, dal consumo previsto e dal risparmio; il consumo non dipende solo dal reddito passato, ma anche dal reddito futuro previsto, dalla fase del ciclo in corso, dai prezzi dei prodotti, dai guadagni e dalle perdite in conto capitale e così via. Risparmi e investimenti non sono indipendenti, sono uguagliati dal tasso di interesse, che rappresenta la preferenza temporale; dunque non vi può essere in permanenza un eccesso di risparmio rispetto all’investimento.

2) Non c’è risparmio inutilizzato di cui lo Stato possa entrare in possesso senza creare danni; quando lo Stato entra in concorrenza con i privati per il risparmio disponibile determina una diversione delle risorse dai privati, più efficienti e produttivi, allo Stato, inefficiente e improduttivo (“spiazzamento” degli investimenti), e dunque la conseguenza è il consumo di capitale. In particolare, lo Stato, concorrendo con i privati per i fondi disponibili, fa aumentare il tasso di interesse. Lo spreco è ancora maggiore se lo Stato utilizza i prestiti per effettuare spese correnti (come di fatto è accaduto).

3) Il disavanzo iniziale non si sana da solo grazie ad un aumento multiplo del reddito, perché la teoria del moltiplicatore è una tesi empiricamente indimostrata e illogica. La storia economica degli ultimi decenni ha dimostrato che i disavanzi sono diventati strutturali, provocando l’accumulazione di un debito pubblico gigantesco.

4) Dunque il disavanzo, non colmandosi da solo, dovrà essere colmato in futuro dai contribuenti. C’è solo una redistribuzione del reddito (dai futuri contribuenti agli attuali prestatori), non c’è alcuna crescita del reddito. La spesa pubblica non è aggiuntiva, ma solo sostitutiva della spesa che i privati avrebbero realizzato se avessero potuto disporre delle risorse che sono state sottratte loro con le imposte. Il governo può spendere solo ciò che toglie ai suoi cittadini, non può arricchire magicamente tutti i cittadini.

5) Se l’aumento di spesa avviene con bilancio in pareggio, cioè finanziato con i tributi, a maggior ragione l’effetto espansivo è nullo, perché l’aumento di spesa pubblica è compensato dalla diminuzione di spesa privata causata dall’aumento dei tributi.

6) Se la spesa pubblica è finanziata con aumenti dell’offerta di moneta l’effetto è l’inflazione. Non vi è effetto inflazionistico se il disavanzo è finanziato attraverso l’emissione di titoli pubblici.[8]

7) L’ipotesi di Keynes, secondo la quale nel lungo periodo la frazione di reddito consumata (propensione al consumo) sia destinata a diminuire (e dunque la propensione al risparmio ad aumentare), con stagnazione strutturale, è smentita dai dati statistici.

8) L’enfatizzazione di una indistinta “domanda” fatta dalla teoria keynesiana ha generato vere e proprie aberrazioni concettuali. Una tesi sostenuta da alcuni keynesiani è quella secondo cui grandi catastrofi, come terremoti, guerre o uragani, siano in realtà proficui per l’attività economica, perché la ricostruzione che ne segue comporta un’espansione della domanda, dunque dell’occupazione e del reddito. Questa affermazione è una sciocchezza, giacché, in circostanze di questo tipo, avviene in realtà una gigantesca perdita di ricchezza, perché le energie e le risorse impiegate per ricostruire i beni distrutti si sarebbero indirizzate alla realizzazione di altre cose (assunto contestato dai keynesiani, perché parte del reddito, una quota di quello risparmiato, non si traduce in domanda). E fra le risorse va considerato anche il tempo che gli individui coinvolti nella ricostruzione trascorrono per ripristinare qualcosa che già c’era, mentre in assenza del disastro avrebbero speso questo tempo per realizzare qualcosa d’altro, e dunque qualcosa in più rispetto alla ricchezza esistente, cioè al patrimonio distrutto e ricostruito. Se il corollario keynesiano fosse vero, si giungerebbe all’assurda conclusione che per creare lavoro basterebbe bruciare ampie zone delle città, e poi ricostruirle.

9) Non si domanda moneta illimitatamente (motivi speculativi). Se affluisce nelle mani di un individuo nuova moneta, egli non la tesaurizzerà indefinitamente: parte sarà spesa o per il consumo o per investimenti; nessuno trattiene moneta più di quanta gliene occorre per i bisogni di cassa. E in ogni caso, poiché la moneta viene acquisita in cambio di beni, la quantità di moneta che un individuo può ricevere è limitata dalla quantità di beni che può dare in cambio. Dunque viene meno l’elemento attraverso cui per Keynes si manifesta la crisi e la depressione.

10) Le politiche economiche di stabilizzazione di breve periodo, a causa dell’insufficienza delle conoscenze, dell’inaffidabilità delle previsioni macroeconomiche e dell’esistenza di ritardi variabili negli effetti delle decisioni prese, finiscono con l’essere procicliche anziché anticicliche, e con l’aggravare, anziché curare, l’instabilità economica. Inoltre, quando a metà degli anni ’70 del Novecento si verificò recessione più inflazione[9], le politiche keynesiane (espansione della domanda in caso di recessione, contrazione in caso di boom inflazionistico) risultarono inutilizzabili: non si può accelerare e frenare allo stesso tempo[10].

 

Politica monetaria – Manipolazione della moneta e del credito – Gli Stati spesso hanno svalutato la moneta aumentando i prezzi; lo hanno fatto per ridurre i salari reali (al fine di ridurre la disoccupazione), non avendo il coraggio di sfidare i rappresentanti sindacali sui salari nominali.

I governi tendono anche a espandere il credito, illudendosi di ridurre stabilmente i tassi di interesse e provocare artificialmente un’espansione dell’economia. Tale atteggiamento è responsabile dei cicli economici. La politica monetaria storicamente ha tutt’altro che stabilizzato le economie: negli Stati Uniti la Federal Reserve fu istituita nel 1914, ma i cicli economici hanno continuato ad esistere con intensità simile al periodo precedente.

Politiche di controllo degli scambi con l’estero [L. von Mises, L’Azione Umana, pp. 766-768].

Limiti del New Deal – Fra il 1929 e il 1933 il prodotto americano si ridusse di circa un terzo; l’economia rimase depressa fino al 1939, dunque le misure prese non hanno affatto generato la ripresa, l’hanno allontanata.

Tra il 1933 e il 1940 le tasse federali sono triplicate da 1,6 a 5,3 miliardi di dollari, con contrazione dei consumi e degli investimenti. Gli interventi sul fisco erratici e ripetuti hanno scoraggiato gli investimenti.

Il sostegno ai sindacati e agli aumenti dei salari reali mantenne elevata la disoccupazione.

Per sostenere i prezzi dei prodotti agricoli furono distrutti enormi raccolti e 6 milioni di animali.

La Tennessee Valley Authority, il cuore del programma di lavori pubblici, non creò sviluppo significativo, tanto che Stati come la Georgia e la Carolina del Nord, non toccati dall’intervento, ebbero una crescita maggiore.

L’iniziativa antitrust del 1938 contro 150 imprese scoraggiò gli investimenti.

Le tariffe doganali estese dal Congresso nel 1930 generarono ritorsioni e contrassero il commercio internazionale.

 

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Note

[1] J.M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), Utet, Torino, 1978.

[2] Su questo punto gli Austriaci osservano: non si capisce perché tutti, o quasi tutti, gli imprenditori contemporaneamente dovrebbero diventare pessimisti. Sono gli elementi oggettivi del mercato (profitti, domanda) a determinare l’orientamento psicologico degli imprenditori, non viceversa: se la congiuntura è favorevole si produce ottimismo, se è sfavorevole si produce pessimismo. La depressione giunge perché le forze fondamentali dell’economia sono mutate, non perché qualcuno ha perso la fiducia. Inoltre, come ha osservato Hayek (Prezzi e produzione), non vanno considerati solo i ricavi futuri, ma i ricavi confrontati con i costi. Se alcuni imprenditori sono riusciti a ridurre i costi, la riduzione di domanda potrebbe non ridurre i profitti attesi, e dunque tali imprenditori potrebbero aumentare ugualmente gli investimenti.

[3] Si descrive qui con maggior dettaglio il modello keynesiano.

L’offerta (il reddito) dipende dalla domanda, di consumi e di investimenti: Y = C + I .

I consumi dipendono dal reddito, e sono abbastanza stabili: C = cY , funzione del consumo.

I risparmi dipendono dal reddito, in un rapporto abbastanza stabile anch’esso: S = (1 – c)Y, funzione del risparmio.

Gli investimenti sono un elemento autonomo della domanda, in quanto non sono vincolati dal reddito, ma possono essere finanziati dal credito; essi dipendono dal tasso di interesse e dalle prospettive di profitto, sintetizzabili con l’efficienza marginale del capitale j, ricavata in questo modo:

I = (R1 – C1) / 1+j   + (R2 – C2) / (1+j)2   + … + (Rn – Cn) /(1+j)n. Fino a che l’efficienza marginale (in valore) del capitale è superiore al costo marginale del capitale (interesse), la domanda di investimenti aumenta, e si ferma quando j = i . Se i aumenta (diminuisce) gli investimenti diminuiscono (aumentano). Se le prospettive di profitto sono negative gli investimenti sono bassi (importanza delle aspettative).

Determinazione del reddito – Per determinare il reddito di equilibrio è sufficiente conoscere il livello degli investimenti, in quanto i consumi dipendono dal reddito, e quindi l’aumento di domanda rappresentato dagli investimenti provoca un aumento di reddito e un aumento indotto dei consumi, innescando un circuito consumi-reddito via via decrescente. L’aumento finale di reddito conseguente all’iniziale aumento degli investimenti è un multiplo degli investimenti:

Y = (1/[1-c]) I (moltiplicatore). Ad esempio, se c = 4/5, il moltiplicatore è pari a 5, dunque qualunque aumento di I, componente esogena della domanda, determinerà un aumento del reddito 5 volte superiore.

In equilibrio i risparmi sono uguali agli investimenti.

Una volta determinata la quantità prodotta, resta fissato anche il livello dell’occupazione, data la funzione di produzione Y= f(N). Conoscendo la funzione di produzione si conosce anche la produttività marginale del lavoro corrispondente al livello di occupazione considerato. Poiché il salario reale w/p deve essere pari alla produttività marginale,   una volta determinato il salario monetario attraverso la contrattazione sindacale,   è determinato anche il livello dei prezzi. Questo livello dei prezzi è proprio quello in corrispondenza del quale l’offerta è uguale alla domanda: infatti se p fosse superiore, w/p si riduce, gli imprenditori aumentano la domanda di lavoro e la produzione, ma poiché la domanda globale resta immutata, i prezzi cadono ritornando al livello precedente.

Il tasso di interesse per Keynes è determinato sul mercato monetario, cioè dall’incontro fra offerta e domanda di moneta (in particolare, la preferenza per la liquidità), e non dall’incontro fra offerta e domanda di risparmio. È possibile quindi che gli investimenti siano inferiori ai risparmi, e che quindi la domanda globale sia inferiore all’offerta.

Poiché è la domanda globale di beni e servizi a determinare l’offerta, e non viceversa, è possibile che l’equilibrio fra domanda e offerta si stabilisca a un livello tale da non garantire la piena occupazione delle risorse, e in particolare del fattore lavoro.

[4] La “trappola della liquidità” è quella situazione in cui le aspettative degli imprenditori sono talmente negative che anche un aumento dell’offerta di moneta, con relativa riduzione del tasso di interesse (anche fino a zero), non induce gli imprenditori a domandarla per realizzare investimenti, ma per tesaurizzarla. (Per gli Austriaci Keynes confonde, sovrapponendoli, i concetti di moneta e capitale: trattenere moneta non si traduce necessariamente in una riduzione dell’offerta di capitale). Secondo Keynes inoltre non è possibile aumentare l’occupazione abbassando il salario reale attraverso aumenti della quantità di moneta (dato il salario monetario).

[5] Il disavanzo (deficit) pubblico è la differenza fra entrate e spese pubbliche annue. Il debito pubblico è dato dalla somma dei disavanzi più l’interesse composto maturato su di essi.

[6] Nei termini della formalizzazione matematica: Y = C+I+G, dove G rappresenta la spesa pubblica, componente autonoma della domanda.

[7] Anche i keynesiani sono favorevoli al bilancio in pareggio, ma, diversamente dagli ortodossi, non sono per ogni bilancio annuale in pareggio, bensì di medio o lungo termine, in relazione alla durata del ciclo economico. Se, ad esempio, una depressione o una recessione dura quattro anni, seguiti da quattro anni di boom, il disavanzo può permanere nei quattro anni di recessione, ed essere compensato da quattro bilanci in attivo negli anni del boom; così da non accumulare debito pubblico. Nei fatti i disavanzi del bilancio sono diventati la norma, anche nei periodi di crescita. Molti keynesiani hanno modificato la sequenza in: disavanzi maggiori nei periodi di recessione, disavanzi minori nei periodi di boom.

Ovviamente, se anziché una condizione di recessione o depressione, o comunque di reddito al di sotto della piena occupazione, vi fosse una condizione di boom inflazionistico, la politica economica dovrebbe essere semplicemente di segno opposto, cioè un avanzo di bilancio, conseguibile soprattutto con un aumento di imposte (in alternativa con una riduzione di spesa); operazioni che riducono la domanda globale attraverso la compressione del potere d’acquisto in eccesso.

 

[8] M.N. Rothbard, Ten Great Economic Myths, Part One, in «The Free Market», aprile 1984, pp. 1–4.

[9] Gli aumenti del costo del lavoro, seguiti all’ondata di rivendicazioni salariali alla fine dei ’60, e gli aumenti del prezzo del petrolio nella prima metà dei ’70 a seguito della guerra arabo-israeliana del Kippur vengono spesso chiamati in causa per l’inflazione dei prezzi dell’epoca. Tuttavia tali aumenti si sarebbero esauriti in uno scalino se non fossero stati alimentati da una politica monetaria espansiva. I due fenomeni descritti furono responsabili, insieme alla progressiva estensione dell’intervento statale, della perdita di dinamismo delle economie occidentali e quindi della recessione.

[10] Per le critiche alla Teoria generale v. H. Hazlitt, The Failure of the “New Economics”, Arlington House, New Rochelle, NY, 1959. Per una valutazione critica complessiva del keynesismo v. M.N. Rothbard, Spotlight on Keynesian Economics, manoscritto privato del 1947, pubblicato on-line da Mises Institute nel 2008; Keynesianism Redux, in «The Free Market», gennaio 1989, pp. 1, 3–5.

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Ascesa e declino della società: capitolo VI

Mer, 19/11/2014 - 07:00

L’umanità del commercio.

 

Qualunque posto ove due ragazzi si trovino a scambiare dei tappi per delle biglie, può considerarsi un mercato. Il semplice baratto, in termini di felicità umana, non è diverso da una transazione commerciale che coinvolge operazioni bancarie, assicurazioni, navi, ferrovie, stabilimenti all’ingrosso ed al dettaglio, poiché in ogni caso l’effetto e lo scopo del commercio è quello di soddisfare un certo bisogno. Il ragazzo con una manciata di biglie ha un deficit di felicità a causa della mancanza di tappi, mentre l’altro è altrettanto insoddisfatto a causa del suo bisogno di biglie; entrambi stanno meglio dopo lo scambio.

Allo stesso modo, l’operaio di Detroit che ha contribuito a costruire un inventario di automobili ora in magazzino non sta meglio grazie ai suoi sforzi fino a quando il prodotto non viene spedito in Brasile in cambio della sua tazza giornaliera di caffè. Il commercio non è altro che la cessione di ciò che si ha in abbondanza per ottenere qualcos’altro che si desidera. Vale la pena di ringraziare (per lo scambio – ndr) sia l’acquirente che il venditore. Il mercato non consiste necessariamente di un luogo specifico, anche se ogni operazione deve avvenire da qualche parte. Si tratta più precisamente di un sistema di canalizzazione di beni o servizi da un operatore ad un altro, dal produttore al consumatore, da dove esiste una sovrabbondanza a dove c’è un bisogno. E’ un metodo ideato dall’uomo nella sua ricerca della felicità, del benessere, ed operante solo con l’istinto umano nel riconoscere il valore. La sua funzione non è solo di trasferire la proprietà da una persona all’altra, ma anche di indirizzare lo sforzo umano; l’indicatore grafico dei prezzi di mercato registra i desideri delle persone, nonché l’intensità di questi desideri, in modo che altre persone (in cerca di giovamento) possano conoscere il modo migliore per impiegare se stesse.

Vivere senza il commercio sarebbe possibile, seppur complicato; nella migliore delle ipotesi, sarebbe mera sussistenza. Prima dell’avvento del mercato, gli uomini erano ridotti a tirare avanti con ciò che potevano trovare in natura per quanto riguardava il cibo e di che coprirsi; niente di più. Ma la volontà di vivere non è solo volontà di esistere; è piuttosto uno stimolo a raggiungere un godimento più pieno della vita, ed è col commercio che questo istinto interiore raggiunge un certo grado di appagamento. Maggiore è il volume e la fluidità delle transazioni nel mercato, più alto sarà il livello salariale della Società e, nella misura in cui beni e servizi generano la felicità, più alto è il livello dei salari maggiore è il grado di felicità.

L’importanza del mercato per il pieno godimento della vita è illustrato in una consuetudine riportata da Franz Oppenheimer in The State. Una volta, ai tempi in cui era celebrato in maniera quasi religiosa, l’approccio di mercato era considerato inviolabile anche da parte di ladri professionisti; infatti, smettendo i loro panni abituali questi ladri operavano sulle rotte commerciali alla stregua di poliziotti, facendo in modo che i commercianti ed i carovanieri non venissero molestati. Perché? Perché avevano accumulato un eccesso di refurtiva di un certo tipo, più di quanto potessero consumare, e il modo più semplice per trasformarlo in ulteriore benessere era attraverso il commercio. Il troppo, di qualunque cosa, e’ pur sempre troppo.

Il mercato non serve solo a condividere gli eccessi di produzione resi possibili dalla specializzazione umana, ma è anche un distributore della generosità della natura. Infatti, seppur in modi imperscrutabili, la natura ha sparpagliato su tutta la superficie terrestre le materie prime di cui gli esseri umani vivono; se non fosse stata concepita una qualche logica per la distribuzione di queste materie prime, esse non avrebbero avuto alcuna utilità per la razza umana. Così, attraverso il commercio, il pesce dal mare raggiunge il tavolo del minatore ed il carburante dalla miniera nell’entroterra, o dai pozzi, arriva alle caldaie della barca da pesca; i frutti tropicali sono messi a disposizione dei popoli del nord le cui miniere di ferro, trasformato in utensili, rende più facile la produzione industriale ai tropici. E’ col commercio che le scorte naturali sono rese accessibili a tutti i popoli del mondo e che la vita su questo pianeta diventa ancora più piacevole.

Pensiamo al commercio come al baratto di cose tangibili semplicemente perché questo è ovvio, ma un corrispettivo dello scambio di beni materiali è lo scambio di idee, l’accumulo di competenze e cultura tra le parti coinvolte nella transazione. In effetti, nelle merci è contenuto l’ingegno dei produttori: le eccellenti lane importate dall’Inghilterra sono testimoni dei segreti fondamentali nell’arte della tessitura e le sete Giapponesi suscitano curiosità per le tecniche alla base della loro lavorazione. Acquisiamo conoscenza delle persone attraverso i beni che riceviamo da loro. Oltre al dato commerciale c’è il fatto che lo scambio coinvolga una rete di individui e, quando gli esseri umani si incontrano fisicamente o tramite mezzi di comunicazione, vengono scambiate idee. L’incontro è l’olio che lubrifica ogni operazione di mercato.

Fu solo dopo che Cuba e le Filippine entrarono nella nostra orbita commerciale che si animò l’interesse per la lingua spagnola e per i costumi di quei luoghi, e l’interesse è aumentato in proporzione al volume dei nostri scambi commerciali con il Sud America. Di conseguenza, gli americani della generazione attuale hanno familiarità con i balli e la musica spagnola così come i loro antenati, sotto l’influenza dei contatti commerciali con l’Europa, lo erano con il minuetto francese ed il valzer viennese. Quando le navi cominciarono ad arrivare dal Giappone portarono con sé storie di un popolo interessante, storie che arricchirono la nostra letteratura, ampliarono i nostri concetti d’arte e contribuirono al nostro repertorio operistico.

Non è che il commercio in sé richieda una certa comprensione dei costumi del popolo con il quale si negozia: sono le merci a suscitare curiosità per il luogo di loro provenienza e le navi cariche di merci sono seguite da altri esploratori che portano delle idee; il porto aperto è come un magnete per i curiosi. Per questo motivo, la tendenza del commercio è quella di abbattere la ristrettezza del provincialismo, liquidare la sfiducia dell’ignoranza. La società quindi, nella sua accezione più completa, comprende tutti coloro che per migliorare le proprie diverse circostanze si dedicano al commercio con un altro popolo; il suo carattere espansivo tende al miscuglio delle eterogenee culture dei commercianti. Il mercato unifica la società.

La concentrazione della popolazione determina il carattere della società solo perché la contiguità facilita lo scambio; tuttavia la contiguità è un vantaggio relativo, dipendente dalla modalità con cui si stabilisce il contatto. La neutralizzazione di tempo e spazio con mezzi artificiali rende il mondo intero contiguo. L’isolazionismo che alleva una cultura non espansiva ed una diffidenza delle culture estere si sgretola tanto velocemente quanto le navi, i treni, e gli aerei veicolano merci ed idee.

Il perimetro della società non è fissato dalle frontiere politiche ma dal raggio dei suoi contatti commerciali. Tutte le persone che commerciano l’una con l’altra sono, perciò, portate all’aggregazione.

Il punto viene evidenziato da una tipica strategia di guerra. Il primario obiettivo di uno stato maggiore è quello di distruggere i processi di mercato del nemico, laddove la sconfitta del suo esercito diventa puramente accessoria. L’esercito potrebbe benissimo essere lasciato intatto qualora i mezzi di comunicazione interna del paese nemico fossero distrutti e i suoi punti di ingresso bloccati in modo che la produzione specializzata, dipendente a propria volta dalla possibilità di scambi commerciali, non possa più essere praticata. La popolazione, ridotta alla vita primitiva, perderebbe così la volontà alla guerra e chiederebbe la pace. Questo è lo schema generale di tutte le guerre. Più è integrata l’economia più forte sarà la nazione in guerra, semplicemente a causa della sua capacità di produrre un’abbondanza di attrezzatura militare e beni economici; se, invece, la sua capacità di produrre viene distrutta, se il flusso di merci viene interrotto, essa sarà più suscettibile alla sconfitta perché la sua popolazione, ormai disabituata a standard di vita inferiori, verrà più facilmente scoraggiata. Perde così di significato la questione per cui siano più necessarie le “armi” o il “burro” per la prosecuzione di una guerra.

Ne consegue che qualsiasi interferenza con il funzionamento del mercato è analoga ad un atto di guerra. Un dazio è un atto del genere. Quando siamo “protetti” dalla carne Argentina, l’effetto voluto è di rendere più difficile ottenere carne bovina e questo è esattamente ciò che farebbe un esercito invasore. Dato che la tassa non diminuisce il nostro desiderio per le carni bovine, siamo costretti dalla minore offerta ad impiegare più lavoro per soddisfare quel desiderio; la nostra gamma di possibilità viene ridotta perché siamo di fronte alla scelta tra consumare meno carne o rinunciare al godimento di qualche altro “bene”. La mancanza di abbondanza di carne sul mercato riduce il potere d’acquisto del nostro lavoro.

Siamo più poveri, anche se ad essere bloccati sono i porti di un’altra nazione. Inoltre, dal momento che ogni consumatore è al tempo stesso un venditore, e viceversa, il divieto imposto contro la loro carne rende difficile agli Argentini l’acquisto delle nostre automobili, cosi da limitare tale manifestazione delle nostre competenze. L’effetto di un dazio è quello di portare un potenziale acquirente fuori dal mercato. La tesi secondo cui la “protezione” fornisce posti di lavoro è palesemente fallace. E’ il consumatore che dà un lavoro al lavoratore e, fintanto che si parla di fornire occupazione produttiva, il consumatore a cui viene impedito il consumo è come se fosse morto.

Per inciso, è il lavoro che vogliamo o la carne? Il nostro istinto è quello di ottenere il massimo dalla vita con il minimo dispendio di energie. Lavoriamo solo perché ne abbiamo bisogno: la possibilità di produrre non è una benedizione, è una necessità. Né il produttore interno né quello estero ci regalano alcunché: c’è un prezzo per tutto ciò che vogliamo e il prezzo è sempre il lavoro. Scartiamo qualunque cosa ci faccia impiegare più risorse per acquistare una stessa quantità o tipo di soddisfazioni, poiché entra in conflitto con la naturale tendenza umana ad una vita che sia la più ricca possibile. Esempi di tale aggravio sono proprio i dazi, gli embarghi, le quote d’importazione o la moderna politica di aumento del prezzo delle merci straniere tramite svalutazione competitiva della valuta nazionale. Qualsiasi restrizione del commercio, interno o esterno, fa violenza all’istinto primordiale dell’uomo di migliorare la propria condizione.

Proprio come il commercio unisce le persone, tendendo a minimizzare le differenze culturali, e contribuisce alla comprensione reciproca, allo stesso modo gli ostacoli al commercio hanno l’effetto opposto. Se il cliente ha sempre ragione, in caso di mancata transazione verrà facile scaricare la colpa sull’altro, colpa accentuata non solo dalla perdita economica ma anche dall’affronto personale.

Se il ragazzo con i tappi si rifiuta di scambiare col ragazzo che ha le biglie, essi non potranno giocare insieme e questa desocializzazione può facilmente innescare una discussione sui tratti negativi e i difetti dei rispettivi cani o genitori. Per lo stesso motivo, e nonostante le nostre dichiarazioni di buon vicinato, l’Argentino ha i suoi dubbi circa le nostre intenzioni quando gli chiudiamo le nostre porte commerciali; costretto a guardare altrove per un’amicizia più sostanziale, diventerà meno incline alla comprensione della nostra cultura nazionale.

Il sottoprodotto dell’isolazionismo commerciale è la sensazione che lo “straniero” sia un “tipo diverso” di persona, e quindi inferiore, con il quale il contatto sociale non soltanto è poco auspicabile ma addirittura pericoloso. Fino a che punto questa segregazione delle persone causata da restrizioni al commercio sia causa di guerra è una questione controversa, ma non ci può essere alcun dubbio che tali restrizioni risultino irritanti e possano fornire ulteriori scuse per rendere la guerra più plausibile; non ha infatti senso attaccare un buon cliente che compra grandi quantità dei nostri prodotti e paga il conto regolarmente. Probabilmente l’eliminazione delle restrizioni agli scambi commerciali in tutto il mondo sarebbe più utile alla causa della pace universale rispetto a una qualsiasi unione politica di popoli comunque separati da barriere commerciali. Invero, quale unione politica stabile può mai esistere fintantoché perdurano queste barriere? E, se la libertà di commercio fosse una pratica universale, sarebbe davvero necessaria un’unione politica?

Cerchiamo di verificare le affermazioni dei “protezionisti” con un esperimento di logica. Se una nazione traesse beneficio dall’insieme di beni che non le è permesso importare, allora un embargo totale, piuttosto di una parziale restrizione, la farebbe stare meglio. Continuando su questa linea di ragionamento, non sarebbe preferibile se ogni comunità fosse ermeticamente sigillata rispetto al vicino, come Philadelphia da New York? Meglio ancora, tutte le famiglie non avrebbero forse più cose sul proprio tavolo se fossero costrette a sostentarsi con la sola propria produzione? Nonostante questa reductio ad absurdum sia sciocca, non è più sciocca della tesi “protezionista” secondo cui una nazione si arricchisce grazie alla quantità di merci estere che tiene fuori dal propri mercato, o della tesi della “bilancia commerciale” secondo cui una nazione prospera in seguito ai soli eccessi di esportazioni rispetto alle importazioni.

Eppure, se ci si stacca mentalmente dai miti consolidati, vediamo come gli atti di isolazionismo così come descritti nel nostro sillogismo non siano infrequenti. Un esempio noto in proprosito è l’octroi Francese, una tassa riscossa sui prodotti che si trasferivano da un quartiere all’altro. Con il pretesto delle normative di “quarantena”, la Florida e la California hanno reciprocamente escluso dai popri mercati gli agrumi coltivati dalla controparte. I sindacati sono sostenitori violenti del benessere tramite la scarsità, come quando limitano, con la violenza diretta o con le leggi che hanno contribuito ad emanare, l’importazione di beni realizzati al di fuori della loro giurisdizione. Una tassa sui camion che entrano in uno stato è perfettamente in linea con tale ragionamento. Allo stesso modo la teoria protezionista della “recinzione” viene accettata e interiorizzata, dimostrando con questi fatti come la nostra reductio ad absurdum non sia così peregrina. Il mercato, naturalmente, ride di tali misure che generano scarsità di risorse poiché esso non produrrà mai più di quanto riuscirà ad ottenere: se l’offerta è resa scarsa dalle restrizioni commerciali, ciò che resta diventerà sempre più difficile da ottenere e richiederà una spesa maggiore di lavoro per acquisirlo. Il livello salariale reale della società si abbasserà.

Il mito del “protezionismo” si fonda sul concetto che l’inizio e la fine di tutta la vita umana sia il lavoro, non il consumo — e non certo il tempo libero. Se fosse così, allora gli schiavi che costruirono le piramidi sarebbero stati in una condizione ideale; lavoravano molto e ricevevano poco. Allo stesso modo, i Russi incatenati ai “piani quinquennali” avrebbero raggiunto il paradiso in terra e così anche i lavoratori che durante la Grande Depressione venivano impiegati per spostare terra da una parte all’altra della strada.

Estendendo il concetto secondo cui lo sforzo in quanto tale sia la via verso la prosperità, allora un popolo sarebbe più prospero se tutti gli individui lavorassero a progetti che non facciano alcun riferimento al loro senso individuale del valore. Ciò che viene eufemisticamente chiamata “produzione di guerra” ne é esempio calzante. Ovviamente, niente di tutto ciò ha senso poiché lo scopo della produzione è in realtà il consumo e non vi è prova alcuna di operai che abbiano costruito una corazzata per scelta, dimostrando il proprio coinvolgimento tramite convinta rinuncia a qualunque altra attività. Secondo la logica dell’esaltazione del lavoratore, una nazione non sarebbe forse più felice se fossero tutti impiegati nella sola costruzione di navi da guerra, in cambio delle cose a loro necessarie per continuare a costruire navi da guerra? Di certo non sarebbero disoccupati.

Invece, se pensassimo che la spinta naturale dell’individuo a migliorare la propria condizione, e ad allargare i propri orizzonti, si fondi sempre sulla legge naturale della parsimonia (il massimo del guadagno con il minimo sforzo), saremmo costretti a concludere che lo sforzo che non contribuisce direttamente alla sovrabbondanza in un determinato mercato sia uno sforzo inutile. La società prospera grazie agli scambi commerciali, semplicemente perché rende possibile la specializzazione, la specializzazione aumenta la produzione ed una maggiore produzione riduce il costo che gli uomini sostengono per soddisfare i propri desideri. Ciò premesso, il mercato è un’istituzione davvero umana.

 

(Vai al Capitolo V)
(Vai al Capitolo IV)
(Vai al Capitolo III)
(Vai al Capitolo II)
(Vai al Capitolo I)
(Vai all’Introduzione)

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Interferenze coercitive – VI parte

Lun, 17/11/2014 - 08:00

Interferenze con i prezzi

Le interferenze con i prezzi – fra cui sono compresi i saggi salariali, i tassi d’interesse e i tassi di cambio fra monete – possono assumere diverse forme: pavimenti al prezzo, tetti al prezzo, obiettivi di prezzo (un intervallo entro cui il prezzo deve essere mantenuto, es. i tassi di cambio delle monete o i tassi di interesse), prezzi fissati d’autorità[1]. Il controllo dei prezzi dunque fa sì che essi si trovino ad una altezza differente da quella che si sarebbe determinata nel libero mercato.

Nel caso dei prezzi massimi in genere il governo vuole favorire il compratore, nel caso dei prezzi minimi il venditore.

Pavimenti al prezzo (prezzo minimo) – Per conseguire effetti devono essere posti al di sopra del prezzo di mercato.

In generale il prezzo minimo produce i seguenti effetti: il prezzo mantenuto artificialmente alto attrae risorse in quel settore; le quantità prodotte però non vengono tutte acquistate

perché l’aumento di prezzo ha contemporaneamente scoraggiato alcuni acquirenti; prevale il “lato corto” del mercato, in questo caso la domanda, che si stabilizza al livello q0. Dunque si determina una sovrapproduzione, che genera perdite per molte imprese. L’interferenza con i segnali del mercato ha prodotto una misallocazione delle risorse, perché esse si indirizzano verso la produzione del bene a prezzo (artificialmente) alto a scapito di altri beni che soddisfano bisogni considerati dai consumatori più urgenti.

Esempi: il salario minimo e il salario fissato attraverso la contrattazione collettiva.

La tariffa minima per le libere professioni (avvocati).

Le leggi antidumping, contro la vendita sottocosto. Rappresentano una grave limitazione della libertà di iniziativa, oltre che un danno per i consumatori, che sono costretti ad acquistare a prezzi più alti.

In agricoltura, quando si verifica un calo dei prezzi, gli agricoltori in genere chiedono allo Stato di interrompere la caduta dei prezzi. La giustificazione è la seguente: non solo siamo più poveri noi agricoltori, ma tutta l’economia si impoverisce, perché noi non possiamo più acquistare i beni prodotti da altri. Innanzi tutto, un crollo dei prezzi e dei valori delle fattorie non significa che si sta riducendo la ricchezza dell’intera economia: le fattorie, i campi, i trattori, i macchinari sono oggi gli stessi di ieri. Se alcune fattorie hanno dovuto chiudere, significa che i consumatori valutavano alcuni usi alternativi delle risorse necessarie alla fattoria di più dell’impiego nella fattoria. Essi hanno fatto ciò indirettamente, scegliendo i prodotti che richiedevano quell’uso alternativo anziché i prodotti di quelle fattorie. Sostenere i prezzi per salvare le fattorie significa sprecare risorse. Ciò che è avvenuto con la riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli non è un impoverimento generale, bensì un cambiamento nei prezzi relativi: è vero che il possessore di un “bushel” (35 litri ca.) di grano ottiene in cambio meno dollari, ma il possessore di dollari ora compra maggiori quantità di grano. D’altra parte, nessuno si è lamentato della riduzione dei prezzi dei personal computer negli ultimi venti anni.

I sussidi agricoli, falsando i segnali di prezzo, disincentivano dalla ricerca di metodi produttivi più efficienti.

La tesi si ripresenta relativamente ai mercati azionari. A volte si interviene per frenare le cadute dei prezzi e/o per evitare gli eventuali fallimenti di banche commerciali o d’investimento o di altre istituzioni finanziarie. Ciò determina azzardo morale[2] e, non facendo pagare ai responsabili i costi dei propri errori o della propria avventatezza, accentua l’atteggiamento rischioso e favorisce le bolle e i crolli successivi.[3]

Quando si verificano rapide cadute degli indici azionari si afferma che un’enorme ricchezza si è volatilizzata in poco tempo. Come detto, questa convinzione è frutto della confusione fra i prezzi monetari dei beni e l’ammontare di ricchezza dell’economia; il crollo del Nasdaq non ha abbattuto alcun palazzo o distrutto alcun macchinario. Una riduzione nel mercato azionario rappresenta uno spostamento di ricchezza: coloro che possiedono attività diverse dalle azioni (contanti, oro) ora sono più ricchi, perché i loro asset possono acquistare un numero maggiore di azioni, cioè quote maggiori delle varie imprese.

Il prezzo dei titoli è dato in definitiva dai guadagni futuri potenziali. In ogni istante di tempo, il prezzo di un’azione riflette le migliori stime (effettuate da coloro che hanno dimostrato in passato la maggior lungimiranza) del suo prezzo futuro (aggiustato per l’interesse). Il prezzo delle azioni è strettamente connesso con il valore presente dei guadagni futuri attesi dell’azienda. Dunque, a differenza dei collezionisti di francobolli, gli acquirenti di azioni non stanno semplicemente cercando di indovinare che cosa pensano tutti gli altri relativamente al prezzo futuro di quelle azioni (è fuorviante l’analogia di Keynes con un concorso di bellezza in cui ogni giudice non esprime un voto sulla bellezza effettiva di ciascuna concorrente ma cerca di indovinare a quale concorrente gli altri giudici daranno il voto più alto); l’andamento negativo di un’azienda provoca invariabilmente una riduzione del prezzo delle sue azioni. La riduzione del prezzo delle azioni è il sintomo di errori commessi nelle valutazioni effettuate in precedenza. Questo meccanismo è necessario e non va impedito, perché in tal modo il mercato può valutare accuratamente ogni azienda.

Se il prezzo di mercato di un’azienda è inferiore alla somma dei suoi asset (patrimonio), l’azienda diventa vulnerabile agli “scalatori”. Lo scalatore può rilevare l’azienda con capitale preso in prestito (leveraged buyout), liberando gli asset sottoutilizzati (compreso il lavoro) e trasferendoli al maggior offerente. In genere si verificano grossi spostamenti di capitale fra aziende: è il mercato azionario a consentire che tali aggiustamenti si determinino.

Tetti al prezzo (prezzo massimo) – Per produrre effetti il tetto deve essere collocato al di sotto del prezzo di mercato.

Al prezzo p0 le quantità scambiate sono q0, minori di quelle di equilibrio di mercato, perché prevale di nuovo il “lato corto” del mercato, in questo caso l’offerta, che si è ridotta. Il fine perseguito dal governo non viene realizzato: ricorrendo al calmiere esso voleva rendere la merce in questione più facilmente accessibile ai consumatori, in particolare ai meno abbienti; ha ottenuto il risultato quasi opposto, una penuria (shortage) del bene.

      

L’effetto del prezzo massimo è la riduzione o l’azzeramento della produzione del bene. Se le imprese, a questo nuovo prezzo, non hanno convenienza a produrre il bene in quanto il prezzo non copre il costo medio (la produzione avverrebbe in perdita), i fattori di produzione si indirizzano verso altri settori (i produttori marginali saranno i primi a lasciare il settore); il bene non viene prodotto o viene prodotto in quantità minori. Dunque vi saranno compratori potenziali insoddisfatti. In questi casi l’effetto più diffuso è la creazione di mercati illegali o “neri”, code, raccomandazioni, favoritismi.

Un esempio tipico di prezzo massimo è il tetto agli affitti, che infatti produce sempre scarsità di appartamenti nel mercato “legale”, riduzione della manutenzione da parte dei proprietari (la riduzione dei ricavi provoca una compressione dei costi che si è disposti a sostenere) e diffusione del mercato “nero”.[4]

Il prezzo massimo sul tasso di interesse (leggi sull’usura) riduce il risparmio disponibile, perché ai risparmiatori con più alta preferenza temporale è impedito di prestare al tasso di interesse corrispondente a quella preferenza; in particolare vengono penalizzati i debitori con progetti più rischiosi; dunque si riducono gli investimenti.

Esempi di tetti agli stipendi sono i salary cap di alcune categorie di sportivi professionisti o le proposte di tetti agli stipendi dei top manager di grandi aziende.

Spesso si impongono dei limiti superiori ai prezzi di alcuni beni con la motivazione che i produttori “approfittano” di alcune situazioni per fissare prezzi molto alti che danneggiano ingiustamente i consumatori. Ad esempio, gli spazzaneve quando arriva una forte nevicata. Tuttavia gli stessi accusatori non fanno considerazioni analoghe quando durante gli inverni miti gli spazzaneve non hanno lavorato, non guadagnando nulla (l’offerta superava di gran lunga la domanda); allora gli spazzaneve avrebbero potuto dire che erano i consumatori a trarre vantaggio da quella situazione! Gli spazzaneve che non hanno cambiato attività quando le cose andavano male contavano proprio sugli inverni nevosi per poter conseguire un guadagno medio soddisfacente. Gli “speculatori”, cioè coloro che creano riserve di beni per rivenderli a prezzo più alto quando vi sono delle scarsità, conseguono alti profitti al momento della vendita, ma tali profitti vanno “spalmati” su più periodi, fra cui quelli in cui non facevano profitti. Grazie a questi imprenditori i consumatori dispongono dei beni anche nei periodi di scarsità.

In generale, poi, l’azione dello speculatore tende a stabilizzare i prezzi: infatti, egli compra quando il prezzo è basso; nel fare ciò, aggiunge domanda e dunque fa salire – o fa scendere meno – il prezzo del bene. Successivamente, quando il prezzo è alto, vende, e nel fare ciò aumenta l’offerta, dunque fa scendere – o fa salire meno – il prezzo. Questa stabilizzazione è il riflesso di una più uniforme disponibilità della merce nel tempo: essa è meno scarsa quando ve n’è “troppo poca” e meno abbondante quando ve n’è “troppa”.[5]

Un altro tipo di intervento che può essere catalogato sotto la voce redistribuzione del reddito è quello volto allo sviluppo di particolari zone all’interno di un paese. L’esempio tipico è costituito dall’insieme di misure che, a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, sono state attuate per lo sviluppo del Mezzogiorno italiano.

Gli strumenti sono rappresentati dalle cosiddette politiche dell’offerta: infrastrutture, qualificazione professionale, impresa pubblica, incentivi (sgravi fiscali e contributivi, credito a tasso agevolato), contributi, sovvenzioni. Spesso queste politiche sono associate a politiche volte a sviluppare specifici settori, dunque ad indirizzare gli investimenti. Ad esempio, l’intervento per poli di sviluppo realizzato negli anni Sessanta nel Sud d’Italia si è configurato al tempo stesso come un’occasione per sviluppare in Italia settori come la siderurgia o la petrolchimica. Oggi un esempio importante è rappresentato dal contributo statale al fotovoltaico.

L’eminent domain è il diritto da parte dello Stato di espropriare qualsiasi terreno privato per motivi di presunta utilità collettiva: es. la costruzione di una ferrovia. È l’esempio più macroscopico di come oggi sia fragile il diritto di proprietà.

Critiche

Gli investimenti sono indirizzati nella maniera migliore dal mercato, che possiede uno standard razionale: i fattori della produzione si indirizzano verso la produzione dei beni di consumo più graditi dagli acquirenti. Il riferimento è costituito dai profitti o dalle perdite.

Gli aiuti a specifici settori produttivi (crediti agevolati, contributi in conto capitale, sussidi) mantengono in vita imprese inefficienti e dunque sprecano risorse, deviando il lavoro e il capitale dai settori più efficienti (quelli che producono i beni che soddisfano i bisogni più urgenti) a quelli meno efficienti. Dunque impediscono i rapidi aggiustamenti che il mercato avrebbe realizzato per soddisfare i desideri dei consumatori. Inoltre la protezione, schermando l’impresa dagli effetti delle decisioni sbagliate, cioè interrompendo la sequenza errore/correzione dell’errore, cancella il processo di apprendimento.

La difesa di posti di lavoro inefficienti determina uno spreco di risorse, fatte affluire verso settori produttivi obsoleti, a scapito di quelli innovativi.

Spesso lo Stato promuove direttamente la realizzazione di progetti (stadi, infrastrutture, fabbriche, aiuti alle esportazioni). Il limite in questo caso è dato dall’osservazione di Bastiat su “ciò che si vede” e “ciò che non si vede”. Ciò che non si vede sono tutte le attività alternative che si sarebbero potute realizzare con le risorse utilizzate dallo Stato. Si potrebbe obiettare che in ogni caso le risorse sono impiegate, le persone lavorano, e dunque non vi sarebbe un danno sul piano economico e del benessere. Ma bisogna ricordare che le iniziative prese dai privati sono quelle che i consumatori desiderano, e ciò è garantito dal meccanismo dei profitti e delle perdite, cosa che manca nelle iniziative prese dai funzionari pubblici[6].

E anche se le risorse sono prelevate non attraverso la tassazione ma attraverso il prestito, comunque sono risorse distolte da altri impieghi.

I politici sono incentivati a moltiplicare i progetti pubblici perché i benefici sono concentrati e i costi diffusi; coloro che ricevono benefici sono disposti a fare attività lobbystica perché i vantaggi per loro sono enormi, mentre coloro che pagano attraverso le tasse non sono motivati ad opporsi perché la quota è suddivisa fra un elevato numero di persone e ciascuno non ha la percezione di un forte prelievo.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Note

[1] Oggi la fissazione diretta dei prezzi di beni e servizi prodotti da privati è meno diffusa che in passato, ma vige ancora in alcuni settori. In Italia l’Autorità per l’energia elettrica e il gas fissa e aggiorna i costi del servizio di vendita dell’energia elettrica per i clienti domestici che non hanno aderito ad un’offerta di mercato libero. Il servizio di vendita è quello che comprende tutte le attività che le imprese private pongono in essere per acquistare e rivendere l’energia elettrica al cliente finale, e costituiscono circa il 65% della bolletta. Altri costi sono quelli rappresentati dai servizi di rete (distribuzione, trasporto), che le imprese pagano al distributore locale; anche queste tariffe sono stabilite dalla suddetta Autorità.

[2] L’espressione proviene dal gergo assicurativo e descrive la situazione in cui un individuo, essendosi assicurato contro un determinato rischio, assume comportamenti poco prudenti, dal momento che le conseguenze non ricadranno patrimonialmente su di lui.

[3] È ciò che è avvenuto nella crisi del 2007-2008. La politica monetaria espansiva praticata dalla Federal Reserve nel periodo precedente il 2007, ridusse il tasso di interesse, falsando i segnali e dunque distorcendo la preferenza temporale dei soggetti economici. L’effetto fu un aumento degli acquisti di case (mutui) e azioni, con incrementi dei prezzi al di sopra del valore reale sottostante. Le società di mutui Fannie Mae e Freddy Mac, formalmente private ma di fatto fortemente condizionate dallo stato, accentuano la tendenza concedendo mutui anche a soggetti non meritevoli di credito. I mutui vengono “impacchettati” (cartolarizzati) in obbligazioni emesse da grandi istituzioni finanziarie. La situazione comincia a precipitare quando ci si rende conto della sovrapproduzione immobiliare: non vi era una domanda così alta di abitazioni, i prezzi crollano e il pagamento delle rate di molti mutui si interrompe. Le agenzie di rating cambiano le valutazioni sulle obbligazioni che incorporano mutui, e i valori crollano. Le istituzioni pubbliche decidono di lasciar fallire alcune istituzioni finanziarie (la banca Northern Rock nel Regno Unito, la Lehman Brothers negli Stati Uniti) e di salvarne altre: la banca d’affari Bear Sterns viene fatta acquisire da JP Morgan, il governo interviene nel capitale di Aig (un’assicurazione con una posizione dominante nei prodotti assicurativi per i mutui ipotecari), Citigroup, Bank of America, Goldman Sachs, Stanley Morgan, American Express, per citare solo le più note.

[4] I sostenitori del controllo degli affitti affermano che un razionamento determinato dal prezzo anziché dalla politica svantaggerebbe i poveri. Tuttavia, se si esaminano tutti gli effetti del provvedimento, alcune conseguenze sfavoriscono proprio le persone a basso reddito. I proprietari infatti, dovendosi accontentare di introiti più bassi, saranno più selettivi nella scelta degli inquilini e in alcune condizioni dell’accordo: ad esempio, pretenderanno un maggior numero di mensilità anticipate, garanzie economiche, referenze dai proprietari precedenti; preferiranno inquilini dello stesso gruppo etnico o dello stesso ambiente sociale. Le minoranze etniche e le persone immigrate di recente sarebbero penalizzate da tali condizioni. Inoltre, anche coloro che riescono ad ottenere l’appartamento ad un affitto più basso, in realtà non ottengono lo “stesso” appartamento che otterrebbero a prezzo di mercato, perché, come detto, la riduzione della manutenzione da parte del proprietario rende disponibile un appartamento di qualità peggiore.

[5] Un altro esempio di tetto al prezzo, anche se in forma indiretta, è il divieto di bagarinaggio, la rivendita a prezzo maggiorato di biglietti relativi a eventi sportivi o musicali o in generale di intrattenimento.

[6] Come ha osservato C.M. Lindsey (1976), i burocrati ritengono vantaggioso per se stessi (nel bilancio costi/benefici) allocare le risorse in modo da produrre risultati “che appaiano” piuttosto che servizi non quantificabili ma di maggior valore.

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Cenni su Carl Menger e il soggettivismo

Ven, 14/11/2014 - 08:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

Carl Menger è universalmente ricordato nella storia del pensiero economico come il fondatore, accanto a Jevons e Walras, della teoria marginalista del valore: “E’ noto che molti studiosi collegano la scoperta simultanea negli anni ’60 (n.d.a dell’800) da parte di Jevons, Menger e Walras del principio dell’utilità marginale con il nuovo indirizzo dell’analisi economica […] è attraverso questa ricerca che i tre, ognuno per differenti vie ed ignorando il lavoro degli altri, giunsero quasi contemporaneamente alla formulazione, prima della teoria dell’utilità marginale, e, poi, quella della produttività marginale. Dalle due teorie discese l’applicazione del marginalismo alla legge della distribuzione da cui la nuova impostazione logica dei prezzi relativi dei fattori di produzione, terra, capitale e lavoro”.1

Quel che non sempre viene ricordato è che Menger si distinse dagli altri due per aver tentato di erigere l’edificio economico su basi rigorosamente soggettiviste: “L’obiettivo fondamentale di Menger era di costruire l’intera economia partendo dall’essere umano, considerato come attore creativo e protagonista di tutti i processi sociali [… ] A suo avviso lo scienziato dell’economia doveva porsi sempre nella prospettiva soggettiva dell’essere umano che agisce, in modo che tale prospettiva possa gettar luce in maniera determinante sull’elaborazione di tutte le teorie economiche”.2

Forse una delle manifestazioni più tipiche ed originali del nuovo impulso soggettivista proposto da Menger è stata la sua «teoria sui beni economici di ordine distinto».

Qual è il valore dei beni? I beni hanno un valore relativamente alla capacità di soddisfare un bisogno del soggetto che li utilizza. In quest’ottica sia i beni di consumo che i beni di produzione hanno una loro utilità a seconda che il bisogno del soggetto sia la necessità di consumare (e quindi parliamo di un soggetto-consumatore) oppure la necessità di produrre un bene (e quindi parliamo di un soggetto-imprenditore). “Il pane che mangiamo, la farina con cui si fa il pane, il frumento da cui si ricava la farina, il campo che produce il frumento, tutte queste cose sono beni, cioè cose che servono a soddisfare un bisogno […] Il posto che che ciascuno di questi beni occupa in relazione alle nostre finalità non è uguale per tutti: in relazione al bisogno di pane essi hanno una funzione più o meno diretta”3.

Menger introduce quindi una gerarchia tra i beni (arbitraria quanto si vuole, ma ispirata ad un criterio, e che dobbiamo comprendere per capire quanto diremo poi sul ciclo economico) relativamente alla loro capacità di soddisfare più o meno direttamente i bisogni dei soggetti: i beni che soddisfano direttamente i bisogni, siano essi di natura materiale (cibi, bevande, vestiti ecc.) o immateriali (musica, letteratura, arte ecc), sono quei beni che possono essere usati (o se si vuole, consumati) immediatamente: “Questi beni possono soddisfare direttamente i nostri bisogni e li chiameremo beni di primo ordine”4

I beni di consumo sono quindi i beni del primo ordine; beni che soddisfano la finalità in modo diretto, non mediato. Questo non vuol dire che le altre tipologie di beni non abbiano valore, o non siano beni economici; non sono destinati a soddisfare i bisogni in maniera diretta, ma hanno non meno dei beni di primo ordine il carattere di beni.

Prendiamo come esempio di bene del primo ordine il pane: i beni necessari alla sua produzione, quali la farina, il forno, il combustibile e i vari arnesi per la fabbricazione del pane non servono alla soddisfazione diretta dei bisogni, ma hanno valore in quanto sono usati per realizzare il bene del primo ordine, e quindi indirettamente soddisfano il bisogno di consumo: “Lo stesso avviene per migliaia di altre cose che […] servono alla produzione di beni del primo ordine e sono atte a soddisfare indirettamente i suoi bisogni. Chiameremo queste cose beni di secondo ordine”5.

E’ chiaro che con i beni del secondo ordine non esauriamo le tipologie di beni, ma a seconda della distanza dai beni del primo ordine avremo beni di ordine tanto più elevato (beni del terzo ordine, del quarto ecc).

L’espressione beni di ordine superiore non rende forse immediatamente il concetto, e sarebbe maggiormente corretto parlare di beni di ordine più volte mediati (in relazione alla soddisfazione diretta dei bisogni), in quanto necessitano di un certo numero di passaggi prima di giungere allo stadio del consumo; ma è questa un’espressione poco felice, e continueremo ad utilizzare la terminologia utilizzata in seguito da tutti gli autori di scuola austriaca: beni di ordine superiore o inferiore. E’ bene ricordare che il carattere dei beni non è una caratteristica propria del bene; non è a causa delle proprietà del tale bene che questo risulta essere del secondo piuttosto che del terzo ordine; la sua posizione dipende unicamente dal soggetto che decide di utilizzarli in quel modo, trovandone l’impiego profittevole; potremo trovare lo stesso bene in posizioni del tutto diverse a seconde dell’impiego che di quel bene il soggetto decide di fare.

La struttura produttiva è quindi concepita come divisa in una serie di stadi, dagli stadi più lontani dal consumo procedendo via via fino ad arrivare allo stadio del consumo: “Il procedimento attraverso il quale i beni di ordine superiore vengono gradualmente trasformati in beni di ordine inferiore fino a poter soddisfare direttamente i bisogni umani è il risultato sia dell’attività dell’uomo che di un processo causale. Ma l’idea di causalità è inseparabile dall’idea di tempo. […] I periodi di tempo che le varie fasi di questo processo richiedono possono essere in certi casi anche brevissimi, e il progresso della tecnica e degli scambi tendono ad accorciarli ancora di più, tuttavia rimane il fatto che una produzione senza impiego di tempo è inconcepibile”.6

Se quindi i beni del primo ordine sono in grado di soddisfare immediatamente i bisogni, i beni di ordine superiore permettono la medesima utilizzazione solo dopo un certo lasso temporale, che può essere più o meno lungo a seconda delle circostanze: “I beni di ordine superiore non acquistano e conservano il loro carattere di beni in relazione ai bisogni del presente, bensì in previsione di bisogni di un futuro più o meno lontano”.7

Riassumendo quanto detto finora, possiamo dire che una struttura produttiva ricca di beni di ordine superiore, che diventano beni di ordine di ordine inferiore ed infine beni di prim’ordine solo con il passaggio del tempo, è votata alla soddisfazione di bisogni lontani nel tempo.

Gabriele Manzo

Note

1 Franco, G, 2010 Introduzione ai “Principi di Economia Politica” di Carl Menger, pag 14

2 De Soto, H 2003, La Scuola Austriaca: Mercato e Creatività Imprenditoriale, pag 38

3 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 97

4 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 97

5 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 98

6 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 105

7 Menger C, 1871, Principi di Economia Politica, pag 106

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Conoscenza, verità e menzogna

Mer, 12/11/2014 - 08:00

La nostra teoria dei diritti di proprietà può essere usata per districare un’intrecciata matassa di problemi complessi che ruotano attorno a questioni di conoscenza, verità e menzogna, e la diffusione della conoscenza.

Per esempio, ha Smith il diritto (di nuovo, siamo interessati al suo diritto, non alla moralità o all’estetica del suo esercitare tale diritto) di stampare e diffondere l’affermazione secondo cui “Jones è un bugiardo” o “Jones è stato condannato per furto” o “Jones è un omosessuale”?

Ci sono tre possibilità logiche riguardo alla verità di un’affermazione simile:

1 – l’affermazione riguardo a Jones è vera;

2 – è falsa e Smith sa che è falsa; oppure

3 – più realisticamente, la veridicità o falsità dell’affermazione si trova in una zona vaga, non conoscibile con certezza né precisamente (per esempio, nei casi summenzionati, che uno sia o meno un “bugiardo” dipende da quante e quanto grave è lo schema di bugie che una persona ha detto e se per tali essa sia ascrivibile alla categoria dei “bugiardi” – un’area dove i giudizi individuali possono differire e, probabilmente, differiranno).

Supponiamo che l’affermazione di Smith sia definitivamente vera. Sembra chiaro che, allora, Smith abbia perfettamente il diritto di stampare e diffondere l’affermazione. Per certo rientra tra i suoi diritti farlo. Certamente è anche tra i diritti di Jones di cercare di confutare l’affermazione fatta su di lui. Le attuali leggi di diffamazione rendono l’azione di Smith illegale se fatta con intenzionale “malizia”, anche se l’informazione è vera. E, dunque, sicuramente la legalità o illegalità dovrebbero dipendere non sulla motivazione dell’attore, ma sulla natura obiettiva del fatto. Se un’azione è oggettivamente non invasiva, allora dovrebbe essere legale senza tener conto delle intenzioni benevole o maliziose dell’attore (sebbene l’ultima potrebbe benissimo essere rilevante per la moralità di tale azione). E ciò avviene nonostante le ovvie difficoltà che si incontrano in campo legale nel dover determinare le motivazioni soggettive di un individuo per una qualsivoglia azione.

Comunque, Smith potrebbe essere accusato di non avere il diritto di stampare una tale affermazione perché Jones ha il “diritto alla privacy” (un suo diritto “umano”) che Smith non ha il diritto di violare. Ma davvero esiste tale diritto alla privacy? Come può esserci? Come può esserci un diritto che impedisce a Smith con la forza dal diffondere la conoscenza che possiede? Sicuramente non ci può essere un tale diritto. Smith possiede il suo corpo e dunque ha il diritto di possedere la conoscenza che ha nella sua testa, inclusa la sua conoscenza riguardo a Jones. E, dunque, egli ha come corollario il diritto di stampare e diffondere tale conoscenza. In breve, come nel caso del “diritto umano” di libera parola, non c’è alcuna cosa come un diritto alla privacy se non il diritto di proteggere la proprietà di uno da un’invasione. L’unico diritto “alla privacy” è il diritto di proteggere la proprietà di uno dall’essere invasa da qualcun altro. In breve, nessuno ha il diritto di svaligiare la casa di qualcun altro, o di mettere delle cimici nei telefoni di qualcuno. Le intercettazioni telefoniche sono propriamente un crimine non a causa di qualche vaga e nebulosa “invasione del ‘diritto alla privacy’”, ma perché è un’invasione del diritto di proprietà della persona che viene intercettata.

Oggigiorno, le corti distinguono tra le persone “sotto i riflettori” che si ritiene non abbiano un diritto alla privacy e che possano essere menzionate dalla stampa pubblica, e le persone “private” che si considera abbiano un tale diritto. Dunque, tali distinzioni sono di sicuro fallaci. Agli occhi del libertario ognuno ha gli stessi diritti nella sua persona e nei suoi beni che egli trova, eredita o compra – ed è illegittimo fare distinzioni nel diritto di proprietà tra un gruppo di persone ed un altro. Se ci fosse una qualche sorta di “diritto alla privacy”, allora semplicemente essere menzionati largamente dalla stampa (ovvero, precedenti perdite del “diritto”) potrebbe scarsamente legittimare l’essere privati di un tale diritto completamente. No, l’unica possibile strada da seguire è di mantenere salda l’idea che nessuno ha alcun falso “diritto alla privacy”, o diritto di non essere menzionato pubblicamente; mentre chiunque ha il diritto di proteggere la sua proprietà contro un’invasione. Nessuno può avere un diritto di proprietà sulla conoscenza che si trova nella testa di qualcun altro.

Negli ultimi anni, il caso Watergate ed i Documenti del Pentagono hanno portato alla ribalta tali questioni sulla privacy, sui “privilegi” dei giornalisti, e sul “diritto del pubblico di sapere”. Dovrebbe, per esempio, un giornalista avere il diritto di “proteggere la sua fonte di informazioni” in una corte? Molte persone affermano che i giornalisti abbiano un simile diritto, basando tale affermazione sia (a) su “privilegi” speciali che maturano, secondo quanto si dice in modo confidenziale, in favore di giornalisti, avvocati, dottori, preti e psicoanalisti, sia (b) sul “diritto del pubblico di sapere” e, dunque, sulla più vasta conoscenza possibile diffusa per mezzo stampa. Dunque, dovrebbe essere chiaro a questo punto che entrambe tali affermazioni sono false. Sull’ultimo punto, nessuna persona o gruppo di persone (e dunque “il pubblico”) ha il diritto di conoscere qualcosa. Loro non hanno il diritto di conoscere ciò che altre persone hanno (in testa) e che rifiutano di divulgare. Poiché, se un uomo ha l’assoluto diritto di divulgare la conoscenza che è nella sua testa, egli ha anche il diritto derivato come corollario di non divulgare tale conoscenza. Non c’è alcun “diritto di conoscere”; c’è solo il diritto del conoscitore di divulgare la sua conoscenza o di tacerla. Nessuna particolare professione, sia essa il giornalista o il medico, può reclamare alcun particolare diritto di confidenzialità che non è posseduto da nessun altro. I diritti di proprietà e libertà di una persona devono essere universali.

La soluzione al problema delle fonti del giornalista, di fatto, sta nel diritto del conoscitore – qualsiasi conoscitore – di rimanere in silenzio, di non divulgare tale conoscenza se egli lo desidera. Dunque, non solo i giornalisti o i medici, ma chiunque dovrebbe avere il diritto di proteggere le sue fonti, o di stare in silenzio, in una corte o in qualsiasi altro luogo. E questo, infatti, è l’altro lato della medaglia delle nostre precedenti restrizioni contro il potere di obbligare a comparire in giudizio. Nessuno dovrebbe essere affatto forzato a testimoniare, non solo contro se stesso (come nel Quinto Emendamento) ma contro o a favore di chiunque altro. La stessa testimonianza obbligatoria è il male centrale in questa intera faccenda.

Comunque, c’è un’eccezione al diritto di usare e divulgare la conoscenza che è nella testa di qualcuno: vale a dire, se essa è stata procurata da qualcun altro come una proprietà condizionale piuttosto che assoluta. Così, supponiamo che Brown permetta a Green di entrare a casa sua e gli mostri un’invenzione che Brown aveva tenuto segreta fino a quel momento, ma gliela mostri solo alla condizione che Green mantenga questa informazione solo per sé. In questo caso, Brown non ha concesso a Green alcuna proprietà assoluta sulla conoscenza dell’invenzione, ma una proprietà condizionale, con Brown che non usa il potere della proprietà per divulgare la conoscenza dell’invenzione. Se Green rivela ad altri l’informazione dell’invenzione, egli sta violando il diritto di proprietà residuo di Brown di divulgare la conoscenza dell’invenzione, ed è dunque da considerarsi alla stregua di un ladro.

La violazione del diritto d’autore (in common law) è equivalente alla violazione di un contratto e furto di proprietà. Supponiamo che Brown costruisca una trappola per topi migliore e la venda in lungo e in largo, ma marchi ogni trappola “copyright Mr. Brown”. Ciò che in questo modo sta vendendo non è l’intero diritto di proprietà su ogni trappola per topi, ma il diritto di fare qualsiasi cosa con la trappola eccetto vendere quella stessa trappola, o una copia identica, a qualcun altro. Il diritto di vendere la trappola per topi di Brown è mantenuto da Brown per l’eternità. Dunque, per un acquirente di una trappola per topi, per esempio Green, intraprendere la vendita di trappole identiche è una violazione del suo contratto e del diritto di proprietà di Brown, e quindi perseguibile come furto. Dunque, la nostra teoria dei diritti di proprietà include l’inviolabilità del copyright contrattuale.

Un’obiezione comune è la seguente: va bene, sarebbe criminale per Green riprodurre e vendere la trappola per topi di Brown; ma supponiamo che a qualcun altro, Black, che non abbia sottoscritto il contratto con Brown, capiti di vedere la trappola per topi di Green, e proceda col produrre e vendere delle repliche. Perché egli dovrebbe essere perseguitato? La risposta è che, come nel caso della nostra critica degli strumenti negoziabili, nessuno può acquistare un titolo di proprietà su qualcosa più grande di quello che è stato venduto o dato via. Green non possedeva il diritto di proprietà totale sulla sua trappola per topi, in accordo con il suo contratto con Brown – ma solo tutti i diritti eccetto quello di venderla o replicarla. Quindi il diritto di Black sulla trappola per topi, ovvero la proprietà delle idee che sono nella testa di Black, non può essere più grande di quello di Green, e dunque anche egli sarebbe un violatore della proprietà di Brown anche se egli stesso non ha sottoscritto il contratto originale.

Ovviamente, potrebbero esserci alcune difficoltà nella reale applicazione dei diritti di proprietà di Brown. Ossia, come in tutti i casi di presunto furto o altro crimine, qualsiasi imputato è innocente fino a prova contraria. Sarebbe necessario per Brown provare che Black (per Green non si porrebbe il problema) ha avuto accesso alla trappola per topi di Brown e non abbia inventato un simile prototipo di trappola da sé, indipendentemente. Per la natura delle cose, per alcuni prodotti (p.e., libri, dipinti) rispetto ad altri (p.e., trappole per topi) è più facile provare che siano prodotti unici di menti individuali.[1]

Se, dunque, Smith ha l’assoluto diritto di spargere ciò che sa sul conto di Jones (stiamo ancora assumendo che la conoscenza sia corretta) e, per corollario, ha il diritto di rimanere in silenzio riguardo a tale conoscenza, allora, a maggior ragione, egli sicuramente ha anche il diritto di andare da Jones e ricevere un pagamento in cambio della non divulgazione di tale informazione. In breve, Smith ha il diritto di “ricattare” Jones. Come in tutti gli scambi volontari, entrambe le parti beneficiano da un tale scambio: Smith riceve dei soldi, e Jones ottiene il servizio da parte di Smith di non spargere la notizia sul suo conto che Jones non vorrebbe vedere in possesso di altri. Il diritto di ricattare è deducibile dal generale diritto di proprietà della propria persona e conoscenza, ed il diritto di divulgare o meno tale conoscenza. Come può essere negato il diritto di ricattare? [2].

Inoltre, come il Professor Walter Block ha messo in evidenza in modo tagliente, sul terreno dell’utilitarismo la conseguenza di mettere fuori legge il ricatto – p.e., impendendo a Smith di offrire di vendere il suo silenzio a Jones – sarà di incoraggiare Smith a diffondere la sua informazione, poiché egli è coercitivamente bloccato dal vendere il suo silenzio. Il risultato sarà un aumento di diffusione di informazioni dispregiative, cosicché Jones starà peggio in seguito alla messa al bando del ricatto rispetto a come sarebbe stato se fosse stato permesso.

Block scrive così:

Che cos’è esattamente un ricatto? Un ricatto è l’offerta di uno scambio; è l’offerta di scambiare qualcosa, di solito il silenzio, per qualche altro bene, di solito denaro. Se l’offerta è accettata, allora il ricattatore mantiene il suo silenzio ed il ricattato paga la cifra concordata. Se l’offerta è rifiutata, allora il ricattatore potrebbe esercitare il suo diritto di libertà di parola, e forse annunciare e pubblicizzare il segreto…

L’unica differenza tra un chiacchierone o un pettegolo ed un ricattatore è che quest’ultimo si tratterrà dal parlare – ad un certo prezzo. In un certo senso, il chiacchierone o il pettegolo sono molto peggio del ricattatore, in quanto il ricattatore almeno ti dà la possibilità di farlo stare zitto. Gli altri due invece semplicemente vuotano il sacco. Una persona con un segreto che vuole mantenere tale starà molto meglio se un ricattatore viene a conoscenza di esso, piuttosto che un chiacchierone o un pettegolo. Con questi ultimi, come abbiamo già detto, è tutto perduto. Con il ricattatore, uno può solo guadagnarci, o, male che vada, non sarà peggio che nell’altro caso. Se il prezzo chiesto dal ricattatore per il suo silenzio vale meno del segreto, allora il ricattato pagherà, accettando il minore dei due mali. Guadagnerà la differenza per lui tra il valore del segreto e il prezzo del ricattatore. È solo nel caso in cui il ricattatore chieda più di quanto valga il segreto che l’informazione viene pubblicizzata. Ma in questo caso il ricattato non si trova in una situazione peggiore con il ricattatore piuttosto che con un chiacchierone cronico… È infatti difficile tener conto della denigrazione sofferta dal ricattatore, almeno se comparata con quella profferta nei confronti di un pettegolo, che è di solito licenziato puramente con un leggero disprezzo [3].

Ci sono altri, e meno importanti, problemi con la messa fuori legge di un contratto di ricatto. Supponiamo che, nel caso precedente, invece che essere Smith ad andare da Jones con un’offerta per il silenzio, sia Jones ad aver sentito che Smith è a conoscenza del suo segreto e della sua intenzione di divulgarlo, e vada da Smith per offrirgli di comprare il suo silenzio. Dovrebbe tale contratto essere illegale? E se sì, perché? Ma se l’offerta di Jones dovesse essere legale mentre quella di Smith illegale, dovrebbe essere illegale per Smith rifiutare l’offerta di Jones e quindi chiedere più denaro come prezzo per il suo silenzio? Inoltre, dovrebbe essere illegale per Smith fare in modo astutamente che Jones venga a sapere che Smith possiede l’informazione e intende pubblicarla e, dunque, permettere a Jones di fare la reale offerta? Ma come potrebbe questo semplice lasciar sapere in anticipo a Jones essere considerato illegale? Non potrebbe piuttosto essere interpretato come un semplice atto di cortesia nei confronti di Jones? Le masse diventano sempre più torbide ed il supporto per la messa al bando di contratti di ricatto – specialmente da parte dei libertari che credono nei diritti di proprietà – diventa sempre più flebile.

Ovviamente, se Smith e Jones sottoscrivono un contratto di ricatto e poi Smith lo vìola stampando comunque l’informazione, allora Smith ha rubato la proprietà di Jones (il suo denaro), e può essere perseguitato come nel caso di qualsiasi altro furto che sia stato compiuto contro i diritti di proprietà violando un contratto. Ma non esiste niente sul contratto di ricatto a tal riguardo.

Nel contemplare la legge di una società libera, dunque, il libertario deve guardare in ogni dato istante alle persone come agenti all’interno di un riferimento generale di assoluti diritti di proprietà e alle condizioni del mondo intorno a loro. In qualsivoglia scambio, o contratto, che sottoscrivono, essi credono che loro staranno meglio facendo tale scambio. Dunque, tutti questi contratti sono “produttivi” nel senso che, almeno in prospettiva, fanno stare tutti meglio. E, ovviamente, tutti questi contratti volontari sono legittimi e leciti nella società libera [4].

Abbiamo dunque affermato la legittimità (il diritto) di Smith di spargere la sua conoscenza sul conto di Jones, di rimanere in silenzio, o di impegnarsi in un contratto con Jones per vendergli il suo silenzio. Fino ad ora abbiamo assunto che la conoscenza di Smith sia corretta. Immaginiamo, comunque, che la conoscenza sia sbagliata e che Smith sappia che è sbagliata (il caso “peggiore”). Ha Smith il diritto di diffondere false informazioni sul conto di Jones? In breve, dovrebbero essere la “diffamazione” e la “calunnia” illegali in una società libera?

Dunque, una volta ancora, come potrebbero esserlo? Smith ha un diritto di proprietà sulle idee e le opinioni che sono nella sua testa; egli ha anche il diritto di proprietà di stampare qualsiasi cosa voglia e diffonderla. Egli ha il diritto di dire che Jones è un “ladro” anche se sa essere una menzogna e ha il diritto di stamparlo e vendere tale affermazione. Il punto di vista opposto, e l’attuale argomento in favore dell’introduzione della diffamazione e della calunnia (specialmente in caso di falsa testimonianza) nell’indice delle cose illegali, è che ogni uomo ha il “diritto di proprietà” sulla sua stessa reputazione, che le falsità di Smith danneggiano tale reputazione e che, dunque, le diffamazioni di Smith sono invasioni del diritto di proprietà di Jones nei confronti della sua reputazione e ciò dovrebbe essere illegale. Ma, di nuovo, ad un’analisi più attenta, questo è un punto di vista fallace. Chiunque, come abbiamo affermato, possiede il suo corpo; egli esercita il diritto di proprietà sulla sua testa e sulla sua persona. Ma dal momento in cui ciascun uomo possiede la sua mente, ne segue che egli non può possedere la mente di nessun altro. E dunque, la “reputazione” di Jones non è né un’entità fisica né qualcosa contenuto nella sua stessa persona. La “reputazione” di Jones è puramente una funzione delle attitudini soggettive e delle credenze su di lui contenute nelle menti delle altre persone. Ma dato che queste sono credenze nelle menti di altri, Jones non può in alcun modo legittimo possederle o controllarle. Jones non può esercitare alcun diritto di proprietà sulle credenze e sulle menti delle altre persone.

Consideriamo, infatti, le implicazioni del credere in un diritto di proprietà sulla “reputazione” di qualcuno. Supponiamo che Brown abbia prodotto la sua trappola per topi, e che poi Robinson venga fuori con una migliore. La “reputazione” di Brown relativa all’eccellenza nel campo delle trappole per topi ora declina bruscamente come i consumatori mutano i loro atteggiamenti e i loro acquisti, comprando la trappola per topi di Robinson. Possiamo quindi negare, sul principio della teoria della “reputazione”, che Robinson abbia danneggiato la reputazione di Brown, e possiamo quindi non mettere fuori legge Robinson dal competere con Brown? Se no, perché no? O dovrebbe essere illegale per Robinson fare pubblicità, e dire al mondo che la sua trappola per topi è migliore? [5]

Infatti, ovviamente, le idee e le attitudini soggettive delle persone nei confronti di qualcuno o del suo lavoro fluttueranno continuamente e, dunque, è impossibile per Brown stabilizzare la sua reputazione con la forza; certamente sarebbe immorale e aggressivo contro il diritto di proprietà delle altre persone provarci. Dunque, è aggressivo e criminale mettere fuori legge la concorrenza o bandire la diffusione di calunnie su qualcuno o su un suo prodotto.

Possiamo, certamente, prontamente ammettere la volgare immoralità del diffamare un’altra persona. Ma, ciononostante, dobbiamo concedere a chiunque il diritto di farlo. Pragmaticamente, di nuovo, questa situazione può ben ricadere a beneficio delle persone che sono state diffamate. Infatti, nell’attuale situazione in cui le false calunnie sono messe fuori legge, la persona media tende a credere che tutti i resoconti dispregiativi diffusi sulle persone siano veri, “altrimenti sarebbero condannati per diffamazione”.

Questa situazione discrimina nuovamente il povero, poiché è meno probabile che le persone più povere procedano legalmente contro i calunniatori. Dunque, la reputazione dei più poveri o delle persone meno abbienti è portata a soffrire di più nella situazione attuale, quando la diffamazione è bandita, piuttosto che nel caso in cui la diffamazione fosse legittima. Per cui in una società libertaria siffatta, dato che chiunque saprebbe che le storie false sono legali, ci sarebbe di gran lunga più scetticismo da parte del pubblico che legge o ascolta, che insisterebbe sull’avere più prove e crederebbe meno alle storie diffamanti di quanto non faccia adesso. Inoltre, l’attuale sistema discrimina le persone più povere in un altro modo; dato che la loro possibilità di parola è limitata, è meno probabile che diffondano la disdicevole verità riguardo ad una persona ricca per la paura di essere citati in costose cause per diffamazione. Dunque, la messa al bando della diffamazione danneggia le persone con mezzi limitati in due modi: rendendoli più facili vittime per i calunniatori e ostacolando la loro stessa diffusione di notizie accurate riguardanti i benestanti.

Infine, se qualcuno ha il diritto di diffondere consciamente falsità sul conto di qualcun altro, allora, a maggior ragione, egli ha ovviamente il diritto di divulgare quel gran numero di dichiarazioni riguardo agli altri che sono in una zona confusa, in cui non si sa chiaramente o con certezza se le dichiarazioni in oggetto siano vere o false.

Tratto da The Ethics of Liberty di Murray N. Rothbard

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] Sulla cruciale distinzione legale e filosofica tra brevetti e diritti d’autore, vedi Murray N. Rothbard, Man, Economy, and State (Princeton, N.J.: D. Van Nostrand, 1962), vol. 2, pp. 652–60. Vedi anche Murray N. Rothbard, Power and Market (Kansas City: Sheed Andrews and McMeel, 1977), pp. 71–75. Per esempi di invenzioni indipendenti dello stesso oggetto, vedi S. Colum Gilfillan, The Sociology of Invention (Chicago: Follett Press, 1935), p. 75.

[2] Quando per la prima volta accennai al diritto di ricatto in Man, Economy, and State, vol. 1, p. 443, n. 49, mi vennero scagliati una marea di insulti da critici che apparentemente credevano che io mi rifacessi alla moralità del ricatto. Di nuovo – un fallimento nel fare la cruciale distinzione tra la legittimità di un diritto e la moralità o l’estetica di esercitare tale diritto.

[3] Walter Block, “The Blackmailer as Hero,” Libertarian Forum (December 1972): 3. Vedi anche la versione in Block, Defending the Undefendable (New York: Fleet Press, 1976), pp. 53–54.

[4] Per una critica dell’argomento del Professor Robert Nozick riguardo alla messa al bando (o alla restrizione) dei contratti di ricatto, vedi pp. 248–50 sotto.

[5] Oppure, per prendere un altro esempio, supponiamo che Robinson pubblichi una lettera di consulenza finanziaria, in cui egli propone la sua opinione secondo cui una certa azione di una società è malata e probabilmente si deteriorerà. Come risultato del suo consiglio, il prezzo dell’azione precipita. L’opinione di Robinson ha “leso” la reputazione della società per azioni, e “danneggiato” i suoi azionisti tramite il crollo del prezzo, causato dalla diminuzione di fiducia degli investitori nel mercato. Dovrebbe dunque il consiglio di Robinson essere messo fuori legge? O, in un altro esempio ancora, A scrive un libro; B recensisce il libro e afferma che il libro è pessimo; il risultato è un “danno” alla reputazione di A e un calo delle vendite del libro così come degli introiti di A. Dovrebbero tutte le recensioni negative dunque essere illegali? Di nuovo, queste sono alcune delle logiche implicazioni dell’argomentazione in favore del “diritto alla reputazione”. Sono in debito con Williamson M. Evers per l’esempio del mercato azionario.

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Interferenze coercitive – V parte

Lun, 10/11/2014 - 08:00

Redistribuzione del reddito

 La redistribuzione del reddito è giustificata con l’argomento che il mercato non protegge da tre fenomeni: povertà, diseguaglianza, insicurezza.[1] La redistribuzione avviene attraverso diversi strumenti: l’imposizione fiscale progressiva (v. supra), gli istituti del Welfare State[2], i controlli dei prezzi (tra cui i salari: salario minimo), gli interventi di sviluppo territoriale.

 Gli istituti del cosiddetto Stato sociale sono costituiti dall’erogazione di beni o servizi in natura come la sanità, l’istruzione, e la casa; dalla previdenza (a ripartizione)[3]; e da tutti i trasferimenti che compongono l’assistenza, cioè le provvidenze in denaro volte ad alleviare condizioni di disagio originate da situazioni diverse quali la disoccupazione, la malattia, l’inabilità, l’invalidità, la povertà, la vedovanza, i figli a carico ecc.[4] Nell’accezione dei redistributivisti, gli istituti dello Stato sociale sono “redistributivi” perché i servizi sono offerti ai beneficiari gratuitamente o semigratuitamente, mentre le risorse necessarie per finanziarli sono prelevate attraverso meccanismi progressivi; dunque perché trasferiscono risorse dai più benestanti ai più disagiati. In termini prasseologici, sono redistributivi per il solo fatto di sottrarre coercitivamente risorse ad alcuni per assegnarle ad altri, indipendentemente dai livelli di ricchezza dei soggetti coinvolti.

 Nella redistribuzione ciò che avviene è che i guadagni di ciascuno vengono determinati separatamente (cioè sono diversi) dai guadagni effettivi ottenuti con la produzione e lo scambio. Dunque si introduce un processo di distribuzione separato dalla produzione.

Il principale argomento accademico a favore della redistribuzione, fornito da A. Pigou, è il seguente: l’utilità marginale (incremento di benessere) derivante da un’unità monetaria in più tende a ridursi all’aumentare del numero di unità monetarie possedute. Poiché le persone hanno la stessa scheda di utilità marginale, i percettori di redditi più bassi traggono dall’ultima unità monetaria un’utilità marginale più alta; cioè, se percepiscono un’unità monetaria in più, aumentano maggiormente il loro benessere rispetto a coloro che possiedono un reddito alto. Quindi, per accrescere il benessere collettivo, bisogna redistribuire reddito dai ricchi ai poveri.

Questo ragionamento, se svolto con coerenza, deve condurre ad una distribuzione del reddito perfettamente egalitaria: infatti, finché vi sono persone con reddito più elevato di altre, la redistribuzione aumenta il benessere, dato che trasferisce unità monetarie da coloro che hanno un’utilità marginale più bassa a coloro che hanno un’utilità marginale più alta. Ci si può fermare solo quando tutti i redditi sono uguali; conclusione che oggi quasi nessuno accetterebbe.

Alla tesi redistributivista è stata rivolta anche la seguente critica: le schede di utilità marginale delle persone non sono uguali: alcuni valutano i beni materiali più di altri, e lavorano di più per ottenerne di più; dunque un individuo ad alto reddito potrebbe avere un’utilità marginale maggiore di un individuo a basso reddito (l’accusa di “avidità” spesso rivolta ai ricchi dai redistribuzionisti sarebbe una implicita ammissione della correttezza di tale conclusione).[5]

Distorsioni provocate dalla redistribuzione forzosa

Il difetto principale è rappresentato dai disincentivi alla produzione, che operano sia dal lato dei beneficiari sia degli incisi.

I sussidi e le varie tipologie di trasferimenti, assegnando un reddito anche in assenza di una controprestazione lavorativa, scoraggiano il beneficiario dal lavorare, in quanto si riduce la disutilità marginale derivante dal riposo, cioè il reddito perduto per aver riposato. Ad esempio, l’indennità di disoccupazione, come il salario minimo, scoraggia il beneficiario dall’accettare lavori che pagano salari inferiori, uguali o anche di poco superiori all’indennità.

In generale, lo stato assistenziale provoca modifiche anche nei comportamenti sociali, affievolendo il principio dalla responsabilità individuale e accentuando la dipendenza dallo Stato e atteggiamenti parassitari.[6]

Come si è visto relativamente alla tassazione (v. retro), contemporaneamente la redistribuzione forzosa scoraggia anche i produttori, coloro da cui il reddito viene prelevato. Dunque, viene prolungata l’attività dei soggetti inefficienti a spese dei soggetti efficienti.[7]

L’effetto finale di tale combinato disposto è una contrazione del reddito prodotto, dunque una minore ricchezza della collettività.

Un secondo effetto è l’aumento del costo del lavoro, determinato dalla crescita degli oneri sociali necessari per finanziare le prestazioni del Welfare. In conseguenza si determinano prezzi dei beni più alti e/o una riduzione della domanda di lavoro da parte delle imprese. Ancora un effetto recessivo. Nei termini della teoria dei giochi, la redistribuzione non è un gioco a somma zero, ma a somma negativa.

Inoltre, una parte consistente delle risorse prelevate non arriva ai destinatari (eventuali bisognosi) ma è assorbita dalla burocrazia pubblica che le intermedia (stipendi dei funzionari, strutture residenziali, acquisti e sostituzioni di beni per gli uffici ecc.) [8]. Una volta che una burocrazia pubblica è stata istituita risulta poi impossibile smantellarla, in quanto i suoi membri costituiranno un gruppo di interesse combattivo, politicamente organizzato e strategicamente posizionato (la presunta competenza tecnica rivendicata presso il legislatore).

Infine, spesso si verifica che il trasferimento redistributivo è capovolto, da gruppi a reddito più basso verso gruppi a reddito più alto, perché questi ultimi sono più organizzati dei primi, sono in grado di svolgere attività di lobbying e godono di collegamenti politici: le banche, le grandi aziende industriali, le associazioni professionali, gli agricoltori[9], le agenzie per gli aiuti allo sviluppo, le organizzazioni ambientaliste, le associazioni culturali.[10]

Il combinato disposto di disincentivi, dispersione burocratica e redistribuzione capovolta determina un fallimento nel conseguimento dell’obiettivo della redistribuzione: la condizione di disagio non viene alleviata o rimossa.[11]

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

Link alla terza parte

Link alla quarta parte

Note

[1] I sostenitori del libero mercato replicano che in un contesto di mercato opererebbero tre istituzioni private in grado di risolvere le situazioni di disagio e insicurezza: la famiglia, le associazioni caritative, il meccanismo delle assicurazioni. Per quanto riguarda la povertà, storicamente i paesi che hanno cancellato il mercato hanno sperimentato tenori di vita molto bassi. Circa la ‘sicurezza’ da molti invocata, spesso è il mantenimento degli interessi precostituiti, la staticità.

[2] In maniera organica e universalistica il Welfare State ha origine nel Regno Unito con il Rapporto Beveridge del 1942, poi attuato dal governo Attlee a partire dal 1946. Tuttavia già in precedenza in alcuni paesi sono presenti forme elementari o parziali di assistenza: in Germania nel 1883 Bismarck introduce l’assicurazione sociale contro gli infortuni e di tipo previdenziale; negli Stati Uniti la Social Security viene introdotta nel 1935.

[3] In un sistema pensionistico contributivo a capitalizzazione la pensione dipende dai contributi accantonati durante il periodo lavorativo, accresciuti dall’investimento; in un sistema retributivo la pensione è sganciata dai contributi effettivamente versati, essendo in genere commisurata agli ultimi stipendi percepiti, e dunque di fatto è a carico degli attivi. In Italia i contributi versati all’Istituto Nazionale Previdenza Sociale sono pari a circa il 40% dello stipendio lordo di un lavoratore dipendente. In astratto, il 35% è a carico del datore di lavoro, il 5% a carico del lavoratore. Di fatto, quale che sia la ripartizione, il costo del lavoro per il datore è il medesimo. Formalmente, lo stipendio lordo non comprende la somma a carico del datore di lavoro; ad esempio, uno stipendio lordo di 100 comporta un contributo di 53 a carico del datore che non compare in busta paga. Sui 100 il lavoratore contribuisce con 9 (9%). Ma di fatto, si può dire che su un salario lordo di 153, il datore contribuisce per 53, dunque il 35%, e il lavoratore per 9, che è pari appunto al 5%. Dati 2003. Anche la Social Security americana è, al di là delle finzioni contabili, un sistema a ripartizione, in cui le somme percepite dagli ultrasessantacinquenni sono pagate attraverso le imposte prelevate sugli attivi.

[4] Qui di seguito viene sinteticamente illustrata la disciplina italiana relativa ad alcuni di tali trasferimenti.

sussidio di disoccupazione: durata 180 giorni (6 mesi), 9 mesi per chi ha più di 50 anni; 40% della retribuzione media percepita negli ultimi 3 mesi di lavoro.

pensione di inabilità (infermità fisica o mentale che provoca un’impossibilità a svolgere qualsiasi lavoro) e di invalidità (riduzione della capacità di lavoro a meno di un terzo); bisogna aver lavorato per almeno 5 anni;

indennità di accompagnamento: persone che hanno bisogno di assistenza continua perché non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita; € 472 mensili;

pensione (assegno) sociale: dopo i 65 anni, circa €350 a reddito zero, ridotta per redditi superiori fino a €4557 annui, al di sopra non spetta; con coniuge il reddito massimo è €9114.

cassa integrazione: ai lavoratori del settore industriale ed edile, 80% della retribuzione ma con limite massimo di €886 mensili (2009); ordinaria: in caso di contrazione dell’attività produttiva; periodo fino a 1 anno; straordinaria: in caso di crisi di rilevanza settoriale o di ristrutturazioni dell’azienda; periodo fino a 2 anni;

indennità di mobilità: in caso di licenziamento del lavoratore per cessazione dell’attività o per riduzione di personale da parte dell’azienda, dopo esaurimento della cassa integrazione;

pensione di reversibilità: se beneficiario è solo il coniuge ed è privo di altri redditi, 60% della pensione; coniuge più un figlio a carico (fino a 26 anni se studente universitario) 80%; coniuge più due figli a carico 100%; se il beneficiario ha un reddito annuo superiore a €17.869, la pensione è ridotta del 25%;

indennità di maternità: due mesi prima e tre mesi dopo il parto, 80% della retribuzione;

assegni familiari: varia in base al reddito e alla numerosità del nucleo familiare; es. fino a €12.500, 137,50.

Vi sono poi i servizi sociali offerti dagli enti locali, prevalentemente i comuni: centri per anziani o per minori, assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili, borse di studio per l’inserimento al lavoro.

Si può definire una funzione di offerta del welfare, che istituisce una relazione diretta fra i trasferimenti – in moneta, beni o servizi – effettuati dallo Stato e il numero di “clienti”, cioè di persone che si offrono come beneficiari dell’assistenza. Più precisamente, la funzione di offerta dei clienti del welfare è inversamente correlata alla differenza fra il tasso salariale prevalente nella zona ed il livello degli emolumenti del welfare. Questa differenza è il “costo opportunità” dell’affidarsi al welfare, cioè l’importo che un individuo perde se ozia invece di lavorare. Se, per esempio, lo stipendio prevalente in una zona aumenta e i trasferimenti del welfare rimangono gli stessi, il differenziale e il “costo opportunità” dell’ozio aumentano e la gente tenderà a rinunciare al sussidio di disoccupazione e a scegliere di lavorare. Se accade l’opposto, più gente chiederà il sussidio di disoccupazione.

Vi è un altro fattore, di tipo valoriale o culturale, che incide sull’offerta di clienti, ed è il senso di disagio o di vergogna derivante dalla condizione di assistito: quanto maggiore è lo stigma sociale, tanto minore sarà il numero di persone che si rivolge agli istituti del welfare, e viceversa, quanto più si diffonde l’idea che il welfare sia un “diritto” tanto maggiore sarà il numero dei richiedenti.

[5] Per suscitare indignazione, è molto frequente la presentazione della statistica sulla ripartizione della ricchezza nei termini: “l’1% della popolazione mondiale possiede il 40% della ricchezza” (dati 2008; Stati Uniti: l’1% più ricco possiede il 17,4% del reddito [2010]; Italia: il 10% più ricco possiede il 45,9% della ricchezza [dati Banca d’Italia 2010]). Tuttavia si trascura la circostanza che una gran parte di questa ricchezza è composta di mezzi di produzione (edifici, macchinari, fabbriche), funzionali alla produzione di quei beni e servizi che aumentano il tenore di vita anche della restante parte della popolazione.

[6] La legittimazione del ‘diritto a essere assistiti’ genera anche conflitti fra gruppi destinatari delle risorse, in quanto alcuni gruppi ritengono di ricevere ingiustamente meno di altri, il che innesca una rincorsa alle risorse, in genere associata alla politicizzazione di tali conflitti.

[7] In qualunque società la maggioranza delle persone tende a essere meno facoltosa degli individui più abili e di successo. Essendo maggioranza, nei sistemi democratici riesce a redistribuire la ricchezza a proprio favore. Tuttavia produzione e distribuzione non sono separate; i prodotti vengono in essere come proprietà di qualcuno. Non vi è un ammontare dato di prodotto indipendente dalla struttura dei diritti di proprietà. Dunque se, a fini redistributivi, si interviene con la confisca, i produttori sono indotti a consumare anziché accumulare il capitale.

L’idea che sottostà alle politiche interventiste è che i maggiori redditi e ricchezze della parte più benestante della popolazione costituiscono un fondo inesauribile che può essere usato liberamente per migliorare le condizioni dei meno abbienti. Ma gli aumenti di spesa pubblica, e dunque le tasse, hanno raggiunto un livello tale da cancellare questo fondo, e costringere i governanti a incidere anche sui redditi medi e medio-bassi. Dunque l’interventismo è destinato a finire, perché le misure restrittive riducono la produzione. Una volta esaurito il “sovrappiù” che viene confiscato, è impossibile continuare con tale politica.

[8] I due terzi secondo studi americani: R. Woodson 1989, M. Tanner 1996. Le società private che svolgono attività di carità assorbono per sé meno di un terzo delle risorse intermediate. Secondo uno studio di J.R. Edwards le proporzioni precedenti sono rispettivamente due terzi e un decimo: J.R. Edwards, The Costs of Public Income Redistribution and Private Charity, in “Journal of Libertarian Studies”, vol. 21, n. 2, 2007. In generale il Welfare di stato ha scacciato le organizzazioni private filantropiche, religiose, di carità e di beneficienza, di volontariato, orientate al self-help.

[9] Nel 2010 il 40% del budget dell’Unione Europea è stato speso in sussidi all’agricoltura. Negli Stati Uniti il 67% delle sovvenzioni all’agricoltura affluiscono alle aziende agricole di maggiori dimensioni, il 17% del totale.

[10] Come si è visto sopra, alcuni servizi gestiti dallo Stato vengono offerti gratuitamente o semigratuitamente, dunque a prezzo zero o a un prezzo notevolmente inferiore al costo di produzione. Tale circostanza genera un ulteriore effetto negativo, le cosiddette “code” o “file”, causate da una domanda elevatissima. L’esempio tipico è rappresentato dalle lunghe attese per alcune prestazioni sanitarie.

[11] Negli Stati Uniti a partire dal 1965, con i programmi della Great Society di Lyndon Johnson, i livelli di spesa per il welfare salirono rapidamente. Tuttavia i tassi di povertà (numero di individui che vivono al di sotto della soglia di povertà sul totale), dopo una breve discesa, rimasero stabili negli anni Settanta e addirittura aumentarono negli anni Ottanta.

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Cinque lezioni apprese dal referendum in Scozia

Sab, 08/11/2014 - 08:00

Pubblichiamo quest’articolo nell’imminenza del referendum catalano, sia per la capacità di guardare oltre il dato contingente, sia perché le spinte indipendentiste proseguono e la crisi dello Stato-nazione continua

Le autorità governative, nel Regno Unito, hanno dichiarato che la campagna per il “Sì” alla secessione è fallita, con un margine approssimativo del 55% contro il 45%. Tuttavia, anche se non si è tradotta in una maggioranza di voti in favore della secessione, la campagna per la separazione dal Regno Unito ha già offerto numerose anticipazioni sul futuro dei movimenti secessionisti e di coloro che difendono lo status quo.

Prima lezione: le élite mondialiste hanno una gran paura di secessione e decentramento

Membri e istituzioni dell’élite mondialista, tra cui la Goldman Sachs, Alan Greenspan, David Cameron e molte delle principali banche hanno sfoderato tutti i segnali di allarme per seminare quanta più paura possibile riguardo all’indipendenza. I banchieri mondialisti hanno giurato di punire la Scozia, dichiarando che avrebbero abbandonato il territorio scozzese se fosse stata dichiarata l’indipendenza. Secondo una fonte, uno studio della Deutsche Bank l’ha paragonata alla decisione di tornare al gold standard negli anni Venti e ha detto che avrebbe potuto scatenare una riedizione della Grande Depressione, almeno a nord della frontiera.

Quando si tratta di pronosticare apocalissi economiche, non si può andare molto più in là nell’isteria. Eppure, lo si è fatto. David Cameron è quasi scoppiato a piangere, supplicando gli scozzesi di non votare per l’indipendenza.

Il brutale assalto dell’élite contro la secessione ha impiegato almeno due strategie. La prima ha previsto minacce e prediche del tipo “è per il vostro bene”. Le cose “non si metteranno bene” per la Scozia in caso di secessione, ha pontificato Robert Zoellitsch della Banca Mondiale. John McCain ha implicato che l’indipendenza scozzese sarebbe una cosa buona per i terroristi. La seconda strategia ha incluso preghiere e suppliche, che, ovviamente, hanno svelato fino a che punto la classe dominante dell’Occidente nutra un vero terrore verso la secessione.

Cameron, in aggiunta al suo istrionismo, imperniato sulla nostalgia e su appelli patetici a non “distruggere questa famiglia”, ha cercato – a quanto pare con successo – di corrompere i votanti scozzesi con svariate promesse di più denaro, più autonomia e più poteri all’interno del Regno Unito.

Le minacce che si sono concentrate sul futuro del sistema monetario scozzese sono particolarmente rivelatrici. L’ultima, l’ultimissima cosa che i governi a Londra, a Bruxelles o a Washington vogliono vedere è una nazione occidentale riconosciuta che decede da un sistema monetario e si unisce ad un altro in maniera ordinata. La secessione politica è già abbastanza brutta, una spina nel fianco dell’UE, che palesemente spera di stabilire sé stessa, un giorno o l’altro, come unione perpetua, senz’alcuna via di fuga. Un ritiro riuscito da una delle principali valute globali, foss’anche in vista di un successivo ingresso nell’Unione Monetaria Europea, implicherebbe che i Paesi hanno opzioni monetari diverse dall’assorbimento integrale (e permanente) in tale Unione.

Seconda lezione: i movimenti secessionisti chiederanno che si voti

Anche se le élite del Regno Unito speravano con tutto il cuore di veder fallire il referendum in Scozia, pochi hanno sostenuto che gli scozzesi non avessero alcun diritto di votare sulla questione. Alcuni hanno detto che avrebbe dovuto votare l’intero Regno Unito, ma sembra che la massima parte degli osservatori abbia semplicemente accettato il fatto che gli scozzesi avevano il diritto di votare da soli sullo status della Scozia all’interno del Regno Unito.

Questa è una brutta notizia per molti governi in America e in Europa, dove, in apparenza, le tradizioni democratiche si mantengono forti, ma sono manipolate in favore del centralismo. Il governo degli Stati Uniti, ad esempio, si aggrappa all’idea che nessuna secessione potrebbe mai aver luogo senza un’approvazione del governo centrale, e la maggior parte degli Americani, per senso del dovere, denuncerà come tradimento ogni tentativo di votare sulla secessione. Ma in Europa, la semplice esistenza del referendum scozzese mette in discussione la legittimità degli sforzi dei governi centrali per ignorare o proibire voti locali sull’indipendenza. Il governo italiano ha praticamente ignorato l’esistenza del referendum veneto, e il governo spagnolo a Madrid ha già ripetuto che ignorerà i risultati dell’imminente voto catalano.

Non passerà inosservato il fatto che quelli che ignorano questi esiti democratici, quando minacciano lo status quo dell’élite, sono gli stessi che esaltano le virtù della democrazia quand’essa favorisce il loro scopi centralisti, o quando sono usate per giustificare guerre all’estero.

Quei governi che negano la possibilità di votare o che rifiutano di riconoscere voti in favore della secessione sembreranno, in futuro, sempre più retrogradi, in buona parte grazie alla quasi indiscussa prerogativa scozzese di condurre votazioni locali sulla secessione.

Può darsi che alcuni governi tentino di aggirare l’ostacolo richiedendo che sulla secessione si esprima la nazione intera. Così, nel caso di Venezia, è molto più semplice contemplare una situazione in cui il governo a Roma ammetterebbe tutta l’Italia a decidere, con il voto, se Venezia possa scendere o meno. Un voto del genere sarebbe sicuro, dal punto di vista del governo centrale, perché il successo, a tali condizioni, sarebbe estremamente improbabile. Gli italiani del sud traggono beneficio dal gettito fiscale estratto dalla regione del Veneto. La Catalogna, a sua volta, è una delle regioni più produttive della Spagna, quindi un voto su scala nazionale porterebbe, quasi certamente, a proseguire la spoliazione della Catalogna, a vantaggio degli spagnoli meno produttivi.

Alcuni osservatori hanno insistito che la relazione tra queste regioni e i governi centrali in parola sono come “matrimoni” e che la secessione è come un “divorzio”. Un’analogia di gran lunga migliore, ovviamente, è quella della sposa maltrattata che cerca di scappare da questo rapporto e rifugiarsi in una casa sicura. Attribuire un voto all’intero elettorato nazionale è come accordare al coniuge autore di maltrattamenti un diritto di veto su qualsiasi tentativo di divorzio.

E’ interessante notare, peraltro, che la Scozia non si trova nella stessa posizione del Veneto o della Catalogna, nel senso che non è una zona ricca del Regno Unito. In effetti, dal punto di vista del bilancio e del gettito fiscale (trascuriamo gli aspetti monetari), l’Inghilterra non subirebbe un grosso impatto negativo per il distacco della Scozia. Se fosse stato altrimenti, è possibile che non avremmo visto lo stesso atteggiamento di accettazione verso un referendum. Nondimeno, il precedente è stato stabilito.

Terza lezione: le idee degli americani sulla secessione sono semplicistiche e provinciali

Per moltissimi Americani, il concetto di secessione non ha alcun senso, fuori del contesto della Guerra di Secessione. Dal momento che, molto opportunamente, non si dice mai che la rivoluzione americana è stata il risultato della secessione americana dall’Impero Britannico, gli Americani non sanno praticamente nulla di un qualsiasi altro movimento di secessione nella storia, in un qualsiasi altro contesto che non siano la Confederazione e la schiavitù. Alcuni Americani di una certa età associano la secessione con le guerre nella ex-Yugoslavia, durante gli anni Novanta, pensando erroneamente che il conflitto sia stato scatenato dalla secessione e non da decenni di tirannico centralismo comunista.

Così, la maggior parte degli Americani, quando ergono messi di fonte ad un’ipotesi di secessione, ha solo due risposte: 1) “Se vuoi la secessione, allora vuoi che finiamo come i Balcani.”. Con il che si intende che “secessione” equivale a “pulizia etnica e una sanguinosa guerra civile”. 2) “Se vuoi la secessione, devi essere razzista”. Perché, naturalmente, la secessione non può mai avere nessuno scopo diverso dalla diffusione della schiavitù.

Il caso della Scozia ha reso chiaro che, nel resto del mondo, la maggior parte degli esseri umani istruiti comprende che la secessione è stata usata in una grande varietà di contesti storici e politici. Ovviamente, la schiavitù non ha proprio nulla a che fare con i movimenti secessionisti in Québec, Scozia, Veneto o Catalogna.

Inoltre, gli Americani che indulgono al tipico vezzo dei partigiani dell’Autorità, che giustificano qualsiasi ingiustizia del sistema ripetendo “E’ la legge!” quasi si trattasse di un dogma, si comportano come se la questione dell’autonomia regionale e dell’indipendenza fosse stata risolta una volta per tutte nel 1865, con la Guerra di Secessione. Per queste persone, presumibilmente, la questione è risolta fino alla Fine dei Tempi, poiché alcune altre persone – tutte ormai morte da un bel pezzo – hanno combattuto una guerra in proposito. Pensare che, in politica, qualcosa sia stabilito una volta per sempre, per via di qualcosa che qualcun altro ha fatto un secolo e mezzo fa, richiede un livello di che lascia veramente sbigottiti. Ma, tra gruppi di esseri umani più sensati e ragionevoli, si riconosce che, in politica, situazioni e alleanze mutano costantemente.

Nello stesso tempo, i fautori della secessione che invocano la Costituzione degli Stati Uniti del 1787 quasi si trattasse di un dogma, come prova della legalità della secessione, continueranno a fallire nel loro tentativo di guadagnare proseliti. La Costituzione, qual è stata progettata da coloro che l’hanno scritta, è morta e sepolta da almeno un secolo. E comunque, la vecchia interpretazione è di gran lunga troppo restrittiva e si applica soltanto a Stati interi degli Stati Uniti, non a porzioni di Stati.

Quarta lezione: la secessione è un buono strumento per negoziare

Come abbiamo appreso dall’esperienza scozzese, gli autori del centralismo temono la secessione al punto di essere disposti a gettare ai secessionisti un bel po’ di ossa. Naturalmente, nel caso della Scozia, che è una regione che riceve in tasse più di quanto non dia, le promesse hanno incluso un bel po’ di assistenzialismo governativo. Nel caso del Veneto, ad esempio, le cose andrebbero altrimenti. Ad ogni modo, minacciare la secessione è una tattica utile per ottenere maggiore autonomia. Inoltre, è sempre positivo costringere un governo centrale a sottoporsi ad un referendum sulla sua legittimità. Non lo si dovrebbe fare in una votazione una tantum, come han fatto gli scozzesi, ma come parte integrante della vita politica.

In definitiva, però, quel che al governo importa davvero è la capacità di gonfiare l’offerta di moneta e controllare il sistema finanziario. I politici del governo centrale saranno disposti a privarsi di molti poteri, ma sul potere di inflazionare e controllare le banche non cederanno mai facilmente.

Quinta lezione: il centralismo non è indispensabile al successo economico

Com’è stato predetto da Martin Van Creveld e da un esercito di altri osservatori delle tendenze in punto “legittimità dello Stato”, la posizione dello Stato come il fatto centrale nell’ordine politico del mondo continua a declinare, mentre minoranze nazionali e regioni economicamente distinte rompono con il vecchio assetto in favore sia dell’autonomia locale, sia di alleanze internazionali. Il tentativo di secessione scozzese è soltanto uno di molti esempi recenti. La sconfitta di breve termine del referendum farà poco per alterare questa tendenza.

In più, le realtà economiche del mondo moderno, in cui capitale e lavoro si spostano costantemente, continueranno a minare lo Stato-nazione moderno, fondato, in larga misura, sul principio del nazionalismo economico e il mito secondo cui si potrebbe raggiungere l’autosufficienza dell’economia nazionale.

La diffusione del commercio tra nazioni con merci nazionali e forze lavoro enormi, nonché la disponibilità al commercio internazionale, hanno spazzato via le vecchie pretese nazionali che solo lo Stato-nazione possa fornire i mercati, il potere coercitivo e internazionale clou necessari per la crescita economica. In realtà, gli scozzesi, i veneti e i catalani vedono l’accesso ai mercati internazionali come qualcosa che si può ottenere facilmente senza l’aggiunta del fardello dello Stato centrale, cui attualmente sono legati. Venezia ha bisogno di Roma per commerciare con la Cina? Difficile.

Come ha fatto notare Peter St. Onge, le nazioni piccole se la cavano piuttosto bene quando si tratta di prestazioni dell’economia, e difficilmente le piccole dimensioni sono uno svantaggio. Quest’asserto, “più grandi è meglio”, è sempre stato facile a refutarsi, ma è rimasto popolare per secoli. Il successo della tesi degli indipendentisti scozzesi, secondo cui la Scozia poteva effettivamente competere sul piano internazionale, ha mostrato che il predominio del vecchio mito confina ad andare in pezzi.

Conclusioni

Alcuni giornali inglesi hanno dichiarato che “è finito il sogno” dell’indipendenza scozzese Questo sembra assai poco probabile, a meno che, con “finito”, i giornali non intendano “per gli anni immediatamente a venire”. In tutta Europa, la spinta verso una maggiore indipendenza e autonomia a livello nazionale non farà che continuare a crescere, fintantoché le economie ristagneranno e le élite di Bruxelles, o di Roma, o di Madrid, continueranno a pretendere di saperla più lunga di tutti. Prima o poi, le promesse dei centralisti incontreranno orecchie molto sorde.

Articolo di Ryan W. McMaken su mises.org

Tradotto da Guido Ferro Canale

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Il tempo tornerà indietro

Mer, 29/10/2014 - 08:00

Time Will Run Back è un romanzo molto particolare. E non solo perché, pubblicato nel 1951, è stato poi riedito nel ’66 con un finale cambiato.1 Né per il fatto che l’autore, Henry Hazlitt, lo ha munito di una Prefazione, altra rara avis nella narrativa. E neppure perché, ivi, egli dichiara esplicitamente di aver voluto scrivere un libro “a tesi”, per mostrare che, se il capitalismo non esistesse, se ne venisse addirittura persa la memoria, sarebbe necessario reinventarlo. No, la sua vera particolarità sta nel modo in cui la tesi in questione viene presentata.

Di primo acchito, il testo rientra in pieno nella letteratura distopica: la storia ha inizio nell’anno 2100, o piuttosto, 282 Dopo Marx.2 Il calendario è mutato, perché il mondo intero, ormai da un secolo, vive sotto il tallone del comunismo sovietico; ha preso il nome di Wonworld, che l’A. non spiega e che, forse, nelle menti dei conquistatori andava inteso in senso attivo – Mondo che ha vinto, s’intende sui nemici dell’umanità - ma è, a tutti gli effetti, un Mondo Sconfitto, vittima del socialismo reale e del potere assoluto.

A Mosca, Sua Supremazia Stalenin, Dittatore di Wonworld, rivede il figlio, Peter Uldanov,3 dopo dieci anni in cui il ragazzo è stato allevato dalla madre, ora defunta, su una piccola isola delle Bermuda, completamente isolato dal resto del mondo, istruito soltanto nelle materie che non hanno nulla a che fare con il comunismo. Quindi, grazie ad una squadra di ottimi precettori, Peter padroneggia materie che vanno dalla matematica alla musica – anzi, vorrebbe dedicarsi al pianoforte e nutre una profonda passione per Mozart – ma non sa nulla di filosofia, politica, economia o storia. Quest’ultima materia, per la verità, è decisamente poco nota, perché, dopo la conquista del mondo, i comunisti hanno distrutto ogni traccia del passato e bruciato tutti i libri, tranne le opere di Marx e di pochi altri autori, sicché ben scarsa memoria resta dell’Età Oscura, quella che ha preceduto Adam Smith, e degli eventi successivi si è tramandata una versione strettamente funzionale a dimostrare l’ineluttabilità del trionfo del marxismo.

Tuttavia, l’istruzione del figlio non è la preoccupazione principale del dittatore, almeno non in sé e per sé. Stalenin è stato colpito da un infarto e i medici lo hanno messo in guardia sulla probabilità che si ripeta, magari in forma di ictus che lo lascerà paralizzato. Sa che gli resta poco tempo e che, se morisse, il suo successore – Bolshekov, il n. 2 del Politburo, dove i numeri indicano appunto la linea di successione – eliminerebbe Peter all’istante. Affinché il giovane viva, è indispensabile che conquisti, in tempi rapidissimi, una posizione politica propria, inattaccabile.

La formazione di Peter ai princìpi del marxismo viene dapprima affidata proprio a Bolshekov, poi al n. 3 del Politburo, l’americano Adams;4 nel giro di pochi mesi, Peter stesso entra a far parte dell’organismo supremo. Stalenin è colpito da un ictus che lo lascia quasi incapace di parlare, ma, grazie ad un nastro preregistrato e prontamente trasmesso via radio, il figlio può agire come suo Delegato. Bolshekov, che già complottava per eliminare il dittatore, raddoppia i propri sforzi, si innesca una lotta per il potere che non risparmia neppure gli attentati e di cui, tuttavia, Peter sembra quasi non curarsi affatto.5 A parte una sottotrama romantica con appropriati esiti tragici, ciò che davvero lo preoccupa, e di cui discute costantemente con Adams (suo principale alleato in politica, perché sa di non potere, in quanto americano, aspirare alla carica suprema ed è certo, d’altra parte, che Bolshekov, se la ottenesse, lo eliminerebbe all’istante), è come riuscire a far funzionare il sistema produttivo, come evitare che gli errori nella pianificazione centrale facciano sprecare risorse nella produzione di beni in eccesso quando altri, magari anche essenziali, vengono a mancare, o che non si riesca a completare una casa perché manca un chiodo. Ci sarà pure un modo per realizzare l’ideale “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”!

Dopo lunga riflessione, egli, agendo come Delegato di Stalenin e mirando a realizzare almeno la seconda parte di tale massima, introduce la possibilità, per i cittadini, di scambiare i buoni di razioni, che sono nominativi ed emessi per i singoli beni; in breve, si sviluppa un vero e proprio mercato, dove i buoni per le sigarette acquisiscono un ruolo monetario. La possibilità di scambio viene, quindi, estesa anche ai beni stessi, ma Peter – sempre nel corso di lunghe discussioni con Adams – sta già ragionando sul problema successivo: come sfruttare l’informazione ora disponibile sui veri bisogni dei consumatori, per fare in modo che il sistema produttivo vi si adatti? Studia studia, il ragazzo si convince della necessità di stabilire la proprietà privata dei mezzi di produzione; ma Bolshekov, venuto a conoscenza delle bozze del relativo documento programmatico, decide di passare al colpo di mano: elimina Stalenin, mentre Peter e Adams sfuggono per un soffio alla cattura, riuscendo anche a diffondere un altro messaggio, preregistrato dal dittatore proprio per il caso di morte, in cui nomina successore il figlio;6 Bolshekov è comandante dell’Esercito e della Marina, ma Peter ha conservato il controllo diretto dell’Aeronautica, che gli resta fedele; può così fuggire, con l’intera arma aerea, nell’emisfero occidentale, nel continente americano – che lo accoglie a braccia aperte, ansioso di scrollarsi di dosso quello che anta percepisce come un dominio russo – e prepararsi alla guerra. Preparazione cui è indispensabile l’efficienza del sistema produttivo: ragione di più per mettere in atto l’esperimento di privatizzazione.

Tralascio, ovviamente, il seguito e la conclusione della lotta tra le forze di Wonworld e il continente che Peter, insediato “a Washington, in un edificio vecchio, decrepito e puzzolente che qualcuno, evidentemente dotato di un ottimo senso dellironia, aveva a suo tempo battezzato la Casa Bianca” (p. 129), decide di chiamare Freeworld. Vengo, piuttosto, all’accennata particolarità del testo, che è poi il motivo per cui ho scelto di recensirlo per i lettori del Mises Italia.

Henry Hazlitt è stato un ottimo giornalista e un divulgatore impareggiabile; doti che, però, segnano anche i limiti del suo romanzo. In effetti, si potrebbe quasi revocarne in dubbio l’appartenenza al genere narrativo: la maggior parte del testo consiste in discussioni sui problemi economici, che proseguono di capitolo in capitolo e riescono – occorre darne atto all’autore – a non riuscire affatto noiose… però vanno, ovviamente, a discapito dell’azione, della trama e dell’approfondimento dei personaggi. Quest’ultimo, forse, è proprio il punto più dolente. Come Peter, del tutto digiuno di formazione economica, possa aver sviluppato subito, o quasi, una capacità di penetrazione dei relativi argomenti che gli permette di contestare le fallacie della dottrina dominante resta non spiegato, a meno che non si reputino sufficienti mere doti naturali;7 non spiegata resta anche la passione per la libertà, che lo porta, già nel suo primo giorno a Mosca, a sostenere che tutti dovrebbero poter leggere tutto; e, sotto altro profilo, non troviamo traccia neanche della difficoltà di abituarsi a vivere nel formicaio moscovita dopo dieci anni su un’isola pressoché deserta (il suo problema principale con Mosca sembra lo squallore urbano). Con tutto questo, si badi bene, i personaggi non sono affatto mere personificazioni di ideali astratti: soprattutto Peter e Stalenin appaiono ben delineati… ma, appunto, non approfonditi. Resta in ombra perfino il dissidio che ha allontanato i genitori di Peter.8 Insomma, se l’intento di Hazlitt era trasmettere le verità economiche più importanti sotto forma di romanzo, in modo che potessero penetrare nel grande pubblico, non vi è riuscito: soltanto chi nutra una profonda passione per l’economia, sufficiente per appassionarsi alle discussioni teoriche, può riuscire a leggere il testo.

Ma, d’altro canto, i dialoghi tra Peter e Adams sono autentici capolavori. Sia per lo stile, sempre vivace e chiaro; sia, soprattutto, per la concatenazione mirabile con cui, passo dopo passo, i problemi concreti derivanti dall’impossibilità del calcolo economico nel socialismo reale portano, attraverso la discussione di tutti i possibili rimedi, alla riscoperta dell’economia di mercato come unica soluzione possibile. Avrebbero, forse, meritato di formare un volume a sé stante: sebbene i personaggi del romanzo vi emergano comunque in tutta la loro individualità - passioni, interessi ed entusiasmi, giudizi di valore… - l’integrazione con la narrativa non può dirsi riuscita. Ma ne ha sofferto solo quest’ultima, che, se solo avesse potuto disporre di spazio e cure adeguate, sarebbe potuta essere una distopia eccellente, a giudicare dall’ottima resa dell’atmosfera plumbea che la minaccia costante della brutalità arbitraria e sfrenata fa gravare su Wonworld. Anche così, il romanzo, in quanto romanzo, offre autentiche perle;9 ma il motivo per cui raccomando caldamente la lettura del libro è la serie dei dialoghi. Impossibile tentarne una sintesi, sia per la mole degli argomenti sia perché non si tratta di nulla di nuovo o di ignoto ai lettori del sito (manca solo la teoria del ciclo): nessun riassunto potrebbe renderne il gusto, né invogliare alla lettura.

In conclusione, però, vorrei osservare altresì che, soprattutto nella seconda edizione, il messaggio dell’opera è un messaggio di speranza: il finale è stato cambiato proprio per rafforzarlo. Non importa fino a che punto possa sembrarci perduta la causa della libertà, o minacciosa l’avanzata del socialismo sotto le sue mille maschere: fermo il dovere di opporvisi e lottare hic et nunc, resta vero che perfino nell’ipotesi peggiore, perfino se il mondo intero smarrisse anche la memoria del libero mercato e della libertà stessa, l’uomo non avrebbe comunque persa la capacità di riconquistarli.

Guido Ferro Canale

Note

1 La seconda edizione, disponibile su mises.org, è quella su cui mi sono basato per preparare la recensione.

2 Marx è fatto oggetto di una vera e propria divinizzazione: quello che sembra un inno nazionale esemplato sul God save the King si intitola Marx save the Dictator.

3 Wonworld parla ormai una lingua sola, il Marxanto, inventato di sana pianta in modo che i termini avessero, tutti, solo il significato che devono avere secondo le teorie di Marx (p.es., “verità” è “ciò che è utile alla causa comunista”); tuttavia, i nomi propri di persona si sono conservati, così il fatto che un ragazzo russo si chiami Peter e non Piotr sembra un artificio narrativo volto a cattivargli, da subito, la simpatia del lettore americano.

4 Il cui nome, sia detto per inciso, è Thomas Jefferson; ma le sue idee sarebbero piaciute molto più ad Alexander Hamilton…

5 Hazlitt riesce a creare una notevole suspence, ma non a spiegare in maniera convincente come Peter, quando Adams gli racconta di essere appena sfuggito ad un attentato, possa riprendere comunque a discutere di economia; in effetti, l’incredulità del suo interlocutore non risolve quest’interrogativo, ma semmai lo rimarca.

6 Peter dovrebbe assumere il nome di Stalenin II, ma, fuorché in quella stessa trasmissione radiofonica, non glielo vediamo usare mai; e conserva anche il titolo di Your Highness, spettante ai membri del Politburo, ricusando di farsi chiamare Your Supremacy. Tuttavia, non vediamo traccia di particolari riforme politiche che sconfessino esplicitamente l’ancien régime.

7 Ma l’inverosimiglianza massima, a mio avviso, è raggiunta quando Peter, in un modo che aveva completamente dimenticato il concetto stesso di moneta, si prefigura correttamente gli effetti della deflazione improvvisa sul sistema produttivo.

8 Veniamo a sapere soltanto che, secondo la madre, il vero marxismo-leninismo non avrebbe dovuto prevedere purghe cruente; ma quale fosse la sua interpretazione di tale dottrina e quanto essa possa aver comunque influito nella formazione del figlio (che pure, si ripete costantemente nel testo, di simili argomenti è rimasto del tutto digiuno) resta oscuro e ignoto.

9 A parte una buona dose di umorismo o la vicenda della carestia nel Kansas, dove, in una discussione assolutamente surreale, il direttore di una fattoria collettiva prova a spiegare perché, da mesi, non funzioni neanche un trattore (pag. 53), mi sembra degna di nota l’osservazione che, a Wonworld, non erano i commessi a ringraziare i clienti, ma il contrario: bisognava mostrare gratitudine ai commissari alla produzione, per aver prodotto i beni razionati.

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Le interferenze coercitive – III parte

Lun, 27/10/2014 - 08:00

Esternalità negative

Per le esternalità negative (es. inquinamento) sono state individuate tre soluzioni: regolazione diretta (es. si impone all’acciaieria di filtrare i fumi), tassazione (somma pari al danno causato: “tasse sulle emissioni” o “tasse di Pigou”)[1], azioni collettive (si consente ai cittadini coinvolti di citare in giudizio l’impresa inquinante per i danni).

L’analisi di Pigou era basata sulla misurabilità dell’utilità e sulla comparazione fra le utilità di individui diversi, per cui sarebbe possibile da parte di un soggetto esterno migliorare il benessere dell’intero sistema economico. Ma le utilità non sono misurabili e confrontabili; le preferenze si “rivelano” solo con le azioni e le scelte dei singoli, e il loro benessere non può essere dedotto da formule matematiche.

Per le esternalità negative, la soluzione di mercato più efficiente è l’iniziativa del danneggiato (richiesta di risarcimento dei danni), anche attraverso le azioni collettive.

In materia ambientale invece la politica oggi dominante è quella del divieto introdotto attraverso la legislazione. Ad esempio, le norme di conservazione delle risorse non rinnovabili (es. petrolio, la terra del demanio): l’effetto è la restrizione della produzione presente a vantaggio di quella futura e l’utilizzazione di risorse riproducibili (es. gli alberi) al posto di quelle razionate. Vengono violate le preferenze temporali degli individui, aumentando i risparmi e gli investimenti rispetto al consumo. Inoltre, la riduzione di offerta di terra consente ai proprietari delle altre terre di aumentare il prezzo. Si ritiene che i privati non siano lungimiranti, mentre lo Stato sì: ma non è vero, perché il valore presente della terra posseduta dall’imprenditore dipende dai redditi futuri attesi ed egli ha quindi interesse a curare la sua risorsa, non a sfruttarla in maniera intensiva.

Modifica coercitiva dei consumi 

Un altro intervento che causa una modifica nell’allocazione delle risorse è rappresentato dalle misure volte a indirizzare i consumi delle persone. L’intervento può essere rivolto a proibire o contenere il consumo di alcuni beni (è il caso più frequente) o a incentivarlo. Esempi del primo tipo sono le restrizioni su droghe, alcool, tabacco, farmaci, bibite, videopoker, beni provenienti dall’estero. I motivi con cui vengono giustificati tali interventi sono due: il perseguimento di politiche paternalistiche (molti individui non sono responsabili o razionali e danneggerebbero se stessi) e il contrasto delle esternalità negative (ad esempio l’incidente provocato dall’automobilista ubriaco). Gli strumenti sono: proibizione totale tramite la legislazione; imposte indirette; prescrizione medica; obbligo di rivolgersi al notaio per il trasferimento di un bene (es. appartamento, automobile); il protezionismo nel commercio internazionale.

In base alle preferenze personali (criterio delle preferenze dimostrate), si può dire con certezza che il consumatore dopo l’interferenza sta peggio, perché può consumare quantità inferiori di quelle desiderate o deve pagare un prezzo maggiore per il bene. In particolare si riduce sicuramente il benessere dei consumatori responsabili, la netta maggioranza dei consumatori; per cui i costi dell’intervento risultano superiori ai ricavi. [2]

I critici dell’intervento sostengono che i consumi sono indirizzati nella maniera migliore dal mercato, che possiede uno standard razionale: i più alti redditi monetari (tra cui i profitti); infatti ciò significa aver soddisfatto al massimo grado i consumatori[3].

Esempi di interventi volti a favorire il consumo di un determinato bene sono le deduzioni di imposta per le spese effettuate, ad esempio per il mutuo per la casa, o le aliquote di imposta indiretta basse sui libri scolastici, o i contributi alla rottamazione della vecchia automobile per acquistarne una nuova.

Restrizioni della produzione

Consiste nel divieto di produrre un bene o un servizio, o nella riduzione delle quantità vendibili del bene. A volte sono associati a divieti o restrizioni nel consumo (v. supra). Esempi del primo tipo sono il divieto di vendere liquori o droghe; esempi del secondo il razionamento, le quote di produzione in agricoltura, i limiti alla durata del tempo di lavoro, i limiti all’età lavorativa, la fissazione degli orari degli esercizi commerciali, le licenze, i brevetti, i limiti all’accesso alle professioni, i limiti alla concentrazione spaziale di alcuni esercizi commerciali (farmacie, panetterie), i limiti alla vendita di alcuni beni in alcuni esercizi commerciali (es. i farmaci nei supermercati), i divieti di commistioni fra banche e imprese, le leggi antitrust.

Le restrizioni alla produzione in ultima istanza sono una diversione delle risorse da un settore a un altro. È evidente che i controlli sulle quantità prodotte danneggiano tutte le parti coinvolte nello scambio: l’acquirente è costretto a rinunciare a soddisfazioni che valuta di più, cioè ai suoi desideri più urgenti, e riceve soddisfazioni che valuta di meno; il produttore, a cui viene impedito di guadagnare in quel settore, deve adeguarsi a guadagni più bassi in un altro settore.

Un effetto in genere è la formazione di mercati “neri”; ma, a causa dell’illegalità, le quantità offerte sono comunque inferiori a quelle che si sarebbero realizzate in un mercato legale, e il prezzo sul mercato nero è più alto per compensare il produttore dei rischi connessi con la violazione della legge. Inoltre l’illegalità ostacola il processo di distribuzione delle informazioni ai consumatori (es. attraverso la pubblicità).

Restrizioni parziali alla produzione

Legislazione pro lavoro: il limite alle ore giornaliere di lavoro riduce la produzione totale e dunque il tenore di vita anche dei lavoratori. Nei paesi più arretrati, in cui la produttività del lavoro è molto più bassa, i danni per quei lavoratori sono ancora maggiori (è lo stesso motivo per cui in quei paesi gli stessi genitori desiderano il lavoro infantile). Il fatto che il tenore di vita del lavoratore medio americano sia incomparabilmente più soddisfacente di quello del lavoratore medio cinese non è una conquista del governo e delle leggi, ma dipende dal fatto che il capitale investito per ogni impiegato è molto maggiore che in Cina e conseguentemente che la produttività marginale del lavoro è molto più alta.

Divieto del lavoro minorile: il reddito delle famiglie con figli viene arbitrariamente ridotto; aumenta la quota di popolazione che consuma soltanto e dunque il tenore di vita complessivo si riduce. Restringendosi l’offerta di lavoro aumentano i saggi di salario. Nei paesi meno sviluppati le famiglie non hanno redditi tali da potersi permettere il mantenimento e l’istruzione dei figli fino all’età di 14 o 16 anni, come avviene nei paesi più ricchi.

Licenze (es. tassisti): solo alcuni possono offrire il bene o il servizio; in caso di assegnazione di monopoli, solo uno. Restringono l’offerta di lavoro e di imprese. Il pagamento della licenza impedisce l’ingresso di coloro che hanno piccole disponibilità di capitale iniziale.

Privilegi – Anziché introdurre la proibizione assoluta lo Stato a volte assegna la produzione di un dato bene in monopolio ad una sola impresa. Con gli effetti noti del monopolio (prezzi più alti). Esempi di privilegi monopolistici sono molte delle restrizioni parziali elencate sopra (es. le licenze assegnano solo ad alcuni il diritto di produrre un bene o offrire un servizio).[4]

Brevetti: non sono una protezione dei diritti di proprietà, ma un privilegio monopolistico garantito dallo Stato al primo scopritore di un determinato tipo di invenzione. Nel libero mercato un’invenzione può essere protetta senza brevetti: se ad una persona vengono rubati da casa un progetto o un nuovo bene egli è già protetto dalla norma che vieta il furto.

Le misure restrittive avvantaggiano sempre qualcuno, danneggiando tutti gli altri. Tuttavia nel lungo andare tale vantaggio scompare, perché il settore privilegiato richiama nuovi imprenditori, la cui competizione tende a eliminare il guadagno specifico del privilegio. In generale, la situazione creatasi è meno efficiente, perché alcune risorse si sono indirizzate verso un settore a più bassa produttività, in cui i ricavi sono mantenuti artificialmente alti dal dazio.

Informazione asimmetrica  

È la situazione in cui una delle parti coinvolte nello scambio non ha (o ha meno) informazioni dell’altra parte relativamente al bene o al servizio acquistato. Esempi: sostanze contenute nei beni alimentari[5] o nei farmaci, malattie del soggetto che stipula un’assicurazione sulla vita, stile di vita del soggetto che sottoscrive un’assicurazione sanitaria, pubblicità ingannevole. In questa categoria possono essere comprese tutte le situazioni in cui lo stato interviene per la “tutela dei consumatori”; i quali, non avendo – o avendo meno – conoscenze sui beni acquistati rispetto a chi li ha prodotti, potrebbero essere preda di produttori con pochi scrupoli. Schematizzando, il presupposto su cui si fonda l’intervento è che 1) il regolatore è in grado di far emergere le informazioni mentre l’interazione fra privati no; 2) il modo sicuro e corretto per realizzare un bene o servizio (la qualità) è definibile a tavolino. L’intervento pubblico prevalentemente è incentrato sulle regolamentazioni; ad esempio, controlli e vincoli per la sicurezza e salubrità dei prodotti.

Critiche – Le interazioni fra privati, cioè il mercato, sono in grado di garantire la sicurezza e la qualità dei prodotti. In particolare, proprio la demonizzata “ricerca del profitto”: un’impresa che produce beni dannosi si rovina il nome e non vende più, compromettendo ricavi e profitti. Inoltre, se un individuo ha venduto cibo diverso da ciò che è indicato sull’etichetta o adulterato, è punibile per frode e, nel secondo caso, per lesioni.[6] Infine i concorrenti o associazioni di consumatori possono segnalare o denunciare comportamenti scorretti o informazioni pubblicitarie ingannevoli.

Il fatto che un individuo perderebbe troppo tempo ed energie per conoscere le caratteristiche di ciascun prodotto conduce i fautori della regolamentazione pubblica a ipotizzare come unica alternativa l’ingerenza dei funzionari statali, che svolgerebbero invece tale attività a tempo pieno. La prima parte dell’obiezione è vera, ma la funzione di controllo e informazione può essere svolta benissimo da associazioni private, come già oggi avviene. Si svilupperebbero ancora di più servizi di assicurazione, associazioni che effettuano analisi di laboratorio sugli alimenti, riviste[7] e siti web con valutazioni dei prodotti[8] (internet ha inferto un duro colpo alle asimmetrie informative in ogni campo[9]).

Per quanto riguarda il punto 2), “qualità” è una caratteristica soggettiva e la valutano i consumatori sul mercato. Tra l’altro, ogni individuo ha un proprio trade-off fra prezzo e qualità. Così come per la sicurezza, che non è un valore assoluto, ma viene continuamente confrontata con altri aspetti: probabilmente non ci sarebbero più incidenti automobilistici se tutti fossero costretti ad andare a 10 k/h, ma nessuno propone una misura del genere. Gli individui hanno atteggiamenti diversi rispetto al rischio. Il mercato è capace di assecondare il trade-off che ciascuna persona desidera fra sicurezza e costo del bene. Infatti alcuni imprenditori, per garantire standard di sicurezza superiori, avranno costi superiori, e dunque il bene avrà un prezzo più alto; i consumatori che gradiscono questa maggiore sicurezza (coloro cioè che valutano i miglioramenti nella sicurezza di più dell’incremento di prezzo) acquisteranno il bene.

L’imposizione statale indiscriminata attuata attraverso la legislazione elimina dalla produzione i produttori che lo Stato giudica di bassa qualità, quindi riduce l’offerta e la concorrenza e fa aumentare i prezzi (danneggiando così soprattutto i meno abbienti).[10]

A volte un impedimento introdotto per garantire la sicurezza sotto un certo aspetto riduce la sicurezza in un altro.[11]

Inoltre, la monopolizzazione della decisione da parte del regolatore pubblico diminuisce l’incentivo del consumatore a essere attento rispetto al bene o al servizio che sta acquistando.

Nel caso di asimmetria informativa fra assicurato malato e compagnia di assicurazione non c’è alcun intervento statale che possa riequilibrare la situazione; è sufficiente l’incentivo della compagnia, che potrebbe richiedere determinate analisi all’interlocutore prima della stipulazione del contratto.[12]

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

[1] In Italia, così come in altri paesi, le eco-tasse non vengono introdotte su singoli produttori inquinanti ma sui settori: ad esempio sulla benzina, sul bollo, sulla bolletta elettrica, sui consumi di carbone e gas metano, sull’immatricolazione dell’automobile e della motocicletta, sui sacchetti di plastica, sulle pile, sugli oli lubrificanti, sugli imballaggi, sui materiali per costruzioni, sui biglietti aerei, sui rifiuti. In Italia nel 2012 la somma incassata da queste tasse è stata pari a 44 miliardi di euro; tuttavia solo l’1% di questa cifra è stata destinata ad azioni di risanamento ambientale (sistemazione idrogeologica, disinquinamento dell’aria), il resto è stato destinato a coperture finanziarie che non hanno alcuna attinenza con l’ambiente.

[2] L’economia non si occupa dei problemi etici e non può dire se tali politiche paternalistiche siano buone o cattive. Qui si esamina solo la catallassi dell’interventismo, in base alla quale si può illustrare soltanto se un dato intervento consegua o no i fini prefissati. Facendo solo un cenno alla questione etica, come detto molti sostengono che è “realistico” fare ciò, perché altrimenti gli individui danneggerebbero se stessi. Tuttavia, una volta ammesso il principio si rischia il piano inclinato (slippery slope), perché risulta difficile sul piano logico obiettare a imposizioni ulteriori: se è in causa il benessere fisico delle persone, perché non imporre anche l’attività fisica o le diete? E perché limitare l’intervento alla protezione del fisico, e non estenderlo all’anima e alla mente, impedendo di leggere libri cattivi, vedere cattive commedie o cattivi dipinti e così via? Se si abolisce la libertà dell’uomo a stabilire il proprio consumo, gli si tolgono tutte le libertà.

[3] L’intervento volto a modificare i consumi in alcuni casi è giustificato attraverso la cosiddetta “teoria del sentiero obbligato”: un prodotto o una soluzione migliore nel mercato non si affermerebbe perché un individuo singolo o un piccolo produttore non può imporre la soluzione migliore – il costo da sostenere per passare alla soluzione migliore è troppo alto. Ad esempio, si scopre che è più efficiente guidare a sinistra anziché a destra; tuttavia nessun privato può cambiare la soluzione esistente guidando a sinistra. È necessario che lo Stato imponga il cambiamento di regola. Dunque il mercato non riuscirebbe a pervenire alla soluzione migliore. Un esempio di ciò sarebbe il sistema operativo Windows rispetto a Macintosh: il prodotto migliore è il secondo, ma si è affermato il primo. Ciò avverrebbe perché nel mondo dell’alta tecnologia, a differenza delle vecchie industrie manifatturiere, il profitto marginale per un’impresa aumenta con ciascun cliente addizionale; ogni Windows in più venduto comporta un costo via via minore per Microsoft, mentre aggiunge un ammontare crescente al valore di Windows. La “teoria economica dei profitti crescenti” conclude che a causa di questo vantaggio, ottenuto grazie alla dimensione, l’impresa affermata sul mercato schiaccia i nuovi arrivati, che sono spesso portatori di prodotti migliori. Il sistema economico si “blocca” su un sentiero che non è il migliore.

Il primo errore in questo argomento è che non esiste alcun criterio oggettivo per stabilire se una tecnologia è “migliore per la società”, al di fuori dei profitti e delle perdite degli imprenditori che hanno scelto quella tecnologia. In secondo luogo non è vero che il mercato non scalza un’impresa affermata: ad esempio il sistema VHS sostituì il sistema Betamax della Sony come standard delle videocassette.

 

[4] In generale il corporativismo privilegia gli interessi dei produttori a scapito di quelli dei consumatori.

[5] Questo argomento è utilizzato anche per legittimare politiche protezionistiche. Ad esempio, l’Unione Europea introduce vaghi e cangianti “standard di qualità” sui prodotti importabili nell’area. Per proteggere i consumatori europei dalle aflatossine, micotossine prodotte da specie fungine, vengono vietate le importazioni di cereali e frutta secca da molti paesi africani. Il danno per gli esportatori africani è stato calcolato in 650 milioni di dollari all’anno, con una riduzione delle esportazioni pari al 64% (dati 2011). La Banca mondiale ha stimato che tale politica previene soltanto un decesso su un miliardo di persone all’anno.

[6] Il sito di aste eBay è un esempio mirabile della capacità dei meccanismi di mercato di garantire sicurezza e fronteggiare i comportamenti truffaldini o sleali. Il successo di questo mercato telematico è determinato in grande misura dalla trasmissione delle informazioni sulla reputazione dei venditori e dei compratori. Prima di un acquisto il compratore può informarsi sul venditore guardando la percentuale di feedback positivi che ha ricevuto dagli acquirenti precedenti. La stessa forma di controllo è riservata al compratore, che, se con reputazione di cattivo pagatore, non troverà chi è disposto a vendergli beni; o il venditore si cautelerà con modalità particolari della transazione (es. pagamento anticipato). Queste informazioni, inoltre, non sono date una volta per tutte, ma aumentano transazione dopo transazione, cioè con l’ampliarsi della dimensione del mercato.

[7] Ad esempio “Quattroruote” per le automobili.

[8] Oltre al già menzionato eBay, altri esempi sono “TripAdvisor” per gli alberghi e i ristoranti, “Wine Spectator” per i vini.

[9] Grazie al telefono cellulare e a internet molti agricoltori africani possono conoscere i prezzi delle loro derrate su mercati anche molto lontani, scardinando così il potere degli intermediari, che offrivano loro prezzi nettamente inferiori rispetto a quelli di rivendita.

[10] «Per rendersi conto delle ripercussioni che hanno tali regolamentazioni ‘protettive’, si immagini che un governo decida di proibire la vendita di qualunque veicolo con caratteristiche qualitative inferiori ad una Mercedes. Ciò non garantirebbe forse a ciascuno di guidare sempre la migliore e più sicura delle automobili? Non proprio: dopo il decreto continuerebbero a circolare principalmente solo le automobili di coloro che possono permettersi il prezzo di una Mercedes». F. Karsten, K. Beckman, Oltre la democrazia, Usemlab, Massa, 2012, pp. 62-63. Un altro esempio di regolamentazione che provoca aumenti di prezzi è costituita dai lunghi tempi imposti per la sperimentazione dei farmaci: «essa rende anche la vita impossibile alle piccole aziende, che non sono in grado di mantenere il livello di capitalizzazione necessario per far fronte ad un’attesa di dieci anni prima che i prodotti possano cominciare a generare qualche ricavo. Tutto ciò riduce la concorrenza a vantaggio delle grandi imprese farmaceutiche, consentendo loro di far pagare prezzi più alti. È bizzarro che gli stati democratici operino così bene per favorire gli interessi dei potenti a spese del normale consumatore». J. Narveson, You and the State: A Short Introduction to Political Philosophy, Rowman & Littlefield, New York, 2008, p. 150.

[11] Negli anni Settanta del Novecento l’economista Sam Peltzman produsse una ricerca che evidenziava come l’introduzione di alcuni standard di sicurezza nelle automobili (cinture, piantone dello sterzo e parabrezza ad assorbimento d’urto) avesse indotto una guida più veloce e più rischiosa. La mortalità dei passeggeri per incidente stradale si era ridotta, ma era aumentata quella dei pedoni, dei ciclisti e dei motociclisti, ovviamente non protetti dai sistemi introdotti nelle automobili. I guidatori, percependo un abbassamento del rischio, assunsero comportamenti alla guida più imprudenti, determinando aumenti di fatalità a carico dei “non passeggeri”. Un altro esempio di spostamento del rischio causato dalla regolamentazione è il seguente: alcuni anni fa negli Stati Uniti fu imposta l’eliminazione del cordoncino che stringe il cappuccio delle giacche per bambini, perché un bambino aveva rischiato di soffocare; ma questa misura può provocare una polmonite perché non ci si può riparare dal freddo e dal vento forti.

[12] Un caso in cui l’asimmetria informativa diventa addirittura reato è l’insider trading (trattare titoli possedendo informazioni riservate). Ma l’argomento che la conoscenza, se non distribuita in maniera omogenea fra tutte le persone, possa rendere un’azione illegittima, potenzialmente può impedire qualsiasi transazione di mercato. Una persona che ha acquistato un ombrello perché ha visto una trasmissione meteo avrebbe acquisito un illecito vantaggio su tutti coloro che non hanno visto la stessa trasmissione, dunque sarebbe colpevole; il che è un’assurdità.

 

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La qualità della moneta (parte seconda)

Ven, 24/10/2014 - 08:00

II. La teoria della qualità della moneta nella storia

La teoria della qualità della moneta, anche se non sotto questo nome, gode di una lunga tradizione. Anche se molti autori hanno discusso sui fattori che influenzano la qualità della moneta, non è mai stato raggiunto un consenso unanime. Juan de Mariana (1609) spiega che il deterioramento della qualità delle monete d’oro dev’essere considerato come una tassa (ingiusta). Sir William Petty ([1662] 1889) considera il deterioramento della qualità delle monete da parte del governo una tassa. Adam Smith (1776) parla dell’origine della moneta e di proprietà importanti, come la capacità di durare nel tempo e la divisibilità. Jean-Baptise Say ([1806] 1855) afferma che una buona moneta dev’essere divisibile, di qualità omogenea, resistente all’attrito, cara quanto basta e malleabile. Inoltre, analizza l’adulterazione della qualità della moneta in casi storici come quello di Filippo I di Francia. Nassau William Senior ([1850] 1853) e John Stuart Mill ([1848] 1965) sono due autori classici che discutono le qualità dei beni che possono renderli adatti a diventare moneta. Carl Menger (1871) spiega l’emersone della moneta come un processo spontaneo del mercato in cui prevalgono beni dotati di qualità specifiche. Così, il trattamento delle qualità della moneta era stato molto diffuso prima del ventesimo secolo, come attesta questo brano di William Stanley Jevons (1875, pag. 30):

Molti autori recenti, come Huskisson, Mac Culloch, James Mill, Garnier, Chevalier e altri, hanno descritto in modo soddisfacente le qualità che dovrebbe possedere il materiale impiegato come moneta. Sembra, peraltro, che gli autori precedenti avessero inquadrato l’argomento altrettanto bene, o quasi. Harris ha illustrar queste qualità con una chiarezza degna di nota nel suo ‘Essay upon Money and Coins’, pubblicato nel 1757, un’opera che è apparsa prima de ‘La Ricchezza delle Nazioni’, eppure offre un’esposizione dei princìpi della moneta che è ben difficile migliorare ai giorni nostri. E ottant’anni prima, Rice Vaughan, nel suo eccellente piccolo ‘Teatise on Money’, aveva scritto un riepilogo breve ma soddisfacente delle qualità che si richiedono alla moneta. Addirittura, troviamo che William Strafford, l’autore del rimarchevole dialogo dell’età elisabettiana (1581) intitolato ‘A Brief Conceipte of English Policy’, ha dimostrato una comprensione perfetta dell’argomento. Di tutti gli autori, comunque, M. Chevalier offre il resoconto più completo e accurato delle proprietà che la moneta dovrebbe possedere, e io seguirò le sue opinioni in molti punti.”.

Economisti Austriaci come Mises (1953, cap. I) e Rothbard (2004, pagg. 189-93) hanno seguito Carl Menger nella loro analisi delle origini della moneta. Mentre Mises non elenca le qualità specifiche che aiutano un bene a diventare moneta, Rothbard (2008, pag. 6) menziona le “qualità proprie della moneta”: la moneta merce attira una domanda notevole, è altamente divisibile, facile a trasportarsi, dura nel tempo e ha un alto valore per unità di prodotto.

Tuttavia, Mises e Rothbard non vanno oltre questo quadro e non menzionano – almeno non in modo esplicito – l’importanza della qualità della moneta per la domanda di moneta. In effetti, Mises non menziona la qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda né nella Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (1953, pagg. 131-37), né in Human Action (1998) nel suo capitolo sulla domanda di moneta (cap. 17). Come afferma Salerno (2006, pag. 39): “Mises (1998, pp. 398-402) ha fornito solo una discussione molto schematica della domanda di moneta, che non può sostenere l’intero peso di una teoria dei prezzi monetari.”.

Rothbard (2004, pag. 756) compie un progresso, rispetto a Mises, nell’analisi concettuale della domanda di moneta e afferma: “La domanda totale di moneta sul mercato consiste di due parti: la domanda di moneta per lo scambio (da parte dei venditori di tutti gli altri beni, che desiderano acquistare moneta) e la domanda di moneta come riserva (la domanda di moneta da detenere, da parte di coloro che già ne detengono).”.

Rothbard (2008, pag. 39) sottolinea che i mutamenti nella domanda di moneta (come ad es. il mantenimento di riserve di cassa) ne cambiano il potere d’acquisto. Nei capitoli sulla domanda di moneta (2008, cap. 5; 2004, cap. 11 §5), egli, come Mises, non menziona la qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda, non in modo esplicito. Menziona, tuttavia (2008, pagg. 65-74), due fattori che sono importanti per la qualità della moneta: la fiducia nella stessa e le aspettative di inflazione o deflazione.

Riesaminando i contributi di Mises e di Rothbard, sorge spontanea la domanda: come mai questi autori non sono andati oltre e non hanno sviluppato una teoria esplicita della qualità della moneta come un fattore che ne influenza la domanda? La risposta risiede, con ogni probabilità, nel fatto che essi trascurano la funzione della moneta come riserva di ricchezza. Questa funzione è essenziale per la qualità della moneta ed è più sensibile ai cambiamenti che non le funzioni di mezzo di pagamento e unità di conto.

In effetti, Mises (1953, pag. 35) segue Menger (1871, pag. 278) e sostiene che la funzione di riserva di ricchezza è una funzione derivata e non necessaria della moneta. Anzi, Mises (1998, pag. 401) si concentra sulla funzione di mezzo di scambio in maniera ancor più esclusiva di Menger: “La moneta è il bene che serve come il mezzo di scambio generalmente accettato e comunemente usato. Questa è la sua unica funzione. Tutte le altre funzioni che si attribuiscono alla moneta sono semplicemente aspetti particolari della sua funzione primaria e unica, quella di mezzo di scambio.”.

Mises (1953, pagg. 107, 110, 129; 1990, cap. 4) e Rothbard (2004, pagg. 764-65) si concentrano sulla funzione di scambio. In questo modo, trascurano fattori importanti per il valore della moneta. Siccome non analizzano in dettaglio la funzione di riserva di ricchezza, non indicano neanche gli effetti che i cambiamenti in essa, o la qualità della moneta in generale, possono avere sulla domanda di moneta.

In contrapposizione con l’esitante analisi della moneta in termini qualitativi svolta dagli economisti sopra menzionati, esiste anche una corrente, nella letteratura economica, che non tratta affatto gli aspetti relativi alla qualità. Questa è la pura e semplice teoria quantitativa della moneta difesa da David Ricardo. Per Ricardo non importa se siano moneta le monete d’oro, un pollo, i semi di cacao, un gettone di pietra o una nota cartacea. La sola cosa che conta è la quantità. Gli aspetti quantitativi spiegano tutti i fenomeni monetari. In effetti, per Ricardo, tutte le qualità della moneta devono ritenersi implicite nel carattere limitato della sua quantità.

Ricardo e i seguaci della teoria quantitativa pura e semplice pongono un’enfasi molto forte sulla funzione di scambio della moneta, messa in luce da John Law e Adam Smith, per i quali la moneta è, fondamentalmente, un buono (voucher) per comprare beni. La moneta è semplicemente un mezzo di circolazione. Questi fautori della teoria quantitativa, pertanto, trascurano completamente la funzione della moneta come riserva di ricchezza. Ricardo implica, altresì, che non vi sia differenza alcuna tra la cartamoneta inconvertibile e i certificati monetari convertibili. Egli, di conseguenza, trascura la domanda di moneta. Per lui, la convertibilità è solo un metodo pratico per porre un limite alla quantità di moneta.

Per chi crede in questa teoria quantitativa, “il valore della moneta è una funzione della sua quantità, è del tutto indipendente dal valore del materiale usato per il conio, [valore, quest’ultimo,] derivato solamente dai suoi usi peculiari…” (pag. 49).

Secondo quella teoria, fintantoché il numero di scambi e la rapidità di circolazione della moneta restano gli stessi, nulla può alterare il valore dell’unità, e con esso il livello dei prezzi, tranne mutamenti nel volume della valuta.” (Scott 1897, pag. 56).

Di conseguenza, i fautori della teoria quantitativa tendono a trascurare l’importanza della domanda di moneta. Come fa notare Carver (1934, pag. 188): “Per lo più, le teorie quantitative della moneta si presentano come teorie basate sulla domanda e sull’offerta. Sfortunatamente, alla domanda è stata dedicata un’attenzione minore che all’offerta di moneta. In effetti, alcuni di coloro che espongono la teoria quantitativa ignorano completamente la domanda di moneta e procedono assumendo che conti solo l’offerta. Questo ignorare l’aspetto della domanda e concentrarsi solo sull’aspetto dell’offerta sembra bastato sull’ulteriore assunto che la domanda di moneta sia, in un momento determinato e date quelle tali circostanze, fissa; che consista unicamente nel numero di beni e servizi che sono in vendita.”.

A tutt’oggi, la teoria quantitativa della moneta continua a dominare nei manuali di economia più diffusi. Alcuni dei testi più usati sono: Mankiw (2004), Blanchard (2006), Stockman (1999), Hyman (1994), Slavin (1994), Boyed e Melvin (1994), Sachs e Larrain (1993), Ekelund e Tollison (2000), Case e Fair (1994), Dornbusch e Fischer (1990). Solo pochi autori di manuali (Colander 1995 e Sloman 1994) menzionano le qualità della moneta, mentre Melotte e Moore (1995) affermano che una buona moneta dev’essere divisibile, facile a trasportarsi, durevole e di valore stabile. Addirittura, il manuale di Abel, Bernanke e Croushore (2008) non parla affatto delle qualità.

Williamson (2005, pag. 536) si spinge fino a discutere svariati problemi relativi alle qualità della moneta merce: in primo luogo, la sua qualità sarebbe difficile a identificarsi. In secondo luogo, produrla sarebbe costo. In terzo luogo, l’uso della merce come moneta la distoglie da altri usi.

Williamson (2005) potrebbe aver fornito il vero motivo per cui si scrivono solo poche righe – se si scrivono – a proposito della qualità della moneta, perché è stato l’avvento della moneta-segno che ha spinto gli economisti a credere di aver trovato la forma perfetta di moneta. Così, Lewis e Mizen (2000, pag. 47) affermano che la moneta cartacea può, in linea di principio, funzionare meglio della moneta-merce. Sostengono che il suo valore può essere stabilizzato meglio e che comporta costi minori in termini di risorse.

Un secondo motivo per la virtuale scomparsa della qualità della moneta dall’analisi economica è il modello dell’equilibrio generale e la matematizzazione della scienza economica. Nell’analisi basata sull’equilibrio generale, non esiste alcun processo. Con quest’analisi, l’evoluzione e l’origine della moneta, che richiederebbero un’analisi della qualità della moneta, non possono essere spiegate. In effetti, la teoria quantitativa della moneta non può spiegare né il sorgere della moneta né la sua demonetizzazione. Inoltre, la matematizzazione in economia e la corrispondente ascesa della teoria quantitativa della moneta lasciano ampio spazio alle misurazioni. Dal momento che la quantità della moneta si può impiegare meglio in termini di matematica e misurazioni, la sua qualità è passata in cavalleria.

Intuizioni nel campo della teoria della qualità della moneta sono esistite prima del ventesimo secolo. Ma queste anticipazioni si limitano ad elencare le caratteristiche che deve possedere un buon mezzo di scambio, trascurando di sottolineare l’importanza delle caratteristiche per il potere d’acquisto della moneta. In altri termini, esse non studiano l’impatto dei mutamenti di tali caratteristiche sul potere d’acquisto e non si traducono in una teoria unitaria della qualità della moneta. La moneta assolve ad altre funzioni, oltre a servire come mezzo di scambio. Essa funge anche da riserva di valore e unità di conto. Una completa teoria della qualità della moneta, pertanto, deve studiare le qualità di una moneta anche rispetto a queste altre due funzioni. Qui non si prenderà in esame la funzione di unità di conto, per concentrarsi invece sulle funzioni di mezzo di scambio e riserva di ricchezza.

Articolo di Philipp Bagus su THE QUARTERLY JOURNAL OF AUSTRIAN ECONOMICS 12, NO. 4 (2009): 22–45

Tradotto da Guido Ferro Canale

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Le interferenze coercitive – II parte

Lun, 20/10/2014 - 08:00

Spesa pubblica e legislazione

 Con le risorse prelevate coercitivamente dai privati lo Stato effettua una serie di spese: paga gli stipendi dei funzionari pubblici, acquista beni (tavoli, penne, carta, termometri ecc.) necessari per l’erogazione di servizi pubblici, effettua trasferimenti a individui. La spesa pubblica può essere suddivisa in due grandi categorie: trasferimenti e impiego di risorse (es. imprese pubbliche). Nei primi lo Stato sussidia privati individui che decidono autonomamente come impiegare quelle risorse; nei secondi i beni e le risorse sono usate direttamente dallo Stato per produrre beni o servizi.

L’altro grande strumento di interferenza statale nell’economia è rappresentato dalla normazione, costituzionale, primaria e secondaria, che può modificare l’allocazione delle risorse senza intermediare queste direttamente, come invece avviene nella modalità precedente, caratterizzata dalla sequenza prelievo-spesa pubblica.

 Efficienza

 L’intervento statale qui analizzato si origina dalla premessa secondo cui il mercato in alcune circostanze non sarebbe in grado di allocare le risorse nella maniera più efficiente, realizzando quantità prodotte subottimali (in difetto o in eccesso), danni ai beni ambientali, monopoli, consumi distorti, asimmetrie informative.

Per affrontare i primi due aspetti è opportuno esaminare preliminarmente il concetto, proposto dalla teoria convenzionale, di esternalità. L’esternalità è l’effetto esterno (positivo o negativo) che l’azione di un soggetto fa ricadere su altri soggetti. Esempi di esternalità negative sono l’inquinamento, i fumi, i rumori, una malattia contagiosa; esempi di esternalità positive sono i ‘beni pubblici’, o un bosco che diffonde aria pulita in una vallata o evita l’erosione del suolo. Nel caso delle diseconomie esterne vi sono costi non pagati dal produttore, e dunque l’attività produttiva non sarebbe ottimale, ma superiore a quella ottimale. In caso di economie esterne, vi sono benefici non retribuiti al produttore che li ha generati, e dunque la produzione sarebbe sub-ottimale, cioè inferiore a quella che apporta il massimo benessere.[1]

 Beni pubblici (o collettivi)

I public goods sono i beni la cui utilità è goduta collettivamente, non individualmente, cioè sono caratterizzati – definizione di Samuelson (1954) – da non-escludibilità (non posso escludere un’altra persona dal godimento del bene) e da non-rivalità (non ho interesse a escludere un’altra persona dal consumo, perché la sua utilizzazione non riduce la mia; detta anche “indivisibilità”) [2]. Esempi: giustizia, ordine pubblico, difesa, servizio antincendio, fari. Secondo la teoria prevalente, questi beni o servizi non possono essere divisi in dosi di dimensioni variabili, come avviene per un qualsiasi bene tangibile (es. il pane), perché, una volta che sono attivati, vengono goduti automaticamente da tutti. Un esempio classico è rappresentato da una macchina della polizia che pattuglia un isolato; tutti coloro che abitano in quella sezione di territorio sono automaticamente protetti dal servizio predisposto, godendo ad esempio dell’effetto di deterrenza nei confronti di eventuali scippatori o ladri di appartamenti. Anche volendo, un residente non potrebbe sottrarsi alla fruizione del servizio, che si estende necessariamente (“effetto esterno” non circoscrivibile) ad una data area spaziale[3].

A causa di tale caratteristica, secondo la teoria prevalente il finanziamento dei beni pubblici dovrebbe essere coercitivo, altrimenti può insorgere il problema del free rider: data la non escludibilità dal godimento del bene, ne usufruiranno anche coloro che non pagano; dunque il finanziamento volontario non funzionerebbe, perché ogni individuo avrebbe l’incentivo a non pagare, a fare lo “scroccone”, sapendo che godrà ugualmente del servizio pagato dagli altri. In aggiunta, nessuno vuole trovarsi nella condizione del “babbeo” (sucker), contribuendo mentre altri fruitori non contribuiscono[4]. L’esito è che il bene, per carenza di risorse, o non sarebbe fornito (incassi inferiori al costo di produzione) o sarebbe fornito in quantità subottimali, cioè minori di quanto servirebbe. Gli incentivi al guadagno non sarebbero sufficienti a indurre gli agenti privati a fornire i beni collettivi. Da qui la conclusione: i beni pubblici devono essere forniti dallo Stato attraverso l’imposizione fiscale.

Critiche

1) Tutti i beni definiti “pubblici” sono in realtà divisibili. Nel senso che non esiste un’entità assoluta, una quantità fissa di un bene, ad esempio la protezione, fornita dallo Stato a tutti, come non esiste un bene assoluto chiamato “cibo” o “vestiario”. Un elemento ineliminabile dell’esistenza umana è che gli individui vivono in uno spazio tridimensionale sulla superficie della terra. Un bene produce effetti esterni su un determinato spazio fisico, e non su un altro, e all’interno dello spazio fisico su cui ha effetti, incide in misura maggiore in alcune zone e minore in altre. Ciò significa che anche per i beni summenzionati esiste escludibilità e rivalità. Ad esempio, relativamente all’escludibilità: le guardie giurate che proteggono una banca possono non intervenire contro il ladro che deruba un negozio che non è loro cliente; dunque è possibile escludere (in questo caso il titolare del negozio) dal servizio della protezione. Rivalità: se un poliziotto pattuglia un quartiere non ne può pattugliare un altro; dunque c’è rivalità nel consumo, perché io ho interesse a che il poliziotto pattugli il mio quartiere e non quello limitrofo, altrimenti il servizio prestato a me si riduce. Questo significa che, nei fatti, ci sono gradi praticamente infiniti di protezione: da un poliziotto solo che pattuglia un intero quartiere a più guardie del corpo personali attive ventiquattro ore su ventiquattro, il che evidenzia la divisibilità del servizio. Anche riguardo alla difesa nazionale, talvolta considerata un bene pubblico “puro”, la maggior parte degli strumenti non difende l’intero territorio nella stessa maniera: un sottomarino che pattuglia l’Oceano Pacifico orientale protegge la California molto più di Boston. D’altra parte, la difesa dev’essere divisibile: se non fosse così, essa, una volta predisposta, difenderebbe anche il territorio del nemico; invece è possibile limitarla al territorio che interessa[5].

Allora, se non esiste una quantità assoluta, ma quantità concrete, è possibile realizzare una quantità ottima di tali beni sulla base delle leggi della domanda e dell’offerta[6].

2) Per quanto riguarda la non perfetta coincidenza fra acquirente e beneficiario, che determinerebbe il problema del free rider (vengono beneficiate persone che non pagano), si fa notare che tantissime attività private beneficiano indirettamente soggetti diversi dagli acquirenti, eppure i sostenitori dell’esistenza dei beni pubblici non ne reclamano un finanziamento coercitivo (e ciò non comporta il venir meno dell’attività); in sostanza, come per primo notò il filosofo ed economista Rothbard, non si vede perché le esternalità positive debbano rappresentare un problema sociale. Esempi: a) la vista del giardino del mio vicino potrebbe darmi piacere, ma devo essere tassato per questo, anche se non è un servizio che ho chiesto esplicitamente? Il giurista R. Barnett propone un esempio simile: la vista di un campo da golf da una finestra della sua abitazione. Nonostante egli traesse piacere da quella vista, il circolo di golf non gli ha mai chiesto il pagamento di una somma di denaro. Le quote pagate dai soci erano sufficienti per l’attività del circolo, cioè per la produzione e l’utilizzazione del bene. Tra l’altro, il mercato riesce a incorporare la maggiore o minore gradevolezza di un luogo, attraverso il prezzo (o il canone d’affitto) più alto o più basso dell’abitazione che in esso si trova. b) Tutti noi che viviamo nel momento presente godiamo della grande accumulazione di beni, invenzioni e idee realizzata dai nostri antenati, senza la quale vivremmo in una giungla primitiva.[7] c) Altri esempi di benefici (esternalità positive) non pagati sono l’effetto del deodorante utilizzato da una persona per gli altri passeggeri di un autobus, o la musica goduta da coloro che non mettono i soldi nel cappello dei musicisti di strada, o le bellezze architettoniche di una città, o il piacere estetico generato negli uomini dalla cosmesi delle donne; tuttavia nessun economista suggerirebbe di costringere i soggetti beneficiati in tutte queste circostanze a pagare i produttori. d) W. Block ha ironicamente osservato che anche un bene privato come un paio di calze produce effetti esterni: se un individuo non le indossa d’inverno può raffreddarsi, dunque non lavorare e quindi contrarre la produzione nazionale, oppure può contagiare altre persone che lo frequentano. Tutti questi esempi dimostrano che il problema del free-rider è in realtà molto meno importante di quanto la teoria prevalente non suggerisca, perché, paradossalmente, esso è molto diffuso nel mondo reale. Insomma, l’argomento del free rider è un argomento che “prova troppo”. In sostanza, non tutte le esternalità devono essere pagate, ma solo quelle che un individuo ha espressamente richiesto (sul mercato), “rivelando” le sue preferenze.

3) Il grado di privatezza o pubblicità dei beni è dato dalle circostanze, dalle valutazioni e dalle preferenze degli individui, che sono mutevoli: secondo l’esempio di Hoppe, un bene giudicato privatissimo come il colore delle mie mutande può diventare un bene pubblico nel momento in cui qualcuno comincia a interessarsene; mentre un bene considerato pubblico come il colore della facciata della mia casa può diventare privato nel momento in cui gli altri smettono di interessarsene.

4) L’utilità tratta dagli individui non è misurabile, dunque lo Stato non ha strumenti per conoscere quanto beneficio ciascuno trarrebbe dai beni e quindi il corrispondente ammontare di tassa da pagare. Oppure, quello che per lo Stato è un “bene”, per uno o più persone può essere un “male” (es. le spese per la difesa per un pacifista). In teoria si dovrebbe chiedere ad ogni persona il suo atteggiamento nei confronti di ogni bene, per sapere se deve finanziarlo o no. Ma sarebbero costi di transazione giganteschi; inoltre la persona potrebbe mentire; infine i gusti cambiano, dunque questa indagine dovrebbe essere continua, ma ciò impedirebbe in pratica di prendere qualunque decisione.[8]

Dunque è impossibile qualunque criterio oggettivo di distinzione fra beni privati e pubblici sulla base di particolari caratteristiche tecniche o fisico-chimiche del bene.

5) La maggior parte dei beni pubblici ha una base territoriale, il che compromette la caratteristica della non-escludibilità. Il proprietario di una data area territoriale infatti può controllarne l’accesso, e può quindi incorporare il costo dei beni pubblici nel prezzo richiesto ai residenti, in particolare nei canoni. In tal caso non si pongono problemi di free riding. Esempi: comprensori tipo Olgiata o Casalpalocco, condominî[9], club sportivi, centri commerciali, campeggi, parchi tematici[10], private town[11].

6) Si parte dal pregiudizio che i privati, a seguito dell’esistenza di elevati costi di transazione (fare incontrare e accordare un elevato numero di persone), volontariamente non contribuirebbero, o non contribuirebbero in maniera sufficiente. La tesi convenzionale, come si è visto, ritiene che la condizione di “babbeo” sia indiscutibilmente preclusiva del contributo. Ma l’evidenza empirica è di tutt’altro segno. Se un bene è importante gli individui si accordano e contribuiscono anche sapendo che ci sono alcuni free rider[12]. L’esistenza di free-rider nella realtà è diffusissima, eppure non impedisce quasi mai la produzione e l’offerta dei beni caratterizzati da non-escludibilità. Il contributo volontario alla fornitura di un bene non escludibile può avvenire per diversi motivi, di segno egoistico o altruistico: ad esempio per senso di giustizia; o a causa del boicottaggio sociale che deriverebbe da un comportamento opportunistico; o dal desiderio di accettazione e integrazione in una data comunità; o per “simpatia” smithiana. Esempio: le luminarie di Natale nei quartieri, spesso finanziate dai commercianti della zona; il fatto che alcuni commercianti non contribuiscano non induce gli altri a non contribuire. Se la pervasività del free riding non si determina per un bene non primario, ancora minore sarà la sua incidenza per beni considerati più urgenti, come la protezione o il servizio antincendio. La tesi del fallimento di mercato parte da un presupposto erroneo, che gli individui o i nuclei familiari siano atomistici, unità isolate che non comunicano; ma non è così: in vista del soddisfacimento di un bisogno, gli individui intraprendono contatti reciproci e iniziative.

I punti 5) e 6) dimostrano che, volendo ammettere l’esistenza di beni pubblici, non si vede perché tali beni debbano essere fornito dallo Stato, e non da un’impresa privata, in grado di esprimere una struttura di governance (organizzazione interna) ed economie di scala efficienti.

7) L’evidenza storica mostra che tutti i beni oggi definiti (spesso erroneamente) pubblici e monopolizzati dallo Stato in passato erano offerti da privati: la giustizia, la protezione[13], l’istruzione[14], il servizio postale, le strade[15], i fari[16]. Ed attualmente servizi giurisdizionali o di protezione sono offerti da privati o gestiti privatamente: le polizie private (vigilantes), le guardie del corpo[17], le scorte, le agenzie di investigazione, gli impianti antifurto, le sbarre alle finestre, i cani da guardia, la detenzione di armi, le cassette di sicurezza, le assicurazioni, la giustizia civile (arbitrati e transazioni, es. American Arbitration Association, o la London Commercial Court per le controversie fra parti appartenenti a paesi diversi)[18], le carceri. Non c’è un solo bene pubblico che non sia stato o non sia offerto da privati.

Si dice che la difesa è un “fallimento del mercato”; ma intanto la storia anche recente evidenzia solo i fallimenti dello Stato in questo settore: Pearl Harbour, l’11 settembre. Lo stesso vale per l’ordine pubblico: la percentuale di reati non perseguiti sul totale è altissima.[19]

Piero Vernaglione Tratto da Rothbardiana Link alla prima parte

Note

[1] Al concetto di esternalità quale premessa di un intervento di rettifica può essere rivolta la già esaminata obiezione sull’impossibilità di un calcolo oggettivo dell’utilità (benefici) o della disutilità (costi), entità soggettive e non misurabili. Per la scuola Austriaca le uniche esternalità (negative) sono quelle derivanti da un’invasione fisica della proprietà altrui, come ad esempio accadrebbe se il mio vicino gettasse la sua spazzatura nel mio giardino.

[2] Il termine “pubblici” dunque non significa “di proprietà dello Stato”, ma l’equivoco è frequente; anche perché, nella letteratura economica, l’espressione “beni pubblici” spesso si riferisce al sottoinsieme dei beni collettivi costituito dai beni forniti dallo Stato.

[3] Spesso vengono erroneamente inseriti in tale categoria beni che non possiedono entrambe le caratteristiche della non-escludibilità e della non-rivalità. Ad esempio le strade mancano di entrambi i requisiti, perché, oltre ad esistere rivalità nel consumo determinata dalla caratteristica della “congestionabilità” (il traffico ne è un tipico esempio), è possibile anche l’escludibilità, cioè la possibilità di selezionare a piacere attraverso sbarre o pedaggi. Un altro bene è il segnale televisivo, che è caratterizzato da non-rivalità (il fatto che una persona veda un programma non riduce la possibilità per un’altra di vedere lo stesso programma), ma è escludibile: si pensi agli strumenti tecnologici di crittazione del segnale oggi utilizzati dalle pay tv, che consentono di escludere singoli individui dalla visione di un programma televisivo. Anche la ricerca non è un bene pubblico: infatti coloro che vogliono godere dei frutti della ricerca pagano acquistando i libri, le pubblicazioni ecc. che la contengono, mentre chi non paga è escluso dalla conoscenza e apprendimento delle nuove idee; inoltre i proprietari di brevetti possono escludere gli altri dalla produzione dei frutti delle ricerche.

[4] Nei termini della teoria dei giochi, è il caso del “dilemma del prigioniero” in cui ogni individuo ha un incentivo a non cooperare, anche se potrebbe esservi un guadagno collettivo nell’ipotesi di cooperazione.

[5] Anche relativamente a beni per i quali non si mette in discussione la loro natura collettiva grazie ad un’esternalità non circoscrivibile, come un monumento o la facciata di un palazzo esteticamente gradevoli, l’elemento spaziale rende tali beni congestionabili. Come ha osservato M. Gaffney (1968), «un paio di occhi in più che ammirano una cascata non va a diminuirne la bellezza, ma il proprietario di quegli occhi occupa una piazzola di campeggio e una sede stradale, risorse limitate che devono essere razionate». Inoltre, «se le cascate Yosemite rispettassero veramente i criteri di bene pubblico – nessun costo marginale – allora una singola cascata dovrebbe soddisfare il mondo intero. […] Ma le cascate servono uno spazio limitato, e l’accesso è razionato dal controllo di tale spazio».

[6] Quando gli economisti parlano di quantità “ottimale” (che lo Stato garantirebbe e il mercato no), non indicano mai il criterio oggettivo in base al quale si possa stabilire tale ottimalità. Una “funzione del benessere sociale” è impossibile (teorema dell’impossibilità di Arrow) perché i valori sono soggettivi, dunque una scala di valori sociali non esiste e qualunque metodo di derivazione di tale funzione è arbitrario e dunque dittatoriale.

[7] Questo argomento viene utilizzato dagli esponenti del collettivismo metodologico e dai redistributivisti per attenuare o confutare la legittimità dei guadagni personali, soprattutto quando sono di grande entità, giustificando il trasferimento dei redditi alla “collettività” e, con un salto logico, allo Stato. Se il merito di ciò che si è riusciti a realizzare è dovuto, in misura più o meno grande, all’ambiente in cui si vive – al contesto infrastrutturale, culturale, istituzionale – allora non si ha titolo ad appropriarsi di tutti i frutti dei propri sforzi, iniziative e invenzioni; quei frutti vanno condivisi. L’errore in tale ragionamento è duplice: 1) il fatto che l’essere umano tragga un vantaggio enorme dalle interazioni con gli altri, dalla socialità (senza di essa qualsiasi individuo non avrebbe a disposizione nemmeno il linguaggio per esprimere i concetti, oltre alle conoscenze sviluppatesi in tutta la storia umana precedente) non significa che egli sia deterministicamente una semplice e passiva espressione o derivazione del “tutto” sociale. Se fosse così, non si potrebbero spiegare le innumerevoli situazioni in cui individui specifici, rielaborando le idee ricevute, hanno prodotto grazie alla propria individualità nuove idee e progressi nei vari campi del sapere e della tecnologia. Il collettivismo «nega che gli individui possano formarsi idee per proprio conto, governare le proprie vite alla luce di tali idee e essere responsabili dei risultati di esse. [...] Sebbene noi siamo esseri sociali, vi è una insopprimibile individualità delle nostre vite, e per la nostra realizzazione ciò implica che dobbiamo poter essere sovrani delle nostre vite» (T.R. Machan, Libertarianism, For and Against, Rowman & Littlefield, Lanham, Maryland, 2005, p. 68). 2) Il secondo errore consiste nel salto logico di identificare nei trasferimenti coercitivi dell’imposizione fiscale i canali che ripristinano una condizione di giustizia, risarcendo chi davvero ha contribuito alla ricchezza complessiva. Ma «le imposte non sono lo strumento per rimettere alla società i nostri debiti. Se lo fossero, probabilmente alcuni di noi più che al paese in cui vivono dovrebbero mandare un assegno mensile al professore di liceo che per primo ha visto in loro del talento, devolvere quote del proprio reddito per mettere fiori sulla tomba della nonna che per prima li ha accompagnati al pianoforte, inviare i propri ringraziamenti alla famiglia di Charles Darwin o a quella di Guglielmo Marconi» (A. Mingardi, L’intelligenza del denaro, Marsilio, Venezia, 2013, p. 213). Inoltre, i benefici che il soggetto ha ricevuto dalle generazioni precedenti e dai contemporanei non erano stati da lui richiesti.

[8] Per gli stessi motivi la celebrata analisi costi-benefici di fatto è impossibile. Se i costi e i benefici sono espressi in termini di utilità, essi non sono misurabili e confrontabili; gli eventi futuri non sono prevedibili e quantificabili (quante persone moriranno senza la cintura di sicurezza in automobile?); infine, se costi e benefici sono espressi in termini monetari, non si capisce come assegnare il valore di alcuni eventi in unità monetarie (quanti euro vale aver salvato la vita dell’automobilista?).

[9] Come Fort Ellsworth in Virginia.

[10] Ad esempio Disneyworld in Florida, che copre un area di 116 km2 a sud-est di Orlando.

[11] Come Arden nel Delaware o Reston in Virginia.

[12] Nei termini della teoria dei giochi svolta da de Jasay: per i teorici dei beni pubblici il risultato “fare il free rider e non avere il bene pubblico” è preferita al risultato “avere il bene pubblico ma risultare babbeo”. Ma per de Jasay la struttura degli incentivi può essere tale da far preferire per prima sempre la scelta da free rider, ma di preferire la scelta da babbeo a quella di trovarsi senza il bene pubblico. A. de Jasay, Social Contract, Free Ride: A Study of the Public Goods Problem, Clarendon Press, Oxford, 1989.

[13] Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna la polizia pubblica viene imposta solo a partire dalla metà dell’Ottocento, e a fronte di notevoli resistenze da parte della cittadinanza: cfr. T.A. Ricks, B.G. Tillett,  C.W. Van Meter, Principles of Security, Criminal Justice Studies, Anderson Publishing Co., Cincinnati, 1981, p. 5; F. Morn, The Eye that Never Sleeps, University Press, Bloomington, Ind., 1982, p. 8.

[14] High e Hellig (1998) hanno dimostrato che in Gran Bretagna e negli Stati Uniti l’istruzione veniva fornita in forma privata e su larga scala prima che i governi la soppiantassero.

[15] Oggi negli Stati Uniti strade private esistono in molte comunità, in particolare a St. Louis, nel Missouri. Il finanziamento tramite tariffe sul passaggio e parcometri è più efficiente rispetto al finanziamento tramite fiscalità generale.

[16] I fari dei porti (lighthouses) hanno rappresentato l’esempio di bene collettivo più utilizzato dagli economisti (Mill, Samuelson, Arrow, Buchanan, Heilbroner, Thurow). Ma in Inghilterra dal ‘600 all’800 i fari erano gestiti da privati, che riscuotevano quando le imbarcazioni attraccavano al porto, e in relazione alla rotta seguita.

[17] Negli Stati Uniti oggi i poliziotti privati sono il doppio di quelli pubblici, un chiaro sintomo dell’insufficienza e dell’inefficienza della polizia statale.

[18] Negli Stati Uniti circa il 75% delle controversie commerciali sono definite tramite arbitrato privato o mediazione.

[19] Su questo aspetto i dati riguardanti i vari stati del mondo configurano una vera e propria bancarotta nella capacità di fornire protezione ai cittadini. In Italia nel 2011 i furti non puniti sono stati pari al 97,4% del totale, gli omicidi il 60%, le rapine l’80%. Un processo civile dura in media sette anni, uno penale cinque (dati ministero della giustizia 2012).

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La qualità della moneta (parte prima)

Ven, 17/10/2014 - 08:00

Quest’articolo di Philipp Bagus costituisce senza dubbio – almeno nelle ambizioni, ma fors’anche nei risultati – il maggior contributo alla teoria monetaria da quando Ludwig von Mises ha pubblicato la Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione. Basti dire che l’intento di Bagus è fondare una teoria qualitativa che, superando le note deficienze della quantitativa, ne mantenga l’acquisizione sull’importanza dell’offerta, ma all’interno di un quadro dove diventa centrale la domanda di moneta – finora poco o per nulla analizzata – come fattore determinante nell’uso monetario di un bene o nella sussistenza della moneta-segno.

Alcuni assunti dell’A. non mi persuadono del tutto e sarò lieto, se ne avrò il tempo e le energie, di dedicare un articolo all’argomento; ma considero indispensabile offrire ai lettori italiani una traduzione integrale di questo contributo teorico, perché, quale che ne sia l’esito ultimo in sede di dibattito scientifico, esso resterà una pietra miliare.

Qui, però, mi permetto una notazione critica proprio come traduttore: Bagus, forse perché tedesco e quindi abituato alle parole composte, scrive in un inglese decisamente ricco di ripetizioni; il risultato, in italiano, è un’insistenza quasi ossessiva sul termine “moneta”. Nell’impossibilità di ricorrere a sinonimi come “denaro”, non usati nella teoria monetaria, ho scelto di rispettare questa peculiarità stilistica e sostituire “money” con pronomi e particelle varie solo quando mi pareva che la leggibilità del testo lo imponesse; mi scuso, quindi, con i lettori per l’impressione negativa che potrebbero riportare dal persistente eccesso di iterazioni. 

 

Abstract: Molto è stato scritto sulla quantità della moneta e i suoi effetti sul potere d’acquisto. Invece, i mutamenti nella qualità della moneta sono stati generalmente trascurati. Questo saggio analizza i mutamenti nella qualità della moneta e l’influenza di questa sul potere d’acquisto della moneta.

I. Introduzione

Di recente, la teoria economica ha trascurato i legami tra il potere d’acquisto e la qualità della moneta. Per colmare questa lacuna, intendo analizzare la qualità della moneta e l’impatto dei suoi cambiamenti sul potere d’acquisto della medesima. Sosterrò che i cambiamenti nella qualità possono essere ben più importanti, per il valore della moneta, delle variazioni quantitative. Questa conclusione è in linea con l’approccio soggettivista della Scuola Austriaca. In effetti, la quantità di moneta è un aggregato oggettivo e misurabile. La teoria quantitativa è il cuore della teoria monetaria neoclassica, ma non si sposa bene con l’approccio austriaco. Invece, la qualità della moneta è un concetto soggettivo e dovrebbe stare al centro di una teoria monetaria basata sull’azione umana. La moneta serve alle persone perché permette loro di perseguire i propri scopi in modo più efficienti e assolve per loro a certe funzioni. Tanto meglio queste funzioni della moneta vengono assolte agli occhi degli attori [economici], tanto maggiore il valore che attribuiscono alla moneta. La qualità della moneta è, di conseguenza, definita come la sua capacità – così come percepita dagli attori – di assolvere alle sue funzioni principali, ossia di fungere da mezzo di scambio, riserva di ricchezza e unità di conto. Perciò, la teoria della qualità della moneta sostiene che la domanda di moneta dipende dalla qualità della moneta. Questa, in effetti, è – insieme con l’incertezza, le innovazioni finanziarie (carte di credito, Bancomat, MMMF), la frequenza dei pagamenti etc. – uno dei fattori importanti che influenzano la domanda di moneta come riserva o fondo cassa. Sicché, la teoria della qualità della moneta entra in contrasto con una spiegazione unilaterale del livello dei prezzi, fondata sulla teoria quantitativa.

Per prima cosa, riesaminerò il modo in cui quantità e qualità della moneta sono state trattate dagli economisti. Quindi, analizzerò diverse proprietà della moneta che ne influenzano la qualità e il modo in cui esse possono cambiare.  Nella disamina, mi concentro sulle funzioni di mezzo di scambio e riserva di valore. Concludo con una sintesi delle mie scoperte.

[L'inizio della disamina vera e propria sarà pubblicato tra sette giorni. N.d.T.]

Articolo di Philipp Bagus su THE QUARTERLY JOURNAL OF AUSTRIAN ECONOMICS 12, NO. 4 (2009): 22–45

Tradotto da Guido Ferro Canale

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Scambio e cooperazione: come il libero mercato beneficia tutti

Mer, 15/10/2014 - 08:00

Di seguito, cercherò di fornire delle spiegazioni in ordine all’idea più importante nella storia dell’analisi sociale. La nozione (in realtà, trattasi di una descrizione della realtà che ci circonda, ancorché raramente percepita) è conosciuta da secoli. È stata osservata dagli antichi. È stata descritta con rigore dai monaci tardo – medievali che operavano in Spagna. È stata analizzata con precisione scientifica nel periodo classico. Ed è stata la base dei progressi della teoria sociale nel corso del XX secolo.
Di fatto, essa rappresenta una parte essenziale nella causa della libertà. Ha costituito il fondamento della fiducia riposta dai nostri antenati nella possibilità di sbarazzarsi di un dominio tirannico, senza che al contempo la società rischiasse di sprofondare nella povertà e nel caos. L’incapacità di comprendere questa idea è alla radice del pregiudizio diffuso contro la libertà e contro la libera intrapresa, così invalso ai nostri tempi, ravvisabile sia a sinistra che a destra.

Sto parlando della divisione del lavoro, conosciuta anche come la legge del vantaggio comparato o come legge dei costi comparati, ovvero anche come legge di associazione. Possiamo definirla come più ci aggrada, ma si tratta probabilmente del più grande contributo che l’economia ha fornito ai fini della comprensione dell’universo che ci sta attorno.
Questa legge – una sorta di vera e propria legge di gravità, non certo una legge come quella sui limiti di velocità – è una descrizione dei motivi che inducono le persone a  cooperare, nonché dell’ubiquità delle condizioni che promuovono tale cooperazione. Se ci si fermasse a ragionare solo per qualche minuto, si riuscirebbe a comprendere come sia possibile che la società funzioni e possa generare valore anche in assenza di una mano visibile che ne diriga il suo percorso. Così come potremmo anche accorgerci di quanto infondate ed ingannevoli siano le critiche mosse all’economia di mercato, in funzione della sua natura votata a consentire ai forti di prevaricare sui deboli.

Questa legge dimostra come sia possibile che le persone possano ottener profitto, tanto dal punto di vista materiale quanto da ogni altro aspetto, cooperando tra di loro, anziché agendo in condizioni di isolamento. Esse non solo possono propiziare la soddisfazione che deriva dal compartecipare alla realizzazione dei progetti con propri simili; ma possono guadagnare in concreto, acquisendo beni e servizi tangibili, i quali diventano accessibili a tutti noi.

Quello che più rileva è che ognuno riesce a guadagnare di più rispetto alla somma delle singole parti. Attraverso la cooperazione e lo scambio, siamo in grado di generare maggiori output di quanti se ne riuscirebbero a produrre in condizioni di isolamento. Questo principio è valido tanto nei contesti economici più semplici, quanto negli scenari più complessi.

Dovremmo cercare di declinare questo principio in maniera più rigorosa, così che si riesca ad apprezzare la magia legata al funzionamento del mercato (sono debitore, per queste elaborazioni, a  Ludwig von Mises per quanto esposto in Human Action, a Murray Rothbard con Freedom, Inequality… ” e soprattutto a Manuel Ayau ed al suo Not a Zero-Sum Game, disponibile attraverso il canale Mises. Org).

Supponiamo che entrambi, il sottoscritto e tu lettore, siamo in grado di sfornare sia delle ciambelle che delle torte. Ma c’è un problema di fondo: tu riesci a fare tutto con incredibile efficienza. In effetti, tu sei il mglior produttore di torte e ciambelle che si sia mai visto in circolazione. Un vero e proprio fuoriclasse,  uno dei migliori di tutti i tempi.

Al contempo, io non mi avvicino minimamente al tuo livello. Certo, anche le mie ciambelle sono altrettanto buone, ma ci metto una vita a prepararle. Con le torte è la stessa storia. Ci metto tutto l’impegno possibile, faccio di tutto per provarci, ma non riesco proprio a cuocerle come fai tu.

Cosa dobbiamo aspettarci che accada in situazioni di questo genere? La risposta intuitiva, che siamo abituati a sentire in qualsiasi aula di sociologia del paese, è che tu ti metterai a produrre sia le ciambelle, che le torte. Nessun altro lo potrà fare. Sostanzialmente, avrai un completo predominio su tutti e acquisirai uno sconfinato potere di mercato. Se qualcuno volesse fare la stessa cosa, dovrebbe comunque scendere a patti con te e con te solo.  Tu sei privilegiato, baciato dalla fortuna, ricco, potente, e il resto di noi non potrà far altro che vivere con soggezione, dipendendo da te.
Ma in realtà, non è  propriamente quello che succede.  Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capirne i motivi.
Supponiamo di non esserci mai incontrati, e che stiamo entrambi sfornando ciambelle e torte. Ecco cosa accade in un periodo di 24 ore: tu riesci a sfornare 12  ciambelle in 12 ore e 6 torte nelle restanti 12. Io, d’altro canto, riesco solamente a produrre 6 ciambelle nelle prime 12 ore, ed appena 2 torte nelle restanti 12.

 

Produzione in condizioni di isolamento

 

Tu

Tu

Io

Io

Ore

12

12

12

12

Produttività

12 ciambelle

6 torte

6 ciambelle

2 torte

 

Se entrambi lavoriamo a questo ritmo, la produzione totale sarà di 18 ciambelle e di 8 torte.
In ogni caso, il costo di ogni decisione può essere rappresentato come il valore della miglior alternativa cui si rinuncia, a fronte del perseguimento di quelle decisione. Quindi, per te il costo di ogni torta è pari a quello di 2 ciambelle  e, parimenti, il costo di ogni ciambella equivale a quello di mezza torta. Per me, il costo opportunità di sfornare una torta è di 3 ciambelle, mentre quello di produrre una ciambella è pari ad 1/3 di una torta.

Se si presta attenzione, potrai renderti conto che tu sei in grado comunque di organizzarti, mentre io, su questo fronte, me la passo piuttosto male. Quali possibilità avrei, dunque?
Forse la mia speranza è aggrappata al fatto ineludibile che, anche per te come per tutti, sia le risorse che il tempo sono tiranneggiati dal principio di scarsità e che, per un verso o per l’altro, non ne avresti mai a sufficienza. Ed è questo che ti induce a cominciare a pensare ad uno scambio. Sebbene io non sia così bravo né a sfornare torte, né a produrre ciambelle, puoi facilmente osservare che potresti ottenere di più, tanto delle une quanto delle altre, promuovendo la nostra cooperazione, in maniera tale da liberare il tuo tempo per specializzarti in quello che riesci a fare meglio.

Di fatto, comunque, pur specializzandoti nel produrre torte, avrai ancora bisogno di ottenere le ciambelle. Quindi potresti pianificare di porre in essere lo scambio con il sottoscritto, cedendo delle torte in corrispettivo delle ciambelle. Con questo progetto in mente, tenderai ad incrementare la produzione di torte, riducendo contestualmente quella delle ciambelle. D’altro canto, io smetterò completamente di sfornare torte, dedicandomi completamente alla produzione di ciambelle, nella speranza di porre in essere lo scambio produttivo con te.

 

Produzione in un contesto di cooperazione

 

Tu

Tu

Io

Io

Ore

8

16

24

0

Produttività

8 ciambelle

8 torte

12 ciambelle

0 torte

 

In tal modo, potrai dedicare 8 ore della giornata a creare ciambelle, sfornandone 8; nelle restanti 16 ore, riuscirai così a cuocere 8 torte. Nel frattempo, io mi posso concentrare esclusivamente nella produzione di ciambelle, sfornandone 12 nell’arco della giornata.
A questo punto, facciamo due conti. Prima della nostra cooperazione, si riusciva a produrre 18 ciambelle ed 8 torte. A seguito degli accordi di collaborazione, arriviamo ad un risultato complessivo di 20 ciambelle e 8 torte.

Allora, qual è il guadagno in tal caso? Precisamente, di due ciambelle. Ti pare incredibile? Non è cambiato nulla, nel frattempo; non si è registrato un incremento del nostro potenziale produttivo, non vi sono stati sviluppi tecnologici, così come non si sono riscontrate variazioni della curva di domanda dei consumatori, delle loro preferenze temporali, o ancora non abbiamo assistito ad alcun sovvertimento delle variabili di fondo. È accaduto semplicemente che abbiamo concordato di porre in essere delle strategie cooperative di scambio produttivo, anziché continuare a produrre in condizioni di isolamento e … voilà … come per magia ecco spuntare due ciambelle supplementari.
Pensi che vi sia un inganno? Riprendi l’esperimento che abbiamo fatto, controlla i numeri e le ipotesi. Io sono lo scarso di sempre, e tu il solito campione. E tuttavia c’è un ruolo per entrambi.
Facciamo un passo ulteriore e supponiamo che adesso sia giunto il momento di concretizzare lo scambio dei beni che abbiamo prodotto. Tu mi potresti dare 2 delle tue torte, in cambio di 5 delle mie ciambelle. Il che ti porta ora ad avere 13 ciambelle e 6 torte, mentre io posso contare su 7 ciambelle e 2 torte.

 

Risultati dopo lo scambio

 

Tu

Tu

Io

Io

Risultati

13 ciambelle

6 torte

7 ciambelle

2 torte

 

Lo scambio sarebbe del tutto ragionevole, posto che le ciambelle che acquisti da me ti sarebbero costate, in termini di tempo, ben 5 ore di lavoro. Certo,  ho impiegato 10 ore per cuocerle, ma cosa ottengo in contropartita se posso accedere allo scambio? Ben 2 torte, la cui produzione mi avrebbe assorbito 12 ore di lavoro. Quindi questo processo cooperativo è sicuramente funzionale, nella misura in cui, specializzandomi, ho risparmiato 2 ore di lavoro. Tu invece, incoraggiandomi a sfornare solo ciambelle, quanto tempo sei riuscito a risparmiare? Ben cinque ore, durante le quali ti sei potuto dedicare alla produzione di torte.

E quali sono i costi, in termini pratici e quantificandoli in beni materiali, cui dobbiamo far fronte per aver posto in essere lo scambio? Tu hai rinunciato a due torte. Io a 5 ciambelle. Se il nostro tempo è misurato in termini di beni prodotti, tu hai rinunciato al tempo necessario a sfornare 4 ciambelle per ottenerne 5, guadagnandone quindi 1. Io, al contrario, ho dovuto cedere 5 ciambelle, ma ho potuto risparmiare il tempo equivalente per produrne sei, atteso che il mio rapporto produttivo tra ciambelle e torte è di 3 a 1.

Alla fine, chi ha guadagnato di più tra noi? In termini concreti, come numero di ciambelle, otteniamo lo stesso risultato: una in più a testa. In termini di tempo, ho guadagnato più io. Come numero di torte, hai tratto un maggior vantaggio tu. Chi ne esce vincitore? Entrambi!  Quindi, nuovamente, a cosa dobbiamo questo mutuo guadagno? Alla cooperazione e  allo scambio. Niente di più, niente di meno.

Ora , si potrebbe asserire che tutto ciò è assurdo. Anche perché nessuno si è seduto a tavolino per fissare le matrici di cambio in base alle quali possiamo trarre beneficio dalla divisione del lavoro.  Ma è quello che, in realtà, facciamo ogni volta. Potrei essere, al contempo, un musicista sublime e un programmatore web. Ma, dichiarando di possedere un maggior vantaggio in qualità di programmatore, decido di lasciare la produzione musicale ad altri, anche se lo faranno in maniera meno efficace del sottoscritto.

È così anche nel mondo degli affari, a ben pensarci: il boss potrebbe essere al contempo sia un ottimo contabile che uno straordinario uomo delle pulizie, così come svolgere un egregio lavoro tanto nello sviluppo commerciale che nel supporto alla clientela. Potrebbe sicuramente espletare questi incarichi in maniera più efficiente rispetto a chiunque altro, ma il costo di fare una cosa si sostanzia nella rinuncia a portarne a termine un’altra. Ha senso dipendere dagli altri nella misura in cui tutti riescono a specializzarsi.

Si prenda ad esempio un grande pianista del XIX secolo, Franz Liszt. Era il miglior musicista in Europa, e soprattutto il più pagato. Supponiamo che egli fosse anche un grande accordatore di pianoforti. Gli sarebbe valsa la pena rinunciare ad un prova, in vista di un’esibizione che gli avrebbe fruttato 20 mila dollari, per accordare il proprio piano? Direi proprio di no. Avrebbe sicuramente preferito pagare qualcuno  200 dollari, per farlo in sua vece. Il costo opportunità di accordare il piano era sicuramente molto alto per Liszt, ma molto basso per l’accordatore chiamato in causa. Scambiando, ne avrebbero tratto beneficio entrambi.

Lo stesso discorso può essere fatto per i medici e per gli infermieri. Il medico potrebbe avere una grande abilità nella preparazione dei pazienti, ma se facesse così si ritroverebbe a  rinunciare ad eseguire un altro intervento chirurgico, rimettendoci così molte migliaia di dollari.

Si noti che queste considerazioni mantengono la loro validità anche nel caso in cui una persona disponesse di un vantaggio assoluto in ogni ambito del suo agire operativo. Quello che rileva, nel mondo reale, non è tanto il vantaggio assoluto, quanto il vantaggio comparato. Ecco, dunque, dove la legge di associazione si sostanzia e si concreta. E ciò che è indiscutibile per due persone, lo è anche per duecento, per duemila, così come per tutte le persone che vivono sulla terra. Prendiamo il caso del commercio internazionale, in virtù del quale si esaltano i mutui vantaggi per gli agenti che risiedono in paesi diversi.

Questo è il motivo per cui il commercio genera benefici per tutti, sia ai paesi poveri che a quelli ricchi, come aveva già notato Bartolomé de Albornoz nel XVI secolo:

Se non fosse per questi contratti, alcuni [paesi, ndt] perderebbero l’opportunità di ottenere beni che altri dispongono in abbondanza, così come, di converso, non sarebbero in grado di condividere le risorse che sono state oggetto di scambio con quei paesi in cui esse sono scarse.

Si noti che questi mutui guadagni non rivengono da un disegno pianificato a monte, bensì semplicemente dalla libertà di associazione, che Papa Leone XIII definì un “diritto dell’uomo” nella sua enciclica Rerum Novarum:

Se è [lo Stato] proibisce ai suoi cittadini il diritto di formare associazioni, contravviene al principio stesso della propria esistenza; in quanto entrambi, sia le associazioni che lo Stato, esistono in virtù del medesimo principio, ovvero, la propensione naturale dell’uomo a vivere in società.

Entrambi i vantaggi, di natura morale e pratica, sono stati ribaditi da Papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica Centesimus Annus:

È sempre più evidente come il lavoro di un individuo abbia delle naturali interrelazioni con il lavoro degli altri.  Oggi più che mai, il concetto di lavoro postula il lavorare con gli altri e il lavorare per gli altri: in buona sostanza, si tratta di fare qualcosa in favore di qualcun altro. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo nella misura in cui le persone diventano più consapevoli delle potenzialità produttive della terra, nonché più profondamente coscienti dei bisogni di quanti che sono poi i beneficiari del loro lavoro.

La legge è stata formalizzata da David Ricardo in Inghilterra e ulteriormente enfatizzata dagli economisti, sin da allora. Il senso di tale legge è inequivocabile: essa postula semplicemente che non è necessario che tutti gli individui che popolano questa terra siano dotati degli stessi talenti, al fine di trarre vantaggio dalla cooperazione. In realtà, è proprio la diversità degli individui che rende proficuo l’operare assieme e il porre in essere transazioni di libero scambio mutualmente vantaggiose.
Detto altrimenti, ciò significa che l’isolamento e l’autosufficienza conducono alla miseria. La cooperazione e la divisione del lavoro, al contrario, sono il percorso da intraprendere se si vuole generare ricchezza. Una volta capiti questi assunti basilari, si potranno confutare tutte le librerie piene di assurdità, in cui sono stati riversati fiumi di inchiostro tanto dalla sinistra che dalla destra.

 

Articolo di Jeffrey Tucker su Mises.org

 

Traduzione di Cristian Merlo

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Le interferenze coercitive – I parte

Lun, 13/10/2014 - 08:00

L’intervento dello Stato

I tipi di intervento coercitivo in generale (di cui grande parte è l’intervento statale) possono essere classificati in tre grandi categorie:

1)     intervento autistico, quando il soggetto aggressore comanda ad alcuni individui di fare o non fare determinate cose. In questo tipo di intervento viene ristretto l’uso che l’individuo può fare di se stesso e della sua proprietà, non gli scambi con altri (ecco perché autistico). Esempi: omicidio, divieto di esprimere il proprio pensiero, o la propria fede religiosa, non poter costruire su un proprio terreno a causa di vincoli urbanistici.

2)     intervento binario, in cui chi interviene costringe l’individuo a scambiare con lui o a trasferirgli unilateralmente una risorsa. Es: servizi pubblici in monopolio, tassazione, coscrizione, manipolazione della moneta e del credito.

3)    intervento triangolare, in cui l’interveniente costringe o vieta a due individui di effettuare uno scambio. Esso può assumere due forme: controlli sui prezzi e controlli sui beni (e servizi). Es.: controlli di prezzo, licenze, controlli sui prodotti (divieto di commerciare alcuni beni, come gli stupefacenti), quote nelle assunzioni, limiti all’orario di lavoro, limiti minimi all’età lavorativa, divieto di licenziamento, fissazione degli orari degli esercizi commerciali, norme per l’accesso alle professioni, limiti alle commistioni fra banche e imprese, vigilanza sui mercati finanziari, controlli di qualità sui beni di consumo, norme per la sicurezza e la salubrità dei luoghi di lavoro, norme antinquinamento.

Tutti questi sono esempi di relazione egemonica, alternativa a quella volontaria.

 Una classificazione di tipo funzionale, basata sugli scopi dell’intervento, è invece la seguente: prelievo, efficienza, redistribuzione del reddito, stabilizzazione macroeconomica. Per una maggiore organicità e compattezza espositive (pur perdendo qualcosa in termini di rigore concettuale) di seguito verrà seguita questa classificazione.

La tassazione

La tassazione è il primo scalino nella sequenza prelievo-spesa operata dallo Stato.

I tributi sono il prelievo forzoso effettuato dallo Stato. Sono costituiti da imposte, tasse e contributi.

L’imposta è un prelievo connesso alla capacità contributiva, indipendente dal fatto che il contribuente richieda o utilizzi un determinato servizio prodotto dallo Stato o da un ente pubblico. Invece la tassa si paga a fronte di una controprestazione specifica dell’amministrazione dello Stato: es. tasse scolastiche, t. per la raccolta dei rifiuti, t. per la patente, concessioni, autorizzazioni, t. portuali.

I contributi sono pagamenti volti a provvedere a evenienze future: es. previdenziali, sanitari[1].

 Imposte dirette   }  sul reddito, sul patrimonio  } proporzionali, progressive, in somma fissa

Imposte indirette } sugli scambi, sui consumi

Imposte dirette: colpiscono manifestazioni immediate della capacità contributiva (della ricchezza): reddito e patrimonio.

Imposta sul reddito – È quella che colpisce i redditi netti, cioè salari, rendite della terra, interessi e profitti (e anche i guadagni di capitale, che sono redditi assimilabili ai profitti)[2]. Il reddito dunque può derivare, oltre che dal lavoro, anche dai patrimoni.

Difficoltà nella definizione del concetto di reddito: esistono tipi di reddito impossibili da quantificare, ad es. la rendita derivante dall’alloggio nella propria casa, i servizi prodotti dalle casalinghe, i beni ottenuti in regalo (non si determina il prezzo sul mercato).

Effetti

L’effetto principale è il disincentivo. Riducendo il reddito, cioè l’utilità marginale del lavoro, l’imposta spinge alla riduzione del lavoro e quindi della produzione. Se un lavoratore ritiene che un’ora di lavoro in più gli fa conseguire un reddito incrementale che, decurtato dall’imposta, ora gli apporta un’utilità inferiore alla disutilità del lavoro, allora ridurrà la quantità di lavoro. L’imposta non può essere trasferita (v. infra), e dunque l’effetto finale è la riduzione del reddito, nominale e reale, del soggetto. Lo stesso ragionamento vale per l’imprenditore (imposta sui profitti): se si perde l’intero euro quando si perde (quando l’investimento va male), mentre si guadagna solo una frazione di euro quando si vince (a causa dell’imposta), la disponibilità ad assumersi il rischio dell’investimento crolla; l’effetto è una riduzione degli investimenti a vantaggio del consumo presente.[3]

Anche se la reazione all’imposta fosse di segno contrario, e cioè un aumento della quantità di lavoro per ripristinare lo stesso reddito conseguito prima dell’imposta, il benessere si è comunque ridotto: infatti si è ridotto il tenore di vita dell’individuo, perché egli rinuncia, a parità di reddito, a maggiori quantità di riposo (che è un bene di consumo).

Il fatto che la tassazione riduce il benessere dell’individuo può essere dimostrato attraverso il criterio delle “preferenze rivelate”. Se il contribuente desiderasse dare allo Stato parte del suo reddito, lo farebbe volontariamente, cioè rivelerebbe la sua preferenza attraverso l’azione del trasferimento; se non lo fa vuol dire che la sua preferenza è di trattenere preso di sé il proprio reddito, e dunque la sottrazione forzata da parte dello stato riduce il suo benessere.

Quando tale imposta colpisce le società (le persone giuridiche in generale) si ha una duplicazione dell’imposta sui proprietari, che subiscono il prelievo una prima volta sul reddito netto prodotto dalla società e una seconda volta sul reddito residuo distribuito a ciascuno di essi.[4]

 Imposta sul patrimonio (capitale) – Colpisce il valore del patrimonio accumulato. Che può essere costituito da beni fisici – appartamenti, edifici, terreni – o da denaro o titoli. Un tipico esempio di imposta patrimoniale è quella che colpisce l’eredità e le donazioni. È sul singolo cespite anziché sulla persona.

L’imposta sul patrimonio è caratterizzata da un elemento di contraddittorietà e iniquità: per pagarla bisogna attingere al reddito, cioè a una fonte di ricchezza diversa dal patrimonio, e che è stata già tassata separatamente[5]. Oppure, se l’imposta è troppo onerosa, si perviene al paradosso di esser costretti a vendere il patrimonio per poter pagare l’imposta su di esso.

Il valore (prezzo) del patrimonio è conoscibile solo nel momento in cui è oggetto di compravendita, non in astratto; dunque, essendo impossibile stabilire a priori il valore della base imponibile, di fatto l’imposta è arbitraria.

 Imposte indirette – Colpiscono manifestazioni mediate della capacità contributiva, cioè presuppongono il possesso di risorse: si dividono in i. sugli scambi e i. sul consumo. Esempi delle prime sono l’Iva[6], l’i. di registro e di bollo; esempi delle seconde sono le i. di fabbricazione (su benzina, alcolici), sui tabacchi, i dazi doganali.

Effetti: distorcono i prezzi, che sono segnali per il calcolo economico.

 Struttura dei tributi

Imposta proporzionale – L’aliquota (percentuale di reddito sottratto) è unica.

Imposta progressiva – All’aumentare del reddito aumenta l’aliquota [7].

Imposta regressiva – All’aumentare del reddito si riduce l’aliquota; un tipico esempio è l’imposta in somma fissa (o eguale, o head tax o poll tax): ogni individuo paga la stessa somma in termini assoluti, dunque calcolata come percentuale sul reddito, tale somma si riduce all’aumentare del reddito[8].

Limiti – Disincentiva la produzione[9]. In presenza di inflazione l’imposta progressiva determina il fenomeno del “drenaggio fiscale”: l’aumento solamente nominale dei redditi fa slittare questi nello scaglione superiore, determinando un maggior prelievo fiscale nonostante il reddito reale sia rimasto immutato; il reddito netto reale è inferiore a quello precedente allo slittamento.

Dal punto di vista del contribuente, non è detto che la progressività sia peggiore della proporzionalità: bisogna considerare il livello complessivo della tassazione: un’aliquota unica del 50% è più gravosa di due aliquote progressive del 5% e del 10%.[10]

L’imposta neutrale – Un’imposta neutrale è un’imposta che non devia il funzionamento del mercato dalle linee in cui si svilupperebbe in assenza di qualsiasi tassazione. Imposta neutrale non significa che la distribuzione del reddito resta invariata, ma che la distribuzione del reddito e tutti gli altri aspetti dell’economia vengono modificati dall’imposta nello stesso modo in cui sarebbero modificati da un prezzo di libero mercato.

Nessuna imposta è neutrale. Ciò è vero innanzi tutto per una considerazione di ordine generale: una comunità in cui esiste lo Stato è inevitabilmente divisa in pagatori di tasse e consumatori di tasse; questi ultimi, al di là delle finzioni formali, di fatto non pagano tasse. Un dipendente pubblico che guadagna $10.000 e paga $2000 di tasse di fatto guadagna $8000 raccolti dalle tasse altrui, e non paga tasse.

Inoltre, qualsiasi imposta riduce il consumo dei beni che i tassati avrebbero liberamente acquistato e aumenta la domanda dei beni che lo Stato acquista con le risorse raccolte; facendo spostare i fattori da alcune produzioni ad altre; e facendo aumentare i prezzi dei beni da esso domandati.

Entrando nel dettaglio, non è neutrale né l’imposta pro-capite (una somma uguale per tutti indipendentemente dal reddito e dalla ricchezza) né quella proporzionale o progressiva. La prima, ad esempio, riduce la produzione dei beni consumati dai ceti a redditi bassi più della produzione dei beni consumati dagli individui più abbienti. L’imposta proporzionale lascia immutati i rapporti reciproci fra tutti i redditi. Ma non basta questa condizione per dire che è neutrale; infatti, come detto, un’imposta neutrale è un’imposta che influenza l’economia come se essa fosse un prezzo di libero mercato; ma questo è impossibile, perché i prezzi di mercato non sono proporzionali al reddito o alla ricchezza dell’acquirente (un miliardario non paga un chilo di pane diecimila volte di più di un acquirente dal reddito medio). L’imposta progressiva accentua questo aspetto, quindi è ancora più lontana dalla neutralità. Le alte imposte sui redditi alti riducono il risparmio.

Oggi comunque a nessuno interessa la neutralità della tassazione bensì che realizzi la giustizia sociale; dunque si vuole che la tassazione non sia neutrale.[11]

La traslazione e incidenza dell’imposta – È l’aumento di prezzo del bene o del servizio di un ammontare pari all’imposta, in modo tale da scaricare l’imposta sul consumatore.

Nessuna imposta, né sul reddito né sui beni, può essere trasferita totalmente in avanti, perché la determinazione del prezzo di un prodotto è condizionata in maniera decisiva dalle schede di domanda dei consumatori. Costi più alti o tasse più alte non modificano quelle schede. Dunque, se il produttore aumenta il prezzo, la domanda si riduce ed egli vende meno unità del bene; se invece mantiene lo stesso prezzo, parte del ricavo è sottratto dallo Stato. In conclusione, l’introduzione di un tributo sicuramente ridurrà i guadagni del produttore, che dunque è il soggetto inciso.

La traslazione è molto più probabile che avvenga all’indietro anziché in avanti, cioè influenza più rapidamente i fattori di produzione che i consumatori. Se un’imposta colpisce un solo settore (es. i liquori), i fattori lasciano il settore tassato e 1) o restano disoccupati o 2) si dirigono verso i settori non tassati.

La stessa cosa avviene, per lo stesso motivo, anche nel caso di un’imposta sulle vendite generale: l’effetto è una riduzione dei guadagni delle imprese e successivamente dei loro fattori produttivi (meno domandati), e non un aumento dei prezzi. Dunque si può dire che, di fatto, l’imposta sulle vendite si traduce, anche se in maniera erratica, in un’imposta sul reddito perché, come abbiamo visto, alla fine colpisce il reddito dei fattori.

La traslazione in avanti è possibile solo se c’è un parallelo aumento nella quantità di moneta, perché in tal modo gli aumenti di prezzo possono essere assorbiti dai consumatori.

L’imposta totale – E’ quella che toglie tutto il reddito a tutti (e con il cui ricavato si dà a tutti la stessa somma), oppure che toglie a ciascuno una somma tale per cui tutti abbiano lo stesso reddito netto. Con una tale imposta gli imprenditori diventano indifferenti riguardo ai diversi modi di condotta, in quanto non derivano più alcun reddito dall’impiego dei mezzi di produzione.

Principi di ripartizione dei tributi

Gli economisti si sono spesi molto per individuare “canoni di giustizia” nel prelievo fiscale, introducendo criteri etici nel discorso economico.

1) Adam Smith: 3 criteri: i costi della raccolta devono essere minimi; il pagamento comodo[12]; il tributo certo e non arbitrario, così che i contribuenti sappiano in anticipo quanto dovranno pagare.

2) Uniformità di trattamento – I principi individuati per realizzare tale uniformità sono stati due:

a) principio della capacità contributiva – sul piano teorico sono stati proposti tre criteri basati sul sacrificio. Il presupposto di tale criterio è l’utilità, nonché la comparazione interpersonale delle utilità e l’ipotesi che gli individui hanno la stessa scheda di utilità della moneta (e dunque soffre degli stessi limiti logici). Sacrificio uguale (J.S. Mill): l’imposta deve sottrarre a ogni contribuente una quantità uguale di utilità. Sacrificio proporzionale (olandesi): l’imposta deve sottrarre una quantità di utilità proporzionale all’utilità totale. Sacrificio minimo (Pigou, Edgeworth): il sacrificio totale (dell’intera collettività) provocato dal prelievo deve essere minimo. Tali criteri possono essere soddisfatti da imposte sia regressive sia proporzionali sia progressive. La giustificazione delle ultime due è stata la seguente: poiché l’utilità marginale è decrescente, l’ultimo dollaro del ricco apporta meno utilità dell’ultimo dollaro del povero, dunque per sottrarre la stessa utilità bisogna prelevare più dollari al ricco. Sul piano storico, in un primo momento si è ritenuto che il criterio della capacità contributiva fosse soddisfatto dalla tassazione proporzionale; nella seconda metà dell’800 si è affermata l’interpretazione secondo cui la capacità contributiva cresce più che proporzionalmente al crescere del reddito.

Ognuna di queste soluzioni è arbitraria, l’“eguale capacità” fra due (o più) individui non può essere mai dimostrata, perché le schede di utilità delle persone non sono uguali.

b) principio del beneficio – il tributo è pari al beneficio conseguito dal servizio pubblico con esso attivato. I tributi attivati secondo questo criterio della controprestazione sono denominati tasse (v. supra). Per le imposte, che oggi sono redistributive, questo criterio è inapplicato. E inapplicabile, perché il beneficio è soggettivo, non misurabile, non comparabile, e si può rilevare solo sul mercato; quando gli individui, scambiando volontariamente, dimostrano qual è il beneficio che vogliono conseguire.

Le difficoltà logiche cui vanno incontro i diversi criteri ha fatto dire genericamente che l’uguaglianza di trattamento suggerisce di realizzare tendenzialmente l’uguaglianza di fronte alla legge, redditi uguali devono essere trattati in maniera uguale. Ma ciò è concettualmente impossibile; ad esempio, la rende tale la divisione in pagatori e consumatori di tributi.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Note

[1] La pressione fiscale è la somma delle imposte dirette e indirette e dei contributi sociali in percentuale rispetto al pil. La pressione tributaria invece è la somma di imposte dirette e indirette (quindi senza i contributi) rispetto al pil. In Italia nel 2012 la pressione fiscale è stata pari al 45,2%. Questo dato, che è quello in genere diffuso dai mezzi di informazione, è ricavato tenendo conto della quota di economia sommersa, pari al 17,5% del pil, che ovviamente evade le imposte e i contributi. Calcolando il dato solo relativamente alle attività economiche emerse, la percentuale raggiunge il 55%. Tuttavia, se si considerano tutti i prelievi forzosi sui redditi e sugli acquisti degli individui, e cioè imposte (dirette e indirette, locali o nazionali), tasse, contributi (previdenziali e sanitari), accise (carburanti, energia) e canoni, la quota raggiunge i due terzi del reddito. Per quanto riguarda la ripartizione fra imposte dirette e indirette, si equivalgono: il 34,3% del gettito è rappresentato da imposte dirette, il 34,9% da imposte indirette. Per quanto riguarda la pressione fiscale in altri paesi: Stati Uniti 26,3%, Regno Unito 38,1%, Germania 40,4%, Francia 46,3%, Danimarca 47,4% [Elaborazione dati Confcommercio 2012].

[2] Esempi di imposte di questo tipo in Italia sono l’Irpef e l’Irpeg.

[3] Si aggiungano anche i costi – monetari, di tempo e di fatica – sopportati dal contribuente, come il mantenimento della contabilità, il ricorso a commercialisti o consulenti, la compilazione di moduli, la numerosità degli adempimenti; tutte risorse sottratte alla produzione di beni o servizi utili.

[4] Un esempio di distorsione provocata da un’imposta sul reddito è la differente aliquota introdotta sugli interessi di diverse attività finanziarie. Spesso i titoli pubblici sono favoriti rispetto alle obbligazioni di società private.

[5] Questa illogicità persiste sia se il patrimonio non frutta reddito sia se lo frutta. Nel primo caso, ad esempio l’appartamento in cui si vive o un appartamento in cui vive un figlio, il soggetto inciso non consegue alcun reddito, mentre è costretto a intaccare un proprio reddito derivante da altra fonte per il pagamento dell’imposta. Nel secondo caso, ad esempio un appartamento affittato, il reddito che si consegue viene già tassato separatamente, in quanto reddito.

[6] L’Imposta sul Valore Aggiunto è così chiamata perché colpisce il valore aggiunto al bene da ogni fase del processo di produzione e commercializzazione. In Italia le aliquote sono tre: 20%, che è quella ordinaria; 10%, aliquota ridotta applicata ai servizi turistici, 4% sui beni di prima necessità (alimentari, prima casa).

[7] La progressività può modificarsi, cioè essere accentuata o attenuata, attraverso le deduzioni (sgravio dall’imponibile di alcune spese, es. sanitarie) e le detrazioni (riduzione della somma dovuta al fisco). Sul piano storico, l’ingresso ufficiale nei sistemi fiscali moderni delle aliquote progressive avviene nel 1910 in Gran Bretagna: su proposta del Cancelliere dello Scacchiere Lloyd George, il parlamento introduce una soprattassa sull’imposta sul reddito.

[8] Per la sua regressività l’imposta in somma fissa è giudicata particolarmente odiosa. Se la somma non è elevata, dunque se non grava in maniera significativa sui redditi bassi, diventa tollerabile. Nel 1989 in Gran Bretagna il governo Thatcher sostituì, per gli enti locali, l’imposta proporzionale sulla proprietà (casa) con una “poll tax” su ogni adulto residente. Le proteste derivarono dal fatto che i comuni mantennero elevato il livello della tassazione, aumentandolo anche di un terzo rispetto al livello precedente la riforma. M.N. Rothbard, Mrs. Thatcher’s Poll Tax, in «The Free Market», giugno 1990, pp. 1, 3.

[9] Negli Stati Uniti (dati 2005) il 53,7% delle imposte sul reddito sono state pagate dai contribuenti con un reddito superiore ai 200.000 dollari; l’82% dai percettori di redditi superiori a 100.000 dollari, che rappresentano il 19% della popolazione. Dunque gran parte delle imposte sono pagate dai soggetti a reddito alto o molto alto, in genere quelli più produttivi.

[10] Sull’imposta proporzionale, o flat tax, v. M.N. Rothbard, The Case Against the Flat Tax, in L.H. Rockwell Jr. (a cura di), The Free Market Reader, L. von Mises Institute, Auburn, 1988.

[11] M.N. Rothbard, The Myth of Neutral Taxation, in «The Cato Journal» 1, no. 2, autunno 1981, pp. 519-564; ristampato in The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 56-108.

[12] Oggi tale principio è violato in maniera clamorosa: la complessità delle norme fiscali, il numero di adempimenti e le difficoltà di compilazione sono tali da aver generato una professione specifica, il commercialista.

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Domani, quando la fine ebbe inizio

Ven, 10/10/2014 - 08:00

Offro qui ai lettori, in traduzione, una parte dell’Introduction di J. Rickards, The Death of Money. The Coming Collapse of the International Monetary System (Portflolio/Penguin). Credo che il contenuto basterà a spiegare il titolo scelto per l’articolo; ma sono stato influenzato anche da un romanzo piuttosto celebre: J. Marsden, Tomorrow, When The War Began. L’analogia bellica – che spero non diventi profezia – non ha certo bisogno di essere illustrata e mi sembra particolarmente calzante, perché Rickards ha pubblicato anche un best-seller intitolato Currency Wars. Il versetto dell’Apocalisse, invece, è posto dall’A. in esergo all’intero libro, però credo si attagli molto bene anche a quest’excerptum.

Scrivi, dunque, le cose che hai visto

e le cose che stanno accadendo

e le cose che devono accadere tra breve

(Ap 1,19 – traduzione mia)

Ai giorni nostri, pochi Americani ricordano che il dollaro ha quasi smesso di fungere da valuta di riserva mondiale nel 1978. In quell’anno, l’indice di valore del dollaro (dollar index) della Federal Reserve1 scese ad un livello allarmante e il Tesoro degli Stati Uniti fu costretto a emettere titoli di Stato denominati in franchi svizzeri. I creditori stranieri non nutrivano più fiducia nel dollaro USA come riserva di valore. Il dollaro stava perdendo potere d’acquisto, che si è dimezzato tra il 1977 e il 1981; negli Stati Uniti, l’inflazione ha superato il 50% nell’arco di questi cinque anni. A partire dal 1979, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) non ha avuto altra scelta che mobilitare le proprie risorse per emettere valuta mondiale (dritti speciali di prelievo, o DSP). Inondò il mercato con 12,1 miliardi in DSP per fornire liquidità mentre la fiducia del mondo nel dollaro calava.

Faremmo bene a richiamare alla mente quei giorni oscuri. Il prezzo dell’oro crebbe del 500% dal 1977 al 1980.2 Quella che era cominciata come una svalutazione controllata del dollaro, con l’abbandono della convertibilità in oro da parte del Presidente Richard Nixon nel 1971, divenne una rotta in piena regola prima che il decennio finisse. La catastrofe del dollaro penetrò perfino nella cultura popolare. Rollover, film del 1981 interpretato da Jane Fonda, riguardava un piano segreto dei Paesi produttori di petrolio per speculare al ribasso sul dollaro e comprare oro; finiva con il collasso del sistema bancario, il panico sui mercati finanziari e rivolte in tutto il mondo. Si trattava di fiction, ma davvero potente, forse preveggente.

Anche se il panico sul dollaro montò in crescendo verso la fine degli anni Settanta, la perdita di fiducia si fece sentire già ad agosto 1971, subito dopo che Nixon abbandonò la copertura aurea del dollaro stesso. La scrittrice Janet Tavakoli descrive la situazione in cui si ritrovarono gli Americani che erano all’estero il giorno in cui gli spasmi dell’agonia del dollaro si manifestarono in tutta la loro gravità: “All’improvviso, gli Americani in viaggio all’estero scoprirono che ristoranti, alberghi e negozianti non volevano accollarsi il rischio del cambio fluttuante che ora i loro dollari comportavano. A Ferragosto, le banche a Roma erano chiuse e gli Americani colti di sorpresa senza contanti si trovarono in difficoltà.

Il direttore dell’albergo chiedeva ai clienti in partenza: ‘Avete oro? Perché, guardate un po’ cos’ha combinato, il vostro Presidente americano!’. Parlava seriamente, riguardo all’oro: lo avrebbe accettato in pagamento. …

Io ho subito chiesto di pagare il mio conto in anticipo e in lire. … Il direttore applaudì per la gioia. Egl e il resto dello staff mi trattarono come se appartenessi ad una stirpe regale. Non ero come quegli altri Americani con i loro stupidi dollari. Per il resto del mio soggiorno, nessun negoziante o ristorante volle avere a che fare con me, finché non dimostravo di poter pagare in lire.”.

In seguito, gli sforzi di Paul Walker, presidente della Fed, e del neo-eletto Ronald Reagan avrebbero salvato il dollaro. Volcker alzò i tassi al 19% nel 1981 per tagliare le gambe all’inflazione e rendere il dollaro una scelta attraente per i capitali stranieri. A partire dal 1981, Reagan tagliò tasse e regole, il che ripristinò la fiducia degli imprenditori e trasformò gli Stati Uniti in una calamita per gli investimenti esteri. A marzo 1985, l’indice di valore del dollaro era risalito del 50% dal suo picco negativo a ottobre 1978 e i prezzi dell’oro erano scesi del 60% dal proprio picco positivo nel 1980. Il tasso d’inflazione negli Stati Uniti calò dal 13,5% nel 1980 all’1,9% nel 1986. Le buone notizie fecero sì che Hollywood non producesse alcun Rollover 2. A metà degli anni Ottanta, l’incendio era spento e l’era del Re Dollaro era iniziata. Il dollaro non era scomparso, come valuta di riserva mondiale, dopo il 1978, ma c’era andato molto vicino.

Adesso il mondo vive un ritorno al futuro.

Oggi, nell’economia mondiale, si può osservare una costellazione di sintomi simile a quella del 1978. A luglio 2011, l’indice di valore del dollaro della Federal Reserve ha toccato un minimo storico, inferiore di oltre il 4% a livello da panico dell’ottobre 1978. Ad agosto 2009, il FMI ha nuovamente agito come unità di pronto intervento monetario (monetary first responder)3 e si è lanciato al soccorso con una nuova emissione di DSP equivalente a 310 miliardi di dollari, incrementando dell’850% il volume di DSP in circolazione. All’inizio di settembre, i prezzi dell’oro hanno raggiunto un massimo storico, vicino a 1900 dollari l’oncia, oltre il 200% in pi del prezzo medio del 2006, subito prima che cominciasse la nuova depressione. La cultura popolare del ventunesimo secolo si è goduta la sua versione di Rollover, un racconto televisivo di crisi finanziaria intitolato Too Big To Fail.

I paralleli tra il 1978 e gli eventi degli ultimi tempi sono inquietanti, ma imperfetti. Allora, per il mondo imperversava un elemento che oggi non si fa vedere. E’ il cane che non ha abbaiato: l’inflazione. Ma il fatto che il cane non si senta non vuol dire che non costituisca una minaccia. Metodi comunemente seguiti per misurare l’inflazione del dollaro, come l’indice dei prezzi al consumo, si sono mossi a malapena dal 2008 in qua; anzi, in alcuni mesi è emersa una leggera deflazione. L’inflazione ha fatto capolino in Cina, dove il governo ha rivalutato la moneta per soffocarla, e in Brasile, dove gli aumenti tariffari in servizi di base come i biglietti dell’autobus hanno innescato rivolte. L’inflazione nei prezzi del cibo è stata anche un fattore che ha contributo alle proteste, nei momenti iniziali della “primavera araba”. Eppure, l’inflazione del dollaro USA è rimasta sottotono.

Guardando più da vicino, scopriamo un vero e proprio artigianato che calcola gli indici dei prezzi USA impiegando i metodi anteriori al 1990 e panieri alternativi di beni e servizi, più rappresentativi, a suo dire, dell’inflazione che gli Americani debbono affrontare davvero. Esso lancia segnali d’allarme, perché i metodi alternativi danno l’inflazione USA, nell’ipotesi peggiore, intorno al 9% annuo, anziché il 2% che si legge nelle misure governative ufficiali. Chiunque acquisti latte, pane o benzina sarebbe certamente d’accordo con la stima più alta. Ma, per quanto rivelatrici possano essere, queste statistiche non ufficiali hanno scarso impatto sui mercati valutari internazionali o sulla politica della Federal Reserve. Per comprendere le minacce al dollaro e le possibili risposte della Fed in termini di politica monetaria, è necessario vedere il dollaro attraverso gli occhi della Fed. Da quella prospettiva, l’inflazione non è un problema; anzi, un’inflazione più alta è la risposta della Fed alla crisi del debito e, nello stesso tempo, un obiettivo politico.

Questa politica inflazionista è un invito al disastro, anche se alcuni critici della Fed si grattano la testa, perplessi dall’apparente assenza di inflazione a petto di una stampa di denaro senza precedenti da parte della Federal Reserve e delle altre maggiori banche centrali. Molti si chiedono come sia possibile che la Fed abbia incrementato la base monetaria del 400% dal 2008, praticamente senza inflazione. Ma due spiegazioni sono fin troppo immediate.. e predicono il potenziale collasso. La prima è che l’economia USA è danneggiata in modo strutturale, tanto che non si può impiegare utilmente il denaro facile. La seconda è che l’inflazione sta arrivando. Entrambe le spiegazioni sono vere: l’economia è in pezzi e l’inflazione in cammino.

[…]

Anche se la parola collasso, se applicata al dollaro, ha un suono apocalittico, il suo significato è perfettamente pragmatico. Il collasso è semplicemente la perdita di fiducia, da parte di cittadini e banche centrali, nel futuro potere d’acquisto del dollaro. Il risultato è che i detentori di dollari li buttano via, vuoi spendendoli più in fretta, vuoi comprando beni rifugio. Il rapido mutamento nei comportamenti conduce dapprima a tassi di interesse più alti, maggior inflazione, e alla distruzione del processo di formazione del capitale. Il risultato finale può essere deflazione (analogamente agli anni Trenta) o inflazione (analogamente agli anni Settanta) o entrambe.

[…]

Via via che il circolo vizioso dell’inflazione acquisterà forza, si prospetterà una ripetizione della fine degli anni Settanta. Prezzi dell’oro alle stelle e il dollaro alle stalle, due facce della stessa medaglia, faran presto ad apparire. La differenza tra il prossimo episodio di inflazione fuori controllo e l’ultimo è che la Russia, la Cina e il FMI saranno pronti con oro e DSP, non con dollari, per fornire nuovi attivi da portare a riserva. La prossima volta che il dollaro cadrà dalla corda tesa, non ci sarà rete di salvataggio.

Guido Ferro Canale

Note

1Introdotto nel 1973, indica il valore del dollaro rispetto ad un paniere di valute e, quindi, un suo calo segnala il deprezzamento relativo della divisa statunitense rispetto alle altre monete-segno (e ad un valore iniziale di 100). Un paniere più ampio e coefficienti ponderali teoricamente meglio allineati ai flussi commerciali contraddistinguono, invece, l’affine broad index o trade-weighted dollar index. [N.d.T.]

2Nel 1977, ormai certo che la convertibilità del dollaro non sarebbe stata ripristinata, il Congresso abrogò le norme volute da Roosevelt, che impedivano a qualsiasi privato cittadino di concludere contratti con clausole oro. [N.d.T.]

3First responder, nel gergo medico ospedaliero USA, è la prima persona con addestramento medico che arriva sul luogo dell’intervento [N.d.T.].

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Pena e proporzionalità – II parte

Mer, 08/10/2014 - 08:00

[Questo articolo è tratto dal capitolo 13 di  The Ethics of Liberty.[1] È possibile ascoltare  questo articolo in MP3, letto da Jeff Riggenbach (in inglese). L’intero libro è in preparazione per podcast e download.]

Dovrebbe essere evidente che la nostra teoria della pena proporzionale – per cui le persone possono essere punite perdendo i loro diritti al punto in cui esse li hanno tolti agli altri – è una teoria della pena schiettamente punitiva, una teoria “dente (o due denti) per dente” [12]. La punizione gode di una cattiva reputazione presso i filosofi, che generalmente scartano velocemente il concetto etichettandolo come “primitivo” o “barbaro”, e poi vanno avanti portando la discussione su altre due principali teorie della pena: quella della deterrenza e quella della riabilitazione. Ma scartare un ragionamento solamente perché considerato “barbaro” difficilmente può essere sufficiente; dopo tutto, è possibile che in questo caso, i “barbari” insistano su un concetto che era superiore ai credi più moderni.

Il professor H.L.A. Hart descrive nel seguente modo la “forma più grezza” di proporzionalità, così come l’abbiamo sostenuta qui (la legge del taglione):

[Essa è] la nozione per cui ciò che il criminale ha fatto dovrebbe essere fatto a lui, e dovunque si pensi alla punizione come primitiva, come spesso è, questa idea si riafferma: l’assassino dovrebbe essere ucciso, l’assalitore violento dovrebbe essere picchiato.” [13]

Ma “primitiva” è una critica scarsamente valida e lo stesso Hart ammette che questa forma “grezza” mostra meno difficoltà che le versioni più “raffinate” delle tesi proporzionali-retributiva. La sua unica critica ragionata, che egli sembra pensare congedi il problema, è una citazione da Blackstone:

Ci sono un gran numero di crimini le cui pene, qualora seguissimo l’approccio punitivo, si manifesterebbero come assurde ed inique. Il furto non può essere punito col furto, la diffamazione con la diffamazione, la contraffazione con la contraffazione, l’adulterio con l’adulterio.”

Ma questi sono criticismi scarsamente convincenti. Furto e contraffazione costituiscono una rapina, ed il ladro può certamente essere obbligato a fornire alla vittima quanto sottratto e i danni proporzionali; in questo caso non c’è alcun problema concettuale. L’adulterio, nell’ottica libertaria, non è nemmeno un crimine, e neanche, come si vedrà più avanti, la “diffamazione”. [14]

Torniamo dunque alle due maggiori teorie moderne, e vediamo se esse forniscono un criterio per la pena che davvero incontri la nostra idea di giustizia, come la retribuzione sicuramente fornisce. [15] La deterrenza era il principio proposto dall’utilitarismo come parte integrante del suo aggressivo rigetto dei principi di giustizia e di legge naturale, e della sostituzione di questi cosiddetti principi metafisici con un severo pragmatismo. Lo scopo pratico della pena si supponeva fosse dissuadere ulteriori crimini, sia che tale dissuasione venisse dal criminale stesso, sia che venisse da altri membri della società. Ma questo criterio di deterrenza implica schemi di pena che pressoché tutti considererebbero enormemente ingiusti. Per esempio, se non ci fosse nessuna pena per nessun crimine, un grande numero di persone commetterebbe furti meschini, come rubare frutta da una bancarella. D’altro canto, la maggior parte delle persone ha incorporata in se stessa una più grande contrarietà a commettere un omicidio piuttosto che commettere qualche futile taccheggio, e sarebbe molto meno predisposta a commettere un grosso crimine. Dunque, se l’obiettivo della pena è quello di avere un effetto deterrente per il crimine, allora una pena assai maggiore dovrebbe essere richiesta per prevenire il taccheggio invece che prevenire gli omicidi, un sistema che va contro gli standard etici della maggior parte delle persone. Come risultato, adottando il criterio della deterrenza, ci dovrebbe essere una rigida pena capitale per furti trascurabili – per il ladro di caramelle – mentre gli assassini potrebbero incorrere solo in una pena di pochi mesi in galera. [16]

In modo simile, una classica critica al principio di deterrenza è che, se la deterrenza fosse il nostro solo criterio, sarebbe perfettamente appropriato per la polizia o la corte giustiziare pubblicamente per un crimine una persona che sanno essere innocente, ma della cui colpevolezza essi hanno convinto il pubblico. L’esecuzione concordata di un uomo innocente – tenuto conto, ovviamente, del fatto che l’accordo può essere tenuto segreto – eserciterebbe un effetto deterrente in modo tanto completo quanto l’esecuzione di un colpevole. E di nuovo, ovviamente, anche una tale politica va violentemente contro gli standard di giustizia di pressappoco chiunque.

Il fatto che circa chiunque considererebbe tali schemi di pena grotteschi, nonostante il loro adempimento del criterio di deterrenza, mostra che le persone sono interessate in qualcosa di più importante della deterrenza stessa. Cosa questo potrebbe essere è indicato dall’obiezione prevalente secondo cui queste scale di pena basate sulla deterrenza, o l’uccisione di un uomo innocente, invertono chiaramente la nostra solita visione di giustizia. Invece che avere una pena che “si adegui al crimine” commesso, viene in questo modo classificata in proporzione inversa alla sua gravità, o assegnata all’innocente piuttosto che al colpevole. In breve, il principio di deterrenza implica una clamorosa violazione del senso intuitivo secondo cui la giustizia presuppone una qualche forma di adeguamento e proporzionalità della pena alla parte colpevole, e ad essa soltanto.

Il più recente criterio di pena, e che si suppone essere il più “umanitario”, è quello della “riabilitazione” del criminale. Per la giustizia di vecchio stampo, l’argomentazione è a sostegno o del risarcimento o dello scoraggiare futuri crimini, concentrandosi sul punire il criminale; il nuovo criterio tenta umanamente di riformarlo e riabilitarlo. Ma facendo ulteriori considerazioni, il principio “umanitario” di riabilitazione non solo conduce ad ingiustizie palesi ed arbitrarie, ma pone anche un potere arbitrario ed enorme di decidere del destino degli uomini nelle mani di coloro che dispensano la pena. Così, supponiamo che Smith sia un genocida, mentre Jones abbia rubato un po’ di frutta da una bancarella. Invece che essere condannati in proporzione ai loro crimini, le loro sentenze sono ora indeterminate, con l’incarcerazione che terminerebbe nel momento in cui essi apparissero “riabilitati” con successo.

Ma questo conferisce nelle mani di un gruppo arbitrario di supposti riabilitatori il potere di determinare la vita dei prigionieri. Significherebbe che, invece che uguaglianza di fronte alla legge – un criterio basilare in giustizia – ovvero a crimini identici seguono uguali pene, un uomo potrebbe andare in prigione per poche settimane, se viene velocemente “riabilitato”, mentre un altro potrebbe rimanere in prigione indefinitamente. Così, nel nostro caso di Smith e Jones, supponiamo che il genocida Smith sia, secondo il nostro consiglio di “esperti”, rapidamente riabilitato. Egli sarebbe rilasciato in tre settimane, tra gli applausi dei supposti riformatori di successo. Nel frattempo, Jones, il ladro di frutta, persiste nell’essere incorreggibile e chiaramente non-riabilitabile, almeno agli occhi del consiglio di esperti. Seguendo la logica di tale principio, egli deve rimanere incarcerato indefinitamente, forse per il resto della sua vita: mentre il crimine era trascurabile, egli continuerebbe ad avere un cattivo ascendente sui suoi mentori “umanitari”.

Così, il Professor K.G. Armstrong scrive sul principio del metter sulla retta via:

Lo schema logico delle pene sarà quello di dare a ciascun criminale un trattamento di riabilitazione fino a che egli non sia sufficientemente cambiato per gli esperti al punto da certificarlo corretto. Su questa teoria, qualsiasi sentenza deve essere indeterminata – “essere determinata secondo il desiderio dello Psicologo”, forse – dato che non c’è più alcuna base per il principio considerato di dare un limite alla pena. “Hai rubato una pagnotta? Bene, dobbiamo correggerti, anche se prenderà il resto della tua vita”. Dal momento che è colpevole, il criminale perde i suoi diritti come essere umano. … Questa non è una forma di umanitarismo che desidero.” [17]

La tirannia e le palesi ingiustizie della teoria “umanitaria” della pena-come-correzione non sono mai state palesate in una maniera più scintillante di come abbia mostrato C.S. Lewis. Notando che i “riformatori” chiamano le azioni da loro proposte “guarigione” o “terapia” piuttosto che “pena”, Lewis aggiunge:

Ebbene, non facciamoci ingannare da un nome. Essere sottratto senza consenso alla mia casa e ai miei amici; perdere la mia libertà; subire tutte quelle aggressioni alla mia personalità che la moderna psicoterapia sa come portare a termine … sapere che questo processo non finirà mai fino a quando i miei carcerieri saranno riusciti nel loro intento o io sarò diventato abbastanza furbo da imbrogliarli facendo credere loro in un successo solo apparente – a chi importa se tutto ciò viene chiamato Pena o no? Che esso includa la gran parte degli elementi per cui qualsiasi pena viene temuta – vergogna, esilio, prigionia ed anni mangiato dalle locuste – è ovvio. Solo un’enorme immeritatezza potrebbe giustificare tutto ciò; ma la non meritatezza è proprio il concetto che la teoria Umanitaria ha gettato a mare.”

Lewis va avanti per dimostrare la tirannia particolarmente dura che probabilmente verrebbe imposta dagli “umanitari” che hanno intenzione di infliggere le loro “riforme” e “cure” alla popolazione:

Tra tutte le tirannie, una tirannia esercitata per il bene delle sue vittime può darsi che sia la più oppressiva. Potrebbe essere meglio vivere sotto baroni briganti piuttosto che sotto pii ficcanaso onnipotenti. La crudeltà del barone brigante potrebbe di tanto in tanto riposare, la sua cupidigia potrebbe ad un certo punto essere soddisfatta; ma quelli che ci tormentano per il nostro stesso bene ci tormenteranno senza fine in quanto loro lo stanno facendo con l’approvazione della loro stessa coscienza. Loro avrebbero più possibilità di accedere al Paradiso qualora rendessero allo stesso tempo più probabile la realizzazione dell’Inferno in terra. Questa grande gentilezza ferisce come un insulto intollerabile. Essere “curati” contro il proprio volere, e curati contro stati che potremmo non considerare malattie, deve essere messo al livello di quelli che non hanno ancora raggiunto l’età della ragione o coloro che mai la raggiungeranno; essere messi in classe con gli infanti, gli imbecilli e gli animali domestici. Ma per essere puniti, comunque severamente, perché noi lo abbiamo meritato, perché noi “avremmo dovuto sapere meglio”, dobbiamo essere trattati come esseri umani fatti ad immagine e somiglianza di Dio.”

Inoltre, come dice Lewis, i legislatori possono usare il concetto di “malattia” come mezzo per etichettare qualsiasi azione che a loro non piace come “crimine” ed infliggere poi una legge totalitaria nel nome della terapia.

Se il crimine e la malattia devono essere trattati allo stesso modo, ne segue che qualsiasi stato mentale che i nostri padroni decidono di chiamare “malattia” può essere trattato come crimine; e curato in modo compulsivo. Sarebbe vano implorare che gli stati mentali che non piacciono al governo non debbano sempre coinvolgere depravazione morale e non debbano quindi sempre meritare la confisca della libertà. Per i nostri padroni non saranno usati concetti come Merito e Pena, ma quelli di malattia e cura… Non sarà persecuzione. Anche se il trattamento fosse doloroso, anche se fosse eterno, anche se fosse fatale, questo sarebbe solo un incidente increscioso; l’intenzione era puramente terapeutica. Persino nella medicina ordinaria ci sono operazioni dolorose ed operazioni fatali; così anche in questa. Ma siccome questi sono “trattamenti”, non pene, essi possono essere criticati solo da compagni-esperti, e su basi tecniche, e mai da uomini in quanto uomini e sul terreno della giustizia.” [18]

Così, vediamo che l’approccio curativo della pena tanto di moda può essere almeno tanto grottesco e molto più incerto ed arbitrario del principio di deterrenza. La punizione rimane la nostra unica teoria giusta e percorribile di pena, ed un trattamento uguale per crimini uguali è fondamentale per tale giustizia retributiva. La giustizia barbara risulta essere quella giusta, mentre quelle “moderna” ed “umanitaria” risultano essere delle parodie grottesche della giustizia.

Tratto da The Ethics of Liberty di Murray N. Rothbard

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[12] La retribuzione è stata interessantemente soprannominata “restituzione spirituale”. Vedi Schafer, Restitution to Victims of Crime, pp. 120–21. Vedi anche la difesa della pena capitale per l’omicidio di Robert Gahringer, “Punishment as Language,” Ethics (October 1960): 47–48:

Un attacco totale richiede un contrasto totale; ed uno dovrebbe bene comprendere che nella nostra situazione attuale la pena capitale è l’unico simbolo di contrasto totale. Cos’altro potrebbe esprimere l’enormità di un omicidio in un modo accessibile agli uomini per cui l’omicidio è un atto possibile? Sicuramente, una minor pena indicherebbe un crimine meno significativo (corsivo originale di Gahringer).

Sulla pena in generale come contrasto all’attacco contro un diritto, vedi anche F.H. Bradley, Ethical Studies, 2nd ed. (Oxford: Oxford University Press, 1927), ristampato in Ezorsky, ed., Philosophical Perspectives on Punishment, pp. 109–10:

Perché … merito la pena? È perché sono stato colpevole. Ho fatto qualcosa di “sbagliato” … la negazione di un “diritto”, l’asserzione di un non-diritto. … La cancellazione della colpa … è comunque un bene di per sé; e così, non perché una pura negazione sia buona, ma perché il rifiuto di una cosa sbagliata è l’affermazione di un diritto. … La pena è la negazione dell’errore tramite l’affermazione di un diritto.

Un influente argomento a favore del retributivismo è trovato in Herbert Morris, On Guilt and Innocence (Berkeley: University of California Press, 1976), pp. 31–58.

[13] Per un tentativo di costruire un codice legislativo che imponga pene proporzionali al crimine – così come la restituzione alla vittima – vedi Thomas Jefferson, “A Bill for Proportioning Crimes and Punishments” in The Writings of Thomas Jefferson, A. Lipscomb e A. Bergh, eds. (Washington, D.C.: Thomas Jefferson Memorial Assn., 1904), vol. 1, pp. 218–39.

[14] H.L.A. Hart, Punishment and Responsibility (New York: Oxford University Press, 1968), p. 161.

[15] Così, Webster’s definisce la “retribuzione” come “l’elargire o il ricevere una ricompensa o una pena in accordo con ciò che è meritato dall’individuo”.

[16] Nella sua critica al principio di deterrenza della pena, il Professor Armstrong, in “The Retributivist Hits Back,” pp. 32–33, chiede:

Perché fermarsi al minimo? Perché non stare dalla parte dei bottoni e penalizzare il criminale in un qualche modo alquanto spettacolare – ciò non avrebbe più probabilità di scoraggiare gli altri? Che sia frustato fino alla morte, ovviamente pubblicamente, per un divieto di sosta; ciò certamente avrebbe un effetto deterrente su di me dal parcheggiare in un posto riservato per il Vice-Cancelliere!

Similmente, D.J.B. Hawkins, in “Punishment and Moral Responsibility,” The Modem Law Review (November 1944), ristampato in Grupp, ed., Theories of Punishment, p. 14, scrive:

Se il motivo della deterrenza fosse da solo preso in considerazione, dovremmo punire più pesantemente quei reati che siamo molto tentati di commettere e che, non portandosi dietro una grande colpa morale, la gente commette piuttosto facilmente. I reati stradali forniscono un esempio famigliare.

[17] Armstrong, “The Retributivist Hits Back,” p. 33.

[18] C.S. Lewis, “The Humanitarian Theory of Punishment,” Twentieth Century (Autumn 1948–49), ristampato in Grupp, ed., Theories of Punishment, pp. 304–7. Vedi anche Francis A. Allen, “Criminal Justice, Legal Values, and the Rehabilitative Ideal,” in ibid., pp. 317–30.

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Il cavallo che non beve e l’iperinflazione futura

Lun, 06/10/2014 - 08:00

La Federal Reserve Bank di St. Louis gestisce un blog, On the Economy, dove scrivono – a titolo personale – i suoi economisti ed esperti. Il settembre, vi è apparso un pezzo di sicuro interesse: “What Does Money Velocity Tell Us about Low Inflation in the U.S.?”: le autrici, Yi Wen e Maria A. Arias, offrono una spiegazione di taglio monetarista all’assenza di impatto degli stimoli monetari sull’indice dei prezzi al consumo… e, aggiungono, anche sulla crescita del PIL nominale. Questo è il primo motivo di interesse; il secondo consiste nella critica esplicita alla politica di quantitative easing; il terzo, direi, proprio nell’assenza di tale eufemismo e nel dire pane al pane, parlando esplicitamente di incremento della base monetaria. Il quarto, nel fatto di costituire una buona base di partenza per un’analisi più articolata.

Le autrici, premessa una citazione di Friedman sulla natura monetaria dell’inflazione e richiamata l’equazione degli scambi, MV = PQ, osservano che “l’inflazione negli USA si sarebbe dovuta aggirare intorno al 31% annuo tra il 2008 e il 2013, quando l’offerta di moneta è cresciuta ad un tasso medio del 33% annuo e il prodotto [reale, Q] ad un andamento medio appena inferiore al 2%”. Spiegano, quindi, la differenza calcolando la velocità di circolazione, secondo la formula V = PQ/M = PIL nominale/M. Ne risulta che “Nel primo e nel secondo quadrimestre del 2014, la velocità della base monetaria [banconote e monete in circolazione, più riserve delle banche presso la Fed, N.dd.AA.] era a 4.4, il livello più basso nel periodo di riferimento [che comincia nel 1985, nota mia]. Questo vuol dire che, durante l’anno passato, ogni dollaro della base monetaria è stato speso, nell’economia, solo 4.4 volte, rispetto a 17.2 subito prima della recessione.”.

A questo punto, fermiamoci un attimo e ragioniamo.

Che da MV = PQ si passi a V = PQ/M non è solo algebra elementare, è pura tautologia.

In altri termini: assunta esplicitamente in ipotesi la proporzionalità diretta tra M e PQ, in costanza di V, non è un gran risultato appurare che questa proporzione manca perché V è cambiata. Non lo è, soprattutto, se il calcolo di V utilizza proprio gli altri due termini del quid explanandum.

In effetti, il problema di fondo dell’equazione degli scambi – meglio, uno dei suoi tanti problemi – sta nel fatto di presentare tre termini – M, V e P – che esprimono necessariamente grandezze monetarie, accomunandoli però a un quarto, Q, che dovrebbe avere, invece, natura reale (altrimenti, come distinguerlo da P?). Dopodiché, il ragionamento prosegue assumendo un rapporto di proporzionalità diretta tra grandezze disomogenee, MV e PQ.

Tuttavia, premesso questo rilievo di metodo, necessario per non cadere nella trappola delle misurazioni e recuperare un sano distacco dai grafici, occorre dire che, in sostanza, le due economiste hanno ragione: l’incremento della base monetaria dovrebbe tradursi in inflazione e quindi, automaticamente, in una crescita del PIL nominale (quello reale è altra faccenda); se questo non succede è perché “il cavallo non beve”, ossia i soldi non vengono spesi. Con tutti i loro limiti, calcoli e grafici possono indicare linee di tendenza; e ci dicono che M, globalmente considerata, viene spesa sempre di meno.

Questo implica” – prosegue immediatamente il testo – “che l’incremento senza precedenti della base monetaria, causato [driven] dalle massicce iniezioni di liquidità da parte della Fed attraverso i suoi programmi di acquisto di asset su vasta scala non è riuscito a cagionare nemmeno un incremento nel PIL nominale in proporzione 1:1. Così, è precisamente il drastico calo nella velocità che ha compensato il drastico incremento nell’offerta di moneta, portando alla variazione pressoché nulla del PIL nominale (sia di P sia di Q)”.

Sbaglierò, ma, ai miei occhi, questo assomiglia molto ad un attacco frontale alla politica espansiva.

Soprattutto visto il seguito dell’articolo.

Passando, infatti a chiedersi perché il cavallo non beva, le autrici indicano due cause: un’economia depressa dopo la crisi e… il taglio dei tassi di interesse.

Concentrandosi su quest’ultimo aspetto, spiegano, con molta semplicità, che, con i rendimenti quasi a zero – si potrebbe aggiungere: negativi in termini reali, perfino secondo l’indice ufficiale dei prezzi al consumo – i titoli di Stato non sono più il miglior “parcheggio” di breve termine per la liquidità, questo ruolo spetta alla moneta stessa.

Sotto questo profilo, la politica monetaria non convenzionale ha rafforzato la recessione, stimolando la domanda di moneta del settore privato tramite il perseguimento di un tasso di interesse troppo basso (cioè con la politica dei tassi a zero).”. Chissà se a Janet Yellen saranno fischiate le orecchie!

Fin qui le autrici, il cui rinvio al concetto di liquidity trap non aggiunge nulla di sostanziale. Ora pensiamo ad approfondire l’analisi.

Credo che l’articolo in commento meriti un elogio particolare perché – in maniera implicita, ma chiarissima – descrive la “tesaurizzazione” non come un comportamento assurdo o immorale, ma, al contrario, quale scelta perfettamente razionale che, rebus sic stantibus, è di fatto la più conveniente. Ne seguono due considerazioni: anzitutto, almeno hic et nunc, per favorire davvero la ripresa occorrerebbe alzare i tassi; ma soprattutto… nel momento in cui i tassi si alzeranno, la liquidità in sonno si muoverà. Anzi, comincerà a muoversi anche prima, non appena si potrà anticipare con un minimo di precisione l’incremento futuro. Adesso, tutti stanno attendendo la fine del tapering; i mercati continuano a salire, i prezzi dei beni rifugio a scendere. Ma le previsioni per il dopo ottobre sono, necessariamente, ribassiste; si tratterà solo di vedere se assisteremo ad un semplice ribasso oppure ad un crac, ossia quanto denaro muoveranno gli speculatori al ribasso. Ai bankster conviene sicuramente un crac: potranno sperare in un nuovo giro di stimoli. Attenzione, però: adesso come adesso, l’economia è in una glooming situation, scrivono giustamente le autrici. Una nuova crisi eliminerebbe molta incertezza: al buio ci si orienta meglio che nella nebbia. E quindi anche il denaro contante, nonché i depositi a vista si muoverebbero, presumibilmente verso i beni rifugio.

Resta da dire qualcosa sulle prospettive dell’economia reale. E qui occorrono, più che mai, lenti Austriache: non rimprovero alle autrici di aver trascurato il tema, dato che il loro obiettivo era – evidentemente – attaccare la politica monetaria con argomenti monetaristi; ma noi dobbiamo evitare l’errore di considerare “l’economia” un unico aggregato, uniformemente depresso. Anche se, indubbiamente, il grafico sulla stima di V può tornare utile come approssimazione del “dinamismo” economico (propensione al consumo o all’investimento); e ci dice che la recessione sta peggiorando. Meno i soldi vengono spesi, più alta, ceteris paribus, la paura per il futuro e peggiori le prospettive concrete.

Peraltro, il medesimo grafico mostra anche un trend di lungo periodo, assolutamente non considerato dalle autrici: dal 1985 ad oggi, V – tolto qualche breve periodo – scende sempre. Si mantiene sopra a 20 fino alla recessione del ’91/’92, balla poco sotto 17. fino ala fine del decennio, scende ancora quando scoppia la bolla delle dot.com, poi si riprende, tornando quasi a 17. subito prima della recessione attuale. Indi, il precipizio.

Questo mi fa pensare che, dopotutto, tali calcoli abbiano un’utilità reale, che mostrino, con una discreta approssimazione, il deterioramento di lungo periodo causato dai mezzi fiduciari e dai cattivi investimenti. Deterioramento che prosegue anche in assenza di recessioni conclamate. Se così fosse, il recupero di V dopo la recessione dei primi anni Duemila e fino al crac attuale potrebbe spiegarsi con gli straordinari guadagni in produttività apportati dall’informatizzazione; e la sua relativa modestia rispetto ad essi esprimere l’ammontare dei cattivi investimenti lanciati.

Se, però, abbandoniamo il quadro generale e scendiamo nel dettaglio, il quadro dell’economia USA si presenta assai meno monolitico. Accanto a settori come l’immobiliare, dove la liquidazione è stata impedita da una ripresa artificiale, ma si prospetta un nuovo crac, ve ne sono altri in piena espansione, come l’industria estrattiva (petrolio, shale gas), e quella che si chiamava new economy, quando non era ancora così integrata con la old, non ha affatto cessato di crescere. Al contrario: fin dalla loro nascita, informatica ed elettronica testimoniano che la previsione di prezzi finale in calo non costituisce affatto un freno per gli investimenti, fintantoché siano comunque assicurati i ritorni reali. L’ammontare di risorse umane e materiali che si è reindirizzato verso questi settori, in particolare verso l’industria estrattiva, è enorme, proporzionato solo ai profitti attesi. Semmai, si può pensare che la paura persistente abbia ridotto il volume degli investimenti, rispetto a quello che si sarebbe verificato se la recessione avesse avuto termine prima… ossia, se la Federal Reserve non avesse arrestato il processo di liquidazione delle bolle.

Beninteso, questo ci porta un passo più in là: probabilmente, le manipolazioni del mercato si sono spinte oltre i limiti stessi della loro efficacia. Mi spiego meglio: il mercato è un processo di coordinamento spontaneo attraverso cui si genera – anzitutto sotto forma di prezzi – l’informazione occorrente agli operatori economici per le scelte quotidiane; esso viene manipolato proprio nell’intento di influenzare tali scelte. Questo presuppone, però, che gli operatori continuino a trattare come attendibile l’informazione manipolata; il che non è più vero. Non lo è per gli investitori appena avvertiti, dal momento che di “droga monetaria” parla perfino il giornalismo economico corrente. E certamente non lo è per Main Street, che non vede miglioramenti tangibili e, quindi, giustamente diffida di tutti i discorsi sulla ripresa: annusa la fregatura in agguato e si regola di conseguenza. E’ vero, dunque, che il cavallo non beve per via dei tassi a zero; ma anche che la manipolazione dei mercati tramite la politica monetaria ha distrutto la fiducia nei prezzi e, più in generale, nelle informazioni che il mercato stesso dovrebbe fornire. La “trappola della liquidità” costituisce l’esito logico di un processo interventista che sega il ramo su cui è seduto; se ne può uscire abbandonando ogni intervento oppure – prospettiva più probabile – arrivando alla coercizione diretta, esplicita, su vasta scala.

Ma sarebbe ingenuo illudersi che, per questa singolare via, gli effetti distorsivi dei tassi a zero sulle politiche di investimento siano stati neutralizzati del tutto; al contrario, con ogni probabilità stiamo assistendo a un inedito, la proliferazione di cattivi investimenti pur in assenza di un boom (o meglio, in presenza di un boom quasi soltanto finanziario). Si pensi solo ai corsi di Borsa e a come il loro andamento abbia reso più agevole, per le società quotate, il lancio di nuovi progetti imprenditoriali; o, sia pure in misura minore, alla compressione dei rendimenti obbligazionari. E, si badi bene, non sto neppure considerando i prodotti strutturati.

Tutto questo ci riporta al problema dei tassi di interesse, ma da un’angolazione che definirei wickselliana: se crollano le aspettative sul rendimento reale – p.es. per il notevole timore di non riuscire a smerciare i prodotti, che dunque appaiono del tutto inutili se non gravosi – nessuna politica monetaria, per accomodante che sia, riuscirà a rilanciare gli investimenti, perché il prestito comporta pur sempre un costo certo, la cui utilità è, in tali circostanze, altamente incerta. Ludwig von Mises, nel 1912, ha donato al mondo la prima, embrionale formulazione della teoria del ciclo proprio completando questo spunto e asserendo che il mercato ristabilirà la coincidenza tra interesse naturale e monetario, rialzando quest’ultimo tramite una crisi. Se, come indubbiamente è, i cattivi investimenti sono in corso e superano l’entità fisiologica degli errori imprenditoriali, una nuova crisi è inevitabile e i tassi si alzeranno (poco importa quando, se dopo ottobre o più in là). La vera incognita consiste nel comportamento dei detentori di liquidità; ma, in qualunque direzione si muovano, saranno i veri market mover.

Il che significa che la politica monetaria avrà ucciso sé stessa: non più capace di controllare – sia pur indirettamente – il livello dei prezzi, potrà solo tentar di reagire agli eventi e cercar di escogitare qualche nuovo trucco (effcace o meno, è un altro discorso).

Ma gli apprendisti stregoni faran bene a pregare che, nel frattempo, l’acqua dell’iperinflazione non arrivi alla loro gola.

Per la precisione, la testata precisa “Views expressed are not necessarily those of the Federal Reserve Bank of St. Louis or of the Federal Reserve System.”. Non fornisce, però, criteri distintivi.

Il testo usa average pace in entrambi i casi, ma ho distinto “tasso medio” e “andamento medio”, perché, se vogliamo parlare di prodotto reale, Q, non possiamo computare tassi di incremento, che suppongono l’omogeneità dei beni o servizi prodotti. E’ quasi superfluo osservare che l’unico modo per renderli omogenei è valutarli in denaro; ma questo implica già un riferimento a P, termine che l’equazione vorrebbe mantenere ben distinto.

E qui non sto tenendo conto del fatto che V, proprio in quanto velocità, chiama in causa il tempo, mentre Q no: dopotutto, almeno questo difetto si può facilmente correggere, leggendo Q in senso dinamico (quantità prodotta nell’unità di tempo). Anche se P non è certo una grandezza statica.

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Gary North: revisionismo bellico

Ven, 03/10/2014 - 07:00

Vi sarà forse capitato, durante un dibattito su avvenimenti storici contemporanei, di leggere sul viso altrui quell’espressione di disagio per il fatto di doversi confrontare con chi sta contestando punti chiave dell’interpretazione storica più diffusa.

Chissà quale sarebbe invece la loro espressione nell’apprendere quanto sfrontate e sistematiche siano le fallacie logiche e le falsità contenute nella storia, soprattutto quella economica, da cui attingono per formare le proprie opinioni ed azioni. Appare addirittura disarmante la modalità esplicita e quasi infantile con cui quelle verità sono nascoste o piegate alle esigenze dell’attuale monopolista dell’istruzione pubblica.

Nel video in calce, sottotitolato in italiano, Gary North lancia un appello a favore di un sano processo di revisionismo storico portando, come esempio di quel processo di distorsione, un episodio che ancora oggi costituisce per il grande pubblico il maggior ostacolo alla comprensione di un fatto storico di importanza rilevante.

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