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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 31 min 29 sec fa

Oro, pace e prosperità – parte IV

Mer, 18/06/2014 - 07:00

Quarta di cinque puntate con la traduzione integrale del trattato Gold, Peace and Prosperity di Ron Paul.

* * *

LE RESPONSABILITA’ DEGLI ECONOMISTI

Un altro scandalo associato all’inflazione consiste nel sostegno ricevuto da gran parte degli economisti: è già grave assistere alle pressioni inflazionistiche di chi ne beneficia tramite trasferimento di potere d’acquisto, ma è addirittura tragico notare il medesimo comportamento nella maggior parte degli economisti del XX secolo. Per alcuni il motivo sta nell’aver compreso come il loro prestigio e potere dipenda dal dare giustificazione intellettuale alle azioni dell’élite inflazionista; altri invece non ne beneficiano direttamente e potrebbero quindi agire in buona fede. Tuttavia, che sostengano l’inflazione per aiutare i poveri, i ricchi o perché ritengano sia nell’interesse di tutti, i risultati sono sempre terribili.

Agli economisti interventisti che sostengono l’inflazione sfugge la comprensione di quella teoria soggettiva del valore, formulata dagli economisti di libero mercato, senza la quale sarebbe impossible svelare miti economici ormai antichi: essa sostiene che il valore di un bene economico esista soltanto nel giudizio di ciascun individuo e possa dunque cambiare col tempo e le circostanze. I prezzi, assieme agli orientamenti produttivi che determinano, non possono risultare da modelli matematici in un computer.

Persino i monetaristi sostengono un’inflazione protratta, sebbene ad un tasso inferiore dell’attuale. Il più noto di essi, Milton Friedman, afferma che la Fed dovrebbe espandere l’offerta valutaria ad un ritmo del 3-5% annuo, la cifra esatta essendo meno importante della cura di evitare fluttuazioni nel tasso di espansione.

Eppure, persino un ammontare d’inflazione tanto limitato provocherebbe malinvestimenti: chi ricevesse la nuova valuta la spenderebbe in attività che soltanto la successiva recessione saprebbe svelare come improduttive ed azzardate. L’approcio di Friedman potrebbe sì dar luogo a cicli di espansione-recessione più miti e con minor sofferenza umana rispetto agli attuali, ma sarebbe comunque inflazionistico e derivante da quella vecchia, screditata idea che sia il governo, piuttosto del mercato, a doversi interessare di economia. Peggio ancora, l’approccio monetarista stabilisce il principio della legittimità del controllo governativo sull’offerta valutaria ed apre la strada alla possibilità di aumentare il ritmo di stampa in caso di ‘necessità’.

Tanto i politici quanto quei banchieri, sindacalisti, imprenditori e burocrati avvantaggiati dall’inflazione sono lieti, ovviamente, di circondarsi di intelletuali che ne spalleggino l’attività fraudolenta.

E’ davvero un peccato che quegli economisti promotori di inflazione siano oggi chiamati liberali, poiché una politica più reazionaria ed illiberale di quella da loro sostenuta è proprio difficile da immaginare. Vengono inoltre chiamati progressisti, appellativo improprio in quanto l’inflazione è pratica ormai secolare. Nonostante i falsari moderni usino metodi più sofisticati di un tempo per legittimare le proprie svalutazioni, il risultato non cambia: da sempre è quello di instabilità politica, economica e monetaria.

Per arrivare a promuovere l’inflazione, l’economista in buona fede deve necessariamente bendarsi gli occhi di fronte alle distorsioni economiche da essa provocate. Sebbene il calcolo economico diventi ogni giorno più difficile, i promotori dell’inflazione rifiutano qualunque responsabilità.

L’inflazione conduce spesso a situazioni di controllo di prezzi e salari aventi per risultato la distruzione del sistema stesso dei prezzi, cioè il sistema di regolazione d’una economia libera. Se questi economisti lo capissero, allora l’unico motivo rimasto per sostenere l’inflazione non potrebbe che essere la loro volontà esplicita di distruggere la libertà degli individui.

Il vincitore del Premio Nobel Friedrich von Hayek scrisse nel 1959: “Non per caso le misure inflazionistiche sono di solito invocate da chi auspica un maggior controllo governativo. L’aumentata dipendenza degli individui dal governo, prodotta dall’inflazione, e la richiesta di ancor più interventismo a cui conduce può essere vista con favore solo da un socialista. Chi volesse impedire una simile deriva dovrebbe concentrare i propri sforzi sulle politiche monetarie.”

L’ALTERNATIVA ALL’INFLAZIONE

L’inflazione disincentiva il risparmio soprattutto quando il governo manipola al ribasso i tassi di interesse, con ricaduta sui rendimenti dei saldi di conto corrente. Il nostro sistema fiscale, tramite tassazione del reddito previsto, non fa altro che peggiorare le cose: possiamo aspettarci un sempre maggiore declino nella quota di risparmio della nostra società. L’inflazione ruba a chi è parco e crede nel risparmio, mentre impoverisce le pensioni e quanto faticosamente messo da parte per la terza età. Quale ragionevole economista potrebbe mai promuovere l’inflazione, avendo chiari in mente questi fatti?

Abbiamo oggi l’occasione di presentare alla gente un’alternativa al vecchio, corrotto strumento dei privilegi: un’alternativa moderna, funzionante e a beneficio di tutti. L’alternativa c’è e passa per il rifiuto dell’inflazione e del denaro disonesto: è una valuta redimibile a copertura aurea intera.

MONETA E COSTITUZIONE

“E’ evidente dal contesto generale della Costituzione, e dalla storia dell’epoca che le diede vita” disse Andrew Jackson, “come il proposito dell’Assemblea fosse di stabilire una valuta coperta da metallo prezioso.”

“Le perdite sostenute dagli Stati Uniti dopo la pace” notò James Madison nel Federalist n°44, “causate dagli effetti pestilenziali della valuta cartacea sulla vitale fiducia tra individui e verso le assemblee pubbliche, sull’operosità e la morale della società e sul nerbo del governo repubblicano rappresentano un debito enorme a carico dello Stato, unico colpevole di un così dissennato provvedimento, debito che per lungo tempo non potrà essere saldato; o piuttosto un accumulo di colpa che può essere espiata in nessun altro modo se non tramite sacrificio volontario, sull’altare della giustizia, da parte di quel potere che ne è stato veicolo.”

“L’emissione di valuta cartacea è saggiamente preclusa al governo del paese”, disse Alexander Hamilton, “e lo spirito di tale proibizione non dovrebbe essere trascurato dal governo degli Stati Uniti.”

Non solo l’inflazione è il risultato della pressione politica di particolari gruppi d’interesse, del desiderio di carriera dei politici e delle teorie fallaci degli economisti. Essa è anche chiaramente incostituzionale.

Una moneta con valore reale, cioè oro e argento, fu quella espressamente indicata dai Padri Fondatori, come è evidente dai loro scritti e dalla Costituzione. Il loro disprezzo per la valuta cartacea derivava dall’esperienza diretta con il Continentale, banconota coloniale irredimibile. Tanto disprezzo sta montando anche oggi, sintomo salutare per coloro tra noi interessati a sviluppare un sano sistema monetario.

MORALE E REDISTRIBUZIONE

L’inflazione dovrebbe essere contrastata quantomeno su basi morali, poiché forma nascosta di tassazione: il governo inganna il pubblico in fatto di entità del carico fiscale e di chi lo debba sopportare.  Infatti, sono le classi media e lavoratrice ad essere spogliate gradualmente, laddove i più poveri vengono ulteriormente schiacciati.

La ricchezza è così trasferita ai più privilegiati: dai lavoratori e risparmiatori verso i conniventi e furbi.

L’inflazione dovrebbe essere allontanata da qualunque società, ma soprattutto da quella che rivendichi un’appartenenza Giudaico-Cristiana. Si tratta non solo di ricchezza espropriata da un gruppo di cittadini ad un altro, in una gigante redistribuzione di senso opposto a quella di Robin Hood, ma anche di libertà strappata dal governo ai cittadini.

La facoltà di decidere in materia monetaria ed economica è ogni giorno di più sottratta agli individui per essere assegnata a politici, burocrati e banchieri centrali. Per imporre questo trasferimento, i pubblici ufficiali accumulano potere tramite leggi e regolamenti. La coercizione diventa regola quando scelte volontarie sono etichettate come minaccia al ‘bene comune’; è così che la nostra libertà viene erosa un poco per volta.

In una società priva di senso morale non può esistere una moneta onesta. Senza morale e moneta onesta non può esistere una società libera: una moneta disonesta va a braccetto con una società immorale.

MONETA IN MANO AI PRIVATI

Scansare un debito tramite svalutazione è un vecchio trucco per non onorare i propri impegni. La classica bancarotta è quantomento una soluzione palese, laddove l’inflazione è assai più distruttiva e disonesta specialmente quando a controllare l’offerta valutaria sono i governi, tradizionalmente i maggiori debitori della storia.

In The Wealth of Nations Adam Smith sottolineò: “Ritengo vi sia scarso margine di giustificabilità per quei debiti accumulati oltre un certo limite; dubito inoltre che possano essere ripagati in pieno. La risoluzione del debito, qualora attuata, lo è sempre tramite bancarotta: a volte palese, più spesso nascosta sotto le spoglie di una finta liquidazione, ma sempre e comunque tramite bancarotta di fatto.”

Lungo i secoli i governi sono ricorsi alla truffa dell’inflazione per finanziare iniziative impopolari. In un paese libero, follie da Stato sociale attuate tramite massicci programmi di redistribuzione interna o assurde guerre estere sarebbero impossibili, poiché la gente semplicemente si rifiuterebbe di pagare il maggior carico fiscale o di prestare al governo i fondi necessari. Di contro, un progetto realmente condiviso stimolerebbe il finanziamento volontario tramite donazioni o prestiti.

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Non possiamo predire i molti modi in cui la libertà migliorerà le nostre vite

Lun, 16/06/2014 - 08:00

I difensori della libertà sono spesso sfidati a fornire descrizioni esaustive di cosa succederebbe se un qualche aspetto delle nostre vite, sempre più dirette dal governo, fosse di nuovo lasciato alla libera scelta delle persone. Cosa accadrebbe se il governo non educasse i nostri figli? Cosa avverrebbe se il sistema previdenziale non forzasse la gente a “tenere da parte” per la pensione o se l’assistenza sanitaria pubblica non fornisse supporto medico? Cosa accadrebbe se la Fed non controllasse la liquidità monetaria e la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) non controllasse i depositi bancari? Cosa accadrebbe se la Food and Drug Administration (FDA) non assicurasse che il cibo è sano e l’Environmental Protection Agency (EPA) non ci proteggesse dall’inquinamento? Cosa accadrebbe se la Securities and Exchange Commission (SEC) non tenesse sotto controllo Wall Street e la Federal Trade Commission (FTC) e le leggi antitrust non ci proteggessero da monopoli e collusioni? Queste domande, e molte altre come queste, formano una lista quasi senza fine.

A fronte di questi interrogativi, è tuttavia importante riconoscere che tali domande sono trappole retoriche disegnate per porre un insormontabile onere della prova su organizzazioni volontarie, cortocircuitando il bisogno di avere a che fare con i molti criticismi validi di politiche coercitive.

La trappola funziona perché le risposte a tali domande sono al di là delle nostre competenze. Ma questo non significa che lo statalismo vinca a tavolino. Significa solo che una predizione dettagliata di ciò che accadrebbe in un futuro in cui alcuni vincoli imposti dal governo alla libertà fossero rilassati è oltre la conoscenza di chiunque.

Dunque, una risposta precisa alla domanda “Cosa, precisamente, produrrebbe la libertà?” è “Non lo so; nessuno lo sa”. Tuttavia, fallire nel rispondere in modo soddisfacente ad una domanda senza risposta, non riduce in alcun modo la giustificata confidenza nel fatto che accordi volontari farebbero funzionare meglio le cose. Infatti, l’incapacità di rispondere aiuta a spiegare perché la libertà funzioni così bene – permette lo sviluppo di benèfici accordi, precedentemente non scoperti, che servono la gente in modo più efficiente, anche se nessuno sa in anticipo, esattamente, cosa accadrà.

Per rendercene conto, riflettiamo semplicemente su ciò che la libertà ha prodotto in passato. I miracoli che la libertà ha prodotto, sconosciuti in anticipo, offrono una travolgente testimonianza a favore dell’aver fede nella libertà.

Per esempio, compariamo le Poste con qualsiasi altra forma di comunicazione. I cambiamenti del suo passo da lumaca contrastano gli avanzamenti nelle possibilità di comunicazione digitale al di là di ogni recente fantasia. Infatti, la libertà ha prodotto miracoli tutt’intorno a noi, di cui non riusciamo a comprendere la natura, perché oggi li prendiamo per garantiti e dimentichiamo la loro origine (per esempio, in un mondo di copie digitali, pochi ricordano le perdute “gioie” della carta carbone e la sua progenie viola).

Abbiamo solo bisogno di rivisitare le rivoluzioni coinvolte per vedere che nessuno ha mai conosciuto in anticipo cosa esattamente sarebbe successo. Se le persone avessero acquistato solo ciò che poteva essere chiaramente previsto, nessuno di quei miracoli sarebbe accaduto e saremmo incommensurabilmente più poveri.

Ma come sappiamo che i risultati della libertà saranno miglioramenti, dal momento che “qualsiasi cosa potrebbe avvenire”? Prima di tutto, l’interesse personale – il desiderio di migliorare le circostanze che attualmente affrontiamo – significa che dei miglioramenti sono visti. In secondo luogo, quando sono protetti i diritti delle persone, il bisogno di ottenere accordi volontari di terzi significa che nessuno può imporre risultati peggiori sugli altri, ma lascia molto spazio perché i risultati siano non semplicemente migliori, ma in modo inimmaginabile. Cosa questa che non è sicura nemmeno sotto la pesante mano del governo.

Come il famoso scritto di Leonard Read “Io, la matita” ha illustrato, i miracoli del mercato sono all’ordine del giorno. Le matite sono poco costose ed abbondanti anche se nessuno conosce tutto ciò che è coinvolto nel produrle. E così accade per una vasta gamma di altre cose.

In aggiunta, nessun politico o burocrate che dirige una delle tante imprese di governo che è cresciuta per circondarci avrebbe incontrato lo stesso onere della prova quando il governo scavalcava gli accordi volontari e le loro prescrizioni. Inoltre, domande poste al governo su “cosa accadrebbe” di fronte a qualche nuovo programma di governo proposto, come per esempio l’Obamacare, sono spesso ignorate impunemente.

Le promesse iniziali, fatte con tale sicurezza, riguardanti le nuove “soluzioni” del governo, sono state sogni irrealizzati irraggiungibili.  E, differentemente dalla proprietà e dagli accordi mutuamente vantaggiosi che essa permette, che hanno prodotto innumerevoli e chiari trionfi, non ci sono “storie di successo” che dimostrino un qualche miglioramento miracoloso, in seguito all’intervento del governo, paragonabili agli storici successi del mercato. Infatti, gli unici esempi reali di miracoli prodotti dal governo, sono quelli prodotti riducendo in modo stringente il suo raggio d’azione, come per esempio con il “tu non dovresti” della nostra Carta dei Diritti della Costituzione, semplicemente rinforza una legittimata credenza nella libertà e come corollario toglie fiducia al governo.

Uno dei miei professori una volta disse “Sono stato un economista per un tempo sufficientemente lungo a capire che ‘non so’ è una risposta intellettualmente rispettabile”. Infatti, quando si predice il futuro, questa è virtualmente sempre una parte importante della risposta. Ma quando le persone sono libere, i risultati dei loro accordi volontari saranno tanto buoni quanto essi stessi potranno scoprire, anche se non sono conosciuti in anticipo. Al contrario, le politiche pubbliche basate su ciò che Friedrich Hayek chiamò la “pretesa della conoscenza”, sostenuta dalla coercizione, non sono né intellettualmente rispettabili né una garanzia di miglioramento, per quanto tali promesse vengano fatte frequentemente e ostinatamente. Infatti, se l’onere del dover provare la propria efficacia fosse chiesto al governo, piuttosto che alla libertà, una quantità evanescente del governo sopravvivrebbe, e le manette che costringono i miracoli che sono possibili sarebbero sciolte.

Articolo di Gary Galles su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Il Pianificatore (ovvero: L’Ingegnere, Terza ed ultima Parte)

Ven, 13/06/2014 - 08:00

Si conclude così questa raccolta di scritti, apparsa per la prima volta su The Counter-Revolution of Science. Speriamo, come sempre, di aver suscitato un qualcosa in Voi, una scintilla che Vi spinga ad andare avanti, a ricercare, a conoscere, a non accettare. Come il nostro motto recita, infatti, Tu ne cede malis, sed contra audentior ito. Buona lettura! [NdR]

È questo conflitto con un forte istinto umano, notevolmente rinforzato nella persona dello scienziato e dell’ingegnere, a rendere l’insegnamento delle scienze morali così poco apprezzato. Come Bertrand Russell ha ben descritto,

il piacere della costruzione pianificata è uno delle motivazioni più potenti negli uomini che uniscono l’intelligenza all’energia; qualsiasi cosa possa essere costruita secondo un piano, un tale uomo tenterà di costruirla… il desiderio di creare non è in sé idealistico poiché è una forma di amore del potere e, dato che il potere di creare esiste, ci saranno uomini desiderosi di usare questo potere anche se la natura, senza bisogno d’aiuto, fornisse un risultato migliore di quelli che possono essere determinati con una deliberata intenzione. [1]

Questa dichiarazione si trova, tuttavia, all’inizio di un capitolo significativamente intitolato “Società Create Artificialmente,” nel quale Russell stesso sembra sostenere queste tendenze argomentando che “nessuna società può essere considerata come completamente scientifica a meno che sia stata creata deliberatamente con una determinata struttura per compiere determinati scopi.” [2] Così come questa dichiarazione sarà compresa dalla maggior parte dei lettori, esprime brevemente quella filosofia scientista che per mezzo dei suoi promotori ha fatto di più per generare l’attuale tendenza verso il socialismo di tutti i conflitti fra interessi economici che, benché sollevino un problema, non indicano necessariamente una particolare soluzione. Per la maggior parte delle guide intellettuali del movimento socialista, almeno, è probabilmente vero dire che sono socialisti perché il socialismo appare loro come A. Bebel, capo del movimento democratico sociale tedesco, lo definì sessant’anni fa, ovvero “scienza applicata in chiara consapevolezza e con completa comprensione di tutti i campi dell’attività umana.” [3]

La prova che il programma del socialismo realmente deriva da questo genere di filosofia scientista deve essere riservata a studi storici dettagliati. Attualmente la nostra preoccupazione è pricipalmente di mostrare in che misura l’errore intellettuale puro in questo campo può interessare profondamente tutti gli aspetti dell’umanità.

Quello che la gente così poco disposta a rinunciare a qualsiasi potere di controllo cosciente sembra non poter comprendere, è che questa rinuncia di potere cosciente, potere che deve sempre essere potere dell’uomo su altri uomini, è per la società nell’insieme soltanto una rassegnazione apparente, un’auto-negazione su cui gli individui sono invitati ad esercitarsi per aumentare i poteri della specie, per liberare la conoscenza e le energie degli innumerevoli individui che potrebbero non essere mai utilizzati in una società diretta coscientemente dall’alto. La grande sfortuna della nostra generazione è che la direzione che è stata data ai suoi interessi per mezzo dello stupefacente progresso delle scienze naturali non è una direzione che li aiuti nella comprensione del più grande processo di cui noi individui siamo soltanto una parte o nell’apprezzamento di come contribuiamo costantemente ad uno sforzo comune senza dirigerlo o obbedire ad ordini altrui. Vedere questo richiede un genere di sforzo intellettuale di un carattere diverso da quello necessario per il controllo delle cose materiali, uno sforzo in cui la formazione tradizionale in “studi umanistici” ha dato almeno una certa pratica, ma al quale i tipi ora predominanti di educazione sembrano preparare sempre meno.

Più la nostra civilizzazione tecnica avanza e più, quindi, lo studio delle cose come distinte dallo studio degli uomini e delle loro idee si qualifica per le posizioni più importanti ed influenti, e più significativo diventa il solco che separa due diversi tipi di mente: una rappresentata dall’uomo la cui ambizione suprema è di far girare il mondo attorno a lui in una enorme macchina, ogni cui parte, al suo premere un tasto, si muove secondo il suo disegno; e l’altro rappresentato dall’uomo il cui interesse principale è lo sviluppo della mente umana in tutte le sue funzioni, che nello studio della storia o della letteratura, dell’arte o della legge, ha imparato a vedere gli individui come componenti di un processo in cui il suo contributo non è diretto ma spontaneo e dove contribuisce alla creazione di qualcosa più grande di lui o di quanto qualunque altra singola mente potrà mai progettare.

È questa consapevolezza di far parte di un processo sociale, e del modo in cui i diversi sforzi interagiscono, che la sola formazione scientifica o tecnologica sembra così deprecabilmente non riuscire a trasmettere. Non sorprende che molte delle menti più attive fra quelle in tal modo addestrate presto o tardi reagiscano violentemente contro le mancanze della loro formazione e sviluppino una passione per l’imposizione alla società dell’ordine che non possono trovare con i mezzi di cui hanno familiarità.

Conclusione

In conclusione è forse desiderabile ricordare al lettore una volta di più che tutto quello che abbiamo detto qui è diretto soltanto contro un uso sbagliato della scienza, non contro lo scienziato nello speciale campo di sua competenza, ma contro l’applicazione delle sue abitudini mentali nei campi in cui non è competente. Non c’è conflitto fra le nostre conclusioni e quelle della scienza legittima.

La lezione principale a cui siamo arrivati è effettivamente la stessa che uno degli allievi più acuti del metodo scientifico ha tratto da un’indagine in tutti i campi di conoscenza: è che “la grande lezione di umiltà che la scienza ci insegna, che non potremo mai essere onnipotenti o onniscienti, è la stessa di tutte le grandi religioni: l’uomo non è e non sarà mai il dio di fronte al quale si deve piegare. “[4]

Di Friedrich von Hayek

Tradotto da Flavio Tibaldi

Tratto da La Voce del Gongoro

Link Alla Seconda Parte

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Note

[1] The Scientific Outlook, 1931, P. 211.

[2] Ibid., p. 211. Il passaggio citato potrebbe essere interpretato in un senso inconfutabile se “determinati scopi” è inteso non riferito a particolari risultati predeterminati ma come capacità di fornire ciò che gli individui desiderano in un qualunque momento – cioè, se ad essere progettato è un macchinario che può servire molti fini e non ha bisogno a sua volta di essere orientato “coscientemente” verso un fine particolare.

[3] A. Bebel, Die Frau und der Sozialismus, 13a ed., 1892, p. 376. ”Der Sozialismus ist die mit klarem Bewusstsein and mit voller Erkenntnis auf alle Gebiete menschlicher Taetigkeit angewandte Wissenschaft.” Cfr. anche Socialismo e Scienza Positiva di E. Ferri (trad. dall’edizione italiana del 1894). Il primo a vedere chiaramente questo collegamento sembra essere M. Ferraz, Socialisme, Naturalisme et Positivisme, Parigi, 1877.

[4] M.R. Cohen, Reason e Nature, 1931, P. 449. È significativo che uno dei membri principali del movimento di cui ci preoccupiamo, il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, abbia scelto esplicitamente il principio opposto, homo homini Deus, come sua massima guida.

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Oro, pace e prosperità – parte III

Mer, 11/06/2014 - 07:00

Terza di cinque puntate con la traduzione integrale del trattato Gold, Peace and Prosperity di Ron Paul.

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IL DADO E’ TRATTO

 Con la morte del Dollaro è arrivato il tempo di istituire un sistema monetario affidabile. E’ il momento storico ad richiederlo e pure la sopravvivenza del nostro ordine economico e politico.

L’impresa non sarebbe ardua se, per una volta almeno, ignorassimo quelle pressioni politiche da gruppi di interesse le cui richieste sono soddisfatte dall’inflazione valutaria. Questa, che sia a beneficio di qualche grande impresa, di banchieri, burocrati, appaltatori monopolisti o politici di carriera, deve trovare fine. Come sottolineò Henry Hazlitt, la soluzione non è difficile: “Per fermare l’inflazione [dei prezzi] dobbiamo fermare l’inflazione [di valuta].”

Per invertire il corso suicida della nostra economia dobbiamo comprendere i motivi di chi sostiene l’inflazione.

Molti industriali, banchieri, sindacalisti, politici e professori sono cresciuti amando l’inflazione poiché in essa hanno visto lo strumento per realizzare i propri fini: a volte per motivi puramente materialistici, altre per sete di potere. In entrambi i casi il loro comportamento è stato immorale.

La pressione politica ad inflazionare è la principale ragione dell’espansione continua dell’offerta valutaria. La cosiddetta ‘monetizzazione del debito’ federale, per cui la Federal Reserve trasforma in denaro i titoli di Stato del governo, è una soluzione politicamente molto facile e conveniente per pagare i debiti accumulati dal Congresso senza dover ricorrere ad aumenti di tasse che, senza dubbio, provocherebbero rivolte.

Tutti in parlamento parlano di pareggio del bilancio ma pochi votano regolarmente per ottenerlo: ciascun parlamentare spera sempre che siano i progetti di qualche collega ad essere tagliati, non i propri. Di recente mi è capitato di assistere allo spettacolo di un deputato conservatore intento a votare una legge di spesa in lavori pubblici; sapendo che quei soldi sarebbero dovuti venire o da nuove tasse o dalla stampa di nuova valuta, gli chiesi come sarebbe riuscito ad ottenerli. “Sì, so bene che sarà terribile…”, egli rispose, “ma uno di questi giorni potrei aver bisogno di agevolazioni edilizie per il mio collegio elettorale”. Si potrebbe pensare che siano soltanto quelli di sinistra ad avere le tasche bucate, ma è sconsolante osservare persone che dovrebbero conoscere la realtà approvare sussidi all’agricoltura o alle imprese, proprio mentre manifestano il proprio orrore verso il C.E.T.A.[9] Senza un cambio radicale di paradigma il bilancio non sarà mai in pareggio, le stampanti continueranno a funzionare, il Dollaro verrà svalutato ancor più ed i prezzi, come naturale conseguenza, continueranno a crescere senza sosta.

LA COLPA E’ DEGLI IMPRENDITORI?

 Alcuni sostengono che a causare inflazione sia il profitto degli imprenditori ma i profitti, in un mercato spontaneo, sono solo indicazione dell’efficienza nel servizio al consumatore. I profitti legittimi non provocano in alcun modo inflazione.

Tuttavia, le richieste di ‘denaro facile’ da parte delle grandi imprese sono certamente tra le cause dell’espansione valutaria. Alan Greenspan, ad esempio, affermò che il contributo più significativo alla nostra inflazione dei prezzi sia dovuto all’espansione del credito per fornire più di 600 miliardi di dollari in prestiti garantiti dalla Federal Reserve al settore produttivo.

Studiando l’entità dell’inflazione dal 1970 e dei deficit federali nel periodo in cui vennero monetizzati, cioè in cui si stamparono dollari dal nulla per ripagarli, scoprii alcune cifre spaventose. Sembra che solo il 20% dell’espansione di offerta valutaria sia stata destinata a coprire il deficit; il restante 80% andò a ‘stimolare’ l’economia tramite prestiti ai settori delle grandi banche e imprese. Qualunque ne sia il motivo, questi settori senza dubbio hanno beneficiato dalla svalutazione del Dollaro.

LA COLPA E’ DELLE BANCHE?

Le grosse banche, tra le maggiori sostenitrici della valuta a corso forzoso, hanno di certo beneficiato dall’inflazione: a far lievitare i loro ‘profitti’ è stato il ruolo di intermediarie tra governo e grandi imprese nel gestire tutti i nuovi soldi stampati. I banchieri internazionali sono stati ben lieti di svolgere questa funzione.

Le banche hanno inoltre il privilegio di poter creare valuta in forma di scritture contabili, cioè di saldi di deposito a vista creati dal nulla: accade ogni volta in cui aprono una linea di credito ad un cliente, dal quale poi esigono degli interessi. Gran parte della valuta in circolazione consiste di saldi di deposito a vista creati dal settore bancario.

Se a molti porta rovina, ad alcuni l’inflazione assegna dei vantaggi in quanto trasferisce ricchezza da una categoria di persone ad un altra. Sebbene il processo non sia esente da una certa componente di casualità, esso procede principalmente dalla classe media e dei più indigenti verso la classe politica, i banchieri e le grandi imprese. Questa è la dinamica immorale che va fermata.

LA COLPA E’ DEI SINDACATI?

I sindacati sono spesso accusati di provocare inflazione, tuttavia non è loro il privilegio di creare valuta o credito dal nulla e dunque non possiamo ritenerli diretti responsabili. Ciononostante, esattamente come le grandi imprese esercitano pressioni sul governo affinché inflazioni, così fanno i sindacati per rafforzare la propria posizione di monopolio salariale. Un buon esempio è il credito concesso dal governo in soccorso a Chrysler, tramite finanziamento ai suoi impiegati di un salario doppio rispetto alla media del settore industriale. I sindacati però, al pari delle imprese, possono fare pressioni per una maggior inflazione soltanto quando il meccanismo inflazionistico è già in piedi e funzionante; una valuta a copertura aurea intera renderebbe tutto ciò impossibile.

INFLAZIONE E CICLI ECONOMICI

I cicli economici, secondo Marx connaturati al capitalismo, sono in realtà provocati dall’inflazione operata dai governi. “Nuova valuta è emessa dal sistema bancario dietro protezione di un governo”, afferma il Dr. Murray Rothbard, “per poi essere prestata al comparto produttivo. Agli imprenditori questi nuovi fondi appaiono come investimenti genuini frutto di risparmio volontario, come accadrebbe in un libero mercato, tuttavia non è così. La nuova valuta è impiegata dagli imprenditori in vari progetti e trasmessa a dipendenti ed altri fattori produttivi in forma di salari e prezzi. Mentre questa nuova valuta filtra nei vari strati dell’economia, il mercato tende a ristabilirsi sui precedenti livelli di proporzione tra consumo e risparmio [10]. In breve, in una società dove la gente sia solita trattenere dal consumo immediato un 20% della propria busta paga a scopo di investimento, per spendere invece il resto, il nuovo credito bancario creato dal nulla si aggiungerebbe a tale percentuale facendo sembrare maggiore l’entità del risparmio complessivo della società. Mano a mano che la nuova valuta si diffonde nell’economia, alterando il livello dei prezzi, la proporzione 20-80% viene ristabilita e molti investimenti si rivelano per quello che sono: uno spreco. Il credito inflazionistico ha distorto il mercato e sviato gli imprenditori; la liquidazione degli investimenti azzardati dovuti all’espansione inflazionistica costituisce la fase di depressione del ciclo economico”.

L’espansione dell’offerta valutaria agisce inoltre riducendo i tassi di interesse, i quali a propria volta incoraggiano ulteriori malinvestimenti.

Gli economisti interventisti contestano superficialmente l’idea che possa esservi crescita economica in una società di libero mercato, definendola ‘teoria delle briciole ai poveri’. Invece è proprio l’inflazione che, prima lentamente poi in modo fulminante, sparge miseria economica tra gli indigenti, la classe media e i lavoratori mentre arricchisce i privilegiati. E’ questa la dinamica ‘dall’alto verso il basso’ che davvero meriti condanna da chiunque abbia a cuore il tema della povertà.

“Un aumento dell’offerta valutaria non conferisce alcun beneficio sociale di sorta”, afferma il Dr. Hans Sennholz, “riesce soltanto a redistribuire ricchezza e potere d’acquisto, sviare e danneggiare il settore produttivo oltre a rappresentare, in sé e per sé, una potente arma di conflitto sociale.”

Chiunque riceva la nuova valuta per primo avrà i maggiori benefici, tuttavia i settori economici così privilegiati inizieranno a dipendere dalle ulteriori iniezioni di credito e saranno perciò incentivati a formare potenti gruppi di pressione decisi a mantenere i propri privilegi tramite attività di lobby verso il governo. E’ così che l’inflazione incoraggia il conflitto all’interno di una società: dividendola in fazioni rivali intente a conservare privilegi l’una a danno dell’altra.

(Vai alla Parte I)
(Vai alla Parte II)

 

NOTE:

[9] C.E.T.A.: Comprehensive Employment and Training Act, legge federale statunitense del 1973, volta ad abbattere la disoccupazione tramite l’istituzione di programmi d’addestramento ed assunzione nel settore pubblico. [NdT]

[10]  Si presti attenzione alla differenza che, nel gergo della scienza economica,  corre tra risparmio ed accumulo: il risparmio è quel flusso di denaro sottratto al consumo immediato e incanalato in investimenti (ad es.: il saldo di un conto bancario vincolato). L’accumulo è quello stock di denaro che giace inutilizzato (ad es.: i proverbiali soldi nascosti sotto il materasso). [NdT]

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Disunione monetaria europea. Ma è davvero un male?

Lun, 09/06/2014 - 08:00

Disunione monetaria europea. Ma è davvero un male?

 Un interessante articolo di Marcello De Cecco – La moneta unica che sale fa paura all’Europa del sud ma non alla Germania, pag. 3 con richiamo in prima – attira l’attenzione sia sui fattori di politica monetaria che favoriscono il rafforzamento dell’euro, sia sulle sue conseguenze per la bilancia commerciale. In teoria, i Paesi esportatori dovrebbero risentire del cambio elevato; in pratica, “si è venuta a creare una contraddizione pericolosa all’interno dell’Unione, che si dovrebbe ripercuotere ancor di più di quel che già non sia avvenuto, tra gli interessi dell’economia tedesca e quelli delle economie periferiche della Uem.”: la Germania ha da tempo delocalizzato la produzione della componentistica nel centro Europa, quindi il prezzo all’esportazione dei prodotti finiti può essere facilmente abbassato per compensare la rivalutazione, perché il medesimo movimento del cambio fa calare, nello stesso tempo, i costi di produzione. E anche quelli di finanziamento, dato che l’afflusso di capitali finanziari riduce i tassi di interesse. “Infine, l’euro alto vuol dire prezzi contenuti delle materie prime e dei prodotti agricoli importati e questo tiene bassi prezzi e salari”. Diverso il discorso per i Paesi del Sud, che non hanno delocalizzato nello stesso modo, “un po’ per mancanza di respiro industriale, un po’ perché [le loro industrie] producono [anch'esse] parti per le industrie tedesche”. Dal canto suo, la Francia, “pur soffrendo per l’euro alto, esporta beni ad alto contenuto di tecnologia e non è in concorrenza con la Mitteleuropa che fornisce la Germania”; inoltre, punta “a salvaguardare il proprio merito di credito allineandolo a quello tedesco, che vuol dire che le banche francesi e lo stato francese possono finanziarsi vantaggiosamente sui mercati internazionali.”, quindi la sua posizione, nel corso delle discussioni in ambito UE/BCE, è sempre allineata con quella tedesca.

Spiace che l’articolista finisca per appiattire quest’analisi sulla solita contrappoizione “noi/Germania”, mentre le sue considerazioni sul peso dei capitali cinesi sulla finanza internazionali, pur degne di attenzione, non sono attinenti al nostro tema. E’ un vero peccato, perchè disponeva di tutti i pezzi del puzzle. Se solo li avesse saputi mettere insieme…

Cominciamo dall’inizio. In generale, le industrie francesi e tedesche si concentrano su processi produttivi ad alta intensità di capitale. Processi che, per definizione, richiedono tempi di completamento più lunghi e, pertanto, vanno finanziati con prestiti a medio-lungo termine: questo accentua, per un verso, l’importanza relativa del tasso di interesse per le scelte imprenditoriale e, per altro, il potenziale distorsivo della manipolazione del tasso stesso. Inoltre, i processi in discorso, articolati su una pluralità di stadi, richiedono sia materie prime sia beni intermedi, il che rende praticabile la delocalizzazione per questi ultimi, anche in previsione di un trend valutario di lungo periodo come quello descritto. Sotto questo profilo, quindi, la convergenza franco-tedesca è dettata da fattori concreti, diversi dalla mera convenienza di Stato e banche.

Nondimeno, quest’ultima va pur sempre additata come il primum movens delle politiche nazionali, europee ed internazionali. Non per nulla, è il vero pilastro dell’Unione monetaria (diversamente da quanto sembra assumere il pur esimio articolista): le banche francesi e tedesche hanno macinato profitti con il carry trade sui prestiti nei Paesi del Sud, il cui sistema bancario, a sua volta, ha tratto beneficio da afflussi di capitali che non si sarebbero verificati affatto, senza l’apparente venir meno del rischio sovrano legato alla garanzia politica implicita nell’euro. Per quanto riguarda gli Stati, la riduzione degli interessi sul debito pubblico ha prolungato l’agonia di bilanci insostenibili e, soprattutto, le carriere di un’intera classe politica; è vero che i tassi sui Bund sono saliti con l’ingresso nell’euro, ma gli esportatori tedeschi hanno ottenuto una valuta più debole del marco, l’eliminazione del rischio di cambio e, soprattutto, la fine delle svalutazioni competitive. E le banche sono sempre contente quando i loro clienti prosperano, perché così possono spingerli a indebitarsi di più.

Manca completamente, nell’articolo in commento, il tema dei prezzi relativi e delle distorsioni conseguenti alla politica monetaria, o ai movimenti di capitali finanziari. Non per caso: l’Autore non conosce, o non condivide, la teoria Austriaca del ciclo. La quale ammonisce che la prosperità di oggi, in Germania, con ogni probabilità getta i semi della crisi di domani, mentre la crisi nel Sud Europa, se non fosse contrastata con tanto impegno, porrebbe termine a situazioni insostenibili, ricreando le condizioni per la prosperità duratura.

Manca, inoltre, un’analisi meno indulgente con i Paesi del Sud: il loro problema non è una semplice “mancanza di respiro industriale”, ma, semmai, una storica concentrazione in settori a bassa intensità di capitale, con un export sussidiato dalle svalutazioni competitive, a spese del resto della nazione. E su tale struttura produttiva hanno influito, nel corso dei decenni se non dei secoli, sia il peso di un Fisco rapace, sia una lunga tradizione di indebitamento pubblico, che ha drenato risparmi verso un settore statale decisamente sovradimensionato (il caso estremo è la Grecia; ma il Portogallo segue a ruota; e dell’Italia taccio). In simili condizioni, l’afflusso di capitali indotto dall’euro ha fatto gonfiare la “bolla” soprattutto in termini di eccesso di consumi, deficit commerciale e cattivi investimenti in settori tradizionali come l’immobiliare o le autovetture.

Peraltro, l’”effetto Ricardo” ha colpito sia nell’Europa del Sud sia in Germania: la diffusione endemica della c.d. “precarietà”, con un mercato del lavoro molto segmentato tra ipergarantiti e non tutelati, vede anche molti tedeschi cercar di sbarcare il lunario con i mini-job, che non offrono un salario sufficiente. Non disponendo di informazioni sufficienti in proposito, posso soltanto supporre che, anche in Germania, gli effetti distorsivi dell’inflazione concentrino gli investimenti nei settori ad alta intensità di capitale, dove appaiono più convenienti, mentre per gli altri (che comprendono, ad esempio, tutte o quasi tutte le imprese al dettaglio) la minor convenienza relativa ad investire in macchinari e innovazione ha portato ad un progressivo calo della produttività – e quindi dei costi massimi sostenibili – connesso ad un ricorso eccessivo alla forza-lavoro; inoltre, l’instabilità crescente del sistema economico rende sempre più difficile programmare un’attività imprenditoriale con carattere di stabilità. L’insieme di questi fattori fa sì che le imprese scarichino sui lavoratori, o almeno su alcune fasce, buona parte del rischio imprenditoriale e anche dell’incertezza, tramite contratti “mordi e fuggi”. Questo non è un bene: l’impresa, in condizioni fisiologiche, è una forma di cooperazione sociale, al pari del mercato. Ma la colpa non è dell’avido capitalista speculatore: l’avidità c’era anche prima! Si assumeva a tempo indeterminato, e si investiva in capitale reale, perché conveniva. Oggi, la distorsione del sistema produttivo è arrivata al punto di rendere non più conveniente quella che dovrebbe essere la normalità.

(Parentesi. Tempo indeterminato non dovrebbe comunque significare impossibilità di licenziare, o comunque di modificare i contratti se le cose vanno meno bene del previsto; lo strumento dei contratti di solidarietà non è nato per caso e consentirebbe una gestione non coercitiva delle crisi d’impresa, se non fosse che la politica monetaria, impedendo la deflazione, impedisce altresì che un taglio al salario nominale possa lasciar invariato, o quasi, quello reale).

All’interno di ogni Paese ci sono “i sommersi e i salvati” dall’inflazione, dall’euro, dalla crisi. Qualcuno vince, qualcuno perde. A volte si tratta di gruppi individuabili e anche dotati di una certa coscienza di classe: politici, banchieri, esportatori (ma già la categoria degli industriali, sotto questo profilo, non è omogenea). Ma il più delle volte non è così, perchè l’impatto della redistribuzione monetaria è percepito in misura diversa da ciascuno, secondo la propria valutazione soggettiva del potere d’acquisto.

Si badi che questo è vero per qualsiasi cartamoneta a corso forzoso, sia essa statale o sovranazionale.

Ma allora non basta dire – sebbene sia indubbiamente vero – che l’Eurozona non è adatta ad un’unione valutaria perchè le economie dei Paesi aderenti non sono omogenee: queste disomogeneità esistono e persistono anche all’interno dei singoli Stati; solo, su scala più vasta esse risultano più evidenti e meno gestibili. Perché ogni Stato, tradizionalmente, avvantaggia certi gruppi a scapito di altri, che però, ormai, vi si sono assuefatti: così, l’”interesse nazionale” dell’Italia è generalmente inteso come interesse di tutti (sic!) a incentivare gli esportatori tramite svalutazioni competitive, pagate dal resto della nazione. Che, tuttavia, non se ne lamenterebbe affatto.

Se così stanno le cose, allora il giudizio corrente sulla Uem dev’essere ribaltato. Laddove l’Europa si muove davvero unita – cioè nello sfruttamento del monopolio sulla cartamoneta e negli sforzi per costruire un sistema bancario su scala continentale, che possa, quindi, emettere ancor più mezi fiduciari – è inevitabile e, oserei dire, salutare una condanna senza appello. Ma la disunione da tutti lamentata, la contrapposizione di interessi tra Stati, o meglio, tra i gruppi che ciascuno Stato vorrebbe favorire, forse non è affatto un male. Forse è un bene. Dopotutto, rende espliciti giochi che prima passavano inosservati… e, soprattutto, attira l’attenzione sugli effetti Cantillon. La crisi sta facendo saltare l’illusione di un “interesse nazionale” unitario: potrebbe davvero emergere, nella percezione comune, la consapevolezza che tra Uem e monopolio statale sulla cartamoneta vi è solo una differenza di grado. A quel punto, forse i più si batteranno per prendere il controllo della macchina e decidere verso chi indirizzarne i benefici (è il caso dei “signoraggisti”); e almeno la lotta di classe del nostro tempo diverrebbe esplicita. Inoltre, qualcuno dovrà pur arrivare al passo successivo: se il popolo è una “comunità di interessi”, allora lo Stato nazionale non può rappresentarlo; posto pure che i diversi interessi non debbano condurre all’individuazione di popoli diversi, sarà possibile comporli in armonia solo se ciascun gruppo – omogeneo – può scegliere la moneta più adatta alle proprie esigenze. E la libertà monetaria farebbe il suo ingresso nell’agone politico.

Insomma, viva la Uem, perché è votata al suicidio! E perché il corso forzoso potrebbe essere una vittima collaterale.

Guido Ferro Canale

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Il Mercante (ovvero: L’ingegnere, II Parte)

Ven, 06/06/2014 - 08:00

Prima di procedere a considerare l’importanza di questa concezione di un’organizzazione razionale della società, sarà utile completare l’abbozzo della mentalità tipica dell’ingegnere con un abbozzo ancora più breve delle funzioni del mercante o del commerciante. Questo non solo deluciderà ulteriormente la natura del problema dell’utilizzazione della conoscenza dispersa fra molte persone, ma contribuisce inoltre a spiegare l’avversione che non solo l’ingegnere, ma la nostra generazione tutta mostra per ogni attività commerciale e la generale preferenza che è accordata oggi alla “produzione” rispetto ad attività definite, confondendo alquanto, come “distribuzione.”

Rispetto al lavoro dell’ingegnere, quello del commerciante è, in un senso, molto più “sociale,” cioè intrecciato con le libere attività delle persone. Egli rende possibile un passo in avanti verso la soddisfazione ora di un fine, ora di un altro, e difficilmente si preoccuperà mai dell’intero processo che serve un’esigenza finale. Ciò che lo interessa non è il raggiungimento di un particolare risultato finale dell’intero processo a cui partecipa, ma il migliore uso dei particolari mezzi di sua conoscenza.

La sua speciale conoscenza è quasi interamente la conoscenza delle circostanze particolari di tempo o luogo o, forse, una tecnica di accertamento di quelle circostanze in un dato campo. Ma benchè questa conoscenza non sia di un genere che può essere formulato nelle proposte generiche o acquistato una volta per tutte, e comunque, in un’era scientifica, è per quel motivo considerata come conoscenza di un genere inferiore, è per ogni scopo pratico meno importante della conoscenza scientifica.

E mentre è forse immaginabile che ogni conoscenza teorica potrebbe essere raccolta nelle teste di pochi esperti ed essere così messa a disposizione di una singola autorità centrale, è questa conoscenza del particolare, delle circostanze momentanee del momento e delle condizioni locali, che non esisterà mai in altro modo che dispersa fra molte persone. La conoscenza di quando un materiale o una macchina particolare possono essere utilizzati più efficacemente, o dove possono essere ottenuti più rapidamente o più economicamente, è abbastanza importante per la soluzione di un’operazione particolare quanto la conoscenza di quale sia il materiale o la macchina migliore per lo scopo. Il genere precedente di conoscenza ha poco a che fare con le proprietà permanenti di categorie di oggetti che l’ingegnere studia, ma è la conoscenza di una particolare situazione umana. Ed è come persona la cui funzione è di tenere conto di questi fatti che il commerciante entrerà costantemente in conflitto con gli ideali dell’ingegnere, con i cui programmi interferisce provocando quindi la sua avversione. [1]

Il problema di assicurare un uso efficiente delle nostre risorse è così in gran parte il problema di come questa conoscenza delle particolari circostanze del momento possa essere utilizzata al meglio; e il compito che impone al progettista di un ordine razionale della società è di trovare un metodo con cui questa conoscenza ampiamente dispersa possa essere raccolta nel modo migliore. Fa una Petitio Principii, come succede di solito, per descrivere questo compito come efficace utilizzo delle risorse “disponibili” per soddisfare i bisogni “esistenti”. Nè le risorse “disponibili” nè i bisogni “esistenti” sono fatti obbiettivi come quelli di cui l’ingegnere si occupa nel suo campo limitato: non possono mai essere direttamente conosciuti in tutti i dettagli rilevanti per un singolo corpo di progettazione. Le risorse ed i bisogni esistono per scopi pratici soltanto attraverso qualcuno che li conosca, e sarà conosciuto infinitamente di più da tutte le persone insieme di quanto può essere noto all’autorità competente. [2]

Il mercato

Una soluzione di successo non può quindi essere basata su di un’autorità che si occupa direttamente di fatti obbiettivi, ma dev’essere basata su un metodo di utilizzazione della conoscenza dispersa fra tutti i membri della società, conoscenza di cui in qualsiasi caso particolare l’autorità centrale non saprà solitamente né chi la possiede né se esista affatto. Non può quindi essere utilizzata coscientemente integrandola in un tutto coerente, ma soltanto attraverso un certo meccanismo che delegherà le particolari decisioni a coloro che la possiedono, e che per quello scopo li rifornirà di informazioni sulla situazione generale così come gli permetterà di fare il miglior uso delle sole circostanze particolari che conoscono.

Questa è precisamente la funzione che i vari “mercati” espletano. Benché ogni loro parte conosca soltanto un piccolo settore di tutte le possibili fonti di rifornimento o degli usi di un prodotto, tuttavia, direttamente o indirettamente, le parti sono così interconnesse che i prezzi registrano i risultati netti rilevanti di tutti i cambiamenti che interessino domanda od offerta. [3] È come uno strumento per la comunicazione a tutti gli interessati ad un particolare prodotto delle relative informazioni, in forma ridotta e condensata, poiché i mercati ed i prezzi devono essere visti se vogliamo capire la loro funzione. Aiutano ad utilizzare la conoscenza di molte persone senza il bisogno in primo luogo di raccoglierla in un singolo corpo e rendono quindi possibile quella combinazione di decentralizzazione delle decisioni e di aggiustamento reciproco di queste decisioni che troviamo in un sistema competitivo.

Nel puntare ad un risultato che deve essere basato, non su un singolo corpo di conoscenza integrata o di ragionamento collegato che il progettista possiede, ma sulla conoscenza separata di molte persone, l’operazione dell’organizzazione sociale differisce fondamentalmente da quella dell’organizzazione di risorse materiali date. Il fatto che nessuna mente può conoscere più di una frazione di ciò che è noto a tutte le menti individuali pone dei limiti a quanto la direzione cosciente può migliorare i risultati di processi sociali inconsci. L’uomo non ha progettato deliberatamente questo processo ed ha cominciato a capirlo soltanto molto tempo dopo che questo si fu sviluppato. Ma che qualcosa che non solo non fa affidamento sul controllo intenzionale per il proprio funzionamento, ma che neppure è stato progettato deliberatamente, potrebbe determinare risultati desiderabili, che non potremmo determinare in altro modo, è una conclusione che lo scienziato naturale sembra trovare difficile da accettare.

È perché le scienze morali tendono a mostrarci queste limitazioni al nostro controllo cosciente, laddove il progresso delle scienze naturali estende costantemente il suo campo, che lo scienziato naturale si trova così frequentemente in rivolta contro l’insegnamento delle scienze morali. L’economia, in particolare, dopo essere stata condannata per aver impiegato metodi diversi da quelli dello scienziato naturale, si trova doppiamente condannata perché sostiene di mostrare i limiti della tecnica con cui gli scienziati naturali estendono continuamente la nostra conquista e padronanza della natura.

Di Friedrich von Hayek

Tradotto da Flavio Tibaldi

Tratto da La Voce del Gongoro

Link Alla Prima Parte

Link Alla Terza ed Ultima Parte [Attivo dalla settimana prossima, NdR]

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Note

[1] Cfr. su questi problemi il mio saggio ”The Use of Knowledge in Society,” American Economic Review, XXXV, no. 4 (settembre 1945), ristampato in Individualism and Economic Order, Chicago, 1948, pp. 77-91.

[2] È importante ricordarsi a questo proposito che gli aggregati statistici sui quali spesso si suggerisce che l’autorità centrale potrebbe contare per le sue decisioni, sono sempre arrivati mediante un intenzionale disinteresse delle circostanze particolari di tempo e luogo.

[3] Cfr. a questo proposito la discussione indicativa sul problema in Goldwanderungen di K. F. Mayer,, Jena, 1935, pp. 66-68 ed anche l’articolo “Economia e Conoscenza” del presente autore in Economica, febbraio 1937, ristampato in Individualism and Economic Order, Chicago, 1948, pp. 33-56.

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Scienza economica e metodo austriaco – Prefazione

Mer, 04/06/2014 - 18:41

Con grande piacere, riceviamo e pubblichiamo dalla libreria San Giorgio la prefazione, curata da Piero Vernaglione, alla traduzione italiana di Economic Science and Austrian Method di Hans Hermann Hoppe.

PREFAZIONE

Hans-Hermann Hoppe è uno dei massimi esponenti della teoria libertaria contemporanea. La sua versione anarco-individualista del libertarismo non rappresenta solo un’impostazione radicale nell’ambito del pensiero politico, ma anche una sfida al dominante modello positivista-empirista degli specialismi disciplinari. Evocando, più o meno consapevolmente, l’archetipo rinascimentale dell’unitarietà dei saperi, Hoppe propone l’ardito progetto di un’epistemologia che non rimanga circoscritta al proprio ambito disciplinare, ma che rappresenti anche il fondamento dei contenuti filosofico-politici.

Dei tre saggi qui tradotti per la prima volta in Italia, i primi due derivano da interventi svolti alla “Advanced Instructional Conference on Austrian Economics” organizzata dal Ludwig von Mises Institute e tenutasi nel giugno del 1987 all’università di Stanford; il terzo fu scritto nel 1993. Essi racchiudono complessivamente tutti gli elementi che costituiscono l’elaborata epistemologia di Hoppe. Relativamente alla quale, l’approfondimento del metodo aprioristico della prasseologia di Ludwig von Mises costituisce un tassello di un più ampio schema dottrinale.

Il primo scritto riassume i fondamenti della prasseologia: l’assioma dell’azione, con le relative categorie, e la successiva deduzione delle leggi economiche, equiparate alle kantiane ‘proposizioni sintetiche a priori’. Il secondo saggio si concentra sulle critiche al metodo empirico nelle scienze sociali e sulle indebite commistioni fra teoria e storia.

Il terzo saggio, oltre a ricapitolare la controversia fra metodo Austriaco e metodo sperimentale, contiene l’importante novità proposta da Hoppe: la prasseologia come fondamento dell’epistemologia. Accanto all’assioma dell’azione viene posto un secondo assioma, mutuato da Karl O. Apel: l’“a priori dell’argomentazione”. Tale assioma afferma che qualsiasi questione relativa a ciò che è giusto o ingiusto, vero o falso, valido o non valido, sorge ed è decidibile solo se gli individui possono scambiarsi asserzioni. Le idee stesse di giustizia, verità o validità, i loro fondamenti, la loro applicazione a tutti i campi del sapere, possono definirsi ed eventualmente affermarsi solo nell’ambito di una discussione. Tale assioma è vero a priori in quanto chiunque lo negasse farebbe ciò attraverso un’affermazione, confermando automaticamente la validità dell’assioma. Non si può affermare che non si possono fare affermazioni. La “trappola” logica escogitata dall’autore consiste nell’evidenziare la contraddittorietà insita nella negazione di uno strumento che si utilizza, e che non si può non utilizzare. Il metodo è del tipo “legge di contraddizione”: l’atto di negare la legge presuppone la sua validità.

Per l’a priori dell’argomentazione non è possibile una ulteriore dimostrazione: è un punto di partenza assoluto, non si può trovare un argomento antecedente che lo fondi. E, come per l’assioma dell’azione, la sua conoscenza non deriva dall’osservazione ma dalla riflessione. I due assiomi, dell’azione e dell’argomentazione, sono intimamente correlati, ma non è possibile stabilire una rigida relazione gerarchica fra i due. È vero infatti che l’argomentare rappresenta una sottoclasse dell’azione; ma l’identificazione dell’azione è possibile solo grazie all’argomentare.

Il riconoscimento dei vincoli prasseologici sulla struttura della conoscenza ha un’implicazione importante, e notevolmente eterodossa rispetto al razionalismo tradizionale ereditato da Leibniz e Kant: non vi è scissione fra categorie mentali e struttura della realtà, e dunque è salvata la tesi razionalista circa la possibilità di proposizioni vere a priori sul mondo reale. Il che riafferma, in contrapposizione al programma di ricerca empirista-positivista, l’assunto razionalista secondo il quale le leggi della logica – a partire da quella proposizionale: “e”, “o”, “se-allora” – sono leggi della realtà e non mere convenzioni verbali.

Sebbene lo sviluppo finale di tale impianto non sia esplicitamente contenuto in tale saggio, è opportuno accennare agli esiti filosofico-politici del percorso di Hoppe. Dal concetto chiave dell’argomentare, del confronto dialettico, con metodo assiomatico-deduttivo, il medesimo della prasseologia, vengono ricavate alcune conclusioni inconfutabili. Infatti, l’argomentare in sé costringe il soggetto protagonista ad accettare alcune verità per il solo fatto di discutere; perché l’azione del discutere incorpora delle precondizioni irrinunciabili, che non possono essere negate dall’attore, dal momento che la loro veridicità è già implicata nel fatto stesso di produrre un argomento. È questa conseguenza fondamentale dell’a priori dell’argomentazione che consente ad Hoppe di derivare, sempre a priori, le proposizioni vere, tra cui i princìpi etici che definiscono i vincoli nel campo della filosofia politica. Autoproprietà, proprietà sui beni fisici, principio di appropriazione originaria, assioma di non-aggressione e tutti gli altri elementi che costituiscono la teoria libertaria vengono edificati sul fondamento epistemologico ora esplicitato.

Ma c’è di più. Andando oltre l’orizzonte metodologico di autori libertari pur caratterizzati da un fondazionismo “forte”, come ad esempio Murray N. Rothbard, Hoppe non limita la prasseologia alla natura avalutativa assegnatale dalla Scuola Austriaca di economia. Non solo utilizza il criterio delle “preferenza rivelate” e l’ottimalità paretiana per asserire la superiorità del libero mercato in termini di utilità, ma compie un’operazione epistemologicamente ancora più azzardata per i canoni moderni: salda economia politica e filosofia politica, dunque elemento descrittivo ed elemento normativo, attraverso il concetto di proprietà privata. La scarsità delle risorse impone l’assegnazione di diritti di controllo esclusivo – diritti di proprietà – sui beni, per evitare conflitti. La proprietà diventa così un concetto normativo, nel senso che nasce dalla stipulazione di regole di condotta (norme) relative alle risorse scarse, così da consentire un’interazione sociale non conflittuale.

Non è chi non veda l’ambizione, oltre all’eterodossia, dell’intero progetto intellettuale di Hoppe, che si contrappone naturaliter anche al relativismo dominante nelle tradizioni di ricerca contemporanee. L’impostazione deontologica austrolibertaria rappresenta, a differenza di queste, una trincea molto più sicura a difesa della libertà individuale.

Piero Vernaglione

Scienza economica e metodo austriaco

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Oro, pace e prosperità – parte II

Mer, 04/06/2014 - 07:00

Seconda di cinque puntate con la traduzione integrale del trattato Gold, Peace and Prosperity di Ron Paul.

* * *

COME LA NOSTRA MONETA E’ STATA DISTRUTTA

La transizione degli Stati Uniti dal gold coin standard ad un sistema regolamentato di valuta a corso forzoso è stata lenta e incostante, ma avvenne come risultato di una decisione deliberata del Congresso. Gran parte degli intellettuali nel corso degli ultimi cinquant’anni non ha sfidato questo cambiamento; invece, lo ha applaudito. Sono lontani i giorni di quei Padri Fondatori che, nel Mint Act del 1792, decretarono la pena di morte per qualunque ufficiale o dipendente della Zecca avesse svalutato il conio degli Stati Uniti.

“Senza quel meccanismo di controllo automatico insito nello standard aureo”, scrisse il Prof. William Quirk nella New Republic, “le amministrazioni Nixon e Carter riuscirono, in un periodo sorprendentemente breve, a trasformare l’un tempo potente Dollaro in banconota del Monopoli.”

Fortunatamente per noi ed i nostri figli, una riforma del sistema monetario può avvenire velocemente e col minimo disordine, se solo fossimo pronti ad accettare quei fondamenti di una società libera che permetterebbero a un nuovo sistema monetario di funzionare e ad una economia da tempo violentata di ristabilirsi prontamente. Di seguito una breve storia del nostro declino monetario.

1. IL GOLD COIN STANDARD [5]
Il gold coin standard, sebbene adottato in modo imperfetto, permise nel XIX secolo una eccezionale crescita economica accompagnata da un calo dei prezzi. Nel corso dei sessantasette anni dall’abolizione dello standard aureo l’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 625%; nei sessantasette anni precedenti il 1913 invece, sotto l’imperfetto gold coin standard, esso crebbe soltanto del 10%. Nel Manifesto Comunista del 1848 Karl Marx spronava la “centralizzazione del credito nelle mani dello Stato, tramite una banca nazionale a capitale pubblico e monopolio esclusivo.” Sessantacinque anni dopo gli U.S.A. ne seguirono il consiglio ed approvarono il Federal Reserve Act del 1913. Quasi un secolo prima Daniel Webster criticò aspramente una siffatta banca centrale:

“Che tipo di istituzione è mai questa? Sembra meno una banca di un dipartimento del governo: proprio il dipartimento della valuta cartacea… Ogni qualvolta delle banconote non sono convertibili in oro e argento secondo la volontà del possessore, il loro valore diviene inferiore a quello dell’oro e dell’argento. Tutti gli esperimenti di questo tipo sono giunti allo stesso risultato: è una realtà così evidente, ed a tal punto universalmente accettata, che sarebbe una perdita di tempo soffermarvisi oltre. La svalutazione potrà non essere percepita nei primi giorni, o settimane, in cui avviene; sarà poi riconosciuta come aumento dell’offerta monetaria, per essere subita infine come aumento dei prezzi al consumo. Il mezzo di scambio impiegato in una società dedita al commercio deve essere tale da costituire il mezzo circolante anche in altre società analoghe, o comunque prestarsi ad essere convertito nel secondo senza perdite. Non solo deve potersi usare nei pagamenti tra i componenti della stessa società e nazione, ma anche compensare lo sbilancio commerciale tra differenti nazioni. Deve avere valore all’estero tanto quanto entro i confini ed essere in grado di risolvere i debiti tanto domestici quanto esteri. Solo i metalli preziosi possono assolvere questa funzione; essi soltanto, perciò, sono moneta e qualunque altra cosa che funga da moneta dovrà intendersi soltanto come loro rappresentante, sempre pronta ad essere convertita in metallo su richiesta del possessore… Sarebbe del tutto imperdonabile se, dopo tanta esperienza ed altra ancora di fronte a noi, continuassimo a sostenere un sistema che comporti inevitabilmente tutta quella teoria di miserabili artifizi di finanza distorta ed insolvibilità dei conti pubblici, tra cui il deprezzamento della valuta cartacea e le leggi di corso forzoso, il cui capolinea è la totale bancarotta.”

2. IL GOLD BULLION STANDARD [6]
Sebbene il nesso causale rimase incompreso per decenni, fu proprio il Federal Reserve Act a rendere possibile la massiccia inflazione valutaria indispensabile al finanziamento del tragico ingresso U.S.A. nella I Guerra Mondiale. La depressione del 1921 ne fu il corollario.

Un’inflazione ancor maggiore da parte della Federal Reserve negli anni ’20, combinata ad un interventismo economico di entrambe le amministrazioni democratica e repubblicana, provocarono il crash del 1929 trascinandolo nella Grande Depressione degli anni ’30.

Con quella legge del 1913 si autorizzava una copertura aurea del 40% soltanto delle banconote della Federal Reserve e di appena il 35% dei depositi delle banche commerciali presso la prima. Il solo fatto che la copertura aurea non fosse pari al 100% dell’offerta valutaria era prova di come i banchieri centrali stessero pianificando ulteriore inflazione.

Se un paese avviasse un’inflazione valutaria in regime di standard aureo, l’oro fluirebbe fuori dalle casse del Tesoro limitando lo spazio di manovra del governo. Poiché un vero standard aureo dà a ciascuno di noi il potere di arginare i tentativi del governo di inflazionare, controllare l’economia, fare deficit e ingaggiare guerre dissennate, i pianificatori centrali dovettero abbattere la fondamentale libertà statunitense di possedere oro. Ciò fu fatto grazie al Gold Reserve Act del 1934, con cui si rendeva fuorilegge la proprietà privata di oro e l’uso della clausola d’oro nei contratti, oltre ad abolire il gold coin standard per sostituirlo con uno artificiale basato sul lingotto e destinato a durare appena dieci anni.

Dal 1933 il Dollaro ha perso più del 93% del proprio potere d’acquisto in termini di oro. Sebbene molti, persino negli anni ’30, avessero predetto come l’abbandono di una valuta redimibile avrebbe portato a stagnazione economica, il gold bullion standard rappresentò soltanto un primo passo nella direzione sbagliata: le inevitabili conseguenze dovevano ancora manifestarsi.

Poiché era interesse di politici assetati di potere la distruzione di quel sistema che dava alla persona comune, non a loro, il controllo sul sistema monetario, essi non si fecero attendere nello sposare le tesi inflazionistiche di certi intellettuali. Come risultato, detto sistema fu da loro consegnato nelle mani di banchieri e burocrati, oltre alle proprie.

“Il Sistema di Federal Reserve fu introdotto”, afferma il Prof. Paul Samuelson, “contro la forte opposizione dei banchieri.”
Invero, la Fed fu istituita dietro pressioni della American Bankers Association e dei maggiori banchieri del paese, tra cui J.P. Morgan e Paul Warburg, per proteggere il settore bancario dai fallimenti e fornire una valuta “più elastica”. In altre parole, per promuovere inflazione valutaria a beneficio di banchieri e grandi imprese. Questi ultimi erano altresì attivi nel promuovere ‘riforme bancarie’ attraverso la National Civic Federation, l’organizzazione del commercio delle grandi imprese. Tra i contrari alla Fed, come nota Richard Johns, fu la National Association of Manufacturers, al tempo composta soprattutto da piccoli imprenditori. Nelle parole del presidente di una grossa compagnia ferroviaria citato da Johns, la Federal Reserve era necessaria per fornire “un controllo intelligente sulla situazione del credito, tramite un consiglio di illustri banchieri sotto la supervisione del governo.”
“Non vi è mezzo più sottile e sicuro, per stravolgere le fondamenta di una società, del corromperne la valuta” scrisse Keynes nel 1919. “Il processo mette in moto ogni legge economica nella sua accezione distruttiva e lo fa in un modo che manco un uomo su un milione potrà diagnosticare.”

L’istituzione del gold bullion standard non fu di per sè la causa della distruzione del sistema monetario, ma piantò molti dei semi che la provocarono. Proibire la proprietà privata di oro e rendere illegale la clausola d’oro nei contratti non solo rappresentava una violazione dei diritti costituzionali, ma eliminava anche l’ultimo baluardo del pubblico a protezione da governi inaffidabili e spendaccioni.

Gran parte degli statunitensi si piegò alla confisca dell’oro ed al maggior interventismo del governo nell’economia. Il Prof. Murray Rothbard scrisse: “Tra i motivi per cui nel 1933 al governo riuscì così facile la confisca dell’oro fu che, a quel tempo, la propaganda di regime tanto si era impegnata da fare in modo che soltanto in pochi stessero davvero usando monete d’oro nella vita quotidiana. Non adoperando più oro, i più pensarono che non ne avrebbero sentito la mancanza. Questa dovrebbe servire come lezione per tutti: se riuscissimo a tornare ad un vero standard aureo, sarebbe necessario lo sforzo per abituare il pubblico ad un uso quotidiano.”

Quel sistema di Stato sociale e corporativo, a cui era necessaria l’eliminazione di ogni tipo di standard aureo, era saldo al potere già entro la fine degli anni ’30. Pochi decenni dopo, la sua crescita unita a campagne militari oltreconfine avrebbe richiesto l’abolizione totale di ogni vincolo sulla classe politica e sul suo potere di stampare valuta indiscriminatamente.

Dopo la II Guerra Mondiale gli U.S.A. restavano una nazione ricca, soprattutto rispetto a quelle spazzate dalla guerra, e l’oro continuò a fluire entro i suoi confini fino al 1948. Ciò accadde non grazie, ma nonostante le politiche monetarie del governo: la rimozione dei controlli sull’economia tipici del periodo bellico, l’assenza di buona parte delle regolamentazioni e tasse che oggi ci schiacciano, unitamente al taglio del 75% sulla spesa del governo federale portarono ad una crescita reale laddove altri paesi rimasero più o meno stabili.

L’enorme quantità d’oro accumulata presso il Tesoro U.S.A. di allora fornì un’eccellente opportunità per il ritorno ad un gold coin standard: ciò avrebbe evitato tutte quelle successive inflazioni che tanto gravemente hanno minato la nostra libertà e prosperità, come a quel tempo puntalizzò il deputato Howard Buffett del Nebraska. Fu proprio questi ad abbozzare il disegno di legge per reintrodurlo, ma la proposta restò ignorata.
I nostri leader scelsero invece di riunirsi a Bretton Woods per stringere un accordo con banchieri esteri e, così facendo, mettere gli Stati Uniti sul sentiero del disastro.

3. IL GOLD EXCHANGE STANDARD [7]
La rifoma monetaria pianificata a Bretton Woods, New Hampshire, nel luglio 1944 voleva essere permanente. Durò appena 27 anni.
Harry Dexter White, direttore del reparto ricerche monetarie del Tesoro, presenziò quale rappresentante del governo U.S.A. (e fu più tardi riconosciuto come membro di alto livello del Partito Comunista).

A questa conferenza finanziaria delle Nazioni Unite il gold bullion standard fu alterato in quanto non consentiva la distruzione monetaria ad un passo sufficientemente rapido. Benché salutato come un miglioramento, il nuovo sistema fu soltanto un trucco per istituzionalizzare un’inflazione a lungo termine e l’ulteriore trasferimento di potere nelle mani di politici e banchieri. Fu anche il mezzo per finanziare la recente politica estera interventista: gonfiando il credito e stampando valuta dal nulla. Inoltre, l’instabilità politica e le distorsioni economiche interne dovevano essere ridotte esportando fuori confine gran parte dell’inflazione.

Quarantaquattro paesi sottoscrissero l’istituzione di una Banca Mondiale e di un Fondo Monetario Internazionale che iniziarono ad operare nel 1946, sotto il ‘nuovo’ gold exchange standard. Ciò permise al Dollaro, millantato come ‘buono quanto l’oro’ di scalzare quest’ultimo dal ruolo di valuta di riserva internazionale.

Il fine dichiarato del nuovo sistema fu “il mantenimento della stabilità nei cambi e lo stimolo dell’attività economica mondiale”, nient’altro che un Sistema di Federal Reserve su scala internazionale. Il Dollaro, quotato a 1/35 di oncia d’oro, era divenuto corso legale in pagamento di qualunque debito tra paesi.

Il piano sembrò fattibile a molti, soprattutto perché gli U.S.A. possedevano più di 700 milioni di once d’oro: ben il 75% di tutto il metallo giallo detenuto dai governi del mondo. Ciò che i sostenitori non compresero fu la natura dei politici e di altri personaggi assetati di potere: l’azione umana di rado segue le ricette dei libri di economia degli interventisti.

In conseguenza di tale accordo l’oro smise di fluire da e verso gli U.S.A. a saldo delle differenze nella bilancia commerciale, eliminando così una caratteristica essenziale di un sano sistema economico.
I nostri esperti avrebbero dovuto saperlo: il gold exchange standard era già stato sperimentato in passato: nel 1922 un’analoga farsa fu escogitata alla Conferenza di Genova, nel disperato tentativo di nascondere gli effetti negativi dell’inflazione, senza tuttavia riuscire a fermarla. L’accordo prevedeva che Dollaro e Sterlina fossero accettate come valuta di riserva e considerate alla stregua di oro.

La Conferenza di Genova in nessun modo riuscì a impedire la disperazione e le sofferenze che giunsero con la depressione degli anni ’30. Dollari e sterline venivano stampati e poi prestati, restando però entro i confini dei paesi d’origine nonostante fossero iscritti negli attivi di bilancio di banche centrali estere, e da queste usati come base su cui inflazionare la propria valuta, ‘sterilizzandone’ così l’inflazione. Quando nel 1929 questa instabile piramide di credito crollò, subentrò la Grande Depressione. Jacques Rueff, nel suo mirabile The Monetary Sin of the West, descrive i pericoli del gold exchange standard: “L’interminabile circuito di dollari e sterline tra i paesi europei e quelli oltremare, da cui provenivano, ridusse il sistema monetario internazionale ad un mero gioco delle tre carte.” La cosa non è diversa da quanto accaduto col riciclaggio dei soldi del petrolio arabo che, da New York, finivano ai paesi del III mondo, poi di nuovo ai paesi arabi in pagamento del petrolio etc., in un sistema di controllo valutario a corso forzoso.

Il fatto che la più recente versione del gold exchange standard sia durata più di quella degli anni ’20, e che la raffazzonata politica monetaria ne abbia ritardato l’esito inevitabile, non dovrebbe illuderci: le modalità di liquidazione finale del debito potranno differire da quelle degli anni ’30, ma non essere evitate. Temo che il ritardo e il grado di sofisticatezza odierni nell’inflazionare porteranno solo a stravolgimenti economici più grandi e nefasti, probabilmente in forma di totale svalutazione con inflazione galoppante, a meno che non torniamo ad un sistema monetario sano.

Per poter funzionare il gold exchange standard avrebbe richiesto che il soggetto responsabile del Dollaro si rifiutasse di aumentarne l’offerta. A nessuno può essere affidata una simile responsabilità: la tentazione di creare nuova moneta è sempre troppo grande.

Anche se i governi continuano ad affermare di star creando ricchezza a beneficio dei meno fortunati, una breve indagine rende evidente come nessuna ricchezza possa mai prodursi tramite moltiplicazione di unità valutarie. Con l’inflazione la ricchezza può soltanto essere trasferita, non creata, e di solito ciò avviene dai più poveri ai più potenti.

Quando si avviò deliberatamente l’espansione monetaria per ‘stimolare’ l’economia domestica e finanziare i deficit della bilancia commerciale, la disintegrazione del gold exchange standard fu soltanto questione di tempo. Nessuno poteva predirne la data esatta ma, nel giorno della firma del trattato, Henry Hazlitt ed il deputato Howard Buffett indicarono con precisione quali sarebbero stati i risultati. L’obiettivo di Bretton Woods, suggerì Hazlitt nel 1944, è “di rendere il ricorso all’inflazione semplice, poco visibile e soprattutto rispettabile”.

Serve molto tempo, persino in caso di forte espansione valutaria, per convincere il mondo che un paese con più di 700 milioni di once d’oro possa arrivare al punto da non riuscire più a far fronte ai propri obblighi valutari. L’affermazione per cui la potenza industriale statunitense sarebbe stata in grado di sorreggere il Dollaro si rivelò inconsistente il giorno in cui le cambiali su oro furono impugnate.
La posizione sempre più debole del Dollaro rimase celata per gran parte degli anni ’50, ma negli anni ’60 divenne ovvia a tutti. Si applicarono delle pezze ai buchi del sistema, con effetto puramente temporaneo.

Le riserve di oro che la Federal Reserve manteneva a copertura delle banconote inflazionate erano calate, nel 1945, dal 35% al 25%. Pur di protrarre la frode dell’inflazione, si restò a guardare fino a che nel 1968 tale percentuale si ridusse a zero; già nel 1965 il requisito di riserva in oro era stato revocato per le passività a vista della Federal Reserve. Le aste di oro del Tesoro, il sistema di quotazioni dell’oro ‘a due velocità’ e lo strumento della ‘riserva aurea’ internazionale non poterono nulla per ristabilire l’ordine valutario o ridare confidenza in un Dollaro in declino, tranne per periodi di tempo miseramente brevi. Nessuna soluzione funzionò poiché nessun governo può violare le leggi dell’azione umana e dell’economia [8]: semplicemente, non si può affidare ai politici la gestione monetaria. Il sistema di Bretton Woods morì, alla veneranda età di 27 anni, il 15 agosto 1971 quando il Presidente Nixon chiuse la ‘finestra sull’oro’ e si rifiutò di riscattare in metallo i dollari detenuti dai paesi esteri. La strada dell’inflazione galoppante fu aperta, con gran gioia di burocrati, politici, banchieri internazionali, grandi imprese e qualche sindacalista. Era nata l’epoca delle valute a corso forzoso irredimibili.

4. LO STANDARD A VALUTA IRREDIMIBILE
Com’era da aspettarsi, questo ‘nuovo’ standard (di fatto, antico quanto l’Assignat francese o il Continentale statunitense) ispirò scarsa fiducia nella comunità internazionale. Gran parte degli statunitensi, sfortunatamente, lo ignorò. Sparuti gruppi di sostenitori della moneta-merce furono i soli a impegnarsi per promuovere l’ordine in campo monetario, ma restarono giocoforza estranei all’estabilishment. Quanti beneficiavano dall’inflazione non avrebbero certo ripudiato quel sistema corrotto che aveva dato loro ricchezza e potere.

Quando Nixon dichiarò che i detentori esteri di dollari non avrebbero più potuto redimerli in oro il gold exchange standard subì una fine impietosa. Esso rese possibile il finanziamento della guerra in Vietnam e della Grande Società, oltre a un’ondata di malinvestimenti nel settore produttivo. Il peggio tuttavia doveva ancora arrivare.

Il Dollaro morì il 15 agosto 1971: a partire da questa data perse del tutto quell’indipendenza un tempo accordatale dai mercati esteri. Col Dollaro divenuto una semplice valuta irredimibile a corso forzoso, le nuove regole in campo valutario aprirono la strada ad ulteriore inflazione, instabilità economica ed alla totale perdita di confidenza nella divisa statunitense. Quando il prezzo dell’oro triplicò nel giro di un anno, gli effetti di tanta sfiducia apparvero evidenti; nel nostro quotidiano assisteremmo ad un aumento altrettanto diffuso e rapido dei prezzi al consumo nel caso in cui la perdita di confidenza nel Dollaro toccasse la proverbiale casalinga media. Ciò accadrà prima o poi: forse nel futuro prossimo, nonostante nessuno conosca la data precisa.

Gli Accordi Smithsonian, seguiti alla chiusura della finestra sull’oro, furono addirittura peggiori dei precedenti e destinati a fallire in un tempo ancor più breve.
Dal 1971 il prezzo dell’oro in dollari è aumentato più di venti volte tanto; l’indice dei prezzi al consumo è salito del 79%, l’aggregato monetario M1 del 63%, quello M2 del 102% e il deficit nella bilancia commerciale del 1.146%. Tutto ciò testimonia un’epoca in cui ancora si crede che la ricchezza possa venirci incontro senza alcuno sforzo produttivo.
Come scrisse Samuel Johnson in The Rambler, “L’errore diffuso dell’umanità è il non voler accettare le condizioni che portano al benessere”. Molti sono schiacciati dallo scontro tra etica del lavoro e dello Stato sociale, tra moneta onesta e disonesta, tra realtà e fantasia.

(Vai alla Parte I)

 

NOTE:

[5] Con l’espressione gold coin standard si intende quel sistema monetario in cui l’unità di riferimento è una quantità fissa di massa d’oro. Esso è caratterizzato da libera circolazione sia di monete d’oro che di banconote d’emissione privata, quest’ultime con funzione di ricevuta su oro e pagabili a vista al portatore. [NdT]

[6] Con gold bullion standard si intende quel sistema monetario in cui la valuta nazionale, per legge, può essere riscattata soltanto in lingotti d’oro ad un cambio fisso stabilito dal governo. Il gold bullion standard di fatto pose fine all’uso di monete d’oro negli scambi quotidiani del pubblico, relegando il metallo a una funzione di riserva nei caveau delle banche centrali e commerciali. [NdT]

[7] Con gold exchange standard si intende quel sistema monetario imposto da numerosi governi occidentali a ulteriore restrizione del precedente: a poter redimere il Dollaro U.S.A. in lingotti d’oro, ad un cambio fisso stabilito dal governo federale, restavano ormai solo i governi e le banche centrali estere. [NdT]

[8] A quarant’anni di distanza la lezione non è stata ancora appresa: stiamo infatti assistendo ad un progressivo impoverimento delle società in paesi inflazionisti e indebitati, quali l’Italia, tramite un’emorragia di oro simile a quella occorsa tra U.S.A. e Francia negli anni ’60. [NdT]

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Le fondamenta politiche della pace

Lun, 02/06/2014 - 08:00

Si potrebbe pensare che in seguito all’esperienza della Guerra Mondiale, la visione della pace perpetua come necessità sia diventata molto più comune. Tuttavia, ancora oggi non è stato compreso né che la pace perpetua può essere raggiunta soltanto materializzando il programma liberale e tenendovi fede in maniera costante e consistente, né che la Guerra Mondiale non fu altro che la naturale e necessaria conseguenza delle politiche antiliberali degli ultimi decenni.

 Slogan insensati ed incoscienti fanno del capitalismo il responsabile ultimo della guerra, mentre il collegamento fra quest’ultima e la politica di protezionismo è chiaramente evidente e – come risultato di ciò che certamente è una grave ignoranza dei fatti- la tariffa doganale viene identificata, subito, con il capitalismo. La gente dimentica che, soltanto poco tempo fa, tutte le pubblicazioni di matrice nazionalistica erano colme di violente diatribe contro il capitale internazionale (“capitale finanziario” e il “fondo internazionale dell’oro”) perché non era legato ad un paese, perché si opponeva alle tariffe doganali, perché avverso alla guerra ed incline alla pace. È del tutto assurdo ritenere l’industria bellica responsabile per lo scoppio della guerra: essa è sorta ed è cresciuta sino ad una grandezza considerevole in quanto i governi e le persone inclini alla guerra desideravano armi. Sarebbe davvero assurdo supporre che le nazioni svoltarono verso politiche imperialiste per fare un favore ai produttori di armi. L’industria bellica, come ogni altra, è nata per soddisfare una domanda. Se le nazioni avessero preferito altro rispetto ai proiettili e agli esplosivi, allora i proprietari delle fabbriche avrebbero prodotto ciò, invece dei materiali utili alla guerra.

Si può assumere che il desiderio di pace sia oggi universale, ma le genti del mondo non hanno le idee totalmente chiare su quali condizioni andrebbero soddisfatte per assicurare tale fine.

 Se la pace non deve essere intaccata, tutti gli incentivi all’aggressione dovrebbero essere eliminati. Deve essere stabilito un equilibrio mondiale in cui le nazioni ed i gruppi nazionali siano così soddisfatti delle condizioni di vita al punto di non sentirsi spinti a fare ricorso al disperato espediente della guerra. Il liberale non si aspetta l’abolizione della guerra tramite prediche e moralismi, bensì cerca di creare le condizioni sociali in grado di eliminarne le cause.

 Il primo requisito in tal senso è la proprietà privata. Se anche in tempi di guerra la proprietà privata dovesse essere rispettata obbligatoriamente e, quindi, se il vincitore non fosse autorizzato ad appropriarsi dei beni altrui, in un contesto nel quale la proprietà pubblica hanno un’importanza marginale rispetto ai mezzi di produzione privati, un’importante ragione per intraprendere una guerra sarebbe già stato escluso. Comunque, ciò non basterebbe per garantire la pace. Affinché l’esercizio del diritto all’autodeterminazione possa non essere ridotto ad una farsa, le istituzioni politiche devono essere tali da rappresentare il trasferimento di sovranità su un territorio da un governo ad un altro una questione facilmente risolvibile, non implicando alcun vantaggio o svantaggio per nessuno. Le persone non hanno una giusta concezione di cosa richieda tale concetto e, pertanto, è necessario renderlo più chiaro tramite alcuni esempi.

 Esaminiamo una mappa dei gruppi linguistici e nazionali nel Centro o nell’Est Europa e notiamo come spesso, ad esempio, i confini fra la Boemia settentrionale e quella occidentale sono attraversati da binari ferroviari. Qui, sotto condizioni di interventismo e statalismo, non c’è modo di rendere i confini dello Stato corrispondenti alla frontiera linguistica. Una ferrovia dello Stato ceco non verrà fatta operare sul suolo dello Stato tedesco e, men che meno, funzionerà un binario che è sotto una gestione diversa ogni poche miglia. Sarebbe semplicemente impensabile aver a che fare con una tariffa doganale – con tutte le sue formalità – ogni manciata di minuti o ogni quarto d’ora. È perciò facile da capire perché gli statalisti e gli interventisti arrivino alla conclusione che l’unità “geografica” o “economica” di queste aree non debba essere “frantumata” e che il territorio in questione debba, pertanto, essere posto sotto la sovranità di un singolo “governante” (ovviamente, ogni nazione cerca di provare che solo essa ha il diritto e la capacità di svolgere il ruolo del governante in tali circostanze). Per il liberalismo, invece, qui non c’è alcun problema.

Ferrovie private, se del tutto libere dall’interferenza governativa, possono attraversare i territori di ogni Stato senza alcun problema. Se non ci sono dazi doganali e limiti sulla circolazione di persone, animali e beni, allora non ci sarà alcuna conseguenza se una corsa in treno attraverserà in poche ore, più o meno spesso, i confini di uno Stato.

 La mappa linguistica rivela anche l’esistenza di enclave nazionali. Senza alcuna connessione territoriale della stessa nazionalità con il nucleo principale del loro popolo, dei compatrioti risiedono assieme in insediamenti chiusi o in vere e proprie isole linguistiche. Sotto le attuali condizioni politiche, essi non possono essere incorporati nella madrepatria. Il fatto che l’area compresa in uno Stato sia oggi protetta da muri doganali rende l’immutabilità territoriale una necessità politica. Un piccolo “possedimento straniero”, nell’essere isolato tramite dazi ed altre misure protezionistiche dal territorio immediatamente adiacente, sarebbe esposto allo strangolamento economico. Ma una volta che viene stabilito il libero mercato e lo Stato limita sé stesso alla protezione della proprietà privata, nulla è più semplice della soluzione a questi problemi. Nessuna isola linguistica dovrà sopportare la violazione dei propri diritti come nazione soltanto perché non è connessa al nucleo principale del suo popolo tramite un ponte abitato dai propri compatrioti.

 Il noto “problema del corridoio” d’altronde sorge soltanto in un sistema imperialista, statalista ed interventista. Un paese dell’entroterra crede che necessiti di un “corridoio” sul mare per mantenere il proprio commercio straniero libero dall’influenza delle politiche interventiste e stataliste di quei paesi i cui territori lo separano dal mare. Ma se il libero commercio fosse la regola, sarebbe difficile capire quali vantaggi un paese interno possa aspettarsi dal possedere un tale “corridoio”.

 Spostarsi da una “zona economica” (in senso statalista) ad un’altra comporta delle serie conseguenze economiche. Si pensi soltanto, ad esempio, all’industria di cotone dell’Alsazia settentrionale, che ha dovuto subire quest’esperienza due volte, o l’industria tessile polacca nel nord della Slesia, ecc. ecc. Se un cambiamento nell’affiliazione politica di un territorio comporta vantaggi o svantaggi per i suoi abitanti, allora la loro libertà di votare per lo Stato di cui davvero vogliono far parte è essenzialmente limitata. Si può parlare genuinamente di autodeterminazione solo laddove la scelta di ogni individuo derivi dalla sua libera volontà e non dalla paura di una perdita o dalla speranza di un profitto. Un mondo capitalista organizzato su principi liberali non conosce zone “economiche” separate. In tale mondo, l’intera superficie terrestre forma un territorio economico.

 Il diritto all’autodeterminazione lavora soltanto a vantaggio di coloro compresi nella maggioranza. Per proteggere anche le minoranze, sono richieste misure interne, delle quali considereremo prima quelle che fanno riferimento all’educazione.

 Oggi, nella maggior parte dei paesi, la frequenza scolastica o quantomeno l’istruzione privata, è obbligatoria. I genitori sono obbligati o a mandare i propri figli a scuola per un certo numero di anni o, invece del’istruzione pubblica a scuola, a dar loro un’equivalente istruzione a casa. È inutile indagare sulle ragioni che vennero avanzate a favore o contro l’educazione obbligatoria quando la questione era ancora viva: non hanno la minima rilevanza rispetto al problema che esiste oggi. C’è soltanto un argomento che ha una grande importanza su tale questione, ovvero che la continua aderenza ad una politica di educazione obbligatoria è interamente incompatibile con gli sforzi per stabilire una pace duratura.

Gli abitanti di Londra, Parigi e Berlino troveranno quest’affermazione senz’altro incredibile. Cos’ha a che fare l’istruzione obbligatoria con la guerra e la pace? Non si dovrebbe, comunque, giudicare tale questione – come si fa con tante altre – esclusivamente dal punto di vista dei popoli dell’Europa Occidentale. A Londra, Parigi e Berlino la questione dell’istruzione obbligatoria è, per fugare ogni dubbio, facilmente risolta. In queste città non sorge alcun dubbio su quale lingua usare nel fornire istruzione. La popolazione che vive in queste città e manda i propri bambini a scuola può essere considerata, in linea di massima, di nazionalità omogenea. Ma anche gli abitanti di Londra che non parlino inglese trovano ovvio, nell’interesse dei loro figli, che l’educazione sia data in inglese e non in un’altra lingua, e le cose non sono diverse a Parigi e Berlino.

 Comunque, il problema dell’educazione obbligatoria ha un significato interamente diverso in quelle estese aree in cui persone che parlano lingue diverse vivono assieme le une accanto alle altre, mescolate in una confusione poliglotta. Qui, la questione relativa a quale lingua debba essere la base dell’istruzione assume importanza cruciale. Una decisione, in un senso o nell’altro, può determinare nel corso degli anni la nazionalità di un’intera area. La scuola può alienare i bambini dalla nazionalità di cui fanno parte i loro genitori e può essere usata come mezzo di oppressione di intere nazionalità. Chiunque controlli le scuole ha il potere di ledere le altre nazionalità a beneficio della propria.

 Non è una soluzione al problema quella di suggerire che ogni bambino debba essere mandato in una scuola in cui venga parlata la lingua dei suoi genitori. Innanzitutto, anche al di là del problema posto dai bambini di origine linguistica mista, non è sempre facile decidere qual è la lingua dei genitori. In aree poliglotte, a molte persone viene richiesto per motivi di lavoro di sapersi esprimere in tutte le lingue parlate nel paese. Inoltre, spesso, non è possibile per un individuo – sempre tenendo in considerazione i suoi mezzi di sostentamento – dichiararsi apertamente a favore di una o di un’altra nazionalità. Sotto un sistema di interventismo, gli costerebbe la clientela avente altre nazionalità o il lavoro con un imprenditore di una diversa origine. Poi, ancora, ci sono molti genitori che addirittura preferirebbero mandare i propri figli in scuole di una diversa nazionalità rispetto alla propria perché valutano in misura maggiore i vantaggi del bilinguismo o l’assimilazione dell’altra nazionalità rispetto alla fedeltà al proprio popolo. Se si lascia ai genitori la scelta della scuola in cui desiderano mandare i propri bambini, allora li si espone ad ogni forma immaginabile di coercizione politica. In tutte le aree di nazionalità mista, la scuola è un premio politico dalla più alta importanza. Non può essere privato del suo carattere politico finché rimane un’istituzione pubblica ed obbligatoria. C’è, di fatto, solo una soluzione: lo Stato, il governo e le leggi non devono in alcun modo interessarsi alla scuola o all’educazione. I fondi pubblici non devono essere usati per tali scopi. Lo sviluppo e l’istruzione dei giovani devono essere lasciati interamente ai genitori e ad associazioni ed istituzioni private.

 È meglio che un numero di ragazzi cresca senza un’educazione formale rispetto al fornirgli i benefici scolastici soltanto per correre il rischio, una volta che essi siano cresciuti, di essere uccisi o menomati. Un analfabeta sano è sempre meglio di un mutilato istruito.

 Ma anche se eliminassimo la coercizione spirituale esercitata dall’educazione obbligatoria, saremmo ancora lontani dall’aver fatto tutto il necessario affinché siano rimosse tutte le fonti di frizione fra le diverse nazionalità presenti in territori poliglotti. La scuola è uno dei mezzi di oppressione delle nazionalità – nella nostra opinione, forse il più pericoloso – ma certamente non è l’unico. Ogni interferenza da parte del governo nella vita economica può diventare uno strumento di persecuzione dei membri di quelle nazionalità che parlano lingue diverse da quella della classe dirigente. Per tale ragione, nell’interesse di preservare la pace, l’attività del governo deve essere limitata alla sfera in cui sia, nel senso più stretto del termine, indispensabile.

 Senza l’apparato del governo non possiamo proteggere e preservare la vita, la libertà, la proprietà e la salute dell’individuo.

Ma anche le attività giudiziarie e di polizia svolte al servizio di questi fini possono diventare pericolose in aree dove qualunque criterio può essere discriminante fra un gruppo e l’altro nella condotta di affari ufficiali. Soltanto in paesi dove non c’è un particolare incentivo alla parzialità, non ci sarà generalmente motivo di temere che un magistrato – che si suppone applichi le leggi stabilite per la protezione di vita, libertà, proprietà e salute – si comporti in maniera faziosa. In ogni caso, dove differenze di religione, nazionalità e simili hanno diviso la popolazione in gruppi separati da un abisso così profondo da escludere ogni impulso di imparzialità o umanità, lasciando spazio soltanto all’odio, la situazione è completamente diversa. Il giudice che agisce intenzionalmente, o ancor più spesso inconsciamente, in maniera faziosa pensa che stia adempiendo ad un dovere più alto quando sfrutta le prerogative e i poteri del proprio ufficio al servizio del suo gruppo d’appartenenza.

 Nella misura in cui l’apparato del governo non ha altra funzione se non quella di proteggere vita, libertà, proprietà e salute è possibile – in ogni grado – delineare le norme che circoscrivono strettamente la sfera in cui le autorità amministrative e le corti di giustizia sono libere di lasciare poca o nessuna libertà d’azione nell’esercizio del loro discernimento o del proprio giudizio arbitrario. Ma, una volta che parte della gestione della produzione viene condivisa con lo Stato, una volta che l’apparato governativo viene chiamato a stabilire la disposizione dei beni di più alto ordine, è impossibile mantenere gli ufficiali amministrativi in una serie di regole vincolanti che garantirebbero determinati diritti ad ogni cittadino. Una legge penale designata per punire gli assassini può, quantomeno in qualche misura, disegnare una linea divisoria fra cosa è e cosa non è considerato assassinio e, dunque, stabilire determinati limiti all’area in cui il magistrato è libero di usare il proprio giudizio. Certamente, ogni avvocato sa fin troppo bene che anche la legge migliore può essere distorta, nel concreto, attraverso gli stadi diinterpretazione, applicazione ed amministrazione.

Ma nel caso di un ente governativo a cui viene affidata la gestione dei mezzi di trasporto, delle miniere o dei terreni pubblici, fin tanto che si possa restringere la sua libertà d’azione su un altro campo (ne abbiamo già discusso nella sezione 2), il massimo che si possa fare per mantenerlo imparziale riguardo le controverse questioni di politica interna è dargli direttive espresse con generalità vuote. Si deve concedere una grande libertà di manovra da molti punti di vista, perché non è possibile conoscere in anticipo sotto quali circostanze ci si troverà a dover agire. Inoltre, la porta è lasciata del tutto aperta ad arbitrarietà, faziosità e all’abuso di potere.

 Anche in aree abitate da persone di varie nazionalità, c’è il bisogno di un’amministrazione unificata. Non si possono piazzare ad ogni angolo della strada un poliziotto tedesco ed uno ceco, ognuno dei quali con il compito di proteggere soltanto i cittadini con la propria nazionalità. E anche se si verificasse ciò, rimarrebbe il problema di chi dovrebbe intervenire qualora dei membri di entrambe le nazionalità risultassero coinvolti in situazioni che necessitano intervento. Gli svantaggi risultanti dalla necessità di un’amministrazione unificata in questi territori sono inevitabili. Ma se esistono già delle difficoltà nello svolgimento di quelle funzioni indispensabili del governo quali la protezione della vita, della libertà, della proprietà e della salute, non si dovrebbe aumentarle sino a far raggiungere loro mostruose proporzioni, estendendo il raggio dell’attività statale in altri campi in cui, per loro stessa natura, deve essere concessa una maggior libertà d’azione al giudizio arbitrario.

 Larghe aree del mondo sono state composte non dai membri di una sola nazionalità, razza o religione, ma da una variegata mescolanza di molte persone. Come risultato dei movimenti migratori che necessariamente sono seguiti ai cambiamenti dell’ubicazione della produzione, nuovi territori si confrontano sempre più con il problema di una popolazione mista. Se non si desidera aggravare artificialmente le frizioni che generano da questa convivenza di diversi gruppi, bisogna restringere lo Stato soltanto a quegli ambiti nei quali non c’è altra alternativa ad esso.

Articolo di Ludwig von Mises su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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L’Ingegnere

Ven, 30/05/2014 - 08:00

Riprendiamo con molto piacere una piccola serie di tre testi di Friedrich Hayek, il quale si sofferma ad analizzare il ruolo di tre differenti “mestieranti” con la lente idealistica dello scientismo; così, egli dimostra ancora una volta quanto spesso – per rinvenire le fallacie di un determinato percorso di pensieri – sia sufficiente percorrerlo. Hayek, pertanto, mostra ai pianificatori ed agli “ingegneri sociali” la banalità delle loro stesse argomentazioni. Gli altri due testi, che complimentano ed arricchiscono il sottostante, vi saranno presentati in queste stesse pagine ogni settimana per le prossime due settimane. [NdR]

L’ideale di un controllo cosciente dei fenomeni sociali ha fatto sentire al massimo grado la sua influenza in campo economico. Le radici dell’attuale popolarità della “pianificazione economica” sono direttamente rintracciabili nella prevalenza delle idee scientiste di cui abbiamo discusso. Dato che in questo campo tali ideali scientisti si manifestano nelle particolari forme che prendono nelle mani dello scienziato applicato e specialmente dell’ingegnere, sarà conveniente integrare la discussione su questa influenza con un esame degli ideali caratteristici degli ingegneri.Vedremo che l’influenza del loro metodo tecnologico, del punto di vista ingegneristico, nelle opinioni correnti sui problemi dell’organizzazione sociale, è molto più grande di quanto generalmente si percepisca. La maggior parte degli schemi per una completa trasformazione della società, dalle prime utopie al socialismo moderno, portano effettivamente il segno distintivo di questa influenza.In anni recenti questo desiderio di applicare la tecnica ingegneristica alla soluzione dei problemi sociali è diventato molto esplicito; [1] “ingegneria politica” e “ingegneria sociale” sono diventati slogan alla moda tanto caratteristici della mentalità della generazione attuale quanto la sua predilezione per il controllo “cosciente”; in Russia persino gli artisti sembrano vantarsi della definizione “ingegneri dell’anima,” imposta loro da Stalin. Queste frasi suggeriscono una tale confusione sulle differenze fondamentali fra il lavoro di un ingegnere e quello di organizzazioni sociali su più vasta scala da spingerci ad analizzare il loro carattere in modo più completo.

Dobbiamo limitarci qui a poche caratteristiche salienti degli specifici problemi che l’esperienza professionale dell’ingegnere fa emergere costantemente e che determinano la sua mentalità. Il primo è che le sue mansioni caratteristiche sono solitamente in se stesse complete: si preoccuperà di un singolo fine, controllerà tutti gli sforzi orientati verso questo fine e disporrà delle risorse comprese in una scorta definitivamente data. È come conseguenza di questo che la principale caratteristica della sua procedura diventa possibile, vale a dire che, almeno in linea di principio, tutte le parti del complesso delle operazioni è preformata nella mente dell’ingegnere prima di cominciare, che tutti i “dati” sui quali il suo lavoro è basato sono stati inseriti esplicitamente nei suoi calcoli preliminari e sono stati condensati nel “modello” che governa l’esecuzione dell’intero progetto. [2] [3]

L’ingegnere, in altre parole, ha il controllo completo del piccolo mondo particolare di cui è interessato, lo esamina in tutti i suoi aspetti rilevanti e deve occuparsi soltanto di “quantità conosciute.” Finché è in gioco la soluzione del suo problema di ingegneria, non partecipa ad un processo sociale in cui altri possono prendere decisioni indipendenti, ma vive in un mondo separato dai suoi simili. L’applicazione della tecnica di cui ha padronanza, delle generiche regole che gli sono state insegnate, presuppone effettivamente tale conoscenza completa dei fatti obiettivi; quelle regole si riferiscono a proprietà obbiettive delle cose e possono essere applicate solo dopo che tutte le circostanze particolari di tempo e luogo sono state assemblate e sottoposte al controllo di un singolo cervello.

La sua tecnica, in altre parole, si riferisce alle situazioni tipiche, definite in termini di fatti obiettivi, non al problema di come scoprire quali risorse sono disponibili o di cos’è l’importanza relativa di bisogni differenti. È stato addestrato alle possibilità obiettive, indipendentemente dagli stati particolari di tempo e luogo, alla conoscenza di quelle proprietà delle cose che rimangono sempre uguali dappertutto e che possiedono indipendentemente da una particolare situazione umana.

È tuttavia importante osservare che il punto di vista dell’ingegnere sul suo lavoro come completo in sé è in una certa misura un’illusione. È in una posizione in una società competitiva di trattarla come tale perché può tenere in considerazione quell’assistenza della società nel suo insieme sulla quale conta come su uno dei suoi dati, come datogli senza doversene preoccupare. Che possa comprare a un dato prezzo i materiali ed i servizi umani di cui ha bisogno, che se paga i suoi uomini questi potranno procurarsi da mangiare e provvedere ad altre necessità, sono cose che solitamente prenderà per garantite. È basando i suoi piani sui dati offertigli dal mercato che essi vengono compresi nel più vasto complesso delle attività sociali; ed è perché non si deve interessare di come il mercato gli fornisce ciò di cui ha bisogno che può trattare il suo lavoro come autonomo. A condizione che i prezzi di mercato non cambino inaspettatamente li usa come guida nei suoi calcoli senza riflettere molto sulla loro importanza.

Ma, benché sia costretto a prenderle in considerazione, non sono proprietà delle cose dello stesso genere di quelle che lui capisce. Sono attributi non obiettivi delle cose ma riflessioni su una particolare situazione umana in un dato momento e luogo. E poiché la sua conoscenza non spiega perchè si verificano quei cambiamenti di prezzi che interferiscono spesso con i suoi programmi, qualsiasi interferenza pare a lui dovuta (cioè, non coscientemente diretta) a forze irrazionali e si risente della necessità di prestare attenzione a grandezze che gli appaiono insignificanti. Quindi ecco la caratteristica e ricorrente domanda per la sostituzione del calcolo in natura [4] con il calcolo “artificiale” in termini di prezzo o di valore, di un calcolo cioè che tenga esplicito conto delle proprietà obbiettive delle cose.

L’ideale che l’ingegnere si sente impedito da forze economiche “irrazionali” di realizzare, basato sul suo studio delle proprietà obbiettive delle cose, è solitamente un certo optimum puramente tecnico di validità universale. Vede raramente che la sua preferenza per questi metodi particolari è soltanto un risultato del tipo di problema che il più delle volte ha da risolvere ed è giustificata soltanto in particolari posizioni sociali. Poiché il problema più comune che il costruttore di macchine incontra è estrarre dalle risorse date il massimo della forza, con il macchinario da usare come variabile sotto il suo controllo, questa utilizzazione massima di forza è considerata come un ideale assoluto, un valore in sé. [5]

Ma non c’è, naturalmente, alcun merito speciale nell’economizzare uno dei molti fattori che limitano il possibile successo, a scapito di altri. L’“optimum tecnico” dell’ingegnere risulta frequentemente essere soltanto quel metodo che sarebbe desiderabile adottare se la scorta di capitale fosse illimitata, o se il tasso di interesse fosse zero, che effettivamente sarebbe una posizione in cui punteremmo sul più alto tasso possibile di trasformazione di input corrente in output corrente. Ma trattare questo come un obiettivo immediato significa dimenticarsi che un tale condizione può essere raggiunta soltanto deviando a lungo le risorse che si desidera soddisfino i bisogni correnti della produzione di attrezzature. In altre parole l’ideale dell’ingegnere è basato sull’ignoranza del fatto economico fondamentale che determina la nostra posizione qui ed ora: la scarsità di capitale.

Il tasso di interesse è, naturalmente, solo uno, benché il meno compreso e quindi quello che suscita maggior antipatia, di quei prezzi che fungono da guide impersonali a cui l’ingegnere deve sottostare se i suoi programmi vanno inseri nella rete di attività della società nel suo insieme, e contro la limitazione dei quali si tormenta perché rappresentano forze di cui non capisce la spiegazione razionale. È uno di quei simboli in cui il complesso di tutta la conoscenza e dei desideri umani è automaticamente (non senza errori, comunque) registrato ed al quale l’individuo deve prestare attenzione se desidera mantenersi al passo con il resto del sistema. Se dovesse, invece di usare queste informazioni nella forma ridotta in cui gli sono trasmesse attraverso il sistema dei prezzi, provare in ogni caso a risalire ai fatti obiettivi e prenderli coscientemente in considerazione, questo sarebbe per dispensarlo dal metodo che gli rende possibile limitarsi alle circostanze immediate e sostituirlo con un metodo che richiede che tutta questa conoscenza sia raccolta in un centro ed inserita esplicitamente e coscientemente in un programma unitario. L’applicazione della tecnica ingegneristica all’intera società richiede effettivamente che il direttore possieda la stessa conoscenza totale della società intera che l’ingegnere possiede del suo mondo limitato. La progettazione economica centrale non è altro che una tale applicazione dei principi di ingegneria sull’intera società basata sul presupposto che in questo modo la completa concentrazione di tutta la sua conoscenza sia possibile.[6]

di Friedrich von Hayek

Tradotto da Flavio Tibaldi

Tratto da La Voce del Gongoro

Link Alla Seconda Parte [Attivo dalla prossima settimana, NdR]
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Note

[1] ancora una volta, una delle illustrazioni migliori di questa tendenza è fornita da K. Mannheim, Man and Society in an Age of Reconstruction, 1940, specialmente pp. 240-244, nelle quali lo spiega.

Il funzionalismo fece la sua prima apparizione nel campo delle scienze naturali, e potrebbe essere descritto come il punto di vista tecnico. Solo di recente è stato trasferito alla sfera sociale… una volta che questa impostazione tecnica è stata trasferita dalle scienze naturali agli affari umani, è stata legata alla determinazione di un cambiamento profondo nell’uomo stesso. L’approccio funzionale non considera più le idee ed gli standard morali come valori assoluti, ma come prodotti del processo sociale che possono, se necessario, essere cambiati da una guida scientifica combinata alla pratica politica… l’estensione della dottrina della supremazia tecnica che ho sostenuto in questo libro è a mio parere inevitabile… Il progresso nella tecnica dell’organizzazione non è altro che l’applicazione delle concezioni tecniche alle forme di cooperazione. Un essere umano, considerato come parte della macchina sociale, fino a un certo punto è stabilizzato nelle sue reazioni dalla formazione e dall’istruzione, e tutte le sue attività recentemente acquistate sono coordinate secondo un principio di efficienza definito in un quadro organizzato.

[2] La descrizione migliore di questa caratteristica dell’approccio ingegneristico da parte di un ingegnere che ho potuto trovare si trova in un discorso del grande ingegnere ottico tedesco Ernst Abbe: ”Wie der Architekt ein Bauwerk, bevor eine Hand zur Ausführung sich rührt, schon im Geist vollendet hat, nur unter Beihilfe von Zeichenstift und Feder zur Fixierung seiner Idee, so muß auch das komplizierte Gebilde von Glas und Metal sich aufbauen lassen rein verstandesmassig, in allen Elementen bis ins letzte vorausbestimmt, in rein geistiger Arbeit, durch theoretische Ermittlung der Wirkung aller Teile, bevor diese Teile noch körperlich ausgeführt sind. Der arbeitenden Hand darf dabei keine andere Funktion mehr verbleiben als die genaue Verwirklichung der durch die Rechnungen bestimmten Formen und Abmessungen aller Konstruktionselemente, und der praktischen Erfahrung keine andere Aufgabe als die Beherrschung der Methoden und Hilfsmittel, die für letzteres, die körperliche Verwirklichung, geeignet sind” (citato da Franz Schnabel,Deutsche Geschichte im neunzehnten Jahrhundert, vol. Ill, 1934, p. 222 — un lavoro che è una miniera di informazioni su questo come su tutti gli altri argomenti della storia intellettuale della Germania nel diciannovesimo secolo).

[3] Ci vorrebbe troppo tempo per spiegare qui in ogni dettaglio perché, qualsiasi delegazione o divisione del lavoro sia possibile nella preparazione di un “modello” ingegneristico, questo è molto limitato e differisce in aspetti essenziali dalla divisione della conoscenza sulla quale i processi sociali impersonali si basano. È sufficiente precisare che non solo la precisa natura del risultato deve essere fissa, cosa che chiunque debba elaborare parte di un programma di ingegneria deve assicurare, ma anche che, per permettere tale delegazione, si deve sapere che il risultato può essere raggiunto per nulla di più di un certo massimo costo.

[4] Il fautore più persistente di tale calcolo in natura è, significativamente, il Dott. Otto Neurath, il protagonista dei moderni “fisicalismo” ed “obbiettivismo.”

[5] Cfr. il passaggio caratteristico in Anatomia della Scienza Moderna di B. Bavinck (trad. dalla quarta edizione tedesca di H.S. Hatfield), 1932, p. 564: “Quando la nostra tecnologia è ancora al lavoro sul problema di trasformazione del calore in lavoro in un modo migliore di quello possibile con il nostro attuale motore a vapore ed altri motori termici…, questo non si fa direttamente per ridurre il prezzo dell’energia, ma in primo luogo perché aumentare il più possibile l’efficienza termica di un motore termico è un fine in sé. Se il problema dato è di trasformare il calore in lavoro, allora deve essere fatto in modo tale che la più grande frazione possibile di calore venga trasformata…. L’ideale del progettista di tali macchine è quindi l’efficienza del ciclo di Carnot, il processo ideale che consegna la maggiore efficienza teorica.“ È facile vedere perchè questo metodo, insieme al desiderio di realizzare un calcolo in natura, conduce così frequentemente gli ingegneri alla costruzione di sistemi “energetici” di cui si è detto, con molta giustizia, che “das Charakteristikum der Weltanschauung des Ingenieurs ist die energetische Weltanschauung” (L. Brinkmann, Der Ingenieur, Francoforte, 1908, P. 16). Già ci siamo riferiti (sopra p. 41) a questa manifestazione caratteristica di “obbiettivismo” scientista, e non c’è spazio qui per occuparcene più nei particolari. Ma merita di essere registrato quanto diffusa e tipica sia questa visione e quanto grande l’influenza da essa esercitata. E. Solvay, G. Ratzenhofer, W. Ostwaldt, P. Geddes, F. Soddy, H. G. Wells, i “Tecnocrati” e L. Hogben sono soltanto alcuni degli influenti autori di lavori nei quali l’“energetica” riveste un ruolo più o meno prominente. Ci sono parecchi studi su questo movimento in francese ed in tedesco (Nyssens, L’énergétique, Brussels, 1908; G. Barnich, Principes de politique positive basee sur l’énergétique sociale de Solvay, Brussels, 1918; Schnehen, Energetische Weltanschauung, 1907; A. Dochmann, F. W. Ostwald’s Energetik, Bern, 1908; e il migliore, Max Weber, ”Energetische Kulturtheorien,” 1909, ristampato in Gesammelte Aufsätze zur Wissenschaftslehre, 1922, ma nessuno di loro adeguato e nessuno, per quanto io sappia, in inglese.

La sezione dal lavoro di Bavinck di cui un passaggio è stato citato sopra condensa il succo della enorme letteratura, principalmente tedesca, sulla “filosofia della tecnologia” che ha avuto un’ampia circolazione e della quale il più noto è Philosophie der Technik di E. Zschimmer, 3a ed., Stoccarda, 1933 (simili idee pervadono i ben noti lavori americani di Lewis Mumford). Questa letteratura tedesca è molto istruttiva come studio psicologico, anche se, al contrario, si tratti della peggior miscela di pretenziose assurdità e di rivoltanti insensatezze che la fortuna malata di questo autore abbia mai portato a leggere. La sua comune caratteristica è la sua avversione contro ogni considerazione economica, la tentata rivendicazione di ideali puramente tecnologici e la glorificazione dell’organizzazione della società tutta sui principi che governano una singola fabbrica. (Sull’ultimo punto vedi specialmente F. Dessauer, Philosophie der Technik, Bonn, 1927, p. 129.)

[6] Che questo sia completamente riconosciuto dai suoi fautori è indicato dalla popolarità fra tutti i socialisti, da Saint-Simon a Marx e Lenin, dell’assunto secondo cui la società intera dovrebbe essere fatta funzionare precisamente come una singola fabbrica. Cfr. V.I. Lenin,Lo Stato e la Rivoluzione (1917), “Little Lenin Library,” 1933, p. 78. “L’intera società si trasformerà in in un singolo ufficio ed in una singola fabbrica con uguaglianza di lavoro ed uguaglianza di salario”; e su Saint-Simon e Marx, p. 121 qui sopra e nota 72 alla II parte.

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Oro, pace e prosperità – parte I

Mer, 28/05/2014 - 07:00

Prima di cinque puntate con la traduzione integrale del trattato Gold, Peace and Prosperity scritto da Ron Paul nel 1981. Di questo scritto è sorprendente la semplicità espositiva con cui l’autore passa in rassegna gli avvenimenti e attori principali che hanno portato alla corruzione e abbandono della moneta onesta.

Questo trattato è la migliore introduzione al tema dello standard aureo che un neofita possa trovarsi tra le mani.

* * *

IMMINENTE CONFLITTO SOCIALE?

 La più grave minaccia che le classi lavoratrice e media fronteggino negli Stati Uniti è la perdita di potere d’acquisto della valuta cartacea che è il Dollaro.

Quando gli antichi re svalutavano il conio del proprio regno, mescolando del rame al metallo prezioso, alle monete restava quantomeno un minimo di valore. Tuttavia, al giorno d’oggi subiamo quanto predetto dall’economista David Ricardo quasi due secoli fa: “Il denaro che costa nulla, finirà col valere nulla.”

“Il governo”, ricorda Ludwig von Mises, “è la sola entità capace di mettere le mani su una merce tanto preziosa quanto la carta, spalmarci sopra dell’inchiostro e renderla completamente inutile.”

Oggi, grazie a sessantasette anni di dominio d’una banca centrale sull’offerta monetaria, fronteggiamo una crisi economica e politica più grave di qualunque altra.

Non sarei sorpreso dall’osservare negli anni ’80 fenomeni estesi di disordine sociale, come conseguenza diretta del nostro fallimentare sistema economico. Il Dollaro è stato sabotato da decenni di interventismo ad opera di un Congresso che ne ha autorizzato la svalutazione e imposto una redistribuzione di ricchezza attraverso programmi di Stato sociale e corporativismo.

Ogni espansione del sistema interventista minaccia la libertà e la pace sociale, ma è la moneta il terreno più delicato poiché linfa vitale di ogni transazione economica. Se volessimo invertire l’andamento delle sei o sette decadi passate, una moneta onesta e la questione della svalutazione dovrebbero essere i punti in cima alla lista di ogni statunitense.

Il fu Martin Gilbert, capo economista di una banca svizzera, era un convertito allo standard aureo. Tra i suoi dipendenti stava un giovane operaio. “Una volta al mese”, racconta Gilbert, “prendeva una parte di stipendio per acquistare una moneta d’oro per sua moglie. Un giorno lo rimproverai di questo e lui rispose: “Voi americani non venite a insegnarci come vivere. Con questa moneta io vado da mia moglie e dico: “Dovesse capitare qualcosa a me, alla banca o a tutti i governi, con questa potrai comprare qualcosa da un contadino e viverci per una settimana”.” Mi sono accorto che ne sapeva più di me.”

LA GENTE VUOL FARLA FINITA CON L’INFLAZIONE

 I recenti disordini sul mercato dei cambi ci avvertono di come il mondo stia rigettando il Dollaro statunitense come valuta di riserva internazionale [1], per dar ragione al giovane operaio dell’aneddoto di Gilbert. Tragicamente, sembra proprio non esserci futuro per il Dollaro, o per gli attivi così denominati.

Poiché ogni altro paese sta inflazionando, cioè distruggendo la propria valuta, acquistarne una estera per proteggersi dai danni del deprezzamento della propria è altresì divenuta una pratica rischiosa.[2] L’alternativa, come è sempre stato nel corso della storia, consiste nello scegliere ed accumulare moneta vera: oro e argento.

Cinquant’anni di sistematica distruzione monetaria minacciano oggi la vera esistenza della nostra repubblica costituzionale. Gli statunitensi sono spaventati da ciò che vedono e vogliono che sia posta fine all’inflazione dei prezzi. Sempre più persone hanno capito che il Congresso e la Fed hanno stampato un fiume di carta priva di valore.

E’ ormai cosa rara trovare qualcuno ancora convinto che la ricchezza possa uscire da una stampante. I salvataggi delle compagnie, i prestiti garantiti, gli appalti governativi e i bizantinismi assistenziali hanno fallito: la gente non si fa più ingannare.

Politici da troppi anni in carica e ormai privi di contatto con la gente non prestano orecchio alla crescente domanda di una moneta che abbia valore reale. Tuttavia, i vecchi capri espiatori non funzionano più: accusare i mediorientali, gli imprenditori, i sindacati o i consumatori per i prezzi in rialzo non riesce più a mascherare il sottofondo costante delle stampanti che, funzionando ormai ventiquattro ore su ventiquattro, inondano l’offerta monetaria svalutando i dollari già in circolazione.

Il Congresso è l’unico responsabile dell’inflazione dei prezzi e solo il Congresso può fermarla: per decenni ha schivato le proprie responsabilità, ma gli eventi hanno reso impossibile proseguire su questa strada. E’ venuto il tempo di prepararsi a una riforma monetaria.

LA SVALUTAZIONE NON E’ UNA NOVITA’

Nel suo grande libro di viaggi Marco Polo scrive di una moneta chiamata bezant, circolante nell’Impero Cinese all’epoca del dominio mongolo del Kublai Khan. Come gran parte dei politici, anche l’imperatore aveva trovato irresistibile la tentazione d’una valuta cartacea che, nonostante l’originale forma di banconota ricavata da pezzi di corteccia di gelso, inesorabilmente portò alle stesse disastrose conseguenze di tutti gli altri casi della storia: dopo averla resa irredimibile ed a corso forzoso, la svalutazione avviata dal governo portò a forti aumenti dei prezzi laddove il bezant d’oro crebbe invece sempre di più per potere d’acquisto e importanza tra la gente. L’abuso di valuta cartacea fu fattore determinante, scrive Antony Sutton, dell’espulsione dalla Cina della dinastia mongola. La decisione del governo di imporre al pubblico l’uso di corteccia di gelso stampata come equivalente d’una moneta merce metallica non ebbe successo.

Il bezant, invece, non era coniato in Cina ma nell’Impero Bizantino. Per dieci secoli queste monete furono accettate in tutto il mondo e Bisanzio dominò i commerci in un raggio di migliaia di kilometri. Persino i registri reali dell’Inghilterra medievale, nota Sutton, erano tenuti in bezant. L’Impero Bizantino declinò soltanto quando iniziò a svalutare il bezant, sostituendone l’oro con metalli di bassa lega.

‘NON VALE UN CONTINENTALE’

In tempi più recenti, per finanziare la nostra guerra rivoluzionaria il Congresso Continentale emise valuta cartacea in gran quantità. Lungo quattro anni e mezzo, il Dollaro Continentale nei confronti di quello aureo passò da un cambio di 1:1 fino a 1.000:1.

William Gouge nel 1833 citò un membro del Congresso Continentale: “Pensate davvero, signori, che acconsentirò a schiacciare i miei elettori di tasse, quando invece potremmo usare le nostre stampanti e produrre un vagone di soldi, [25 fogli] dei quali basteranno a pagare tutto?”.

La maggior parte del carico, fece notare Gouge, pesò invece sui patrioti “poiché fu nelle loro mani che la valuta si deprezzò. I Tory, sospettosi sin dall’inizio, fecero propria la regola di sbarazzarsene non appena ne ricevevano”. Coloro che si fidarono del Congresso furono rovinati, al contrario dei cinici. Come risultato di tanta inflazione di valuta cartacea Pelatiah Webster, tra i primi economisti statunitensi, scrisse: “Frode, inganno e smaccata disonestà fanno il proprio ingresso e mille forme nefaste di condotta si fanno largo a discapito del lavoro onesto, dell’economia e della diligenza che hanno sino ad oggi arricchito e benedetto la nazione…”.

“Mentre ci rallegriamo delle ricchezze e della forza della nostra nazione, abbiamo motivo di versare le lacrime più amare per il più funesto trasferimento di ricchezza che l’incertezza delle nostre finanze ha introdotto, e per le molte migliaia di fortune da ciò rovinate. I generosi spiriti patriottici accusarono il colpo; gli avidi e indolenti ricavarono beneficio da tanta confusione.”

L’espressione ‘non vale un Continentale’ bene illustra l’epilogo di questa valuta cartacea.

IL MIGLIOR MEZZO DI SCAMBIO

Lungo gran parte del XIX secolo si è vissuto sotto uno standard aureo funzionante. Unitamente a politiche economiche di stampo liberale classico e di governo limitato, ciò aprì la strada alla maggior crescita economica della nostra storia.

Nonostante oggi molti statunitensi vedano la moneta onesta come un’eccezione, e quella cartacea come la regola, è invece vero l’opposto: persino il Dollaro U.S.A. era agganciato all’oro fino al 1971. Da quando il legame è stato reciso, la svalutazione del Dollaro ha subito un’accelerazione con raddoppio dell’offerta monetaria. Negli ultimi dieci anni i prezzi sono più che raddoppiati, per non parlare delle distorsioni economiche che hanno accompagnato il processo inflattivo.[3]

Non vi è alcuna legge economica che affermi come l’oro soltanto possa rivestire il ruolo di moneta in una società libera, tuttavia nel corso della storia è stato proprio questo metallo a servire come mezzo di scambio più accettato poiché il suo valore non dipende dalla capacità di un governo di mantenere le promesse, specialmente in tempi di crisi. L’oro è scarso, ha un elevato potere d’acquisto per unità di massa, è facilmente divisibile, è durevole, è ricercato per scopi non monetari ed è impossibile da contraffare.[4]

Il potere d’acquisto della valuta cartacea dipende dalle promesse di un governo, inoltre essa è troppo facile da riprodurre. Se a ciò aggiungiamo quella debolezza umana così frequente tra politici e banchieri centrali, otteniamo la realtà per cui nessuna valuta a corso forzoso (cioè fiat) potrà mai servire come stabile mezzo di scambio per più di un breve lasso di tempo. Finché non riconosciamo questo, una efficace riforma monetaria sarà impossibile.

Se invece lo capissimo, potremmo iniziare il progresso verso un moderno standard aureo. Una correzione dei sistemi aurei passati è necessaria perché, a causa del monopolio governativo, essi sono stati inesorabilmente piegati al tornaconto dei politici.

CROCE DI CARTA

“Non crocefiggerai l’umanità su una croce d’oro!” disse l’inflazionista William Jennings Bryan. Ma l’umanità, soprattutto quella più indigente e vulnerabile, è oggi oppressa dalla valuta cartacea, non dall’oro. Fu per questo che i presidenti Thomas Jefferson ed Andrew Jackson, i più strenui difensori dell’uomo comune, furono oppositori tanto intransigenti della valuta cartacea.

“[L'oro] è il mezzo più perfetto”, dichiarò Jefferson, “in quanto mantiene il potere d’acquisto e, per il fatto di essere universalmente apprezzato, non può mai morire nelle nostre mani. [La valuta cartacea] è soggetta a manipolazioni: lo è stata, lo è e lo sarà sempre in ogni paese dove è introdotta.”

L’inflazione dell’offerta monetaria tramite “valuta cartacea contraffatta”, notava Jackson, “è sempre seguita da un danno alle classi lavoratrici”.

“Di tutti i trucchi per ingannare le classi lavoratrici del mondo”, aggiunse Daniel Webster, “nessuno è stato più efficace di quell’illusione che è la valuta cartacea.”

“L’aumento di prezzi in seguito ad un’espansione di [valuta cartacea]“, scrisse nel 1833 William Gouge, Ministro del Tesoro del Presidente Jackson, “non coinvolge tutte le categorie di lavoro e di merci conteporaneamente ed in egual modo… Gli stipendi sono tra gli ultimi ad essere aumentati. Il lavoratore quindi troverà tutti quei beni di consumo utili alla propria famiglia già aumentati di prezzo, laddove il proprio stipendio sarà invariato.”

Nel corso dell’inflazione della valuta Greenback, durante la Guerra Civile, i prezzi al consumo aumentarono del 183% mentre gli stipendi del 54% soltanto. Durante l’inflazione valutaria della I Guerra Mondiale i prezzi al consumo aumentarono del 135% mentre gli stipendi dell’88%. Lo stesso è vero oggi.

Sostiene il Dr. Murray Rothbard: “Quando si innalzarono i prezzi denominati in Greenback, nel corso della Guerra Civile, quelli in oro (oro ancora circolante, soprattutto in California) non subirono la stessa sorte; fu allora ovvio a tutti quale fosse la causa dell’aumentato costo della vita: non gli speculatori, gli imprenditori o chi viveva di rendita. Infatti tutti questi usavano trattare in oro tanto quanto in valuta cartacea.”

 

NOTE:

[1] Eccoci ad una delle previsioni di Ron Paul che si sono avverate: proprio oggi sempre più paesi stanno firmando accordi per scambi commerciali da saldarsi in valute diverse dal Dollaro. [NdT]

[2] Quasi a farlo apposta, la rincorsa alla svalutazione (currency war) è tornata di moda ed è oggi la parola d’ordine delle banche centali di mezzo mondo, a riprova dell’attualità del trattato di Ron Paul a distanza di trent’anni. [NdT]

[3]  Per un’analisi compiuta dell’analogo fenomeno di raddoppio dei prezzi nel periodo di introduzione dell’Euro in Italia, si veda La Tragedia dell’Euro, P. Bagus, Ed. Usemlab, 2011. [NdT]

[4]  Sebbene questo trattato sia stato scritto per incoraggiare l’istituzione di un gold coin standard, non intende tuttavia sminuire l’emergere di eventuale altra moneta-merce non fraudolenta.

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Come la proprietà intellettuale distorce i grandi affari, la scienza e la creatività

Lun, 26/05/2014 - 08:00

[Nota del direttore: Ora disponibile nel Mises Store, A Libertarian Critique of Intellectual Property di Butler Shaffer è una nuova monografia sulla proprietà intellettuale che esplora gli argomenti dei brevetti, diritti d'autore, creatività, common law, scienza e complessità organizzativa. La seguente è una selezione tratta dal libro.]

L’asserzione per cui le imprese hanno il diritto di tutela del brevetto quando hanno prodotto variazioni nella struttura genetica delle piante (Organismi Geneticamente Modificati, OGM) ignora convenientemente il fatto che le piante pre-esistenti nacquero esse stesse da modifiche o adattamenti operati dai nostri trisavoli. Deve dunque essere concesso solo a pochi privilegiati, discendenti di coloro i cui precedenti sforzi produssero (per il beneficio dell’intera umanità) mezzi migliori per sostenere la vita, un inviolabile diritto che nasce dall’aver messo insieme qualcosa con ciò che è stato lasciato a loro in comune con il resto dell’umanità?

Una cosa è per il venditore di sementi insistere su di un interesse di proprietà nella borsa di semi che ha prodotto e continua a possedere fino a che non è passato il tempo per cui scambia il diritto di possesso con un compratore. Fino a che il diritto non viene trasferito, il venditore continua ad esercitare il controllo che è essenziale per il possesso, un controllo che è poi trasferito al compratore. Ma, in analogia con i diritti in common law, la vendita successiva delle sue sementi sembrerebbe costituire una “pubblicazione” del contenuto di questi semi e, con essa, la perdita del controllo. La metafora che si riferisce al “gettare al vento” tale diritto, trova un espressione letterale negli sforzi delle aziende come la Monsanto nel perseguire diritti di brevetto contro gli agricoltori le cui terre furono involontariamente ricevitrici di semi Monsanto spazzati dal vento su di essi da fattorie vicine. L’implicazione sociale dei brevetti OGM potrebbe rivelarsi essere il tallone d’Achille nell’intero campo della proprietà intellettuale (PI). Come domandato precedentemente, riferendoci al fatto che in gran parte gli interessi di PI saltano fuori solo per mezzo di concessioni statali, come possono tali diritti essere difesi sulla base dei principi libertari, radicati nella libertà individuale e nel rispetto della proprietà privata?

Ci sono molti altri costi associati con la PI che raramente ottengono attenzione nelle analisi costi-benefici fatte su tale argomento. Uno ha a che fare col fatto che il processo di brevetto, così come le regolazione governativa in generale, è un’attività dispendiosa sia in termini economici sia di tempo, la quale tende ad aumentare la concentrazione industriale. Le grandi ditte possono sostenere più facilmente i costi sia dell’acquisto sia della difesa di un brevetto rispetto a quanto possa fare un singolo individuo o una piccola ditta, e nemmeno c’è una qualche assicurazione che, una volta che qualunque processo d’azione sia stato avviato, verrà ottenuto un esito positivo. Così, gli individui con prodotti inventivi potrebbero essere più inclini a vendere le loro creazioni a grandi aziende. Rispetto a molti potenziali prodotti, varie agenzie governative (per esempio, l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente, l’Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali, l’Amministrazione della Salute e della Sicurezza sul Lavoro) possono avere i loro propri test costosi e requisiti di approvazione prima che nuovi prodotti possano essere venduti; una pratica che, ancora una volta, favorisce le aziende più grandi e affermate.

Una riduzione della competizione contribuisce anche alle influenze debilitanti e distruttive associate con la dimensione organizzativa. Nell’affrontare ciò che chiama “la teoria della taglia della miseria sociale”, Leopold Johr osserva che “ovunque qualcosa sia sbagliato, qualcosa è troppo grande”, una dinamica applicabile ai sistemi sociali così come al resto della natura. La trasformazione di individui in “unità sociali troppo poco concorrenziali” contribuisce ai problemi associati con la massa critica. Uno vede questa tendenza all’interno delle organizzazioni d’affari, con aumentata burocratizzazione, fossilizzazione e spesso una ridotta resilienza alla competizione che accompagna l’aumento di dimensioni. Nemmeno i benefici che ci si aspetta dall’economia di scala per le grandi aziende sconfiggono la tendenza al declino dei profitti e dei tassi di ritorno dagli investimenti, così come non vi riescono le successive fusioni. L’attuale mantra politico, “troppo grande per fallire”, è un prodotto della natura disfunzionale della dimensione quando un’organizzazione affronta una competizione stimolata a cui si deve adattare se vuole sopravvivere.

Walter Adams ha fornito una buona panoramica dell’impatto della regolamentazione governativa nell’incoraggiare le grandi dimensioni.

In questa era di “Stato pesante”, la concentrazione è spesso il risultato di azioni governative stolte, artificiali, discriminatorie e che creano privilegi. I contratti di difesa, il supporto a ricerca e sviluppo, politiche riguardanti i brevetti, privilegi sulla tassazione, l’accumulo di accordi, tariffe e quote, sussidi, etc., sono ben lontani dall’avere un effetto neutro sulla nostra struttura industriale. In tutti questi accordi istituzionali, il governo gioca un ruolo cruciale, se non decisivo.

Una risposta comune delle aziende d’affari alla loro stessa riduzione di resilienza alla competizione provocata dall’incremento della dimensione dell’organizzazione è stato di chiedere allo Stato di creare e rinforzare pratiche e prodotti di commercio standardizzati, così come restringere gli ingressi nelle industrie e alle professioni.

La creazione da parte dello Stato di interessi concernenti brevetti e diritti d’autore non previene, di per se stessa, l’innovazione da parte di altri, ma erige ostacoli che spesso scoraggiano la ricerca (per esempio, la paura di dover difendere una causa per violazione dei diritti relativi ad un brevetto, la possibilità che l’Ufficio Brevetti possa rigettare una domanda nella stessa linea di produzione successiva alla precedente creazione brevettata, o il cruccio che il brevetto di una ditta per risultati di ricerca preliminari possa inibire un’altra ditta dal cercare di seguire la linea di ricerca che si potrebbe sviluppare in seguito). I “nemici tradizionali dell’innovazione”, ha affermato un osservatore, sono “l’inerzia e l’interesse garantito dalla legge”, fattori offerti dalla pratica governativa di provvedere a qualche inventore protezione dai competitori.

Quando i poteri coercitivi dello Stato sono invocati a beneficio di qualcuno e per reprimere altri, i processi creativi sempre ne soffriranno e, come conseguenza, anche la vivacità di una civiltà. La tendenza di tale comportamento è di confinare la libertà degli individui ad agire all’interno di parametri idonei per gli interessi già affermati. Una creatività così vincolata assomiglia a dei pittori costretti a confinare il loro lavoro usando solo un kit di forme geometriche limitato. Il comportamento creativo dipende dalla sintesi e dalla fertilizzazione incrociata, processi facilitati da ciò a cui Arthur Koestler si riferì come “anarchia creativa”. Il filosofo della scienza Paul Feyerabend fu addirittura più energico nella sua insistenza sulla libertà senza restrizioni nell’incoraggiare la comprensione. Egli notò che “la scienza è essenzialmente un’impresa anarchica” e che “l’anarchismo teorico è più umanitario e ha più probabilità di incoraggiare il progresso piuttosto che le sue alternative di legge-e-ordine”. Inoltre: “c’è solo un principio che può essere difeso sotto tutte le circostanze ed in tutte le fasi dello sviluppo umano. Esso è il principio: qualsiasi cosa va.” Egli poi aggiunse che la “proliferazione di teorie è un beneficio per la scienza, mentre l’uniformità riduce il suo potere critico. L’uniformità inoltre mette a repentaglio lo sviluppo libero degli individui”.

Così come la sperimentazione e la risultante produzione di coltivazioni geneticamente uniformi continua, le menti intelligenti dovrebbero fare bene a ricordare tali lezioni dalla storia, così come sono fornite dalla carestia irlandese delle patate, la distruzione delle piantagioni di caffè del Ceylon e i più recenti danni alle coltivazioni di granoturco e vite in America. Piante che erano le copie fedeli delle loro stesse organizzazioni genetiche (ovvero, cloni) possono aver portato benefici di corto periodo, ma mancavano di una sufficiente diversità da permettere loro di rispondere efficacemente alle morie, alle malattie e ad altre condizioni a cui esse non erano abituate. Forse un milione o più di morti in Irlanda sono stati direttamente o indirettamente attribuiti alla mancanza di resilienza delle coltivazioni di patate.

Le minacce alla sopravvivenza umana implicite nell’uniformità strutturata dei sistemi da cui la vita dipende sono potenziate dalle incertezze inerenti insite nella complessità. Lo studio del caos ci informa che i sistemi complessi sono soggetti a troppe variabili e fattori interconnessi per permettere di predire i risultati. Come Koestler e Feyerabend ci hanno ricordato, la creatività è un processo che dipende dalla possibilità concessa agli individui di essere liberi di sperimentare e trovare connessioni tra ed in mezzo a numerosi – e spesso non visti – fattori che costituiscono il nostro mondo complesso.

Articolo di su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note:

I punti di vista espressi negli articoli giornalieri su Mises.org non sono necessariamente quelli dell’istituto Mises.

Butler Shaffer insegna alla Southwestern University, Scuola di Legge. Egli è l’autore di In Restraint of Trade: The Business Campaign Against Competition, 1918–1938Boundaries of Order. Per scrivergli una e-mail (in inglese). Vedi gli articoli in archivio di Butler Shaffer.

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Non abbiamo bisogno di “Spiriti Animali” per capire l’economia

Ven, 23/05/2014 - 08:00

Un articolo pubblicato recentemente su The Week, intitolato “Come possiamo liberare spiriti animali positivi nell’economia? Cambiando il racconto”, fornisce un chiaro esempio di cosa non va nella comune percezione dell’economia e perché i moderni approcci economici, avendo l’obiettivo di rimediare ai difetti “identificati” da tale percezione, siano fallaci nello spiegare qualunque fenomeno importante.

Il titolo dell’articolo, scritto da John Aziz, forse è sufficientemente indicativo, ma diamo uno sguardo più approfondito agli assunti ed alle asserzioni contenute nei primi due paragrafi – e a come esse si applichino (qualora possibile) all’economia. Scrive Aziz:

L’economia è una scienza difficile. Le persone sono complicate – hanno diversi (nonché instabili) desideri, reagiscono differentemente agli eventi e vedono il mondo in vari modi. I mercati sono complesse interazioni fra milioni di queste diverse persone”.

 Sembra che Aziz trovi estremamente problematico per l’economia che gli individui abbiano desideri diversi. Ciò è certamente un problema per una scienza che cerchi di capire o predire quei desideri. In tal senso dunque, mi sento senz’altro dispiaciuto per quegli psicologi che si occupano di tali questioni. Come economista, però, è difficile rimanere perplessi da quelle affermazioni. Piuttosto, si tende a provare eccitazione riguardo le “complesse interazioni” citate da Aziz. È proprio lì che nasce l’interesse – ovvero come i fenomeni sociali si manifestino a causa delle indipendenti azioni individuali, in concerto, ed all’interno di una struttura istituzionale. Ecco di cosa si occupa l’economia. Proseguendo nell’articolo:

 Sotto questo aspetto, capire l’economia richiede una comprensione delle motivazioni umane. Le persone investono e spendono denaro (o al contrario lo risparmiano) per soddisfare determinati desideri ed obiettivi come ad esempio fare profitti, mettere da parte un gruzzolo o semplicemente per acquisire beni e servizi ritenuti utili. A volte queste decisioni economiche sono razionali. Altre volte, istinti come l’avidità (durante un boom economico) e la paura (durante e subito dopo una crisi) possono offuscare la nostra razionalità”.

Nel migliore dei casi, questo paragrafo lascia quantomeno interdetti. La prima affermazione non ha alcun senso: perché capire “l’economia” necessita il capire “le motivazioni umane”? I concetti non corrispondono. L’economia non rispecchia le motivazioni, ma le azioni delle persone basate su di esse. Per capire cosa succede all’acqua quando il ghiaccio si scioglie non abbiamo bisogno di sapere da dove viene il calore. Per capire la trama di un racconto non serve sapere con quale tipo di macchina è stato scritto o stampato. Allo stesso modo, non abbiamo bisogno di capire le motivazioni della gente per studiare i risultati delle loro azioni.

 Aziz continua:

I mercati attraversano fasi di ottimismi e pessimismi di massa – boom e bust. John Maynard Keynes chiamò le forze sottostanti queste fasi “spiriti animali”, ovvero i fattori emozionali ed intuitivi che guidano le decisioni economiche. Sono una parte ineluttabile dell’economia, dato che esistono domande a cui non può essere data un’immediata risposta quantificabile. Per esempio, come so se sto investendo in un’azienda che vende beni e servizi realmente desiderati dalle persone? E il mercato si sta rinforzando o indebolendo? Le persone si sentono più o meno fiduciose sul futuro? I tassi d’interesse – che determinano sia gli interessi sui prestiti che la resa dei risparmi – s’alzeranno o abbasseranno in futuro? E che dire dell’inflazione?”.

Altre affermazioni. E stavolta sono ancora più strane. Pare sia ovvio che dobbiamo tener conto degli “spiriti animali” dato che sono “una parte ineluttabile dell’economia” in quanto non “facilmente quantificabili”. È difficile trovare un senso a questa frase. Cosa sta a significare per lo studio dell’economia, che le motivazioni delle azioni causanti i fenomeni che studiamo non sono facilmente quantificabili? E come può essere un miglioramento o una soluzione a questo ipotetico problema parlare di “spiriti” come explanans (l’insieme delle conoscenze necessarie alla spiegazione di un fenomeno, ndr)? Suona decisamente strano! Per non parlare di come non sia affatto scientifica un’affermazione così arbitraria (sorvoliamo per un attimo sull’oltraggioso mescolamento fra il significato weberiano di “comprensione” e la presenza o meno di dati “quantificabili”).

 Leggiamo il paragrafo successivo:

 Gli economisti sono diventati molto più bravi nell’affrontare tali domande rispetto a quando Keynes scriveva negli anni ’30: ad esempio, oggi ci sono indici relativi alla business confidence e alla consumer confidence. Ma molte delle azioni che intraprendiamo dipendono ancora da decisioni intime, da parte dei consumatori come degli investitori. Il potere dei nostri istinti animali e il peso della nostra esperienza può ancora prevalere sul ragionamento razionale”.

 Perlomeno Aziz riconosce dove l’economia ha sbagliato: John Maynard Keynes. “Esser diventati più bravi” qui si traduce con il saper fare ancor più analisi psicologiche e matematiche da due soldi, la cui sola considerazione sarebbe persino fonte d’imbarazzo per veri psicologi e matematici. E, ovviamente, costruire indici aggregati di ciò che non è “facilmente quantificabile” pare qualcosa del tutto normale per Aziz. Proprio come le “decisioni intime” che in qualche modo abbiamo bisogno di comprendere per venire a capo dell’economia.

 Forse è interessante capire che sorta di “decisioni intime” fanno le persone che comprano maglioni blu piuttosto che verdi in un giorno di sole, ma è alquanto irrilevante in relazione al fatto che la domanda di maglioni blu è aumentata mentre quella dei maglioni verdi è diminuita – e che ciò causa cambiamenti ai relativi prezzi, alla struttura di produzione, ecc. ecc. A meno che, ovviamente, qualcuno non pensi che “capire” l’economia è la stessa cosa di saperla predire e indirizzare in qualche direzione specifica. Sfortunatamente, molti (fra cui a quanto pare Aziz, e sicuramente Keynes) pensano che l’economia come scienza descrittiva non sia abbastanza (o addirittura, in uno strano gioco di parole, sia anti-scientifica), mentre l’ingegneria sociale sia il modo giusto per “comprendere” l’economia.

Una persona non ha bisogno di pensare per più di mezzo secondo per realizzare che c’è chiaramente qualcosa di estremamente sbagliato qui, a tutti i livelli. Non sorprende che la moderna economia mainstream fallisca nello spiegare i fenomeni economici se gli economisti condividono questa strana percezione di cosa serva per capire l’economia. Mischiare psicologia a buon mercato, indici di ciò che non è quantificabile assieme ad un mucchio di spiriti animali difficilmente sarà la ricetta per un successo scientifico.

Questo tipo di chiacchiere pseudo-scientifiche tutt’al più sono un’insipida perdita di tempo, ma che sembra essere molto alla moda e centrale nella percezione mainstream dell’economia da parte della gente. Nonostante sia chiaro come non vogliano dire assolutamente nulla. Prima o poi, anche gli spiriti animali si arrenderanno a ciò.

Articolo di Per Bylund su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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La Moneta: VIII ed Ultima Parte

Mer, 21/05/2014 - 08:00

Eccoci giunti, dopo le promesse otto settimane, al termine di questo capillare approfondimento su di un tema che, tuttavia, risulta difficile da esaurire in così poco tempo e spazio. La speranza è che abbia appassionato voi lettori quanto noi, e che vi abbia spinti verso una ricerca più approfondita, o almeno vi abbia risvegliato aree della vostra mente poco inclini ad essere consultate ai giorni nostri, come quella del Dubbio e dell’Io in quanto tale. [NdR]

Inflazione

Secondo la definizione prevalente, l’i. è la crescita nel tempo del livello dei prezzi (dei prezzi assoluti). Ma la definizione più corretta è: un rapido incremento nell’offerta di moneta[1] .

Misurazione in base alla statistica contemporanea: tasso di inflazione: rapporto fra la differenza tra la media ponderata dei prezzi del periodo t+1 e la media ponderata dei prezzi del periodo t e la media ponderata dei prezzi del periodo t:

[Generalmente in percentuale]

In Italia l’Istat rileva 320.000 prezzi di 960 prodotti.[2]

I. strisciante o moderata: a una cifra; i. galoppante: a due o tre cifre; iperinflazione: dalle quattro cifre in su[3]  -  I. bilanciata: lascia immutati i prezzi relativi.

Cause

Nel dibattito sulle cause ultime dell’inflazione si tende a distinguere tra inflazione da domanda e inflazione da costi. L’inflazione “Austriaca” è da domanda, innescata da un incremento di moneta in circolazione.

Da (eccesso di) domanda (austriaci, monetaristi): la spiegazione principale è l’eccesso di circolazione monetaria. Ciò che avviene è che i soggetti hanno una capacità di spesa in eccesso rispetto all’offerta di beni e servizi. Se tutti i prezzi aumentano (o diminuiscono) contemporaneamente, allora il cambiamento deve essere intervenuto necessariamente nella sfera monetaria. Soltanto un aumento dell’offerta di moneta (o una diminuzione della domanda di moneta) possono determinare un aumento del livello generale dei prezzi[4]. Se invece alcuni prezzi aumentano e altri diminuiscono la causa non è monetaria, ma reale, cioè uno spostamento di domanda da un settore a un altro.

Aumenti della domanda causati da fattori non monetari, ad esempio un aumento delle esportazioni, possono provocare un aumento dei prezzi, ma il fenomeno è transitorio (scalino), mentre l’inflazione è un aumento dei prezzi prolungato nel tempo.

da costi (Keynes 1940, Kalecki 1941, Lerner 1951, Kaldor 1959, Weintraub 1959): da salari, da profitti, settoriale, importata, fiscale, inerziale [grafico].  Alla base di tale teoria sta la constatazione che, in un’economia contraddistinta da concorrenza imperfetta, le imprese fissano i prezzi secondo un meccanismo di mark-up sui costi diretti, in particolare sul costo del lavoro.

Nel caso di inflazione da costi anche la terapia suggerita è diversa, e consiste in genere nell’adozione di politiche dei redditi.[5]

 

A differenza dei secoli precedenti, in cui si verificavano anche notevoli riduzioni del livello dei prezzi[6], a partire dagli anni Trenta del Novecento, i tassi di inflazione sono stati, indipendentemente dall’entità, quasi sempre positivi. Ciò è causato dal fatto che i salari e alcuni prezzi sono diventati rigidi verso il basso e soprattutto dal fatto che le autorità monetarie hanno sempre incrementato l’offerta di moneta. Dal 2004 al 2007, ad esempio, nell’Eurozona l’aggregato M2 è cresciuto ogni anno a cifre vicine o superiori all’8%.[7]

Effetti dell’inflazione

- Austriaci: Redistribuzione del reddito a vantaggio di coloro che temporalmente ricevono prima la nuova moneta, perché riescono ad aumentare i propri prezzi di vendita; i prezzi non possono mai crescere uniformemente, e dunque vi saranno sempre alcuni che guadagnano e alcuni che perdono; dunque il potere d’acquisto della moneta si riduce, ma non equiproporzionalmente. Di conseguenza l’effetto non è solo l’aumento dei prezzi, ma anche la distorsione del processo produttivo (v. teoria del ciclo). A conferma del fatto che per gli Austriaci l’inflazione è l’aumento della quantità di moneta (fiduciaria) e non l’aumento dei prezzi, l’effetto dell’inflazione non è solo l’aumento dei prezzi, ma anche la riduzione del tasso di interesse, la crescita nell’immediato dei prezzi dei beni di più alto ordine come gli edifici, un boom delle azioni in quanto legate ai beni capitali (di più alto ordine).

Sempre in relazione alla distribuzione del reddito e della ricchezza, altri due effetti dell’inflazione sono: la redistribuzione del reddito a danno dei redditi fissi; e il vantaggio per i debitori a danno dei creditori (se non vi sono indicizzazioni).

- Disturbo o venir meno dei segnali di prezzo: viene travolta la funzione di unità di misura; i prezzi crescono rapidamente, e in maniera non uniforme, per cui si perde la percezione dei prezzi relativi; non è facile distinguere i cambiamenti transitori da quelli di lungo periodo, e i confronti fra i prezzi non sono più possibili. Allora le decisioni di consumo o di investimento vengono distorte, quindi si determina una inefficiente allocazione delle risorse. Esempi: gli acquirenti, non riuscendo a confrontare i prezzi dei beni, acquistano beni diversi da quelli che altrimenti avrebbero acquistato, e che rappresentavano l’“ottimo” per loro. Oppure, alcuni possessori di azioni credono di aver ottenuto guadagni in conto capitale che in termini reali non ci sono stati, allora spendono parte del guadagno presunto, ma in questo modo hanno consumato capitale, cosa che non avrebbero fatto se non ci fosse stata l’inflazione.[8]

- Venir meno della funzione di riserva di valore: il risparmio non è più tenuto in forma monetaria (si riduce la domanda reale di moneta), vengono acquistati beni-rifugio (case, terra, preziosi, quadri ecc.).

- Disavanzo della bilancia dei pagamenti (dati cambi fissi).

- Drenaggio fiscale.

- Se l’inflazione è molto alta l’effetto può essere il collasso della moneta e il suo ripudio, che comporta o il ritorno al baratto o l’uso di un’altra moneta. Il tentativo di interrompere l’iperinflazione in genere si accompagna alla sostituzione della vecchia moneta con una moneta nuova.

Relazione fra disoccupazione e inflazione: la curva di Phillips. Si asserisce un trade off fra disoccupazione e inflazione. L’espansione economica, che riduce la disoccupazione, crea eccessi di domanda e dunque pressioni sui prezzi. In realtà la storia del Novecento ha dimostrato l’esistenza di stagflazione, cioè recessione o stagnazione più inflazione. Ciò è determinato dall’eccesso di credito di pseudo-moneta, che determina i cicli economici, dunque anche le fasi recessive, insieme ad inflazione. La storia economica ha smentito la teoria di Phillips: nel 1973, e fino al 1975, gli Stati Uniti sperimentarono una recessione inflazionistica (anche definita stagflazione). Successivamente nel 1980-1982.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla VII Parte

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

L. von Mises, The Theory of Money and Credit (1912), L. von Mises Institute, Auburn, 1990.

M.N. Rothbard, Man, Economy and State (1962), L. von Mises Institute, Auburn, 2004.

                         – Lo Stato falsario, Facco, Treviglio (Bg), 2005. Ed. or. What has Government Done to Our Money?, Pine Tree Press, Larkspur, 1963, circolato come manoscritto privato nel 1962 con il titolo Money, Free and Unfree.

                      - The Mistery of Banking, Richardson and Snyder, New York, 1983.

                     – The Austrian Theory of Money, in E.G. Dolan (a cura di), The Foundations of Modern Austrian Economics, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 160-184; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 297-320.

                   - The Case for a Genuine Gold Dollar, in L. H. Rockwell, Jr. (a cura di), The Gold Standard: An Austrian Perspective, D.C. Heath, Lexington, 1985, pp. 1-17; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 364-383.

                  - Riprendiamoci la moneta, La banca a riserva frazionaria, La soluzione, in «Enclave» nn. 22, 23, 24, dicembre 2003, marzo 2004, giugno 2004. Ed. or. Taking Money Back, Fractional Reserve Banking, The Solution [To Save Our Economy From Destruction], articolo in tre parti apparso in «The Freeman» 45, nn. 9, 10, 11, settembre, ottobre, novembre 1995.

J. Huerta de Soto, Money, Bank Credit, and Economic Cycles, L. von Mises Institute, Auburn, 2006.

[1] Per tale motivo è invalsa l’espressione “inflazione dei prezzi”, distinta da “inflazione monetaria”. Secondo gli Austriaci, da quando è stata ammessa la sovraemissione, la facilità e la discrezionalità con cui possono essere prodotti gli pseudo-certificati e la moneta fiduciaria trasformano la vecchia definizione di inflazione in “un aumento di moneta in eccesso rispetto alle quantità di moneta vera (oro o beni con valore intrinseco)”. In un sistema monetario basato su un metallo come l’oro, l’effetto inflazionistico derivante da un possibile aumento delle quantità di oro disponibile sarebbe minimo, o nullo, perché gli individui, se non desiderano oro come moneta, possono utilizzare l’oro in eccesso per la produzione di oggetti (gioielli ecc.).

[2] Gli indici dei prezzi, volti a misurare i cambiamenti nel potere d’acquisto della moneta, soffrono di numerosi limiti logici ed esplicativi, dunque vanno presi con molta cautela e considerati delle approssimazioni rozze:

1) per i prezzi si fa ricorso ad indici basati su panieri di beni; ma i tipi e le qualità dei beni cambiano nel tempo, e dunque non è possibile il confronto.

2) Il paniere di beni rappresenta un “consumatore medio” che non esiste; ciascuno ha una composizione di beni personale, e dunque l’indice non può rappresentare la propria perdita (o guadagno) di potere d’acquisto. In altre parole, un P che resta immutato può dipendere dal fatto che un prezzo è sceso e un altro prezzo è salito; un individuo che consuma solo il primo bene e non il secondo ha aumentato il proprio potere d’acquisto, un altro individuo che consuma il secondo e non il primo lo ha peggiorato.

3) Le medie nascondono i cambiamenti dei singoli prezzi; se i rapporti di scambio fra moneta e beni mutano, e rispetto ad alcuni beni il valore di scambio sale mentre rispetto ad altri scende, allora non possiamo dire se complessivamente il potere d’acquisto della moneta è salito o è sceso;

4) I costi di trasporto, le barriere istituzionali, le differenze di qualità rendono differenti i prezzi di beni simili, e ciò rende discutibile l’attività degli statistici.

[3] Un esempio celebre di iperinflazione è quello della Germania negli anni 1922 e 1923: in quel periodo il tasso medio mensile era pari al 322%. L’Argentina nel 1990 aveva un tasso di inflazione annuo del 2370%; quell’anno adottò il currency board, che è un tasso di cambio fisso con il dollaro, con conversione dei pesos in dollari ogni qual volta il pubblico ne facesse  richiesta; nel 1994 il tasso di inflazione era sceso al 5%, dal 1998 al 2001 addirittura negativo. L’Ecuador nel 2000 e El Salvador nel 2002 ricorsero direttamente alla dollarizzazione, sostituendo la valuta domestica con il dollaro.

[4] I sostenitori di questa teoria fanno notare che in un’economia di baratto non può esistere l’inflazione, cioè la crescita di tutti i prezzi, perché se si riduce il valore di scambio di un bene, necessariamente aumenta il valore di scambio dell’altro bene con cui avviene il baratto. Ciò conferma che l’inflazione è un fenomeno esclusivamente monetario.

[5] I critici della teoria dell’inflazione da costi sostengono che l’aumento di qualunque componente di costo non può essere la causa di inflazione, cioè di un aumento prolungato nel tempo di tutti i prezzi. Componenti di costo possono far salire i prezzi di tutti i beni solo se agli acquirenti viene fornita più moneta per acquistarli. Se non viene aumentata la quantità di moneta, l’aumento ad esempio dei salari, qualora venisse trasferito sui prezzi, determinerebbe una riduzione delle vendite, con conseguente riduzione del prezzo (l’ulteriore effetto sarebbe una disoccupazione parziale nei settori che hanno visto aumenti generalizzati dei salari). Oppure gli acquirenti comprerebbero le stesse quantità di prima (se i suddetti beni hanno una bassa o nulla elasticità rispetto al prezzo, es. sono necessari), ma necessariamente ridurrebbero gli acquisti di altri beni, i cui prezzi diminuirebbero. In entrambi i casi, non si manifesta alcun fenomeno inflazionistico, inteso come aumento del livello generale dei prezzi. L’inflazione italiana degli anni Settanta del Novecento (+19,1% nel 1974) viene presentata come un caso classico di inflazione da costi, in particolare del lavoro (aumento medio del 30% dei salari operai in seguito al cosiddetto “autunno caldo” del 1969) e del petrolio (triplicazione del prezzo in seguito alla guerra del Kippur arabo-israeliana nel 1973). Ma se le autorità monetarie non avessero creato moneta, finanziando in particolare con questa modalità gli aumenti di spesa pubblica, vera causa dell’inflazione, gli aumenti dei prezzi avrebbero rappresentato solo una fiammata, non avrebbero persistito nel tempo.

Keynes riteneva che l’ormai diffusa rigidità verso il basso dei salari dovesse essere accettata e mitigata con un pari aumento della quantità di moneta.

[6] Con le monete d’oro e d’argento, nella storia si è verificato un solo grave episodio inflazionistico, in Spagna nel ‘500. Esso fu determinato dalle importazioni dell’oro e dell’argento estratti nelle Americhe: la quantità dei due metalli triplicò, e quasi equivalente fu l’aumento dei prezzi, che si estese dalla Spagna agli altri paesi dell’Europa.

Il fenomeno opposto all’inflazione è la deflazione, che rappresenta una riduzione della quantità di moneta in circolazione. Nel linguaggio contemporaneo il termine è utilizzato per indicare una riduzione del livello dei prezzi, associato a recessione o depressione. Mentre la riduzione del prezzo di singoli beni o servizi viene lodata dagli economisti, la deflazione, cioè la riduzione dei prezzi di tutti i beni, viene demonizzata; e combattuta con politiche monetarie espansive. Tuttavia, se essa dipende dai liberi comportamenti degli attori economici, non vi è niente di male, e anzi rappresenta un beneficio individuale e sociale. In un’economia completamente libera, la deflazione può dipendere da tre cause: 1) aumenti della produttività, che riducono i prezzi (deflazione naturale); 2) aumento del “tesoreggiamento”, cioè della domanda di moneta; 3) contrazione del credito bancario durante le recessioni o a seguito della corsa allo sportello da parte dei risparmiatori. In un sistema con monopolio pubblico della moneta, la deflazione può essere provocata deliberatamente dalle autorità monetarie, attraverso la riduzione dell’offerta di moneta. Cfr. M.N. Rothbard, Deflation, Free or Compulsory, in «The Free Market», aprile 1991, pp. 1, 3–4.

[7] L’aumento dei prezzi segue più o meno in pari misura l’aumento della quantità di moneta solo a parità delle altre condizioni (ceteris paribus). Può dunque accadere che in coincidenza con un aumento della quantità di moneta non si abbia un aumento di prezzi perché operano altre variabili di segno contrario, ad esempio un aumento della produttività. È ciò che è avvenuto negli ultimi 15 anni nella maggior parte dei paesi occidentali, dove gli incrementi elevati di moneta hanno convissuto con aumenti della produttività reale riconducibili prevalentemente a internet e alla globalizzazione.

[8] Un esempio di tale distorsione è ciò che è accaduto nel settore immobiliare americano negli anni precedenti il 2008: il credito facile garantito dalle autorità monetarie si indirizzò in misura consistente in quel settore, verso cui si incanalarono anche centinaia di migliaia di posti di lavoro. Quando la bolla esplode e ci si rende conto che non esiste una domanda effettiva delle nuove abitazioni, si manifestano tutti gli effetti negativi della distorsione nell’allocazione delle risorse: distruzione dei posti di lavoro, mutui inesigibili, fallimenti.

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Galbraith aveva ragione sulla pubblicità

Lun, 19/05/2014 - 08:00

Ora che ho la vostra attenzione, state tranquilli che anche quando John Kenneth Galbraith è arrivato a qualcosa di giusto, ci è arrivato nel modo sbagliato. Una delle idee caratteristiche per cui Galbraith è noto è l’Effetto Dipendenza, che asserisce quanto segue: la pubblicità convince le persone del fatto che esse abbiano bisogno di cose di cui in realtà non hanno bisogno. Usando le esatte parole di Galbraith, “Se i voleri dell’individuo fossero necessari, essi scaturirebbero direttamente dall’individuo stesso. Essi non possono essere necessari se devono essere indotti in lui. […] Uno non può difendere la produzione intesa come soddisfacimento dei desideri se è quella stessa produzione a creare i desideri. […] Il collegamento ancor più diretto tra produzione e desideri è fornito dalle istituzioni delle moderne pubblicità e arte del vendere.” [1] Galbraith usa questo concetto per minare le fondamenta del ruolo della microeconomia nelle preferenze personali degli individui.

Galbraith ha ragione quando dice che tale arte del vendere fa di fatto in modo che le persone domandino cose che non sono per loro di maggiore interesse. Egli è invece profondamente in errore nell’identificare nei produttori presenti sul mercato i principali perpetratori di questo effetto. Infatti, è lo Stato che fa il più grande uso dell’arte del vendere per ottenere il consenso delle persone per cose che non solo non le fanno stare meglio, ma, di solito, le danneggiano. Ciò che rende il comportamento dello Stato ancora peggiore è che quando la sua arte imbonitoria fallisce, lo Stato può ripiegare sull’uso della forza per collocare persone a soddisfare i desideri “che la produzione crea”. Le aziende private, a meno che non siano al livello dello Stato, non hanno tale possibilità.

Sono abbondanti gli esempi in cui l’Effetto Dipendenza è stato implementato dallo Stato. Prendiamone appena tre.

Il primo esempio riguarda l’ingresso degli USA nella Prima Guerra Mondiale. Che la maggioranza degli americani non volesse che i loro figli venissero mandati a morire nelle trincee europee può essere dedotto dai seguenti fatti: 1) essi rielessero un presidente che si presentò alla campagna elettorale sotto lo slogan “Lui ci ha tenuti fuori dalla guerra”, 2) il numero di volontari non era sufficiente per gli USA per impegnare un grande esercito in quel conflitto senza ricorrere al servizio di leva militare obbligatoria. Dopo tutto, chi troverebbe il desiderio di assicurare a J.P. Morgan di non avere perdite sulle sue obbligazioni britanniche o di garantire ai cittadini americani il diritto di viaggiare incolumi su navi che trasportano armi per le potenze belligeranti? Persino il presunto obiettivo di “rendere il mondo sicuro per la democrazia” non era esattamente ciò che la maggioranza degli americani sentiva nel profondo del loro essere, finché tale sentimento non è stato inculcato nelle loro teste da tali agenzie quali la Commissione sulla Pubblica Informazione. Simili discrepanze tra ciò che la maggioranza degli americani voleva e ciò che sono stati costretti a volere possono essere trovate in circa ogni guerra in cui il governo degli USA ha trascinato i suoi cittadini.

Il secondo esempio è l’Atto per un Servizio Sanitario accessibile a tutti (Affordable Care Act). Molte persone relativamente giovani e sane non ritengono che un’assicurazione medica valga i soldi che costa (a maggior ragione se parliamo di quei costosi piani medici pre-pagati che sono, oggigiorno, erroneamente considerati vere assicurazioni). Siccome neppure una massiccia propaganda governativa è stata sufficiente ad indurli a spendere i loro soldi in qualcosa che era molto in basso nella loro lista delle priorità, è stata usata la forza per rimetterli in riga, ovvero per fare in modo che spendessero soldi in “cose di cui in realtà non hanno bisogno”. Allo stesso tempo, molte altre persone avevano piani assicurativi che ritenevano avessero incontrato i loro bisogni e che non valutavano troppo costosi. Qui il governo ha promulgato polizze che chiunque avrebbe potuto facilmente prevedere avrebbero fatto rimuovere dal mercato quei piani considerati vantaggiosi da alcuni, e nonostante ciò migliaia di parole sono state spese al fine di illuminare coloro per i quali non era così ovvia la necessità di introdurre tali nuovi piani obbligatori. Così, non solo vediamo che lo Stato si preoccupa affinché le persone ottengano prodotti che non vogliono, ma si impegna anche ad eliminare dei prodotti che le persone vogliono. Non solo lo Stato è il vero punto centrale dell’Effetto Dipendenza, ma è anche l’origine del suo gemello altrettanto malvagio, che possiamo chiamare Effetto Eliminazione.

Infine, abbiamo il terzo esempio, che consiste in una moneta costantemente in svalutazione. Una moneta che per legge perde di valore è difficilmente qualcosa che è per natura e per necessità un bisogno dei più, eppure ci è stato ripetuto alla noia dai leader della Federal Reserve (Fed) e dagli economisti più gettonati, molti dei quali vorrebbero sedere al posto di presidente della Fed, che tale moneta è l’unica cosa che ci tiene lontani da un’altra Grande Depressione.

Ancora, durante il diciannovesimo secolo, ci furono cinque periodi di almeno cinque anni (includendone uno di 25 anni) in cui i livelli dei prezzi misurati tramite il deflatore del Prodotto Interno Lordo (PIL) caddero, sebbene il PIL reale avesse seguito un tasso di crescita medio annuo dal 2,7% al 6,2% [2]. La richiesta di una moneta creata da una banca centrale, che genera espansioni e contrazioni insostenibili, così come gli effetti Cantillon (che trasferiscono il reddito dalle classi media e povera al circolo di quei benestanti in posizioni di rilievo) sono chiaramente non dei “bisogni” che nascono all’interno dell’individuo, bensì all’interno di coloro che stanno all’estremità ricevente del trasferimento di ricchezza. Biasimare la moneta è un altro esempio in cui il governo si impegna nel convincere le persone del fatto che fossero in torto e dovessero essere applicate leggi sulla valuta legale e sulla confisca dell’oro delle persone.

Questi esempi potrebbero essere moltiplicati ancora e ancora. L’Amministrazione per la Sicurezza dei Trasporti (TSA) ed il suo “teatrino per la sicurezza” che vìola la privacy – l’Agenzia di Sicurezza Nazionale (NSA) che spia i cittadini rispettosi della legge – hanno sussidiato un’opera d’arte di dubbio valore, una Guerra contro la Povertà che ha generato numerosi comportamenti che hanno perpetrato la povertà, ed una piramide del cibo che, quando seguita, sembra condurre a più obesità piuttosto che a meno. Questi sono solo alcuni esempi di una lista che sembra senza fine. In ognuno di questi casi, le schiere di economisti o storici hanno fatto in modo che le persone arrivassero ad accettare questi programmi che non soddisfacevano i bisogni che erano per loro intrinsecamente necessari; oppure, fallendo in questo tentativo, glieli hanno fatti accettare con la forza. Così, l’Effetto Dipendenza è vivo e vegeto. Solamente, la sua presenza è più fortemente sentita nel settore governativo. Infatti, mentre John Kenneth Galbraith punta il dito altrove nella sua spiegazione del concetto, egli stesso è uno di quella schiera di economisti che promuovono tale effetto, dato che quasi la totalità dei suoi lavori ha persuaso molte persone del fatto che loro avessero bisogni “non originati all’interno di loro stessi”.

Articolo di Robert Batemarco su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] J.K. Galbraith. The Affluent Society. New York: Houghton Mifflin. 1958.

[2] Samuel H. Williamson. “What Was the U.S. GDP Then?” MeasuringWorth, 2014.

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Pianificazione, scienza e libertà – II Parte

Ven, 16/05/2014 - 07:48

[Nature, no. 3759 (novembre 15, 1941), p. 581–84]

Questo conflitto sui metodi corretti per il raggiungimento dello studio della società è vecchio, e solleva problemi estremamente complessi e difficili. Ma siccome il prestigio di cui gli scienziati della natura godono nei confronti del pubblico è spesso usato per gettare discredito sui risultati dell’unico sforzo sistematico e sostenuto per aumentare la nostra comprensione dei fenomeni sociali, questa disputa è una questione di sufficiente importanza da dover rendere necessario, in questo contesto, spendere alcune parole al riguardo.

Se ci fossero ragioni per sospettare che gli economisti persistano lungo la loro strada solamente per abitudine ed ignoranza dei metodi e delle tecniche che si sono mostrati così formidabilmente di successo in altri campi, allora dovrebbe essere messa seriamente in discussione la validità dei loro argomenti. Tuttavia, sono stati presentati per più di un secolo tentativi di progredire nel campo delle scienze sociali tramite una riproduzione più o meno fedele dei metodi usati nel campo delle scienze naturali.

Le stesse obiezioni mosse contro gli economisti “deduttivi”, le stesse proposte di rendere tale campo in ultima istanza “scientifico” e, dobbiamo aggiungere, gli stessi tipici errori e sbagli ingenui a cui gli scienziati naturali sembrano essere propensi, quando si avvicinano a questo campo, sono stati ripetuti e discussi più e più volte da successive generazioni di economisti e sociologi e non hanno condotto da nessuna parte. Tutti i progressi che sono stati raggiunti nella comprensione dei fenomeni sono venuti dagli economisti che hanno pazientemente sviluppato una tecnica che è andata oltre ai loro problemi particolari. Ma nei loro sforzi, essi sono stati costantemente scherniti da famosi fisici o biologi che si pronunciavano nel nome della scienza in favore di schemi o progetti che non meritavano di essere presi seriamente in considerazione. Era esprimendo una comune esperienza di tutti gli studenti dei problemi sociali quando un sociologo americano recentemente si è lamentato del fatto che “si assiste frequentemente ad uno dei più terribili esempi di mentalità anti-scientifica quando un eminente scienziato naturale, ovvero un fisico o un biologo, parla di materie sociali.” [5]

Siccome la disputa sulla pianificazione centrale è diventata così strettamente connessa con quella sulla validità scientifica dell’economia, è stato necessario fare riferimento a queste materie velocemente. Ma questo non deve farci deviare dal nostro tema principale. L’inferiorità o superiorità tecnica della pianificazione centrale rispetto al sistema concorrenziale non è il solo problema, o neppure il principale. Se tutto ciò che è di interesse in questa controversia fosse solo il grado di efficienza economica, i pericoli che si correrebbero nel compiere un errore sarebbero ancora piccoli se comparati ai veri pericoli. Ma, così come la presunta maggior efficienza della pianificazione centrale non è il solo argomento usato per sostenerla, allo stesso modo le obiezioni non si fermano solamente alla sua reale inefficienza.

Deve infatti essere ammesso che se volessimo attuare la distribuzione dei profitti tra gli individui e i gruppi in modo conforme ad ogni standard assoluto predeterminato, la pianificazione centrale sarebbe l’unico modo possibile per raggiungere tale obiettivo. Si potrebbe asserire – ed è stato asserito – che potrebbe valer la pena rinunciare ad un po’ di efficienza, se in questo modo si potesse ottenere una maggior giustizia redistributiva. Ma sfortunatamente gli stessi fattori che rendono possibile in tale sistema di controllare la distribuzione dei profitti, rendono anche necessario imporre un ordine gerarchico arbitrario che tenga conto delle condizioni di ogni individuo ed il rango di praticamente tutti i valori della vita umana.

In breve, come viene ora sempre più generalmente riconosciuto, la pianificazione economica inevitabilmente conduce a, ed è la causa de, la soppressione della libertà individuale e spirituale che conosciamo col nome di sistema “totalitario”. Come è stato recentemente scritto su Nature da due eminenti ingegneri americani, “lo Stato fondato su un’autorità dittatoriale … e l’economia pianificata sono essenzialmente la stessa cosa?” [6]

Le ragioni per cui l’adozione di un sistema a pianificazione centrale produce necessariamente un sistema totalitario sono piuttosto semplici. Chiunque controlli i mezzi deve decidere come devono essere usati. Siccome nelle attuali condizioni il controllo dell’attività economica significa controllo dei mezzi di produzione per praticamente tutti i nostri fini, significa controllo su circa tutte le nostre attività.

La natura della scala dettagliata dei valori che deve guidare il pianificatore rende impossibile che possa essere determinata da qualcosa come i mezzi democratici. Il direttore del sistema pianificato dovrebbe imporre la sua scala di valori, la sua gerarchia di fini, che, se è sufficiente per determinare il piano, deve includere un sicuro ordine di rango in cui la posizione di ogni persona è definita.

Se il piano si afferma o il pianificatore appare di successo, le persone devono essere portate a credere che gli obiettivi scelti sono quelli giusti. Qualsiasi critica del piano o dell’ideologia che sottostà ad esso deve essere trattata come sabotaggio. Non ci può essere libertà di pensiero, né libertà di stampa, dove è necessario che qualsiasi cosa debba essere governata da un singolo sistema di pensiero.

In teoria, il socialismo potrebbe desiderare di aumentare la libertà, ma in pratica ogni forma di collettivismo portato consistentemente a termine deve produrre le caratteristiche tipiche che fascismo, nazismo e comunismo hanno in comune. Il totalitarismo non è altro che collettivismo consistente, la spietata esecuzione del principio che “il tutto viene prima dell’individuo” e la direzione di tutti i membri della società da parte di un singolo sarà supposta rappresentare il “tutto”.

Richiederebbe molto più spazio di quello che gli si può dedicare qui, mostrare in dettaglio come tale sistema produca un controllo dispotico in qualsiasi sfera della vita, e come, in particolare in Germania, due generazioni di pianificatori abbiano preparato il terreno per il nazismo. Questo è stato dimostrato altrove. [7] Qui, non è nemmeno possibile mostrare perché la pianificazione tenda a produrre conflitti nazionali ed internazionali violenti [8], o perché, come i direttori di uno dei più ambiziosi volumi scritti in cooperazione sulla pianificazione abbiano scoperto con loro dispiacere, “la maggioranza dei ‘pianificatori’ sono nazionalisti militanti.” [9]

Dobbiamo qui volgere la nostra attenzione verso un pericolo più immediato, che la presente tendenza crea in Gran Bretagna. È quello di una crescente divergenza tra i sistemi economici qui e negli Stati Uniti, la quale divergenza minaccia di rendere impossibile qualsiasi collaborazione economica reale tra i due paesi dopo la guerra. Negli Stati Uniti il presente sviluppo è ben descritto dal programma per ristabilire un regime concorrenziale, sviluppato dal presidente Roosevelt nel messaggio al Congresso dell’aprile del 1938 che, usando le parole del Presidente, si basa sulla tesi “che il sistema delle libere imprese private a scopo di lucro non ha fallito in questa generazione, ma non è ancora stato provato.” [10]

Dall’altra parte, della Gran Bretagna può essere correttamente detto riguardo a circa lo stesso periodo che “ci sono molti segni del fatto che i leader britannici stanno crescendo abituati a pensare in termini di sviluppo nazionale tramite monopoli controllati.” [11] Questo significa che stiamo seguendo i sentieri su cui la Germania è stata condotta e che gli Stati Uniti stanno abbandonando perché, come afferma il resoconto sulla “Concentrazione del Potere Economico” a cui il messaggio del Presidente diede origine, “la crescita del centralismo politico è in gran parte il risultato del centralismo economico.” [12]

L’alternativa è, ovviamente, non il lasciar-fare, nel senso in cui questo termine vago e fuorviante viene di solito concepito. Molto deve essere fatto per assicurare l’efficacia della competizione; ed un grande affare può essere stipulato fuori dal mercato, per integrare i risultati. Ma tramite i tentativi di soppiantare il mercato, noi ci priviamo non solo di uno strumento che non può essere rimpiazzato, ma anche di un’organizzazione senza la quale non ci può essere alcuna libertà per l’individuo.

In questa situazione nulla più della storia intellettuale della Germania durante le ultime due generazioni merita un’attenta riflessione e di essere studiata. Ciò che si deve comprendere è che le caratteristiche che resero la Germania ciò che è sono largamente le stesse che la resero ammirata e che ancora esercitano il loro fascino; e che la corruzione della mentalità tedesca venne ampiamente dall’alto, dai leader intellettuali e scientifici.

Questi uomini, indiscutibilmente grandiosi a loro modo, resero la Germania uno Stato costruito artificialmente – “organizzato nell’animo”, come i tedeschi si definiscono orgogliosamente. Questo ha fornito il terreno su cui il nazismo crebbe e in cui i rappresentanti della scienza dell’organizzazione statale furono trovati tra i sostenitori più entusiasti. Era l’organizzazione “scientifica” dell’industria che creò di proposito i giganti monopoli e li rappresentò come crescite inevitabili 50 anni prima che accadesse in Gran Bretagna.

La tipica dottrina sociale, oggigiorno così tanto popolare tra alcuni uomini di scienza britannici, cominciò ad essere predicata dalle loro controparti tedesche negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo (NdT: XIX secolo). La subordinazione degli uomini di scienza a qualsiasi cosa divenisse dottrina ufficiale cominciò col grande sviluppo della scienza dell’organizzazione statale, che è l’argomento così tanto elogiato in Gran Bretagna. Era la situazione in cui tutti cercavano di diventare impiegati statali ed in cui tutti gli scopi di lucro erano gestiti con disprezzo che produsse quella mancanza di rispetto e la finale distruzione della libertà a cui oggi assistiamo.

Dovrei concludere con un’illustrazione di ciò che ho detto riguardo al ruolo di alcuni dei grandi uomini di scienza della Germania imperiale. Il famoso fisiologo Emil du Bois-Reymond era uno dei leader del movimento ansioso di estendere i metodi delle scienze naturali ai fenomeni sociali ed uno dei primi e dei più efficaci avvocati del punto di vista, oggigiorno così di moda, secondo cui “la storia delle scienze naturali sia la vera storia dell’umanità.” [13] Fu sempre lui che verbalizzò ciò che forse è l’affermazione più vergognosa mai detta da alcun uomo di scienza a nome dei suoi colleghi. “Noi, l’Università di Berlino,” egli proclamò nel 1870, durante un’orazione pubblica come rettore dell’Università, “alloggiati di fronte al palazzo del Re, siamo, per l’atto della nostra fondazione, la guardia del corpo intellettuale del casato degli Hohenzollern.” [14]

La lealtà degli scienziati-politici tedeschi è dunque cambiata, ma il loro rispetto per la libertà non è cresciuto. Ed il fenomeno non è confinato alla Germania. Il signor J.G. Crowther non ha forse recentemente, in un libro che sviluppa punti di vista così simili a quelli di du Bois-Reymond, iniziato a difendere addirittura l’inquisizione perché, secondo lui, essa “è favorevole alla scienza quando protegge una classe in rivolta”? [15] Chiaramente, da questo punto di vista tutte le persecuzioni degli uomini di scienza perpetrate da parte dei nazisti dopo che essi giunsero al potere potrebbero essere giustificate – non erano forse gli ultimi una “classe in rivolta ”?

Articolo di Friedrich A. von Hayek su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Link alla prima parte

Note

[5] R. Bain, Social Philosophy, 230 (aprile 1939).

[6] F.B. Jewett e W.R. King, Nature, 146, 826 (1940).

[7] W. Lippmann, “The Good Society,” Little, Brown and Co. (1937); M. Polanyi, “The Contempt of Freedom,” Watts and Co. (1940); W. Sulzbach, Ethics, 50 (April, 1940); F.A. Hayek, “Freedom and the Economic System,” University of Chicago Press (1939).

[8] L. Robbins, “Economic Planning and International Order,” Macmillan (1937).

[9] F. Mackenzie (ed.), “Planned Society,” Prentice Hall (1937), p. xx.

[10] Resoconto Finale del TNEC, p. 20.

[11] Spectator, 337 (March 3, 1939).

[12] Resoconto Finale del TNEC, p. 5.

[13] Emil du Bois-Reymond, “Kulturwissenschaft und Naturwissenschaft,” (1879).

[14] “A Speech on the German War,” tenuto il 3 agosto 1870, alla allora Università di Berlino, da Emil du Bois-Reymond, a quel tempo Rettore. London, Rd. Bentley (1870), p. 31.

[15] J.G. Crowther, “The Social Relations of Science.” Macmillan (1940), p. 333.

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La Moneta: VII Parte

Mer, 14/05/2014 - 08:00

Altri sistemi monetari

1) Riserva del 100% cartacea con banca centrale. È il sistema sostenuto dalla scuola di Chicago di Fisher, Night, Simons, Hart e il primo Friedman.[1] Le banconote sono la moneta “vera”, dunque le riserve.

Risolverebbe il problema della moltiplicazione dei depositi ex nihilo, ma resterebbe la discrezionalità nella creazione (stampa) di moneta e la mancanza di valore in quanto merce non domandata sul mercato.

2) Free banking. Banche private in concorrenza emettono proprie banconote. Può essere di due tipi, a riserva integrale o frazionaria.

 a) Riserva del 100% cartacea senza banca centrale: è la proposta di Hayek ne La denazionalizzazione della moneta. La moneta nazionale può continuare ad essere emessa dall’amministrazione centrale, ma dovrebbe essere consentita la libertà di emissione di monete cartacee da parte di privati. Tali monete non convertibili in altri beni di riferimento “superiori”, ma disciplinate dall’obiettivo di mantenere costanti i prezzi di un paniere di beni. La riserva potrebbe essere costituita anche da altre monete di buona reputazione. Concretamente i biglietti verrebbero immessi in circolazione attraverso la normale attività di prestito, o attraverso i prelievi da parte dei clienti (che di fatto hanno già scambiato altre valute nella nuova moneta quando hanno aperto il conto), o attraverso la conversione delle altre monete in nuova moneta a chiunque si presentasse agli sportelli. La banca dichiarerebbe di convertire la propria moneta con le altre (dollari, sterline ecc.) ad un dato tasso di cambio.

Un aspetto cruciale è quello della credibilità ed affidabilità della moneta privata emessa. La sostanza dell’argomento di Hayek, attorno alla quale ruota la plausibilità dell’intera proposta, è rappresentata dagli incentivi forniti dal mercato. I privati, per battere la concorrenza ed affermare la propria valuta (con i profitti che ne derivano), sarebbero spinti ad offrire una valuta solida, che mantenga stabile il proprio potere d’acquisto. Il potere d’acquisto di qualsiasi moneta è strettamente legato alla quantità di essa immessa in circolazione – ed è proprio la mancanza di disciplina relativamente a tale aspetto a condannare il sistema monopolistico pubblico. Gli emittenti privati, per realizzare tale obiettivo, dovrebbero individuare un paniere di beni, rispetto al quale mantenere approssimativamente costante il valore di scambio della moneta emessa. Il paniere dovrebbe essere costituito dai beni di consumo più diffusi, ma anche da materie prime, prodotti agricoli e semilavorati industriali, che hanno il vantaggio di essere ampiamente commerciati e trattati su mercati regolari.

L’emittente regolerebbe l’offerta di moneta adeguandola alla domanda (sia in aumento sia in diminuzione). La quantità di moneta non dovrebbe essere accresciuta oltre il livello che il pubblico è disposto a trattenere; altrimenti esso spenderebbe la moneta in eccesso, e i prezzi dei beni del paniere di riferimento crescerebbero, con la conseguente perdita del potere d’acquisto della valuta. Dunque l’ammontare di moneta da immettere è monitorabile attraverso il “segnalatore” rappresentato dai prezzi del paniere.

Ciascun emittente ha due metodi per modificare la quantità della sua moneta in circolazione: 1) vendere o acquistare la propria valuta contro altre valute (o titoli o beni); 2) espandere o contrarre l’attività di credito. In questo secondo caso, l’attività di credito dovrebbe essere complessivamente limitata ai contratti a breve termine, in modo che, bloccando temporaneamente nuovi prestiti, la restituzione dei prestiti precedenti porterebbe ad una contrazione del volume totale della moneta circolante. [2]

b) Riserva frazionaria (White, Selgin[3], V.C. Smith[4], Dowd, Horwitz, Sechrest, Garrison, Glasner, Yeager, Greenfield, Timberlake).

Per quanto riguarda il mezzo di riserva, questi autori propongono soluzioni diverse (spesso vaghe e poco rigorose). Esso può essere costituito da metalli, panieri di beni[5] o banconote “congelate” della banca più prestigiosa, dunque moneta “superiore” riconosciuta come accettabile da tutte le altre banche. Si realizzerebbero anche, come è avvenuto nella storia prima della nascita delle banche centrali, degli istituti di compensazione interbancaria (inter-bank clearing house), in cui le varie banche regolano i rapporti di credito e debito: es. la banca A, in possesso di banconote della banca B, chiede alla banca B di convertirle in moneta di riserva.

La possibilità di sovraemettere viene ammessa in quanto garantirebbe una maggiore flessibilità e adattabilità del sistema monetario alle necessità degli operatori, in particolare ai mutamenti nella domanda di moneta[6], non compromettendo al tempo stesso l’equilibrio monetario. Inoltre un simile assetto garantirebbe la libertà di contratto fra banca e cliente, dunque non dovrebbe essere vietata. Ciascuna banca può liberamente scegliere la quota di riserva. Tale sistema incorpora in sé un vincolo che lo rende più sicuro del sistema a monopolio pubblico: il fatto che, data la libertà di ingresso e concorrenza, ciascuna banca avrà una clientela limitata, non l’intera clientela. Dunque, quando una persona riceve una banconota o un certificato di una banca di cui non è cliente, si recherà in tale banca per ottenere la conversione nella solida moneta di riserva, in quanto egli vuole mantenere il suo deposito presso la sua banca. In alternativa, egli deposita le banconote della banca di cui non è cliente presso la sua banca: durante le sedute di compensazione interbancaria, alla banca emittente sarà chiesto di cedere mezzi di riserva in cambio delle banconote (il saldo di questa banca nei confronti delle altre sarà in debito)[7]. La banca si rende conto della sovraemissione attraverso il drenaggio delle sue riserve (l’aumento del suo debito ad es. in moneta “superiore”). In tutti e due i casi dunque l’esito della sovraemissione è il medesimo: riduzione delle riserve. La banca è dunque costretta a correggere questo andamento perché, in caso contrario, rischia di fallire. Il mercato provvederebbe dunque a predisporre gli adeguati disincentivi alla sovraemissione, e la concorrenza premierebbe gli operatori più cauti, dunque le monete “migliori”, cioè quelle in grado di mantenere un adeguato potere d’acquisto[8].

Nel free banking, quindi, il vincolo rappresentato dalle conversioni opera continuamente, e non soltanto nelle rare situazioni di panico che danno vita alla corsa agli sportelli, come avviene nel sistema monopolistico.

In tale sistema, inoltre, i depositanti saranno incentivati ad una attenta valutazione relativamente alla scelta della banca.

Inoltre, come misura di ulteriore sicurezza, i banchieri potrebbero stipulare un’assicurazione sui depositi[9].

Il meccanismo descritto assicura l’adeguamento alla domanda di moneta meglio del sistema centralizzato. Infatti quest’ultimo ha bisogno dei dati statistici, mentre alla banca libera basta osservare i movimenti delle sue riserve per capire le preferenze degli agenti relativamente alla moneta da essa emessa.

La banca libera è migliore del sistema monetario pubblico perché riesce al tempo stesso a garantire quantità di moneta in linea con le necessità degli agenti ma non eccessive, e dunque una moneta non “cattiva” [10].

I “free bankers” ricorrono anche all’evidenza storica: il regime di free banking in Scozia nel ‘700 e ‘800 ha funzionato complessivamente bene, con pochi fallimenti bancari, nessuna tendenza al monopolio e nessuna instabilità rilevante. In disaccordo Rothbard: le banche scozzesi in quel periodo non erano affatto libere, e generarono cicli economici. I minori fallimenti bancari in Scozia rispetto all’Inghilterra non rappresentano una prova della superiore libertà o efficienza del sistema scozzese, e in generale di qualsiasi sistema: in Unione Sovietica le imprese non fallivano. Il test sulla superiorità di un sistema bancario/monetario è rappresentato dalla assenza (o da un basso livello) di inflazione e di cicli economici [11].

Critica – Per quanto riguarda la presunta efficienza economica, assecondare una maggior domanda di moneta con moneta “non vera”, provocherà solo inflazione o cicli economici. L’adeguamento ad una maggior domanda di moneta può avvenire attraverso un cambiamento del valore di scambio della moneta, non c’è bisogno di adeguare sempre l’offerta.

3) Moneta merce con riserva del 100%, preferibilmente gold standard (Mises, Rothbard, Block, Hoppe, de Soto, Hulsmann, J. Kimball, Skousen, North).

Le banche sono solo dei magazzini di deposito del metallo usato come moneta, in cambio del quale rilasciano dei certificati (banconote), esattamente pari alla quantità di metallo (riserva del 100%). Anche gli eventuali depositi, usati come mezzo di scambio, devono essere coperti da metallo.

La funzione di intermediazione da parte delle banche può essere ancora svolta, ma solo con il consenso esplicito del depositante: le banche possono prestare moneta (oro) solo se il depositante attraverso un contratto ha accettato di rinunciare, per il periodo pattuito, alla disponibilità di parte delle sue risorse (per una somma pari al prestito). Purché tale funzione creditizia sia chiaramente distinta (nelle strutture, nella contabilità, negli istituti giuridici di riferimento) da quella di deposito.

La Banca centrale verrebbe eliminata, perché non avrebbe più alcuna funzione utile; dunque rimarrebbero solo le banche private.

I vantaggi della moneta metallica, oltre ad avere le caratteristiche tipiche di un bene per fungere da moneta (frazionabilità ecc. v. supra), sono molteplici: 1) a differenza della moneta di carta, possiede valore reale in quanto domandata sul mercato per gli usi non-monetari, e dunque non necessita della finzione giuridica a cui è sottoposta la prima, il cui valore è imposto per decreto dallo Stato; 2) i metalli nobili sono rari nella misura giusta al fine del mantenimento della stabilità del loro valore nel tempo, dunque della stabilità dei prezzi e dei redditi nominali. Produrre merci costa, mentre la moneta cartacea è producibile illimitatamente e virtualmente senza costi, e dunque è soggetta ad emissione arbitraria. Gli incrementi della quantità di moneta coinciderebbero con gli incrementi nello stock di oro, che negli ultimi cento anni è cresciuto ad una media annua compresa fra l’1 e il 3% [12]. La stabilità va intesa anche come garanzia da contrazioni improvvise e consistenti della quantità di moneta, essendo infatti impossibile che parti dello stock di oro fino ad oggi accumulato vengano distrutte[13]; 3) non genera cicli economici (i prestiti proverrebbero da risparmio reale); 4) limita le crisi bancarie ai casi in cui vi sono errori imprenditoriali (come capita in tutti i settori economici), ma evita le crisi da sovraemissione (oggi le crisi sono evitate dalla banca centrale, ma a prezzo di inflazione, distorsioni allocative e ciclicità); 5) quanti più paesi aderiscono all’oro come moneta, tanto più facile sarà il calcolo economico, in quanto i valori nominali non variano in continuazione a causa delle variazioni fra i tassi di cambio e l’unità di misura non cambia con lo spostarsi nelle diverse aree geografiche (stati).

Per le obiezioni contro la sovraemissione garantita dalla riserva frazionaria v. supra. Le medesime obiezioni sono rivolte anche ai free bankers.

La preferenza per l’oro (gold standard) dipende dal fatto che, nel corso della storia, la selezione naturale effettuata dal mercato ha fatto prevalere tale metallo sulle altre merci (le cause sono diverse: sia le particolari caratteristiche chimiche – splende, è lucido, non si ossida, non si corrode, non si consuma – sia la rarità). La moneta aurea è il minore dei mali, se si considerano le catastrofiche inflazioni determinate dai governi con la carta moneta.

La transizione al sistema aureo – I nomi delle monete oggi esistenti – dollaro, euro, sterlina, yen – potrebbero rimanere, dal momento che i cittadini vi si sono abituati, ma rappresenterebbero solo la trasposizione in un’altra unità di misura del peso dell’oro; sarebbero unità di peso dell’oro; ad esempio 1 dollaro = 1 grammo. Una volta fissata la definizione della specifica moneta in peso d’oro, essa deve essere mantenuta per sempre. Nel reistituire un gold standard partendo dall’attuale fiat standard è necessario fissare una definizione realistica fra moneta di carta e oro; essa si ottiene dividendo la quantità di moneta (banconote e depositi) per la quantità di oro esistente nei forzieri della banca centrale (es.: 100 miliardi di dollari/100 milioni di once = 1000 dollari per 1 oncia; dunque 1 dollaro sarebbe pari a 0,03 grammi d’oro) [14]. Naturalmente tale sistema richiede la piena convertibilità dei biglietti di carta in oro, alla definizione fissata. In questo modo i privati e le banche potrebbero entrare in possesso dell’oro detenuto dalla Banca centrale, che dunque verrebbe denazionalizzato [15].

È molto probabile che il mercato, lasciato libero, alla fine imporrebbe un unico metallo come moneta, ma se anche coesistessero monete diverse nello stesso sistema economico (ad esempio, d’oro e d’argento: “sistemi paralleli”), non sorgerebbero problemi insormontabili. In un mercato libero infatti il tasso di cambio fra tali monete sarebbe determinato dalle domande e dalle offerte relative, e tenderebbe ad eguagliare il rapporto fra i rispettivi poteri d’acquisto. Tuttavia l’esistenza di una sola moneta-merce, non costringendo a calcoli per convertire l’una moneta nell’altra, sarebbe auspicabile perché più razionale. I fautori del free banking hanno obiettato che l’auspicio di un’unica moneta (oro) a livello mondiale rappresenterebbe un “internazionalismo monetario” con un carattere di uniformità contrastante con l’ispirazione di laissez faire dei proponenti. Rothbard ha ribattuto che 1) un sistema aureo a livello internazionale impedirebbe le interferenze dei governi volte a manipolare e controllare la moneta, e dunque rappresenterebbe proprio una trincea della libertà monetaria; 2) quanto più generale è una moneta, tanto maggiore sarà la divisione del lavoro, l’allocazione delle risorse e gli scambi derivanti dal funzionamento del libero mercato a livello internazionale, con i relativi positivi effetti in termini di efficienza.

Negli anni ’60 e ’70, essendo Rothbard praticamente l’unico “Austriaco” ad occuparsi di economia, il gold standard con riserva totale ha rappresentato la posizione ufficiale Austriaca. A partire dalla pubblicazione di Denazionalizzazione della moneta di Hayek nel 1976 e poi di Free Banking in Britain di L. White nel 1984, una componente della scuola austriaca accoglie anche il free banking a riserva frazionaria.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla VI Parte

Link alla VIII ed ultima parte

[1] Friedman sosteneva l’eliminazione di qualsiasi legame delle valute con l’oro, e un sistema cartaceo inconvertibile sotto il controllo completo del sistema della Riserva federale; ogni Stato deve avere il potere e il monopolio assoluto di stampare la propria moneta fiat. Gli argomenti sono i seguenti: il più importante è lo spreco di risorse necessario a estrarre, lavorare e conservare l’oro (per lasciarlo poi immobilizzato nei forzieri di Fort Knox). Per Friedman il costo sarebbe pari al 4% del pil ogni anno, imparagonabile con il costo trascurabile della produzione della moneta fiat. Il secondo motivo è che le variazioni della quantità di moneta in conseguenza di scoperte di oro sarebbero considerevoli e improvvise, determinando inflazione dei prezzi e instabilità ciclica. Sulla controversia fra Monetaristi e Austriaci v. la scheda “Austriaci e Monetaristi” in http://www.rothbard.it/teoria/austriaci-vs-monetaristi.doc.

[2] Rothbard ha criticato lo scarso realismo della proposta hayekiana. È improbabile che le persone accettino le nuove valute cartacee. La moneta, infatti, a differenza degli altri beni, non viene acquisita in se stessa, bensì se possiede la qualità di essere accettata in cambio da tutti gli altri individui. Cioè la moneta è desiderata se già funziona da moneta (teorema della regressione). Perché gli operatori dovrebbero accogliere una moneta, cartacea per giunta, costruttivisticamente introdotta? Continuerebbero a usare la moneta nazionale. Per quanto riguarda poi il legame della moneta emessa ad un paniere di beni, il cui livello dei prezzi deve rimanere costante, il limite è il medesimo contenuto nel concetto di “livello dei prezzi”, che non esiste. Per le critiche al saggio di Hayek v. M.N. Rothbard, The Case for a Genuine Gold Dollar, in L. H. Rockwell, Jr. (a cura di), The Gold Standard: An Austrian Perspective, D.C. Heath, Lexington, 1985, pp. 1-17.

[3] G. Selgin, The Theory of Free Banking, Money Supply under Competitive Note Issue, Rowman & Littlefield Publishers Inc., Savage, 1988.

[4] V.C. Smith, The Rationale of Central Banking and the Free Banking Alternative, Liberty Press, Indianapolis, 1990.

[5] R.H. Timberlake, Gold, Greenbacks, and the Constitution, The George Edward  Durrell Foundation, Berryville, Virginia, 1991; R. Greenfield, L. Yeager, “Competitive Payment Systems: Comment”, American Economic Review 76, settembre 1986, pp. 848-49. Per una critica di queste posizioni v. M.N. Rothbard, Aurophobia, or, Free Banking on What Standard?, in «Review of Austrian Economics» 6, n. 1, 1992, pp. 65-77.  

[6] I rothbardiani replicano che, per assecondare aumenti nella domanda di moneta, non è necessario che aumenti l’offerta di moneta: una legge di Ricardo afferma che ogni quantità di moneta è utilizzata sempre al suo livello ottimale, attraverso i cambiamenti del potere d’acquisto.

[7] La banca che detiene depositi in moneta di un’altra banca è spinta a chiedere la conversione perché in tal modo, con la moneta “sana”, può effettuare prestiti e guadagnare l’interesse. Si ricordi che in tale sistema le banche sono concorrenti, non alleate. Tale concorrenza potrebbe venire meno se le banche decidessero di formale un cartello, tale per cui ciascuna banca trattiene le banconote delle altre senza chiederne la conversione. In questo modo tutte le banche potrebbero inflazionare insieme, agendo di fatto come una banca sola. Tuttavia: 1) nella storia i cartelli non sono mai durati a lungo, e quando sono durati è dipeso sempre dal fatto che gli Stati li hanno sostenuti; 2) esisterebbero forti incentivi economici ad operare contro il cartello: la clientela non sarebbe contenta di un contesto inflazionistico, chiederebbe banche responsabili e sane, e quelle che si comportassero in questo modo sconfiggerebbero i concorrenti più irresponsabili.

[8] Il meccanismo di deterrenza è tanto più efficace quanto maggiore è il numero di banche, e quanto più i clienti sono frazionati fra un elevato numero di banche diverse. Se vi sono poche banche, e ciascuna ha un elevato numero di clienti, ha più possibilità di sovraemettere, perché vi è un basso numero di clienti di altre banche che chiede la conversione.

[9] Rothbard ha obiettato: tale assicurazione non sarebbe contro un rischio specifico, ma contro il rischio imprenditoriale in sé. Nessuna impresa di altri settori, ad esempio quello industriale, si assicura contro la bancarotta. Si può ipotizzare quanti incendi ci saranno a New York, e gli sfortunati potranno attingere alle risorse raccolte. Ma l’imprenditorialità non è eterogenea ed è completamente non-prevedibile, dunque il rischio imprenditoriale non è assicurabile. L’ imprenditore assume il rischio; se una compagnia di assicurazione assicura quel rischio, essa diventa l’imprenditore.

[10] Il meccanismo che garantisce l’equilibrio monetario è il seguente: se gli agenti desiderano ridurre la domanda di moneta fiduciaria, si sbarazzeranno di essa ritirando dalle banche moneta di riserva. Le banche si accorgono della riduzione delle riserve e, per non rischiare l’insolvenza, ridurranno il credito e l’emissione di banconote, adeguando l’offerta di moneta alla iniziale riduzione della domanda. Avverrebbe il contrario in caso di aumento della domanda di mezzi fiduciari. (I sostenitori della riserva totale obiettano che la domanda di mezzi fiduciari non è una variabile esogena, gli agenti non decidono a un certo punto di aumentarla, ma è una variabile endogena, cioè è determinata dal precedente aumento dell’offerta di mezzi fiduciari fatta dalle banche.)

[11] M.N. Rothbard, The Myth of Free Banking in Scotland, in «Review of Austrian Economics» 2, 1988, pp. 229-245; ristampato in The Logic of Action Two: Applications and Criticism from the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 311-330.

[12] La quantità d’oro estratto dall’inizio della storia dell’umanità ad oggi, e attualmente disponibile, è stimata in circa 121.000 tonnellate. Di queste 35.000 rappresentano le riserve degli Stati (quella dell’Italia è pari a 2452 tonnellate [luglio 2011], ai prezzi correnti 100 miliardi di euro). Ogni anno si aggiungono circa 3000 tonnellate di nuova estrazione. Le miniere d’oro si trovano in Sudafrica, negli Stati Uniti, in Australia, in Russia, in Canada, in Cina, in Brasile, nelle Filippine.

[13] Un argomento contro l’oro quale moneta è che la disponibilità di moneta sarebbe insufficiente per le necessità degli scambi, tra l’altro crescenti nel tempo. Al di là delle valutazioni sulle disponibilità fisiche di oro, questa tesi ignora la legge secondo cui la quantità di moneta sostanzialmente non conta, in quanto i cambiamenti del suo potere d’acquisto, effetto degli eventuali cambiamenti del rapporto fra offerta e domanda, le consentono di svolgere in maniera efficiente la sua funzione di mezzo di scambio (v. supra).

[14] I monetaristi hanno affermato che il prezzo in dollari dell’oro, cioè il tasso di cambio fra dollaro e oro, non dovrebbe essere fissato, ma lasciato al libero mercato. Tuttavia oro e dollaro non sono due merci diverse che si scambiano fra loro, bensì l’uno una unità di peso dell’altro. Chiedere un mercato libero nel prezzo in dollari dell’oro è ridicolo come chiedere un mercato libero degli etti rispetto ai chili, o dei centimetri rispetto ai metri. Questi rapporti sono fissati in eterno per definizione. La libera fluttuazione dei prezzi continuerà ad esistere fra l’oro (denominato in dollari) e tutti gli altri beni. D’altra parte, se i dollari vengono considerati entità distinte, bisognerebbe sostenere la produzione di essi nella maggiore quantità possibile, come si fa per il pane o gli altri beni utili al benessere umano; ma ciò non avviene, perché essi hanno una loro peculiarità, apportano utilità come mezzi di scambio, non per il consumo diretto.

[15] M.N. Rothbard, The Case For a 100 Percent Gold Dollar, in L. Yeager (a cura di), In Search of a Monetary Constitution, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1962, pp. 94-136; ultima edizione, in associazione con What Has Government Done to Our Money?, Ludwig von Mises Institute, Auburn, 2005; The Case for a Genuine Gold Dollar, in L. H. Rockwell, Jr. (a cura di), The Gold Standard: An Austrian Perspective, D.C. Heath, Lexington, 1985, pp. 1-17; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 364-383; First Step Back to Gold, in «The Free Market», novembre 1986, pp. 1–3; Gold Socialism or Dollar Socialism?, in «The Free Market», aprile 1987, pp. 1–2.

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La moneta fiduciaria è in crisi… e non lo diciamo noi!

Lun, 12/05/2014 - 08:00

Talvolta, nella congerie di informazioni mal elaborate che compone i supplementi economici dei quotidiani, si trovano spunti preziosi per la riflessione e perfino articoli condivisibili. Ma anche ciò che non merita condivisione è comunque degno di attenzione, poiché testimonia, in genere, gli errori più diffusi, la necessità di combatterli e, insieme, l’estrema difficoltà di un simile compito. Per questo ho voluto scegliere, all’interno di un singolo numero di “Affari & Finanza” (supplemento de “la Repubblica” in edicola il Lunedì) quattro pezzi interessanti da un punto di vista austriaco, sebbene dedicati a temi diversi, e dedicare a ciascuno un breve commento.

Il primo degli articoli in questione, firmato da Federico Fubini, è addirittura il principale dell’intero numero e, dalla prima pagina, prosegue nelle due successive; s’intitola “La crisi dello yuan la Cina sperimenta l’ombra della Lehman”, ma, in effetti, trae spunto dall’indebolimento del renminbi, nonché di parecchie altre valute, per “raccontare una storia più grande persino dell’economia cinese”: se, in questa, “l’esposizione [debitoria] totale […], banche escluse, è prossima al 200% del Pil del Paese: livelli da democrazia avanzata e in declino, che cerca di comprare il consenso, non da superpotenza emergente a partito unico”, va pur detto che “Il ricorso sempre più aggressivo al debito è […] stata la risposta dell’intero sistema finanziario globale allo choc dei mutui subprime e al fallimento di Lehman Brothers. La Banca dei regolamenti internazionali stima che dal 2007 il debito dell’economia globale sia salito del 40% a 100 mila miliardi di dollari”. E siccome, in questo processo, hanno giocato e giocano un ruolo cruciale le banche centrali – BCE inclusa, dato che il suo bilancio è triplicato – a trovarsi in crisi è direttamente il sistema uscito dal crollo di Bretton Woods. Ecco quello che mi sembra il paragrafo cruciale dell’articolo:

“Il Gold Standard perì fra le due guerre per i tassi di cambio irrealistici e la soffocante insufficienza di moneta legata all’oro. Bretton Woods finì 40 anni fa quando il dollaro, schiacciato dai costi della guerra in Vietnam, dovette svalutare sul metallo giallo. La moneta fiduciaria invece non si sente troppo bene per i motivi opposti: se ne produce in eccesso, attraversa quasi senza attrito ogni frontiera e genera un debito senza fine”.

La conclusione, però, non offre terapie. Anzi, per certi versi sembra ridimensionare il problema. Rilevato un “eccesso di liquidità che ha creato direttamente svalutazioni molto aggressive, come quella dello yen giapponese” (del resto, supra l’articolista ha osservato che “l’euro si è rivalutato su quasi tutte le monete perché il suo tasso di cambio è ormai il solo a non essere gestito”), ribadito che esso ha anche spinto la crescita del debito (ma “nei Paesi emergenti”: dunque il problema non è globale, nonostante l’esplosione dei bilanci delle banche centrali?!), tutto si chiude con: “Si dice che tutte le riserve ufficiali d’oro del mondo entrino in una piscina di dimensioni olimpiche: gli anni ’30 hanno rivelato che è troppo poco per fare da fondamenta a un sistema valutario stabile. Ma anche una liquidità che l’oceano non basta a contenere, a volte, può dare un po’ di maretta.”.

Un po’ di maretta? Tutto qui?

L’articolista ha intuìto dove stia il problema, ma non i suoi reali contorni e, quindi, neppure la soluzione: il suo parere sul gold standard è un’ottima cartina di tornasole per individuare gli errori di fondo. Esso sarebbe perito “per i tassi di cambio irrealistici e la soffocante insufficienza di moneta legata all’oro.”. Intanto, ogni cambio fissato per legge – o comunque manovrato – è irrealistico per definizione. Solo il mercato può stabilire prezzi “realistici”, cioè adeguati alle concrete, mutevoli condizioni della domanda e dell’offerta. Quanto poi alla “soffocante insufficienza”, a parte il pregiudizio mercantilista soggiacente, va detto che il gold exchange standard prevedeva tassi di copertura delle banconote nettamente inferiori rispetto al sistema di anteguerra: l’emissione di mezzi fiduciari non aveva mai raggiunto livelli paragonabili, quindi non poteva certo mancare la “moneta legata all’oro”. Mancava, semmai, l’oro stesso; e se, prima, le conseguenti crisi economiche erano contenute sul piano nazionale, nel ’29 si scatenò una tempesta globale perché il meccanismo della riserva frazionaria era stato esteso al commercio estero. Nonché ai bilanci delle banche centrali, che coprivano le proprie emissioni di moneta non più, o non solo, con oro, ma con divise legate al dollaro o alla sterlina, le sole grandi valute rimaste convertibili: così, l’oro della Fed o quello della Banca d’Inghilterra, anziché uscire fisicamente dai forzieri per pagare le esportazioni – come accadeva antebellum, con un benefico effetto deflattivo, che conteneva le dimensioni delle crisi – finiva per essere “contato due volte”: in Patria restava a far da base per la creazione di moneta, ma all’estero i suoi sostituti, accettati come pagamento in sua vece, a loro volta alimentavano altre macchine inflattive. E lo stesso deve dirsi per il sistema di Bretton Woods, dove peraltro la convertibilità era garantita solo dal dollaro: al di là dell’indubbio peso giocato dalla guerra del Vietnam, il meccanismo era per sua natura destinato ad esplodere. Non per mancanza d’oro in senso assoluto, ma per eccesso di promesse di pagamento in oro rispetto al metallo disponibile.

Non avendo compreso tutto questo, Fubini non riesce a cogliere le analogie con il presente. E, quindi, neppure il pericolo mortale costituito dal dominio planetario della cartamoneta.

Oggi come ieri, anzi più di ieri, le banche centrali coprono le proprie passività, ossia la massa monetaria nelle sue diverse forme, con attivi che contano, in varia misura, sul supporto di loro stesse o di un’altra banca centrale: titoli di Stato interni o esteri, divise, carta commerciale… il ventaglio si è notevolmente ampliato, dopo la crisi del 2007-2008. Questo crea un incentivo fortissimo alla cooperazione tra produttori di moneta, in aggiunta agli altri che già spingono alla formazione in un cartello: piaccia o non piaccia, infatti, le azioni del produttore A influiscono direttamente sulla quantità di moneta che il produttore B può “prudentemente” creare, perché modificano il prezzo corrente di alcuni attivi del suo stato patrimoniale. Non solo: il caso islandese ha pur dimostrato che perfino le banche centrali possono fallire, almeno nell’ipotesi in cui il sistema bancario nazionale sia indebitato soprattutto in valuta. Il che può riuscir tollerabile in un Paese piccolo come l’Islanda… ma proviamo a immaginare gli effetti di una situazione analoga, diciamo, in Giappone.

Durante una crisi, la via d’uscita (sic!) più comune è la creazione di nuova base monetaria, magari insieme con azioni dirette sui tassi d’interesse. Questo aumenta l’offerta di titoli denominati in moneta nazionale, però a rendimenti inferiori; e dunque fa salire i prezzi dei titoli emessi in precedenza, che offrono ritorni più elevati rispetto alle nuove emissioni. Le altre banche centrali, nelle cui riserve abbondano gli yen (per restare al nostro esempio), sotto quest’aspetto traggono beneficio dall’espansione monetaria altrui… e infatti non se ne lamentano mai: di solito, tocca ai politici protestare – per una volta, con qualche buona ragione – contro le altrui svalutazioni competitive.

Il discorso cambia, però, se la qualità della moneta si deteriora al punto di innescare fenomeni di fuga, o se l’investitore straniero – nonché, sotto questo profilo, la banca centrale estera – ha motivo di aspettarsi difficoltà a convertire il rendimento dalla valuta dell’emittente alla propria. Già le svalutazioni, più o meno “competitive”, tendono a peggiorare il saldo dei movimenti di capitale; e, dal punto di vista delle banche centrali, equilibrano i benefici dell’altrui creazione di moneta. Ma esistono mezzi per ridurre il rischio di cambio (dai derivati di protezione ai currency swap) e, comunque, si tratta di un fattore generalmente incorporato nel calcolo economico. Viceversa, i fenomeni tipici di una crisi, come la subitanea carenza di liquidità, non sono preventivabili, almeno non nel quando; scatenano reazioni improvvise, violente ed estreme.

Se il Giappone, un domani, si trovasse in una situazione analoga all’Islanda – se, cioè, al suo debito pubblico stratosferico si aggiungesse un alto indebitamento in valuta del settore privato, propiziato da un cambio favorevole; e se l’iniziale surplus delle partite correnti si trasformasse in deficit, perché il boom spinge l’importazione di generi voluttuari non disponibili in loco, beni durevoli e di investimento; dimodoché verrebbe meno la sorgente della liquidità, in valuta, necessaria a ripagare quei prestiti – il risultato sarebbe catastrofico per tutte le banche centrali. Ogni attivo denominato in yen dovrebbe sparire dai loro bilanci, avrebbe fair value zero, perché nessuno, all’estero, desidera la moneta di una nazione che non sarà materialmente in grado, a breve, di garantirne la convertibilità in valuta; e non sarebbe neppure possibile far rientrare questi yen nel Paese d’origine, dato il disavanzo commerciale. Soprattutto le banche centrali che, come la BCE, hanno improntato il loro bilancio agli IAS/IFRS, dunque al recepimento pressoché automatico dei prezzi “di mercato” nella valutazione delle attività finanziarie, vedrebbero sfumar coperture dall’oggi al domani, con un’incidenza sul complesso del bilancio che non saprei stimare, ma certo notevole, visto che le valute di riserva sono, oggigiorno, solo tre, con un possibile ruolo nascente per lo yuan. Sarebbe inevitabile l’effetto contagio, perché le garanzie, implicite o esplicite, delle varie banche centrali sui titoli di Stato, nonché sulla convertibilità in valuta, apparirebbero meno solide, viste le difficoltà dell’emittente.

Questa è una delle ragioni per cui, al pari delle banche “normali”, anche quelle centrali collaboreranno sempre tra loro, durante una crisi, e per cui tende ad instaurarsi un governo planetario delle monete, la cui logica intrinseca spinge verso l’adozione di una sola moneta fiduciaria per il mondo intero. Lo si è visto bene in Islanda, dove currency swap con altre banche centrali, prestiti esteri e interventi del FMI hanno garantito l’afflusso di valuta necessario a bloccare il processo di riaggiustamento iniziato con l’esplodere della crisi e ad impedire il ridimensionamento di un settore bancario ipertrofico.

La creazione di moneta “a debito” è un problema: in questo Fubini ha ragione. E oggi esiste certamente un “eccesso di liquidità”: ma è un problema tipico della moneta fiduciaria, voluta dai Governi proprio perché la stampante potesse operare senza limiti. Ma il vero guaio è che la crisi dei debiti sovrani – e non solo – sarà anche, necessariamente, crisi delle banche centrali; e che non sarà praticabile un risanamento per compensazione tra i vari debiti (improvvisamente percepiti come) inesigibili, perché ciascun emittente avrà usato i titoli denominati in valuta come copertura di passività non liquidabili per questa via.

Come se ne potrebbe uscire? Be’, la Banca Centrale d’Islanda ha raddoppiato M1 nel giro di un anno, tentando disperatamente di tener coperte le proprie banche almeno per gli obblighi in moneta nazionale… ma è riuscita solo ad aumentare l’inflazione e far precipitare il cambio.

Un’alternativa interessante potrebbe essere la permuta di attività finanziarie tra banche centrali: ma c’è da scommettere che la Banca del Giappone non si riprenderà i suoi yen senza prima mercanteggiare come una pescivendola sul controvalore nominale in dollari da consegnare alla Fed. Di sicuro, non vorranno mollare neppure un’oncia d’oro (ma guarda un po’!).

Solo che, supposto che l’operazione abbia successo, la riduzione del rischio di cambio e del suo impatto costituirebbe un incentivo molto potente all’iperinflazione. Nel frattempo, il mercato valutario sarà stato sconvolto, con gravi ripercussioni sul commercio internazionale, e tutte le economie reclameranno iniezioni di liquidità a gran voce: lo scenario perfetto per la catastrofe monetaria globale.

Oppure, a salvare Stati e/o banche centrali potrebbe intervenire un ente terzo. Il miglior candidato sulla piazza è l’FMI; se si optasse per un sistema di compensazione multilaterale – improbabile – potrebbe però scendere in campo anche la BRI, con un ruolo sussidiario del Fondo per regolare le differenze in diritti speciali di prelievo.

Quindi, o ci ritroveremo in preda all’iperinflazione su scala planetaria, oppure il progresso verso il governo unico mondiale conoscerà un’accelerazione improvvisa e il FMI si vedrà conferire nuovi poteri, di cui saprà senz’altro fare il peggior uso possibile.

Come dicevamo, Fubini? “Un po’ di maretta”?

Guido Ferro Canale

Note:

[1] Il numero in questione è il n. 10 del 17 marzo.

[2] Interpunzione assente nell’originale.

[3] Non per nulla, Jacques Rueff, che denunziò le storture del sistema uscito dalla Conferenza di Genova, ripropose le stesse critiche contro quello di Bretton Woods; ma neppure il fatto che fosse riuscito a persuadere Charles de Gualle bastò a indirizzare il sistema monetario nella direzione da lui auspicata, il ritorno al gold standard classico.

[4] Sono fortemente critico nei confronti dei principi contabili internazionali (IAS/IFRS), ma i bilanci delle banche centrali sono forse uno dei pochissimi casi in cui essi abbiano un senso: sia perché non vi è alcun capitale produttivo da preservare, sia perché, più radicalmetne, ogni attivo dev’essere pronto allo smobilizzo istantaneo, in qualsiasi momento, per fronteggiare le crisi. Perciò, un banchiere centrale sarebbe folle a ignorare il fair value delle attività finanziarie che detiene.

[5] La Banca Centrale d’Islanda non è “fallita” nel senso giuridico del termine; ma il controllo sui capitali e le severe restrizioni governative sull’import equivalgono, in pratica, ad una sospensione generalizzata dei pagamenti in valuta, eccettuati i soli generi di prima necessità. E poiché il buon funzionamento del mercato dei cambi è assicurato – in via diretta o indiretta – proprio dalle banche centrali, questo stato di cose equivale, nella migliore delle ipotesi, a un selective default, nella migliore delle ipotesi. Per non parlare del fallimento – stavolta in senso lato – nella missione più importante dell’istituzione, salvare il sistema bancario dalle cristi che esso stesso genera. Solo il egami troppo stretti con la politica hanno consentito a questa banca centrale di restare in vita.

[6] Per una lettura austriaca della crisi islandese cfr.: Ph. BAGUS – D. HOWDEN, Deep Freeze: Iceland’s economic collapse, with an introduction by T. BAXENDALE, Ludwig von Mises Institute, Auburn (AL), 2011, disponibile su Mises.org

[7] Mai una volta, però, che qualche politico proponga di tornare a regolare in oro i regolamenti internazionali.

[8] Almeno in teoria: ignoro quali caveat siano stati formulati per manipolare i prezzi d iscrivere a bilancio, ma non dubito che ve ne siano perché, diversamente, le banche centrali – soprattutto la BCE – sarebbero troppo vulnerabili al rischio sistemico dei titoli di Stato.

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