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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 26 min 54 sec fa

Sulla regolamentazione delle armi da fuoco

Ven, 02/05/2014 - 08:00

Questo mese (Ndt gennaio 2014), saranno indette dozzine di assemblee legislative statali e molte di esse presentano all’ordine del giorno nuove proposte di leggi per il controllo delle armi da fuoco. Questa selezione tratta da “For a New Liberty” spiega alcuni principi base relativi alla regolamentazione delle armi da fuoco.

Se, come credono i libertari, ogni individuo ha il diritto di disporre della propria persona e proprietà, ne segue che egli ha anche il diritto di usare la violenza per difendere se stesso da criminali che lo aggrediscano in modo violento. Ma per qualche strana ragione, i progressisti hanno sistematicamente cercato di sottrarre alle persone innocenti i mezzi per proteggere loro stesse contro un’aggressione. Nonostante il fatto che il Secondo Emendamento della Costituzione (Ndt: degli Stati Uniti d’America) garantisca che “il diritto delle persone di tenere e portare armi non dovrebbe essere infranto”, il governo ha sistematicamente eroso gran parte di questo diritto. Così, nello Stato di New York, come in molti altri stati, la Legge Sullivan proibisce il trasporto di “armi non dichiarate”, ovvero senza una licenza rilasciata dalle autorità. Non solo il permesso di trasportare armi da fuoco è stato pesantemente ridimensionato da questo editto incostituzionale, ma il governo ha esteso questa proibizione quasi a qualsiasi oggetto che possa eventualmente fungere da arma – persino quelle che potrebbero essere usate solo per autodifesa. Il risultato è il seguente: è stato impedito a potenziali vittime di crimini di avere coltelli, penne con gas lacrimogeno, o persino spilloni per capelli, e le persone che hanno usato tali armi per difendere loro stesse contro un’aggressione sono state perseguitate dalle autorità. Nelle città, questa invadente proibizione contro le armi non dichiarate [p. 115] ha, di fatto, tolto alle vittime ogni possibilità di autodifesa dal crimine (è vero che non c’è alcuna proibizione ufficiale contro il trasporto di armi dichiarate, ma un uomo a New York City che, parecchi anni fa, testò la legge camminando per le strade con un fucile in spalla, fu prontamente arrestato per “disturbo della quiete pubblica”). Inoltre, in caso di autodifesa, le vittime sono ostacolate dalle misure contro gli atti di forza “ingiustificati” a tal punto da dare automaticamente al criminale un enorme vantaggio, generato ex ante dal sistema legislativo attualmente vigente.

Dovrebbe essere chiaro che nessun oggetto fisico è di per sé aggressivo; qualsiasi oggetto – che sia una pistola, un coltello, una mazza –  può essere usato per aggredire, per difendersi o per numerosi altri scopi non connessi col crimine. Etichettare come fuori legge o restringere l’acquisto ed il possesso di pistole non è più sensato del bandire il possesso di coltelli, mazze, spilloni o pietre. E come sono messi fuori legge tutti questi oggetti? E, se banditi, come viene messa in atto tale proibizione? Invece che perseguitare persone innocenti che portano con loro o possiedono vari oggetti, dunque, la legge dovrebbe preoccuparsi di combattere e catturare i veri criminali.

C’è inoltre un’altra considerazione che rinforza la nostra conclusione. Se il possesso di pistole viene limitato o bandito, non c’è alcun motivo per aspettarsi che criminali ostinati siano più scrupolosi nei confronti della legge. I criminali, dunque, saranno sempre in grado di acquistare e portare armi; saranno solo le loro vittime innocenti che soffriranno di questo sollecito progressista che impone leggi contro le pistole ed altre armi. Così come le droghe, il gioco d’azzardo e la pornografia dovrebbero essere legalizzati, così anche dovrebbero esserlo le pistole e qualsiasi altro oggetto che potrebbe servire come arma per l’autodifesa.

In un articolo degno di nota che critica il controllo delle pistole (il tipo di arma da fuoco che i progressisti vogliono più di tutte limitare), il professore di legge Don B. Kates Jr. dell’Università di St. Louis rimprovera i suoi compagni progressisti per non applicare la stessa logica che usano per le leggi sulla marijuana anche alle pistole. Così, egli nota che oggi ci sono più di cinquanta milioni di proprietari di pistole negli Stati Uniti d’America, e che, basandosi sui sondaggi e la passata esperienza, dal 66% ad oltre l’80% degli americani sarebbero fuori legge se si bandissero le pistole. L’inevitabile risultato, come nel caso delle leggi su sesso e marijuana, sarebbe un inasprimento delle pene e anche un’applicazione a casi altamente selezionati – alimentando la mancanza di rispetto per la legge e per le agenzie che applicano la legge. E la legge sarebbe fatta rispettare in modo selettivo contro quelle persone che non piacciono alle autorità: “L’applicazione della legge diventa progressivamente più disordinata fino a quando alla fine le leggi sono usate solo contro quelli che sono sgraditi alla polizia. Non credo sia necessario ricordare come la polizia e gli agenti governativi abbiano spesso fatto uso di odiose tattiche di ricerca e attacco al fine di mettere in trappola [p. 116] i violatori di queste leggi.” Kates aggiunge che “se questi argomenti suonano famigliari, probabilmente questo è dovuto al fatto che sono simili all’argomento liberale standard contro le leggi sull’erba”.

Kates aggiunge inoltre un’idea piuttosto perspicace riguardo a questo curioso angolo cieco progressista.

La proibizione delle armi da fuoco è il pensiero infantile dei progressisti bianchi della classe media che sono ignari della situazione delle persone povere e delle minoranze, le quali vivono in zone dove la polizia ha abbandonato la lotta al crimine. Tali progressisti non erano sconvolti quando si parlava di leggi sulla marijuana, nemmeno negli anni cinquanta, quando le irruzioni erano limitate ai ghetti. Sicuri nelle loro zone di periferia ben controllate o nei loro appartamenti estremamente sicuri protetti dai Pinkertons (Ndt: agenzia di sicurezza privata) (che nessuno propone di disarmare), l’inconsapevole progressista si fa gioco del possesso di armi da fuoco, tacciando tale idea come un “anacronistico residuato storico derivato dall’Antico West”.

Kates inoltre fa notare l’evidente valore empirico dell’autodifesa quando i cittadini sono in possesso di pistole. A Chicago, per esempio, negli ultimi cinque anni civili armati hanno ucciso giustificatamente un numero di criminali violenti più alto di tre volte rispetto a quanto fatto dalla polizia. E, in uno studio di diverse centinaia di scontri violenti con criminali, Kates ha trovato che i civili armati ottengono più successi dei poliziotti: i civili che si autodifendono hanno catturato, ferito, ucciso o fatto scappare i criminali nel 75% degli scontri, mentre la polizia ha ottenuto un successo solo nel 61% dei casi. È vero che le vittime che resistono ad una rapina hanno più probabilità di rimanere ferite rispetto a quelle che rimangono passive. Tuttavia, Kates fa notare particolari trascurati: (1) che la resistenza senza una pistola è stata due volte più pericolosa per la vittima rispetto ad una resistenza con una pistola, e (2) che la scelta di resistere è della vittima, dipendendo dalle circostanze e dai suoi valori.

Evitare di essere ferito sarà di primaria importanza per un accademico progressista bianco con un conto in banca confortevole. Sarà necessariamente meno importante per il lavoratore occasionale o per chi riceve un sussidio e che viene derubato del denaro necessario per la famiglia e arrivare a fine mese [p. 117] – o per un negoziante nero che non può permettersi un’assicurazione contro il furto e sarebbe letteralmente messo fuori mercato da ulteriori rapine.

Ed il sondaggio nazionale del 1975 riguardante i proprietari di pistole, eseguito dall’organizzazione Decision Making Information, ha trovato che i principali sottogruppi di persone che possiedono una pistola solo per autodifesa includono neri, i gruppi di persone con i più bassi redditi e le persone anziane. “Queste sono persone,” avverte in modo eloquente Kates, “a cui viene proposta la galera perché insistono nel voler mantenere l’unica protezione disponibile per le loro famiglie in zone in cui la polizia gliel’ha data su”. Cosa ci viene insegnato invece dall’esperienza storica? Mettere al bando le pistole ha davvero abbassato significativamente il livello di violenza nella società, come proclamato dai progressisti? L’evidenza è precisamente il contrario. Un imponente studio condotto presso l’Università del Wisconsin ha concluso inequivocabilmente nell’autunno del 1975 che “le leggi per la regolamentazione della armi da fuoco non hanno alcun effetto individuale o collettivo nel ridurre il tasso dei crimini violenti”. Tale studio, per esempio, ha testato la teoria secondo cui persone ordinariamente pacifiche sarebbero irresistibilmente tentate di sparare colpi con le loro pistole qualora queste fossero disponibili quando si hanno i nervi a fior di pelle. Lo studio ha trovato che, quando comparati Stato per Stato, non c’è alcuna relazione tra i tassi di pistole possedute e i tassi di omicidi. Inoltre, questa scoperta è stata ulteriormente sostenuta da uno studio del 1976 condotto ad Harvard su di una legge del Massachusetts che consiste in almeno un anno di carcere per chiunque venga trovato in possesso di una pistola senza un permesso governativo. Si è scoperto che, durante l’anno 1975, questa legge del 1974 ha di fatto ridotto considerevolmente il numero di armi da fuoco portate seco ed il numero di aggressioni con armi da fuoco. Tuttavia, guarda un po’! I ricercatori di Harvard hanno trovato a loro sorpresa che non c’era una corrispondente riduzione in qualsiasi tipo di violenza. Ovvero,

come precedenti studi criminologici avevano suggerito, tolte le pistole, un cittadino momentaneamente infuriato farà ricorso alle ancor più letali armi a canna lunga. Se si tolgono tutte le armi da fuoco, lo stesso cittadino userà per lo stesso scopo mortale coltelli, martelli, etc.

E chiaramente, “se riducendo il possesso di pistole non si riducono gli omicidi o altre violenze, bandire le pistole è solo un ulteriore modo per far concentrare le forze di polizia su reati senza vittime invece che su veri e propri crimini”. [p.118]

Infine, Kates dice un’altra cosa importante: egli afferma che una società dove i cittadini pacifici sono armati sarà molto più probabilmente una società dove fioriranno Buoni Samaritani che volontariamente vanno in soccorso delle vittime dei crimini. Se invece togli le armi ai cittadini, allora il pubblico – con conseguenze disastrose per le vittime – tenderà a lasciar affrontare il problema alla polizia. Prima che lo Stato di New York bandisse le pistole, esempi di Buoni Samaritani erano molto più diffusi che oggi. E, in un recente sondaggio sui casi di soccorso volontario, non meno dell’81% dei Samaritani intervenuti possedevano pistole. Se desideriamo incoraggiare una società dove i cittadini vengono in aiuto dei vicini in pericolo, non dobbiamo sottrarre loro il vero potere di fare qualcosa contro il crimine. Sicuramente, è il culmine dell’assurdità disarmare la popolazione pacifica e poi, come è piuttosto comune, denunciarla per “apatia” per non essersi precipitati a soccorrere le vittime di un attacco criminale.

Articolo di Murray N. Rothbard su Bastiat.Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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La Moneta: V Parte

Mer, 30/04/2014 - 08:00

Interazione fra domanda e offerta di moneta

Offerta e domanda di moneta determinano il suo valore di scambio, o potere d’acquisto, o  prezzo, cioè la quantità di beni che una unità monetaria (1 grammo d’oro, 1 euro, 1 dollaro ecc.) può comprare [1].

Grafico di determinazione del valore di scambio della moneta: sull’asse delle ascisse la quantità di moneta, sull’asse delle ordinate il potere d’acquisto dell’unità monetaria (valore di scambio), indicato con il reciproco del livello dei prezzi[2]. D è la curva della domanda totale di moneta; la retta verticale S rappresenta lo stock totale di moneta nel sistema economico, che si trova al livello OS. L’andamento verticale rispecchia l’ipotesi di sostanziale controllo della quantità di moneta da parte delle autorità (esogeneità). Il punto di incontro determina il valore di scambio, OB.

Come per tutti gli altri beni, esiste una connessione fra le variazioni dell’offerta e della domanda di moneta e le variazioni del suo potere d’acquisto: dal grafico si possono dedurre tali effetti.

Un aumento dell’offerta di moneta (estrazione di metallo, stampa), determina una trasposizione verso destra della retta dell’offerta; il nuovo punto di incontro si trova ora più a destra e più in basso, dunque si riduce il potere d’acquisto. In pratica avviene che si determina un eccesso di offerta, i soggetti si trovano con scorte monetarie superiori a quelle desiderate, spendono questo surplus nell’acquisto di beni, servizi e attività finanziarie, i prezzi crescono, il valore di scambio della moneta si riduce e i soggetti, volendo mantenere un’uguale quantità di scorte reali, aumentano la domanda di scorte in termini nominali, uguagliando la domanda all’iniziale aumento dell’offerta. Il contrario in caso di riduzione della quantità di moneta.

Un aumento della domanda di moneta provoca una trasposizione verso destra della curva di domanda; il punto di incontro con la retta dell’offerta è spostato più in alto, dunque aumenta il potere d’acquisto della moneta. È questo aumento che consente di soddisfare coloro che domandano più moneta. Infatti, ci si potrebbe chiedere: se l’offerta rimane costante e per un qualsiasi motivo aumenta la domanda di moneta complessiva perché molti individui vogliono aumentare le loro scorte monetarie, come possono costoro essere soddisfatti, visto che la quantità di moneta è sempre la stessa? Il loro desiderio viene soddisfatto attraverso il cambiamento del prezzo della moneta, del suo valore di scambio. In questo caso aumenta il valore di scambio, cioè la stessa quantità di moneta compra una maggiore quantità di beni, perché le persone, non comprando (trattenendo moneta, dunque riducendo la quantità di moneta in circolazione) fanno ridurre i prezzi dei beni. Quindi ora la stessa quantità di contanti in termini nominali rappresenta invece in termini reali un potere d’acquisto maggiore, e così le preferenze dei soggetti che volevano maggiori scorte di moneta (volevano una maggiore proporzione di moneta trattenuta presso di sé rispetto a quella ceduta in cambio di beni e servizi) sono state soddisfatte.

Il contrario avviene nel caso di una diminuzione di domanda di moneta: le persone si liberano di parte delle proprie scorte monetarie e l’effetto è una riduzione del potere d’acquisto perché, aumentando gli acquisti di beni, aumentano i loro prezzi.

Dunque i prezzi possono variare, oltre che per le decisioni dei governi, anche per le scelte di tesoreggiamento o detesoreggiamento degli individui. Tuttavia, la forza dominante nei fenomeni di mutamento del livello generale dei prezzi è l’offerta di moneta; la domanda in genere non mostra variazioni autonome consistenti nel breve periodo; essa reagisce a variazioni di lungo periodo (ad esempio innovazioni tecniche, come l’introduzione della carta di credito), oppure reagisce a variazioni dell’offerta, che dunque resta la variabile fondamentale.

Il valore di una moneta-merce si determina nello stesso modo in cui si determina il valore di qualunque altro bene, cioè sulla base delle valutazioni soggettive dei partecipanti agli scambi. L’idea che il valore della moneta debba essere stabile è fallace: se essa è un bene economico, sarà sottoposta ai cambiamenti di valore che derivano dalle variazioni delle valutazioni soggettive degli individui. Si afferma che, essendo la moneta unità di misura, il suo valore deve essere mantenuto fisso e immutabile. Ma, in un sistema con una moneta-merce, è il suo peso che, come qualsiasi unità di misura, deve essere considerato fisso per sempre, non il suo valore; che, come tutti gli altri valori, dovrebbe essere lasciato al giudizio e alla valutazione ultima di ciascun consumatore.

Poiché la moneta esistente deve essere necessariamente proprietà di qualcuno, l’offerta di moneta totale in una collettività è sempre pari ai contanti detenuti dai soggetti.

Teorema della regressione

Alla teoria Austriaca della moneta è stata rivolta la seguente obiezione: i beni di consumo possiedono un’utilità, data dal consumo diretto che gli utilizzatori effettuano; tale utilità è logicamente anteriore al loro prezzo, spiega il loro prezzo. Ma la moneta non possiede un’utilità per il consumo diretto, essa è utile e quindi viene domandata per il suo potere d’acquisto (prezzo; per la sua capacità di essere scambiata con altri beni); ma il potere d’acquisto è determinato a sua volta dalla domanda di moneta: dunque si cade in un circolo vizioso. Mises risolse il problema introducendo la dimensione temporale: il potere d’acquisto del momento appena passato, t – 1, determina la domanda di moneta del momento presente, t (la cui causa è sempre l’utilità marginale). La domanda, a sua volta (insieme all’offerta), determina il potere d’acquisto al momento presente, t. Il potere d’acquisto al momento t a sua volta determinerà la domanda di moneta nel futuro immediato, t+1; e così via. La regressione all’indietro non è infinita: ci si ferma appena si arriva al momento storico in cui il bene in questione ha cominciato a svolgere la funzione di mezzo di scambio, cioè ci si ferma nell’ultimo momento in cui vigeva il baratto, e il bene che stava per essere scelto come moneta aveva una sua domanda in quanto bene di consumo e rapporti di scambio con gli altri beni (potere d’acquisto, prezzo). Esemplificando, il giorno 0, l’ultimo giorno di baratto, la merce che verrà scelta come moneta ha un determinato potere d’acquisto, dato dai suoi rapporti di scambio con gli altri beni; il giorno 1, il primo giorno di uso di quel bene come moneta, la domanda di (quel bene come) moneta è determinata dal suo potere d’acquisto al giorno 0.

Il bene ha cominciato a svolgere la sua funzione di mezzo di scambio non in base ad un contratto sociale stipulato a tavolino, ma come esito di un processo di mercato: era il bene che, durante il baratto, aveva le migliori caratteristiche. Questo teorema dunque delegittima la moneta fiat statale: essa non potrebbe mai essere adottata in origine come moneta, perché non può avere un potere d’acquisto preesistente, come avviene durante la fase del baratto per i beni che stanno per diventare moneta.

Qual è la quantità “giusta” di moneta in un sistema economico? Molti sono stati i criteri proposti: la quantità di moneta dovrebbe modificarsi in relazione alla popolazione, o al volume degli scambi, o all’ammontare dei beni prodotti, o in modo da mantenere stabile il livello dei prezzi. Nessuno ha suggerito di lasciare la decisione al mercato. Nessuno si domanda qual è la quantità “giusta” di scarpe, o di biscotti. La quantità di moneta “giusta” sarà condizionata dalla domanda degli individui; e, come si è visto, se si verifica un aumento dell’offerta non gradito, la riduzione del valore di scambio della moneta riporterà le quantità reali di essa al livello desiderato dagli individui. Dunque sono privi di significato i concetti di “troppa” o “troppo poca” moneta: qualunque sia l’ammontare di moneta, gli individui modificano i propri comportamenti per massimizzare i benefici ricavabili dalla quantità di moneta esistente. Se c’è “troppa” moneta, il suo potere d’acquisto si riduce, e dunque quelle quantità ritenute “eccessive” sono invece quelle giuste, visto che con un’unità monetaria ora si acquista meno. Questo non significa che le variazioni nella quantità di moneta siano irrilevanti (esse al contrario disturbano gli agenti economici e possono generare notevoli distorsioni nel processo economico); significa che qualsiasi quantità di moneta (es. due diverse quantità di moneta alternative in uno stesso sistema, o l’una o l’altra) viene assorbita e massimizzata.

La moneta, a differenza degli altri beni, non serve per il consumo diretto, ma solo per gli scambi. Dunque un aumento della quantità di moneta non significa che quella comunità è più ricca; una comunità è più ricca se aumenta la quantità di beni di consumo (a loro volta dipendenti dalla quantità di terra, lavoro e capitale e dallo spirito di impresa), non si può arricchire la gente stampando pezzi di carta (ma questo è vero anche per qualsiasi moneta-merce): noi potremmo sentirci più ricchi al momento, ma, appena uscissimo in strada a spendere la moneta in più, l’esito finale sarebbe solo la crescita dei prezzi. Dunque, come detto, si riduce solo il potere d’acquisto della moneta. Ciò avviene perché la moneta è richiesta solo in quanto mezzo che favorisce gli scambi, e non perché è utile per il consumo diretto, presente o futuro. La moneta è utile solo per il suo valore di scambio. L’aumento della quantità di moneta comporta solo che alcuni saranno beneficiati a spese di altri. Non è vero dunque, come sostengono molti, tra cui Keynes, che un’offerta di moneta sovrabbondante è (è stata) una condizione fondamentale per lo sviluppo e il benessere economico: questi dipendono dallo spirito di intrapresa e di innovazione e dalle capacità lavorative dei componenti di una data comunità.

La stessa cosa si può dire se si verifica una riduzione della quantità di moneta: quella comunità non è meno ricca; gli aggiustamenti di mercato conducono solo ad un aumento del potere di acquisto della moneta.

[Dunque una delle più importanti leggi economiche è:] Ogni quantità di moneta è sempre utilizzata al suo livello massimo, e non si può ottenere nessun beneficio sociale aumentando la quantità di moneta.[3]

Nel ‘700 e nell’800 la quantità di moneta rimase complessivamente costante (lieve incremento). Ecco perché l’aumento della disponibilità dei beni di consumo e di investimento che si ebbe in seguito alla rivoluzione industriale determinò una riduzione dei prezzi dei beni (a parte i periodi di guerra, in conseguenza della stampa di moneta da parte degli stati per sostenere la produzione bellica); situazione che, a partire dal 1941, non si è più verificata.

Trasmissione dal settore monetario al settore reale: neutralità o non neutralità della moneta

Il concetto di neutralità della moneta indica la circostanza per cui la presenza della moneta o, più specificamente, modifiche nella quantità di essa, non hanno effetti sull’economia reale, cioè sui prezzi relativi e sulla quantità e la composizione del prodotto, ma solo sul livello assoluto dei prezzi[4]. In un simile contesto esiste una assoluta dicotomia tra il settore reale, in cui sulla base dei prezzi relativi dei beni si determina l’allocazione delle risorse, e il settore monetario, in cui viene determinato esclusivamente il livello dei prezzi assoluti.

Una conseguenza di questa dottrina è stata la nozione secondo cui il livello dei prezzi varia proporzionalmente al variare della quantità di moneta in circolazione (teoria quantitativa della moneta). In base all’equazione degli scambi di Fisher (1911) MV = PT; dove M è lo stock di moneta, V la velocità di circolazione, cioè il numero di volte in cui in media in un dato periodo di tempo l’unità monetaria passa di mano, P il livello generale dei prezzi e T le transazioni, identificabili con la somma dei beni e servizi scambiati nel periodo di tempo dato[5].

Diverse scuole economiche hanno contestato la tesi della neutralità della moneta[6]. Secondo gli Austriaci i cambiamenti nella quantità di moneta non possono influenzare i prezzi di tutti i beni allo stesso tempo e nella stessa misura, li influenzano in modo diseguale, non è vero che tutti i prezzi aumentano o diminuiscono nella stessa proporzione. Ciò avviene per due motivi.

Il primo può essere illustrato attraverso ciò che Rothbard ha ironicamente definito il “modello Arcangelo Gabriele”. Si ipotizzi che durante la notte l’arcangelo Gabriele aumenti del 20% la disponibilità di contanti di ogni persona. Anche in questo caso i prezzi non crescerebbero tutti nella stessa misura del 20%. Infatti ogni individuo ha una scala di valori e una gerarchia delle utilità diverse. All’aumentare dello stock di moneta, gli acquisti di beni e servizi cambieranno in relazione alla nuova posizione che tali beni hanno nella scala di valori, dato che sono intervenute nuove quantità del bene moneta. La struttura della domanda, cioè la sua composizione, quindi cambierà, e con essa anche i prezzi relativi.

Rispetto al modello semplificato ora ipotizzato, nel mondo reale i prezzi relativi cambiano per un ulteriore motivo: l’introduzione della nuova moneta nel sistema economico non avviene con la modalità equiripartita suesposta. Conta dove viene iniettata la moneta addizionale. Vengono investite aree diverse dell’economia, in momenti diversi, e i rapporti di causa-effetto nella complessa rete del mercato conducono a movimenti di prezzi difformi. Supponiamo che venga scoperto nuovo oro, e che lo Stato lo utilizzi per acquistare alcuni beni (oppure acquisti tali beni emettendo una quantità addizionale di moneta cartacea; è una semplificazione: come si è visto, l’introduzione della moneta nel sistema economico avviene prevalentemente attraverso operazioni di mercato aperto nel sistema bancario). Ciò aumenterà solo i prezzi dei beni acquistati. A loro volta i proprietari dei beni richiesti dal governo hanno un aumento della disponibilità dei contanti, quindi un eccesso rispetto alla moneta che vogliono detenere, e accrescono gli acquisti. I prezzi dei beni che questi acquistano in quantità maggiori aumenteranno, e ne beneficeranno i proprietari di questi beni. Invece coloro che non dispongono dei beni il cui prezzo è aumentato, ma ne sono acquirenti e consumatori, avranno peggiorato la loro condizione, perché, con la stessa quantità di moneta iniziale, ora devono acquistare alcuni beni a prezzo più alto[7]. Alcuni prezzi saranno cresciuti più che proporzionalmente rispetto all’incremento iniziale di moneta, altri meno che proporzionalmente. L’aumento dei prezzi dei beni non è né sincrono né uniforme; e di conseguenza vi sono individui che migliorano la propria condizione – coloro che hanno ricevuto la moneta temporalmente prima, perché quando hanno proceduto agli acquisti i prezzi dei beni ancora non erano aumentati, dunque l’aumento di moneta ricevuta ha generato per loro un aumento del reddito reale; e altri che la peggiorano – coloro che l’hanno ricevuta dopo (perché il prezzo dei beni che comprano sale prima che essi possano godere dell’aumento di reddito) o che non l’hanno ricevuta affatto (ad es. i pensionati). Mutano i prezzi relativi e si altera la distribuzione del reddito e della ricchezza[8]. Inoltre, potrebbero essere avvantaggiati soggetti che favoriscono l’accumulazione di capitale o soggetti che si limitano ad incrementare i consumi (dunque con preferenze temporali differenti), e le conseguenze sul sistema produttivo sono diverse[9]. I monetaristi invece ritengono che nel lungo periodo siano influenzati solo i valori nominali, cioè i prezzi assoluti, e non i prezzi relativi, e non vi sono squilibri strutturali.

Una moneta neutrale e con potere d’acquisto immutabile non è possibile in un mondo, quale è quello umano, basato sull’azione e sul movimento incessante.

Il modello walrasiano non sa rendere conto della moneta. Infatti l’equilibrio generale è basato sulla conoscenza dei dati del mercato – preferenze, tecnologie, risorse – e da prezzi e quantità stabiliti una volta e per sempre. In un mondo siffatto, caratterizzato da certezza, nessuno sarebbe indotto a detenere contante, dal momento che conoscerebbe tutti gli acquisti e le vendite da effettuare nel futuro.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla IV Parte

Link alla VI Parte 

[1] Secondo i keynesiani, che enfatizzano la funzione di fondo di valore della moneta, offerta e domanda di moneta determinano  il tasso di interesse. Questa conclusione è contestata dall’approccio neoclassico e dalla scuola Austriaca, per i quali offerta e domanda di moneta determinano il potere d’acquisto della moneta.

[2] Per scopo di sintesi nel grafico si usa il potere di acquisto come se fosse un’entità unitaria; ma, come si è già detto, la moneta non ha un prezzo singolo rappresentato da 1/P, come ritengono i neoclassici, bensì un elevatissimo numero di prezzi individuali dati dai rapporti di scambio con ciascuno dei beni e servizi del sistema economico; cioè il prezzo della moneta è dato dalle quantità dei singoli beni che vengono date in cambio di una unità monetaria. I beni sono eterogenei e non possono essere sintetizzati in un unico indicatore P, che maschera i mutamenti dei prezzi relativi. Infatti, supponiamo che alcuni prezzi salgano ed altri scendano in dimensioni tali da mantenere inalterato P; non si può dire che il potere d’acquisto della moneta è rimasto inalterato, perché i consumatori non sono “consumatori medi”.

[3] Per maggior precisione, va superata una soglia minima di quantità di moneta, altrimenti con poche unità monetarie gli scambi sarebbero molto difficoltosi: questa soglia è quella oltre la quale una unità in più del bene scelto come moneta apporta alla società una utilità marginale pari a zero. Dunque è al di sopra di questo minimo che ogni quantità di moneta è ottimale.

Tutti gli altri beni, a differenza della moneta, non hanno invece una quantità ottimale; quale che sia la quantità di beni di consumo o di investimento in un dato istante t, una quantità maggiore potrebbe accrescere il benessere di quella data società (riduzione della scarsità); dunque non si può asserire che la quantità all’istante t sia ottimale. Questa differenza riposa nella diversa funzione della moneta rispetto ai beni: mezzo di scambio e non uso diretto. M.N. Rothbard, Timberlake on the Austrian Theory of Money: A Comment, in «Review of Austrian Economics» 2, 1988, pp. 179-187.

[4] Le teorie “neutraliste” prevalenti ritengono che la neutralità si consegua nel lungo periodo (superneutralità).

[5] La scuola Austriaca ha criticato l’equazione degli scambi sotto diversi profili. Essa non è un’equazione, ma un’ovvia identità che banalmente dice, secondo l’esempio proposto dallo stesso Fisher: Smith acquista 10 etti di zucchero da Jones in cambio di 70$; per Fisher da ciò si deduce che “oggettivamente” 10 etti di zucchero sono uguali a 70$, e questo fatto può essere espresso in questo modo: 70$ = 7$ (prezzo di un etto) moltiplicati per 10 etti. (L’equazione collettiva non è altro che la somma di tutte le transazioni individuali in un dato periodo di tempo). In pratica ci sta dicendo che 70$ = 70$! Cioè l’unica informazione economica che ci dà è che, in un dato periodo di tempo, il totale della moneta ricevuta in una transazione è uguale al totale della moneta spesa. È una tautologia, un truismo (evidenza lapalissiana) che non aggiunge alcuna conoscenza ai fatti economici, non illustra una relazione causale, non indica le determinanti dei prezzi (che sono le preferenze degli individui, che nell’equazione non compaiono). (Per tacere del fatto che non è vero che 10 etti di zucchero sono uguali a 70$. Uguali per chi? Ogni scambio nasce dal differente valore attribuito dai due scambianti ai beni scambiati).

Inoltre, nell’equazione di Fisher MV=PT la velocità di circolazione V agisce indipendentemente da T, ma è un errore, perché gli acquisti e gli scambi di beni influenzano direttamente V, in quanto i beni vengono dati in cambio di moneta. La circolazione della moneta aumenta con la circolazione dei beni. Infine, T è un aggregato eterogeneo, in quanto è composto dalle quantità dei beni e servizi scambiati, dunque la somma è impossibile.

L’equazione degli scambi è una costruzione olistica, che ignora le azioni individuali. Essa utilizza concetti generali, come ad esempio la velocità di circolazione, per spiegare le azioni degli individui; ma è un tipico caso di ragionamento in circolo, implica già la dottrina che vuole dimostrare. Invece sono le offerte e le domanda dei singoli individui ad alterare la struttura di prezzo.

[6] Secondo l’interpretazione della cosiddetta “Sintesi keynesiano-neoclassica” (Hicks, Modigliani, Samuelson), variazioni della quantità di moneta determinano variazioni del tasso di interesse e queste si ripercuotono sull’output (schema IS-LM). Nell’approccio di Tobin vi è alta sostituibilità fra moneta e titoli ma scarsa sostituibilità fra titoli e attività reali; dunque un aumento dell’offerta di moneta riduce i rendimenti dei titoli in conseguenza delle maggiori quantità acquistate, ma non è detto che questa riduzione dei tassi di interesse si trasmetta al settore reale aumentando gli investimenti. Inoltre opera anche un effetto ricchezza: se si abbassano i rendimenti dei titoli rappresentativi dei beni capitali, gli operatori ridurranno la domanda di tali titoli.

Secondo la scuola di Chicago (Friedman), variazioni della quantità di moneta hanno riflessi temporanei sul prodotto reale, attraverso variazioni della ricchezza (effetto scorte monetarie reali) e quindi della domanda aggregata, ma non nel lungo periodo. Invece per gli esponenti della Nuova Macroeconomia Classica, o scuola delle aspettative razionali (Lucas, Sargent), la moneta è neutrale anche nel breve periodo. Il modello BMW (Bofinger, Mayer, Wollmer, 2002), alternativo al modello IS-LM giudicato insoddisfacente, prevede che la banca centrale possa modificare l’output attraverso il tasso di interesse reale; in particolare, in seguito ad una caduta della domanda aggregata, l’output può essere ricondotto al livello iniziale attraverso una riduzione del tasso di interesse reale.

Diversi modelli econometrici (2002) relativi all’area dell’euro mostrano che un aumento (+1%) del tasso di interesse indotto dalla politica monetaria determina nel breve termine un decremento del prodotto (che risulta massimo due anni dopo),  che successivamente si riporta sul livello base; il tasso di crescita dei prezzi invece si riduce sia nel breve che nel lungo periodo. Si evidenzia dunque l’inefficacia della politica monetaria sul Pil reale nel lungo periodo.

[7] Nell’esempio proposto da Rothbard, se lo Stato stampa nuova moneta e con essa acquista graffette, si avrà prima un aumento del reddito dei produttori di graffette e del prezzo delle graffette, poi dei prezzi dei fornitori dell’industria delle graffette; e così via. Quando la nuova moneta si diffonde da un capo all’altro dell’economia, allora crescono tutti i prezzi, ma è improbabile che crescano equiproporzionalmente. Un esempio più schematico è il seguente: Jones trova dell’oro e lo trasforma in monete; poiché ha un eccesso di moneta rispetto a quella desiderata, la spende acquistando il bene prodotto da Smith. Il prezzo del bene prodotto da Smith aumenta. A questo punto, tutti gli altri sono penalizzati dal fatto che acquistano il bene di Smith a prezzo più alto, mentre i loro redditi (prezzi dei beni o dei servizi che vendono) non sono ancora aumentati, perché la moneta in più ancora non è arrivata, passando di mano in mano, ad essere domanda in più per i loro beni.

[8] Nei sistemi monetari contemporanei sono il governo e la banca centrale che o spendono direttamente o decidono a chi attribuire la nuova moneta: i beneficiari in genere sono le banche e i clienti da esse favoriti, in particolare quelli politicamente forti. Questi quindi sono coloro che ricevono la moneta per primi, dunque sono coloro che si avvantaggiano della redistribuzione della ricchezza. È questo un importante motivo che spiega l’introduzione e il mantenimento del monopolio sull’emissione di moneta e i continui incrementi della quantità di moneta.

[9] Nel breve o medio termine è possibile che un aumento della quantità di moneta fiat, dunque un’inflazione monetaria, non si traduca in un aumento generalizzato dei prezzi, dunque in un’inflazione dei prezzi. Questo può avvenire perché si verificano eventi che, per gli effetti sui prezzi, compensano l’aumento della quantità di moneta: ad esempio, un apprezzamento della moneta rispetto alle altre valute, con conseguente riduzione dei prezzi dei beni importati, o una riduzione del prezzo del petrolio. È ciò che è accaduto negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ’80 del Novecento. Anche in tal caso, dunque anche in assenza di aumento dei prezzi, l’aumento della quantità di moneta determina una redistribuzione del reddito dai produttori, che hanno acquisito la moneta correttamente, a vantaggio di coloro che hanno ricevuto la nuova moneta, i quali acquistano beni e servizi che altrimenti non avrebbero acquistato. Dunque si determina una diversione delle risorse dai produttori ai “contraffattori”. M.N. Rothbard, Money Inflation and Price Inflation, in «The Free Market», settembre 1986, pp. 1, 3.

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Teoria e metodologia di studio dell’azione umana

Lun, 28/04/2014 - 08:00

Cos’è la teoria? Esistono più definizioni, in base al campo di ricerca. Per quel che riguarda lo studio dell’azione umana, la teoria deve spiegare il comportamento umano. A differenza di altre scuole di pensiero, che nel processo di ricerca adottano in gran parte la metodologia specifica delle scienze naturali, la scuola austriaca la rigetta, perché nel campo dell’azione umana questa metodologia non può che essere costruita su ipotesi e presupposti che non corrispondono perfettamente alla realtà. Le prime scuole di pensiero considerano corretta una forma limitata della teoria, in base alla quale la teoria va accettata in funzione della capacità di predire fenomeni e comportamenti economici oppure della capacità di spiegare la realtà sulla base di esperimenti condotti dopo aver formulato alcune ipotesi astratte (il modello della concorrenza perfetta né è un esempio). Gli austriaci invece, sviluppano un corpo teoretico basato sull’assioma dell’azione umana, il quale riflette perfettamente la natura reale dell’uomo. Le metodologie quindi differiscono sostanzialmente e conducono, laddove applicate alla ricerca, a conclusioni anche molto diverse (talvolta diametralmente opposte). Queste differenze sono maggiormente evidenti nel campo delle scienze sociali.

Le teorie della scuola austriaca sono sviluppate con la precisione dei teoremi matematici, nel senso che partono da assiomi, cioè da proposizioni vere ammesse senza la necessità di una dimostrazione, in quanto gli assiomi sono indimostrabili, perché di per sé evidenti.

Quindi, nella visione della Scuola Austriaca la scienza economica ha come oggetto di studio il comportamento umano, così com’è nell’ordine reale, mentre l’economista si dedica semplicemente alla descrizione e alla rappresentazione concettuale della realtà obiettiva (del comportamento umano).

Le metodologie applicate nell’indagine del “teorema” dell’azione umana

  • Secondo la metodologia della Scuola Austriaca, la teoria (o forse sarebbe più appropriato dire “il teorema dell’azione umana”) formulata da Ludwig von Mises è la seguente:

L’azione umana è comportamento intenzionale e deliberato volto al raggiungimento di uno scopo. Il teorema in questo non è altro che una logica evoluzione del concetto di azione sulla base di un ragionamento deduttivo. L’assioma di partenza (o l’ipotesi che corrisponde esattamente alla realtà) alla base della costruzione del teorema è “l’uomo agisce”. [1] Questo teorema applicato al comportamento umano è sempre valido, così com’è sempre valido il teorema Pitagora applicato ai triangoli rettangoli.

  • Secondo la metodologia delle scienze naturali:

La teoria secondo cui “l’azione umana è comportamento deliberato volto al raggiungimento di obiettivi”, dovrebbe essere verificata tramite test ed esperimenti. E’ chiaro che assume poi forme accademiche più complesse, ma il ragionamento non cambia. Così che ogni volta che l’uomo agisce, dovrebbe essere osservato anche il fatto che questo ha agito effettivamente in modo deliberato. Se facessimo un parallelo con il teorema Pitagora, allora dovremmo verificare se questa è soddisfatta da ogni triangolo rettangolo su cui viene effettuato l’esperimento. Cosa assolutamente inutile nella prospettiva metodologica adottata dalla geometria euclidea.

L’economia in senso prasseologico sviluppa quindi una teoria basata sull’assioma dell’azione umana, così come, ad esempio, anche il teorema Pitagora dedotto dagli assiomi di Euclide non necessita di osservazioni e test empirici, ma dell’applicazione di un ragionamento deduttivo nel processo di dimostrazione delle relazioni tra le varie proposizioni in un fenomeno più complesso (teorema o teoria).

L’importanza della validità teorica

Se non si dispone di una teoria valida che supporti un insieme di conoscenze e informazioni, è molto probabile che, applicando una falsa teoria, si giunga a false conclusioni in un contesto specifico. Perché le false premesse portano con sé sin dall’inizio ragionamenti fallaci (è come costruire una casa senza fondamenta), anche se a volte, in modo assolutamente accidentale, possono portare a delle conclusioni vere. Inoltre, una teoria non può essere considerata tale, se spiega solo una parte dell’oggetto che si propone di spiegare.

Così un uomo che crede (ha una teoria) che pioverà se suonerà il tamburo in un momento specifico, aspetterà la pioggia ogni volta che suonerà il tamburo. Cosa che un meteorologo naturalmente considererebbe falsa, perché le cause dei fenomeni atmosferici non sono certamente legate all’azione umana di suonare il tamburo, anche se la manifestazione del fenomeno coincide talvolta con quest’azione. Dunque, anche se un numero finito di osservazioni confermasse questa teoria, essa sarebbe comunque sbagliata. Come in tutte le scienze naturali, il meteorologo non è in grado di arrivare alle cause ultime di un fenomeno meteorologico, ma è in grado di sviluppare e affinare la teoria in modo da spiegare in un modo più esaustivo le condizioni e le cause di un certo fenomeno.

Lo stesso vale per l’interpretazione dei fenomeni sociologici e storici. Se lo storico o il sociologo non conoscono un teoria valida dell’azione umana, allora ne utilizzeranno una fallace oppure tenderanno ad adottarne una propria, con premesse diverse e inadeguate, le quali, in seguito a ragionamenti deduttivi, non portano necessariamente a conclusioni vere. La figura del tamburo è eloquente in questo senso.

Un altro esempio: se supponessimo che sia valida la teoria secondo la quale il genocidio di una parte della comunità porta ad un livello maggiore di benessere per gli individui che rimangono in vita, quali dovrebbero essere le nostre considerazioni a margine di questa teoria? Solamente che la teoria è falsa, che non spiega la realtà dei fatti! Le conclusioni che sembrano così assurde sono semplicemente delle deduzioni effettuate sulla base di premesse che consideriamo vere. Ma le deduzioni sono illogiche, in quanto basate su premesse false.

I motivi per i quali si può giungere a credere a delle eresie simili possono essere molteplici. Di solito, esse diventano convincenti dopo una buona dose d’indottrinamento, o in seguito ad un processo di studio e ricerca nel mondo accademico con gravi deviazioni dalle basi della Logica. Se si dovesse scegliere tra uno scienziato “con deviazioni” e un analfabeta, quest’’ultimo sarebbe assolutamente preferibile. Perché a questi manca la convinzione, l’ambizione e l’arroganza degli scienziati con motivazioni pseudo-scientifiche e l’intensissimo desiderio “intellettuale” d’implementare le loro teorie nella vita reale. Considerarle vere e molto ben motivate dal punto di vista scientifico, li induce ad agire in un certo modo per raggiungere anche nella pratica ciò che sembra valido teoricamente. Di conseguenza l’economista, in questo caso, non studia più in modo distaccato una realtà obiettiva, cercando di rappresentarla concettualmente, ma cerca di interferire per adattarla alla propria visione. E’ una differenza fondamentale! Richiama abbastanza il concetto di presunzione fatale di cui parlava Hayek. E’ molto più probabile che un analfabeta si dedichi ad attività molto meno pericolose rispetto alle attività a cui aspirano oggi numerosi intellettuali nel campo delle scienze sociali, istruiti nelle migliori università del mondo, i cosiddetti responsabili di politiche pubbliche. [2] Questi non sanno o sanno troppo poco di moralità ed etica; hanno solo obiettivi nobili da raggiungere qualsiasi sia il prezzo da pagare. Per essi il fine giustifica i mezzi, nonostante spesso siano inconsapevoli di questo. Quindi continuano a perseguire obiettivi grandiosi, utilizzando mezzi malvagi e in contraddizione con lo scopo finale.

Per questo motivo l’educazione è troppo importante, e quello che offre la scuola tradizionale (anche l’università, tra l’altro) in questo senso è troppo poco, praticamente niente. Non si sa nulla o si sa troppo poco della tradizione delle Sette Arti Liberali, soprattutto dello studio della Logica, che è trascurata in gran parte del processo d’istruzione nell’epoca contemporanea. [3] Così, nei dibattiti intellettuali attuali tra gli studiosi ed i “commentatori” dell’azione umana, si assiste ad un circo continuo e improprio, che non è così diffuso negli altri campi del sapere. Dibattiti dove regnano i sofismi, che sono innalzati sull’ altare della verità da una maggioranza fin troppo “democratica”, sotto l’esortazione dei molto più numerosi partigiani della retorica sofista. Ai filosofi ed agli intellettuali “aristotelici” nel campo dell’azione umana manca la fama di qualche secolo fa, anche se la visibilità e l’interesse nei loro confronti ultimamente sono cresciuti abbastanza; fatto testimoniato e confermato dalle numerosi organizzazioni (finora purtroppo relegate troppo spesso al di fuori dei percorsi tradizionali d’istruzione – scuola e università) [4]  che si dedicano alla ricerca della verità e alla diffusione di ragionamenti sensati e corretti tra le persone desiderose d’imparare. Almeno per il momento l’obiettivo non è la verità assoluta, al quale la scienza non si è avvicinata minimamente e, modestamente, neanche pretende di farlo, ma la formazione di un modo di pensare corretto con implicazioni profonde sulla crescita e lo sviluppo, individuale e non solo.

Conclusione

Attualmente, l’azione umana coinvolge moltissimi aspetti della vita sociale ed è troppo importante per essere lasciata nelle mani dei ciarlatani, come accade nell’ambito di altre scienze, dove l’oggetto di studio è isolato dal ricercatore ed ha per questo un impatto relativamente minore sullo sviluppo armonioso dell’umanità o anche di una comunità. Mises scriveva così in merito:

L’economia non deve essere relegata nelle aule scolastiche e negli uffici statistici o lasciata ai circoli esoterici: essa è filosofia della vita umana e dell’azione e interessa tutti e tutto; è l’essenza stessa della civiltà e dell’esistenza dell’individuo.”

Gli intellettuali, specialmente quelli che si considerano scienziati e sono alla ricerca di una verità oggettiva, devono essere estremamente attenti alle premesse considerate, perché, se sono false, possono portarli a conclusioni logicamente assurde, ma considerate valide.

La gente semplice invece, deve essere più cosciente del fatto che gli intellettuali che usano metodi di ricerca empirici, in special modo nel campo delle scienze sociali, sono molto più esposti ad errori rispetto agli intellettuali che adottano l’altra metodologia di studio, maggiormente rigorosa. Purtroppo, l’epoca contemporanea è stata dominata dai primi intellettuali, ed i risultati si vedono e si avvertono, specialmente nei paesi dove sono stati maggiormente riconosciuti in ambito accademico e si sono trovati, grazie a questo fatto, in posizioni chiave per influenzare le politiche economiche (monetarie e fiscali) dei rispettivi paesi.

http://elibertare.com/teoria-si-metodologia-de-studiu-a-actiunii-umane

Di Nicolai Suhaci

Note

[1] L’azione è la volontà in applicazione. L’azione è un atto cosciente. Da questa definizione deriva che la non-azione è sempre azione, in quanto è un atto consapevole e intenzionale. L’opposto dell’azione non è un comportamento irrazionale, ma una risposta reattiva agli stimoli provenienti dagli organi del corpo e dagli istinti che non possono essere controllati dalla volontà della persona interessata. L’opposto dell’azione è dato dalla mancanza di volontà ed è determinata da altri fattori.

[2] Se questi utilizzasse la Logica come bussola per quel che riguarda tutte le decisioni politiche, non ci sarebbe neanche bisogno di queste ultime.

[3] In particolare, la logica come scienza che si occupa delle operazioni della mente rivolte al raggiungimento della verità.

[4] LearnLiberty.org, Fee.org, Mises.org , tra i più noti.

 

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Il diritto all’autodeterminazione

Ven, 25/04/2014 - 08:00

È stato già fatto notare come un paese possa godere di pace interna soltanto quando una costituzione democratica fornisca la garanzia che ogni modifica al governo voluta dai cittadini possa avvenire senza frizioni. Per assicurare la pace internazionale, non è necessario nient’altro che la costante applicazione dello stesso principio.

In precedenza, i liberali pensavano che gli individui fossero pacifici per natura e che soltanto i monarchi desiderassero la guerra per aumentare il proprio potere e la propria ricchezza tramite la conquista di territori. Credevano, di conseguenza, che per assicurare una pace duratura fosse sufficiente rimpiazzare la guida dei principi dinastici con dei governi dipendenti dalle persone. Se una repubblica democratica scoprisse che i propri confini attuali, formati dal corso della storia prima del passaggio al liberalismo, non corrisponderebbero più al desiderio politico della gente, essi dovrebbero essere pacificamente cambiati adeguandoli ai risultati di un plebiscito che esprima il volere del popolo. Dovrebbe essere sempre possibile modificare i confini dello Stato, qualora fosse chiaramente espresso il volere degli abitanti di un’area di unirsi ad un altro Stato, diverso da quello a cui appartengono attualmente. Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, gli Zar russi inglobarono nei loro immensi imperi aree la cui popolazione non espresse mai il desiderio di far parte dello Stato russo. Sebbene l’Impero Russo adottasse una costituzione totalmente democratica, i desideri degli abitanti di quei territori non furono mai rispettati, in quanto semplicemente essi non desideravano essere associati ad alcun legame relativo ad un’unione politica con i russi.

La loro richiesta democratica consisteva nella libertà dall’Impero Russo e nella formazione di Stati nazionali quali Polonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, ecc. . Il fatto che queste richieste ed altre simili da parte di altri popoli (come ad esempio gli italiani, i tedeschi nello Schleswig-Holstein, gli Slavi nell’Impero asburgico) si poterono soddisfare soltanto ricorrendo alle armi, fu la causa più importante in tutte le guerre che sono state combattute in Europa sin dal Congresso di Vienna.

Per quanto concerne la questione relativa all’adesione ad uno Stato, il diritto all’auto-determinazione si esplica dunque così: in qualunque momento in cui gli abitanti di una determinata area – sia essa un unico villaggio, un intero territorio o una serie di territori adiacenti – rendano nota, tramite un plebiscito condotto liberamente, la propria volontà di non restare più uniti allo Stato di cui fanno parte in quel momento, ma preferiscano formare uno Stato indipendente o unirsi ad un altro Stato diverso, le loro volontà devono essere rispettate e assecondate. Questo è l’unico modo fattibile ed efficace per prevenire rivoluzioni e guerre civili e internazionali.

Chiamare questo diritto di auto-determinazione “il diritto all’auto-determinazione delle nazioni” vuol dire fraintenderlo. Non è il diritto all’auto-determinazione di una delimitata unità nazionale, quanto il diritto degli abitanti di qualunque territorio di poter decidere a quale Stato essi vogliano appartenere. Questo fraintendimento è ancor più terribile quando l’espressione “auto-determinazione delle nazioni” viene usata per indicare che uno Stato nazionale abbia il diritto di attaccare e di inglobare in sé parti di una nazione che appartengono al territorio di un altro Stato contro la volontà degli abitanti di quei territori. È infatti con quest’accezione che i fascisti italiani cercarono di giustificare la loro richiesta di staccare dalla Svizzera il Canton Ticino e parti di altri cantoni per unirle all’Italia, anche se gli abitanti di quei cantoni non ne avevano alcun desiderio. Una posizione simile fu presa da alcuni difensori del pangermanesimo riguardo la Svizzera tedesca e i Paesi Bassi.

Comunque, il diritto all’auto-determinazione di cui parliamo non è il diritto di auto-determinazione delle nazioni, ma piuttosto quello dei popoli di ogni territorio grande abbastanza da formare un’unità amministrativa indipendente. Se fosse possibile concedere questo diritto ad ogni individuo, ciò dovrebbe essere fatto. Risulta impraticabile soltanto a causa di convincenti considerazioni tecniche, che rendono necessario come una regione debba essere governata come una singola unità amministrativa e che il diritto all’auto-determinazione debba restringersi alla volontà della maggioranza degli abitanti di aree abbastanza grandi da poter essere considerate come unità territoriali nell’amministrazione del paese.

Nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo, fin dove al diritto all’auto-determinazione fu dato effettivamente seguito, ed in ogni luogo in cui gli si sarebbe potuto dar seguito, esso portò o avrebbe portato alla formazione di stati composti da singole nazionalità (ad esempio, persone che parlano la stessa lingua) ed alla dissoluzione di quegli stati formati invece da diverse nazionalità, soltanto tuttavia come conseguenza di una libera scelta di coloro autorizzati a partecipare al plebiscito popolare. La formazione di stati comprendenti tutti i membri di un gruppo nazionale fu il risultato di un esercizio del diritto all’auto-determinazione, non il suo scopo. Se dei membri di una nazione si sentissero più felici essendo politicamente indipendenti piuttosto che facendo parte di uno Stato composto da tutti i membri di un comune ceppo linguistico, qualcuno potrebbe certamente tentare di convincerli cercando di cambiare le loro idee politiche relative al principio di nazionalità, secondo cui tutti i membri di uno stesso ceppo linguistico debbono formare un singolo stato indipendente. Se, comunque, qualcuno cercasse di determinare il loro destino politico andando contro il loro volere, appellandosi ad un presunto superiore diritto nazionale, violerebbe il diritto all’auto-determinazione non meno effettivamente che praticando qualunque forma di oppressione. Una divisione della Svizzera fra la Germania, la Francia e l’Italia, anche se orchestrata esattamente in base ai legami linguistici, sarebbe una madornale violazione del diritto di auto-determinazione quanto lo fu la spartizione della Polonia.

Tratto da “Liberalism” di Ludwig von Mises

Link alla prima parte

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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La Moneta: IV Parte

Mer, 23/04/2014 - 08:00

 Canali di trasmissione della moneta e politica monetaria

Il controllo della quantità di moneta, e in generale la politica monetaria, è realizzato dalla banca centrale attraverso diversi strumenti.

Per quanto riguarda la base monetaria, oggi il principale canale di creazione è costituito dai finanziamenti della banca centrale alle aziende di credito, che si trovano con scarsa liquidità. Sono le operazioni di mercato aperto, che assumono la forma di operazioni di rifinanziamento principali (pronti contro termine, trasferimento di fondi in cambio di titoli con restituzione entro 2 settimane) o di rifinanziamento a più lungo termine (a 3 mesi)[1].

Questo canale rappresenta l’espressione più importante della strategia di politica monetaria adottata dalle banche centrali, perché è attraverso il finanziamento della liquidità al sistema bancario che esse riescono a influenzare gli aggregati monetari e i tassi di interesse di mercato (infra)[2].

Un secondo canale di creazione è l’estero: se vi è un saldo attivo della bilancia dei pagamenti, gli operatori ricevono valuta estera, che viene convertita in moneta nazionale dalla banca centrale: dunque un surplus della bilancia dei pagamenti si traduce in un’iniezione di base monetaria. Viceversa, se la bilancia dei pagamenti è in disavanzo, si ha distruzione di base monetaria.

Un terzo canale può essere il Tesoro: se vi è un disavanzo pubblico, parte di esso può essere coperto con modalità che prevedono immissione nel sistema di base monetaria. Tali modalità sono tre: 1) acquisto di titoli pubblici da parte della Banca centrale; 2) il Tesoro ha un conto corrente di tesoreria presso la Banca centrale; al fine di assicurare liquidità al Tesoro per far fronte a sfasamenti temporali fra incassi e pagamenti, la banca centrale apre una linea di credito temporanea, effettuando pagamenti per conto del Tesoro; 3) emissione di monete metalliche (di piccolo taglio) da parte del Tesoro.

Nell’Unione monetaria europea tale canale non è più previsto, è stato chiuso nel 1994 per impedire che il finanziamento dei fabbisogni pubblici comprometta il conseguimento del fine della stabilità dei prezzi da parte della BCE.

Oltre alle operazioni di mercato aperto sopra esaminate (acquisto o vendita di attività, generalmente titoli pubblici), altri strumenti della politica monetaria sono: il tasso ufficiale di interesse (t. u. di riferimento repo, tasso di sconto)[3], la riserva obbligatoria[4], i controlli amministrativi (massimale sugli impieghi, vincolo di portafoglio; oggi desueti), la moral suasion.

La banca centrale può influenzare anche alcune variabili che nella catena causale sono vicine agli strumenti; tali variabili non vengono definite strumenti ma obiettivi operativi. Ad esempio, le summenzionate operazioni di mercato aperto, che a partire dagli anni Ottanta del Novecento sono diventate lo strumento principale per regolare la liquidità, sono funzionali ad influenzare il tasso di interesse di mercato[5], che oggi è diventato lo strumento (meglio, l’obiettivo intermedio) fondamentale, a discapito della base monetaria. Le banche centrali cioè modificano la base monetaria nella componente delle riserve delle banche, ma in funzione della fissazione del tasso di interesse.

Tali strumenti, come detto, sono funzionali al controllo della quantità di moneta; che può essere considerato un obiettivo intermedio[6] rispetto agli obiettivi finali. L’obiettivo finale che oggi le banche centrali dichiarano come primario è la stabilità dei prezzi (misurata dal tasso di inflazione; inflation targeting. Ad esempio, la BCE ha stabilito che l’indice dei prezzi al consumo deve essere inferiore al 2% annuo). In passato era frequente anche l’obiettivo della crescita dell’output (tasso di incremento del Pil), con l’obiettivo connesso della piena occupazione.[7]

In conclusione, quando la Banca centrale vuole aumentare la quantità di moneta in circolazione, dunque praticare una politica monetaria espansiva, può: attraverso le operazioni di mercato aperto, acquistare titoli; o ridurre il tasso ufficiale di interesse (che, come visto, si trasmette agli altri tassi, aumentando la domanda di moneta e l’offerta di credito da parte delle banche); o diminuire il coefficiente di riserva obbligatoria. La quantità di moneta, grazie al meccanismo esaminato, è un multiplo della cifra trasferita. Se viceversa la banca centrale intende attuare una politica monetaria restrittiva, effettuerà operazioni di segno opposto.

Relativamente alla politica monetaria della Banca centrale, molto vivace è stato il dibattito “discrezionalità” verso “regole”.

Nell’attuale sistema a riserva frazionaria l’offerta di moneta ha una volatilità molto maggiore, in quanto l’effetto moltiplicativo fa schizzare vero l’alto la quantità complessiva in seguito ad una modifica dei comportamenti di segno espansivo (stampa di carta moneta, riduzione delle riserve, aumento dei depositi da parte del pubblico) ma fa anche contrarre drasticamente la quantità in seguito a comportamenti di segno opposto[8].

Domanda di moneta

La domanda di moneta è domanda per detenere contanti, nel proprio portafoglio, in casa o in banca. Anche le quantità domandate di moneta, come i beni, dipendono dalle scale di valori degli individui, e dunque anche alla moneta si applica la teoria dell’utilità marginale[9]. La gente domanda moneta per i servigi che essa offre, in particolare perché consente di cederla in futuro contro i beni desiderati (mezzo di scambio). Ogni individuo, sulla base dei propri giudizi, determina l’ammontare di cassa che ritiene appropriato: in particolare, è l’utilità marginale dell’unità monetaria (euro, dollaro o oncia d’oro) a determinare l’intensità della domanda.

Per “domanda di moneta” si intendono le quantità di moneta ottenute dai soggetti in cambio dei beni o servizi ceduti più la moneta trattenuta in contanti.

Dunque, sul piano formale, la moneta viene domandata per due motivi, e dunque è costituita da due componenti:

1) domanda di moneta da scambio (exchange), derivante dal fatto che chiunque venda beni o servizi (compreso il lavoro) ottiene in cambio moneta. Legge (e rappresentazione grafica): al ridursi del valore di scambio della moneta aumenta la domanda di moneta da transazioni, e viceversa. Infatti, essendo aumentati i prezzi dei beni, ciascuno riceve maggiori unità monetarie in cambio (della stessa quantità) dei beni ceduti. Viceversa, se si riducono i prezzi, si riceve un numero di unità monetarie inferiore.

La variabile indipendente è il valore di scambio (prezzo) perchè è esso che determina l’utilità soggettiva della moneta, in quanto la moneta serve come mezzo di scambio, non per il consumo diretto, e quindi l’utilità che se ne trae è principalmente legata alla possibilità di cederla in cambio di beni.

La curva è fortemente anelastica, dunque la pendenza è molto elevata: ciò perché è anelastica la curva di offerta del venditore del bene, in quanto il suo interesse primario è cedere il bene per conseguire un reddito (solo in caso di speculazione non vi è l’esigenza di cedere rapidamente il bene); di conseguenza è anelastica anche la curva di domanda di moneta ottenuta in cambio del bene.

2) domanda di moneta per riserva (reservation), che deriva dal desiderio di trattenere presso di sé la moneta precedentemente ottenuta. Si trattiene moneta perché si attende il momento propizio per effettuare uno scambio, dunque la moneta trattenuta per riserva continua a mantenere la sua funzione di mezzo di scambio, l’unico aspetto è che gli scambi sono futuri. Questa detenzione di contanti è sempre determinata dall’utilità marginale della moneta: trattenere una data quantità di moneta in un dato momento può apportare maggiore utilità dell’acquisto di beni; perché vige l’incertezza e gli individui non sanno con precisione tutte le spese future e il momento preciso in cui le effettueranno; ad esempio, vi possono essere acquisti imprevisti: si può guastare la macchina o è necessario acquistare delle medicine, oppure i prezzi futuri potrebbero ridursi. Questo secondo tipo è una domanda post-income, cioè che eventualmente si manifesta dopo che un individuo ha guadagnato il proprio reddito monetario; egli infatti può spenderlo (in beni di consumo o di investimento) oppure aggiungerlo alla propria disponibilità di contanti (cash balance); in questo secondo caso aumenta la domanda per riserva. Legge (e rappresentazione grafica): al ridursi del potere d’acquisto della moneta (il suo valore di scambio) aumenta la domanda di moneta per riserva, e viceversa. Infatti, un potere d’acquisto più basso significa che i prezzi dei beni sono aumentati (le disponibilità di contanti valgono meno in termini reali), dunque le persone hanno bisogno di maggiori quantità di moneta per effettuare gli eventuali acquisti [inoltre i più alti prezzi dei beni scoraggiano gli acquisti]; quindi, aumenta la quantità di moneta detenuta in contanti. Viceversa, un aumento del potere d’acquisto della moneta, cioè prezzi più bassi, fa sì che le persone detengano più moneta di quella necessaria per i precedenti acquisti di beni o cautelativa; allora aumentano le spese per l’acquisto di beni (di consumo o di investimento) e la moneta detenuta si riduce.

I servizi che la moneta rende sono condizionati dal suo potere d’acquisto. Ciascuno desidera avere in cassa non un numero definito di monete ma il corrispettivo di un definito ammontare di potere d’acquisto.

Questa è solo una classificazione formale, che non va confusa con i fattori che influenzano le variazioni della domanda di moneta. Questi sono tanti: valutazioni di utilità immediata, motivi speculativi, frequenza dei pagamenti[10], comportamenti che consentono di economizzare la moneta (es. le compensazioni[11]), le aspettative relative ai prezzi futuri (chi ritiene che i prezzi dei beni a cui è interessato saliranno, ne compra di più oggi, e dunque riduce il suo contante; chi crede che i prezzi cadranno restringe i suoi acquisti e accresce il contante[12]). Dunque i fattori non possono essere rigidamente ridotti a due determinanti considerate come due entità indipendenti, come ad esempio fa il pensiero keynesiano, che suddivide in  1) domanda di moneta per transazioni e 2) domanda di moneta speculativa; ciascuna delle quali è determinata da un’unica variabile, rispettivamente il livello del reddito e la “preferenza per la liquidità”.

Comunque, entrambe le componenti (formali) della domanda di moneta reagiscono allo stesso modo rispetto al valore di scambio; quindi, considerando la domanda di moneta complessiva, la legge è la medesima: al ridursi del valore di scambio della moneta aumenta la domanda di moneta, e viceversa[13].

In genere il termine “tesoreggiamento” (hoarding) ha una connotazione negativa, come se si trattasse di un comportamento vizioso e antisociale: esso non è altro che un aumento della domanda di moneta, e non v’è niente di male in ciò, vuol dire che alcuni individui ricavano maggiore utilità dal detenere moneta (tacendo qui della questione etica inerente il diritto di libertà di ciascun individuo a compiere tale azione economica). È vero che la moneta serve per gli scambi, ma non solo per quelli presenti, anche per quelli futuri; dunque se un individuo si sente più sicuro rispetto alle incertezze del futuro (o perché vuole speculare sui cambiamenti del valore di scambio della moneta) trattenendo moneta, non vi è danno per la società. Tra l’altro, un aumento della domanda di moneta, a parità di offerta, determina un aumento del potere d’acquisto della moneta (infra), esito a parole auspicato da economisti e politici, anche se tradito nella pratica dalle politiche monetarie prevalenti. “Detesoreggiamento” (dishoarding) è l’opposto.

Non è vero che la domanda di moneta è illimitata: si confonde il desiderio di essere ricchi con le esigenze di cassa. Se affluisce nelle mani di un individuo nuova moneta, egli non la tesaurizzerà indefinitamente: parte sarà spesa o per il consumo o per investimenti; nessuno trattiene moneta più di quanta gliene occorre per i bisogni di cassa. E in ogni caso, poiché la moneta viene acquisita in cambio di beni, la quantità di moneta che un individuo può ricevere è limitata dalla quantità di beni che può dare in cambio.

Di Piero Vernaglione Tratto da Rothbardiana Link alla III parte Link alla V Parte

[1] Le banche private fanno fronte ad esigenze immediate di liquidità anche sul mercato interbancario overnight, rappresentato da prestiti fra banche con rientro nella giornata lavorativa successiva.

[2] Quando la Banca centrale acquista asset da una banca, in genere accredita la somma sul conto che la banca tiene presso la Banca centrale medesima. Dunque non stampa e presta moneta fisica (cash), ma opera una modifica elettronica a livello contabile. Tale circostanza non modifica la natura dell’operazione, cioè la creazione di moneta dal nulla, perché la banca commerciale ha ora una maggiore disponibilità per i prestiti ai clienti, fatta salva la quota di riserva.

[3] È il tasso sulle operazioni di rifinanziamento alle banche pronti contro termine viste sopra (operazioni di mercato aperto). Nell’Eurosistema a partire dal 1° gennaio 1999 sostituisce il Tasso Ufficiale di Sconto, gestito dalla Banca d’Italia. Dal 2000 il tasso sulle operazioni di rifinanziamento non è più fisso (come era il repo) ma variabile con sistema di asta: la Bce fissa un tasso minimo di offerta (che assume il ruolo di indicatore del precedente tasso fisso), successivamente gli operatori specificano gli importi desiderati e i tassi proposti; l’interazione fra offerta e domanda di fondi dà luogo a un tasso di aggiudicazione medio. Dall’inizio dell’Unione monetaria tale tasso ha oscillato fra il 2% e il 4%. Negli Stati Uniti la Federal Reserve, oltre al tasso di sconto, manovra anche il tasso sui Fed Funds, che è il tasso interbancario overnight, dunque a brevissimo termine.

[4] Nell’Eurosistema l’aliquota di riserva è stata pari al 2% fino al dicembre 2011, quando è stata ridotta all’1%. La riserva va detenuta presso la Banca centrale dello Stato di insediamento. Negli Stati Uniti la quota di riserva è del 10%.

[5] Tassi di interesse di mercato monetario sono ad esempio il tasso interbancario overnight , i tassi interbancari Euribor e Libor, i tassi sugli spostamenti di fondi con scadenza entro i 12 mesi. Il tasso di interesse ufficiale (pronti contro termine) della banca centrale influenza il tasso di interesse overnight; quest’ultimo a sua volta è per le banche il tasso di riferimento nel fissare il tasso di interesse sui depositi (più basso, mark down) e sui prestiti (più alto, mark up); infine si trasmette anche al tasso di interesse sui titoli di stato a breve termine. Il tasso di interesse a lungo termine dipende in via principale dalle scelte di risparmio e investimento dei privati, in particolare dalla preferenza temporale. Le variazioni artificiali dei tassi indotte dalle banche centrali inviano agli investitori segnali errati, che per gli Austriaci sono la causa delle oscillazioni cicliche.

[6] Essendo le economie aperte agli scambi con l’estero, può assumere rilevanza il tasso di cambio. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta del Novecento molte banche centrali hanno adottato come obiettivo intermedio l’ancoraggio del tasso di cambio del proprio paese alla valuta di paesi “forti”, cioè di grandi dimensioni e con prezzi stabili. L’Italia negli anni Ottanta adottò tale politica relativamente al marco.

[7] Schematizzando il tutto: STRUMENTI: finanziamenti della banca centrale, tasso ufficiale di interesse, riserva obbligatoria. OBIETTIVI OPERATIVI o INTERMEDI: tassi di interesse di mercato (interbancario overnight, Euribor, Libor, fondi entro 12 mesi), quantità di moneta. OBIETTIVI FINALI: stabilità dei prezzi, crescita del pil.

[8] Relativamente alle determinanti dello stock complessivo di moneta, si possono individuare due approcci: gli autori classici e monetaristi ritengono che la quantità di moneta sia in sostanza controllabile, e controllata, dalla Banca centrale. I postkeynesiani invece sottolineano il carattere endogeno della moneta, in quanto determinata dai comportamenti autonomi del pubblico (variazioni nella detenzione di circolante o depositi) e delle banche (variazioni delle riserve libere); tali comportamenti sarebbero in ultima istanza orientati dai “bisogni del commercio”. Per Kaldor l’offerta di moneta è endogena soprattutto perché la banca centrale non può rifiutare lo sconto di titoli primari che le vengono presentati, altrimenti alcune banche rischierebbero l’insolvenza per carenza di liquidità; sul piano empirico l’adeguamento dell’offerta di moneta alla domanda sarebbe dimostrato dal fatto che sia la Fed (1980-82) sia la banca centrale britannica (1979-82) non sono riuscite a mantenere il tasso di crescita entro gli obiettivi prefissati: ad esempio, in Gran Bretagna nel 1981 M3 crebbe del 22% contro un obiettivo del 6-10%.

[9] Questo importante contributo fu offerto da Mises in Teoria della moneta e del credito del 1912. In questo modo la teoria della moneta non rimaneva più separata dalla teoria economica generale basata sull’utilità e sull’azione individuale; la teoria monetaria non restava isolata in un contesto macro erroneo fatto di “velocità di circolazione”, “livelli dei prezzi” ed “equazioni dello scambio”. La separazione fra analisi micro e analisi macro, introdotta da Ricardo, viene ricomposta. Come si vedrà fra breve, una conseguenza è che un aumento della quantità di moneta non determina meccanicamente un incremento proporzionale di tutti i prezzi (e di un inesistente ‘livello dei prezzi’): il potere d’acquisto della moneta si riduce, ma non è detto che ciò avvenga nella stessa percentuale, perché bisogna vedere cosa avviene alla domanda di moneta, cioè cosa succede all’utilità marginale della moneta. Influenzando le utilità relative, l’aumento di offerta di moneta cambia i prezzi e i redditi relativi.

[10] La frequenza con cui si riceve il reddito (in cambio dei beni e/o dei servizi ceduti) condiziona la domanda di moneta. Ad esempio, se Smith e Jones ricevono entrambi € 1000 al mese, ma Smith li riceve mensilmente, mentre Jones riceve € 250 a settimana, allora la detenzione media di moneta di Smith sarà più alta di quella di Jones; in particolare, quella di Smith sarà pari a € 500, mentre quella di Jones sarà pari a € 125, un quarto. Infatti, ipotizziamo che entrambi equiripartiscano giornalmente la spesa: Smith spenderà circa € 33 al giorno (€1000 : 30), Jones circa € 35 al giorno (€250 : 7). Smith il primo giorno del mese disporrà di € 1000; il secondo giorno di € 967, il terzo € 934 ecc. fino ad arrivare al trentesimo giorno con € 0. Dividendo la somma di questi valori per 30 si ottiene la detenzione media da parte di Smith, che è appunto pari a € 500. Jones invece il primo giorno dispone di € 250, il secondo di € 215, il terzo € 180 ecc. e il settimo giorno € 0: la media è pari a € 125. Dunque, quanto minore è la frequenza dei pagamenti ricevuti, tanto maggiore è la domanda di moneta; e viceversa. Tuttavia, nella realtà, la frequenza dei pagamenti non muta spesso nel tempo, dunque cambiamenti nella domanda di moneta (e per conseguenza nei prezzi) causati da tale fattore sono trascurabili.

[11] Se Rossi deve a Bianchi €100, Bianchi deve a Verdi € 100 e Verdi deve a Rossi € 100, non c’è bisogno che tutti e tre domandino moneta per saldare il debito, perché possono compensare. Compensando, la domanda di moneta passa da € 300 a zero.

[12] Dunque le aspettative accelerano la caduta (nel primo caso) e l’aumento (nel secondo) dei prezzi. In un certo senso il mercato sconta la riduzione o l’aumento dei prezzi, e fa verificare la variazione temporalmente prima. Le aspettative sono basate sugli eventi del recente passato, non sono forze indipendenti, non nascono dal nulla e non cambiano in maniera arbitraria e improvvisa, dunque non possono essere la causa prima delle variazioni dei prezzi. La causa prima è la variazione della quantità di moneta decisa dalle autorità monetarie, a cui le aspettative reagiscono.

[13] Per evidenziare le differenze fra pensiero mainstream e teoria Austriaca, si illustra di seguito una versione della teoria della domanda di moneta più vicina a quella presentata dalla letteratura economica contemporanea.

La domanda di moneta (M1) dipende innanzi tutto dalle transazioni, che possono essere espresse dal reddito (Pil) o dalla spesa per consumi (C). La relazione è positiva. Gli individui trattengono moneta per le spese da effettuare. Tuttavia la detenzione di moneta fa perdere il reddito da interessi che potrebbe essere conseguito se si investisse in titoli. Se il tasso di interesse aumenta gli individui sono indotti a ridurre la quantità di moneta detenuta, per acquistare titoli. In pratica, all’aumentare del tasso di interesse si riduce l’intervallo di tempo fra un prelievo e l’altro, e quindi si riduce la detenzione di moneta. Dunque il secondo fattore che condiziona la domanda di moneta è il tasso di interesse. La correlazione è negativa.

Se la sincronizzazione fra incassi (cessione di titoli contro moneta) e pagamenti fosse perfetta non ci sarebbe bisogno di detenere moneta e la domanda di moneta sarebbe pari a zero; ma ciò è impossibile, c’è un limite alla conversione continua di moneta in titoli e viceversa. Infatti nel fare ciò si devono sopportare dei costi di transazione, costituiti dal tempo che si perde e dalla scomodità nella conversione, dallo spreco di energie nella pianificazione finanziaria ecc. All’aumentare dei costi di transazione aumenta la domanda di moneta, al ridursi dei costi si riduce. La correlazione è positiva.

Md = l (Y, r, g)

             +  -  +

dove g è il costo di ogni operazione (valore monetario che l’individuo attribuisce al tempo perso e alla scomodità necessari per effettuare la transazione).

La funzione aggregata è data dalla somma delle domande di moneta dei singoli individui.

L’equazione è espressa in termini nominali. Se la domanda di moneta è espressa in termini reali, bisogna aggiungere il livello dei prezzi  P come fattore che condiziona la domanda di moneta. In genere la correlazione è positiva.

Per quanto riguarda le diverse teorie della domanda di moneta, per i classici e i neoclassici la ragione fondamentale che induce i soggetti a detenere moneta è racchiusa nella sua funzione di mezzo di pagamento, consiste cioè nella mancanza di sincronia tra incassi e pagamenti. Nella formulazione di Fisher, l’ammontare di moneta detenuta dipende dal numero delle transazioni e dal loro valore unitario, cioè dai prezzi; nonché dalla velocità di circolazione della moneta, condizionata da aspetti istituzionali (la teoria della domanda di moneta deriva dalla teoria quantitativa  nella forma MV=PT , infra).

Marshall e gli economisti di Cambridge portano l’attenzione sulle ragioni individuali di detenere moneta più che sui fattori istituzionali; la moneta fornisce una pluralità di servizi; nell’equazione di Cambridge M = kPy (dove k è l’inverso della velocità di circolazione e y il reddito in termini reali) la proporzione del reddito detenuta in forma monetaria è la risultante delle valutazioni individuali.

Keynes individua, oltre ai moventi transattivo e precauzionale, un movente speculativo nella detenzione di scorte monetarie: la diversità di opinioni circa il livello futuro del tasso di interesse induce i soggetti a speculare. Se il tasso di interesse è alto (rispetto al tasso ritenuto “normale”) gli operatori esprimeranno una bassa domanda di moneta, in quanto è conveniente acquistare titoli, in modo da conseguire guadagni in conto capitale quando in futuro l’interesse si ridurrà; e viceversa. Dunque la domanda di moneta per motivi speculativi è correlata negativamente con il tasso di interesse. Keynes enfatizza la funzione di riserva di valore della moneta: se gli operatori sono pessimisti circa il futuro, deterranno il risparmio in forma di moneta, dunque esso non si tradurrà in investimento (domanda di moneta potenzialmente infinita – trappola della liquidità); in tal modo Keynes cerca di dimostrare l’impossibilità di uscire endogenamente da una depressione.

Nell’approccio di portafoglio proposto da Tobin (1958) i soggetti, a differenza dell’ipotesi di Keynes, sono incerti sui livelli futuri del tasso di interesse. I portafogli degli individui sono determinati dal rendimento (relazione inversa con la domanda di moneta) e dal rischio delle attività, e dipendono dall’avversione o dalla propensione al rischio dei diversi individui. In genere però i soggetti deterranno un portafoglio diversificato, parte in moneta e parte in titoli, e non “o tutto titoli o tutto moneta” come nell’ipotesi keynesiana.

Per M. Friedman la moneta è un unicum difficilmente sostituibile con altri strumenti finanziari. La domanda di moneta (che non è altro che uno dei tanti modi di detenere ricchezza) dipende dalla ricchezza (materiale e umana) complessiva, espressa in termini di reddito permanente; dai rendimenti delle attività alternative alla moneta (azioni, obbligazioni, beni reali); dai gusti del pubblico. Per Friedman le verifiche empiriche dimostrano che l’influenza dei tassi di interesse sulla domanda di moneta è trascurabile;  la variabile chiave è il reddito permanente (in termini nominali; in ogni caso la domanda di moneta è omogenea di primo grado rispetto ai prezzi, cresce nella stessa misura del livello dei prezzi): la domanda di moneta è una frazione stabile di esso M = k · Yp, dove k è l’inverso della velocità di circolazione della moneta. Le determinanti della domanda di moneta consentono a Friedman di trarre conclusioni sul meccanismo di trasmissione contrarie a quelle di Keynes: scompare la domanda  di moneta speculativa, con le sue oscillazioni, e dunque viene  meno  l’elemento attraverso cui si manifesta la crisi e la depressione. Aumenti dell’offerta di moneta danno luogo ad aumenti nella domanda di beni reali.

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I confini dello Stato

Ven, 18/04/2014 - 07:00

Per il liberale non v’è contrasto fra politica interna e politica estera, e il dubbio tanto spesso sollevato e discusso approfonditamente in relazione al fatto che le questioni estere abbiano precedenza su quelle interne – o viceversa – è, ai suoi occhi, ingannevole. Poiché il liberalismo, sin dal principio, è un concetto politico che abbraccia tutto il mondo, e le stesse idee che cerca di realizzare all’interno di un’area limitata sono valide anche per le più larghe sfere della politica mondiale. Se il liberale fa una distinzione fra la politica interna e quella estera è unicamente per fini di comodità e classificazione, per suddividere in macro-gruppi la vasta sfera dei problemi politici e non perché sia dell’opinione che per ognuno di essi valgano principi diversi.

L’obiettivo della politica interna del liberalismo è lo stesso di quello della sua politica estera: la pace. Mira alla stessa pacifica cooperazione fra le nazioni come all’interno di ciascuna di esse. Il punto di partenza del pensiero liberale è il riconoscimento del valore e dell’importanza della cooperazione umana, e le intere politiche e programmi del liberalismo sono progettati per servire lo scopo del mantenimento dell’attuale stato di mutua cooperazione fra i membri della razza umana, estendendolo ulteriormente. L’ideale ultimo immaginato dal liberalismo è la perfetta cooperazione dell’intero genere umano, in maniera pacifica e senza attriti. Il pensiero liberale volge lo sguardo sempre all’intera umanità, non soltanto a parti di essa. Non si ferma a gruppi circoscritti, non finisce ai confini del villaggio, della provincia, della nazione o del continente. Il suo pensiero è cosmopolita ed universale: racchiude tutti gli uomini e l’intero mondo. Il liberalismo è, in questo senso, umanesimo; ed il liberale, un cittadino del mondo, un cosmopolita.

 Oggi, in cui il mondo è dominato da idee illiberali, il cosmopolitismo è sospetto agli occhi delle masse. In Germania ci sono patrioti fanatici che non possono perdonare quei grandi poeti tedeschi, specialmente Goethe, i cui pensieri e sentimenti, invece che essere confinati dai legami nazionali, ebbero un orientamento cosmopolita. Si pensa che esista un conflitto inconciliabile fra gli interessi della nazione e quelli del genere umano e che colui che diriga le sue aspirazioni ed i suoi sforzi verso il benessere dell’intera umanità disgreghi, in tal modo, gli interessi della propria nazione. Nessuna convinzione potrebbe essere più sbagliata. Il tedesco che smette di adoperarsi per il bene di tutti gli uomini lede anche gli interessi specifici dei suoi compatrioti – ovvero quelli dei suoi simili con cui condivide una terra ed un linguaggio comune e con cui spesso forma una comunità etica e spirituale – tanto quanto uno che si adoperi per il bene dell’intera Germania leda gli interessi della sua città natale. Poiché l’individuo ha lo stesso interesse nel veder prosperare il mondo intero di quello che ha nel veder sbocciare e fiorire la comunità locale in cui vive.

I nazionalisti sciovinisti, che sostengono l’esistenza di inconciliabili conflitti d’interessi fra le varie nazioni del mondo e cercano l’adozione di una politica finalizzata all’assicurare – con la forza se necessario – la supremazia della propria nazione su tutte le altre, generalmente sono i più appassionati nell’insistere sulla necessità e l’utilità di un’unità nazionale interna. Più grande è l’enfasi che usano sulla necessità di una guerra contro l’estero, contro altre nazioni, più proclamano con insistenza la pace e la concordia fra i membri della loro nazione. A questa domanda di unità interna il liberale non si oppone affatto. Al contrario: la richiesta di pace all’interno di ogni nazione è essa stessa un risultato del pensiero liberale e salì alla ribalta soltanto quando le idee liberali del diciottesimo secolo furono accettate più apertamente. Prima della filosofia liberale, con la sua incondizionata esaltazione della pace che influenzò le menti degli uomini, gli scoppi delle guerre non si limitavano a conflitti fra un paese e l’altro. Le nazioni erano esse stesse lacerate da continui conflitti civili e sanguinarie lotte interne. Nel diciottesimo secolo i britannici si schieravano ancora in battaglia fra di loro a Culloden, così come anche nel tardo diciannovesimo secolo, in Germania, mentre la Prussia intraprese la guerra contro l’Austria, gli altri stati tedeschi si unirono in battaglia, da entrambe le parti. All’epoca la Prussia non vide nulla di sbagliato nel combattere al fianco dell’Italia contro l’Austria tedesca e, nel 1870, soltanto il rapido progredire degli eventi impedì all’Austria di unirsi alla Francia nella guerra contro la Prussia ed i suoi alleati. Molte delle vittorie di cui l’esercito prussiano è così orgoglioso furono vinte da truppe prussiane contro altri stati tedeschi. Fu il liberalismo che insegnò per la prima volta alle nazioni come preservare nella loro conduzione degli affari interni quella pace che si desidera insegnar loro a mantenere anche nelle relazioni con gli altri paesi.

È dal carattere internazionale della divisione del lavoro che il liberalismo trae la sua ferma e inoppugnabile tesi contro la guerra. La divisione del lavoro per lungo tempo è andata al di là dei confini di una sola nazione. Nessuna nazione civilizzata può oggi soddisfare come comunità auto-sufficiente i propri bisogni tramite la sua sola produzione. Tutte sono obbligate ad acquisire dei beni dall’estero e a pagarli esportando i propri prodotti nazionali. Tutto ciò che avrebbe l’effetto di prevenire o fermare lo scambio internazionale di beni arrecherebbe un immenso danno all’intera civiltà umana e minerebbe il benessere e, certamente, le basi stesse dell’esistenza di milioni e milioni di persone. In un’era in cui le nazioni sono reciprocamente dipendenti dai prodotti di provenienza straniera le guerre non possono più essere intraprese. Dato che ogni arresto nel circolo delle importazioni potrebbe avere un effetto decisivo sui risultati di una guerra intrapresa da una nazione coinvolta nella divisione internazionale del lavoro, una politica che desideri prendere in considerazione la possibilità di una guerra dovrebbe cimentarsi nel rendere la propria economia nazionale auto-sufficiente, ossia, dovrebbe puntare – anche in tempo di pace – a far sì che la divisione internazionale del lavoro finisca ai suoi stessi confini. Se la Germania avesse desiderato isolarsi da tale divisione mondiale e avesse tentato di soddisfare tutti i propri bisogno direttamente tramite la propria produzione nazionale, il prodotto annuale totale sarebbe diminuito e così il benessere, lo standard di vita ed il livello culturale dei tedeschi sarebbero calati considerevolmente.

Tratto da “Liberalism” di Ludwig von Mises

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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La Moneta: III Parte

Mer, 16/04/2014 - 08:00

Critiche alla riserva frazionaria

Per gli Austriaci il sistema basato sulla riserva frazionaria è un sistema di contraffazione legalizzata. In esso, infatti, due soggetti diversi sono titolari della proprietà dello stesso bene: nell’esempio numerico precedente, quando la banca X presta i primi €900, questi sono contemporaneamente nella disponibilità del depositante A e di B, colui che ha preso in prestito; ciò che rappresenta un’impossibilità giuridica. Per uno dei due dunque è stata creata moneta artificiale dal nulla. In realtà, X ha commesso appropriazione indebita, perché ha trasferito a B una proprietà di A. E A non ne ha più la disponibilità, come è dimostrato da ciò che accadrebbe se decidesse di ritirarla. È come se una compagnia aerea emettesse più biglietti dei posti (assegnato lo stesso posto a più persone); se il giorno del viaggio si presentano tutti, la truffa viene scoperta; il sistema bancario a riserva frazionaria regge perché non tutti si presentano il giorno del viaggio. Libertà di contratto significa che due soggetti, X e B, dispongono delle loro proprietà, non che si accordano disponendo della proprietà di un terzo, A.

La conferma che la moneta fiduciaria creata attraverso la riserva frazionaria è moneta fittizia è data dal fatto che, appena i risparmiatori si recano agli sportelli e la reclamano, essa evapora, scompare.

La contraffazione è consentita dal fatto che il sistema con Banca centrale pubblica monopolista ha reso il settore bancario un cartello.

Per la Banca centrale vale la considerazione fatta per qualsiasi ente pubblico pianificatore: non ha le informazioni e i segnali di prezzo necessari per poter coordinare in maniera efficiente il sistema economico, in questo caso monetario; dunque provoca solo distorsioni.

Non lasciando fallire le banche irresponsabili, questo sistema impedisce la selezione fra imprese buone e cattive. Per di più, l’impossibilità di fallire, e dunque la mancanza di rischio, induce le banche a operare con ancora minor prudenza (azzardo morale). Questo meccanismo di irresponsabilità è ulteriormente alimentato dall’assicurazione obbligatoria dei depositi: i clienti delle banche sono meno attenti perché, in caso di fallimento della banca, non perdono i propri risparmi; e le banche effettuano investimenti più rischiosi perché, in caso di insolvenza, i clienti verrebbero risarciti con il fondo di garanzia interbancario imposto dalla legge[1].

Effetti – Nel meccanismo di moltiplicazione gli effetti sono tre: 1) inflazione, cioè aumento della quantità di moneta e dunque riduzione del suo potere di acquisto; 2) redistribuzione del reddito a favore: della banca, sotto forma degli interessi che essa incassa sulla moneta creata dal nulla; di coloro che prendono in prestito, che possono acquistare beni e servizi; e dei venditori di tali beni e servizi che godono degli aumenti di prezzo indotti dall’incremento di domanda; 3) essendo la moneta creata dal nulla, senza un precedente risparmio, l’effetto è una distorsione nell’allocazione delle risorse che viene successivamente pagato con la recessione o la depressione (teoria del ciclo).

Nel caso di sovraemissione di moneta cartacea rispetto all’oro, l’atto fraudolento è dato dal fatto che i certificati senza copertura vengono scambiati sul mercato sulla stessa base di quelli con copertura, in quanto sul piano grafico sono identici; dunque vengono scambiati beni (di cui i certificati dovrebbero essere rappresentativi) che non esistono.

La moneta è il bene più soggetto alla pratica della sovraemissione, perché è un bene che non viene utilizzato per il consumo diretto, ma per lo scambio; quindi le persone non hanno bisogno di avere presso di sé l’oro, basta loro il certificato (non farebbero così per un bene come la macchina, che procura un’utilità nel momento in cui se ne ha la disponibilità). Inoltre, essendo l’oro un bene omogeneo (fungibile), a chi ritira non interessa di avere esattamente l’unità fisica di oro che aveva depositato; ciò consente alla banca di sovraemettere con più facilità: a chiunque viene a ritirare si può dare un’unità qualsiasi dell’oro disponibile.

Non bisogna confondere questa pratica con il credito (la vera e propria intermediazione fra risparmiatori e investitori), attività perfettamente legittima e ineccepibile. Il credito consiste in questo: l’individuo A trasferisce alla banca B 1000 once d’oro o euro, e la fondamentale differenza rispetto al semplice deposito è che risparmiatore (A) e banca (X) si accordano sul periodo di tempo per il quale la banca può disporre della somma di moneta senza che il risparmiatore possa ritirarla. Al termine del periodo – ad esempio un anno solare – la banca restituisce la somma con l’aggiunta di un determinato tasso di interesse. La banca a sua volta presta questa somma all’imprenditore B, ad un tasso di interesse maggiore (è il suo guadagno per aver svolto la funzione di indirizzare il risparmio verso coloro che ne hanno bisogno). La banca ha trasferito a B moneta “vera”.

Ma se la banca crea moneta dal nulla e la trasferisce a B, ha messo in circolazione carta senza copertura (e ha aumentato la quantità di moneta). Inoltre, nel credito, prima B e poi la banca (ad A) devono restituire la somma alla data di scadenza, cioè in un dato tempo futuro. Invece nella creazione di moneta fiat qualunque possessore del certificato o dell’assegno può chiedere di convertirlo in oro (o, oggi, in banconote) in qualsiasi momento; cioè, per la banca, il debito è istantaneo (se arriva il cliente per la conversione), l’asset che ne è all’origine (credito) non lo è (ad es. ha scadenza un anno, il tempo di durata del prestito). Nelle banche dunque viene violata una regola di sana contabilità rispettata in ogni altro settore: in un’impresa la struttura temporale degli attivi (asset) non deve essere più lunga della struttura temporale del passivo; cioè i crediti devono rientrare prima dei debiti equivalenti, o comunque alla scadenza di un debito vi deve essere un attivo equivalente per farvi fronte.

Questo tipo di credito si chiama credito di circolante (circulating credit), mentre il credito serio, non truffaldino, realizzato con la moneta vera si chiama credito merce (commodity credit).

In conclusione per produrre credito non c’è bisogno di creare moneta fasulla, senza copertura. Non è vero che affinché vi sia il credito è necessaria la riserva frazionaria.

Dunque le due attività delle banche, che andrebbero tenute separate (e in passato lo erano), sono l’attività di deposito (nella quale non dovrebbero prestare la moneta depositata; e per il servizio svolto incamerare una commissione, non un interesse) e l’attività di intermediazione (possono prestare perché c’è un accordo con il cliente depositante; la differenza fra l’interesse incassato e l’interesse pagato al depositante è il reddito per il servizio svolto)[2].

La riserva frazionaria implica una deliberata confusione fra le due attività.[3]

Aggregati monetari

Dunque nei sistemi monetari contemporanei i tipi di moneta, cioè le forme che la moneta assume, sono:

 

[4][5][6]

Nella maggior parte delle classificazioni è definito anche un aggregato più ampio, M3, costituito da M2 più alcuni strumenti emessi da istituti bancari o finanziari, come i fondi pronti contro termine, le quote di fondi di investimento monetario e le obbligazioni con scadenza fino a due anni[7]. M3 è l’aggregato utilizzato dalla Bce ai fini degli obiettivi di politica monetaria[8].

Tale classificazione segue un criterio di “convertibilità”, cioè di trasformabilità immediata e senza costi (alla pari) in mezzo di pagamento[9]. I depositi a vista vengono in genere compresi nella moneta perché sono considerati sostituti perfetti della moneta, in quanto 1) sono prontamente convertibili in contanti alla pari e 2) sono utilizzati per effettuare qualunque pagamento. In un sistema a riserva frazionaria i depositi a vista di fatto non sono tutti convertibili in contante; ma ciò che conta è che il pubblico crede che siano immediatamente convertibili, e dunque possono essere considerati moneta. Se la fiducia in una banca venisse meno, i suoi depositi a vista non sarebbero più considerati equivalenti al denaro contante; dunque la loro caratteristica di moneta è subordinata alla circostanza della fiducia del pubblico. Tuttavia, nel quadro giuridico-istituzionale contemporaneo, l’eventuale intervento della banca centrale, che può stampare moneta e prestarla alla banca in difficoltà, e l’assicurazione sui depositi garantiscono la conversione immediata alla pari, rendendo dunque i depositi a vista sostituti perfetti dei contanti.

Per quanto riguarda i depositi vincolati (a scadenza), il loro inserimento nell’offerta di moneta è controverso. I contrari sostengono che rappresentano una forma di credito in quanto 1) la banca può per legge chiedere un periodo di tempo, in genere 30 giorni, prima di convertire il deposito in contante, sicché esso non è immediatamente convertibile a richiesta, ciò che è il requisito-chiave per stabilire se un asset è moneta o no; 2) su un deposito vincolato non si possono emettere assegni e un prelievo di contante può essere effettuato solo dietro presentazione del libretto; dunque tale deposito non è facilmente trasferibile; e 3) sui depositi vincolati la banca paga interessi, e va considerata moneta solo quella che non frutta interessi. I favorevoli (Rothbard) replicano che 1) il preavviso di 30 giorni di fatto non viene mai applicato; 2) l’operazione di prelievo è solo un po’ più lunga (bisogna andare in banca e prelevare il contante) ma la sostanza del processo è la stessa: un deposito detenuto presso una banca è la fonte di un pagamento monetario; 3) è capitato che anche sui depositi a vista le banche abbiano pagato interessi. In sostanza, se i depositi a risparmio sono moneta dipende da un fatto culturale, cioè dalle convenzioni e abitudini che si affermano in un dato sistema economico: se tali depositi vengono convertiti a vista in moneta standard, allora possono essere inseriti nell’offerta di moneta [10].

Quasi moneta – La quasi moneta non è moneta, dunque non va computata nell’offerta di moneta complessiva. Per quasi moneta si intendono i beni che hanno un altissimo grado di commerciabilità: obbligazioni di alta qualità, alcune azioni, alcune merci all’ingrosso. In genere sono titoli che hanno un ampio mercato e sono immediatamente vendibili al più alto prezzo che il mercato fisserà. Il test per stabilire che non sono moneta consiste nel fatto che non sono utilizzati per rimborsare i debiti, né si pretende che siano accettati come mezzi di pagamento. Tuttavia vengono tenuti come asset dagli individui e la loro presenza riduce la domanda di moneta, che viene così economizzata. Sulla base del criterio della convertibilità immediata, anche i titoli di stato vengono però spesso inseriti nell’offerta di moneta.

Le attività finanziarie possono essere rappresentate lungo un continuum che va dalla massima liquidità (disponibilità per gli scambi) e zero interesse (moneta) ad alto interesse e zero liquidità (l’obbligazione di una società), con posizioni intermedie che costituiscono un mix delle due caratteristiche. In tal modo si evidenzia che tutte le attività finanziarie offrono un rendimento, dove quello della moneta è costituito dai servizi derivanti dalla disponibilità, cioè la scambiabilità immediata con tutti i beni.

L’offerta di moneta è il numero totale di unità monetarie nel sistema economico.

Se si utilizza moneta merce, lo stock totale di moneta in una società è il numero totale di unità (in genere unità di peso, es. once) della merce in un dato momento; in sostanza, è il peso totale della moneta-merce in un dato tempo. Esso dipende dalla produzione del passato e da quella annuale. Incrementi della quantità di moneta (merce) possono determinarsi solo in seguito all’estrazione di nuovo metallo[11], mentre riduzioni della quantità di moneta si verificano solo in seguito all’usura fisica del bene e agli usi non-monetari, cioè gli impieghi industriali (es. gli orecchini, le collane ecc.).

Un aumento dei mezzi fiduciari aumenta la quantità di moneta (e una riduzione li riduce). Infatti i certificati non coperti creati dal nulla si aggiungono alle disponibilità di cassa degli individui.

Dunque un aumento o una diminuzione della quantità di mezzi fiduciari influenza il potere d’acquisto della moneta in modo identico alle variazioni della quantità di moneta.

In ogni dato momento esiste un dato stock di moneta, e ogni unità di essa sarà posseduta da qualcuno. È dannoso e fuorviante, come fece Fisher, trattare la moneta come qualcosa la cui caratteristica peculiare è di “circolare”, o dividerla in “moneta circolante” e “moneta oziosa”: la moneta non “circola” come se fosse guidata da un processo meccanico e impersonale, bensì viene trasferita dal portafoglio di una persona a quello di un’altra. In ogni momento tutta la moneta è sempre in possesso di qualcuno, cioè è nella sua dotazione monetaria (contanti).

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla II Parte

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[1] In Italia la somma che viene coperta arriva fino a circa 103.000 euro per ciascun correntista (2008).

[2] Un argomento spesso utilizzato a favore della riserva frazionaria è che, con la riserva del 100%, le banche non potrebbero trarre guadagni sufficienti dalla loro attività. Ma l’obiezione è curiosa: come tutte le altre imprese, le banche hanno il diritto di conseguire profitti in maniera lecita; profitti che, come detto sopra, sarebbero dati dalle commissioni per l’attività di deposito e dagli interessi nell’attività di intermediazione.

[3] Gene Callahan sulla natura dei prestiti: quando un individuo prende in prestito moneta per acquistare un trattore, è il trattore che prende in prestito, non la moneta. Non ci si deve far fuorviare dal velo della moneta, la gente la prende in prestito per i beni che con essa può acquistare. Questo si può vedere meglio se si considera che, qualunque sia la quantità di moneta in circolazione, tutti coloro che prendono in prestito considerati insieme non possono ottenere più trattori, case, macchinari e materie prime di quelli che i prestatori presi tutti insieme possono fornire.

[4] A rigore vanno aggiunte anche le valute estere cedute dagli operatori che affluiscono alle riserve della Banca centrale. Oggi la maggior parte della base monetaria è costituita dalle riserve delle banche. Nei paesi dell’area dell’euro il circolante è complessivamente pari a 588,3 miliardi di euro (valori a febbraio 2007).

[5] I depositi a vista nell’Eurozona sono pari a 3120,4 miliardi di euro (febbraio 2007).

[6] Nell’Eurozona sotto questa voce vengono compresi i depositi con durata prestabilita fino a 2 anni (1468,3 miliardi) e i depositi rimborsabili con preavviso a 3 mesi (1537,9 miliardi).

[7] Coloro che criticano l’inserimento di queste componenti fra la moneta fanno osservare che alcune di esse non rappresentano la forma in cui avviene il pagamento finale dei beni e servizi acquistati, un utile criterio per sapere che cosa è moneta.

[8] Gli aggregati monetari ampi mostrano maggiore stabilità di quelli ristretti in quanto sono meno influenzati da processi di sostituzione fra le componenti realizzati dagli istituti bancari e finanziari; ma sono meno controllabili degli aggregati ristretti. La Bce fissa il valore di crescita di M3 sulla base dell’obiettivo di tasso di inflazione (tetto 2%), della stima della crescita del  Pil reale (2-2,5%) e dei mutamenti della velocità di circolazione della moneta (- 1%); in conseguenza di questi valori, nel 1999 e nei due anni successivi il Consiglio direttivo decise di fissare il valore di riferimento al 4½ per cento annuo.

[9] Molti economisti, anziché il termine “convertibilità”, utilizzano il termine “liquidità”; ma i due concetti sono diversi: infatti la liquidità è la vendita di un’attività in cambio di moneta, ma non a un tasso fisso (alla pari), bensì al tasso corrente, che è fluttuante, e quindi potrebbe causare perdite in conto capitale. Dunque non basta che un’attività sia molto liquida per essere moneta. Ad esempio, un’azione può essere molto “liquida”, ma il fatto che la sua conversione in moneta non sia fatta ad un tasso fisso, ma al tasso di mercato del momento, esclude che l’azione faccia parte dell’aggregato moneta (e infatti nessun economista ve la inserisce). E lo stesso vale per qualunque strumento di credito. La liquidità di un’attività è condizionata dalla scadenza (più è vicina, più l’attività è liquida) ed è in genere correlata negativamente con il rendimento: quanto maggiore è l’interesse meno liquida è l’attività. Inoltre, quanto più elevata è la scadenza, più alto è il tasso di interesse.

[10] Per la scuola Austriaca, in seguito al soggettivismo della teoria, non è possibile definire in astratto e per sempre quali asset compongono la moneta: infatti, se è moneta ciò che è immediatamente mezzo di pagamento o ciò che è immediatamente convertibile alla pari in mezzo di pagamento, che un singolo asset abbia questa caratteristica dipende dalla valutazione soggettiva di coloro che devono riceverlo in cambio dei beni ceduti. Per Rothbard, in un dato momento storico, fine anni ’70, l’offerta di moneta è stata composta da: contanti + depositi a vista + depositi a risparmio delle banche commerciali e delle cooperative di risparmio e credito (savings and loan association) + i certificati di deposito (detratta la penalità per il rimborso anticipato) + il corrispettivo monetario delle polizze delle compagnie di assicurazione sulla vita (in quanto convertibili alla pari in contanti su richiesta in qualsiasi momento). M.N. Rothbard, Austrian Definitions of the Supply of Money, in L. Spadaro (a cura di), New Directions in Austrian Economics, Sheed Andrews and McMeel, Kansas City, 1978, pp. 143-156; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 337-349. J. Salerno inserisce in quella che definisce True Money Supply (TMS) i contanti (cash), i depositi a vista (demand deposit) presso le banche (compresi i depositi dello stato presso le banche e la banca centrale), i depositi a risparmio e le obbligazioni di risparmio del Tesoro (U.S. Savings Bonds, componente di M3 nella classificazione ufficiale; per Salerno sono convertibili istantaneamente a un valore sotto la pari ma fissato in anticipo). J. Salerno, The ‘True’ Money Supply: A Measure of the Supply of the Medium of Exchange in the U.S. Economy, in  “Austrian Economics Newsletter” 6, primavera 1987, pp. 1–6. F. Shostak invece propone una classificazione più restrittiva, non inserendo i depositi vincolati, che vengono ritenuti una transazione a credito. Anche se la banca non impone i termini di attesa (es. i 30 giorni) per il prelievo, per soddisfare la domanda del cliente cede altri asset in cambio di contanti; gli acquirenti degli asset si privano dei loro contanti, che vengono trasferiti al cliente del deposito a risparmio (F. Shostak, The Mistery of the Money Supply Definition, in “The Quarterly Journal of Austrian Economics” vol. 3, No. 4, inverno 2000, pp. 69–76). Per tutti questi autori Austriaci le quote dei Money Market Mutual Funds (MMMF; fondi comuni che investono in strumenti del mercato monetario, dunque di breve termine e altamente liquidi, come titoli pubblici, certificati di deposito, carta commerciale, accettazioni bancarie) non devono essere incluse, in quanto non sono convertibili alla pari; rappresentano solo uno spostamento di moneta da un soggetto a un altro, non la creazione di nuova moneta, e dunque computarli rappresenterebbe una duplicazione.

[11] In un sistema aureo di mercato, la quantità di oro da estrarre sarà determinata dal mercato come per ogni altro prodotto: in base al profitto atteso. Il profitto dipenderà dal confronto fra valore del prodotto (ricavi) e costi. Ma poiché l’oro è la moneta, la quantità estratta dipenderà dai costi di produzione, che saranno in parte determinati dal livello generale dei prezzi. Se i prezzi salgono, saliranno anche i costi dell’estrazione, e la produzione di oro si ridurrà o si bloccherà. Viceversa se i prezzi si riducono.

Qualcuno ha obiettato che un incremento annuo, anche piccolo, nella produzione di oro è un esempio di fallimento del mercato, perché se qualsiasi quantità di moneta va bene, allora produrre oro è uno spreco, oltre che un’azione inflazionistica. Ma questa affermazione ignora il fatto che l’oro, oltre ad essere moneta, è anche un bene di consumo: dunque un aumento dell’offerta di oro determina una riduzione del suo prezzo, dunque una riduzione del prezzo dei beni d’oro (gioielli ecc.), e ciò rappresenta un incremento di benessere per la società.

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