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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 42 min fa

Austriaci e monetaristi

Mer, 25/03/2015 - 09:00

Di seguito vengono esaminate, in maniera schematica e per punti, le differenze fra le due Scuole[1].

1) Metodologia

  1. a) La Scuola di Chicago è positivista, preferisce l’analisi storica, quantitativa, basata sull’equilibrio; le teorie devono essere testate empiricamente e, se i risultati le contraddicono, devono essere respinte o riviste. Gli austriaci sono per un’analisi deduttiva, soggettiva, qualitativa, basata sul processo di mercato in squilibrio; l’economia dev’essere basata su assiomi autoevidenti; i dati empirici non possono provare o confutare alcuna teoria. Le relazioni interpersonali che si manifestano nello scambio non possono essere misurate, in quanto espressione di preferenze soggettive e mutevoli, non suscettibili di previsione econometrica e non imprigionabili in costanti quantitative.

Skousen ha fatto notare che anche il modello di Friedman a volte ha sbagliato le previsioni: ad es. negli anni ‘70 non previde l’aumento del prezzo del petrolio e negli anni ‘80 sottostimò la disinflazione[2].

  1. b) I Chicago sono per un modello di concorrenza pura “sempre in equilibrio”, che assume che vi sia informazione perfetta e senza costi. Gli austriaci per un modello più dinamico, che enfatizza il funzionamento del mercato come un “processo”, che inevitabilmente è basato sulla creazione di “squilibri” creativi.

La Scuola di Chicago ammette sul piano teorico il concetto di “concorrenza perfetta” (ogni produttore è piccolo in misura sufficiente a non poter influenzare il prezzo del proprio prodotto), migliore della concorrenza imperfetta esistente nel mondo reale; e quindi accoglie la necessità di normative antitrust (ma successivamente ha modificato tale posizione in una direzione più liberista, rimanendo a favore di interventi solo nei confronti delle fusioni orizzontali, giudicate nella maggior parte dei casi collusive e dannose per i consumatori)[3].

2) La moneta

Entrambi sono favorevoli alla riserva del 100%, in quanto sistema di stabilizzazione. Tuttavia la differenza è sul tipo di moneta che funge da copertura: i Chicago sono per la fiat money, gli Austriaci per l’oro o la merce pregiata scelta dal mercato.

Friedman è stato favorevole all’eliminazione di qualsiasi legame delle valute con l’oro, e a un sistema cartaceo inconvertibile sotto il controllo completo del sistema della Riserva federale; ogni Stato ha il potere e il monopolio assoluto di stampare la propria moneta fiat. Gli argomenti sono i seguenti: il più importante è lo spreco di risorse necessario a estrarre, lavorare e conservare l’oro (per lasciarlo poi immobilizzato nei forzieri di Fort Knox); per Friedman il costo sarebbe pari al 4% del pil ogni anno, imparagonabile con il costo trascurabile della produzione della moneta fiat. Il secondo motivo è che le variazioni della quantità di moneta in conseguenza di scoperte di oro sarebbero considerevoli e improvvise, determinando inflazione dei prezzi e instabilità ciclica.

Gli Austriaci sono favorevoli a un sistema aureo completo o al free banking. Per quanto riguarda il costo di produrre oro, R. Garrison ha risposto a Friedman che oggi si continua a estrarre e lavorare oro, dunque i costi ci sono comunque, non lieviterebbero in misura particolare se si tornasse al gold standard; anzi, è proprio la presenza della moneta cartacea ad accentuare i costi dell’estrazione-lavorazione dell’oro, perché il sistema cartaceo fa salire il prezzo dell’oro, e dunque incentiva la sua produzione. Per quanto riguarda le variazioni di potere d’acquisto a seguito di scoperte d’oro, Rothbard ha replicato che, qualunque bene venga scelto come moneta, le variazioni del valore di scambio sono inevitabili; e comunque, davanti alla pessima prova fornita dalla moneta cartacea nel corso del Novecento (inflazioni elevate), i rischi paventati per l’oro sono poca cosa.

Friedman, come I. Fisher, opera una separazione fra la sfera “micro” e la sfera “macro”. Da un lato vi è il mondo in cui si formano i singoli prezzi, sulla base della domanda e dell’offerta; da un altro lato esiste un “livello dei prezzi” aggregato, determinato dalla quantità di moneta e dalla sua velocità di circolazione; e questi due mondi non si incontrano. La sfera macro è tipicamente l’oggetto dell’intervento statale, che si ritiene non interferisca con i singoli prezzi. Lo Stato deve mantenere il livello dei prezzi stabile.

Gli Austriaci hanno integrato sfera micro e macro. I prezzi devono fluttuare liberamente. I monetaristi pongono come un dogma indimostrato la positività di un livello dei prezzi stabile; ma, ad esempio, nella prima metà dell’Ottocento il livello dei prezzi è stato costantemente in diminuzione; perché questo evento dovrebbe essere ritenuto negativo? Tutt’altro. Dunque nel settore monetario gli esponenti della Scuola di Chicago non sono free-marketers.

Nei rapporti fra monete Friedman è a favore di cambi flessibili, in quanto in tal modo i tassi di cambio rifletterebbero le variazioni della domanda e dell’offerta di monete, come avviene agli altri prezzi nel libero mercato. Gli Austriaci obiettano che in questo campo il libero mercato è chiamato in causa a sproposito, in quanto oggi le monete sono prodotte ed emesse dagli Stati. Inoltre, le monete oggi esistenti, se si risale indietro nel tempo, non erano altro che unità di peso dell’oro: ad es., prima del 1914 un dollaro era 1/20 di un’oncia d’oro, la sterlina ¼. Esse dunque differivano solo nel nome, in quanto erano differenti unità di peso dello stesso bene, l’oro. Una volta stabilita inizialmente quale unità di peso d’oro ogni singola valuta rappresentasse, i rapporti di scambio fra di loro erano automaticamente fissati: 1 sterlina pari a 5 dollari. Dunque gli stati non potevano “fissare arbitrariamente” alcunché: cambiare arbitrariamente i tassi di cambio sarebbe come cambiare arbitrariamente le unità di misura, cioè come dire che 1 metro non è composto da 100 centimetri ma da 105, il che è un’assurdità.

Ancora: perché non andare oltre e consentire monete diverse all’interno degli stati americani, liberamente oscillanti fra di loro; e poi monete a livello di contea, città, quartiere e così via? Ma a questo punto i commerci entrerebbero in una condizione caotica, perché verrebbe meno la principale funzione della moneta, l’essere mezzo di scambio generale, e con essa la possibilità del calcolo economico[4].

Neutralità o non neutralità della moneta – Per i monetaristi la moneta è neutrale nel lungo periodo. Per gli Austriaci non è neutrale né nel breve né nel lungo periodo, modifica l’economia reale, cioè la struttura produttiva, la distribuzione del reddito e i prezzi relativi. La conclusione monetarista è l’esito della summenzionata separazione fra sfera macro e sfera micro. In conseguenza di questa, per i monetaristi è possibile e utile concepire un “livello dei prezzi”, misurabile attraverso un indice; mentre per gli Austriaci tale aggregazione nasconde i mutamenti dei prezzi relativi, e la sua misurazione è fuorviante e poco significativa, perché ogni individuo ha proprio un paniere di beni, dunque un proprio indice dei prezzi, e amalgamarli non ha senso[5].

3) La teoria del ciclo economico

In generale i Chicago ritengono che l’aspetto più debole, anzi completamente sbagliato, della teoria Austriaca sia la teoria del ciclo, e la (connessa) teoria del capitale.

La teoria friedmaniana è puramente monetaria e aggregata. Aderendo all’ipotesi dei mercati efficienti (attori razionali e mercati che si aggiustano rapidamente), una recessione può essere causata solo da shock improvvisi. Il ciclo è fondamentalmente una serie casuale di aumenti e riduzioni nel tempo del livello dei prezzi. Non viene proposta una teoria sulla relazione causale fra i boom e le depressioni. Si registra solo statisticamente che il mercato è sottoposto a questa “danza della moneta”. Secondo il Plucking Model di Friedman, esiste una stretta correlazione fra l’ampiezza della contrazione e l’espansione successiva, ma non viceversa. Cioè, non è detto che se si verifica un periodo di grande boom, sicuramente successivamente si verifica una recessione altrettanto grande (critica della teoria del ciclo austriaca), mentre è sempre vero che a una recessione segue una ripresa della stessa consistenza (e successivamente una crescita più lenta ma stabile).

Se le autorità monetarie eccedono nell’aumentare la quantità di moneta, in base al meccanismo di trasmissione l’effetto è prevalentemente nominale (inflazione dei prezzi), non vi sono squilibri strutturali di lungo periodo nell’economia. La moneta addizionale introdotta si diffonde in maniera uniforme per tutto il sistema economico, e dunque altera i prezzi assoluti ma non i prezzi relativi e i processi produttivi; nel lungo periodo dunque è neutrale (il motivo di questo rifiuto a considerare più realisticamente gli effetti “parziali” della moneta risiede nella difesa del libero mercato: un sistema liberamente competitivo aggiusta rapidamente le distorsioni).  L’obiettivo dunque è che il governo controlli l’offerta di moneta per mantenere stabile il livello dei prezzi.

Teoria austriaca del ciclo: l’inflazione (o la riduzione del tasso di interesse al di sotto di quello di mercato) provocata dalle autorità monetarie determina distorsioni nel settore reale, in particolare sovrainvestimenti; la depressione è l’aggiustamento degli eccessi[6].

Il punto di vista dei monetaristi è puramente macroeconomico e ignora i mutamenti micro, cioè le modificazioni nella struttura produttiva, in particolare nel settore dei beni capitali, che fanno seguito all’aumento della moneta. Questo limite dipende anche dalla mancanza di una teoria del capitale (o di aver assunto la teoria del capitale à la Clark). I dati (USA anni ‘70, Giappone fine ‘80 e ‘90, USA 1995-2003) confermerebbero la tesi austriaca: nei periodi inflazionistici l’economia è molto più volatile.

Lettura della depressione del 1929: per Friedman la Federal Reserve erroneamente non aveva aumentato l’offerta di moneta durante la recessione, anzi l’aveva ridotta di un terzo (aumento dei tassi, sterilizzazione delle importazioni di oro, chiusura del credito alle banche) trasformando una recessione in una depressione. Per gli Austriaci l’errore era stato di inflazionare (aumento dell’offerta di moneta e del credito) durante gli anni ‘20, creando un boom da sovrainvestimento, artificiale; la depressione non fu che l’inevitabile aggiustamento di una struttura produttiva distorta. Inflazionare la quantità di moneta avrebbe solo aggravato la situazione e posposto la ripresa sana. La controversia dunque si sposta sull’evidenza empirica: Friedman mostra che nel periodo 1921-’29 la quantità di moneta M2 è cresciuta del 46%, meno della crescita del pil (4% contro 5,2% all’anno). Inoltre i prezzi negli anni ‘20 erano rimasti stabili (ma non quelli del mercato azionario); dunque la politica monetaria era stata corretta. Rothbard obietta sul tipo di aggregati finanziari da considerare: a M2 aggiunge le azioni delle società cooperative che erogavano mutui ai soci (savings and loans), i depositi presso le unioni di credito e i valori di riscatto delle assicurazioni sulla vita, tutti sostituti della moneta che potevano essere facilmente convertiti in moneta al loro valore nominale. Considerando anche questi aggregati l’incremento della quantità di moneta sarebbe del 61,7% e non del 46%. Economisti anche austriaci hanno detto che non c’era bisogno di forzare così tanto la definizione di moneta (i riscatti delle assicurazioni sulla vita in genere non sono trattati come attività liquide), perché per dimostrare una politica di credito facile bastava far riferimento alla riduzione artificiale del tasso di interesse al di sotto di quello naturale, che potrebbe aver determinato il boom dei beni capitali.

4) Politiche fiscali

  1. a) Friedman preferisce le imposte sul reddito. Prelevate attraverso la ritenuta alla fonte, da Friedman proposta durante la seconda guerra mondiale quando era al dipartimento del Tesoro.

Molti Austriaci non anarcocapitalisti preferiscono le imposte indirette, perché lasciano un margine di libertà in più.

  1. b) L’imposta negativa sul reddito, forma di assistenza ai più poveri. Per gli Austriaci disincentiva il lavoro e grava sui contribuenti.

5) Esternalità e servizi pubblici

Oltre a giustizia, ordine pubblico e difesa, Friedman ammette per l’istruzione e i parchi la mano pubblica, perché sono due casi in cui gli individui traggono benefici che non pagano; dunque bisogna essere costretti a pagare attraverso le imposte. Per gli Austriaci questo schema può essere applicato a quasi tutte le situazioni della vita umana, dunque in tal modo si statalizzerebbe quasi tutto[7].

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Friedman, M., Riformulazione della teoria quantitativa della moneta (1956), in Metodo, consumo e moneta, il Mulino, Bologna, 1996, pp. 215-239; ed. or. The Quantity Theory of Money: a Restatement, in M. Friedman (a cura di), Studies in the Quantity Theory of Money, University of Chicago Press, Chicago, 1956, pp. 3-21.

- La metodologia dell’economia positiva (1953), in Metodo, consumo e moneta, il Mulino, Bologna, 1996, pp. 93-136; ed. or. The Methodology of Positive Economics, in Essays in Positive Economics, University of Chicago Press, Chicago, 1953.

Rothbard, M. N., Milton Friedman svelato, in http://gongoro.blogspot.com/2008/06/milton-friedman-svelato.html, 10 giugno 2008. Ed. or. Milton Friedman Unraveled, in «Individualist», febbraio 1971, pp. 3–7.

Skousen, M., Vienna and Chicago, Friends or Foes?, Capital Press, Washington DC, 2005.

 Note

[1] Per un’illustrazione della teoria di Milton Friedman, v. P. Vernaglione, La Scuola di Chicago – il Monetarismo, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teorie-economiche/monetarismo.doc, 31 luglio 2009.

[2] Per un esame più approfondito delle differenze fra il metodo Austriaco e quello positivista, v. P. Vernaglione, Differenze epistemologiche, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/differenze-epistemologiche.doc, 31 luglio 2009.

[3] La Scuola di Chicago ha offerto un contributo decisivo anche alla tradizione di ricerca di Law and Economics. Per un’illustrazione di tale approccio e delle critiche degli Austriaci v. P. Vernaglione, Austriaci e Analisi economica del diritto, in http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-aed.doc, 31 luglio 2009.

[4] M.N. Rothbard, Gold vs. Fluctuating Fiat Exchange Rates, in H. F. Sennholz (a cura di), Gold is Money, Greenwood Press, Westport, Conn., 1975, pp. 24-40; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 350-363; The World Currency Crisis, in «The Free Market», febbraio 1986, pp. 1, 3–4.

[5] Su questo ultimo aspetto, v. M.N. Rothbard, Timberlake on the Austrian Theory of Money: A Comment, in «Review of Austrian Economics» 2, 1988, pp. 179-187.

[6] Per un’illustrazione più approfondita della teoria del ciclo Austriaca v. P. Vernaglione, Ciclo economico, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/ciclo.doc, 31 luglio 2009.

[7] Per la critica degli Austriaci alla teoria dei beni pubblici v. P. Vernaglione, Interferenze coercitive. L’intervento dello Stato, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/intervento-stato.doc, 31 luglio 2009, pp. 8-12.

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Boom petrolifero e overdose di stato

Lun, 23/03/2015 - 08:00

Fa di certo piacere quando lo stato acquista enormi quantità del tuo prodotto. Mentre il prezzo del petrolio continua a registrare  record negativi, gli automobilisti festeggiano ed i dirigenti delle compagnie pretrolifere sudano freddo. Niente paura: lo stato sta correndo in soccorso… dell’industria petrolifera. Il Department of Energy sta programmando un intervento tramite l’acquisto di 5 milioni di barili: è indispensabile per la sicurezza nazionale, che credevi?

Con un andamento che ha sorpreso ogni previsione, il prezzo del petrolio è crollato del 55% nell’ultimo anno apportando enormi benefici ad automobilisti, imprenditori e consumatori. E’ un impressionante esempio di quanto efficacemente i prezzi rivelino informazioni sulla realtà sottostante le risorse di mercato. La tecnologia ha spazzato via le paure selvagge ed infondate di carenze petrolifere: la produzione è ai massimi storici in risposta ad una domanda record. Gli incredibili eventi recenti sono un grande beneficio per i consumatori poiché le spinte al ribasso stanno tenendo a freno i prezzi al distributore. Il mercato ci offre petrolio come mai prima: non sta fallendo, sta invece registrando un successo oltre ogni aspettativa.

Gli “esperti” continuano ad ammonirci su come tale andamento sia solo temporaneo, ma nessuno può dirlo con esattezza: entro la fine dell’anno  potremmo anche vedere il petrolio a 20 $/barile. Il piano di acquisto di stato prevede il conferimento dei nuovi barili presso la Strategic Petroleum Reserve, un’eredità del passsato dalla presidenza Ford. Nelle parole del Department of Energy, essa fa incetta della produzione delle compagnie petrolifere “per proteggere gli Stati Uniti dal rischio di gravi interruzioni nell’approvvigionamento petrolifero tramite l’acquisto, deposito, distribuzione e gestione di scorte petrolifere d’emergenza”. Tuttavia, lungi dal notare un’interruzione nel servizio, stiamo assistendo ad un’offerta petrolifera  maggiore e migliore. Puoi capire dal gergo usato sopra quanto quel programma di stato sia invece tra i più arretrati immaginabili: esso dimostra la più totale incomprensione del funzionamento del sistema di prezzi, cioè del meccanismo che segnala carenze o surplus di mercato. I prezzi coordinano l’interesse di acquirenti e venditori trasmettendo informazioni reali sulla scarsità delle risorse sottostanti a un dato prodotto. Prezzi in aumento inviano informazioni sulla domanda e sull’offeta, disincentivando il consumo e promuovendo la produzione. Prezzi in calo a propria volta incoraggiano il consumatori all’acquisto, ed i produttori a diminuire la produzione.

Il sistema dei prezzi funziona davvero, nonostante certi penosi tentativi di pianificazione centralizzata. Il piano di acquisti di stato rappresenta inoltre solo mezza giornata di produzione petrolifera negli Stati Uniti, come se un intervento tanto minuscolo potesse fare la differenza tra prosperità e disastro. Se fosse davvero necessario detenere una riserva strategica di petrolio, non dovremmo allora averne una anche per le carote, la carne di manzo, gli iPad, le scarpe da tennis o l’uva passa? Tenetevi forte: per quest’ultima ne esiste davvero una: la National Raisin Reserve, anacronismo altrettanto bizzarro ereditato dall’era della Grande Depressione e che impone ai produttori di uva passa di destinare allo stato metà del proprio raccolto, al fine di mantenerne alto il prezzo.

La Strategic Petroleum Reserve detiene riserve totali pari a due mesi di produzione petrolifera degli USA, la quale rappresenta solo il 10% della produzione mondiale. Perché non portarla a sei mesi, o un anno? E perché mai solo mezza giornata di produzione? Non vi è alcun criterio razionale dietro a questa decisione. Poniamo che accada davvero una qualche sorta di catastrofe che provochi un blocco della produzione: i prezzi schizzerebbero alle stelle attivando un notevole aumento di produzione petrolifera in tutto il mondo. Poniamo anche che, per ragioni di politica estera, gli USA blocchino qualunque importazione petrolifera ed inizino ad attingere alle proprie riserve: non sarebbe di certo il consumatore a beneficiarne ma lo stato, il quale si preoccuperebbe di inviarle all’esercito ed a tutte le proprie agenzie ritenute essenziali.

In altre parole, questo programma non ha nulla a che fare con te e me, nemmeno in teoria. Per comprendere come una creatura come la SPR possa mai esistere basterà guardare a chi ne beneficia di più: l’industria petrolifera. E’ un mercato protetto, un sussidio alla grande industria proprio come i buoni alimentari lo sono per il settore agricolo. Forse è questo il motivo per cui una simile proposta viene rispolverata proprio ora che i prezzi petroliferi sono in forte discesa: per assistenzialismo di stato all’industria, per altro ben poco velato.

Il programma di sussidio della SPR fu introdotto quando i prezzi del petrolio erano controllati dallo stato e sull’industria petrolifera gravavano forti pressioni finanziarie: la riserva contribuì ad alleviare tale pressione, classico caso di come un intervento di stato ne richieda poi un altro fino a che una certa categoria privilegiata resti soddisfatta del nuovo equilibrio. La SPR fu la classica toppa sopra un “buco del mercato” creato dallo stato. Non si ha più un controllo sui prezzi petroliferi sin dagli ultimi anni ’70, il che rimuove ogni necessità oggettiva di una riserva. Il solo periodo in cui si sono registrate code ai distributori fu quando era presente uno zar che ordinava alle persone quanta benzina acquistare ed a quale prezzo. Le code sparirono dopo la rimozione di tale controllo.

Qual è il danno provocato dalla Strategic Petroleum Reserve? Innanzitutto quello di uno scriteriato spreco di soldi del contribuente. Qualora l’offerta di petrolio fosse davvero carente, il fatto di iniettarne altro proveniente da una riserva di stato attiverebbe nel mercato pressioni al ribasso dei prezzi, riducendo l’incentivo dei produttori ad aumentare la produzione proprio quando ce ne sarebbe più bisogno.

La SPR è un perfetto esempio del pericolo di un qualunque programma di governo: una volta avviato è estemamente difficle liberarsene, indipendentemente da quanto irrilevante il motivo iniziale sia diventato. Eccoci dunque quarant’anni dopo, con significativi aumenti della produzione petrolifera e dell’innovazione nel campo della raffinazione e distribuzione, ma stiamo ancora pagando caro per un piano di accumulo privo di alcun senso dal punto di vista economico. Lo si dovrebbe abolire del tutto, come suggerì Ronald Reagan nel 1980 (prima di cambiare idea e dirsi favorevole ad una sua espansione). In conclusione, si può dire che la SPR assomigli molto al Servizio Postale: esiste solo grazie ad una magica combinazione di ingoranza economca e privilegi di casta.

(Originale: Oil Boom and Governemnt Glut)

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Quando sognavano l’Unione Sovietica

Ven, 20/03/2015 - 09:00

The Austrian School: Past and Present, scritto da Randall G. Holcombe come introduzione alla raccolta di saggi da lui curata, 15 Great Austrian Economists (Ludwig von Mises Institute, 1999), è un saggio molto ricco di informazioni e di spunti. Ho scelto di tradurne alcuni brani significativi, perché è opportuno non dimenticare, oggi, quali siano stati, in un passato ancora prossimo, miti e modelli dei macroeconomisti. Sperando che quel passato non ritorni, in versione anche peggiore, come futuro distopico, visto che tutto fa pensare che il mainstream dei simil-economisti continui a lavorare in quello stesso senso…

Un altro fattore che ha allontanato l’economia Austriaca dal mainstream è stato il dibattito sul calcolo socialista. Nel 1919, poco dopo la formazione dell’Unione Sovietica, Ludwig von Mises, ad un convegno della professione, presentò un articolo dove sosteneva la tesi che le economie a panificazione centrale fossero condannate al fallimento. Mises ha sviluppato la propria idea in opere successi e e ha continuato a difendere la sua tesi fino alla morte, nel 1973. Hayek si è unito al dibattito al fianco di Mises, un’aggiunta di peso; ma la maggior parte degli altri economisti si è ammassata sull’altro fronte, dando vita a quello che è stato chiamato il dibattito sul calcolo economico socialista. L’opinione comune degli economisti di professione era che Mises avesse torto e che la pianificazione centrale non solo fosse praticabile, [ma] che fosse superiore al mercato come metodo di allocazione delle risorse economiche. Mises, il principale portavoce della Scuola Austriaca, è stato identificato con la sua posizione nel dibattito sul calcolo socialista in modo tanto stretto che ha gettato un’ombra su tutta quanta la teoria economica Austriaca. Entro il 1950, qualsiasi economista esprimesse sostegno alla Scuola Austriaca si stava, implicitamente, schierando su quella che era generalmente considerata la posizione perdente nel dibattito. Pochi economisti dell’ambiente accademico erano disposti a farlo.

Entro la metà del ventesimo secolo, la teoria economica si è concentrata sulle condizioni matematiche per l’equilibrio economico, e la politica economica si è concentrata sui modi in cui l’intervento del Governo nell’economia può favorire la prosperità. La teoria Austriaca, con la sua enfasi sui processi di mercato anziché le condizioni di equilibrio, con la sua attenzione per l’attività d’impresa, anziché l’equilibrio concorrenziale sui merci a zero profitti, e con la sua attenzione per l’allocazione delle risorse prodotta dal mercato anziché per la pianificazione governativa, si era spostata ai margini della scienza economica, da una delle forze principali al centro del pensiero economico, qual era stata.

Giunti al 1950, tutto ciò che restava della Scuola Austriaca era Ludwig von Mises, e i suoi studenti alla New York University. Mises e Hayek, i due Austriaci più in vista, erano sempre identificati con la loro ostinazione a credere che le economie socialiste fossero condannate a fallire, la quale li screditava agli occhi della maggior parte dei professori di economia.

[…]

Dal suo nadir a metà del ventesimo secolo, la teoria Austriaca ha continuato a guadagnare visibilità, sia dentro l’accademia sia fuori. F.A. Hayek ha vinto il Premio Nobel per l’economia nel 1974, dando alla Scuola Austriaca attenzione e rispettabilità. A quel punto, un piccolo movimento i rinascita Austriaca, condotto da Kirzner e Rothbard, era già in corso, e il Premio Nobel di Hayek gli ha fornito una spinta in più. Tuttavia, la Scuola Austriaca era sempre banded dal fatto di trovarsi sulla posizione perdente nel dibattito sul calcolo socialista. Nel 1973, l’anno della morte di Mises, Paul Samuelson, altro Premio Nobel per l’economia e uno dei più importanti professori di economia della corrente dominante, sosteneva, nel proprio manuale introduttivo, che, a dispetto del fatto che l’Unione Sovietica aveva circa metà del reddito pro capite USA, il suo sistema economico superiore, basato sulla pianificazione centrale, le assicurava una crescita più rapida. Basandosi su quest’assunto, Samuelson prevedeva che il reddito pro capite nell’URSS potesse raggiungere quello degli Stati Uniti già nel 1990, e quasi certamente entro il 2015.1 Tenete presente che la previsione di Samuelson si trovava in un best-seller, il suo manuale istituzionale per matricole, e che era la linea standard che si insegnava nelle aule universitarie in quel tempo. Chiaramente, il mainstream non aveva accettato le idee della teoria Austriaca.

Ironicamente, il dibattito sul calcolo socialista, che tanto aveva macchiar la reputazione della Scuola Austriaca perché Mises e Hayek rifiutavano di cedere, divenne una delle maggiori vittorie della teoria economica Austriaca dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, seguito dal collasso dell’Unione Sovietica nel 1991. Saltò fuori che Mises aveva ragione, e i ritmici della Scuola Austriaca, che un tempo ne avevano respinte le tesi come fuori del mondo, vennero convertiti, se non in fan, almeno in esploratori curiosi. Economisti che, in un altro momento, avevano scartato la Scuola Austriaca volevano scoprire quali intuizioni avessero portato Mises e una misera manciata di altri ad essere così certo delle loro idee, a dispetto della disapprovazione pressoché unanime degli economisti di cattedra e di carriera.

Mentre il ventesimo secolo si avvicina al termine, molte delle idee che un tempo distinguevano la teoria Austriaca dal mainstream sono, ora, oggetto di indagine da parte degli economisti mainstream. Decenni or sono, i macroeconomisti hanno riconosciuto a necessità di disaggregare le proprie elaborazioni teoriche, scendendo al lavello del comportamento individuale, e gli economisti riconoscono sempre più l’importanza dell’incertezza e dell’informazione imperfetta per il modo in cui gli individui prendono decisioni e i mercati operano. Tuttavia, resta una divisione netta in molte aree; la più ovvia è, forse, la persistente concentrazione del mainstream sulle proprietà matematiche dell’equilibrio, rispetto alla concentrazione degli Austriaci sul processo di mercato.

NOTE

1 Paul A. Samuelson, Economics, New York 1973 (IX ed.), pag. 883.

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Quando è lo stato a seminare malattie.

Mer, 18/03/2015 - 08:00

Conoscete quel vecchio mito sull’industria del confezionamento carni? Nel 1906 Upton Sinclair pubblicò il proprio libro, dal titolo The Jungle, e scandalizzò il paese intero descrivendo gli orrori di quel settore. Esseri umani bolliti in tinozze e spediti al macello; parti di roditori mescolate alla carne, e così via. Di conseguenza, il Federal Meat Inspection Act fu approvato in parlamento ed i consumatori furono salvati da tremende infezioni. La lezione fu che lo stato è necessario per impedire alle imprese alimentari private di avvelenarci tutti coi loro prodotti.

Non solo, ma questo mito è oggi responsabile del largo sostegno all’intervento statale per contrastare l’ebola e dell’attività di ispezione alimentare del Ministero dell’Agricoltura satunitense, della regolamentazione dei medicinali da parte della FDA, della pianificazione centrale sulla produzione alimentare, del Centro per la Prevenzione e Controllo delle malattie e delle legioni di burocrati che ispezionano e certificano le imprese ad ogni piè sospinto. Questo mito è a fondamento della giustificazione addotta dallo stato per intromettersi in ciò che mangiamo e nel modo in cui ci occupiamo della nostra salute.

Tutto si basa sull’assunto implausibile che le persone impegnate nel confezionamento e vendita di un prodotto alimentare non abbiano alcun interesse a che quest’ultimo possa farci male. Basta un solo secondo, tuttavia, per comprendere come una simile idea sia del tutto falsa: in un libero mercato basato sul consumatore, l’attenzione verso il cliente è il miglior criterio di regolazione (il che presumibilmente comprende anche il non volerti uccidere); la reputazione del produttore è un potente strumento di profitto e l’igiene lo è per la reputazione, da molto prima dell’arrivo di Yelp.

Lawrence Reed si è occupato di altri miti sull’industria del confezionamento carni; l’opera di Sinclair non era intesa come resoconto fedele dei fatti: era più una fantasia in forma di sermone socialista. Provocò una levata di voci in favore di una maggiore regolamentazione, ma il vero motivo per cui la relativa norma fu approvata sta nel fatto che i maggiori produttori di carni di Chicago compresero come essa avrebbe messo al tappeto i loro concorrenti. Infatti, le ispezioni sulle carni imposero a questi ultimi costi tali da trasformare quel settore in un oligopolio. Ecco perché i principali sostenitori del disegno di legge furono proprio i maggiori produttori: la normativa ebbe più a che fare col proteggere una elite che col difendere il consumatore.

A proposito di questi retroscena storici, c’è molto altro da sapere sulle giustificazioni addotte dallo stato per intromettersi nel settore sanitario. La norma imponeva ispezioni federali in loco a qualunque ora ed in qualunque impianto produttivo. A quel tempo, i legislatori escogitarono un metodo inaffidabile per l’individuazione di carne guasta: infilzare il campione con una sonda e poi annusarla. Se l’odore era di fresco, l’ispettore avrebbe infilzato la sonda in un altro campione, per poi annusarla di nuovo. Questa procedura era attuata su ciascun campione selezionato all’interno di un impianto.

Nel suo libro The Food-Safety Fallacy: More Regulation Doesn’t Necessarily Make Food Safer (Northeastern University Law Journal, vol. 4, no. 1), Baylen J. Linnekin sottolinea quanto questo metodo ispettivo fosse fondamentalmente difettoso: innanzitutto i patogeni della carne non sono necessariamente rilevabili all’olfatto; si richiede infatti del tempo affinché inizino a far puzzare la carne. Inoltre, essi possono diffondere malattie anche attraverso il contatto: la sonda infilzata nel campione può entrare in contatto con dei batteri e passarli al campione successivo senza che l’ispettore se ne accorga. Tale metodo di ispezione fu certamente responsabile della rasmissione di patogeni da campioni guasti a campioni sani e facendo sì che l’intero stabilimento diventi un ricettacolo di patogeni, invece di isolarli all’interno di un solo campione. Come spiega Linnkin:

In un innumerevole quantità di casi gli ispettori della USDA senza alcun dubbio trasmisero batteri dannosi da campioni di carne contaminati ad altri sani e, di conseguenza, furono direttamente responsabili dell’insorgenza di malattie in un numero imprecisato di statunitensi.

In termini di efficacia nel trasmettere patogeni da carni infette a carni sane, il metodo “pungi e annusa” fulcro del sistema di ispezione carni della USDA fino alla fine degli anni ’90 del XX secolo, fu senza dubbio lo strumento ideale. A ciò si aggiunga il fatto che gli stessi ispettori USDA sin dall’inizio furono critici del protocollo e che la USDA mancò al proprio ruolo di controllore presso centinaia di stabilimenti per quasi tre decenni. Diviene allora piuttosto chiaro come, invece di aumentare la sicurezza alimentare, tale metodo rese il cibo meno sano ed i consumatori meno sicuri.

Sì, hai letto bene: il metodo “pungi e annusa” fu inaugurato nel 1906 e restò in vigore fino agli anni ’90. Lo stesso sito della USDA pubblica il resoconto di un ispettore che suggerì l’abbandono di una pratica, quella realtiva all’ispezione carni, durata più a lungo del regime sovietico.

Quando in ambiente scolastico si parla di sicurezza alimentare, di solito vengono elencati alcuni episodi di scandali alimentari per poi concludere con l’approvazione della normativa in materia. Sembra esserci una generale carenza di curiosità riguardo a quanto avvenne dopo: i legislatori ottennero il risultato cercato? La situazione migliorò? Se sì, fu questo miglioramento dovuto alla normativa in materia, oppure alle innovazioni introdotte dai privati? Oppure la situazione è peggiorata e, in caso sia accaduto proprio questo, possiamo attribuirne la responsabilità agli stessi legislatori? Queste sono le domande che dobbiamo chiederci.

Il motivo per cui pessime pratiche durano nel tempo senza essere rimpiazzate tramite una più efficace sperimentazione è direttamente connesso all’immobilismo della macchina pubblica. Una volta che una norma è in pratica, nessuno può fermarla indipendentemente dal fatto che possa essere assolutamente priva di senso. Ne avete una prova ogni volta in cui vi mettete in coda per i controlli di sicurezza all’aeroporto: l’irrazionalità è tale da lasciare ogni volta a bocca aperta… me e pure gli addetti alla sicurezza! Requisiscono bottiglie di shampoo ma fan passare accendini; a volte sequestrano i cavatappi, altre no. Ti analizzano le mani per verificare che tu non abbia manipolato esplosivi, ma l’improbabilità di un evento simile fa sì che l’addetto stesso riesca a stento a mantenere una faccia seria.

Ogni qualvolta lo stato impone delle regole opera come se avesso impostato il pilota automatico; non ha importanza quanto idiote, dannose, irrazionali o obsolete siano: quelle regole finiscono col surclassare la capacità di ragionamento umana. Quando si parla di sanità, una simile pratica diviene assai problematica: in questo settore della vita nessuno vuole un supervisore impermeabile alle innovazioni ed al progresso, nessuno vuole trovarsi sottoposto ad un regime specializzato nel seguire protocolli indipendentemente dalla loro efficacia, invece di migliorarsi avendo un fine concreto in mente.

Questo è il motivo per cui nelle società dominate dallo stato tutto scivola in ibernazione. A esempio, la Cuba di oggi ricorda ancora le illustrazioni degli anni ’50 e la Germania dell’Est dopo il crollo del muro, così come l’Unione Sovietica, ci ha presentato una società tato arretrata. E’ il motivo per cui il servizio postale non riesce a rinnovarsi e la scuola pubblica è ferma agli anni ’70. Una volta introdotto un piano di stato, non lo si schioda più manco quando è evidente il suo fallimento.

La vicenda del metodo “pungi e annusa” nell’industria del confezionamento carni serva da monito contro ogni forma di regolamentazione statale intesa a proteggerci da infezioni, a portarci maggior sicurezza o ad ogni altra cosa. Viviamo in un mondo di continuo cambiamento ed aumentata conoscenza: le nostre vite ed il nostro benessere dipendono da sistemi economici capaci di adattarsi al primo, elaborare la seconda e renderla utile al servizio di bisogni umani. Un’economia di mercato competitiva svolge esattamente questa funzione.

 

(Originale: When the Governement Spreads Diseses: the 1906 Meat Inspection Act)

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Austriaci e neoclassici

Lun, 16/03/2015 - 09:00

In questo lavoro vengono esaminate le principali differenze fra la Scuola Austriaca e la tradizione Neoclassica. Sebbene nelle classificazioni dottrinali più sommarie gli Austriaci vengano incorporati nella scuola Neoclassica, ciò può essere considerato corretto solo relativamente alle origini delle due tradizioni di ricerca, in particolare con Menger. Successivamente le differenze metodologiche si sono accentuate in una misura tale da configurare due orientamenti teorici distinti, e a tratti contrapposti[1].

1) Le scuole classica e neoclassica considerano come soggetto idealtipico l’homo oeconomicus, l’uomo d’affari, il cui obiettivo è la massimizzazione del profitto monetario, o in generale dell’interesse personale inteso in senso strettamente egoistico. Ma questo modello è parziale, e non dà conto ad esempio di una figura centrale come è quella del consumatore, e di un atto fondamentale qual è il consumo; oppure di preferenze diverse dal guadagno monetario, come ad esempio il valore affettivo che un individuo attribuisce ad un determinato bene. L’homo oeconomicus afferra solo una parte dell’uomo, mentre l’uomo agente e la teoria dell’azione umana colgono l’intera dinamica economica.

2) Equilibrio – I neoclassici ritengono che l’economia di mercato sia sempre in uno stato di equilibrio di lungo periodo, senza profitti, perdite e incertezza. La Scuola di Losanna (Walras, Pareto, Schumpeter) si limita a determinare le appropriate grandezze degli elementi del sistema, appunto le condizioni dell’equilibrio.

In fisica “equilibrio” è uno stato in cui un’entità rimane; ma in economia c’è una tendenza verso l’equilibrio, mai uno stato di equilibrio. Gli Austriaci infatti si sono concentrati non sull’equilibrio ma sul processo attraverso il quale il mercato muove verso l’equilibrio; e in questo contesto il tempo diventa un concetto centrale[2]. Gli attori economici, poiché agiscono per uno scopo, per raggiungere un dato stato finale, puntano all’equilibrio; il concetto di azione, di processo, implica lo stato di equilibrio. Ma nel mondo reale questo equilibrio non è mai completamente raggiunto, è sempre modificato, perché cambiano continuamente le determinanti dell’attività economica: valori, risorse, tecnologie, conoscenze, prodotti ecc. Per il semplice fatto che l’uomo agisce, non vi può essere equilibrio.

Le equazioni del modello non contengono informazioni sulle azioni umane, che conducono da uno stato di squilibrio a uno di equilibrio.

La Scuola Austriaca ha sviluppato un’analisi dinamica, dei processi di mercato, non statica.

3) Conoscenza perfetta – La teoria neoclassica ha posto la premessa irrealistica della perfetta conoscenza da parte di tutti gli operatori economici, consumatori, produttori, imprese. Dunque le domande, le offerte, i costi, i prezzi, i prodotti, le tecnologie, i mercati sarebbero completamente noti a tutti. La Scuola delle aspettative razionali ha estremizzato tale tesi asserendo che il mercato, come un’entità reificata onnisciente, possiede la conoscenza delle suddette informazioni non solo relativamente al presente, ma anche al futuro[3].

Secondo l’impostazione prasseologica misesiana, al contrario, la conoscenza del presente, e meno ancora quella del futuro, non è mai perfetta, e il mondo in generale, e il mercato in particolare, sono eternamente caratterizzati dall’incertezza. D’altra parte l’uomo acquisisce la conoscenza, che si spera aumenti nel tempo, delle leggi naturali e delle leggi di causa ed effetto, che gli consentono di scoprire migliori e più numerosi modi di controllare la natura e di conseguire i propri scopi con maggiore efficacia. Per quanto riguarda l’incertezza, è compito dell’imprenditore fronteggiarla assumendo rischi, cercando di conseguire profitti ed evitare le perdite[4].

Per il prasseologo, quindi, l’Uomo Misesiano affronta il mondo conoscendo sicuramente alcune cose del suo mondo e non conoscendone altre. Egli sa con certezza che lui e il mondo, comprese le altre persone e le risorse, esistono; sa che le leggi naturali e le leggi di causa ed effetto esistono; e che tale conoscenza si accresce nel tempo. La sua conoscenza tecnologica sul tipo di beni che soddisferanno i suoi bisogni e sul modo in cui acquisirli aumenta continuamente. Eppure egli vive in un mondo di incertezza, di domande, risorse, prodotti, prezzi e costi futuri incerti, tutti problemi che gli imprenditori affrontano. Nel tempo, gli imprenditori che hanno successo nel sopportare i rischi e nel prevedere il loro specifico futuro conseguiranno profitti ed espanderanno le loro attività, mentre coloro che non sanno sopportare i rischi e prevedono male soffriranno perdite e necessariamente vedranno contrarsi il loro campo di attività. Di conseguenza, gli imprenditori tenderanno a stare attenti e ad aver successo in molte delle loro previsioni.

L’ipotesi di conoscenza perfetta non può dare conto del fatto che i giudizi corretti degli imprenditori sono premiati e quelli sbagliati sono penalizzati, e questa è una spiegazione fondamentale di come i mercati servono le preferenze dei consumatori; in altri termini, l’ipotesi di conoscenza perfetta comporta l’assenza dell’errore da parte dell’imprenditore. Inoltre è cancellata la moneta.

4) Le curve di indifferenza – Esse indicano che combinazioni diverse nel consumo di due beni apportano lo stesso benessere. Nella teoria dell’azione Austriaca l’agente sceglie sempre una soluzione, e compiendo quella scelta rivela la sua preferenza, non è indifferente. L’azione umana consiste nel tentativo di sostituire una condizione peggiore con una migliore, non di passare a una condizione identica a quella di prima: perché fare sforzi per rimanere con lo stesso benessere di prima? Inoltre se un individuo è indifferente fra due alternative, non può scegliere nessuna delle due. L’“indifferenza” non è un criterio utile per l’azione.

L’indifferenza è il concetto centrale nella teoria del valore neoclassica. Mentre per gli Austriaci il valore di un bene è dato dal fine soggettivo (o utilità) che quel bene riesce a far conseguire all’utilizzatore, per i neoclassici è definito in termini di più beni (due beni o due gruppi di beni): il valore di ogni singolo bene è l’ammontare di un altro bene verso cui l’agente è indifferente, per un dato livello di soddisfazione.

Quando i neoclassici determinano la composizione del consumo attraverso la tangenza fra linea del bilancio e curva di indifferenza, e dunque l’uguaglianza fra il rapporto fra i prezzi e il rapporto fra le utilità marginali, utilizzano i prezzi come una proxy per calcolare i valori. Ma il calcolo dei valori è impossibile (v. prossimo punto).

5) Ordinale e cardinale – L’utilità non può essere quantificata attraverso unità di misura (unità estensiva), come si fa per altri settori, come il peso, la lunghezza, la temperatura. Le utilità che si ricavano da opzioni alternative sono grandezze intensive e possono essere messe solo in ordine (decrescente) dal singolo individuo. Ancora più antiscientifica e impossibile è la comparazione delle utilità fra individui diversi. Anche se oggi la stragrande maggioranza della teoria neoclassica afferma di rifarsi a un criterio ordinale, tuttavia la cardinalità riemerge in alcuni pezzi di analisi. Ad esempio, quando si utilizza l’equazione UM1/p1=UM2/p2, ciò vuol dire automaticamente che si sta utilizzando il criterio cardinale, perché se si divide il valore che sta al numeratore, che è utilità, per una qualsiasi altra cosa, significa che esso è inevitabilmente concepito in termini cardinali, di numeri da dividere per altri numeri. Se infatti al numeratore ci fosse una valutazione ordinale, ad esempio il secondo o il terzo, tale circostanza non consentirebbe alcun criterio operativo, cioè non darebbe proprio la possibilità di effettuare la divisione.

Altri esempi di utilizzazione implicita del criterio cardinale: ogni volta che su un grafico cartesiano si pone il reddito sull’asse delle ascisse e l’utilità (totale e/o marginale) sull’asse delle ordinate si sta utilizzando l’utilità cardinale (ciò che avviene nei manuali Musgrave e Varian); quando si presenta un’analisi costi-benefici; quando si fa riferimento alle esternalità; quando si dice che la concorrenza imperfetta è economicamente inefficiente.

Anche l’uso dei miglioramenti paretiani incorre in problemi: non è possibile sapere se una politica ha migliorato il benessere di alcuni senza peggiorare il benessere anche solo di uno; ad esempio, anche una politica che ha aumentato la disponibilità di beni per tutti gli individui potrebbe scontentare gli ambientalisti o gli asceti.

I prezzi di mercato sono gli unici strumenti con cui è possibile calcolare l’efficienza, e dipendono dai giudizi soggettivi di individui che sostengono un costo effettivo per la loro scelta.

6) Continuo o discreto – L’azione umana avviene con modalità discreta, perché gli esseri umani non possono fare differenziazioni infinitesimali. Le curve della matematica, con il loro carattere continuo, non rappresentano l’azione umana. Inoltre conducono a conclusioni errate: ad esempio, quando nel grafico della concorrenza imperfetta si rappresenta la curva di domanda decrescente e la curva dei costi a U, si conclude che il punto di equilibrio è quello a costi medi più alti (figura 1).

                                                             Figura 1

 

 

 

 

 

 

 

Se però la curva dei costi viene rappresentata in una versione non-continua, è possibile che il punto di equilibrio sia quello più basso nella curva (figura 2).

Figura 2

 

 

 

 

 

 

7) Non c’è bisogno che, nella posizione di equilibrio, l’utilità marginale dell’acquirente sia uguale all’utilità marginale del venditore; il beneficio che i due traggono dallo scambio esiste anche se le loro utilità marginali sono diseguali.

8) I neoclassici credono nell’esistenza di “beni pubblici”, gli Austriaci no[5].

 

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Rothbard, M. N., Toward a Reconstruction of Utility and Welfare Economics, in M. Sennholz (a cura di), On Freedom and Free Enterprise: Essays in Honor of Ludwig von Mises, Van Nostrand, Princeton, 1956, pp. 224-262.

Man, Economy and State, Van Nostrand, Princeton, 1962.

Per la citazione del presente saggio: P. Vernaglione, Austriaci e neoclassici, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/austriaci-vs-neoclassici.doc, 31 luglio 2009.

 Note

[1] Esponenti Neoclassici in senso stretto vanno considerati Walras, Jevons, Marshall, Edgeworth, Wicksteed, Fisher, Pigou. Sul piano metodologico mantengono molte delle opzioni neoclassiche gli esponenti della cosiddetta “sintesi keynesiano-neoclassica”, dominante a partire dalla metà del Novecento.

[2] G.P. O’Driscoll e M.J Rizzo hanno osservato che il tempo dei neoclassici è il tempo “newtoniano”, in cui ci si muove in avanti e indietro, nel passato, nel presente e nel futuro; cioè, nei modelli di equilibrio generale la variabile tempo può alterarsi liberamente (più precisamente, il valore collocato in pedice). Invece il tempo degli Austriaci è un tempo “reale”, che comporta la conoscenza di ciò che è accaduto in passato e l’incertezza sul futuro. G.P. O’Driscoll, M.J. Rizzo, The Economics of Time and Ignorance, Routledge New York, 1996.

[3] Più precisamente, affermano che il mercato possiede una conoscenza assoluta delle “distribuzioni di probabilità” di tutti gli eventi futuri, essendo qualsiasi errore puramente casuale. Ma ciò aggrava solo il problema, perché il concetto di “distribuzione della probabilità” può essere usato solo per eventi omogenei, casuali [indipendenti dal percorso] e indefinitamente replicabili. Ma gli eventi del mondo dell’azione umana sono quasi esattamente di tipo opposto: sono quasi tutti eterogenei, non casuali [dipendenti dal percorso] e difficilmente replicabili. Inoltre, anche nel caso altamente improbabile che tali condizioni si verificassero, le class probabilities [probabilità di classi di eventi] non potrebbero assolutamente essere utilizzate per spiegare o prevedere eventi, che è ciò con cui abbiamo a che fare nella vita umana.

[4] Mises ha incorporato nella sua prasseologia l’utile distinzione di Knight fra rischio assicurabile (come le lotterie, il gioco d’azzardo o la roulette) e incertezza non assicurabile (perché gli eventi sono eterogenei, non casuali e non ripetibili), che grava sull’imprenditore e per la quale egli consegue profitti o soffre perdite. Vedi L. von Mises, Planning for Freedom and other Essays and Addresses, Libertarian Press, South Holland, Ill., 1952, pp. 108-130.

[5] Su questo punto si veda P. Vernaglione, Interferenze coercitive. L’intervento dello Stato, in Rothbardiana, http://rothbard.altervista.org/teoria/intervento-stato.doc, 31 luglio 2009, pp. 8-12.

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