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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 44 min 9 sec fa

Interferenze coercitive – VII parte

Lun, 24/11/2014 - 08:00

Stabilizzazione macroeconomica

Politica fiscale (imposte e spesa pubblica), monetaria, del cambio contro l’equilibrio di disoccupazione, la ciclicità, gli squilibri della bilancia dei pagamenti e per la crescita – politiche di domanda.

Sono le cosiddette politiche keynesiane. Secondo la teoria di Keynes[1], il sistema di mercato è instabile, vi sono periodi in cui la domanda (soprattutto di investimenti) si riduce, trascinando nella recessione o nella depressione l’intero sistema economico. La domanda determina l’offerta. Non è detto che la domanda si mantenga ad un livello tale da garantire un’offerta, e dunque un reddito, di piena occupazione. In particolare, non è detto che il risparmio disponibile si traduca in investimento, perché le due grandezze dipendono da fattori differenti: il risparmio dipende dal reddito, l’investimento dal tasso di interesse e dalle prospettive future di profitto. La crisi nasce da una caduta di fiducia degli imprenditori nelle prospettive di profitto. Se gli imprenditori sono pessimisti relativamente al futuro, dunque prevedono prospettive di profitto negative, contraggono gli investimenti (importanza delle aspettative, e in generale del fattore psicologico[2]). Questo mette in difficoltà le imprese che producono beni capitali, le quali dovranno ridurre la produzione e licenziare lavoratori, alimentando ancora di più la caduta di domanda, che ora si estende anche al settore dei beni di consumo. È la crisi: recessione o depressione. Per Keynes non esiste alcun meccanismo automatico del mercato che capovolga la tendenza e ripristini una situazione di equilibrio di piena occupazione[3].

La soluzione keynesiana è incentrata sull’intervento dello Stato: o attraverso la politica monetaria (espansiva, che aumenti la quantità di moneta in circolazione; ma in caso di “trappola della liquidità” essa è inefficace[4]); o, ed è la soluzione privilegiata, attraverso la politica fiscale: in particolare, un aumento della spesa pubblica in disavanzo[5] (lo Stato chiede in prestito risorse ai privati), per compensare la carenza di domanda privata con domanda pubblica. Essendo tale spesa pubblica un elemento autonomo della domanda, grazie al moltiplicatore provocherà un’espansione del reddito, che sarà un multiplo dell’aumento di domanda iniziale. La spesa pubblica consigliata è di tipo produttivo, dunque in opere pubbliche, in modo da migliorare anche la dotazione infrastrutturale del paese, ponendo le basi per un maggiore sviluppo[6].

Il (provvisorio) disavanzo verrà sanato nel periodo successivo, perché l’aumento di reddito generato via moltiplicatore produrrà un incremento delle entrate fiscali connesse con gli aumentati redditi[7].

 Critiche

1) L’utilizzazione degli aggregati nasconde il fatto che un gran numero di individui e imprese agiscono e interagiscono in maniera complessa, e ciò rende le grandezze aggregate non indipendenti, bensì interdipendenti: ad esempio, gran parte dei risparmi delle imprese è realizzata in vista di investimenti da intraprendere; gli investimenti sono influenzati dal reddito presente, dal reddito futuro, dal consumo previsto e dal risparmio; il consumo non dipende solo dal reddito passato, ma anche dal reddito futuro previsto, dalla fase del ciclo in corso, dai prezzi dei prodotti, dai guadagni e dalle perdite in conto capitale e così via. Risparmi e investimenti non sono indipendenti, sono uguagliati dal tasso di interesse, che rappresenta la preferenza temporale; dunque non vi può essere in permanenza un eccesso di risparmio rispetto all’investimento.

2) Non c’è risparmio inutilizzato di cui lo Stato possa entrare in possesso senza creare danni; quando lo Stato entra in concorrenza con i privati per il risparmio disponibile determina una diversione delle risorse dai privati, più efficienti e produttivi, allo Stato, inefficiente e improduttivo (“spiazzamento” degli investimenti), e dunque la conseguenza è il consumo di capitale. In particolare, lo Stato, concorrendo con i privati per i fondi disponibili, fa aumentare il tasso di interesse. Lo spreco è ancora maggiore se lo Stato utilizza i prestiti per effettuare spese correnti (come di fatto è accaduto).

3) Il disavanzo iniziale non si sana da solo grazie ad un aumento multiplo del reddito, perché la teoria del moltiplicatore è una tesi empiricamente indimostrata e illogica. La storia economica degli ultimi decenni ha dimostrato che i disavanzi sono diventati strutturali, provocando l’accumulazione di un debito pubblico gigantesco.

4) Dunque il disavanzo, non colmandosi da solo, dovrà essere colmato in futuro dai contribuenti. C’è solo una redistribuzione del reddito (dai futuri contribuenti agli attuali prestatori), non c’è alcuna crescita del reddito. La spesa pubblica non è aggiuntiva, ma solo sostitutiva della spesa che i privati avrebbero realizzato se avessero potuto disporre delle risorse che sono state sottratte loro con le imposte. Il governo può spendere solo ciò che toglie ai suoi cittadini, non può arricchire magicamente tutti i cittadini.

5) Se l’aumento di spesa avviene con bilancio in pareggio, cioè finanziato con i tributi, a maggior ragione l’effetto espansivo è nullo, perché l’aumento di spesa pubblica è compensato dalla diminuzione di spesa privata causata dall’aumento dei tributi.

6) Se la spesa pubblica è finanziata con aumenti dell’offerta di moneta l’effetto è l’inflazione. Non vi è effetto inflazionistico se il disavanzo è finanziato attraverso l’emissione di titoli pubblici.[8]

7) L’ipotesi di Keynes, secondo la quale nel lungo periodo la frazione di reddito consumata (propensione al consumo) sia destinata a diminuire (e dunque la propensione al risparmio ad aumentare), con stagnazione strutturale, è smentita dai dati statistici.

8) L’enfatizzazione di una indistinta “domanda” fatta dalla teoria keynesiana ha generato vere e proprie aberrazioni concettuali. Una tesi sostenuta da alcuni keynesiani è quella secondo cui grandi catastrofi, come terremoti, guerre o uragani, siano in realtà proficui per l’attività economica, perché la ricostruzione che ne segue comporta un’espansione della domanda, dunque dell’occupazione e del reddito. Questa affermazione è una sciocchezza, giacché, in circostanze di questo tipo, avviene in realtà una gigantesca perdita di ricchezza, perché le energie e le risorse impiegate per ricostruire i beni distrutti si sarebbero indirizzate alla realizzazione di altre cose (assunto contestato dai keynesiani, perché parte del reddito, una quota di quello risparmiato, non si traduce in domanda). E fra le risorse va considerato anche il tempo che gli individui coinvolti nella ricostruzione trascorrono per ripristinare qualcosa che già c’era, mentre in assenza del disastro avrebbero speso questo tempo per realizzare qualcosa d’altro, e dunque qualcosa in più rispetto alla ricchezza esistente, cioè al patrimonio distrutto e ricostruito. Se il corollario keynesiano fosse vero, si giungerebbe all’assurda conclusione che per creare lavoro basterebbe bruciare ampie zone delle città, e poi ricostruirle.

9) Non si domanda moneta illimitatamente (motivi speculativi). Se affluisce nelle mani di un individuo nuova moneta, egli non la tesaurizzerà indefinitamente: parte sarà spesa o per il consumo o per investimenti; nessuno trattiene moneta più di quanta gliene occorre per i bisogni di cassa. E in ogni caso, poiché la moneta viene acquisita in cambio di beni, la quantità di moneta che un individuo può ricevere è limitata dalla quantità di beni che può dare in cambio. Dunque viene meno l’elemento attraverso cui per Keynes si manifesta la crisi e la depressione.

10) Le politiche economiche di stabilizzazione di breve periodo, a causa dell’insufficienza delle conoscenze, dell’inaffidabilità delle previsioni macroeconomiche e dell’esistenza di ritardi variabili negli effetti delle decisioni prese, finiscono con l’essere procicliche anziché anticicliche, e con l’aggravare, anziché curare, l’instabilità economica. Inoltre, quando a metà degli anni ’70 del Novecento si verificò recessione più inflazione[9], le politiche keynesiane (espansione della domanda in caso di recessione, contrazione in caso di boom inflazionistico) risultarono inutilizzabili: non si può accelerare e frenare allo stesso tempo[10].

 

Politica monetaria – Manipolazione della moneta e del credito – Gli Stati spesso hanno svalutato la moneta aumentando i prezzi; lo hanno fatto per ridurre i salari reali (al fine di ridurre la disoccupazione), non avendo il coraggio di sfidare i rappresentanti sindacali sui salari nominali.

I governi tendono anche a espandere il credito, illudendosi di ridurre stabilmente i tassi di interesse e provocare artificialmente un’espansione dell’economia. Tale atteggiamento è responsabile dei cicli economici. La politica monetaria storicamente ha tutt’altro che stabilizzato le economie: negli Stati Uniti la Federal Reserve fu istituita nel 1914, ma i cicli economici hanno continuato ad esistere con intensità simile al periodo precedente.

Politiche di controllo degli scambi con l’estero [L. von Mises, L’Azione Umana, pp. 766-768].

Limiti del New Deal – Fra il 1929 e il 1933 il prodotto americano si ridusse di circa un terzo; l’economia rimase depressa fino al 1939, dunque le misure prese non hanno affatto generato la ripresa, l’hanno allontanata.

Tra il 1933 e il 1940 le tasse federali sono triplicate da 1,6 a 5,3 miliardi di dollari, con contrazione dei consumi e degli investimenti. Gli interventi sul fisco erratici e ripetuti hanno scoraggiato gli investimenti.

Il sostegno ai sindacati e agli aumenti dei salari reali mantenne elevata la disoccupazione.

Per sostenere i prezzi dei prodotti agricoli furono distrutti enormi raccolti e 6 milioni di animali.

La Tennessee Valley Authority, il cuore del programma di lavori pubblici, non creò sviluppo significativo, tanto che Stati come la Georgia e la Carolina del Nord, non toccati dall’intervento, ebbero una crescita maggiore.

L’iniziativa antitrust del 1938 contro 150 imprese scoraggiò gli investimenti.

Le tariffe doganali estese dal Congresso nel 1930 generarono ritorsioni e contrassero il commercio internazionale.

 

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Note

[1] J.M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), Utet, Torino, 1978.

[2] Su questo punto gli Austriaci osservano: non si capisce perché tutti, o quasi tutti, gli imprenditori contemporaneamente dovrebbero diventare pessimisti. Sono gli elementi oggettivi del mercato (profitti, domanda) a determinare l’orientamento psicologico degli imprenditori, non viceversa: se la congiuntura è favorevole si produce ottimismo, se è sfavorevole si produce pessimismo. La depressione giunge perché le forze fondamentali dell’economia sono mutate, non perché qualcuno ha perso la fiducia. Inoltre, come ha osservato Hayek (Prezzi e produzione), non vanno considerati solo i ricavi futuri, ma i ricavi confrontati con i costi. Se alcuni imprenditori sono riusciti a ridurre i costi, la riduzione di domanda potrebbe non ridurre i profitti attesi, e dunque tali imprenditori potrebbero aumentare ugualmente gli investimenti.

[3] Si descrive qui con maggior dettaglio il modello keynesiano.

L’offerta (il reddito) dipende dalla domanda, di consumi e di investimenti: Y = C + I .

I consumi dipendono dal reddito, e sono abbastanza stabili: C = cY , funzione del consumo.

I risparmi dipendono dal reddito, in un rapporto abbastanza stabile anch’esso: S = (1 – c)Y, funzione del risparmio.

Gli investimenti sono un elemento autonomo della domanda, in quanto non sono vincolati dal reddito, ma possono essere finanziati dal credito; essi dipendono dal tasso di interesse e dalle prospettive di profitto, sintetizzabili con l’efficienza marginale del capitale j, ricavata in questo modo:

I = (R1 – C1) / 1+j   + (R2 – C2) / (1+j)2   + … + (Rn – Cn) /(1+j)n. Fino a che l’efficienza marginale (in valore) del capitale è superiore al costo marginale del capitale (interesse), la domanda di investimenti aumenta, e si ferma quando j = i . Se i aumenta (diminuisce) gli investimenti diminuiscono (aumentano). Se le prospettive di profitto sono negative gli investimenti sono bassi (importanza delle aspettative).

Determinazione del reddito – Per determinare il reddito di equilibrio è sufficiente conoscere il livello degli investimenti, in quanto i consumi dipendono dal reddito, e quindi l’aumento di domanda rappresentato dagli investimenti provoca un aumento di reddito e un aumento indotto dei consumi, innescando un circuito consumi-reddito via via decrescente. L’aumento finale di reddito conseguente all’iniziale aumento degli investimenti è un multiplo degli investimenti:

Y = (1/[1-c]) I (moltiplicatore). Ad esempio, se c = 4/5, il moltiplicatore è pari a 5, dunque qualunque aumento di I, componente esogena della domanda, determinerà un aumento del reddito 5 volte superiore.

In equilibrio i risparmi sono uguali agli investimenti.

Una volta determinata la quantità prodotta, resta fissato anche il livello dell’occupazione, data la funzione di produzione Y= f(N). Conoscendo la funzione di produzione si conosce anche la produttività marginale del lavoro corrispondente al livello di occupazione considerato. Poiché il salario reale w/p deve essere pari alla produttività marginale,   una volta determinato il salario monetario attraverso la contrattazione sindacale,   è determinato anche il livello dei prezzi. Questo livello dei prezzi è proprio quello in corrispondenza del quale l’offerta è uguale alla domanda: infatti se p fosse superiore, w/p si riduce, gli imprenditori aumentano la domanda di lavoro e la produzione, ma poiché la domanda globale resta immutata, i prezzi cadono ritornando al livello precedente.

Il tasso di interesse per Keynes è determinato sul mercato monetario, cioè dall’incontro fra offerta e domanda di moneta (in particolare, la preferenza per la liquidità), e non dall’incontro fra offerta e domanda di risparmio. È possibile quindi che gli investimenti siano inferiori ai risparmi, e che quindi la domanda globale sia inferiore all’offerta.

Poiché è la domanda globale di beni e servizi a determinare l’offerta, e non viceversa, è possibile che l’equilibrio fra domanda e offerta si stabilisca a un livello tale da non garantire la piena occupazione delle risorse, e in particolare del fattore lavoro.

[4] La “trappola della liquidità” è quella situazione in cui le aspettative degli imprenditori sono talmente negative che anche un aumento dell’offerta di moneta, con relativa riduzione del tasso di interesse (anche fino a zero), non induce gli imprenditori a domandarla per realizzare investimenti, ma per tesaurizzarla. (Per gli Austriaci Keynes confonde, sovrapponendoli, i concetti di moneta e capitale: trattenere moneta non si traduce necessariamente in una riduzione dell’offerta di capitale). Secondo Keynes inoltre non è possibile aumentare l’occupazione abbassando il salario reale attraverso aumenti della quantità di moneta (dato il salario monetario).

[5] Il disavanzo (deficit) pubblico è la differenza fra entrate e spese pubbliche annue. Il debito pubblico è dato dalla somma dei disavanzi più l’interesse composto maturato su di essi.

[6] Nei termini della formalizzazione matematica: Y = C+I+G, dove G rappresenta la spesa pubblica, componente autonoma della domanda.

[7] Anche i keynesiani sono favorevoli al bilancio in pareggio, ma, diversamente dagli ortodossi, non sono per ogni bilancio annuale in pareggio, bensì di medio o lungo termine, in relazione alla durata del ciclo economico. Se, ad esempio, una depressione o una recessione dura quattro anni, seguiti da quattro anni di boom, il disavanzo può permanere nei quattro anni di recessione, ed essere compensato da quattro bilanci in attivo negli anni del boom; così da non accumulare debito pubblico. Nei fatti i disavanzi del bilancio sono diventati la norma, anche nei periodi di crescita. Molti keynesiani hanno modificato la sequenza in: disavanzi maggiori nei periodi di recessione, disavanzi minori nei periodi di boom.

Ovviamente, se anziché una condizione di recessione o depressione, o comunque di reddito al di sotto della piena occupazione, vi fosse una condizione di boom inflazionistico, la politica economica dovrebbe essere semplicemente di segno opposto, cioè un avanzo di bilancio, conseguibile soprattutto con un aumento di imposte (in alternativa con una riduzione di spesa); operazioni che riducono la domanda globale attraverso la compressione del potere d’acquisto in eccesso.

 

[8] M.N. Rothbard, Ten Great Economic Myths, Part One, in «The Free Market», aprile 1984, pp. 1–4.

[9] Gli aumenti del costo del lavoro, seguiti all’ondata di rivendicazioni salariali alla fine dei ’60, e gli aumenti del prezzo del petrolio nella prima metà dei ’70 a seguito della guerra arabo-israeliana del Kippur vengono spesso chiamati in causa per l’inflazione dei prezzi dell’epoca. Tuttavia tali aumenti si sarebbero esauriti in uno scalino se non fossero stati alimentati da una politica monetaria espansiva. I due fenomeni descritti furono responsabili, insieme alla progressiva estensione dell’intervento statale, della perdita di dinamismo delle economie occidentali e quindi della recessione.

[10] Per le critiche alla Teoria generale v. H. Hazlitt, The Failure of the “New Economics”, Arlington House, New Rochelle, NY, 1959. Per una valutazione critica complessiva del keynesismo v. M.N. Rothbard, Spotlight on Keynesian Economics, manoscritto privato del 1947, pubblicato on-line da Mises Institute nel 2008; Keynesianism Redux, in «The Free Market», gennaio 1989, pp. 1, 3–5.

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Ascesa e declino della società: capitolo VI

Mer, 19/11/2014 - 07:00

L’umanità del commercio.

 

Qualunque posto ove due ragazzi si trovino a scambiare dei tappi per delle biglie, può considerarsi un mercato. Il semplice baratto, in termini di felicità umana, non è diverso da una transazione commerciale che coinvolge operazioni bancarie, assicurazioni, navi, ferrovie, stabilimenti all’ingrosso ed al dettaglio, poiché in ogni caso l’effetto e lo scopo del commercio è quello di soddisfare un certo bisogno. Il ragazzo con una manciata di biglie ha un deficit di felicità a causa della mancanza di tappi, mentre l’altro è altrettanto insoddisfatto a causa del suo bisogno di biglie; entrambi stanno meglio dopo lo scambio.

Allo stesso modo, l’operaio di Detroit che ha contribuito a costruire un inventario di automobili ora in magazzino non sta meglio grazie ai suoi sforzi fino a quando il prodotto non viene spedito in Brasile in cambio della sua tazza giornaliera di caffè. Il commercio non è altro che la cessione di ciò che si ha in abbondanza per ottenere qualcos’altro che si desidera. Vale la pena di ringraziare (per lo scambio – ndr) sia l’acquirente che il venditore. Il mercato non consiste necessariamente di un luogo specifico, anche se ogni operazione deve avvenire da qualche parte. Si tratta più precisamente di un sistema di canalizzazione di beni o servizi da un operatore ad un altro, dal produttore al consumatore, da dove esiste una sovrabbondanza a dove c’è un bisogno. E’ un metodo ideato dall’uomo nella sua ricerca della felicità, del benessere, ed operante solo con l’istinto umano nel riconoscere il valore. La sua funzione non è solo di trasferire la proprietà da una persona all’altra, ma anche di indirizzare lo sforzo umano; l’indicatore grafico dei prezzi di mercato registra i desideri delle persone, nonché l’intensità di questi desideri, in modo che altre persone (in cerca di giovamento) possano conoscere il modo migliore per impiegare se stesse.

Vivere senza il commercio sarebbe possibile, seppur complicato; nella migliore delle ipotesi, sarebbe mera sussistenza. Prima dell’avvento del mercato, gli uomini erano ridotti a tirare avanti con ciò che potevano trovare in natura per quanto riguardava il cibo e di che coprirsi; niente di più. Ma la volontà di vivere non è solo volontà di esistere; è piuttosto uno stimolo a raggiungere un godimento più pieno della vita, ed è col commercio che questo istinto interiore raggiunge un certo grado di appagamento. Maggiore è il volume e la fluidità delle transazioni nel mercato, più alto sarà il livello salariale della Società e, nella misura in cui beni e servizi generano la felicità, più alto è il livello dei salari maggiore è il grado di felicità.

L’importanza del mercato per il pieno godimento della vita è illustrato in una consuetudine riportata da Franz Oppenheimer in The State. Una volta, ai tempi in cui era celebrato in maniera quasi religiosa, l’approccio di mercato era considerato inviolabile anche da parte di ladri professionisti; infatti, smettendo i loro panni abituali questi ladri operavano sulle rotte commerciali alla stregua di poliziotti, facendo in modo che i commercianti ed i carovanieri non venissero molestati. Perché? Perché avevano accumulato un eccesso di refurtiva di un certo tipo, più di quanto potessero consumare, e il modo più semplice per trasformarlo in ulteriore benessere era attraverso il commercio. Il troppo, di qualunque cosa, e’ pur sempre troppo.

Il mercato non serve solo a condividere gli eccessi di produzione resi possibili dalla specializzazione umana, ma è anche un distributore della generosità della natura. Infatti, seppur in modi imperscrutabili, la natura ha sparpagliato su tutta la superficie terrestre le materie prime di cui gli esseri umani vivono; se non fosse stata concepita una qualche logica per la distribuzione di queste materie prime, esse non avrebbero avuto alcuna utilità per la razza umana. Così, attraverso il commercio, il pesce dal mare raggiunge il tavolo del minatore ed il carburante dalla miniera nell’entroterra, o dai pozzi, arriva alle caldaie della barca da pesca; i frutti tropicali sono messi a disposizione dei popoli del nord le cui miniere di ferro, trasformato in utensili, rende più facile la produzione industriale ai tropici. E’ col commercio che le scorte naturali sono rese accessibili a tutti i popoli del mondo e che la vita su questo pianeta diventa ancora più piacevole.

Pensiamo al commercio come al baratto di cose tangibili semplicemente perché questo è ovvio, ma un corrispettivo dello scambio di beni materiali è lo scambio di idee, l’accumulo di competenze e cultura tra le parti coinvolte nella transazione. In effetti, nelle merci è contenuto l’ingegno dei produttori: le eccellenti lane importate dall’Inghilterra sono testimoni dei segreti fondamentali nell’arte della tessitura e le sete Giapponesi suscitano curiosità per le tecniche alla base della loro lavorazione. Acquisiamo conoscenza delle persone attraverso i beni che riceviamo da loro. Oltre al dato commerciale c’è il fatto che lo scambio coinvolga una rete di individui e, quando gli esseri umani si incontrano fisicamente o tramite mezzi di comunicazione, vengono scambiate idee. L’incontro è l’olio che lubrifica ogni operazione di mercato.

Fu solo dopo che Cuba e le Filippine entrarono nella nostra orbita commerciale che si animò l’interesse per la lingua spagnola e per i costumi di quei luoghi, e l’interesse è aumentato in proporzione al volume dei nostri scambi commerciali con il Sud America. Di conseguenza, gli americani della generazione attuale hanno familiarità con i balli e la musica spagnola così come i loro antenati, sotto l’influenza dei contatti commerciali con l’Europa, lo erano con il minuetto francese ed il valzer viennese. Quando le navi cominciarono ad arrivare dal Giappone portarono con sé storie di un popolo interessante, storie che arricchirono la nostra letteratura, ampliarono i nostri concetti d’arte e contribuirono al nostro repertorio operistico.

Non è che il commercio in sé richieda una certa comprensione dei costumi del popolo con il quale si negozia: sono le merci a suscitare curiosità per il luogo di loro provenienza e le navi cariche di merci sono seguite da altri esploratori che portano delle idee; il porto aperto è come un magnete per i curiosi. Per questo motivo, la tendenza del commercio è quella di abbattere la ristrettezza del provincialismo, liquidare la sfiducia dell’ignoranza. La società quindi, nella sua accezione più completa, comprende tutti coloro che per migliorare le proprie diverse circostanze si dedicano al commercio con un altro popolo; il suo carattere espansivo tende al miscuglio delle eterogenee culture dei commercianti. Il mercato unifica la società.

La concentrazione della popolazione determina il carattere della società solo perché la contiguità facilita lo scambio; tuttavia la contiguità è un vantaggio relativo, dipendente dalla modalità con cui si stabilisce il contatto. La neutralizzazione di tempo e spazio con mezzi artificiali rende il mondo intero contiguo. L’isolazionismo che alleva una cultura non espansiva ed una diffidenza delle culture estere si sgretola tanto velocemente quanto le navi, i treni, e gli aerei veicolano merci ed idee.

Il perimetro della società non è fissato dalle frontiere politiche ma dal raggio dei suoi contatti commerciali. Tutte le persone che commerciano l’una con l’altra sono, perciò, portate all’aggregazione.

Il punto viene evidenziato da una tipica strategia di guerra. Il primario obiettivo di uno stato maggiore è quello di distruggere i processi di mercato del nemico, laddove la sconfitta del suo esercito diventa puramente accessoria. L’esercito potrebbe benissimo essere lasciato intatto qualora i mezzi di comunicazione interna del paese nemico fossero distrutti e i suoi punti di ingresso bloccati in modo che la produzione specializzata, dipendente a propria volta dalla possibilità di scambi commerciali, non possa più essere praticata. La popolazione, ridotta alla vita primitiva, perderebbe così la volontà alla guerra e chiederebbe la pace. Questo è lo schema generale di tutte le guerre. Più è integrata l’economia più forte sarà la nazione in guerra, semplicemente a causa della sua capacità di produrre un’abbondanza di attrezzatura militare e beni economici; se, invece, la sua capacità di produrre viene distrutta, se il flusso di merci viene interrotto, essa sarà più suscettibile alla sconfitta perché la sua popolazione, ormai disabituata a standard di vita inferiori, verrà più facilmente scoraggiata. Perde così di significato la questione per cui siano più necessarie le “armi” o il “burro” per la prosecuzione di una guerra.

Ne consegue che qualsiasi interferenza con il funzionamento del mercato è analoga ad un atto di guerra. Un dazio è un atto del genere. Quando siamo “protetti” dalla carne Argentina, l’effetto voluto è di rendere più difficile ottenere carne bovina e questo è esattamente ciò che farebbe un esercito invasore. Dato che la tassa non diminuisce il nostro desiderio per le carni bovine, siamo costretti dalla minore offerta ad impiegare più lavoro per soddisfare quel desiderio; la nostra gamma di possibilità viene ridotta perché siamo di fronte alla scelta tra consumare meno carne o rinunciare al godimento di qualche altro “bene”. La mancanza di abbondanza di carne sul mercato riduce il potere d’acquisto del nostro lavoro.

Siamo più poveri, anche se ad essere bloccati sono i porti di un’altra nazione. Inoltre, dal momento che ogni consumatore è al tempo stesso un venditore, e viceversa, il divieto imposto contro la loro carne rende difficile agli Argentini l’acquisto delle nostre automobili, cosi da limitare tale manifestazione delle nostre competenze. L’effetto di un dazio è quello di portare un potenziale acquirente fuori dal mercato. La tesi secondo cui la “protezione” fornisce posti di lavoro è palesemente fallace. E’ il consumatore che dà un lavoro al lavoratore e, fintanto che si parla di fornire occupazione produttiva, il consumatore a cui viene impedito il consumo è come se fosse morto.

Per inciso, è il lavoro che vogliamo o la carne? Il nostro istinto è quello di ottenere il massimo dalla vita con il minimo dispendio di energie. Lavoriamo solo perché ne abbiamo bisogno: la possibilità di produrre non è una benedizione, è una necessità. Né il produttore interno né quello estero ci regalano alcunché: c’è un prezzo per tutto ciò che vogliamo e il prezzo è sempre il lavoro. Scartiamo qualunque cosa ci faccia impiegare più risorse per acquistare una stessa quantità o tipo di soddisfazioni, poiché entra in conflitto con la naturale tendenza umana ad una vita che sia la più ricca possibile. Esempi di tale aggravio sono proprio i dazi, gli embarghi, le quote d’importazione o la moderna politica di aumento del prezzo delle merci straniere tramite svalutazione competitiva della valuta nazionale. Qualsiasi restrizione del commercio, interno o esterno, fa violenza all’istinto primordiale dell’uomo di migliorare la propria condizione.

Proprio come il commercio unisce le persone, tendendo a minimizzare le differenze culturali, e contribuisce alla comprensione reciproca, allo stesso modo gli ostacoli al commercio hanno l’effetto opposto. Se il cliente ha sempre ragione, in caso di mancata transazione verrà facile scaricare la colpa sull’altro, colpa accentuata non solo dalla perdita economica ma anche dall’affronto personale.

Se il ragazzo con i tappi si rifiuta di scambiare col ragazzo che ha le biglie, essi non potranno giocare insieme e questa desocializzazione può facilmente innescare una discussione sui tratti negativi e i difetti dei rispettivi cani o genitori. Per lo stesso motivo, e nonostante le nostre dichiarazioni di buon vicinato, l’Argentino ha i suoi dubbi circa le nostre intenzioni quando gli chiudiamo le nostre porte commerciali; costretto a guardare altrove per un’amicizia più sostanziale, diventerà meno incline alla comprensione della nostra cultura nazionale.

Il sottoprodotto dell’isolazionismo commerciale è la sensazione che lo “straniero” sia un “tipo diverso” di persona, e quindi inferiore, con il quale il contatto sociale non soltanto è poco auspicabile ma addirittura pericoloso. Fino a che punto questa segregazione delle persone causata da restrizioni al commercio sia causa di guerra è una questione controversa, ma non ci può essere alcun dubbio che tali restrizioni risultino irritanti e possano fornire ulteriori scuse per rendere la guerra più plausibile; non ha infatti senso attaccare un buon cliente che compra grandi quantità dei nostri prodotti e paga il conto regolarmente. Probabilmente l’eliminazione delle restrizioni agli scambi commerciali in tutto il mondo sarebbe più utile alla causa della pace universale rispetto a una qualsiasi unione politica di popoli comunque separati da barriere commerciali. Invero, quale unione politica stabile può mai esistere fintantoché perdurano queste barriere? E, se la libertà di commercio fosse una pratica universale, sarebbe davvero necessaria un’unione politica?

Cerchiamo di verificare le affermazioni dei “protezionisti” con un esperimento di logica. Se una nazione traesse beneficio dall’insieme di beni che non le è permesso importare, allora un embargo totale, piuttosto di una parziale restrizione, la farebbe stare meglio. Continuando su questa linea di ragionamento, non sarebbe preferibile se ogni comunità fosse ermeticamente sigillata rispetto al vicino, come Philadelphia da New York? Meglio ancora, tutte le famiglie non avrebbero forse più cose sul proprio tavolo se fossero costrette a sostentarsi con la sola propria produzione? Nonostante questa reductio ad absurdum sia sciocca, non è più sciocca della tesi “protezionista” secondo cui una nazione si arricchisce grazie alla quantità di merci estere che tiene fuori dal propri mercato, o della tesi della “bilancia commerciale” secondo cui una nazione prospera in seguito ai soli eccessi di esportazioni rispetto alle importazioni.

Eppure, se ci si stacca mentalmente dai miti consolidati, vediamo come gli atti di isolazionismo così come descritti nel nostro sillogismo non siano infrequenti. Un esempio noto in proprosito è l’octroi Francese, una tassa riscossa sui prodotti che si trasferivano da un quartiere all’altro. Con il pretesto delle normative di “quarantena”, la Florida e la California hanno reciprocamente escluso dai popri mercati gli agrumi coltivati dalla controparte. I sindacati sono sostenitori violenti del benessere tramite la scarsità, come quando limitano, con la violenza diretta o con le leggi che hanno contribuito ad emanare, l’importazione di beni realizzati al di fuori della loro giurisdizione. Una tassa sui camion che entrano in uno stato è perfettamente in linea con tale ragionamento. Allo stesso modo la teoria protezionista della “recinzione” viene accettata e interiorizzata, dimostrando con questi fatti come la nostra reductio ad absurdum non sia così peregrina. Il mercato, naturalmente, ride di tali misure che generano scarsità di risorse poiché esso non produrrà mai più di quanto riuscirà ad ottenere: se l’offerta è resa scarsa dalle restrizioni commerciali, ciò che resta diventerà sempre più difficile da ottenere e richiederà una spesa maggiore di lavoro per acquisirlo. Il livello salariale reale della società si abbasserà.

Il mito del “protezionismo” si fonda sul concetto che l’inizio e la fine di tutta la vita umana sia il lavoro, non il consumo — e non certo il tempo libero. Se fosse così, allora gli schiavi che costruirono le piramidi sarebbero stati in una condizione ideale; lavoravano molto e ricevevano poco. Allo stesso modo, i Russi incatenati ai “piani quinquennali” avrebbero raggiunto il paradiso in terra e così anche i lavoratori che durante la Grande Depressione venivano impiegati per spostare terra da una parte all’altra della strada.

Estendendo il concetto secondo cui lo sforzo in quanto tale sia la via verso la prosperità, allora un popolo sarebbe più prospero se tutti gli individui lavorassero a progetti che non facciano alcun riferimento al loro senso individuale del valore. Ciò che viene eufemisticamente chiamata “produzione di guerra” ne é esempio calzante. Ovviamente, niente di tutto ciò ha senso poiché lo scopo della produzione è in realtà il consumo e non vi è prova alcuna di operai che abbiano costruito una corazzata per scelta, dimostrando il proprio coinvolgimento tramite convinta rinuncia a qualunque altra attività. Secondo la logica dell’esaltazione del lavoratore, una nazione non sarebbe forse più felice se fossero tutti impiegati nella sola costruzione di navi da guerra, in cambio delle cose a loro necessarie per continuare a costruire navi da guerra? Di certo non sarebbero disoccupati.

Invece, se pensassimo che la spinta naturale dell’individuo a migliorare la propria condizione, e ad allargare i propri orizzonti, si fondi sempre sulla legge naturale della parsimonia (il massimo del guadagno con il minimo sforzo), saremmo costretti a concludere che lo sforzo che non contribuisce direttamente alla sovrabbondanza in un determinato mercato sia uno sforzo inutile. La società prospera grazie agli scambi commerciali, semplicemente perché rende possibile la specializzazione, la specializzazione aumenta la produzione ed una maggiore produzione riduce il costo che gli uomini sostengono per soddisfare i propri desideri. Ciò premesso, il mercato è un’istituzione davvero umana.

 

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Interferenze coercitive – VI parte

Lun, 17/11/2014 - 08:00

Interferenze con i prezzi

Le interferenze con i prezzi – fra cui sono compresi i saggi salariali, i tassi d’interesse e i tassi di cambio fra monete – possono assumere diverse forme: pavimenti al prezzo, tetti al prezzo, obiettivi di prezzo (un intervallo entro cui il prezzo deve essere mantenuto, es. i tassi di cambio delle monete o i tassi di interesse), prezzi fissati d’autorità[1]. Il controllo dei prezzi dunque fa sì che essi si trovino ad una altezza differente da quella che si sarebbe determinata nel libero mercato.

Nel caso dei prezzi massimi in genere il governo vuole favorire il compratore, nel caso dei prezzi minimi il venditore.

Pavimenti al prezzo (prezzo minimo) – Per conseguire effetti devono essere posti al di sopra del prezzo di mercato.

In generale il prezzo minimo produce i seguenti effetti: il prezzo mantenuto artificialmente alto attrae risorse in quel settore; le quantità prodotte però non vengono tutte acquistate

perché l’aumento di prezzo ha contemporaneamente scoraggiato alcuni acquirenti; prevale il “lato corto” del mercato, in questo caso la domanda, che si stabilizza al livello q0. Dunque si determina una sovrapproduzione, che genera perdite per molte imprese. L’interferenza con i segnali del mercato ha prodotto una misallocazione delle risorse, perché esse si indirizzano verso la produzione del bene a prezzo (artificialmente) alto a scapito di altri beni che soddisfano bisogni considerati dai consumatori più urgenti.

Esempi: il salario minimo e il salario fissato attraverso la contrattazione collettiva.

La tariffa minima per le libere professioni (avvocati).

Le leggi antidumping, contro la vendita sottocosto. Rappresentano una grave limitazione della libertà di iniziativa, oltre che un danno per i consumatori, che sono costretti ad acquistare a prezzi più alti.

In agricoltura, quando si verifica un calo dei prezzi, gli agricoltori in genere chiedono allo Stato di interrompere la caduta dei prezzi. La giustificazione è la seguente: non solo siamo più poveri noi agricoltori, ma tutta l’economia si impoverisce, perché noi non possiamo più acquistare i beni prodotti da altri. Innanzi tutto, un crollo dei prezzi e dei valori delle fattorie non significa che si sta riducendo la ricchezza dell’intera economia: le fattorie, i campi, i trattori, i macchinari sono oggi gli stessi di ieri. Se alcune fattorie hanno dovuto chiudere, significa che i consumatori valutavano alcuni usi alternativi delle risorse necessarie alla fattoria di più dell’impiego nella fattoria. Essi hanno fatto ciò indirettamente, scegliendo i prodotti che richiedevano quell’uso alternativo anziché i prodotti di quelle fattorie. Sostenere i prezzi per salvare le fattorie significa sprecare risorse. Ciò che è avvenuto con la riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli non è un impoverimento generale, bensì un cambiamento nei prezzi relativi: è vero che il possessore di un “bushel” (35 litri ca.) di grano ottiene in cambio meno dollari, ma il possessore di dollari ora compra maggiori quantità di grano. D’altra parte, nessuno si è lamentato della riduzione dei prezzi dei personal computer negli ultimi venti anni.

I sussidi agricoli, falsando i segnali di prezzo, disincentivano dalla ricerca di metodi produttivi più efficienti.

La tesi si ripresenta relativamente ai mercati azionari. A volte si interviene per frenare le cadute dei prezzi e/o per evitare gli eventuali fallimenti di banche commerciali o d’investimento o di altre istituzioni finanziarie. Ciò determina azzardo morale[2] e, non facendo pagare ai responsabili i costi dei propri errori o della propria avventatezza, accentua l’atteggiamento rischioso e favorisce le bolle e i crolli successivi.[3]

Quando si verificano rapide cadute degli indici azionari si afferma che un’enorme ricchezza si è volatilizzata in poco tempo. Come detto, questa convinzione è frutto della confusione fra i prezzi monetari dei beni e l’ammontare di ricchezza dell’economia; il crollo del Nasdaq non ha abbattuto alcun palazzo o distrutto alcun macchinario. Una riduzione nel mercato azionario rappresenta uno spostamento di ricchezza: coloro che possiedono attività diverse dalle azioni (contanti, oro) ora sono più ricchi, perché i loro asset possono acquistare un numero maggiore di azioni, cioè quote maggiori delle varie imprese.

Il prezzo dei titoli è dato in definitiva dai guadagni futuri potenziali. In ogni istante di tempo, il prezzo di un’azione riflette le migliori stime (effettuate da coloro che hanno dimostrato in passato la maggior lungimiranza) del suo prezzo futuro (aggiustato per l’interesse). Il prezzo delle azioni è strettamente connesso con il valore presente dei guadagni futuri attesi dell’azienda. Dunque, a differenza dei collezionisti di francobolli, gli acquirenti di azioni non stanno semplicemente cercando di indovinare che cosa pensano tutti gli altri relativamente al prezzo futuro di quelle azioni (è fuorviante l’analogia di Keynes con un concorso di bellezza in cui ogni giudice non esprime un voto sulla bellezza effettiva di ciascuna concorrente ma cerca di indovinare a quale concorrente gli altri giudici daranno il voto più alto); l’andamento negativo di un’azienda provoca invariabilmente una riduzione del prezzo delle sue azioni. La riduzione del prezzo delle azioni è il sintomo di errori commessi nelle valutazioni effettuate in precedenza. Questo meccanismo è necessario e non va impedito, perché in tal modo il mercato può valutare accuratamente ogni azienda.

Se il prezzo di mercato di un’azienda è inferiore alla somma dei suoi asset (patrimonio), l’azienda diventa vulnerabile agli “scalatori”. Lo scalatore può rilevare l’azienda con capitale preso in prestito (leveraged buyout), liberando gli asset sottoutilizzati (compreso il lavoro) e trasferendoli al maggior offerente. In genere si verificano grossi spostamenti di capitale fra aziende: è il mercato azionario a consentire che tali aggiustamenti si determinino.

Tetti al prezzo (prezzo massimo) – Per produrre effetti il tetto deve essere collocato al di sotto del prezzo di mercato.

Al prezzo p0 le quantità scambiate sono q0, minori di quelle di equilibrio di mercato, perché prevale di nuovo il “lato corto” del mercato, in questo caso l’offerta, che si è ridotta. Il fine perseguito dal governo non viene realizzato: ricorrendo al calmiere esso voleva rendere la merce in questione più facilmente accessibile ai consumatori, in particolare ai meno abbienti; ha ottenuto il risultato quasi opposto, una penuria (shortage) del bene.

      

L’effetto del prezzo massimo è la riduzione o l’azzeramento della produzione del bene. Se le imprese, a questo nuovo prezzo, non hanno convenienza a produrre il bene in quanto il prezzo non copre il costo medio (la produzione avverrebbe in perdita), i fattori di produzione si indirizzano verso altri settori (i produttori marginali saranno i primi a lasciare il settore); il bene non viene prodotto o viene prodotto in quantità minori. Dunque vi saranno compratori potenziali insoddisfatti. In questi casi l’effetto più diffuso è la creazione di mercati illegali o “neri”, code, raccomandazioni, favoritismi.

Un esempio tipico di prezzo massimo è il tetto agli affitti, che infatti produce sempre scarsità di appartamenti nel mercato “legale”, riduzione della manutenzione da parte dei proprietari (la riduzione dei ricavi provoca una compressione dei costi che si è disposti a sostenere) e diffusione del mercato “nero”.[4]

Il prezzo massimo sul tasso di interesse (leggi sull’usura) riduce il risparmio disponibile, perché ai risparmiatori con più alta preferenza temporale è impedito di prestare al tasso di interesse corrispondente a quella preferenza; in particolare vengono penalizzati i debitori con progetti più rischiosi; dunque si riducono gli investimenti.

Esempi di tetti agli stipendi sono i salary cap di alcune categorie di sportivi professionisti o le proposte di tetti agli stipendi dei top manager di grandi aziende.

Spesso si impongono dei limiti superiori ai prezzi di alcuni beni con la motivazione che i produttori “approfittano” di alcune situazioni per fissare prezzi molto alti che danneggiano ingiustamente i consumatori. Ad esempio, gli spazzaneve quando arriva una forte nevicata. Tuttavia gli stessi accusatori non fanno considerazioni analoghe quando durante gli inverni miti gli spazzaneve non hanno lavorato, non guadagnando nulla (l’offerta superava di gran lunga la domanda); allora gli spazzaneve avrebbero potuto dire che erano i consumatori a trarre vantaggio da quella situazione! Gli spazzaneve che non hanno cambiato attività quando le cose andavano male contavano proprio sugli inverni nevosi per poter conseguire un guadagno medio soddisfacente. Gli “speculatori”, cioè coloro che creano riserve di beni per rivenderli a prezzo più alto quando vi sono delle scarsità, conseguono alti profitti al momento della vendita, ma tali profitti vanno “spalmati” su più periodi, fra cui quelli in cui non facevano profitti. Grazie a questi imprenditori i consumatori dispongono dei beni anche nei periodi di scarsità.

In generale, poi, l’azione dello speculatore tende a stabilizzare i prezzi: infatti, egli compra quando il prezzo è basso; nel fare ciò, aggiunge domanda e dunque fa salire – o fa scendere meno – il prezzo del bene. Successivamente, quando il prezzo è alto, vende, e nel fare ciò aumenta l’offerta, dunque fa scendere – o fa salire meno – il prezzo. Questa stabilizzazione è il riflesso di una più uniforme disponibilità della merce nel tempo: essa è meno scarsa quando ve n’è “troppo poca” e meno abbondante quando ve n’è “troppa”.[5]

Un altro tipo di intervento che può essere catalogato sotto la voce redistribuzione del reddito è quello volto allo sviluppo di particolari zone all’interno di un paese. L’esempio tipico è costituito dall’insieme di misure che, a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, sono state attuate per lo sviluppo del Mezzogiorno italiano.

Gli strumenti sono rappresentati dalle cosiddette politiche dell’offerta: infrastrutture, qualificazione professionale, impresa pubblica, incentivi (sgravi fiscali e contributivi, credito a tasso agevolato), contributi, sovvenzioni. Spesso queste politiche sono associate a politiche volte a sviluppare specifici settori, dunque ad indirizzare gli investimenti. Ad esempio, l’intervento per poli di sviluppo realizzato negli anni Sessanta nel Sud d’Italia si è configurato al tempo stesso come un’occasione per sviluppare in Italia settori come la siderurgia o la petrolchimica. Oggi un esempio importante è rappresentato dal contributo statale al fotovoltaico.

L’eminent domain è il diritto da parte dello Stato di espropriare qualsiasi terreno privato per motivi di presunta utilità collettiva: es. la costruzione di una ferrovia. È l’esempio più macroscopico di come oggi sia fragile il diritto di proprietà.

Critiche

Gli investimenti sono indirizzati nella maniera migliore dal mercato, che possiede uno standard razionale: i fattori della produzione si indirizzano verso la produzione dei beni di consumo più graditi dagli acquirenti. Il riferimento è costituito dai profitti o dalle perdite.

Gli aiuti a specifici settori produttivi (crediti agevolati, contributi in conto capitale, sussidi) mantengono in vita imprese inefficienti e dunque sprecano risorse, deviando il lavoro e il capitale dai settori più efficienti (quelli che producono i beni che soddisfano i bisogni più urgenti) a quelli meno efficienti. Dunque impediscono i rapidi aggiustamenti che il mercato avrebbe realizzato per soddisfare i desideri dei consumatori. Inoltre la protezione, schermando l’impresa dagli effetti delle decisioni sbagliate, cioè interrompendo la sequenza errore/correzione dell’errore, cancella il processo di apprendimento.

La difesa di posti di lavoro inefficienti determina uno spreco di risorse, fatte affluire verso settori produttivi obsoleti, a scapito di quelli innovativi.

Spesso lo Stato promuove direttamente la realizzazione di progetti (stadi, infrastrutture, fabbriche, aiuti alle esportazioni). Il limite in questo caso è dato dall’osservazione di Bastiat su “ciò che si vede” e “ciò che non si vede”. Ciò che non si vede sono tutte le attività alternative che si sarebbero potute realizzare con le risorse utilizzate dallo Stato. Si potrebbe obiettare che in ogni caso le risorse sono impiegate, le persone lavorano, e dunque non vi sarebbe un danno sul piano economico e del benessere. Ma bisogna ricordare che le iniziative prese dai privati sono quelle che i consumatori desiderano, e ciò è garantito dal meccanismo dei profitti e delle perdite, cosa che manca nelle iniziative prese dai funzionari pubblici[6].

E anche se le risorse sono prelevate non attraverso la tassazione ma attraverso il prestito, comunque sono risorse distolte da altri impieghi.

I politici sono incentivati a moltiplicare i progetti pubblici perché i benefici sono concentrati e i costi diffusi; coloro che ricevono benefici sono disposti a fare attività lobbystica perché i vantaggi per loro sono enormi, mentre coloro che pagano attraverso le tasse non sono motivati ad opporsi perché la quota è suddivisa fra un elevato numero di persone e ciascuno non ha la percezione di un forte prelievo.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

Link alla terza parte

Link alla quarta parte

Link alla quinta parte

Note

[1] Oggi la fissazione diretta dei prezzi di beni e servizi prodotti da privati è meno diffusa che in passato, ma vige ancora in alcuni settori. In Italia l’Autorità per l’energia elettrica e il gas fissa e aggiorna i costi del servizio di vendita dell’energia elettrica per i clienti domestici che non hanno aderito ad un’offerta di mercato libero. Il servizio di vendita è quello che comprende tutte le attività che le imprese private pongono in essere per acquistare e rivendere l’energia elettrica al cliente finale, e costituiscono circa il 65% della bolletta. Altri costi sono quelli rappresentati dai servizi di rete (distribuzione, trasporto), che le imprese pagano al distributore locale; anche queste tariffe sono stabilite dalla suddetta Autorità.

[2] L’espressione proviene dal gergo assicurativo e descrive la situazione in cui un individuo, essendosi assicurato contro un determinato rischio, assume comportamenti poco prudenti, dal momento che le conseguenze non ricadranno patrimonialmente su di lui.

[3] È ciò che è avvenuto nella crisi del 2007-2008. La politica monetaria espansiva praticata dalla Federal Reserve nel periodo precedente il 2007, ridusse il tasso di interesse, falsando i segnali e dunque distorcendo la preferenza temporale dei soggetti economici. L’effetto fu un aumento degli acquisti di case (mutui) e azioni, con incrementi dei prezzi al di sopra del valore reale sottostante. Le società di mutui Fannie Mae e Freddy Mac, formalmente private ma di fatto fortemente condizionate dallo stato, accentuano la tendenza concedendo mutui anche a soggetti non meritevoli di credito. I mutui vengono “impacchettati” (cartolarizzati) in obbligazioni emesse da grandi istituzioni finanziarie. La situazione comincia a precipitare quando ci si rende conto della sovrapproduzione immobiliare: non vi era una domanda così alta di abitazioni, i prezzi crollano e il pagamento delle rate di molti mutui si interrompe. Le agenzie di rating cambiano le valutazioni sulle obbligazioni che incorporano mutui, e i valori crollano. Le istituzioni pubbliche decidono di lasciar fallire alcune istituzioni finanziarie (la banca Northern Rock nel Regno Unito, la Lehman Brothers negli Stati Uniti) e di salvarne altre: la banca d’affari Bear Sterns viene fatta acquisire da JP Morgan, il governo interviene nel capitale di Aig (un’assicurazione con una posizione dominante nei prodotti assicurativi per i mutui ipotecari), Citigroup, Bank of America, Goldman Sachs, Stanley Morgan, American Express, per citare solo le più note.

[4] I sostenitori del controllo degli affitti affermano che un razionamento determinato dal prezzo anziché dalla politica svantaggerebbe i poveri. Tuttavia, se si esaminano tutti gli effetti del provvedimento, alcune conseguenze sfavoriscono proprio le persone a basso reddito. I proprietari infatti, dovendosi accontentare di introiti più bassi, saranno più selettivi nella scelta degli inquilini e in alcune condizioni dell’accordo: ad esempio, pretenderanno un maggior numero di mensilità anticipate, garanzie economiche, referenze dai proprietari precedenti; preferiranno inquilini dello stesso gruppo etnico o dello stesso ambiente sociale. Le minoranze etniche e le persone immigrate di recente sarebbero penalizzate da tali condizioni. Inoltre, anche coloro che riescono ad ottenere l’appartamento ad un affitto più basso, in realtà non ottengono lo “stesso” appartamento che otterrebbero a prezzo di mercato, perché, come detto, la riduzione della manutenzione da parte del proprietario rende disponibile un appartamento di qualità peggiore.

[5] Un altro esempio di tetto al prezzo, anche se in forma indiretta, è il divieto di bagarinaggio, la rivendita a prezzo maggiorato di biglietti relativi a eventi sportivi o musicali o in generale di intrattenimento.

[6] Come ha osservato C.M. Lindsey (1976), i burocrati ritengono vantaggioso per se stessi (nel bilancio costi/benefici) allocare le risorse in modo da produrre risultati “che appaiano” piuttosto che servizi non quantificabili ma di maggior valore.

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Cenni su Carl Menger e il soggettivismo

Ven, 14/11/2014 - 08:00

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

Carl Menger è universalmente ricordato nella storia del pensiero economico come il fondatore, accanto a Jevons e Walras, della teoria marginalista del valore: “E’ noto che molti studiosi collegano la scoperta simultanea negli anni ’60 (n.d.a dell’800) da parte di Jevons, Menger e Walras del principio dell’utilità marginale con il nuovo indirizzo dell’analisi economica […] è attraverso questa ricerca che i tre, ognuno per differenti vie ed ignorando il lavoro degli altri, giunsero quasi contemporaneamente alla formulazione, prima della teoria dell’utilità marginale, e, poi, quella della produttività marginale. Dalle due teorie discese l’applicazione del marginalismo alla legge della distribuzione da cui la nuova impostazione logica dei prezzi relativi dei fattori di produzione, terra, capitale e lavoro”.1

Quel che non sempre viene ricordato è che Menger si distinse dagli altri due per aver tentato di erigere l’edificio economico su basi rigorosamente soggettiviste: “L’obiettivo fondamentale di Menger era di costruire l’intera economia partendo dall’essere umano, considerato come attore creativo e protagonista di tutti i processi sociali [… ] A suo avviso lo scienziato dell’economia doveva porsi sempre nella prospettiva soggettiva dell’essere umano che agisce, in modo che tale prospettiva possa gettar luce in maniera determinante sull’elaborazione di tutte le teorie economiche”.2

Forse una delle manifestazioni più tipiche ed originali del nuovo impulso soggettivista proposto da Menger è stata la sua «teoria sui beni economici di ordine distinto».

Qual è il valore dei beni? I beni hanno un valore relativamente alla capacità di soddisfare un bisogno del soggetto che li utilizza. In quest’ottica sia i beni di consumo che i beni di produzione hanno una loro utilità a seconda che il bisogno del soggetto sia la necessità di consumare (e quindi parliamo di un soggetto-consumatore) oppure la necessità di produrre un bene (e quindi parliamo di un soggetto-imprenditore). “Il pane che mangiamo, la farina con cui si fa il pane, il frumento da cui si ricava la farina, il campo che produce il frumento, tutte queste cose sono beni, cioè cose che servono a soddisfare un bisogno […] Il posto che che ciascuno di questi beni occupa in relazione alle nostre finalità non è uguale per tutti: in relazione al bisogno di pane essi hanno una funzione più o meno diretta”3.

Menger introduce quindi una gerarchia tra i beni (arbitraria quanto si vuole, ma ispirata ad un criterio, e che dobbiamo comprendere per capire quanto diremo poi sul ciclo economico) relativamente alla loro capacità di soddisfare più o meno direttamente i bisogni dei soggetti: i beni che soddisfano direttamente i bisogni, siano essi di natura materiale (cibi, bevande, vestiti ecc.) o immateriali (musica, letteratura, arte ecc), sono quei beni che possono essere usati (o se si vuole, consumati) immediatamente: “Questi beni possono soddisfare direttamente i nostri bisogni e li chiameremo beni di primo ordine”4

I beni di consumo sono quindi i beni del primo ordine; beni che soddisfano la finalità in modo diretto, non mediato. Questo non vuol dire che le altre tipologie di beni non abbiano valore, o non siano beni economici; non sono destinati a soddisfare i bisogni in maniera diretta, ma hanno non meno dei beni di primo ordine il carattere di beni.

Prendiamo come esempio di bene del primo ordine il pane: i beni necessari alla sua produzione, quali la farina, il forno, il combustibile e i vari arnesi per la fabbricazione del pane non servono alla soddisfazione diretta dei bisogni, ma hanno valore in quanto sono usati per realizzare il bene del primo ordine, e quindi indirettamente soddisfano il bisogno di consumo: “Lo stesso avviene per migliaia di altre cose che […] servono alla produzione di beni del primo ordine e sono atte a soddisfare indirettamente i suoi bisogni. Chiameremo queste cose beni di secondo ordine”5.

E’ chiaro che con i beni del secondo ordine non esauriamo le tipologie di beni, ma a seconda della distanza dai beni del primo ordine avremo beni di ordine tanto più elevato (beni del terzo ordine, del quarto ecc).

L’espressione beni di ordine superiore non rende forse immediatamente il concetto, e sarebbe maggiormente corretto parlare di beni di ordine più volte mediati (in relazione alla soddisfazione diretta dei bisogni), in quanto necessitano di un certo numero di passaggi prima di giungere allo stadio del consumo; ma è questa un’espressione poco felice, e continueremo ad utilizzare la terminologia utilizzata in seguito da tutti gli autori di scuola austriaca: beni di ordine superiore o inferiore. E’ bene ricordare che il carattere dei beni non è una caratteristica propria del bene; non è a causa delle proprietà del tale bene che questo risulta essere del secondo piuttosto che del terzo ordine; la sua posizione dipende unicamente dal soggetto che decide di utilizzarli in quel modo, trovandone l’impiego profittevole; potremo trovare lo stesso bene in posizioni del tutto diverse a seconde dell’impiego che di quel bene il soggetto decide di fare.

La struttura produttiva è quindi concepita come divisa in una serie di stadi, dagli stadi più lontani dal consumo procedendo via via fino ad arrivare allo stadio del consumo: “Il procedimento attraverso il quale i beni di ordine superiore vengono gradualmente trasformati in beni di ordine inferiore fino a poter soddisfare direttamente i bisogni umani è il risultato sia dell’attività dell’uomo che di un processo causale. Ma l’idea di causalità è inseparabile dall’idea di tempo. […] I periodi di tempo che le varie fasi di questo processo richiedono possono essere in certi casi anche brevissimi, e il progresso della tecnica e degli scambi tendono ad accorciarli ancora di più, tuttavia rimane il fatto che una produzione senza impiego di tempo è inconcepibile”.6

Se quindi i beni del primo ordine sono in grado di soddisfare immediatamente i bisogni, i beni di ordine superiore permettono la medesima utilizzazione solo dopo un certo lasso temporale, che può essere più o meno lungo a seconda delle circostanze: “I beni di ordine superiore non acquistano e conservano il loro carattere di beni in relazione ai bisogni del presente, bensì in previsione di bisogni di un futuro più o meno lontano”.7

Riassumendo quanto detto finora, possiamo dire che una struttura produttiva ricca di beni di ordine superiore, che diventano beni di ordine di ordine inferiore ed infine beni di prim’ordine solo con il passaggio del tempo, è votata alla soddisfazione di bisogni lontani nel tempo.

Gabriele Manzo

Note

1 Franco, G, 2010 Introduzione ai “Principi di Economia Politica” di Carl Menger, pag 14

2 De Soto, H 2003, La Scuola Austriaca: Mercato e Creatività Imprenditoriale, pag 38

3 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 97

4 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 97

5 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 98

6 Menger C, 2010, Principi di Economia Politica, pag 105

7 Menger C, 1871, Principi di Economia Politica, pag 106

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