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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 30 min fa

Il ruolo dei parlamenti nella lotta alla corruzione

Mer, 17/02/2016 - 09:41

In linea generale, gli studiosi hanno identificato tre serie di azioni che i parlamenti e le assemblee legislative possono intraprendere per ridurre la corruzione (Pelizzo E Stapenhurst, 2014). In primo luogo, come organi legislativi, i parlamenti possono introdurre e approvare proposte legislative per regolare il finanziamento delle campagne elettorali e il finanziamento ai partiti, come anche per affrontare la corruzione e il riciclaggio di denaro.

In secondo luogo, legislature possono anche elaborare codici di condotta o codici etici per fornire ai parlamentari delle indicazioni su come siano tenuti a comportarsi, per spiegare che cosa rappresenti una condotta appropriata e per stabilire opportune sanzioni per eventuali violazioni dei codici stessi (Pelizzo e Stapenhurst, 2014) . Inoltre, legislature sono in grado di istituire comissioni etiche. cioe’ delle commissioni parlamentari il cui compito e’ quello di aiutare i parlamentari a risolvere i dilemmi etici che essi possono incontrare nel corso della loro attività legislativa e di assicurarsi che le norme contenute nei codici di condotta vengano opportunamente implementate e rispettate. Infine le legislature possono contribuire a ridurre la corruzione eseguendo in modo efficace la loro funzione di vigilanza. Chiedendo al governo a rendere conto delle sue azioni, delle sue spese e della implementazioni delle politiche publiche adottate, i parlamenti sono (o hanno il potenzialita’ di essere) la pietra angolare di qualsiasi sistema di responsabilità.

Un numero crescente di studi ha mostrato come l’efficacia con cui le legislature svolgono la loro funzione di sorveglianza – o di controllo e indiirizzo -dia un contributo significativo al miglioramento della qualità della democrazia, alla legittimità e alla stabilità dei regimi politici, e alla lotta contro la corruzione (Pelizzo e Stapenhurst, 2012) .

Un recente studio prodotto dal GOPAC ha confermato quest’ultima conclusione, dimostrando empiricamente che i paesi in cui legislature svolgono con efficacia la loro funzione di controllo e inidirizzo, godano di una migliore qualita’ democratic, sia piu’ stabili (o meno propensi alla destabilizzazione e altri simili rischi politici) e siano caratterizzati da un minor tasso di corruzione (GOPAC, 2013).

Una efficace azione di controllo, da parte dei parlamentari, comporta benefici chiari. Ed in anni recenti alcuni studiosi si sono premurati capire quale sia il nesso causale fra l’efficacia dell’azione di controllo parlamentare e il benefici summenzionati, ovvero tra un efficace controllo parlamentare e il buon governo.

I più recenti contributi a questa linea di indagine hanno dimostrato come l’impianto istituzionale e gli attori politici svolgano un ruolo chiave nel determinare l’efficacia con cui i legislatori svolgono la loro funzione di sorveglianza (Pelizzo e Stapenhurst, 2013). Per quanto riguarda i fattori istituzionali, e’ stato dimostrato come il numero e il tipo di strumenti di controllo parlamentare (interrogazioni, interpellanze, audizioni in commissione, etc), la presenza di organismi indipendenti (Agenzie anti-corruzione, ombudsman, etc) e l’esistenza di una pluralita’ di fonti di informazioni libere e affidabili influenzino la capacità di un legislatore di eseguire con successo la sua funzione di sorveglianza (Pelizzo e Stapenhurst, 2013). Ma mentre questi tre fattori possono fornire un’indicazione accurata del potenziale supervisione di un legislatore – potenziale di cui ha scritto magistralmente Sartori- l’efficacia dell’azione di controllo parlamentare non può essere semplicemente ridotta alla capacità o al potenziale di monitoraggio, controlloe indirizzo. Infatti, l’efficacia di un regime di sorveglianza riflette non solo la capacità di sorveglianza di una legislatura, ma anche la volontà politica di fare un uso efficace di tale capacità (Pelizzo e Stapenhurst, 2012).

Nel nostro lavoro abbiamo sostenuto come il fattore più importante nel determinare l’ efficacia dell’azione di controllo parlamentare è la richiesta o la domanda, da parte dei cittadini, di buon governo e la trasparenza (Pelizzo e Stapenhurst, 2013). Tale richiesta, espressa spesso dalle organizzazioni espressione della cosiddetta società civile, rende chiaro ai legislatori da un lato che essi godono del sostegno popolare mentre svolgono la loro funzione di controllo e, dall’altro, che l’esercizio di una efficace azione di controllo puo’ essere remunerativa in sede elettorale .

Pertanto l’ espressione di un desiderio di buon governo da parte dei cittadini incentiva i legislatori a lavorare in modo produttivo e di svolgere con attenzione le loro parte nel sistema di “checks and balances”.
I legislatori potrebbero non essere sempre campioni di buon governo per il solo amore dell’integrita’, ma sono certo piu’ propensi ad esserlo quando un’efficace azione di controllo puo’ aiutarli ad acqusire consensi ed essere rieletti.

 

Riferimenti Bibliografici

  • GOPAC (2013) Improving Democratic Accountability Globally: A Handbook for legislators on congressional oversight in presidential systems, Ottawa, GOPAC.
  • Mauro, P. (1997) “The Effects of Corruption on Growth, Investment and Government Expenditure: A Cross Country Analysis”, in: K.A. Ellio (ed.) Corruption and the Global Economy, pp. 83–107 Washington, DC: Institute for International Economics.
  • Pelizzo, R. (2012) Le Strategie Della Crescita. Saggi di Politica Economica, Napoli, Guida.
  • Pelizzo, R. and R. Stapenhurst (2012) Parliamentary Oversight Tools, London, Routledge.
  • Pelizzo, R. and R. Stapenhurst (2013) Government Accountability and Legislative Oversight, New York, Routledge.
  • Pelizzo, R. and R. Stapenhurst (2014) Corruption and Legislatures, New York, Routledge.

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Industria italiana: ascesa e declino

Lun, 15/02/2016 - 09:34

Sono passati 30 anni. Ero un giovane ingegnere al mio primo giorno di lavoro, con tante belle speranze, come tutti quelli della mia e delle precedenti generazioni. Allora non potevo immaginare che sarebbe stata anche l’ultima generazione dalle belle speranze. Il motivo di questa mia affermazione sta tutto in quel lontano giorno in cui, in una Milano ancora da bere, l’ingresso di Breda Ansaldo in Viale Sarca 336, era presidiato da picchetti sindacali.

All’epoca compresi solo che era in corso qualche sciopero o manifestazione di lavoratori, niente di più. Mi lasciarono entrare per presentarmi all’ufficio personale, solo perché dovevo essere assunto.
Molti anni dopo, con l’esperienza professionale e soprattutto umana, compresi che già in quella prima metà degli anni 80 la deindustrializzazione in Italia era cominciata. Quel picchetto sindacale era un indicatore non casuale.

Da quegli anni, quel processo non si è mai più interrotto. Ha forse conosciuto rallentamenti, ma è stato inesorabile e dal 2008 ad oggi ha trovato un’accelerazione impressionante. Le statistiche delle sezioni fallimentari di tutti i tribunali italiani, le notizie quotidiane dei media danno la cifra della catastrofe manifatturiera ormai giunta all’epilogo.

In tutti questi anni di lavoro nel settore manifatturiero, mi sono interrogato continuamente sulle cause di questo disastro ormai irreversibile.

Ne scrivo qui su questo sito perché mi è stato richiesto. Ma soprattutto perché le cause alla radice di questa deindustrializzazione italiana sono ampiamente spiegate e descritte nella teoria della Scuola Austriaca di Economia, di cui Ludwig von Mises è stato un illustre decano.

Una causa importante di questa crisi che viene da lontano risiede nell’interventismo statale.

Nel dopo guerra, la domanda crescente di beni ha contribuito a far nascere e rafforzare il tessuto italiano manifatturiero. Questo processo durato a lungo, già all’origine era viziato da alcuni elementi:

  • Massiccia presenza di grandi imprese a capitale pubblico (IRI: fondato nel 1933 da Benito Mussolini). L’IRI negli anni 80 comprendeva circa un migliaio di aziende e dava lavoro a oltre 500.000 persone. Sulle voragini dei suoi bilanci, epici quelli dal 1975 in avanti, intervenivano i governi dell’epoca per coprire le perdite, interessati al serbatoio elettorale e forzati dalla spesa dei partiti e della propaganda, già allora massiccia. Le scelte strategiche del management di queste imprese erano ovviamente condizionate dagli interessi della politica e soprattutto dai diktat dei partiti. Il colmo si raggiunge con Romano Prodi, nominato presidente dell’IRI sotto il governo Fanfani (V) nel novembre del 1982. Il “professore” come lo ha sempre chiamato la stampa di regime, tenta il risanamento del carrozzone pubblico denunciandone l’ingerenza politica e cercando di ridurla o contenerla. Non gli riesce né la prima, né la seconda. Il disastro IRI, anche sotto la presidenza Prodi durata fino al 1989, è conclamato. Quello stesso modesto professore di Bologna divenne quindi capo di coalizioni politiche e presidente del consiglio per ben due volte. Si capisce pertanto che alla riforma dell’IRI era stato messo un eccellente burosauro. Risultato: nessuna riforma, voragini di bilancio spaventose. In tutto e per tutto come avviene oggi, con i Commissari alla Cottarelli, che sono chiamati dalla politica per la Spending Review. Zero risultati, dimissioni del commissario in carica, (Cottarelli ha anche scritto un libro sul fallimento), nomina di un nuovo commissario. E la giostra torna a girare.

 

  • La presenza di imprese pubbliche importanti e di un capitalismo privato asservito per necessità alla partitocrazia, hanno generato un tessuto industriale della subfornitura nelle Piccole Medie Imprese geneticamente modificato. Delle imprese pubbliche si è detto, del capitalismo privato la storia d’Italia è lastricata di buone intenzioni. Esempi che raccontano della necessità vitale per le imprese di convivere con una burocrazia statale asfissiante, del bisogno di fare patti e accordi con partiti e poteri politici di ogni epoca e di ogni livello : comunale, regionale, statale. Questo coagulo inestricabile di interessi e convenienze, protezioni e convivenza forzate ha fatto del capitalismo italiano una struttura capace solo di privatizzare gli utili, rendendo pubbliche le perdite col beneplacito di partiti, governi e sindacati per la pace sociale.

 

  • La piccola media impresa che è nata sulla spinta delle commesse della grande impresa, sia pubblica che privata, è stato condizionata sin dalla sua nascita da questo contesto cancerogeno. Evidentemente in tutto simile a quello di un OGM, lo chiameremo MGM : mercato geneticamente modificato. Vincoli e laccioli della burocrazia statalista, adattamento del capitalismo privato al “do ut des” o meglio all’italico “una mano lava l’altra” in via permanente, sono stati gli strati sui quali la piccola media impresa si è formata ed è cresciuta : cultura mista privato-pubblica, capitalista-statalista. Non ho conosciuto neppure uno solo di rag.Brambilla o cav.Casiraghi, che non si sia dovuto inchinare a questo schema e farlo proprio.

In un paese come l’Italia dove la pianificazione economica rimane centralizzata tra Roma e Bruxelles, nessun protagonista o attore del mondo delle grandi imprese e delle PMI, ha avuto ed ha libertà di azione, e semmai la possiede, questa si realizza adattandosi alla pianificazione centrale per sfruttarne abilmente tutti i suoi collegati, a partire da sussidi, incentivi, detrazioni fiscali, agevolazioni di ogni sorta.

E’ di questi sussidi, incentivi, detrazioni e agevolazioni che la nostra industria è ormai morta, mentre quella che sopravvive è malconcia e in agonia.

L’elenco degli interventismi statali negli ultimi 40 anni è lunghissimo e non so neppure se è mai stata fatta una sintesi da parte di qualche ricercatore.

Cito solo alcuni di questi interventi che professionalmente posso confermare quanto siano stati nefasti nelle industrie ed aziende che se ne sono avvalsi.

La “Tremonti Bis”, basata sulla detassazione degli utili reinvestiti, è del 2001, seguita dalla “Tremonti Ter” del 2009 sempre con la stessa finalità (rilancio dell’economia !!!) e sullo stesso schema (detassazione degli utili). Anche nel 2014 il “Decreto Competitività (governo Letta) si è occupato della stessa questione.

Risale al 1965 la Legge Sabatini che già allora elargiva finanziamenti alle piccole e medie imprese per l’acquisto o la locazione finanziaria (con patto d’acquisto) di nuove macchine utensili o di produzione. Solo per dare un’idea dal 1965, di Leggi Sabatini o considerate tali, ve ne sono state fino al 2015 (legge 288) sempre sotto l’egida evergreen di “Misure per il rilancio dell’economia”.

Giudico questo genere di interventi, una tra le principali cause della crisi dell’industria italiana, perché sono stati falsati i segnali del mercato agli investitori, inducendoli a decisioni che, con un’equilibrata valutazione degli scenari, non avrebbero preso o a cui avrebbero assegnato minore valenza.

Molti di questi interventi statali non hanno manifestato subito il loro nefasto effetto, perché con una domanda crescente, tutti i competitors di un mercato possono dividersi la torta. Questi interventi hanno tuttavia reso occulto agli imprenditori il vero livello di competitività delle loro imprese. Dal momento in cui il mercato si ferma e la sua domanda retrocede, emergono due elementi mortali : la scarsa competitività e l’eccedenza della capacità produttiva disponibile.

Ho assistito per decenni a questo scempio industriale prodotto dall’interventismo statalista, ho cercato come ho potuto di oppormi sia con le mie competenze squisitamente tecniche, sia con le mie conoscenze economiche e libertarie. Devo ammettere con scarsi risultati.

Ed ho visto purtroppo decine, centinaia di aziende di ogni dimensione e settore, cedere prima e liquefarsi poi, sotto il peso di una mancata competitività e l’eccedenza dell’apparato produttivo.

Ludwig von Mises dichiarava a questo proposito :

Ogni economia – qualunque sia il contenuto istituzionale nel quale si svolge – ha da risolvere il problema del migliore utilizzo di risorse scarse; che a tal fine si richiede un calcolo che consenta di scegliere, tra tutte le alternative possibili, quella migliore; che tale calcolo si può eseguire solo in quanto le risorse siano dotate di opportuni indici di scarsità, così come avviene mediante la formazione di prezzi su un mercato; che nell’economia pianificata, poiché, come conseguenza della proprietà pubblica, non esiste mercato per le risorse produttive, la determinazione di tali indici è impossibile; che, perciò, l’economia pianificata, non potendo eseguire alcun calcolo, è condannata all’impossibilità di risolvere il problema economico, è cioè un’economia priva di razionalità.

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Cripto-anarchia ed imprenditoria libertaria – Capitolo 3: L’applicazione al soldo della libertà

Ven, 12/02/2016 - 09:31

Senza dubbio il più grande esempio di comunità libera che può essere creata utilizzando la crittografia è Bitcoin, la moneta digitale inventata da Satoshi Nakamoto, la cui vera identità rimane sconosciuta. Bitcoin utilizza tutti i principi che ho descritto nei capitoli precedenti. Si basa su software libero e utilizza la crittografia a chiave pubblica per stabilire identità e garantire la validità dei messaggi inoltrati.

Bitcoin è un tipo di denaro digitale peer-to-peer, indipendente da banche e governo. Per una spiegazione dettagliata di come funziona Bitcoin, il paper originale di Satoshi è molto facile da comprendere. Ogni persona ha uno o più wallet contenenti la chiave pubblica. Il software di Bitcoin può costruire messaggi firmati dalla chiave privata di un wallet, il quale dice che una certa quantità di bitcoin viene trasferita ad un altro wallet.

La storia di tutte le transazioni di bitcoin è memorizzata in una banca dati accessibile al pubblico chiamata blockchain. Essa è duplicata su molti computer. La quantità di bitcoin che contiene un wallet è conosciuta leggendo la blockchain. E’ così che Bitcoin utilizza il sistema di reputazione che ho descritto in precedenza. La storia precedente del wallet determina di cosa è capace. Se vengono spesi tutti i bitcoin al suo interno, non se ne possono spendere di più.

Pertanto, la crittografia assicura che i bitcoin si comportino come merci fisiche scarse, anche se sono semplicemente cifre in un computer. Nessun nuovo bitcoin può essere creato, perché non potrebbero essere ricondotti ad una storia valida nella blockchain. Le transazioni non possono essere contraffatte perché richiedono una firma digitale da parte del portafoglio che li spende.

La blockchain viene generata da un processo progettato per garantire che vi sia sempre un consenso nella storia delle transazioni. La preoccupazione è che è possibile realizzare due o più operazioni che sono singolarmente valide, ma che sono incompatibili tra di loro. Per esempio, supponiamo che qualcuno abbia almeno un bitcoin, ma meno di due, e performi due operazioni in cui spende contemporaneamente un bitcoin in entrambe. Tutti devono accordarsi su quale operazione vada accettata e quale rifiutata.

Questo viene fatto rendendo più difficile la generazione dei blocchi, richiedendo la loro conformazione a certe regole arbitrarie. In cambio di spese di transazione e bitcoin senza proprietari, le persone cercano con i loro computer di generare nuovi blocchi. Una volta che viene creato, ha la priorità ed è difficile produrre un blocco concorrente. Il creatore del blocco decide quali operazioni ci debbano finire dentro. Al crescere della blockchain, diventa esponenzialmente più difficile produrre una catena concorrente che si dirami in un dato momento nel passato.

Bitcoin non è anonimo come si potrebbe desiderare. Anche se non si può dimostrare chi possieda un dato wallet, è possibile scansionare la blockchain per cercare indizi su come collegare un wallet ad una persona. Questo è lo svantaggio più significativo di Bitcoin. Tuttavia, un eventuale aggioranamento chiamato Zerocoin consentirebbe un notevole miglioramento dell’anonimato.

C’è disputa tra gli economisti Austriaci se Bitcoin sia realmente adatto, o anche possibile, come denaro. Tuttavia, i critici di Bitcoin sono semplicemente ignoranti. Il loro amore per l’oro supera la loro oggettività. Non tenterò un’analisi economica di Bitcoin, ma gli scrittori Austriaci come Peter Šurda e Konrad Graf hanno dimostrato con grande chiarezza che Bitcoin è perfettamente buono come moneta, e non verrebbe violata alcuna legge economica se dovesse diventare denaro.

 

Andare oltre

Bitcoin è un enorme miglioramento rispetto a PayPal, alle carte di credito, alle banche, ed è persino superiore all’oro in molti modi. Può essere teletrasportato immediatamente in qualsiasi parte del mondo senza fare affidamento su qualsiasi istituzione diversa da un network di computer. Un wallet, adeguatamente protetto, non può essere rubato. Le banche sono obsolete. E’ più difficile creare nuovi Bitcoin che creare oro. Sarebbe possibile creare una macchina che sforni oro con reazioni nucleari. Sarebbe molto più difficile convincere la comunità Bitcoin ad accettare un cambiamento del loro software che permetterebbe l’inflazionamento della valuta. Bitcoin è potenzialmente, e credo molto probabilmente, una delle più grandi invenzioni della storia. Combatte esattamente dalla parte dei libertari.

Se Bitcoin diventerà denaro, il controllo del governo sulla moneta finirà. Non ci saranno più banche con cui gli stati potranno entrare in collusione. L’età oscura dell’inflazione sarà finita. Anche se Bitcoin ha solo quattro anni, ha già scosso i mercati mondiali. Quasi tutto ciò che viene venduto online può essere acquistato con i bitcoin. Gli argentini e gli iraniani li usano per sfuggire ai controlli sui capitali. I regolatori degli Stati Uniti sono apertamente derisi in televisione quando dicono di volerli regolamentare. La sua crescita è già sorprendente, e nel tempo diventerà solo più utile. E’ come il Blob. Nessuno può fermarlo.

Il mercato nero sta fiorendo ad un livello che sarebbe sembrato impossibile pochi anni fa. Facendo affidamento su Bitcoin e Tor, il sito Silk Road ospita un mercato di contrabbando. Non deve nascondere la sua esistenza. Questo sito rimane aperto sfidando la guerra alla droga. Lo stato non può scoprire dove è ospitato. Il suo conto in banca non può essere congelato.

Questo è il mondo in cui viviamo, e Bitcoin lo sta cambiando. Sfida lo status quo di tutto il mondo. Questo è ciò che è possibile con la crittografia. Eppure Bitcoin è solo un’applicazione di quello che ho descritto nel Capitolo 1. Bitcoin non è solo un forum online con emoticon segrete o qualcosa del genere. Si tratta di una comunità costituita da vita reale e di una merce reale, nonostante sia costruito su un protocollo di crittografia ed alcuni software che implementa. E’ possibile fare molto di più. Ogni comunità che si fonda sulla crittografia potrebbe essere potente come Bitcoin. Tutto quello che serve è una nuova applicazione.

La rete Bitcoin ci fornisce un esempio di legislazione libertaria. Il protocollo Bitcoin è una legge a cui bisogna conformarsi se si vuole interagire con la rete Bitcoin. In caso contrario, la rete non lo accetterà. Il suo autore non è un rappresentante eletto, ma un genio anonimo che ha semplicemente lasciato che la sua proposta venisse accettata.

In quanto a strategia libertaria, dovremmo convincere le persone ad utilizzare la crittografia. Potremmo farlo creando nuovi prodotti crittografici e facendo in modo che la gente li ami. Più le persone si abituano all’idea di una comunità crittografica, più la richiederanno. Più la otterranno, meno potenti saranno gli oppressori. Abbiamo bisogno di un mercato azionario della crittografia. Abbiamo bisogno di un sistema di crittografia per la risoluzione dei contratti. Abbiamo bisogno di un sistema di rating della crittografia. Abbiamo bisogno di un network della crittografia. Tutti questi sogni sono possibili, e tanti altri vanno oltre la mia immaginazione. Nessuno richiede la vittoria di elezioni, ma ognuno potrebbe cambiare il mondo.

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Cripto-anarchia ed imprenditoria libertaria – Capitolo 2: La crittografia a chiave pubblica

Mer, 10/02/2016 - 09:23

La crittografia a chiave pubblica è il più grande strumento di libertà mai concepito. La sua scoperta è rivoluzionaria. Prima di questa, tutta la crittografia era solo hacking. E’ stata sviluppata nel 1973 da Ellis, Cocks e Williamson del CGHQ nel Regno Unito, ma questo lavoro non è stato classificato fino al 1997. È stata sviluppata in maniera indipendente nel 1976 da Rivest, Shamir e Adleman del MIT. Il loro lavoro è stato pubblicato, anche se protetto da un brevetto fino al 2000. Infine è diventata di libero utilizzo.

Per capirla, però, sarà necessario andare oltre le basi della crittografia a chiave simmetrica, che è il tipo di crittografia con cui abbiamo intuitivamente familiarità (il tipo che è esistito fin dall’antichità). Una volta che vengono compresi i limiti della crittografia a chiave simmetrica, allora crittografia a chiave pubblica vi sembrerà una magia.

Iniziamo a pensare ad una semplice cifra di sostituzione. Ciò significa che il messaggio è una stringa di testo e la cifratura consiste nel sostituire ogni lettera con una diversa. Ad esempio, riuscite a risolvere il seguente codice?

JHBYEUXRBLPDWJXOBELNEHNTBFYDJHBWDCYUWJWLNUUWZBDJXLYERWRJRWEIBBCWEGJHBWDOYEBXWEJHBWDYSECYLIBJRUXRNEMBDRCYYEBD

Possiamo notare due cose. In primo luogo, questo algoritmo è insicuro. Indipendentemente da come siano sostituite le lettere, sarebbe facile da decifrare, soprattutto con un computer. Abbiamo bisogno di qualcosa di molto più complicato per creare un messaggio che sia abbastanza segreto. Ancora più importante, essere a conoscenza della sequenza di sostituzione delle lettere è sufficiente sia per decrittografare che per cifrare un messaggio. E’, infatti, impossibile sapere come crittografare un messaggio senza conoscere simultaneamente il modo per decodificarlo.

Questa è l’essenza della crittografia a chiave simmetrica: è impossibile sapere come crittografare un messaggio senza sapere come decifrarlo, e viceversa. Questo porta a problemi reale. Se, per esempio, il mio nemico entra in possesso di uno dei miei messaggi segreti e riesce a decifrarlo, non solo sarebbe in grado di leggere il resto dei miei messaggi ma addirittura farne di nuovi, forse per ingannare me ed i miei amici.

Ma c’è un problema ancora più grande. Perché se l’unica crittografia che conosciamo è la cifratura a chiave simmetrica, allora non ci si può mandare affatto dei messaggi. Due confederati (persone che si vogliono scrivere in maniera sicura ma che non si sono messi già d’accordo su di una chiave comune) non hanno modo di parlare tra di loro per stabilire un protocollo segreto, senza che un intruso carpisca tutte le informazioni. Dobbiamo avere un mezzo di comunicazione già sicuro per definire un codice a chiave simmetrica! Ma se ce l’avessimo, allora il problema sarebbe già risolto.

La crittografia a chiave simmetrica è quindi veramente utile solo per tenere al sicuro i vostri segreti. Nel momento in cui si lascia che qualcun altro la conosca, viene creata una falla di sicurezza. Non sapete chi potrebbe essere in ascolto, e non sapete chi altro può rubare il segreto dal confederato.

 

Crittografia a Chiave Asimettrica

Pensiamo a come migliorare il codice di sostituzione. Uno dei trucchi più evidenti che potremmo provare è quello di sostituire le lettere in blocchi di due piuttosto che individualmente. Ad esempio, AA potrebbe diventare QF e BB potrebbe diventare LV. Questo sarebbe molto più sicuro anche se ancora facilmente scopribile con l’aiuto di un computer. Potremmo allora provare a sostituire le lettere in blocchi di tre o quattro. Alla fine raggiungeremmo un punto in cui sarebbe impossibile anche per un computer scoprirla in un tempo ragionevole.

Tuttavia il problema di questo metodo è che maggiore è il blocco che usiamo, più grande è la lista di sostituzioni. Un blocco di due richiede 26^2==676 sostituzioni. Un blocco di tre richiederebbe 17,576 sostituzioni, ed un blocco da quattro ne richiederebbe quasi mezzo milione. Un computer non potrebbe scoprire un tale codice, ma comunicare un tale elenco non sarebbe affatto pratico.

Invece, potremmo tentare di inventare un algoritmo che estragga casualmente un blocco di quattro lettere in un modo che sarebbe molto difficile da indovinare, ma che può ancora essere descritto con un breve messaggio. Questo apre veramente nuove possibilità: dato che un codice di sostituzione è dato semplicemente come un elenco delle sostituzioni, è intrinsecamente un algoritmo a chiave simmetrica. Considerando che se un codice è dato come un algoritmo, e se l’insieme di sostituzioni da esso definite è così enorme che non può essere elencato, allora le proprietà dell’algoritmo possono modificare le proprietà del codice.

Ad esempio, supponiamo che siete in grado di progettare un algoritmo che può essere eseguito in una frazione di secondo ma per il relativo algoritmo inverso ci vorrebbero milioni di anni. Se foste in possesso di una cosa del genere, potreste spiegarlo in modo sicuro a chiunque e senza paura che il messaggio possa essere decifrato. Non è molto utile perché nessuno, nemmeno io o i miei amici, potrebbe decifrare i messaggi! Comunque è interessante.

Tuttavia, esiste un aggiornamento che rende utile questa idea. Supponiamo che ci siano due algoritmi che siano inversi l’uno rispetto all’altro. Entrambi sono veloci e molto lenti da invertire. Un algoritmo può essere usato per cifrare e l’altro per decifrare. Tengo segreto l’algoritmo di decrittazione ma lascio che i miei amici vedano l’algoritmo di crittografia. Ora mi possono inviare messaggi, ma solo io posso leggerli e non ho dato via segreti che mi possano compromettere. In realtà, posso lasciare che anche i miei nemici possano vedere l’algoritmo di crittografia. Non possono farci nulla se non mandarmi messaggi.

L’aggiornamento finale è che ognuno di noi abbia due algoritmi: uno segreto e l’altro pubblico. Come possiamo scoprire così tanti algoritmi? Tipicamente esiste una classe di algoritmi, ciascuno dei quali è specificato da un numero o chiave. Quindi ognuno di noi ha una chiave pubblica ed una privata. Questa è la crittografia a chiave pubblica.

Ora le due persone possono comunicare in modo sicuro, anche se non si trovano su un canale sicuro. Un nemico può anche origliare, ma non capirà nulla di quello che ci diciamo dopo che ci siamo scambiati le chiavi pubbliche.

 

Costruire Comunità con la Crittografia a Chiave Pubblica

La magia della crittografia a chiave pubblica è che dà alle persone la possibilità di dimostrare di avere un segreto senza rivelarlo. Pensate a quanto possa suonare paradossale. Ma ora è abbastanza facile da capire. Se volessi verificare la vostra identità, vi manderei semplicemente un messaggio cifrato con la chiave pubblica e vi chiederei di dirmi quello che il messaggio contiene. Solo il titolare della chiave privata può rispondere correttamente alla domanda.

Questo potrà sembrarci poco intuitivo, perché la nostra tecnologia non si basa su di essa. Il fatto che usiamo ancora oggi queste tecnologie primitive (come le carte di credito che hanno il proprio numero stampato in bella vista, o le forme di identificazione come i numeri della previdenza sociale) è obsoleto. Sono obsoleti da decenni. Non c’è alcuna ragione per cui dobbiate mostrare la vostra password o il vostro numero di identità a qualcuno.

Il motivo per cui la crittografia a chiave pubblica è così potente per l’individuo, è che dimostrate la vostra identità solo con il vostro consenso. Una chiave privata non è come una carta d’identità che può essere richiesta in qualsiasi momento e portata via in caso di necessità. Potete scegliere in quali gruppi far parte e potete mantenere segreta la vostra appartenenza.

C’è un piccolo problema. Se vi è una terza parte che si intrufola quando scambiate le chiavi pubbliche, può vedere quali chiavi vengono scambiate. Anche se non vede che dimostrate la vostra identità, non potrebbe supporre che la chiave pubblica possa corrispondere alla chiave privata? E’ un problema facilmente risolvibile perché la chiave che si utilizza per l’autenticazione non deve essere la stessa per quella utilizzata per stabilire un canale sicuro. È anche possibile generare una nuova chiave in modo casuale ad ogni conversazione e quindi autenticarsi con la vostra chiave privata.

C’è di più. Se si utilizza l’algoritmo privato su un messaggio cifrato con l’algoritmo pubblico, riuscite lo stesso a decifrare il messaggio originale. Dato che i due algoritmi sono inversi, potreste anche usare il vostro algoritmo privato su un messaggio non criptato per ottenere un messaggio criptato che può essere decifrato solo dal vostro algoritmo pubblico. Il risultato è un messaggio cifrato che è veramente il mio. Questa è l’idea alla base di una firma digitale.

L’utilizzo di una firma digitale può servire alla comunità per alcuni tipi di comunicazioni, per qualunque cosa ritenga importante come stabilire la reputazione dei suoi membri. I messaggi possono essere firmati digitalmente da più persone, in modo che possano essere considerati come contratti o registrazioni di uno scambio. La storia di ogni membro può essere pubblica ed indelebile.

Una vera e propria firma digitale è un po’ più complicata di quello che finora ho descritto qui. Normalmente non si cifrerebbe un intero messaggio, ma lo si farebbe solo per una parte del messaggio. Il messaggio viene inviato con il suo hash cifrato. L’effetto è lo stesso perché il messaggio è ancora indelebilmente legato al mittente.

Una comunità che unisce il segreto della crittografia, l’autenticazione a chiave pubblica e la firma digitale è una comunità volontaria legata insieme da contratti e dalla reputazione. Non richiede alcuna autorità centrale, perché i documenti di cui si avvale per stabilire la reputazione possono essere memorizzati su diversi computer. Quindi è resistente agli attacchi dello stato. L’esilio è l’unica punizione che la comunità ha a sua disposizione.

Questo è il libertarismo. E’ esattamente ciò che i libertari hanno sempre agognato. Se vogliamo che la gente si abitui all’idea che possiamo mettere da parte lo stato e che la libertà di associazione e la privacy sono inerenti alla natura della realtà, tutto quello che dobbiamo fare è costruire una comunità crittografica. Non c’è bisogno di parlare in termini astratti con quelle persone che non vogliono ascoltare. Basta costruire le reti e le persone ne saranno attratte. Una volta che le persone ci si abituano, saranno loro a richiederle.

C’è un altro servizio che le persone potrebbero desiderare e che non ho previsto: l’anonimato. Un intruso non può sapere quello che state dicendo, ma potrebbe comunque sapere che voi ne siete membri. Forse una spia può diventare membro e cercare di legare una persona nella vita reale ad una chiave pubblica. Idealmente, potreste voler evitare che le vostre comunicazioni vengano legate ad una certa comunità. L’anonimato è un po’ più complicato da prevedere, ma può essere raggiunto con i servizi come quelli forniti da TOR. Non voglio andare più in dettaglio su ciò che è possibile, ma basti dire che è possibile costruire molto di più sulla struttura di base che ho descritto qui.

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Cripto-anarchia ed imprenditoria libertaria – Capitolo 1: La strategia

Lun, 08/02/2016 - 09:20

La libertà è una ideologia per tutti. Ne beneficiano tutte le persone ed i gruppi i cui obiettivi non richiedono l’oppressione. Tutte le obiezioni alla libertà hanno semplicemente stimolato più immaginari in cui sono possibili organizzazioni volontarie e hanno mostrato chiaramente quanto siano migliori nel fornire servizi originariamente pensati per essere erogati dallo stato. I movimenti una volta credevano di essere del tutto incompatibili con il libertarismo, come il femminismo e l’ambientalismo, ora invece hanno ramificazioni che si rifanno al pensiero libertario. La libertà è un collante universale.

Eppure le persone non ascoltano. L’ideale di libertà è troppo astratto per loro: la maggior parte delle persone ha bisogno di sperimentarla prima di poterla desiderare. Per esempio, quando venne inventato Napster, improvvisamente le persone di tutto il mondo poterono ignorare l’oppressione dei diritti d’autore. Assaggiarono la libertà e il sapore era dolce. Dopo averla sperimentata, non ci avrebbero rinunciato.

L’obiettivo dell’imprenditore libertario è di dare agli altri quel gusto, non influenzandoli con la politica ma rendendo la politica irrilevante. Si tratta di costruire beni strumentali per l’agorismo, in modo che possa essere portato alle masse. Ciò richiede un approccio di principio che è più circoscritto rispetto all’assioma di non aggressione ma senza contraddirlo. Vi è di più per essere preoccupati se una organizzazione è volontaria: due forme di organizzazione possono essere altrettanto volontarie ma diseguali nella loro vulnerabilità agli attacchi dello stato.

Ad esempio, supponiamo che la gente in una comunità voglia adorare una impresa i cui servizi richiedano la consegna di terre ed armi nelle sue mani. Tale sistema potrebbe, in teoria, rimanere del tutto volontario, ma solo un pazzo potrebbe pensare che sia probabile. Tale impresa sarebbe facilmente corruttibile, o trasformandosi in uno stato oppure accordandosi con uno stato esistente. Non ci sono motivi per criticare tale impresa in base a motivi strettamente libertari, ma nel momento in cui inizierebbe a comportarsi in modo coercitivo, potrebbe essere troppo tardi. Considerando che l’imprenditore libertario dovrebbe opporvisi sin dall’inizio, diverrebbe urgente sviluppare un modello di business alternativo affinché competa con questo.

L’imprenditore libertario dovrebbe individuare quei settori con il maggior livello di rischio e cercare di trasformarli in qualcosa di meno rischioso. Ci sono tre modi in cui un settore può essere rischioso. In primo luogo, se lo stato ne trarrebbe particolarmente vantaggio nel controllarlo. Ci sono alcuni settori che allo stato piacciono più di altri: la polizia, l’istruzione e il trasporto sono particolarmente rischiosi. In secondo luogo, se il settore è particolarmente centralizzato, lo stato deve solo entrare in collusione con i suoi più grandi giocatori al fine di prenderne il controllo. In terzo luogo, se il settore funziona in modo da promuovere la dipendenza dei clienti. Se è troppo scomodo passare da una azienda all’altra, allora le persone saranno inclini a rimanere dipendenti da essa nonostante vengano danneggiate.

Se un’idea imprenditoriale vuole trovare spazio, deve essere attraente per le persone che non si preoccupano dello stato. E’ inaccettabile proporre che la gente smetta semplicemente di mettere i soldi nelle banche e che commerci solo in monete d’oro, come fecero sia Rothbard che Mises. L’imprenditoria libertaria deve aumentare la divisione del lavoro e ridurre il rischio. Malgrado il successo del movimento homeschooling, non potrà mai contestare direttamente il controllo delle scuole pubbliche sui bambini. Un’idea che promuove l’atomismo rende tutti più poveri. Non è un gioco da ragazzi, ed alla fine è anche controproducente. I solitari non hanno alcuna possibilità contro lo stato.

La strategia, quindi, è quella di promuovere il decentramento consentendo alle persone di coordinarsi tra loro mediante un sistema condiviso di regole o tradizioni, piuttosto che attraverso un mediatore. Promuovere l’indipendenza da particolari organizzazioni attraverso la promozione di una maggiore dipendenza dalle reti e dalla società nel suo complesso.

 

Cripto-Anarchia

Il movimento cripto-anarchico, che sin dall’inizio si è basato sulla teoria anarco-capitalista, può essere riassunto dalla constatazione che la crittografia ci offre una grande opportunità per diffondere il gusto della libertà. La cripto-anarchia non è una branca della teoria libertaria, ma una strategia libertaria. Si tratta di un quadro per l’azione. Gli strumenti crittografici che abbiamo oggi sono economici, potenti e profondamente individualisti. Nessuno può puntare una pistola ad un’equazione. Il software crittografico funzionerà secondo le regole della matematica, indipendentemente dalle direttive dello stato. Finché è possibile distribuire il software della crittografia, quest’ultimo è in grado di mostrare la libertà alle persone.

La crittografia deve essere pensata in primo luogo come una comunità — non uno strumento di segretezza. C’è sempre qualcosa che è segreto, ma non deve essere un messaggio. Invece, può funzionare un po’ come una chiave di un’auto: la sua forma è arbitraria e senza senso, ma il suo modello è associato ad una serratura di una macchina che non può partire senza. Una macchina bloccata dalla chiave non può essere accesa.

La crittografia promuove l’indipendenza riducendo la necessità di fare affidamento sulla forza fisica per la difesa. E’ facile costruire una chiave [crittografica, NdT] che non potrebbe essere spezzata da un computer grande quanto la Terra anche se utilizzato per milioni di anni. Questo blocca lo stato fuori dalla azioni che richiedono la chiave. La crittografia promuove il decentramento riducendo la necessità di coordinarsi tramite terzi. Un protocollo ben scritto è sufficiente per consentire alle persone di collaborare ed attenersi al loro obblighi.

In una democrazia, nessuna visione individuale può cambiare il mondo. Ecco perché la politica è inadeguata per i libertari. Dall’altra parte, nel libero mercato, un imprenditore può cambiare il mondo. Ecco dove i libertari sono a loro agio. Con la crittografia, un inventore libertario può creare un’intera società libertaria.

 

Articolo di Daniel Krawisz, tradotto da Francesco Simoncelli.

 

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La Banca Centrale Europea è in procinto d’implementare un maggiore pompaggio monetario

Ven, 05/02/2016 - 09:59

Il 21 gennaio 2016 il presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, ha affermato che il Consiglio Direttivo potrebbe approvare più stimoli nella sua prossima riunione a marzo. Il Presidente della BCE è del parere che lo stimolo monetario intrapreso dalla banca centrale sin dal giugno 2014, abbia rafforzato la resistenza dell’area Euro ai recenti shock economici globali. Il tasso di crescita annuale del bilancio della BCE (pompaggio monetario) è passato da -8.5% a dicembre 2014 al 31.3% a dicembre 2015, mentre il tasso di riferimento della BCE è stato pari ad un minimo record dello 0.05%.

Ciononostante il presidente della BCE sostiene che finora la banca centrale non è riuscita a portare il tasso d’inflazione verso il suo obiettivo del 2%.

Secondo Draghi un fattore importante alla base di ciò, è il forte calo del prezzo del petrolio. Il tasso di crescita annuale dell’IPC è stato pari allo 0.2% a dicembre.

Secondo il nostro modello, il tasso di crescita potrebbe scendere a -0.1% a dicembre di quest’anno. Entro dicembre del prossimo anno prevediamo uno 0.8%. Sulla base di ciò, è molto probabile che la BCE rafforzerà ulteriormente il ritmo del pompaggio monetario.

Un forte rimbalzo nella dinamica di crescita della nostra misura monetaria per l’Eurozona (AMS), fa ben sperare per l’attività economica in termini di produzione industriale nei prossimi mesi (vedi grafico). La posizione monetaria allentata della BCE si manifesta nel rafforzamento del momento di crescita dell’AMS europea, con il tasso di crescita annua passato dal 6.5% a novembre del 2014 al 13% a novembre 2015.

Suggeriamo che un ulteriore rafforzamento del pompaggio monetaria da parte della BCE, non farà altro che rafforzare ulteriormente le varie bolle — attività che consumano ricchezza. La maggior parte degli economisti e commentatori mainstream considera il pompaggio monetario una politica corretta per mantenere “in salute” l’economia. Secondo loro un aumento della massa monetaria significa un aumento della domanda di beni e servizi, e attraverso il famoso moltiplicatore keynesiano, un rafforzamento dell’attività economica in generale — cioè, la domanda crea l’offerta. Suggeriamo che questo modo di pensare sia errato, poiché un aumento dell’offerta di moneta mette sempre in moto uno scambio di nulla per qualcosa. Le stesse dinamiche generate da un contraffattore monetario.

Mentre i pensatori mainstream probabilmente si opporrebbero alla contraffazione monetaria, sono pienamente solidali con il pompaggio monetario da parte della banca centrale, il quale è identico alle pratiche di un falsario — impoverimento dei creatori di ricchezza.

Questa cosa può andare avanti fino a quando il bacino della ricchezza reale è ancora in crescita, ma una volta che inizia a ristagnare o diminuire nessun pompaggio può aumentare l’attività economica in generale — scompare l’ammontare di finanziamenti reali per supportare le attività in bolla.

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Non abbiate timore della deflazione

Mer, 03/02/2016 - 09:24

Non dobbiamo avere paura della deflazione. Dovremmo amarla tanto quanto le nostre libertà. – Jörg Guido Hülsmann

 

La deflazione è stata spesso citata dalla stampa come un fenomeno negativo nella diffusione di bitcoin. Ad esempio, il famoso economista Keynesiano Paul Krugman ha ridicolizzato la criptomoneta bitcoin dicendo: “rafforza la tesi contro un nuovo gold standard – perché dimostra quanto sarebbe vulnerabile rispetto all’accumulo di denaro, alla deflazione e alla depressione”

Krugman non potrebbe avere più torto. La deflazione non è un problema nel sistema monetario tradizionale e non sarà un problema nell’economia bitcoin.

Mentre oltre il 99% dei 21 milioni di bitcoin sarà estratto entro il 2031, avrà fine la lieve inflazione ed avrà inizio un periodo di non-inflazione. Anche se l’offerta della moneta crittografica sarà relativamente statica, ad eccezione delle monete perse definitivamente, lo considererò un fenomeno monetario legato alla deflazione dato che l’aumento del valore unitario dei bitcoin corrisponderà ai numéraires politici, e il suo effetto sul prezzo sarà considerato deflazionistico.

Contrariamente all’insistenza del settore bancario centrale e della classe politica, secondo cui la deflazione deve essere evitata a tutti i costi, un’economia con una unità monetaria che aumenta di valore nel tempo offre notevoli vantaggi economici: ad esempio, tassi di interesse vicino allo zero ed una crescente domanda attraverso prezzi più bassi. Diamo un’occhiata ad alcune osservazioni.

In risposta ad un articolo sul The Economist, Doug Casey fa notare che “in un’economia di libero mercato, senza banche centrali e senza riserva frazionaria, inflazione e deflazione come eventi cronici non sono realmente possibili.” Casey dice:

La deflazione è in realtà un bene, perché i prezzi calano e il denaro diventa più prezioso; quindi la deflazione incoraggia le persone a risparmiare. La deflazione premia il risparmiatore prudente e punisce il mutuatario dissoluto. Il modo in cui una società, nelle sue singole componenti individuali, può diventare ricca è quello di produrre più di quanto consuma. In altre parole, col risparmio, non con i prestiti. E in deflazione, quando il denaro diventa sempre più prezioso, tutti vogliono i soldi. Vogliono risparmiare. Nell’inflazione invece, vogliono sbarazzarsi del denaro. Vogliono consumare. Vogliono spendere. Ma non si diventa ricchi attraverso spesa e consumo; si diventa ricchi con la produzione e il risparmio.

Jörg Guido Hülsmann è un economista tedesco e autore di Deflation and Liberty, una monografia importante che demolisce il mito dell’intervento monetario per prevenire gli effetti purificanti della deflazione. Hülsmann scrive:

La deflazione non è intrinsecamente cattiva, ed è un fatto ben lungi dall’essere evidente perché una politica monetaria saggia non dovrebbe cercare di evitarla, o attenuarne gli effetti a qualsiasi costo. La deflazione crea un gran numero di perdenti, e molti di questi sono persone che non sono state abbastanza sagge da anticiparla. Ma la deflazione crea anche molti vincitori, e punisce tanti “imprenditori politici” che avevano prosperato grazie alle loro connessioni con coloro che controllano la produzione di moneta fiat.

La deflazione mette un freno – almeno un freno temporaneo – all’ulteriore concentrazione e consolidamento del potere nelle mani del governo federale e, in particolare, nel ramo esecutivo. Attenua la crescita dello stato sociale, a meno che non conduca direttamente alla sua implosione definitiva. In breve, la deflazione è una sorta di grande forza liberatrice. Non solo sgonfia il sistema monetario gonfiato artificialmente, riporta l’intera società a contatto con il mondo reale perché distrugge la base economica degli ingegneri sociali e della propaganda di stato.

L’ex-Presidente del Mises Institute, Doug French, scrive nel saggio In difesa di deflazione:

I prezzi più bassi aumentano la domanda; non la riducono o la ritardano. Ecco perchè sempre più persone possiedono TV a schermo piatto, telefoni cellulari e computer: i prezzi di questi beni sono scesi e le persone con redditi più bassi possono permetterseli. E ci sono più persone con redditi bassi rispetto a quelle con redditi alti.

In A Plea for (Mild) Deflation, George Selgin distingue giustamente tra deflazione maligna (spiacevole effetto secondario degli investimenti improduttivi alimentati da una banca centrale) e deflazione benigna (il risultato di un aumento della produttività):

La Grande Depressione assestò un colpo (quasi) fatale al buon senso riguardo i prezzi ed il livello dei prezzi. Una nuova generazione di economisti divenne così ossessionata nell’evitare la deflazione maligna, che dimenticò quella benigna. I seguaci di Keynes sostenevano politiche inflazionistiche, che sin da allora sono state la norma. Avendo pagato penitenza per la Grande Depressione, avendo anche sofferto sei decenni di inflazione, è giunto il momento di far rivivere la vecchia logica riguardante i potenziali benefici della deflazione.

Ricordare le potenzialità di una deflazione benigna potrebbe avere un effetto salutare sul pensiero dei banchieri centrali del mondo. Superare la paura del calo dei prezzi, li incoraggerà ad affrontare il flagello mondiale rappresentato dall’inflazione. Ma questo è solo l’inizio. Una volta che si apprezza pieanmente la possibilità di una deflazione benigna, l’inflazione a zero sarà considerata come una politica eccessivamente espansiva — cioè, come un trampolino di lancio sulla strada per qualcosa di meglio.

Non temete la deflazione. In definitiva, il mercato raggiungerà un equilibrio tra investimenti e risparmi perché in assenza di tale equilibrio evaporeranno i vantaggi di una strategia incentrata solo sul risparmio. Una corretta crescita economica, attraverso solidi investimenti, porterà ad una deflazione guidata dalla produzione.

 

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Chi era Gottfried Dietze?

Lun, 01/02/2016 - 09:10

Gottfried Dietze è morto nel luglio del 2006 dopo aver insegnato per 50 anni alla Johns Hopkins University, a Baltimora, negli Stati Uniti d’America. Nella maggior parte del suo lavoro si era concentrato sul principio di legalità, sulla divisione dei poteri, sul sindacato giurisdizionale di legittimità, sui diritti di proprietà. Era autore di uno studio classico dei Federalist Papers.

Gottfried Dietze era nato in Germania, in Prussia, all’inizio degli anni Venti. Venuto alla luce nel periodo immediatamente successivo alla Grande Guerra, Dietze fu testimone del collasso della Repubblica di Weimar, dell’ascesa al potere di Hitler, della II° Guerra mondiale e della tragedia dell’Olocausto.

Dopo la guerra gli fu assegnata una borsa di studio per iscriversi al dottorato ad Harvard, ma trascorso un anno lasciò l’ateneo per trasferirsi all’università di Princeton, dove alla fine ricevette il dottorato per una dissertazione che sarebbe diventata più tardi The Federalist – il più autorevole scritto di Dietze.

The Federalist fu accolto estremamente bene quando venne pubblicato per la prima volta nel 1960. Fairfield, in una recensione apparsa nel Journal of Politics, lodò Dietze per la sua lucidità, ed elogiò l’opera per la sua “simmetria, precisione e profondità” (1961:152). Più tardi Scalan recensì il libro di Dietze per la Review of Politics e, oltre a lodarlo per i suoi meriti di studioso, aggiunse che «le sue conclusioni qui, dichiaratamente “non democratiche”, “non-popolari” e anche “pessimistiche”, dovrebbero essere lette da chiunque abbia interesse per il futuro della democrazia costituzionale negli Stati Uniti d’America» (1961:431). Quarant’anni dopo la sua pubblicazione, e dopo sette fortunate ristampe, la monografia di Dietze è ancora ampiamente letta, discussa e citata.

Gli altri libri di Dietze sono stati accolti con varia fortuna. Il suo Ueber die Formulierung der Menchsrechte(1956) – il titolo potrebbe essere tradotto “Riguardo alla formulazione dei diritti umani” – o il suo Two Concepts of the Rule of Law (1973) hanno ricevuto magnifiche recensioni. Altre opere, come In Defense of Property (1963), Youth, University, and Democracy (1970) o Liberalism Proper and Proper Liberalism (1987), sono state accolte con meno entusiasmo, se non apertamente criticate, per via della loro tendenza conservatrice.

Ma Dietze non era un conservatore, era piuttosto un vecchio liberale, o – per usare l’espressione che Montanelli aveva coniato per Prezzolini – un anarchico conservatore. Lasciateci spiegare che cosa intendiamo con il termine “conservatorismo anarchico”.

I lettori che hanno familiarità con The Constitution of Liberty di Hayek, probabilmente ricordano che nel suo libro Hayek discute due distinti tipi di liberalismo. C’è una corrente continentale del liberalismo a cui stanno a cuore le libertà positive. E ce n’è una anglosassone a cui premono invece le libertà negative. Il liberalismo di Dietze, come quello di Hayek, era interessato alla libertà negativa, che è la libertà dalla coercizione, la libertà di dire no. La componente anarchica del conservatorismo anarchico di Dietze derivava dal suo impegno per la libertà negativa.

Come il suo amico Hayek, anche Dietze era tuttavia molto preoccupato della libertà assoluta e della democrazia assoluta. Per entrambi, la libertà dovrebbe essere ristretta, controllata, “costituita”- da cui il titolo ‘Costituzione della libertà’ del già citato scritto di Hayek. Dietze giudicava la libertà assoluta e la democrazia assoluta un pericolo per le libertà negative dell’individuo. Riteneva che le

libertà individuali – le libertà negative – potessero essere minacciate dal governo ma che potessero essere ugualmente minacciate dagli individui. Per questo motivo per Dietze era necessario proteggere l’individuo non solo dallo Stato ma anche dagli altri individui. Gli individui dovrebbero essere liberi ma la loro libertà deve essere “costituita”.

Nel suo saggio “State Justice and the Just State”, pubblicato in Two Concepts of the Rule of Law, Dietze sosteneva che uno dei principali problemi della democrazia liberale è “l’inopportuna permissività che trascina verso l’anarchia sotto il governo pluralista di una società atomizzata in cui ognuno può comportarsi bene o male secondo il principio, tel est mon plaisir” (p. 54). Questo non è ciò che un ordine liberale democratico dovrebbe essere.

Per Dietze, in un ordine liberale democratico propriamente inteso, le libertà positive dell’individuo e il potere dello Stato dovrebbero essere entrambi limitati dalla legge. La legge è ciò che protegge la libertà negativa di un individuo dall’essere violata (o negata) sia dallo Stato sia dagli altri individui. Per Dietze essa e’ l’elemento più importante di un ordine democratico liberale e non sorprende che il principio di legalità sia uno degli argomenti a cui Dietze ha dedicato la maggior parte della sua attenzione di studioso.

Contro Kelsen e i giuspositivisti, che avevano sostenuto che ciò che rende giuste le leggi è il fatto che esse sono leggi e che qualsiasi legge lo Stato emani è una legge statale e come tale dovrebbe essere obbedita, Dietze argomentava che il formalismo giuspositivista aveva creato la condizione per la nascita di qualsiasi regime dittatoriale e per la violazione dei diritti individuali.

Di qui, nel sottolineare l’importanza del principio di legalità per l’esistenza e la sopravvivenza di un ordine democratico liberale, Dietze enfatizzava la concezione giusnaturalistica della legge. Ciò significa che nel principio di legalità quel che importa non è semplicemente se una legge sia stata formalmente promulgata o no ma se questa legge sia giusta o no. L’espressione inglese rule of law (principio di legalità) corrisponde all’espressione tedesca Rechtsstaat. In Germania, la parola Recht non corrisponde semplicemente alla parola law (lex in latino), ma ha anche il significato del termine right (jus in latino). Se mettiamo insieme i pezzi, possiamo comprendere ora che cosa significa Rechtsstaat per Dietze: il dominio del diritto/della legge giusta.

L’impegno di Dietze per la legge giusta e la sua avversione al formalismo giuridico non sorprendono. Dietze era cresciuto nella Repubblica di Weimar prima e sotto il regime di Hitler dopo – doveva avere circa dieci anni quando Hitler prese il potere. Il formalismo di Kelsen giustificava il governo, le decisioni e le azioni di Hitler. Per tutto il tempo che Hitler fu al potere, e le leggi furono promulgate come leggi dello Stato, esso era uno Stato caratterizzato dal principio di legalità e quindi rappresentava un ordinamento statuale basato sulla legge. Ma per Dietze è sempre stato molto chiaro che il governo di Hitler cosi’ come lo stato nazista non avevano niente a che fare con il Rechtsstaat in quanto le leggi di Hitler non erano né rette né giuste. Di qui segue percio’ che il regime hitleriano non era caratterizzato dal principio della legge giusta e non poteva pertanto essere considerato uno stato di diritto.

Dietze ha trascorso cinquant’anni di insegnamento alla Johns Hopkins University, cercando di spiegare ai suoi studenti perché le leggi debbano essere giuste, perché la libertà negativa debba essere protetta, perché la libertà positiva possa a volte dover essere limitata, perché il sindacato giurisdizionale di legittimità rappresenti una protezione contro l’abuso di potere e le leggi ingiuste e perché esso sia una parte integrale del principio di legalità.

Dietze trovava sempre modo di rallegrarsi del tempo trascorso alla Hopkins malgrado fosse abbastanza isolato sia sul piano umano che intellettuale. Una volta mi raccontò che gli era stata offerta una cattedra universitaria a Berlino. “Perchè non l’hai accettata?” gli chiesi. “Perché qui io sono un

imperatore” disse e prima che io potessi chiedergli altro, aggiunse: “ qui sono sempre stato libero”.

Amava la sua libertà e non era mai sceso a compromessi. Dopo aver tenuto la sua riunione annuale a Barcellona, la Mont Pelerin Society aveva fissato il meeting successivo nella città di Berlino. Dietze suggerì allora di dedicare alcune sessioni dei lavori a Kant, dato che si era in suolo tedesco, ma la sua proposta fu bocciata perchè, gli fu detto, “non c’è posto per Kant qui”. Al che Dietze replicò: “ Se non c’è posto per Kant qui, non c’è posto neanche per me ”.

Con la sua scomparsa alcuni di noi hanno perso un professore, altri un collega, ed altri ancora un amico. Ma tutti noi abbiamo perso un uomo libero.

 

Bibliografia scelta

Ueber die Formulierung der Menschrechte, Berlin, Duncker & Humblot, 1956.

The Federalist, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1960.

In Defense of Property, Chicago, H. Regnery Co., 1963.

Youth, University and Democracy, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1970.

Two Concepts of the Rule of Law, Indianapolis, Liberty Fund, 1973.

Liberalism Proper and Proper Liberalism, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1985.

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Valute del futuro

Ven, 29/01/2016 - 09:33

Molte persone si lamentano del controllo dello stato sulla moneta, ma solo pochi fanno qualcosa al riguardo. Non sto parlando dei movimenti “audit the FED,” e così via. Sto parlando di una vera innovazione che ponga fine al pugno di ferro dello stato sul sistema monetario.

Ad alcuni di noi vecchi potrebbe far piacere ritornare ai giorni in cui si davano dollari d’argento per un bicchiere di whisky, ma le nuove generazioni per il loro Negroni pagano con moneta virtuale. Per servire questo mercato, è apparso spontaneamente un nuovo mondo di valute virtuali.

In un dibattito, Mitt Romney ha detto: “Non potrete avere gente che apre banche nel proprio garage e conceda prestiti.”

Davvero? Alcune persone stanno pensando proprio a questo e proseguono anche nel creare nuove unità di conto. Potreste pensare che queste persone siano pazze. Dopo tutto, per essere denaro vero e proprio, una moneta deve avere un valore non monetario, un alto valore per unità di peso, un’offerta abbastanza stabile ed essere divisibile, durevole, riconoscibile ed omogenea. Oro e argento soddisfano queste richieste perfettamente. Ma questo significa che qualcos’altro (o una serie di cose) non possa?

Il denaro si sviluppa come bene più commerciabile che a sua volta viene utilizzato per il commercio indiretto. Storicamente, questo ruolo è stato ricoperto da oro e argento. Tuttavia, gli stati hanno lavorato duramente per demonetizzare l’oro e l’argento (con imposte sui metalli preziosi e le leggi del corso legale). E mentre alcune persone giurano di conservare la loro ricchezza in oro e argento, rispetto a tutte le altre attività finanziarie, la percentuale di portafogli investiti in metalli preziosi è solo l’1%.

L’idea che lo stato possa presto ri-presentare la sua moneta in oro, quando l’unico modo per cui i governi federali possono restare sul mercato è grazie ad una stampante, è ingenua. I governi hanno sempre manipolato e continueranno a manipolare il valore delle loro valute fino a farlo coincidere col valore della carta. Può richiedere decenni, secoli, ma alla fine accadrà.

La risposta alla questione della valuta potrebbe non essere quella di riformare il governo, ma rivolgersi al libero genio imprenditoriale per risolvere il problema e creare un prodotto di qualità. Lo stato impone un sacco di restrizioni, ed ogni nuova innovazione incontra la sua resistenza. Gli imprenditori perseverano. Tuttavia, questa è una zona particolarmente rischiosa. Ci sono imprenditori in carcere per aver osato competere con lo Stato.

Nel 2009, un programmatore Giapponese “Satoshi Nakamoto” (non è il suo vero nome) ha progettato e messo in pratica Bitcoin. Non è per deboli di cuore. Si è dimostrato altamente volatile. Ma si è anche dimostrato molto utile in un’era digitale.

Alcune persone nella comunità del libero mercato non sanno cosa pensare di Bitcoin e lo hanno respinto. Dicono che non possa esistere alcuna moneta che prima non abbia avuto una radice in beni fisici.

Questo perché, come Robert Murphy ha riassunto Ludwig von Mises, “Siamo in grado di rintracciare il potere d’acquisto del denaro a ritroso nel tempo fino a raggiungere il punto in cui la gente l’ha fatto emergere da una condizione di baratto. E in questo punto, il potere d’acquisto del denaro-merce può essere spiegato allo stesso modo in cui si spiega il valore di scambio di una merce.”

Gli oppositori sostengono che Bitcoin non abbia mai avuto un valore non-monetario come merce. Per questo viene respinto senza pensarci su. Tuttavia, Mises costruì il suo “teorema della regressione” sul lavoro di Carl Menger, il padre dell’economia Austriaca e del valore soggettivo.

Secondo Menger, gli individui economizzatori cercano costantemente di migliorare la loro vita attraverso il commercio. Questi individui scambiano beni meno commerciabili per beni più commerciabili. Ciò che rende i beni più commerciabili, sottolinea Menger, è l’usanza in un luogo in particolare.

“Ma le prestazioni effettive delle operazioni di scambio di questo tipo presuppongono una conoscenza degli interessi delle persone fisiche economizzatrici,” scrive Menger. Ma Menger continua a spiegare che non tutti gli individui acquisiscono questa conoscenza in una sola volta. Un piccolo numero di persone riconosce la commerciabilità di talune merci prima della maggior parte degli altri.

Questi potrebbero essere considerati imprenditori valutari. Anticipano i bisogni e le esigenze dei consumatori, e come accade con qualsiasi altro bene o servizio, questi imprenditori hanno riconosciuto i beni più vendibili prima della maggioranza delle persone.

“Dal momento che non c’è modo migliore in cui gli uomini possono essere illuminati sui loro interessi economici che osservare il successo economico di coloro che utilizzano i mezzi giusti per raggiungere i loro fini, è evidente che la nascita del denaro è stata promossa dall’accettazione economicamente redditizia, e a lungo praticata, di prodotti eminentemente vendibili in cambio di tutti gli altri da parte delle persone economizzatrici più esigenti e capaci.”

Ad esempio, il bestiame era (un tempo) il bene più vendibile ed era quindi considerato denaro. Anche se il bestiame sembra ingombrante, i Greci e gli Arabi erano entrambi conformi allo standard del bestiame. Questa moneta aveva quattro gambe che potevano muoversi, e l’erba era ovunque, quindi l’alimentazione non era costosa.

Ma poi la divisione del lavoro portò alla formazione delle città, e la praticità del denaro-bestiame finì. Il bestiame non era più sufficientemente commerciabile da essere denaro. Il bestiame aveva ancora valore, ma, “Cessò di essere la più vendibile delle merci, la forma economica di denaro, e, infine, cessò di essere denaro del tutto,” spiega Menger.

Poi ebbe inizio l’uso di metalli come moneta: Rame, ottone e ferro, e poi argento e oro.

Ma Menger si affrettò a sottolineare che le varie merci servivano come denaro in luoghi diversi.

“Così il denaro si presenta a noi, nelle sue forme particolari a livello locale e temporale, non come il risultato di un accordo, di una costrizione legislativa, o del puro caso, ma come il prodotto naturale delle differenze delle situazioni economiche dei diversi popoli nello stesso lasso di tempo, o delle stesse persone in diversi periodi della loro storia.”

Così, mentre le persone sostengono che il denaro debba essere questo o quello, o debba provenire da qui, o evolversi da lì, Menger, il padre della scuola Austriaca, sembra lasciarlo al mercato. Quando il denaro diventa antieconomico da usare, perde la sua commerciabilità e cessa di essere denaro. Emergono altri beni commerciabili come denaro. E’ successo nel corso della storia e probabilmente continuerà ad accadere, nonostante il governo voglia congelare il mondo nelle cose di suo gradimento.

Il che ci riporta a Bitcoin, quello che la Banca Centrale Europea (BCE) chiama nella sua ultima relazione “la moneta virtuale di maggior successo — e probabilmente più controversa — fino ad oggi.”

Ironia della sorte, mentre alcuni economisti stanno ridicolizzando Bitcoin, la BCE dedica una parte della sua lunga relazione all’idea che la scuola Austriaca fornisca le radici teoriche per la moneta virtuale. Nella relazione viene spiegata la teoria del ciclo economico di Mises, Hayek e Bohm-Bawerk e viene menzionato Denationalisation of Money dello stesso Hayek.

Gli autori della relazione indicano che i sostenitori di Bitcoin considerano la moneta virtuale come punto di partenza per porre fine ai monopoli centrali monetari. Come gli Austriaci, criticano la riserva frazionaria del sistema bancario e considerano lo schema di Bitcoin ispirato al gold standard classico.

I Bitcoin vengono già utilizzati a livello mondiale. Possono essere scambiati per tutti i tipi di prodotti, materiali e virtuali. I Bitcoin sono divisibili a otto cifre decimali, e quindi possono essere utilizzati in qualsiasi dimensione o per qualsiasi tipo di operazione.

I Bitcoin non sono correlati ad una valuta del governo e non esiste una stanza di compensazione centrale o un’autorità monetaria. Il suo tasso di cambio è determinato dalla domanda e dall’offerta attraverso le diverse piattaforme di scambio che operano in tempo reale. Bitcoin si basa su un peer-to-peer decentralizzato. Non ci sono istituzioni finanziarie. Sono gli utilizzatori di Bitcoin che si prendono cura di questi compiti.

L’ulteriore offerta di Bitcoin può essere creata solo da “minatori” che risolvono specifici problemi matematici. Ci sono circa 10 milioni di Bitcoin attualmente esistenti, e di più saranno rilasciati fino a un totale di 21 milioni entro l’anno 2140. Secondo il creatore di Bitcoin (chiunque egli sia), l’estrazione di Bitcoin prevede incentivi:

“Se un avido è in grado di assemblare una maggiore potenza della CPU rispetto a tutti i nodi onesti, dovrebbe scegliere se utilizzarla per truffare le persone rubando sui pagamenti, oppure utilizzarla per generare nuove monete. Dovrebbe considerare più redditizio seguire le regole del gioco, poiché queste lo favoriscono nel trovare nuove monete rispetto a tutti gli altri messi insieme, piuttosto che indebolire il sistema e la validità della propria ricchezza.”

La relazione della BCE spiega che l’offerta di Bitcoin è stata progettata per crescere in modo prevedibile. “Gli algoritmi da risolvere (cioè, i nuovi blocchi da scoprire) per ricevere Bitcoin appena creati diventano sempre più complessi (sono necessarie più risorse di calcolo).”

Questo costante aumento dell’offerta è per evitare l’inflazione (diminuzione del valore dei Bitcoin) ed i cicli economici causati quando le autorità monetarie espandono rapidamente le offerte di moneta.

Bitcoin è diventata la valuta del mercato nero online. Per esempio, The Silk Road (l’equivalente di Amazon nel commercio illegale di droga a cui si può accedere solo attraverso reti private che utilizzano il servizio di criptazione dell’IP chiamato Tor) accetta solo pagamenti in Bitcoin. Tuttavia, come sottolinea la relazione della BCE, ci sono solo circa 10,000 utenti Bitcoin, e il mercato è illiquido e immaturo.

Allora perché la BCE si interessa a Bitcoin e alle altre valute virtuali? I banchieri centrali sono preoccupati del fatto che non sono regolamentati o non sono sotto attenta osservazione, che possano rappresentare una minaccia per le autorità pubbliche e che possano avere un impatto negativo sulla reputazione delle banche centrali.

Allo stesso tempo, la relazione puntualizza che “questi sistemi possono avere aspetti positivi in termini di innovazione finanziaria e possono fornire ai consumatori alternative di pagamento.”

La relazione dice che i grandi attori sulla scena dei servizi finanziari stanno acquistando aziende nello spazio dei pagamenti virtuali. VISA ha acquisito PlaySpan Inc., una società con una piattaforma di pagamento che gestisce transazioni per beni digitali.

American Express (Amex) ha acquistato Sometrics, una società “che aiuta i produttori di videogiochi a stabilire valute virtuali e […] pianifica di costruire una piattaforma per valute virtuali in altri settori, approfittando delle sue relazioni mercantili.”

Ciò spiegherebbe la mossa di American Express come fornitore di carte di credito prepagate. Gli esperti del settore bancario sono arrabbiati con Amex e Wal-Mart (anch’esso sta offrendo le carte prepagate) perché questi conti prepagati ammonterebbe a depositi non assicurati, secondo Andrew Kahr, che ha scritto un pezzo graffiante sulla questione per American Banker.

Kahr attacca l’idea con questa analogia:

“Per offrire “prezzi scontati” ancora più bassi, Wal-Mart dovrebbe affittare edifici fatiscenti che non soddisfano le leggi anti-incendio e quelle sulla costruzione — e proporre offerte ancora migliori ai consumatori? E perché Walmart dovrebbe onorare il diritto nazionale al salario minimo non più di quanto Amex onori gli statuti bancari statali? Con Bluebird, Amex vìola già il Holding Bank Company Act e molti statui bancari statali.”

Kahr sta dicendo che il settore bancario regolamentato e a riserva frazionaria è sicuro e solido, mentre le carte prepagate fornite da grandi compagnie come American Express e Wal-Mart sono uno stratagemma per truffare i consumatori. Il fatto è che, nel caso di IndyMac, i clienti in preda al panico hanno costretto le autorità di regolamentazione a chiudere S&L con il ritiro di solo il 7% degli enormi depositi. Stessa cosa per WaMu e Wachovia quando i regolatori hanno progettato le vendite di tali banche che stavano subendo assalti agli sportelli. I sostenitori di Bitcoin, a differenza del pubblico in generale, sono ben consapevoli della fragilità del settore bancario a riserva frazionaria.

Forse quello di cui il settore bancario ha veramente paura è che gli Amex ed i Wal-Mart del mondo creino le proprie valute e i propri sistemi bancari. Da anni Wal-Mart ha cercato di ottenere l’approvazione per aprire una banca, ed i banchieri sono riusciti ad impedirgli di fare loro concorrenza.

Tuttavia, le carte di credito prepagate potrebbero essere solo il primo passo verso una valuta emessa proprio da Wal-Mart — i Mart — che inizialmente potrebbe essere utilizzata solo per gli acquisti in negozi Wal-Mart. Ma nel tempo, non è difficile immaginare che i Mart possano essere commercializzati in tutta la città e facilmente convertiti in dollari, pesos, Yuan, o in altre valute dove Wal-Mart ha i negozi.

I governi stanno distruggendo le loro valute, e le aziende lo sanno. Gli imprenditori non rimarranno fermi a teorizzare. Stanno facendo qualcosa. Riconoscono un’opportunità di mercato. Il settore bancario se ne accorge. Nel frattempo Mr. Kahr conclude il suo articolo richiedendo di porre fine a tutti i depositi non assicurati: “In caso contrario, potremmo avere pagamenti non regolamentati di Facebook o Google, anche di PayPal, diventando rapidamente altamente vulnerabili e TBTF. (In realtà potrebbero essere gestiti da qualcuno che indossa una felpa con cappuccio, senza nemmeno una cravatta o una camicia bianca!)”

Qui a LFB, non sappiamo quale sarà il denaro di domani. Cifre e algoritmi di computer? Monete d’argento e oro con inciso sopra qualcuno che indossa una felpa con cappuccio, forse? Quello che sappiamo per certo è che tifiamo per gli imprenditori intraprendenti che spodestano il governo dal business monetario. Tenete d’occhio questo spazio.

 

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Lo scarica-barile della Fed: incolpare la Cina e il petrolio

Mer, 27/01/2016 - 09:03

La recente azione del mercato ha fatto emergere alcune ipotesi che sono o del tutto sbagliate o altamente fuorvianti. Ad esempio, per quanto riguarda la recente catastrofe nei mercati dei capitali, s’è fatta strada una dicotomia particolarmente insistente che vuole spiegarne la causa.

Ci sono alcuni che, facendo eco ai titoli dei giornali, sono pronti a puntare il dito contro il petrolio e la Cina. Ciononostante ci sono altri che puntano il dito contro la Fed per aver “rialzato i tassi troppo presto.” Secondo questi ultimi essendo “l’inflazione totalmente sotto controllo”, era ridicolo che la Fed sentisse il bisogno di “rialzare i tassi d’interesse . Entrambe queste posizioni tendono ad esprimere angoscia per il “dollaro forte”.

Entrambe queste posizioni non comprendono la causa del problema. Tanto per cominciare, è ridicolo accusare il petrolio per il calo dei mercati quando c’è bisogno in prima istanza di spiegare perché il petrolio stesso stia calando. E’ del tutto insoddisfacente spiegare qualcosa descrivendolo. Funziona bene per i titoli dei giornali e per scaricare le colpe reali, ma bisogna imparare a guardare più in profondità. Non ci si può aspettare d’impressionare nessuno spiegando che l’aereo sta precipitando perché non sta più volando. Qual è la causa del calo del prezzo del petrolio? Questa è la vera domanda.

Inoltre, nemmeno la “tesi Cina” non spiega nulla. Ci si limita ad osservare una correlazione nei mercati e quindi è molto conveniente dare la colpa “agli altri”. L’economia della Cina e degli Stati Uniti s’influenzano a vicenda, soprattutto nella nostra epoca di valute fiat fluttuanti. Ma alla fine sia la Cina sia gli Stati Uniti — anzi il mondo intero — vengono trascinati giù da azioni passate compiute dalle rispettive banche centrali, più nello specifico dall’illusione di prosperità attraverso l’espansione monetaria e del credito.

Questo ci porta al secondo tema: biasimare la Fed per aver operato un “rialzo dei tassi” troppo presto. Cioè, ci sono un buon numero di persone che sostengono che se la Fed non avesse mai annunciato la volontà d’effettuare aumenti minuscoli del tasso dei fondi federali, non avremmo assistito ai recenti tonfi dei mercati. Dicono cose come “l’inflazione non è mai stata una minaccia, per cui la Fed è stata irresponsabile ad alzare i tassi.”

 

Inflazione dell’Offerta Monetaria & “Inflazione” dei Prezzi

Intorno a questo argomento c’è molta confusione. In primo luogo, bisogna sottolineare costantemente che il significato d’inflazione, contrariamente a quanto sostiene il pensiero popolare, è aumento dell’offerta di moneta, non “aumento dei prezzi.” Il motivo per cui la Fed e i suoi sostenitori preferiscono la voce “aumento dei prezzi”, è perché in questo modo possono oscurare la causa principale della nostra attuale condizione economica. Si allontana la colpa dalla Fed e la si dà ad altre “forze di mercato”, invitando la banca centrale ad andare in soccorso piuttosto che ad essere oggetto di gravi sospetti. Infatti, come scrisse Mises (pagina 420 dell’Azione Umana):

Ciò che molte persone oggi chiamano inflazione o deflazione non rappresenta più il grande aumento o diminuzione dell’offerta di moneta, ma le sue conseguenze inesorabili: la tendenza generale verso un aumento o un calo dei prezzi delle materie prime e dei saggi salariali. Questa innovazione non è affatto innocua. Svolge un ruolo importante nel fomentare le tendenze popolari verso l’inflazionismo.

Prima di tutto non esiste più alcun termine per indicare ciò che soleva indicare l’inflazione. E’ impossibile combattere una politica a cui non è possibile assegnare un nome. […]

Il secondo male è che coloro che s’impegnano nel tentativo inutile e senza speranza di combattere le conseguenze inevitabili dell’inflazione — l’aumento dei prezzi — mascherano i loro sforzi sotto le false vesti di una lotta contro l’inflazione stessa. Invece ne combattono solo i sintomi, fingendo di combattere alla radice le cause del male. Dato che non comprendono la relazione causale tra l’aumento della quantità di moneta da un lato e l’aumento dei prezzi dall’altro, non fanno altro che peggiorare le cose.

L’aumento dei prezzi può essere il risultato dell’inflazione, ma non è di per sé l’inflazione. In realtà negli ultimi dieci anni l’inflazione è stata molto alta a causa del QE della Fed e di altri programmi di politica monetaria. In secondo luogo, non dovrebbe mai essere ignorato che “l’aumento dei prezzi” può essere facilmente ritrovato anche nei mercati dei capitali. Non ci vuole un guru degli investimenti per osservare i livelli impressionanti a cui sono arrivati i vari indici di mercato. Se grattiamo di più la superficie, potremmo notare i prezzi assurdi delle azioni più alte in valore: Facebook, Amazon, Apple, e così via.

 

Dove Sono Finiti Tutti Quei Soldi

Ancora più importante, però, è il fatto che gran parte del denaro di nuova creazione non è nemmeno andato ad alimentare una “inflazione [dei prezzi al consumo] diffusa” a causa della struttura bancaria post-crisi. Infatti Jeffrey Snider, tra gli altri, ha sostenuto che è letteralmente impossibile ottenere “inflazione dei prezzi” come risultato diretto del QE a causa del modo in cui il denaro entra attualmente nel sistema. “L’inflazione dei prezzi” dovrebbe fuoriuscire dalle azioni delle singole banche, le quali sono caute circa le loro pratiche di prestito al consumo. Pertanto la Fed non sta creando “inflazione dei prezzi”, ma qualcosa di molto peggio: cattiva allocazione del capitale.

Coloro che vogliono che i tassi d’interesse vengano continuamente soppressi in modo da incoraggiare l’attività economica, non si rendono nemmeno conto che è proprio questa la causa delle bolle, e non di un’attività economica produttiva.

In base al modello pre-crisi incentrato sulla riserva frazionaria, ci sarebbero stati un sacco d’investimenti improduttivi a causa delle banche che creavano nuovi prestiti. Ma ora il denaro non viene creato dalle banche commerciali, ma soprattutto dalla Fed stessa. Il che significa che, usando le parole di David Stockman, il nuovo denaro viene semplicemente rovesciato nei canyon di Wall Street e spinge in alto i prezzi delle azioni e delle obbligazioni piuttosto che raggiungere “l’economia reale”.

 

La Bolla Prolunga Solamente il Problema

Contrariamente a quelli che incolpano la Fed per aver fatto crashare il mercato azionario a causa del suo “rialzo dei tassi” (argomento affrontato da Joe Salerno qui), vogliamo sottolineare che questa azione non farà altro che evidenziare errori commessi in precedenza. In altre parole, non c’è nulla di lodevole in un mercato azionario sostenuto artificialmente. Non abbiamo alcun interesse a prolungare la bolla, perché essa è il nemico di un’economia sana. Il crollo dei mercati azionari rivela dove si sono formate le bolle e come sia illusorio il nostro presunto benessere. E questo è esattamente ciò che l’ex-presidente della Fed di Dallas, Richard Fisher, ha dichiarato in un’intervista alla CNBC, quando ha confessato: “Abbiamo spronato un enorme rally nel mercato per creare un effetto ricchezza”.

E così, l’espansione monetaria deve inevitabilmente terminare. Fisher stesso ha ammesso: “[…] ed ora è probabile un periodo di disagio per metabolizzare gli eccessi.” Ciò che è stato gonfiato deve infine sgonfiarsi. Questo è l’unico modo affinché un’economia possa riprendersi: il credito artificiale dev’essere liquidato. Purtroppo è un processo doloroso.

Questa è la vera causa della recente calamità. Il dollaro si sta “rafforzando” in virtù dello sfilacciamento del nostro sistema di creditizio. In altre parole, il cosiddetto “dollaro forte” è soltanto un lato della medaglia di un sistema bancario al collasso. Non si deve presumere che il dollaro stia diventando più solido; non è così. Ma se un giorno volessimo tornare ad una moenta sonante, dovremmo affrotnare la realtà dei fatti.

E lo stesso discorso vale anche per il petrolio: dopo essere stato elevato fin verso il cielo dagli imbrogli monetari della Fed, sta vivendo il suo bust inevitabile. L’illusione svanisce.

Purtroppo la Fed è una mina vagante, quindi vedremo se intenderà lasciare recuperare i mercati, o se continuerà il ciclo perpetuo di creazione di moneta. Il mio consiglio per la Fed non è né di “rialzare i tassi”, né di abbassarli. Ma piuttosto di lasciarli andare e lasciare che il mercato si corregga. Di correzioni ce ne sono un sacco davanti a noi.

 

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Far West: l’epoca libertaria della storia americana

Ven, 22/01/2016 - 09:09

1. AI CONFINI DELL’ANARCHIA

Il Far West americano del secolo scorso ha rappresentato uno degli esempi di maggior successo di società senza Stato. Nella storia ci sono stati numerosi casi di società prive di un’autorità centrale – si pensi alle tante tribù primitive, all’Islanda medioevale, o all’Irlanda celtica: tutte però erano caratterizzate da un arretrato livello tecnologico e da un limitato sviluppo commerciale. La singolarità del Far West consiste nell’essere una società “moderna” che ha prosperato per decenni in condizioni molto vicine a quelle del modello anarco-capitalista, cioè senza bisogno di uno Stato, e in un’atmosfera di quasi assoluto laissez-faire capitalistico.

Il processo di centralizzazione e di rafforzamento del governo federale che seguì alla guerra civile del 1861-65 non riuscì ad ingabbiare l’impetuoso movimento demografico verso l’Ovest, perché le vaste terre vergini che si aprivano alla colonizzazione rimanevano materialmente al di fuori d’ogni possibilità di controllo da parte del potere centrale. Di conseguenza, l’espansione della Frontiera fu un grandioso ordine spontaneo che si sviluppò, senza alcuna pianificazione governativa, per opera di una miriade di pionieri isolati, famiglie autosufficienti e comunità autogovernate.

Ma non fu solo l’esistenza della Frontiera e delle terre libere a generare questo potente individualismo; al contrario, furono lo spirito d’indipendenza della gente comune e le idee politiche diffusesi con la guerra d’Indipendenza (quelle di Jefferson, di Paine e dei rivoluzionari radicali) che caratterizzarono in senso radicalmente libertario l’epopea del West. I pionieri, ha scritto Frederick Jackson Turner nel suo famoso saggio sulla Frontiera americana, erano “idealisti sociali” che fondavano le loro aspirazioni sulla fiducia nell’uomo comune e sulla prontezza a venire ad accordi, senza l’intervento di un despota paternalistico o di una classe che esercitasse il suo controllo. Se gli uomini del West non fossero stati animati da questi principi la colonizzazione della Frontiera avrebbe assunto quasi sicuramente un carattere del tutto diverso. La terra libera e fertile non sarebbe mai stata sufficiente: bastava osservare il contrasto con l’America Latina. Niente infatti avrebbe potuto escludere la possibilità che si radicassero nei territori dell’Ovest istituzioni sociali autoritarie simili a quelle del Sudamerica, dove un forte potere centrale (quello spagnolo) pianificò il processo di colonizzazione con l’intento preciso di sottoporre tutto a suo controllo, trasferendo nel nuovo mondo il proprio modello centralistico-burocratico, con il risultato di soffocare la società civile e condannare il continente alla stagnazione e all’arretratezza.

2. IL NON COSÌ SELVAGGIO VECCHIO WEST

La rappresentazione dell’Ovest americano del diciannovesimo secolo come esempio di libertà e prosperità sembra però scontrarsi con la sua popolare immagine di luogo dominato dalla brutalità e dalla legge del più forte. Nella storiografia tradizionale e nel linguaggio comune “Far West” è sinonimo di assenza di leggi e di regole, cioè di “anarchia”, e il suo carattere “selvaggio” viene spesso contrapposto alla pace e all’ordine garantiti dalle istituzioni statali. La visione della Frontiera come regno della violenza, rafforzata da decenni di stereotipi cinematografici, ha goduto fino a qualche decennio fa di ampio consenso tra gli storici, ma negli ultimi tempi questo mito è andato largamente ridimensionandosi grazie alle ricerche di una nuova generazione di studiosi, i quali hanno ribaltato gran parte delle vecchie credenze sul “selvaggio West”. Anche se i pionieri, gli allevatori, i minatori o gli avventurieri muovevano verso l’Ovest molto più rapidamente degli organi federali incaricati di far applicare la legge, questo non significava affatto che la frontiera fosse senza-legge. L’ordine veniva garantito infatti per la maggior parte da sistemi di giustizia e sicurezza privati, che funzionarono a lungo e diedero buona prova di sè.

Gli storici William Davis e Russell Pritchard hanno chiarito che “il West non era, come spesso è stato dipinto, una regione pullulante di fuorilegge e di crimini violenti”: “Malgrado la reputazione acquisita e l’immagine di sè che volle dare durante la sua epoca di splendore, il West fu più pacifico che violento, più costruttivo che dedito alla rovina. Per ogni giorno di scontro armato fra rossi e bianchi, per ogni sparatoria o rapina, per ogni catastrofe che l’uomo e la natura rovesciarono su quei territori e sui loro abitanti, si susseguirono decine, forse centinaia, di giorni e di settimane di pace. La vita di tutti sulla frontiera era basata in realtà sulla fatica e sul lavoro, e solitudine e monotonia caratterizzavano quell’esistenza ben più dell’avventura eccitante che tanti si aspettavano”. Pochi inoltre sanno che “le grandi città dell’est ebbero una percentuale di crimini molto maggiore del West” dato che “nelle città di frontiera di dimensioni abbastanza estese da possedere una qualche forma di difesa legale, venivano compiuti crimini in genere di poco peso. Il 40% degli arresti avveniva per ubriachezza e un altro 20 % per cattiva condotta; la prostituzione – dove era fuorilegge – ne spiegava un altro 10%. Inoltre, a quanto pare, la percentuale di violenza esercitata contro persone specifiche nel XIX secolo non superò quella che si sarebbe verificata nel XX!

Anche per lo storico Roger McGrath “certe nozioni tanto diffuse sulla violenza e sulla mancanza di leggi e giustizia nel Vecchio West…non sono altro che un mito”. William C. Holden, che ha studiato gli avvenimenti della Frontiera texana dal 1875 al 1890, ha rilevato come molti tipi di delitti fossero semplicemente inesistenti. I furti con scasso e le rapine a case e negozi (eccetto le banche) erano più unici che rari. Le porte delle abitazioni non erano chiuse a chiave, e l’ospitalità era molto diffusa, con ciò indicando che i cittadini avevano tutto sommato poca paura delle aggressioni. Talvolta si verificano delle sparatorie, ma in genere erano giudicate dalla popolazione “scontri leali”. Anche le rapine a treni e diligenze vanno considerate come episodi isolati, che causavano poche o nulle preoccupazioni alla gente comune. Un altro studioso, W. Eugene Hollon, ritiene che la Frontiera del West fosse un posto molto più civilizzato, pacifico e sicuro dell’America attuale, e giudica miracoloso il modo ordinato con cui venne colonizzata l’ultima e la più vasta regione di frontiera degli Stati Uniti. Simili sono le osservazioni di Frank Prassel, secondo cui in generale un abitante dell’Ovest “godeva probabilmente di maggior sicurezza sia nella persona che nella proprietà di quanta ne godessero gli abitanti dei centri urbani dell’Est suoi contemporanei”.

 

3. UN ESPERIMENTO AMERICANO DI ANARCO-CAPITALISMO

I motivi per cui la pace e l’ordine regnavano nella Frontiera malgrado l’assenza di istituzioni governative centralizzate è stata spiegata dagli storici dell’economia Terry Andersson e P.J. Hill in un brillante saggio, nel quale i due autori osservano che “il West di questo periodo viene spesso percepito come un luogo di grande caos e poco rispetto per la proprietà o la vita. Le nostre ricerche indicano che le cose non stavano così; i diritti di proprietà erano protetti e l’ordine civile prevaleva ovunque. Le agenzie private fornivano le basi necessarie per una società ordinata nella quale la proprietà era tutelata e i conflitti risolti. Queste agenzie non potevano essere qualificate come autorità governative perché il più delle volte non detenevano un monopolio legale nel mantenimento dell’ordine. Esse presto scoprirono che gli scontri a fuoco rappresentavano un modo molto costoso per risolvere le dispute, e per questo favorirono l’affermarsi di metodi meno costosi (arbitrati, tribunali). In breve…una caratterizzazione del West americano come caotico è da considerarsi scorretta”.

I teorici della dottrina libertaria, e in particolare quelli appartenenti alla corrente più rigorosa, gli anarco-capitalisti, hanno da tempo ravvisato nelle inefficienze e nelle violazioni delle libertà derivanti dall’esistenza di monopoli legali coercitivi l’origine di gran parte dei problemi che affliggono le società. Per studiosi anarco-capitalisti come Murray N. Rothbard o David Friedman è del tutto logico pensare che ogni problema d’insicurezza personale e di insufficienza della giustizia abbia origine nel carattere non concorrenziale con cui queste attività vengono tradizionalmente svolte dallo Stato. La privatizzazione e liberalizzazione dei servizi di protezione e di giustizia renderebbe questi settori infinitamente più produttivi di quanto lo siano ora, proprio come in ogni altra industria o servizio. “O questo è logico e vero – scrisse nel secolo scorso l’economista Gustave de Molinari – o i principi su cui si fonda la scienza economica non sono principi”, essendo del tutto notorio che la concorrenza è, dal punto di vista del consumatore, superiore al monopolio: “Ma qual è la ragione dell’eccezione introdotta a proposito della sicurezza? Per quale ragione speciale la produzione della sicurezza non può essere abbandonata alla libera concorrenza? Perché deve essere sottomessa a un altro principio e organizzata in virtù di un altro sistema?”.

La privatizzazione di tribunali, polizia e difesa nazionale viene spesso contestata con l’argomento secondo cui le agenzie private di sicurezza sarebbero costantemente in guerra fra di loro. Due sono le repliche principali a questa obiezione: da una parte, le guerre interstatuali attuali sono ben più devastanti dei conflitti tra organismi privati; dall’altra, è nell’interesse delle agenzie di protezione (che, in quanto imprese private, perseguono il profitto) limitare al massimo i conflitti onde evitare possibili perdite, escogitando mezzi pacifici di risoluzione delle controversie. In molti suoi episodi la storia del Far West ha confermato pienamente questi assunti.

Che la monopolizzazione della forza in capo ad un unico soggetto, lo Stato, abbia assicurato all’umanità l’ordine e la pace è infatti tutto da dimostrare: l’accresciuta possibilità di concentrare armi, uomini e risorse finanziarie in maniera coattiva (attraverso le imposte e la coscrizione obbligatoria) rende invece lo Stato estremamente più pericoloso, sia all’interno che verso l’esterno, di qualsiasi altra organizzazione politica immaginabile. Il Leviatano statale, che secondo Hobbes avrebbe dovuto mantenere la pace tra gli uomini, si è rivelato in realtà il più feroce assassino di tutti i tempi: è stato calcolato che nel XX secolo gli Stati hanno ammazzato 170 milioni di persone civili, e fatto morire 40 milioni di soldati nelle guerre da loro scatenate.

Niente di tutto questo è paragonabile con le scaramucce, le sparatorie e i piccoli scontri così enfatizzati dai film western: la Frontiera americana, che non conobbe le guerre sanguinose o le feroci repressioni scatenate da un potere centralizzato (in quanto assente), può non a torto essere considerata un’oasi di relativa tranquillità in un mondo costantemente minacciato dalla violenza su larga scala degli Stati. Il Far West conobbe al massimo faide tra clan rivali, ma mai guerre civili: le più gravi tra quelle scoppiate nel West, le cosiddette “Guerre dei pascoli” della Contea di Lincoln nel 1878 e della Contea di Johnson nel 1892, non videro in azione mai più di cinquanta uomini per parte, e i morti furono solo poche decine. Non ci sono paragoni, quindi, con le seicentoventimila (!) vittime della guerra civile interstatuale tra nordisti e sudisti, combattuta nelle più statalizzate regioni dell’Est.

Il Far West americano può essere considerato allora del tutto correttamente come l’esempio storico più vicino al tipo di società immaginata dai teorici dell’anarco-capitalismo, in quanto: a) non esisteva un autorità centralizzata dotata del monopolio della violenza, essendo il governo federale impossibilitato il più delle volte ad intervenire perché troppo distante; b) i servizi di protezione e di giustizia venivano svolti quasi esclusivamente da individui, agenzie o comunità private; c) vigeva un ordinamento giuridico essenzialmente individualistico, da tutti riconosciuto come valido, fondato sul rispetto dei diritti personali e di proprietà; d) il sistema economico era basato sulle regole del puro laissez-faire capitalistico, e cioè: libertà di iniziativa economica, libertà di contratto, di scambio e di associazione, libera concorrenza, generalizzazione della proprietà privata.

Vediamo ora in quali modi i cittadini del West si autogovernavano e assicuravano, al di fuori delle istituzioni governative, l’ordine pubblico, la giustizia e la punizione dei criminali.

 

4. PROTEZIONE E GIUSTIZIA PRIVATA NEL FAR WEST

La ricchezza e la creatività della società civile del West è testimoniata dalle sue straordinarie capacità di risolvere ogni genere di problema attraverso l’associazione volontaria. Non a caso una delle cose che rimase più impressa a tutti i primi viaggiatori negli Stati Uniti (basti ricordare Tocqueville) fu la capacità degli americani di unirsi per un fine comune senza l’intervento di istituzioni statali. L’abbattimento dei tronchi, l’erezione della dimora, le opere caritatevoli, il raduno religioso o politico all’aria aperta, l’organizzazione dei campi minerari, i vigilantes, le società degli allevatori di bestiame, i patti tra gentiluomini: l’America riusciva a fare con le libere associazioni e gli accordi privati, senza bisogno di riconoscimenti ufficiali e sanzioni burocratiche, molte cose che nel Vecchio Mondo venivano fatte solo con l’intervento e la costrizione del governo.

Nelle terre dell’ovest si sviluppò così, in sostituzione del codice legale dell’Est, le cui norme erano del tutto inadeguate, un sistema di consuetudini e norme dal contenuto fondamentalmente libertario (basate sulla reciprocità, sulla lealtà, sull’onestà, il buonsenso) noto come “Legge del West”, il quale veniva solitamente rispettato. Proprio perché nella Frontiera le leggi erano costituite da accordi e norme non scritte riguardanti il comportamento da tenere in presenza di particolari necessità sconosciute agli abitanti dell’Est, questi ultimi vedevano a torto l’Ovest come un paese senza leggi, e ad avallare tale opinione contribuirono i giornali dell’epoca, i quali tendevano ad esagerare le descrizioni degli aspetti o avvenimenti del West. In verità, come abbiamo detto, la violenza non imperava nel territorio del West: i morti ammazzati, nel periodo compreso tra gli anni 1875 e 1885, furono molto pochi, rarissimi i duelli e altrettanto rari gli assassinati dalle Colt. I fuorilegge, i pistoleri e i banditi costituivano solo uno sparuto gruppo della popolazione complessiva.

La figura più nota di garante della legge nel West era lo sceriffo, il quale veniva scelto a volte in base a un accordo tra i cittadini più influenti, altre volte con vere e proprie elezioni, per un determinato periodo di tempo. La sua non era quindi una carica federale, né poteva essere definita pubblica in senso stretto, poiché egli era assunto con un normale contratto privatistico dagli abitanti di un paese, e poteva essere revocato in qualsiasi momento qualora non si fosse rivelato all’altezza del compito. Il tran tran giornaliero degli sceriffi era molto diverso da quello che appare nei film western. Molti funzionari di polizia non spararono mai un colpo nell’esercizio delle loro funzioni. Rarissimi erano anche i duelli, perché uno sceriffo cercava in genere di affrontare i fuorilegge più pericolosi con una forza preponderante, assieme ai propri aiutanti, cercando di agire di sorpresa allo scopo di evitare sparatorie nelle strade. La prudenza delle forze di polizia e la corrispondente riluttanza dei desperados a combattere contro agenti pronti e ben armati è testimoniata dal fatto che nelle più turbolente città durante tutta l’epoca d’oro del bestiame (Abilene, Dodge City, Ellsworth, Caldwell) si registrarono solo sedici uccisioni nel corso di sfide tra “marshall” e fuorilegge. “Anche se ancora oggi che la realtà storica è ben nota, i giornali non fanno altro che paragonare i tempi attuali a quelli del Far West – scrive Viviana Zarbo – probabilmente gli sceriffi ebbero meno da fare che oggi la polizia”.

Il lavoro degli sceriffi, che di solito rinunciavano a inseguire i fuorilegge fuori dal territorio della loro giurisdizione, era continuato dai cacciatori di taglie, i cosiddetti bounty killers, professionisti privati che vivevano con il ricavato delle taglie ricevute per ogni bandito preso “vivo o morto”, che con ostinata efficienza quasi sempre riuscivano a catturare in tempi minimi.

Altre due tipiche istituzioni private del West incaricate di svolgere servizi di protezione e di sicurezza furono i comitati di vigilanza e le agenzie investigative. L’esperienza dei vigilantes nacque nei primi campi minerari della California e del Colorado, dove gli uomini si riunivano in consiglio, stabilivano i codici di condotta e incaricavano alcuni di loro di farli osservare. Nel 1851, due anni dopo l’inizio della corsa all’oro, un’istituzione di questo tipo, nota col nome di Vigilance Committee, venne creata a San Francisco dai cittadini più rispettabili della città, dopo che il corpo pubblico di polizia si era dimostrato assolutamente incapace di mantenere l’ordine. A dispetto delle paure iniziali sulla possibilità che questo comitato privato di cittadini debordasse dai suoi poteri e favorisse la giustizia sommaria, il successo della sua azione nei cento giorni di attività fu sensazionale sotto tutti i punti di vista. Il Vigilance Committee, che comprendeva oltre seicento cittadini, tra cui banchieri, uomini d’affari e commercianti locali, nel corso del 1851 fece arrestare complessivamente 91 persone, e 4 di queste furono impiccate; altre 35 furono inviate nelle carceri o consegnate alle autorità federali, mentre tutte le altre vennero rilasciate in quanto assolte per mancanza o insufficienza di prove.

Questi numeri dimostrano meglio di ogni altra cosa la moderazione e il rispetto delle procedure che ispirò tutta l’azione del Comitato, perché mai si verificarono linciaggi, impiccagioni di massa o esecuzioni nelle strade. Il crimine declinò così rapidamente che, almeno nei pochi mesi d’attività dei Vigilantes, San Francisco divenne una normale, ordinata e sicura città. Una volta svolto il suo compito di ristabilimento dell’ordine nelle strade cittadine, il Comitato, lungi dal farsi sedurre dalla tentazione del potere, decise di sciogliersi. Negli anni successivi, quando l’amministrazione pubblica cittadina si rivelò nuovamente corrotta e inefficiente, numerose voci si levarono per invocare il ritorno dei vigorosi tempi del comitato di vigilanza.

Queste organizzazioni private di vigilanza si diffusero rapidamente anche in altre città del West (famosa fu quella costituita nel Montana nel 1863, che si comportò in maniera del tutto simile a quella di San Francisco). “Le voci sui linciaggi e sulle esecuzioni sommarie eseguite dalla folla hanno attribuito a questi comitati una fama sinistra – scrivono Davis e Pritchard – ma nella realtà la maggior parte agirono in perfetto accordo con la legge e senza violenze gratuite. Si può insomma affermare che essi si mossero di concerto con i tribunali, lasciando il processo e la pena ai giudici. E anche quando agirono come agenti polizia, avvocati e giudici, i vigilantes non inflissero quasi mai pene più severe di quelle dei tribunali regolari. In alcune situazioni, poi, i tribunali erano troppo lontani, corrotti o inefficienti per essere convocati. In breve, i vigilantes agivano alla periferia degli istituti di applicazione della legge formale – quando ne esisteva uno – e raramente al di fuori di essi”.

Accanto agli sceriffi, ai bounty killer e ai vigilantes, un ruolo importante nel mantenimento del rispetto della legge nel Far West venne svolto anche dalle agenzie private di investigazione. La più famosa di tutte fu senz’altro la Pinkerton Detective Agency, di cui molti investigatori operarono nel West. “Non puoi fare un passo senza imbatterti nella Pinkerton”: questa frase, conosciuta dappertutto, testimonia il prestigio acquisito nella sua attività dall’agenzia. L’utilizzo di tecniche per quei tempi innovative, come la creazione di fascicoli continuamente aggiornati su tutti i criminali ricercati, che venivano archiviati solo dopo la cattura o la certezza della loro morte, permise all’Agenzia Pinkerton di cogliere grossi successi. Molti famosi banditi, come Butch Cassidy (capo della banda del “mucchio selvaggio”), Jesse James e i Dalton, furono catturati grazie al contributo determinante di questi poliziotti privati.

Lungi dall’apparire come un paradiso dei fuorilegge, il Far West fu un luogo in cui le persone e le proprietà erano efficacemente protette da istituzioni private, e la punizione dei criminali implacabile. A differenza di oggi anche i più piccoli reati venivano spesso puniti, e nessuno dei delinquenti più pericolosi riuscì mai a farla franca. Nel West la vita per i fuorilegge non fu certo facile. Le bande dei James, degli Younger, dei Dalton, dei Reno, dei Clanton, fecero tutte una brutta fine. “Quali che fossero state le speranze iniziali di avventure romantiche, quando questi uomini si dedicarono concretamente alla professione di rapinatori la trovarono poco affascinante, deprimente e inevitabilmente pericolosa. Scoprirono che di solito la carriera si concludeva con un inseguimento spesso mortale, scarso guadagno e vita breve”.

 

5. LA FRONTIERA FUTURA È NELLO SPAZIO

Contrariamente ad ogni distorta raffigurazione il Far West americano rappresentò quindi il luogo della Terra in cui, nel secolo scorso, maggiori erano le possibilità per gli individui di vivere indisturbati e fare fortuna, perché al riparo da ogni irregimentazione e spoliazione statale. L’Ovest americano era il posto che conosceva il massimo sviluppo economico e demografico del pianeta, nel quale la gente, invece di fuggire terrorizzata dall’anarchia dilagante, si riversava a milioni, con ogni mezzo disponibile e sopportando ogni genere di rischio! Questo fatto sembra in insanabile contraddizione con tutta quella letteratura celebrativa dell’autorità statuale che enfatizza il carattere violento e selvaggio del vecchio West. Le decisioni reali ed effettive delle persone costituiscono da sempre, al di là delle statistiche, il dato più sicuro per valutare la superiorità o l’inferiorità di determinati sistemi sociali su altri. Più che le affermazioni orali o le manifestazioni di desiderio contano i fatti, cioè le azioni effettivamente compiute. Le enormi masse di coloni che sfuggivano dai propri soffocanti Stati d’origine “votavano con i piedi”, in maniera plebiscitaria, a favore dell’esperimento anarco-capitalista in atto nella Frontiera americana.

Un interessante parallelo storico può essere fatto con l’esperienza del “miracolo” europeo, alla cui base un numero sempre maggiore di studiosi vi individua l’”anarchia feudale” e il pluralismo politico medioevale. Grazie alla sua frammentazione politica l’Europa è riuscita a sottrarsi al tremendo destino di stagnazione e oppressione burocratica cui invece andarono incontro i popoli orientali, schiacciati dalla totale concentrazione del potere politico, economico, religioso e culturale messo in piedi dalla dispotica “megamacchina” imperiale. La dispersione del potere che caratterizzò l’Europa medioevale fu la molla dello sviluppo che le permise di non imboccare la strada dei cinesi, degli indiani, dei russi, dei persiani, degli arabi, degli incas o degli aztechi, e di surclassarli sul piano del progresso tecnologico. La competizione tra le diverse unità politiche imponeva delle politiche non ostili ai cambiamenti economici. Nessun sovrano da solo poteva capricciosamente piegare ai suoi scopi le attività commerciali, perché se le imposte di un certo stato erano troppo gravose, seguiva una rapida emigrazione di capitali, innovazioni e attività commerciali in paesi dove gli affari costavano meno. Di conseguenza nell’Europa occidentale il comportamento regolato dal mercato conservò una libertà d’azione molto maggiore di quella comune alle altri parti del mondo civilizzato.

L’equazione decentralizzazione = libertà individuale = prosperità non è stata però solo all’origine del miracolo europeo, ma anche di quello nordamericano. Così come l’anarchia feudale e il successivo ordine pluralistico medievale, permettendo lo scatenarsi senza limite dell’inventiva della società civile, spiegano la straordinaria crescita della ricchezza e della potenza europea nei secoli successivi, allo stesso modo “l’ordine anarchico” con cui venne colonizzata la vastissima Frontiera americana del secolo scorso ha posto le basi del successo economico e politico degli Stati Uniti nel XIX, XX e probabilmente anche XXI secolo. L’irruzione incontrollabile di una massa di uomini liberi nelle terre vergini realizzò l’esautoramento dello Stato da parte della società civile, cioè l’opposto di quanto si verificherà con la rivoluzione bolscevica, impedendo così il soffocamento dell’ordine spontaneo da parte di un governo federale che si era già fin troppo pericolosamente accentrato dopo la guerra di secessione. Il Far West rappresentò quindi un luogo aperto alle sperimentazioni di ogni tipo, dove chiunque, se solo ne avesse avuto il coraggio e l’energia, poteva recarsi per divorziare dallo Stato d’appartenenza e realizzare la propria “secessione individuale”. Solo dopo l’esperienza anarco-capitalista della Frontiera, che evitò definitivamente il pericolo di un’involuzione “latino-americana” a nord del Rio Grande, gli Stati Uniti si posero all’avanguardia del mondo civilizzato.

Per concludere, la Frontiera fu una terra incredibilmente più tranquilla, fattiva, laboriosa e ordinata di quello che generalmente si pensa. L’uso dispregiativo del termine “Far West”, come abbiamo visto, merita di essere abbandonato, perché il “Selvaggio Ovest” ha dato all’umanità un esempio di ordine spontaneo unico nella storia, capitalista e anarchico, coronato da un grandioso successo. Il ricordo glorioso di quella frontiera di libertà esercita ancora oggi una tale nostalgia, che gli uomini politici dell’America contemporanea in cerca di consenso si appellano spesso ad una Nuova Frontiera, non solo ideale – si pensi ai nuovi orizzonti della ricerca spaziale e alla possibilità della colonizzazione di nuovi pianeti – capace di suscitare nei propri cittadini le stesse energie dell’antica. Se lo spirito libertario del Far West tornerà a fiorire in un’umanità che sta uscendo dal coma profondo di un secolo dominato dagli ideali opposti dello statalismo e del collettivismo, allora nessuna di queste nuove conquiste potrà essergli preclusa.

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L’economia Austriaca è più di un’economia di libero mercato

Mer, 20/01/2016 - 09:07

Gli economisti Austriaci sono noti per il sostegno del libero mercato e la critica dell’intervento statale. Infatti molte persone pensano erroneamente che l’economia Austriaca non sia altro che una difesa radicale del libero mercato, sebbene sia un modello per studiare l’azione umana e le sue implicazioni sociali.

Ciononostante è spesso possibile avvistare conclusioni di libero mercato sullo sfondo dei lavori Austriaci, e questo fa emergere importanti domande su come le implicazioni di politica possano influenzare lo sviluppo della teoria. Ad esempio, è possibile che la necessità di giustificare le politiche di libero mercato distorca la ricerca Austriaca? Questa è la tesi sostenuta in una nuova raccolta di saggi curata da Guinevere Nell, intitolata Austrian Theory & Economic Organization: Reaching Beyond Free Market Boundaries.

Nell sostiene che gli economisti Austriaci contemporanei si concentrino sul fare ricerche che arriveranno a “conclusioni imperative di libero mercato.” Così, secondo Nell, il loro lavoro è più ideologico che metodologico, e ogni ricerca che mette in discussione l’ortodossia del libero mercato viene evitata e respinta.

Secondo Nell lo status quo Austriaco deve cedere il passo ad un approccio all’economia più imparziale, soprattutto nell’organizzazione della teoria. Naturalmente non tutti i collaboratori di questo libro condividono le sue opinioni. Tuttavia la maggior parte dei capitoli sono coerenti con il suo obiettivo di sviluppare idee Austriache senza preoccuparsi di renderle adatte a conclusioni di libero mercato.

In pratica tutto si riduce a proporre diverse proposizioni che gli Austriaci potrebbero considerare controverse. Ci sono variazioni sui temi di base, ma le idee di base sono le seguenti:

  1. il libero mercato produce gravi problemi sociali ed economici,
  2. il governo (ad esempio, il socialismo di mercato) può essere una valida forma d’ordine spontaneo, e
  3. il governo può migliorare i risultati del mercato, soprattutto per quanto riguarda la giustizia sociale.

 

Non sono convinto che il libro riesca a difendere qualsiasi di queste proposizioni. Prima di spiegare questa valutazione, però, vorrei sottolineare che questo è solo un breve riassunto di alcuni problemi che ho notato durante la lettura del suddetto libro. Per una discussione più completa sui suoi meriti e le mancanze, la mia recensione intera (con ulteriori riferimenti) è qui.

La premessa di base del libro mi sembra viziata, perché non credo proprio che esistano confini dell’eponimo libero mercato, e se esistessero, non vedo come la ricerca Austriaca possa averne sofferto. Non mi oppongo a porre domande su questo tipo di parzialità, perché il compiacimento e la parzialità sono minacce reali e costanti per la ricerca accademica. Tuttavia credo che sia ragionevole aspettarsi che le proposizioni di parzialità siano supportate da elementi concreti e, inoltre, che i critici siano in grado di spiegare chiaramente, e nel dettaglio, come suddetta parzialità possa ostacolare lo sviluppo della ricerca attuale.

Purtroppo gli autori in questo volume offrono pochi esempi di parzialità nei confronti del libero mercato che indeboliscono la ricerca, e quando compaiono, sono sbagliani. Ad esempio, un autore sostiene che Mises e Rothbard non fossero in grado di discutere dell’utilità e di benessere economico, mentre un altro suggerisce che le cooperative e le altre forme d’organizzazione orizzontali non possono essere spiegate da un approccio Austriaco. Una letteratura di base mostra che queste affermazioni sono infondate.

Questo mi porta ad un altro tema importante presente nel libro: le forme alternative d’organizzazione economica. Diversi capitoli criticano le società tradizionali e propongono la loro sostituzione con cooperative e altre organizzazioni “democratiche”. Sono d’accordo sul fatto che questi sono argomenti da esplorare, com’è anche chiaro che in una società libera il ruolo della forma societaria sarebbe, per lo meno, notevolmente ridotto. Se gli autori si fossero limitati a discutere di tali problemi, avrei avuto poche obiezioni da fare. Purtroppo alcuni di loro si sono spinti oltre, sostenendo che forme alternative d’organizzazione rappresenterebbero soluzioni ai problemi del libero mercato che gli economisti Austriaci non possono o non vogliono riconoscere.

In particolare diversi capitoli sembrano suggerire che l’economia Austriaca non sia altro che l’elogio della tradizione aziendale gerarchica che massimizza il profitto. Questa affermazione è semplicemente sconcertante, e non sorprende se gli autori non la sostengono con prove serie. Ancora peggio, la maggior parte dei capitoli ignorano il contributo Austriaco più prezioso per teoria dell’organizzazione: l’opera di Mises sul calcolo economico. Mises non solo ha fornito la critica definitiva alla pianificazione centrale; il suo lavoro è anche vitale per mostrare se una qualsiasi forma di produzione — dall’anarchia di mercato al socialismo totalitario — funzionerà in pratica. Queste forme includono le cooperative, le imprese sociali, e molte altre.

Purtroppo gli errori d’omissione e di commissione sono sparsi in tutto il libro. Affermazioni non supportate e prove mancanti sono comuni, così come dare la colpa al mercato per gli errori della politica pubblica. Ci sono anche allusioni vecchie e stravecchie ad Hayek e alla Grande Cospirazione Neoliberista™. Tali osservazioni indicano chiaramente che i capitoli più critici nei confronti dell’economia Austriaca sono in realtà quelli che hanno meno familiarità con essa.

Fortunatamente alcuni capitoli — a mio avviso quelli di maggior successo — sostengono il punto di vista che Nell contesta. Questi saggi sono presentati come una sorta di punto di riferimento per misurare i capitoli più controversi, ma mostrano egregiamente perché non c’è molto da temere che l’economia Austriaca sia irrimediabilmente influenzata dall’ideologia del libero mercato.

Ad esempio, il capitolo di Randall Holcombe offre una bella panoramica del concetto d’ordine spontaneo e spiega perché i metodi top-down per migliorare questi ordini sono destinati al fallimento. Allo stesso modo, Per Bylund offre un saggio di ricerca sulla necessità della gerarchia nelle aziende di mercato. Ed Stringham e Caleb Miles rivedono le prove storiche e antropologiche sull’origine degli stati. Mostrano in modo convincente che, contrariamente alla credenza comune, gli stati non sono emersi da una sorta di contratto sociale, ma attraverso una combinazione di forza e persuasione.

Tuttavia ciascuno di questi documenti va contro la motivazione generale del libro, così come il suo contributo più ambizioso; se non altro mettono in evidenza il valore e la necessità della tradizione Austriaca, e la rilevanza cruciale di economisti come Mises.

 

Articolo di Matt McCaffrey, tradotto da Francesco Simoncelli.

 

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L’economia cristiana in una lezione

Lun, 18/01/2016 - 09:22

[La seguente è la “Prefazione all’edizione italiana” dell’ultimo libro di Gary North, Christian Economics in One Lesson. Per acquistare l’ebook completo della traduzione in italiano cliccate su questo link.]

 

L’economia moderna è pregna di quello che potremmo definire “pragmatismo economico”. Ovvero, se qualcosa funziona dal punto di vista empirico, allora funzionerà per sempre. Questa massima viene sostenuta dalla maggior parte della popolazione, nonché dall’establishment accademico e politico. Non esiste alcuna teoria a sostegno di questo punto di vista, solo la praticità di un sistema che riesce a protrarsi tanto a lungo da convincere chicchessia che tutto continuerà ad andare così. Non c’è modo di convincere tali persone della proposizione errata delle loro convinzioni, anche se intorno a loro non ci sarà altro che devastazione economica, continueranno a chiedere penitenti una dose maggiore di quello che credevano fosse un percorso risolutivo “nella pratica”.

Cosa ci vuole affinché cambino idea? Un crollo tonante dell’economia. Una discontinuità talmente monumentale nell’attuale pratica economica, da incitare gli attori di mercato a riconsiderare le loro posizioni riguardo l’economia. Infatti la maggior parte delle persone aderisce all’economia keynesiana anche senza saperlo. Anche se non ha mai letto nulla di teoria economica, ha una propensione a seguire il pensiero keynesiano. Perché? Due parole: pasti gratis.

La promessa di una vita all’insegna di grandi ricchezze guadagnate col minimo sforzo, stimola la maggior parte degli individui a cedere parte delle loro libertà personali a favore di un politburo monetario in grado, presumibilmente, di direzionare l’intera economia verso lidi di maggiore prosperità e nel contempo sganciare una valanga di pasti gratis. Sicurezze in ogni dove, certezze dietro ogni angolo, e più nessuna responsabilità. È questa la promessa del politburo monetario. È una promessa vuota. È la promessa presente in qualsiasi schema di Ponzi.

Non tutti abbandoneranno le vecchie abitudini di cadere vittima di simili promesse, ma di certo staranno più attenti. Dopo essere rimasti scottati una volta, sarà più difficile che la seconda cadranno nello stesso tranello. Cosa può facilitare loro il compito? Un promemoria sempre a disposizione. Di che tipo? Economico? Soprattutto. Ma non basta. Perché? Perché il messaggio dell’economia non è tanto potente come quello etico. Quest’ultimo chiama in causa la singola persona. La mette di fronte ai propri sbagli. La mette di fronte ai propri difetti morali.

Per molto tempo l’etica è stata distaccata dalla materia economica, poiché si pensava che potesse inficiare la rigidità degli enunciati in essa contenuti. Si pensava che potesse intorbidire i dettami sapienti e oggettivi elencati dalle prescrizioni economiche. Nel seguente libro, invece, torneremo ad apprezzare la congiunzione tra etica ed economia. Vedremo come entrambe lavorino in sinergia per permettere agli individui d’agire lungo linee economiche corrette. Vedremo come entrambe lavorino per fornire agli individui un quadro analitico e comportamentale coerente e potente. Infatti, in questo libro non troverete grafici o equazioni. Non si ha alcun bisogno di arzigogoli econometrici per comprendere come sia eticamente sbagliato infilare le proprie mani nei portafogli altrui.

Questo libro non solo vi permette di comprendere l’economia in una sola lezione, ma vi permette di comprendere come affiancarvi una teoria etica coerente. Il tutto, ovviamente, in una sola lezione. È questa l’idea rivoluzionaria di Gary North: fare quello che Hazlitt non riuscì a fare nel 1946, ovvero, insegnare l’economia insieme ad una teoria etica coerente in una sola lezione. Hazlitt, infatti, pensava che sarebbe bastato sottolineare gli errori economici che fino a quel momento avevano condotto l’umanità verso lidi molto pericolosi. Pensava che indicare laddove si stesse sbagliando sarebbe stato sufficiente affinché il grande pubblico avesse riconsiderato i principi keynesiani che sin dal 1936 avevano goduto di un successo straordinario. Non bastò e il suo libro venne ignorato. Perché? Perché la teoria era stata enunciata 10 anni prima e quello ormai era il tempo del pragmatismo. Nessuno aveva più intenzione di riconsiderare la teoria. Le promesse erano già state fatte ed erano allettanti. Perché abbandonarle quando potevano essere ancora soddisfatte nonostante ci fosse qualcuno che ne metteva in dubbio la realizzazione?

Ecco il nodo cruciale. È proprio quest’ultima domanda a cui Hazlitt non riuscì a dare risposta e che lasciò annegare nell’oblio la sua opera. Il suo libro, sebbene fosse economicamente coerente e analiticamente perfetto, non spingeva la maggior parte della popolazione a riconsiderare le proprie posizioni. Il loro orecchio era teso verso le promesse dello stato e del suo potere salvifico. Il suo messaggio era eticamente superiore. Sebbene fosse un’etica sbagliata, la sua apparente legittimità e plausibilità è stata accettata a braccia aperte dal grande pubblico.

Ora questo messaggio sta gettando la maschera e si sta rivelando per la mostruosità che è. In poche parole, Hazlitt aveva ragione. Ma ci saremmo potuti evitare questi decenni bui se, oltre al messaggio economico, Hazlitt avesse inserito nel suo manoscritto anche un messaggio etico. Il problema fondamentale con il libro di Hazlitt è che si rivolgeva ad un pubblico in particolare, ben istruito, e questo lo portò ad abbandonare la componente etica poiché accademicamente irrilevante. Fu un grande errore, perché ciò non gli permise di scorgere il vero nemico: la pianificazione economica statale.

Il messaggio etico dello stato era potente: è legittimo infilare la propria mano nel portafoglio altrui se questo porta ad un bene superiore. Il libro di Hazlitt non si prefiggeva d’essere latore di un’etica coerente col proprio messaggio economico, quindi le sue tesi non sono riuscite a permeare le menti della maggior parte delle persone che ritenevano plausibilmente accettabile il compromesso etico dello stato. Nessuno lo metteva in dubbio. L’economia, infatti, riteneva l’etica neutrale dal suo punto di vista. Quindi perché preoccuparsene?

Questo libro cerca di correggere l’errore di Hazlitt, fornendo ai lettore principi economici ed etici totalmente coerenti e sani. Quando infine il credo keynesiano di una salvezza economica attraverso lo stato verrà fatto a pezzi dalla bancarotta del sistema pensionistico, si creerà un vuoto sia di teoria che di pratica nel mondo delle idee. Questo vuoto sarà colmato solo se il messaggio di coloro che intendono riempirlo sarà sufficientemente potente e coerente. Visto che gli economisti Austriaci stanno mettendo in guardia la popolazione da molto tempo circa i difetti dell’economia keynesiana, otterranno gran parte delle attenzioni. Questo libro, quindi, intende essere il riferimento principale di suddetto nuovo inizio, poiché fornisce adeguati strumenti economici ed etici per tutti coloro che finiranno col mettere inevitabilmente in discussione i principi economici keynesiani e i principi etici dello stato.

Quando gli assegni del governo non verranno più mandati nella cassetta delle lettere delle varie persone, ci sarà un ripensamento generale sul ruolo dello stato e di come la filosofia dei pasti gratis sia in realtà una bufala. Quando le promesse verranno infrante, le persone deluse e arrabbiate andranno alla ricerca di una nuova teoria sulla quale fare affidamento. Ne avranno bisogno. Non solo per avere una visione più chiara di quello che accadrà, ma soprattutto per lenire il dolore dell’aver fatto la figura degli sciocchi dato che c’erano diversi scrittori che avvertivano di tal esito. La domanda è: a chi si rivolgeranno?

Di sicuro non a coloro che li avranno delusi. Statalisti e keynesiani possono scordarsi, stavolta, di godere del cosiddetto free ride. Chi raccoglierà i pezzi? Più nello specifico, chi raccoglierà i prezzi nel proprio paese, nella propria città, nella propria regione? È praticamente certo che le reazioni saranno diverse e nuove teorie spunteranno fuori, ansiose d’essere prese come modello di riferimento. La maggior parte di queste sicuramente tenderanno a concentrarsi su come evitare i danni dovuti al collasso dell’attuale sistema economico, o al minimo, come schivarne la maggior parte. Il pragmatismo economico sarà fatto a pezzi in tal processo, lasciando la sperimentazione di nuovi modelli sostitutivi.

Di certo la pianificazione statale centrale avrà grossi problemi a far rispettare i suoi dettami e spunteranno varie sacche di resistenza alla sua influenza. È per questo che è cruciale avere quante più persone possibili istruite nei principi della teoria economica Austriaca supportati da una visione etica ben chiara e coerente. Un piccolo drappello di tali persone in ogni comunità garantirà alle tesi Austriache di diffondersi più rapidamente e di instillare nella popolazione confusa un senso etico sano e genuino. Non sarà così facile, perché le alternative al modello prevalente ci metteranno tempo per guadagnarsi la fiducia di coloro che sono stati delusi. Ma se il messaggio economico ed etico saranno entrambi potenti, si può stare certi che non verranno respinti. E questo libro offre ai lettori un messaggio etico ed economico potente.

Una volta letto entrerete anche voi, cari lettori, a far parte del suddetto drappello d’individui il cui compito sarà quello d’istruire i futuri delusi dall’attuale sistema economico/sociale.

Sarà un lungo e lento processo d’istruzione, ma alla fine darà i suoi frutti. Essere ottimisti richiede tempo e pazienza, ma alla fine porta alla vittoria; mentre invece è facile cadere vittime del pessimismo, e la sconfitta sarà la meta finale sicura.

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La bolla dei prestiti per automobili è pronta a scoppiare?

Ven, 15/01/2016 - 09:32

Martedì scorso abbiamo appreso che nel 2015 sono stati venduti oltre diciassette milioni di veicoli, un record nella storia degli Stati Uniti.

Mentre i media mainstream sostengono che questo record sia stato raggiunto grazie ad un miglioramento dell’economia degli Stati Uniti, ancora una volta non sono riusciti a capire una questione fondamentale: l’espansione del credito.

Quando i tassi d’interesse sono mantenuti artificialmente bassi, gli individui sono indotti in errore e spendono più di quanto nelle loro reali possibilità. Col senno di poi, scoprono che i loro errori di giudizio hanno sconvolto il loro benessere finanziario.

Questa è una lezione che il paese avrebbe dovuto imparare sin dalla crisi dei mutui subprime nel 2008. L’eccessiva creazione di credito ha portato troppi individui a comprare case, costruire case e investire nel settore immobiliare. Questo aumento artificiale della domanda ha portato ad un’impennata temporanea dei prezzi, con conseguenti pignoramenti di oltre quattro milioni di case e la scomparsa di oltre nove milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti.

Invece di imparare dagli errori del passato, la Federal Reserve ha incrementato le sue politiche espansionistiche. Dal 2009 l’offerta di moneta è aumentata di quattro mila miliardi, mentre il tasso dei fondi federali è rimasto pari o vicino allo zero per cento. Di conseguenza la bolla immobiliare è stata sostituita con diverse altre bolle, compresa quella nell’industria automobilistica.

Sin dal 2009 le case automobilistiche hanno approfittato degli oneri finanziari a buon mercato per aumentare la produzione dei veicoli di oltre il 100 per cento:

 

Fonte: OICA

 

Al fine di maggiorare gli acquisti di veicoli, sin dalla recessione del 2008 queste aziende hanno incentivato i consumatori con offerte difficili da rifiutare, come ad esempio i famigerati “liar loan” e i “no-money down loan”. Solo lo scorso anno le concessionarie hanno aumentato del 14 per cento la spesa per gli incentivi sulle vendite, e ora gli avvisi nei loro esercizi proclamano orgogliosamente l’accettazione di qualsiasi tipo di prestito – “No Credit. Bad Credit. All Credit. 100 Percent Approval.” Di conseguenza sin dal 2009 i prestiti per automobili sono aumentati di quasi $80 miliardi, molti dei quali sono stati concessi ad individui con rating di credito pessimi. Oggi quasi il 20 per cento di tutti i prestiti per automobili sono concessi ad individui con rating di credito inferiori a 620:

 

Fonte: New York Fed

 

Non solo sono stati generati più prestiti per automobili, ma ne è anche aumentata la durata. Ora la durata media dei prestiti è sessantasette mesi (cioè 5.58 anni) per le auto nuove e sessantadue mesi (cioè 5.16 anni) per le auto usate. Entrambi sono numeri da record.

I prezzi medi delle transazioni per le auto nuove e usate sono a loro livelli da record. I prezzi delle auto usate sono aumentati di quasi il 25 per cento sin dal 2009, mentre i prezzi delle auto nuove sono aumentati di oltre il 15 per cento. Questi aumenti sono stati causati in parte dalla crescente domanda di auto generata dall’impennata dei prestiti per automobili. La ragione principale, tuttavia, è che i consumatori – sfruttando l’accessibilità al credito a basso costo – hanno acquistato tipi di vetture con carrozzerie più costose. Questo trend sta seguendo quello della bolla immobiliare quando all’inizio del 2007 la dimensione media di una casa unifamiliare nuova era salito a 2,272 piedi quadrati.

Tutti siamo a conoscenza del risultato finale della Grande Recessione – prezzi elevati, milioni di case pignorate e disoccupazione rampante. Poi crollò la domanda per le abitazioni e, in ultima analisi, i prezzi delle case scesero del 20 per cento ogni mese.

La bolla delle automobili deve ancora scoppiare, ma i suoi effetti negativi stanno già cominciando ad apparire. Le insolvenze sui prestiti per automobili sono aumentate di quasi il 120 per cento, da poco più dell’1 per cento nel 2010 al 2.62 per cento nel 2014. Dato che le automobili subiscono un rapido deprezzamento, questo numero è destinato a salire. Con il tempo questi prestiti a sei, sette e otto anni dovranno essere ripagati per intero, e molti di questi veicoli non varranno più nulla – i costi di manutenzione e quelli dei prestiti inizieranno a superare il valore delle vetture.

Secondo il Center for Responsible Lending, uno ogni sei mutuatari sta già affrontando spese di recupero. Se i default aumenteranno nettamente nei prossimi anni, come proiettato, il mercato verrà inondato di auto usate ed i loro prezzi scenderanno, quasi certamente, in misura significativa.

In un’epoca in cui la partecipazione alla forza lavoro è al suo livello più basso sin dal 1977 – e in un momento in cui i salari reali stanno aumentando meno di quanto aumentavano negli anni ’80 – è indispensabile che la Federal Reserve smetta di fuorviare gli individui, i quali vengono indotti a fare investimenti irrazionali. L’economia è troppo fragile per continuare a sopportare questi cicli economici senza fine. Gli economisti, i politici e la popolazione in generale, devono imparare dalla storia economica in modo da comprendere che favorire il debito a discapito della parsimonia non è vantaggioso per il benessere finanziario del paese. In caso contrario, negli anni a venire ci saranno più bolle, più investimenti improduttivi e più mal di testa economici.

 

Articolo di Tommy Behnke, traduzione di Francesco Simoncelli.

 

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