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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 6 min 15 sec fa

Le differenze non significano necessariamente discriminazione

Lun, 07/07/2014 - 08:00

Un altro Equal Pay Day è passato. Quest’anno è stato celebrato l’8 Aprile, per affermare quanto a lungo una donna debba lavorare nel 2014 per guadagnare quanto un uomo nel 2013. Quest’anno il momento saliente è stato quando il Portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha cercato di dare una spiegazione alle differenze retributive fra gli uomini e le donne che lavorano alla Casa Bianca, dicendo che quando occupano posizioni simili, sono pagati allo stesso modo. E mentre un rapporto CONSAD, commissionato dal governo federale qualche anno fa, rivelò come anche su scala nazionale fosse esattamente così, l’amministrazione Obama ha comunque proseguito con il suo ordine esecutivo di metter fine alle differenze retributive di genere.

Nulla di nuovo, ovviamente. L’Equal Pay Day e altre iniziative simili hanno sempre richiesto un largo grado di dissonanza cognitiva. Nel 2012, l’attrice a luci rosse Sasha Grey fece una Pubblicità Progresso (molto esplicita a dir la verità) per l’edizione belga dell’Equal Pay Day asserendo: “Il porno è l’unico modo per guadagnare più degli uomini”. Analizzando il messaggio pubblicitario, Jezebel ha accusato il video di mandare “messaggi contrastanti”.[1] La prima domanda che ci si potrebbe porre è perché, se le donne sono discriminate, tale discriminazione non è relativamente uniforme?  Dopotutto, non sono soltanto le attrici a luci rosse a guadagnare più dei loro colleghi uomini, ma lo stesso si applica alle modelle. Infatti, nel 2013, i dieci modelli maschili più famosi hanno guadagnato soltanto un decimo rispetto alla top ten femminile. Come mai?

Inoltre, non era la sinistra a credere, come disse Vladimir Lenin una volta, che “i capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo” (ovvero: ai capitalisti non interessa nient’altro che i soldi)? Se fosse vero, avrebbe senso che le modelle e le attrici a luci rosse guadagnassero di più data l’attuale domanda del mercato.

Comunque, dato che i progressisti tendono a spiegare tutte le differenze retributive fra due gruppi soltanto tramite la discriminazione, evidentemente i capitalisti non sono soltanto degli avidi, ma anche dei sessisti.

Se guardiamo più in dettaglio i fatti, emerge un quadro più complesso. Le donne guadagnano soltanto 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini, ma a quanto pare i datori di lavoro di tanto in tanto cambiano sesso anche quando assumono persone che si suppone debbano rimanere vestite. Ad esempio, come nota Warren Farrell: “Quando uomini e donne lavorano meno di 40 ore a settimana, sono le donne a guadagnare più degli uomini”.[2] Secondo il Censimento del 2003, le donne guadagnano il 134% rispetto agli uomini quando entrambi lavorano fra le 25 e le 34 ore settimanali, ed il 107% quando si è fra le 35 e le 39 ore. Inoltre, gli uomini scapoli e senza figli fra i 40 ed i 64 anni guadagnano meno rispetto alle donne nelle stesse identiche condizioni. Nel 2001, guadagnavano 40.000 $ all’anno contro i 47.000 $ annui delle donne. [3] Perché i datori di lavoro discriminano in maniera così incostante?

 E sempre a proposito delle donne, ci sono delle strane discrepanze fra gruppi stessi di donne che la maggior parte della gente non si aspetterebbe. Discutendo degli anni ’60, l’economista Walter Williams scrisse:

 Uno dei segreti meglio mantenuti di tutti i tempi, nonché virtualmente del tutto ignorato nella letteratura sulle differenze razziali relative alla retribuzione, è che i tassi di retribuzione delle donne professioniste bianche/nere non hanno una composizione neanche lontanamente simile a quella dei loro analoghi maschi. [Le donne laureate di colore] guadagnano circa il 102% delle laureate bianche”. [4]

Non sono sicuro del perché i datori di lavoro scelgano di essere prevenuti contro le donne bianche in questo caso. E inoltre, se parliamo di razza, pare abbiano anche una strana preferenza per gli Asio-americani. Il reddito medio pro-capite degli Asio-americani  nel 2005 era di 27.331 $, contro i 26.496 $ dei bianchi. Quindi – anche se di poco – i bianchi in questo caso sono discriminati?

E la lista va avanti:

Tutte queste differenze – incluso l’interessante (ed incoraggiante) sviluppo che i redditi dei neri del Queens, New York, hanno sorpassato quelli dei bianchi nel 2005 – devono essere causate sicuramente soltanto dalla discriminazione, vero?

In realtà, ovviamente, tutte queste statistiche da sole non significano assolutamente nulla. Gli immigrati possono avere caratteristiche diverse rispetto a quelli che hanno deciso di non lasciare il proprio paese, la storia dei giapponesi e dei coreani negli Stati Uniti è molto diversa, gli atei sono soltanto una piccola parte della popolazione così come gli omosessuali (e quelli che sono apertamente gay possono avere caratteristiche diverse di quelli non dichiarati), chi abita nel nord degli Stati Uniti non compete direttamente per gli stessi lavori di chi abita nel sud, così come gli Americani non competono direttamente con i Francesi ecc. ecc.

Questo è il punto. Le differenze possono essere causate dalla discriminazione – e ovviamente la discriminazione esiste in un certo grado – ma soprattutto dato che essa punisce gli imprenditori forzandoli a pagare dei costi opportunità, è estremamente semplicistico comparare due gruppi senza fare alcuna altra considerazione. Ad esempio, come osservò Tom Woods:

I fattori che attualmente spiegano i divari retributivi ed altre differenze fra le diverse razze e gruppi etnici negli Stati Uniti (e altrove) sono in realtà molti e variegati. Consideriamo questo: l’intera metà delle donne messicano-americane si sposa nella sua adolescenza, rispetto soltanto al 10% delle donne nippo-americane. Soltanto questo fattore culturale in sé spiegherebbe la considerevole differenza nei redditi fra i due gruppi, dato che una giovane donna sposata tenderà ad avere meno mobilità e meno opportunità educative rispetto ad una giovane donna single[5]”.

 Vi è poi il fattore dell’età, che è spesso lasciato fuori da tutte le discussioni sulla disuguaglianza. Come scrisse Thomas Sowell nel 1984:

Le differenze d’età sono molto grandi. I neri in media sono di una decade più grande dei giapponesi. Gli ebrei sono un quarto di secolo più anziani dei portoricani. I polacchi americani sono vecchi il doppio degli indiani americani[6]”.

 Peraltro, quando Walter Block fu accusato di essere razzista per non aver spiegato con la discriminazione le differenze retributive fra bianchi e neri, una delle prove usate contro di lui fu che seppur partendo da costanti un eguale numero di anni passati a scuola, il divario rimaneva. Walter rispose con l’ovvio fatto che “un certo numero di anni scolastici passati in un sobborgo bianco non sono esattamente equivalenti agli stessi anni passati in una scuola nel ghetto”.

O le scuole dei ghetti necessitano di essere sistemate o c’è una discriminazione nell’occupazione, oppure entrambe contribuiscono ad essere parte dell’intera discrepanza.  E questo vale per tutte le differenze che si possono trovare. Come abbiamo visto, spiegare ogni divario retributivo soltanto con la discriminazione porta a delle conclusioni davvero strane (oh, quelle lesbiche giapponesi atee super-privilegiate, lavoratrici part-time, residenti al Nord!).

Esiste la discriminazione e concordo nel ritenerla un problema, ma le mere discrepanze non ci dicono nulla riguardo all’intero problema. È ora di smetterla di far finta che lo facciano.

Articolo di Andrew Syrios su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

 

Note

[1] Jezebel, 12 Marzo 12 2012 [Attenzione: contenuto sessualmente esplicito].

[2] Warren Farrell, Why Men Earn More (AMACOM, 2005), p. 79.

[3] Ibid., pg. xxiii.

[4] Walter E. Williams, The State Against Blacks (New York: Manahattan Institute, 1982), pp. 55-56.

[5] Thomas E. Woods, 33 Questions About American History You Are Not Supposed to Ask (New York: Randon House, 2007), p. 143.

[6] Thomas Sowell, Civil Rights: Rhetoric or Reality (New York: William Morrow, 1984), pp. 42-43.

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Il ciclo naturale: II parte

Ven, 04/07/2014 - 08:00

II. Preferenze e tasso di interesse. L’impalcatura della ABCT

 

Il ruolo delle aspettative è cruciale per la nostra analisi. Ma dobbiamo arrivarci gradualmente, a partire da alcuni elementi tradizionali della teoria economica austriaca. Si tratta delle preferenze temporali e della struttura intertemporale della produzione.

Secondo la legge della preferenza temporale, «l’uomo, nella sua scala di valori e a parità di circostanze, attribuisce sempre una maggiore importanza ai beni presenti rispetto a quelli futuri»[7]; da questo assunto, la scuola austriaca arriva ad una definizione di tasso di interesse in radicale opposizione con quella della teoria dominante (‘costo del denaro’). Possiamo infatti definire «il tasso o tipo d’interesse [come] il prezzo di mercato dei beni presenti in funzione dei beni futuri»[8]. È quindi limitante e profondamente sbagliato definire il tasso di interesse come il costo del denaro. Avvicinandoci maggiormente ad una concezione medievale, osserviamo come la grandezza normalmente chiamata i è più legata al concetto di tempo che a quello di denaro. Il mercato dei capitali è solo un particolare mercato di beni, in cui l’azione del tasso di interesse è maggiormente manifesta all’occhio comune, ma non è l’unico. In tale mercato particolare, l’offerta – i venditori – è rappresentata dai consumatori, coloro che dispongono di beni presenti e sono disposti a rinunciarvi in una qualche misura, appunto definita dal tasso[9]. Una delle forme in cui tale rinuncia si manifesta è il risparmio; i consumatori rinunciano a denaro presente in funzione di denaro futuro; offrono quindi denaro sul mercato. Da chi è costituita la domanda? Dagli imprenditori, che hanno bisogno di moneta oggi per realizzare i propri progetti industriali. Pertanto, per il mercato dei capitali il tasso di interesse naturale è quel particolare tasso che permette all’offerta (risparmio dei consumatori) di incontrare la domanda (investimenti degli imprenditori).

Ma la legge della preferenza temporale non vale sul solo mercato dei capitali. Essa va estesa all’intero sistema economico, in cui, dunque, il tasso naturale è quel tasso di equilibrio che riflette le preferenze temporali degli agenti economici. Ovviamente, si tratta di un livello teorico, un punto cui tendere. Il tasso monetario, invece, è quello che, nei sistemi economici contemporanei, è fissato d’imperio dalle autorità monetarie.

Hayek (1933, p. 449) dice che un

saggio di interesse di equilibrio potrebbe allora essere definito come un saggio che garantisse la corrispondenza fra le intenzioni dei consumatori e le intenzioni degli imprenditori; e con un saggio costante di risparmio questo sarebbe il saggio d’interesse a cui si perviene in un mercato in cui l’offerta di capitale monetario è di ammontare esattamente uguale al risparmio corrente.

Il mercato dei capitali, tanto enfatizzato dalla teoria dominante nel momento in cui si discute di tasso di interesse, dunque, è solo uno tra i tanti mercati. È invece possibile definire un tasso di interesse del sistema economico, che misura la più generale struttura delle preferenze temporali. Nel caso dei consumatori, esso definisce la relazione tra consumo e risparmio. Nel caso degli imprenditori, legati agli investimenti, esso misura la propensione al futuro, cioè il desiderio di impegnarsi in progetti a lungo termine nel settore dei beni di investimento, rendendo la struttura della produzione più circolare e il periodo di produzione più lungo, rispetto ad investimenti in beni di consumo e investimenti a più veloce ciclo di realizzo.

In un sistema future-oriented, i consumatori sono maggiormente orientati al risparmio, favorendo l’accumulazione di fondi prestabili che possono essere utilizzati dagli imprenditori in progetti a lungo-termine. Una società present-oriented, al contrario, presenta una maggiore propensione al consumo dal lato dei consumatori, mentre gli investitori non allungano il processo produttivo. Possono sussistere situazioni di equilibrio sia in un sistema ad alta preferenza temporale che nel caso contrario. Non è l’ammontare di uno degli aggregati a definire l’equilibrio, ma la possibilità per le preferenze temporali di incontrarsi attraverso il libero esercizio della funzione imprenditoriale che ogni soggetto esercita quando si relaziona con gli altri soggetti nel processo di soddisfazione di bisogni di diversa natura.

Il livello di equilibrio di una combinazione di preferenze temporali è misurato dal tasso di interesse naturale, cui corrisponde a sua volta una ben determinata struttura del processo produttivo. L’elemento chiave che, alimentando una modifica della struttura intertemporale della produzione, genera un ciclo di espansione e crisi è dato da un cambiamento nel livello del tasso naturale. Secondo la tradizionale visione austriaca, se la matuzione del tasso di interesse naturale riflette un cambiamento delle preferenze temporali, ciò genera un ciclo espansivo positivo, cui non farà seguito una dolorosa crisi (e noi cercheremo di dimostrare che invece una crisi di riaggiustamento è inevitabile). Al contrario, se il tasso, invece che essere naturale e stabilirsi per l’interazione nel libero mercato dell’azione imprenditoriale di diversi individui, è fissato da autorità centrali di pianificazione (tasso monetario), che seguono precetti di politica monetaria o motivazioni politiche, il ciclo espansivo che sarà seguito da un’espansione monetaria produrrà una crisi. Infatti, non vi sarà stata nessuna modifica nel tasso naturale, nessun cambiamento nelle preferenze temporali; la generata modifica della struttura della produzione sarà il risultato di un falso segnale, la manipolazione del tasso monetario generata dalle autorità monetarie.

È dunque cruciale studiare se e come il sistema bancario e le banche centrali agiscono sul tasso monetario, che svolge un ruolo guida, ‘di segnale’, per la definizione delle preferenze temporali degli individui: spesa vs. risparmio per i risparmiatori e beni di consumo vs. beni di investimento per gli imprenditori. In un certo qual modo, possiamo dire che per l’azione delle autorità monetarie gli attori non sono liberi di scoprire liberamente quale sarebbe il tasso naturale, perché sono orientati a guardare ciò che è definito dalle banche centrali.

La politica monetaria è neutrale se «non fa altro che fungere da intermediaria tra risparmiatori e investitori. Se la politica è neutrale, variazioni nell’offerta del credito sono guidate da variazioni nell’offerta del risparmio programmato»[10]. Il che vale a dire che una crescita dei prestiti per investimenti può generare un boom sostenibile solo se essa sarà fondata sull’aumento di risparmio, cioè su maggiori risorse realmente disponibili per gli investitori, capitale reale e non virtuale. Infatti, una situazione di tal sorta corrisponderebbe ad un mutamento della struttura delle preferenze temporali.

L’effetto diretto di una diminuzione delle preferenze temporali è una diminuzione del tasso di interesse sui prestiti e un aumento della quantità dei prestiti offerti. Questo risultato richiede solo che le forze correttive del mercato prevalgano nel mercato dei prestiti. […] Il cambiamento delle preferenze temporali sta semplicemente a significare che l’imprenditore sta svolgendo il suo compito in presenza di un tasso di interesse più basso e di una maggiore disponibilità di credito. Tutto ciò che va detto a questo punto sulla capacità degli imprenditori di adattarsi con successo a queste mutate condizioni del credito è che le forze auto-correttive sono al lavoro: quegli imprenditori che realmente si adattano con successo tenderanno a fare profitti e quindi gestiranno una maggiore quantità di risorse, mentre coloro che non lo faranno tenderanno a subire perdite e quindi perderanno il controllo delle risorse[11].

Al contrario, se il credito viene aumentato in modo artificioso, si creano le premesse per un’espansione malsana, fondata su investimenti errati degli imprenditori, che mettono in atto investimenti sbagliati (malinvestimenti) perché guidati da un prezzo, un tasso, che non riflette la struttura delle preferenze temporali. Il boom malsano sarà seguito necessariamente da una recessione. E, proprio come accade nella fase attuale, «i cicli degli investimenti generalmente finiscono in una crisi creditizia con una simultanea e improvvisa “crisi” finanziaria per molte imprese»[12].

In che modo una siffatta sproporzione tra tasso naturale e tasso monetario può generarsi? In due modi. O il tasso monetario viene spinto da qualcuno al di sotto di quello naturale oppure quest’ultimo si innalza al di sopra del primo. La prima situazione è forse la più facile da immaginare ed è quella normalmente presa in esame da Mises; la banca centrale gioca con il tasso di interesse, credendo nell’automatismo secondo il quale un basso tasso, favorendo gli investimenti, può stimolare un’economia stagnante; in questo l’autorità monetaria è sostenuta di solito da una disinvolta politica del credito da parte degli istituti bancari, che spingono sull’acceleratore creando immensi pacchetti di prestiti-spazzatura, che poi mettono sul mercato, cartolarizzano, cercando di incamerare lauti guadagni e di uscire dal gioco prima che sia troppo tardi. È vero che una tale azione combinata può creare crescita economica, ma virtuale, cui seguirà una recessione violenta, proprio come sta succedendo oggi. È il tipico errore che si manifesta nella teoria economica monetarista.

Vi è però una seconda possibilità, che può presentarsi da sola o combinata a quanto appena visto. Il tasso naturale si spinge al di sopra di quello monetario; è la novità teorica introdotta da Hayek[13]. La situazione è generata da positive aspettative di profitto. Se gli imprenditori, la cui dinamica psicologica è fondamentale in ogni processo economico, sono pervasi da un sentiment positivo, cioè sono convinti di poter iniziare progetti industriali profittevoli, hanno ottime aspettative di profitto, saranno spinti a chiedere maggiore denaro a credito per poter iniziare processi produttivi più lunghi. Hanno dunque mutato le loro preferenze temporali perché essi sono divenuti più future-oriented. Il tasso naturale sale, nel tentativo del processo di mercato di attirare nuovo risparmio per riequilibrare il mutamento delle preferenze temporali, per ora intervenuto solo dal lato degli imprenditori, mentre l’offerta di risparmio non è mutata. In questo caso le banche centrali dovrebbero immediatamente alzare il tasso ufficiale, per allinearlo con la modifica unilaterale della preferenza temporale (sono solo gli imprenditori a domandare più credito, mentre non è cresciuta l’offerta, il risparmio). Così facendo, l’altra parte del mercato, i consumatori, saranno indotti a risparmiare di più, apportando sul mercato le risorse monetarie aggiuntive in grado di incontrare l’accresciuta domanda degli imprenditori e quindi permettendo la partenza di un ciclo di investimenti sanamente fondato. Ciò permette di vedere come un ciclo espansivo possa essere innescato anche a tassi crescenti e non solo in presenza di un basso saggio di interesse. Se invece il riallineamento del tasso monetario rispetto a quello naturale non avviene, cioè ancora il tasso monetario è tenuto artificialmente basso, anche in questo caso si aprirà un ciclo espansivo cui seguirà una depressione.

Articolo di Carmelo Ferlito Link alla prima parte

Note

[7] Huerta de Soto (2000, p. 102).

[8] Huerta de Soto (2000, p. 102).

[9] Huerta de Soto (2000, pp. 102-103).

[10] O’Driscoll e Rizzo (1985, p. 352).

[11] O’Driscoll e Rizzo (1985, p. 317).

[12] O’Driscoll e Rizzo (1985, p. 363).

[13] Cfr. Hayek (1929, p. 147).

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Quello di secessione: un diritto fondamentale!

Mer, 02/07/2014 - 08:00

Qual è il Paese più piccolo del mondo? Monaco? Certo che no.

Malta?  Assolutamente troppo grande.

Anche la Città del Vaticano, sebbene conti solo una popolazione di 770 persone,  risulta essere enorme a confronto.

Si chiama Sealand, fondata e governata da Paddy Roy Bates, un uomo straordinario che si è spento questa settimana all’età di 91 anni [lo scritto originario risale al 13 ottobre 2012, ndt]. Egli fu l’originale radio operatore pirata e il Principe di Sealand, una minuscola chiatta collocata sei miglia al largo della costa orientale della Gran Bretagna, al di fuori dunque dalle acque territoriali del Regno Unito.

Dalla nazione di sua invezione, Bates mise in onda Radio Essex nel 1965 e nel 1966, diffondendo musica rock in un’epoca in cui la BBC non si mostrava certo tenera con quel genere, e in generale mostrando al mondo come comunicare oltre i confini di quanto la legge permettesse.
Stiamo parlando di un vero e proprio antesignano, di un uomo che tracciò la strada verso l’internet dei giorni nostri. A quei tempi, bisognava avere un gran coraggio ed essere dei visionari per realizzare quello che fece. Bates si separò effettivamente dallo Stato nazionale per stabilirne uno proprio, al fine di garantire la propria libertà di espressione e di fornire un contributo concreto agli standard di vita del periodo.

La sua nuova nazione aveva una costituzione, una bandiera, un inno, e riuscì anche a sviluppare un commercio attivo nell’emissione di passaporti (pare ne siano stati rilasciati 150.000!). Il motto nazionale: E Mare Libertas. Dal mare, la libertà. In qualità di principe auto-nominatosi, una volta venne anche arrestato dalle corti britanniche, ma i giudici dovettero archiviare il caso, in quanto la  sua chiatta era al di fuori delle acque territoriali del Regno Unito. Egli si guadagnò la sua libertà attraverso una pratica seria e tanto impegno.

Leggendolo attraverso un’intervista del 2011 con il figlio Michael, ci accorgiamo di trovarci di fronte non ad una persona stramba, bensì alla quintessenza del genio imprenditoriale: un vero e proprio lascito. Ad esempio, non avevo proprio idea che Sealand fosse rappresentata in centinaia di eventi sportivi internazionali! Questo perché gli atleti di tutto il mondo hanno manifestato la volontà di farne parte in occasione di eventi di scherma, di minigolf, e anche di calcio.

Sealand possiede anche la sua moneta.
Non sono frottole. So quello che probabilmente state pensando: “voglio ottenere subito la cittadinanza!”  Bene, in questo caso, potreste andare sul sito internet dedicato ed acquistare il titolo che più vi aggrada:  Lord,  Lady, Barone, Baronessa, Conte o Contessa. Questa è la massima espressione del capitalismo: la commercializzazione dei privilegi reali!

È certamente difficile per noi immaginare a quali difficoltà si dovette far fronte all’epoca in cui Sealand fu fondata. Al giorno d’oggi, chiunque di noi potrebbe trasmettere qualsiasi cosa in ogni dove, semplicemente connettendosi con uno smartphone ed utilizzando un software di podcasting adeguato. Non ci soffermiamo nemmeno a pensare. Diamo per scontato il fatto che esista un diritto ad essere ascoltati e ad impiegare qualsivoglia mezzo tecnologico che sia funzionale alla causa. Basta che lo si voglia, e potrei trasmettere in diretta dal mio ufficio, mostrandovi tutto quello che accade in tempo reale (presumendo che a voi interessi veramente vedere quale tipo di caffè sto sorseggiando in questo momento).
Ma allora non era considerato così automatico che gli individui avessero il diritto di trasmettere solo quello che andava loro a genio. La televisione e la radio erano monopoli statali. Gli Stati ne controllavano i contenuti. Niente che non fosse stato preventivamente approvato si sarebbe mai potuto captare sulle onde radio. Ci sono voluti pionieri come il Principe Bates per indicarci la strada e dimostrarci che il mondo non sarebbe comunque andato in pezzi se anche la gente avesse potuto dire o ascoltare cose non autorizzate dallo Stato.

Siamo così riusciti a superare le nostre fobie circa la diffusione di trasmissioni pirata – ognuno è, per così dire, un soggetto emittente pirata al giorno d’oggi, e ciononostante l’umanità ancora sopravvive – ma possiamo dire lo stesso dell’altra questione sottesa a questa vicenda, senz’altro di più ampia portata?  Ci riferiamo, naturalmente, al tema della secessione politica.  Questo e nient’altro è ciò che Bates fu costretto a mettere in atto per spingere il mondo un passetto o due più avanti. Ma al giorno d’oggi, la gente indietreggia spaventata al solo sentir nominare la parola “secessione”.

Ma per qual motivo? Se i costi di essere governati superano di gran lunga i suoi benefici, perché mai le associazioni e gli individui dovrebbero essere costretti a mantenere un legame con i loro governanti?

Se lo Stato è davvero così convinto che i suoi servizi, dallo stesso erogati, siano semplicemente essenziali per il nostro benessere, perché non mettersi alla prova e lasciare che le persone possano liberamente scegliere ed esercitare il diritto di uscita, qualora le stesse considerino i costi troppo gravosi?

Del resto, è proprio quello che facciamo quotidianamente con un gamma di altri servizi. Supponiamo di aver stipulato un contratto per un servizio di disinfestazione per casa nostra, e che detto servizio funzioni bene per un determinato periodo di tempo. Poi, all’improvviso, gli insetti iniziano a proliferare un po’dappertutto. Chiamiamo il nostro addetto all’intervento, ma questi non si presenta. E non risponde nemmeno alla nostra chiamata. La situazione ben presto precipita. Concediamo comunque alla società il beneficio del dubbio. Ma a un certo punto,  gettiamo la spugna e risolviamo il contratto. Se un numero sufficiente di persone si comporta in questo modo, i bilanci della società cominciano a soffrire. E pertanto questa o si dà una regolata, oppure ben presto verrà estromessa dal mercato.

Dovremmo riservare lo stesso trattamento anche per lo Stato. Con il sistema attuale, che non ci permette di annullare il contratto  - anzi no, è ancora peggio, visto che non esiste alcun contratto! – lo Stato non ha alcun incentivo per migliorare l’erogazione dei suoi servizi. Continuerà a succhiarci soldi, restando del tutto insensibile alle proteste. Cerchiamo di risolvere il contratto, ma nessuno presta ascolto. Questa situazione non sarebbe nemmeno lontanamente concepibile nell’ambito delle relazioni commerciali, ma è quella a cui dobbiamo quotidianamente sottostare quando abbiamo a che fare con il settore pubblico.

I vecchi liberali classici, e tra questi il più famoso Thomas Jefferson, fecero del diritto di secessione  una questione di diritti umani. Le persone non dovrebbero essere costrette in relazioni con il governo che non siano funzionali ai loro interessi. Ma, nella fattispecie, si riscontra un problema anche di carattere pratico. Abbiamo bisogno di qualche strumento che ci consenta di tenere sotto controllo il potere dello Stato. E niente sembra funzionare. Abbiamo provato con le costituzioni. Abbiamo provato con dei meccanismi di controlli e bilanciamenti incrociati. Abbiamo provato introducendo il voto praticamente su ogni questione. Ma non c’è nulla da fare. Per cui, il diritto di elaborare e di tentare altre soluzioni al fine di preservare la libertà umana potrebbe funzionare proprio dove tutto il resto ha fallito.
Anche se la secessione non conseguisse questo obiettivo, essa consente comunque di realizzarne un altro, di fondamentale importanza. Secedendo, ci sbarazzeremmo del problema di pagare per un servizio che non corrisponde certo al suo costo! Un obiettivo che, da solo, concorre alla causa della salvaguardia della dignità umana.

Questo significa che dovremmo andare a vivere su una chiatta in mezzo all’oceano? Se scegliessimo di farlo, nulla da obiettare. Ma la tecnologia digitale ha effettivamente compiuto passi da giganti nel consentirci di abbattere le barriere fisiche che ci separano. Oggi abbiamo la possibilità di beneficiare di interazioni  reciprocamente produttive con persone provenienti da tutto il mondo. Stiamo tutti scoprendo che abbiamo molto più in comune gli uni con gli altri in quanto persone, rispetto a quanto si possa averlo con i nostri governi. Siamo in grado di operare e di lavorare con questo modello e, se ci è consentito farlo, di realizzare la secessione senza nemmeno staccarci dalla nostra sedia.

Da un punto di vista tecnologico, il progetto è più realizzabile che mai. Nella pratica, le persone si stanno prodigando per conseguire la secessione in svariati modi al giorno d’oggi – ovvero, detto altrimenti, esse hanno ingaggiato una lotta per togliersi il giogo dal collo.  Le leggi degli Stati sono diventate talmente gravose e ridicolmente ingombranti che miliardi di persone in tutto il mondo hanno deciso di  muoversi, con l’intento di creare qualcosa di valore per se stesse, arricchendo la propria esistenza. Questa costituisce una sicura forma di secessione.

Le secessioni hanno costituito una parte importante della storia della libertà. Le persone che rompono con l’esistente conferiscono un nuovo inizio alla libertà. Questo è ciò che è successo quando è terminata la morsa mortale dell’Unione Sovietica. Ed è quello che accadde nel 1776 quando si venne a determinare la nuova nazione chiamata  “Stati Uniti”.
L’unico problema con la secessione è che l’idea viene raramente presa in considerazione.

Come è fantastico che il Sud abbia dichiarato la propria secessione dall’Unione, così anche agli Stati della Confederazione si sarebbe dovuto consentire di separarsi dal nuovo governo centrale e, allo stesso modo, agli schiavi di liberarsi dai loro padroni. Il diritto di secessione è un diritto individuale.
Potrebbe accadere anche oggi. Abbiamo ancora tanto da imparare dalla vita di quel grande uomo che è stato Paddy Roy Bates. Ha anticipato i tempi. Egli ci ha mostrato come nel mondo fisico fosse possibile realizzare ciò che è concepibile nel mondo digitale. Certo: lo hanno definito “pirata”.  I governi sono sempre dietro la china. Egli è stato veramente un pioniere e un profeta del mondo a venire.

 

Articolo di Jeffrey Tucker su Laissez Faire

Traduzione di Cristian Merlo

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Una laurea non farà di te un milionario

Lun, 30/06/2014 - 08:00

Di questi tempi, sta diventando sostanzialmente meno difficile convincere la gente che l’università non sia un modo sicuro per avere una buona vita. Persino Paul Krugman ha concesso che “non è più vero che l’essere in possesso di una laurea garantisca che tu avrai un buon lavoro”. Si può dire di nuovo: il 53 percento dei neo-laureati è o senza lavoro o sottoutilizzato. Sfortunatamente, i miti sono duri a morire. Molte persone ancora credono a ciò che Hilary Clinton una volta disse, “si stima che i laureati in possesso di una laurea breve guadagnino all’incirca un milione di dollari in più [rispetto a chi ha un diploma di maturità]”. Questo può suonare convincente, ma questa cifra – basata su un resoconto del Census Bureau – è circa tanto vera quanto rilevante.

Dopo tutto, non è vero che le persone più alacri ed intelligenti tendono maggiormente ad andare all’università? Questa non è una discussione che mette in contrapposizione natura e cultura, i fattori dietro a queste qualità non sono correlati con la discussione in questione. Se uno ammette, comunque, che i più ambiziosi e talentuosi vanno all’università in maggior proporzione rispetto ai loro pari, la signora Clinton avrebbe allora dovuto dire che “si stima che i più alacri ed intelligenti guadagnino all’incirca un milione di dollari in più dei loro pari”. Ritengo che i giornalisti non abbiano bisogno di essere fermati.

Per un motivo, la stima del Census Bureau include chi guadagna molto come gli amministratori delegati, che distorcono la media verso l’alto. Sebbene alcuni, come Mark Zuckerberg e Bill Gates, non si siano laureati, molti lo fecero. Questo è il motivo per cui è meglio usare la mediana (il numero centrale del data set) piuttosto che la media. È anche il motivo per cui Hilary Clinton ed altri che ripetono questa notiziola non lo fanno.

Inoltre, solo perché le persone più intelligenti vanno all’università non significa che dovrebbero. Essi potrebbero guadagnare più soldi, ma ciò di cui entrano in possesso è più importante di ciò che fanno. L’opinionista di finanza Jack Hough ha creato uno scenario ipotetico molto illuminante con due persone, una che sceglie l’università e l’altra che entra nel mondo del lavoro dopo la maturità. Hough poi usa il costo medio dell’università così come i dati dello U.S. Census Bureau per il reddito medio dei laureati e non laureati, aggiustati per l’età. Egli assume che entrambi risparmino ed investano il 5% del loro reddito annuo. All’età di 65 anni, che aspetto ha il guadagno netto dei due?

- Laureato: 400.000 $

- Diplomato: 1.300.000 $

Quando uno pensa al solito racconto università contro non università, esso diventa davvero assurdo. Infatti, chi, precisamente, stiamo comparando? Non stiamo solo mettendo a confronto Jane-avvocato con Joe-carpentiere, ma stiamo anche comparando gli analisti finanziari con i disabili mentali, gli ingegneri civili con i drogati, gli architetti con chi chiede le elemosina, i direttori di mercato con gli immigrati che possono a malapena parlare inglese e i professori universitari con criminali recidivi (i cui guadagni, ad ogni modo, sono raramente riportati). Molte di queste persone inguaiate non hanno un diploma di maturità, ma è scioccante come di questi tempi esse tirino i ragazzi dentro questo sistema. Circa il 50 per cento dei diplomati a Detroit è analfabeta di ritorno e le cose non vanno meglio per il Paese nel suo complesso. E qualcosa mi dice che questi particolari non laureati abbiano bisogno di qualcosa di diverso che quattro anni di bevute e studi di filosofia Lockeiana (beh, più probabilmente Marxista).

Potrebbe senza dubbio essere una buona cosa ottenere una laurea. Se uno vuole essere un contabile, un ingegnere o un dottore una laurea è richiesta. E quei lavori hanno stipendi molto alti. Ma uno può davvero aspettarsi di guadagnare un sacco con un titolo in sociologia o studi etnico-militari sulle donne africane nel Medioevo? Più o meno, gli unici lavori che questi titoli aiutano ad ottenere, in un modo o nell’altro più del “hey, si sono laureati”, sono lavori per insegnare sociologia o studi etnico-militari sulle donne africane nel Medioevo. E ciò richiede, inoltre, un titolo avanzato (ovvero, altri soldi sprecati).

Come se non bastasse, una laurea non garantisce un reddito particolarmente alto. CBS News fece girare un articolo sui 20 titoli di laurea peggio pagati. Il peggiore era studi dell’infanzia e della famiglia, con un salario medio di partenza di 29.500$ e, a metà carriera, di 38.400$. Storia dell’arte chiudeva la lista dei 20 con una media di partenza di 39.400$ e a metà carriera di 57.100$. Altre lauree nel mezzo includevano educazione elementare, arti culinarie, studi religiosi, nutrizione e musica.

Questi sono salari decenti, ma valgono i costi monetari e di opportunità? Con le tante informazioni ottenibili tramite internet, molte abilità possono essere conseguite da soli. Alternative all’università come l’impresa e programmi di apprendistato sono spesso ignorati. Infatti, gli apprendisti tipicamente vengono pagati per il loro lavoro mentre stanno imparando. Le paghe annue medie di un idraulico e di un elettricista sono 52.959$ e 53.030$ rispettivamente. Queste sono migliori rispetto a molte medie di chi ha conseguito una laurea e arrivano senza alcun debito.

E quel debito sta diventando sempre più grande dato che le rette universitarie continuano a crescere. Negli ultimi cinque anni, la retta è cresciuta il 24 percento più dell’inflazione. Includendo i libri, le ripetizioni, il trasporto ed altri costi, gli studenti delle università del loro stesso Stato, nel 2013, hanno pagato una media di 17.860$ per un anno (gli studenti che sono andati ad una università in uno Stato diverso da quello natale hanno pagato considerevolmente di più). E nonostante tutto ciò, molti studenti addirittura non finiscono. In accordo con lo US News & World Report,

Studi hanno mostrato che le università senza test di ingresso rilasciano il titolo, in media, al 35% dei loro studenti, mentre le scuole più competitive laureano l’88%. Il tasso del 97% di laureati nei quattro anni detenuto da Harvard non dovrebbe essere così sorprendente … [d'altro canto] il tasso dell’università del Texas del Sud era del 12%.

Il 12% è semplicemente ridicolo, ma il 35% per scuole senza test di ammissione è un risultato altrettanto negativo. Persino l’88% valido per le scuole competitive lascia un 12% dei loro studenti senza titolo, ma pieno di debiti.

Dato tutto ciò, non può sorprendere che i tassi di insolvenza sui prestiti a studenti (che non possono essere spazzati via in bancarotta) sembrano essere più alti di quello che viene tipicamente riportato. In accordo con The Chronicle,

Uno su cinque dei prestiti governativi che sono entrati in restituzione nel 1995 è stato insoluto. Il tasso di insolvenza è più alto per prestiti fatti a studenti del secondo anno universitario e ancora più alto, raggiungendo il 40%, per quelli che frequentano istituti privati …

Il “tasso di default di gruppo” ufficiale del governo, che misura la percentuale di coloro che ricevono denaro in prestito e che sono inadempienti nel restituire tale denaro nei primi due anni di restituzione, è usato per penalizzare le università con alti tassi, misconosce i costi a lungo termine delle insolvenze, catturando solo i risvolti positivi dei prestiti che eventualmente non vengono ripagati …

L’università è una buona scelta per alcune persone. Se vuoi lavorare in un campo che ha salari potenzialmente alti (ingegneria, medicina, amministrazione, etc.) o davvero ti piace una certa materia e vuoi dedicare la tua carriera ad essa, anche se potrebbe non essere la miglior scelta dal punto di vista economico, vai pure. Ma non andare all’università solo perché, come Colin Hanks afferma in Orange County, “è ciò che si fa dopo le superiori!”

Articolo di Andrew Syrios su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Il ciclo naturale: I parte

Ven, 27/06/2014 - 08:00

Con quella odierna, il Mises Italia è lieto di ospitare la prima di una serie di puntate settimanali di un lungo saggio pervenuto e propostoci da Carmelo Ferlito*, inerente alla tematica, spesso dibattuta anche sulle pagine del nostro sito, della teoria del ciclo economico.

Come i lettori avranno modo di appurare sin da subito, la chiave di lettura suggerita dall’autore è del tutto sui generis, connotandosi per il suo tentativo di delineare, in maniera non propriamente convenzionale, i contorni di una teoria integrata del ciclo, caratterizzata dalla “contaminazione produttiva” della classica e secolare tradizione austriaca.

Certamente in tanti potrebbero “storcere il naso” di fronte ad una posizione che potremmo qualificare come “eterodossa” rispetto ai canoni consueti, cui abitualmente facciamo riferimento: e, a scanso di equivoci, giova premettere che un simile  punto di vista  non necessariamente collima con l’orientamento espresso dalla nostra associazione.

E pur tuttavia riteniamo utile ed oltremodo opportuno, in nome soprattutto dell’apertura mentale e dell’assenza di dogmatismo che deve pur sempre permeare l’indagine dei fenomeni sociali, consentire ai nostri lettori di avvicinarsi ad una posizione che non difetta certo di originalità, e che solo per questo merita di essere conosciuta ed apprezzata: auspicando, semmai, che la pubblicazione di una voce, per certi rispetti, “fuori dal coro” possa contribuire ad innescare e promuovere un dibattito sereno e fecondo sul tema.

 Ludwig Von Mises Italia


* Carmelo Ferlito (Verona, 1978) è Senior Fellow presso l’Institute for Democracy and Economic Affairs (IDEAS) di Kuala Lumpur (Malaysia) e Visiting Professor presso l’INTI International College Subang, Subang Jaya, Malaysia, dove insegna Storia del Pensiero Economico.

Carmelo Ferlito si è laureato in Economia presso l’Università degli Studi di Verona nel 2003, con una tesi sulla teoria del ciclo economico di Schumpeter, cui ha lavorato sotto la guida di Paolo Sylos Labini. Nel 2007 ha ottenuto presso lo stesso ateneo un Ph.D. in Storia Economica, con una tesi sul Monte di Pietà di Verona, pubblicata nel 2009.

Oggi è un’esponente della Scuola Austriaca di Economia e collabora attivamente con J. Huerta de Soto e J.G. Huelsmann. Tra i suoi principali interessi di ricerca ci sono la teoria del ciclo economico, con particolare riferimento alle possibili interazioni tra la scuola austriaca e la scuola storica tedesca, nonché il dibattito sulla possibilità del calcolo economico in una società socialista. Infine, è impegnato nella redifinizione di un concetto di equilibrio che sia coerente con l’economia reale e l’epistemologia austriaca.

Collabora attivamente con giornali e riviste, tra cui, in particolare, The Malaysia Insider.
Le sue pubblicazioni possono essere consultate al seguente indirizzo web: https://newinti.academia.edu/CarmeloFerlito.

 

IL CICLO NATURALE perché le fluttuazioni economiche sono inevitabili. Un’estensione schumpeteriana della teoria austriaca del ciclo economico.

 

I. Introduzione. Sull’inevitabilità dei cicli economici

In Ferlito (2013)[1] abbiamo cercato di delineare i contorni di una teoria integrata del ciclo economico che, facendo tesoro della secolare tradizione austriaca, fosse in grado di arricchirla con alcuni contributi esterni, quali in particolare quelli di Arthur Spiethoff e Michail Tugan-Baranovskij.

A partire dall’analisi ivi svolta, nel presente saggio cercheremo di chiarire un punto che è lì rimasto solo sullo sfondo e vagamente delineato. A nostro modo di vedere, le fluttuazioni cicliche sono inevitabili, anche laddove lo sviluppo sia generato da modalità che l’analisi economica austriaca definisce ‘sostenibili’. Pur condividendo, infatti, tutti i fondamenti della tradizione misesiana, crediamo che la più complessa visione hayekiana, supportata da elementi schumpeteriani e lachmanniani, possa dimostrare come ogni boom, anche se sostenibile, sia sempre seguito da una fase depressiva. Ciò che dunque distingue lo sviluppo sostenibile da quello non sostenibile non è l’insorgere della crisi, ma la sua intensità e il manifestarsi di una prolungata depressione. Definiremo naturale il ciclo economico caratterizzato da una fase di espansione chiamata ‘sostenibile’ dalla teoria austriaca, ma seguita da una crisi inevitabile di riaggiustamento

Come abbiamo infatti chiarito in Ferlito (2013, p. 66), non esiste capitalismo senza fluttuazioni[2]. Marx è il primo a rendersene conto[3]; Marx è

chiaramente consapevole dell’esistenza del ciclo economico. Egli fu forse il primo economista che abbia avuto una teoria della crisi. Non solo; ma è chiaramente consapevole dell’unicità del problema del ciclo e del problema dello sviluppo: il ciclo, per Marx, è la forma che l’accumulazione – lo sviluppo – concretamente assume nella società capitalistica[4].

La medesima consapevolezza è riscontrabile in Schumpeter e Spiethoff.

Strettamente connessi tra loro sono dunque i fenomeni del ciclo e dello sviluppo nella concezione di Schumpeter. Come in Marx, le fluttuazioni cicliche non sono considerate delle oscillazioni intorno ad una ipotetica linea di equilibrio. Il ciclo è dunque la forma che assume il processo di sviluppo; l’uno e l’altro sono cioè due aspetti della stessa realtà[5].

 

E Spiethoff (1925, p. 112), conclude che «the cyclical upswings and downswings are the evolutionary forms of the highly developed capitalist economy and their antithetic stimuli condition its progress». La constatazione che la forma ciclica sia tipica dello sviluppo capitalistico riecheggia anche nelle parole dell’italiano Marco Fanno, che nel 1931 scrive:

[W]e need now to ask whether these disturbances and the long-duration production cycles are not, by chance, the factors determining business cycles; that is, whether the long duration of production cycles may not represent a condition sufficient to make the wave-like economic pattern of modern economies inevitable and provide an explanation for it. Valid arguments would appear to back up the affirmative theory[6].

Supportati dalla testimonianza di tali economisti, cercheremo di dimostrare come, anche usando l’approccio austriaco, si possa giungere alla conclusione che le fluttuazioni cicliche sono inevitabili. A tale scopo l’impostazione misesiana, che individua nella manipolazione del tasso di interesse e in politiche inflazioniste la causa prima delle crisi, può servire solo parzialmente alla nostra analisi. Il filone Mises-Rothbard, infatti, ci appare troppo dogmatico e non in grado di cogliere appieno la fenomenologia dello sviluppo capitalistico. Al contrario, l’approccio di Hayek, che a taluni appare a tratti contraddittorio, maggiormente si presta ad essere fecondato con diversi contributi, al fine di meglio delineare gli elementi fondamentali della dinamica di crescita delle economie capitaliste.

Articolo di Carmelo Ferlito

Note

[1] Riprendendo quanto già iniziato in Ferlito (2010).

[2] Huerta de Soto (1998, pp. 411-412) ricorda «che uno dei punti di una certa coincidenza [tra l’analisi marxiana e quella della scuola austriaca] più curiosi si presenta, esattamente, in relazione alla teoria delle crisi e recessioni che devastano con regolarità il sistema capitalista».

[3] Rothbard (1969, p. 180).

[4] Sylos Labini (1954, p. 31).

[5] Vitello (1965, p. 46).

[6] Fanno (1931, pp. 248-249).

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Oro, pace e prosperità – parte V

Mer, 25/06/2014 - 07:00

Quinta ed ultima puntata con la traduzione integrale del trattato Gold, Peace and Prosperity di Ron Paul.

* * *

LA RESA DEI CONTI

Il giorno della resa dei conti sta per arrivare: la gente oggi riconosce la truffa dell’inflazione per quel che è, e pretende un cambiamento. Se la responsabilità del Congresso è indubbia, le vie d’uscita sono varie.

Potremmo continuare lungo il solco dei passati decenni, cosa che ci porterebbe ad un collasso monetario e forse ad una nuova valuta, come di recente accaduto in Israele ed in centinaia d’altri paesi sin dal 1900. Tuttavia, se la nuova valuta sarà a corso forzoso ed irredimibile nulla davvero sarà cambiato.

Potremmo dar retta ai monetaristi e mantenere un’inflazione a passo ridotto; se però si prendesse come buona un’inflazione del 4%, perché non arrivare al 5 o 50%? Se si ritiene che l’aumento dell’offerta valutaria sostenga la crescita economica, che accadrebbe in caso questa declini? I monetaristi chiederebbero apertamente l’avvio di una massiccia inflazione.

Essi si aggrappano ancora all’idea che il benessere e la produttività siano in qualche modo promossi da un maggior numero di unità valutarie. In questo sono accompagnati da diverse persone sincere amanti della libertà, ma vittime di ciò che è soltanto confusione economica ed intellettuale.

Non importa che a controllare il sistema valutario sia la Federal Reserve, i banchieri od il Congresso: tutti abuserebbero di un simile potere, ragione per cui abbiamo bisogno di una moneta privata il cui controllo sia nelle mani di ciascun individuo della società.

La sola alternativa morale, legittima ed economicamente produttiva è quella di una moneta redimibile e a copertura aurea intera, la sola in grado di restituirci potere sul sistema monetario.

Alcuni monetaristi affermano a ragione come l’oro sia stato abusato in passato dai governi, ma ciò difficilmente può passare come argomento in favore di una valuta cartacea irredimibile, in quanto essa sarebbe ancor più soggetta ad abuso della prima. Analogamente si dovrebbe sostenere che, avendo il governo abusato in passato del diritto di parola, questo dovrebbe essere abolito.

LIBERA MONETA IN LIBERO MERCATO?

Per il nostro futuro dovremmo quindi considerare il ricorso ad una moneta risultante dal libero scambio, in modo che i consumantori possano gestirla esattamente come oggi fanno con ogni altra merce. Hans Sennholz e Friedrich von Hayek sostennero un tale sistema, il quale fu di fatto adottato per un certo periodo nel nostro paese.

Nella California degli anni ’40 e ’50 del XIX secolo circolavano diverse monete d’oro da zecche private. La pratica fu resa illegale nel 1864 ma “fino al 1914″, fa notare Antony Sutton, “il Tesoro U.S.A. ancora tentava di impedire la circolazione di monete private a San Francisco”. Perché mai quelle monete rimasero in circolazione tanto a lungo? Perché le zecche private erano per qualità di prodotto più affidabili di quelle del governo. Spesso, sottolinea il Dr. Sutton, il loro contenuto d’oro era l’1% maggiore di quello delle monete governative “per cautelare gli utenti da perdite di metallo dovute all’abrasione e all’uso quotidiano”. Le zecche private dovevano mantenere uno standard più elevato poiché la loro reputazione dipendeva soltanto dalla miglior qualità del prodotto: non potevano infatti imporre al consumatore l’uso di monete di qualità scarsa o inferiore, come invece faceva il governo.

Quando gli Stati del Nord finanziarono la guerra civile stampando centinaia di milioni di dollari Greenback irredimibili, la conseguenza fu che l’indice dei prezzi al consumo più che raddoppiò tra il 1861 ed il 1865.

Durante l’inflazione dei Greenback i residenti in California continuarono ad usare l’oro come moneta. “In California, come in altri Stati,” scrive Frank Taussig, “la valuta cartacea era a corso legale”, i residenti cioè potevano essere costretti ad usarla nei propri scambi. Sebbene non vi fosse odio verso il governo federale, essi credevano fermamente nell’oro: “Ogni debitore aveva il diritto legale di ripagare quanto dovuto in banconote svalutate, tuttavia ciò lo avrebbe emarginato (il creditore poteva segnalarne il nome al pubblico tramite inserzione sui quotidiani) e reso oggetto di boicottaggi. Lungo tutto quel periodo non si fece uso di valuta cartacea in California.”

LEGGI DI CORSO LEGALE

Il meno che si debba fare è l’eliminazione di quelle leggi sul corso legale che ci impongono di accettare la valuta di Stato, adottando invece uno standard aureo impossibile da svalutare per politici e banchieri. Dovremmo anche porre fine al monopolio legalizzato sull’attività bancaria: aprire questo settore al libero ingresso della concorrenza, così come accade in ogni altro.

Le leggi sul corso legale pretendono di dire alla gente cosa debba accettare come mezzo di pagamento: se il governo emettesse una moneta onesta, sarebbero di fatto inutili. Diventano invece oppressive quando il governo inflaziona la valuta, facendole perdere potere d’acquisto. Quando ciò accade le leggi sul corso legale privilegiano i debitori a danno dei creditori, ma solo i debitori di oggi: quelli futuri sarebbero comunque penalizzati dalla scarsità di credito provocata dall’inflazione e dalle leggi stesse.[11]

La banca centrale non si è mai preoccupata di proteggere l’integrità della nostra valuta: al contrario, ha operato per distruggerla istituzionalizzandone l’inflazione. Il gold coin standard fu spacciato, e l’inflazione odierna resa inevitabile, il giorno stesso in cui si istituì la Federal Reserve.

Se il governo volesse esercitare un minimo di responsabilità in campo monetario, dovrebbe ristabilire una valuta redimibile a vista e a copertura aurea intera.

Fa inoltre notare William Rees-Mogg che “il beneficio è assai elevato… la moneta aurea ridà valore ai salari ed al risparmio. Permette non solo all’imprenditore ma a chiunque altro di pianificare la propria vita economica nel futuro ed il perseguimento dei propri fini. Dà una visione realistica non solo sui progetti ambiziosi ma anche su quelli più umili. Fornisce una solida piattaforma al governo democratico. Pone fine all’inflazione e, soprattutto, una moneta onesta ristabilirebbe un carattere di sanità ed equilibrio all’ambito economico. Libererebbe il mondo non solo dall’inflazione, ma anche da quell’arroganza economica che è peggiore dell’inflazione stessa.”

UN PRECEDENTE STORICO

 Nel 1879 il Congresso reinstaurò la convertibilità in oro del Greenback; gli effetti di questo provvedimento possono aiutarci a gestire un analogo passaggio in futuro.

Alla fine della guerra civile un dollaro Greenback si scambiava per meno di un pezzo d’oro da 50 centesimi ma, non appena si seppe che il Congresso li avrebbe resi redimibili in moneta costituzionale, cioè oro, i Greenback acquistarono valore. Inoltre, il governo smise di inflazionarli.

Entro la fine del 1868 bastavano quindi 138 dollari Greenback per acquistare 100 dollari di monete d’oro e nel 1874 ne servivano solo 111.

Nel corso del 1875 il Congresso passò una legge per cui i Greenback, a partire dal 1 gennaio 1879, sarebbero stati redimibili in oro al cambio di 1:1. Le banconote dovevano inoltre essere ritirate gradualmente dalla circolazione.

All’avvicinarsi di questa data, riferisce il Dr. Donald Kemmerer, “il prezzo di 100 dollari Greenback scese da 111,50 dollari d’oro nel 1876 a 104,70 nel 1877, fino a 101,10 nel 1878. Il 17 dicembre 1878, due settimane prima del ritorno ufficiale al riscatto in oro, il cambio tornò alla parità.”

Il Dr. Kemmerer riassume quella che fu una transizione tutto sommato tranquilla:

“Il New York Herald relegò la notizia in terza pagina, dandole titolo ‘Ritorno alla convertibilità – Un banale evento nazionale’. C’erano bandiere affisse su molti edifici di Wall Street e, alle dieci esatte, un plotone della Marina salutò l’apertura della filiale del Tesoro a New York. Questa era l’unica nel paese tenuta per legge a redimere Greenback in oro, ciononostante le banche si prepararono ovunque a fare lo stesso per motivi di convenienza. Quando alle dieci si aprirono le porte della filiale del Tesoro, dentro si trovavano quindici impiegati pronti a servire gli avventori previsti. ‘Dietro i vetri erano ammassate enormi pile di monete d’oro di ogni taglio’. In effetti, la folla all’apertura consistette in una sola persona richiedente il riscatto in oro dei suoi 210 dollari Greenback. Nessun altro fece la propria comparsa nella successiva mezz’ora. Entro l’una e mezza si presentarono solo 15 o 20 persone, impegnando gli addetti a riscattare in complesso 3.000 dollari in oro a fronte di richieste per lo più pari a 50 dollari per persona. Tecnicamente, 50 dollari era la somma più bassa che la filiale fosse autorizzata a redimere secondo la legge sul ritorno alla convertibilità.

Alcuni si presentarono in fliale solo per esigere somme che il governo doveva loro; quando fu chiesto se preferissero oro o Greenback molti optarono per questi ultimi, data la maggior facilità di trasporto.

Un giovane venne a farci visita in filiale per ritirare 5.000 dollari in oro: ne ricevette una borsa piena (circa 8 kg) che afferrò in modo distratto, spargendolo tutt’attorno. C’erano Golden Eagle che rotolavano ovunque. Dopo averle raccolte e contate, tornò al banco per chiedere di cambiarle in valuta che ‘non rotolasse in giro’.”

CONCLUSIONI… O L’INIZIO

La sola ragion d’essere di un governo è la protezione di vite innocenti e della proprietà privata da aggressioni interne od estere. Quando distrugge deliberatamente la moneta sta invece agendo in modo perverso, danneggiando vite innocenti e proprietà privata. Ad eccezione dell’atto di guerra, l’inflazione è quanto di più immorale un leader politico possa commettere.

La falsificazione legalizzata che è l’inflazione deve finire all’istante.

Il percorso verso la distruzione monetaria è stato lungo e tortuoso, ma siamo in vista del termine: sessantasette anni di sistema a banca centrale ci hanno portato sulla soglia dell’iperinflazione e della depressione economica.

Sono però state gettate anche le fondamenta di un nuovo sistema monetario: lo spitiro di libertà e il desiderio di una moneta onesta scorrono ancora nelle vene della gente. Nel 1974 abbiamo sovvertito la legge incostituzionale del 1934 che bandiva la proprietà privata di oro. Nel 1977 sono stati legalizzati i contratti recanti la clausola d’oro. Nel 1979 la camera dei deputati ha passato una legge per annullare quella che permetteva al Tesoro di espropriare tutto l’oro privatamente detenuto.

Il conio di medaglioni in oro da parte della Zecca U.S.A. ha rimarcato l’importanza della libertà di ciascuno di possedere detto metallo.

Udienze parlamentari di importanza storica sono state tenute in tema di standard aureo e in entrambe le camere è passato all’unanimità un emendamento per istituire una commissione sull’oro. Questa, composta da rappresentanti dei settori pubblico e privato, studierà specificamente il ruolo dell’oro nei sistemi monetari nazionale ed internazionale.

Dobbiamo anche lavorare per impedire le massicce vendite di oro sottoprezzo a sceicchi arabi e banchieri centrali europei; se la presente amministrazione fosse ancora intenzionata a svilire l’oro in questo modo, lo facesse almeno in pezzature che gli statunitensi possano permettersi di acquistare: monete da un’oncia, mezza oncia ed un quarto di oncia.[12]

Infine, dobbiamo rimuovere ogni legge sul corso legale poiché va a unico beneficio di governi e altri grossi debitori, forzando i creditori ad accettare denaro svilito; dobbiamo inoltre aprire il settore dell’attività bancaria al libero ingresso della concorrenza privata.

Si deve rendere le note della Federal Reserve pagabili a vista ed a copertura aurea intera, in base ad un cambio fisso stabilito dal mercato alla data del ritorno alla convertibilità. Dobbiamo anche riportare il bilancio in pareggio ed impegnarci a non espandere più l’offerta valutaria.

E’ falso l’argomento per cui non vi sarebbe abbastanza oro per fare ciò. Con un Dollaro aureo un’autovettura potrebbe costarne 600 invece di 6.000, rendendo irrilevante la quantità del particolare mezzo di scambio usato.

“In un’economia di libero mercato”, puntualizza il Dr. Hans Sennholz, “l’entità dell’offerta monetaria non ha alcuna importanza. Qualunque livello è utile a soddisfare in pieno il proprio compito e conferisce la massima utilità al mezzo di scambio. Nessuna utilità addizionale può essere derivata dall’aggiunta di offerta monetaria. Quando l’offerta è relativamente abbondante, il potere d’acquisto dell’unità monetaria sarà minore. Di contro, quando l’offerta è limitata il potere d’acquisto dell’unità monetaria sarà più elevato. Nessuna ricchezza può mai essere creata, e nessuna crescita economica potrà mai essere raggiunta, semplicemente variando la quantità del mezzo di scambio usato. Che la stampa dell’ennesima tonnellata di valuta cartacea non introduca alcuna nuova ricchezza è tanto ovvio quanto ancora incompreso, a causa di ragionamenti fallaci da parte dei portavoce di interessi speciali.”

Le nostre libertà sono troppo preziose per essere messe a rischio: se non agiamo rapidamente le vedremo erose proprio come la nostra valuta. Questa è la ragione ultima per invocare una moneta onesta: nessuna libertà può esistere senza di essa.

“Attraverso un continuo processo di inflazione i governi possono confiscare, in segreto e inosservati, una considerevole porzione di ricchezza dei rispettivi cittadini”, diceva John Maynard Keynes. “Al procedere dell’inflazione, col potere d’acquisto reale della valuta che fluttua di mese in mese, tutti i rapporti permanenti tra debitori e creditori, i quali formano le fondamenta del capitalismo, diventano a tal punto disordinati da perdere qualunque significato, mentre il processo di arricchimento degenera in un gioco d’azzardo.”

“Lenin ebbe senz’altro ragione:”, prosegue Keynes, “non vi è mezzo più sottile e sicuro, per stravolgere le fondamenta di una società, del corromperne la valuta. Il processo mette in moto ogni legge economica nella sua accezione distruttiva e lo fa in un modo che manco un uomo su un milione potrà diagnosticare.”[13]

Le conseguenze della distruzione monetaria sono complesse, ma non il rimedio ad essa.

Senza un fondamento morale nessuna società può sopravvivere. Lo stesso vale per la moneta: avremo assicurato un paese sano, libero, sicuro e produttivo per noi e i nostri discendenti solo se ci impegneremo contemporaneamente per la difesa di una società libera e di una moneta onesta.

“Potremmo trastullarci”, scrisse William Gouge, Ministro del Tesoro sotto il Presidente Andrew Jackson, “escogitando nuove forme di valuta cartacea bancaria. Potremmo anche illuderci che quelle già sperimentate in Cina, Persia, India, Turchia, Giappone, Russia, Svezia, Danimarca, Austria, Francia, Portogallo, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Canada, Stati Uniti d’America, Brasile e Buenos Aires, ovunque responsabili di disastri, potrebbero dimostrarsi utili e benefiche se solo ne avessimo il controllo. Potremmo infine affermare ‘Nonostante la valuta cartacea abbia sempre fatto danni, ciò è accaduto solo perché la si è gestita male’. Tuttavia, se non vi fosse male alcuno nella valuta artificiale in sé, resterebbe comunque qualcosa nell’animo umano ad impedirle di essere gestita a dovere. Non serve alcun esperimento per convincere l’umanità a tal proposito.” Da quando Mr. Gouge scrisse queste parole, nel 1833, abbiamo contato numerosi tristi esempi da aggiungere alla lista.

Forme di baratto e mercato nero, già comparse in U.S.A., non sono la risposta. Persone libere non possono accettare di ritirarsi a condizioni di vita primitive: dobbiamo sfidare i nemici della libertà e della moneta onesta con idee migliori e maggior determinazione.

Possiamo evitare il disastro solo tramite l’impegno concertato di sempre più persone motivate e competenti, desiderose di intraprendere uno sforzo erculeo a partire da oggi.

L’alternativa alla frode monetaria odierna ed al disordine di domani è qui pronta ai nostri occhi.

In altri paesi le calamità che hanno accompagnato il disordine monetario hanno fatto emergere dei dittatori. Dobbiamo impedire che ciò avvenga anche qui.

“Le persone osteggiano lo standard aureo”, disse Ludwig von Mises, “perché vogliono sostituire il libero scambio con l’autarchia nazionale, la pace con la guerra, la libertà con l’onnipotenza totalitaria del governo.”

Non fu coincidenza che il XIX secolo, periodo di gold coin standard per gran parte della sua durata, sia stato un’epoca di pace. Né è coincidenza che il XX secolo abbia visto così tante guerre associate alla valuta cartacea.

Chiunque creda nella libertà deve impegnarsi con costanza nel sostenere una valuta onesta pienamente convertibile in oro. Nient’altro è compatibile coi fini umanitari di pace e prosperità.

(Vai alla Parte I)
(Vai alla Parte II)
(Vai alla Parte III) (Vai alla Parte IV)

 

NOTE:

[11]  Tra le numerose ed alte lamentele di imprese e famiglie sta oggi quella per cui “le banche non prestano più”. Nella sintesi di Ron Paul, eccone indicata la causa: le ricorrenti distorsioni economiche provocate dalla pianificazione statale in campo monetario. [NdT]

[12] L’appello di Ron Paul non è stato accolto né dal Congresso né dagli statunitensi in generale: nei soli ultimi cinque anni il governo U.S.A., tramite la Federal Reserve, ha creato 4 trilioni (4.000.000.000.000) di nuovi dollari, pari a cinque volte quelli emessi dal 1792 al 2008. Le banche centrali europea, inglese, giapponese assieme ad altre in tutto il mondo hanno da tempo avviato simili politiche di iperinflazione dell’offerta valutaria. [NdT]

[13] Nota: “Molti hanno setacciato ogni parola di Lenin, senza risultato.” scrive il Dr. Rothbard, “Semplicemente, quella citazione non gli appartiene (se così non fosse, avrebbe dovuto intendersi di economia molto più di quanto in realtà sapesse). Ecco un altro esempio dei trucchetti di Keynes.”

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Ciclo economico

Lun, 23/06/2014 - 08:00

Il ciclo economico è un’oscillazione del prodotto di un dato sistema economico nel tempo[1]. Sul piano empirico si possono constatare due fasi: l’espansione (il Pil aumenta) fino a un periodo di boom, in cui i prezzi e l’attività economica (soprattutto il settore dei beni capitali) aumentano; e la recessione e/o la depressione (il Pil reale diminuisce per almeno due trimestri), la fase su cui è più focalizzata l’attenzione per le conseguenze dannose. Gli alti e bassi sono più intensi nel settore dei beni capitali.

Sul piano grafico si ha un andamento sinusoidale. I punti di svolta superiore e inferiore. Frequenza e ampiezza.

 

Aumento e riduzione dei tassi di crescita. Oscillazione congiunta di altre grandezze: occupazione, consumi, investimenti, prezzi.

La teoria economica ha individuato cicli di diversa durata: il più lungo, il “Kondratieff”, avrebbe una durata di circa 54 anni (l’“onda” di Kondratieff è la rappresentazione grafica che illustra i primi circa 27 anni di crescita e poi gli altri circa 27 di recessione/depressione[2]). Inserito in esso un ciclo “Juglar”, di 11 anni, caratterizzato da fluttuazioni irregolari e inserite in un trend di crescita. Infine cicli brevi o “Kitchin” o delle scorte, di circa 2 anni. In realtà questa periodicità non esiste, nell’azione umana non sono possibili costanti quantitative, quindi questa standardizzazione temporale dei cicli è discutibile.

Fino alla fine del ‘700, cioè fino all’inizio della rivoluzione industriale, i cicli economici di fatto non sono esistiti. Vi erano secoli in cui l’attività economica cresceva e secoli – ‘300 e ‘400 – di lungo declino; ma, all’interno di questi periodi secolari o plurisecolari, l’andamento era stabile; cioè, in termini grafici, la linea che rappresenta l’attività economica era retta (crescente, decrescente o orizzontale), non oscillante, perché non c’erano alti e bassi ricorrenti e regolari. Poiché questi cicli sono apparsi in contemporanea con l’industria moderna, Marx li attribuì al capitalismo. Invece, suggerisce la teoria Austriaca, in coincidenza con la rivoluzione industriale si sviluppa il settore bancario, che, legittimato a espandere il credito oltre le riserve, è il vero responsabile dei cicli[3].

 Le teorie del ciclo in genere vengono suddivise in teorie esogene ed endogene, a seconda che il fattore ritenuto responsabile sia esterno o interno al sistema economico. La teoria austriaca è tipicamente esogena, in quanto individua l’origine dei cicli negli interventi della politica economica, in particolare monetaria.

Esogene

Teoria austriaca o dei “sovrainvestimenti monetari” (Mises, Hayek, Rothbard) – [Per il processo ‘sano’, basato su un aumento dei risparmi, v. Preferenza temporale] Nelle fasi di depressione ciò che avviene è un simultaneo e repentino accumularsi di errori economici da parte di quasi tutti gli imprenditori. In precedenza, infatti, l’attività economica procedeva normalmente, con la maggior parte delle imprese che chiudeva con i bilanci in profitto o in pareggio, e poche in rosso. Improvvisamente quasi tutti gli imprenditori si trovano a subire perdite. Non è possibile che operatori abili commettano contemporaneamente un elevato numero di errori. E non può essere il cambio di alcuni dati economici (gusti dei consumatori, nuove tecnologie) a determinare la crisi, perché questi sono continui nei sistemi economici e normalmente non mettono in difficoltà tutti gli imprenditori. E allora la causa non può che essere un’interferenza esterna al mercato: la manipolazione della quantità di moneta, sotto forma dell’espansione del credito bancario alle imprese. Il governo e la banca centrale espandono il credito bancario alle imprese[4], immettendo nel sistema economico pseudo-moneta[5]. Tale espansione abbassa in modo artificiale (e provvisorio) il tasso di interesse al di sotto del livello dato dalla preferenza temporale degli individui. Gli imprenditori, ingannati da questo segnale, si comportano come se fossero disponibili più risparmi da investire, dunque prendono in prestito questo maggior credito[6] al fine di aumentare la domanda di beni capitali per progetti produttivi ora ritenuti redditizi (ma che, senza la riduzione dell’interesse, non lo sarebbero stati). In particolare, aumentano le fasi (stages) del processo produttivo più lontane dalla produzione dei beni di consumo, cioè aumentano gli investimenti a più alta intensità di capitale; la struttura del capitale si allunga, cioè gli imprenditori investono in processi produttivi più lunghi, cioè che hanno bisogno di più tappe per arrivare alla produzione di beni di consumo; e diventa più “larga” anche ciascuna fase (sovrainvestimento).

Intanto i consumatori, la cui preferenza temporale in realtà non è cambiata, continuano a mantenere la stessa proporzione fra consumo e risparmio (investimento), cioè continuano a consumare come prima, non avendo aumentato la quota di risparmio rispetto al consumo. L’effetto combinato di tali comportamenti determina la fase di boom. Aumentano i prezzi dei beni capitali, i prezzi dei fattori produttivi impiegati nella produzione di questi beni capitali (salari, interessi, rendite) e i prezzi dei beni di consumo (i prezzi dei beni di consumo aumentano per due motivi: 1) gli agenti del sistema economico non volevano ridurre il consumo, ma parte dei fattori sono sottratti alla produzione di beni di consumo e trasferiti alla produzione di beni capitali, dunque c’è una piccola riduzione nella disponibilità di beni di consumo; 2) è aumentato il reddito monetario dei proprietari dei fattori originari, dunque aumenta la domanda. L’aumento dei prezzi dei beni di consumo è in proporzione superiore all’aumento dei prezzi dei fattori originari; dunque i proprietari di questi fattori, fra cui i lavoratori, subiscono una riduzione del reddito reale).

I proprietari dei fattori della produzione (lavoro, terra, risorse naturali) percettori di questi più alti redditi li spenderanno nella precedente proporzione fra consumo e risparmio (investimento).

Tuttavia le preferenze temporali degli individui non si sono in realtà abbassate, la gente non vuole risparmiare di più. Come detto, viene mantenuto il vecchio rapporto fra consumo e risparmio. La quantità di risparmio reale non è aumentata. Dunque non vi sono risorse sufficienti per domandare i beni capitali (di più alto ordine) prodotti. Gli imprenditori che utilizzano nei propri processi produttivi i beni capitali di ordine superiore riducono drasticamente la domanda di tali beni, e le imprese produttrici di tali beni capitali a questo punto si accorgono che i loro investimenti sono sbagliati, che hanno giudicato profittevole ciò che non è tale, che quelle attività invece sono in perdita. Si è investito in beni strumentali eccessivi e sbagliati (l’errore riguarda sia la quantità, sia la qualità, cioè il tipo, sia la distribuzione geografica dei beni capitali)[7]. Quegli investimenti non possono essere completati, e devono essere liquidati. Non c’è abbastanza risparmio per completarli, e d’altra parte gli agenti del sistema economico non avevano mai manifestato il desiderio di ridurre il consumo ed aumentare il risparmio, non avevano messo a disposizione risorse “reali” per gli investimenti; sono state le autorità monetarie ad ingannare gli operatori. La crisi si verifica quando i consumatori ristabiliscono le proporzioni desiderate fra consumo e investimento; la crisi è la punizione inflitta dai consumatori. Risorse scarse sono state indirizzate vero impieghi inutili. È un caso di “scoordinamento intertemporale”[8].

Tra l’altro, se vi fosse stato risparmio volontario reale in più, non si sarebbero manifestati tutti gli aumenti di prezzo visti nella fase di boom; ad esempio, la riduzione dei consumi avrebbe reso disponibili fattori produttivi da trasferire nella produzione dei beni capitali più “lontani”, e non vi sarebbero state pressioni sui prezzi di tali fattori; e la riduzione dei consumi non avrebbe fatto aumentare i prezzi dei beni di consumo.

[parallelamente può accadere anche questo: a causa del fenomeno inflazionistico,  dopo poco torna a salire anche il tasso di interesse sui prestiti (a cui contribuisce anche la concorrenza fra imprenditori volta ad ottenere altri prestiti in modo da poter completare i propri progetti di investimento). Tutti questi aumenti fanno crescere i costi dei produttori che avevano dato inizio ai progetti di investimento nei beni capitali più lontani dal consumo. Quelli più vicini non soffrono tale situazione perché sono avvantaggiati dall’aumento dei prezzi dei beni di consumo.]

A questo punto scoppia la depressione: fallimenti, disoccupazione, impoverimento complessivo rispetto al periodo precedente. La fase della depressione è il periodo doloroso ma necessario in cui l’economia si scrolla di dosso gli investimenti poco convenienti (malinvestments). In questa fase si riducono i prezzi dei beni capitali che in precedenza erano aumentati e i prezzi dei fattori impiegati nella produzione di questi beni (tra cui i salari). E’ così anche spiegato perché il settore dei beni capitali è quello in cui le variazioni sono più intense[9]. La riduzione del prezzo dei beni capitali di più alto ordine significa che i differenziali di prezzo fra le diverse tappe del processo produttivo aumentano; il che significa che aumenta il tasso di interesse, tornando al suo livello naturale, corrispondente alla preferenza temporale.

La struttura produttiva, distorta dalla manomissione del credito bancario, non serve più i consumatori nel modo adeguato; la fase della depressione riadegua la struttura produttiva ai desideri dei consumatori. La fine della depressione annuncia il ristabilimento della normalità e dell’efficienza ottimale. La ripresa arriva quando il processo di aggiustamento sopra descritto è terminato.

Le turbolenze sui mercati finanziari, che in genere accompagnano la depressione, vengono definite dagli Austriaci depressione “secondaria”, che cattura l’attenzione, ma la causa vera è la distorsione nel settore dei beni capitali, definita depressione “primaria”.

Quanto maggiore sarà l’espansione del credito dal punto di vista temporale, cioè quanto più le banche verranno in soccorso delle imprese erogando ulteriore credito, tanto più lungo e doloroso sarà il riaggiustamento.

I cicli economici dunque sono generati dall’interferenza statale nel libero mercato.

La spiegazione austriaca salda in un unico processo inflazione e distorsione nell’allocazione degli investimenti[10].

Esempio in termini solo reali (per semplificare si trascurano i cambiamenti nei prezzi relativi dei beni): in una collettività, al tempo t1, il pil è pari a 1000. Poiché la preferenza temporale di questa collettività è altissima, la produzione è costituita interamente da beni di consumo. La Banca centrale, attraverso acquisti sul mercato aperto, aumenta la quantità di moneta a disposizione nel sistema bancario, e quindi riduce il tasso di interesse. La riduzione del tasso di interesse induce i produttori in errore: essi infatti deducono che la preferenza temporale degli individui si è ridotta, ma non è così. I produttori, a causa del più basso interesse, aumentano la domanda di fondi per investimenti. Al tempo t2 le risorse sono impiegate per produrre 800 in beni di consumo e 200 in beni di investimento. Gli acquirenti sono insoddisfatti perché volevano consumare 1000 e sono costretti a consumare solo 800. Poiché la preferenza temporale è rimasta la medesima, il risparmio è rimasto pari a zero. Dunque non vi sono risorse per domandare i 200 di investimenti, che restano invenduti. Ci si accorge a questo punto che la quantità di beni capitali è eccessiva. Inizia la recessione.

Evidenza empirica: i dati confermerebbero la tesi austriaca. 1) Quando nella Firenze di inizio ‘300 le banche cominciarono a erogare credito con riserva frazionaria, l’effetto fu prima un boom e poi una crisi con fallimenti bancari e carenza di credito; eventi simili avvennero dopo la grande espansione del credito della seconda metà del ‘500; 2) Il panico del 1819 negli Stati Uniti: la Bank of United States prestò alle banche credito ex nihilo; quando ne pretese la restituzione scoppiò la crisi; 3) La crisi del 1929: dal 1922 al 1928 il sistema bancario americano fa crescere i prestiti ex nihilo da 33 a 47 miliardi di dollari; il prezzo delle azioni, soprattutto delle aziende produttrici di beni capitali, quadruplicò; nell’ottobre del ’29 la vendita delle azioni dà inizio alla crisi; il crollo dei prezzi determina il fallimento di circa 5000 banche (sia perché detenevano esse stesse azioni sia perché i clienti in difficoltà ritiravano i depositi); 4) Nei periodi inflazionistici l’economia è molto più volatile (USA anni ’70, Giappone fine ’80 e ’90, USA 1995-2003). I settori produttori di beni capitali e materie prime sono molto più volatili dei settori produttori di beni di consumo a bassa intensità di capitale; nelle fasi di boom e di recessione le variazioni in aumento e in diminuzione sono molto più accentuate (prezzi USA 1952-84, Skousen)[11].

Le bolle speculative vengono sempre associate all’avidità individuale, ma hanno quasi sempre a che fare con le cattive politiche dei governi.

Altre teorie esogene

- Ricardo e la Currency School: le iniezioni di credito bancario sostenute dalle istituzioni pubbliche creano un boom, successivamente seguito da una depressione, che rappresenta un aggiustamento dell’economia per correggere le interferenze iniziali. In questo meccanismo, l’importante ruolo del tasso di interesse verrà evidenziato successivamente da Knut Wicksell.

- Schumpeter: progresso scientifico e innovazioni tecnologiche. Le innovazioni si diffondono a grappolo in alcuni settori; si determina l’espansione; l’aumento di prodotto che si riversa sul mercato mette alle corde le imprese e i settori più vecchi; inoltre l’effetto degli elementi innovativi si esaurisce; a questo punto scoppia la depressione.

- Scuola di Chicago: espansione e contrazione della moneta: i cicli economici coincidono con gli aumenti (espansione) e le riduzioni (recessione) del livello dei prezzi indotti dai mutamenti della quantità di moneta. Se il livello dei prezzi è mantenuto costante il ciclo scomparirà.

- Teoria del ciclo di equilibrio: Lucas, Barro, Sargent: politiche economiche erratiche inducono percezioni errate delle variazioni dei prezzi e dei salari tali per cui i soggetti forniscono troppo o troppo poco lavoro.

- Scoperta di giacimenti, macchie solari (Jevons).

- Guerre, rivoluzioni, elezioni (e politiche economiche connesse: Nordhaus).

 Teorie endogene:

- Marx: nei momenti di espansione si determina un miglioramento delle condizioni salariali in seguito all’aumento della domanda di lavoro. Ciò causa una flessione dei profitti, a cui segue il disinvestimento.

- Keynes: le aspettative e l’influenza sulla domanda di investimenti; quando le aspettative diventano negative si contrae la domanda di beni capitali, che genera disoccupazione e ulteriore contrazione della domanda di beni di consumo.

- Samuelson-Hicks: interazione moltiplicatore-acceleratore. Principio dell’acceleratore: un aumento dei consumi determina un successivo incremento negli investimenti (perché è necessario realizzare i beni capitali necessari per produrre i beni di consumo), ma l’incremento dei beni capitali è più che proporzionale rispetto all’incremento nella produzione dei beni di consumo. È la fase di espansione. Basta che i consumatori mantengano successivamente lo stesso livello di consumi per generare la fase depressiva: infatti ora rispetto all’anno precedente, non viene acquistato (e quindi prodotto) nessun bene capitale in più; dunque, rispetto all’anno precedente, la domanda di beni capitali si riduce, generando la depressione in tale settore. Esempio: un’impresa produce 100 unità di un bene ogni anno, per le quali, ipotizzando un rapporto fisso fra capitale e prodotto, servono 10 macchinari; si supponga che nell’anno in corso vi sia un incremento del 20% della domanda del bene prodotto dall’impresa, dunque 120 unità; ora l’impresa ha bisogno di 12 macchinari, dunque ne acquisterà 2 in più; poiché l’anno scorso l’impresa non aveva acquistato nuovi macchinari (dunque 0) l’incremento percentuale è stato del 200% (da 0 a 2); quindi un incremento del 20% nei consumi ha determinato un incremento del 200% negli investimenti. Se l’anno successivo i consumi restano stabili, l’impresa non acquisterà nuovi macchinari, dunque, rispetto all’anno in corso, vi sarà una riduzione del 200% nell’acquisto di beni capitali (da 2 a 0).

Alla teoria si aggiunge l’effetto del moltiplicatore: a sua volta l’aumentata domanda di investimenti aumenta i consumi via moltiplicatore.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

L. von Mises, Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (1912), ESI, Napoli, 1999.

F. von Hayek, Prezzi e produzione (1931), ESI, Napoli, 1990.

M.N. Rothbard, La Grande Depressione (1963), Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2006; ed. or. America’s Great Depression, Van Nostrand, Princeton, 1963.

-  Man, Economy and State, Van Nostrand, Princeton, 1962, ristampato da L. von Mises Institute, Auburn, 2004.

- Recensione di Business Cycles and Their Causes di Welsey Clair Mitchell e American Business Cycles, 1865–1897 di Rendigs Fels, in «Freeman», dicembre 1959, pp. 52–54.

-  Le depressioni economiche: cause e rimedi, in Governi distruttori di ricchezza, Armando, Roma, 1997, pp. 51-73; ed. or. Economic Depressions: Their Cause and Cure, Constitutional Alliance, Lansing, 1969.

-  The Kondratieff Cycle: Real Or Fabricated?, in «Investment Insights», suddiviso in due parti, Part I agosto 1984, pp. 5–7, Part II settembre 1984, pp. 2–7.

Note

[1] I cicli economici non vanno confusi con le fluttuazioni economiche, normali variazioni determinate dall’inevitabile e perenne mutamento causato dai cambiamenti nei gusti dei consumatori, nella tecnologia, nella qualità della forza lavoro, nella disponibilità di risorse naturali, nel clima per i raccolti agricoli. Queste fluttuazioni, settoriali e non dell’intera economia, non hanno bisogno di una teoria del ciclo per essere spiegate, sono semplicemente il risultato di cambiamenti nei dati economici. Se si verifica un declino, magari temporaneo, in un settore, accompagnato da aumenti di attività in un altro settore, non si può parlare di depressione, dunque non si può chiamare in causa il ciclo economico. Alcuni fattori che innescano fluttuazioni, apparentemente negativi, possono essere benefici nel lungo periodo: ad esempio, un aumento dei prezzi del petrolio può provocare una riduzione del reddito nel breve, ma contemporaneamente spinge il sistema economico a ricercare e investire in energie alternative.

[2] Le basi del ciclo di Kondratieff sono completamente fallaci perché egli utilizzò come indice statistico il livello dei prezzi (di Inghilterra, Francia e Stati Uniti) e non la produzione in termini reali; identificò la caduta dei prezzi come un indicatore della depressione, ma nell’800 non fu affatto così. Infatti considerò il 1814-1849 e il 1866-1896 come periodi di depressione, mentre furono periodi di grande espansione. M.N. Rothbard, Kondratieff Cycle: Real Or Fabricated? , in «Investment Insights», Part I agosto 1984, Part II  settembre 1984.

[3] Per un’analisi della crisi del 1929 v. M.N. Rothbard, La Grande Depressione (1963), Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2006; Reliving the Crash of ’29, in «Inquiry», novembre 12, 1979, pp. 15–19.

[4] Solo il credito (artificiale) erogato alle imprese crea ciclo economico (v. infra).

[5] Non è necessaria l’assunzione dell’ipotesi di piena occupazione delle risorse; anzi, Mises precisò che, data la mutevolezza delle azioni dei soggetti economici, non è infrequente l’esistenza di risorse inutilizzate (ed è il motivo per cui i mercati devono essere sempre mantenuti flessibili, in modo da effettuare rapidamente i riaggiustamenti), ma ciò non invalida la teoria del ciclo. Può accadere che, dopo l’espansione creditizia, i prezzi dei fattori produttivi crescano meno, ma i mutamenti delle altre variabili (v. infra), che conducono ad un’allocazione distorta, continuano ad operare.

[6] L’effetto è il medesimo se si considera il credito al consumo, oggi molto sviluppato: in questo caso sono anche i consumatori, oltre agli imprenditori, che prendono in prestito il credito fiat generato dal sistema bancario.

[7] Esempi di tale fenomeno possono essere le abitazioni costruite e rimaste sfitte, o i centri commerciali semivuoti. L. von Mises ha illustrato la sua teoria del ciclo ricorrendo all’analogia con un capomastro che delinea i progetti per una nuova casa. Per realizzare la casa “ottimale” deve sapere quanti lavoratori, quanti chiodi, quanti mattoni ecc. ha a disposizione. Supponiamo che sia indotto in errore e sia convinto di poter disporre di più mattoni di quanti in realtà non ne abbia; allora elaborerà un progetto troppo ambizioso. Ad un certo punto, durante la realizzazione del progetto, dunque durante la costruzione della casa, egli si rende conto che mancano, ad esempio, mille mattoni. Appena si rende conto dell’errore interrompe la costruzione della casa. Tutte le risorse utilizzate sono state sprecate. Si noti che la situazione finale, post-depressione, è peggiore non solo rispetto alla fase del boom, ma anche della situazione che si sarebbe verificata se il boom non ci fosse stato. Infatti, nell’analogia utilizzata, se il capomastro non si fosse ingannato, avrebbe realizzato una casa più piccola, però completa, e dunque le risorse non sarebbero andate sprecate come nel caso di una casa lasciata a metà.

[8] Se il credito (anche artificialmente creato) è al consumo, non genera ciclo economico, in quanto sposta risorse dagli investimenti ai consumi, mentre la causa del ciclo è lo spostamento di risorse verso la produzione di beni capitali non richiesti. Similmente, non genera ciclo economico il credito bancario volto a finanziare lo Stato: esso rialloca le risorse dal settore privato al settore pubblico, e la domanda pubblica è solo consumo, dunque si ha un fenomeno simile a quello precedente; e non un sovrainvestimento in beni capitali. Naturalmente sono entrambi provvedimenti inflazionistici, ma gli ‘austriaci’ distinguono l’“inflazione semplice”, che non genera ciclo economico, dall’“inflazione ciclica”, che genera ciclo economico.

[9] Anche se gli imprenditori fossero consapevoli e convinti della veridicità dello schema teorico austriaco, non riuscirebbero ugualmente a sottrarsi al fenomeno distorsivo, perché non possono sapere se i fondi disponibili derivano da risparmio volontario o sono invece credito che la banca ha creato dal nulla.

[10] Viene confutata anche la legge di Say: non sempre l’offerta predisposta crea la propria domanda; se l’offerta di beni capitali è determinata da espansione del credito ex nihilo non trova una domanda corrispondente.

Inoltre la teoria austriaca risolve l’antica controversia sugli effetti di cambiamenti della quantità di moneta sul tasso di interesse: nel breve periodo un incremento dell’offerta di moneta abbassa il tasso di interesse (come afferma la teoria “moderna”), ma nel lungo periodo il tasso di interesse torna ad essere quello di libero mercato (come sostiene la teoria classica).

[11] Gli esponenti della scuola delle aspettative razionali hanno obiettato agli Austriaci: assumete che gli imprenditori non sono in grado di imparare; se invece essi si rendono conto che il tasso di interesse è falsato, aggiustano i loro calcoli considerando il tasso “vero”. Gli Austriaci hanno replicato che il tasso “vero” lo può comunicare solo il mercato, ma il mercato è stato manipolato dall’intervento governativo. Gli imprenditori non possono calcolare alla perfezione l’impatto delle iniezioni di nuova moneta.

Inoltre, la situazione di espansione di credito artificiale determina una situazione da “dilemma del prigioniero”, in cui gli imprenditori, anche se fossero consapevoli della futura bolla, hanno convenienza personale a prendere in prestito a tasso più basso, e dunque lo fanno.

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Schiavi fiscali

Ven, 20/06/2014 - 08:00

Gli effetti dell’attività di governo sono analoghi a quelli della mafia. Le tasse possono configurarsi come dei pagamenti involontari estratti con la minaccia o con l’uso della forza. Se così non fosse, gli individui corrisponderebbero di buon grado queste somme volontariamente, così come volontariamente potrebbero decidere di revocarle. Le tasse non possono esistere nel mercato; al contrario sono semplicemente degli atti di intrusione nello stesso. Come per qualsiasi altra forma di violenza, le tasse contrastano l’efficacia delle interazioni libere e volontarie.  

Jeffrey Herbener

 

L’unica tassa buona è quella che non viene applicata.

Perché, ci si chiederà mai? E come potremmo mai finanziare lo Stato, se non ricorressimo alle tasse? Queste sono sicuramente delle ottime domande da porci. Ma cerchiamo prima di intenderci sui termini e di capire cosa sono, in realtà, le tasse.

Nel corso di gran parte della storia, i governi – solitamente delle monarchie guidate da re, imperatori, faraoni o da altre tipologie, più o meno importanti, di tiranni – detenevano effettivamente la proprietà di tutto quanto fosse sotto il loro dominio, tra cui, ci si creda o meno, lo stesso popolo. In tali regimi, la popolazione era considerata alla stregua di un oggetto, non  certo come un insieme di cittadini.
Ciò significa che le persone venivano trattate come dei subalterni, sottoposti alla volontà del sovrano. In questi sistemi sociali, l’istituzione della tassazione costituiva una misura crudele di sottomissione assoluta, perpetrata dai reggitori sui loro sudditi. Perché i governanti disponevano ad libitum di ogni cosa, nel momento in cui i governati abitavano la terra di proprietà dei primi, avevano l’obbligo di corrispondere una contropartita per il privilegio concesso.
Essi non potevano vantare alcun diritto legittimo sulla terra che lavoravano; non avevano alcun diritto legittimo sui frutti del proprio lavoro; così come i diritti umani più basilari non erano assistiti da alcuna tutela. La legge affermava la piena potenza del governanti, in maniera molto semplice e netta, finché gradualmente questo potere assoluto e sconfinato cominciò ad essere controllato e contenuto.

Col tempo cominciò ad assumere forza l’idea che i governanti fossero esseri umani, e non degli dei. Così molti cominciarono a realizzare che costoro non disponessero di alcun diritto (divino) a comandare su tutti gli altri, all’infuori di se stessi. Di fatto, l’assunto che cominciò a guadagnare consensi – tra l’XI e il XVIII secolo – postulava che ogni essere vivente disponesse di un diritto naturale ed indisponibile alla propria vita, alla propria libertà ed alla proprietà. Chiunque avesse voluto ottenere il beneficio del lavoro di un altro individuo, o di beni a lui riconducibili,  avrebbe dovuto preventivamente chiederne il consenso.

La sovranità doveva spettare alle persone, non ai governi: è questo il punto dirimente che differenzia un cittadino da un soggetto. Ed è in questo concetto che si condensa il significato della famosa espressione “consenso dei governati”.  Il consenso deve essere ottenuto quando si intende  governare un cittadino, ma se ne può ben fare a meno quando si ha di fronte un “soggetto”.
E in una società pienamente libera non vi devono essere eccezioni di sorta. John Locke,  filosofo politico inglese, si spinse ben più lontano – sebbene non fino in fondo – nello sviluppo di questa idea, con tutte le sue implicazioni.

Durante quel periodo, naturalmente, gli assunti venivano contrastati con veemenza da parte di coloro che si arrogavano di sapere come gli altri dovessero condurre le proprie esistenze – come comportarsi e come impiegare le proprie risorse – e  insistevano sul fatto che essi avrebbero potuto conoscere questi aspetti meglio ancora di quei soggetti ai quali tale “conoscenza” sarebbe stata imposta. Essi combatterono con le unghie e coi denti, con la forza delle armi, appellandosi alla tradizione, e, chiaramente, ricorrendo ad argomenti di fantasia, quando non a dei veri e propri sofismi. E il dibattito è ancora in corso.

Ma non ha abbastanza risonanza e vi è una ragione di fondo. Come tutte le estorsioni, la tassazione è difficile da fronteggiare. Inoltre, nel caso di specie, le stesse persone su cui si fa affidamento per resistere all’atto criminale, sono esse stesse degli entusiasti e fedeli estorsori.

Giudici, politici, poliziotti, nonché tutte le tipologie di funzionari presenti ai diversi livelli di governo – insomma tutti coloro che, a vario titolo, costituiscono parte integrante di quel sistema che i Padri Fondatori della Repubblica americana avevano designato  “per garantire questi diritti” – sono rimasti, proprio come ai tempi del feudalesimo, gli esecutori materiali dell’estorsione legalizzata: anzi, in punto di fatto, essi sono diventati anche peggio degli estorsori, i quali, dopo tutto, ammettono candidamente di essere dei criminali.

I governanti e i loro sostenitori, i quali difendono la solennità del proprio ruolo nell’ambito del contesto sociale, spesso credono, anche sinceramente, che la loro rappresenti un’organizzazione imprescindibile, ancorché fondata sulla coercizione.
Questi soggetti sono talmente persuasi dell’imprescindibilità, per tutti noi, dei loro servizi, da reputarsi del tutto legittimati alla loro erogazione, a condizione che una parte considerevole dei cittadini – in virtù di qualche sorta di processo democratico (al cui ricorso non tutti hanno però acconsentito) – li supporti.
Eppure, le cose non stanno propriamente così, posto che essi possono comunque imporre i loro servizi pubblici, non rilevando affatto se il consenso sia stato ottenuto tanto da tutti coloro che risultano essere beneficiari delle provvidenze, quanto, a maggior ragione, da tutti coloro che devono soggiacere forzosamente al loro pagamento, vale a dire all’esazione fiscale. Se i Padri Fondatori americani, congiuntamente, fossero stati ammoniti dagli intellettuali che propugnano con entusiasmo l’istituzione della tassazione, a questo punto, non esisterebbero certamente nemmeno più gli  Stati Uniti d’America, il bastione della libertà individuale nel mondo, così come non potremmo intravvedere alcun barlume di speranza nell’estendere la loro visione liberale in altri luoghi.

Ecco perché fin dall’inizio i leader di questo Paese mostrarono l’impudenza rivoluzionaria di rivendicare maggiori libertà per i propri cittadini rispetto a quelle di cui potevano godere i cittadini di altri Stati. Questa rivendicazione è ormai stata seriamente eclissata dalle pretese dei nostri attuali governanti, che non si sognano nemmeno di menzionare, figuriamoci di espandere, la tutela della libertà individuale come uno dei compiti centrali dello Stato.
Naturalmente, non bastava rivendicarla, per ottenere la libertà:  è per questo che la schiavitù dovette essere abolita, per esempio, ed è per questo che c’è ancora un sacco di lavoro che deve essere portato a termine per conformarci alle linee tracciate nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Tutto sommato, nonostante i compromessi e fallimenti, la richiesta di una maggiore libertà individuale si è sempre configurata come uno dei capisaldi della unicità dell’America.
La richiesta di abolire la tassazione, sentita saltuariamente solo qua e là ed esplicitata soprattutto nella forma di un taglio alle tasse, rappresenta solo un ulteriore passo nella direzione di impostare un’esistenza assecondando le promesse della rivoluzione americana.
In definitiva, le tasse dovrebbero essere rimpiazzate con una forma di corresponsione dei servizi pubblici che sia completamente e radicalmente coerente con il principio del “consenso dei governati”.
Impedendo un tale sviluppo, tutto quello che possiamo fare è insistere sul punto: ridurre le tasse, privatizzare i servizi, e attraverso questo processo renderci tutti più liberi.

 

Articolo di Tibor R. Machan su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

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Oro, pace e prosperità – parte IV

Mer, 18/06/2014 - 07:00

Quarta di cinque puntate con la traduzione integrale del trattato Gold, Peace and Prosperity di Ron Paul.

* * *

LE RESPONSABILITA’ DEGLI ECONOMISTI

Un altro scandalo associato all’inflazione consiste nel sostegno ricevuto da gran parte degli economisti: è già grave assistere alle pressioni inflazionistiche di chi ne beneficia tramite trasferimento di potere d’acquisto, ma è addirittura tragico notare il medesimo comportamento nella maggior parte degli economisti del XX secolo. Per alcuni il motivo sta nell’aver compreso come il loro prestigio e potere dipenda dal dare giustificazione intellettuale alle azioni dell’élite inflazionista; altri invece non ne beneficiano direttamente e potrebbero quindi agire in buona fede. Tuttavia, che sostengano l’inflazione per aiutare i poveri, i ricchi o perché ritengano sia nell’interesse di tutti, i risultati sono sempre terribili.

Agli economisti interventisti che sostengono l’inflazione sfugge la comprensione di quella teoria soggettiva del valore, formulata dagli economisti di libero mercato, senza la quale sarebbe impossible svelare miti economici ormai antichi: essa sostiene che il valore di un bene economico esista soltanto nel giudizio di ciascun individuo e possa dunque cambiare col tempo e le circostanze. I prezzi, assieme agli orientamenti produttivi che determinano, non possono risultare da modelli matematici in un computer.

Persino i monetaristi sostengono un’inflazione protratta, sebbene ad un tasso inferiore dell’attuale. Il più noto di essi, Milton Friedman, afferma che la Fed dovrebbe espandere l’offerta valutaria ad un ritmo del 3-5% annuo, la cifra esatta essendo meno importante della cura di evitare fluttuazioni nel tasso di espansione.

Eppure, persino un ammontare d’inflazione tanto limitato provocherebbe malinvestimenti: chi ricevesse la nuova valuta la spenderebbe in attività che soltanto la successiva recessione saprebbe svelare come improduttive ed azzardate. L’approcio di Friedman potrebbe sì dar luogo a cicli di espansione-recessione più miti e con minor sofferenza umana rispetto agli attuali, ma sarebbe comunque inflazionistico e derivante da quella vecchia, screditata idea che sia il governo, piuttosto del mercato, a doversi interessare di economia. Peggio ancora, l’approccio monetarista stabilisce il principio della legittimità del controllo governativo sull’offerta valutaria ed apre la strada alla possibilità di aumentare il ritmo di stampa in caso di ‘necessità’.

Tanto i politici quanto quei banchieri, sindacalisti, imprenditori e burocrati avvantaggiati dall’inflazione sono lieti, ovviamente, di circondarsi di intelletuali che ne spalleggino l’attività fraudolenta.

E’ davvero un peccato che quegli economisti promotori di inflazione siano oggi chiamati liberali, poiché una politica più reazionaria ed illiberale di quella da loro sostenuta è proprio difficile da immaginare. Vengono inoltre chiamati progressisti, appellativo improprio in quanto l’inflazione è pratica ormai secolare. Nonostante i falsari moderni usino metodi più sofisticati di un tempo per legittimare le proprie svalutazioni, il risultato non cambia: da sempre è quello di instabilità politica, economica e monetaria.

Per arrivare a promuovere l’inflazione, l’economista in buona fede deve necessariamente bendarsi gli occhi di fronte alle distorsioni economiche da essa provocate. Sebbene il calcolo economico diventi ogni giorno più difficile, i promotori dell’inflazione rifiutano qualunque responsabilità.

L’inflazione conduce spesso a situazioni di controllo di prezzi e salari aventi per risultato la distruzione del sistema stesso dei prezzi, cioè il sistema di regolazione d’una economia libera. Se questi economisti lo capissero, allora l’unico motivo rimasto per sostenere l’inflazione non potrebbe che essere la loro volontà esplicita di distruggere la libertà degli individui.

Il vincitore del Premio Nobel Friedrich von Hayek scrisse nel 1959: “Non per caso le misure inflazionistiche sono di solito invocate da chi auspica un maggior controllo governativo. L’aumentata dipendenza degli individui dal governo, prodotta dall’inflazione, e la richiesta di ancor più interventismo a cui conduce può essere vista con favore solo da un socialista. Chi volesse impedire una simile deriva dovrebbe concentrare i propri sforzi sulle politiche monetarie.”

L’ALTERNATIVA ALL’INFLAZIONE

L’inflazione disincentiva il risparmio soprattutto quando il governo manipola al ribasso i tassi di interesse, con ricaduta sui rendimenti dei saldi di conto corrente. Il nostro sistema fiscale, tramite tassazione del reddito previsto, non fa altro che peggiorare le cose: possiamo aspettarci un sempre maggiore declino nella quota di risparmio della nostra società. L’inflazione ruba a chi è parco e crede nel risparmio, mentre impoverisce le pensioni e quanto faticosamente messo da parte per la terza età. Quale ragionevole economista potrebbe mai promuovere l’inflazione, avendo chiari in mente questi fatti?

Abbiamo oggi l’occasione di presentare alla gente un’alternativa al vecchio, corrotto strumento dei privilegi: un’alternativa moderna, funzionante e a beneficio di tutti. L’alternativa c’è e passa per il rifiuto dell’inflazione e del denaro disonesto: è una valuta redimibile a copertura aurea intera.

MONETA E COSTITUZIONE

“E’ evidente dal contesto generale della Costituzione, e dalla storia dell’epoca che le diede vita” disse Andrew Jackson, “come il proposito dell’Assemblea fosse di stabilire una valuta coperta da metallo prezioso.”

“Le perdite sostenute dagli Stati Uniti dopo la pace” notò James Madison nel Federalist n°44, “causate dagli effetti pestilenziali della valuta cartacea sulla vitale fiducia tra individui e verso le assemblee pubbliche, sull’operosità e la morale della società e sul nerbo del governo repubblicano rappresentano un debito enorme a carico dello Stato, unico colpevole di un così dissennato provvedimento, debito che per lungo tempo non potrà essere saldato; o piuttosto un accumulo di colpa che può essere espiata in nessun altro modo se non tramite sacrificio volontario, sull’altare della giustizia, da parte di quel potere che ne è stato veicolo.”

“L’emissione di valuta cartacea è saggiamente preclusa al governo del paese”, disse Alexander Hamilton, “e lo spirito di tale proibizione non dovrebbe essere trascurato dal governo degli Stati Uniti.”

Non solo l’inflazione è il risultato della pressione politica di particolari gruppi d’interesse, del desiderio di carriera dei politici e delle teorie fallaci degli economisti. Essa è anche chiaramente incostituzionale.

Una moneta con valore reale, cioè oro e argento, fu quella espressamente indicata dai Padri Fondatori, come è evidente dai loro scritti e dalla Costituzione. Il loro disprezzo per la valuta cartacea derivava dall’esperienza diretta con il Continentale, banconota coloniale irredimibile. Tanto disprezzo sta montando anche oggi, sintomo salutare per coloro tra noi interessati a sviluppare un sano sistema monetario.

MORALE E REDISTRIBUZIONE

L’inflazione dovrebbe essere contrastata quantomeno su basi morali, poiché forma nascosta di tassazione: il governo inganna il pubblico in fatto di entità del carico fiscale e di chi lo debba sopportare.  Infatti, sono le classi media e lavoratrice ad essere spogliate gradualmente, laddove i più poveri vengono ulteriormente schiacciati.

La ricchezza è così trasferita ai più privilegiati: dai lavoratori e risparmiatori verso i conniventi e furbi.

L’inflazione dovrebbe essere allontanata da qualunque società, ma soprattutto da quella che rivendichi un’appartenenza Giudaico-Cristiana. Si tratta non solo di ricchezza espropriata da un gruppo di cittadini ad un altro, in una gigante redistribuzione di senso opposto a quella di Robin Hood, ma anche di libertà strappata dal governo ai cittadini.

La facoltà di decidere in materia monetaria ed economica è ogni giorno di più sottratta agli individui per essere assegnata a politici, burocrati e banchieri centrali. Per imporre questo trasferimento, i pubblici ufficiali accumulano potere tramite leggi e regolamenti. La coercizione diventa regola quando scelte volontarie sono etichettate come minaccia al ‘bene comune’; è così che la nostra libertà viene erosa un poco per volta.

In una società priva di senso morale non può esistere una moneta onesta. Senza morale e moneta onesta non può esistere una società libera: una moneta disonesta va a braccetto con una società immorale.

MONETA IN MANO AI PRIVATI

Scansare un debito tramite svalutazione è un vecchio trucco per non onorare i propri impegni. La classica bancarotta è quantomento una soluzione palese, laddove l’inflazione è assai più distruttiva e disonesta specialmente quando a controllare l’offerta valutaria sono i governi, tradizionalmente i maggiori debitori della storia.

In The Wealth of Nations Adam Smith sottolineò: “Ritengo vi sia scarso margine di giustificabilità per quei debiti accumulati oltre un certo limite; dubito inoltre che possano essere ripagati in pieno. La risoluzione del debito, qualora attuata, lo è sempre tramite bancarotta: a volte palese, più spesso nascosta sotto le spoglie di una finta liquidazione, ma sempre e comunque tramite bancarotta di fatto.”

Lungo i secoli i governi sono ricorsi alla truffa dell’inflazione per finanziare iniziative impopolari. In un paese libero, follie da Stato sociale attuate tramite massicci programmi di redistribuzione interna o assurde guerre estere sarebbero impossibili, poiché la gente semplicemente si rifiuterebbe di pagare il maggior carico fiscale o di prestare al governo i fondi necessari. Di contro, un progetto realmente condiviso stimolerebbe il finanziamento volontario tramite donazioni o prestiti.

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Non possiamo predire i molti modi in cui la libertà migliorerà le nostre vite

Lun, 16/06/2014 - 08:00

I difensori della libertà sono spesso sfidati a fornire descrizioni esaustive di cosa succederebbe se un qualche aspetto delle nostre vite, sempre più dirette dal governo, fosse di nuovo lasciato alla libera scelta delle persone. Cosa accadrebbe se il governo non educasse i nostri figli? Cosa avverrebbe se il sistema previdenziale non forzasse la gente a “tenere da parte” per la pensione o se l’assistenza sanitaria pubblica non fornisse supporto medico? Cosa accadrebbe se la Fed non controllasse la liquidità monetaria e la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) non controllasse i depositi bancari? Cosa accadrebbe se la Food and Drug Administration (FDA) non assicurasse che il cibo è sano e l’Environmental Protection Agency (EPA) non ci proteggesse dall’inquinamento? Cosa accadrebbe se la Securities and Exchange Commission (SEC) non tenesse sotto controllo Wall Street e la Federal Trade Commission (FTC) e le leggi antitrust non ci proteggessero da monopoli e collusioni? Queste domande, e molte altre come queste, formano una lista quasi senza fine.

A fronte di questi interrogativi, è tuttavia importante riconoscere che tali domande sono trappole retoriche disegnate per porre un insormontabile onere della prova su organizzazioni volontarie, cortocircuitando il bisogno di avere a che fare con i molti criticismi validi di politiche coercitive.

La trappola funziona perché le risposte a tali domande sono al di là delle nostre competenze. Ma questo non significa che lo statalismo vinca a tavolino. Significa solo che una predizione dettagliata di ciò che accadrebbe in un futuro in cui alcuni vincoli imposti dal governo alla libertà fossero rilassati è oltre la conoscenza di chiunque.

Dunque, una risposta precisa alla domanda “Cosa, precisamente, produrrebbe la libertà?” è “Non lo so; nessuno lo sa”. Tuttavia, fallire nel rispondere in modo soddisfacente ad una domanda senza risposta, non riduce in alcun modo la giustificata confidenza nel fatto che accordi volontari farebbero funzionare meglio le cose. Infatti, l’incapacità di rispondere aiuta a spiegare perché la libertà funzioni così bene – permette lo sviluppo di benèfici accordi, precedentemente non scoperti, che servono la gente in modo più efficiente, anche se nessuno sa in anticipo, esattamente, cosa accadrà.

Per rendercene conto, riflettiamo semplicemente su ciò che la libertà ha prodotto in passato. I miracoli che la libertà ha prodotto, sconosciuti in anticipo, offrono una travolgente testimonianza a favore dell’aver fede nella libertà.

Per esempio, compariamo le Poste con qualsiasi altra forma di comunicazione. I cambiamenti del suo passo da lumaca contrastano gli avanzamenti nelle possibilità di comunicazione digitale al di là di ogni recente fantasia. Infatti, la libertà ha prodotto miracoli tutt’intorno a noi, di cui non riusciamo a comprendere la natura, perché oggi li prendiamo per garantiti e dimentichiamo la loro origine (per esempio, in un mondo di copie digitali, pochi ricordano le perdute “gioie” della carta carbone e la sua progenie viola).

Abbiamo solo bisogno di rivisitare le rivoluzioni coinvolte per vedere che nessuno ha mai conosciuto in anticipo cosa esattamente sarebbe successo. Se le persone avessero acquistato solo ciò che poteva essere chiaramente previsto, nessuno di quei miracoli sarebbe accaduto e saremmo incommensurabilmente più poveri.

Ma come sappiamo che i risultati della libertà saranno miglioramenti, dal momento che “qualsiasi cosa potrebbe avvenire”? Prima di tutto, l’interesse personale – il desiderio di migliorare le circostanze che attualmente affrontiamo – significa che dei miglioramenti sono visti. In secondo luogo, quando sono protetti i diritti delle persone, il bisogno di ottenere accordi volontari di terzi significa che nessuno può imporre risultati peggiori sugli altri, ma lascia molto spazio perché i risultati siano non semplicemente migliori, ma in modo inimmaginabile. Cosa questa che non è sicura nemmeno sotto la pesante mano del governo.

Come il famoso scritto di Leonard Read “Io, la matita” ha illustrato, i miracoli del mercato sono all’ordine del giorno. Le matite sono poco costose ed abbondanti anche se nessuno conosce tutto ciò che è coinvolto nel produrle. E così accade per una vasta gamma di altre cose.

In aggiunta, nessun politico o burocrate che dirige una delle tante imprese di governo che è cresciuta per circondarci avrebbe incontrato lo stesso onere della prova quando il governo scavalcava gli accordi volontari e le loro prescrizioni. Inoltre, domande poste al governo su “cosa accadrebbe” di fronte a qualche nuovo programma di governo proposto, come per esempio l’Obamacare, sono spesso ignorate impunemente.

Le promesse iniziali, fatte con tale sicurezza, riguardanti le nuove “soluzioni” del governo, sono state sogni irrealizzati irraggiungibili.  E, differentemente dalla proprietà e dagli accordi mutuamente vantaggiosi che essa permette, che hanno prodotto innumerevoli e chiari trionfi, non ci sono “storie di successo” che dimostrino un qualche miglioramento miracoloso, in seguito all’intervento del governo, paragonabili agli storici successi del mercato. Infatti, gli unici esempi reali di miracoli prodotti dal governo, sono quelli prodotti riducendo in modo stringente il suo raggio d’azione, come per esempio con il “tu non dovresti” della nostra Carta dei Diritti della Costituzione, semplicemente rinforza una legittimata credenza nella libertà e come corollario toglie fiducia al governo.

Uno dei miei professori una volta disse “Sono stato un economista per un tempo sufficientemente lungo a capire che ‘non so’ è una risposta intellettualmente rispettabile”. Infatti, quando si predice il futuro, questa è virtualmente sempre una parte importante della risposta. Ma quando le persone sono libere, i risultati dei loro accordi volontari saranno tanto buoni quanto essi stessi potranno scoprire, anche se non sono conosciuti in anticipo. Al contrario, le politiche pubbliche basate su ciò che Friedrich Hayek chiamò la “pretesa della conoscenza”, sostenuta dalla coercizione, non sono né intellettualmente rispettabili né una garanzia di miglioramento, per quanto tali promesse vengano fatte frequentemente e ostinatamente. Infatti, se l’onere del dover provare la propria efficacia fosse chiesto al governo, piuttosto che alla libertà, una quantità evanescente del governo sopravvivrebbe, e le manette che costringono i miracoli che sono possibili sarebbero sciolte.

Articolo di Gary Galles su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Il Pianificatore (ovvero: L’Ingegnere, Terza ed ultima Parte)

Ven, 13/06/2014 - 08:00

Si conclude così questa raccolta di scritti, apparsa per la prima volta su The Counter-Revolution of Science. Speriamo, come sempre, di aver suscitato un qualcosa in Voi, una scintilla che Vi spinga ad andare avanti, a ricercare, a conoscere, a non accettare. Come il nostro motto recita, infatti, Tu ne cede malis, sed contra audentior ito. Buona lettura! [NdR]

È questo conflitto con un forte istinto umano, notevolmente rinforzato nella persona dello scienziato e dell’ingegnere, a rendere l’insegnamento delle scienze morali così poco apprezzato. Come Bertrand Russell ha ben descritto,

il piacere della costruzione pianificata è uno delle motivazioni più potenti negli uomini che uniscono l’intelligenza all’energia; qualsiasi cosa possa essere costruita secondo un piano, un tale uomo tenterà di costruirla… il desiderio di creare non è in sé idealistico poiché è una forma di amore del potere e, dato che il potere di creare esiste, ci saranno uomini desiderosi di usare questo potere anche se la natura, senza bisogno d’aiuto, fornisse un risultato migliore di quelli che possono essere determinati con una deliberata intenzione. [1]

Questa dichiarazione si trova, tuttavia, all’inizio di un capitolo significativamente intitolato “Società Create Artificialmente,” nel quale Russell stesso sembra sostenere queste tendenze argomentando che “nessuna società può essere considerata come completamente scientifica a meno che sia stata creata deliberatamente con una determinata struttura per compiere determinati scopi.” [2] Così come questa dichiarazione sarà compresa dalla maggior parte dei lettori, esprime brevemente quella filosofia scientista che per mezzo dei suoi promotori ha fatto di più per generare l’attuale tendenza verso il socialismo di tutti i conflitti fra interessi economici che, benché sollevino un problema, non indicano necessariamente una particolare soluzione. Per la maggior parte delle guide intellettuali del movimento socialista, almeno, è probabilmente vero dire che sono socialisti perché il socialismo appare loro come A. Bebel, capo del movimento democratico sociale tedesco, lo definì sessant’anni fa, ovvero “scienza applicata in chiara consapevolezza e con completa comprensione di tutti i campi dell’attività umana.” [3]

La prova che il programma del socialismo realmente deriva da questo genere di filosofia scientista deve essere riservata a studi storici dettagliati. Attualmente la nostra preoccupazione è pricipalmente di mostrare in che misura l’errore intellettuale puro in questo campo può interessare profondamente tutti gli aspetti dell’umanità.

Quello che la gente così poco disposta a rinunciare a qualsiasi potere di controllo cosciente sembra non poter comprendere, è che questa rinuncia di potere cosciente, potere che deve sempre essere potere dell’uomo su altri uomini, è per la società nell’insieme soltanto una rassegnazione apparente, un’auto-negazione su cui gli individui sono invitati ad esercitarsi per aumentare i poteri della specie, per liberare la conoscenza e le energie degli innumerevoli individui che potrebbero non essere mai utilizzati in una società diretta coscientemente dall’alto. La grande sfortuna della nostra generazione è che la direzione che è stata data ai suoi interessi per mezzo dello stupefacente progresso delle scienze naturali non è una direzione che li aiuti nella comprensione del più grande processo di cui noi individui siamo soltanto una parte o nell’apprezzamento di come contribuiamo costantemente ad uno sforzo comune senza dirigerlo o obbedire ad ordini altrui. Vedere questo richiede un genere di sforzo intellettuale di un carattere diverso da quello necessario per il controllo delle cose materiali, uno sforzo in cui la formazione tradizionale in “studi umanistici” ha dato almeno una certa pratica, ma al quale i tipi ora predominanti di educazione sembrano preparare sempre meno.

Più la nostra civilizzazione tecnica avanza e più, quindi, lo studio delle cose come distinte dallo studio degli uomini e delle loro idee si qualifica per le posizioni più importanti ed influenti, e più significativo diventa il solco che separa due diversi tipi di mente: una rappresentata dall’uomo la cui ambizione suprema è di far girare il mondo attorno a lui in una enorme macchina, ogni cui parte, al suo premere un tasto, si muove secondo il suo disegno; e l’altro rappresentato dall’uomo il cui interesse principale è lo sviluppo della mente umana in tutte le sue funzioni, che nello studio della storia o della letteratura, dell’arte o della legge, ha imparato a vedere gli individui come componenti di un processo in cui il suo contributo non è diretto ma spontaneo e dove contribuisce alla creazione di qualcosa più grande di lui o di quanto qualunque altra singola mente potrà mai progettare.

È questa consapevolezza di far parte di un processo sociale, e del modo in cui i diversi sforzi interagiscono, che la sola formazione scientifica o tecnologica sembra così deprecabilmente non riuscire a trasmettere. Non sorprende che molte delle menti più attive fra quelle in tal modo addestrate presto o tardi reagiscano violentemente contro le mancanze della loro formazione e sviluppino una passione per l’imposizione alla società dell’ordine che non possono trovare con i mezzi di cui hanno familiarità.

Conclusione

In conclusione è forse desiderabile ricordare al lettore una volta di più che tutto quello che abbiamo detto qui è diretto soltanto contro un uso sbagliato della scienza, non contro lo scienziato nello speciale campo di sua competenza, ma contro l’applicazione delle sue abitudini mentali nei campi in cui non è competente. Non c’è conflitto fra le nostre conclusioni e quelle della scienza legittima.

La lezione principale a cui siamo arrivati è effettivamente la stessa che uno degli allievi più acuti del metodo scientifico ha tratto da un’indagine in tutti i campi di conoscenza: è che “la grande lezione di umiltà che la scienza ci insegna, che non potremo mai essere onnipotenti o onniscienti, è la stessa di tutte le grandi religioni: l’uomo non è e non sarà mai il dio di fronte al quale si deve piegare. “[4]

Di Friedrich von Hayek

Tradotto da Flavio Tibaldi

Tratto da La Voce del Gongoro

Link Alla Seconda Parte

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Note

[1] The Scientific Outlook, 1931, P. 211.

[2] Ibid., p. 211. Il passaggio citato potrebbe essere interpretato in un senso inconfutabile se “determinati scopi” è inteso non riferito a particolari risultati predeterminati ma come capacità di fornire ciò che gli individui desiderano in un qualunque momento – cioè, se ad essere progettato è un macchinario che può servire molti fini e non ha bisogno a sua volta di essere orientato “coscientemente” verso un fine particolare.

[3] A. Bebel, Die Frau und der Sozialismus, 13a ed., 1892, p. 376. ”Der Sozialismus ist die mit klarem Bewusstsein and mit voller Erkenntnis auf alle Gebiete menschlicher Taetigkeit angewandte Wissenschaft.” Cfr. anche Socialismo e Scienza Positiva di E. Ferri (trad. dall’edizione italiana del 1894). Il primo a vedere chiaramente questo collegamento sembra essere M. Ferraz, Socialisme, Naturalisme et Positivisme, Parigi, 1877.

[4] M.R. Cohen, Reason e Nature, 1931, P. 449. È significativo che uno dei membri principali del movimento di cui ci preoccupiamo, il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, abbia scelto esplicitamente il principio opposto, homo homini Deus, come sua massima guida.

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Oro, pace e prosperità – parte III

Mer, 11/06/2014 - 07:00

Terza di cinque puntate con la traduzione integrale del trattato Gold, Peace and Prosperity di Ron Paul.

* * *

IL DADO E’ TRATTO

 Con la morte del Dollaro è arrivato il tempo di istituire un sistema monetario affidabile. E’ il momento storico ad richiederlo e pure la sopravvivenza del nostro ordine economico e politico.

L’impresa non sarebbe ardua se, per una volta almeno, ignorassimo quelle pressioni politiche da gruppi di interesse le cui richieste sono soddisfatte dall’inflazione valutaria. Questa, che sia a beneficio di qualche grande impresa, di banchieri, burocrati, appaltatori monopolisti o politici di carriera, deve trovare fine. Come sottolineò Henry Hazlitt, la soluzione non è difficile: “Per fermare l’inflazione [dei prezzi] dobbiamo fermare l’inflazione [di valuta].”

Per invertire il corso suicida della nostra economia dobbiamo comprendere i motivi di chi sostiene l’inflazione.

Molti industriali, banchieri, sindacalisti, politici e professori sono cresciuti amando l’inflazione poiché in essa hanno visto lo strumento per realizzare i propri fini: a volte per motivi puramente materialistici, altre per sete di potere. In entrambi i casi il loro comportamento è stato immorale.

La pressione politica ad inflazionare è la principale ragione dell’espansione continua dell’offerta valutaria. La cosiddetta ‘monetizzazione del debito’ federale, per cui la Federal Reserve trasforma in denaro i titoli di Stato del governo, è una soluzione politicamente molto facile e conveniente per pagare i debiti accumulati dal Congresso senza dover ricorrere ad aumenti di tasse che, senza dubbio, provocherebbero rivolte.

Tutti in parlamento parlano di pareggio del bilancio ma pochi votano regolarmente per ottenerlo: ciascun parlamentare spera sempre che siano i progetti di qualche collega ad essere tagliati, non i propri. Di recente mi è capitato di assistere allo spettacolo di un deputato conservatore intento a votare una legge di spesa in lavori pubblici; sapendo che quei soldi sarebbero dovuti venire o da nuove tasse o dalla stampa di nuova valuta, gli chiesi come sarebbe riuscito ad ottenerli. “Sì, so bene che sarà terribile…”, egli rispose, “ma uno di questi giorni potrei aver bisogno di agevolazioni edilizie per il mio collegio elettorale”. Si potrebbe pensare che siano soltanto quelli di sinistra ad avere le tasche bucate, ma è sconsolante osservare persone che dovrebbero conoscere la realtà approvare sussidi all’agricoltura o alle imprese, proprio mentre manifestano il proprio orrore verso il C.E.T.A.[9] Senza un cambio radicale di paradigma il bilancio non sarà mai in pareggio, le stampanti continueranno a funzionare, il Dollaro verrà svalutato ancor più ed i prezzi, come naturale conseguenza, continueranno a crescere senza sosta.

LA COLPA E’ DEGLI IMPRENDITORI?

 Alcuni sostengono che a causare inflazione sia il profitto degli imprenditori ma i profitti, in un mercato spontaneo, sono solo indicazione dell’efficienza nel servizio al consumatore. I profitti legittimi non provocano in alcun modo inflazione.

Tuttavia, le richieste di ‘denaro facile’ da parte delle grandi imprese sono certamente tra le cause dell’espansione valutaria. Alan Greenspan, ad esempio, affermò che il contributo più significativo alla nostra inflazione dei prezzi sia dovuto all’espansione del credito per fornire più di 600 miliardi di dollari in prestiti garantiti dalla Federal Reserve al settore produttivo.

Studiando l’entità dell’inflazione dal 1970 e dei deficit federali nel periodo in cui vennero monetizzati, cioè in cui si stamparono dollari dal nulla per ripagarli, scoprii alcune cifre spaventose. Sembra che solo il 20% dell’espansione di offerta valutaria sia stata destinata a coprire il deficit; il restante 80% andò a ‘stimolare’ l’economia tramite prestiti ai settori delle grandi banche e imprese. Qualunque ne sia il motivo, questi settori senza dubbio hanno beneficiato dalla svalutazione del Dollaro.

LA COLPA E’ DELLE BANCHE?

Le grosse banche, tra le maggiori sostenitrici della valuta a corso forzoso, hanno di certo beneficiato dall’inflazione: a far lievitare i loro ‘profitti’ è stato il ruolo di intermediarie tra governo e grandi imprese nel gestire tutti i nuovi soldi stampati. I banchieri internazionali sono stati ben lieti di svolgere questa funzione.

Le banche hanno inoltre il privilegio di poter creare valuta in forma di scritture contabili, cioè di saldi di deposito a vista creati dal nulla: accade ogni volta in cui aprono una linea di credito ad un cliente, dal quale poi esigono degli interessi. Gran parte della valuta in circolazione consiste di saldi di deposito a vista creati dal settore bancario.

Se a molti porta rovina, ad alcuni l’inflazione assegna dei vantaggi in quanto trasferisce ricchezza da una categoria di persone ad un altra. Sebbene il processo non sia esente da una certa componente di casualità, esso procede principalmente dalla classe media e dei più indigenti verso la classe politica, i banchieri e le grandi imprese. Questa è la dinamica immorale che va fermata.

LA COLPA E’ DEI SINDACATI?

I sindacati sono spesso accusati di provocare inflazione, tuttavia non è loro il privilegio di creare valuta o credito dal nulla e dunque non possiamo ritenerli diretti responsabili. Ciononostante, esattamente come le grandi imprese esercitano pressioni sul governo affinché inflazioni, così fanno i sindacati per rafforzare la propria posizione di monopolio salariale. Un buon esempio è il credito concesso dal governo in soccorso a Chrysler, tramite finanziamento ai suoi impiegati di un salario doppio rispetto alla media del settore industriale. I sindacati però, al pari delle imprese, possono fare pressioni per una maggior inflazione soltanto quando il meccanismo inflazionistico è già in piedi e funzionante; una valuta a copertura aurea intera renderebbe tutto ciò impossibile.

INFLAZIONE E CICLI ECONOMICI

I cicli economici, secondo Marx connaturati al capitalismo, sono in realtà provocati dall’inflazione operata dai governi. “Nuova valuta è emessa dal sistema bancario dietro protezione di un governo”, afferma il Dr. Murray Rothbard, “per poi essere prestata al comparto produttivo. Agli imprenditori questi nuovi fondi appaiono come investimenti genuini frutto di risparmio volontario, come accadrebbe in un libero mercato, tuttavia non è così. La nuova valuta è impiegata dagli imprenditori in vari progetti e trasmessa a dipendenti ed altri fattori produttivi in forma di salari e prezzi. Mentre questa nuova valuta filtra nei vari strati dell’economia, il mercato tende a ristabilirsi sui precedenti livelli di proporzione tra consumo e risparmio [10]. In breve, in una società dove la gente sia solita trattenere dal consumo immediato un 20% della propria busta paga a scopo di investimento, per spendere invece il resto, il nuovo credito bancario creato dal nulla si aggiungerebbe a tale percentuale facendo sembrare maggiore l’entità del risparmio complessivo della società. Mano a mano che la nuova valuta si diffonde nell’economia, alterando il livello dei prezzi, la proporzione 20-80% viene ristabilita e molti investimenti si rivelano per quello che sono: uno spreco. Il credito inflazionistico ha distorto il mercato e sviato gli imprenditori; la liquidazione degli investimenti azzardati dovuti all’espansione inflazionistica costituisce la fase di depressione del ciclo economico”.

L’espansione dell’offerta valutaria agisce inoltre riducendo i tassi di interesse, i quali a propria volta incoraggiano ulteriori malinvestimenti.

Gli economisti interventisti contestano superficialmente l’idea che possa esservi crescita economica in una società di libero mercato, definendola ‘teoria delle briciole ai poveri’. Invece è proprio l’inflazione che, prima lentamente poi in modo fulminante, sparge miseria economica tra gli indigenti, la classe media e i lavoratori mentre arricchisce i privilegiati. E’ questa la dinamica ‘dall’alto verso il basso’ che davvero meriti condanna da chiunque abbia a cuore il tema della povertà.

“Un aumento dell’offerta valutaria non conferisce alcun beneficio sociale di sorta”, afferma il Dr. Hans Sennholz, “riesce soltanto a redistribuire ricchezza e potere d’acquisto, sviare e danneggiare il settore produttivo oltre a rappresentare, in sé e per sé, una potente arma di conflitto sociale.”

Chiunque riceva la nuova valuta per primo avrà i maggiori benefici, tuttavia i settori economici così privilegiati inizieranno a dipendere dalle ulteriori iniezioni di credito e saranno perciò incentivati a formare potenti gruppi di pressione decisi a mantenere i propri privilegi tramite attività di lobby verso il governo. E’ così che l’inflazione incoraggia il conflitto all’interno di una società: dividendola in fazioni rivali intente a conservare privilegi l’una a danno dell’altra.

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(Vai alla Parte II)

 

NOTE:

[9] C.E.T.A.: Comprehensive Employment and Training Act, legge federale statunitense del 1973, volta ad abbattere la disoccupazione tramite l’istituzione di programmi d’addestramento ed assunzione nel settore pubblico. [NdT]

[10]  Si presti attenzione alla differenza che, nel gergo della scienza economica,  corre tra risparmio ed accumulo: il risparmio è quel flusso di denaro sottratto al consumo immediato e incanalato in investimenti (ad es.: il saldo di un conto bancario vincolato). L’accumulo è quello stock di denaro che giace inutilizzato (ad es.: i proverbiali soldi nascosti sotto il materasso). [NdT]

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Disunione monetaria europea. Ma è davvero un male?

Lun, 09/06/2014 - 08:00

Disunione monetaria europea. Ma è davvero un male?

 Un interessante articolo di Marcello De Cecco – La moneta unica che sale fa paura all’Europa del sud ma non alla Germania, pag. 3 con richiamo in prima – attira l’attenzione sia sui fattori di politica monetaria che favoriscono il rafforzamento dell’euro, sia sulle sue conseguenze per la bilancia commerciale. In teoria, i Paesi esportatori dovrebbero risentire del cambio elevato; in pratica, “si è venuta a creare una contraddizione pericolosa all’interno dell’Unione, che si dovrebbe ripercuotere ancor di più di quel che già non sia avvenuto, tra gli interessi dell’economia tedesca e quelli delle economie periferiche della Uem.”: la Germania ha da tempo delocalizzato la produzione della componentistica nel centro Europa, quindi il prezzo all’esportazione dei prodotti finiti può essere facilmente abbassato per compensare la rivalutazione, perché il medesimo movimento del cambio fa calare, nello stesso tempo, i costi di produzione. E anche quelli di finanziamento, dato che l’afflusso di capitali finanziari riduce i tassi di interesse. “Infine, l’euro alto vuol dire prezzi contenuti delle materie prime e dei prodotti agricoli importati e questo tiene bassi prezzi e salari”. Diverso il discorso per i Paesi del Sud, che non hanno delocalizzato nello stesso modo, “un po’ per mancanza di respiro industriale, un po’ perché [le loro industrie] producono [anch'esse] parti per le industrie tedesche”. Dal canto suo, la Francia, “pur soffrendo per l’euro alto, esporta beni ad alto contenuto di tecnologia e non è in concorrenza con la Mitteleuropa che fornisce la Germania”; inoltre, punta “a salvaguardare il proprio merito di credito allineandolo a quello tedesco, che vuol dire che le banche francesi e lo stato francese possono finanziarsi vantaggiosamente sui mercati internazionali.”, quindi la sua posizione, nel corso delle discussioni in ambito UE/BCE, è sempre allineata con quella tedesca.

Spiace che l’articolista finisca per appiattire quest’analisi sulla solita contrappoizione “noi/Germania”, mentre le sue considerazioni sul peso dei capitali cinesi sulla finanza internazionali, pur degne di attenzione, non sono attinenti al nostro tema. E’ un vero peccato, perchè disponeva di tutti i pezzi del puzzle. Se solo li avesse saputi mettere insieme…

Cominciamo dall’inizio. In generale, le industrie francesi e tedesche si concentrano su processi produttivi ad alta intensità di capitale. Processi che, per definizione, richiedono tempi di completamento più lunghi e, pertanto, vanno finanziati con prestiti a medio-lungo termine: questo accentua, per un verso, l’importanza relativa del tasso di interesse per le scelte imprenditoriale e, per altro, il potenziale distorsivo della manipolazione del tasso stesso. Inoltre, i processi in discorso, articolati su una pluralità di stadi, richiedono sia materie prime sia beni intermedi, il che rende praticabile la delocalizzazione per questi ultimi, anche in previsione di un trend valutario di lungo periodo come quello descritto. Sotto questo profilo, quindi, la convergenza franco-tedesca è dettata da fattori concreti, diversi dalla mera convenienza di Stato e banche.

Nondimeno, quest’ultima va pur sempre additata come il primum movens delle politiche nazionali, europee ed internazionali. Non per nulla, è il vero pilastro dell’Unione monetaria (diversamente da quanto sembra assumere il pur esimio articolista): le banche francesi e tedesche hanno macinato profitti con il carry trade sui prestiti nei Paesi del Sud, il cui sistema bancario, a sua volta, ha tratto beneficio da afflussi di capitali che non si sarebbero verificati affatto, senza l’apparente venir meno del rischio sovrano legato alla garanzia politica implicita nell’euro. Per quanto riguarda gli Stati, la riduzione degli interessi sul debito pubblico ha prolungato l’agonia di bilanci insostenibili e, soprattutto, le carriere di un’intera classe politica; è vero che i tassi sui Bund sono saliti con l’ingresso nell’euro, ma gli esportatori tedeschi hanno ottenuto una valuta più debole del marco, l’eliminazione del rischio di cambio e, soprattutto, la fine delle svalutazioni competitive. E le banche sono sempre contente quando i loro clienti prosperano, perché così possono spingerli a indebitarsi di più.

Manca completamente, nell’articolo in commento, il tema dei prezzi relativi e delle distorsioni conseguenti alla politica monetaria, o ai movimenti di capitali finanziari. Non per caso: l’Autore non conosce, o non condivide, la teoria Austriaca del ciclo. La quale ammonisce che la prosperità di oggi, in Germania, con ogni probabilità getta i semi della crisi di domani, mentre la crisi nel Sud Europa, se non fosse contrastata con tanto impegno, porrebbe termine a situazioni insostenibili, ricreando le condizioni per la prosperità duratura.

Manca, inoltre, un’analisi meno indulgente con i Paesi del Sud: il loro problema non è una semplice “mancanza di respiro industriale”, ma, semmai, una storica concentrazione in settori a bassa intensità di capitale, con un export sussidiato dalle svalutazioni competitive, a spese del resto della nazione. E su tale struttura produttiva hanno influito, nel corso dei decenni se non dei secoli, sia il peso di un Fisco rapace, sia una lunga tradizione di indebitamento pubblico, che ha drenato risparmi verso un settore statale decisamente sovradimensionato (il caso estremo è la Grecia; ma il Portogallo segue a ruota; e dell’Italia taccio). In simili condizioni, l’afflusso di capitali indotto dall’euro ha fatto gonfiare la “bolla” soprattutto in termini di eccesso di consumi, deficit commerciale e cattivi investimenti in settori tradizionali come l’immobiliare o le autovetture.

Peraltro, l’”effetto Ricardo” ha colpito sia nell’Europa del Sud sia in Germania: la diffusione endemica della c.d. “precarietà”, con un mercato del lavoro molto segmentato tra ipergarantiti e non tutelati, vede anche molti tedeschi cercar di sbarcare il lunario con i mini-job, che non offrono un salario sufficiente. Non disponendo di informazioni sufficienti in proposito, posso soltanto supporre che, anche in Germania, gli effetti distorsivi dell’inflazione concentrino gli investimenti nei settori ad alta intensità di capitale, dove appaiono più convenienti, mentre per gli altri (che comprendono, ad esempio, tutte o quasi tutte le imprese al dettaglio) la minor convenienza relativa ad investire in macchinari e innovazione ha portato ad un progressivo calo della produttività – e quindi dei costi massimi sostenibili – connesso ad un ricorso eccessivo alla forza-lavoro; inoltre, l’instabilità crescente del sistema economico rende sempre più difficile programmare un’attività imprenditoriale con carattere di stabilità. L’insieme di questi fattori fa sì che le imprese scarichino sui lavoratori, o almeno su alcune fasce, buona parte del rischio imprenditoriale e anche dell’incertezza, tramite contratti “mordi e fuggi”. Questo non è un bene: l’impresa, in condizioni fisiologiche, è una forma di cooperazione sociale, al pari del mercato. Ma la colpa non è dell’avido capitalista speculatore: l’avidità c’era anche prima! Si assumeva a tempo indeterminato, e si investiva in capitale reale, perché conveniva. Oggi, la distorsione del sistema produttivo è arrivata al punto di rendere non più conveniente quella che dovrebbe essere la normalità.

(Parentesi. Tempo indeterminato non dovrebbe comunque significare impossibilità di licenziare, o comunque di modificare i contratti se le cose vanno meno bene del previsto; lo strumento dei contratti di solidarietà non è nato per caso e consentirebbe una gestione non coercitiva delle crisi d’impresa, se non fosse che la politica monetaria, impedendo la deflazione, impedisce altresì che un taglio al salario nominale possa lasciar invariato, o quasi, quello reale).

All’interno di ogni Paese ci sono “i sommersi e i salvati” dall’inflazione, dall’euro, dalla crisi. Qualcuno vince, qualcuno perde. A volte si tratta di gruppi individuabili e anche dotati di una certa coscienza di classe: politici, banchieri, esportatori (ma già la categoria degli industriali, sotto questo profilo, non è omogenea). Ma il più delle volte non è così, perchè l’impatto della redistribuzione monetaria è percepito in misura diversa da ciascuno, secondo la propria valutazione soggettiva del potere d’acquisto.

Si badi che questo è vero per qualsiasi cartamoneta a corso forzoso, sia essa statale o sovranazionale.

Ma allora non basta dire – sebbene sia indubbiamente vero – che l’Eurozona non è adatta ad un’unione valutaria perchè le economie dei Paesi aderenti non sono omogenee: queste disomogeneità esistono e persistono anche all’interno dei singoli Stati; solo, su scala più vasta esse risultano più evidenti e meno gestibili. Perché ogni Stato, tradizionalmente, avvantaggia certi gruppi a scapito di altri, che però, ormai, vi si sono assuefatti: così, l’”interesse nazionale” dell’Italia è generalmente inteso come interesse di tutti (sic!) a incentivare gli esportatori tramite svalutazioni competitive, pagate dal resto della nazione. Che, tuttavia, non se ne lamenterebbe affatto.

Se così stanno le cose, allora il giudizio corrente sulla Uem dev’essere ribaltato. Laddove l’Europa si muove davvero unita – cioè nello sfruttamento del monopolio sulla cartamoneta e negli sforzi per costruire un sistema bancario su scala continentale, che possa, quindi, emettere ancor più mezi fiduciari – è inevitabile e, oserei dire, salutare una condanna senza appello. Ma la disunione da tutti lamentata, la contrapposizione di interessi tra Stati, o meglio, tra i gruppi che ciascuno Stato vorrebbe favorire, forse non è affatto un male. Forse è un bene. Dopotutto, rende espliciti giochi che prima passavano inosservati… e, soprattutto, attira l’attenzione sugli effetti Cantillon. La crisi sta facendo saltare l’illusione di un “interesse nazionale” unitario: potrebbe davvero emergere, nella percezione comune, la consapevolezza che tra Uem e monopolio statale sulla cartamoneta vi è solo una differenza di grado. A quel punto, forse i più si batteranno per prendere il controllo della macchina e decidere verso chi indirizzarne i benefici (è il caso dei “signoraggisti”); e almeno la lotta di classe del nostro tempo diverrebbe esplicita. Inoltre, qualcuno dovrà pur arrivare al passo successivo: se il popolo è una “comunità di interessi”, allora lo Stato nazionale non può rappresentarlo; posto pure che i diversi interessi non debbano condurre all’individuazione di popoli diversi, sarà possibile comporli in armonia solo se ciascun gruppo – omogeneo – può scegliere la moneta più adatta alle proprie esigenze. E la libertà monetaria farebbe il suo ingresso nell’agone politico.

Insomma, viva la Uem, perché è votata al suicidio! E perché il corso forzoso potrebbe essere una vittima collaterale.

Guido Ferro Canale

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Il Mercante (ovvero: L’ingegnere, II Parte)

Ven, 06/06/2014 - 08:00

Prima di procedere a considerare l’importanza di questa concezione di un’organizzazione razionale della società, sarà utile completare l’abbozzo della mentalità tipica dell’ingegnere con un abbozzo ancora più breve delle funzioni del mercante o del commerciante. Questo non solo deluciderà ulteriormente la natura del problema dell’utilizzazione della conoscenza dispersa fra molte persone, ma contribuisce inoltre a spiegare l’avversione che non solo l’ingegnere, ma la nostra generazione tutta mostra per ogni attività commerciale e la generale preferenza che è accordata oggi alla “produzione” rispetto ad attività definite, confondendo alquanto, come “distribuzione.”

Rispetto al lavoro dell’ingegnere, quello del commerciante è, in un senso, molto più “sociale,” cioè intrecciato con le libere attività delle persone. Egli rende possibile un passo in avanti verso la soddisfazione ora di un fine, ora di un altro, e difficilmente si preoccuperà mai dell’intero processo che serve un’esigenza finale. Ciò che lo interessa non è il raggiungimento di un particolare risultato finale dell’intero processo a cui partecipa, ma il migliore uso dei particolari mezzi di sua conoscenza.

La sua speciale conoscenza è quasi interamente la conoscenza delle circostanze particolari di tempo o luogo o, forse, una tecnica di accertamento di quelle circostanze in un dato campo. Ma benchè questa conoscenza non sia di un genere che può essere formulato nelle proposte generiche o acquistato una volta per tutte, e comunque, in un’era scientifica, è per quel motivo considerata come conoscenza di un genere inferiore, è per ogni scopo pratico meno importante della conoscenza scientifica.

E mentre è forse immaginabile che ogni conoscenza teorica potrebbe essere raccolta nelle teste di pochi esperti ed essere così messa a disposizione di una singola autorità centrale, è questa conoscenza del particolare, delle circostanze momentanee del momento e delle condizioni locali, che non esisterà mai in altro modo che dispersa fra molte persone. La conoscenza di quando un materiale o una macchina particolare possono essere utilizzati più efficacemente, o dove possono essere ottenuti più rapidamente o più economicamente, è abbastanza importante per la soluzione di un’operazione particolare quanto la conoscenza di quale sia il materiale o la macchina migliore per lo scopo. Il genere precedente di conoscenza ha poco a che fare con le proprietà permanenti di categorie di oggetti che l’ingegnere studia, ma è la conoscenza di una particolare situazione umana. Ed è come persona la cui funzione è di tenere conto di questi fatti che il commerciante entrerà costantemente in conflitto con gli ideali dell’ingegnere, con i cui programmi interferisce provocando quindi la sua avversione. [1]

Il problema di assicurare un uso efficiente delle nostre risorse è così in gran parte il problema di come questa conoscenza delle particolari circostanze del momento possa essere utilizzata al meglio; e il compito che impone al progettista di un ordine razionale della società è di trovare un metodo con cui questa conoscenza ampiamente dispersa possa essere raccolta nel modo migliore. Fa una Petitio Principii, come succede di solito, per descrivere questo compito come efficace utilizzo delle risorse “disponibili” per soddisfare i bisogni “esistenti”. Nè le risorse “disponibili” nè i bisogni “esistenti” sono fatti obbiettivi come quelli di cui l’ingegnere si occupa nel suo campo limitato: non possono mai essere direttamente conosciuti in tutti i dettagli rilevanti per un singolo corpo di progettazione. Le risorse ed i bisogni esistono per scopi pratici soltanto attraverso qualcuno che li conosca, e sarà conosciuto infinitamente di più da tutte le persone insieme di quanto può essere noto all’autorità competente. [2]

Il mercato

Una soluzione di successo non può quindi essere basata su di un’autorità che si occupa direttamente di fatti obbiettivi, ma dev’essere basata su un metodo di utilizzazione della conoscenza dispersa fra tutti i membri della società, conoscenza di cui in qualsiasi caso particolare l’autorità centrale non saprà solitamente né chi la possiede né se esista affatto. Non può quindi essere utilizzata coscientemente integrandola in un tutto coerente, ma soltanto attraverso un certo meccanismo che delegherà le particolari decisioni a coloro che la possiedono, e che per quello scopo li rifornirà di informazioni sulla situazione generale così come gli permetterà di fare il miglior uso delle sole circostanze particolari che conoscono.

Questa è precisamente la funzione che i vari “mercati” espletano. Benché ogni loro parte conosca soltanto un piccolo settore di tutte le possibili fonti di rifornimento o degli usi di un prodotto, tuttavia, direttamente o indirettamente, le parti sono così interconnesse che i prezzi registrano i risultati netti rilevanti di tutti i cambiamenti che interessino domanda od offerta. [3] È come uno strumento per la comunicazione a tutti gli interessati ad un particolare prodotto delle relative informazioni, in forma ridotta e condensata, poiché i mercati ed i prezzi devono essere visti se vogliamo capire la loro funzione. Aiutano ad utilizzare la conoscenza di molte persone senza il bisogno in primo luogo di raccoglierla in un singolo corpo e rendono quindi possibile quella combinazione di decentralizzazione delle decisioni e di aggiustamento reciproco di queste decisioni che troviamo in un sistema competitivo.

Nel puntare ad un risultato che deve essere basato, non su un singolo corpo di conoscenza integrata o di ragionamento collegato che il progettista possiede, ma sulla conoscenza separata di molte persone, l’operazione dell’organizzazione sociale differisce fondamentalmente da quella dell’organizzazione di risorse materiali date. Il fatto che nessuna mente può conoscere più di una frazione di ciò che è noto a tutte le menti individuali pone dei limiti a quanto la direzione cosciente può migliorare i risultati di processi sociali inconsci. L’uomo non ha progettato deliberatamente questo processo ed ha cominciato a capirlo soltanto molto tempo dopo che questo si fu sviluppato. Ma che qualcosa che non solo non fa affidamento sul controllo intenzionale per il proprio funzionamento, ma che neppure è stato progettato deliberatamente, potrebbe determinare risultati desiderabili, che non potremmo determinare in altro modo, è una conclusione che lo scienziato naturale sembra trovare difficile da accettare.

È perché le scienze morali tendono a mostrarci queste limitazioni al nostro controllo cosciente, laddove il progresso delle scienze naturali estende costantemente il suo campo, che lo scienziato naturale si trova così frequentemente in rivolta contro l’insegnamento delle scienze morali. L’economia, in particolare, dopo essere stata condannata per aver impiegato metodi diversi da quelli dello scienziato naturale, si trova doppiamente condannata perché sostiene di mostrare i limiti della tecnica con cui gli scienziati naturali estendono continuamente la nostra conquista e padronanza della natura.

Di Friedrich von Hayek

Tradotto da Flavio Tibaldi

Tratto da La Voce del Gongoro

Link Alla Prima Parte

Link Alla Terza ed Ultima Parte [Attivo dalla settimana prossima, NdR]

___________________________

Note

[1] Cfr. su questi problemi il mio saggio ”The Use of Knowledge in Society,” American Economic Review, XXXV, no. 4 (settembre 1945), ristampato in Individualism and Economic Order, Chicago, 1948, pp. 77-91.

[2] È importante ricordarsi a questo proposito che gli aggregati statistici sui quali spesso si suggerisce che l’autorità centrale potrebbe contare per le sue decisioni, sono sempre arrivati mediante un intenzionale disinteresse delle circostanze particolari di tempo e luogo.

[3] Cfr. a questo proposito la discussione indicativa sul problema in Goldwanderungen di K. F. Mayer,, Jena, 1935, pp. 66-68 ed anche l’articolo “Economia e Conoscenza” del presente autore in Economica, febbraio 1937, ristampato in Individualism and Economic Order, Chicago, 1948, pp. 33-56.

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Scienza economica e metodo austriaco – Prefazione

Mer, 04/06/2014 - 18:41

Con grande piacere, riceviamo e pubblichiamo dalla libreria San Giorgio la prefazione, curata da Piero Vernaglione, alla traduzione italiana di Economic Science and Austrian Method di Hans Hermann Hoppe.

PREFAZIONE

Hans-Hermann Hoppe è uno dei massimi esponenti della teoria libertaria contemporanea. La sua versione anarco-individualista del libertarismo non rappresenta solo un’impostazione radicale nell’ambito del pensiero politico, ma anche una sfida al dominante modello positivista-empirista degli specialismi disciplinari. Evocando, più o meno consapevolmente, l’archetipo rinascimentale dell’unitarietà dei saperi, Hoppe propone l’ardito progetto di un’epistemologia che non rimanga circoscritta al proprio ambito disciplinare, ma che rappresenti anche il fondamento dei contenuti filosofico-politici.

Dei tre saggi qui tradotti per la prima volta in Italia, i primi due derivano da interventi svolti alla “Advanced Instructional Conference on Austrian Economics” organizzata dal Ludwig von Mises Institute e tenutasi nel giugno del 1987 all’università di Stanford; il terzo fu scritto nel 1993. Essi racchiudono complessivamente tutti gli elementi che costituiscono l’elaborata epistemologia di Hoppe. Relativamente alla quale, l’approfondimento del metodo aprioristico della prasseologia di Ludwig von Mises costituisce un tassello di un più ampio schema dottrinale.

Il primo scritto riassume i fondamenti della prasseologia: l’assioma dell’azione, con le relative categorie, e la successiva deduzione delle leggi economiche, equiparate alle kantiane ‘proposizioni sintetiche a priori’. Il secondo saggio si concentra sulle critiche al metodo empirico nelle scienze sociali e sulle indebite commistioni fra teoria e storia.

Il terzo saggio, oltre a ricapitolare la controversia fra metodo Austriaco e metodo sperimentale, contiene l’importante novità proposta da Hoppe: la prasseologia come fondamento dell’epistemologia. Accanto all’assioma dell’azione viene posto un secondo assioma, mutuato da Karl O. Apel: l’“a priori dell’argomentazione”. Tale assioma afferma che qualsiasi questione relativa a ciò che è giusto o ingiusto, vero o falso, valido o non valido, sorge ed è decidibile solo se gli individui possono scambiarsi asserzioni. Le idee stesse di giustizia, verità o validità, i loro fondamenti, la loro applicazione a tutti i campi del sapere, possono definirsi ed eventualmente affermarsi solo nell’ambito di una discussione. Tale assioma è vero a priori in quanto chiunque lo negasse farebbe ciò attraverso un’affermazione, confermando automaticamente la validità dell’assioma. Non si può affermare che non si possono fare affermazioni. La “trappola” logica escogitata dall’autore consiste nell’evidenziare la contraddittorietà insita nella negazione di uno strumento che si utilizza, e che non si può non utilizzare. Il metodo è del tipo “legge di contraddizione”: l’atto di negare la legge presuppone la sua validità.

Per l’a priori dell’argomentazione non è possibile una ulteriore dimostrazione: è un punto di partenza assoluto, non si può trovare un argomento antecedente che lo fondi. E, come per l’assioma dell’azione, la sua conoscenza non deriva dall’osservazione ma dalla riflessione. I due assiomi, dell’azione e dell’argomentazione, sono intimamente correlati, ma non è possibile stabilire una rigida relazione gerarchica fra i due. È vero infatti che l’argomentare rappresenta una sottoclasse dell’azione; ma l’identificazione dell’azione è possibile solo grazie all’argomentare.

Il riconoscimento dei vincoli prasseologici sulla struttura della conoscenza ha un’implicazione importante, e notevolmente eterodossa rispetto al razionalismo tradizionale ereditato da Leibniz e Kant: non vi è scissione fra categorie mentali e struttura della realtà, e dunque è salvata la tesi razionalista circa la possibilità di proposizioni vere a priori sul mondo reale. Il che riafferma, in contrapposizione al programma di ricerca empirista-positivista, l’assunto razionalista secondo il quale le leggi della logica – a partire da quella proposizionale: “e”, “o”, “se-allora” – sono leggi della realtà e non mere convenzioni verbali.

Sebbene lo sviluppo finale di tale impianto non sia esplicitamente contenuto in tale saggio, è opportuno accennare agli esiti filosofico-politici del percorso di Hoppe. Dal concetto chiave dell’argomentare, del confronto dialettico, con metodo assiomatico-deduttivo, il medesimo della prasseologia, vengono ricavate alcune conclusioni inconfutabili. Infatti, l’argomentare in sé costringe il soggetto protagonista ad accettare alcune verità per il solo fatto di discutere; perché l’azione del discutere incorpora delle precondizioni irrinunciabili, che non possono essere negate dall’attore, dal momento che la loro veridicità è già implicata nel fatto stesso di produrre un argomento. È questa conseguenza fondamentale dell’a priori dell’argomentazione che consente ad Hoppe di derivare, sempre a priori, le proposizioni vere, tra cui i princìpi etici che definiscono i vincoli nel campo della filosofia politica. Autoproprietà, proprietà sui beni fisici, principio di appropriazione originaria, assioma di non-aggressione e tutti gli altri elementi che costituiscono la teoria libertaria vengono edificati sul fondamento epistemologico ora esplicitato.

Ma c’è di più. Andando oltre l’orizzonte metodologico di autori libertari pur caratterizzati da un fondazionismo “forte”, come ad esempio Murray N. Rothbard, Hoppe non limita la prasseologia alla natura avalutativa assegnatale dalla Scuola Austriaca di economia. Non solo utilizza il criterio delle “preferenza rivelate” e l’ottimalità paretiana per asserire la superiorità del libero mercato in termini di utilità, ma compie un’operazione epistemologicamente ancora più azzardata per i canoni moderni: salda economia politica e filosofia politica, dunque elemento descrittivo ed elemento normativo, attraverso il concetto di proprietà privata. La scarsità delle risorse impone l’assegnazione di diritti di controllo esclusivo – diritti di proprietà – sui beni, per evitare conflitti. La proprietà diventa così un concetto normativo, nel senso che nasce dalla stipulazione di regole di condotta (norme) relative alle risorse scarse, così da consentire un’interazione sociale non conflittuale.

Non è chi non veda l’ambizione, oltre all’eterodossia, dell’intero progetto intellettuale di Hoppe, che si contrappone naturaliter anche al relativismo dominante nelle tradizioni di ricerca contemporanee. L’impostazione deontologica austrolibertaria rappresenta, a differenza di queste, una trincea molto più sicura a difesa della libertà individuale.

Piero Vernaglione

Scienza economica e metodo austriaco

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Oro, pace e prosperità – parte II

Mer, 04/06/2014 - 07:00

Seconda di cinque puntate con la traduzione integrale del trattato Gold, Peace and Prosperity di Ron Paul.

* * *

COME LA NOSTRA MONETA E’ STATA DISTRUTTA

La transizione degli Stati Uniti dal gold coin standard ad un sistema regolamentato di valuta a corso forzoso è stata lenta e incostante, ma avvenne come risultato di una decisione deliberata del Congresso. Gran parte degli intellettuali nel corso degli ultimi cinquant’anni non ha sfidato questo cambiamento; invece, lo ha applaudito. Sono lontani i giorni di quei Padri Fondatori che, nel Mint Act del 1792, decretarono la pena di morte per qualunque ufficiale o dipendente della Zecca avesse svalutato il conio degli Stati Uniti.

“Senza quel meccanismo di controllo automatico insito nello standard aureo”, scrisse il Prof. William Quirk nella New Republic, “le amministrazioni Nixon e Carter riuscirono, in un periodo sorprendentemente breve, a trasformare l’un tempo potente Dollaro in banconota del Monopoli.”

Fortunatamente per noi ed i nostri figli, una riforma del sistema monetario può avvenire velocemente e col minimo disordine, se solo fossimo pronti ad accettare quei fondamenti di una società libera che permetterebbero a un nuovo sistema monetario di funzionare e ad una economia da tempo violentata di ristabilirsi prontamente. Di seguito una breve storia del nostro declino monetario.

1. IL GOLD COIN STANDARD [5]
Il gold coin standard, sebbene adottato in modo imperfetto, permise nel XIX secolo una eccezionale crescita economica accompagnata da un calo dei prezzi. Nel corso dei sessantasette anni dall’abolizione dello standard aureo l’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 625%; nei sessantasette anni precedenti il 1913 invece, sotto l’imperfetto gold coin standard, esso crebbe soltanto del 10%. Nel Manifesto Comunista del 1848 Karl Marx spronava la “centralizzazione del credito nelle mani dello Stato, tramite una banca nazionale a capitale pubblico e monopolio esclusivo.” Sessantacinque anni dopo gli U.S.A. ne seguirono il consiglio ed approvarono il Federal Reserve Act del 1913. Quasi un secolo prima Daniel Webster criticò aspramente una siffatta banca centrale:

“Che tipo di istituzione è mai questa? Sembra meno una banca di un dipartimento del governo: proprio il dipartimento della valuta cartacea… Ogni qualvolta delle banconote non sono convertibili in oro e argento secondo la volontà del possessore, il loro valore diviene inferiore a quello dell’oro e dell’argento. Tutti gli esperimenti di questo tipo sono giunti allo stesso risultato: è una realtà così evidente, ed a tal punto universalmente accettata, che sarebbe una perdita di tempo soffermarvisi oltre. La svalutazione potrà non essere percepita nei primi giorni, o settimane, in cui avviene; sarà poi riconosciuta come aumento dell’offerta monetaria, per essere subita infine come aumento dei prezzi al consumo. Il mezzo di scambio impiegato in una società dedita al commercio deve essere tale da costituire il mezzo circolante anche in altre società analoghe, o comunque prestarsi ad essere convertito nel secondo senza perdite. Non solo deve potersi usare nei pagamenti tra i componenti della stessa società e nazione, ma anche compensare lo sbilancio commerciale tra differenti nazioni. Deve avere valore all’estero tanto quanto entro i confini ed essere in grado di risolvere i debiti tanto domestici quanto esteri. Solo i metalli preziosi possono assolvere questa funzione; essi soltanto, perciò, sono moneta e qualunque altra cosa che funga da moneta dovrà intendersi soltanto come loro rappresentante, sempre pronta ad essere convertita in metallo su richiesta del possessore… Sarebbe del tutto imperdonabile se, dopo tanta esperienza ed altra ancora di fronte a noi, continuassimo a sostenere un sistema che comporti inevitabilmente tutta quella teoria di miserabili artifizi di finanza distorta ed insolvibilità dei conti pubblici, tra cui il deprezzamento della valuta cartacea e le leggi di corso forzoso, il cui capolinea è la totale bancarotta.”

2. IL GOLD BULLION STANDARD [6]
Sebbene il nesso causale rimase incompreso per decenni, fu proprio il Federal Reserve Act a rendere possibile la massiccia inflazione valutaria indispensabile al finanziamento del tragico ingresso U.S.A. nella I Guerra Mondiale. La depressione del 1921 ne fu il corollario.

Un’inflazione ancor maggiore da parte della Federal Reserve negli anni ’20, combinata ad un interventismo economico di entrambe le amministrazioni democratica e repubblicana, provocarono il crash del 1929 trascinandolo nella Grande Depressione degli anni ’30.

Con quella legge del 1913 si autorizzava una copertura aurea del 40% soltanto delle banconote della Federal Reserve e di appena il 35% dei depositi delle banche commerciali presso la prima. Il solo fatto che la copertura aurea non fosse pari al 100% dell’offerta valutaria era prova di come i banchieri centrali stessero pianificando ulteriore inflazione.

Se un paese avviasse un’inflazione valutaria in regime di standard aureo, l’oro fluirebbe fuori dalle casse del Tesoro limitando lo spazio di manovra del governo. Poiché un vero standard aureo dà a ciascuno di noi il potere di arginare i tentativi del governo di inflazionare, controllare l’economia, fare deficit e ingaggiare guerre dissennate, i pianificatori centrali dovettero abbattere la fondamentale libertà statunitense di possedere oro. Ciò fu fatto grazie al Gold Reserve Act del 1934, con cui si rendeva fuorilegge la proprietà privata di oro e l’uso della clausola d’oro nei contratti, oltre ad abolire il gold coin standard per sostituirlo con uno artificiale basato sul lingotto e destinato a durare appena dieci anni.

Dal 1933 il Dollaro ha perso più del 93% del proprio potere d’acquisto in termini di oro. Sebbene molti, persino negli anni ’30, avessero predetto come l’abbandono di una valuta redimibile avrebbe portato a stagnazione economica, il gold bullion standard rappresentò soltanto un primo passo nella direzione sbagliata: le inevitabili conseguenze dovevano ancora manifestarsi.

Poiché era interesse di politici assetati di potere la distruzione di quel sistema che dava alla persona comune, non a loro, il controllo sul sistema monetario, essi non si fecero attendere nello sposare le tesi inflazionistiche di certi intellettuali. Come risultato, detto sistema fu da loro consegnato nelle mani di banchieri e burocrati, oltre alle proprie.

“Il Sistema di Federal Reserve fu introdotto”, afferma il Prof. Paul Samuelson, “contro la forte opposizione dei banchieri.”
Invero, la Fed fu istituita dietro pressioni della American Bankers Association e dei maggiori banchieri del paese, tra cui J.P. Morgan e Paul Warburg, per proteggere il settore bancario dai fallimenti e fornire una valuta “più elastica”. In altre parole, per promuovere inflazione valutaria a beneficio di banchieri e grandi imprese. Questi ultimi erano altresì attivi nel promuovere ‘riforme bancarie’ attraverso la National Civic Federation, l’organizzazione del commercio delle grandi imprese. Tra i contrari alla Fed, come nota Richard Johns, fu la National Association of Manufacturers, al tempo composta soprattutto da piccoli imprenditori. Nelle parole del presidente di una grossa compagnia ferroviaria citato da Johns, la Federal Reserve era necessaria per fornire “un controllo intelligente sulla situazione del credito, tramite un consiglio di illustri banchieri sotto la supervisione del governo.”
“Non vi è mezzo più sottile e sicuro, per stravolgere le fondamenta di una società, del corromperne la valuta” scrisse Keynes nel 1919. “Il processo mette in moto ogni legge economica nella sua accezione distruttiva e lo fa in un modo che manco un uomo su un milione potrà diagnosticare.”

L’istituzione del gold bullion standard non fu di per sè la causa della distruzione del sistema monetario, ma piantò molti dei semi che la provocarono. Proibire la proprietà privata di oro e rendere illegale la clausola d’oro nei contratti non solo rappresentava una violazione dei diritti costituzionali, ma eliminava anche l’ultimo baluardo del pubblico a protezione da governi inaffidabili e spendaccioni.

Gran parte degli statunitensi si piegò alla confisca dell’oro ed al maggior interventismo del governo nell’economia. Il Prof. Murray Rothbard scrisse: “Tra i motivi per cui nel 1933 al governo riuscì così facile la confisca dell’oro fu che, a quel tempo, la propaganda di regime tanto si era impegnata da fare in modo che soltanto in pochi stessero davvero usando monete d’oro nella vita quotidiana. Non adoperando più oro, i più pensarono che non ne avrebbero sentito la mancanza. Questa dovrebbe servire come lezione per tutti: se riuscissimo a tornare ad un vero standard aureo, sarebbe necessario lo sforzo per abituare il pubblico ad un uso quotidiano.”

Quel sistema di Stato sociale e corporativo, a cui era necessaria l’eliminazione di ogni tipo di standard aureo, era saldo al potere già entro la fine degli anni ’30. Pochi decenni dopo, la sua crescita unita a campagne militari oltreconfine avrebbe richiesto l’abolizione totale di ogni vincolo sulla classe politica e sul suo potere di stampare valuta indiscriminatamente.

Dopo la II Guerra Mondiale gli U.S.A. restavano una nazione ricca, soprattutto rispetto a quelle spazzate dalla guerra, e l’oro continuò a fluire entro i suoi confini fino al 1948. Ciò accadde non grazie, ma nonostante le politiche monetarie del governo: la rimozione dei controlli sull’economia tipici del periodo bellico, l’assenza di buona parte delle regolamentazioni e tasse che oggi ci schiacciano, unitamente al taglio del 75% sulla spesa del governo federale portarono ad una crescita reale laddove altri paesi rimasero più o meno stabili.

L’enorme quantità d’oro accumulata presso il Tesoro U.S.A. di allora fornì un’eccellente opportunità per il ritorno ad un gold coin standard: ciò avrebbe evitato tutte quelle successive inflazioni che tanto gravemente hanno minato la nostra libertà e prosperità, come a quel tempo puntalizzò il deputato Howard Buffett del Nebraska. Fu proprio questi ad abbozzare il disegno di legge per reintrodurlo, ma la proposta restò ignorata.
I nostri leader scelsero invece di riunirsi a Bretton Woods per stringere un accordo con banchieri esteri e, così facendo, mettere gli Stati Uniti sul sentiero del disastro.

3. IL GOLD EXCHANGE STANDARD [7]
La rifoma monetaria pianificata a Bretton Woods, New Hampshire, nel luglio 1944 voleva essere permanente. Durò appena 27 anni.
Harry Dexter White, direttore del reparto ricerche monetarie del Tesoro, presenziò quale rappresentante del governo U.S.A. (e fu più tardi riconosciuto come membro di alto livello del Partito Comunista).

A questa conferenza finanziaria delle Nazioni Unite il gold bullion standard fu alterato in quanto non consentiva la distruzione monetaria ad un passo sufficientemente rapido. Benché salutato come un miglioramento, il nuovo sistema fu soltanto un trucco per istituzionalizzare un’inflazione a lungo termine e l’ulteriore trasferimento di potere nelle mani di politici e banchieri. Fu anche il mezzo per finanziare la recente politica estera interventista: gonfiando il credito e stampando valuta dal nulla. Inoltre, l’instabilità politica e le distorsioni economiche interne dovevano essere ridotte esportando fuori confine gran parte dell’inflazione.

Quarantaquattro paesi sottoscrissero l’istituzione di una Banca Mondiale e di un Fondo Monetario Internazionale che iniziarono ad operare nel 1946, sotto il ‘nuovo’ gold exchange standard. Ciò permise al Dollaro, millantato come ‘buono quanto l’oro’ di scalzare quest’ultimo dal ruolo di valuta di riserva internazionale.

Il fine dichiarato del nuovo sistema fu “il mantenimento della stabilità nei cambi e lo stimolo dell’attività economica mondiale”, nient’altro che un Sistema di Federal Reserve su scala internazionale. Il Dollaro, quotato a 1/35 di oncia d’oro, era divenuto corso legale in pagamento di qualunque debito tra paesi.

Il piano sembrò fattibile a molti, soprattutto perché gli U.S.A. possedevano più di 700 milioni di once d’oro: ben il 75% di tutto il metallo giallo detenuto dai governi del mondo. Ciò che i sostenitori non compresero fu la natura dei politici e di altri personaggi assetati di potere: l’azione umana di rado segue le ricette dei libri di economia degli interventisti.

In conseguenza di tale accordo l’oro smise di fluire da e verso gli U.S.A. a saldo delle differenze nella bilancia commerciale, eliminando così una caratteristica essenziale di un sano sistema economico.
I nostri esperti avrebbero dovuto saperlo: il gold exchange standard era già stato sperimentato in passato: nel 1922 un’analoga farsa fu escogitata alla Conferenza di Genova, nel disperato tentativo di nascondere gli effetti negativi dell’inflazione, senza tuttavia riuscire a fermarla. L’accordo prevedeva che Dollaro e Sterlina fossero accettate come valuta di riserva e considerate alla stregua di oro.

La Conferenza di Genova in nessun modo riuscì a impedire la disperazione e le sofferenze che giunsero con la depressione degli anni ’30. Dollari e sterline venivano stampati e poi prestati, restando però entro i confini dei paesi d’origine nonostante fossero iscritti negli attivi di bilancio di banche centrali estere, e da queste usati come base su cui inflazionare la propria valuta, ‘sterilizzandone’ così l’inflazione. Quando nel 1929 questa instabile piramide di credito crollò, subentrò la Grande Depressione. Jacques Rueff, nel suo mirabile The Monetary Sin of the West, descrive i pericoli del gold exchange standard: “L’interminabile circuito di dollari e sterline tra i paesi europei e quelli oltremare, da cui provenivano, ridusse il sistema monetario internazionale ad un mero gioco delle tre carte.” La cosa non è diversa da quanto accaduto col riciclaggio dei soldi del petrolio arabo che, da New York, finivano ai paesi del III mondo, poi di nuovo ai paesi arabi in pagamento del petrolio etc., in un sistema di controllo valutario a corso forzoso.

Il fatto che la più recente versione del gold exchange standard sia durata più di quella degli anni ’20, e che la raffazzonata politica monetaria ne abbia ritardato l’esito inevitabile, non dovrebbe illuderci: le modalità di liquidazione finale del debito potranno differire da quelle degli anni ’30, ma non essere evitate. Temo che il ritardo e il grado di sofisticatezza odierni nell’inflazionare porteranno solo a stravolgimenti economici più grandi e nefasti, probabilmente in forma di totale svalutazione con inflazione galoppante, a meno che non torniamo ad un sistema monetario sano.

Per poter funzionare il gold exchange standard avrebbe richiesto che il soggetto responsabile del Dollaro si rifiutasse di aumentarne l’offerta. A nessuno può essere affidata una simile responsabilità: la tentazione di creare nuova moneta è sempre troppo grande.

Anche se i governi continuano ad affermare di star creando ricchezza a beneficio dei meno fortunati, una breve indagine rende evidente come nessuna ricchezza possa mai prodursi tramite moltiplicazione di unità valutarie. Con l’inflazione la ricchezza può soltanto essere trasferita, non creata, e di solito ciò avviene dai più poveri ai più potenti.

Quando si avviò deliberatamente l’espansione monetaria per ‘stimolare’ l’economia domestica e finanziare i deficit della bilancia commerciale, la disintegrazione del gold exchange standard fu soltanto questione di tempo. Nessuno poteva predirne la data esatta ma, nel giorno della firma del trattato, Henry Hazlitt ed il deputato Howard Buffett indicarono con precisione quali sarebbero stati i risultati. L’obiettivo di Bretton Woods, suggerì Hazlitt nel 1944, è “di rendere il ricorso all’inflazione semplice, poco visibile e soprattutto rispettabile”.

Serve molto tempo, persino in caso di forte espansione valutaria, per convincere il mondo che un paese con più di 700 milioni di once d’oro possa arrivare al punto da non riuscire più a far fronte ai propri obblighi valutari. L’affermazione per cui la potenza industriale statunitense sarebbe stata in grado di sorreggere il Dollaro si rivelò inconsistente il giorno in cui le cambiali su oro furono impugnate.
La posizione sempre più debole del Dollaro rimase celata per gran parte degli anni ’50, ma negli anni ’60 divenne ovvia a tutti. Si applicarono delle pezze ai buchi del sistema, con effetto puramente temporaneo.

Le riserve di oro che la Federal Reserve manteneva a copertura delle banconote inflazionate erano calate, nel 1945, dal 35% al 25%. Pur di protrarre la frode dell’inflazione, si restò a guardare fino a che nel 1968 tale percentuale si ridusse a zero; già nel 1965 il requisito di riserva in oro era stato revocato per le passività a vista della Federal Reserve. Le aste di oro del Tesoro, il sistema di quotazioni dell’oro ‘a due velocità’ e lo strumento della ‘riserva aurea’ internazionale non poterono nulla per ristabilire l’ordine valutario o ridare confidenza in un Dollaro in declino, tranne per periodi di tempo miseramente brevi. Nessuna soluzione funzionò poiché nessun governo può violare le leggi dell’azione umana e dell’economia [8]: semplicemente, non si può affidare ai politici la gestione monetaria. Il sistema di Bretton Woods morì, alla veneranda età di 27 anni, il 15 agosto 1971 quando il Presidente Nixon chiuse la ‘finestra sull’oro’ e si rifiutò di riscattare in metallo i dollari detenuti dai paesi esteri. La strada dell’inflazione galoppante fu aperta, con gran gioia di burocrati, politici, banchieri internazionali, grandi imprese e qualche sindacalista. Era nata l’epoca delle valute a corso forzoso irredimibili.

4. LO STANDARD A VALUTA IRREDIMIBILE
Com’era da aspettarsi, questo ‘nuovo’ standard (di fatto, antico quanto l’Assignat francese o il Continentale statunitense) ispirò scarsa fiducia nella comunità internazionale. Gran parte degli statunitensi, sfortunatamente, lo ignorò. Sparuti gruppi di sostenitori della moneta-merce furono i soli a impegnarsi per promuovere l’ordine in campo monetario, ma restarono giocoforza estranei all’estabilishment. Quanti beneficiavano dall’inflazione non avrebbero certo ripudiato quel sistema corrotto che aveva dato loro ricchezza e potere.

Quando Nixon dichiarò che i detentori esteri di dollari non avrebbero più potuto redimerli in oro il gold exchange standard subì una fine impietosa. Esso rese possibile il finanziamento della guerra in Vietnam e della Grande Società, oltre a un’ondata di malinvestimenti nel settore produttivo. Il peggio tuttavia doveva ancora arrivare.

Il Dollaro morì il 15 agosto 1971: a partire da questa data perse del tutto quell’indipendenza un tempo accordatale dai mercati esteri. Col Dollaro divenuto una semplice valuta irredimibile a corso forzoso, le nuove regole in campo valutario aprirono la strada ad ulteriore inflazione, instabilità economica ed alla totale perdita di confidenza nella divisa statunitense. Quando il prezzo dell’oro triplicò nel giro di un anno, gli effetti di tanta sfiducia apparvero evidenti; nel nostro quotidiano assisteremmo ad un aumento altrettanto diffuso e rapido dei prezzi al consumo nel caso in cui la perdita di confidenza nel Dollaro toccasse la proverbiale casalinga media. Ciò accadrà prima o poi: forse nel futuro prossimo, nonostante nessuno conosca la data precisa.

Gli Accordi Smithsonian, seguiti alla chiusura della finestra sull’oro, furono addirittura peggiori dei precedenti e destinati a fallire in un tempo ancor più breve.
Dal 1971 il prezzo dell’oro in dollari è aumentato più di venti volte tanto; l’indice dei prezzi al consumo è salito del 79%, l’aggregato monetario M1 del 63%, quello M2 del 102% e il deficit nella bilancia commerciale del 1.146%. Tutto ciò testimonia un’epoca in cui ancora si crede che la ricchezza possa venirci incontro senza alcuno sforzo produttivo.
Come scrisse Samuel Johnson in The Rambler, “L’errore diffuso dell’umanità è il non voler accettare le condizioni che portano al benessere”. Molti sono schiacciati dallo scontro tra etica del lavoro e dello Stato sociale, tra moneta onesta e disonesta, tra realtà e fantasia.

(Vai alla Parte I)

 

NOTE:

[5] Con l’espressione gold coin standard si intende quel sistema monetario in cui l’unità di riferimento è una quantità fissa di massa d’oro. Esso è caratterizzato da libera circolazione sia di monete d’oro che di banconote d’emissione privata, quest’ultime con funzione di ricevuta su oro e pagabili a vista al portatore. [NdT]

[6] Con gold bullion standard si intende quel sistema monetario in cui la valuta nazionale, per legge, può essere riscattata soltanto in lingotti d’oro ad un cambio fisso stabilito dal governo. Il gold bullion standard di fatto pose fine all’uso di monete d’oro negli scambi quotidiani del pubblico, relegando il metallo a una funzione di riserva nei caveau delle banche centrali e commerciali. [NdT]

[7] Con gold exchange standard si intende quel sistema monetario imposto da numerosi governi occidentali a ulteriore restrizione del precedente: a poter redimere il Dollaro U.S.A. in lingotti d’oro, ad un cambio fisso stabilito dal governo federale, restavano ormai solo i governi e le banche centrali estere. [NdT]

[8] A quarant’anni di distanza la lezione non è stata ancora appresa: stiamo infatti assistendo ad un progressivo impoverimento delle società in paesi inflazionisti e indebitati, quali l’Italia, tramite un’emorragia di oro simile a quella occorsa tra U.S.A. e Francia negli anni ’60. [NdT]

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Le fondamenta politiche della pace

Lun, 02/06/2014 - 08:00

Si potrebbe pensare che in seguito all’esperienza della Guerra Mondiale, la visione della pace perpetua come necessità sia diventata molto più comune. Tuttavia, ancora oggi non è stato compreso né che la pace perpetua può essere raggiunta soltanto materializzando il programma liberale e tenendovi fede in maniera costante e consistente, né che la Guerra Mondiale non fu altro che la naturale e necessaria conseguenza delle politiche antiliberali degli ultimi decenni.

 Slogan insensati ed incoscienti fanno del capitalismo il responsabile ultimo della guerra, mentre il collegamento fra quest’ultima e la politica di protezionismo è chiaramente evidente e – come risultato di ciò che certamente è una grave ignoranza dei fatti- la tariffa doganale viene identificata, subito, con il capitalismo. La gente dimentica che, soltanto poco tempo fa, tutte le pubblicazioni di matrice nazionalistica erano colme di violente diatribe contro il capitale internazionale (“capitale finanziario” e il “fondo internazionale dell’oro”) perché non era legato ad un paese, perché si opponeva alle tariffe doganali, perché avverso alla guerra ed incline alla pace. È del tutto assurdo ritenere l’industria bellica responsabile per lo scoppio della guerra: essa è sorta ed è cresciuta sino ad una grandezza considerevole in quanto i governi e le persone inclini alla guerra desideravano armi. Sarebbe davvero assurdo supporre che le nazioni svoltarono verso politiche imperialiste per fare un favore ai produttori di armi. L’industria bellica, come ogni altra, è nata per soddisfare una domanda. Se le nazioni avessero preferito altro rispetto ai proiettili e agli esplosivi, allora i proprietari delle fabbriche avrebbero prodotto ciò, invece dei materiali utili alla guerra.

Si può assumere che il desiderio di pace sia oggi universale, ma le genti del mondo non hanno le idee totalmente chiare su quali condizioni andrebbero soddisfatte per assicurare tale fine.

 Se la pace non deve essere intaccata, tutti gli incentivi all’aggressione dovrebbero essere eliminati. Deve essere stabilito un equilibrio mondiale in cui le nazioni ed i gruppi nazionali siano così soddisfatti delle condizioni di vita al punto di non sentirsi spinti a fare ricorso al disperato espediente della guerra. Il liberale non si aspetta l’abolizione della guerra tramite prediche e moralismi, bensì cerca di creare le condizioni sociali in grado di eliminarne le cause.

 Il primo requisito in tal senso è la proprietà privata. Se anche in tempi di guerra la proprietà privata dovesse essere rispettata obbligatoriamente e, quindi, se il vincitore non fosse autorizzato ad appropriarsi dei beni altrui, in un contesto nel quale la proprietà pubblica hanno un’importanza marginale rispetto ai mezzi di produzione privati, un’importante ragione per intraprendere una guerra sarebbe già stato escluso. Comunque, ciò non basterebbe per garantire la pace. Affinché l’esercizio del diritto all’autodeterminazione possa non essere ridotto ad una farsa, le istituzioni politiche devono essere tali da rappresentare il trasferimento di sovranità su un territorio da un governo ad un altro una questione facilmente risolvibile, non implicando alcun vantaggio o svantaggio per nessuno. Le persone non hanno una giusta concezione di cosa richieda tale concetto e, pertanto, è necessario renderlo più chiaro tramite alcuni esempi.

 Esaminiamo una mappa dei gruppi linguistici e nazionali nel Centro o nell’Est Europa e notiamo come spesso, ad esempio, i confini fra la Boemia settentrionale e quella occidentale sono attraversati da binari ferroviari. Qui, sotto condizioni di interventismo e statalismo, non c’è modo di rendere i confini dello Stato corrispondenti alla frontiera linguistica. Una ferrovia dello Stato ceco non verrà fatta operare sul suolo dello Stato tedesco e, men che meno, funzionerà un binario che è sotto una gestione diversa ogni poche miglia. Sarebbe semplicemente impensabile aver a che fare con una tariffa doganale – con tutte le sue formalità – ogni manciata di minuti o ogni quarto d’ora. È perciò facile da capire perché gli statalisti e gli interventisti arrivino alla conclusione che l’unità “geografica” o “economica” di queste aree non debba essere “frantumata” e che il territorio in questione debba, pertanto, essere posto sotto la sovranità di un singolo “governante” (ovviamente, ogni nazione cerca di provare che solo essa ha il diritto e la capacità di svolgere il ruolo del governante in tali circostanze). Per il liberalismo, invece, qui non c’è alcun problema.

Ferrovie private, se del tutto libere dall’interferenza governativa, possono attraversare i territori di ogni Stato senza alcun problema. Se non ci sono dazi doganali e limiti sulla circolazione di persone, animali e beni, allora non ci sarà alcuna conseguenza se una corsa in treno attraverserà in poche ore, più o meno spesso, i confini di uno Stato.

 La mappa linguistica rivela anche l’esistenza di enclave nazionali. Senza alcuna connessione territoriale della stessa nazionalità con il nucleo principale del loro popolo, dei compatrioti risiedono assieme in insediamenti chiusi o in vere e proprie isole linguistiche. Sotto le attuali condizioni politiche, essi non possono essere incorporati nella madrepatria. Il fatto che l’area compresa in uno Stato sia oggi protetta da muri doganali rende l’immutabilità territoriale una necessità politica. Un piccolo “possedimento straniero”, nell’essere isolato tramite dazi ed altre misure protezionistiche dal territorio immediatamente adiacente, sarebbe esposto allo strangolamento economico. Ma una volta che viene stabilito il libero mercato e lo Stato limita sé stesso alla protezione della proprietà privata, nulla è più semplice della soluzione a questi problemi. Nessuna isola linguistica dovrà sopportare la violazione dei propri diritti come nazione soltanto perché non è connessa al nucleo principale del suo popolo tramite un ponte abitato dai propri compatrioti.

 Il noto “problema del corridoio” d’altronde sorge soltanto in un sistema imperialista, statalista ed interventista. Un paese dell’entroterra crede che necessiti di un “corridoio” sul mare per mantenere il proprio commercio straniero libero dall’influenza delle politiche interventiste e stataliste di quei paesi i cui territori lo separano dal mare. Ma se il libero commercio fosse la regola, sarebbe difficile capire quali vantaggi un paese interno possa aspettarsi dal possedere un tale “corridoio”.

 Spostarsi da una “zona economica” (in senso statalista) ad un’altra comporta delle serie conseguenze economiche. Si pensi soltanto, ad esempio, all’industria di cotone dell’Alsazia settentrionale, che ha dovuto subire quest’esperienza due volte, o l’industria tessile polacca nel nord della Slesia, ecc. ecc. Se un cambiamento nell’affiliazione politica di un territorio comporta vantaggi o svantaggi per i suoi abitanti, allora la loro libertà di votare per lo Stato di cui davvero vogliono far parte è essenzialmente limitata. Si può parlare genuinamente di autodeterminazione solo laddove la scelta di ogni individuo derivi dalla sua libera volontà e non dalla paura di una perdita o dalla speranza di un profitto. Un mondo capitalista organizzato su principi liberali non conosce zone “economiche” separate. In tale mondo, l’intera superficie terrestre forma un territorio economico.

 Il diritto all’autodeterminazione lavora soltanto a vantaggio di coloro compresi nella maggioranza. Per proteggere anche le minoranze, sono richieste misure interne, delle quali considereremo prima quelle che fanno riferimento all’educazione.

 Oggi, nella maggior parte dei paesi, la frequenza scolastica o quantomeno l’istruzione privata, è obbligatoria. I genitori sono obbligati o a mandare i propri figli a scuola per un certo numero di anni o, invece del’istruzione pubblica a scuola, a dar loro un’equivalente istruzione a casa. È inutile indagare sulle ragioni che vennero avanzate a favore o contro l’educazione obbligatoria quando la questione era ancora viva: non hanno la minima rilevanza rispetto al problema che esiste oggi. C’è soltanto un argomento che ha una grande importanza su tale questione, ovvero che la continua aderenza ad una politica di educazione obbligatoria è interamente incompatibile con gli sforzi per stabilire una pace duratura.

Gli abitanti di Londra, Parigi e Berlino troveranno quest’affermazione senz’altro incredibile. Cos’ha a che fare l’istruzione obbligatoria con la guerra e la pace? Non si dovrebbe, comunque, giudicare tale questione – come si fa con tante altre – esclusivamente dal punto di vista dei popoli dell’Europa Occidentale. A Londra, Parigi e Berlino la questione dell’istruzione obbligatoria è, per fugare ogni dubbio, facilmente risolta. In queste città non sorge alcun dubbio su quale lingua usare nel fornire istruzione. La popolazione che vive in queste città e manda i propri bambini a scuola può essere considerata, in linea di massima, di nazionalità omogenea. Ma anche gli abitanti di Londra che non parlino inglese trovano ovvio, nell’interesse dei loro figli, che l’educazione sia data in inglese e non in un’altra lingua, e le cose non sono diverse a Parigi e Berlino.

 Comunque, il problema dell’educazione obbligatoria ha un significato interamente diverso in quelle estese aree in cui persone che parlano lingue diverse vivono assieme le une accanto alle altre, mescolate in una confusione poliglotta. Qui, la questione relativa a quale lingua debba essere la base dell’istruzione assume importanza cruciale. Una decisione, in un senso o nell’altro, può determinare nel corso degli anni la nazionalità di un’intera area. La scuola può alienare i bambini dalla nazionalità di cui fanno parte i loro genitori e può essere usata come mezzo di oppressione di intere nazionalità. Chiunque controlli le scuole ha il potere di ledere le altre nazionalità a beneficio della propria.

 Non è una soluzione al problema quella di suggerire che ogni bambino debba essere mandato in una scuola in cui venga parlata la lingua dei suoi genitori. Innanzitutto, anche al di là del problema posto dai bambini di origine linguistica mista, non è sempre facile decidere qual è la lingua dei genitori. In aree poliglotte, a molte persone viene richiesto per motivi di lavoro di sapersi esprimere in tutte le lingue parlate nel paese. Inoltre, spesso, non è possibile per un individuo – sempre tenendo in considerazione i suoi mezzi di sostentamento – dichiararsi apertamente a favore di una o di un’altra nazionalità. Sotto un sistema di interventismo, gli costerebbe la clientela avente altre nazionalità o il lavoro con un imprenditore di una diversa origine. Poi, ancora, ci sono molti genitori che addirittura preferirebbero mandare i propri figli in scuole di una diversa nazionalità rispetto alla propria perché valutano in misura maggiore i vantaggi del bilinguismo o l’assimilazione dell’altra nazionalità rispetto alla fedeltà al proprio popolo. Se si lascia ai genitori la scelta della scuola in cui desiderano mandare i propri bambini, allora li si espone ad ogni forma immaginabile di coercizione politica. In tutte le aree di nazionalità mista, la scuola è un premio politico dalla più alta importanza. Non può essere privato del suo carattere politico finché rimane un’istituzione pubblica ed obbligatoria. C’è, di fatto, solo una soluzione: lo Stato, il governo e le leggi non devono in alcun modo interessarsi alla scuola o all’educazione. I fondi pubblici non devono essere usati per tali scopi. Lo sviluppo e l’istruzione dei giovani devono essere lasciati interamente ai genitori e ad associazioni ed istituzioni private.

 È meglio che un numero di ragazzi cresca senza un’educazione formale rispetto al fornirgli i benefici scolastici soltanto per correre il rischio, una volta che essi siano cresciuti, di essere uccisi o menomati. Un analfabeta sano è sempre meglio di un mutilato istruito.

 Ma anche se eliminassimo la coercizione spirituale esercitata dall’educazione obbligatoria, saremmo ancora lontani dall’aver fatto tutto il necessario affinché siano rimosse tutte le fonti di frizione fra le diverse nazionalità presenti in territori poliglotti. La scuola è uno dei mezzi di oppressione delle nazionalità – nella nostra opinione, forse il più pericoloso – ma certamente non è l’unico. Ogni interferenza da parte del governo nella vita economica può diventare uno strumento di persecuzione dei membri di quelle nazionalità che parlano lingue diverse da quella della classe dirigente. Per tale ragione, nell’interesse di preservare la pace, l’attività del governo deve essere limitata alla sfera in cui sia, nel senso più stretto del termine, indispensabile.

 Senza l’apparato del governo non possiamo proteggere e preservare la vita, la libertà, la proprietà e la salute dell’individuo.

Ma anche le attività giudiziarie e di polizia svolte al servizio di questi fini possono diventare pericolose in aree dove qualunque criterio può essere discriminante fra un gruppo e l’altro nella condotta di affari ufficiali. Soltanto in paesi dove non c’è un particolare incentivo alla parzialità, non ci sarà generalmente motivo di temere che un magistrato – che si suppone applichi le leggi stabilite per la protezione di vita, libertà, proprietà e salute – si comporti in maniera faziosa. In ogni caso, dove differenze di religione, nazionalità e simili hanno diviso la popolazione in gruppi separati da un abisso così profondo da escludere ogni impulso di imparzialità o umanità, lasciando spazio soltanto all’odio, la situazione è completamente diversa. Il giudice che agisce intenzionalmente, o ancor più spesso inconsciamente, in maniera faziosa pensa che stia adempiendo ad un dovere più alto quando sfrutta le prerogative e i poteri del proprio ufficio al servizio del suo gruppo d’appartenenza.

 Nella misura in cui l’apparato del governo non ha altra funzione se non quella di proteggere vita, libertà, proprietà e salute è possibile – in ogni grado – delineare le norme che circoscrivono strettamente la sfera in cui le autorità amministrative e le corti di giustizia sono libere di lasciare poca o nessuna libertà d’azione nell’esercizio del loro discernimento o del proprio giudizio arbitrario. Ma, una volta che parte della gestione della produzione viene condivisa con lo Stato, una volta che l’apparato governativo viene chiamato a stabilire la disposizione dei beni di più alto ordine, è impossibile mantenere gli ufficiali amministrativi in una serie di regole vincolanti che garantirebbero determinati diritti ad ogni cittadino. Una legge penale designata per punire gli assassini può, quantomeno in qualche misura, disegnare una linea divisoria fra cosa è e cosa non è considerato assassinio e, dunque, stabilire determinati limiti all’area in cui il magistrato è libero di usare il proprio giudizio. Certamente, ogni avvocato sa fin troppo bene che anche la legge migliore può essere distorta, nel concreto, attraverso gli stadi diinterpretazione, applicazione ed amministrazione.

Ma nel caso di un ente governativo a cui viene affidata la gestione dei mezzi di trasporto, delle miniere o dei terreni pubblici, fin tanto che si possa restringere la sua libertà d’azione su un altro campo (ne abbiamo già discusso nella sezione 2), il massimo che si possa fare per mantenerlo imparziale riguardo le controverse questioni di politica interna è dargli direttive espresse con generalità vuote. Si deve concedere una grande libertà di manovra da molti punti di vista, perché non è possibile conoscere in anticipo sotto quali circostanze ci si troverà a dover agire. Inoltre, la porta è lasciata del tutto aperta ad arbitrarietà, faziosità e all’abuso di potere.

 Anche in aree abitate da persone di varie nazionalità, c’è il bisogno di un’amministrazione unificata. Non si possono piazzare ad ogni angolo della strada un poliziotto tedesco ed uno ceco, ognuno dei quali con il compito di proteggere soltanto i cittadini con la propria nazionalità. E anche se si verificasse ciò, rimarrebbe il problema di chi dovrebbe intervenire qualora dei membri di entrambe le nazionalità risultassero coinvolti in situazioni che necessitano intervento. Gli svantaggi risultanti dalla necessità di un’amministrazione unificata in questi territori sono inevitabili. Ma se esistono già delle difficoltà nello svolgimento di quelle funzioni indispensabili del governo quali la protezione della vita, della libertà, della proprietà e della salute, non si dovrebbe aumentarle sino a far raggiungere loro mostruose proporzioni, estendendo il raggio dell’attività statale in altri campi in cui, per loro stessa natura, deve essere concessa una maggior libertà d’azione al giudizio arbitrario.

 Larghe aree del mondo sono state composte non dai membri di una sola nazionalità, razza o religione, ma da una variegata mescolanza di molte persone. Come risultato dei movimenti migratori che necessariamente sono seguiti ai cambiamenti dell’ubicazione della produzione, nuovi territori si confrontano sempre più con il problema di una popolazione mista. Se non si desidera aggravare artificialmente le frizioni che generano da questa convivenza di diversi gruppi, bisogna restringere lo Stato soltanto a quegli ambiti nei quali non c’è altra alternativa ad esso.

Articolo di Ludwig von Mises su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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