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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 31 min 36 sec fa

Il ciclo naturale: VI parte

Ven, 05/09/2014 - 08:00

Il punto cardine della teoria è la differenza che viene a crearsi tra scelte imprenditoriali e scelte dei consumatori[64]. Nella situazione in esame, i fondi a disposizione per gli investimenti sono, in uno stato iniziale, non corrispondenti all’ammontare dei risparmi. Infatti, un tasso monetario artificialmente basso corrisponde, sul mercato dei capitali, a più moneta a disposizione, perché si traduce in minori interessi da pagare sugli investimenti.

È probabilmente vero che la maggior parte degli investimenti vengono effettuati nell’aspettativa che l’offerta di capitale continuerà per qualche tempo a collocarsi al livello attuale. O, in altre parole, gli imprenditori considerano l’offerta attuale di capitale ed il saggio d’interesse attualmente vigente come sintomi del fatto che la situazione continuerà approssimativamente ad esistere per qualche tempo[65].

Ciò che Hayek dice è vero, e torna la centralità del ruolo delle aspettative. Ma, per di più, l’indicatore su cui gli imprenditori basano le loro scelte non riflette affatto la propensione attuale dei consumatori a risparmiare[66]. Così, la proporzione in cui i produttori decidono di differenziare la produzione tra prodotti per l’immediato futuro e la produzione per periodi di tempo più lontani (struttura intertemporale della produzione) non riflette il modo in cui i consumatori intendono dividere il proprio reddito tra risparmio e consumo[67]. È chiaro che, prima o poi, lo squilibrio nelle preferenze temporali, che si riflette in una determinata struttura intertemporale della produzione, dovrà manifestarsi e la forma tipica sarà la fustrazione delle aspettative di uno dei due gruppi[68].

Così, mentre gli imprenditori investono in nuovi processi per la produzione di beni di capitale, i risparmiatori vengono frustrati nel proprio desiderio di consumare, perché ciò che desiderano non viene prodotto. Viene a crearsi il fenomeno di risparmio forzato[69], cioè, come conseguenza del fatto che risorse produttive sono state distolte dai settori vicini al consumo, si verifica una riduzione graduale della produzione di beni di consumo e quindi una limitazione involontaria del consumo[70].

Sotto la spinta imprenditoriale verso nuovi investimenti, invece, aumentano dapprima i prezzi delle materie prime e poi quelli dei beni-capitale prodotti con esse[71]. E la spinta deve considerarsi particolarmente violenta perché all’ondata dei primi imprenditori innovatori va aggiunta la pressione degli imitatori descritti da Schumpeter, i quali colgono le opportunità di profitto solo in un secondo momento, e tentano di approfittarne seguendo ‘la moda’. A ben guardare le onde di speculazione imitativa sono tipiche di ogni fase di boom descritta dalla storia, dalla bolla dei tulipani del Seicento, fino a quella della new economy del 2001 e alla recente housing bubble.

Contemporaneamente, la domanda di manodopera sale, per essere attirata verso i nuovi investimenti, con i relativi salari: ciò porta ad una spinta sulla domanda dei beni di consumo, con relativo aumento dei prezzi anche in questo settore. Ed è dunque chiaro che l’aumento dei redditi monetari non corrisponderà ad un aumento del redditi reali, a causa dell’effetto inflazionistico esercitato dalla domanda, insoddisfatta, di beni di consumo.

 

Questa accresciuta intensità della domanda di beni di consumo non dà necessariamente luogo ad effetti sfavorevoli all’attività di investimento fino a quando i fondi disponibili a scopo di investimento vengono accresciuti mediante ulteriori espansioni creditizie, in maniera tale da consentire agli investitori di appropriarsi – a dispetto della crescente concorrenza che proviene dalle industrie produttrici di beni di consumo – di quelle quote crescenti di risorse totali disponibili che sono necessarie per completare i nuovi processi già in corso di realizzazione[72].

 

Ma, per essere sostenuto, tale processo necessita di un’espansione creditizia senza tregua, cosa che porterebbe un aumento cumulativo dei prezzi che prima o poi supererebbe ogni limite. Il conflitto appare evidente quando la domanda di beni di consumo supera in valore assoluto i fondi disponibili per l’investimento. Allora il saggio di interesse non può che salire, frustrando la domanda di beni di capitale proprio nel momento in cui è salito anche il loro prezzo[73]. Una parte considerevole degli impianti di nuova creazione, progettati per produrre altri beni di capitale, restano inutilizzati, dato che non possono venire realizzati gli ulteriori investimenti necessari al completamento dei processi produttivi[74]. Dunque, in uno stadio avanzato del boom, la crescita della domanda di beni di consumo fa scendere quella di beni di capitale[75].

 

Gli imprenditori che hanno incominciato ad accrescere i propri impianti produttivi nell’aspettativa che il basso saggio d’interesse e l’ampia offerta di capitale monetario avrebbero loro consentito di continuare ad utilizzare questi investimenti nelle stesse favorevoli condizioni, scoprono che queste aspettative vengono smentite dai fatti. L’aumento dei prezzi di tutti quei fattori di produzione che possono essere usati anche negli ultimi stadi del processo produttivo fa crescere il costo dei beni capitali che essi producono, nello stesso momento in cui l’aumento del saggio d’interesse ne fa diminuire la domanda. E una parte considerevole degli impianti di nuova creazione, progettati per produrre altri beni capitali, restano inutilizzati, dato che non vengono realizzati gli ulteriori investimenti che ci si aspettava dovessero aver luogo in questi altri beni capitali.
Questo fenomeno di una scarsità di capitale che rende impossibile utilizzare i beni capitali esistenti mi sembra sia il punto centrale di una vera spiegazione delle crisi[76].

 

Hayek, così, partendo dalla base misesiana dell’espansione creditizia (adeguatamente rivista), giunge alla centralità della scarsità di capitale, così come Spiethoff[77], giudicandola «il punto centrale di una vera spiegazione delle crisi»[78]. Hayek diviene negli anni così convinto della centralità di questo punto, tanto da affermare che «the turn of affairs will be brought about in the end by a “scarsity of capital” independently of whether the money rate of interest rises or not»[79]. Infatti, come abbiamo visto, tale situazione può generarsi anche senza la manipolazione monetaria, ma per via di aspettative di profitto crescenti, che, a causa di un tasso monetario cui non viene permesso di riequilibrarsi con il livello naturale, non possono trovare controparte in un riallineamento nel valore dei risparmi[80].

If the rate of interest were allowed to rise as profits rise […], the industries that could not earn profit at this higher rate would have to curtail or stop production […]. If […] the rate of interest is kept at the initial low figure […] and investments whose yield is not negatively affected continue in spite of the rise in final demand, the rise of profits in the late stages of production and the rise of costs will both come into play and will produce the result which the rate of interest has failed to bring about. The rise of the rate of profit on short as compared with that on long investments will induce entrepreneurs to divert whatever funds they have to invest towards less capitalistic machinery, etc.; and whatever part of the required reduction in total investment is not brought about by this diversion of investment demand towards less capitalistic type of machinery will in the end be brought abouty by a rise in the cost of production of investment goods in the early stages[81].

 

Grazie a tali ragionamenti, Hayek ci permette di sbarazzarci di ogni teoria sottoconsumistica.

  • La scarsità di capitali conduce alla parziale inutilizzazione dei beni capitali esistenti.
  • L’abbondanza dei beni di capitale è il sintomo di una scarsità di capitale.
  • Tutto ciò non è causato da un’insufficiente domanda di beni di consumo ma da un’eccessiva domanda di questi beni. Infatti, la domanda di beni di consumo è così pressante da impedire ogni processo produttivo prolungato, per il quale però sono a disposizione i mezzi di produzione[82].

Hayek spiega tali situazioni con una semplice metafora.

The situation would be similar to that of a people of an isolated island, if, after having partially constructed an enormous machine which was to provide them with all necessities, they found out that they had exhausted all their savings and available free capital before the new machine could turn out its product. They would then have no choice but to abandon temporarily the work on the new process and to devote all their labour to producing their daily food without any capital. Only after they had put themselves in a position in which new supplies of food were available could they proceed to attempt to get the new machinery into operation[83].

 

Quindi l’economia non è in grado di sostenere una produzione orientata al di sopra delle proprie possibilità. Prima o poi ci si renderà conto che l’aumento dei salari è annullato dall’inflazione che cresce. Inoltre, la domanda di beni capitale si esaurisce, portando con sé la sovraproduzione in quel settore ed è da qui che sorgono i problemi. Molte delle iniziative economiche sorte con eccessivo ricorso al credito non possono essere completate, mentre i debiti vanno pagati. Molte aziende devono essere espulse dal sistema. I capitali scarseggiano, mentre le banche rialzano i tassi di interesse. Inizia una fase di aggiustamento e di ritorno all’equilibrio, che però ha i tratti della depressione.

La dinamica ondulatoria tipica del capitalismo sarebbe sostenibile se, in situazioni tipiche di aspettative cangianti (società caleidoscopica), gli attori fossero liberi di imparare mediante la loro interazione e di permettere di giudicare sul mercato le proprie scelte. Senza l’interferenza di un tasso monetario, gli attori sarebbero costretti a cercare sul mercato in che misura le proprie aspettative collimano con quelle degli altri agenti e quindi ciò possa permettere la realizzazione dei piani. Il tasso naturale, anche se non noto come magnitudo, è dato, dinamicamente, dall’incontro delle preferenze temporali, generando una struttura produttiva coerente tali preferenze. Il sistema muoverebbe in continuazione attraverso assestamenti. In tal modo, ogni modifica nella struttura della produzione sarebbe l’adattamento ad una modifica nelle preferenze temporali, ma un adattamento dinamico: se le aspettative di profitto aumentano, spingendo il tasso naturale verso l’alto, la nuova struttura produttiva non può iniziare a generarsi finché il nuovo tasso di equilibrio non porta anche i consumatori a mutare i loro atteggiamenti; al contempo, probabilmente, non tutta l’intensità di richiesta di nuovi investimenti sarà “incontrata” da nuovo risparmio, per cui il tasso naturale tenderà a stabilizzarsi ad un punto più basso rispetto all’iniziale spinta espansionistica generata dalle aspettative imprenditoriali.

Come visto, la situazione è molto diversa nel caso in cui esista un tasso monetario, in grado di mascherare la reale forza del tasso naturale. Ed è proprio la discrepanza che si genera tra valore naturale e monetario del tasso di interesse a dirci quanto quanto sarà lunga e dolorosa la dinamica ciclica[84].

Quindi, riassumendo, si genera un percorso di crescita quando le preferenze temporali si modificano globalmente. E ciò è possibile solo l’elemento centrale che misura le preferenze temporali, il tasso di interesse, è lasciato libero di determinarsi sul mercato dalla interazione degli individui che esercitano liberamente la propria funzione imprenditoriale, nel processo di soddisfazione dei bisogni. Tipicamente: i consumatori diventano più future-oriented e quindi risparmiano di più; il tasso di interesse scende e ciò induce un mutamento delle preferenze temporali anche dal lato degli investitori, che, a causa del diminuito tasso, sono spinti ad allungare la struttura del processo di produzione. Il caso contrario, ma ancora sostenibile, si ha quando a crescere sono le aspettative di profitto; in regime di libero mercato, in cui il tasso non è deciso in modo arbitrario da artificiose politiche dell’autorità monetaria, il saggio di interesse è spinto a salire, per attirare capitali provenienti dal risparmio e orientati a finanziare la crescita.

Al contario, la crescita è insostenibile quando il boom è indotto dalle autorità politico-monetarie e non dai protagonisti del mercato. Anche in tale ipotesi si possono verificare due situazioni. Da un lato, si ha il caso tipico della espansione monetaria (inflazione, riduzione del tasso di interesse, espansione del credito). Dall’altro, il tasso fissato dalle banche non è mosso al rialzo di fronte a pressioni della domanda di credito da parte del settore degli investimenti, caratterizzato da positive aspettative di profitto, ma tenuto al di sotto del nuovo livello di equilibrio, generando, di nuovo, malinvestimenti.

 

Articolo di Carmelo Ferlito

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Note

[64] Hayek (1933, pp. 448-450).

[65] Hayek (1933, p. 447).

[66] Hayek (1933, p. 448).

[67] Hayek (1933, p. 449).

[68] Lachmann (1943, p. 69) e Hayek (1933, p. 449).

[69] Si veda Hayek (1932). Si veda anche Huerta de Soto (1998, pp. 366-368).

[70] Kurz (2003, p. 191) e Hayek (1933, pp. 449-450).

[71] È evidente che tale spinta al rialzo, durante la fase espansiva del ciclo, porta i prezzi delle materie prime e dei beni di capitale a crescere maggiormente rispetto ai prezzi dei beni di consumo (Hayek, 1939, p. 29).

[72] Hayek (1933, p. 451).

[73] Con l’aumento del tasso di interesse, il saggio di profitto declina (Hayek, 1939, p. 31).

[74] Hayek (1933, p. 452).

[75] Hayek (1939, p. 31).

[76] Hayek (1933, pp. 451-452). Corsivi aggiunti.

[77] Hayek (1929, p. 41n), riconosce la stretta relazione tra la sua impostazione e quella che giunge da Spiethoff. Ed egli giudica tale legame ancora più significativo di quello che possa esserci tra diverse teorie a carattere monetario. Infatti, come egli sottolineato da Steele (2001, pp. 146-147), il punto centrale dell’analisi hayekiana è la distorsione della struttura produttiva, piuttosto che la manipolazione del tasso di interesse. L’espansione monetaria è semplicemente il trigger, una delle possibili molle in grado di innescare il meccanismo ciclico proprio perché in grado di modificare la struttura del capitale. Hayek scrive: «Since the publication of the German edition of this book, I have become less convinced that the difference between monetary and non-monetary explanations is the most important point of disagreement between the various Trade Cycle theories. On the one hand, it seems to me that within the monetary group of explanations the difference between those theorists who regard the superficial phenomena of changes in the value of money as decisive factors in determining cyclical fluctuations, and those who lay emphasis on the real changes in the structure of production brought about by monetary causes, is much greater than the difference between the latter group and such so-called non-monetary theorists as Prof. Spiethoff and Prof. Cassel. On the other hand, it seems to me that the difference between these explanations, which seek the cause of the crisis in the scarcity of capital, and the so-called ‘under-consumption’ theories, is theoretically as well as practically of much more far-reaching importance than the difference between monetary and non-monetary theories».

[78] Hayek (1933, p. 452).

[79] Hayek (1939, p. 32).

[80] Hayek (1929, pp. 81-82) riconosce il ruolo centrale di Spiethoff nell’elaborare una teoria delle fluttuazioni fondata sulle sproporzionalità e sulla scarsità di capitale, ma egli contesta al collega tedesco il fatto di non individuare le ragioni prime di tali fenomeni. «Assuming that the rate of interest always determines the point to which the available volume of savings enables productive plant to be extended – and is it only by this assumption that we can explain what determines the rate of interest at all – any allegations of a discrepancy between saving and investments must be backed up by a demonstration why, in the given case, interest does not fulfil this function. Professor Spiethoff, like most of the theorists of this group, evades this necessary issue». Si veda anche Hayek (1929, pp. 89-90).

[81] Hayek (1939, pp. 32-33).

[82] Kurz (2003, p. 192).

[83] Hayek (1931, p. 94). Si veda anche Steele (2001, p. 145).

[84] Hayek (1929, p. 183).

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La filosofia della proprietà: I parte

Mer, 03/09/2014 - 08:00

Questo saggio, suddiviso in due parti distinte, costituisce la traduzione integrale del primo capitolo di The Philosophy of Ownership” dello studioso libertario Robert LeFevre: un testo imprescindibile per comprendere appieno i principi, la natura e le logiche costitutive della proprietà privata –  qui sublimata nella sua dimensione di realtà ontologica ineludibile – nonché una pietra miliare del libertarismo d’oltreoceano.

Proprietà e diritti di proprietà

Ben raramente si è arrivati a comprendere il senso della proprietà privata, nella sua effettiva portata. Ad ogni modo, tutti gli esseri viventi ne sono coinvolti, non importa se in maniera istintiva o razionalmente. Proprio perché nessun organismo, capace di azione volitiva, può sfuggire all’ esigenza che avverte dentro di sé, del tutto innata, di dar luogo a qualche relazione in cui si estrinsechi la natura proprietaria. Di fatto, la sopravvivenza di tutti gli esseri capaci di coscienza si fonda direttamente su di un qualche tipo di rapporto di proprietà.

Le forme di vita più embrionali sono spinte istintivamente verso il cibo, di cui riescono a disporre e che sono in grado di ingerire. In tal caso, il possesso esprime un rapporto di proprietà.

Le forme di vita complesse sono indotte, in parte per istinto e in parte da processi razionali, a dominare il loro ambiente: il che si verifica quando la proprietà viene acquisita e utilizzata. Insomma, un organismo vivente privo di rapporti proprietari è una realtà del tutto inconcepibile: una vera e propria contraddizione in termini.

L’uomo, il più complesso fra tutti gli esseri viventi, manifesta le più numerose e svariate esigenze di espressione, in relazione alla proprietà. Guidato dalla ragione, ovvero indotto dai pochi, residui istinti rimasti, l’uomo domina il suo ambiente più di ogni altra creatura. La sua assoluta padronanza del contesto operativo è primariamente, se non totalmente, una questione di acquisizione della proprietà e di utilizzo della stessa.

Dal momento che il principale argomento di analisi in questo scritto avrà ad oggetto il benessere degli individui, non occupandoci del benessere degli altri esseri viventi, l’approccio che si intende seguire sarà quello di sviluppare una filosofia della proprietà privata che spieghi i suoi effetti nell’ambito di un contesto umano. E posto che praticamente tutte le lotte per l’esistenza e per il miglioramento delle proprie condizioni di vita hanno a che fare, in maniera diretta o indiretta, con la nozione di proprietà, questa prospettiva filosofica deve necessariamente includere una disamina del ruolo preponderante che la stessa riveste nella vita umana. Ogni filosofia deve comprendere un esame dei fatti e dei principi della realtà, e dacché la proprietà ingloba un ordine di dati fattuali e valoriali di fondamentale rilevanza, nessuna filosofia che possieda del senso pratico può trascurare quest’ambito di analisi. Quasi tutti gli studi filosofici, sino a questo momento, hanno concentrato i propri sforzi ad indagare i regni della teologia, della mistica e della metafisica, nel tentativo di sondare il mistero delle origini della vita e di definire i metodi ed i fondamenti epistemologici della conoscenza: eludendo però al contempo la questione della proprietà o, nella migliore delle ipotesi, rasentandone appena le problematiche inerenti.

Una delle ovvie ragioni di questo disinteresse è da rinvenirsi nell’inveterato assunto in base al quale la proprietà, così come i rapporti ad essa informati, fossero in qualche modo da considerarsi come qualcosa di grossolano e di materialistico. Il desiderio ardente dei primi filosofi consisteva nel tentativo di dispiegare la vera essenza della vita. E la proprietà era intesa, né più né meno, come un ostacolo alla comprensione. Ma questo è probabilmente imputabile al fatto che l’orientamento originario tendeva ad assimilare la proprietà privata alle “cose”, o semplicemente alla sola terra, senza rendersi conto che l’aspirazione e la pulsione all’appropriazione, così come l’ambizione a “possedere”, costituiscono uno degli elementi fondanti della stessa esistenza.

Gli esseri umani non possono fare a meno dei processi orientanti all’identificazione personale e individuale. E l’aspirazione alla proprietà sussume propriamente il concetto di esclusività e di individualizzazione. La proprietà è  pertanto una espressione di questo desiderio. Gli esseri umani ambiscono a disporre di oggetti, passibili di essere ammirati ed apprezzati. Presumibilmente, la stessa nozione di amore, riconosciuta come imprescindibile per la vita dell’uomo, è in qualche modo legata a doppio filo all’impulso profondo del possesso, della padronanza, della disponibilità assoluta, ai fini di tracciare un perimetro di indiscussa esclusività.

Interpretata come l’oggetto, o gli oggetti, di desiderio di possesso dell’uomo, il concetto di proprietà diventa di gran lunga meno importante del desiderio stesso. Disporre dei beni, goderne, possedere, sentirsi padrone e sovraintendere all’utilizzo delle risorse, acquisirle ed utilizzarle, queste motivazioni sono indubbiamente essenziali per l’uomo. Gli oggetti di queste aspirazioni sono mutevoli e sono inevitabilmente connessi ad esse, essendo che differenti tipologie di proprietà servono, in maniera soddisfacente, da obiettivi per il conseguimento dei personalissimi scopi individuali.

Se l’attenzione dei primi studiosi si fosse focalizzata principalmente sulla propensione umana a possedere, forse sarebbero stati in grado di riconoscere la sua fondamentale essenza. Invece, hanno catalizzato i loro sforzi nell’investigare gli oggetti passibili di essere appropriati, le “cose”, le quali rivestivano sicuramente una minore importanza se paragonate all’indagine della natura umana. Così, nei primi tentativi finalizzati a cogliere l’essenza della realtà, l’idea della proprietà, non essendo stata ancora pienamente colta, ingenerava dei continui fraintendimenti. Confondendo in maniera indiscriminata l’oggetto passibile di essere appropriato con l’atto di appropriazione vero e proprio,  si promosse l’elaborazione di sovra-semplificazioni inopportune, se non addirittura di paralogismi. Contestualmente, mentre questi filosofi colsero correttamente il primato dell’uomo in relazione alla proprietà, essi considerarono altresì il suo anelito al possesso come una caratteristica naturale del tutto indesiderabile, che uomini superiori potrebbero e dovrebbero sublimare.

Questo tipo di ragionamento è implicito ne “La Repubblica” di Platone; ragionamento che venne altresì adottato dagli Stoici [1]. Gli Epicurei, che rigettarono il teorema ed anzi lo sovvertirono, erano visti come degli edonisti, ovvero dei volgari sensualisti.

Il Cristianesimo, che ha sicuramente mutuato parecchie idee tanto da Platone, quanto dagli Stoici, promosse  l’idea che la virtù fosse in qualche modo associata alla deprivazione di qualsivoglia forma di proprietà; i poveri si ritrovavano in una posizione favorevole perché non erano stati gravati dalla brama di possesso. Per seguire il Maestro, uno veniva ammonito affinché cedesse tutto ciò che possedeva.

Il Buddismo, che ha preceduto il Cristianesimo, affermava che era il desiderio in sé a costituire uno dei principali problemi dell’uomo. Non è sufficiente abbandonare la proprietà; la disciplina mentale ed emotiva deve essere imposta sino al punto in cui l’individuo reprima ogni desiderio. Il Nirvana, lo stato del nulla trascendente, arriva solo per l’individuo che abbia soffocato ogni anelito, tra cui anche l’anelito al Nirvana stesso.

Dopo che vennero approntanti i primi studi economici e se ne pubblicò la prima opera monumentale [2], l’indagine economica venne definita da Carlyle come “la scienza triste”. Di fatto, che cosa potrebbe esserci di meno stimolante di un’osservazione dei fenomeni fisici della realtà che abbiano a che fare con la produzione e con la distribuzione?

Ma anche gli stessi economisti tendevano a trascurare, nelle loro analisi, l’importanza dell’effettiva accezione di “proprietà”. Ancorché ne fossero completamente assorbiti, come pure dallo studio del suo utilizzo. La maggior parte di loro si preoccupava delle statistiche,  intenti come erano a dimostrare, da un lato, che vi fossero delle leggi naturali che governano il flusso di beni e servizi sul mercato, ovvero, dall’altro, che tali leggi non esistono affatto.
Le critiche degli economisti classici non colpivano comunque nel segno. Essi avevano realizzato che l’agente economico è un soggetto acquisitivo, che i suoi bisogni sono manifestamente illimitati, che egli è destinato a lottare, anzi, deve lottare per le risorse scarse che rendono possibile la sopravvivenza. Ma gli economisti classici, insieme a molti altri, reclamavano la necessità di un ente centralizzato, che disponesse del monopolio della forza, per regolamentare la condotta umana e i rapporti proprietari. Il desiderio di appropriazione dell’uomo era visto tanto come un’assegnazione naturale, quanto come qualcosa che era foriero di troppi pericoli.

In tutto ciò, gli uomini erano classificati sia come produttori e lavoratori, sia come consumatori. Quei pochi che facevano parte della categoria dei capitalisti e degli imprenditori venivano raramente riconosciuti per il ruolo che svolgevano, costituendo meramente delle tipologie specializzate di lavoratori o di consumatori.

Quasi tutti i soggetti economici rivestono entrambi i ruoli, essendo in primo luogo produttori e poi, in seguito, consumatori. I lavoratori, gli imprenditori, i capitalisti – in una parola, i produttori – rappresentano anche la categoria dei consumatori. Ma delle fallacie piuttosto diffuse collocavano i capitalisti e gli imprenditori in una categoria a sé stante, in ragione della presunzione che essi stavano estraendo ricchezza e risorse dal mercato e, quindi, stavano deprivando tanto i lavoratori, quanto i consumatori della loro giusta e meritata piena ricompensa. L’argomento divenne ben presto infuocato e alquanto politicizzato. La riflessione si concentrò sempre meno sulla natura dell’uomo come essere proprietario, e si focalizzò sempre più sulla quantità di beni posseduti e sulle implicazioni sociali e collettive inerenti ad una scarsa dotazione di beni (povertà), piuttosto che ad un’ampia disponibilità di risorse (ricchezza).

 

Primo capitolo di “The Philosophy of Ownership” di Robert LeFevre

Traduzione di Cristian Merlo

 

 

Note

[1] Whitney J. Oates (ed.), The Stoic and Epicurean Philosophers (New York: Random House, 1940).

[2]  Adam Smith, Wealth of Nations (1776).

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