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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 45 min 35 sec fa

Cap. 7 – A spese di chi debba fabbricarsi la moneta e Cap. 8 – L’alterazione della moneta in generale

Lun, 26/10/2015 - 09:00

Poiché la moneta, di per sé, appartiene alla comunità, deve essere fabbricata a spese della comunità; e ciò si fa nel modo più conveniente, se tali spese vengono prelevate dall’intero quantitativo di moneta, in questo modo: il materiale monetario, come l’oro, quand’è consegnato per la monetazione o venduto come moneta, si cede per una quantità di denaro inferiore a quella che se ne può ricavare, ad un prezzo prestabilito e fisso; ad es., se da un marco di argento si possono ricavare sessantadue soldi, e per il lavoro e il necessario alla sua monetazione si richiedono due soldi, allora il marco d’argento non monetato varrà sessanta soldi e gli altri due copriranno la monetazione. Ma questa quota fissa dev’essere tale da bastare abbondantemente, in ogni momento, per la fabbricazione della moneta. E se la moneta si può fare a minor prezzo, è sufficientemente consono che il residuo appartenga a chi la distribuisce o la regola, cioè al principe o al maestro del conio, e così funga quasi da rendita; tuttavia, tale porzione dev’essere moderata e piccola a sufficienza, se basteranno le monete nel debito modo, come si dirà in seguito; e se la porzione o rendita fosse eccessiva, ciò andrebbe a danno e pregiudizio all’intera comunità, come può risultar chiaro a ciascuno.

Cap. 8 – L’alterazione della moneta in generale

Prima di tutto bisogna sapere che le leggi anteriori, gli statuti, le consuetudini, tutti gli ordinamenti che riguardano la comunità non vanno mai modificati senza una necessità evidente. Anzi, secondo Aristotele nel Libro II della Politica, la legge positiva antica non va rinnegata per una nuova migliore, a meno che non sia molto notevole la differenza nelle loro rispettive bontà, poiché tali mutamenti sminuiscono il prestigio e il rispetto di cui godono le leggi stesse, tanto più se avvengono di frequente. Da ciò, infatti, nascono scandalo e mormorazioni nel popolo e pericolo di disobbedienza. Soprattutto, poi, se tali cambiamenti fossero in peggio: allora sarebbero intollerabili e ingiusti. Ora, dal momento che il corso e il prezzo delle monete in un regno debbono essere una sorta di legge e di ordinamento fisso – ne è segno il fatto che le rendite e alcuni redditi annui sono prefissati in termini di denaro, cioè in un certo numero di lire o di soldi – ne risulta che la moneta non si deve alterare mai, a meno che, putacaso, non sovrastasse una necessità o un’utilità evidente per la comunità intera. Perciò Aristotele, nel Libro V dell’Etica Nicomachea, parlando dell’origine del termine “numisma”, che – dice “vuole essere più stabile”. Ora, l’alterazione della moneta (per quanto posso valutare in termini generali) si può immaginare che avvenga in molti modi:1) nella forma o stampo soltanto, o 2) nei rapporti di valore, 3) nel valore nominale o nel nome, 4) nel titolo o nel peso, e 5) nella sostanza del materiale impiegato. Essa si può alterare in ciascuno di questi cinque modi singolarmente, o in più congiunti. Perciò, è bene trattare per esteso di tali modi e indagare razionalmente se con alcuno di essi la moneta possa alterarsi giustamente, e quando, da parte di chi, come e in vista di cosa.

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Ludwig M. Lachmann contro la Scuola di Cambridge – V Parte

Mer, 21/10/2015 - 09:00

  1. Ludwig Lachmann contro la scuola di Cambridge

      Quanto visto sinora costituisce solo parte della critica più generale che Lachmann avanza contro la scuola di Cambridge ed il pensiero economico mainstream, inclusa la scuola neoclassica[1]. Tale critica è sviluppata soprattutto in Lachmann (1973), ma tracce di essa possono essere trovate in tutti i lavori dell’economista tedesco.

      Lachmann intende dimostrare in particolare che le scuole di Cambrdige e neoclassica, anche se impregnate a combattersi a vicenda, in realtà sono allo stesso modo incapaci di sviluppare teorie economiche in grado di comprendere i complessi processi economici, soprattutto per quel che riguarda le teorie della crescita e del capitale in un contesto di libero mercato. La ragione di tale fallimento è da ricercarsi nel fatto che, lavorando entrambe con macro variabili, ignorano i microfondamenti di tali variabili, in particolare non colgono le implicazioni delle azioni umane guidate dalle aspettative[2]. Al contario, the «significance of the Austrian school in the history of ideas perhaps finds its most pregnant expression in the statement that here man as an actor stands at the center of economic events»[3].

3.1 Il formalismo macroeconomico

      Il primo grande problema delle due scuole consiste nel fatto che entrambe «svolgono la loro discussione nel contesto dell’equilibrio macroeconomico»[4]. Essendo interessate al sistema economico nel suo complesso, esse ignorano sistematicamente l’origine dei movimenti delle forze del sistema economico. Secondo Lachmann (1973, p. 235), però, il mondo reale è un mondo caratterizzato dal disequilibrio, in cui, mentre forze equilibratrici sono all’opera, anche quelle disequilibratrici non smettono mai di operare. Pertanto, mentre è possibile dedicarsi allo studio dell’equilibrio a livello microeconomico[5], diventa difficile riferirsi sensatamente al concetto di equilibrio di tutto il sistema economico; per un tale equilibrio la coerenza relative di tutti i piani individuali diventa una conditio sine qua non[6]. Lachmann (1973, p. 237) definisce formalismo macroeconomico tale tendenza a lavorare esclusivamente con macro aggregati[7], ignorandone i microfondamenti[8].

      Lachmann (1973, pp. 237) afferma che la scuola di Cambridge è quella più a suo agio con il macroformalismo. Infatti, i suoi membri ripudiano completamente la rivoluzione soggettivista degli anni Settanta dell’Ottocento, originando ciò che Lachmann (1973, pp. 238-240) chiama rivoluzione ‘neo-ricardiana’[9]. L’essenza di tale rivoluzione deve essere ricercata nel seguente passaggio in Robinson (1956) citato dall’economista tedesco: «L’analisi economica, che per due secoli è servita per giungere alla comprensione della natura e delle cause della ricchezza delle nazioni, è stata coniugata alla teoria del valore»[10]. È a causa di dichiarazioni come queste che Lachmann si rifiuta di definire la scuola di Cambridge come neo-keynesiana.

        Con tutto il suo interesse per la macroeconomia, Keynes non doveva molto a Ricardo ed è rimasto per tutta la vita un soggettivista che ha rifiutato di presentare il movemnte dell’investimento sotto forma di una macro-variabile, quale il principio di accelerazione. (Lachmann, 1973, p. 238).

      Per i neo-ricardiani, al contrario, non c’è spazio per l’analisi soggettivista. Essi non analizzano l’azione umana, ma l’umana re-azione. Dividendo il mondo in classi sociali distinte, la scuola di Cambrdige è costretta a confinare gli esseri umani reali in modelli di comportamento stereotipati, cosicché esseri immaginari «prendono il posto di persone reali »[11]. Dall’altro lato, la scuola neoclassica non è  in grado di riscoprire le proprie origini soggettiviste, rimanendo intrappolata della propria ossessione per le verifiche statistiche. Infatti, se gli argomenti macroeconomici fossero legati alle proprie fondamenta microeconomiche, sarebbe troppo arduo fidarsi delle verifiche statistiche: mentre i dati statistici sono raccolti nel mondo reale, che è  un mondo in disequilibrio, l’obiettivo della macroeconomia è descrivere situazioni di equilibrio economico generale[12].

3.2 Il tasso di profitto

      Quanto visto sinora non deve far credere che la criticha lachmanniana sia semplicemente di natura metodologica. L’economista tedesco, infatti, avanza diverse critiche di ordine teorico rispetto alle posizioni della nuova economia di Cambridge. La prima riguarda il tasso di profitto[13]. Ricardo, Marx, i neo-ricardiani, Keynes e persino Böhm-Bawerk assumono che il capitale sia di natura omogenea; tale assunzione consente loro di definire univocamente un tasso di profitto uniforme, misurato come ritorno sul capitale[14]. Ma, argomenta Lachmann (1973, p. 251), tali assunzioni e conclusioni non possono essere considerate valide nel contesto di un’economia di libero mercato. Anzitutto, il profitto deve essere considerato semplicemente come la differenza tra il prezzo a cui un bene è  venduto e il costo sostenuto dal venditore; di fronte a tale definizione, il profitto può anche avere magnitudo negativa. Inoltre, i profitti debbono essere legati all’azione imprenditoriale nell’economia di mercato. Ogni impresa o imprenditore agisce al fine di massimizzare il profitto; tuttavia, la spinta motivazionale verso un profitto positivo e l’effettivo successo nel raggiungere l’obiettivo sono cose differenti. La natura intrinseca all’economia di mercato fa sì che la realizzazione di tutti i piani sia impossibile[15]. L’equilibrio, come sottolineato in Hülsmann (2000), esiste solo ex ante, quando i piani sono coerenti con le aspettative e il limitato contenuto informativo a disposizione. Ex post, tuttavia, è possibile l’emergere dell’inadeguatezza di alcuni piani con riguardo al raggiungimento degli obiettivi desiderati. Investimenti sbagliati, in effetti, accadono. Pertanto, non esiste «nulla di simile a un saggio di profitto, ci sono solo saggi di profitto che possono largamente differire»[16]. Questa è  la diretta conseguenza della micro-natura dell’azione imprenditoriale e della eterogeneità del capitale, elemento che la scuola di Cambridge, in quanto neo-ricardiana, non può accettare. Ciò che Lachmann ha in mente non è semplicemente l’eteregeneità; due attrezzature identiche possono produrre risultati completamente differenti se utilizzate in modi diversi o in diverse condizioni spazio-temporali. Il profitto dunque non dipende semplicemente dalle caratteristiche fisiche del capitale, ma soprattutto dalle combinazioni di capitale: il capitale può generare profitto solo se usato in un certo modo. Ciò rende impossibile riferirsi ad una saggio di profitto uniforme[17].

      Lachmann (1973, p. 252) ammette che l’idea di un tasso di profitto uniforme sia coerente con la situazione che Ricardo ha in mente, il libero accesso a tutti i mercati.

      Se i saggi fossero stati diversi, tutto il capitale sarebbe fuoriuscito dai settori industriali meno redditizi e si sarebbe concentrato in quelli più redditizi, conducendo perciò a un livello uniforme di redditività. Questa è una proprietà dell’equilibrio di lungo periodo. (Lachmann, 1973, p. 252).

      Il nostro mondo, peraltro, presenta differenti condizioni: il capitale è per lo più durevole e specifico, cosicché le forze equilibratrici possono operare solo lentamente. L’operare lento delle forze equilibratici fa sì che su esse prevelgano le «forze disequilibratrici dovute a cambiamenti improvvisi »[18]. La durabilità e la speficità del capitale, come il suo presentarsi in forma di combinazioni, non possono essere ignorate. Perfino ciò che Keynes chiama ‘own rate of interest’ non può essere assimilato al tasso di profitto ricardiano. Infatti, a detta di Lachmann l’intuizione keynesiana è maggiormente in relazione con l’idea austriaca di un tasso naturale d’interesse, in grado di riflettere la struttura intertemporale delle preferenze; si tratta di un concetto puramente soggettivo, che non si presta ad essere preso in considerazione dall’approccio oggettivo della scuola di Cambridge[19].

      Un ulteriore punto di divisione tra Lachmann e i cantabrigensi sta nel fatto che per Lachmann il profitto è essenzialmente un fenomeno di disequilibrio[20]. Essendo generati dalla differenza tra prezzi di vendita e costi d’acquisto, i profitti non possono generarsi in un contesto di equilibrio. Nella lotta per il profitto, la funzione imprenditoriale risveglia le forze equilibratrici, mentre il profitto appare solo fintantoché l’equilibrio non prevale. Come spiegato in Kirzner (1973, p. 48):

      The pure entrepreneur […] proceeds by his alertness to discover and exploit situation in which he is able to sell for high prices that which he can buy for low prices. Pure entrepreneurial profit is the difference between the two set of prices. It is not yielded by exchanging something the entrepreneur values less for something he values more highly. It comes from discovering sellers and buyers of something for which the latter will pay more than the former demand.

La funzione imprenditoriale, mossa dalla ricerca del profitto, sposta il mercato da uno stato di disequilibrio verso uno d’equilibrio[21]. Il punto di partenza dell’azione umana, infatti, è sempre uno stato di disequilibrio, caratterizzato da un certo grado d’ignoranza a proposito dei mercati. È attraverso l’interazione nel mercato che la conoscenza può essere acquisita e trasmessa, generando anche revisione dei piani d’azione. L’allerta imprenditoriale permette a tali cambiamenti di accadere e, quindi, di ridurre il grado di ignoranza e di guidare i piani verso un maggiore grado di mutua compatibilità, in tal senso essa è una forza equilibratrice[22]. L’approccio di mercato, infatti, si focalizza

on the role of knowledge and discovery in the process of market equilibration. In particular this approach (a) sees equilibration as a systematic process in which market participants acquire more and more accurate and complete mutual knowledge of potential demand and supply attitudes, and (b) sees the driving force behind this systematic process in what will be described below as entrepreneurial discovery. (Kirzner, 1997, p. 62).

      Il processo equilibratore consiste precisamente nell’acquisizione di maggiori informazioni riguardanti i piani dei diversi attori nel mercato[23]. È solo in un contesto di disequilibrio che le opportunità di profitto possono esistere ed essere scoperte dall’allerta imprenditoriale[24]. In tal senso, l’allerta permette la scoperta e la scoperta gioca un ruolo equilibrante, riducendo l’ignoranza sul mercato[25]. Tuttavia, al contrario di Kirzner, Lachmann sostiene che, in un’economia di mercato, le forze equilibratrici non prossono prevalere e ciò conferisce significato al processo competitivo: i profitti continuano a generarsi perché c’è sempre qualche settore del sistema economico in cui prevale una situazione di disequilibrio[26].

      Lachmann (1973, p. 260) deduce due conclusioni dalla sua analisi sulla natura del profitto.

      In primo luogo, le differenze elusive e sfuggenti tra prezzi e costi, che costituiscono la fonte di tutti i profitti, non possono trovare spazio nel mondo di equilibrio di lungo periodo di cui si occupano entrambe le scuole rivali [la scuola di Cambridge e i neoclassici]. Un saggio di profitto di equilbrio è dunque una contraddizione in termini.

        In secondo luogo, il profitto è un fenomeno eminentemente microeconomico. La sua base va ravvvisata principalmente nello schema sempre mutevole delle differenze tra prezzi e costi in migliaia di mercati diversi. Senza comprendere questo micro-fondamento del fenomeno, non possiamo coglierne l’essenza. E senza di esso, di certo, non saremo in grado di formulare una teoria generale del profitto. Una teoria macroeconomica del profitto non avrebbe quindi molto senso.

      Secondo Lachmann (1973, pp. 261-265), anche se neoclassici e neo-ricardiani presentano differenze nella propria analisi del tasso di profitto[27], entrambe le scuole non sono in grado di cogliere la vera natura del profitto, la quale giace nelle micro forze del processo competitive di mercato.

di Carmelo Ferlito

  • History of Economic Thought Lecturer, Faculty of Business, School of Accounting, Economics and Finance, INTI International University and Colleges, Subang Jaya, Malaysia.
  • Senior Fellow, Institute for Democracy and Economic Affairs (IDEAS), Kuala Lumpur, Malaysia.

carmelo@uow.edu.au

+60-19-2394148

https://newinti.academia.edu/CarmeloFerlito

Note

[1] Troppo spesso la scuola austriaca è ancora confusa nell’ambito del mainstream neoclassico. Per una accurata chiarificazione circa le enormi differenze tra gli austriaci e i neoclassici si veda Huerta de Soto (1998).

[2] Lachmann (1973, p. 230).

[3] Lachmann (1966, p. 51).

[4] Lachmann (1973, p. 234).

[5] Si veda in particolare Hülsmann (2000).

[6] Lachmann (1973, p. 236).

[7] Lachmann (1976c, p. 152).

[8] Lachmann (1976d, p. 217).

[9] Lachmann (1973, pp. 246-249) menziona Joan Robinson, Piero Sraffa e Luigi Pasinetti quali protagonisti principali di tale rivoluzione. Noi dobbiamo aggiungere, seguendo Roncaglia (1990), Garegnani e Paolo Sylos Labini. Quest’ultimo, in particolare, ha sviluppato un approccio neo-ricardiano mettendo assieme le sue passioni per Smith, Schumpeter (con il quale trascorse due anni ad Harvard) e Keynes. Si vedano, in particolare, Sylos Labini (1956, 1984, 1993). Sul periodo di Sylos Labini con Schumpeter si veda Ferlito (2011).

[10] Lachmann (1973, p. 238). La stessa critica verso l’impostazione dell’economica moderna e la necessità di un ritorno all’impostazione classica è presente in Sylos Labini (2004).

[11] Lachmann (1973, p. 241).

[12] Lachmann (1973, p. 244).

[13] Lachmann (1973, pp. 250-252).

[14] Si vedano Lachmann (1958; 1986b, capitolo 4).

[15] Lachmann (1973, p. 251).

[16] Lachmann (1973, p. 251).

[17] Lachamann (1973, pp. 251-252).

[18] Lachmann (1973, p. 252). Lachmann potrebbe avere in mente i processi schumpeteriani di innovazione.

[19] Lachmann (1973, p. 254).

[20] Lachmann (1973, p. 258).

[21] Kirzner (1973, pp. 69-75). Si veda Ferlito (2015).

[22] «For Hayek the equilibrating process is thus one during which market participants acquire better mutual information concerning the plans being made by fellow market participants. For Mises this process is driven by the daring, imaginative, speculative actions of entrepreneurs who see opportunities for pure profit in the conditions of disequilibrium». (Kirzner, 2000, p. 13).

[23] Nell’economia di mercato il problema del coordinamento trova soluzione attraverso il processo di mercato e il ruolo chiave giocato dai prezzi (Kirzner, 1963, p. 38).

[24] «For Austrians […] mutual knowledge is indeed full of gaps at any given time, yet the market process is understood to provide a systemic set of forces, set in motion by entrepreneurial alertness, which tent do reduce the extent of mutual ignorance. Knowledge is not perfect; but neither is ignorance necessarily invincible. Equilibrium is indeed never attained, yet the market does exhibit powerful tendencies toward it». (Kirzner, 1992, p. 5).

[25] Kirzner (1997, p. 68).

[26] Lachmann (1973, p. 259).

[27] Per i neoclassici profitto e tasso di interesse coincidono, mentre per la scuola di Cambridge essi sono tenuti nettamente distinti.

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