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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 10 min 32 sec fa

Il mondo è impazzito?

Gio, 14/02/2013 - 11:00

Da ragazzino mi piaceva giocare a calcio con gli amici nel cortile di mio zio Salvatore e, quando la palla partiva nella direzione sbagliata frantumando un vetro, lui ci rimproverava tutti col suo accento calabrese: “Guardate guagliuni cosa avete fatto! Avete visto che danno? Siete forse impazziti? Per punizione starete un mese senza palla!”.

Oggi, dopo tanti anni, mi chiedo: il mondo è forse impazzito? Perché gli economisti  insistono nel rompere finestre? Perché mai Keynes ha detto che questa pratica potrebbe generare posti di lavoro? Perché non si legge Bastiat, Mises, Hayek? Se zio Turiddu fosse vivo, la giusta punizione da lui impartita a governi e banche centrali sarebbe stata: “Dimenticate Keynes e la macroeconomia tradizionale, leggete tutti i libri di Mises e degli economisti Austriaci per i prossimi cent’anni!“.

Invero, sembra proprio che il nostro vecchio mondo sia decisamente impazzito, una malattia dai diversi nomi ma tutti equivalenti: interventismo, socialismo, keynesismo, monetarismo, sviluppismo, socialdemocrazia, stato sociale, populismo …

Di certo, lungo tutta la storia economica mondiale, banche centrali e commerciali mai hanno emesso tanto denaro e convogliato tanto credito, sotto gli occhi compiacenti di un Comitato di Basilea divenuto ormai una sorta di club esclusivo a garanzia di banche centrali e banchieri. I vari governi, dal canto loro, mai avevano raggiunto debiti pubblici a livelli tanto irresponsabili quanto quelli che oggi vediamo, tutto sotto la benedizione ‘scientifica’ del keynesismo e del monetarismo: teorie economiche che hanno dimostrato, ieri come oggi, la propria incapacità di spiegare il mondo reale.

La crisi globale non è dovuta alla mancanza di credito o di regolamentazioni statali, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa! Essa non è stata provocata dai mercati, ma dai governi! Causa principale della crisi è stata l’imposizione di tassi di interesse artificialmente bassi da parte delle banche centrali, tra cui la FED e la Banca Centrale Europea.

La Teoria Austriaca del Ciclo Economico (Austrian Business Cycle Theory) spiega perfettamente come tassi di interesse artificialmente bassi portino ad un boom iniziale che inganna gli attori economici: questi s’illudono che il livello di risparmi reali sia oggi maggiore che in passato, laddove, invece, si tratta solo di scritture contabili travestite da risparmio, vale a dire senza basi né fondamenti reali. Tassi di interesse così bassi avviano un boom di investimenti nei primi stadi della struttura del capitale dell’economia; in questa prima fase del ciclo economico i governi pensano di essere ricchi e pertanto spendono di più. Chi paga il conto? Naturalmente i cittadini, che vengono derubati dallo Stato.

L’economia ora produce più beni capitali, cosa che incentiverà i settori legati alla produzione di beni di consumo; tra i due inizia quindi un braccio di ferro, una disputa per il credito con conseguente pressione ad aumentare i tassi di interesse. Ecco manifestarsi uno scoordinamento tra risparmio ed investimento, cioè tra offerta e domanda: con tassi di interesse più elevati, molti progetti di investimento non apparirebbero più così redditizi e dunque non verrebbero intrapresi.

Nel 1928, Hayek dimostrò come il meccanismo di mercato dei prezzi relativi dirotti risorse da attività di consumo ad attività di investimento, in risposta a mutamenti delle preferenze intertemporali dei consumatori. Spiegò, inoltre, come una diminuzione della domanda di prodotti (ossia il consumo corrente) possa essere associata ad un aumento della domanda di lavoro o di altri fattori in un’ottica temporale della struttura di produzione, consentendo un aumento del livello di consumo futuro. Stiamo parlando di processi di mercato, ineludibili e inesorabili, la cui stessa esistenza viene ignorata, trascurata o financo negata da Keynes e dai suoi seguaci.

Essa è invece l’essenza della Teoria Austriaca del Ciclo Economico: con tassi di interesse artificialmente bassi, i consumatori sono incoraggiati a ridurre ulteriormente il livello di risparmio ed iniziare a consumare di più; gli imprenditori, a propria volta, sono ora indotti ad aumentare la spesa in investimenti. Si genera dunque quello squilibrio tra risparmio e investimento che caratterizza un’economia dalla crescita insostenibile! Questa è, in breve, la lezione della critica Austriaca verso le banche centrali, sviluppata da Mises nel 1912 e da Hayek negli anni ’20 e ’30: contrariamente a quanto Keynes pensava, recessioni e depressioni sono provocate da scarsità di risparmi ed eccesso di malinvestimenti, non da eccesso di risparmi e carenza di investimenti.

Proprio questa lezione, sintesi della saggezza di una Scuola Austriaca incompresa o respinta dalla teoria economica oggi in voga (mainstream economics), spiega perfettamente la crisi del mondo contemporaneo.

Purtroppo, gli economisti sono stati istruiti a dare per scontato l’intervento pubblico nell’economia e plaudono al ruolo del governo, poiché da essi visto come rapido e potente esecutore delle loro ricette.

La crisi economica mondiale, iniziata nel mercato statunitense dei mutui per poi diffondersi in tutto il mondo, continua a resistere ai ‘rimedi’ somministrati dai governi: aumenti esorbitanti di spesa pubblica, inflazione vertiginosa della moneta e del credito! Secondo i seguaci di Keynes, come Krugman, abbiamo bisogno di rompere più finestre e molto altro ancora; per i monetaristi è indispensabile fornire ‘liquidità’ all’economia attraverso l’emissione di nuovo denaro e la concessione di ulteriore credito.

Questi due falsi rimedi sono stati applicati dai governi in un modo mai visto prima e senza alcuna conseguenza realmente positiva: l’Europa è in una situazione molto preoccupante, aggravatasi dopo l’unificazione amministrativa e l’introduzione dell’euro; quest’ultima ha portato molti governi a illudersi di essere diventati miliardari dalla sera alla mattina ma, al loro risveglio, si sono accorti che è stato solo un sogno e di essere rimasti poveri. Gli Stati Uniti nel frattempo, dopo vari tentativi assolutamente inutili di quantitative easing, hanno tentato di affrontare il cosiddetto fiscal cliff (voragine fiscale) riuscendo solo a darsi la zappa sui piedi.

In breve, il mondo sta impazzendo: i ‘dottori’ dell’economia stanno prescrivendo zucchero a un diabetico. L’economia mainstream è in crisi ed è proprio in un momento come questo che noi Austriaci dobbiamo dimostrare al mondo come le nostre teorie siano di gran lunga superiori.

Il nostro lavoro potrà, magari, dare i propri frutti non prima di due o tre generazioni, ma abbiamo il dovere di lottare per lasciare un mondo migliore ai nostri nipoti. La Scuola Austriaca è la più piccola e la più antica, ma è anche quella che si è diffusa più di ogni altra negli ultimi anni.

Al lavoro dunque, colleghi Austriaci! Se il mondo è impazzito, è nostro obbligo morale impegnarci per aiutarlo a guarire.

 

Ubiratan Jorge Iorio

 

Ubiratan Jorge Iorio è Direttore Accademico dell’Istituto Mises Brasil, Socio onorario dell’Associazione Ludwig von Mises Italia e professore di Economia presso l’Università dello Stato di Rio de Janeiro

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Controllo delle armi e genocidi

Mer, 13/02/2013 - 11:00

Domenica 24 aprile 2005 ricorreva il 90° anniversario del primo genocidio del ventesimo secolo: il massacro, ad opera del governo turco, di oltre un milione di armeni disarmati. La parola chiave è “disarmati”.

I turchi riuscirono a passarla liscia nascondendosi sotto la copertura della guerra. Non subirono maggiori ritorsioni post-belliche per aver compiuto lo sterminio di massa di un popolo pacifico, rispetto a non averlo compiuto.

Altri governi presero subito nota di questo fatto. Fu visto come un precedente internazionale molto utile.

Settantanove anni dopo l’inizio di quel genocidio, l’”Hotel Ruanda” entrò in attività.

Anche gli Hutu la passarono liscia. Ironicamente, almeno dieci anni prima – non ricordo la data esatta – la rivista Harper’s aveva pubblicato un articolo in cui si prediceva quel genocidio per la seguente ragione: gli Hutu avevano le mitragliatrici; i Tutsi no. L’articolo era scritto come una sorta di parabola, non come una specifica previsione politica. Ricordo di averlo letto a quell’epoca e di aver pensato: “Se fossi un Tutsi, emigrerei”.

Essere un civile nel ventesimo secolo non fu un buon affare. Le probabilità erano contro i civili.

Cattive notizie per la popolazione civile

Il ventesimo secolo, più di ogni altro secolo nella storia documentata, è stato il secolo della disumanità dell’uomo verso l’uomo. Questa frase è memorabile, ma è anche fuorviante. Dovrebbe essere modificata così: “Disumanità dei governi verso civili disarmati”. Nel caso di genocidio, però, non è facile sminuire il crimine classificandolo come danni collaterali per un nemico di guerra. Si tratta di sterminio deliberato.

Il ventesimo secolo cominciò ufficialmente l’1 gennaio 1901. All’epoca, era in pieno corso una guerra importante, quindi cominciamo da questa. Era la guerra degli Stati Uniti contro le Filippine, i cui cittadini cullavano l’ingenua idea che la liberazione dalla Spagna non implicasse la colonizzazione da parte degli Stati Uniti. Prima su ordine di McKinley e in seguito di Roosevelt, furono inviati 126.000 soldati nelle Filippine per dare loro una lezione di geopolitica moderna. Avevamo pienamente comprato le Filippine dalla Spagna per 20 milioni di dollari nel dicembre 1898. Il fatto che le Filippine avessero dichiarato l’indipendenza sei mesi prima era irrilevante. Un affare è un affare. Coloro che venivano comprati non avevano voce in capitolo.

A quel tempo, contammo i morti tra i combattenti nemici. Le stime ufficiali contavano 16.000 morti. Alcune stime non ufficiali indicavano un numero più vicino a 20.000. Per quanto riguarda i civili, allora come oggi, c’erano solo cifre non ufficialmente riportate dagli Stati Uniti. La stima inferiore è di 250.000 morti; la stima superiore è di un milione.

Poi la Prima Guerra Mondiale ruppe gli argini e aprì la strada all’inondazione – l’inondazione di sangue.

Turchia, 1915

Il gioco diplomatico è sempre verbale. La parola “genocidio” è proibita. La Turchia accetta, seppur con fastidio, “tragedia”. Perciò, tutti i rapporti ufficiali provenienti da fonti governative di tutto il mondo – ad eccezione dell’Armenia – fanno riferimento alla “tragedia armena”. Questo gioco diplomatico va avanti sin dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Reagan è stato l’unico presidente ad usare il termine corretto. Il presidente Bush nel 2003 parlò diplomaticamente di “uccisioni di massa”. [...]

Non essendo diplomatico in questioni così gravi, nemmeno remotamente, io preferisco usare la temuta parola. Il genocidio armeno del 1915 fu preceduto da una parziale pulizia etnica, che durò due anni, dal 1895 al 1897. Circa 200.000 armeni furono uccisi.

Questo evento servì da sfondo per lo straordinario film di Elia Kazan, America, America (1963), che fu nominato all’Oscar nel 1964. Kazan racconta una versione romanzata della storia di un suo zio greco, emigrato in America. La famiglia di Kazan lo seguì nel 1913. Il film comincia con due amici, uno greco e l’altro armeno, che vengono avvertiti dal loro ex-comandante militare, turco, di guai in arrivo. Poi i guai arrivano. Ufficiali turchi rinchiudono l’armeno, insieme ad altri armeni, all’interno di una chiesa. Poi fanno bruciare la chiesa. Il greco vede cosa accade. Fa voto di fuggire dall’impero Ottomano e andare in America. Il film segue il suo viaggio. L’America era un asilo sicuro per chi cercava rifugio; se mai ci fu un film sull’America come asilo per rifugiati, questo è America, America.

Gli armeni erano facilmente identificabili. Secoli prima, i conquistatori turchi ottomani li avevano obbligati ad aggiungere ai loro cognomi il suono “ian/yan”. Erano sparsi per tutto l’impero, per cui non possedevano lo stesso tipo di concentrazione geografica e di roccaforti che altri cristiani avevano in Grecia o nei Balcani. Non avevano mai organizzato forze armate di resistenza. Fu questo a portarli alla distruzione. Non potevano difendersi.

Erano invidiati perché erano ricchi e meglio istruiti rispetto al gruppo sociale che comandava. Erano gli uomini d’affari dell’impero Ottomano. Lo stesso valeva in Russia; lo stesso risentimento esisteva qui, sebbene non con la stessa intensità del risentimento in Turchia.

Le stime, da fonti non turche, variano da 800.000 a 1.500.000 armeni uccisi. La maggior parte di questi furono uccisi con tecniche a bassa tecnologia ma ad alta efficienza. L’esercito radunava centinaia o migliaia di civili, li spingeva verso aree selvatiche e aspettava finché morivano di fame.

Genocidio? Assurdo!

È tuttora la posizione ufficiale del governo turco che non fu genocidio; fu un dislocamento per ragioni militari. Capite, c’era in progetto una rivolta da parte degli armeni e dei russi nella regione Van, una zona di confine. Questa fu la spiegazione fornita nel 1915 dal Console Generale turco a New York, in una dichiarazione pubblicata sull’edizione del 15 ottobre 1915 del New York Times. [...]

Poi, per qualche motivo, le cose sfuggirono di mano. Il governo era impotente. Capite, proprio come tutti gli altri governi in periodo di guerra riguardo alle azioni di ufficiali in difesa della nazione. Impotente. Cosa potrebbe fare un governo? In giorni recenti, un rappresentante di scarso rilievo del governo turco si è scusato:

“Chiediamo scusa agli Armeni per non essere stati in grado, noi e i nostri predecessori, di prevenire il genocidio”. Queste sono le parole di Jashar Arif, rappresentante della International Exchange Confederation, che è turco. Egli è giunto in Armenia insieme a diversi altri turchi per prendere parte agli eventi per il 90° anniversario del genocidio armeno.

Il governo turco continua a sostenere come all’epoca fosse previsto che gli armeni si alleassero con i russi per combattere contro i turchi. Anche pochi giorni fa, il 24 aprile 2005, il Philadelphia Enquirer ha riportato la spiegazione di Yasar Yakis, a capo del Comitato per gli Affari della Comunità Europea del parlamento turco, circa le ragioni per il dislocamento. “Gli armeni furono dislocati perché cooperavano con il nemico, i russi, e [...] uccidevano soldati ottomani da dietro le linee”.

Gli armeni furono uccisi sistematicamente in tutto l’impero, non solo sul confine russo. Il dislocamento in un campo, di solito, implica la fornitura di cibo, tetto e necessità di base. Non significa essere lasciati morir di fame in aree selvatiche.

[...]

Il governo turco, nel 1989, ha affermato che gli archivi riguardanti l’”inesistente genocidio” erano finalmente aperti. Però, è emerso che non erano aperti agli armeni che studiavano l’”inesistente genocidio”.

Quello che gli archivi provano, secondo il governo turco, è che i turchi furono vittima di assassinio di massa da parte degli armeni. Sì, è difficile da credere. Ma è quello che mostrano gli archivi. Abbiamo la parola del governo turco. Il 25 aprile 2005, è apparso un documento sul sito della International Relations and Security Network, la quale è in parte finanziata dall’agenzia svizzera per la difesa. Vi è scritto:

Gli armeni parlano di almeno un milione di persone morte tra il 1915 e il 1917, in conseguenza di una deliberata politica di sterminio: essi sostengono che tale politica fu avviata dal Comitato di Unione e Progresso (Ittihad ve Terakki Cemiyeti), o CUP, allora alla guida dell’impero. Ankara ribatte che il bilancio dei morti è ampiamente esagerato e che furono circa 300.000 gli armeni morti durante quegli anni. Afferma, inoltre, che le morti furono conseguenza di negligenza, lotte tra etnie, operazioni di guerra; i leader del CUP – noti anche come Giovani Turchi – non avevano alcuna intenzione di spazzare via la più grande comunità cristiana restante nell’impero. Pur non negando le deportazioni di massa del 1915 – che seguirono il massacro di 200.000 greci – la storiografia ufficiale turca sostiene che i trasferimenti ebbero lo scopo di prevenire la collaborazione tra gli armeni e la Russia. La Russia zarista era allora in guerra contro l’impero Ottomano e la Germania sua alleata. La storiografia ufficiale turca riporta, inoltre, la morte di più di 500.000 turchi per mano degli armeni tra il 1910 e il 1922.

Il 25 aprile 2005, dal sito TurkishPress.com, apprendiamo dello spietato contro-genocidio.

Onur Oymen, leader del Partito Popolare Repubblicano turco (CHP), ha sentenziato lunedì: “se si deve esprimere dolore per le vittime armene, si devono ricordare anche i turchi, in numero maggiore di mezzo milione, uccisi negli stessi incidenti.”

Ci viene inoltre assicurato, da un portavoce del ministro turco per la Giustizia, che la Turchia ha sopportato abbastanza questa assurdità del genocidio. Il 25 aprile 2005, TurkishPress.com ha pubblicato:

Il portavoce del Ministero di Giustizia e del Governo turco Cemil Cicek sostiene, dopo aver lasciato agli storici la questione del cosiddetto genocidio per molti anni, sia veramente venuto il momento per la Turchia di cominciare a smentire tutte le accuse, in vari paesi.

[...]

E’ venuto il momento, davvero! Quegli storici, legati come sono a fuorvianti documenti da fonti primarie, sono semplicemente inaffidabili. Non prestano sufficiente attenzione a documenti da fonti primarie sulle assicurazioni ufficiali turche, indicanti da 90 anni che niente stava accadendo o accadde, preferendo citare invece inaffidabili racconti di testimoni oculari di quanto accadeva. L’influenza politica armena è dietro a tutto ciò.

Cicek ha sottolineato: gli armeni influenzano i parlamenti dei paesi in cui hanno potere e sono riusciti ad ottenere decisioni parlamentari in loro favore in 15 paesi.

Ah, già: la ben nota Armenian International Network, che domina i parlamenti nel mondo. [...]

Il libro blu

Quello che è andato di traverso al governo turco per quasi 90 anni è un rapporto ufficiale del governo britannico, The Treatment of Armenians in the Ottoman Empire 1915–1916. Se non credete che i governi rimangano ancorati alla loro versione ufficiale della storia, considerate questo pezzo sul Financial Times del 22 aprile 2005.

La Turchia contesta la “frode” del genocidio

di Vincent Boland ad Ankara

Ieri il parlamento turco si è preparato a chiedere al Regno Unito di ripudiare un documento storico, considerato alla base dell’accusa armena di genocidio ad opera dei turchi ottomani, durante la prima guerra mondiale.

L’iniziativa giunge alla vigilia delle commemorazioni tra gli armeni per il 90° anniversario di quello che essi considerano l’inizio del massacro, che avrebbe mietuto fino a 1.5 milioni di vittime.

Questa mossa avrà, verosimilmente, l’effetto di esacerbare l’aspra disputa tra turchi e armeni. I sostenitori della causa armena, in particolar modo in Francia, premono affinché l’Unione Europea ritardi l’inizio dei colloqui per l’entrata della Turchia nella EU fino a quando la Turchia non riconoscerà lo “sterminio sistematico” del 1915.

I parlamentari turchi hanno completato e firmato una lettera indirizzata ad entrambe le camere del parlamento britannico: il documento, infatti, sarebbe “una frode basata su montature, mezze verità e resoconti e percezioni faziosi” di quanto accadde e “un capolavoro di propaganda e di inganno”.

Il documento, The Treatment of Armenians in the Ottoman Empire 1915-1916, fu scritto dallo storico britannico Arnold Toynbee ed era incluso in una pubblicazione nota come Blue Book, di Viscount Bryce, un diplomatico britannico. Era un documento ufficiale di Westminster, per questo il parlamento turco si appella alla camera dei comuni e alla camera dei lord.

La Turchia respinge l’accusa di genocidio; il vero bilancio delle vittime tra gli armeni, secondo essa, fu di circa 600.000 morti, molti di questi per gli effetti della guerra civile, della fame e della deportazione. Secondo la Turchia, inoltre, la morte di centinaia di migliaia di turchi nello stesso periodo è ignorata.

La lettera, resa disponibile ieri dal parlamento turco nella versione originale turca e nella traduzione inglese, sarà inviata a Londra al più presto possibile.

Secondo la missiva, la propaganda britannica, nella prima guerra mondiale, dipinse la distruzione dell’impero Ottomano come obiettivo chiave della guerra, al fine di “rendere accettabile il colonialismo britannico in Anatolia e in Mesopotamia” e incoraggiare gli Stati Uniti ad unirsi agli Alleati. L’impero Ottomano collassò dopo la guerra; la zona centrale dell’impero, l’Anatolia, è la Turchia di oggi.

L’ambasciata britannica ad Ankara ha rifiutato di commentare la lettera. Secondo alcuni storici turchi, il documento ha superato la prova del tempo; per altri, Toynbee in seguito prese le distanze dai suoi riscontri, basati su racconti di testimoni oculari.

La posizione ufficiale del Regno Unito considera i massacri “una tragedia orribile”, tuttavia ritiene le prove non  “sufficientemente inequivocabili” per classificarli come genocidio secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul Genocidio del 1948.

Viscount James Bryce fu uno storico illustre. Il suo libro, The American Commonwealth (1888), è consultato ancora oggi dagli storici americani come fonte primaria sull’opinione acculturata degli inglesi circa l’America. Fu ambasciatore negli Stati Uniti negli anni 1907-13.

Il nome Arnold Toynbee può forse suonare familiare. Negli anni ’50, era uno dei più illustri storici del mondo. Il suo studio in 12 volumi (1934-61) di 26 civiltà non ha precedenti nella sua ampiezza; The Treatment of Armenians fu la sua prima pubblicazione di rilievo.

Il brano che segue appare nella parte VI, “Le deportazioni del 1915: Procedure”. E’ illuminante: leggetelo con attenzione. E’ l’aspetto cruciale dell’intero genocidio. Il governo confiscò le loro armi.

Fu decretato che tutti gli armeni fossero disarmati; gli arruolati nell’esercito furono costretti a lasciare i ranghi combattenti, quindi  riorganizzati in speciali battaglioni di lavoro e messi all’opera per costruire fortificazioni e strade. Il disarmo della popolazione civile fu lasciato alle autorità locali e in tutti i centri amministrativi cominciò un regno di terrore: le autorità pretendevano la consegna di armi in un certo numero definito; coloro che non potevano consegnarle venivano torturati, spesso in modi maniacali; coloro che se le procuravano per consegnarle, comprandole dai vicini musulmani o in altri modi, venivano imprigionati con l’accusa di congiura contro il governo. Solo pochi di questi erano uomini giovani, in quanto, in maggioranza, i giovani erano stati chiamati a servire nell’esercito; erano uomini maturi, uomini importanti e leader della comunità armena; divenne evidente che l’inquisizione per le armi  veniva usata come maschera per privare la comunità dei suoi capi naturali. Misure simili avevano preceduto i massacri del 1895-6, quindi l’inquietudine del presentimento si diffuse tra la gente. “Una notte in inverno”, scrive uno straniero testimone di questi eventi, “il governo inviò ufficiali per la città in tutte le case armene: questi svegliavano le famiglie esigendo la consegna di tutte le armi. Questa azione ebbe l’effetto di campane a morto su molti cuori”.

Io possiedo una copia de The Treatment of Armenians. Anzi, la possiede mia moglie. Il libro contiene due resoconti degli eventi nel Van, ove i turchi sostengono scoppiò una rivolta, giustificando perciò il dislocamento forzato. Questi resoconti furono scritti da Y.K. Rushdooni (così il nome è scritto in The Treatment of Armenians), il nonno di mia moglie. Sono estremamente dettagliati: attività strada per strada. Y.K. Rushdoony aveva, ed ebbe per tutta la vita, una memoria fotografica. [...]

Controllo delle armi

Lenin disarmò i russi. Stalin commise genocidio contro i kulaki negli anni ’30; i morti furono almeno sei milioni.

Nel testo del Gun Control Act del 1968, persino le parole usate sono prese dalla legge di Hitler del 1938, la quale, a sua volta, costituiva una revisione della legge del 1928 approvata dal governo della repubblica di Weimar. Una buona introduzione a questa analisi storica “politically incorrect” del controllo delle armi in America si trova su jpfo.org (Jews for the Preservation of Firearms Ownership).

Quando le truppe di Mao prendevano un villaggio, una delle loro azioni era rapire persone ricche. Poi, offrivano di liberare le vittime in cambio di denaro. Le vittime erano rilasciate dopo il pagamento. Poi erano rapite di nuovo: questa volta, la richiesta era per le armi. Poi venivano rilasciate di nuovo. Questo faceva sì che le richieste apparissero ragionevoli alle famiglie delle prossime vittime. Ma, una volta avute le armi della comunità, cominciavano gli arresti e le esecuzioni di massa.

L’idea che l’individuo abbia diritto all’autodifesa è sancita nella costituzione americana: si tratta del secondo emendamento. Carroll Quigley, che insegnò storia a Bill Clinton a Georgetown, si occupò di storia delle armi: scrisse un libro di un migliaio di pagine sugli armamenti medievali. Sostenne e argomentò, in Tragedy and Hope (1966), che la rivoluzione americana ebbe successo perché gli americani possedevano armi comparabili a quelle delle truppe britanniche. Questo, disse, fu il motivo per cui ci furono una serie di rivolte contro governi dispotici nel diciottesimo secolo. Quando le armi del governo divennero superiori, la spinta verso governi dal potere più limitato non ebbe altrettanto successo.

C’è una ragione per cui i governi si impegnano a disarmare i loro cittadini: vogliono mantenere il monopolio della violenza, il resto non conta. L’idea di una cittadinanza armata è un anatema per la maggior parte dei politici. Dopotutto, a che servirebbe un monopolio allora?

Conclusione

I genocidi avvengono.

Non avvengono mai quando le potenziali vittime possiedono armi da fuoco.

Gary North, 27 aprile 2005

Articolo su lewrockwell.com

Traduzione di Maria Missiroli

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Libertà e Sicurezza

Mar, 12/02/2013 - 11:30

Benché il 2012 si sia concluso con il secondo, temporaneo, salvataggio di fila dell’Unione europea, il mio consiglio rimane quello di non abbassare la guardia ma di approfittarne per continuare ad informarsi e ad agire. Lo ripeto perché non è così scontato come sembra: di solito, infatti, accade sempre l’opposto: la gente in modo caotico e poco costruttivo corre disperatamente a cercare informazioni quando si trova nei momenti più critici, compiendo spesso e volentieri anche scelte finanziarie tremendamente sbagliate (vendere titoli di Stato e azionari ai minimi, portare via i risparmi dal paese per comprare valuta straniera sui massimi), per poi tornare a rilassarsi quando la tempesta sui mercati sembra passata compiendo, al contrario, altre scelte finanziariamente sbagliate (rientrare sulle borse o continuare a comprare titoli di Stato sui massimi, lasciare i propri risparmi dove sono pensando allo scampato pericolo).

Invece i momenti migliori per informarsi e prendere le decisioni con lucidità sono quelli di relativa calma come quello che stiamo vivendo. Onde sintetizzare al meglio dove realmente siamo arrivati, e trarne le dovute azioni e conclusioni, riporto qua di seguito un articolo di Alasdair Macleod. E’ molto chiaro ed in quelle poche righe ripercorre i temi più importanti che mi sono sforzato di approfondire e divulgare con i diversi libri fin qua pubblicati (ho linkato frasi e parole dell’articolo al nostro libro che meglio di altri spiega il concetto esposto). Leggetevelo bene e pur cercando di mantenere vivo l’ottimismo non fatevi le stesse illusioni che continuano a farsi i nostri politici che ci governano. A differenza loro, che così facendo stanno solo rovinando gli inermi cittadini, prenderete in giro solo voi stessi. Sperate quindi sì per il meglio, ma non fatevi trovare impreparati qualora arrivasse il peggio: non finirà sempre così bene come è riuscito a Bernanke nel 2008 o a Draghi in questi ultimi due anni.

Infine, per citare H.L. Mencken: “L’uomo medio non vuole libertà, vuole sicurezza”. Verissimo, lo sanno soprattutto quelli che ci governano. Però riporto anche una frase tratta da Cosa è il Denaro: “Lo Stato protettore e salvifico si trasforma, presto o tardi, nello Stato inflazionista. Promette più protezione di quanta ne possa of­frire. Tassa. Poi inflaziona. Quindi fallisce”. Questo fallimento, benché non lo si voglia ammettere, di fatto è una realtà ed a prescindere dai termini in cui troverà forma esso costituirà un enorme problema per l’uomo medio: insieme a libertà già ampiamente compromesse egli finirà col perdere infatti anche protezione e sicurezza. Abbiamo quindi una delle ultime occasioni per capire una cosa importantissima: in futuro sicurezza e protezione potranno essere garantite solo di pari passo con le nostre libertà, economiche prima di tutto. Questo è il messaggio contenuto nell’articolo che segue.

Francesco Carbone

Addio Libertà

Gli esseri umani, nella loro avanzata forma economica, stanno commettendo eutanasia. I governi degli Stati Uniti, Regno Unito, paesi dell’Unione europea e Giappone stanno tutti implementando politiche economiche che in ultima analisi porteranno al collasso dei loro sistemi monetari; distruggere il mezzo di scambio significa però condannare le persone a vivere di stenti. Ciò nonostante le classi politiche e i governi continuano a procedere a passo sempre più veloce verso il compimento di questa immensa tragedia. Anziché guidare la società nella direzione giusta, la stanno distruggendo.

Siamo oramai abituati a considerare i governi come i naturali fornitori di tutto ciò che una volta le persone cercavano con sacrificio di procurarsi da sole; siamo caduti nella ingenua convinzione che essi siano al nostro servizio, che abbiano a cuore i nostri interessi, e che possano mantenere le promesse fatte in passato. Collettivamente siamo noi stessi ad avere scelto non la cooperazione sociale, ma la disintegrazione e la distruzione della società stessa. Viviamo offuscati da troppe idee sbagliate sul modo di perseguire i nostri stessi interessi al punto ad avere completamente perso la bussola. Benché testimoni viventi della distruzione di strutture economiche e sociali avvenute altrove in tempi anche recenti siamo convinti che ciò non possa accadere a noi stessi. Quando la realtà si manifesta per ciò che è semplicemente la rifiutiamo e la neghiamo.

Lo Stato controlla sempre più il denaro e i prezzi. Così facendo rende il calcolo economico sempre più privo di significato. Avanza sempre più pretese sulle nostre proprietà in nome del bene comune e per disporne come meglio crede. In tutto questo non c’è nulla di nuovo: in quello che è diventato nel tempo il vademecum di ogni economista neo-classico, cioè la sua teoria generale, Keynes stesso si è espresso a favore dell’eutanasia dei risparmiatori. Secondo l’economista britannico il ruolo dell’imprenditore e dell’investitore andavano sostituiti dai fondi illimitati a disposizione dello Stato. Abbiamo messo in pratica gli enormi errori di Keynes per 80 anni. La sua visione si è concretizzata nella nostra triste realtà.

Il costo di quelle politiche economiche lo ritroviamo nel nostro impoverimento e nella progressiva perdita delle nostre libertà. Lo Stato ci valorizza solo come contribuenti per riempire le proprie casse. Ci dice che dobbiamo essere controllati per il nostro bene. Fino a quando vi sarà ancora ricchezza da sequestrare o libertà personali da togliere, lo Stato non temerà niente e nessuno.

Tuttavia, i governi menzionati nel primo paragrafo stanno esaurendo i soldi dei propri cittadini. Tutti insieme, solo allo scopo di sopravvivere, stanno distruggendo a passo sempre più veloce il capitale economico della nazione. Si aiutano l’un l’altro sperando di potercela fare, ma l’unica possibilità che ormai hanno di sopravvivere e di tornare eventualmente a prosperare è quella di affrontare i problemi economici causati dall’interventismo e dalla pianificazione centralizzata.

L’anno prossimo, quando i governi più deboli cominceranno a crollare sotto i colpi della dura realtà economica senza più riuscire a nascondere il fallimento dei loro sistemi bancari, i governi più forti interverranno in loro soccorso sequestrando le risorse residue dei propri cittadini, come già oggi la Germania sta facendo a danno dei propri cittadini.

Per parafrasare Macbeth: è una storia, piena di rumore e di furore, che sta distruggendo tutto.

Articolo di Alasdair Macleod su GoldMoney.com

Traduzione di Francesco Carbone

Pubblicato originariamente su usemlab.com

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La disoccupazione nel mondo sommerso | Parte V

Lun, 11/02/2013 - 10:57

L’economia sommersa rappresenta probabilmente la sfida più importante e pericolosa per tutti i pianificatori e regolatori di stato. Essa sfida l’autorità e il controllo, sfugge gli obblighi tributari, trae in inganno pianificatori e regolatori nelle loro deliberazioni in ambito fiscale e monetario, ed è un fattore distorsivo nelle politiche relative al lavoro, alla casa, all’assistenza e all’industria. Il governo vorrebbe distruggere l’economia sommersa con ogni mezzo.

Nei sistemi totalitari i lavoratori sommersi rischiano la fustigazione, l’impiccagione, la decapitazione, l’asfissia per gas o la fucilazione. Negli Stati Uniti, possono essere sanzionati e imprigionati. Molti disegni di legge sono stati presentati con l’obiettivo di eliminare l’attività sommersa. Essi proponevano la punizione dei datori di lavoro per l’assunzione di stranieri irregolari, l’annullamento dei test di eligibilità welfaristica e il ritiro delle note da 100 USD dalla circolazione. In una società senza pianificatori e regolatori, non ci sarebbero né l’economia regolamentata né quella defiscalizzata. Tutta l’attività produttiva sarebbe libera.

La maggior parte delle analisi dell’economia sommersa indica le perdite da parte dell’agenzia delle entrate a livello federale e a livello statale. L’IRS stima di perdere approssimativamente 100 miliardi USD per annum. Cerca disperatamente sempre più potere in modo da accrescere le entrate, perseguire gli evasori e infliggere sanzioni onerose e pene inflessibili. Ma nonostante l’intimidazione e la coercizione l’economia defiscalizzata non cessa di espandersi come se fosse animata dalle stesse forze che vogliono sopprimerla.

Una riflessione lucida sull’economia sommersa getta dubbi intrascurabili non solo sulle statistiche ufficiali, ma anche sulle politiche implementate dall’autorità. Il tasso di disoccupazione è probabilmente l’indicatore economico più sensibile in ambito politico. Scuote l’opinione pubblica e influenza le linee di condotta del governo. Ma questo indicatore è basato su prospettive e assunti irrealistici. L’Ufficio Demografico [1] effettua mensilmente sondaggi demodoxalogici, intervistando 56.000 nuclei familiari al fine di determinare il tasso di disoccupazione. Se un individuo afferma di essere un impiegato o di avere una propria attività, egli è considerato occupato. Se afferma di essere in cerca di occupazione, è considerato disoccupato. Nel sondaggio del maggio 1983, 5656 individui, cioè il 10 percento del campione, aveva dichiarato di essere disoccupato. Per l’Ufficio Demografico questa cifra equivaleva a 11,2 milioni di disoccupati su 110,8 milioni di lavoratori, cioè il 10,1 percento.

I lavoratori sommersi forniscono informazioni veritiere all’Ufficio Demografico? In caso di risposta negativa, i dati relativi al tasso di disoccupazione sono fasulli. Una risposta inveritiera da parte anche solo dell’1 percento del campione di 56.000 individui dilaterebbe il tasso nazionale dell’1 percento (1,1 milioni). Una risposta inveritiera da parte del 10,1 percento metterebbe in dubbio l’intera entità di disoccupati. Poiché nessuno può conoscere il tasso di inveridicità, nessuno può conoscere il tasso di disoccupazione.

Il governo degli Stati Uniti, che fino al 1965 aveva attuato il Programma Bracero, permettendo l’occupazione di 4,8 milioni di braccianti agricoli messicani, chiuse le frontiere nel momento di maggior bisogno da parte dei messicani. L’Immigration and Nationality Act del 1965 prevedeva controlli burocratici a protezione dei lavoratori statunitensi. Conferiva al Ministro del Lavoro [2] l’autorizzazione a verificare, prima dell’emissione di un visto, che vi fosse carenza effettiva di manodopera nativa e che l’occupazione di uno straniero non avesse effetti negativi sulla retribuzione e sulle condizioni di impiego dei lavoratori autoctoni. Ovviamente il Ministro del Lavoro non ha mai emesso alcuna certificazione per gli operai industriali e agricoli. Ha invece accolto migliaia di professionisti, artisti e scienziati.

Molti stranieri irregolari vedono nell’economia defiscalizzata la soluzione più appropriata. Per minimizzare il pericolo di individuazione ed espulsione essi si nascondono all’autorità. Il mondo sommerso offre lo scudo dell’anonimità. Lo scudo mogliore. Dato il timore di essere accusati di assunzione illegale ed evasione fiscale, molti datori di lavoro obbligano i lavoratori irregolari a pagare la tassa sul reddito e i contributi welfaristici. Usciti dall’economia defiscalizzata, questi lavoratori devono comunque continuare a nascondersi all’autorità preposta al controllo dell’immigrazione.

Il tasso di intercettazione di stranieri irregolari che emergono dall’economia defiscalizzata è decisamente più elevato del tasso di intercettazione di stranieri che rimangono off the books. Probabilmente il tasso cresce in diretta proporzione agli stranieri che emergono e rivendicano i diritti ridistribuzionali dei residenti. Lo straniero irregolare che rivendica il sussidio di disoccupazione o l’assistenza pubblica o che manda i propri figli, stranieri, alla scuola pubblica, compromette il proprio anonimato, permettendo all’autorità di intercettarlo. Conseguentemente, la maggior parte degli stranieri irregolari ritiene che il mondo sommerso sia la soluzione migliore. Ma se i datori di lavoro li costringono a emergere attraverso la prassi del sostituto di imposta, gli stranieri irregolari tendono a stare alla larga dalle entitlements agency [3], che in fin dei conti sono istituzioni di carattere governativo.

Milioni di stranieri irregolari hanno dilatato l’economia defiscalizzata. Anche se soltanto ½ o ¼ stanno lavorando off the books, il numero è notevole. Motiva l’operato di leader sindacali e i loro portavoce parlamentari che sono sempre bramosi di additare gli untori per la disoccupazione che essi stessi creano e alimentano. Imporrebbero sanzioni severe su quei datori di lavoro che assumono stranieri irregolari, introdurrebbero carte di identità nazionali, emetterebbero permessi di lavoro siglati dal governo e rimpatrierebbero tutti gli stranieri irregolari che dovessero intercettare.

Altri politici, non simpatizzanti per l’economia defiscalizzata, rappresentando questa un’azione sistematica di smantellamento della loro struttura di controllo, tendono a offrire la naturalizzazione statunitense agli stranieri irregolari. Ma questi politici ignorano bellamente i perniciosi effetti della legislazione federale in materia occupazionale. Offrire la naturalizzazione significa non solo assoggettare gli stranieri alla disposizione sulla retribuzione minima e alla normazione del mercato del lavoro, fattori all’origine della disoccupazione di massa, ma anche autorizzare queste persone naturalizzate a prendere parte alla distribuzione delle rivendicazioni che paralizzano l’economia regolamentata [fiscalizzata]. Nel breve periodo, l’implementazione della naturalizzazione addizionerebbe 5–6 milioni di lavoratori ai registri di collocamento e assistenzialistici, indurrebbe milioni di persone percipienti dei frutti finanziari generati dai lavoratori naturalizzati a raggiungere i loro parenti negli Stati Uniti e innescare un’ondata di nuovi stranieri irregolari. E a dispiacere di questi promotori della normativizzazione economica, il mondo sommerso sarebbe energizzato non solo dai neocittadini fruitori del sussidio di disoccupazione e dell’assistenza pubblica, ma anche da milioni di neoirregolari.

Immediatamente dopo l’implementazione del sistema di naturalizzazione, metà dei disoccupati ufficiali percepisce il sussidio. Perché queste persone non avanzano i loro diritti? Hanno esaurito le loro rivendicazioni che allo stato attuale ammontano a 55 settimane di benefici? [4] È probabile che l’assistenza pubblica o privata siano entrate nella loro vita, o che lavorino off the books, ma quando l’ufficio demografico li contatta, dichiarano di essere in cerca di lavoro. Se innumerevoli individui percettori di sussidio stanno anche lavorando nell’economia defiscalizzata, non è irragionevole supporre che molti dei 5–6 milioni di disoccupati senza sussidio stanno lavorando insieme a lavoratori sussidiati. Il loro bisogno di reddito è suscettibile di essere legittimamente e umanamente irrinunciabile tanto quanto il bisogno di coloro che hanno accesso ai benefici. Il mercato del lavoro offre copiose opportunità fuori dalla mano normatrice del governo.

È probabile che molti di coloro che dichiarano all’Ufficio Demografico di essere ditte individuali stiano lavorando nel mondo sommerso. Questo risulta da uno studio dell’IRS che mostra come il 47 percento dei lavoratori classificati come contractor indipendenti non denunciassero alcun reddito tassabile e come il 22 percento dei contractor indipendenti categorizzati come professionisti facessero altrettanto. [5] Se così tanti, secondo questo studio, si astenevano dal dichiarare i loro redditi integralmente, quanti decidevano di astenersi dal dichiarare la maggior parte o semplicemente parte del loro reddito? [6]

Non ci sono dubbi. L’economia defiscalizzata è in grado di offrire un’occupazione permanente a milioni di individui. Questi milioni di individui si conformano spontaneamente all’adagio secondo il quale chiunque sia disposto a lavorare trova necessariamente un’occupazione. Questo adagio è identificato con il principio fondamentale dell’economia di mercato. Milioni di stranieri irregolari, animati da tale principio, hanno successo; e stimolano così altri stranieri a fare altrettanto. Nell’economia sommersa i lavoratori stranieri cooperano con milioni di lavoratori nativi o naturalizzati che sistematicamente o irregolarmente, a tempo pieno o a tempo parziale, offrono prestazioni e percepiscono redditi defiscalizzati.

È ozioso abbandonarsi a speculazioni intorno alla portata e alle dimensioni dell’economia irregolare. Nonostante i numerosi tentativi di economisti autorevoli come Peter M. Gutmann [7], Stephen M. Goldfeld [8], Edgar L. Feige [9] e Vito Tanzi [10], tesi alla misurazione dell’economia non regolamentata, quella che ci viene proposta non è che una fisionomia inevitabilmente inadeguata dell’economia sommersa. Malgrado questa inadeguatezza però, osservazione e riflessione ci inducono a ritenere che l’attività non trasmessa, non ottemperante alla normativa e non fiscalizzata è causalisticamente connessa con i provvedimenti obbligatori integrati nella coercizione di comunicazione all’autorità tributaria in materia di business, con l’applicazione di restrizioni al business e con la tassazione espropriatrice. Le pressioni esercitate dalla tassazione e dal timore di espropriazione obbligano l’individuo a cessare l’attività avviata o a rifugiarsi nel mondo sommerso. Sappiamo anche che l’attuale avanzamento in direzione di un controllo governativo totale determina la fioritura della defiscalizzazione. La stagnazione e il deperimento dell’economia regolamentata si accompagnano di necessità a una costante intensificazione di quella irregolare.

Hans F. Sennholz

Testo originale

Traduzione di Stefano Libey Musumeci

Parte I

Parte II

Parte III

Parte IV

Stefano Libey Musumeci è traduttore polimatico e ricercatore economico indipendente. Cura il blog Libeypolymath.

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Note:

[1] T1 Bureau of the Census. Libey

[2] T1 Secretary of Labor. Libey

[3] Una entitlements agency è un ufficio che offre servizi di investigazione sulla legittimità di esercitazione di un dato diritto da parte di un cittadino. Nel caso di un tax rebate service, la missione è quella di assistere un contribuente nella sua richiesta di rimborso fiscale in conformità con le norme vigenti. Libey

[4] Budget of the United States Government | 1984 | pp. 5–120.

[5] Budget of the United States Government | 1984 | pp. 5–120.

[6] U.S. Congress | Joint Committee on Taxation | Proposals Relating to Independent Contractors | Committee Print | 13 luglio 1979 | p. 20.

[7] Peter M. Gutmann | Are the Unemployed, Unemployed? | In Financial Analysts Journal | vol. XXXIV | settembre-ottobre 1978 | pp. 26–29; The Grand Unemployment Illusion | In The Journal of the Institute for Socioeconomic Studies | vol. IV | estate 1979 | pp. 20–29; Latest Notes from the Subterranean Economy | In Business and Society Review | estate 1980 | pp. 15–30.

[8] Stephen M. Goldfeld | The Case of the Missing Money | In Brookings Papers on Economic Activity | no. 3 | 1976 | pp. 683–739.

[9] Edgar L. Feige | The Irregular Economy: Its Size and Macroeconomic Implications | US–WI 1979.

[10] Vito Tanzi (curato da) | The Underground Economy in the U.S. and Abroad | US–MA 1982.

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A.E.I.O.U.

Ven, 08/02/2013 - 11:00

«Una nuova verità scientifica non trionfa convincendo i suoi avversari e facendo sì che essi vedano la luce, ma piuttosto perché i suoi avversari alla fine muoiono, e una nuova generazione cresce avendo familiarità con la novità.»

Max Planck

«Un uomo che, insieme a Friedrich von Hayek, ha mostrato come, attraverso un ragionamento sufficientemente rigoroso, l’irrilevante possa essere convertito nell’assurdo.»

John Kenneth Galbraith su Ludwig von Mises

Il 4 febbraio 1936, compare nelle librerie l’opus magnum di John Maynard Keynes, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta.  L’Italia littoria si è lanciata alla conquista del “posto al sole” e, se un impero che si avvia a risorgere “sui colli fatali di Roma”, un altro, ben più minaccioso, muove i suoi primi passi, cadenzati e marziali, avviandosi a rimilitarizzare la Renania. La Grande Depressione è entrata nel suo settimo anno e i Governi, somministrate varie terapie, stanno cedendo alla tentazione dello stimolo più efficace, la rottura di finestre su scala massima: la guerra. Eppure, quella che andrebbe, invero, chiamata Apologia e teoria generale dell’intervento pubblico fa ben più che scalar le classifiche delle vendite: con la rapidità dell’incendio in una prateria, nel mondo accademico prende a diffondersi la “rivoluzione keynesiana”.

E’ un caso eclatante di rivoluzione scientifica, ossia di sostituzione di una teoria dominante con un’altra, e conseguente revisione dell’intero corpus di acquisizioni. Com’è usuale in circostanze simili, non è affatto necessario che la nuova teoria sia “più vera” della precedente – che spieghi tutto ciò che questa spiegava e ne risolva qualche difetto – ma basta che lo sembri. La Grande Depressione, ripeto, è entrata nel suo settimo anno, la legge di Say si sta dimostrando non vera, quindi una teoria che si fonda sulla sua sovversione ha ottime possibilità di imporsi; il che sarebbe vero anche per l’alternativa “offertista”, rappresentata da von Hayek, se non fosse per le masse di lavoratori a spasso, di fabbriche ferme, di “risorse inattive” che potrebbero essere messe all’opera, e per una miseria cui si vorrebbe ovviare all’istante. Keynes sembra la soluzione, quindi lo è; e la vulgata creerà, ex post, la favola che egli abbia insegnato al mondo come uscire dalla Depressione [1].

D’altronde, la prateria accademica dove l’incendio divampa  è piuttosto secca, ossia, fuor di metafora, poco propensa a rammentare che la ricerca scientifica è, prima di tutto, ricerca delle cause (Scire, id est scire per causas): la nuova teoria offre gl’indubbi pregi della semplicità, di un’esposizione brillante… e di una comodità politica che la sua controparte Austriaca non avrà mai. Inoltre, la rivoluzione precedente, quella marginalista, è stata addomesticata in formule di compromesso dalla sostanza gattopardesca; gli economisti sono, in larga misura, incapaci di comprendere la teoria del capitale – dunque dei prezzi e della produzione – su cui si fonda la spiegazione Austriaca del ciclo. Allenati a concezioni statiche, si orientano senza troppe difficoltà nel mondo di Keynes, mentre fissano come un alieno von Hayek, che prova a spiegare… l’ovvio, cioè che l’economia cambia, che la sua essenza è dinamica.

Occorreranno quasi quarant’anni, una guerra, una traversata del deserto (accademico), la chiusura dello “sportello dell’oro” e una nuova crisi mondiale perché l’assegnazione di un premio Nobel riapra quel che pareva un discorso chiuso, anzi, precluso.

Oggi, per quel che mi è dato giudicare, la formazione accademica non versa in condizioni migliori; ma in un’ora in cui le politiche “espansive” alimentano solo l’ottovolante della finanza, il debito pubblico ha conquistato una visibilità quasi esasperata e il (non) pensiero mainstream mostra la corda, le condizioni sono propizie ad una nuova rivoluzione. Si avverte, invero, la «crescente sensazione, [sia pure] circoscritta ad una ristretta suddivisione della comunità scientifica, che un paradigma ha cessato di funzionare in modo adeguato»[2] e che si rende necessario evocarne un altro; beninteso, anche stavolta, come sempre, non è detto che sia migliore, più vero o più giusto, basta che lo sembri. D’altronde, l’etimo stesso avverte che, per cogliere l’a-létheia al di là della doxa, è necessario prestar attenzione a “ciò che non si vede”…

Ebbene, immaginiamo, per un momento, che a qualche giovane brillante si faccia balenare, tra le possibili alternative, una che dice “Tutte le crisi sono colpa delle banche“; che avverte che “I soldi non valgono più niente” è un luogo comune di cui neanche riusciamo a immaginare la tragica realtà; che si scaglia contro lo statalismo, la fiscalità predatoria e tutti gli eccessi del Leviatano in veste angelica, meglio noto come “Stato sociale”, ma non propone affatto di lasciar morire di fame chi non può permettersi di pagare: io credo che egli comincerà a studiare una teoria del genere con molto impegno e con un entusiasmo crescente.

Credo che si armerà del paradigma scoperto e, a quel punto, scenderà in campo. Campo su cui scoprirà di non essere solo.

A questo punto, si aprirà quel pirotecnico, surreale agone che caratterizza le rivoluzioni scientifiche in atto, dove ciascuno dei contendenti usa il proprio paradigma per argomentare a sostegno del proprio paradigma, magari bollando, nel contempo, l’altro come “non scientifico” (giudizi come quello di Galbraith, riportato in epigrafe, sono normali nello scontro tra paradigmi). Ogni fazione schiererà in campo tutti i mezzi possibili, mass-media inclusi; di colpo, nulla sembrerà più certo e definito, il significato di tutti i termini tecnici verrà rimesso in discussione, dati e interpretazioni saranno rivangati… e i giovani sceglieranno il paradigma nuovo. Certo, «in queste circostanze la decisione dovrà basarsi più sulle promesse future che sulle realizzazioni passate»[3] (i successi di ieri non bastano a salvare un paradigma al tramonto); ma per il mainstream cambia poco, la storia dei fallimenti è impressionante quasi quanto lo spettro del disastro che incombe.

E più questo disastro si farà ectoplasma, forma tangibile, presenza minacciosa e incombente, più i suoi evocatori incontreranno opposizioni.

Sia che si riesca a fermarli in tempo, sia che si debba soccorrere l’umanità colpita dal peggior disastro economico della Storia, una cosa è certa: il motto di un Imperatore, oggi, torna valido, in ben altro contesto, per ammonire ed esortare

Austriae Est Imperare Orbi Universo

Note:

[1] A smentirla basterebbe un semplice dato cronologico: nel ’36, Roosevelt è al termine del primo mandato e il New Deal in pieno svolgimento, per tacere delle opere pubbliche nella Germania nazista e della bonifica dell’Agro Pontino in Italia. Ma chi controlla mai le date?

[2] Th. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, Revised Edition, The University of Chicago Press, Chicago 1970, p. 92.

[3] Ibid., p. 158.

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Il Risanamento delle Banche

Gio, 07/02/2013 - 11:00

Dopo aver parlato per mesi della crisi del debito sovrano e della gestione del problema da parte delle banche centrali, credo sia giunto il momento di fare il punto su un altro grande salvataggio che continua ad essere operato dietro le quinte passando oramai quasi inosservato: quello a beneficio del sistema bancario.

Ripartiamo dall’inizio: nel 2008 il sistema bancario mondiale era praticamente fallito. In regime di riserva frazionaria il sopraggiungere dell’evento critico (in quel caso il fallimento della Lehman Brothers) espone potenzialmente tutte le banche commerciali all’impossibilità di tener fede ai propri impegni: nella sostanza esse sono infatti tutte insolventi. Solo l’intervento delle banche centrali come prestatrici di ultima istanza può impedirne il collasso sistemico. Così è stato fatto.

Dopo aver tamponato con successo la situazione di emergenza che rischiava di scatenare un effetto domino devastante, i banchieri centrali di tutto il mondo hanno continuato ad operare con l’obiettivo principale di risanare il sistema bancario. Il sostegno dei prezzi dei titoli di Stato si è imposto in tal senso come assolutamente necessario per raggiungere lo scopo, considerata la massiccia esposizione di tutte le banche (e assicurazioni) nei titoli “free-risk” di governi che per la gran parte e nella sostanza sono altrettanto falliti.

Di fatto il risanamento è stato in parte realizzato, e continua ad essere perseguito, attraverso una serie di interventi sequenziali che possiamo sintetizzare in quattro punti.

1) Innanzitutto fornire alle banche le riserve monetarie di cui erano ampiamente sprovviste, avendo queste abusato oltremodo della leva finanziaria fornita dalla riserva frazionaria e da altre modalità operative (shadow banking). Ciò viene realizzato acquistando dalle banche debiti tossici, titoli illiquidi, titoli di stato, nonché elargendo prestiti a lungo termine a condizioni agevolate, etc.

2) Ai primi segnali di riacquisita confidenza le banche avrebbero potuto espandere nuovamente il credito (grazie alla riserva frazionaria) invalidando i tentativi di risanamento. L’avversione al rischio indotta dalla crisi economica reale (come vedremo inevitabile) è stata in gran parte sufficiente a imbrigliare spontaneamente la normale operatività creditizia. D’altro canto, onde assicurare tale risultato, si è fatto in modo di invogliare le banche a mantenere alti i livelli di riserva attraverso la remunerazione dei depositi presso la banca centrale. Se davvero le banche centrali avessero voluto incentivare l’emissione di nuovo credito per stimolare l’economia reale non avrebbero dovuto fare altro che caricare sulle riserve tassi negativi: in tal modo il materasso digitale di valuta accumulato presso le banche centrali si sarebbe sgonfiato rapidamente trovando strada nell’economia reale. Tuttavia, oltre a esporre nuovamente le banche a nuovi ed enormi rischi ciò avrebbe innescato spinte inflattive incontrollabili, proprio ciò che i banchieri centrali vogliono evitare e di cui hanno terrore.

3) Attraverso normative più stringenti (si veda Basilea 3) si sta cercando di realizzare un ulteriore rafforzamento patrimoniale del sistema bancario che di fatto impone il mantenimento di livelli di riserva più elevati rispetto a quelli utilizzati in passato; in altre parole gran parte delle riserve fornite dalle banche centrali devono venire congelate permanentemente dove sono, almeno fino a un soddisfacente risanamento del sistema bancario, raggiunto il quale le autorità cercheranno, si spera, di non ricadere nei madornali errori di vigilanza compiuti in passato.

4) Infine, è stato necessario imporre dei controlli al contante che, in quanto ultimo baluardo a difesa di una proprietà sul denaro inesistente e ridotta al mero possesso della banconota fisica, costituisce ancora per il sistema bancario un debole tallone d’achille. Laddove i movimenti indesiderati di valuta fisica potevano minare il sistema bancario tramite deflussi reali di moneta cartacea, si è cercato di mettere dei paletti, ad esempio ricorrendo ai massimali di utilizzo del contante. Quindi, attraverso una strategia meno ovvia, si sta già puntando a ripescarlo del tutto: la BCE infatti ha già dichiarato di voler sostituire le banconote in circolazione sostituendole con altre di nuovo disegno proprio per costringere l’eccesso di contante sottratto al sistema di rientrare nello stesso.

Tutto questo, bisogna darne atto, ha funzionato finora egregiamente. Vediamo quindi quali sono i punti deboli che potrebbero intralciare il piano in corso precludendone il pieno successo, cioé una transizione indolore verso una nuova fase di prosperità economica.

Innanzitutto, non esistendo in economia alcun free lunch, o pasto gratis, il risanamento del sistema bancario fallito è operato necessariamente a spese dell’economia reale. In altre parole lo abbiamo pagato e continuiamo a pagarlo tutti noi. Lo stiamo vedendo ovunque: la crisi dell’economia reale continua inesorabile nei principali paesi occidentali proprio perché il sistema si sta facendo carico di questo enorme contributo necessario a finanziare il totale salvataggio delle banche. E’ il prezzo da pagare per salvare il sistema bancario senza dare il via a una spirale inflattiva difficilmente controllabile dai banchieri centrali.

Inizialmente il risanamento ha anche operato un pesante colpo sui conti degli Stati che, insieme alle banche centrali, sono intervenuti per dare sostegno alle istituzioni finanziarie. Il fardello di cui si sono fatti carico è stato enorme e ha peggiorato rapidamente i bilanci dei governi avviandoli verso la crisi del debito sovrano, ben lungi dall’essere terminata nonostante i banchieri centrali abbiano ucciso lo spread o ammazzato i tassi di interesse.

Andando comunque a spese dell’economia reale, il salvataggio sta generando circoli viziosi dai quali sarà quasi impossibile uscire. Si guardino, ad esempio, dove sono arrivate le sofferenze nei conti delle banche spagnole e italiane. Ma si pensi anche alle obbligazioni future per pensioni e prestazioni sanitarie, non adeguatamente finanziate e di fatto impossibili da onorare.

Il trasferimento di ricchezza dal sistema reale a quello bancario necessario per salvare quest’ultimo sta oltremodo continuando a distorcere il pricing di tutti gli asset finanziari. Mercato obbligazionario e borsistico, che in termini globali quest’anno supereranno i 150 trilioni di dollari di controvalore (rispettivamente >100 e >50), esprimono prezzi profondamente distorti a causa della manipolazione di un parametro fondamentale: i tassi di interesse, oramai ridotti a zero in tutti i principali paesi industrializzati. Tale distorsione continua a canalizzare i risparmi reali in veri e propri buchi neri (soprattutto il mercato obbligazionario dei titoli di Stato) o in investimenti che ancora una volta si riveleranno essere mal allocati e quindi non profittevoli. A mio avviso questo effetto distorsivo continua a essere preponderante rispetto a tutti quei processi di mercato che quotidianamente, attraverso la comune funzione imprenditoriale, cercano di riaggiustare e riallineare gli squilibri presenti nel sistema.

La strategia complessiva, pur avendo funzionato in questi quattro anni, potrebbe pertanto trovare un punto di frattura in qualunque momento. Nonostante Draghi e Bernanke alla fine siano riusciti a superare tutti gli ostacoli che finora si sono presentati, i rischi corsi in questi ultimi due anni sono stati altissimi. Di fatto il processo di risanamente richiede ancora lungo tempo prima di potersi considerare completo e difficilmente il sistema reale riuscirà a sostenerne il peso tramite una generazione di ricchezza sufficiente al raggiungimento dell’obiettivo. Nel frattempo, piuttosto, la ricchezza continua ad essere trasferita verso gli anelli sociali più prossimi alla banca centrale che produce denaro dal nulla, lasciando sempre più a secco il resto degli agenti economici.

Ciò sarà causa di crescenti tensioni sociali, nonché di una prolungata crisi dell’economia reale, con ripercussioni sempre più pesanti nella gestione dei conti pubblici. Le banche centrali saranno chiamate a farsi carico di sforzi sempre maggiori (oramai siamo giunti al QE4 della FED nonostante fino a qualche mese fa sembrava improbabile persino l’implementazione del QE3!), tuttavia l’impossibile pianificazione centralizzata del sistema economico tramite la distorsione delle variabili chiave dei mercati dei capitali produrrà all’economia reale danni sempre maggiori.

L’exit strategy delle banche centrali non esiste: il denaro generato per sostenere i debiti pubblici e il sistema bancario (ben evidente nei bilanci delle banche centrali) anche se in gran parte destinato ad essere congelato come riserva per risanare il sistema bancario, percolerà come ha sempre fatto attraverso i canali finanziari nella creazione di nuove bolle la cui inevitabile esplosione riavvierà nuovi sviluppi critici sempre più difficili da gestire che a loro volta richiederanno nuove immissioni di denaro dal nulla.

In ultima analisi, dopo aver trasferito ricchezza dall’economia reale ai ceti improduttivi più vicini alla stampante monetaria e dopo aver rafforzato il sistema bancario e i soggetti che lo controllano, i banchieri centrali saranno costretti a mollare le corde e lasciar sfogare l’inflazione monetaria in inflazione dei prezzi. Personalmente non vedo altre soluzioni. Più in là nel tempo ciò accadrà, maggiori saranno le forze e il potere che gli uomini del mondo “di carta” (i banksters della vignetta) saranno riusciti a recuperare dopo la tremenda debacle del 2008. Questo è il vero successo al quale essi puntano ed è attraverso questo successo che potranno continuare a mantenere il pieno dominio del mondo reale come hanno fatto in questi ultimi 30 anni, prima schiacciando i paesi del terzo mondo e, adesso, le economie industrializzate. Purtroppo, da come si sono messe le cose in questi ultimi mesi, le chance che essi possano uscire a testa alta da tutto questo, mentre continueranno a causare livelli di povertà crescenti e maggiore sofferenza, sono drasticamente aumentate.

Francesco Carbone

Pubblicato originariamente su Usemlab.com

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Come lo Stato annienta la coscienza morale degli individui

Mer, 06/02/2013 - 11:00

“Non rubare” è una regola di condotta antica almeno quanto il mondo. E non avrebbe potuto essere altrimenti, pena l’impossibilità dello sviluppo di qualsivoglia società complessa.

Ci hanno insegnato sin da piccoli a rispettare ciò che appartiene agli altri: “Non prendere i giocattoli di tua sorella, senza il suo permesso”, ci ammoniva nostra madre, punendoci se ci fossimo ostinati a persistere nella nostra condotta scorretta di “furfantelli” ai primi passi. Con il trascorrere del tempo, a tre anni, eravamo in grado di capire benissimo la differenza tra il “mio” e il “tuo”. E se non avessimo preso la lezione a cuore e ci fossimo protratti, ben oltre l’infanzia, a trattare la proprietà altrui come qualcosa da cui attingere liberamente, giungendo sino ad impossessarcene, allora saremmo stati considerati alla stregua di sociopatici, di nemici della decenza, se non addirittura della civiltà stessa.

Tuttavia lo Stato, per come lo conosciamo, si fonda interamente su questo tipo di sociopatia. I governanti, semplicemente, si impossessano di ciò che non gli appartiene e ne dispongono per soddisfare i loro porci comodi.

Nel momento in cui lo Stato, in tempi recenti,  ha assunto una posizione di assoluto predominio su un determinato gruppo di persone, quest’ultime si sono certamente rese conto del fatto che le sue acquisizioni non sono poi tanto differenti da un saccheggio. Tali persone sono costrette a pagare semplicemente perché, poste di fronte all’inappellabile scelta “tra la borsa e la vita”, preferiscono continuare a vivere.

Ma nel momento in cui lo Stato, da tempo, si è insediato ed imposto nell’ambito di un dato contesto sociale, ecco allora che le sue pretese diventano, né più né meno, che un “atto dovuto”,  configurandosi come una mera presa d’atto dei fatti; e le stesse persone tendono a perdere la loro consapevolezza circa l’incontestabile truismo che quanto ricevuto dallo Stato corrisponde, sempre e comunque, a dei beni in precedenza rubati, posto che lo Stato, non possedendo legittimamente nulla di proprio, può redistribuire solo ciò che ha ingiustamente estorto ad altri. I governanti, spalleggiati a tal fine dai loro “intellettuali di corte”, fanno di tutto per attribuirsi un’aura di legittimità, con l’intento di mascherare il loro furto, perché, così facendo, si riducono le difficoltà nell’estrarre ricchezza dai legittimi proprietari.

In alcuni casi, specie in quei contesti sociali in cui  i governi tentano di giustificare la loro esistenza e il loro operato sulla scorta di motivazioni di carattere “democratico”, molte persone possono essere ingannate ed illuse  da questo vero e proprio imbroglio ideologico. Esse potrebbero financo credere nella fallace narrazione, in base alla quale il principio del “tassare noi stessi” sia effettivamente finalizzato a far sì  che i governanti, che “abbiamo liberamente eletto”, possano efficacemente disporre delle risorse esatte, per realizzare quegli obiettivi per i  quali “noi stessi abbiamo votato a favore”: ma, così facendo, essi falliscono miseramente nel discernere l’abisso che separa questa visione ideologica incontaminata, dalla sordida realtà quotidiana.

Una volta che questo tipo di pensiero diventa dominante, però, esso è funzionale alla legittimazione di qualsiasi forma specifica di predazione, senza che vi siano più né limiti chiari, né confini predefiniti.  Le persone sono portate a credere - o almeno si fa di tutto perché in esse maturino certe convinzioni-  che, nella misura in cui lo Stato abbia in animo di assicurare loro determinate provvisioni, ciò sia da intendersi, per definizione, come un diritto quesito all’acquisizione.

A questo punto, però, tutti i legami  sociali informati ad una visione morale dell’esistenza sono andati pressoché distrutti; ed in ragione del fatto che un consorzio di sociopatici non è in grado di garantirsi la sostenibilità nel lungo periodo, la nazione che ha inteso imbarcarsi in questo corso è praticamente salpata verso la sua irrimediabile rovina.

Non ho potuto fare a meno di ripensare, per l’ennesima volta, a queste problematiche, quando mi sono imbattuto in un articolo comparso sul Washington Post del 15 ottobre 2006, a firma di Gilbert M. Gaul, Dan Morgan, e Sarah Cohen, dal titolo “I sussidi costituiscono una messe eccezionale per gli agricoltori”. La storia riguarda la pratica diffusa, che vede gli agricoltori beneficiari,  innanzitutto, di sovvenzioni per la sottoscrizione di polizze intese ad assicurare il raccolto, quindi dei premi rivenienti dalle assicurazioni nel caso in cui i loro raccolti siano insufficienti, e poi, in cima alla classifica dei trasferimenti, i pagamenti pubblici supplementari “in caso di catastrofe”. Molti agricoltori riescono abitualmente ad emungere grandi quantità di denaro dal tesoro pubblico, per mezzo di questo perverso meccanismo: complessivamente, solo a decorrere dal 2000, hanno estratto dai contribuenti qualcosa come circa 24 miliardi dollari, per finanziare assicurazioni sul raccolto e programmi di sussidio all’agricoltura.

I giornalisti hanno intervistato diversi agricoltori e altri soggetti, non solo in merito al funzionamento di questi programmi, ma anche sulla loro liceità. Anche se nessuno dei beneficiari citati nell’inchiesta esultava particolarmente per la propria condotta, per giunta reiterata nel tempo, cionondimeno non ve ne è stato uno che ha condannato il fatto. L’atteggiamento prevalente sembra essere quello condensato dalle parole di Charles Fisher, contadino di Tulare County, California: “Non importa se ciò sia giusto o sbagliato. Visto che ci stanno offrendo questi incentivi, sarebbe del tutto sciocco rinunciarvi”.

Con quella frase, Fischer ha icasticamente raffigurato, in nuce, l’anima nera del welfare state, nonché ha efficacemente chiarito come un tale stato annienti il carattere morale degli individui. Il bottino è lì per essere arraffato; e tu saresti un folle a non approfittarne,  a prescindere da ogni considerazione morale circa la liceità della tua azione. La rendita parassitaria trionfa sulla rettitudine morale.

“Non fare l’idiota: afferra quei quattrini!”.

Non conosco Charles Fisher, ma se egli è uno come moltissimi altri, i quali approfittano del fatto di poter  spogliare i loro simili, ricorrendo ai servigi dello Stato in qualità di facilitatore del misfatto, allora ho il sospetto che probabilmente non è il tipo d’uomo che si intascherebbe il portafoglio del suo vicino, qualora lo vedesse cadere a terra inosservato; così come non mi sembra quasi certamente il tipo d’uomo che avrebbe aspettato sul ciglio della strada il primo viandante, per piazzargli una imboscata a mano armata. Eppure egli è disposto a rubare ad un numero incalcolabile di sconosciuti – in buona sostanza,  più o meno tutti coloro che pagano le tasse federali – “a prescindere se sia giusto o sbagliato”, semplicemente per incrementare il suo reddito da attività agricola. (Pare anche inutile rimarcare che i cosiddetti indennizzi per calamità naturali solo raramente sono indirizzati a tutti coloro che siano stati vittime di una effettiva sventura; proprio come la maggior parte dei programmi governativi, anche questo costituisce un inganno di un sistema del tutto squilibrato e generatore di azzardo morale.)

Si sarebbe tentati di attribuire la colpa di  questa “eco-truffa” a qualche  eccentrico difetto morale, originato probabilmente dal troppo tempo che i contadini trascorrono sotto il sol leone. A tal proposito, si potrebbe anche ricordare la caustica definizione che H.L. Mencken diede del contadino americano: “nessun essere, infatti, è stimato essere più avido, egoista e disonesto di questo mammifero, dagli studenti che si occupano dello studio dei Primati”. Pur tuttavia, gli agricoltori non scontano prerogative morali tanto diverse da quelle di innumerevoli altri individui; semplicemente, a differenza della maggior parte di questi, sono riusciti ad ottenere un maggior successo politico.

È triste a dirsi, ma per ogni specifica forma di bottino incamerata dagli agricoltori, il governo deve far fronte a migliaia di altri assalti alla diligenza, che non hanno proprio nulla a che spartire con l’agricoltura. Lo sfacelo morale è completo, non si limita a poche mele marce, e contamina indistintamente uomini d’affari, medici, avvocati, sacerdoti, studenti, pensionati, e innumerevoli altri soggetti, insieme agli agricoltori. Praticamente tutti hanno messo a tacere la propria coscienza morale, unitamente alla propria pistola, affacciandosi all’ingresso della stanza dei bottoni.

Lo Stato“, per dirla con Frédéric Bastiat, non è altro che “ la grande finzione attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri”.  Se solo quel grande uomo ci potesse osservare in questo frangente… Anche lui avrebbe da che rimanere sbigottito e sgomento, nel constatare il livello raggiunto da questa immorale ed inutile questua. In realtà, quella antica illusione è stata probabilmente trasformata nel dogma portante del nostro tempo, volto a legittimare la natura e l’operato dello Stato.

Ho formulato queste osservazioni non perché mi ritenga un uomo particolarmente retto, tutt’altro. Ma non è necessario aver conseguito una laurea con lode in rettitudine morale per comprendere, a prescindere da come si possa valutare l’ipertrofico interventismo redistribuzionista dello Stato moderno, diretto a togliere a Pietro per dare a Paolo, un fatto evidente e palmare: che questa attività reca con sé frutti mortiferi. Perché crea tanti e tali incentivi diffusi e potenti, da indurre gli agenti ad orientare la propria condotta verso azioni disproduttive di carattere lobbistico e parassitario, anziché a prodigarsi in imprese economicamente produttive  e in scambi mutualmente vantaggiosi. Vengono così dissipate grandi energie, intelligenze, e altre risorse per il perseguimento di privilegi –  ciò che gli analisti della “Public Choice” definiscono “ricerca della rendita parassitaria”. E come sempre più avviene quando si riscontra tale dissipazione, la società nel suo complesso sconta oltremodo la piena realizzazione del suo potenziale, funzionale alla creazione di ricchezza reale.

Alla fine, tutti saranno impegnati a lottare l’un con l’altro per cogliere e consumare il grano, e non rimarrà nessuno per seminare il raccolto per il prossimo anno. C’è un naturale, inevitabile esito per una simile azione. Provate a chiedere a qualsiasi agricoltore.

Articolo di Robert Higgs per LewRockwell.com

Traduzione di Cristian Merlo

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Hayek e Keynes: ricette a confronto

Mar, 05/02/2013 - 11:00

Quello che ci proponiamo di fare in questo breve saggio è di analizzare il modo in cui Hayek da un lato e Keynes dall’altro, credono si possa uscire da un periodo di difficoltà economica.

Non è nostra intenzione, in questa sede, procedere ad una completa esposizione del ciclo economico austriaco e della teoria generale; più nello specifico ci domanderemo: come si ponevano i due autori di fronte ad una situazione di grave crisi, di estesa “disoccupazione” dei fattori produttivi (da intendere, quindi, sia come disoccupazione dei lavoratori, sia come largo inutilizzo di beni capitali; quindi capannoni non utilizzati, macchinari acquistati ma che non hanno modo di esser impiegati, ecc.)?

Logica vuole che, se diverse sono le cornici teoriche, altrettanto diverse saranno anche le ricette proposte per uscire dalla crisi.

La ricetta di Hayek è, in effetti, il corollario della sua spiegazione della crisi: se la crisi è il risultato di una politica del credito facile, consona a rendere convenienti investimenti in settori che, senza quel tipo di politica, non lo sarebbero stati; e se tale espansione creditizia ha spinto le imprese ad usare fattori di produzione in modo, quantomeno, “azzardato” (dando luogo a malinvestments, cattivi investimenti), allora, di conseguenza, si uscirà dalla crisi liquidando queste spregiudicate iniziative economiche.

È la politica monetaria ad esser sotto accusa: gli incentivi da essa forniti hanno prodotto forti distorsioni del sistema produttivo; tipici, anche per quel che riguarda la crisi dei nostri giorni, sono i malinvestimenti nel settore edilizio.

la spiegazione vera (seppur non verificabile) di uno stato di disoccupazione generalizzata, fa discendere questa situazione da una discrepanza tra la distribuzione del lavoro (e degli altri fattori della produzione) nelle industrie e la distribuzione della domanda fra i prodotti ottenuti impiegando tali fattori. Questa discrepanza è provocata da una distorsione del sistema di prezzi e salari relativi, e può essere corretta solo mediante un cambiamento di queste relazioni, facendo sì che prevalgano quei prezzi e quei salari in cui la domanda e l’offerta si eguagliano[1]”.

La crisi svolge il ruolo necessario di ripristinare gli equilibri, ristabilendo le strutture produttive che sarebbero prevalse in assenza dell’instabilità di origine monetaria, reintegrando strutture di prezzo che non siano distorte dall’illusione dell’erogazione di crediti illusori.

Se la crisi è conseguenza di questo tipo di politica, per uscire da questa condizione è allora necessario che le imprese non produttive falliscano; detto fallimento “libererà” risorse (sia di capitale in senso stretto, sia di lavoratori), consentendo un ri-orientamento verso utilizzi effettivamente produttivi e profittevoli.

Contrariamente a quanto si tende a pensare, tutto ciò favorisce la creazione di ricchezza: il salvataggio delle imprese in difficoltà perpetuerebbe le scelte sbagliate, mentre i fallimenti permettono di trasferire gli attivi a proprietari e manager che sapranno utilizzarli meglio”[2].

Di segno diametralmente opposto è la ricetta proposta da Keynes, prima in una serie di articoli e di saggi; poi, più estesamente, nella “Teoria Generale”.

Lo scopo principale della teoria di Keynes sembrerebbe quello di individuare – una volta compreso il motivo per il quale siamo precipitati in una situazione economicamente critica – misure concrete attuabili dall’autorità politica al fine di porre rimedio alla crisi.

Il rimedio proposto da Hayek (e dalla corrente di pensiero che a lui si rifaceva, all’epoca denominata “scuola deflazionista”) appare a Keynes non una soluzione per uscire dalla crisi, bensì un modo per aggravarla.

La liquidazione degli investimenti erronei (secondo il paradigma hayekiano) passa per il fallimento di molte imprese, per il licenziamento di molti lavoratori; tutte persone che, vedendosi ridotta, se non annullata, la propria fonte di reddito, procedono, come prima cosa, a ridurre la propria domanda di beni; ciò, a cascata, si ripercuote su altre imprese, sia di beni di consumo che di beni capitali; il che conduce ad ulteriori licenziamenti, ad un peggioramento del “clima economico”, con conseguente revisione al ribasso delle aspettative degli imprenditori circa il futuro e un ulteriore crollo della domanda di investimenti.

Keynes parte da una constatazione:

basta vi sia un’insufficienza di domanda effettiva perché l’incremento dell’occupazione possa essere arrestato prima che sia raggiunta la piena occupazione. L’insufficienza della domanda ostacolerà il processo di produzione, sebbene il prodotto marginale del lavoro superi ancora la disutilità marginale dell’occupazione”[3].

Secondo Keynes, dal libero operare delle forze di mercato, potrebbe giungere una risposta inadeguata; la persistente tendenza “equilibratrice” (condivisa da Hayek e dalla maggior parte degli economisti classici), scaturente dal libero gioco delle forze del mercato per Keynes non costituiva la regola ma l’eccezione:

la domanda effettiva che comporta l’occupazione piena è un caso particolare, la quale si verifica solo quando la propensione a consumare e l’incentivo ad investire stanno in una relazione peculiare l’una con l’altro; [questa] può esistere solo quando, accidentalmente o deliberatamente, l’investimento corrente crea una domanda di ammontare esattamente uguale all’eccedenza del prezzo di offerta complessiva della massa di prodotto ad un livello di occupazione piena, su quello che la collettività decide di spendere in consumi, quando è pienamente occupata”[4].

Pertanto, secondo l’economista di Cambridge, se la propensione a consumare e la quota dei nuovi investimenti provocano una domanda aggregata insufficiente, il livello effettivo dell’occupazione non raggiungerà l’offerta di lavoro potenzialmente disponibile al salario reale attuale.

I problemi sono quindi due, collegati tra loro: scarsa propensione al consumo e debolezza dell’incentivo ad investire. Spesso poi accade che il primo influisca sul secondo

una collettività povera sarà propensa a consumare la massima parte della sua produzione, cosicché basterà un volume modesto di investimenti per assicurare loro il pieno impiego; una collettività ricca dovrà implementare possibilità di investimento molto più ampie, affinché la propensione al risparmio dei membri più facoltosi sia compatibile con l’occupazione dei più poveri”[5].

In un contesto di crisi il problema principe è, perciò, la mancanza di investimenti; la proposta di Hayek – “deflazionista”, in quanto mirata al non–salvataggio, con conseguente fallimento, delle imprese non profittevoli, avrebbe solo ulteriormente aggravato la situazione; una prospettiva di prezzi decrescenti scoraggerebbe ancor più gli imprenditori, inducendoli a rinviare le scelte di investimento, in attesa di tempi migliori.

Come ovviare a tale inconveniente?

La risposta di Keynes è così formulata: in un contesto nel quale i privati, scoraggiati da aspettative pessime circa il futuro, non si lanciano in quegli investimenti volti a colmare il divario generato dalla propensione al risparmio – rendendo così insufficiente la domanda effettiva – non potendo (o non volendo) impiegare capitali, è necessario l’intervento dell’autorità politica. Come spiega Luigi Einaudi:

oggi il contatto [tra domanda e offerta di beni produttivi] non si opera, perché l’imprenditore non spera profitti; la macchina economica è incantata; i fattori produttivi, beni strumentali e uomini, rimangono disoccupati e i desideri degli uomini rimangono insoddisfatti. Occorre disincantare la macchina. E poiché al disincanto non basta il normale meccanismo economico, è d’uopo trovare un espediente”[6].

Non possiamo trattare interamente il sistema teorico keynesiano, ma è utile spiegare il motivo per cui un aumento della domanda, su iniziativa dell’autorità politica, si sarebbe reso necessario in una situazione come quella che stiamo descrivendo.

Uno dei punti cardine del sistema di Keynes consiste nel meccanismo del moltiplicatore; tale concetto viene introdotto per la prima volta nella teoria economica da R. F. Kahn, nel suo articolo “The Relation of Home Investment to Unemployment”, apparso nel Giugno del 1931 sull’Economic Journal.

Kahn afferma che, in date circostanze, si può stabilire un rapporto definitivo tra reddito ed investimento e, subordinatamente a certe semplificazioni, tra l’occupazione totale e l’occupazione impiegata direttamente in investimenti. Il suo ragionamento, nel sopracitato articolo si basava sulla nozione fondamentale:

se in varie circostanze ipotetiche si assume come data la propensione a consumare, e se si suppone che la pubblica autorità – monetaria o di altra specie – svolga un’azione per stimolare o ritardare l’investimento, la variazione totale sarà una funzione della variazione netta dell’ammontare dell’investimento”[7].

Stabilito, quindi, che un certo investimento messo in atto dall’autorità pubblica sortirà effetto non soltanto sui fattori produttivi direttamente coinvolti nell’investimento, ma comporterà un risultato totale maggiore – dato l’effetto moltiplicativo in questione – rimane da comprendere quanto grande questo possa essere.

Keynes prende in esame due esempi di collettività: una più ricca (e più occupata) ed una più povera (a causa anche della sotto-occupazione). In una collettività più povera sarà maggiore la propensione al consumo e, conseguentemente, maggiore risulterà l’effetto moltiplicativo sull’iniziale investimento:

da quanto detto sopra, l’impiego di un certo numero di lavoratori in opere pubbliche eserciterà sull’occupazione complessiva, in tempi di grave disoccupazione, un effetto molto maggiore di quello che si eserciterà più tardi, quando ci si sarà avvicinati ad uno stato di occupazione piena […] quindi anche opere pubbliche di dubbia utilità possono rendere parecchie volte il loro costo in tempi di grave disoccupazione; ma la loro utilità può risultare molto più discutibile con l’approssimarsi ad uno stato di occupazione piena”[8].

L’idea, pertanto, è questa: in presenza di fattori della produzione non occupati, il modo migliore, nonché più rapido, per consentire all’economia di uscire dal punto in cui la fase discendente del ciclo economico l’ha condotta, consta di un massiccio intervento “pro-investimento” da parte dell’autorità pubblica; questo consentirebbe al sistema produttivo di riavviarsi, rimettendo in circolo liquidità e infondendo fiducia alle imprese.

Contrariamente, per Hayek questa non è la strada corretta da seguire; in effetti, egli non nega che possa funzionare, e persino con una certa rapidità; non disconosce nemmeno che, in certi casi particolari di crisi profonda e duratura, una spinta da parte dello Stato potrebbe rappresentare davvero l’unica opportunità.

A tal proposito, vale la pena notare che nessuno ha ritenuto inverosimile che, per mezzo di una espansione monetaria, si possa aumentare velocemente l’occupazione, giungendo nel più breve tempo possibile al pieno impiego – e ciò non è stato confutato neppure da quegli economisti per i quali l’esperienza di una inflazione di grandi dimensioni ha influenzato decisamente il loro modo di analizzare la realtà. Tuttavia, si è inteso sostenere che il tipo di pieno impiego conseguibile attuando questa strategia risulta intrinsecamente instabile. Inoltre, l’impiego di questi mezzi volti alla creazione di occupazione servirebbe a perpetuare le fluttuazioni economiche:

[…] gli economisti non dovrebbero nascondere che mirare al massimo di occupazione, raggiungibile nel breve periodo mediante la politica monetaria, è essenzialmente la politica di chi è ridotto alla disperazione, di chi non ha niente da perdere e tutto da guadagnare”[9].

Eppure, coerentemente con l’impostazione hayekiana, questo approccio per risolvere realmente la crisi si rivela profondamente errato. L’economista Austriaco si pone un interrogativo: a cosa è dovuta la crisi?

Ciò che osserviamo è un numero sorprendentemente elevato di imprese incapaci di produrre profitto, riduzioni di attività o, addirittura, chiusure; si licenzia personale e le assunzioni si azzerano. Keynes ritiene, tra le altre cose, che un piano di investimenti pubblici possa comportare un rialzo dei prezzi, ricreando in tal modo i profitti ora mancanti (o l’aspettativa di questi). Tuttavia, il problema va ricercato nello sconsiderato sviluppo di taluni settori e nel depotenziamento di talaltri, ovverosia in uno squilibrio tra prezzi e nel fatto che alcuni prezzi non poterono diminuire, mentre altri subirono una brusca caduta. Qualora ciò rispondesse al vero, un innalzamento dei prezzi generato da inflazione creditizia lascerebbe sussistere la sproporzione tra i prezzi stessi, nonché tra costi e ricavi.

Per quanto, in definitiva, un piano di rilancio pubblico sia in grado, nel breve, giovare alla causa, nell’ipotesi in cui continuassero a persistere cause di immobilità dei fattori (accordi sindacali che impediscono la discesa dei salari degli occupati, ostruendo l’assorbimento di nuova manodopera a quello specifico livello di salario reale), blocchi alla concorrenza (quali divieti tecnici o legali all’ingresso di nuove imprese in determinati settori), vincoli alle movimentazioni di capitale, una politica impositiva che si rivela un pesante fardello per le imprese private, una spesa pubblica nominale fissa – benché, nel contesto di regressione economica, in crescita relativa – è difficile ritenere che, nel medio-lungo periodo, possa essere considerato una soluzione convincente ed auspicabile della crisi; appare, piuttosto, un modo per prendere fiato, rinviando, sine die, i problemi da risolvere.

La tesi di Hayek  mostra, in conclusione, che un ricorso a questo genere di misure interventiste può, nel breve periodo, rappresentare la via più semplice da percorrere per reinnescare lo sviluppo economico; in realtà, però, tali ricette contribuirebbero a gettare le basi per un nuovo ciclo espansivo, costruito nuovamente su una distorsione nell’utilizzo delle risorse, la quale, a tempo debito, comporterà l’ingenerarsi di una nuova crisi.

 Gabriele Manzo

Note:

[1]    Hayek, Inflazione, distribuzione del lavoro e disoccupazione, pg 481

[2]    Salin, Ritornare la capitalismo per evitare le crisi, pg 148

[3]    Keynes, Teoria generale dell’occupazione, p. 27

[4]    Ibidem, p. 25

[5]    Ibidem, p. 27

[6]    Einaudi, Perché il mio piano non è quello di Keynes, p. 204

[7]    Keynes, Teoria generale dell’occupazione, p.  101

[8]    Keynes, Teoria generale dell’occupazione, p. 112

[9]    Hayek, La possibilità di scegliere tra diverse valute, p. 497

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Il sistema sociale delle dislocazioni | Parte IV

Lun, 04/02/2013 - 11:00

Il sistema sociale delle dislocazioni è l’incarnazione di una società conflittuale in cui i protagonisti politici sono sempre più desiderosi di benefici e funzioni, mentre le vittime avversano ogni nuova imposizione fiscale. La battaglia delle dislocazioni si combatte su tutti i mezzi di comunicazione e su tutte le piattaforme educative, nonché negli ambienti legislativi, dove democraticamente la maggioranza rappresentativa delibera.

Tra le conseguenze della battaglia delle dislocazioni indubitabile è la reazione di fuga da parte delle vittime. Le vittime della battaglia delle dislocazioni diventano rifugiati nel loro stesso Paese, sgomenti, sconvolti, sempre in fuga dai realizzatori del sistema delle dislocazioni. Cercano di avere reddito defiscalizzato, e si impegnano per ridurre il loro reddito imponibile in virtù di tutte le deduzioni possibili, per essere riconosciuti come creditori verso l’autorità tributaria, per usufruire di aliquote inferiori, per essere accolti tra le file dei sussidiati o semplicemente per alleviare il fardello fiscale entrando nell’economia sommersa.

I beneficiari e i loro portavoce [organizzazioni sindacali e gruppi di pressione] si danno con passione alla battaglia delle dislocazioni. Applaudono ed eleggono i politici che legiferano nell’ambito della ridistribuzione reddituale. Ma le loro vittorie sono transitorie: la battaglia continua. In ogni sessione legislativa, a livello federale, statale o locale, il processo redistributivo deve essere alimentato da nuove appropriazioni e allocazioni di risorse, e ci vogliono nuove vittime perché sia possibile concedere nuovi benefici. Nuove regolamentazioni devono essere formulate e messe in atto affinché il processo di redistribuzione reddituale possa avere luogo.

La maggior parte dei programmi governativi welfaristici di redistribuzione reddituale si basa sulla somministrazione di un test finalizzato a determinare l’eligibilità e il livello di assistenza. Se il reddito supera un dato livello i beneficiari non sono più compatibili, parzialmente o integralmente, con il programma di concessione dei benefici. L’individuazione del livello di appartenenza induce [da una parte la macchina burocratica a sondare l’entità di redditi defiscalizzati dei singoli percettori esaminati, dall’altra] i percettori di reddito a non dichiarare la totalità delle loro entrate e a lavorare off-the-books. Il mondo sommerso comprende, pertanto, sia le vittime sia i beneficiari in uno sforzo comune teso al miglioramento delle proprie condizioni finanziarie.

Durante le ultime due decadi il sistema assistenzialistico si è ingigantito, tantoché 54 milioni di cittadini statunitensi dipendono da esso per la quiescenza, il reddito per disabilità e il servizio sanitario. Il sistema assistenzialistico dispensa, a livello federale, mediamente 10.000 USD per coppia all’anno ed eroga mediamente 1700 USD e 2200 USD per beneficiario all’anno per Medicaid e Medicare rispettivamente [1]. I beneficiari perdono però 0,50 USD di benefici per ogni dollaro guadagnato, a meno che non abbiano 70 anni o più. Questa perdita potrebbe essere considerata, da alcuni cittadini, alla stregua di una tassa o sanzione importante, inducendoli a preferire l’inattività al reddito derivante da un impiego produttivo. Altri individui altamente produttivi come medici, dentisti, avvocati e executives potrebbero invece decidere, salute permettendo, di continuare a lavorare a dispetto dell’iniquità del sistema. Altri ancora potrebbero ignorare la regolamentazione e optare per il mondo sommerso, nascondendo il loro reddito in modo da non perdere i loro benefici.

In realtà, sono pochi i beneficiari che dichiarano le loro entrate. Nel 1977, l’amministrazione welfaristica, in virtù dei redditi dichiarati, trattenne benefici da 1,2 milioni di beneficiari, cioè il 12 percento di quelli soggetti al test di eligibilità [2]. Se il 12 percento dei beneficiari dichiarano reddito e subiscono notevoli riduzioni di benefici, quanti stanno dichiarando solo parzialmente o nascondendo i loro redditi integralmente?

Operazioni redistributive in forma di pensioni, di sussidi alla disoccupazione, di supporto alle famiglie con bambini, di assistenza sanitaria, di coupon alimentari, et cetera, stimolano fortemente le attività off-the-books. Sicuramente queste operazioni redistributive comprano anche entertainment e costituiscono un disincentivo al lavoro per i percipienti in grado di lavorare, ma non impediscono ai beneficiari di lavorare: esse, semplicemente, scoraggiano l’accettazione di occupazioni on-the-books. Lavoratori disoccupati ricevono un sussidio che ammonta a circa la metà della loro precedente retribuzione; mentre ricevono il sussidio, possono ottenere legalmente il 40 percento dei benefici settimanali che ottenevano attraverso un impiego a tempo pieno o parziale. Qualunque importo guadagnato oltre il 40 percento dei benefici è dedotto dai loro assegni governativi. Se desiderano continuare a essere eligibili per l’ottenimento dei benefici, i lavoratori disoccupati devono denunciare tutti i guadagni ottenuti durante la settimana per la quale si reclama assistenza pubblica: i guadagni includono cash, buoni pasto, buoni alloggio, gratuità, crediti contro acquisto e qualsiasi altro tipo di pagamento ricevuto in cambio di lavoro o servizio prestato [3].

Nella stravaganza delle statistiche governative, milioni di lavoratori disoccupati percettori di sussidio non lavorano neanche un giorno; sono ufficialmente senza lavoro, in attesa di tornare ad averne uno o in cerca di esso. Nella realtà, invece, molti lavorano, ma non denunciano il loro reddito all’autorità tributaria. Lavorano off-the-books così da non compromettere i loro assegni governativi.

Esiste un mercato sommerso pronto a ricevere prestazioni da parte di persone che percepiscono il sussidio di disoccupazione. Queste persone offrono servizi quali cura del giardino, imbiancature, carpenteria, idraulica, elettricità, pulizie, lavaggi, cucina e babysitting. Sicuramente, alcuni di questi lavoratori denunceranno le loro entrate all’Office of Employment Security, subendo riduzioni dei benefici welfaristici; ma molti si asterranno dal denunciare le loro entrate nei test di eligibilità, né informeranno l’Agenzia delle Entrate sulla reale entità dei loro redditi: preferiranno rimanere nell’economia defiscalizzata.

Gli slum metropolitani sono i centri della redistribuzione e le roccaforti del mondo sommerso. Qui vivono lavoratori immigrati da altri Paesi o dalle parti rurali degli Stati Uniti. Qui vivono i neri del sud rurale e altre minoranze come messicani, portoricani e orientali. La legislazione occupazionale e la regolamentazione economica rendono tutte queste persone inutili e inassumibili. L’economia sommersa li accoglie con molte opportunità lavorative e imprenditoriali.

Gli slum (bassifondi) metropolitani sono aree dove la normativizzazione, la regolamentazione e la tassazione hanno reso legalmente impossibile la produzione; la legge della retribuzione minima proibisce l’occupazione alla maggior parte degli abitanti. Tale legislazione, conferendo immunità e privilegi alle organizzazioni sindacali, nega l’accesso al mercato del lavoro anche ai lavoratori specializzati. Licenze e autorizzazioni negano a queste persone il diritto di avviare qualunque attività; le ordinanze relative alla pianificazione territoriale impediscono la realizzazione di impianti produttivi; i controlli sugli affitti e le ordinanze sulla costruzione di edilizia vietano l’edificazione di nuovi immobili e la manutenzione di quelli vecchi; la tassazione requisitoria trasforma asset in liability, obbligando molti proprietari ad abbandonare le loro proprietà.

La situazione degli slum è ulteriormente aggravata dall’incapacità politica di distinguere l’attività sommersa promettente, che tende a migliorare gli slum, dalla delinquenza giovanile generalmente associata a questo ambiente: i costi municipali di polizia sono significativamente più elevati nei bassifondi che non in altri quartieri. Ma è difficile determinare se la funzione poliziesca sia principalmente diretta all’epurazione dell’attività economica defiscalizzata o all’eliminazione del crimine contro le persone e la proprietà. Poiché il governo non opera questo importante discrimine, non sorprende come molti giovani delinquenti non separino i due fenomeni, muovendosi così con disinvoltura da un’attività all’altra.

Se non fosse per la produzione defiscalizzata, non ci sarebbe impresa nei bassifondi metropolitani: la defiscalizzazione nasce dalla natura umana, a dispetto di tutti gli impedimenti dell’autorità politica. Può anche generare attività commerciali strutturate come partnership e cooperative organizzate attraverso l’attuazione di leggi personali. Imprenditori di successo possono diventare datori di lavoro interessati ai bassifondi, offrendo occupazione e retribuzione a coloro che, per legge, non possono averle.

Per i datori di lavoro sommersi il rischio di essere individuati e la severità delle pene sono probabilmente molto più significativi che non per i lavoratori dello stesso mondo: i primi devono considerare sia il rischio assunto in relazione ai vantaggi, che a loro giudizio costituirebbero una compensazione, sia la loro soddisfazione derivabile dall’offerta di un reddito a quanti, per legge, senza di loro, non avrebbero occupazione né reddito. A fronte di milioni di persone abili al lavoro ufficialmente disoccupate, ci sono innumerevoli opportunità per imprenditori competenti, disposti a dimenticare le regolamentazioni all’origine della disoccupazione. Infatti, quale esigenza è più profonda che quella di operativizzare lavoratori inattivi in modo che rendano servizi utili in cambio di uno stipendio.

Questi imprenditori, ignorando la legislazione sul salario minimo, pagano un compenso in cambio dell’apporto produttivo del salariato; compensi non solo intoccati dalla tassazione sul lavoro consistente nel versamento, da parte del datore, dei contributi assistenzialistici, delle tasse federali e statali per la disoccupazione e dei premi assicurativi, ma anche non amputati dalla ritenuta reddituale a opera del sostituto d’imposta. La retribuzione defiscalizzata è, pertanto, spesso più elevata di quella corrisposta nel mercato regolamentato.

AD OPERA DI STRANIERI IRREGOLARI

Pochi negli Stati Uniti sanno apprezzare pienamente il valore del contributo offerto dagli stranieri irregolari al benessere economico. Milioni di stranieri irregolari lavorano negli agrumeti di Florida, California, Arizona e Texas, nei frutteti di Oregon e Washington, nei vigneti californiani e degli stati sudorientali, nelle fattorie e nelle tenute di Colorado, Wyoming e Idaho, in ristoranti, motel e hotel a New York, Chicago e Houston, e in innumerevoli altre imprese in tutto il Paese. Nessuno può sapere quanti sono. Cinque, dieci o venti milioni. Quello che sappiamo è che tutti hanno deciso di entrare negli Stati Uniti violando le leggi di questo Paese. Sappiamo che a dispetto di tutte le leggi e regolamentazioni, si guadagnano da vivere contribuendo alla nostra economia. Molti di loro lavorano nel sommerso.

Mai come negli ultimi anni sono entrati illegalmente così tanti stranieri negli Stati Uniti. Sono stati necessari gli operati di due importanti governi per creare una migrazione di massa. Il governo messicano ha violentato e impoverito la sua popolazione, obbligando milioni di persone a oltrepassare il confine. Il governo statunitense ha cercato di frenare l’ondata, rendendola illegale.

L’amministrazione guidata da López Portillo [4] devastò intenzionalmente l’economia messicana. Distrusse il peso, confiscò le banche e i risparmi dei cittadini, dilapidò miliardi di dollari nella nazionalizzazione di industrie e generò una disoccupazione di massa. Rovinando l’economia messicana, l’amministrazione guidata da López Portillo causò l’esodo di milioni di poveri in cerca di cambiamento.

Hans F. Sennholz

Testo originale

Traduzione di Stefano Libey Musumeci

Parte I

Parte II

Parte III

Stefano Libey Musumeci è traduttore polimatico e ricercatore economico indipendente. Cura il blog Libeypolymath.

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Note:

[1] Budget of the United States Government | Fiscal Year 1984 | pp. 3–5.

[2] Barbara A. Lingg | Beneficiaries Affected by the Annual Earnings Test in 1977 | In Social Security Bulletin | dicembre 1980 | p. 4.

[3] Commonwealth of Pennsylvania | Department of Labor and Industry | Office of Employment Security | Pennsylvania Unemployment Compensation Handbook | p. 8.

[4] José López Portillo y Pacheco (1920–2004) fu Presidente del Messico dall’1 dicembre 1976 al 30 novembre 1982. Libey

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