Skip to main content

Von Mises Italia

Condividi contenuti
Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 17 min fa

Come non si cura la povertà

Ven, 20/05/2016 - 08:54

Dall’inizio della storia, tanto riformatori in buona fede che demagoghi hanno cercato di eliminare od almeno ridurre la povertà tramite l’intervento dello stato. Nella maggior parte dei casi, i rimedi proposti sono tuttavia serviti soltanto ad aggravare il problema.

Il più frequente e diffuso tra questi rimedi proposti è stato semplicemente quello di togliere al ricco per dare al povero. Il rimedio ha avuto un migliaio di varianti differenti, ma in definitiva tutte giungono a questo punto. La ricchezza deve essere “condivisa”, “redistribuita”, “eguagliata”. Infatti nelle menti di molti riformatori il male principale non è la povertà, ma la disuguaglianza.

Questi schemi di redistribuzione diretta (inclusa la “riforma agraria” ed il “reddito garantito”) sono così immediatamente rilevanti per il problema della povertà che necessitano di un approfondimento distinto. Qui devo accontentarmi di ricordare al lettore che tutti gli schemi finalizzati a redistribuire od eguagliare i redditi o la ricchezza con forza minano o distruggono gli incentivi da entrambi i lati dell‘azione economica.
Devono ridurre od eliminare gli incentivi tanto all‘indiviuduo senza abilità od incapace di migliorare la propria condizione con le proprie forze, quanto all’individuo abile ed operoso che considererà poco sensato guadagnare oltre ciò che gli è permesso tenere. Questi schemi redistributivi devono inevitabilmente ridurre la dimensione della torta che sarà redistribuita. Possono solo livellare al ribasso. L’effetto di lungo termine che provocano è di ridurre la produzione e condurre all’imporìverimento della nazione.

Il problema che affrontiamo qui è che i falsi rimedi alla povertà sono quasi infiniti di numero. Un tentativo di esporre approfonditamente la confutazione di ognuno di essi sarebbe un dispendio sproporzionato in termini di tempo. Alcuni di questi rimedi errati, tuttavia, sono così largamente considerati come cure efficaci o riduzioni della povertà che se io non mi riferissi ad essi potrei essere accusato di aver intrapreso un’ampia analisi dei rimedi per la povertà ignorando alcuni dei più ovvi. Ciò che farò, come compromesso, sarà di prendere alcuni dei più diffusi e presunti rimedi per la povertà ed indicare brevemente in ciascun caso la natura dei difetti od i principali errori contenuti in essi.

 

Sindacati e Scioperi

Negli ultimi due secoli, il “rimedio” praticato più ampiamente per i bassi salari è stato la creazione di monopoli sindacali del lavoro e l’uso della minaccia di sciopero.
Oggi in quasi ogni nazione ciò è stato possibile nella misura attuale grazie alle politiche governative che permettono ed incoraggiano le tattiche coercitive dei sindacati e vietano o limitano le contromisure dei datori di lavoro. Come risultato dell’esclusività dei sindacati, della deliberata inefficienza, dell‘inerzia, dei dannosi scioperi e minacce di scioperi e delle arbitrarie politiche sindacali si è avuto l‘effetto a lungo termine di scoraggiare l’investimento di capitale e di rendere più basso, e non più alto di quanto sarebbe stato altrimenti, il salario medio reale dell’intero corpus di lavoratori.

Quasi tutte queste politiche sindacali arbitrarie sono state assolutamente miopi. Quando i sindacati insistono sull’assunzione di addetti che non sono necessari per svolgere un lavoro (richiedendo pompieri non necessari sulle locomotive diesel; impedendo alla dimensione delle squadre di lavoratori portuali di scendere sotto – diciamo – i 20 uomini indipendentemente dalla dimensione del lavoro; chiedendo che le stesse stampanti dei giornali duplichino copie pubblicitarie, etc.) il risultato può essere quello di mantenere o creare qualche posto di lavoro in più nel breve periodo, ma solo a costo di rendere impossibile la creazione di un equivalente o maggior numero di posti di lavoro più produttivi.

La stessa critica si applica alla vecchia politica sindacale di opporsi all’uso di macchinari più efficienti. Tali macchinari vengono installati solamente quando permettono la riduzione dei costi di produzione. Quando ciò accade, o si riducono i prezzi portando ad un aumento di produzione e di vendite del bene prodotto, oppure si rendono disponibili profitti più alti per un aumento di reinvestimento in altre produzioni. In entrambi i casi l’effetto di lungo periodo è di eliminare posti di lavoro poco produttivi sostituendoli con posti di lavoro più produttivi. Già nel 1970 fu pubblicato un libro per mano di uno scrittore che gode di una eccellente reputazione di economista, che si opponeva all’introduzione di macchinari più efficienti nei paesi sottosviluppati sulla base del fatto che essi avrebbero “ridotto la domanda di lavoro”. La naturale conclusione di ciò è che il modo per massimizzare i posti di lavoro è quello di rendere tutti i lavori il più inefficienti e improduttivi possibili.

 

Salari Straordinari

Un simile giudizio deve essere dato su tutti gli schemi “condividi il lavoro”. L‘attuale legge federale sul salario orario prevede che il datore di lavoro debba pagare il 50% di penale oraria per tutte le ore per cui un addetto lavora in eccesso alle 40 ore a settimana, indipendentemente da quanto sia alto lo stipendio orario normale.

Questo provvedimento fu inserito per l‘insistenza dei sindacati. Il suo scopo era quello di rendere così costoso per il datore di lavoro far lavorare le persone in regime di straordinario da obbligarlo ad assumere nuovi lavoratori.

L’esperienza dimostra che la normativa ha avuto in realtà l’effetto di ridurre la durata della settimana lavorativa. Nel decennio che va dal 1960 al 1969 incluso, la media annuale della settimana lavorativa nel settore manifatturiero è variata solamente da un minimo di 397 ore nel 1960 ad un massimo di 41,3 ore nel 1966. Anche le variazioni mensili non mostrano molte variazioni. La durata minima della settimana media lavorativa nei 14 mesi che vanno da Giugno 1969 a Luglio 1970 è stata di 39,7 ore e la massima di 41 ore.

Ma da ciò non consegue che la riduzione oraria abbia creato più posti di lavoro nel lungo termine oppure abbia aumentato il monte salario che sarebbe esistito senza l’obbligo di aumento del 50% del salario in regime di straordinario. Non c’è dubbio che in casi isolati siano stati assunti più addetti di quanto sarebbe stato altrimenti. Ma l’effetto principale della legge sugli straordinari è stato quello di aumentare i costi di produzione. Imprese già operanti in regime standard di pieno orario hanno spesso dovuto rifiutare nuovi ordinativi perchè non potevano permettersi le maggiorazioni per gli straordinari necessarie per eseguire quegli ordini. Non potevano permettersi di assumere nuovi dipendenti per quello che poteva essere un aumento solo temporaneo della domanda in quanto avrebbero dovuto installare anche nuove macchinari.

Più alti costi di produzione comportano prezzi più alti. Questi significano quindi mercati più ristretti e minori vendite.  Ciò comporta che un numero minore di beni e servizi sarà prodotto. Nel lungo periodo gli interessi dell’intera classe di lavoratori saranno inversamente influenzati dalle penali obbligatorie sugli straordinari.

Tutto ciò non significa che la settimana lavorativa dovrebbe essere più lunga, bensì che la durata della settimana lavorativa e l’entità delle maggiorazioni per il lavoro straordinario dovrebbero essere lasciate alla contrattazione volontaria tra singoli lavoratori o sindacati e datori di lavoro. In ogni caso, restrizioni legali alla durata della settimana lavorativa non possono aumentare il numero di posti di lavoro nel lungo perioodo. Ciò che possono fare nel breve periodo deve necessariamente essere a spese della produzione e del salario reale dell‘intera classe di lavoratori.

 

Leggi sul Salario Minimo

Questo ci conduce al tema delle leggi sul salario minimo. É profondamente scoraggiante che nella seconda metà del XX secolo, in quella che è ritenuta un‘era di grande raffinatezza economica, gli Stati Uniti debbano avere in vigore tali leggi e che sia ancora necessario protestare contro una normativa tanto futile e dannosa. Danneggia proprio i lavoratori marginali che dovrebbe aiutare.

Posso solo ripetere ciò che ho già scritto in altro testo. Quando esiste una legge per la quale nessuno deve essere pagato meno di 65$ per 40 ore settimanali, allora nessuno i cui servigi siano valutati 64$ a settimana sarà assunto da un datore di lavoro. Non possiamo far valere un lavoratore un certo ammontare rendendo per chiunque illegale offrire di meno. Stiamo meramente privando il lavoratore del diritto di guadagnare quell’importo che le sue abilità ed opportunità gli permetterebbero di guadagnare; allo stesso tempo, priviamo la comunità dei modesti servizi che egli è capace di fornire. In breve, sostituiamo un basso salario con la disoccupazione.

Qui non posso tuttavia dedicare maggior spazio a questo tema. Affido il lettore agli accurati approfondimenti ed agli studi statistici di eminenti economisti come il Professor Yale Brozen, Arthur Burns, Milton Friedman, Gottfried Habelerler, e James Tobin, i quali hanno evidenziato, per esempio, come i nostri salari minimi legali crescenti abbiano aumentato negli anni recenti la disoccupazione, specialmente tra gli adolescenti afro americani.

 

L’Onere Crescente dei Piani Assistenziali e delle Tasse

Nell’ultima generazione è stato promulgato in quasi ogni grande nazione del mondo un intero ventaglio di misure “sociali”, la maggior parte delle quali hanno l’obiettivo apparente di “aiutare i poveri” in un verso o in un altro. Queste misure includono non solo l‘aiuto diretto, ma anche sussidi alla disoccupazione, per anzianità, per malattia, per affitti, per aziende agricole, per veterani, in una profusione che sembra senza fine. Molte persone ricevono non solo uno, ma molti di questi sussidi.

I programmi spesso si sovrappongono e si duplicano l’un l’altro. Qual è il loro effetto reale? Ognuno di questi deve essere pagato da quell‘uomo cronicamente dimenticato, il contribuente. In forse metà dei casi, Paolo è in effetti tassato per pagare i suoi stessi sussidi e non guadagna niente al netto della bilancia (salvo il fatto che è costretto a spendere il denaro che ha guadagnato in altre direzioni rispetto a quelle che avrebbe scelto lui). Negli altri casi, Pietro è obbligato a pagare per i sussidi di Paolo. Quando uno di questi schemi o un ulteriore espansione dello stesso vengono proposti, i politici favorevoli si dilungano sempre su quanto generosamente il governo benevolo dovrebbe pagare Paolo; essi tralasciano di menzionare il fatto che questo denaro aggiuntivo deve essere tolto a Pietro. Affinchè a Paolo sia consentito ricevere di più di quel che guadagna, a Pietro deve essere permesso di tenersi meno di ciò che guadagna.

L’onere crescente della tassazione non solo mina gli incentivi individuali a lavorare e guadagnare di più, ma scoraggia in ogni modo l’accumulazione di capitale e distorce, sbilancia e deprime la produzione. Il reddito e la ricchezza totale reale risultano meno di quanto sarebbero altrimenti. Al netto della bilancia c’è più povertà anzichè meno.

Tuttavia l’aumento della tassazione è così impopolare che molti di questi aiuti “sociali” sono in origine emanati senza un aumento della tassazione per coprirli. Il risultato sono cronici deficit di biancio pubblico, coperti con l’emissione di addizionale moneta cartacea inconvertibile. E ciò ha condotto nell’ultimo quarto di secolo al costante deprezzamento del potere d’acquisto praticamente di qualsiasi valuta nel mondo. Tutti i creditori, inclusi gli acquirenti di obbligazioni governative, i detentori di polizze assicurative ed i titolari di depositi bancari vincolati sono sistematicamente ingannati.

Ancora una volta le vittime principali sono i lavoratori e le famiglie di risparmiatori con redditi modesti. Tuttavia questa inflazione monetaria, potenzialmente distruttiva e rovinosa per la produzione, è ovunque giustificata da politici e presunti economisti come necessaria per “la piena occupazione” e per la “crescita economica”. La verità è che se questa inflazione monetaria persiste può condurre solamente al disastro economico.

 

Il controllo dei Prezzi e dei Salari

Molte di quelle stesse persone che all’inizio chiedono inflazione (o le politiche che inevitabilmente conducono ad essa), quando ne vedono le conseguenze nell’aumento dei prezzi e dei salari nominali, propongono come cura della situazione non di fermare l’inflazione, ma l’imposizione governativa del controllo dei prezzi e dei salari. Tuttavia tutti questi tentativi di sopprimere i sintomi aumentano enormemente il danno. Il controllo dei prezzi e dei salari, proprio per il fatto che possono apparire temporaneamente efficaci, semplicemente distorcono, distruggono e riducono la produzione: di nuovo conducendo all’impoverimento generalizzato.

Ancora qui, come con gli altri falsi rimedi per la povertà, costituirebbe un ingiusticabile digressione evidenziare tutte le errate e nefaste conseguenze di sussidi speciali, di improvvida spesa pubblica, di finanziamento a deficit, di inflazione monetaria e controllo di prezzi e salari. Di questi temi mi sono occupato in due precedenti libri: “Il fallimento della Nuova Economia” e “Cosa dovresti sapere circa l’inflazione” e lì ovviamente potete trovare un‘estesa letteratura sull’argomento. Il punto principale da ripetere qui è che queste politiche non aiutano a curare la povertà.

Altri falsi rimedi contro la povertà sono la tassazione progressiva sui redditi, così come l’elevata imposizione sulle plusvalenze da capitale, le tasse di successione e le tasse sul reddito aziendale. Tutte queste misure hanno l’effetto di scoraggiare la produzione, l’investimento e l’accumulazione di capitale. In tal senso contribuiscono a prolungare anzichè eliminare la povertà.

 

Socialismo Integrale

Giungiamo adesso al falso rimedio per la povertà che per ultimo affronteremo in questo articolo: il Socialismo Integrale.

Ora la parola “socialismo” è largamente utilizzata almeno in due distinti significati, solitamente ma non necessariamente legati assieme nelle menti di chi la pronuncia. Il primo è la redistribuzione della ricchezza o del reddito – se non rendere uguali i redditi, almeno renderli più simili di quanto siano in un‘economia di mercato. Tuttavia la maggioranza di coloro che si propongono questo obiettivo, oggi pensano che ciò possa essere raggiunto sia eliminando il meccanismo dell’impresa privata sia tassando i redditi elevati per sussidiare quelli piccoli.

Con “Socialismo Integrale” mi riferisco alla proposta Marxista di “gestione e proprietà collettiva dei mezzi di produzione”

Oggi una delle più suggestive differenze tra gli anni ’70 e gli anni ’50, o anche gli anni ’20, è l’ascesa nell‘opinione pubblica del Socialismo 2.0 – la redistribuzione del reddito – ed il declino del Socialismo 1.0 – proprietà e gestione governativo. Il motivo è che, nell’ultima metà del secolo, il Socialismo 1.0 è stato largamente sperimentato. In particolare in Europa c’è adesso una lunga storia di gestione e proprietà governativa di “beni pubblici” come le ferrovie, le industrie dell’energia e dell‘elettricità, del telegrafo e del telefono. Ed ovunque la vicenda è stata sempre la stessa: deficit praticamente perpetui e soprattutto servizi scadenti in confronto con quelli forniti dalle imprese private. Il servizio postale, un monopolio governativo quasi ovunque, è anche praticamente ovunque noto per i suoi limiti, inefficienze ed inerzia (il contrasto con i risultati del servizio “privato” tuttavia, ad esempio negli Stati Uniti, spesso non viene percepito a causa del lento strangolamento dovuto alla normativa ed alla turbativa del governo a danno delle imprese delle ferrovie, telefoniche e dell‘energia).

Come risultato di questa storia, la maggior parte dei partiti socialisti in Europa capisce di non poter più attrarre voti promettendo di nazionalizzare più industrie. Tuttavia ciò che ancora non viene riconosciuto dai socialisti, dall‘opinione pubblica o anche da più di una piccola minoranza di economisti, è che l‘attuale proprietà e gestione governativa delle imprese, non solo nella “capitalista” Europa ma anche nell’Unione Sovietica, riesce a funzionare fintanto che – per il proprio calcolo economico – può fare affidamento sui prezzi del mercato mondiale stabilitisi tramite l’interazione tra le imprese private.

The post Come non si cura la povertà appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Inflazione, deflazione, confusione

Mer, 18/05/2016 - 09:05

Negli ultimi 2 anni la sinistra ha insistito a descrivere la libera impresa come un’economia caratterizzata da alti e bassi. I funzionari OPA hanno sostenuto che solo il controllo dei prezzi può prevenire una ripetizione del boom del 1920-21 e del successivo collasso ed i politici britannici hanno evidenziato che il loro nuovo “socialismo democratico” funzionerà meravigliosamente solo se l’instabile America non darà luogo ad un altro crack trascinando in basso con sé anche il resto del mondo. Quindi sorprende poco che molta gente si chieda se il recente crollo azionario alla fine non prefiguri questa battuta d’arresto dell’economia reale, attesa da tempo.

Non è una domanda facile a cui rispondere, perché l’economia americana è diventata il campo di battaglia di politiche e contropolitiche che non le sono proprie ma provengono essenzialmente dall’esterno. Queste pratiche politiche conflittuali sono da una parte quelle che tendono a creare inflazione, e dall’altra parte quelle che tendono a portare recessione.

Le forze inflazionistiche sono evidenti e fino ad ora sono state sotto controllo. Le loro principali cause sono il finanziamento governativo del deficit ed altri provvedimenti politici che incrementano la quantità di moneta e di credito. Le forze inflazionistiche finora verificatesi si possono misurare grosso modo tramite l’incremento del debito nazionale a 265.000.000,00 di dollari, nonché tramite il denaro ed il credito che sono più che triplicati rispetto al volume di prima della guerra.

L’inflazione potenziale futura è segnalata da un budget previsionale ancora non in pareggio (nonostante un bilancio in pareggio nel primo trimestre dell’anno fiscale corrente) e da una politica di tassi di interesse artificialmente bassi che promuove ulteriori incrementi del credito ed ulteriore monetizzazione del debito pubblico. Fino a quando l’inflazione farà aumentare i prezzi più velocemente dei costi, stimolerà la crescita dell’economia, nuove imprese ed occupazione.

Di contro, anche le forze recessive sono altrettanto potenti. La principale di esse è il controllo dei prezzi, gestito peraltro con spirito ostile ai profitti ed agli affari. Questo ha deformato le relazioni tra i margini di profitto e distorto e squilibrato la produzione. I costruttori edili si trovano con i mattoni ma senza porte, vetri e vasche da bagno. Sulle linee di montaggio, le automobili aspettano i paraurti o le batterie. La compressione dei profitti proveniente dall’alto si scontra con le altre forze dal basso. Gli scioperi senza fine e le interruzioni nella produzione sono seguiti da incrementi salariali senza fine. Per incoraggiare e forzare questi incrementi salariali l’Amministrazione ignora gli elementari diritti di proprietà, nazionalizza le miniere e firma direttamente i contratti con forti aumenti salariali. In definitiva, questi incrementi di salario devono spingere i costi al punto in cui molte aziende non riescono più ad operare, oppure devono far salire i prezzi a livelli che faranno diminuire gli acquisti.

In entrambi i casi rallenteranno la produzione e provocheranno disoccupazione forzata. Negli ambienti delle agenzie di Washington si aggiunge a tutto ciò un’ostilità di fondo verso gli affari, che si riflette in innumerevoli vessazioni.

Tra questi due tipi di forze – quello inflazionistico o quello depressivo – quale dominerà i prossimi 6-12 mesi:? E’ impossibile dirlo, almeno fino a quando non conosceremo la composizione del prossimo congresso e le decisioni principali che verranno adottate dalle figure politiche di riferimento – il Presidente Truman, i segretari Snyder, Byrnes, Anderson, Paul Porter, Wilson Wyatt, Marriner Eccles, ed i membri delle agenzie PDB, ICC, OWMR, NLRB and CPA.

Le decisioni di questi uomini sono incomparabilmente più importanti oggi nel determinare l’andamento futuro degli affari, rispetto alle decisioni semplicemente esecutive che possano prendere i singoli uomini di affari privati.

Una cosa che comunque non potremo avere simultaneamente sarà l’inflazionee la deflazione, visto che non potremo avere contemporaneamente un’espansione ed una contrazione nell’offerta di denaro. Ma potremmo avere un’inflazione frustrata. Potremmo avere, come l’esperienza dell’Europa ha già dimostrato possibile, sia inflazione che contrazione industriale, sia inflazione che disoccupazione, sia inflazione che stagnazione.

Il vero pericolo da affrontare nei prossimi 6-12 mesi sarà che se l’attuale combinazione di decisioni politiche porterà a tali risultati, i dirigenti dell’Amministrazione, invece di rimuovere i controlli asfissianti che li provocano, potrebbero decidere che il vero problema sia l’inflazione insufficiente, e potrebbero avviarsi quindi verso le disastrose politiche di ulteriore incremento e corruzione del denaro e dell’offerta del credito. Il nostro grande nemico oggi, in breve, è l’analfabetismo economico e la confusione di coloro che, avendo il potere politico di farlo, parlano di voler ‘pianificare’, ‘stabilizzare’ e controllare rigidamente l’economia.

The post Inflazione, deflazione, confusione appeared first on Ludwig von Mises Italia.

I mercati non hanno bisogno di tassi d’interesse negativi

Lun, 16/05/2016 - 09:54

Martin Wolf, condirettore e capo opinionista economico al Financial Timessembra aver dimenticato la natura dei tassi di interesse e la loro funzione di coordinamento. Secondo lui, le banche centrali non sono da biasimare nella loro insistenza a mantenere tassi di interesse bassi o negativi. Egli scrive: “Dobbiamo considerare i tassi ultra-bassi come sintomi della nostra crisi, non la sua causa”.

Wolf continua poi sostenendo che “i tassi di interesse negativi non sono colpa delle banche centrali”. E’ difficile comprendere come Wolf possa giustificare questa affermazione. I tassi di interesse negativi non ci sono mai stati, né durante il gold standard, né nei sistemi di banche libere, né in un’economia di libero mercato. In un mercato senza interferenze il tasso di interesse riflette infatti il tasso sociale di preferenza temporale, esso rappresenta il “prezzo del tempo”. E come è legge universale dell’azione umana che la preferenza temporale deve sempre essere positiva, così nel mercato libero i tassi di interesse non possono assolutamente essere negativi.

Di questo articolo sarebbe necessaria una critica quasi riga per riga, tanto mal concepiti e fallaci sono gli argomenti in esso contenuti che risulta difficile ignorarli. Ad ogni modo, sottoporrò a critica soltanto alcuni punti.

In particolare, esaminerò: (1) l’idea che le banche centrali non hanno nulla a che fare con i tassi di interesse negativi, (2) l’idea che esista una situazione di eccesso di risparmio/carenza di investimento, e (3) l’idea che i bassi tassi di interesse sono una conseguenza della bassa crescita di produttività.

 

Di chi è la responsabilità per i tassi negativi?

Non vi è alcuna necessità di mercato per i tassi di interesse negativi. Tuttavia, nel secondo paragrafo dell’articolo di Mr. Wolf, possiamo leggere:

L’economia mondiale è affetta da un eccesso di risparmio riguardante le opportunità di investimento. Le autorità monetarie stanno contribuendo a garantire che i tassi di interesse siano in linea con tale situazione. In ultima analisi, sono le forze di mercato a decidere i tassi che i risparmiatori ottengono. Ahimè, il mercato sta dicendo che i loro risparmi non valgono molto, almeno al margine.

Questo paragrafo presenta molteplici difetti. In primo luogo, vi è l’argomento in base al quale è il mercato che “determina” il tasso di interesse. Ma in un mondo dove il credito è fortemente influenzato dalle politiche delle autorità monetarie, è chiaro che i tassi di interesse non sono determinati dal mercato. Grazie alle operazioni di mercato aperto, le banche centrali sono in grado di ridurre il tasso di interesse ben al di sotto del livello di libero mercato, favorendo peraltro l’investimento sbagliato e dunque la crisi.

Con questa affermazione Mr. Wolf intendeva magari sostenere che il mercato è capace di adattarsi alle condizioni stabilite dalle banche centrali. Ma questo non è assolutamente un argomento a favore delle banche centrali e dei tassi di interesse negativi. Il mercato “si adatta” virtualmente a tutto: al crimine, ai regolamenti, all’inflazione, ecc. Se si verifica un aumento della criminalità in una città particolare – e di conseguenza il prezzo degli immobili diminuisce – dovremmo dire che il crimine non ha provocato questa diminuzione dal momento che “in ultima analisi, sarebbero le forze di mercato a determinare il prezzo degli immobili”? Il fatto che le forze di mercato si adattino alle politiche monetarie governative non può in ogni caso giustificare operazioni governative di contraffazione, così come non si può giustificare il furto, l’omicidio o qualsiasi altra aggressione.

 

L’inesistente eccesso di risparmio

Un secondo problema di questo particolare paragrafo è che, se ci fosse davvero un eccesso di risparmio, ne conseguirebbe che i tassi di interesse dovrebbero diminuire da soli, senza la necessità di alcuna “autorità monetaria”. Finché non vi è un forte intervento dello Stato nel libero mercato, non si può assolutamente verificare alcun “eccesso di risparmio”. Martin Wolf sostiene il contrario e ci riporta alla teoria sviluppata da Alvin Hansen, il principale economista keynesiano in America dopo la seconda guerra mondiale.

Secondo Hansen la depressione o la “stagnazione secolare” sono il risultato di una mancanza di opportunità di investimento. Egli sostiene anche che la Grande Depressione fu il risultato di una carenza di investimenti dovuta alla lenta crescita della popolazione ed all’assenza di innovazione. Oggi, questa teoria sta rinascendo con l’ipotesi della stagnazione secolare. Uno dei più importanti sostenitori, Laurence H. Summers, scrive:

Alvin Hansen ha indicato il rischio di stagnazione secolare alla fine degli anni 1930, per rilevare il boom dell’economia soltanto durante e dopo la seconda guerra mondiale. E’ certamente possibile che alcuni grandi eventi esogeni porteranno all’aumento della spesa o alla riduzione del risparmio in modo che nel settore industriale cresca il FERIR [tasso reale di piena occupazione] e renda irrilevanti le preoccupazioni che ho espresso. Ma in mancanza di guerra, non è ovvio quali potrebbero essere tali eventi. Inoltre, la maggior parte delle ragioni addotte per la caduta del FERIR sono probabilmente destinate a continuare almeno per il prossimo decennio.

In realtà Murray Rothbard criticò la “mancanza di opportunità di investimento” spiegando la depressione e la stagnazione secolare nel suo libro America’s Great Depression (pp. 68-72). Come ha osservato Rothbard, qualora si fondi il proprio ragionamento sul concetto walrasiano di equilibrio generale – dove le condizioni e le preferenze sono mantenute costanti – è facile concludere che soltanto un cambiamento negli ultimi dati (popolazione, tecnologia …) possa creare nuovi investimenti. Così, se la spiegazione principale dello sviluppo e della depressione deriva da un nuovo investimento, ne consegue che solo cambiamenti come la guerra, l’innovazione, la crescita della popolazione, ecc. possono dare avvio a nuove opportunità di investimento.

Il problema della teoria sostenuta da Hansen, Summers, e Wolf è che trascura il ruolo della preferenza temporale come fattore determinante dell’investimento. Infatti ci sono sempre opportunità di investimento dal momento che le esigenze umane sono insaziabili. Ma siccome le risorse sono scarse, risparmi compresi, è necessario scegliere le priorità sulle quali dovremmo investire in base ai nostri obiettivi di preferenza temporale. Come dice Rothbard “sono le preferenze temporali (i ‘gusti’ della società per il consumo immediato rispetto a quello futuro) che determinano l’importo che gli individui decideranno di risparmiare ed investire”.

Inoltre Rothbard continua:

Quello che ci serve, insomma, sono i risparmi: questi sono il fattore limitativo di un investimento. Ed il risparmio, a sua volta, è limitato dalla preferenza temporale: la preferenza per il consumo presente più del consumo futuro. L’investimento deriva sempre da un allungamento dei processi di produzione, poiché i processi produttivi più brevi sono i primi ad essere sviluppati. I processi più lunghi rimangono bloccati sebbene più produttivi, perché non sono sviluppati a causa delle limitazioni di preferenza temporale. Ad esempio, non c’è alcun investimento in macchine migliori e nuove perché non è disponibile abbastanza risparmio.

Così, dobbiamo concludere assolutamente che un ”eccesso di risparmio” non esiste.

 

La necessità di risparmio reale

Al contrario, abbiamo bisogno di maggior risparmio reale per promuovere la crescita economica. Quello che abbiamo in eccesso è invece il credito fiduciario derivante dalle politiche inflazionistiche delle banche centrali. Tali politiche porteranno all’esasperazione gli alti e bassi del ciclo economico. Inoltre, la politica delle banche centrali di tassi di interesse ultra-bassi potrà indurre gli imprenditori ad intraprendere progetti meno redditizi e si allenterà il vincolo che loro hanno sul libero mercato di soddisfare le esigenze più urgenti, non ancora soddisfatte, dei consumatori.

Come afferma Mises in Human Action, nel mercato senza interferenze il tasso di interesse “impedisce che l’imprenditore dia inizio a progetti la cui realizzazione verrà disapprovata dal pubblico a causa della lunghezza del tempo di attesa di cui hanno bisogno. E lo costringe ad impiegare lo stock disponibile di beni capitali in modo da soddisfare al meglio i bisogni più urgenti dei consumatori”.

Tassi di interesse negativi sono una ricetta per il disastro. Provocando errori nelle scelte di investimento, sono una causa fondamentale di stagnazione economica e depressione.

L’idea che la responsabilità sia la mancanza di opportunità di investimento dà origine ad errori altrettanto fondamentali, soprattutto per quanto riguarda la formazione del tasso di interesse. Così, scrive Martin Wolf:

L’eccesso di risparmio (o la carenza di investimento, se si preferisce) è il risultato di sviluppi sia prima che dopo la crisi. Anche prima del 2007, i tassi di interesse reali a lungo termine erano in declino. Da allora, la debolezza degli investimenti privati, le riduzioni degli investimenti pubblici, una tendenza rallentamento della produttività ed i picchi di debito lasciati in eredità dalla crisi hanno tra loro interagito per far abbassare il tasso reale di equilibrio degli interessi. Per poco tempo, una forte domanda post-crisi nelle economie emergenti ha in parte compensato queste tendenze. Ma ora anche questa è venuta meno.

L’errore più evidente in questo paragrafo è l’affermazione completamente falsa secondo cui esiste una relazione causale tra la produttività ed il tasso di interesse. La teoria austriaca dimostra invece che non vi è nulla di simile. I tassi di interesse non dipendono dalla produttività, come molti economisti classici affermano, ma dalla preferenza temporale. Non è la maggiore produttività dei processi di produzione più lunghi che spinge il tasso di interesse, bensì il contrario.

Il tasso di interesse dipende dal tasso sociale di preferenza temporale e spiega perché i processi di produzione più brevi vengono utilizzati nonostante l’esistenza di processi più lunghi, che garantirebbero maggiore produzione per unità di input. Come afferma Israel Kirzner “considerazioni non riguardanti la produttività possono certamente entrare a far parte della spiegazione relativa ai tassi di interesse”.

 

Dobbiamo stimolare la domanda

E ‘evidente che il tentativo di Mr. Wolf di esonerare le banche centrali dalla loro responsabilità in merito ai tassi negativi si basa sui concetti keynesiani secondo cui le banche centrali devono fare qualcosa. Martin Wolf ritiene che la stabilità delle nostre economie si basi sui governi e sulle banche centrali, che i tassi di interesse debbano essere “resi coerenti” e che la domanda aggregata debba essere “equilibrata”. D’altra parte egli non sembra disposto a riconoscere che la conseguenza non intenzionale dell’intervento delle banche centrali che lui chiede è proprio la situazione attuale dei tassi di interesse negativi. Wolf scrive:

Qualcuno obietterà che il calo dei tassi di interesse reali è solo il risultato della politica monetaria, non delle forze reali. Questo è sbagliato. La politica monetaria determina in effetti i tassi nominali a breve termine ed influenza quelli a lungo termine. Ma l’obiettivo della stabilità dei prezzi significa che la politica ha lo scopo di bilanciare la domanda aggregata con l’offerta potenziale. Le banche centrali hanno semplicemente compreso che i tassi ultra-bassi sono necessari per raggiungere questo obiettivo.

Dopo aver letto quest’ultimo paragrafo, è legittimo chiedersi quale sia il limite della potenziale auto-contraddizione di Mr. Wolf. Infatti egli sostiene che le banche centrali non hanno nulla a che fare con i tassi di interesse negativi e, contemporaneamente, che non solo le banche centrali determinano i tassi di interesse, ma anche che “hanno compreso che i tassi di interesse ultra-bassi sono necessari.” Perciò Mr. Wolf ha chiarito al lettore, nonostante le proprie intenzioni, che le banche centrali sono assolutamente responsabili dei tassi di interesse negativi.

Inoltre, dobbiamo sottolineare che la “stabilità dei prezzi” che Martin Wolf sembra prediligere è un obiettivo illusorio. Un’economia in espansione può funzionare molto bene con la deflazione dei prezzi. L’idea che i governi dovrebbero manipolare domanda od offerta aggregate al fine di garantire la stabilità economica e dei prezzi è fallace. Infatti, se un concetto deve essere acquisito dall’economia classica, è che l’offerta aggregata e la domanda aggregata sono due facce della stessa medaglia e che, come scrisse Ricardo, “gli uomini sbagliano nella produzioni, non è questione di mancanza di domanda”. Non c’è assolutamente alcuna necessità di un’autorità politica per equilibrare la domanda e l’offerta aggregate. Ne consegue che viene meno anche l’ultima giustificazione di Mr. Wolf a favore dei banchieri centrali.

L’affermazione che i tassi di interesse negativi sono in qualche modo naturali o rispondenti alle esigenze dell’economia è assurda e, senza le interferenze di banche centrali e governi, il tema dei tassi di interesse negativi sarebbe inesistente.

The post I mercati non hanno bisogno di tassi d’interesse negativi appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Lo Stato (parte settima)

Gio, 12/05/2016 - 09:22

Il loro dominio sarebbe altrimenti la somma felicità del contribuente.
«È il superfluo, dicono loro, non il necessario che deve essere colpito dall’imposta.»

Non sarebbe forse una bella età quella in cui, per coprirci di benefici, il fisco si contentasse di prendere solo il nostro superfluo?

Ma questo non è tutto. I Montagnardi aspirano a che « l’imposta perda il suo carattere oppressivo e non sia nulla di più che un atto di fraternità. »

Bontà del cielo!  io ben sapevo che va di moda infilare dappertutto la fraternità, ma escludevo di certo che la si potesse introdurre tra le carte dell’agente delle tasse.

Scendendo ai dettagli, i firmatari del programma affermano:
« Noi vogliamo l’abolizione immediata delle imposte che colpiscono i beni di prima necessità, come il sale, le bevande, eccetera.
« La riforma  dell’imposta fondiaria, delle imposte di consumo, delle concessioni.
« L’amministrazione gratuita della giustizia, vale a dire la semplificazione delle procedure e la riduzione delle spese.»
(Qui si fa senza dubbio riferimento al costo dei bolli)

Così, imposta fondiaria, imposta di consumo, patenti, bolli, sale, bevande, valori postali, tutto viene messo nel calderone. Questi signori hanno trovato il segreto di concedere un attivismo sfrenato alla mano benefica dello Stato paralizzando al tempo stesso la mano rude.

Ebbene, chiedo io al lettore equilibrato, non è questo far mostra di infantilismo, e per di più di infantilismo dannoso?
Come è possibile che il popolo non faccia una rivoluzione dopo l’altra, dal momento che ha deciso di fermare la propria protesta solo dopo aver compreso l’esistenza di questa contraddizione: « Non dare nulla allo Stato e ricevere molto in cambio! »
C’è qualcuno forse che crede che se i Montagnardi arrivassero al potere, non sarebbero essi stessi le vittime dei raggiri che utilizzano per impadronirsene?

Cittadini, in tutte le epoche, si sono presentati due sistemi politici, e tutti e due possono avanzare buone ragioni per la loro esistenza.  In base al primo, lo Stato deve fare molto, ma ha anche il diritto di prendere molto. In base all’altro, la doppia azione di dare e di prendere deve essere estremamente ridotta. Bisogna scegliere tra questi due sistemi. Ma, per quanto riguarda un terzo sistema, che prende qualcosa degli altri due, e che consiste nell’esigere tutto dallo Stato senza dare alcunché, esso è chimerico, assurdo, puerile, contraddittorio, pericoloso. Coloro che lo sostengono, per ricavarne la soddisfazione di accusare tutti i governi di impotenza e di esporli così alle vostre invettive, questi vi illudono e vi ingannano, o quanto meno ingannano sé stessi.

Quanto a noi, pensiamo che lo Stato non è e non dovrebbe essere altra cosa che la forza messa in comune, non per essere tra tutti i cittadini uno strumento di oppressione e di spoliazione, ma, al contrario, per garantire a ciascuno il suo, e far regnare la giustizia e la pace.

The post Lo Stato (parte settima) appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Lo Stato (parte sesta)

Mer, 11/05/2016 - 09:21

Leggete l’ultimo Manifesto dei Montagnardi, quello che essi hanno emesso in occasione dell’elezione presidenziale. È un po’ lungo, ma, dopotutto, può essere riassunto in due parole: lo Stato deve dare molto ai cittadini e pretendere poco da essi. È sempre la stessa tattica, o se si vuole, lo stesso errore.

« Lo Stato deve offrire gratuitamente l’istruzione e l’educazione a tutti i cittadini. »

Esso deve:
« Un insegnamento generale e professionale appropriato, per quanto possibile, ai bisogni, alle inclinazioni e alle capacità di ciascun cittadino. »

Esso deve:
« Insegnare al cittadino i doveri verso Dio, verso gli uomini e verso sé stesso; sviluppare i suoi sentimenti, le sue inclinazioni e le sue facoltà, procurargli infine le conoscenze per esercitare il suo lavoro, per garantirsi i suoi interessi e per far valere i suoi diritti. »

Esso deve:
« Mettere alla portata di tutti le lettere e le arti, il patrimonio culturale, i tesori dello spirito, tutti i godimenti intellettuali che innalzano e fortificano l’animo umano. »

Esso deve:
« Offrire riparazione per ogni calamità, incendio, inondazione, ecc. (questo eccetera ne dice più di quanto non sembri) sofferti da un cittadino. »

Esso deve:
« Intervenire nei rapporti tra capitale e lavoro e farsi regolatore del credito. »

Esso deve:
« Procurare all’agricoltura dei sostegni sicuri e una protezione efficace. »

Esso deve:
« Acquisire la proprietà di ferrovie, canali, miniere, » e senza dubbio amministrarli con quella capacità gestionale che lo caratterizzano.

Esso deve:
« Stimolare le imprese audaci, incoraggiarle e aiutarle per mezzo di tutte le risorse capaci di farle trionfare. Regolatore del credito, lo Stato indirizzerà con le sue direttive le associazioni industriali e agricole, al fine di garantirne il successo. »

Lo Stato deve occuparsi di tutto ciò, senza tralasciare i compiti che esso assolve attualmente; e, per fare un esempio, occorrerà che esso conservi sempre, nei confronti degli stranieri, un atteggiamento minaccioso; infatti, affermano i firmatari del programma, « uniti da questa santa solidarietà e memori delle imprese gloriose della Francia repubblicana, noi trasportiamo i nostri desideri e le nostre speranze al di là delle barriere che il dispotismo innalza tra le nazioni: i diritti che noi pretendiamo, noi li vogliamo anche per tutti coloro che il giogo della tirannia opprime; noi vogliamo che questo nostro glorioso esercito sia ancora, se occorre, l’esercito della libertà. »

Voi vi rendete conto che la mano premurosa dello Stato, questa buona mano che dona e distribuisce, sarà molto occupata sotto il governo dei Montagnardi. Voi credete forse che anche l’altra mano, quella rude, che penetra e svuota le nostre tasche, non sarà altrettanto occupata?

Abbandonate le vostre illusioni. Coloro che cercano la popolarità non saprebbero il loro mestiere, se non avessero acquisito l’arte di mostrare la mano benevola, mentre nascondono la mano rude.

The post Lo Stato (parte sesta) appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Lo Stato (parte quinta)

Mar, 10/05/2016 - 09:21

Non è forse questa la causa di tutte le rivoluzioni?  Perché, tra lo Stato che elargisce promesse impossibili, e il pubblico che concepisce speranze irrealizzabili, vengono ad interporsi due classi di individui: gli ambiziosi e gli utopisti. Il loro ruolo è interamente segnato dalla situazione. È sufficiente a questi cortigiani della popolarità gridare alle orecchie del popolo:
« Il potere ti inganna; se noi fossimo al loro posto, noi davvero ti riempiremmo di ogni bene e ti libereremmo dalle tasse. »

E il popolo crede, e il popolo spera, e il popolo fa una rivoluzione.

I nuovi cortigiani non fanno in tempo ad occupare i posti di comando, che viene loro intimato di decidersi a fare.
« Datemi dunque del lavoro, cibo, assistenza, credito, istruzione, colonie, dice il popolo, e al tempo stesso, in base alle vostre promesse, liberatemi dalle ganasce del fisco. »

Lo Stato nuovo non è meno imbarazzato di quello vecchio, perché, quando si tratta di cose impossibili, è facile promettere ma non certo mantenere le promesse. Cerca quindi di guadagnar tempo, e ne ha bisogno per far maturare i suoi vasti progetti. Per prima cosa, compie dei timidi tentativi; da un lato, estende un po’ l’istruzione primaria; dall’altro, modifica un po’ l’imposta sugli alcolici (1830).
Ma la contraddizione si erge sempre davanti a lui: se vuole essere filantropo, è costretto ad essere fiscale; e se rinunzia alla fiscalità, occorre che rinunzi anche alla filantropia.

Queste due promesse cozzano sempre e necessariamente l’una contro l’altra.
Fare ricorso al credito, vale a dire divorare le risorse del futuro, è questo certo un mezzo pratico di conciliare le promesse; si tenta di distribuire un po’ di benefici nel presente creando parecchi guasti per il futuro. Ma procedere in questa maniera evoca lo spettro della bancarotta che estingue il credito. Che fare dunque?  A quel punto il nuovo Stato prende l’iniziativa coraggiosamente; raccoglie delle forze per mantenersi al potere, sopprime la libertà d’espressione, ricorre a misure arbitrarie, ridicolizza gli antichi proclami, dichiara che non si può amministrare che a patto di essere impopolare; detto in breve, si proclama potere governativo.

Ed è lì che lo attendono altri soggetti che sono ansiosi di popolarità. Essi sfruttano la stessa illusione, passano attraverso gli stessi sentieri, ottengono lo stesso successo, e ben presto vanno a farsi inghiottire nel medesimo baratro.  È così che noi siamo arrivati a Febbraio. A quell’epoca, l’illusione che rappresenta il soggetto di questo articolo era penetrata più a fondo che mai nella mente del popolo, attraverso le dottrine socialiste. Più che in altro momento, esso si aspettava che lo Stato sotto la forma repubblicana, aprisse totalmente la sorgente dei benefici e chiudesse quella delle imposte.
« Sono stato spesso ingannato, diceva il popolo, ma farò io stesso attenzione che non mi si prenda in giro anche stavolta. »

Che poteva fare il governo provvisorio?  Ahimè!  ciò che fa sempre in simili circostanze: promettere e guadagnar tempo. Di promesse non fa certo difetto, e per dare ad esse maggiore solennità, le suggella in alcuni decreti.
« Innalzamento del benessere, diminuzione dei carichi di lavoro, assistenza, credito, istruzione gratuita, colonie agricole, dissodamenti, e al tempo stesso riduzione della tassa sul sale, sulle bevande, sui timbri postali, sulla carne, tutto sarà votato … alla prima riunione dell’Assemblea nazionale ».

L’Assemblea nazionale si è riunita, e dal momento che non si può dar corso a due esigenze contraddittorie, il suo compito, il suo triste compito, è consistito nel ritirare, nella maniera più silenziosa, uno dopo l’altro, tutti i decreti del governo provvisorio.

Al tempo stesso, per non rendere la delusione troppo crudele, è stato necessario fare delle eccezioni. Certi impegni sono stati mantenuti, altri hanno ricevuto un piccolo segnale di approvazione. Così l’amministrazione attualmente in carica può compiere uno sforzo di immaginazione riguardo a nuove tasse.

Adesso io mi immagino di vedere quello che succederà di qui a qualche mese, e mi chiedo, con la tristezza nel cuore, che cosa accadrà quando degli agenti dello stato del tutto nuovi si recheranno nelle nostre campagne per prelevare le nuove imposte sulle successioni, sui redditi, sui profitti della produzione agricola. Che il Cielo mi smentisca, ma io ci vedo ancora un ruolo per tutti coloro che sono a caccia di popolarità

The post Lo Stato (parte quinta) appeared first on Ludwig von Mises Italia.

Lo Stato (parte quarta)

Lun, 09/05/2016 - 09:19

Se io mi sono permesso di criticare le prime parole della nostra Costituzione, è perché qui non si tratta, come si potrebbe credere, di una pura sottigliezza metafisica. Io sostengo che questa personificazione dello Stato si è rivelata in passato e sarà in futuro una fonte feconda di calamità e di sconvolgimenti.

Ecco il Pubblico da una parte, lo Stato dall’altra, considerati come due esseri distinti, il primo tenuto a riversare doni sul secondo, il secondo sentendosi in diritto di reclamare dal primo un torrente di umane soddisfazioni. Che cosa deve accadere?

Nella realtà dei fatti, lo Stato non è monco e non può esserlo. Esso ha due mani, l’una per ricevere e l’altra per dare, o, altrimenti detto, la mano rude e la mano dolce. L’attività della seconda è necessariamente subordinata all’attività della prima.

A rigore, lo Stato potrebbe prendere senza dare. Questo si è visto e si spiega per via della natura porosa e assorbente delle sue mani, che trattengono sempre una parte e talvolta la totalità di ciò che esse toccano. Ma quello che non si è mai visto, quello che non si vedrà mai e che non si può nemmeno concepire, è l’eventualità che lo Stato restituisca al pubblico più di quanto esso prenda. È dunque una follia totale l’assumere nei confronti dello Stato l’atteggiamento umile dei mendicanti. È radicalmente fuori della portata dello Stato conferire un vantaggio particolare ad alcuni individui che costituiscono la comunità, senza infliggere un danno superiore alla comunità nel suo complesso.

Esso si trova dunque posto, in rapporto alle nostre esigenze, in un chiaro circolo vizioso.

Se esso rifiuta di compiere il bene che ci si attende da lui, esso viene accusato di impotenza, di cattiva volontà, d’incapacità. Se esso cerca di compiere il bene, è costretto a colpire il popolo di tasse in misura doppia, a fare più male che bene, e ad attirarsi, per altri versi, la disaffezione generale.

Così, nel pubblico si alimentano delle speranze e da parte del governo si esprimono due promesse: molti benefici e nessuna imposta. Speranze e promesse che, essendo contraddittorie, non si realizzano mai.

The post Lo Stato (parte quarta) appeared first on Ludwig von Mises Italia.