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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 20 min 38 sec fa

Il diritto all’autodeterminazione

Ven, 25/04/2014 - 08:00

È stato già fatto notare come un paese possa godere di pace interna soltanto quando una costituzione democratica fornisca la garanzia che ogni modifica al governo voluta dai cittadini possa avvenire senza frizioni. Per assicurare la pace internazionale, non è necessario nient’altro che la costante applicazione dello stesso principio.

In precedenza, i liberali pensavano che gli individui fossero pacifici per natura e che soltanto i monarchi desiderassero la guerra per aumentare il proprio potere e la propria ricchezza tramite la conquista di territori. Credevano, di conseguenza, che per assicurare una pace duratura fosse sufficiente rimpiazzare la guida dei principi dinastici con dei governi dipendenti dalle persone. Se una repubblica democratica scoprisse che i propri confini attuali, formati dal corso della storia prima del passaggio al liberalismo, non corrisponderebbero più al desiderio politico della gente, essi dovrebbero essere pacificamente cambiati adeguandoli ai risultati di un plebiscito che esprima il volere del popolo. Dovrebbe essere sempre possibile modificare i confini dello Stato, qualora fosse chiaramente espresso il volere degli abitanti di un’area di unirsi ad un altro Stato, diverso da quello a cui appartengono attualmente. Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, gli Zar russi inglobarono nei loro immensi imperi aree la cui popolazione non espresse mai il desiderio di far parte dello Stato russo. Sebbene l’Impero Russo adottasse una costituzione totalmente democratica, i desideri degli abitanti di quei territori non furono mai rispettati, in quanto semplicemente essi non desideravano essere associati ad alcun legame relativo ad un’unione politica con i russi.

La loro richiesta democratica consisteva nella libertà dall’Impero Russo e nella formazione di Stati nazionali quali Polonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, ecc. . Il fatto che queste richieste ed altre simili da parte di altri popoli (come ad esempio gli italiani, i tedeschi nello Schleswig-Holstein, gli Slavi nell’Impero asburgico) si poterono soddisfare soltanto ricorrendo alle armi, fu la causa più importante in tutte le guerre che sono state combattute in Europa sin dal Congresso di Vienna.

Per quanto concerne la questione relativa all’adesione ad uno Stato, il diritto all’auto-determinazione si esplica dunque così: in qualunque momento in cui gli abitanti di una determinata area – sia essa un unico villaggio, un intero territorio o una serie di territori adiacenti – rendano nota, tramite un plebiscito condotto liberamente, la propria volontà di non restare più uniti allo Stato di cui fanno parte in quel momento, ma preferiscano formare uno Stato indipendente o unirsi ad un altro Stato diverso, le loro volontà devono essere rispettate e assecondate. Questo è l’unico modo fattibile ed efficace per prevenire rivoluzioni e guerre civili e internazionali.

Chiamare questo diritto di auto-determinazione “il diritto all’auto-determinazione delle nazioni” vuol dire fraintenderlo. Non è il diritto all’auto-determinazione di una delimitata unità nazionale, quanto il diritto degli abitanti di qualunque territorio di poter decidere a quale Stato essi vogliano appartenere. Questo fraintendimento è ancor più terribile quando l’espressione “auto-determinazione delle nazioni” viene usata per indicare che uno Stato nazionale abbia il diritto di attaccare e di inglobare in sé parti di una nazione che appartengono al territorio di un altro Stato contro la volontà degli abitanti di quei territori. È infatti con quest’accezione che i fascisti italiani cercarono di giustificare la loro richiesta di staccare dalla Svizzera il Canton Ticino e parti di altri cantoni per unirle all’Italia, anche se gli abitanti di quei cantoni non ne avevano alcun desiderio. Una posizione simile fu presa da alcuni difensori del pangermanesimo riguardo la Svizzera tedesca e i Paesi Bassi.

Comunque, il diritto all’auto-determinazione di cui parliamo non è il diritto di auto-determinazione delle nazioni, ma piuttosto quello dei popoli di ogni territorio grande abbastanza da formare un’unità amministrativa indipendente. Se fosse possibile concedere questo diritto ad ogni individuo, ciò dovrebbe essere fatto. Risulta impraticabile soltanto a causa di convincenti considerazioni tecniche, che rendono necessario come una regione debba essere governata come una singola unità amministrativa e che il diritto all’auto-determinazione debba restringersi alla volontà della maggioranza degli abitanti di aree abbastanza grandi da poter essere considerate come unità territoriali nell’amministrazione del paese.

Nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo, fin dove al diritto all’auto-determinazione fu dato effettivamente seguito, ed in ogni luogo in cui gli si sarebbe potuto dar seguito, esso portò o avrebbe portato alla formazione di stati composti da singole nazionalità (ad esempio, persone che parlano la stessa lingua) ed alla dissoluzione di quegli stati formati invece da diverse nazionalità, soltanto tuttavia come conseguenza di una libera scelta di coloro autorizzati a partecipare al plebiscito popolare. La formazione di stati comprendenti tutti i membri di un gruppo nazionale fu il risultato di un esercizio del diritto all’auto-determinazione, non il suo scopo. Se dei membri di una nazione si sentissero più felici essendo politicamente indipendenti piuttosto che facendo parte di uno Stato composto da tutti i membri di un comune ceppo linguistico, qualcuno potrebbe certamente tentare di convincerli cercando di cambiare le loro idee politiche relative al principio di nazionalità, secondo cui tutti i membri di uno stesso ceppo linguistico debbono formare un singolo stato indipendente. Se, comunque, qualcuno cercasse di determinare il loro destino politico andando contro il loro volere, appellandosi ad un presunto superiore diritto nazionale, violerebbe il diritto all’auto-determinazione non meno effettivamente che praticando qualunque forma di oppressione. Una divisione della Svizzera fra la Germania, la Francia e l’Italia, anche se orchestrata esattamente in base ai legami linguistici, sarebbe una madornale violazione del diritto di auto-determinazione quanto lo fu la spartizione della Polonia.

Tratto da “Liberalism” di Ludwig von Mises

Link alla prima parte

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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La Moneta: IV Parte

Mer, 23/04/2014 - 08:00

 Canali di trasmissione della moneta e politica monetaria

Il controllo della quantità di moneta, e in generale la politica monetaria, è realizzato dalla banca centrale attraverso diversi strumenti.

Per quanto riguarda la base monetaria, oggi il principale canale di creazione è costituito dai finanziamenti della banca centrale alle aziende di credito, che si trovano con scarsa liquidità. Sono le operazioni di mercato aperto, che assumono la forma di operazioni di rifinanziamento principali (pronti contro termine, trasferimento di fondi in cambio di titoli con restituzione entro 2 settimane) o di rifinanziamento a più lungo termine (a 3 mesi)[1].

Questo canale rappresenta l’espressione più importante della strategia di politica monetaria adottata dalle banche centrali, perché è attraverso il finanziamento della liquidità al sistema bancario che esse riescono a influenzare gli aggregati monetari e i tassi di interesse di mercato (infra)[2].

Un secondo canale di creazione è l’estero: se vi è un saldo attivo della bilancia dei pagamenti, gli operatori ricevono valuta estera, che viene convertita in moneta nazionale dalla banca centrale: dunque un surplus della bilancia dei pagamenti si traduce in un’iniezione di base monetaria. Viceversa, se la bilancia dei pagamenti è in disavanzo, si ha distruzione di base monetaria.

Un terzo canale può essere il Tesoro: se vi è un disavanzo pubblico, parte di esso può essere coperto con modalità che prevedono immissione nel sistema di base monetaria. Tali modalità sono tre: 1) acquisto di titoli pubblici da parte della Banca centrale; 2) il Tesoro ha un conto corrente di tesoreria presso la Banca centrale; al fine di assicurare liquidità al Tesoro per far fronte a sfasamenti temporali fra incassi e pagamenti, la banca centrale apre una linea di credito temporanea, effettuando pagamenti per conto del Tesoro; 3) emissione di monete metalliche (di piccolo taglio) da parte del Tesoro.

Nell’Unione monetaria europea tale canale non è più previsto, è stato chiuso nel 1994 per impedire che il finanziamento dei fabbisogni pubblici comprometta il conseguimento del fine della stabilità dei prezzi da parte della BCE.

Oltre alle operazioni di mercato aperto sopra esaminate (acquisto o vendita di attività, generalmente titoli pubblici), altri strumenti della politica monetaria sono: il tasso ufficiale di interesse (t. u. di riferimento repo, tasso di sconto)[3], la riserva obbligatoria[4], i controlli amministrativi (massimale sugli impieghi, vincolo di portafoglio; oggi desueti), la moral suasion.

La banca centrale può influenzare anche alcune variabili che nella catena causale sono vicine agli strumenti; tali variabili non vengono definite strumenti ma obiettivi operativi. Ad esempio, le summenzionate operazioni di mercato aperto, che a partire dagli anni Ottanta del Novecento sono diventate lo strumento principale per regolare la liquidità, sono funzionali ad influenzare il tasso di interesse di mercato[5], che oggi è diventato lo strumento (meglio, l’obiettivo intermedio) fondamentale, a discapito della base monetaria. Le banche centrali cioè modificano la base monetaria nella componente delle riserve delle banche, ma in funzione della fissazione del tasso di interesse.

Tali strumenti, come detto, sono funzionali al controllo della quantità di moneta; che può essere considerato un obiettivo intermedio[6] rispetto agli obiettivi finali. L’obiettivo finale che oggi le banche centrali dichiarano come primario è la stabilità dei prezzi (misurata dal tasso di inflazione; inflation targeting. Ad esempio, la BCE ha stabilito che l’indice dei prezzi al consumo deve essere inferiore al 2% annuo). In passato era frequente anche l’obiettivo della crescita dell’output (tasso di incremento del Pil), con l’obiettivo connesso della piena occupazione.[7]

In conclusione, quando la Banca centrale vuole aumentare la quantità di moneta in circolazione, dunque praticare una politica monetaria espansiva, può: attraverso le operazioni di mercato aperto, acquistare titoli; o ridurre il tasso ufficiale di interesse (che, come visto, si trasmette agli altri tassi, aumentando la domanda di moneta e l’offerta di credito da parte delle banche); o diminuire il coefficiente di riserva obbligatoria. La quantità di moneta, grazie al meccanismo esaminato, è un multiplo della cifra trasferita. Se viceversa la banca centrale intende attuare una politica monetaria restrittiva, effettuerà operazioni di segno opposto.

Relativamente alla politica monetaria della Banca centrale, molto vivace è stato il dibattito “discrezionalità” verso “regole”.

Nell’attuale sistema a riserva frazionaria l’offerta di moneta ha una volatilità molto maggiore, in quanto l’effetto moltiplicativo fa schizzare vero l’alto la quantità complessiva in seguito ad una modifica dei comportamenti di segno espansivo (stampa di carta moneta, riduzione delle riserve, aumento dei depositi da parte del pubblico) ma fa anche contrarre drasticamente la quantità in seguito a comportamenti di segno opposto[8].

Domanda di moneta

La domanda di moneta è domanda per detenere contanti, nel proprio portafoglio, in casa o in banca. Anche le quantità domandate di moneta, come i beni, dipendono dalle scale di valori degli individui, e dunque anche alla moneta si applica la teoria dell’utilità marginale[9]. La gente domanda moneta per i servigi che essa offre, in particolare perché consente di cederla in futuro contro i beni desiderati (mezzo di scambio). Ogni individuo, sulla base dei propri giudizi, determina l’ammontare di cassa che ritiene appropriato: in particolare, è l’utilità marginale dell’unità monetaria (euro, dollaro o oncia d’oro) a determinare l’intensità della domanda.

Per “domanda di moneta” si intendono le quantità di moneta ottenute dai soggetti in cambio dei beni o servizi ceduti più la moneta trattenuta in contanti.

Dunque, sul piano formale, la moneta viene domandata per due motivi, e dunque è costituita da due componenti:

1) domanda di moneta da scambio (exchange), derivante dal fatto che chiunque venda beni o servizi (compreso il lavoro) ottiene in cambio moneta. Legge (e rappresentazione grafica): al ridursi del valore di scambio della moneta aumenta la domanda di moneta da transazioni, e viceversa. Infatti, essendo aumentati i prezzi dei beni, ciascuno riceve maggiori unità monetarie in cambio (della stessa quantità) dei beni ceduti. Viceversa, se si riducono i prezzi, si riceve un numero di unità monetarie inferiore.

La variabile indipendente è il valore di scambio (prezzo) perchè è esso che determina l’utilità soggettiva della moneta, in quanto la moneta serve come mezzo di scambio, non per il consumo diretto, e quindi l’utilità che se ne trae è principalmente legata alla possibilità di cederla in cambio di beni.

La curva è fortemente anelastica, dunque la pendenza è molto elevata: ciò perché è anelastica la curva di offerta del venditore del bene, in quanto il suo interesse primario è cedere il bene per conseguire un reddito (solo in caso di speculazione non vi è l’esigenza di cedere rapidamente il bene); di conseguenza è anelastica anche la curva di domanda di moneta ottenuta in cambio del bene.

2) domanda di moneta per riserva (reservation), che deriva dal desiderio di trattenere presso di sé la moneta precedentemente ottenuta. Si trattiene moneta perché si attende il momento propizio per effettuare uno scambio, dunque la moneta trattenuta per riserva continua a mantenere la sua funzione di mezzo di scambio, l’unico aspetto è che gli scambi sono futuri. Questa detenzione di contanti è sempre determinata dall’utilità marginale della moneta: trattenere una data quantità di moneta in un dato momento può apportare maggiore utilità dell’acquisto di beni; perché vige l’incertezza e gli individui non sanno con precisione tutte le spese future e il momento preciso in cui le effettueranno; ad esempio, vi possono essere acquisti imprevisti: si può guastare la macchina o è necessario acquistare delle medicine, oppure i prezzi futuri potrebbero ridursi. Questo secondo tipo è una domanda post-income, cioè che eventualmente si manifesta dopo che un individuo ha guadagnato il proprio reddito monetario; egli infatti può spenderlo (in beni di consumo o di investimento) oppure aggiungerlo alla propria disponibilità di contanti (cash balance); in questo secondo caso aumenta la domanda per riserva. Legge (e rappresentazione grafica): al ridursi del potere d’acquisto della moneta (il suo valore di scambio) aumenta la domanda di moneta per riserva, e viceversa. Infatti, un potere d’acquisto più basso significa che i prezzi dei beni sono aumentati (le disponibilità di contanti valgono meno in termini reali), dunque le persone hanno bisogno di maggiori quantità di moneta per effettuare gli eventuali acquisti [inoltre i più alti prezzi dei beni scoraggiano gli acquisti]; quindi, aumenta la quantità di moneta detenuta in contanti. Viceversa, un aumento del potere d’acquisto della moneta, cioè prezzi più bassi, fa sì che le persone detengano più moneta di quella necessaria per i precedenti acquisti di beni o cautelativa; allora aumentano le spese per l’acquisto di beni (di consumo o di investimento) e la moneta detenuta si riduce.

I servizi che la moneta rende sono condizionati dal suo potere d’acquisto. Ciascuno desidera avere in cassa non un numero definito di monete ma il corrispettivo di un definito ammontare di potere d’acquisto.

Questa è solo una classificazione formale, che non va confusa con i fattori che influenzano le variazioni della domanda di moneta. Questi sono tanti: valutazioni di utilità immediata, motivi speculativi, frequenza dei pagamenti[10], comportamenti che consentono di economizzare la moneta (es. le compensazioni[11]), le aspettative relative ai prezzi futuri (chi ritiene che i prezzi dei beni a cui è interessato saliranno, ne compra di più oggi, e dunque riduce il suo contante; chi crede che i prezzi cadranno restringe i suoi acquisti e accresce il contante[12]). Dunque i fattori non possono essere rigidamente ridotti a due determinanti considerate come due entità indipendenti, come ad esempio fa il pensiero keynesiano, che suddivide in  1) domanda di moneta per transazioni e 2) domanda di moneta speculativa; ciascuna delle quali è determinata da un’unica variabile, rispettivamente il livello del reddito e la “preferenza per la liquidità”.

Comunque, entrambe le componenti (formali) della domanda di moneta reagiscono allo stesso modo rispetto al valore di scambio; quindi, considerando la domanda di moneta complessiva, la legge è la medesima: al ridursi del valore di scambio della moneta aumenta la domanda di moneta, e viceversa[13].

In genere il termine “tesoreggiamento” (hoarding) ha una connotazione negativa, come se si trattasse di un comportamento vizioso e antisociale: esso non è altro che un aumento della domanda di moneta, e non v’è niente di male in ciò, vuol dire che alcuni individui ricavano maggiore utilità dal detenere moneta (tacendo qui della questione etica inerente il diritto di libertà di ciascun individuo a compiere tale azione economica). È vero che la moneta serve per gli scambi, ma non solo per quelli presenti, anche per quelli futuri; dunque se un individuo si sente più sicuro rispetto alle incertezze del futuro (o perché vuole speculare sui cambiamenti del valore di scambio della moneta) trattenendo moneta, non vi è danno per la società. Tra l’altro, un aumento della domanda di moneta, a parità di offerta, determina un aumento del potere d’acquisto della moneta (infra), esito a parole auspicato da economisti e politici, anche se tradito nella pratica dalle politiche monetarie prevalenti. “Detesoreggiamento” (dishoarding) è l’opposto.

Non è vero che la domanda di moneta è illimitata: si confonde il desiderio di essere ricchi con le esigenze di cassa. Se affluisce nelle mani di un individuo nuova moneta, egli non la tesaurizzerà indefinitamente: parte sarà spesa o per il consumo o per investimenti; nessuno trattiene moneta più di quanta gliene occorre per i bisogni di cassa. E in ogni caso, poiché la moneta viene acquisita in cambio di beni, la quantità di moneta che un individuo può ricevere è limitata dalla quantità di beni che può dare in cambio.

Di Piero Vernaglione Tratto da Rothbardiana Link alla III parte Link alla V Parte

[1] Le banche private fanno fronte ad esigenze immediate di liquidità anche sul mercato interbancario overnight, rappresentato da prestiti fra banche con rientro nella giornata lavorativa successiva.

[2] Quando la Banca centrale acquista asset da una banca, in genere accredita la somma sul conto che la banca tiene presso la Banca centrale medesima. Dunque non stampa e presta moneta fisica (cash), ma opera una modifica elettronica a livello contabile. Tale circostanza non modifica la natura dell’operazione, cioè la creazione di moneta dal nulla, perché la banca commerciale ha ora una maggiore disponibilità per i prestiti ai clienti, fatta salva la quota di riserva.

[3] È il tasso sulle operazioni di rifinanziamento alle banche pronti contro termine viste sopra (operazioni di mercato aperto). Nell’Eurosistema a partire dal 1° gennaio 1999 sostituisce il Tasso Ufficiale di Sconto, gestito dalla Banca d’Italia. Dal 2000 il tasso sulle operazioni di rifinanziamento non è più fisso (come era il repo) ma variabile con sistema di asta: la Bce fissa un tasso minimo di offerta (che assume il ruolo di indicatore del precedente tasso fisso), successivamente gli operatori specificano gli importi desiderati e i tassi proposti; l’interazione fra offerta e domanda di fondi dà luogo a un tasso di aggiudicazione medio. Dall’inizio dell’Unione monetaria tale tasso ha oscillato fra il 2% e il 4%. Negli Stati Uniti la Federal Reserve, oltre al tasso di sconto, manovra anche il tasso sui Fed Funds, che è il tasso interbancario overnight, dunque a brevissimo termine.

[4] Nell’Eurosistema l’aliquota di riserva è stata pari al 2% fino al dicembre 2011, quando è stata ridotta all’1%. La riserva va detenuta presso la Banca centrale dello Stato di insediamento. Negli Stati Uniti la quota di riserva è del 10%.

[5] Tassi di interesse di mercato monetario sono ad esempio il tasso interbancario overnight , i tassi interbancari Euribor e Libor, i tassi sugli spostamenti di fondi con scadenza entro i 12 mesi. Il tasso di interesse ufficiale (pronti contro termine) della banca centrale influenza il tasso di interesse overnight; quest’ultimo a sua volta è per le banche il tasso di riferimento nel fissare il tasso di interesse sui depositi (più basso, mark down) e sui prestiti (più alto, mark up); infine si trasmette anche al tasso di interesse sui titoli di stato a breve termine. Il tasso di interesse a lungo termine dipende in via principale dalle scelte di risparmio e investimento dei privati, in particolare dalla preferenza temporale. Le variazioni artificiali dei tassi indotte dalle banche centrali inviano agli investitori segnali errati, che per gli Austriaci sono la causa delle oscillazioni cicliche.

[6] Essendo le economie aperte agli scambi con l’estero, può assumere rilevanza il tasso di cambio. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta del Novecento molte banche centrali hanno adottato come obiettivo intermedio l’ancoraggio del tasso di cambio del proprio paese alla valuta di paesi “forti”, cioè di grandi dimensioni e con prezzi stabili. L’Italia negli anni Ottanta adottò tale politica relativamente al marco.

[7] Schematizzando il tutto: STRUMENTI: finanziamenti della banca centrale, tasso ufficiale di interesse, riserva obbligatoria. OBIETTIVI OPERATIVI o INTERMEDI: tassi di interesse di mercato (interbancario overnight, Euribor, Libor, fondi entro 12 mesi), quantità di moneta. OBIETTIVI FINALI: stabilità dei prezzi, crescita del pil.

[8] Relativamente alle determinanti dello stock complessivo di moneta, si possono individuare due approcci: gli autori classici e monetaristi ritengono che la quantità di moneta sia in sostanza controllabile, e controllata, dalla Banca centrale. I postkeynesiani invece sottolineano il carattere endogeno della moneta, in quanto determinata dai comportamenti autonomi del pubblico (variazioni nella detenzione di circolante o depositi) e delle banche (variazioni delle riserve libere); tali comportamenti sarebbero in ultima istanza orientati dai “bisogni del commercio”. Per Kaldor l’offerta di moneta è endogena soprattutto perché la banca centrale non può rifiutare lo sconto di titoli primari che le vengono presentati, altrimenti alcune banche rischierebbero l’insolvenza per carenza di liquidità; sul piano empirico l’adeguamento dell’offerta di moneta alla domanda sarebbe dimostrato dal fatto che sia la Fed (1980-82) sia la banca centrale britannica (1979-82) non sono riuscite a mantenere il tasso di crescita entro gli obiettivi prefissati: ad esempio, in Gran Bretagna nel 1981 M3 crebbe del 22% contro un obiettivo del 6-10%.

[9] Questo importante contributo fu offerto da Mises in Teoria della moneta e del credito del 1912. In questo modo la teoria della moneta non rimaneva più separata dalla teoria economica generale basata sull’utilità e sull’azione individuale; la teoria monetaria non restava isolata in un contesto macro erroneo fatto di “velocità di circolazione”, “livelli dei prezzi” ed “equazioni dello scambio”. La separazione fra analisi micro e analisi macro, introdotta da Ricardo, viene ricomposta. Come si vedrà fra breve, una conseguenza è che un aumento della quantità di moneta non determina meccanicamente un incremento proporzionale di tutti i prezzi (e di un inesistente ‘livello dei prezzi’): il potere d’acquisto della moneta si riduce, ma non è detto che ciò avvenga nella stessa percentuale, perché bisogna vedere cosa avviene alla domanda di moneta, cioè cosa succede all’utilità marginale della moneta. Influenzando le utilità relative, l’aumento di offerta di moneta cambia i prezzi e i redditi relativi.

[10] La frequenza con cui si riceve il reddito (in cambio dei beni e/o dei servizi ceduti) condiziona la domanda di moneta. Ad esempio, se Smith e Jones ricevono entrambi € 1000 al mese, ma Smith li riceve mensilmente, mentre Jones riceve € 250 a settimana, allora la detenzione media di moneta di Smith sarà più alta di quella di Jones; in particolare, quella di Smith sarà pari a € 500, mentre quella di Jones sarà pari a € 125, un quarto. Infatti, ipotizziamo che entrambi equiripartiscano giornalmente la spesa: Smith spenderà circa € 33 al giorno (€1000 : 30), Jones circa € 35 al giorno (€250 : 7). Smith il primo giorno del mese disporrà di € 1000; il secondo giorno di € 967, il terzo € 934 ecc. fino ad arrivare al trentesimo giorno con € 0. Dividendo la somma di questi valori per 30 si ottiene la detenzione media da parte di Smith, che è appunto pari a € 500. Jones invece il primo giorno dispone di € 250, il secondo di € 215, il terzo € 180 ecc. e il settimo giorno € 0: la media è pari a € 125. Dunque, quanto minore è la frequenza dei pagamenti ricevuti, tanto maggiore è la domanda di moneta; e viceversa. Tuttavia, nella realtà, la frequenza dei pagamenti non muta spesso nel tempo, dunque cambiamenti nella domanda di moneta (e per conseguenza nei prezzi) causati da tale fattore sono trascurabili.

[11] Se Rossi deve a Bianchi €100, Bianchi deve a Verdi € 100 e Verdi deve a Rossi € 100, non c’è bisogno che tutti e tre domandino moneta per saldare il debito, perché possono compensare. Compensando, la domanda di moneta passa da € 300 a zero.

[12] Dunque le aspettative accelerano la caduta (nel primo caso) e l’aumento (nel secondo) dei prezzi. In un certo senso il mercato sconta la riduzione o l’aumento dei prezzi, e fa verificare la variazione temporalmente prima. Le aspettative sono basate sugli eventi del recente passato, non sono forze indipendenti, non nascono dal nulla e non cambiano in maniera arbitraria e improvvisa, dunque non possono essere la causa prima delle variazioni dei prezzi. La causa prima è la variazione della quantità di moneta decisa dalle autorità monetarie, a cui le aspettative reagiscono.

[13] Per evidenziare le differenze fra pensiero mainstream e teoria Austriaca, si illustra di seguito una versione della teoria della domanda di moneta più vicina a quella presentata dalla letteratura economica contemporanea.

La domanda di moneta (M1) dipende innanzi tutto dalle transazioni, che possono essere espresse dal reddito (Pil) o dalla spesa per consumi (C). La relazione è positiva. Gli individui trattengono moneta per le spese da effettuare. Tuttavia la detenzione di moneta fa perdere il reddito da interessi che potrebbe essere conseguito se si investisse in titoli. Se il tasso di interesse aumenta gli individui sono indotti a ridurre la quantità di moneta detenuta, per acquistare titoli. In pratica, all’aumentare del tasso di interesse si riduce l’intervallo di tempo fra un prelievo e l’altro, e quindi si riduce la detenzione di moneta. Dunque il secondo fattore che condiziona la domanda di moneta è il tasso di interesse. La correlazione è negativa.

Se la sincronizzazione fra incassi (cessione di titoli contro moneta) e pagamenti fosse perfetta non ci sarebbe bisogno di detenere moneta e la domanda di moneta sarebbe pari a zero; ma ciò è impossibile, c’è un limite alla conversione continua di moneta in titoli e viceversa. Infatti nel fare ciò si devono sopportare dei costi di transazione, costituiti dal tempo che si perde e dalla scomodità nella conversione, dallo spreco di energie nella pianificazione finanziaria ecc. All’aumentare dei costi di transazione aumenta la domanda di moneta, al ridursi dei costi si riduce. La correlazione è positiva.

Md = l (Y, r, g)

             +  -  +

dove g è il costo di ogni operazione (valore monetario che l’individuo attribuisce al tempo perso e alla scomodità necessari per effettuare la transazione).

La funzione aggregata è data dalla somma delle domande di moneta dei singoli individui.

L’equazione è espressa in termini nominali. Se la domanda di moneta è espressa in termini reali, bisogna aggiungere il livello dei prezzi  P come fattore che condiziona la domanda di moneta. In genere la correlazione è positiva.

Per quanto riguarda le diverse teorie della domanda di moneta, per i classici e i neoclassici la ragione fondamentale che induce i soggetti a detenere moneta è racchiusa nella sua funzione di mezzo di pagamento, consiste cioè nella mancanza di sincronia tra incassi e pagamenti. Nella formulazione di Fisher, l’ammontare di moneta detenuta dipende dal numero delle transazioni e dal loro valore unitario, cioè dai prezzi; nonché dalla velocità di circolazione della moneta, condizionata da aspetti istituzionali (la teoria della domanda di moneta deriva dalla teoria quantitativa  nella forma MV=PT , infra).

Marshall e gli economisti di Cambridge portano l’attenzione sulle ragioni individuali di detenere moneta più che sui fattori istituzionali; la moneta fornisce una pluralità di servizi; nell’equazione di Cambridge M = kPy (dove k è l’inverso della velocità di circolazione e y il reddito in termini reali) la proporzione del reddito detenuta in forma monetaria è la risultante delle valutazioni individuali.

Keynes individua, oltre ai moventi transattivo e precauzionale, un movente speculativo nella detenzione di scorte monetarie: la diversità di opinioni circa il livello futuro del tasso di interesse induce i soggetti a speculare. Se il tasso di interesse è alto (rispetto al tasso ritenuto “normale”) gli operatori esprimeranno una bassa domanda di moneta, in quanto è conveniente acquistare titoli, in modo da conseguire guadagni in conto capitale quando in futuro l’interesse si ridurrà; e viceversa. Dunque la domanda di moneta per motivi speculativi è correlata negativamente con il tasso di interesse. Keynes enfatizza la funzione di riserva di valore della moneta: se gli operatori sono pessimisti circa il futuro, deterranno il risparmio in forma di moneta, dunque esso non si tradurrà in investimento (domanda di moneta potenzialmente infinita – trappola della liquidità); in tal modo Keynes cerca di dimostrare l’impossibilità di uscire endogenamente da una depressione.

Nell’approccio di portafoglio proposto da Tobin (1958) i soggetti, a differenza dell’ipotesi di Keynes, sono incerti sui livelli futuri del tasso di interesse. I portafogli degli individui sono determinati dal rendimento (relazione inversa con la domanda di moneta) e dal rischio delle attività, e dipendono dall’avversione o dalla propensione al rischio dei diversi individui. In genere però i soggetti deterranno un portafoglio diversificato, parte in moneta e parte in titoli, e non “o tutto titoli o tutto moneta” come nell’ipotesi keynesiana.

Per M. Friedman la moneta è un unicum difficilmente sostituibile con altri strumenti finanziari. La domanda di moneta (che non è altro che uno dei tanti modi di detenere ricchezza) dipende dalla ricchezza (materiale e umana) complessiva, espressa in termini di reddito permanente; dai rendimenti delle attività alternative alla moneta (azioni, obbligazioni, beni reali); dai gusti del pubblico. Per Friedman le verifiche empiriche dimostrano che l’influenza dei tassi di interesse sulla domanda di moneta è trascurabile;  la variabile chiave è il reddito permanente (in termini nominali; in ogni caso la domanda di moneta è omogenea di primo grado rispetto ai prezzi, cresce nella stessa misura del livello dei prezzi): la domanda di moneta è una frazione stabile di esso M = k · Yp, dove k è l’inverso della velocità di circolazione della moneta. Le determinanti della domanda di moneta consentono a Friedman di trarre conclusioni sul meccanismo di trasmissione contrarie a quelle di Keynes: scompare la domanda  di moneta speculativa, con le sue oscillazioni, e dunque viene  meno  l’elemento attraverso cui si manifesta la crisi e la depressione. Aumenti dell’offerta di moneta danno luogo ad aumenti nella domanda di beni reali.

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I confini dello Stato

Ven, 18/04/2014 - 07:00

Per il liberale non v’è contrasto fra politica interna e politica estera, e il dubbio tanto spesso sollevato e discusso approfonditamente in relazione al fatto che le questioni estere abbiano precedenza su quelle interne – o viceversa – è, ai suoi occhi, ingannevole. Poiché il liberalismo, sin dal principio, è un concetto politico che abbraccia tutto il mondo, e le stesse idee che cerca di realizzare all’interno di un’area limitata sono valide anche per le più larghe sfere della politica mondiale. Se il liberale fa una distinzione fra la politica interna e quella estera è unicamente per fini di comodità e classificazione, per suddividere in macro-gruppi la vasta sfera dei problemi politici e non perché sia dell’opinione che per ognuno di essi valgano principi diversi.

L’obiettivo della politica interna del liberalismo è lo stesso di quello della sua politica estera: la pace. Mira alla stessa pacifica cooperazione fra le nazioni come all’interno di ciascuna di esse. Il punto di partenza del pensiero liberale è il riconoscimento del valore e dell’importanza della cooperazione umana, e le intere politiche e programmi del liberalismo sono progettati per servire lo scopo del mantenimento dell’attuale stato di mutua cooperazione fra i membri della razza umana, estendendolo ulteriormente. L’ideale ultimo immaginato dal liberalismo è la perfetta cooperazione dell’intero genere umano, in maniera pacifica e senza attriti. Il pensiero liberale volge lo sguardo sempre all’intera umanità, non soltanto a parti di essa. Non si ferma a gruppi circoscritti, non finisce ai confini del villaggio, della provincia, della nazione o del continente. Il suo pensiero è cosmopolita ed universale: racchiude tutti gli uomini e l’intero mondo. Il liberalismo è, in questo senso, umanesimo; ed il liberale, un cittadino del mondo, un cosmopolita.

 Oggi, in cui il mondo è dominato da idee illiberali, il cosmopolitismo è sospetto agli occhi delle masse. In Germania ci sono patrioti fanatici che non possono perdonare quei grandi poeti tedeschi, specialmente Goethe, i cui pensieri e sentimenti, invece che essere confinati dai legami nazionali, ebbero un orientamento cosmopolita. Si pensa che esista un conflitto inconciliabile fra gli interessi della nazione e quelli del genere umano e che colui che diriga le sue aspirazioni ed i suoi sforzi verso il benessere dell’intera umanità disgreghi, in tal modo, gli interessi della propria nazione. Nessuna convinzione potrebbe essere più sbagliata. Il tedesco che smette di adoperarsi per il bene di tutti gli uomini lede anche gli interessi specifici dei suoi compatrioti – ovvero quelli dei suoi simili con cui condivide una terra ed un linguaggio comune e con cui spesso forma una comunità etica e spirituale – tanto quanto uno che si adoperi per il bene dell’intera Germania leda gli interessi della sua città natale. Poiché l’individuo ha lo stesso interesse nel veder prosperare il mondo intero di quello che ha nel veder sbocciare e fiorire la comunità locale in cui vive.

I nazionalisti sciovinisti, che sostengono l’esistenza di inconciliabili conflitti d’interessi fra le varie nazioni del mondo e cercano l’adozione di una politica finalizzata all’assicurare – con la forza se necessario – la supremazia della propria nazione su tutte le altre, generalmente sono i più appassionati nell’insistere sulla necessità e l’utilità di un’unità nazionale interna. Più grande è l’enfasi che usano sulla necessità di una guerra contro l’estero, contro altre nazioni, più proclamano con insistenza la pace e la concordia fra i membri della loro nazione. A questa domanda di unità interna il liberale non si oppone affatto. Al contrario: la richiesta di pace all’interno di ogni nazione è essa stessa un risultato del pensiero liberale e salì alla ribalta soltanto quando le idee liberali del diciottesimo secolo furono accettate più apertamente. Prima della filosofia liberale, con la sua incondizionata esaltazione della pace che influenzò le menti degli uomini, gli scoppi delle guerre non si limitavano a conflitti fra un paese e l’altro. Le nazioni erano esse stesse lacerate da continui conflitti civili e sanguinarie lotte interne. Nel diciottesimo secolo i britannici si schieravano ancora in battaglia fra di loro a Culloden, così come anche nel tardo diciannovesimo secolo, in Germania, mentre la Prussia intraprese la guerra contro l’Austria, gli altri stati tedeschi si unirono in battaglia, da entrambe le parti. All’epoca la Prussia non vide nulla di sbagliato nel combattere al fianco dell’Italia contro l’Austria tedesca e, nel 1870, soltanto il rapido progredire degli eventi impedì all’Austria di unirsi alla Francia nella guerra contro la Prussia ed i suoi alleati. Molte delle vittorie di cui l’esercito prussiano è così orgoglioso furono vinte da truppe prussiane contro altri stati tedeschi. Fu il liberalismo che insegnò per la prima volta alle nazioni come preservare nella loro conduzione degli affari interni quella pace che si desidera insegnar loro a mantenere anche nelle relazioni con gli altri paesi.

È dal carattere internazionale della divisione del lavoro che il liberalismo trae la sua ferma e inoppugnabile tesi contro la guerra. La divisione del lavoro per lungo tempo è andata al di là dei confini di una sola nazione. Nessuna nazione civilizzata può oggi soddisfare come comunità auto-sufficiente i propri bisogni tramite la sua sola produzione. Tutte sono obbligate ad acquisire dei beni dall’estero e a pagarli esportando i propri prodotti nazionali. Tutto ciò che avrebbe l’effetto di prevenire o fermare lo scambio internazionale di beni arrecherebbe un immenso danno all’intera civiltà umana e minerebbe il benessere e, certamente, le basi stesse dell’esistenza di milioni e milioni di persone. In un’era in cui le nazioni sono reciprocamente dipendenti dai prodotti di provenienza straniera le guerre non possono più essere intraprese. Dato che ogni arresto nel circolo delle importazioni potrebbe avere un effetto decisivo sui risultati di una guerra intrapresa da una nazione coinvolta nella divisione internazionale del lavoro, una politica che desideri prendere in considerazione la possibilità di una guerra dovrebbe cimentarsi nel rendere la propria economia nazionale auto-sufficiente, ossia, dovrebbe puntare – anche in tempo di pace – a far sì che la divisione internazionale del lavoro finisca ai suoi stessi confini. Se la Germania avesse desiderato isolarsi da tale divisione mondiale e avesse tentato di soddisfare tutti i propri bisogno direttamente tramite la propria produzione nazionale, il prodotto annuale totale sarebbe diminuito e così il benessere, lo standard di vita ed il livello culturale dei tedeschi sarebbero calati considerevolmente.

Tratto da “Liberalism” di Ludwig von Mises

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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La Moneta: III Parte

Mer, 16/04/2014 - 08:00

Critiche alla riserva frazionaria

Per gli Austriaci il sistema basato sulla riserva frazionaria è un sistema di contraffazione legalizzata. In esso, infatti, due soggetti diversi sono titolari della proprietà dello stesso bene: nell’esempio numerico precedente, quando la banca X presta i primi €900, questi sono contemporaneamente nella disponibilità del depositante A e di B, colui che ha preso in prestito; ciò che rappresenta un’impossibilità giuridica. Per uno dei due dunque è stata creata moneta artificiale dal nulla. In realtà, X ha commesso appropriazione indebita, perché ha trasferito a B una proprietà di A. E A non ne ha più la disponibilità, come è dimostrato da ciò che accadrebbe se decidesse di ritirarla. È come se una compagnia aerea emettesse più biglietti dei posti (assegnato lo stesso posto a più persone); se il giorno del viaggio si presentano tutti, la truffa viene scoperta; il sistema bancario a riserva frazionaria regge perché non tutti si presentano il giorno del viaggio. Libertà di contratto significa che due soggetti, X e B, dispongono delle loro proprietà, non che si accordano disponendo della proprietà di un terzo, A.

La conferma che la moneta fiduciaria creata attraverso la riserva frazionaria è moneta fittizia è data dal fatto che, appena i risparmiatori si recano agli sportelli e la reclamano, essa evapora, scompare.

La contraffazione è consentita dal fatto che il sistema con Banca centrale pubblica monopolista ha reso il settore bancario un cartello.

Per la Banca centrale vale la considerazione fatta per qualsiasi ente pubblico pianificatore: non ha le informazioni e i segnali di prezzo necessari per poter coordinare in maniera efficiente il sistema economico, in questo caso monetario; dunque provoca solo distorsioni.

Non lasciando fallire le banche irresponsabili, questo sistema impedisce la selezione fra imprese buone e cattive. Per di più, l’impossibilità di fallire, e dunque la mancanza di rischio, induce le banche a operare con ancora minor prudenza (azzardo morale). Questo meccanismo di irresponsabilità è ulteriormente alimentato dall’assicurazione obbligatoria dei depositi: i clienti delle banche sono meno attenti perché, in caso di fallimento della banca, non perdono i propri risparmi; e le banche effettuano investimenti più rischiosi perché, in caso di insolvenza, i clienti verrebbero risarciti con il fondo di garanzia interbancario imposto dalla legge[1].

Effetti – Nel meccanismo di moltiplicazione gli effetti sono tre: 1) inflazione, cioè aumento della quantità di moneta e dunque riduzione del suo potere di acquisto; 2) redistribuzione del reddito a favore: della banca, sotto forma degli interessi che essa incassa sulla moneta creata dal nulla; di coloro che prendono in prestito, che possono acquistare beni e servizi; e dei venditori di tali beni e servizi che godono degli aumenti di prezzo indotti dall’incremento di domanda; 3) essendo la moneta creata dal nulla, senza un precedente risparmio, l’effetto è una distorsione nell’allocazione delle risorse che viene successivamente pagato con la recessione o la depressione (teoria del ciclo).

Nel caso di sovraemissione di moneta cartacea rispetto all’oro, l’atto fraudolento è dato dal fatto che i certificati senza copertura vengono scambiati sul mercato sulla stessa base di quelli con copertura, in quanto sul piano grafico sono identici; dunque vengono scambiati beni (di cui i certificati dovrebbero essere rappresentativi) che non esistono.

La moneta è il bene più soggetto alla pratica della sovraemissione, perché è un bene che non viene utilizzato per il consumo diretto, ma per lo scambio; quindi le persone non hanno bisogno di avere presso di sé l’oro, basta loro il certificato (non farebbero così per un bene come la macchina, che procura un’utilità nel momento in cui se ne ha la disponibilità). Inoltre, essendo l’oro un bene omogeneo (fungibile), a chi ritira non interessa di avere esattamente l’unità fisica di oro che aveva depositato; ciò consente alla banca di sovraemettere con più facilità: a chiunque viene a ritirare si può dare un’unità qualsiasi dell’oro disponibile.

Non bisogna confondere questa pratica con il credito (la vera e propria intermediazione fra risparmiatori e investitori), attività perfettamente legittima e ineccepibile. Il credito consiste in questo: l’individuo A trasferisce alla banca B 1000 once d’oro o euro, e la fondamentale differenza rispetto al semplice deposito è che risparmiatore (A) e banca (X) si accordano sul periodo di tempo per il quale la banca può disporre della somma di moneta senza che il risparmiatore possa ritirarla. Al termine del periodo – ad esempio un anno solare – la banca restituisce la somma con l’aggiunta di un determinato tasso di interesse. La banca a sua volta presta questa somma all’imprenditore B, ad un tasso di interesse maggiore (è il suo guadagno per aver svolto la funzione di indirizzare il risparmio verso coloro che ne hanno bisogno). La banca ha trasferito a B moneta “vera”.

Ma se la banca crea moneta dal nulla e la trasferisce a B, ha messo in circolazione carta senza copertura (e ha aumentato la quantità di moneta). Inoltre, nel credito, prima B e poi la banca (ad A) devono restituire la somma alla data di scadenza, cioè in un dato tempo futuro. Invece nella creazione di moneta fiat qualunque possessore del certificato o dell’assegno può chiedere di convertirlo in oro (o, oggi, in banconote) in qualsiasi momento; cioè, per la banca, il debito è istantaneo (se arriva il cliente per la conversione), l’asset che ne è all’origine (credito) non lo è (ad es. ha scadenza un anno, il tempo di durata del prestito). Nelle banche dunque viene violata una regola di sana contabilità rispettata in ogni altro settore: in un’impresa la struttura temporale degli attivi (asset) non deve essere più lunga della struttura temporale del passivo; cioè i crediti devono rientrare prima dei debiti equivalenti, o comunque alla scadenza di un debito vi deve essere un attivo equivalente per farvi fronte.

Questo tipo di credito si chiama credito di circolante (circulating credit), mentre il credito serio, non truffaldino, realizzato con la moneta vera si chiama credito merce (commodity credit).

In conclusione per produrre credito non c’è bisogno di creare moneta fasulla, senza copertura. Non è vero che affinché vi sia il credito è necessaria la riserva frazionaria.

Dunque le due attività delle banche, che andrebbero tenute separate (e in passato lo erano), sono l’attività di deposito (nella quale non dovrebbero prestare la moneta depositata; e per il servizio svolto incamerare una commissione, non un interesse) e l’attività di intermediazione (possono prestare perché c’è un accordo con il cliente depositante; la differenza fra l’interesse incassato e l’interesse pagato al depositante è il reddito per il servizio svolto)[2].

La riserva frazionaria implica una deliberata confusione fra le due attività.[3]

Aggregati monetari

Dunque nei sistemi monetari contemporanei i tipi di moneta, cioè le forme che la moneta assume, sono:

 

[4][5][6]

Nella maggior parte delle classificazioni è definito anche un aggregato più ampio, M3, costituito da M2 più alcuni strumenti emessi da istituti bancari o finanziari, come i fondi pronti contro termine, le quote di fondi di investimento monetario e le obbligazioni con scadenza fino a due anni[7]. M3 è l’aggregato utilizzato dalla Bce ai fini degli obiettivi di politica monetaria[8].

Tale classificazione segue un criterio di “convertibilità”, cioè di trasformabilità immediata e senza costi (alla pari) in mezzo di pagamento[9]. I depositi a vista vengono in genere compresi nella moneta perché sono considerati sostituti perfetti della moneta, in quanto 1) sono prontamente convertibili in contanti alla pari e 2) sono utilizzati per effettuare qualunque pagamento. In un sistema a riserva frazionaria i depositi a vista di fatto non sono tutti convertibili in contante; ma ciò che conta è che il pubblico crede che siano immediatamente convertibili, e dunque possono essere considerati moneta. Se la fiducia in una banca venisse meno, i suoi depositi a vista non sarebbero più considerati equivalenti al denaro contante; dunque la loro caratteristica di moneta è subordinata alla circostanza della fiducia del pubblico. Tuttavia, nel quadro giuridico-istituzionale contemporaneo, l’eventuale intervento della banca centrale, che può stampare moneta e prestarla alla banca in difficoltà, e l’assicurazione sui depositi garantiscono la conversione immediata alla pari, rendendo dunque i depositi a vista sostituti perfetti dei contanti.

Per quanto riguarda i depositi vincolati (a scadenza), il loro inserimento nell’offerta di moneta è controverso. I contrari sostengono che rappresentano una forma di credito in quanto 1) la banca può per legge chiedere un periodo di tempo, in genere 30 giorni, prima di convertire il deposito in contante, sicché esso non è immediatamente convertibile a richiesta, ciò che è il requisito-chiave per stabilire se un asset è moneta o no; 2) su un deposito vincolato non si possono emettere assegni e un prelievo di contante può essere effettuato solo dietro presentazione del libretto; dunque tale deposito non è facilmente trasferibile; e 3) sui depositi vincolati la banca paga interessi, e va considerata moneta solo quella che non frutta interessi. I favorevoli (Rothbard) replicano che 1) il preavviso di 30 giorni di fatto non viene mai applicato; 2) l’operazione di prelievo è solo un po’ più lunga (bisogna andare in banca e prelevare il contante) ma la sostanza del processo è la stessa: un deposito detenuto presso una banca è la fonte di un pagamento monetario; 3) è capitato che anche sui depositi a vista le banche abbiano pagato interessi. In sostanza, se i depositi a risparmio sono moneta dipende da un fatto culturale, cioè dalle convenzioni e abitudini che si affermano in un dato sistema economico: se tali depositi vengono convertiti a vista in moneta standard, allora possono essere inseriti nell’offerta di moneta [10].

Quasi moneta – La quasi moneta non è moneta, dunque non va computata nell’offerta di moneta complessiva. Per quasi moneta si intendono i beni che hanno un altissimo grado di commerciabilità: obbligazioni di alta qualità, alcune azioni, alcune merci all’ingrosso. In genere sono titoli che hanno un ampio mercato e sono immediatamente vendibili al più alto prezzo che il mercato fisserà. Il test per stabilire che non sono moneta consiste nel fatto che non sono utilizzati per rimborsare i debiti, né si pretende che siano accettati come mezzi di pagamento. Tuttavia vengono tenuti come asset dagli individui e la loro presenza riduce la domanda di moneta, che viene così economizzata. Sulla base del criterio della convertibilità immediata, anche i titoli di stato vengono però spesso inseriti nell’offerta di moneta.

Le attività finanziarie possono essere rappresentate lungo un continuum che va dalla massima liquidità (disponibilità per gli scambi) e zero interesse (moneta) ad alto interesse e zero liquidità (l’obbligazione di una società), con posizioni intermedie che costituiscono un mix delle due caratteristiche. In tal modo si evidenzia che tutte le attività finanziarie offrono un rendimento, dove quello della moneta è costituito dai servizi derivanti dalla disponibilità, cioè la scambiabilità immediata con tutti i beni.

L’offerta di moneta è il numero totale di unità monetarie nel sistema economico.

Se si utilizza moneta merce, lo stock totale di moneta in una società è il numero totale di unità (in genere unità di peso, es. once) della merce in un dato momento; in sostanza, è il peso totale della moneta-merce in un dato tempo. Esso dipende dalla produzione del passato e da quella annuale. Incrementi della quantità di moneta (merce) possono determinarsi solo in seguito all’estrazione di nuovo metallo[11], mentre riduzioni della quantità di moneta si verificano solo in seguito all’usura fisica del bene e agli usi non-monetari, cioè gli impieghi industriali (es. gli orecchini, le collane ecc.).

Un aumento dei mezzi fiduciari aumenta la quantità di moneta (e una riduzione li riduce). Infatti i certificati non coperti creati dal nulla si aggiungono alle disponibilità di cassa degli individui.

Dunque un aumento o una diminuzione della quantità di mezzi fiduciari influenza il potere d’acquisto della moneta in modo identico alle variazioni della quantità di moneta.

In ogni dato momento esiste un dato stock di moneta, e ogni unità di essa sarà posseduta da qualcuno. È dannoso e fuorviante, come fece Fisher, trattare la moneta come qualcosa la cui caratteristica peculiare è di “circolare”, o dividerla in “moneta circolante” e “moneta oziosa”: la moneta non “circola” come se fosse guidata da un processo meccanico e impersonale, bensì viene trasferita dal portafoglio di una persona a quello di un’altra. In ogni momento tutta la moneta è sempre in possesso di qualcuno, cioè è nella sua dotazione monetaria (contanti).

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla II Parte

Link alla IV Parte 

[1] In Italia la somma che viene coperta arriva fino a circa 103.000 euro per ciascun correntista (2008).

[2] Un argomento spesso utilizzato a favore della riserva frazionaria è che, con la riserva del 100%, le banche non potrebbero trarre guadagni sufficienti dalla loro attività. Ma l’obiezione è curiosa: come tutte le altre imprese, le banche hanno il diritto di conseguire profitti in maniera lecita; profitti che, come detto sopra, sarebbero dati dalle commissioni per l’attività di deposito e dagli interessi nell’attività di intermediazione.

[3] Gene Callahan sulla natura dei prestiti: quando un individuo prende in prestito moneta per acquistare un trattore, è il trattore che prende in prestito, non la moneta. Non ci si deve far fuorviare dal velo della moneta, la gente la prende in prestito per i beni che con essa può acquistare. Questo si può vedere meglio se si considera che, qualunque sia la quantità di moneta in circolazione, tutti coloro che prendono in prestito considerati insieme non possono ottenere più trattori, case, macchinari e materie prime di quelli che i prestatori presi tutti insieme possono fornire.

[4] A rigore vanno aggiunte anche le valute estere cedute dagli operatori che affluiscono alle riserve della Banca centrale. Oggi la maggior parte della base monetaria è costituita dalle riserve delle banche. Nei paesi dell’area dell’euro il circolante è complessivamente pari a 588,3 miliardi di euro (valori a febbraio 2007).

[5] I depositi a vista nell’Eurozona sono pari a 3120,4 miliardi di euro (febbraio 2007).

[6] Nell’Eurozona sotto questa voce vengono compresi i depositi con durata prestabilita fino a 2 anni (1468,3 miliardi) e i depositi rimborsabili con preavviso a 3 mesi (1537,9 miliardi).

[7] Coloro che criticano l’inserimento di queste componenti fra la moneta fanno osservare che alcune di esse non rappresentano la forma in cui avviene il pagamento finale dei beni e servizi acquistati, un utile criterio per sapere che cosa è moneta.

[8] Gli aggregati monetari ampi mostrano maggiore stabilità di quelli ristretti in quanto sono meno influenzati da processi di sostituzione fra le componenti realizzati dagli istituti bancari e finanziari; ma sono meno controllabili degli aggregati ristretti. La Bce fissa il valore di crescita di M3 sulla base dell’obiettivo di tasso di inflazione (tetto 2%), della stima della crescita del  Pil reale (2-2,5%) e dei mutamenti della velocità di circolazione della moneta (- 1%); in conseguenza di questi valori, nel 1999 e nei due anni successivi il Consiglio direttivo decise di fissare il valore di riferimento al 4½ per cento annuo.

[9] Molti economisti, anziché il termine “convertibilità”, utilizzano il termine “liquidità”; ma i due concetti sono diversi: infatti la liquidità è la vendita di un’attività in cambio di moneta, ma non a un tasso fisso (alla pari), bensì al tasso corrente, che è fluttuante, e quindi potrebbe causare perdite in conto capitale. Dunque non basta che un’attività sia molto liquida per essere moneta. Ad esempio, un’azione può essere molto “liquida”, ma il fatto che la sua conversione in moneta non sia fatta ad un tasso fisso, ma al tasso di mercato del momento, esclude che l’azione faccia parte dell’aggregato moneta (e infatti nessun economista ve la inserisce). E lo stesso vale per qualunque strumento di credito. La liquidità di un’attività è condizionata dalla scadenza (più è vicina, più l’attività è liquida) ed è in genere correlata negativamente con il rendimento: quanto maggiore è l’interesse meno liquida è l’attività. Inoltre, quanto più elevata è la scadenza, più alto è il tasso di interesse.

[10] Per la scuola Austriaca, in seguito al soggettivismo della teoria, non è possibile definire in astratto e per sempre quali asset compongono la moneta: infatti, se è moneta ciò che è immediatamente mezzo di pagamento o ciò che è immediatamente convertibile alla pari in mezzo di pagamento, che un singolo asset abbia questa caratteristica dipende dalla valutazione soggettiva di coloro che devono riceverlo in cambio dei beni ceduti. Per Rothbard, in un dato momento storico, fine anni ’70, l’offerta di moneta è stata composta da: contanti + depositi a vista + depositi a risparmio delle banche commerciali e delle cooperative di risparmio e credito (savings and loan association) + i certificati di deposito (detratta la penalità per il rimborso anticipato) + il corrispettivo monetario delle polizze delle compagnie di assicurazione sulla vita (in quanto convertibili alla pari in contanti su richiesta in qualsiasi momento). M.N. Rothbard, Austrian Definitions of the Supply of Money, in L. Spadaro (a cura di), New Directions in Austrian Economics, Sheed Andrews and McMeel, Kansas City, 1978, pp. 143-156; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 337-349. J. Salerno inserisce in quella che definisce True Money Supply (TMS) i contanti (cash), i depositi a vista (demand deposit) presso le banche (compresi i depositi dello stato presso le banche e la banca centrale), i depositi a risparmio e le obbligazioni di risparmio del Tesoro (U.S. Savings Bonds, componente di M3 nella classificazione ufficiale; per Salerno sono convertibili istantaneamente a un valore sotto la pari ma fissato in anticipo). J. Salerno, The ‘True’ Money Supply: A Measure of the Supply of the Medium of Exchange in the U.S. Economy, in  “Austrian Economics Newsletter” 6, primavera 1987, pp. 1–6. F. Shostak invece propone una classificazione più restrittiva, non inserendo i depositi vincolati, che vengono ritenuti una transazione a credito. Anche se la banca non impone i termini di attesa (es. i 30 giorni) per il prelievo, per soddisfare la domanda del cliente cede altri asset in cambio di contanti; gli acquirenti degli asset si privano dei loro contanti, che vengono trasferiti al cliente del deposito a risparmio (F. Shostak, The Mistery of the Money Supply Definition, in “The Quarterly Journal of Austrian Economics” vol. 3, No. 4, inverno 2000, pp. 69–76). Per tutti questi autori Austriaci le quote dei Money Market Mutual Funds (MMMF; fondi comuni che investono in strumenti del mercato monetario, dunque di breve termine e altamente liquidi, come titoli pubblici, certificati di deposito, carta commerciale, accettazioni bancarie) non devono essere incluse, in quanto non sono convertibili alla pari; rappresentano solo uno spostamento di moneta da un soggetto a un altro, non la creazione di nuova moneta, e dunque computarli rappresenterebbe una duplicazione.

[11] In un sistema aureo di mercato, la quantità di oro da estrarre sarà determinata dal mercato come per ogni altro prodotto: in base al profitto atteso. Il profitto dipenderà dal confronto fra valore del prodotto (ricavi) e costi. Ma poiché l’oro è la moneta, la quantità estratta dipenderà dai costi di produzione, che saranno in parte determinati dal livello generale dei prezzi. Se i prezzi salgono, saliranno anche i costi dell’estrazione, e la produzione di oro si ridurrà o si bloccherà. Viceversa se i prezzi si riducono.

Qualcuno ha obiettato che un incremento annuo, anche piccolo, nella produzione di oro è un esempio di fallimento del mercato, perché se qualsiasi quantità di moneta va bene, allora produrre oro è uno spreco, oltre che un’azione inflazionistica. Ma questa affermazione ignora il fatto che l’oro, oltre ad essere moneta, è anche un bene di consumo: dunque un aumento dell’offerta di oro determina una riduzione del suo prezzo, dunque una riduzione del prezzo dei beni d’oro (gioielli ecc.), e ciò rappresenta un incremento di benessere per la società.

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Capitalismo | Lezione I – Parte III

Lun, 14/04/2014 - 07:00

Quando gli industriali manifatturieri del Regno Unito cominciarono a produrre articoli di cotone, i lavoratori percepivano da essi più di quanto non avessero mai percepito prima. Naturalmente, un considerevole numero di questi nuovi lavoratori non aveva guadagnato niente prima di allora ed era pronto ad accettare qualunque proposta salariale venisse loro offerta. Successivamente, con la sistematica accumulazione di capitale e il continuo sviluppo di imprese nel settore, i saggi salariali crebbero, determinando un incremento senza precedenti della popolazione britannica.

La sprezzante visione del capitalismo come un sistema disegnato per arricchire i ricchi e impoverire i poveri è completamente sbagliata. La tesi marxiana concernente l’avvento del socialismo era fondata sull’assunto che i lavoratori si stessero impoverendo, che le masse si stessero impoverendo e che alla fine la ricchezza di un Paese si sarebbe concentrata nelle mani di pochi o nelle mani di un solo individuo, e che alla fine le masse lavoratrici depauperate si sarebbero ribellate e avrebbero sottratto dai ricchi proprietari le ricchezze accumulate. Secondo la visione di Karl Marx, in un sistema capitalistico i lavoratori non possono in nessun modo migliorare la loro condizione.

Nel 1864, parlando all’Internazionale dei Lavoratori britannica, Marx sostenne che l’idea secondo cui i sindacati potessero migliorare le condizioni dei lavoratori era «totalmente errata». La politica sindacale consistente nel chiedere saggi salariali più alti e meno ore di lavoro era stata da lui chiamata conservativa, dove conservatorismo è il termine più denigratorio che Marx potesse usare. Egli suggerì che i sindacati stabilissero un nuovo rivoluzionario obiettivo, che si liberassero del sistema salariale nel suo complesso, che sostituissero alla proprietà privata il socialismo, cioè la proprietà statale dei mezzi di produzione.

Se guardiamo alla storia del mondo e in special modo alla storia del Regno Unito dal 1965, ci rendiamo conto che Marx aveva torto. Non c’è Paese capitalistico dell’Occidente in cui le condizioni delle masse non siano formidabilmente migliorate, come mai era successo prima. Tutti i miglioramenti degli ultimi ottanta o novanta anni sono avvenuti nonostante i pronostici di Marx. Infatti, i socialisti marxisti ritenevano che le condizioni dei lavoratori non fossero suscettibili di progresso. Essi promuovevano una teoria fallace, la famosa teoria della “legge ferrea dei salari”, la legge secondo cui un salario, in un sistema capitalistico, non può superare l’ammontare necessario alla soddisfazione dei bisogni di sostentamento.

I marxisti formulavano la loro teoria nel modo seguente. Se i saggi salariali salgono, accrescendo i salari al di sopra del livello di sostentamento, i lavoratori avranno più figli, i quali, quando entreranno nel mondo del lavoro, aumenteranno il numero dei lavoratori fino a che i saggi salariali non scenderanno, riconducendo i lavoratori al livello di sostentamento, a quel livello che permette alla popolazione lavoratrice di non morire. Ma questa idea di Marx, e di molti altri socialisti, considera l’essere umano lavoratore esattamente come fa un biologo nello studiare la vita animale, ad esempio quella dei topi.

Se incrementi la quantità di cibo disponibile per organismi animali o microbi, un maggior numero di essi sopravviverà, mentre dalla diminuzione di tale quantità conseguirà una riduzione del numero di superstiti. Ma l’uomo è differente. Anche il lavoratore, a dispetto della posizione dei marxisti, ha altri bisogni oltre a quello di mangiare e di riprodursi. Un aumento dei salari reali porta non solo all’aumento della popolazione, ma anche a un innalzamento del tenore medio di vita. Oggi nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti d’America abbiamo un tenore di vita superiore a quello dei Paesi in via di sviluppo, ad esempio, in Africa.

Dobbiamo renderci conto, però, che un superiore tenore di vita dipende dall’offerta di capitale. Questa connessione spiega la differenza tra le condizioni di vita negli Stati Uniti e le condizioni di vita in India. L’India ha cominciato a introdurre metodi moderni di contrasto delle malattie infettive, determinando così un incremento della popolazione senza precedenti; ma poiché l’incremento della popolazione non è stato accompagnato da un corrispondente incremento del capitale investito, l’effetto è stato l’aumento della povertà. Un Paese diventa più ricco relativamente all’aumento del capitale investito per unità di popolazione.

Spero con le altre mie lezioni di potere affrontare più dettagliatamente queste problematiche, permettendo una comprensione più fluida. Infatti, alcuni termini come capitale investito pro capite richiedono alcune delucidazioni.

Dobbiamo tuttavia ricordare che nelle politiche economiche non esistono miracoli. Molti giornali e discorsi ci hanno informato sul cosiddetto miracolo economico tedesco, cioè la ripresa della Germania dopo la sua sconfitta e distruzione nella Seconda Guerra Mondiale. Ma questa ripresa non è stata un miracolo. Essa è stata il risultato dell’applicazione dei principii dell’economia di libero mercato, dei metodi del capitalismo, sebbene non siano stati applicati in ogni aspetto del sistema sociale. Ogni Paese può vivere la stessa meraviglia di ripresa economica. Ma insisto: la ripresa economica non deriva da alcun miracolo. Essa è il risultato dell’implementazione di sane politiche economiche.

Ludwig von Mises

Tratto da Economic Policy: Thoughts for Today and Tomorrow.

Traduzione di Stefano Libey Musumeci

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Con i suoi contributi, traduzioni o testi originali, Stefano Libey Musumeci vuole rispondere alla necessità di individuare il funzionamento della realtà. L’autore ritiene che l’approccio logico costituisca il modo migliore per comprendere il mondo. L’approccio logico può solidamente svilupparsi soltanto attraverso una visione polimatica, cioè volgendo costantemente lo sguardo verso molteplici ambiti del sapere. Infatti, la dedizione a diversi ambiti scientifici permette di trovare tra differenti dinamiche analogie, che in assenza di interdisciplinarietà non sarebbero mai trovate. Solamente in questa maniera, cioè attraverso una visione polimatica, attraverso l’amore per il sapere nel suo complesso, è possibile enucleare la logica che sottende il mondo.

Per soddisfare l’esigenza di comprendere la realtà, i polimatici Stefano Libey Musumeci (s.libey@re-think-now.com) ed Émilie Ciclet (e.ciclet@re-think-now.com) hanno fondato l’iniziativa RE-THINK NOW, dove legge ed economia incontrano logica, ontologia (teoria dell’esistenza) ed epistemologia (teoria della conoscenza).

Libey cura il weblog filosofico-poetico StefanoLibey.

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Il socialismo distrugge la civiltà: II parte

Ven, 11/04/2014 - 08:00

L’analisi misesiana è stata invariabilmente confermata, non solo in molte contingenze storiche specifiche (si possono ricordare processi di declino e di involuzione della civilizzazione avvenuti, ad esempio, nel nord Africa ed in altre parti di quel continente; la crisi in Portogallo in seguito alla “Rivoluzione dei garofani”; la malattia sociale cronica che sembra affliggere l’Argentina, che divenne uno dei Paesi più ricchi del mondo prima della Seconda Guerra Mondiale, ma che oggi, anziché terra d’immigrazione, sconta una continua perdita di popolazione; i processi assimilabili che stanno devastando il Venezuela e altri regimi populisti dell’America Latina, etc.), ma anche, e soprattutto, dall’esperimento del socialismo reale, il quale, sino alla caduta del muro di Berlino, gettò centinaia di milioni di persone nella sofferenza più cupa e nella disperazione più nera.

Inoltre, ai giorni nostri, in un mercato mondiale pienamente globalizzato, le forze de-civilizzanti dello stato sociale, del sindacalismo rivoluzionario, della manipolazione finanziaria e monetaria, ad opera delle banche centrali, dell’interventismo economico, della crescente pressione fiscale e regolamentatoria, e dei conti pubblici fuori controllo minacciano anche quelle economie che, sino ad ora, venivano considerate le più prospere (Stati Uniti ed Europa). Ora, di fronte a un bivio storico, queste economie stanno lottando per liberarsi delle forze de-civilizzanti della demagogia politica e del potere sindacale, nel tentativo di riprendere la via del rigore monetario, del bilancio sotto controllo, della riduzione delle imposte, perseguendo lo smantellamento della intricata ragnatela dei sussidi, degli interventi e delle regolamentazioni che soffocano lo spirito imprenditoriale e, al contempo, infantilizzano e demoralizzano le masse. Il successo o il fallimento in questo sforzo determinerà il  destino futuro di queste aree e, in particolare, si sancirà anche se queste potranno continuare ad essere leader nel guidare il processo di sviluppo della civiltà, così come è stato sinora, ovvero se, in caso di fallimento, esse dovranno lasciare lo scettro di economie trainanti ad altre società che, come la sino- asiatica, stanno cercando di imporsi, con ardore e senza complessi di inferiorità, per diventare i protagonisti nel nuovo mercato globalizzato mondiale.

È del tutto ovvio che la civiltà romana non cadde a causa delle invasioni barbariche: semmai, i barbari trassero vantaggio da un processo sociale che stava già, per ragioni puramente endogene, involvendo e che era in procinto di collassare.

Mises si espresse in questo modo:

Gli aggressori stranieri si avvantaggiarono semplicemente di una opportunità che la debolezza interna dell’impero offriva loro. Dal punto di vista militare, le tribù che invasero l’impero nel quarto e nel quinto secolo non erano certo più formidabili delle armate che le legioni avevano facilmente sconfitto nei tempi andati. Ma l’impero era nel frattempo cambiato. La sua struttura economica e sociale era già proiettata nel medioevo.  (op. cit., pp. 767–768)

Inoltre, il grado di regolamentazione dell’impero, il suo statalismo omnipervasivo, e la pressione fiscale crebbero a tal punto che gli stessi cittadini romani consideravano la sottomissione ai barbari invasori come un male minore, quando addirittura non li ricevettero a braccia aperte. Lattanzio, nel suo trattato, Sulla morte dei persecutori, scritto negli anni 314-315 dC, afferma testualmente:

Cominciavano ad esservi sempre meno uomini che pagavano le tasse, rispetto a quanti invece ricevevano i salari; di fatto, poiché le risorse degli agricoltori venivano svilite e consumate da enormi imposizioni, le aziende agricole furono abbandonate ed i terreni coltivati ​​ben presto si imboschirono … Molti governatori delle province e una moltitudine di funzionari di rango inferiore imposero balzelli gravosi in ogni territorio, e quasi in ogni città. Vi erano anche molti soprintendenti di differente grado, nonché i rappresentanti dei governatori. Al loro cospetto si registrarono pochissime cause civili: al contrario, proliferavano le condanne quotidiane, così come si faceva frequentemente ricorso alle confische; venivano esatte le tasse più svariate su un numero sterminato di beni, caratterizzandosi non solo per essere ricorsive, bensì per la loro natura perpetua; ovviamente il processo impositivo dava luogo a torti intollerabili. (Citato da Antonio Aparicio Pérez , La Fiscalidad en la Historia de España: Época Antigua, años 753 a.C. a 476 d.C., Madrid: Instituto de Estudios Fiscales, 2008, p. 313).

Chiaramente, questa situazione è strettamente assimilabile, e per molte ragioni, alla nostra realtà coeva, tanto che una legione di commentatori ha già dimostrato che il presente livello e la presente combinazione di sussidi e regolamentazione pongono un  onere tanto deprimente quanto insostenibile per il settore produttivo della società, sempre più vessato e tormentato. Di fatto, alcuni autori, come Alberto Recarte, hanno avuto il coraggio di invocare una riduzione <<del numero di dipendenti pubblici, ed in particolare di coloro il cui compito è quello di regolamentare, sovrintendere ed ispezionare tutte le attività economiche, imponendo dei requisiti di conformità legale oltremodo costosi ed estremamente intrusivi>>. (El Desmoronamiento de España, Madrid: La Esfera de los Libros, 2010, p. 126).  Non dobbiamo mai scordarci, di fatto, che tutti noi dipendiamo dalla ricchezza generata dal settore economico privato.

In De Gubernatione Dei ( IV , VI , 30), Salviano di Marsiglia scrive:

Nel frattempo, i poveri sono stati derubati, le vedove gemono, gli orfani vengono calpestati, tanto che molti, anche le persone di buona famiglia, che hanno goduto di una educazione liberale, cercano rifugio presso il nemico per sfuggire alla morte, subendo un processo di persecuzione generale. Essi cercano tra i barbari la misericordia romana, poiché non possono sopportare la crudeltà barbara che ormai riscontrano presso i Romani. Anche se questi uomini si differenziano per costumi e lingua rispetto a quelli praticati dalle genti presso cui hanno trovato rifugio, e non sono nemmeno troppo avvezzi, se mi è consentito dire, all’afrore nauseabondo dei corpi e dell’abbigliamento dei barbari, eppure essi preferiscono la strana esistenza che là vi possono trovare, all’ingiustizia ormai così invalsa tra i Romani. Quindi, troverete uomini che fuggono ovunque, ora tra i Goti, ora tra i Bagaudi, o tra qualsiasi altro popolo barbaro che si era insediato ovunque, e non si pentiranno per essersene andati, giacché preferirebbero vivere come uomini liberi, ancorché in una condizione di  cattività apparente, piuttosto che come schiavi in un contesto di presunta libertà. (cit. ibid . , pp 314-315)

Infine, nei suoi Seven Books against the Pagans (Madrid: Gredos, VII, 41-7), lo storico Orosio conclude:

I barbari sono arrivati a detestare le proprie spade, si sono convertiti all’aratro, e stanno affettuosamente trattando il resto dei Romani come compagni e amici, così che ora tra essi vi si possono trovare dei Romani che, vivendo con loro, preferiscono condurre una vita libera, ancorché povera, piuttosto che vivere da schiavi fiscali, non in pace con se stessi, tra la propria gente. (sottolineatura aggiunta)

Non possiamo sapere se in futuro la civiltà occidentale, che ha prosperato fino ad oggi, sarà rimpiazzata da quella di altri popoli che, in base ai nostri canoni attuali,  potremmo considerare  “barbari”. Tuttavia, dobbiamo essere certi di due cose: in primo luogo, nel bel mezzo della recessione più grave dalla Grande Depressione del 1929, che sta sconquassando il mondo occidentale, se falliamo nell’applicare le misure essenziali – vale a dire, deregolamentazioni, soprattutto in seno al mercato del lavoro, una consistente riduzione del carico fiscale e dell’interventismo economico, un serrato controllo della spesa pubblica e l’eliminazione dei sussidi – la posta in gioco sarà molto più alta, per esempio, della mera salvaguardia dell’euro (o per gli americani, del dollaro quale valuta di riserva internazionale) [1];  in secondo luogo, qualora si perdesse definitivamente la battaglia della competitività nel mercato mondiale globalizzato, e ci si infilasse nel tunnel di un marcato e cronico declino, ciò non potrà essere imputato, senza alcun ombra di dubbio, a dei fattori esogeni, bensì esclusivamente ai nostri errori, alle nostre mancanze e alle nostre deficienze morali.

Nonostante tutto ciò che si è andato sostenendo, vorrei concludere con una nota di ottimismo. Le recessioni sono dolorose, e sono spesso brandite come un pretesto per criticare il sistema di libero mercato e legittimare un crescente grado di regolamentazione e di interventismo, il che contribuisce ad acuire un situazione già di per sé pessima. Tuttavia, le recessioni costituiscono anche una fase che consente alla società di recuperare la solidità delle proprie basi, in cui gli errori commessi vengono rivelati, ed in cui le cose sono ricollocate nella loro giusta dimensione. Esse costituiscono altresì uno stadio in cui possono essere gettate le basi per una ripresa e per una ineludibile riscoperta di quei principi essenziali che consentono alla società di progredire.

È senz’altro vero che ci troviamo di fronte a molte sfide, che potremmo lasciarci prendere facilmente dallo sconforto, e che i nemici della libertà si annidano ovunque. Ma non è men vero che, in contrasto con la cultura dei sussidi, dell’irresponsabilità, dell’amoralità, e della dipendenza integrale dallo Stato, tra tanti giovani (e anche tra alcuni di noi che non sono più così giovani ) sta facendo capolino, risorgendo dalle ceneri, la cultura della libertà imprenditoriale, della creatività e dell’assunzione del rischio, nonché di comportamenti basati su sani principi morali: in breve, la cultura della maturità e della responsabilità (in netta contrapposizione all’infantilismo, in forza del quale le nostre autorità e i nostri politici limiterebbero oltremodo la nostra sfera di azione, al fine di renderci vieppiù servili e dipendenti). A mio modo di vedere, è evidente chi disponga delle migliori armi intellettuali e morali e, di conseguenza, è padrone del proprio futuro. Ecco spiegato il motivo che mi induce ad essere ottimista.

 Articolo di Jesus Huerta de Soto su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

Link alla prima parte

 

Note

[1] Il processo sociale non può sopravvivere o svilupparsi in assenza di un quadro istituzionale che disciplini e limiti le forze politiche, i sindacati ed i gruppi di pressione privilegiati. Anche se certamente le nostre autorità non potevano essere a conoscenza degli effetti che sarebbero poi sortiti quando avanzarono la proposta di creare l’euro, nelle attuali circostanze la moneta unica sta fortunatamente giocando il ruolo di “ordinatore”, almeno nei paesi periferici d’Europa, i quali, per la prima volta nella loro storia, sono ora costretti ad assumere misure strutturali di liberalizzazione economica, in un ambiente in cui l’inattuabilità e l’inganno che stanno alla base dell’odierno welfare state sono ormai sotto gli occhi di tutti. Negli Stati Uniti la situazione è alquanto più dubbia. Nonostante gli sporadici sforzi effettuati per limitare il deficit pubblico da movimenti come il Tea Party e da altri gruppi, la natura del dollaro come valuta di riserva internazionale lascia un sacco di spazio per le follie spenderecce dei politici e per le spese sfrenate.

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La Moneta: II Parte

Mer, 09/04/2014 - 08:00

L’uso di sostituti di per sé non cambia l’ammontare di moneta in circolazione, ma solo la forma di essa: infatti, per ogni nota emessa vi è un ammontare equivalente di moneta vera. Se alcuni individui detengono come contanti i sostituti anziché l’oro, la quantità di moneta complessiva non cambia, cambia solo la composizione di essa nei saldi monetari degli individui (es. metà oro e metà certificati). Ai fini della misurazione della quantità di moneta, non bisogna contare due volte (duplicazione), cioè l’oro nei depositi e i certificati che lo rappresentano, bensì l’uno o l’altro.

Il deposito è il contratto in cui il depositante trasferisce un bene mobile al depositario affinché questi lo custodisca (protezione e sorveglianza). Il deposito di beni fungibili (quelli tali per cui ogni unità è identica ad ogni altra: petrolio, grano, moneta; un bene non fungibile invece è un quadro) si chiama “irregolare”, e si differenzia dal deposito ordinario perché il depositario deve restituire altrettanti beni della stessa specie (tantundem), non esattamente le unità originariamente depositate. Nel deposito ordinario non vi è trasferimento nella disponibilità del bene, che resta sempre di proprietà del depositante. Secondo la dottrina dominante, nel deposito irregolare il depositario ha la disponibilità (proprietà), ma ciò è discutibile perché, se il depositante ha il diritto di rientrare in possesso dei beni in qualunque momento egli desideri, allora il depositario ha il dovere di tenere a disposizione i beni nella stessa quantità e qualità, e dunque la disponibilità per lui è di fatto nulla. Ciò implica una riserva del 100%. Se il depositario spendesse quei soldi o li prestasse, dovrebbe essere colpevole di appropriazione indebita. Dunque la soluzione più corretta sarebbe che il depositante restasse il proprietario non dei beni specifici che ha depositato, ma di un’astratta quantità della stessa specie.

Il trasferimento nella disponibilità del bene c’è nel mutuo, che è il prestito di un bene fungibile (se invece il prestito riguarda un bene specifico, ad es. un’automobile, si parla di comodato). Il mutuo è uno scambio di beni presenti con beni futuri, aumentati dell’interesse (che nel deposito è assente); il tempo (di durata del prestito) è quindi un elemento essenziale. Il mutuatario può fare l’uso che vuole dei beni presi in prestito. Dunque, a differenza del deposito, il creditore non può pretendere la restituzione del bene in qualsiasi momento. Il mutuo rappresenta una forma di credito; non così il deposito, perché manca l’elemento essenziale, che è lo scambio di beni presenti con beni futuri (manca il tempo). D’altra parte, la “causa” dei due tipi di contratto è nettamente differente e non può essere confusa: la custodia per il deposito, il trasferimento per impieghi per il mutuo.

Tutta la tradizione del diritto romano è in accordo con questa interpretazione.

Sovraemissione – A un certo punto (XIV secolo) però, le banche cominciano a violare i principi del deposito: notano che non avviene mai che tutti i depositanti ritirino contemporaneamente tutto l’oro depositato; inoltre, se vi sono dei prelievi si verificano però anche dei conferimenti (legge dei grandi numeri). Constatato ciò, le banche, per conseguire un profitto, decidono di prestare parte della moneta depositata, guadagnando così l’interesse sul prestito. Mescolano dunque l’attività di deposito con l’attività di credito – che prima invece, anche in una stessa banca, rappresentavano due sezioni rigorosamente separate – facendo con i depositi a vista (demand deposit) ciò che si poteva fare solo con i depositi vincolati (time deposit) o con le proprie risorse: li prestano. La quantità di moneta aumenta artificialmente perché ora circolano sia l’oro prestato sia i certificati che lo rappresentano. Ma quei certificati non sono coperti da oro, che non è più totalmente nei forzieri delle banche. La riserva è frazionaria, non totale, cioè l’oro che funge da riserva dei certificati (banconote) che circolano copre meno del 100% delle banconote.[1]

A partire dal XVI secolo in Italia, e dal XVII nelle altre piazze europee, con il sostegno delle leggi statali le banche emettono direttamente una quantità di banconote superiore all’ammontare di oro[2]. La medesima unità di oro nei forzieri è coperta da due o più certificati. È un altro modo di realizzare la riserva frazionaria, ma l’effetto economico è lo stesso. Sul piano giuridico invece la prima modalità realizza l’appropriazione indebita, mentre la seconda la frode e contraffazione di documenti.[3]

Sul piano teorico, la giustificazione della riserva frazionaria ha seguito due linee interpretative. La prima uguaglia il deposito irregolare al mutuo grazie all’argomento della fungibilità del bene moneta (v. sopra; Molina, Cantillon, il common law a partire dalla fine del ‘700). La seconda suggerisce un diverso concetto giuridico di “disponibilità”, meno stringente, dunque intesa non come riserva totale, ma, grazie alla legge dei grandi numeri (rapporto fra versamenti e prelievi), come solvibilità complessiva, ottenibile con la prudenza negli investimenti e con l’assoggettamento alle leggi bancarie (soprattutto per soddisfare il volume di scambi del sistema economico, altrimenti compresso: Scuola bancaria contro Scuola monetaria [o metallica: currency school] nella prima metà dell’800). Ma in tal caso si tratterebbe di un contratto aleatorio, i cui termini si verificano o no a seconda delle circostanze esterne.

Per tutto l’800 e fino alla Prima Guerra Mondiale in tutto il mondo sviluppato si afferma il sistema aureo (gold standard), che rappresenta un ritorno alla parità con l’oro. Le banconote mantengono un rigido legame con l’oro, non sono altro che la denominazione di una data unità di peso d’oro[4], e possono essere convertite in oro. In una prima fase le riserve auree detenute dallo Stato dovevano coprire l’intero ammontare di banconote; in una seconda fase le riserve potevano rappresentare solo una frazione delle banconote emesse[5].

Le crisi bancarie determinate dall’abbandono della riserva totale provocano l’intervento degli Stati: anziché far fallire le banche insolventi, le leggi consentono la sospensione della conversione delle banconote in monete metalliche (oro); di fatto, un’autorizzazione al furto. Successivamente, viene creata una banca centrale [6], prestatrice di ultima istanza in grado di garantire liquidità alle banche in difficoltà. La nascita della banca centrale coincide con l’attribuzione ad essa del monopolio dell’emissione di banconote. Le banche private non possono più emettere banconote. L’oro viene trasferito dalle banche private alla banca centrale. In Inghilterra la banca centrale era stata fondata già nel 1694, in Francia viene istituita nel 1800 (ma solo per Parigi), in Germania nel 1875, in Italia nel 1893, negli Stati Uniti nel 1913.

In Europa, con il divieto definitivo della convertibilità, l’oro cessa di essere moneta nel 1914. Le spese della prima Guerra mondiale inducono gli Stati a inflazionare l’offerta di moneta cartacea.

Nel successivo sistema a cambio aureo (gold exchange standard), in vigore dal 1926 al 1944, solo i dollari possono essere convertiti in oro, mentre le altre valute possono essere convertite in dollari. Dunque le banconote sono parzialmente coperte da oro; gli stati cominciano a stampare moneta in eccesso rispetto allo stock di oro[7]. Tra l’altro, l’oro non è costituto più da monete, ma da lingotti, di grandi dimensioni ed elevato valore, il che limita le conversioni a un ristretto gruppo di specialisti nelle transazioni internazionali.

Il fiat standard a riserva frazionaria e l’offerta di moneta

Successivamente viene reciso qualunque legame con l’oro: dopo gli accordi di Bretton Woods (1944), in cui il dollaro diventa la valuta di riserva internazionale, solo gli Stati (governi e banche centrali), e non i privati, possono chiedere la conversione delle monete in oro[8]. Nel 1971 ufficialmente, con la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, ciò non viene più consentito neanche a governi e banche centrali; l’oro non è più il riferimento dei sistemi monetari. La carta moneta, priva di valore intrinseco[9], diventa la moneta standard a corso forzoso. Essa circola in virtù di una norma inderogabile: lo Stato obbliga ogni soggetto ad accettare in pagamento carta-moneta (e ad eseguire pagamenti in carta-moneta), senza che si possa pretendere il controvalore in oro. La carta è moneta perché lo Stato ha dichiarato che lo è: moneta legale (biglietti e monete metalliche di metalli vili). È l’attuale sistema cartaceo, denominato fiat standard, sistema a corso forzoso [10].

Moneta bancaria – Il fiat standard consente che, oltre alla circolazione esclusiva di moneta cartacea, circoli anche una misteriosa e invisibile “moneta in assegni” o moneta bancaria. Ciò è possibile grazie al sistema a “riserva frazionaria”. Il meccanismo di creazione di questa fiat money può essere illustrato attraverso il seguente esempio numerico: l’individuo A deposita presso una banca X  €1000 in banconote[11]. La legge consente alla banca di tenere presso di sé non tutta la somma, ma solo una frazione[12], in base alla constatazione empirica che i depositanti non ritirano il proprio denaro integralmente e contemporaneamente. Se la frazione è pari a 1/10 (riserva frazionale del 10%) la banca X potrà prestare al cliente B €900 [13]. Ora: i €1000 del deposito di A esistono perché A può spenderli in qualsiasi momento, ad esempio utilizzando gli assegni[14] della banca X (che dunque sono l’elemento “visivo” del suo deposito) per le transazioni; quindi i €1000 sono in circolazione. Il deposito diventa un mezzo di scambio, moneta. Tuttavia esso non ha corso forzoso, la sua circolazione dipende dalla fiducia che ha in esso il soggetto che dovrebbe riceverlo in pagamento. Anche i €900 in banconote di B sono in circolazione. Dunque ora, a fronte di €1000 di moneta “vera”(banconote), sono in circolazione €1900, anche se in forme diverse (alcune delle quali sono mere scritture contabili bancarie). La banca X ha creato €900 “dal nulla”. La moneta non coperta da banconote (e, in passato, dall’oro), nel nostro esempio i 900 euro, viene definita mezzi fiduciari. È fiat money, moneta creata ex nihilo. [15]

Il processo continua quando i €900 vengono depositati presso un’altra banca, la quale trattiene 1/10 come riserva (€90) e presta il rimanente (€810); e così via (729, 656, 590, …). Questo meccanismo consente il moltiplicarsi della quantità di moneta. Se nessun soggetto trattiene contante, la quantità di moneta complessiva è quindi data da: M = 1/β  · B, dove β è la quota di riserva, 1/β il moltiplicatore e B la base monetaria, cioè monete metalliche e biglietti [16]. Ad esempio, se la riserva è del 10%, il moltiplicatore monetario sarà pari a 10; se è del 20%, sarà pari a 5. Dunque nel nostro esempio la quantità di moneta finale M è pari a:

Questa creazione di moneta “dal nulla” è accentuata quando la Banca centrale acquista asset dalle banche in cambio di assegni. [17]

La quantità di moneta finale si modifica in seguito agli eventuali cambiamenti di due variabili: la percentuale di riserva e la quantità di moneta che i soggetti trattengono presso di sé e non depositano in banca. Ad esempio, all’aumentare di queste due variabili si riduce la quantità di moneta finale. Le banche in genere mantengono riserve volontarie eccedenti la quota di riserva obbligatoria stabilita per legge, in quanto non vogliono rischiare di trovarsi nella situazione di non poter far fronte, per assenza di mezzi liquidi, alle loro obbligazioni nella regolazione dei pagamenti. Dunque l’offerta di moneta è una variabile prevalentemente esogena, perché controllabile dalla Banca centrale, ma parzialmente endogena, in quanto condizionata anche dal comportamento delle banche commerciali e dei privati.

I depositi a vista che i clienti hanno presso le banche (“moneta in assegni”) costituiscono una promessa da parte della banca di restituire i depositi in contanti (in banconote) in qualsiasi momento il cliente ne faccia richiesta. Il sistema non reggerebbe se non ci fosse la Banca centrale. Infatti, basta che un numero consistente di coloro che hanno ricevuto l’assegno dal cliente chiedano alla banca di ricevere l’equivalente in contanti – oro o banconote – per determinarne la bancarotta. Ogni banca dunque è in ogni momento in una condizione di insolvenza, che si rivela solo quando i risparmiatori corrono agli sportelli. Tuttavia, se avvenisse tale massiccia richiesta di conversione in contanti, la banca si rivolgerebbe alla Banca centrale, presso la quale ha un conto, e si farebbe prestare l’equivalente. Sono i depositi a vista presso la banca centrale che rappresentano (per nove decimi) le riserve della banca, non i suoi contanti. Dunque, quando le banche prestano denaro, non ri-prestano denaro già esistente, ma danno in prestito nuovi depositi a vista che vengono creati mentre si effettua il prestito stesso. Il meccanismo regge perché i clienti ritengono che il loro denaro sia in banca, si fidano e non chiedono la restituzione del proprio denaro tutti contemporaneamente. (Se invece la corsa agli sportelli accadesse, vi sarebbero due soluzioni: 1) una tassazione gigantesca, ma altamente impopolare; 2) la Banca centrale stampa banconote per una cifra equivalente ai depositi da convertire; tuttavia il risultato sarebbe un’iperinflazione devastante, perché i clienti ridepositerebbero la somma, il meccanismo descritto si rimetterebbe in moto e si determinerebbe un effetto moltiplicativo dato dal reciproco della quota di riserva; nel nostro esempio pari a 10 volte. La corsa agli sportelli è l’evento che rende manifesto il fatto che la riserva frazionaria è un sistema fraudolento.[18])

Ecco perché le banche private furono favorevoli alla nascita delle banche centrali: potevano mantenere la riserva frazionaria, e dunque conseguire nel breve periodo maggiori profitti, avendo le spalle coperte nei momenti di difficoltà. La cartellizzazione del sistema bancario ha origine con la nascita delle banche centrali.[19] La creazione della Banca centrale e la moneta fiat hanno rappresentato per lo Stato, dunque per i governanti e l’élite burocratica, un modo per finanziarsi agevolmente, acquisire introiti per sé e per i gruppi da esso favoriti e acquisire con più facilità il consenso grazie alla possibilità di creare ed espandere moneta a piacimento e senza limiti. La moneta, essendo l’intermediario di tutti gli scambi, è la linfa vitale dell’economia. Se lo Stato comanda sulla moneta, controlla l’economia.

Di Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla III Parte [attivo dalla settimana prossima, NdR]

Link alla I Parte

[1] A Firenze tra il 1341 e il 1346 le banche con riserva frazionaria fallirono tutte, causando una profonda recessione in conseguenza della forte contrazione creditizia.

[2] In Cina i depositari iniziarono ad emettere certificati in eccesso nel X secolo. A Venezia questo tipo di comportamento si manifesta a partire dal ‘300; nel ‘500 è diffuso in gran parte dell’Italia. In Inghilterra gli orafi cominciano ad emettere certificati non coperti da oro verso la fine del ‘600, in particolare dopo la Guerra Civile (1688). Fino al 1811 nessuno ricorse a un tribunale per verificare se tale comportamento fosse corretto; in Carr v. Carr il giudice William Grant sentenziò che il contante in deposito doveva essere considerato “debito” del banchiere, non deposito, avallando così la riserva frazionaria.

[3] In Inghilterra con l’Atto di Peel (1844) si proibì l’emissione di certificati senza copertura (aurea), dunque la seconda modalità, ma si consentì per i depositi una riserva inferiore al 100%.

[4] Ad esempio, se 1 dollaro equivale a 1 grammo di oro (dunque “dollaro” non è altro che un nome per indicare un grammo di oro), allora in un gold standard puro, a fronte di 1 tonnellata d’oro (1000 kg, 1.000.000 g), devono circolare 1.000.000 di dollari. Anche i rapporti fra le valute sono dati dal contenuto d’oro che ciascuna rappresenta: ad esempio, negli anni che precedono la Prima Guerra Mondiale, un dollaro era circa un ventesimo di oncia d’oro, mentre una sterlina poco meno di un quarto di oncia; il tasso di cambio fra dollaro e sterlina era pertanto automaticamente fissato nel rapporto di 4,85 a 1.

[5] Gli Stati Uniti introducono la parità del dollaro con l’oro nel 1834. Ma già nel 1862, per finanziare la guerra contro gli stati del Sud (1861-’65), Lincoln consente la stampa di banconote e l’abbandono della riserva totale. Dopo la guerra civile si torna alla parità con l’oro.

Il gold standard classico rappresentava anche un elemento di disciplina per i paesi con economie aperte agli scambi con l’estero. Il “meccanismo Hume-Ricardo” funziona nel seguente modo: supponiamo che la Francia aumenti la quantità di moneta cartacea (franchi), violando l’equilibrio con le riserve in oro. Allora aumentano i prezzi dei beni francesi; i francesi accrescono gli acquisti di beni esteri, meno cari; dunque le banche commerciali degli altri paesi si trovano con maggiori quantità di franchi; allora chiedono alla Banca di Francia di convertire i franchi in oro; la Banca di Francia subisce l’emorragia di oro, vede ridotta ancora di più la quota di riserva, ed è costretta a ridurre crediti, depositi e dunque la quantità di moneta. In questa sequenza si innesta un altro fenomeno che accentua la fuoriuscita di oro: quando i francesi riducono gli acquisti di beni interni e aumentano gli acquisti di beni esteri, si determina un disavanzo della bilancia dei pagamenti; l’eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni deve essere saldato con l’oro.

[6] La Banca centrale in genere svolge le seguenti funzioni: emette e quindi determina la quantità di moneta nel sistema economico; funge da banca delle banche, cioè da prestatore di ultima istanza, dunque condiziona l’offerta di credito; sorveglia il sistema bancario; controlla il mercato dei cambi; gestisce le riserve in oro e valuta. Per i paesi aderenti all’euro, la prima e la quarta funzione è oggi svolta dalla Bce.

[7] Nel 1933 gli Stati Uniti abbandonano il gold standard; il possesso di oro è dichiarato illegale, le monete d’oro possedute dai cittadini vengono confiscate. Permane la convertibilità in monete d’argento (fino al 1963).

[8] La parità fra dollaro e oro viene fissata a 1/35 di oncia per 1 dollaro. I dollari potevano essere convertiti solo in lingotti. Le altre monete fissano un tasso di cambio con il dollaro. Il dollaro è la valuta di riserva, su cui i sistemi monetari dei vari Stati possono moltiplicare il credito interno. Nei due decenni successivi, i paesi che, a causa di avanzi nelle bilance dei pagamenti con gli Stati Uniti, incamerano dollari, non chiedono la conversione in oro, ma utilizzano le accresciute riserve in dollari per moltiplicare il credito. Gli Stati Uniti diventano esportatori di inflazione. Il sistema di Bretton Woods comincia a collassare nel 1968, con il prezzo dell’oro che nei mercati liberi di Londra e Zurigo schizza a livelli molto superiori rispetto al tasso ufficiale di 35 dollari l’oncia. Nel 1971 cominciano le richieste di conversione di dollari in oro da parte di Stati a moneta forte come la Germania, la Francia e la Svizzera, il che provocherà la definitiva inconvertibilità con i provvedimenti del 15 agosto 1971. Dal 1971 al 1973 si tenta di mantenere tassi di cambio fissi fra le monete anche senza una moneta che funga da valuta di riserva internazionale. Dalla primavera del 1973 i tassi di cambio fra le monete fluttuano liberamente.

A Bretton Woods Keynes propose l’istituzione di un’unità monetaria internazionale, il bancor, fissato in termini di trenta beni. Avrebbe dovuto rappresentare la riserva per le banche centrali dei vari paesi. Per una critica di tale riforma, in particolare le sue potenzialità inflazionistiche, v. M.N. Rothbard, The World Currency Crisis, in «The Free Market», febbraio 1986, pp. 1, 3–4. In generale, i keynesiani hanno auspicato un’evoluzione in direzione di una moneta cartacea unica, generata e controllata da un’unica banca centrale mondiale.

[9] Più correttamente, il suo costo di produzione è trascurabile se comparato con il suo valore di scambio. Il costo di produzione della moneta cartacea è prossimo allo zero. Se lo Stato consentisse una concorrenza nella produzione di moneta, ma la limitasse solo a monete fiat, la quantità prodotta sarebbe quella che uguaglia ricavo marginale e costo marginale. Poiché il costo marginale è vicino a zero, la quantità prodotta sarebbe elevatissima; sarebbe quella che determina un ricavo marginale prossimo a zero, cioè un potere d’acquisto della moneta prossimo a zero. Il monopolio nella produzione della moneta è sembrato una soluzione: poterne restringere l’offerta evita iperinflazioni continue.

In passato i biglietti furono emessi dal Tesoro (i “Continental” e i “Greenback” americani, gli “assignats” francesi), successivamente dalla Banca centrale.

[10] I difensori dell’attuale sistema a moneta cartacea in monopolio ne lodano i seguenti vantaggi: 1) i costi di produzione della moneta cartacea sono pressoché nulli; dunque non vengono distratte risorse da altri impieghi produttivi; 2) il sistema attuale ha un’alta elasticità rispetto al livello di attività produttiva, cioè si può adeguare a piacere la quantità di moneta al livello delle transazioni; 3) il controllo da parte dell’autorità monopolistica evita gli shock erratici che si verificherebbero nel caso in cui venissero scoperti nuovi giacimenti di moneta-merce. I critici capovolgono quelli che sono considerati meriti in limiti: la facilità di produzione e la discrezionalità nell’emissione sono proprio i fattori che hanno causato le alte inflazioni dell’ultimo secolo. Per quanto riguarda la dipendenza dei metalli dall’estrazione, in un mondo dinamico una certa instabilità del potere d’acquisto è fisiologica e inevitabile, e comunque è meglio sottrarre il potere d’acquisto della moneta all’influenza dei governi.

 

[11] Il depositante effettua questa operazione per due principali motivi: 1) perché non vuole tenere grandi somme di denaro con sé (in casa, o in tasca) per timore di furti o smarrimenti; 2) per i servizi di pagamento svolti dalla banca (es. canoni di utenze – bollette – , che sotto il profilo formale assumono la forma del bonifico).

[12] La quota trattenuta per riserva in genere viene trasferita alla banca centrale.

[13] La banca è incentivata a fare ciò perché guadagna gli interessi sul prestito di € 900. L’esistenza della riserva frazionaria dunque consente alla banca l’acquisizione di un reddito (interesse) “dal nulla”.

[14] Oppure ricorrendo a metodi elettronici come il bancomat. La carta di credito invece non costituisce moneta, ma credito. Infatti, nel momento in cui io effettuo un acquisto, la società che emette la carta (es. Visa, Mastercard, American Express ecc.) mi presta la somma, che successivamente io restituisco con l’interesse. Dunque, quando viene usata una carta di credito, sorgono due transazioni. Una caratteristica cruciale della moneta, e dunque un modo rapido per capire ciò che è moneta e ciò che non lo è, è che il suo uso rappresenta un pagamento finale. Il pagamento con carta di credito non rappresenta il pagamento finale, che avviene solo quando il titolare della carta restituisce la somma alla società; e la restituzione viene fatta necessariamente con mezzi che sono moneta.

[15] I depositi bancari coperti da banconote, nel nostro esempio  €100, si chiamano depositi primari. Quelli non coperti, nel nostro esempio €900, depositi secondari o derivati.

[16] È la formula che sintetizza la somma dei termini di una progressione geometrica di ragione (1-β):  B + (1-β) B + (1-β)2 B + (1-β)3 B +…+ (1-β)n B con n tendente a infinito. Trasposta nel nostro esempio, la serie è costituita dalla sequenza: 1000 + 900 + 810 + 729 + 656 + 590 + …

[17] È questa l’origine dell’immagine della “piramide rovesciata” utilizzata da alcuni economisti: alla base vi sono le banconote stampate dalla banca centrale, una quota esigua della moneta complessiva; su di essa si espandono i crediti e i debiti creati dalle banche.

[18] In epoca recente, un episodio di corsa agli sportelli che determina il fallimento è avvenuto nel 2007 alla banca britannica Northern Rock. Nel Regno Unito un evento di tale portata non accadeva dal 1867.

[19] M.N. Rothbard, The Federal Reserve as a Cartelization Device: The Early Years, 1913–1930, in B. Siegel (a cura di), Money in Crisis, Pacific Institute for Public Policy Research, San Francisco, e Ballinger Publishing, Cambridge, 1984, pp. 89-136. Per un’analisi storica degli intrecci fra grandi banche ed élite politica negli Stati Uniti v. M.N. Rothbard, Wall Street, Banks, and American Foreign Policy, in «World Market Perspective», newsletter finanziaria a circolazione ristretta, agosto 1984. Di fatto, le banche centrali intervengono per salvare le grandi banche. Durante la Grande Depressione fallirono 6000 banche di piccole e medie dimensioni, nessuna di grandi dimensioni.

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Miti e lezioni della crisi monetaria argentina

Lun, 07/04/2014 - 08:00

Il crollo del peso argentino dello scorso mese porta ad un vicino quanto inevitabile nuovo esperimento nel populismo sudamericano di sinistra. La precipitosa “svalutazione” del 15% del peso contro il dollaro statunitense rappresenta il declino più rovinoso della moneta sin dalla sua svalutazione del 2001, quando l’Argentina dichiarò l’insolvenza del proprio debito estero. Dal 21 gennaio sino alla chiusura degli scambi del 23 gennaio, il valore è sceso dai 6,88 agli 8 pesos per dollaro sul mercato ufficiale. Nella sola giornata del 23, sul mercato nero, il peso ha perso il 6%, attestandosi a quota 13 contro il dollaro. In totale, lungo lo scorso anno, il peso ha perso circa il 35% del proprio valore.

Nello sciocco e futile tentativo di conservare il proprio sopravvalutato tasso di cambio fisso, la banca centrale argentina ha svenduto le proprie riserve di dollari al tasso di $1,1 miliardi al mese lungo tutto lo scorso anno per comprare in blocco i pesos eccedenti che versavano nei mercati valutari. Nel computo totale, le riserve di dollari sono scese dal record di $52,6 miliardi del 2011 fino a $29,3 miliardi, la quantità più bassa degli ultimi sette anni. Inoltre, sempre dal 2011, il governo della Kirchner ha implementato controlli estremamente restrittivi negli scambi, inclusi ritardi nell’approvazione dei rimpatri dei dividendi delle  aziende estere così come limitazioni aglii acquisti dei turisti, tasse sugli acquisti effettuati con carte di credito e – recentemente – dei limiti sulle spese online che hanno reso quasi impossibile per i comuni cittadini argentini acquistare dollari da investire all’estero o da tenere come riserva. Ovviamente, queste misure draconiane hanno fallito nel bloccare la fuga di dollari di fronte alla benefica azione del mercato nero, in cui i dollari erano liberamente scambiabili all’equo prezzo unitario di 13 pesos. Il governo gettò finalmente la spugna fra il 22 ed il 23 gennaio, smettendo di intervenire nei mercati delle valute per sostenere il peso, il quale perse circa il 10% soltanto nella giornata del 23 gennaio. Il giorno seguente, il governo andò oltre e annunciò un allentamento dei controlli negli scambi. Agli argentini sarà ora permesso comprare dollari in proporzione al proprio reddito, mentre la tassa relativa all’acquisto degli stessi è stata ridotta dal 35% al 20%.

Questi sono i fatti così come sono stati riportati, ma molti osservatori hanno commesso degli errori nelle loro interpretazioni della situazione. [1]

In primis, il violento declino nel valore del peso non rappresenta l’inizio di una cosiddetta “crisi monetaria”, ma piuttosto il vero strumento per risolvere una crisi da lungo in corso. Per la “svalutazione” del peso da parte delle autorità monetarie argentine ci si riferisce alla rimozione dei controlli dei prezzi che hanno mantenuto il prezzo del dollaro rispetto al peso sotto quello di equilibrio del mercato, generando così un permanente eccesso di domanda del dollaro in Argentina. In altre parole, la svalutazione è stata semplicemente l’ammissione che il peso è stato già derubato di una parte significativa del suo valore dall’inflazione. Ciò è stato celato dal fatto che al prezzo controllato dei dollari, i prezzi in pesos delle importazioni straniere venivano artificialmente abbassati, mentre le esportazioni argentine venivano rese più costose e meno competitive sui mercati stranieri. Il governo argentino ha cercato di sopprimere il conseguente passivo commerciale e la mancanza di dollari tramite dei controlli negli scambi, cioè attraverso misure progettate per limitare ai propri sodali i dollari disponibili. Inoltre, anticipando l’inevitabile “svalutazione” e la conseguente perdita di potere d’acquisto in termini di beni, la gente ha aumentato la domanda di dollari per investirli all’estero o per utilizzarli come riserva. Permettendo al tasso di cambio di innalzarsi dal prezzo stabilito di 6,88 al prezzo di mercato di 8 pesos per dollaro, i prodotti esteri diventeranno più costosi per gli argentini e i prodotti interni lo saranno meno per gli stranieri (in quanto con la stessa quantità di dollari sarà possibile acquistare più pesos).

Se il governo mantiene la rotta sulla sua politica dei cambi, il risultato è che la quantità delle importazioni calerà e quella delle esportazioni aumenterà fino a raggiungere la parità. In questo modo il passivo commerciale sparirà o diventerà abbastanza basso da poter essere finanziato dall’afflusso degli investimenti esteri del settore privato. Attualmente, dato che l’Argentina necessita ancora di saldare circa $6,5 miliardi di obbligazioni a stati esteri, è più probabile che avrà un attivo commerciale, con le esportazioni eccedenti che genereranno i dollari necessari a supportare tali debiti. Ripetendo: questa non è l’inizio di una crisi, ma la risoluzione di una crisi esistente causata da banali controlli dei prezzi.

Come seconda cosa, molti opinionisti sui media e perfino degli economisti insistono che la svalutazione accelera senza dubbio una crisi interna perché genera un ampio aumento dei prezzi in pesos sia dei beni importati che dei prodotti nazionali esportabili, che vengono ora venduti in quantità maggiori riducendo le quantità disponibili per i compratori interni. Questo aumento generale dei prezzi, quindi, danneggerebbe innanzitutto i consumatori argentini, dicono. Tuttavia, tale responso non considera le conseguenze benefiche non visibili della rimozione di qualunque controllo dei prezzi. È indubbiamente vero che, ad esempio, l’abolizione dei controlli sugli affitti riduce il welfare degli attuali locatari che devono sborsare affitti e guadagni più alti ai proprietari degli appartamenti. Ma è anche vero che ci sono tanti altri che ne traggono beneficio, inclusi tutti quei locatari che erano esclusi dal mercato a causa della scarsità degli appartamenti, sebbene fossero disposti a pagare affitti più alti, o coloro che sono riusciti ad affittare appartamenti ad affitti molto più alti sul mercato nero. Allo stesso modo, l’abolizione di un controllo sui prezzi che sopravvaluta il peso beneficia le aziende esportatrici argentine, i loro lavoratori ed i fornitori, così come quei consumatori a cui erano preclusi sia l’importazione di beni sia gli investimenti che desideravano fare, o chi era in grado di farli soltanto pagando dollari ad un prezzo molto più alto sul mercato nero.

Così, l’adeguamento dei prezzi argentini in base al vero valore di mercato del peso non rende l’intera nazione più povera. Ridistribuisce semplicemente i veri guadagni da quelli che ne stavano beneficiando mediante la distorsione del sistema dei prezzi tramite tassi fissi e controlli negli scambi, ossia, dipendenti governativi, imprese privilegiate ed organizzazioni sindacali, a quelli senza agganci politici che erano vittimizzati da tale ingerenza. Inoltre, sia nel caso dei controlli sugli affitti che in quello della stabilizzazione del tasso di cambio, l’abolizione di tali controlli porta ad una maggior efficienza nell’allocazione delle risorse e nella massimizzazione del volume dei benefici scambi reciproci al prezzo di equilibrio.

Su questa falsariga, è sorprendente – ma  neanche un po’ divertente – assistere al vincitore del Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, un devoto keynesiano, agitare il dito dichiarando severamente l’ovvio:

“La realtà forzerà chiaramente alcuni cambi: bisogna vivere all’interno delle proprie risorse, se la propria moneta va giù significa che si pagheranno di più le importazioni. Bisognerà che cambino le proprie politiche e la domanda è: quando e come?”.

L’errore commesso da Stiglitz è la sua implicazione che tutti in Argentina saranno più poveri perché “pagheranno di più le [loro] importazioni”. Come dimostra la precedente analisi, comunque, il governo, i suoi sodali e gli elettori privilegiati potranno essere più poveri, ma quelli che inizialmente non avevano accesso ai dollari (se non attraverso il mercato nero) saranno più ricchi con il peso “svalutato”.

Terzo, il convergere dei media sull’emorragia delle riserve straniere della banca centrale argentina come il principale fattore che stimola la crisi è ridicolo. In luogo di ciò, segno di crisi non è la perdita di riserve di dollari, quanto il fatto stesso che la banca centrale necessiti di conservarne. L’unica ragione per cui la banca centrale necessita di riserve è per sostenere la sopravalutazione del peso vendendo dollari in scarsa quantità per comprare in blocco l’inevitabile eccesso di peso. Se il tasso di cambio dollaro-peso fosse stato lasciato libero di essere determinato soltanto dalle forze del mercato, le autorità monetarie argentine non avrebbero trovato necessario il mantenimento di un solo dollaro, proprio perché la domanda e l’offerta di ciascuna moneta verso le altre sarebbe bilanciata in ogni momento senza eccessi o scarsità. Se il governo argentino avesse bisogno di fare acquisti all’estero o di pagare il proprio debito estero potrebbe facilmente acquisire i dollari acquistandoli dalle banche commerciali o da altre istituzioni private sul mercato valutario. Pagherebbe qualunque dollaro gli servisse con i pesos incassati dalle tasse o prestati dal pubblico o stampati dalla banca centrale. Nel turbolento mondo delle monete nazionali fiat, una nazione evita caos ulteriori e crisi permettendo al mercato di determinare il valore della propria moneta in termini delle altre monete fiat con diversi tassi di inflazione.

Ciò mi porta al mio quarto punto. Molti politici ed altri osservatori di destra in Argentina e da altre parti attribuiscono la crisi ai dissoluti programmi di spesa pubblica del governo di sinistra della Kirchner. Affermano che i sussidi sociali, la nazionalizzazione delle imprese di proprietà estera, l’espansione dello stato regolatore ecc. ecc., hanno guidato il budget del governo nel deficit. Ma i deficit di bilancio non sono la causa della sopravvalutazione di una moneta e della scarsità di scambi esteri più di quanto siano la causa dell’inflazione. Perciò, se le spese aggiuntive fossero state finanziate dall’aumento di tasse o tramite prestito dal pubblico, i prezzi argentini non sarebbero aumentati. Comunque, il governo argentino decise di finanziare questi deficit espandendo rapidamente l’offerta di moneta ad un tasso medio del 30% annuo negli ultimi 4 anni. Ciò ha portato ad una rapida inflazione dei prezzi argentini che ha toccato ufficiosamente il 28% lo scorso anno, più del doppio dell’11% dichiarato dal governo argentino. L’inflazione e la sua attesa stimolano le importazioni e il volo dei capitali all’estero e sopprimono le esportazioni. La creazione di denaro, congiuntamente ad un tasso di cambio fisso, è pertanto la sola ed unica causa di una cosiddetta “crisi monetaria”.

L’ideale sistema monetario globale è quello con un’uniforme offerta monetaria basata sul mercato come quello che esisteva sotto il classico sistema aureo del 19°secolo. Sotto questo sistema, gli squilibri nella bilancia dei pagamenti venivano velocemente adattati perché qualunque cambio della quantità dell’oro esistente tendeva a diffondersi uniformemente su tutti i partecipanti al sistema e ciò assicurava un tasso d’inflazione grosso modo uniforme fra tutti i paesi. Ciò è simile alla situazione odierna fra i vari stati all’interno degli Stati Uniti, tutti sotto il sistema del dollaro. In tal modo, gli squilibri nella bilancia dei pagamenti – diciamo fra il New Jersey ed il resto degli USA – sono soltanto temporanei e comunque aggiustati rapidamente. La lezione da imparare dai miti analizzati qui sopra è che ogni tentativo di replicare l’operazione di una singola moneta globale tramite schemi di aggiustamenti dei prezzi da parte del governo, sfruttando le monete nazionali fiat, è destinata al fallimento ed esacerberà soltanto il disordine monetario che ha colpito l’economia mondiale sin dalla distruzione del sistema aureo internazionale nel 1914.

Articolo di Joseph T. Salerno su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[1] The Guardian.com, Peso in Freefall as Economic Crisis Deepens (January 23),http://www.theguardian.com/world/2014/jan/24/argentinian-peso-freefall-economic-crisis-deepens; Daniel Cancel, “Argentina to Ease Currency Controls after Devaluation,” Bloomberg.com (January 24),http://www.bloomberg.com/news/2014-01-24/argentina-to-ease-fx-controls-after-peso-devaluation.html; Jonathan Wheatley, “Argentine Peso Fall Threatens Government of Cristina Fernandez,” FT.com (January 24),http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e0cd3f20-84d8-11e3-8968-00144feab7de.html#axzz2rLuT7yBF

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