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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 1 ora 37 min fa

Non sta aumentando la disuguaglianza, bensì la propaganda

Lun, 02/05/2016 - 09:19

Non finiscono mai. Siamo assediati da articoli narranti una disuguaglianza economica crescente. Articoli del genere hanno tre cose in comune:

  1. Ognuno ha una spiegazione/uomo nero preferito.
  2. Ognuno chiede riforme politiche per rendere le cose più uguali.
  3. Ognuno non menziona la legge 20/80 di Pareto.

Ecco il problema principale con questi articoli: sin dal 1897 la disuguaglianza economica non è aumentata — l’anno in cui Vilfredo Pareto pubblicò la sua scoperta: circa il 20% delle persone in ogni nazione europea da lui studiata possedeva circa l’80% della ricchezza.

Ogni anno, quando circa 1,500 delle persone più ricche del mondo si incontrano a Davos per partecipare al World Economic Forum, un gruppo di sinistra chiamato Oxfam pubblica una relazione. Il gruppo riscrive la relazione annuale e il comunicato stampa d’accompagnamento, ma trasmette sempre lo stesso messaggio: circa l’1% dei ricchi possiede il 50% della ricchezza mondiale. Ho scritto una risposta ad Oxfam e alla sua relazione del 2014 e del 2015: “In occidente è aumentata la disuguaglianza economica sin dal 1897? Probabilmente no.”

Anche la destra inveisce indignata. Ecco un esempio.

 

LA PIRAMIDE DI PARETO

I grafici qui sotto sono stati presentati da Charles Hugh Smith. Mi piacciono perché comprendono una coppia di grafici. Hanno in comune l’immagine di una piramide. Rappresentano graficamente ciò che intendeva Pareto.

Siamo tenuti ad essere atterriti.

Io non lo sono.

La legge di Pareto è una legge delle potenze. Ecco perché è una piramide.

  1. Il 20% della popolazione possiede l’80% della ricchezza.
  2. Il 4% (0.2 x 20%) della popolazione possiede il 64% (0.8 x 80%) della ricchezza.
  3. Lo 0.8% (0.2 x 4%) della popolazione possiede il 51% (0.8 x 64%) della ricchezza.

La piramide di Smith mostra che lo 0.7% della popolazione possiede il 45% della ricchezza.

Mi sembra una cifra accurata. Come si dice, è abbastanza accurata affinché lo stato possa andare avanti.

Smith dà la colpa al Federal Reserve System.

La sua spiegazione ha senso per tutti noi “fanatici” anti-banche centrali, almeno quando si parla di quali gruppi sono in cima. Non ha senso rispetto all’esistenza della piramide. Ecco perché nulla ha senso per quanto riguarda l’esistenza della piramide.

Non sappiamo perché sia così. Sappiamo solo che è il risultato storico più ricorrente.

Secondo Smith la Federal Reserve è la causa di questa piramide. Ma non è così, perché è la causa di chi arriva nella parte superiore della piramide — forse.

Per capire che entra e che esce, e perché, dobbiamo conoscere la legge che disciplina la struttura della piramide. Purtroppo nessuno ha proposto una spiegazione plausibile.

Smith resuscita il suo grafico in un articolo del 6 Aprile 2016.

Smith è un bravo autore. Non capisce la presenza della legge di Pareto. Non ne parla mai.

 

RIFORME!

Visto che i critici del capitalismo moderno vogliono mandarlo alla gogna per la disuguaglianza, resuscitano questa piramide del possesso. Gridano: “Vergogna Vergogna!” Poi gridano: “Riforme! Riforme!”

Il loro uomo nero preferito potrebbe essere la causa che manda in cima alla piramide un determinato gruppo. Ma i lettori non dovrebbero mai dimenticare questa regola di analisi: questo non spiega la natura perpetua del modello 20/80.

Ecco il problema: il modello persisterà nel periodo post-riforma. Poi i nuovi gruppi potranno accusare d’ingiustizia qualunque gruppo sia nella fascia sociale dell’1% (in realtà lo 0.8%).

Ci saranno discussioni su come quelle persone siano arrivate in cima. Ci saranno discussioni su chi è stato fregato. Ma possiamo essere certi di questa cosa: la piramide sarà ancora lì, proprio come la piramide di Cheope. Tutte le altre sette meraviglie del mondo antico sono scomparse, ma questa ancora rimane, restia al cambiamento. Nessuno sa come gli egiziani siano riusciti a costruirla, così come non si sa perché la piramide di Pareto continui ad esserci.

I riformatori proprio non lo capiscono: la piramide di Pareto si trova ovunque, non importa cosa voglia fare un qualsiasi gruppo riformatore.

Questo non vale solo per la ricchezza, ma si applica ad un insieme variegato di situazioni. Nessuno sa perché, ma è così.

Richard Koch ha fatto una fortuna scrivendo libri su come applicare Pareto nel mondo degli affari. Sono libri buoni. In particolare ne consiglio due agli studenti del Ron Paul Curriculum.

La curva di Pareto è un potpurrì d’indignazione per quegli autori che hanno bisogno di qualcosa su cui scrivere, sia a favore che contro una particolare riforma.

È davvero un peccato che nessuno possa spiegarla.

 

CONCLUSIONE

La legge di Pareto non solo è diffusa, è conveniente per tutti i riformatori economici. Tutto ciò che devono fare è questo quando scrivono le loro giustificazioni per una riforma:

  1. Collegare le ultime statistiche sulla distribuzione della ricchezza.
  2. Creare un grafico a piramide.
  3. Offrire una spiegazione di come un gruppo abbia politicamente truccato l’economia per favorire sé stesso.
  4. Invocare una riforma.
  5. Rifiutarsi di menzionare che l’ultima distribuzione devia leggermente da un modello universale.

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Date a Cesare ciò che è di Cesare: Gesù era un socialista?

Ven, 29/04/2016 - 09:29

Il 16 giugno 1992 il Daily Telegraph di Londra riportava questa osservazione sorprendentemente audace dell’ex leader sovietico Mikhail Gorbachev: “Gesù fu il primo socialista, il primo a cercare una vita migliore per l’umanità”.[1]

Forse dovremmo essere comprensivi nei confronti di Gorbachev per le sue varie lacune in questo caso. Un uomo che scalò fin sulla cima di un impero stridentemente ateo, con una storia spiacevole dal punto di vista dei diritti umani, probabilmente non era uno studioso della Bibbia. Ma sicuramente sapeva che se il socialismo non è altro che la ricerca di “una vita migliore per l’umanità”, allora Gesù non avrebbe potuto essere il suo primo sostenitore; sarebbe, infatti, solo uno dei diversi miliardi di loro.

Non è necessario essere cristiani per accorgersi degli errori nell’affermazione di Gorbachev. Si può essere una persona di fede o non averne per niente. Basta solo conoscere i fatti, la storia e la logica. Puoi anche essere un socialista – ma avere gli occhi aperti – e renderti conto che Gesù non era dalla tua parte.
Definiamo prima la parola socialismo, che la frase di Gorbachev offusca soltanto. Il socialismo non è pensieri felici, fantasie nebulose, mere buone intenzioni, o dei bambini che dividono le loro caramelle di halloween l’uno con l’altro. In un moderno contesto politico economico e sociale, il socialismo non è volontario come le ragazze Scout. La sua caratteristica centrale è la concentrazione di potere per realizzare forzatamente uno o più (o più spesso tutti) di questi obiettivi: pianificazione centrale dell’economia, proprietà dei beni attribuita al governo e redistribuzione della ricchezza. Nessuna quantità di retorici “facciamo tutto per voi” o “è per il tuo bene” o “noi stiamo aiutando le persone” può cancellare questo. Ciò che rende il socialismo vero socialismo è il fatto che tu non possa scegliere, un punto questo reso chiaro da David Boaz del Cato Institute:

“Una differenza tra libertarianismo [un sistema basato sulla scelta personale e sulla libertà] e il socialismo è che una società socialista non può tollerare gruppi di persone che praticano la libertà, ma una società libertaria può permettere comodamente alle persone di scegliere il socialismo volontariamente. Se un gruppo di persone – anche un grande gruppo – volesse acquistare dei terreni e possederli in comune, sarebbe libero di farlo. L’ordinamento giuridico libertario richiederebbe solo che nessuno sia costretto a entrare in questo gruppo o a rinunciare alla propria proprietà”.[2]

Il governo, piccolo o grande che sia, è l’unica entità nella società che detiene un monopolio legale della forza. Più forza esercita contro le persone, più subordina le scelte dei governati alle volontà dei loro governanti, ovvero, più socialista diventa. Un lettore potrebbe obiettare a questa definizione che “socializzare” qualcosa significa solo “condividerlo” e “aiutare le persone” in questo processo, ma questa è una spiegazione puerile. È il modo in cui viene fatto che definisce il sistema. Se fatto con l’uso della forza è socialismo. Se fatto attraverso la persuasione, la libera volontà, e il rispetto dei diritti di proprietà è completamente un’altra cosa.

Dunque, Gesù era veramente un socialista? Avvicinandosi di più all’argomento di questo saggio, davvero predicava la redistribuzione dei guadagni per punire i ricchi o per aiutare i poveri?

Sentii per la prima volta “Gesù era un socialista” o “Gesù era per la redistribuzione” circa 40 anni fa. Ero perplesso. Avevo sempre creduto che il messaggio di Gesù fosse che la più importante decisione di una persona nella propria vita terrena fosse di riconoscere o meno Gesù come un Salvatore. Questa decisione era chiaramente molto personale – individuale e volontaria. Ha sempre dato molta importanza al fatto che il rinnovamento interiore e spirituale fosse molto più determinante per il benessere di una persona rispetto alle cose materiali. Mi chiedevo, “come avrebbe potuto lo stesso Gesù invocare l’uso della forza per togliere ad alcuni e dare ad altri?”. Non riuscivo proprio a immaginarlo nel sostenere una sentenza penale o una multa per le persone che non vogliono sborsare i loro soldi per pagare i programmi di welfare del governo.

“Aspetta un minuto” mi si obietterà, “Gesù non rispose dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio, quando i farisei cercarono di ingannarlo per denunciare una tassa imposta dai romani?”. Sì, infatti lo disse. Si legge prima nel Vangelo di Matteo, 22:15-22 e poi in quello di Marco, 12:13-17. Ma notate che tutto dipende solo da cosa realmente appartiene a Cesare e cosa no, il che è un avallo piuttosto potente dei diritti di proprietà. Gesù non disse nulla come “Questo appartiene a Cesare se solo Cesare lo dice, senza guardare a quanto ne vuole, come lo ottiene e come sceglie di spenderlo.”

Il fatto è che uno può scorrere tutte le scritture, passarle in un pettine dai denti molto fini, ma non trovare neppure una parola di Gesù che sostenga la redistribuzione forzata della ricchezza da parte delle autorità politiche. Nessuna frase.

Ci si chiederà: “Ma Gesù non disse di essere venuto per sostenere la legge?”. Sì, in Matteo 5:17–20 egli dichiarò: “Non pensate che io sia venuto per abolire le leggi o i Profeti; non sono venuto ad abolirle ma a compierle”.[3] In Luca 24:44 chiarisce questo quando dichiara: “Tutto ciò che è scritto su di me nelle leggi di Mosè, i Profeti e i Salmi deve essere compiuto”. Non disse: “Sosterrò qualunque legge sia implementata dal governo”. Stava parlando specificamente della Legge Mosaica (principalmente i Dieci Comandamenti) e le profezie sul suo stesso avvento.

Considerate l’ottavo dei dieci comandamenti: “Non rubare”. Notate la frase dopo la parola “rubare”. Questo monito non deve essere letto come “Non rubare a meno che gli altri abbiano più di te” o “Non rubare a meno che tu sia assolutamente certo che potresti spendere quei soldi meglio del tizio che li ha guadagnati”. E nemmeno disse, “Non dovresti rubare, ma puoi assumere qualcun altro, come ad esempio un politico, che lo faccia per te”.

Se la gente fosse ancora tentata a rubare, il decimo comandamento è rivolto a stroncare sul nascere uno dei principali motivi del furto (e della redistribuzione): ”Non desiderare la roba d’altri”. In altre parole, se non è tuo, tieni le mani a posto.

In Luca 12:13–15, Gesù si confronta con una richiesta di redistribuzione. Un uomo con una lamentela gli si avvicina e chiede: “Maestro, di’ a mio fratello di dividere l’eredità con me”. Gesù replica così: “Uomo, chi mi ha nominato giudice o arbitro tra voi? Stai attento! Stai in guardia contro tutti i tipi di avidità; la vita non consiste nell’abbondanza di proprietà” (enfasi aggiunta). Wow! Avrebbe potuto pareggiare le ricchezze dei due uomini con un gesto della mano, ma invece ha scelto di denunciare l’invidia.

“E cosa ne dici allora della storia del buon Samaritano? Non è un esempio a favore dei programmi dello stato sociale o della redistribuzione?” mi chiederai. La risposta è un enfatico “No!”. Consideriamo i dettagli della storia, come riportatato in Luca 10:29–37: un viaggiatore viene incontro a un uomo sul bordo di una strada. L’uomo è stato picchiato e derubato e abbandonato moribondo. Cosa fa il viaggiatore? aiuta quell’uomo da sé, subito, con le proprie risorse. Non dice, “scrivi una lettera all’imperatore” o ”cercati il tuo assistente sociale” andandosene via. Se avesse fatto questo, oggi lo conosceremmo come il “buono-a-nulla Samaritano”, se ancora venisse ricordato.

La storia del Buon Samaritano insegna ad aiutare una persona bisognosa volontariamente con amore e compassione. Non c’è alcun indizio che il Samaritano “dovesse” alcunché all’uomo bisognoso o che fosse il dovere di un lontano politico di aiutarlo coi soldi degli altri.

In più, Gesù non chiese mai l’uguaglianza nelle ricchezze materiali, e men che meno l’uso della forza politica, neppure in situazioni di estremo bisogno. Nel suo libro, Biblical Economics, il teologo R. C. Sproul Jr. nota che Gesù vuole che “i poveri siano aiutati” ma non a mano armata, e la forza del governo non è altro che questo:

“Sono convinto che le manovre politiche ed economiche che riguardano la redistribuzione forzata della ricchezza attraverso l’intervento del governo non sono né giuste né sicure. Tali politiche sono sia non etiche che inefficaci… Sembra che i socialisti siano dalla parte di Dio solo superficialmente. Purtroppo i loro programmi e i loro mezzi favoriscono maggiore povertà anche se i loro cuori rimangono fedeli alla causa di eliminarla. Il tragico errore che pervade il pensiero socialista è che esista una necessaria relazione causale tra la ricchezza dei ricchi e la povertà dei poveri. I socialisti presumono che la ricchezza di un uomo sia basata sulla povertà dell’altro uomo; perciò, per fermare la povertà e aiutare il povero, ci occorre il socialismo”.[4]

Al commento di Sproul aggiungerei questo: talvolta un uomo diventa ricco solo o in parte grazie alle sue conoscenze politiche. Egli si assicura certi favori o sussidi dal governo, o usa il governo per fermare i suoi concorrenti. Nessuno che ragioni in modo logico che sia in favore della libertà e dei diritti di proprietà, che sia cristiano o meno, supporta queste pratiche. Sono forme di furto, e la loro fonte è il potere politico – quella cosa deleteria che socialisti e progressisti chiedono di aumentare.

La ricchezza legittima si produce volontariamente. Viene dalla creazione di valore e dal reciproco e benefico scambio volontario. Non sboccia dal potere politico che redistribuisce al contrario, prendendo dal povero e dando al ricco. Gli imprenditori economici sono una manna per la società; gli imprenditori politici sono completamente un’altra razza. Noi tutti beneficiamo di uno Steve Jobs che inventa un Iphone; ma quando il Festival del Poeta Cowboy in Nevada ottiene un sussidio pubblico grazie al Senatore Harry Reid, o Goldman Sachs ottiene un salvataggio a spese dei contribuenti, milioni di noi vengono danneggiati e devono pagare per questo.

E cosa dire del riferimento nei libri degli Atti ai primi cristiani che vendevano i loro beni terreni e che condividevano i guadagni? questa sembra un’utopia progressista. A una più attenta analisi tuttavia, emerge che questi primi Cristiani non vendettero tutto quello che avevano e nessuno glielo ordinò né ci si aspettava lo facessero. Ad esempio continuarono a incontrarsi nelle loro case private. Nel suo capitolo di contributo al libro del 2014 For the Least of These: A Biblical Answer to Poverty (Gli ultimi: una risposta Biblica alla povertà) Art Lindsey dell’istituto per la Fede, il lavoro e gli scritti Economici scrive:

“Ancora, in questo passaggio dagli Atti, non c’è nessuna menzione dello stato. Questi primi credenti donavano i loro beni liberamente, senza coercizione, volontariamente. In ogni altro punto delle scritture vediamo che i Cristiani sono esortati a dare solo in questa maniera, liberamente, perché “Dio ama chi dà con gioia” (2 Corinthians 9:7). È pieno di indicazioni che i diritti di proprietà privata erano ancora in vigore”.[5]

Può far irritare i progressisti apprendere che le parole e le gesta di Gesù ripetutamente confermarono queste virtù capitaliste di critica importanza come il contratto, il profitto e la proprietà privata. Per esempio considerate la sua parabola dei talenti (Matteo 25:14–30; guardate una delle letture raccomandate sotto). Di tanti uomini nella storia, quello che prende i suoi soldi e li brucia è rimproverato mentre quello che investe e genera i maggiori ricavi è applaudito e premiato.

Pur non centrali nella storia, le buone lezioni sulla offerta e la domanda, come la sacralità del contratto, sono visibili nella parabola di Gesù dei lavoratori della vigna (Matteo 20:1–16). Un proprietario terriero offre una paga per attrarre urgentemente lavoratori per una giornata di lavoro di raccolta dei grappoli. Verso la fine della giornata, si accorge che deve velocemente assumere altre persone e per riuscire a farlo offre per un’ora di lavoro quel che prima aveva offerto per una giornata intera ai primi lavoratori. Quando uno di questi che avevano lavorato per tutto il giorno si lamenta, egli risponde “non sono ingiusto con te amico. Non ti va di lavorare per un denarius? Prendi la tua paga e va. Vorrei dare all’ultimo che ho assunto lo stesso che ho dato a te. Non ho diritto di fare quel che voglio del mio denaro? o sei invidioso perché sono generoso?”

La ben nota “Regola d’oro” è pronunciata dalle labbra di Gesù stesso, in Matteo 7:12: “Così, in generale, fate agli altri ciò che vorreste gli altri facessero a voi, perché questo riassume le Leggi e i Profeti”. In Matteo 19:19 Gesù dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Da nessuna parte suggerisce lontanamente che dovremmo disprezzare un nostro vicino a causa della sua ricchezza o cercare di prendergliela. Se non vuoi che la tua ricchezza ti venga confiscata (e la maggior parte della gente non lo vuole) allora chiaramente non ci si aspetta che tu la confischi ad altri.

La dottrina cristiana mette in guardia dall’avidità. Lo stesso fa l’economista contemporaneo Thomas Sowell: “non ho mai capito perché è avidità volersi tenere i propri soldi ma non è avidità volersi prendere i soldi di altri”. Usare il potere del governo per impossessarsi della proprietà di un’altra persona non è esattamente altruista. Gesù non ha mai fatto intendere che accumulare ricchezza pacificamente attraverso il commercio sia in qualche modo sbagliato; egli implorò solo le persone di non permettere alla ricchezza di guidare la loro vita o di corrompere il loro carattere. Per questo motivo il suo più grande apostolo, Paolo, non disse che il denaro era il male nel famoso versetto in 1 Timoteo 6:10. Qui quel che veramente disse: “Perché l’amore per il denaro è la radice del male. Certa gente, per la brama di denaro si è allontanata dalla fede e si trafigge con molto dolore” (enfasi aggiunta). Infatti, i progressisti stessi non si sono allontanati spontaneamente dal denaro, perché è il denaro degli altri, specialmente quello dei ricchi, che reclamano sempre a gran voce.

In Matteo 19:23, Gesù dice, “in verità vi dico, sarà difficile per chi è ricco entrare nel regno dei cieli”. Un redistribuzionista potrebbe dire “Eureka! Ecco! Non gli piacevano i ricchi!” e poi abusare di questo commento al di là di quanto è riconosciuto per giustificare uno schema dopo l’altro di Ruba-a-Pietro-per-pagare-Paolo. Ma questo ammonimento è totalmente in continuità con tutto il resto che dice Gesù. Non è un incitamento a invidiare i ricchi, a prendere dai ricchi, o a dare telefonini “gratis” ai poveri. È un appello al carattere. È l’osservazione che certa gente si lascia guidare dalla ricchezza invece del contrario. È un avvertimento sulle tentazioni (che si presentano in molte forme, non solo come ricchezza materiale). Non sappiamo che tra i ricchi, così come tra i poveri, si trovano persone buone e cattive? Non abbiamo visto alcuni ricchi personaggi famosi corrotti dalla loro fama e fortuna, mentre altri, pur sempre ricchi, vivono vite perfettamente degne? Non abbiamo visto alcuni poveri che si lasciano demoralizzare e snervare dalla loro povertà, mentre altri tra i poveri la vedono come un incentivo a migliorare se stessi e le proprie comunità?

Quando la prima versione di questo saggio apparve nel Gennaio del 2015, molti amici “progressisti” mi hanno posto i Romani come esempio contrario alle mie tesi (sentimenti simili sono espressi in 1 Pietro 2:13-20 e Tito 3:1-2). Nel passaggio 13 sui Romani, l’apostolo Paolo raccomanda la sottomissione alle autorità governative e ammonisce contro la ribellione. Inoltre aggiunge che se devi delle tasse, le devi pagare. E così un socialista o “progressista” di oggi potrebbe dire che questo giustifichi ogni sorta di azione compresa la redistribuzione, lo stato assistenziale, o qualunque cosa lo stato voglia fare a te o per te. Questo è però un salto logico.

Qui, come in ogni altra parte della Bibbia, il contesto è importante. Paolo parlava ai primi cristiani in un ambiente che ribolliva di sentimenti anti-romani. Egli indubitabilmente non voleva che la crescita della cristianità fosse segnata dalla violenza o da altre provocazioni contro i romani che sarebbero state brutalmente represse. Cercava di spostare lo sguardo delle persone verso le cose che per lui erano più alte e di più immediata importanza.

Ma è un errore enorme decontestualizzare le parole di Paolo per giustificare una particolare visione del ruolo del governo, nominalmente “progressista” o “socialista”. Supponiamo che le “autorità governative” siano inserite in uno stato minimo con limitazioni Costituzionali e garanzie sulle libertà personali e sulla proprietà privata. Supponiamo inoltre che le regole di tale regime avvertano chiaramente i governati, “ti proteggiamo dalle aggressioni che minacciano i tuoi diritti e le tue proprietà ma d’altra parte non ti daremo nulla gratis. Hai diritto alle tue libertà; a impegnarti in commerci e carità private, ad accordarti pacificamente con tutti; a vivere come credi se non danneggi gli altri. Ma noi del governo non ruberemo a Pietro per dare a Paolo”. Non c’è nulla nei Romani 13:1-7 che dica che a queste “autorità di governo” sia dovuto meno rispetto che a quelle redistribuzioniste in uno stato assistenziale.

Chiaramente, i versi dei Romani 13:1-7 legittimano l’esistenza del governo in sé ma non ordinano ciò che chiedono i socialisti e i “progressisti”. La Bibbia infatti è piena di storie su persone che coraggiosamente e giustamente hanno resistito alle prevaricazioni dei governi. Qualcuno realisticamente crede che se Gesù avesse predicato prima dell’esodo degli Ebrei dall’Egitto avrebbe detto: “i Faraoni chiedono che restiate, perciò disfate i bagagli e tornate al lavoro? “.

Norman Horn, un ingegnere chimico, ricercatore scientifico e fondatore di LibertarianChristians.com, nota che sia il Vecchio che il Nuovo Testamento forniscono molte testimonianze di lodevole disobbedienza allo stato:

“Gli Ebrei che sfidano i decreti del Faraone per uccidere i loro neonati (Exodus 1); Rahab che mente al Re di Jerico sulle spie Ebree (Joshua 2); Ehud che inganna i ministri del Re e che assassina il re (Giudici, 3); Daniele, Shadrack, Meshak, e Abednego che si rifiutano di adeguarsi ai decreti del Re e salvati miracolosamente due volte per averlo fatto (Daniele 3 e 6): i Magi che dall’Oriente disobbediscono gli ordini di Erode (Matteo, 2); e Pietro e Giovanni che scelgono di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. (Atti 5)”.[6]

A rischio di insistere su questo, condivido questi approfondimenti tratti da una conversazione col mio collega Jeffrey Tucker della Foundation for Economic Education:

“Maria, Gesù, e Giuseppe fuggirono da Betlemme piuttosto di obbedire all’ordine di Erode di uccidere tutti i bambini. Se Romani 13 avesse voluto dire che chiunque avrebbe dovuto sottomettersi sempre, Gesù sarebbe stato ucciso la settimana dopo la sua nascita… La resistenza ovviamente può essere morale. La cristianità ha ispirato resistenza allo stato nel corso della storia e nei tempi moderni, dalla Rivoluzione americana alle proteste per i diritti civili alla resistenza polacca al comunismo. Gesù stesso diede l’esempio: evitò il governo quando potè, gli resistette in maniera prudente quando possibile e alla fine lo rispettò quando doveva farlo”.

L’evidenza empirica oggi è che, come osservò Montesquieu due secoli fa, “i paesi sono ben coltivati non per quanto sono fertili ma per quanto sono liberi”.[7] Le nazioni che possiedono la maggiore libertà economica (e i governi più piccoli) hanno più alti tassi di crescita economica a lungo termine e sono più prosperi di quelli che si impegnano in pratiche socialiste e redistributive. I paesi con minore libertà economica hanno sempre i peggiori standard di vita. I paesi liberi e i loro popoli si distinguono per azioni caritatevoli, mentre il saldo netto di quelli socialisti li mostra sempre dal lato dei riceventi. Perché questo è importante? Perché non puoi redistribuire nulla a nessuno se questo non è creato da qualcuno in primo luogo, e i fatti suggeriscono che l’unica cosa che i regimi socialisti e redistributori fanno durevolmente per i poveri è offrire loro molta compagnia.

Negli insegnamenti di Gesù e in molte altre parti del Nuovo Testamento, ai Cristiani – in realtà a tutti – viene consigliato di essere “spiriti generosi”, di prendersi cura della famiglia, di aiutare i poveri, di assistere le vedove e gli orfani, di mostrare gentilezza e mantenere il più alto profilo. Come questo si possa tradurre negli sporchi affari degli schemi di redistribuzione coercitiva, clientelare e politicamente guidata è una questione per i prevaricatori con agenda politica. Non è qualcosa per gli studiosi di cosa dica o non dica realmente la Bibbia.

Cerca la tua coscienza. Considera la realtà. Sii attento ai fatti. Chiedi a te stesso: quando si devono aiutare i poveri, Gesù preferirebbe che tu dia i tuoi soldi liberamente all’esercito della salvezza o sotto minaccia della pistola puntata dal ministero dello stato assistenziale?

Gesù non era uno sprovveduto. Non era interessato alle pubbliche professioni di carità in cui i legalisti e ipocriti Farisei erano appassionatamente impegnati. Scaricò le loro chiacchere autoreferenziali e irrilevanti. Sapeva che erano spesso insincere, raramente indicative di come conducevano i loro affari personali, e portavano sempre a finali morti pieni di insidie e delusioni lungo la strada. Difficilmente avrebbe senso per lui glorificare i poveri sostenendo le politiche che compromettono il processo di creazione della ricchezza necessario ad aiutarli. In una analisi finale, non sosterrebbe mai uno schema che non funziona e che è basato sull’invidia o sulla ruberia. A discapito dei tentativi di molti progressisti dei tempi moderni di farne un redistribuzionista dello stato assistenziale, Gesù non era niente del genere.

 

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Note

[1] London Daily Telegraph, 16 giugno, 1992.

[2] David Boaz, “The Coming Libertarian Age”, Cato Policy Report (gennaio-febbraio 1997).

[3] Tutte le citazioni bibliche sono tratte da “the New International Version” (NIV).

[4] R. C. Sproul, Jr. , Biblical Economics: A Commonsense Guide to Our Daily Bread (Bristol, TN: Draught Horse Press, 2002), p. 138.

[5] Anne Bradley and Art Lindsley, eds., For the Least of These: A Biblical Answer to Poverty (Bloomington, IN: Westbow Press, 2014), p. 110.

[6] Norman Horn, “New Testament Theology of the State, Part 2,” LibertarianChristians.com, Nov. 28, 2008, http://libertarianchristians.com/2008/11/28/new-testament-theology-2/

[7] Montesquieu, The Spirit of the Laws (1748).

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Letture raccomandate

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L’eurozona abbraccia l’elicottero monetario

Mer, 27/04/2016 - 09:27

Il 10 Marzo 2016, il presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi ha fatto sorgere l’aspettativa che l’autorità monetaria potrebbe, ad un certo punto, istituire l’elicottero monetario. Quest’ultimo indica fondamentalmente una dispensa gratuita di nuova moneta, ad esempio, ai consumatori, alle imprese e agli enti del settore pubblico.

Perché la Bce vuole fare una cosa simile? Si teme che il settore bancario dell’eurozona non sia più disposto o in grado di sfornare sempre più credito e denaro. Si teme quindi che l’eurozona possa cadere nella deflazione; vale a dire in un periodo di calo dei prezzi accompagnati dal calo della produzione e dell’occupazione.

Questo, a sua volta, potrebbe mettere in pericolo l’intero euro-progetto. Alcuni economisti dicono che l’elicottero monetario potrebbe evitare un tale esito. La Bce ha solo bisogno di stampare nuova moneta e consegnarla a “chi ne ha bisogno”. La nuova moneta verrà utilizzata per l’acquisto di beni e servizi.

Questo, si dice, sosterrà i redditi nominali: porterà ad una maggiore produzione di beni e/o a prezzi dei beni più elevati.

 

Creazione di moneta, chi vince e chi perde

Le cose non sono però così semplici. Qualsiasi aumento della quantità di moneta porta ad una redistribuzione del reddito e della ricchezza tra le persone. I primi destinatari della nuova moneta possono acquistare beni a prezzi ancora invariati, mentre i riceventi successivi possono acquistare beni solo a prezzi già elevati.

I primi diventeranno più ricchi a spese di questi ultimi. Chi dovrebbe ottenere per primo la nuova moneta? E come queste dispense dovrebbero essere misurate: su una base pro capite, per reddito, o per conto in banca? Qualunque sia il criterio che verrà scelto, l’assegnazione di nuova moneta sarà un affare arbitrario.[1]

Anche se tutte le persone potessero godere allo stesso tempo dello stesso cambiamento proporzionale di loro disponibilità monetaria, esse saranno influenzate in modo differente.1 L’ultimo interesse per l’elicottero monetario è strettamente legato ai problemi creati dall’odierno regime a moneta legale.

La moneta legale è prodotta attraverso l’espansione del credito, e rende il debito complessivo dell’economia in crescita al di sopra delle entrate. Di conseguenza, il rapporto debito-reddito continua a scalare, determinando prima o poi una situazione di sovra-indebitamento.

Uno può sperare che l’elicottero monetario possa porre fine alla dinamica del debito sfavorevole causata dalla moneta legale. In primo luogo, sostituendo la creazione di moneta basata sul credito con l’elicottero monetario, ciò potrebbe impedire al carico del debito economico di salire ulteriormente, pur confermando un afflusso “sufficiente” di nuova moneta nel sistema economico.

In secondo luogo, la nuova iniezione di moneta innalza i redditi nominali. Gli economisti di mentalità keynesiana sostengono che l’aumento monetario induce la produzione di beni più alti. Tuttavia gli economisti di scuola Austriaca tengono una visione piuttosto diversa: vale a dire che l’iniezione di nuova moneta comporterà prezzi più alti.

Il punto indiscutibile è che la moneta ha una sola funzione: la funzione di mezzo di scambio. Tutte le altre funzioni della moneta (unità di conto e funzione di riserva di valore) sono solo sub-funzioni della funzione di mezzo di scambio della moneta. Qualsiasi aumento della quantità di moneta non fa e non può rendere un’economia più ricca, è solo inflazione.[2]

L’elicottero monetario non è un miglioramento sulla moneta legale quando si tratta di conseguenze inflazionistiche. È anch’essa creata dal nulla. In realtà, l’elicottero monetario potrebbe facilmente rivelarsi e divenire un incubo inflazionistico. Una volta che la banca centrale inizia l’emissione dell’elicottero monetario, la domanda di nuova moneta salirà alle stelle.

 

Le banche centrali e i gruppi politici d’interesse

La banca centrale sarà sempre più sotto la pressione politica per dispensare moneta a un numero crescente di “persone ed industrie in difficoltà” e l’aumento della quantità di nuova moneta non sarà mai sufficiente a soddisfare la domanda di moneta. Non è quindi troppo inverosimile supporre che la creazione di un elicottero monetario andrebbe facilmente fuori controllo.

Questo è quello che successe nel periodo della rivoluzione francese, quando il governo decise di emettere assignates, e più tardi mandats, come moneta cartacea non coperta, destinata a sostenere le finanze pubbliche e a rilanciare l’attività economica. Queste somme rappresentano l’elicottero monetario e hanno fallito miseramente, con conseguente iperinflazione nel 1796 e un crollo dell’economia.

Una volta che il governo rivoluzionario francese decise di emettere gli assignates, niente poté contenerne l’ulteriore emissione. Nel suo libro Fiat Money Inflation in France (1896), Andrew D. White rileva in questo contesto:

«il vecchio grido di una “scarsità del medium di circolazione” non venne placato; apparve non molto tempo dopo ogni emissione, non importa quanto grande. Ma ogni studente di storia finanziaria sa che questo grido viene sempre dopo tali emissioni (anzi, deve venire), a causa dell’obbedienza ad una legge naturale, l’ex scarsità, o meglio l’insufficienza di moneta ricorre non appena i prezzi vengono regolati al nuovo volume, e arriva qualche piccolo rilancio del business con il consueto aumento del credito».[3]

In considerazione della catastrofe economica causata dall’iperinflazione, quale diretta conseguenza di sempre maggiori emissioni di carta moneta non sostenuta, White osserva:

«L’acuta sofferenza da naufragio e rovina portata dagli assignats, mandats e dall’altra cartamoneta nel processo di ripudio perdurò quasi dieci anni, ma il periodo di recupero impiegò più a lungo rispetto alla generazione che ne seguì. Richiese pienamente quarant’anni per portare il capitale, l’industria, il commercio e il credito fino alla loro condizione quando la rivoluzione iniziò, e richiese un “uomo a cavallo” che stabilì la monarchia sulle rovine della Repubblica e buttò via milioni di vite per l’Impero, da aggiungere ai milioni che furono sacrificati dalla Rivoluzione».[4]

Dal punto di vista politico-economico, l’idea che l’elicottero monetario possa essere utilizzato con saggezza sembra illusorio. Suggerendolo, ad un certo punto può trasformare l’euro in un elicottero monetario, la Bce è entrata in un pendio scivoloso: l’istituzione dell’elicottero monetario potrebbe rivelarsi pericolosa e forse anche un colpo fatale alla già fragile architettura politico-economica dell’euro.

 

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Note

[1] Per una ulteriore spiegazione si veda Ludwig von Mises (1953), The Theory of Money and Credit, parte 2, capitolo 2 (II) §8, pagg. 137-145, specialmente pagg. 141-143.

[2] Ciò significa che i prezzi risultano essere più elevati rispetto a una situazione in cui la quantità di

moneta era rimasta invariata.

[3] A.D. White (1933 [1896]), Fiat Money Inflation in France, How It Came, What It Brought, and How It Ended (D. Appleton-Century Company: New York, London), pag. 46.

[4] Ibid., pag. 62.

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Il vero costo della redditività aziendale: l’insostenibile burnout della “classe professionale”

Lun, 25/04/2016 - 09:17

Ciò che nessun analista finanziario osa confessare è che i profitti aziendali che acclama ogni quarto d’ora sono prodotti ad un costo che molti Americani saranno presto incapaci di sopportare.

Se lavori per Corporate America in una mansione manageriale o professionale, sai tutto del burnout, perché lo vedi intorno a te o perché lo stai sperimentando tu stesso. I lettori descrivono ciò che stanno vedendo nella classifica delle prime 500 aziende di S&P e tutte le storie (anonime perché tutti sanno che la verità li porterà al licenziamento) riguardano gli alti costi personali da sostenere per guadagnare alti stipendi “facendo” i numeri: non solo i ricavi, ma tutti gli importanti profitti che alimentano le multi-miliardarie valutazioni delle aziende americane ed i mercati finanziari che gioiscono nella loro magnificenza e nei loro profitti sempre crescenti.

Corporate America dipende da questa categoria professionale che consegue i propri stupendi profitti: gli avvocati, i medici e gli infermieri che producono tutto lavoro fatturabile; i contabili che o falsificano le carte o guardano dall’altra parte quando gli altri manipolano i bilanci per rendere la compagnia più redditizia di quanto non lo sia già; i managers che spremono i lavoratori per produrre di più, gli ingegneri di software ed i project managers che sono sempre sotto scadenza e sempre pressati per ottimizzare il tempo; i procacciatori di Wall Street che devono assumere integratori ed altri pericolosi stimolanti per lavorare 70-80 ore a settimana, settimana dopo settimana; i moltissimi dipendenti da antidolorifico o altre medicine per gestire i propri dolori fisici e psicologici; i genitori che lavorano e le cui vite familiari stanno implodendo sotto le richieste dei loro datori di lavoro; gli assistenti sociali caricati con sempre maggiori pesi … gli esempi sono infiniti.

Anche se non fai parte di questa categoria professionale, vedi il burnout intorno a te: le persone esaurite da distruttivi tragitti fino al lavoro, il destreggiarsi fra due lavori, piccoli imprenditori che ricorrono all’auto-sfruttamento lavorando orari assurdi per poco denaro (o addirittura nulla) solo per mantenere viva la propria impresa (ed il sogno di auto-impiego).

Ciò che nessun analista finanziario osa confessare è che i profitti aziendali che acclama ogni quarto d’ora sono prodotti ad un costo che molti Americani saranno presto incapaci di sopportare. Milioni di addetti altamente specializzati ed indispensabili di Corporate America – dai medici ed infermieri ai top manager e tecnologi esperti – stanno tutti programmando di smettere, andare in pensione, ridurre l’orario o presentare un reclamo per lo stipendio a causa dello stress legato al loro lavoro.

C’è un numero crescente di letteratura medica e di management sul burnout occupazionale: link dell’articolo.

Un numero sempre maggiore di dati suggerisce che il burnout è clinicamente e nosologicamente simile alla depressione. In uno studio, che ha comparato direttamente i sintomi depressivi in lavoratori in burnout e pazienti clinicamente depressi, non è stata trovata nessuna significativa differenza diagnostica fra i due gruppi: i lavoratori in burnout riportavano tanti sintomi depressivi quanto i clinicamente depressi.

Sebbene nessuno ha l’ardire di collegare i crescenti carichi di lavoro ed i profitti aziendali, non è una coincidenza che i profitti delle aziende statunitensi siano cresciute non solo quando la produzione è stata portata all’estero ed è iniziata la finanziarizzazione, ma anche quando i carichi di lavoro sono cresciuti ed il “work-life balance” è diventato un parolone per ciò che non era più possibile?

 

Molte persone stanno lodando gli sforzi delle aziende per alleviare lo stress sul luogo di lavoro con sedute di yoga e cose simili. Lo definisco B.S.: quello che le persone vogliono è meno pressione, più tempo con le prprie famiglie ed essere trattate come esseri umani invece che unità di produzione intercambiabili. Le lezioni di yoga e le occasionali feste aziendali non suppliscono certo a queste necessità.

Immagina cosa accade quando cadono i profitti aziendali. Si trovano a perdere molti soldi tutte le persone ricche al top della piramide: i dirigenti che confidano negli enormi guadagni derivanti dalle stock options, i fondi di investimento hedge che hanno scommesso tutto sulla sovraperformance di un’azienda ed i grandi investitori istituzionali proprietari delle azioni della compagnia.

Non stupisce dunque che la pressione sulla categoria manageriale sia così continua ed intensa: l’intera traballante struttura della ricchezza nel mercato finanziario americano è sul punto di collassare non appena si crea un buco nei profitti.

Ci sono alcuni modi per uscire dal burnout che coinvolge la Corporate America, ma ognuno di essi ha il proprio trade-off ed il proprio costo. Uno è il prepensionamento, un altro è il prepensionamento più un piccolo lavoro part-time non stressante. Un altro ancora è l’auto-impiego nell’economia non finanziaria (link) oppure in altri settori aperti all’auto-impiego.

L’indipendenza finanziaria è il Sogno Americano perché ci offre la libertà di dire Prendi questo lavoro e tienitelo.

Sfortunatamente, i costi per avviare una piccola attività stanno crescendo a causa delle tasse inique dei governi locali, delle imposte più alte, dell’aumento dei costi di assicurazione sanitaria, etc.

Link

Link

Molti profughi della Corporate America vorrebbero uscire domani, ma quando guardano alle alternative, vedono il loro reddito passare da 90.000/100.000$ a 30.000$ o meno fuori dalle fortezze della Corporate America e del Governo.

Questo significa un ripensamento completo della struttura dei costi di una famiglia: pagare tutti i debiti, ridimensionare le spese non di centinaia ma di migliaia di dollari e trovare dei modi per sviluppare flussi multipli di reddito che una famiglia ha e controlla.

Può essere fatto, ma richiede una rivoluzione nella comprensione e nella organizzazione finanziaria. I lettori affezionati sanno che questo è ciò che ho scritto da dieci anni nel blog e nel libro Trova un lavoro, Costruisci una vera carriera e sfida un’economia sconcertante, che può essere letto anche come manuale per principianti da chi sta cercando un’opportunità di auto-impiego.

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Austrografia

Ven, 22/04/2016 - 09:46

Il mio primo approccio con la scuola austriaca di economia risale ai mesi di gennaio e febbraio 2010. Incuriosito dalla crisi in atto e cercando di capire i perché più profondi di questa, smanettavo su internet alla ricerca di qualche spunto interessante. Certo, durante il mio percorso di studi universitari avevo studiato la materia economica, ma quello che avevo appresso mi era apparso da subito lacunoso dinanzi alle problematiche che stavano poco alla volta emergendo.

La lettura di Usemlab di Francesco Carbone ha rappresentato la porta d’ingresso verso un mondo fino ad allora a me sconosciuto: l’università, infatti, non mi aveva accennato nemmeno l’esistenza di una cosiddetta scuola austriaca di economia, ed una volta che ne venni a conoscenza compresi neanche troppo gradualmente il perché.

Dopo Usemlab venne Rischio Calcolato, Ideas Have a Consequences, Freedonia, etc, ma soprattutto i libri dei grandi esponenti di questa scuola.

Con il tempo, i nomi di von Mises, von Hayek, Rothbard, Menger, Bruno Leoni, solo per citarne alcuni, mi divennero familiari ed aprirono i miei occhi sul reale modus operandi del processo economico. Questi stessi nomi, nel contempo, mi aiutarono a comprendere che il testo di riferimento dei miei studi economici, vale a dire Economics di Paul A. Samuelson e William D. Nordhaus, non era, come da più di cinquanta anni asseriva il mondo accademico, perlomeno quello più in vista, una mirabile sintesi di tutte quelle verità che la scienza economica era riuscita ad individuare sino a quel momento, ma un insieme di parole che era bene leggere solamente per sottoporle in seguito ad una devastante critica.

Definire la scuola austriaca meramente come una scuola di pensiero economico è piuttosto riduttivo: essa è più ampiamente una logica ed una epistemologia che si pone a difesa della libertà e della dignità della persona umana. Libertà che si realizza pienamente nel momento in cui ogni individuo può agire in assenza di impedimenti, con gli unici vincoli rappresentati dal rispetto dei diritti di proprietà e di auto-proprietà altrui. Proprietà sulle cose che si acquisisce tramite prima fruizione o attraverso scambi volontari.

L’insegnamento principale che condivide chiunque si sente di appartenere a questa scuola di pensiero è quello secondo il quale per raggiungere il più vasto benessere materiale e per la realizzazione dei fini individuali più vari occorre servirsi del libero processo di mobilitazione di risorse e di conoscenze, meglio noto come ordine esteso di libero mercato. Non esiste “austriaco”, infatti, che non possa condividere questo fondamentale insegnamento.

All’interno di questo insegnamento, non ho la pretesa però di costituire un’etica oggettiva che affermi il valore preminente della libertà in termini assoluti, piuttosto sostengo la libertà sempre in relazione a qualcos’altro. Vorrei poter sostenere la società libera su valori e diritti oggettivamente fondati, ossia che non richiedono alcun confronto perché leggi umane che trovano il proprio fondamento in proposizioni descrittive. Tuttavia, in ossequio alla cosiddetta legge di Hume, non è logicamente possibile derivare proposizioni prescrittive partendo da proposizioni unicamente descrittive.

La proposizioni descrittive ci consegnano informazioni sul mondo vere o false che non necessitano per essere approvate (come, ad esempio, la frase: “quella finestra è aperta”) di ragionamenti deduttivi, esprimenti una relazione od una affermazione nuova. Esse, dunque, sono proposizioni a carattere universale in sé e per sé, cioè che non richiedono per essere accettate una decisione umana.

Le proposizioni prescrittive (come ad esempio, “non uccidere e non rubare perché sono azioni sbagliate”) richiedono, invece, per essere accettate una serie di ragionamenti consequenzialisti i quali implicano delle valutazioni psichiche e conseguentemente delle decisioni umane. Ciò significa che tali proposizioni non possono contenere un carattere universale in sé e per sé, ma la loro universalità dipende dalla stima che ne fanno gli esseri umani.

In sintesi, so di non poter andare oltre la constatazione che i fatti umani in quanto tali non hanno senso e che questi fatti acquisiscono senso soltanto mediante le nostre decisioni. So che le scienze, non solo quella naturali ma anche quella sociali come l’economia, non sono in grado di generare etica.

I fini sono sempre soggettivi come i valori che li sottintendono. I giudizi di valore, quindi, esprimono sempre delle preferenze di carattere soggettivo e non oggettivo. Vorrei poter affermare che il diritto alla proprietà privata ed alla auto-proprietà sono cose buone e giuste perché derivanti da un ordine di leggi naturali suscettibili di essere scoperte dalla ragione. Tuttavia, più umilmente, essendo solo un essere umano e perciò non in grado di accedere a dei criteri per valutare in maniera oggettiva dei giudizi di valore, mi devo limitare ad affermare che il diritto alla proprietà privata ed alla auto-proprietà sono cose buone e giuste poiché rappresentano quei presupposti capaci di assecondare meglio il più vasto benessere materiale e il più alto numero di preferenze individuali.

Asserito quanto, sono però convinto che, accanto al rispetto dei diritti di proprietà ed auto proprietà, l’osservanza, in linea generale, di una certa altra moralità consistente in alcuni sentimenti i quali, facendomi sentire il resto dell’umanità e del creato come una parte integrante di me stesso, mi spingono ad aiutare il prossimo anche qualora non si ottenga alcun vantaggio materiale diretto dal far questo, non può che giovare all’ordine esteso di libero mercato, giacché ciò finisce per evitare, in un senso più ampio, la possibilità dello scatenarsi di ostilità; assenza di ostilità che è elemento indispensabile affinché il libero mercato possa sviluppare tutti i suoi effetti.

Se c’è uno sconosciuto a terra bisognoso del mio aiuto, i miei diritti di proprietà e di auto-proprietà non mi obbligano né ad aiutare né a non aiutare questa persona. Ciò nonostante, il riconoscere che la difficoltà vissuta in quell’istante da quella persona un giorno potrebbe essere anche la mia, mi persuade a prestargli attenzione e soccorso.

Tuttavia, seppur riconosca valore positivo a quest’altra moralità, sto allo stesso tempo attento a non mettere questa aprioristicamente dinanzi alle leggi universali che governano l’economia. In tal senso, non solo il rispetto dei diritti di proprietà e di auto-proprietà altrui ma anche quest’altra moralità nasce come frutto di una serie di convenzioni e, dunque, non come una considerazione a priori.

Ciascun essere umano, di volta in volta, dovrebbe decidere autonomamente quale limite raggiungere con quest’altra moralità e gli altri dovrebbero rispettare tali decisioni. Di conseguenza, se si accoglie tale visione, il comportamento di chi cerca di andare oltre a quello che l’altro ha deciso volontariamente essere il suo limite non può essere legittimamente tollerato.

Per quanto concerne la dimensione economica della vita, c’è necessariamente da dire inoltre che questa non ha come base ultima il desiderio di ricchezza, bensì la condizione di scarsità delle risorse reali. Infatti, il desiderio di ottenere in ogni situazione un guadagno economico maggiore rispetto ad uno minore può essere anche soppresso (ad esempio, a fronte di un guadagno economico maggiore, qualcuno potrà sempre preferire la preservazione di un rapporto affettivo), ma la condizione di scarsità delle risorse reali, invece, non lo potrà mai essere. Non esiste utopia, prescrizione legislativa o morale che possa abbattere tale condizione.

L’essere consapevole e rispettoso delle reali fondamenta della dimensione economica dell’esistenza umana mi induce ad auto-definirmi come un utilitarista. Utilitarista, non perché smanioso in ogni caso e nonostante tutto di aumentare i miei possedimenti materiali, ma perché perfettamente conscio che sono i mezzi e non i fini ultimi dell’azione ad essere economici e conseguentemente perché perfettamente conscio che ogni scelta comporta da qualche parte un sacrificio.

Il processo di mobilitazione di risorse e di conoscenze senza l’uso o la minaccia d’uso della forza dovrebbe essere universalmente inteso da tutti gli esseri umani come il migliore dei procedimenti sociali possibili, giacché consente di scoprire continuamente fatti che, senza di esso, nessuno conoscerebbe o utilizzerebbe. Tuttavia, dobbiamo prendere atto che tale processo, anche nelle migliori delle ipotesi, non è in grado farci pervenire alla massimizzazione in senso stretto di un qualche risultato misurabile, ma più semplicemente riesce a condurre, in condizioni favorevoli, all’utilizzo di maggiori capacità e conoscenze rispetto a qualsiasi altra procedura sociale di umana ideazione. Non siamo, pertanto, capaci di porre in essere una massimizzazione in senso stretto del prodotto globale effettivo dell’economia e della possibilità media di tutti, ma capaci di porre in essere una continua economizzazione di questi due aspetti, seguendo i precetti dell’ordine esteso di libero mercato, questo senz’altro sì.

Sostenere l’idea della massimizzazione in senso stretto ci porta necessariamente a ipotizzare che l’uomo, se posto in determinate condizioni, possa divenire ottimizzatore in qualunque istante della funzione di utilità, ma ciò è assai lontano dalla realtà dei fatti, dato che gli individui non conoscono in anticipo tutti gli esiti che le loro azioni alimentano.

Possiamo avere una conoscenza rilevante per quello che riguarda gli scopi che intendiamo raggiungere ed i mezzi in nostro possesso, ma non possiamo avere una conoscenza rilevante per quello che riguarda tutto ciò che giace e soggiace nell’ambito dell’ordine complessivo. Le relazioni con gli altri e con il mondo esterno sono per ciascuno di noi piene di punti oscuri ed è per questo motivo che la vita, nella sua essenza, rappresenta un viaggio esplorativo verso l’ignoto ed un procedimento di continua correzione dei nostri errori. In ogni caso, ciascun singolo individuo possiede conoscenze sulle proprie specifiche circostanze di tempo e di luogo superiori a qualsiasi altro soggetto e tutte queste conoscenze possono essere utilizzate “al meglio” solo se le decisioni che dipendono da queste vengono prese da chi le detiene o con la sua attiva collaborazione.

Se potessimo accedere a tutte le conoscenze rilevanti in anticipo, l’uomo sarebbe un illuminato calcolatore non tormentato dall’incertezza, dalle paure e dalle angosce e capace contemporaneamente di azzeccare ogni decisione e previsione, anche le più minimali.

Da tutto ciò deriva che il processo sociale possiede carattere prevalentemente ateologico. Gli individui nel loro agire accanto agli obiettivi consapevolmente perseguiti, o addirittura al posto di questi, generano un continuo flusso di conseguenze inintenzionali.

Seguendo il tracciato dell’individualismo metodologico:

ogni azione è riconducibile ad un’azione individuale, poiché gli individui sono le sole unità realmente esistenti del mondo sociale e i cosiddetti organismi collettivi altro non sono che costrutti mentali, concetti ausiliari utili alla comunicazione scritta e parlata degli individui; ogni azione individuale genera esiti alcuni dei quali, se non tutti, possono essere non voluti; i fenomeni sociali (come le norme legislative, i canoni morali, i prezzi, e le istituzioni) nascono, di regola, dall’involontario risultato di un’attività volta alla ricerca di un interesse individuale, visto che, sebbene siano il risultato di decisioni prese da un certo numero di persone, non sono stati tuttavia coscientemente e deliberatamente progettati da nessuno.

La spiegazione a mano invisibile di come normalmente nascono i fenomeni sociali rappresenta, pertanto, l’ovvio approdo dell’individualismo metodologico. A loro volta, individualismo metodologico e processo a mano invisibile non possono che avere come necessario sfondo la teoria evoluzionistica. L’azione umana è carattere proprio della mente di ciascuno. L’assioma dell’azione umana, secondo il quale ognuno di noi con le proprie azioni sceglie dei mezzi per raggiungere determinati fini soggettivi, si confronta quotidianamente con l’esperienza fattuale, generando così un procedimento di condizionamento vicendevole.

Affermare la prevalenza di un ordine inintenzionale non sottintende che l’essere umano sia caratterizzato da una mancanza di consapevolezza. Tutte le azioni umane sono volte ad un fine. Di conseguenza, l’uomo non può essere scusato per il fine che persegue. Tuttavia, ciò non significa che nel perseguire quel determinato fine non si possano generare a cascata delle conseguenze inintenzionali, dato che nessuno è in possesso di quella conoscenza rilevante che concerne l’ordine complessivo, conoscenza che permetterebbe di programmare con estrema esattezza il futuro, ma che è inaccessibile ad ogni uomo in quanto essere imperfetto.

Chiaramente, se ci si prefigge di realizzare dei mutamenti sociali che perfezionino e migliorino la qualità della vita e delle cose esistenti, non si può fare affidamento esclusivamente sulle conseguenze inintenzionali; per far questo, occorre necessariamente anche forza di volontà, preparazione tecnica e scientifica. Ma pensare di poter eliminare queste conseguenze oppure di coartarle forzosamente secondo il volere di un determinato punto di vista, ci fa sfociare nell’iperrazionalismo, vale a dire nell’assegnare un’infinita quanto illusoria fiducia nelle capacità della razionalità umana di poter plasmare a proprio piacimento i fenomeni sociali.

Deficit di bilancio permanenti, inflazione cronica, quote tendenzialmente crescenti dell’economia nazionale direttamente od indirettamente in mano al settore pubblico, continue malversazioni sulla proprietà privata degli individui, persistenti domande di politiche dei redditi, imposizioni tributarie che in alcuni casi rappresentano delle vere e proprie istigazioni al suicidio, organizzazioni statali assunte come depositarie di assolute verità morali, istituzioni religiose solitamente incapaci di dare dei messaggi che vadano oltre dei meri luoghi comuni. A questo si è, al momento, sostanzialmente ridotto il nostro Occidente. Tragedia, non trionfo.

Tutto ciò è il risultato estremo del sistema di pianificazione centrale del capitalismo, sistema anche noto con il nome di interventismo.

Tale sistema consente l’esistenza nominale di un regime di diritti di proprietà privata ma cerca di evitare i presunti eccessi del capitalismo tramite forme di dirigismo.

Finché i diritti di proprietà privata non vengono lesi oltre un certo limite, gli effetti positivi che l’economia riuscirà a generare risulteranno essere quantitativamente maggiori rispetto a quelli negativi. Allorché si oltrepassa quel certo limite, ovviamente, gli effetti negativi avranno la meglio su quelli positivi.

Nel momento in cui si oltrepassa quel certo limite, si instaura inevitabilmente un meccanismo perverso: gli interventi dello Stato per cercare di aggiustare quegli squilibri che lo stesso Stato con le sue decisioni arbitrarie ha in precedenza creato, lungi dal risolvere i problemi, finiscono per dirottare l’intero apparato produttivo e distributivo verso una totale pianificazione centrale. Poco alla volta, il sistema di libera impresa viene annichilito da politica e burocrazia. Le risultanti frizioni e strozzature, infatti, vengono successivamente attribuite, esplicitamente o implicitamente, ai diritti dei singoli sulle loro proprietà e ciò, in ultimo, viene utilizzato per imporre argomenti a favore di ulteriori restrizioni e regolamentazioni.

Questo meccanismo perverso, pertanto, viene portato avanti dalle autorità centrali non soltanto attraverso l’uso della forza o la minaccia d’uso della forza, ma anche e forse soprattutto attraverso la strumentalizzazione del linguaggio: individualista non è più colui che cerca di sottrarsi al conformismo, bensì colui che si comporta come un bieco egoista; l’imposizione tributaria non è più una discutibile pratica sociale coercitiva, bensì una pratica sociale assolutamente necessaria se si vuole affermare poi il benessere generale; l’inflazione non è più la falsificazione del rapporto tra risorse reali messe volontariamente a disposizione dagli agenti economici ed offerta di intermediari dello scambio, o, in altri termini, un eccesso di intermediari dello scambio sulla domanda, bensì un mero effetto di tutto ciò, ossia un aumento del livello generale dei prezzi.

Proprio per evitare di cadere sotto i colpi di tale strumentalizzazione, il sottoscritto ha deciso di non usare più il termine capitalismo per indicare quel processo economico contraddistinto da una libera mobilitazione delle risorse e delle conoscenze, un termine ormai “sputtanato” da anni di propaganda statalista. Al suo posto utilizzo la terminologia ordine esteso di libero mercato, oppure più semplicemente libero mercato.

Il pensiero, se vuole centrare l’obiettivo di essere adeguatamente compreso, deve sempre tener conto delle parole con cui vuole manifestarsi e del significato corrente di queste parole. Per questo motivo, se la maggior parte della gente non lega più il termine capitalismo con le parole libertà e cooperazione sociale volontaria, meglio sostituire la parola capitalismo con altri vocaboli più adeguati alla situazione vigente.

Alla base di questo processo degenerativo che conduce l’umanità verso forme di cattivo universalismo o verso forme di cattivo patriottismo, due facce della stessa medaglia, vi è sempre il monopolio sull’emissione monetaria e la centralizzazione della riserva bancaria. Per mezzo di queste, le autorità centrali sono in grado di porre in essere una gestione della massa monetaria prevalentemente irrazionale dal punto di vista economico, con lo scopo di alimentare il potere dell’organizzazione statale e dei gruppi privati ad essa contigui in modo occulto.

Il monopolio sull’emissione monetaria e l’assenza di una vera libertà bancaria consentono allo Stato di espandersi più di quanto non possa fare se dovesse ricorrere alla sola imposizione tributaria, giacché così operando si possono imporre al mercato o mantenere in circolazione (con abuso di autorità legale) forme patologiche di intermediari dello scambio. Lo Stato mediante o meno una banca centrale eccede nella creazione di moneta per acquisire risorse sociali aggiuntive a quelle che derivano dalla sola imposizione tributaria, dato che stampare denaro in questa maniera altro non è che una diversa modalità di imposizione: invece di privare le persone del loro denaro, si priva il denaro del suo potere di acquisto. In entrambi i casi, ciò viene fatto per avvantaggiare alcune persone a scapito di altre.

La crisi prevede che per riportare la direzione dell’economia stabilmente verso una tendenza all’equilibrio è necessario uno smantellamento di quella struttura produttiva che si è venuta a formare a seguito dell’eccesiva offerta di intermediari dello scambio; tale eccessiva offerta ha sicuramente anche attivato un processo continuato e prolungato di incremento non uniforme dei prezzi.

Assieme allo smantellamento di questa struttura produttiva, devono essere ridotte, se non addirittura cancellate quelle promesse fatte dagli Stati che si sono sviluppate anch’esse sotto il tepore della spinta inflazionistica.

Nel far ciò, tuttavia, è auspicabile non cadere nella tentazione di porre in essere una contrazione indiscriminata dell’offerta di intermediari dello scambio. Infatti, lo scoppio della crisi produce con sé un aumento della domanda di moneta e qualora si giungesse ad una contrazione che ponesse l’offerta di moneta (largamente) al di sotto della sua domanda le conseguenze per l’economia sarebbero assai nefaste soprattutto sotto il profilo della disoccupazione involontaria.

Infatti, in assenza di un meccanismo di compensazione interbancaria, un disequilibrio fra domanda ed offerta di moneta viene corretto attraverso una variazione dei prezzi. Ma tale meccanismo di adeguamento implica effetti negativi, poiché quando l’adeguamento avviene al rialzo la crescita dei prezzi non è mai uniforme e si vengono a costituire strutture della produzione insostenibili, quando, invece, è al ribasso l’eventuale ma allo stesso tempo molto probabile resistenza verso il basso a tale pressione di alcuni prezzi dovuta ai più disparati motivi, direi soprattutto istituzionali, fa in modo che un certo numero di risorse umane rimanga involontariamente bloccata al di fuori della produzione della reale.

La trasmissione dell’informazione basata sul rispetto dei diritti di proprietà e di auto-proprietà e sul sistema dei prezzi rappresenta il meccanismo fulcro dell’ordine esteso di libero mercato. Il rispetto di tali diritti rappresenta l’elemento necessario della cooperazione sociale volontaria; una guida all’azione sociale che ci dice quello che obbligatoriamente non bisogna fare se vogliamo evitare di scatenare ostilità. Malgrado ciò, affinché una società possa essere non solo pacifica ma anche produttiva, occorre affiancare a questa guida necessaria, una guida all’azione sociale sufficiente, una guida che ci dica cosa bisogna fare per rispondere attivamente ai reciproci bisogni e alle preferenze di tutti. Questa seconda guida è il sistema dei prezzi.

La continua fluttuazione dei segnali di prezzo rende possibile il coordinamento spontaneo di progetti, in persistente cambiamento, di innumerevoli persone; persone che, in larghissima parte, tra di loro non si conoscono e nemmeno hanno mai effettuato una qualche comunicazione scritta o parlata. Certo, a volte tale coordinamento fallisce, e con esso la realizzazione di alcuni progetti, e questo avviene perché, come sopra si è esaustivamente esposto, nessun essere umano è in possesso di quella conoscenza rilevante circa l’ordine complessivo. Nonostante ciò, chi pensa che i progetti dei singoli individui possano essere meglio coordinati tra di loro per mezzo di una struttura sociale deliberatamente pianificata che forza i diritti di proprietà e di auto-proprietà e deforma il sistema segnaletico dei prezzi, verrà progressivamente smentito dai fatti. Maggiore sarà l’estensione e l’intensità di tale pianificazione, maggiore sarà l’impoverimento diffuso, il numero dei fallimenti, la corruzione e la servitù.

Si può difendere l’ordine esteso di libero mercato in diverse maniere. A mio avviso, va principalmente difeso perché consente ad una parte tendenzialmente sempre più nutrita dell’umanità la possibilità di condurre delle vite che possano definirsi in qualche modo significative.

Poiché essere imperfetto, l’uomo non può che proiettare in taluna misura questa sua imperfezione nelle azioni e nelle relazioni che continuamente implementa. Tuttavia, se lasciati liberi di agire nel rispetto di quei diritti qui più volte menzionati, gli esseri umani, nel loro complesso, riescono a conseguire più di quanto una singola mente umana potrebbe mai progettare o prevedere.

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La “presunzione intellettuale” e la diffusione delle idee keynesiane nonostante il loro evidente fallimento

Mer, 20/04/2016 - 09:34

Se si affronta il successo e la diffusione delle idee keynesiane fra gli intellettuali da un punto di vista utilitarista è evidente la convergenza di interesse fra ceto politico e ceto intellettuale: i politici hanno bisogno di una qualche giustificazione da dare alle masse per aumentare l’intermediazione di risorse economiche e gli intellettuali agiscono da ufficio marketing ricavandone compensi. Naturalmente i compensi non sono solo di natura economica, ma anche in termini di prestigio (premi, passaggi in tv, incarichi, ecc.) e di potere. Il riconoscimento pubblico fa sempre piacere ed essere consigliere del principe o addirittura nella stanza dei bottoni non lascia certamente indifferenti. Quanti “professori” hanno avuto cariche pubbliche?

Ci sono altri aspetti che forse sono preponderanti e che in ogni caso incidono in maniera importante a fianco dell’aspetto utilitarista. Il principale di questi lo potremmo denominare la “presunzione dell’intellettuale”, ovvero la convinzione che dalla “maggior cultura acquisita” discenda automaticamente il ruolo di guida della vita altrui a cui insegnare cosa è giusto e cosa è sbagliato. Quanti laureati che non hanno mai letto un quotidiano o un libro in più rispetto a quelli scolastici si gonfiano per la loro presunta cultura superiore? E quale migliore strumento dello Stato per dettare le regole a cui ci si deve attenere?

Ovviamente in questa presunzione c’è buona fede e non volontà di potenza, ma gli effetti sono gli stessi. Quest’idea è supportata da un positivismo mai veramente scomparso, altrimenti non si spiegherebbe come mai le cosiddette scienze sociali tendono a scimmiottare le metodologie delle scienze “dure”. Il successo di scienze come matematica, fisica, chimica ha infatti innescato un processo di imitazione da parte delle altre scienze, che ha determinato l’affermarsi di teorie che da un lato prevedono una “matematizzazione” e dall’altro la possibilità di modificare la realtà dall’alto, con meccanismi di cause ed effetto. Il meccanicismo di Cartesio è di fatto esteso all’uomo e non a caso a volte è capitato di leggere l’espressione “ingegneria sociale”. L’idea è, che si possano indurre delle conseguenze desiderate nella società, intervenendo su alcuni aspetti della realtà come se si stesse regolando o modificando un dispositivo meccanico. Naturalmente le “statistiche dei fenomeni sociali” su cui si basa la matematizzazione delle scienze sociali sono ben diverse dalla raccolta dati di un fenomeno fisico. Da un lato una serie storica che si presume possa ripetersi più o meno allo stesso modo, dall’altro numeri ripetibili sotto le stesse condizioni.

L’economia, come le altre scienze, non ha potuto non essere coinvolta in questo processo di “scientificazione” e anzi, più di altre, perché tratta di fenomeni come i prezzi che si esprimono sotto forma numerica. Da ciò discende un’importante conseguenza. Se le leggi dell’economia si possono esprimere tramite equazioni matematiche, per quante complesse, è evidente la tentazione e la convinzione che basti manipolarne un po’ i coefficienti per ottenere i risultati desiderati.

La scuola austriaca di economia rifiutando la matematizzazione e confidando nell’ordine spontaneo di mercato si pone fuori dai paradigmi oggi dominanti. Per quanto, affrontando razionalmente le questioni, è lampante il fallimento delle politiche keynesiane, la scuola austriaca deve fare uno sforzo enorme per poter emergere contro i paradigmi dominanti. Di fatto, per un’economista formatosi nelle università, si tratterebbe di rivedere tutto quello imparato in anni di studio. Ma cosa più determinante, l’affidarsi ai meccanismi di mercato non solo toglie ogni giustificazione all’intervento del potere politico, ma riduce il ruolo di guida dell’intellettuale.

In conclusione, per quanto la realtà dia ragione a politiche economiche liberiste e in particolare alla scuola austriaca di economia, c’è un mondo intellettuale che si rifiuta di vedere la realtà, ancorato ai suoi paradigmi e al suo ruolo di guida e di consigliere del principe.

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Il denaro sarà digitale, ma sarà libero?

Lun, 18/04/2016 - 09:25

Il Bitcoin ci offre uno sguardo sul futuro del denaro – una forma di denaro puramente digitale che è individuale, privato, globale, e libero (non nel senso di gratuito). Il Bitcoin spesso è confrontato con il sistema bancario esistente, contrapponendo le sue proprietà futuristiche con il mondo lento, antiquato e obsoleto dei bonifici, degli assegni, degli “orari bancari” e delle limitazioni.

Ma il futuro non sarà una scelta tra il “denaro tradizionale” e la criptomoneta. Sarà invece una scelta tra due visioni in competizione della moneta digitale: una basata sulla libertà e sulla scelta, l’altra basata sul controllo e sulla sorveglianza, un sistema totalitario distopico di controllo cui nessuno può sfuggire.

Ora siamo al bivio tra queste due opzioni e siamo chiamati a scegliere il futuro del denaro con saggezza.

Il contante, gli assegni e altre forme di moneta tangibile gradualmente sono andati svanendo negli ultimi decenni. Ora ci stiamo spostando rapidamente verso una società senza contante dove tutto il denaro è solo digitale. Nel passato i pagamenti in contanti erano abituali e graditi; le transazioni a credito erano viste con sospetto. Ma da quando siamo entrati in una società basata sul debito, l‘anomalia è diventato il contante. La scritta ‘per tutti i debiti pubblici o privati’ (Ndt: si riferisce alle due frasi stampate sul dollaro, ‘noi confidiamo in dio’ e ‘questa banconota è mezzo legale di pagamento per tutti i debiti pubblici o privati’) non suona più vera. Oggi, se provi a comprare un’automobile in contanti, sarai trattato con estremo sospetto. Grandi quantità di contante vengono associate ad attività criminali e la dimensione di ‘grandi’ diventa ogni giorno più piccola. Questa è la maniera con cui arrivare ad una società senza contanti: rendere il contante sospetto in sé, quindi criminale.

La transizione dal contante al denaro digitale non è solo un cambiamento di forma. È un passaggio da transazioni che sono private, da persona a persona e decentralizzate, a transazioni che sono monitorate, intermediate e sotto controllo centralizzato. Negli ultimi due decenni, i pagamenti digitali sono diventati uno strumento sempre più potente di sorveglianza. I cittadini che si preoccupano del monitoraggio del loro governo sulle proprie telefonate, allo stesso tempo sono ignari del fatto che ogni transazione che fanno con una carta di plastica o tramite una rete di pagamenti online può essere esaminata senza alcun sospetto che questa sia un crimine, senza garanzie o alcuna forma di supervisione giudiziale. Molti governi nazionali, sotto la pressione delle leggi antiterrorismo, hanno implementato i propri sforzi legislativi e le loro agenzie di intelligence, con accesso illimitato ai dati finanziari. Non dovrebbe sorprendervi sapere che questi poteri sono usati sempre più ampiamente ogni giorno che passa, sempre più allontanandosi dagli scopi dichiarati inizialmente.

In che strano mondo viviamo oggi. La sorveglianza totale di ogni transazione per tutti i cittadini, senza alcun fondamento o sospetto, non è solo considerata normale, ma presentata come un valore, una forma di patriottismo. Usare il contante o desiderare di tutelare la tua riservatezza finanziaria è intrinsecamente sospetto, una posizione radicale, vicina ad essere considerata criminale.

Un futuro dove tutti i pagamenti sono tracciabili è terrificante, ma un mondo con un controllo centralizzato sulle transazioni sarebbe persino peggio. Il denaro digitale con il controllo centralizzato significa lo sradicamento della proprietà privata dall’essere un diritto. Invece, il tuo denaro esiste solo come un inserimento in un database, dove il saldo è controllato interamente da una parte estranea.

Gestendo le reti di pagamento, un governo ha il controllo effettivo su tutti i partecipanti, incluse le banche, le società e gli individui. Già oggi, le banche vengono costrette ad adottare una blacklist finanziaria globale per paura di essere disconnesse dalle reti come la ‘Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (SWIFT)’ e la ‘Automated Clearing House (ACH)’. Questa rete di controllo si sta espandendo ed è usata sempre più frequentemente come arma geopolitica.

Il futuro delle valute digitali centralizzate renderà questo controllo finalmente facile da compiere a livello individuale. Partecipi alla protesta “sbagliata”? Il saldo del tuo conto è azzerato. Hai comprato un libro sospetto? Aspettati una visitina della polizia. Hai disturbato qualcuno al potere? Possono rovistare tra tutte le tue transazioni fino a trovarti qualcosa di abbastanza consistente che tu possa temere di perdere.

I tuoi movimenti possono essere tracciati, i tuoi amici identificati, le tue affiliazioni a gruppi politici analizzate ed incrociate con le tue abitudini di lettura. Nessuna parte della tua vita resta riservata quando ogni forma di denaro è digitalizzata ed ogni transazione può essere tracciata, bloccata, sequestrata e cancellata. I risparmi di una vita sono tuoi solo finché non offendi qualcuno che ha potere. Quando il denaro è controllato centralmente, la proprietà di qualsiasi cosa diventa un privilegio che il governo può revocare. La proprietà non è un diritto inalienabile, ma una gentile concessione data a chi è acquiescente col sistema. La combinazione di sorveglianza sulle comunicazioni e completo controllo sul denaro porterà ad una tirannia dalla forza sconosciuta al mondo.

Le sorveglianza totalitaria del denaro è pericolosa per le istituzioni democratiche, e questo potere compromette il contratto sociale e corrompe chi è al potere. Non ci può essere autodeterminazione, libertà di espressione, di associazione o di coscienza in una società dove ogni centesimo che spendi è monitorato e controllato.

Anche se pensi che il tuo governo sia benevolo ed userà questi poteri estremi solo contro “i terroristi”, vivrai sempre ad una elezione di distanza dal perdere le tue libertà. Anche i governi presunti benevoli nelle democrazie liberali stanno già usando il loro potere sul denaro per condizionare i giornalisti e gli oppositori politici, permettendo invece ai loro amici banchieri di finanziare tiranni, signori della guerra e milizie varie in giro per il mondo.

Il Bitcoin offre un futuro sostanzialmente diverso per il denaro. Il Bitcoin è contante digitale; le sue transazioni sono da persona a persona, private e decentralizzate. Il Bitcoin combina le migliori qualità del contante con la convenienza, la rapidità e la flessibilità di uno strumento digitale.

Il Bitcoin permette un futuro alternativo di libertà personale e riservatezza che spazza via gli sviluppi della sorveglianza statale degli ultimi decenni e reintroduce l’emancipazione finanziaria attraverso la matematica e la crittografia. Attraverso la sua rete globale e decentralizzata, il Bitcoin non offre nessun punto centrale di controllo, nessuna posizione di potere per attivare la censura, nessuna possibilità di sequestrare o congelare i fondi da parte di un terzo che non segua il dovuto processo, nessun controllo sui fondi in mancanza di accesso alle chiavi.

Mancando di un centro di controllo, il Bitcoin contrasta la centralizzazione. Mancando della concentrazione di potere, resiste al dominio totalitario. In mancanza di identificatori, promuove la riservatezza e rende impossibile una sorveglianza totale.

Trascurando i confini politici in quanto irrilevanti per la rete, il Bitcoin rifugge dal nazionalismo e dai giochi geopolitici. Disperdendo il potere, rafforza gli individui. Il Bitcoin è un protocollo di libero commercio, così come il protocollo di trasmissione di internet o il TCP/IP è un protocollo di libertà di parola. Il modello del Bitcoin può essere replicato per creare miriadi di diverse forme di denaro decentralizzato, tutte superiori al futuro distopico cui saremmo destinati in alternativa.

Potremo vivere in un mondo dove il denaro funziona come ogni altro strumento su internet, libero da controlli o interferenze. In un futuro digitale decentralizzato, il denaro sarà controllato dagli individui, la banca sarà una ‘app’, ed il governo sarà impotente nel fermare i flussi di denaro come lo è oggi nel fermare il flusso della verità.

In questo futuro, il denaro sarà uno strumento di liberazione dalla tirannia, una via di fuga dalle banche corrotte, un rifugio dalla iperinflazione. Da 4 a 6 miliardi di persone senza accesso ai servizi finanziari internazionali potranno evitare il sistema bancario e connettersi direttamente all’economia mondiale. Gli individui non dovranno scegliere tra il controllare il proprio denaro e partecipare alla rete finanziaria globale. Potranno unirsi alla finanza globale peer-to-peer, dove le terze parti fiduciarie e le file interminabili di banchieri ed intermediari saranno cose del passato.

Mentre il futuro del denaro è senza dubbio digitale, esso potrà prendere due forme radicalmente diverse. Potremmo vivere un panopticon finanziario, una camicia di forza di controllo e tirannia. Oppure potremmo vivere in una società aperta dove la nostra privacy sarà protetta dalla crittografia, non soggetta al capriccio di ogni piccolo burocrate – dove il nostro denaro digitale sarebbe globale, senza confini, anonimo e controllato dall’individuo. La scelta tra libertà e tirannia finanziaria è una scelta di fondo tra libertà e tirannia vere e proprie. Scegliamo la libertà finanziaria: scegliamo la libertà.

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La FED lascerà che l’innovazione compia la propria magia?

Ven, 15/04/2016 - 10:00

A volte uno nel suo archivio trova delle vere gemme. Recentemente mi sono imbattuto in un discorso dell’allora presidente della FED, Ben Bernanke, del 18 maggio 2013. Era il discorso di inaugurazione al Bard College presso Simon’s Rock, in Great Barrington, Massachussetts. In esso Bernanke scelse di dimenticare per un po’ le tremende strettoie in cui si trovava l’economia occidentale e si focalizzò sulle prospettive di crescita economica di lungo termine, che egli definì da “misurare in decenni, non in mesi o trimestri”.

In breve, Bernanke si concentrò sul progresso scientifico e tecnologico, più comunemente detto innovazione. Egli ipotizzò una quarta epoca di innovazione – le prime tre essendo l’era industriale iniziale (da metà del 1700 fino al 1800), l’era industriale moderna (dal 1880 ai giorni nostri) e la rivoluzione informatica.

Il suo discorso d’inaugurazione fu un discorso di speranza e di incoraggiamento. Ma Bernanke non raccontò la storia per intero. L’allora presidente della FED mancò di menzionare che gli standard di vita non sarebbero dipesi soprattutto dall’innovazione. Altrettanto decisivo sarebbe stato il ruolo dell’importante istituzione che presiedeva, la Federal Reserve, e ciò che essa avrebbe fatto o meno. Nel caso in cui avesse permesso all’alta inflazione di prendere piede – attraverso l’azione oppure l’inazione – questa avrebbe annullato una parte consistente dell’aumento degli standard di vita dovuti appunto all’innovazione.

Ed ancora, la storia recente indica con forza che la FED finirà col distruggere una larga parte dell’incremento negli standard di vita di quei laureati a cui si stava rivolgendo Bernanke. Per esempio, all’inizio del 2013 Bernanke parlò ad un altro college americano. Durante la sessione Q&A disse che “il peggior errore che può commettere la FED è di restringere la politica monetaria troppo presto”. In altre parole, l’allora presidente promise sostanzialmente di alzare i tassi troppo tardi. Oggi Bernanke se ne sarà pure andato dalla FED, ma la linea di pensiero della FED sulla politica monetaria non è certo cambiata: infatti, questa linea di pensiero riflette la linea dominante delle politiche della FED ben oltre gli anni di Bernanke.

 

Innovazione e standard di vita

Bernanke, come Greenspan prima di lui, fa affidamento sull’innovazione perché l’economia continui a muoversi.

Come pure avrebbe dovuto. L’innovazione tecnologica spesso conduce ad una produzione più efficiente e ad una più alta produttività del lavoratore che porta a più alti salari ed a prodotti con prezzi più accessibili.
Ma se Bernanke intendeva dire agli studenti che la tecnologia avrebbe reso le loro vite migliori, avrebbe dovuto anche accennare al ruolo che egli stesso e gli altri banchieri centrali rivestono nel soffocare gli effetti positivi dell’innovazione.

Possiamo trovare molteplici esempi di questo fenomeno negli ultimi decenni. Per esempio, se consideriamo le conseguenze che l’ingresso della Cina nell’economia globale avrebbe dovuto avere negli standard di vita negli Stati Uniti, troviamo risultati effettivi a dir poco deludenti. Avremmo dovuto essere testimoni di una crescita degli standard di vita simile a quella che si ebbe verso la fine del diciannovesimo secolo quando gli USA si industrializzarono. Ma nei fatti, la rilevazione della crescita di ricchezza reale negli Stati Uniti è stata assai insoddisfacente.

Per esempio, il progresso tecnologico dovuto alla Rivoluzione Industriale ed alla globalizzazione verso la fine del diciannovesimo secolo portò ad una continua deflazione negli USA, e dunque ad incrementi di benessere senza precedenti. La ricerca di Michael Bordo presso Rutgers, mostra che in media i prezzi diminuirono dell’1,2 per cento ogni anno tra il 1870 ed il 1896. Gli standard di vita reali migliorarono sostanzialmente nello stesso periodo di tempo. Gli economisti del mercato del lavoro negli Stati Uniti sono riusciti a ricostruire la crescita dei salari fin dal 1830. In ogni decennio il salario reale fu più alto del decennio precedente. Questo si verificò fino al decennio del 1970.

Al contrario, nella decade successiva al 1980, quando l’Asia si unì al mondo con la sua Rivoluzione Industriale, ogni anno i prezzi salirono negli USA di più del 2 per cento. Secondo le statistiche disponibili al US Census, negli Stati Uniti il reddito medio familiare reale (cioè corretto per l’inflazione) a fatica si mosse tra il 1980 e il 2012. Questo dato stride, se consideriamo il fatto che la crescita economica realizzava una media del 3 per cento all’anno e la produttività del lavoro saliva del 50 per cento in totale. Un lavoratore maschio americano guadagnava circa 48.000$ nel 1969. Corretto secondo l’inflazione il suo reddito è cresciuto a malapena da quando è iniziata la crisi economica attuale.

La maggiore differenza tra i due periodi sta nel fatto che nel secolo XIX non c’era la Federal Reserve, e la creazione di denaro, anche se non poteva certamente dirsi non inflazionaria, era limitata dall’assenza di una banca centrale.

 

Opportunità perse

In un mercato senza ostacoli, il progresso tecnologico, l’innovazione e la globalizzazione nei decenni precedenti l’attuale crisi avrebbero dovuto produrre 3 effetti: minore crescita dei salari, maggiori profitti e prezzi più bassi. In altre parole, ciò che realizzarono aziende come Apple (cioè la creazione di prodotti innovativi e che richiedono meno lavoro, quindi disponibili a prezzi sempre più bassi) a livello micro, allo stesso modo sarebbe dovuto accadere a livello macro. Una crescita più lenta dei salari sarebbe stata inevitabile dato l’incremento di competizione globale nel mercato del lavoro e il costante e crescente pericolo per molti lavori di venire emarginati. I profitti più alti si sarebbero verificati in tutta l’economia sia per questa ragione e sia per il fatto che i costi di produzione sarebbero diminuiti. Infine, i prezzi più bassi si sarebbero diffusi in tutta l’economia a causa del progresso tecnologico, la globalizzazione, i salari in caduta ed i costi di trasporto in diminuzione.

I primi due effetti si sono manifestati da sé. Come detto, i redditi reali si sono mossi a malapena negli ultimi due decenni negli Stati Uniti. Questo diventa evidente quando diamo un’occhiata al compenso del totale degli occupati negli Stati Uniti. Misurati come una quota del PIL, i salari USA negli ultimi anni sono stati più bassi che in ogni altro periodo dalla fine della seconda guerra mondiale. Alla fine della guerra, la quota era del 56,6 per cento. Al giorno d’oggi, la troviamo sotto il 45 per cento.

Inoltre, come regola generale, più bassa è la quota di salari nel PIL di qualunque paese, più alta è la quota di profitti. Così anche il secondo effetto è evidente: i profitti sono aumentati.

Il terzo effetto, i prezzi in caduta, è stato invece largamente impedito dall’intervento della banca centrale. Infatti, la FED aveva e continua ad avere l’obiettivo dell’inflazione intorno al 2 per cento all’anno. La FED è stata molto efficace nell’impedire la diminuzione dei prezzi anche quando la pressione al ribasso dei prezzi fu molto forte, in conseguenza della suddetta combinazione di progresso tecnologico, innovazione, globalizzazione e libero mercato.

In più di un secolo prima dell’istituzione della FED nel 1913, l’inflazione cumulata negli Stati Uniti fu approssimativamente intorno allo zero per cento. Tra il primo gennaio 1914 ed il luglio 2013, l’inflazione cumulata negli Stati Uniti è stata pari al 2.236 per cento, suggerendo a Milton Friedman di scrivere – se ritorniamo al 1988 – che “nessuna grande istituzione negli Stati Uniti ha mai riportato una così misera performance per un così lungo periodo, pur mantenendo una così alta reputazione generale”.

Una logica conseguenza di qualunque “quarta epoca” di innovazione dovrebbe essere la deflazione, cioè i prezzi in diminuzione. Allora e solo allora gli standard di vita di quei laureati che stavano ascoltando Bernanke miglioreranno in misura significativa. Questo non succederà finché la FED continuerà a porsi l’obiettivo di inflazione annuale e certamente non succederà se la FED continuerà a seguire la politica attuale che, secondo molti, continuerà a causare inflazione ancora più alta negli anni a venire.

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Contanti vietati, libertà sparita

Mer, 13/04/2016 - 09:53

Alcuni politici vogliono bandire i contanti, poiché a detta loro stanno aiutando i criminali. Questi sono i primi passi verso il ritiro delle banconote di grosso taglio e limiti ai pagamenti in contanti.

I fautori di tale divieto sostengono che ciò aiuterà a combattere le operazioni criminali — riciclaggio di denaro sporco, terrorismo, evasione fiscale. Queste promesse di salvezza vengono utilizzate per sensibilizzare l’opinione pubblica ad accettare una società senza contanti. Ma non vi è alcuna prova convincente che il mondo senza contanti sarebbe un posto migliore. Anche se il comportamento sbagliato è alimentato dai contanti, c’è ancora bisogno di rispondere alla seguente domanda: senza i contanti scomparirà anche il comportamento sbagliato? O coloro che si comportano in modo sbagliato troveranno nuovi modi e mezzi per raggiungere il loro obiettivo?

Prendiamo in considerazione la banconota da 500 Euro. Se la togliessimo, non si farebbe ricorso alla banconota da 100 euro? O a quella da 50 euro? E per quanto riguarda i costi imposti alla grande maggioranza delle persone rispettabili? Usando la stessa logica, non dovremmo vietare l’alcol perché alcuni non sono in grado di gestirlo in modo corretto?

 

Si tratta delle banche centrali

Il piano per limitare l’uso del contante, o di abolirlo un passo alla volta, non ha nulla a che fare con la lotta contro il crimine. La vera ragione è che gli stati (e le loro banche centrali) vogliono introdurre tassi d’interesse negativi.

Anche se le banche centrali hanno a lungo perseguito politiche inflazionistiche che svalutano il debito degli stati, i tassi d’interesse negativi offrono un nuovo e potente strumento per raggiungere questo obiettivo. Ma, per far funzionare bene i tassi d’interesse negativi, è necessario sbarazzarsi del denaro contante.

In caso contrario, i clienti nel breve o lungo termine cercheranno di evitare i costi che i tassi negativi rappresenteranno per i loro depositi bancari. Quindi i depositanti, in molti casi, accumuleranno denaro contante. Per bloccare questa via di fuga, i sostenitori del divieto dei contanti stanno imbastendo una propaganda schiacciante.

 

Il tasso d’interesse naturale

Tra l’altro, alcuni economisti rispettabili stanno sostenendo questo piano affermando che il “tasso naturale” sia diventato negativo. A causa di ciò, le banche centrali sono state costrette a spingere i tassi d’interesse sotto lo zero, essendo l’unico modo per favorire la crescita e l’occupazione. Questa tesi non regge ad un esame critico.

[ARTICOLO CORRELATO: Il “tasso d’interesse naturale” è sempre positivo, mai negativo.]

È intrinsecamente impossibile che il tasso d’interesse d’equilibrio sia negativo. I tassi di mercato, che incorporano il tasso d’equilibrio, possono scendere sotto lo zero, ma non sono equilibrati in sé. La politica di tassi negativi non cura l’economia, ma provoca problemi economici enormi.

 

Concorrenza e diritti di proprietà

Vietare il denaro contante significa violare la libertà dei cittadini su vasta scala. Non potendo prelevare denaro contante, il cittadino viene privato della scelta nei suoi pagamenti. Dopo tutto, lo Stato ha il monopolio sulla produzione di denaro. Non c’è concorrenza in questo campo. Quindi nessuno, tranne lo stato, è in grado di soddisfare la domanda di moneta da parte dei cittadini.

Se lo stato vieta i contanti, tutte le transazioni devono essere eseguite elettronicamente. Da qui in poi il passo è breve affinché lo stato veda chi compra cosa e quando, e chi viaggia dove e quando. Il cittadino diventerebbe completamente trasparente e sparirebbe la sua privacy finanziaria. La prospettiva che un cittadino possa essere spiato in qualsiasi momento rappresenta una violazione della sua giusta libertà.

i contanti aiutano a proteggere il cittadino dall’invadenza senza restrizioni da parte dello stato. Se lo stato aumentasse troppo le tasse, i cittadini almeno avrebbero la possibilità di evitare tale tribolazione solo utilizzando i contanti. La conoscenza di ciò sta trattenendo un po’ gli stati.

Gli stati varcheranno ogni limite una volta che i contanti saranno vietati. Questa preoccupazione giustificata non viene affatto resa obsoleta dai casi di Svezia e Danimarca, dove si dice che la società senza contanti funzioni alla perfezione. I cittadini di questi paesi possono ancora usare contanti esteri, se vogliono.

Il piano di vietare il denaro contante — passo dopo passo — è un segno della malattia del nostro tempo: lo stato sta distruggendo sempre di più la libertà dei cittadini e delle imprese.

La lotta per mantenere i contanti può portare a qualcosa di buono: la necessità di allontanare il potere dallo stato, applicando gli stessi principi del diritto sulle sue azioni come su quelle di ogni singolo cittadino. In questo modo, il monopolio statale sulla produzione di denaro giungerebbe al termine e il cittadino non dovrebbe più preoccuparsi di poter essere privato del suo denaro contro la sua volontà.

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Un rallentamento nella crescita dell’offerta di denaro rappresenta una minaccia per le bolle

Lun, 11/04/2016 - 09:01

Nel quarto trimestre il tasso annuo di crescita del prodotto interno lordo reale è sceso all’1.9% rispetto al 2% del trimestre precedente.

Utilizzando il nostro modello econometrico su larga scala, suggeriamo che il tasso annuo di crescita del PIL potrebbe scendere all’1.7% entro il terzo trimestre prima di rimbalzare al 2.4% entro il quarto trimestre. Anche per il quarto trimestre dell’anno prossimo prevediamo un 2.4%.

 

Gli ultimi dati ritraggono un quadro variegato per quanto riguarda l’attività economica. A gennaio il tasso annuo di crescita degli ordini dei beni durevoli è balzato all’1.8% rispetto al -0.1% del mese precedente.

Nel frattempo a febbraio l’indice manifatturiero della FED del Kansas è sceso a -12% rispetto al -9% a gennaio.

Inoltre nel mercato immobiliare ci sono segnali misti, con il tasso annuo di crescita delle vendite di case all’11% a gennaio rispetto al 7.5% di dicembre, mentre il tasso di crescita annuale delle vendite di case nuove è sceso a -5.2% a gennaio rispetto al 9.9% del mese precedente.

Inoltre l’indice di fiducia dei consumatori del Conference Board si è indebolito a febbraio, infatti è sceso a 92.2 rispetto a 97.8 del mese precedente.

Le sole variazioni dei vari indicatori non ci forniscono le informazioni necessarie per capire perché siano avvenuti. Secondo la nostra ottica la chiave per capirli è lo stato del bacino della ricchezza reale.

I forti aumenti del tasso di crescita annuale dell’offerta di moneta prima del suo picco nell’ottobre 2011, quando s’attestava al 14.8%, hanno contribuito ad indebolire il ritmo di creazione della ricchezza reale.

Da allora il tasso di crescita annuale del nostro aggregato monetario, AMS, ha seguito un trend calante. Riteniamo che questo abbia indebolito le varie bolle, le quali sono emerse grazie ai forti aumenti monetari del passato.

Sebbene una diminuzione dell’offerta di moneta rappresenti una cattiva notizia per le bolle, rappresenta una grande notizia per i creatori di ricchezza poiché rallenta il ritmo con cui viene deviata ricchezza dalle loro mani. Il bust delle bolle pianta il seme per una crescita economica reale. Per il momento suggeriamo che il processo di pulizia è ancora in atto.

Poiché l’effetto ritardato dalle variazioni monetarie alle variazioni nelle varie attività potrebbe essere molto lungo e variabile, non dovrebbe sorprendere se attualmente alcune attività tendono a mostrare un rafforzamento mentre altre mostrano un indebolimento.

La diminuzione della crescita tendenziale dell’offerta di moneta è probabile che nei prossimi mesi mantenga sottotono l’inflazione dei prezzi ed è probabile che metta pressione al ribasso sui tassi d’interesse. Allo stesso modo, suggeriamo che la pressione al ribasso sulle materie prime rischia di rimanere intatta per il momento.

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