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Von Mises Italia

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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 5 min 46 sec fa

Brevetti e diritti d’autore

Ven, 19/12/2014 - 08:00

Venendo ora a parlare di brevetti e diritti d’autore, ci chiediamo: quale dei due, se ce ne è uno, è in accordo con il puro libero mercato, e qual è un privilegiato monopolio concesso dallo Stato? In questo capitolo abbiamo analizzato gli aspetti economici del puro libero mercato, dove un individuo e la sua proprietà non sono soggetti a molestie. È dunque importante decidere se i brevetti o i diritti d’autore persisterebbero in una società puramente libera e non invasiva, o se piuttosto essi siano una funzione dell’ingerenza governativa.

Circa tutti gli scrittori hanno trattato come appartenenti allo stesso gruppo i brevetti e i diritti d’autore. I più hanno considerato entrambi come concessioni di un privilegio monopolistico esclusivo conferito dallo Stato; alcuni hanno considerato entrambi come parte o pacchetto annesso ai diritti di proprietà in un libero mercato. Ma all’incirca tutti hanno considerato i brevetti e i diritti d’autore come equivalenti: i primi conferirebbero un diritto di proprietà esclusivo nel campo delle invenzioni meccaniche, gli altri in quello delle creazioni letterarie. [93] Tuttavia, questo raggruppamento dei brevetti e dei diritti d’autore è completamente fallace: i due sono completamente diversi in relazione al libero mercato.

È vero che un brevetto e un diritto d’autore sono entrambi diritti di proprietà esclusiva, ed è anche vero che entrambi sono diritti di proprietà nel campo delle innovazioni. Ma c’è una differenza cruciale nella loro applicazione legale. Se un autore o un compositore crede che il suo diritto d’autore sia stato violato e se prende un provvedimento legale, egli deve “provare che l’accusato abbia avuto ‘accesso’ al lavoro che si dice essere stato plagiato. Se l’accusato produce qualcosa di identico al lavoro del querelante per pura coincidenza, allora non c’è plagio.” [94] In altre parole, i diritti d’autore sono fondati sulla persecuzione del furto implicito. Il querelante deve provare che l’accusato abbia rubato la creazione del primo riproducendola e vendendola egli stesso, violando il suo contratto, o di chiunque altro, stipulato con il venditore originale. Ma se il difensore giunge indipendentemente alla stessa creazione, il querelante non ha alcun privilegiato diritto d’autore che possa impedire al querelato di usare e vendere il suo prodotto.
D’altro canto, i brevetti sono completamente diversi. Infatti:

[Ipotizziamo che] tu abbia brevettato la tua invenzione e che tu legga sul giornale una notizia che dice che John Doe, il quale vive in una città 2000 miglia dalla tua, ha inventato un dispositivo identico o simile, e che egli ha autorizzato la compagnia EZ di produrlo. […] Né Doe né la compagnia EZ […] hanno mai sentito della tua invenzione. Tutti credono che Doe sia l’inventore di un dispositivo nuovo e originale. Essi potrebbero tutti essere colpevoli di violazione del tuo brevetto […] il fatto che la loro violazione sia avvenuta nell’ignoranza dei fatti veri ed in modo non intenzionale non costituisce una difesa. [95]

Dunque, il brevetto non ha niente a che fare con il furto implicito. Esso conferisce un privilegio esclusivo al primo inventore, e se chiunque altro dovesse, del tutto indipendentemente, inventare lo stesso macchinario o prodotto, o uno simile, al secondo inventore sarebbe impedito con la forza di mettere in produzione tale invenzione.

Abbiamo visto nel capitolo 2 che la cartina tornasole con la quale giudichiamo se una certa pratica o legge è consona o meno al libero mercato è questa: è la pratica che viene bandita un furto, sia esso implicito o esplicito? Se lo è, allora il libero mercato la metterebbe fuorilegge; altrimenti, la sua stessa messa fuori legge è un ingerenza governativa nel libero mercato. Consideriamo i diritti d’autore. Un uomo scrive un libro o compone della musica. Quando pubblica il libro o lo spartito musicale egli stampa in prima pagina la parola “copyright”. Questo indica che qualunque uomo che accetti di comprare quel prodotto accetta anche come parte dello scambio di non ricopiare o riprodurre quel lavoro per venderlo. In altre parole, l’autore non vende interamente la sua proprietà al compratore; egli la vende sotto la condizione che il compratore non la riprodurrà per fini di lucro. Poiché il compratore non compra l’intera proprietà, ma solo a questa condizione, qualsiasi sua violazione del contratto, o di qualunque compratore successivo, è un furto implicito e sarà trattato come tale dal libero mercato. Il diritto d’autore è perciò un logico espediente del diritto di proprietà nel libero mercato.

Parte della protezione oggigiorno ottenuta da un inventore grazie ai brevetti potrebbe essere raggiunta in un libero mercato da un tipo di protezione di “diritto d’autore”. Così, oggi gli inventori devono marchiare le loro macchine come brevettate. Il marchio pone i compratori a conoscenza del fatto che l’invenzione è brevettata e che non possono vendere tale articolo. Ma lo stesso può essere fatto per estendere il sistema dei diritti d’autore, e senza brevetti. In un puro libero mercato, l’inventore potrebbe marchiare la sua macchina con la scritta copyright e, dunque, chiunque comprasse tale macchina la comprerebbe a condizione di non riprodurla o venderla a scopo di lucro. Qualsiasi violazione di questo contratto costituirebbe un furto implicito e sarebbe perseguito in accordo con il libero mercato.

Il brevetto non è compatibile con il libero mercato precisamente fino al punto in cui oltrepassa il diritto d’autore. L’uomo che non ha comprato una macchina (NdT: e non l’abbia vista in precedenza. Vedi Knowledge, True and False, M.N. Rothbard) e che arriva alla stessa invenzione indipendentemente, potrà, in un libero mercato, perfettamente usare e vendere la sua invenzione. I brevetti impediscono ad un uomo di usare la sua invenzione anche se l’intera proprietà è sua e non ha rubato alcuna invenzione al primo inventore, né esplicitamente né implicitamente. Dunque, i brevetti sono privilegi monopolistici esclusivi concessi dallo Stato e sono invasivi nei confronti dei diritti di proprietà nel mercato.

La distinzione cruciale tra brevetti e diritti d’autore, dunque, non è quella per cui gli uni si riferiscono a prodotti di meccanica e gli altri ad opere letterarie. Il fatto che essi siano stati applicati in questo modo è una coincidenza storica e non mostra la cruciale differenza tra i due. [96] Questa differenza cruciale risiede nel fatto che il diritto d’autore è un attributo logico dei diritti di proprietà nel libero mercato, mentre il brevetto è un’invasione monopolistica di tale diritto.

L’applicazione dei brevetti alle invenzioni meccaniche e dei diritti d’autore alle opere letterarie è particolarmente inappropriata. Sarebbe più aderente al libero mercato se fosse il contrario, perché le creazioni letterarie sono prodotti unici dell’individuo: è praticamente impossibile che vengano duplicati indipendentemente da qualcun altro. Dunque, un brevetto, invece che un diritto d’autore, per le produzioni letterarie farebbe una piccola differenza in pratica. D’altro canto, le invenzioni meccaniche sono scoperte delle leggi naturali piuttosto che creazioni individuali, e dunque invenzioni simili create indipendentemente si registrano in continuazione. [97] La contemporaneità delle invenzioni è un fatto storicamente famigliare. Quindi, se si desidera mantenere un libero mercato, è particolarmente importante permettere i diritti d’autore, ma non i brevetti per le invenzioni meccaniche.

La common law è spesso stata una buona guida alla legge in accordo col libero mercato. Quindi non sorprende che il diritto d’autore nella common law prevalga per i manoscritti letterari non pubblicati, mentre non esista una cosa simile ad un brevetto. In common law l’inventore ha anche il diritto di non rendere pubblica la sua invenzione e mantenerla al sicuro da furto, ovvero, egli ha l’equivalente della protezione del diritto d’autore per invenzioni non rese pubbliche.

Nel libero mercato non ci sarebbero quindi cose come i brevetti. Comunque, ci sarebbero diritti d’autore per qualsiasi inventore o creatore che ne faccia uso, e questo diritto d’autore sarebbe perpetuo, non limitato ad un certo numero di anni. Ovviamente un bene, per essere completamente proprietà di un individuo, deve essere permanentemente ed in modo perpetuo di proprietà dell’uomo e dei suoi eredi e affidatari. Se lo Stato decreta che la proprietà di un uomo cessa ad una certa data, questo significa che lo Stato è il vero proprietario e che esso semplicemente garantisce all’uomo l’uso della proprietà per un certo periodo di tempo. [98]

Alcuni difensori dei brevetti affermano che non sono privilegi monopolistici, ma semplicemente diritti di proprietà sulle invenzioni o anche sulle “idee”. Ma, come abbiamo visto, il diritto di proprietà di chiunque è difeso, nella legge libertaria, senza un brevetto. Se qualcuno ha un’idea o un piano e costruisce un’invenzione, e questa viene rubata dalla sua casa, la rapina è un atto di furto illegale secondo la legge generale. D’altro canto, i brevetti in realtà invadono i diritti di proprietà di quei scopritori indipendenti di un’idea o di un’invenzione che abbiano fatto la scoperta dopo che il brevetto sia stato registrato. Quindi, i brevetti sono invasori piuttosto che difensori dei diritti di proprietà. L’apparente pretestualità di questa argomentazione secondo cui i brevetti proteggono i diritti di proprietà sulle idee è dimostrata dal fatto che non tutte, ma solo certi tipi di idee originali, certi tipi di innovazioni, sono considerate brevettabili.

Un altro argomento diffuso in favore dei brevetti è che la “società” sta semplicemente facendo un contratto con l’inventore per comprare il suo segreto, cosicché la “società” potrà usarlo. In primo luogo, la “società” potrebbe pagare un sussidio diretto, o un certo prezzo, all’inventore; non dovrebbe impedire a tutti i seguenti inventori di commercializzare le loro invenzioni in quel campo. In secondo luogo, non c’è nulla nell’economia libera che impedisca ad un qualsiasi individuo o gruppo di individui di acquistare invenzioni segrete dai loro creatori. Non è necessario un brevetto monopolistico.

L’argomento in favore dei brevetti più diffuso tra gli economisti è quello utilitaristico secondo cui un brevetto per un certo numero di anni sarebbe necessario per incoraggiare una quantità sufficiente di spese di ricerca per le invenzioni e le innovazioni nei procedimenti industriali e di produzione.

Questo è un argomento curioso, perché sorge spontanea una domanda. Secondo quale standard si giudicano le spese per la ricerca “troppo onerose”, “troppo poche”, o in quantità sufficiente? Questo è un problema affrontato da qualsiasi attività di intervento governativo nella produzione del mercato. Le risorse – le terre e i lavoratori migliori, i beni capitali, il tempo – in una società sono limitate, e potrebbero essere usate per un’innumerevole quantità di fini diversi. Secondo quale standard qualcuno afferma che alcuni usi sono “eccessivi”, che certi altri sono “insufficienti”, ecc.? Qualcuno osserva che ci sono piccoli investimenti in Arizona, ma grandi affari in Pennsylvania; indignato, egli afferma che l’Arizona merita più investimenti. Ma quali standard può usare per fare tale affermazione? Il mercato ha uno standard razionale: le più alte entrate economiche ed il più alto profitto; obiettivi che possono essere raggiunti solo massimizzando il servizio che tende a soddisfare i desideri del consumatore. Questo principio del massimo servizio offerto ai consumatori e, parimenti, ai produttori – ovvero, a chiunque – governa l’apparentemente misteriosa allocazione di risorse del mercato: quanto dedicare ad una ditta o ad un’altra, ad un’area o un’altra, al presente o al futuro, ad un bene o ad un altro, alla ricerca rispetto ad altre forme di investimento. Ma l’osservatore che critica questa allocazione potrebbe non avere alcuno standard razionale per la decisione; egli ha solo il suo capriccio arbitrario. Questo è specialmente vero per quanto riguarda le critiche in relazione alla produttività. Qualcuno che rimprovera i consumatori per comprare troppi cosmetici potrebbe avere, giustamente o meno, una qualche base razionale per la sua critica. Ma uno che pensa che di più o di meno di una certa risorsa dovrebbe essere usata in una certa maniera o che le ditte commerciali sono “troppo grandi” o “troppo piccole” o che si spende troppo o troppo poco in ricerca o viene investito in una nuova macchina, può non avere alcuna base razionale per la sua critica. In breve, i commerci stanno producendo per il mercato, guidati dalle ultime valutazioni dei consumatori su quel mercato. Gli osservatori esterni possono criticare le valutazioni finali dei consumatori se scelgono – sebbene essi interferiscano con il consumo basandosi su queste valutazioni, e impongano una perdita di utilità ai consumatori – ma non possono criticare legittimamente i mezzi: le relazioni produttive, i fattori di allocazione, ecc., con cui questi fini sono serviti.

I fondi capitali sono limitati e devono essere allocati per vari usi, uno dei quali sono le spese per la ricerca. Nel mercato, decisioni ponderate sono prese nell’allocare fondi per la ricerca, in accordo con la miglior attesa imprenditoriale di un futuro incerto. Incoraggiare in modo coercitivo i fondi alla ricerca distorcerebbe ed ostacolerebbe la soddisfazione dei consumatori e dei produttori nel mercato.

Molti difensori dei brevetti credono che le ordinarie condizioni competitive del mercato non incoraggino abbastanza l’adozione di nuovi processi e che dunque le innovazioni debbano essere promosse coercitivamente dal governo. Ma il mercato decide sul tasso di introduzione di nuovi processi così come decide sul tasso di industrializzazione di una nuova area geografica. Infatti, questa argomentazione in favore dei brevetti è molto simile a quello sul(la regolamentazione del)le tariffe delle industrie-appena-nate – ovvero, argomentazione secondo cui i processi di mercato non sono sufficienti per permettere l’introduzione di nuovi processi degni di nota. E la risposta ad entrambi questi argomenti è la stessa: che le persone devono bilanciare la maggior produttività dei nuovi processi contro il costo di installarli, ovvero contro il vantaggio posseduto dai vecchi processi per il fatto di essere già stati costruiti ed esistere. Privilegiando coercitivamente l’innovazione smantellerebbe inutilmente piani validi già esistenti, e imporrebbe un carico eccessivo sui consumatori. In questo modo i desideri dei consumatori non sarebbero soddisfatti nel modo più economico.

Non è affatto auto-evidente che i brevetti incoraggino una crescita della quantità assoluta di fondi per la ricerca. Ma certamente i brevetti distorcono il tipo di ricerca verso cui i fondi vengono indirizzati. Difatti, mentre è vero che il primo scopritore beneficia a causa del privilegio concessogli, è anche vero che i suoi concorrenti sono esclusi dalla produzione in quell’area del brevetto per molti anni. E poiché un brevetto può basarsi su di un altro ad esso collegato nello stesso campo, i concorrenti possono spesso essere scoraggiati indefinitamente dall’allocare ulteriori risorse nell’area generalmente coperta da tale brevetto. Inoltre, il brevettante è egli stesso scoraggiato dall’intraprendere ulteriori ricerche in tale campo, dato che il privilegio concessogli gli permette di sedersi sugli allori per l’intero periodo di durata del brevetto, con l’assicurazione che nessun concorrente potrà sconfinare nel suo terreno. L’incitamento dovuto alla concorrenza per sviluppare ulteriori ricerche è soppresso. Le spese per la ricerca sono quindi oltre-stimolate nei primi passi prima che chiunque ottenga un brevetto, e sono eccessivamente ristrette nel periodo dopo che il brevetto è stato ricevuto. In aggiunta, alcune invenzioni sono considerate brevettabili, mentre altre no. Il sistema dei brevetti dunque ha l’ulteriore effetto di stimolare artificialmente le spese per la ricerca nelle aree brevettabili, mentre restringe artificialmente la ricerca nelle aree non brevettabili.

I produttori non hanno affatto favorito in modo unanime i brevetti. R.A. Macfie, guida del fiorente movimento inglese per l’abolizione dei brevetti durante il XIX secolo, era presidente della Camera di Commercio di Liverpool. [99] Il produttore I.K. Brunel, prima di una riunione della House of Lords, condannò l’effetto dei brevetti nello stimolare sprechi nello spendere le risorse su ricerche per invenzioni brevettabili non sperimentate. Risorse che si sarebbero potute usare meglio nel settore della produzione. E Austin Robinson ha messo in evidenza che molte industrie sono d’accordo con l’idea di non avere brevetti:

In pratica, l’imposizione di monopoli brevettati è spesso così difficile […] che i produttori concorrenti hanno preferito in alcune industrie mettere insieme i brevetti. In questo modo hanno cercato (di ottenere) una ricompensa sufficiente per coprire (le spese legate al)l’innovazione tecnica, […] avvantaggiandosi della priorità che di solito una sperimentazione precoce dà, e nei conseguenti buoni frutti che potrebbero nascere da ciò.[100]

Come Arnold Plant riassunse il problema delle spese per ricerche concorrenziali ed innovazioni:

Non può neanche essere assunto che gli inventori cessino di essere impiegati se l’impresa perde il monopolio sull’uso delle loro invenzioni. Le aziende li impiegano oggi per la produzione di invenzioni non brevettabili, e non lo fanno meramente per il profitto che tale priorità assicura. In una concorrenza attiva […] nessuna ditta può permettersi di rimanere indietro ai suoi rivali. La reputazione di un’azienda dipende dalla sua abilità di stare in testa, di essere la prima nel mercato a proporre nuovi miglioramenti nei suoi prodotti e nuove riduzioni nei loro costi. [101]

Infine, ovviamente, il mercato stesso fornisce una rotta facile ed efficace per coloro i quali sentono che non vengono fatte abbastanza spese in certe direzioni. Essi stessi possono fare queste spese per conto loro. Dunque, coloro che volessero vedere costruite e sfruttate più invenzioni sono liberi di unirsi insieme e sovvenzionare tale scopo in qualsiasi modo essi ritengano essere il migliore. In tale modo essi aggiungerebbero, come consumatori, risorse al campo della ricerca e dell’innovazione. E non forzerebbero altri consumatori a perdere utilità conferendo concessioni di monopolio né distorcendo le allocazioni del mercato. Le loro spese volontarie diventerebbero parte del mercato ed esprimerebbero le valutazioni conclusive del consumatore. Inoltre, i seguenti inventori non sarebbero limitati. I sostenitori di un’invenzione potrebbero raggiungere il loro scopo senza chiamare in causa lo Stato e senza imporre perdite ad un grande numero di persone.

Tratto da “Man, Economy and State with Power and Market” di Murray N. Rothbard, su Mises.org

Traduzione di Adriano Gualandi

Adattamento a cura di Giovanni Barone

Note

[93] Henry George fu una notevole eccezione. Vedi la sua eccellente discussione in Progress and Poverty (New York: Modern Library, 1929), p. 411 n.

[94] Richard Wincor, How to Secure Copyright (New York: Oceana Pub­lishers, 1950), p. 37.

[95] Irving Mandell, How to Protect and Patent Your Invention (New York: Oceana Publishers, 1951), p. 34.

[96] Questo può essere visto nel campo dei progetti, che possono essere sottoposto a diritto d’autore o brevetto.

[97] Per un accenno legale sulla corretta distinzione tra diritti d’autore e monopolio, vedi F.E. Skone James, “Copyright” in Encyclopedia Britannica (14th ed.; London, 1929), VI, 415–16. Per il punto di vista degli economisti del XIX secolo sui brevetti, vedi Fritz Machlup e Edith T. Penrose, “The Patent Controversy in the Nineteenth Century,” Journal of Economic History, maggio, 1950, pp. 1–29. Vedi anche Fritz Machlup, An Economic Review of the Patent System (Washington, D.C.: United States Government Printing Office, 1958).

[98] Ovviamente, non ci sarebbe niente che impedirebbe al creatore o ai suoi eredi dall’abbandonare volontariamente questo diritto di proprietà e farlo diventare di “pubblico dominio”, se così desiderano.

[99] Vedi l’illuminante articolo di Machlup e Penrose, “Patent Controversy in the Nineteenth Century,” pp. 1–29.

[100] Citato in Edith Penrose, Economics of the International Patent System (Baltimore: Johns Hopkins Press, 1951), p. 36; see also ibid., pp. 19–41.

[101] Arnold Plant, “The Economic Theory concerning Patents for Inventions,” Economica, February, 1934, p. 44.

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Gli Austriaci ti rovinano la vita: condannato a 20 anni di corsi!

Mer, 17/12/2014 - 07:00

Grazie ai tesserati del Mises Italia che mi hanno dato l’opportunità di seguire le lezioni direttamente dalla Mises Academy, mi è possibile approfondire peculiarmente la mia conoscenza delle tesi della Teoria Austriaca.

SOMMARIO

La possibilità che mi è stata offerta dai tesserati del Mises Italia rappresenta un’occasione unica per chi come me è letteralmente affamato di Teoria Austriaca. Sebbene io vi possa sembrare eccessivamente entusiasta di questa opportunità, vi assicuro che di fronte a voi non c’è una persona alla stregua di Faust. La conoscenza capillare dei vari argomenti trattati con dovizia di particolari da parte dei professori della Mises Academy rappresenta un trampolino di lancio per guadagnare prestigio e visibilità all’interno del panorama economico Austriaco italiano. Non solo perché avere accesso ai corsi dell’accademia forma in maniera completa lo studente, ma anche perché permette alla persona di poter comunicare il sapere Austriaco attraverso un ventaglio più ampio di concetti ed esempi.
I corsi messi a disposizione degli studenti trattano tutti gli argomenti che riguardano la tradizione Austriaca. Dalla filosofia alla storia, dalla storia dell’economia all’economia stessa, i corsi sono suddivisi in categorie facilmente accessibili. Non solo, ma il materiale messo a disposizione dello studente è davvero sconfinato. Libri gratuiti, video, file audio, sessioni di dialogo studente-professore rappresentano quanto di meglio possa offrire un istituto accademico dedicato all’insegnamento e alla piena comprensione della materia sostenuta.

COSA SI IMPARA

Fondamentalmente la lezione principale che qualsiasi studente apprende sin dall’inizio è questa: l’individuo è al centro degli studi economici, storici e filosofici. Ma più che l’individuo, le azioni dell’individuo. Ogni corso dà accesso ad un nuovo punto di vista che va ad ampliare questo concetto di partenza, presentando allo studente un corpo teorico includente un’epistemologia chiara e coerente. Il mio consiglio per i “novizi” è quello di seguire dapprima tutti i corsi del professor Robert Murphy. Oltre ad utilizzare un inglese fluente e di facile comprensione, inserisce in tutte le sue lezioni una mole pazzesca di esempi che permettono un apprendimento rapido degli argomenti trattati. La sua dialettica scherzosa e attenta ai dettagli permette allo studente di segure con agilità i video didattici in cui egli parla di teoria economica, materia che al solo sentire la maggior parte delle persone saluterebbe con uno sbadiglio.
Alla fine del corso è possibile sostenere un “esame” sotto forma di quiz e richiedere un certificato di partecipazione col quale rivendicare la propria conoscenza della materia. I libri di testo su cui studiare, inoltre, sono in formato .epub e .pdf. Consiglio il primo formato. Scaricando un ottimo programma di lettura come Calibre è possibile usufruire di materiale didattico altamente professionale e di facile assimilazione, la cui lettura scorrevole permette al lettore di leggerlo direttamente dal PC senza possederne una copia cartacea.
Ultima nota per i video: qualità audio e video discreta, nonostante ciò ampiamente comprensibili.

I VANTAGGI

Il vantaggio principale dell’usufruire dei corsi della Mises Academy è il riuscire a pensare come un economista. Soprattutto, il poter sviluppare quella mentalità che contraddisngue l’economista medio dal buon economista, come avrebbe detto anche Bastiat. I corsi dedicati all’economia hanno come scopo esattemente questo, oltre al divulgare gli insegnamenti della Teoria Austriaca.
I corsi dedicati alla storia guardano con occhio critico agli eventi del passato e ne tracciano una versione alternativa. Oltre a ripassare eventi accaduti nel passato di cui si tende a scordarne l’esistenza col passare del tempo, si dà grande risalto ad un nobile studio critico degli eventi passati: il revisionismo.
Infine gli studi incentrati sulla filosofia conducono lo studente a migliorare il proprio ragionamento logico-deduttivo. Fenomenale il corso del professor David Gordon, a tal riguardo, intitolato Economic Reasoning.

ESPERIENZA PERSONALE

Mi sono iscritto ai corsi del Mises Academy l’ottobre scorso. In realtà mi ero iscritto solamente a due corsi tra la miriade da scegliere. Voglio dire, sono davvero tantissimi: circa 54 ma a prima vista si resta sbalorditi da come, scorrendo la pagina principale dei corsi, essa sembri davvero non finire mai. Comunque dopo aver scelto i miei corsi, effettuo il pagamento. L’iscrizione doveva essere immediata, invece non succede niente. Aspetto un giorno e ancora nulla, quindi mi sono deciso a contattare il servizio di assistenza della Mises Academy. Dopo poche ore venivo contattato nientemeno che da Daniel Sanchez, uno dei ricercatori più famosi (nonché rettore) della Mises Academy.
Dopo aver illustrato il mio problema, egli mi rassicura che sarebbe stato risolto in breve tempo. Due giorni dopo ricevevo la notifica dell’avvenuta risoluzione dei disguidi avvenuti a seguito del pagamento, e la conferma che avrei potuto seguire tutti i corsi messi a disposizione dalla Mises Academy come indennizzo. Gentilezza e responsabilità oltre ogni immaginazione.
L’inghippo è che ora io sono fregato: condannato a seguire più di 50 corsi per il resto della mia vita… e forse anche la prossima!

TEMPO

Un ultimo appunto. I corsi sono totalmente gestibili da parte dello studente e non ci sono orari o scadenze da rispettare.

CONCLUSIONE

Raccomando fortemente l’iscrizione ai corsi della Mises Academy per tutti coloro intenzionati a voler approfondire la loro conoscenza della Scuola Austriaca. Inizierete a porvi le giuste domande quando vi troverete di fronte ai fatti della vita che apparentemente sembrano non aver un’interpretazione chiara. Muniti di questo modo di pensare, sarà più difficile che possiate trovarvi impreparati quando arriverà il Grande Default.

Francesco Simoncelli

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Campagna tesseramento 2015

Lun, 15/12/2014 - 07:00

Con l’avvicinarsi del periodo natalizio siamo lieti di annunciarvi l’avvio della campagna tesseramento 2015.
Pur mantenendo come obiettivo l’educazione economica, abbiamo introdotto alcune modifiche aumentando i benefici di base dei soci ordinari a livello di quelli sostenitori e dedicando a questi ultimi la possibilità di un approfondimento attivo tamite gli ottimi corsi online della Mises Academy, con tanto di certificato nominale di superamento.

Volendo scegliere per questa piccola comunità il giusto posto tra le cose del mondo, vediamo intorno a noi una realtà nient’affatto dovuta a una sfortunata e passeggera congiuntura economica, o ai danni di un particolare editto che, se rimosso, farebbe strada ad un’inversione di rotta. Il piano inclinato su cui un’intera civiltà sta scivolando è fatto di idee: limiti nel concepire la dinamica delle interazioni sociali, incoscienza del nostro potere individuale e delle connesse responsabilità, diffidenza verso i risultati del rispettare la libertà altrui. Tuttavia, l’insegnamento della Scuola Austriaca è senz’altro all’altezza del compito di accompagnarvi nel dissipare questi ostacoli e fornirvi un’educazione di prim’ordine. Ecco dunque il nostro messaggio a chi stia valutando il tesseramento: siate oggi l’avanguardia di una riscoperta che ogni giorno di più, semplicemente, non può essere più rimandata! Ai lettori di sempre, invece, la rassicurazione che i contenuti del Mises Italia saranno sempre disponibili gratuitamente alla lettura e download.

Qui una scorciatoia alle pagine d’interesse nel nostro sito:
punto di partenza per il tesseramento;
elenco di tutti i benefici ai soci;
– pagina per i candidati collaboratori.

Se saprete far tesoro delle parole di von Mises, Hayek, Hazlitt, Rockwell e degli altri autori tutti, la ricompensa sarà la comprensione dell’importanza di una vita davvero vissuta in pace col prossimo, delle innumerevoli potenzialità insite nell’esercizio quotidiano della propria individualità ed imprenditorialità, nonché la chiara visione di quanto benessere una società basata su scambi volontari riesca ad apportare a tutti i suoi partecipanti.
Tenendo sempre presenti queste verità, procediamo nel 2015 decisi nella nostra missione e fiduciosi nel numero di coloro che vorranno apprenderle.

A tutti voi, futuri soci e lettori, la nostra gratitudine per il tempo donato alla causa dell’educazione e libertà economica.
La redazione del Mises Italia.

 

P.S.: in coda, una nota estetica. Basta con le denominazioni “ordinario” e “sostenitore”: troppo polverose! Tra pochi giorni il Mises Italia conterà soci Bastiat e soci Rothbard, in onore di due tra i nostri autori preferiti.

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Il Regno Unito è una “Nazione per consenso”? – II Parte

Ven, 12/12/2014 - 08:00

III. Ripensare la Secessione

Innanzitutto, possiamo concludere che non tutti i confini di uno Stato sono giusti. Un obiettivo per i libertari dovrebbe essere trasformare gli attuali Stati-Nazione in entità nazionali i cui limiti potrebbero essere definiti giusti, nello stesso senso in cui lo sono i confini della proprietà privata; il che significa decomporre l’attuale Stato nazionale coercitivo in nazioni genuine o nazioni per consenso. Ad esempio, gli abitanti della Fredonia dell’Est dovrebbero poter ottenere una secessione volontaria dalla Fredonia per unirsi ai propri compagni in Ruritania. I liberali classici dovrebbero resistere all’impulso di dire che i confini nazionali “non fanno alcuna differenza”. È vero che – come sostengono da tempo – meno interventismo governativo ci sia nella Fredonia o in Ruritania, meno differenza farebbe la presenza o meno di un confine. Ma anche sotto uno Stato minimo, i confini nazionali implicherebbero comunque delle differenze, talvolta grandi per gli abitanti dell’area. Ad esempio, quale lingua – Ruritaniano, Fredoniano o entrambe? – verrebbe usata in quel territorio per i cartelli stradali, gli elenchi telefonici, gli atti giudiziari o le lezioni a scuola?

In breve: ogni gruppo, ogni nazionalità, dovrebbe avere il diritto di secessione da qualunque Stato nazionale e di poter unirsi a qualunque altro Stato nazionale che lo accetti. Questa semplice riforma porterebbe molto avanti il progetto delle nazioni per consenso. Gli scozzesi, se lo volessero, dovrebbero avere dagli inglesi la possibilità di lasciare il Regno Unito e diventare indipendenti, o anche di unirsi ad una Confederazione Gaelica qualora i costituenti lo desiderassero.

Uno delle reazioni comuni ad un mondo con più nazioni è la preoccupazione per la moltitudine di barriere commerciali che potrebbero essere erette. Ma, a parità di condizioni, più è grande il numero di nuove nazioni e più è limitata l’estensione di ciascuna, meglio è. Sarebbe molto più difficile, infatti, disseminare l’illusione dell’auto-sufficienza se lo slogan per convincere il pubblico fosse “Compra Nord Dakota” o addirittura “Compra 56sima strada”, piuttosto che l’attuale “Compra americano”. Ugualmente, con “abbasso il Sud Dakota” o, a maggior ragione, “abbasso la 55sima strada”, sarebbe più difficile diffondere paura o odio che rispetto a degli slogan contro il popolo giapponese. Allo stesso modo, le assurdità e le infelici conseguenze della moneta legale sarebbero molto più evidenti se ogni provincia o ogni quartiere stampasse la propria valuta. Un mondo più decentralizzato molto probabilmente utilizzerebbe beni tangibili, come l’oro o l’argento, per i propri soldi.

IV. Il Modello Anarco-Capitalista Puro

In questo saggio, rilancio il modello anarco-capitalista puro non tanto per difendere il modello in sé quanto per proporlo come guida per dirimere le controverse dispute attuali riguardo al concetto di nazionalità. Il modello puro prevede semplicemente come nessuna terra, nessun metro quadrato del mondo, dovrebbe rimanere “pubblico”; ogni metro quadro di terra, siano strade, piazze o quartieri, è privatizzato. La privatizzazione totale aiuterebbe a risolvere i problemi relativi alla nazionalità, spesso in modi sorprendenti, e suggerisco agli Stati esistenti, o agli Stati liberali classici, di cercare di integrare questo sistema anche fintanto che alcune zone rimangono all’interno della sfera governativa.

Confini Aperti, o il Problema del Campo dei Santi

Il tema dei confini aperti o della libera immigrazione è diventato un problema sempre più grande per i liberali classici. Ciò innanzitutto perché il welfare state aumenta i sussidi agli immigrati che entrano e ricevono assistenza permanente e, in secondo luogo, perché i confini culturali vengono sempre più sommersi. Ho cominciato a rivedere il mio punto di vista sull’immigrazione quando, ai tempi in cui crollò l’Unione Sovietica, divenne chiaro che gruppi etnici russi vennero incoraggiati ad allargarsi verso l’Estonia e la Lettonia con l’obiettivo di distruggere le cultura e le lingue di quei popoli. Prima, era facile rigettare l’irrealistico romanzo anti-immigrazione di Jean Raspail “Il Campo dei Santi”, in cui l’intera popolazione dell’India decide di spostarsi tramite piccole barche verso la Francia e i francesi – contagiati dall’ideologia liberale – non poterono trovare il consenso per prevenire la propria distruzione economica e culturale. Dato che i problemi culturali e quelli relativi al welfare state si sono intensificati, è oggi impossibile rifiutare a priori le preoccupazioni di Raspail.
Comunque, ripensando all’immigrazione sulla base del modello anarco-capitalista, mi è parso chiaro che un paese totalmente privatizzato non avrebbe affatto “confini aperti”. Se ogni lembo di terra in un paese fosse proprietà di un individuo, un gruppo, un’azienda, ciò significherebbe che nessun immigrato potrebbe entrarci senza che prima gli venga accordato l’ingresso e la possibilità di affittare o acquistare una proprietà. Un paese totalmente privatizzando sarebbe tanto “chiuso” quanto gli abitanti del luogo lo desiderino. Appare evidente, quindi, che il regime di “confini aperti”, che esiste de facto negli Stati Uniti, equivale ad un’apertura obbligata dallo Stato centrale, colui che possiede tutte le strade e gli spazi pubblici, e non riflette genuinamente i desideri dei proprietari.

Sotto una totale privatizzazione, molti conflitti locali e problemi di “esternalità” – non soltanto il problema dell’immigrazione – sarebbero efficacemente risolti. Se tutti i luoghi ed i quartieri appartenessero ad imprese private, aziende o comunità contrattuali, regnerebbe la vera diversità, in accordo con le preferenze di ciascuna comunità. Alcuni vicinati sarebbero etnicamente o economicamente diversi, mentre altri sarebbero etnicamente o economicamente omogenei. Alcune località permetterebbero la pornografia, la prostituzione, la droga o l’aborto, altri ne proibirebbero qualcuno o anche tutti quanti. Le proibizioni non sarebbero imposte dallo Stato ma sarebbero semplicemente i requisiti per risiedere o usare il territorio di proprietà di una persona o di una comunità. Da un lato, gli statisti che hanno il desiderio di imporre i loro valori a tutti gli altri rimarrebbero delusi; dall’altro, ogni gruppo o interesse avrebbe quantomeno la soddisfazione di vivere in un quartiere di persone che condividono i suoi stessi valori e le sue stesse preferenze. Se la proprietà dei quartieri non potrebbe comunque creare utopie o essere una panacea per tutti i conflitti, quantomeno fornirebbe la soluzione migliore possibile in cui la maggior parte delle persone potrebbero voler vivere.

Enclave ed Exclave

Un problema ovvio relativo alle secessioni delle nazionalità dagli stati centralizzati riguarda le aree miste, le cosiddette enclave ed exclave.
Aver decomposto il gonfio Stato nazionale della Jugoslavia nelle sue parti costituenti ha risolto molti conflitti fornendo indipendenza nazionale per sloveni, serbi e croati; ma per quanto riguarda la Bosnia, dove molte città e villaggi sono misti? Una soluzione è incoraggiare ancor più il fenomeno, attraverso una sempre maggiore decentralizzazione. Se, per esempio, la parte est di Sarajevo è serba e quella ovest è musulmana, allora potrebbero diventare parte delle rispettive nazioni.

Ma ciò porterebbe chiaramente in un grande numero di enclave, cioè parti di nazioni circondate da altre nazioni. Come si potrebbe risolvere ciò? Innanzitutto, il problema delle enclave/exclave esiste adesso. Uno dei conflitti più feroci esistenti, in cui gli Stati Uniti non si sono ancora intromessi perché non è stato ancora mostrato sulla CNN, è il problema del Nagorno-Karabakh, un’exclave armena completamente circondata e, quindi formalmente all’interno dell’Azerbaijan. Nagorno-Karabakh dovrebbe essere chiaramente parte dell’Armenia. Ma, dunque, come faranno gli armeni di Karabkh ad uscire dalla loro situazione, bloccati dagli azeri? E come possono evitare uno scontro militare per cercare di aprire un corridoio di terra verso l’Armenia?

Sotto una totale privatizzazione, questi problemi sparirebbero immediatamente. Oggigiorno, nessuno negli Stati Uniti compra un terreno senza accertarsi se il suo titolo sia pulito; allo stesso modo, in un mondo completamente privatizzato, i diritti di accesso sarebbero ovviamente una parte cruciale della proprietà della terra. In un mondo del genere, allora, i proprietari di Karabkh si assicurerebbero di aver comprato i diritti di accesso per un corridoio azero.
La decentralizzazione fornisce anche una soluzione praticabile per il semi-insolubile conflitto permanente nell’Irlanda del Nord. Quando gli inglesi divisero l’Irlanda nei primi anni ’20, concordarono una seconda, più supervisionata, divisione. Non misero mai in pratica questa promessa. Se gli inglesi permettessero davvero in Irlanda del Nord un dettagliato voto di secessione, distretto per distretto, la maggior parte dell’area – a maggioranza cattolica – probabilmente si unirebbe alla Repubblica: alcune contee come Tyrone e Fermanagh, il sud di Down e di Armagh, per fare alcuni esempi. I protestanti rimarrebbero probabilmente con Belfast, la contea di Antrim ed alcune altre aree al nord di Belfast. Il problema maggiore che rimarrebbe sarebbe la presenza dell’enclave cattolica all’interno della città di Belfast ma, di nuovo, un’aderenza al modello anarco-capitalista potrebbe essere conseguita permettendo l’acquisto di diritti d’accesso all’enclave.

Nell’attesa di una totale privatizzazione, è chiaro che il nostro modello potrebbe venir gradualmente implementato – e i conflitti minimizzati – permettendo le secessioni ed il controllo locale fino un micro-livello rionale e sviluppando diritti d’accesso per le enclave e le exclave. Negli Stati Uniti, per i libertari ed i liberali classici – e sicuramente per tante altre minoranze o gruppi dissidenti – nell’avvicinarsi a tale radicale decentralizzazione, sarebbe importante cominciare a far porre la maggior attenzione possibile sul dimenticato Decimo Emendamento e cercare di decomporre il ruolo ed il potere accentratore della Corte Suprema. Più che cercare di portare persone con una simile tendenza ideologica nella Corte Suprema, il suo potere dovrebbe essere limitato e minimizzato il più possibile, ed il suo ruolo spezzettato in diversi corpi giudiziari statali o addirittura locali.

La Cittadinanza ed i Diritti di Voto

Un problema esasperante attualmente ruota attorno a chi debba diventare cittadino di un determinato paese, dato che la cittadinanza conferisce anche i diritti al voto. Il modello Anglo-Americano, in cui ogni bambino nato sul territorio del paese diventa automaticamente cittadino, invita chiaramente i genitori in attesa ad usufruire del sussidio dell’immigrazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, un problema attuale riguarda gli immigrati illegali i cui bambini – se nati sul suolo americano – automaticamente diventano cittadini e dunque danno diritto a sé e ad i propri genitori ai sussidi assistenziali permanenti e all’assistenza sanitaria gratuita. Il sistema francese, in cui bisogna essere nati da chi è già in possesso della cittadinanza per ottenerla, è chiaramente ben più vicino all’idea di una nazione per consenso.

È altresì importante ripensare all’intero concetto ed alla funzione del voto. Dovrebbero aver tutti il “diritto” a votare? A Rose Wilder Lane, teorica libertaria americana di metà XX secolo, una volta fu chiesto se credesse nel suffragio femminile. “No” disse, “e sono contraria anche al suffragio maschile”. I lettoni e gli estoni hanno brillantemente affrontato il problema degli immigrati russi permettendo loro di rimanere residenti, ma senza garantirgli la cittadinanza e, quindi, il diritto al voto. Gli svizzeri accolgono temporaneamente lavoratori stranieri, ma scoraggiano severamente l’immigrazione permanente e, a maggior ragione, la cittadinanza ed il diritto di voto.

Per comprendere meglio, consideriamo ancora il modello anarco-capitalista. Come si svolgerebbe il voto in una società totalmente privatizzata? Non soltanto sarebbe diverso, ma ancor più importante, a chi interesserebbe davvero votare? Probabilmente, per un economista, la forma più soddisfacente di voto è quella che ha un’azienda, una società per azioni, in cui il voto è proporzionato alla quantità di azioni della società possedute da ciascuno. Ma ci sono anche, e ci sarebbero, una miriade di associazioni private di ogni sorta. Solitamente si suppone che le decisioni all’interno dei gruppi vengano prese sulla base di un voto per ciascun membro ma, generalmente, non è davvero così. Indubbiamente, i gruppi meglio gestiti e più gradevoli sono quelli mantenuti da una piccola oligarchia dei più abili e dei più interessati che si rinnova da sé, un sistema migliore sia per i membri ordinari senza diritto di voto sia per le élite. Se io fossi un normale membro di un club di scacchi, perché dovrei preoccuparmi di votare se fossi soddisfatto del modo in cui il club viene gestito? E se fossi interessato nel gestirne gli affari, probabilmente mi verrebbe chiesto di unirmi all’élite dalla stessa riconoscente oligarchia, la quale sarebbe sempre alla ricerca di membri energici. Infine, se non fossi felice della gestione, posso prontamente abbandonare il club ed unirmi ad un altro o, addirittura, formarne uno da me. Ciò, ovviamente, è una delle grandi virtù di una società libera e privatizzata, sia che consideriamo un club di scacchi sia una comunità locale unita da un contratto.

Chiaramente, più ci avviciniamo al modello puro e più aree ed ambiti della vita diventano privatizzate o micro-decentralizzate, meno importanza avrà il votare. Di certo, siamo molto lontani da questo obiettivo. Ma è importante cominciare ed in particolare cambiare la nostra cultura politica, che considera la “democrazia”, o il “diritto” di voto, come il bene politico supremo. In realtà, il processo di voto dovrebbe essere considerato irrilevante, di totale scarsa importanza e mai un “diritto”, tranne come possibile meccanismo che discende da un contratto consensuale. Nel mondo moderno, la democrazia o il voto sono importanti soltanto o per unirsi al governo, o per ratificare l’uso dello stesso nel controllare gli altri, o per usarlo come un modo per prevenire di essere controllati come individui o come gruppi. In ogni caso, votare è al massimo un inefficace strumento di auto-difesa, ed è molto meglio rimpiazzarlo spezzando interamente il potere centrale governativo.

Riassumendo, se procedessimo con la decomposizione e la decentralizzazione del moderno Stato-Nazione centralizzato e coercitivo, smantellandolo nelle sue nazionalità costituenti ed in localismi, ridurremmo contemporaneamente il raggio del potere governativo, la portata e l’importanza del voto e l’estensione del conflitto sociale. Gli ambiti del contratto privato e del consenso volontario sarebbero maggiori, ed il brutale e repressivo stato si dissolverebbe gradualmente in un ordine sociale armonioso e sempre più prospero.

Saggio di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Alessio Cuozzo

Adattamento a cura di Giovanni Barone

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Interferenze coercitive – VIII parte

Mer, 10/12/2014 - 08:00

Il socialismo

 Quando l’intervento statale si estende a tutto il sistema economico ed elimina la proprietà privata si ha il socialismo. Il socialismo è la monopolizzazione forzata dell’intera sfera produttiva da parte dello Stato, il quale possiede tutti i mezzi di produzione.

Riguardo al socialismo, per la prasseologia il solo problema da discutere è se un sistema socialista può funzionare come sistema della divisione del lavoro. Tratto essenziale del socialismo è che una volontà sola agisce. Nell’analisi prasseologica dei problemi del socialismo non ci si occupa dei giudizi di valore e dei fini ultimi di chi dirige; li si acquisisce come dati. Si considera semplicemente la questione se un essere umano, dotato della struttura logica della mente umana, possa essere adeguato ai compiti di direzione di una società socialista. Colui che dirige ha a disposizione tutta la conoscenza tecnologica del suo tempo, e l’inventario di tutti i fattori materiali di produzione disponibili, compresa la mano d’opera. Egli deve scegliere fra una infinita varietà di progetti in modo tale che nessun bisogno da lui considerato più urgente rimanga insoddisfatto a causa del fatto che le risorse sono impiegate per la soddisfazione di bisogni che considera meno urgenti. In sostanza, il problema fondamentale è l’impiego dei mezzi per raggiungere i fini ultimi.

L’impossibilità di funzionamento del socialismo viene dimostrata per la prima volta da L. von Mises nel celebre articolo Il calcolo economico nel socialismo del 1920.

La ragione fondamentale del fallimento del socialismo, per quanto benigno possa essere il pianificatore, è di non poter calcolare, perché è privo degli strumenti per calcolare i profitti e le perdite, in conseguenza dell’assenza della proprietà privata, quindi di un mercato e dunque dei prezzi, in particolare dei prezzi dei mezzi di produzione.

Per un ipotetico pianificatore centrale le decisioni da prendere sull’allocazione delle risorse sono miliardi e miliardi. Nessuno le può prendere senza i prezzi di mercato dei fattori di produzione a cui bisogna assegnare i diversi usi. Sono i prezzi che rendono possibili i calcoli, e dunque la valutazione dei profitti e delle perdite.

Il pianificatore non può sapere quali beni ordinare ai lavoratori di produrre; a quale stadio della produzione; quanto prodotto ad ogni singolo stadio della produzione; quali tecniche o materie prime utilizzare e quanto; a quale luogo assegnare tale produzione; quali sono i costi; quale processo produttivo è o non è efficiente. In un’economia più complessa di quella di Crusoe o di un livello familiare primitivo, il pianificatore socialista non sa rispondere a tutte queste questioni perché come detto manca dello strumento indispensabile di cui dispone invece l’imprenditore privato: un mercato dei mezzi di produzione, che genera prezzi monetari basati sul genuino scambio di tali mezzi da parte dei loro proprietari orientati al profitto.

I prezzi dei fattori produttivi riflettono le migliori valutazioni sulla loro capacità di soddisfare i bisogni dei consumatori.

È la centralizzazione della proprietà realizzata dal pianificatore, non l’impossibilità di centralizzare tutta la conoscenza nel pianificatore, la causa del disastro economico socialista. La concentrazione di tutta la proprietà nelle mani di una singola agenzia statale elimina il mercato dei beni capitali, e con esso i prezzi di tali beni; senza prezzi è impossibile il calcolo economico. L’efficienza è il risultato dell’esistenza di una pluralità di proprietà private. Infatti, anche l’amministratore di una grande impresa privata non può possedere la conoscenza dispersa fra tutti gli impiegati, ma ciò non impedisce che egli pianifichi, e che gli esiti siano efficienti. Questo è possibile perché l’azienda è immersa in un contesto di proprietà private e di prezzi dei fattori, e dunque essa, a differenza del pianificatore pubblico, può effettuare il calcolo economico.

In Unione Sovietica i prezzi esistevano, dunque essa è fallita per altri motivi, perché i prezzi non erano di mercato.

Nel settore dei beni di consumo teoricamente un meccanismo di aggiustamento per tentativi ed errori potrebbe sussistere, grazie al comportamento dei consumatori: il pianificatore fissa i prezzi inizialmente, quindi mette in vendita i beni e verifica se vi sono surplus o scarsità. Nel primo caso riduce il prezzo, nel secondo lo aumenta, finché il mercato è sgombro (clear). Ma il problema non è questo, è la mancanza di prezzi per i fattori produttivi, in quanto manca un meccanismo di domanda e offerta (mercato) per tali beni. I produttori devono utilizzare la terra e i beni capitali per decidere la quantità di beni di consumo da offrire. Nel settore dei beni di produzione lo Stato socialista, monopolista, è al tempo stesso acquirente e venditore in ogni transazione; in un’economia avanzata queste transazioni rappresentano i mercati più vitali e più complessi. Dunque il calcolo economico è impossibile in questo settore, e necessariamente regnerà il caos. In sostanza, il pianificatore non può sapere quali beni ordinare ai lavoratori di produrre; a quale stadio della produzione; quanto prodotto ad ogni singolo stadio della produzione; quali tecniche o materie prime utilizzare e quante; a quale luogo assegnare tale produzione; quali sono i costi; quale processo produttivo è o non è efficiente. In un’economia più complessa di quella di livello familiare primitivo, il pianificatore socialista non sa rispondere a tutte queste questioni perché, come detto, manca dello strumento indispensabile di cui dispone invece l’imprenditore privato: un mercato dei mezzi di produzione, che genera prezzi monetari basati sul genuino scambio di tali mezzi da parte dei loro proprietari orientati al profitto [1].

Per Rothbard[2] il calcolo economico è impossibile non solo nel socialismo, ma in qualsiasi sistema in cui vi sia un unico agente (sia esso lo Stato o un’impresa) che possiede e dirige tutte le risorse: ad esempio, se esiste un’unica impresa privata, che possiede l’intera economia, ed internalizza l’intera attività economica, anche in quel caso il calcolo economico è impossibile, perché anche in quel caso non esistono prezzi (di mercato) [3].

Dopo l’articolo di Mises si cercarono schemi di calcolo. Infatti, se tutti i materiali e i servizi sono espressi in termini fisici, non vi è un comune denominatore, e il direttore della produzione non può confrontarli, e non può confrontare costi e guadagni attesi. Se si elimina il calcolo economico in termini di moneta non si ha più il mezzo per fare una scelta razionale fra le varie alternative.

Gli schemi di calcolo economico proposti dai socialisti possono essere classificati in sei tipi:

  • calcolo in quantità fisiche. Come detto, essendo le quantità eterogenee, il calcolo è impossibile;
  • sulla base della teoria del valore-lavoro, l’unità di calcolo è l’ora-lavoro. Non tiene conto dei fattori di produzione originari e delle diverse qualità di lavoro a parità di quantità;
  • l’unità è una quantità di utilità. Ma l’utilità non è misurabile, si può solo disporre in scale di gradazione;
  • il calcolo viene fatto con l’aiuto delle equazioni differenziali della catallassi matematica. Ma esse sono possibili solo in un mondo statico, che considera solo un equilibrio finale definitivo;
  • istituzione di un quasi-mercato artificiale (O. Lange): il mercato non viene abolito, cambia solo il fatto che la proprietà è pubblica e il direttore di un’impresa distribuisce il profitto a tutti anziché ai proprietari. Tale soluzione trascura che l’economia è un sistema dinamico, non un sistema in cui l’assegnazione del capitale alle varie branche è assegnato una volta e per sempre;
  • il calcolo è reso superfluo dal ricorso al metodo “tentativo ed errore”.

Il tentativo che ebbe più notorietà fu quello di Lange, H.D. Dickinson, Lerner e Taylor (1929, 1936), contenuto nei punti 5) e 6). Secondo questa soluzione il pianificatore socialista può risolvere il problema di calcolo ordinando ai vari manager di fissare dei prezzi iniziali. Si parte da uno schema walrasiano di equilibrio generale. I prezzi veri si determineranno nello stesso modo in cui si formano nel mercato capitalista: per tentativi ed errori. Data una quantità di beni di consumo, se i prezzi iniziali fissati sono troppo bassi si verificherà una scarsità del bene, e allora il pianificatore alzerà il prezzo finché la scarsità scompare e il mercato è sgombro (clear). Se invece i prezzi sono troppo alti, vi sarà un surplus e i pianificatori ridurranno i prezzi riportando il mercato in equilibrio.

Questa diventò la Posizione Ufficiale Ortodossa del mondo accademico: a loro parere era stato dimostrato che, abbandonando l’utopia di un socialismo senza moneta o senza prezzi o con prezzi calcolati in termini di valore-lavoro, si poteva risolvere il problema del pianificatore. Anche Pareto e Barone dissero che la posizione di Mises sull’impossibilità del calcolo non era corretta, perché anche in un sistema socialista, come sotto il capitalismo, esisteva il numero di equazioni di domanda, offerta e prezzi richieste.

A quel punto, anche Hayek e Robbins abbandonarono la posizione estrema di Mises e si assestarono su una seconda linea di difesa: il problema del calcolo economico si può risolvere sul piano teoretico, ma in pratica sarebbe difficile. Ripiegarono dunque su un problema di grado di efficienza, anziché di drastica differenza di tipologia.

Tra l’altro per Hayek il problema del socialismo è un problema di conoscenza, non di proprietà, come per Mises.

Nonostante tale consenso, la soluzione di Lange conteneva diversi errori:

1) L’equilibrio generale, in cui sono date e immutabili tutte le grandezze – gusti, tecnologie, risorse naturali – non può descrivere il mondo reale, che è caratterizzato dal cambiamento incessante. A causa di tale incertezza l’imprenditore diventa l’attore cruciale.

2) Il modello per tentativi ed errori si concentra sulla determinazione dei prezzi dei beni di consumo, ma, come Mises ripete spesso, il problema è la determinazione dei prezzi dei fattori della produzione. I produttori devono utilizzare la terra e i beni capitali per decidere la quantità di beni di consumo da offrire. Nel settore dei beni di produzione lo Stato socialista, monopolista, è al tempo steso acquirente e venditore in ogni transazione; in un’economia avanzata queste transazioni rappresentano i mercati più vitali e più complessi. Dunque il calcolo economico è impossibile in questo settore, e necessariamente regnerà il caos.

3) I socialisti di mercato guardano al problema economico dal punto di vista del manager dell’impresa privata, che cerca di realizzare profitti o evitare perdite, ma all’interno di una rigida struttura in cui l’allocazione del capitale è data per ciascuna branca dell’industria e per ciascuna azienda. Ma il manager dell’impresa privata nel capitalismo è diverso dall’imprenditore capitalista, che è la vera forza guida del mercato capitalista. Le operazioni dei manager, il loro acquistare e vendere, sono solo una piccola frazione della totalità delle operazioni di mercato, sono un’attività subordinata, e le loro operazioni non modificano l’allocazione dei beni capitali alle varie branche e imprese, che è invece la decisione cruciale. Invece gli imprenditori e i capitalisti implementano nuove imprese, ne aumentano o diminuiscono le dimensioni, le fondono con altre imprese, acquistano o vendono azioni e obbligazioni (cioè quote di terra e beni capitali), garantiscono o riscuotono crediti; in breve eseguono tutti quegli atti che riguardano il mercato monetario e dei capitali. I capitalisti-imprenditori sono promotori, speculatori, investitori e prestatori di denaro; sono le transazioni finanziarie di questi che incanalano la produzione verso i settori che soddisfano i bisogni più urgenti dei consumatori. Il sistema capitalista non è un sistema manageriale, è un sistema imprenditoriale. In sostanza, nel mercato socialista manca il mercato dei beni capitali, con i relativi prezzi, e dunque non si possono stimare i costi; i fattori sono assegnati in maniera rigida alle varie produzioni.

4) il calcolo non è reso superfluo dal ricorso al metodo “tentativo ed errore”, perché, se non esiste una misura aritmetica per valutare il tentativo riuscito e quello errato, il metodo non è applicabile.[4]

Il problema non è piano o non piano; il problema è: chi pianifica? Ogni membro della società per se stesso, o un governo per tutti? Dunque l’alternativa è libertà contro onnipotenza governativa. Il laissez faire non significa lasciare agire forze meccaniche senz’anima, ma lasciare che ogni individuo cooperi come vuole alla divisione sociale del lavoro.

Inoltre, quale piano dovrebbe essere attuato? Ognuno che invoca un piano invoca il suo piano. Il pianificatore vuole sfidare i desideri dei consumatori e sostituirvi la propria volontà. Si vede dietro ciò la autodeificazione degli interventisti, con gli esiti autoritari che vi sono connessi.

Il secondo problema del socialismo è quello degli incentivi. In sostanza, la cancellazione della motivazione a lavorare. Prima dell’articolo di Mises del 1920 tutti gli studiosi ritenevano che il problema del socialismo fosse solo un problema di incentivi. Se tutti ricevono lo stesso reddito, indipendentemente dallo sforzo compiuto, se cioè il prodotto del proprio lavoro viene sottratto, o al contrario si ottiene un reddito superiore al contributo offerto, si è scoraggiati dall’impegnarsi. Se poi si fa riferimento alla formula marxiana “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni”, c’è anche un problema relativo alla qualità del lavoro da svolgere, sintetizzato nella famosa domanda: sotto il socialismo chi raccoglierà l’immondizia? Cioè, non c’è l’incentivo a svolgere i lavori più dequalificati e a svolgerli bene. In un’economia di mercato, invece, se pochi sono disposti a svolgere un determinato lavoro, gli stipendi saliranno, spingendo altre persone a svolgere quel lavoro.

Ma anche se l’intera società fosse costituita di santi altruisti, che vogliono soddisfare innanzitutto i bisogni degli altri, ugualmente vi sarebbe bisogno dei prezzi di mercato per sapere come allocare in maniera razionale i fattori della produzione (Mises).

La concentrazione del potere – In un’economia di mercato c’è spazio anche per le preferenze minoritarie, in un sistema socialista i bisogni da soddisfare vengono decisi autoritativamente (e male), il controllo sulle vite degli individui diventa pervasivo.

Un sistema pianificato tende inevitabilmente all’autoritarismo perché i gruppi sociali scontenti della loro condizione all’interno del piano economico (ad es. i minatori scontenti dei salari loro assegnati) non possono scegliere occupazioni alternative, e vengono costretti ad accettare quella soluzione (Hayek, La via della schiavitù).

La chimera dell’uguaglianza – Gli individui sono differenti fra loro. Uguaglianza giuridica e uguaglianza sostanziale sono incompatibili, perché per raggiungere l’uguaglianza sostanziale bisogna trattare gli individui in maniera differente sul piano legislativo (Hayek, La costituzione della libertà).

L’idea che il socialismo possa raggiungere l’uguaglianza materiale sopprimendo solo la libertà economica è insostenibile; esso infatti viola inevitabilmente anche le libertà personali: uno Stato che ha in mano tutti i mezzi di comunicazione decide chi esprime le proprie idee.

Lasciare esprimere i gusti e i talenti personali arricchisce molto di più tutta la società.[5]

La storia, come raramente capita, ha offerto “esperimenti di laboratorio” che dimostrano la schiacciante superiorità dei sistemi di mercato sui sistemi socialisti: due differenti architetture istituzionali e proprietarie imposte a un popolo omogeneo per reddito, cultura, lingua ecc.: è ciò che è avvenuto alle due germanie e alle due coree.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

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Note

[1] L. von Mises, Il calcolo economico nello Stato socialista (1920), in AA.VV., Pianificazione economica collettivistica, Einaudi, Torino, 1946.

[2] M.N. Rothbard, Ludwig von Mises and Economic Calculation Under Socialism, in L. Moss (a cura di), The Economics of Ludwig von Mises, Sheed and Ward, Kansas City, 1976, pp. 67-77; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 397-407; The End of Socialism and the Calculation Debate Revisited, in «Review of Austrian Economics» 5, n. 2, 1991, pp. 51-76; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 408-437.

[3] Mises fa il seguente esempio: supponiamo che il manager socialista abbia a sua disposizione tutta la conoscenza tecnologica della sua epoca; un elenco di tutti i fattori della produzione disponibili, compreso il lavoro; gli esperti gli forniscano un’informazione perfetta su tutto ciò che egli chiede; un potere misterioso gli consenta di conoscere i fini ultimi di tutti i consumatori; dunque, egli conosce tutte le “circostanze di tempo e di luogo”. Supponiamo che, sotto queste condizioni, il manager debba costruire un palazzo. Nonostante questa conoscenza perfetta, egli si troverà di fronte all’insolubile problema di quale scegliere fra i vari metodi tecnologici; ciascun metodo infatti impiega i fattori in quantità differenti, assorbe periodi di produzione differenti, e realizza palazzi di differente qualità. Non ha un denominatore comune per misurare i vari materiali e i tipi di lavoro, e dunque non può compararli; enumerare le qualità fisiche e chimiche dei materiali, come fanno i suoi esperti, serve a poco, perché tali enunciazioni non sono correlate l’una con l’altra, non si può istituire alcuna connessione certa fra di esse, perché non le si può calcolare in termini di prezzi monetari. Quindi il manager non può confrontare costi e ricavi attesi.

[4] Cfr. M.N. Rothbard, The End of Socialism and the Calculation Debate Revisited, in «Review of Austrian Economics» 5, n. 2, 1991, pp. 51-76.

[5] Sul problema della transizione dei paesi ex-socialisti ad un’economia di mercato v. M.N. Rothbard, Come smantellare il socialismo, in La libertà dei libertari, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2000, pp. 27-45, ed. or. How and How Not To Desocialize, in «Review of Austrian Economics» 6, n. 1, 1992; A Radical Prescription for the Socialist Bloc, in «The Free Market», marzo 1990, pp. 1, 3–4; H.-H. Hoppe, Socialismo e desocializzazione, in Democrazia: il dio che ha fallito (2001), Liberilibri, Macerata, 2005.

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