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Lo studio dell'Azione Umana nella tradizione della Scuola Austriaca
Aggiornato: 4 min 28 sec fa

Insegnare l’economia dalla Bibbia — Parte 2

Mer, 15/06/2016 - 08:36
Gli Assiomi dell’economia

Ma cosa sono gli assiomi? Gli assiomi sono primi principî indimostrati. Ogni disciplina, ogni filosofia, persino ogni persona ha almeno un assioma. E dato che il pensiero e i ragionamenti da qualche parte devono pur partire gli assiomi sono assolutamente necessari.

Quali sono dunque gli assiomi dell’economia? Ce ne sono tre:

1) L’uomo sceglie.

2) Solo gli individui scelgono.

3) Gli uomini agiscono nel loro autointeresse.

Esaminiamoli uno ad uno.

Assioma 1: L’uomo sceglie.

Questo postulato significa che gran parte della psicologia e della filosofia sono falsità. Il comportamentismo psicologico, il materialismo filosofico, il determinismo chimico, sono tutti falsi. Gli uomini non sono marionette controllate da atomi e reazioni chimiche nei loro cervelli, non sono robot. Le nostre menti non sono dei computer.

William James e John Dewey, i grandi filosofi e psicologi americani che così tanta nefasta influenza hanno avuto sull’educazione americana, credevano che

“…le abitudini formatesi nell’esercizio delle attitudini biologiche solo le sole agenti dell’osservazione, della memorizzazione, della previsione e del giudizio. La mente o la coscienza o l’anima in generale che compie queste operazione è un mito. La conoscenza che non è proiettata sul nero sfondo dell’ignoto risiede nei muscoli e non nella coscienza.”

Il conclamato ateismo di James e Dewey, che non solo nega l’esistenza di Dio ma pure quella dell’anima o della mente umana, riduce ogni cosa al mondo fisico.

Ma contro questo ateismo, il primo postulato dell’economia è che l’uomo sceglie. L’uomo non è libero dal controllo di Dio, ma lo è dal controllo degli atomi e delle reazioni chimiche nel suo cervello o nel suo ambiente. L’uomo è conscio, si rende conto, opera scelte. E siccome è conscio e ha conoscenza, perché è un essere razionale, egli è responsabile per le scelte che fa.

Quest’assioma dell’economia si può trovare nelle Scritture. L’uomo è una creatura speciale di Dio, una creatura fatta a Sua immagine. Egli viene descritto come un’anima vivente, dotata di conoscenza, anima che sopravvive alla morte del proprio corpo. All’uomo è comandato di scegliere, e tutti gli uomini scelgono. Questo assioma della coscienza e della scelta è ampiamente corroborato dalla Bibbia.

Assioma 2: Solo gli individui scelgono.

Per le stesse ragioni per cui sappiamo che gli uomini scelgono, sappiamo altresì che solo gli uomini come individui scelgono. Solo gli uomini individualmente hanno anime, menti e coscienze. Istituzioni, organizzazioni e comitati non hanno evidentemente alcuna mente, e pertanto non possono scegliere. Quando un comitato vota, è ciascun membro a decidere, e ciascun membro è responsabile per la sua decisione. Di nuovo, la psicologia secolare ci ha propinato un coacervo di falsità: non esistono menti di gruppo, non esiste una coscienza o incoscienza collettiva. Tutte queste cose sono favole artificiosamente composte, la psicologia è un vano parolaio.

Persino nella Trinità, che è l’unione più stretta di tre persone che ci possa essere, ci viene costantemente indicato dalla Bibbia che ogni persona divina ha la sua propria mente, che non c’è alcuna super-mente distinta da e al di sopra del Padre, Figlio e Spirito Santo, e che le tre persone della Trinità agiscono come uno perché sono sempre in accordo l’uno con l’altro.

In economia, si comincia con il postulato che solo gli individui scelgono perché solo gli individui pensano. La scelta richiede il pensiero, e il pensiero necessita la scelta. Nella pratica, se vi imbattete in una difficoltà con un’istituzione o la burocrazia, dovete trovare l’individuo che ha preso la decisione che riguarda il vostro caso. Uno degli effetti più perniciosi della superstizione della mente collettiva o di gruppo è quello di aver reso gli individui irresponsabili nelle loro vite personali e professionali. I burocrati amano nascondersi dietro quell’irresponsabilità, e in tempi recenti sempre più criminali comuni agiscono nello stesso modo.

Assioma 3: Gli uomini agiscono nel loro auto-interesse.

Questo assioma non significa che tutti gli uomini siano sempre egoistici, e qui per “egoistico” intendo perseguire un corso di azioni dannose per altri. Non significa che tutti gli uomini siano auto-interessati, ovvero che gli uomini facciano sempre quel che pensano avvantaggerà i loro propri interessi. Non è una prescrizione etica, ma una descrizione del comportamento umano.

Che dire del missionario? Egli agisce nel suo auto-interesse sopportando le avversità perché ha una differenza concezione dei suoi interessi dalla maggior parte delle persone.

E che dire di una madre? Ella agisce nel suo proprio interesse perché la sua concezione dei suoi interessi include il benessere dei suoi figli.

La Bibbia ci dice che nessun uomo ha mai odiato la sua propria carne, e che piuttosto la nutre. Ci dice che un uomo che ama sua moglie ama sé stesso. Il secondo più grande comandamento, amare il nostro prossimo, è formulato sull’assunzione che tutti gli uomini amino sé stessi. Nel passato recente è stato scritto un cumulo di fesserie intorno a questo comandamento, gran parte dagli psicologi, il resto dai teologi. Non è un comandamento di amare noi stessi: chiunque possa leggere l’Italiano, o l’Ebraico, o il Greco, o l’Inglese, può chiaramente vedere che è un comandamento di amare il nostro prossimo. Questo presume, e non comanda, che ogni uomo ami già sé stesso, senza che ci sia alcun bisogno di comandarlo. La Bibbia ci parla anche di ricompense e punizioni eterne. Cristo disse: “A che gioverà all’uomo se guadagna l’intero mondo e perde la sua anima?1”, e qui egli faceva appello all’innato auto-interesse che ogni uomo possiede.

Deduzioni da questi tre assiomi

Dato che i postulati dell’economia si possono ritrovare nelle Scritture, questi non sono più postulati ma teoremi. La Scrittura è ora l’assioma dell’economia, come lo è della teologia, dell’aritmetica e della logica, e l’economia non poteva avere un più sicuro fondamento del Verbo di Dio. L’economia laicista non può legittimamente sostenere di essere vera, perché non è dotata di un tale fondamento. Solo l’economia dedotta dalle Scritture può quindi vantare questa pretesa.

Ma cosa può essere dedotto da queste tre premesse economiche? Molto più di quanto possiate immaginare.

Per prima cosa, la legge della domanda, quella che in tanti riconosceranno come la prima legge dell’economia. (per “legge” in economia non si intende una legge che richiede obbedienza, ma una legge che descrive qualcosa, in questo caso il comportamento umano).

In cosa consiste la legge della domanda? Esiste una relazione inversa tra il prezzo e la quantità richiesta. Col salire dei prezzi la quantità richiesta tende a scendere. Con lo scendere dei prezzi, la quantità richiesta tenderà a salire. Da quale assioma economico discende questa legge? Dal terzo: gli uomini agiscono nel loro auto-interesse. Persino le madri e i missionari, di cui potremo non pensare che non abbiamo alcun interesse per i soldi, usano le loro risorse a loro miglior vantaggio. Le mamme sono sempre alla continua ricerca di buoni affari, e quando i prezzi salgono le quantità che domanderanno tenderanno a scendere. Anche i missionari si comportano allo stesso modo.

Anche la seconda legge dell’economia, la legge dell’offerta, deriva dal terzo assioma economico. La legge stabilisce che esiste una relazione diretta tra il prezzo e la quantità offerta. Come i prezzi salgono, i produttori tenderanno a riversare più beni nel mercato, perché gli uomini agiscono nel loro auto-interesse.

E infine, un ulteriore esempio: tutte le istituzioni sociali sono il risultato, spesso non intenzionale, di scelte individuali. Se gli uomini scelgono, come l’Assioma 1 dice, e solo gli individui scelgono come espresso nell’Assioma 2, allora tutte le istituzioni sociali sono il risultato di scelte effettuate da individui. Il più delle volte le conseguenze, ovvero le istituzioni, non erano nelle intenzioni di chi opera le scelte, ma le prime rimangono tuttavia le conseguenze di queste. Il libero mercato stesso non è il risultato di intenzioni umane, eppure rimane il risultato delle scelte degli individui.

Insegnare l’economia

Giungiamo quindi alla questione: come si può insegnare l’economia ai ragazzi? Ovviamente molto dipende da quanta conoscenza abbia già lo studente, e questo di solito dipende da quanto sia grande. Per gli studenti più giovani, l’economia può essere insegnata al meglio cercando di spiegare e in seguito praticare certi principî morali fondamentali, i quali sono tutti derivati dalla Bibbia. Ai bambini andrebbero insegnate le idee di:

  • Responsabilità individuale
  • Autocontrollo
  • Onestà
  • Mantenimento delle promesse
  • Evitare i debiti / Ripagare i debiti
  • Puntualità
  • Iniziativa
  • Porsi degli obiettivi / Creatività
  • Saggio uso di tutte le risorse, specialmente del tempo
  • Lavorare con impegno
  • Rispetto per la proprietà privata

Sono queste le virtù e le consuetudini che hanno reso possibile il fiorire del capitalismo in occidente. Il capitalismo non si è sviluppato perché la società è stata edificata secondo le linee concepite dagli economisti, sarebbe un po’ come voler mettere il carro davanti ai buoi. L’economia non si è sviluppata come una distinta disciplina fino a quando il capitalismo è apparso. Fino ad allora, c’era poco da studiare per gli economisti. Adam Smith scrisse La Ricchezza delle Nazioni quasi due secoli e mezzo fa. La rivoluzione Austriaca/soggettivista/marginalista è avvenuta circa centocinquant’anni fa. È venuto prima il capitalismo, e l’economia ha seguito.

Come genitore, ho commesso molti errori nell’allevare i miei figli, e in questo non sono solo. Molti di questi errori hanno implicazioni economiche. Per esempio, dare a un bambino una paghetta giusto perché è un bambino incoraggia l’idea che il mondo, e in ultima analisi Dio, è tenuto a mantenerlo. I bambini dovrebbero esser pagati solo per i lavoretti svolti.

Lasciate che vi offra un’altra illustrazione. Molti genitori Cristiani danno ai loro figli del denaro da mettere nel cesto della colletta, questo con il proposito di abituarli a dare soldi per la colletta. Tuttavia, quel il bambino con ogni probabilità imparerà è quello di dar via i soldi degli altri. La lezione che invece andrebbe insegnata è ‘Sii generoso con i tuoi propri soldi’. Al bambini andrebbe insegnato di mettere nel cesto della colletta il loro denaro, quello da loro guadagnato. Se non hanno guadagnato soldi, e non hanno pertanto nulla da mettere, impareranno forse così la lezione che Paolo spiegò agli ex-ladri sul lavorare e sul dare generosamente.

Forse una terza illustrazione di cosa non fare può essere d’aiuto. Molti genitori impongono ai loro figli di condividere i loro giocattoli con gli amici o i fratelli, o alcuni genitori si aspettano che gli altri genitori impongano ai loro figli di condividere i loro giocattoli con i propri figli. Infatti i genitori spesso battono sul tasto che ai bambini debba esser insegnato di “condividere”. Hanno perfettamente ragione nel pensare che i bambini sembrano credere di possedere ogni cosa, ma è proprio per questa ragione che gli deve essere insegnato a riconoscere la proprietà privata e a rispettarla. Nessun genitore dovrebbe costringere i suoi figli a condividere i propri giocattoli o aspettarsi che lo facciano gli altri genitori con i loro figli. Effettivamente ciò è come dare piccole lezioni di ladrocinio. Il bambino non impara a condividere ma a pretendere la proprietà altrui, e capisce che gli altri potrebbero in ogni momento pretendere la sua. Questi sono i germi del totalitarismo.

Quel che a un bambino andrebbe insegnato è di rispettare la proprietà altrui, di cooperare e di negoziare. Se un bambino esigesse di usare il giocattolo di un altro bambino, non si dovrebbe acconsentire alle sue pretese. Invece, gli si dovrebbe insegnare a offrire all’altro bambino qualcosa in cambio: “Se mi fai giocare con il tuo triciclo, ti farò usare i miei pattini”.

Così, mediante questi mezzi pacifici, piuttosto che imporre che Ginetto condivida, si instillano i principî della proprietà privata, della cooperazione e del libero scambio.

Altre lezioni che potrebbero essere insegnate sono:

  • Se fai cadere qualcosa, raccoglila. Questa è la lezione dell’autocontrollo.
  • Se cominci una cosa, finiscila. Questa è la lezione della perseveranza e del perseguire un obiettivo.
  • Se rompi qualcosa, aggiustala, o rimpiazzala. Questa è la lezione della responsabilità individuale.
  • Se desideri qualcosa, offriti di lavorare per questo. Questa è la lezione dell’impegno nel lavoro e della cooperazione.

Crescendo, ai bambini andrebbero assegnati alcuni lavoretti in casa, lavorare nell’impresa famigliare o incoraggiati a iniziare la loro impresa personale. Gli si dovrebbe insegnare che ogni lavoro onesto, non importa quanto umile, se fatto bene, compiace a Dio. Usando i proventi del loro lavoro, ai bambini andrebbe insegnato a risparmiare, a investire e a donare solo a coloro che sono in autentico bisogno.

Quando saranno più grandicelli, andrebbero introdotti alla logica, dove impareranno le regole della implicazione necessaria. Quando avranno i rudimenti della logica nelle loro menti, potranno cominciare a studiare l’economia vera e propria, cominciando con gli assiomi che si trovano nelle Scritture. Se sono interessati all’argomento, potranno procedere a studiarla a fondo.

Ma tutto deve cominciare con la Bibbia: i principî dell’economia per i ragazzi più grandicelli, e i principî dell’etica per i bambini più piccoli.

1NdT. È significativo che sulla scia della AV molte versioni inglesi di questo passo (Marco 8:36) usino il verbo profittrarre profitto – invece dell’equivalente di giovare. In questo versetto sono pertanto presenti tre concetti economici: profitto, guadagno, e perdita.

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Insegnare l’economia dalla Bibbia — Parte 1

Lun, 13/06/2016 - 08:32

Questo è il testo di una lezione tenutasi alla Conferenza della Trinity Foundation su Cristianesimo ed Economia nell’Ottobre del 1999.

Torno a ripetere in questa lezione che a meno che non definiamo i nostri termini, non potremo sapere di cosa stiamo parlando. Molta gente non definisce mai i termini che usa, e pertanto non ha alcuna idea di quello che dice.

Nel titolo di questa lezione ci sono tre termini significativi: insegnare, economia e Bibbia. Lasciate che cominci a definire quest’ultimo per primo.

La Bibbia

La Bibbia consiste nei 66 libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, i nomi di questi libri posso essere trovati nel primo capitolo della Confessione di Fede di Westminster, un credo scritto nel 1640 che è stato il credo delle chiese Presbiteriane fino al ventesimo secolo. Sebbene la Confessione venne scritta da Presbiteriani, i Battisti la apprezzarono così tanto da adottarla apportandogli modifiche minori e producendo così le loro Confessioni di Londra e Philadelphia.

È assolutamente necessario definire il termine Bibbia perché molte organizzazioni hanno aggiunto o sottratto dalla Bibbia, rivendicando come vera Bibbia la loro peculiare raccolta di scritti. L’organizzazione più grande e più famosa è come noto la Chiesa-Stato Cattolica Romana, ma altri gruppi hanno fatto lo stesso.

La rivelazione di Dio agli uomini è stata totalmente affidata allo scritto, facendo della Bibbia cosa assolutamente necessaria, dato che le precedenti modalità di Dio di rivelare la sua volontà al suo popolo sono cessate. La Scrittura è l’assioma fondamentale per i Cristiani, e nelle parole della Confessione:

“L’autorità delle Sacre Scritture, per la quale esse devono essere credute, e obbedite, non dipende dalla testimonianza di alcun uomo, o Chiesa; ma interamente da Dio (il Quale è Egli stesso verità) loro autore; e quindi devono essere ricevute, perché esse sono il Verbo di Dio.”

A questo punto ci si potrebbe chiedere: “Perché dovremmo mai scomodarci a insegnare l’economia dalla Bibbia? Non potremmo semplicemente prendere un libro profano e usarlo?” Ma la risposta è che la Scrittura è assolutamente necessaria per ricevere il Verbo di Dio. Non c’è autentico rimpiazzo per la Bibbia, ci sono rimpiazzi ovviamente, ma questi non sono autentici. Inoltre, senza la Bibbia non ci sarebbe alcun standard per giudicare i testi profani.

Secondo, la Bibbia è sufficiente per i nostri bisogni. Per esempio, 2 Timoteo 3:16-17 dice:

“Tutta la Scrittura è data tramite ispirazione da Dio ed è utile a insegnare, a riprendere, a correggere e a istruire nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia completo, appieno fornito per ogni buona opera”

Notate gli universali, parole che non ammettono eccezioni: “Tutta”, “completo”, “appieno”, “ogni”. Se l’economia, o insegnare l’economia, è una buona opera, allora la Scrittura fa molto di più che sostenere di essere necessaria, Essa rivendica di essere sufficiente. Ma molti sé dicenti Cristiani non ci credono e di fatto rinnegano questo verso. Essi sostengono la necessità di altri libri, di altre filosofie, di altri maestri per insegnarci psicologia, filosofia o economia. Niente di più falso, si sbagliano di grosso. Potrebbero occorrerci altri libri se vogliamo studiare l’errore, ma non certo se vogliamo apprendere la verità.

Terzo, la Confessione di Westminster ci spiega la sufficienza della Bibbia in questo modo:

“L’intero consiglio di Dio riguardante tutte le cose necessarie alla Sua gloria, alla salvezza dell’uomo, alla fede e alla vita, o è espresso esplicitamente nella Scrittura, o può essere dedotto come buona e necessaria conseguenza dalla Scrittura: alla quale niente in alcuna epoca deve essere aggiunto, sia per nuove rivelazioni dello Spirito, che per la tradizione degli uomini”.

Di nuovo notate gli universali: “Intero”, “Tutte”, “Niente”, “In alcuna epoca”. Tutto ciò di cui necessitiamo conoscere può non essere esplicitamente espresso nella Bibbia, ma ogni cosa che bisogna conoscere è o esplicita o implicita. Una domanda che può sorgere qui è cosa intendessero gli autori della Confessione con “buona e necessaria conseguenza”. La risposta l’ho data in un altra lezione sull’insegnamento della logica dalla Bibbia. Quel che importa ora è l’idea della sufficienza della Bibbia per la nostra fede e vita, che comprende pure la nostra conoscenza dell’economia.

Insegnare

Diamo quindi la definizione di “insegnamento”: per insegnamento io intenderò l’impartire la verità alla mente. Strettamente parlando, solo Dio può insegnare, e infatti questa è la ragione perché Cristo ci avvisa di non chiamare alcun uomo “maestro”. Come esseri umani noi possiamo presentare le idee, ma che lo studente apprenda quelle idee non dipende noi, e neanche dallo studente stesso, dipende solo da Dio. Ogni verità che ognuno di noi conosce non è dovuta ai nostri propri sforzi, ma solamente e unicamente dovuta all’attività di insegnamento di Dio nelle nostre menti. Cristo è la luce che illumina la mente di ogni uomo, come Giovanni ci dice nel primo capitolo del suo Evangelo. Perciò, se conosciamo qualche verità riguardo l’economia, è solo perché Dio ce l’ha insegnata.

Bene, qual è quindi il nostro ruolo di esseri umani? Come Paolo ha detto, noi piantiamo e innaffiamo, ma è Dio che fa crescere. Noi possiamo presentare le idee, e questo è tutto quello che possiamo fare. Non possiamo infonderle nelle giovani menti. Ma possiamo pregare che Dio possa infonderle loro, insegnar loro la verità, con la preghiera che costituisce la maggior parte del lavoro dell’istruttore, e non solo del suo ma anche della maggior parte di quello dello studente. Insegnare e imparare sono completamente dipendenti da Dio.

Secondo, dobbiamo sottolineare che l’insegnamento riguarda le idee, l’informazione e le menti. Non siamo comportamentisti, noi non crediamo nell’”imparare facendo”, a meno che non si parli metaforicamente, per esempio, imparare ad andare in bicicletta, l’esercizio muscolare non c’entra niente con tutto questo. Insegnare e imparare sono attività mentali e non fisiche, “educazione fisica” è una contraddizione di termini, “allenamento fisico” sarebbe una frase più appropriata.

Economia

E infine, cosa intendiamo per “economia”? L’economia è la logica della scelta e dell’azione umana. Non è la scienza del benessere materiale, così come tanti credono, né è l’arte di gestire il denaro, né pure direttive per la gestione statale dell’economia. Non è neanche una raccolta di proverbi disgiunti e sconnessi intorno alle formiche e alle persone mattiniere. L’economia è simile alla teologia, all’aritmetica, alla logica e alla geometria. Essa prende le mosse da certi assiomi e procede per ragionamento deduttivo, e comporta pertanto necessarie implicazioni.

Che cos’è una implicazione necessaria? Semplicemente, dato a, ne deve conseguire b. Se a allora b. L’esempio classico in tutti i testi di logica è

Se tutti gli uomini sono mortali e Socrate è un uomo allora Socrate è mortale.

Lasciate che vi illustri come tutto questo funziona in economia, cominciando con alcune delle più fondamentali premesse dell’economia.

a. Se una persona è cosciente, deve operare delle scelte. Quand’anche scegliesse di commettere suicidio, starebbe comunque scegliendo. Scelte e decisioni sono inevitabili per esseri razionali.

b. Se una persona opera delle scelte, che deve per forza fare, deve imbattersi in dei costi. Scegliendo tra varie alternativa, deve comunque rinunciare a qualcosa. Paolo, per esempio, era combattuto tra la vita e la morte. Scegliendo la vita avrebbe rinunciato all’immediata presenza di Cristo, scegliendo la morte avrebbe rinunciato alla sua chiamata, ai suoi amici, all’immediata presenza di coloro che avevano bisogno di lui. Ciascuna scelta aveva un costo. I costi sono le necessarie implicazioni delle scelte, e sono inevitabili.

c. Se una persona si imbatte in costi, allora non esiste pasto gratis. Ovviamente, se ogni scelta comporta dei costi, nulla è gratis.

Quanto visto sono illustrazioni di necessarie implicazioni tratte dall’economia. Come disciplina distinta, l’economia parte da assiomi e procede per deduzioni rigorose.

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Il tasso di interesse può essere un prezzo complicato da decifrare, ma dal punto di vista prasseologico ha comunque sempre la sua coerenza

Ven, 10/06/2016 - 08:53

Con questo post voglio tornare sull’argomento della mia precedente pubblicazione, vale a dire Il tasso d’interesse ed il suo senso economico, perché mi rendo conto che il tutto merita ulteriori precisazioni.

Premessa: per comprendere in modo adeguato l’argomento in questione, occorre che il dettaglio non venga mai estrapolato ed isolato dal quadro generale della situazione. Se si estrapola e si isola il singolo dettaglio non tenendo presente l’ambiente circostante in cui si dispiega, i numeri e le parole impiegati possono essere utilizzati per sostenere qualsiasi cosa.

Il tasso di interesse rappresenta quel prezzo di mercato che mette in correlazione i beni presenti con i beni futuri. Nel mondo dei fatti umani esiste quindi un generico mercato del tempo.

L’intera struttura produttiva può essere considerata come un enorme mercato di scambio tra beni presenti contro beni futuri.

La preferenza temporale di ciascun individuo è sempre rivolta in termini economici ad impostare valori positivi. Ciò ci porta di conseguenza ad affermare che siamo economicamente disposti a ridurre il consumo dei nostri beni presenti quando riteniamo che questo ci porterà a conseguire in futuro beni con un valore complessivo maggiore.

Perché il tasso interesse viene economicamente percepito ed impostato in termini reali positivi? Perché ciascuno di noi è in qualche maniera cosciente del fatto che viviamo in un mondo contraddistinto dal postulato della scarsità delle risorse. Una riduzione delle mie possibilità di oggi comporta dunque un sacrificio ed un rischio che in qualche modo mi aspetto che venga gratificato in futuro.

Uno scambio di beni tra persone avviene quando le parti in causa lo ritengono in termini economici reciprocamente vantaggioso, diversamente non avviene. Questa condizione però può subire delle interferenze che fanno sì che lo scambio possa avvenire anche se qualcuna delle parti in causa non lo ritiene economicamente vantaggioso.

Le suddette interferenze sono di due tipi: o di natura sentimentale o di natura politica: entrambe riescono a reprimere il modo con cui percepiamo ed impostiamo economicamente il tasso di interesse, cioè sempre in senso reale positivo. Ma attenzione, reprimere non significa propriamente cambiare.

Le interferenze di natura sentimentale hanno comunque carattere totalmente volontario e pertanto sono rivolte a casi particolarissimi. Le interferenze di natura politica sono invece di carattere coercitivo e possono conseguentemente avere portata generale e sistematica.

Un esempio di interferenza sentimentale è destinare delle somme di denaro per scopi caritatevoli: chi compie un simile atto caritatevole non ha programmato di certo che in futuro vengano restituiti alla propria persona dei beni economici di valore maggiore, anzi in tal senso già perfettamente sa che di ritorno non deve aspettarsi alcunché. Si fa la carità e quindi si reprime il senso reale positivo/economico con cui determiniamo il tasso di interesse, per soddisfare esigenze di carattere religioso e morale in generale. Senz’altro quest’azione mira ad appagare un nostro desiderio o a sanare un nostro stato di disagio. Nonostante ciò, ritengo che dovrebbe essere chiaro a tutti che non possiamo qualificare tale ricerca come un atto finalizzato a soddisfare un interesse economico personale.

Un esempio invece di interferenza politica è inerente il fenomeno del riciclaggio di denaro. Per riciclaggio di denaro si deve intendere quel complesso di operazioni rivolte a dare una sembianza lecita a valori la cui provenienza viene normativamente considerata illecita. Ora, lasciamo stare il fatto se queste somme provengono da una vera e propria attività delittuosa contro la proprietà di una persona altrui oppure se provengono da un semplice aggiramento di alcune regole di condotta statale: si aprirebbero lunghe discussioni al riguardo che non sono l’oggetto del post. Sta di fatto che il riciclatore pur di avere a disposizione dei valori puliti, e cioè pienamente ed apertamente utilizzabili, accetta non solo di privarsi per un certo periodo di questi valori ma anche a rinunciare per sempre a parte di essi una volta che saranno stati puliti. Di fatto, esso, forzato nella sua volontà da determinate norme di condotta, reprime il senso reale positivo/economico con cui si percepisce e si imposta il tasso di interesse, accettando l’idea di un tasso di interesse negativo finanche in termini reali e probabilmente agisce in questo modo perché, osservando le cose in un ottica relativa, ritiene che non pulire questi valori lo costringa ad accettare un interesse negativo ancora maggiore.

Il corso legale per principio sulla moneta può produrre lo stesso genere di interferenze e di risultati descritti per il riciclaggio di denaro. Una moneta non avente corso legale per principio e che viene sistematicamente svalutata dal soggetto emittente avrebbe sicuramente vita breve sul mercato. Tuttavia, si inserisca in questo quadro il corso legale per principio (cioè si renda l’unita monetaria irrifiutabile per l’estinzione di tutte le obbligazioni pecuniarie su un precisato territorio a tempo indeterminato) e come per magia avremo un’unità monetaria che pur svalutandosi sistematicamente continua a circolare in maniera imperante o quantomeno rilevante, a meno che l’emittente non cada nell’errore di svalutare troppo, ossia che cada nell’errore di generare un fenomeno di iperinflazione.

Esempio poi interessante di scambio di beni presenti contro beni futuri sono i contratti di assicurazione. Questi contratti sono finalizzati a trasferire da un soggetto ad un altro un’alea economica.

La nozione generale del contratto di assicurazione è contenuta nell’articolo 1882 del codice civile italiano. Questa afferma:

L’assicurazione è il contratto col quale l’assicuratore, verso pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, dal danno ad esso prodotto da un sinistro, ovvero a pagare un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente la vita umana.

Il contratto di assicurazione pertanto può avere una funzione indennitaria, propria della funzione contro i danni, e una funzione di previdenza, propria dell’assicurazione sulla vita o delle cosiddette assicurazioni sociali (assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, malattie, invalidità e vecchiaia).

Sopra si è asserito che: “uno scambio di beni tra persone avviene quando le parti in causa lo ritengono in termini economici reciprocamente vantaggioso, diversamente non avviene. Questa condizione però può subire delle interferenze che fanno sì che lo scambio possa avvenire anche se qualcuna delle parti non lo ritiene economicamente vantaggioso”.

Allorché, allora, assicurato ed assicuratore decidono di stipulare in modo totalmente volontario un contratto di assicurazione è indiscutibile che entrambi lo fanno nella speranza di ottenere dei vantaggi. L’assicurato, versando dei premi, si tutela dal verificarsi di un certo evento futuro che presume di non poter assolvere, o di non poter assolvere comunque adeguatamente, senza l’intervento di un’assicurazione. L’assicurazione, basandosi sull’esperienza che non tutti gli eventi di cui ha garantito la copertura si svolgeranno o quantomeno si svolgeranno contemporaneamente, può nel frattempo gestire queste somme di denaro derivanti dai premi come meglio crede – non è un caso che esista anche il cosiddetto contratto di riassicurazione, ove l’assicurato è una vera e propria impresa di assicurazione che si assicura contro il rischio connesso alla necessità di far fronte ad una serie di contratti in caso di insorgenza di molti sinistri.

Ambedue le parti in causa agiscono guidate da un tasso di interesse reale positivo: l’assicurato, anticipa un bene presente contro un bene futuro, riducendo i suoi consumi correnti per garantirsi, tramite un altro soggetto (l’assicuratore), alcune prestazioni future, prestazioni che possono essere anche solo eventuali; l’assicuratore da un lato domanda beni presenti in cambio di beni futuri, chiede premi e promette in cambio (all’assicurato) il versamento di un capitale o di una rendita al verificarsi di determinate circostanze, dall’altro cercherà nel frattempo di far fruttare questi premi allocandoli in differenti strumenti.

Tutto il ragionamento sinora fatto sulle assicurazioni regge completamente finché le contrattazioni si svolgono su base pienamente volontaria. Ma se si introduce l’obbligo di legge (interferenze politiche) a stipulare un contratto di assicurazione è assolutamente possibile che ci si possa allontanare dalla razionalità economica pura sopra delineata, dato che quando lo scambio viene reso coattivo ci si trova nella condizione di dover scambiare seppur si abbia precedentemente ben stimato che ciò rappresenta un gioco chiaramente a perdere. Un esempio? Vorrei sapere quanti imprenditori presenti in Italia oggi, se potessero liberamente scegliere, verserebbero di loro spontanea volontà i propri contributi all’INPS. Molto probabilmente, per non dire certamente, destinerebbero queste somme verso altre forme di risparmio, riformulando magari anche l’entità dei versamenti e le modalità tempistiche.

Esistono diverse transazioni che consentono lo scambio di beni presenti contro beni futuri. Al momento dell’azione ciascun individuo cerca di rimuovere l’insoddisfazione nella maniera che ritiene migliore, dati però i vincoli situazionali. Ciò significa che in termini strettamente economici egli è disposto già in principio ad accettare una perdita futura o per superiori motivazioni di carattere sentimentale oppure perché obbligato da fattori istituzionali.

Ovviamente, anche quando l’individuo agisce all’interno del campo delle valutazioni economiche pure, non è detto che il suo agire abbia sempre successo. In altre parole, l’individuo percepisce ed imposta economicamente il tasso di interesse in termini reali sempre positivi e quindi, sotto questo punto di vista, stabilisce uno scambio tra beni presenti contro beni futuri che gli risulta essere sempre vantaggioso, ma questa azione può concretamente poi anche fallire. Il fallimento dell’azione si compie per deficienze nella strategia conoscitiva dell’individuo agente, deficienze che lo hanno indotto in errore. Quando questo avviene, vuol dire che la percezione soggettiva della situazione non è sufficientemente appropriata alla situazione oggettiva.

D’altra parte, se l’essere umano possedesse la capacità di non fallire mai nei suoi obiettivi, potremmo attribuirgli la definizione di homo oeconomicus, ossia di ottimizzatore in qualunque istante e circostanza della funzione di utilità. Tuttavia, giacché non possiede questa capacità, non possiamo definirlo nell’anzidetto modo e di conseguenza dobbiamo accontentarci di descriverlo “semplicemente” come homo agens.

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