L'amministratore delegato di Evonik, Kullmann, chiede la fine del culto della CO₂: un campanello d'allarme per l'economia europea
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lamministratore-delegato-di-evonik)
Per lungo tempo l'economia tedesca è rimasta in silenzio di fronte agli obiettivi climatici dogmatici e al percorso politicamente distruttivo che ne consegue. Ora Christian Kullmann, amministratore delegato di Evonik, è il primo leader aziendale a parlare chiaro: è ora di seppellire il culto della CO₂.
Finalmente, si potrebbe dire, dopo anni di silenzio assordante da parte dell'industria tedesca, un amministratore delegato parla apertamente. Christian Kullmann, a capo del colosso chimico Evonik, è in prima linea nella lotta contro le normative climatiche sempre più severe imposte da Bruxelles e Berlino.
In vista del drastico inasprimento del sistema di scambio di quote di emissione previsto per il 2027, Kullmann non ha risparmiato parole in un'intervista alla FAZ: “La tassa sulla CO₂ in Europa deve essere abolita. Mette a rischio almeno 200.000 posti di lavoro industriali ben retribuiti in Germania”.
Crollo industriale
E questa è probabilmente una stima prudente. Attualmente l'economia è stata costretta a tagliare più di 10.000 posti di lavoro a settimana. Aziende come Bosch, con 22.000 tagli previsti, e ZF Friedrichshafen, che ne prevede 7.600 entro il 2030, stanno tagliando posti di lavoro su larga scala. Un'ondata di insolvenze sta travolgendo l'economia tedesca e si prevede che supererà ogni record con oltre 24.000 fallimenti entro la fine dell'anno.
La schietta affermazione di Kullmann potrebbe segnare l'inizio di un dibattito atteso da tempo sui costi reali della politica climatica europea per l'economia tedesca e per le famiglie pesantemente colpite.
Dal 2027 il sistema di scambio di quote di emissione di CO₂ minaccia la Germania con l'ennesimo tsunami di costi: il prezzo per tonnellata di CO₂ potrebbe salire fino a €200, con un drastico aumento per i costi di riscaldamento, carburante ed energia. Le famiglie potrebbero dover pagare €1.000 in più all'anno, mentre le aziende si troverebbero ad affrontare costi di produzione alle stelle, investimenti ridotti e tagli di posti di lavoro.
Dal punto di vista economico, questa misura radicale imporrebbe circa €40 miliardi in costi aggiuntivi all'anno su un consumo di 400 milioni di tonnellate, accelerando una deindustrializzazione pericolosa dal punto di vista sociale e politico.
L'UE: una faccenda costosa
Ciò che gli ideologi di sinistra e gli eco-socialisti hanno scatenato con il Green Deal si è trasformato in una frana socio-politica. Le burocrazie non si sono ancora rese conto che la loro campagna contro la società civile e le regole del mercato è già persa.
A Bruxelles, Berlino, Parigi e nelle altre capitali dell'Unione europea rispondono con ulteriori tasse per scongiurare il proprio collasso.
Le entrate derivanti dalla tassa sulla CO₂ vengono utilizzate quasi esclusivamente per stabilizzare i bilanci nazionali sovraccarichi: circa il 90% confluisce nelle casse nazionali, il resto nelle casse dell'UE di Ursula von der Leyen, che entro il 2034 inietterà circa €750 miliardi nei canali asciutti dell'economia clientelare verde.
E la megalomania di Bruxelles non conosce limiti. Ogni fonte di capitale viene sfruttata, dai dazi sull'acciaio alle tasse sul riciclaggio dei prodotti in plastica. L'UE è un costoso gioco ideologico. Ora è dovere etico dei leader aziendali resistere a questa campagna contro la ragione e i principi di mercato. In caso contrario si rischia uno scontro diretto sui mercati. Bruxelles sarà costretta a rifinanziarsi tramite i mercati obbligazionari, mascherati da Eurobond.
La Commissione europea si è posta a capo di un'unione del debito che soffoca il libero mercato con la sua economia clientelare ecologista, tentacolare e pianificata a livello centrale.
La Spagna come contro-esempio
È probabile che, dopo le critiche di Kullmann, si scateni un'ondata massiccia di contro-propaganda. Le ONG e i media affiliati allo stato mobiliteranno ogni risorsa per schierare gli europei a favore della presunta minaccia del cambiamento climatico causato dall'essere umano.
Gli scettici possono essere liquidati con un singolo esempio, a dimostrazione di quanto i funzionari di Bruxelles siano distaccati dalla realtà. Questo esempio viene dalla Spagna. Ufficialmente l'economia spagnola crescerà di circa il 2,5% nel 2025, con una quota statale del 48%, un debito totale del 109% e un nuovo debito netto del 3,5%.
Persino la tanto decantata Spagna non riesce a soddisfare i criteri di Maastricht, un tempo celebrati, proprio come la Germania. Guardando la situazione in modo realistico, l'industria privata si contrae di circa l'1%, nonostante l'imponente sostegno al credito di Bruxelles e programmi come NextGenerationEU.
Ma in nessun luogo i danni collaterali dell'ecosocialismo sono più evidenti che in Germania. Il drastico calo della produzione industriale da luglio ad agosto – del 4,3% in generale, del 18,5% nel settore automobilistico, di oltre il 10% nel settore farmaceutico – dovrebbe servire da monito anche al più convinto ideologo.
Ecco ciò che pianificatori centrali come Lars Klingbeil, Friedrich Merz e i burocrati a Bruxelles non riescono a comprendere: ogni euro che non circola nel libero mercato è un euro perso. Attraverso interventi massicci e programmi finanziati dal debito, gli stati limitano lo spazio di investimento del settore privato nel futuro, mettendo a repentaglio il motore della prosperità europea.
Le aziende e i loro dipendenti non tollereranno a lungo questo sviluppo. Non stiamo assistendo a una recessione ciclica, o a una recessione classica, ma a un vero e proprio collasso economico.
Utilizzare la crisi
Negli ultimi anni gli europei hanno intrapreso una crociata per il clima. Disavventure intellettuali ed etiche come questa prosperano solo grazie al successo economico delle generazioni precedenti, le quali hanno lasciato ai loro eredi un'illusione di crescita e la promessa di una prosperità senza sforzo.
Speriamo che la voce dell'amministratore delegato di Evonik apra la porta a critiche vere, un catalizzatore il cui impulso audace inneschi una reazione a catena di dibattito aperto e costruttivo.
Finora le critiche all'interno dell'industria tedesca sono rimaste intrappolate nel quadro politico. Le richieste di aiuti e sussidi, soprattutto per i costi energetici, hanno prevalso, ma questa non era una vera critica politica bensì una sottomissione al diktat ecologista.
È dovere etico dei leader aziendali tracciare i confini della politica. La posta in gioco è troppo alta per affidarla a un'ideologia infantile. Il suo tempo è finito, la crisi è inevitabile. Ma ora possiamo iniziare a ricostruire un codice di regole basato sul mercato e linee di politica sovraniste negli stati europei. Il compito di Bruxelles rimarrebbe la salvaguardia del mercato interno comune: una sfida impegnativa già di suo.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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La psicologia dietro l'illusione dell'assenza di rischio
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-psicologia-dietro-lillusione-dellassenza)
Ogni ciclo di mercato finisce per modificare la psicologia degli investitori, portandoli a credere di aver sconfitto il rischio. Le storie possono cambiare, da “questa volta è diverso” a “la FED ci sostiene”, ma la psicologia rimane immutata. Quando i mercati salgono costantemente e la volatilità rimane bassa, gli investitori confondono la stabilità con la sicurezza. Questa è esattamente l'illusione che si sta formando sui mercati oggi. L'inarrestabile ascesa dell'indice S&P 500, abbinata a una volatilità contenuta e a un'ampia liquidità, ha dato l'impressione che il rischio sia stato in qualche modo eliminato dal sistema.
È qui che scatta la trappola. La finanza comportamentale ci dice che le persone rispondono più a “come” percepiscono il rischio piuttosto che a ciò che mostrano i dati. Quando gli investitori non si sentono più ansiosi, iniziano ad assumere rischi che altrimenti non tollererebbero. L'aumento dei prezzi rafforza l'ottimismo, l'ottimismo spinge a maggiori acquisti e il ciclo continua finché il minimo shock non infrange l'illusione. I contesti di bassa volatilità creano la psicologia dell'instabilità, sopprimendo le sane correzioni che di solito azzerano le aspettative degli investitori. Più a lungo dura la calma, più fragile diventa il mercato sotto la superficie.
Hyman Minsky sosteneva che i mercati finanziari presentassero un'instabilità intrinseca. Come abbiamo visto nel 2020-2021, i rischi asimmetrici aumentano nelle speculazioni di mercato durante un ciclo rialzista anormalmente lungo. Tali speculazioni alla fine si traducono in instabilità e crolli dei mercati. Possiamo visualizzare questi periodi di “instabilità” esaminando le oscillazioni giornaliere dei prezzi dell'indice S&P 500. Si noti che lunghi periodi di “stabilità” con regolarità portano a “instabilità”.L'illusione di sicurezza non emerge spontaneamente; è alimentata dalla politica delle banche centrali. Per quasi quindici anni la Federal Reserve ha agito come stabilizzatore di ultima istanza, inondando il sistema di liquidità al primo segno di stress.
Sebbene la Federal Reserve abbia ritirato il suo supporto monetario, gli investitori continuano a credere che possa e voglia sempre prevenire le crisi. Negli ultimi tre anni gli investitori hanno spostato la loro attenzione dai fondamentali a ogni “riunione della FED” per individuare indizi su quando arriverà il successivo intervento monetario.
È di fondamentale importanza comprendere questo cambiamento nella psicologia.
La FED e il miraggio del controllo
La convinzione che la Federal Reserve possa sempre intervenire ha i suoi rischi: incoraggia comportamenti che presuppongono l'assenza di conseguenze. I mercati costruiti sulla fiducia piuttosto che sui fondamentali sono intrinsecamente instabili, per quanto calmi possano apparire.
Gli interventi benintenzionati della Federal Reserve hanno creato una delle distorsioni comportamentali più potenti della finanza moderna: la convinzione che esista sempre una rete di sicurezza. Dopo la crisi finanziaria globale, i tassi di interesse a zero e i ripetuti cicli di allentamento quantitativo hanno condizionato gli investitori ad aspettarsi che il sostegno politico sarebbe sempre tornato durante i periodi di volatilità. Col tempo questo condizionamento si è consolidato in un riflesso: comprare a ogni calo, perché la FED non permetterà ai mercati di crollare.
Questo è il concetto di “azzardo morale”.
Qual è esattamente la definizione di “azzardo morale”, però? Mancanza di incentivi a proteggersi dal rischio laddove si potrebbe essere protetti dalle sue conseguenze tramite, ad esempio, un'assicurazione.
Di seguito è riportato un buon esempio.
Per sopravvivere le aziende zombi dipendono da emissioni obbligazionarie in un clima di frenesia per gli investimenti. Come discusso nel pezzo, Le recessioni sono una cosa positiva:
Gli ‘zombi’ sono aziende i cui costi di servizio del debito sono superiori ai profitti, ma sono mantenute in vita da un incessante indebitamento. Questo è un problema macroeconomico. Le aziende zombi sono meno produttive e la loro esistenza riduce gli investimenti e l'occupazione nelle aziende più produttive. In breve, un effetto collaterale a lungo termine dei tassi bassi da parte delle banche centrali è che mantengono in vita le aziende improduttive. In definitiva ciò riduce il tasso di crescita a lungo termine dell'intera economia.Osserviamo lo stesso “azzardo morale” anche nel differenziale tra “obbligazioni spazzatura” e titoli societari con rating A. Con un differenziale di appena l'1,9%, gli investitori non vengono “pagati” per il rischio di insolvenza che si assumono con le “obbligazioni spazzatura”. L'unica ragione per cui esistono questi differenziali è che gli investitori credono, con quasi assoluta certezza, che le aziende pagheranno i propri obblighi, se non da sole, almeno con l'aiuto della Federal Reserve.
Questa mentalità ha rimodellato anche il comportamento aziendale. Le aziende, fiduciose che il credito sarebbe rimasto conveniente e abbondante, hanno utilizzato il debito non per investire in modo produttivo, ma per riacquistare le proprie azioni, riducendo il flottante azionario e aumentando l'utile per azione. Questa ingegneria finanziaria, che attualmente procede a un ritmo record, contribuisce a far salire le valutazioni, rafforzando l'illusione di un miglioramento dei fondamentali. In realtà è la liquidità a fare il grosso del lavoro. L'assenza di correzioni significative ha offerto agli investitori una serie ininterrotta di rinforzi positivi, un circolo vizioso psicologico che ha fatto sembrare il rischio facoltativo.
Liquidità, tuttavia, non è sinonimo di stabilità. Maschera la fragilità come i mari calmi nascondono forti correnti sotterranee. Quando la liquidità diminuisce, anche le perturbazioni più modeste possono amplificarsi. Si pensi al “Volmageddon” del 2018, quando le strategie di shorting sulla volatilità che avevano generato profitti per anni sono implose in una sola seduta. Gli investitori hanno scambiato un mercato calmo per sicurezza, credendo che i loro modelli avessero domato l'incertezza. In realtà l'avevano solo soppressa.
Questa lezione è senza tempo: l'innovazione di ogni epoca prima o poi trova il suo limite quando la liquidità si esaurisce e l'illusione del controllo svanisce.
I pregiudizi comportamentali e il ritorno della paura
Se la FED e le condizioni di liquidità creano la struttura dell'illusione del “rischio zero”, la psicologia umana ne fornisce il carburante. La psicologia degli investimenti, in particolare, spiega perché gli investitori sottostimino il pericolo quando i mercati sono calmi. Tuttavia tale psicologia è la ragione più significativa delle sottoperformance degli investitori che operano sui mercati finanziari nel tempo. I pregiudizi comportamentali che portano a decisioni di investimento sbagliate sono il principale fattore che contribuisce alle sottoperformance nel tempo. Dalbar ha identificato nove dei pregiudizi comportamentali irrazionali nel mondo degli investimenti.
• Avversione alla perdita: la paura di perdere porta a ritirare il capitale nel momento peggiore possibile. Nota anche come “vendita dettata dal panico”.
• Inquadramento ristretto: prendere decisioni su una parte del portafoglio senza considerare gli effetti sul totale.
• Ancoraggio: il processo di rimanere concentrati sugli eventi precedenti e di non adattarsi a un mercato in continua evoluzione.
• Contabilità mentale: separare mentalmente le performance degli investimenti per giustificare il successo e il fallimento.
• Mancanza di diversificazione: credere che un portafoglio sia diversificato quando si tratta di un insieme di asset altamente correlati.
• Seguire passivamente: seguire ciò che fanno tutti gli altri porta a “comprare a un prezzo alto/vendere a un prezzo basso”.
• Rimorso: non compiere un'azione necessaria a causa del rimpianto per un fallimento precedente.
• Risposta della stampa: la stampa è orientata all'ottimismo per vendere i prodotti degli inserzionisti e attrarre spettatori/lettori.
• Ottimismo: le ipotesi eccessivamente ottimistiche portano a inversioni piuttosto drastiche quando si scontrano con la realtà.
Il bias di recenza ci porta anche a proiettare il passato recente nel futuro. Quando i mercati salgono per mesi, istintivamente diamo per scontato che continueranno a farlo. Più a lungo persiste un trend rialzista, più gli investitori vi si ancorano emotivamente, trattandolo come la nuova normalità. Il bias di conferma aggrava quindi il problema. Gli investitori rialzisti cercano informazioni che convalidino il loro ottimismo e ignorano i dati che lo mettono in discussione. La stampa finanziaria e i social network amplificano questa cassa di risonanza, soffocando le voci contrarie. Infine prende piede l'avversione inversa alla perdita, un'inversione della classica regola comportamentale. Quando i portafogli si gonfiano, gli investitori diventano meno sensibili al rischio perché il dolore di una potenziale perdita sembra astratto rispetto al piacere dei guadagni continui.
Come mostrato nel grafico qui sotto, questa tendenza comportamentale contraddice la regola di investimento “comprare a basso prezzo/vendere a prezzo alto”.
Questi modelli psicologici spiegano perché i crolli del mercato sembrano spesso arrivare “dal nulla”. In realtà i semi di ogni recessione vengono piantati nei periodi positivi, quando la cautela svanisce e la disciplina si erode. La mancanza di volatilità anestetizza gli investitori, smorzando il loro istinto di gestione del rischio. Quando arriva l'inevitabile inversione di tendenza, non sono solo i portafogli impreparati, anche gli atteggiamenti mentali ne soffrono. La velocità con cui l'ottimismo si trasforma in panico riflette quanto profondamente gli investitori avessero interiorizzato la convinzione che i mercati non potessero crollare.
In fin dei conti siamo solo esseri umani. Nonostante le migliori intenzioni, è quasi impossibile per un individuo essere privo di pregiudizi emotivi che inevitabilmente, nel tempo, portano a decisioni di investimento sbagliate. Ecco perché tutti i grandi investitori seguono rigide discipline di investimento per ridurre l'impatto delle emozioni umane.
Infine la storia ne offre infinite prove. La mania delle dot-com, la bolla immobiliare e la frenesia delle “meme stock” hanno condiviso lo stesso DNA comportamentale. La fiducia in sé stessi è diventata arroganza, la diversificazione ha lasciato il posto alla concentrazione dei titoli e il confine tra investimento e speculazione è svanito.
L'illusione di sicurezza è diventato il fattore di rischio più significativo per gli investitori.
Rompere l'illusione del rischio zero
La sfida per gli investitori di oggi non è solo individuare il rischio, ma percepirlo di nuovo. In un mondo in cui le banche centrali hanno sfumato i confini tra i cicli di mercato, sviluppare un sano rispetto per l'incertezza è un vantaggio. Gli investitori di successo non cercano di eliminare la volatilità; si preparano ad affrontarla. Riconoscono che il rischio non è una variabile da evitare, ma una costante da gestire.
Tutto inizia con una riformulazione della consapevolezza del rischio. La calma dei mercati non dovrebbe essere una fonte di conforto, ma un segnale di allarme che il rischio è sottovalutato. Mantenere la liquidità attraverso strumenti a breve termine non è un atto di paura, ma di prontezza. La liquidità offre opzionalità: la capacità di agire quando si presenta un'opportunità e altri sono costretti a vendere. La diversificazione dovrebbe andare oltre il livello superficiale delle classi di asset; una diversificazione adeguata deriva dal possedere asset che reagiscono in modo diverso alle variazioni di inflazione, liquidità e aspettative sui tassi di interesse.
Ecco cinque passaggi pratici da mettere in pratica oggi prima che si verifichi il prossimo “evento”.
- Riconsiderare il rischio come una costante, non come una variabile: il rischio non scompare, ma migra da una parte all'altra del sistema. Se la volatilità è bassa, spesso viene immagazzinato altrove, in attesa di essere rilasciato. Bisogna considerare i periodi di calma come avvertimenti, non come rassicurazioni.
- Diversificare in base alla fonte di rendimento, non all'etichetta: non diversificare solo tra classi di asset; diversificare anche in base ai driver di rendimento. Possedere asset che reagiscono in modo diverso a inflazione, liquidità e shock politici. La vera diversificazione è comportamentale, non cosmetica.
- Mantenere la liquidità come optional: la liquidità non è spazzatura, è un'opportunità futura. Mantenere la liquidità durante l'euforia dei mercati offre agli investitori la flessibilità di agire quando gli altri vanno nel panico.
- Riconoscere che la FED non è onnipotente: la politica monetaria può influenzare la liquidità, ma non può interrompere il ciclo economico. Credere il contrario è il fondamento dell'illusione del rischio zero.
- Misurare il successo in base all'orizzonte temporale, non ai titoli: i migliori investitori ragionano in decenni, non in giorni. Il loro obiettivo non è battere il mercato ogni trimestre, è accumulare ricchezza attraverso cicli completi evitando perdite permanenti.
I mercati non puniscono l'avidità; puniscono l'autocompiacimento. La frase più pericolosa negli investimenti è ancora “questa volta è diverso”, e l'illusione di un mercato privo di rischi è solo l'ennesima versione di questa fallacia. Come investitori il nostro compito non è eliminare il rischio; è rispettarlo.
L'ironia dell'illusione del rischio zero è che prospera proprio quando i mercati sono più calmi. Cullati dal comfort, gli investitori smettono di proteggersi, di porsi domande e di prepararsi. Quando la volatilità torna inevitabilmente, la stessa psicologia che ha alimentato il rally ne diventa la rovina.
Altrettanto importante è riconoscere che la Federal Reserve non è onnipotente. La politica monetaria può influenzare i tempi, ma non le leggi dei cicli o delle valutazioni. Credere il contrario porta con sé lo stesso compiacimento che precede ogni correzione.
I mercati oscilleranno sempre tra paura e avidità. L'illusione del rischio zero è l'ultima iterazione di una vecchia storia comportamentale: la convinzione di aver superato il passato. Ma il rischio non scompare mai, si nasconde solo finché l'autocompiacimento non lo riporta alla luce.
Gli investitori migliori conoscono a fondo la psicologia: rimangono umili nei momenti positivi, scettici quando tutti gli altri sono euforici e disciplinati quando la massa dimentica cosa significhi il vero rischio.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Il crollo dell'industria siderurgica tedesca: la marcia verso il socialismo verde
Mentre le azioni dell'amministrazione Trump sono concrete e colpiscono nel vivo il putridume europeo, quest'ultimo vuole boicottare la coppa del mondo in risposta. L'UE conferma ancora una volta la sua natura ectoplasmatica e l'irrilevanza in cui continua a discendere. Non è solo per questo, comunque, leggiamo cosa scrive a tal proposito Eurointelligence nel pezzo “EU’s Slide Towards Irrelevance”: «[...] L'UE non ha alcuna possibilità di emergere come una potenza geopolitica come gli Stati Uniti o la Cina. L'autonomia strategica era solo uno slogan. È arrivata senza una strategia reale e, soprattutto, senza impegni finanziari. Il modo in cui i Paesi dell'UE stanno attualmente aumentando la spesa militare, principalmente attraverso il debito e senza un approvvigionamento comune, rafforzerà la loro dipendenza dagli Stati Uniti e dai mercati finanziari dominati dagli Stati Uniti stessi. L'UE non ha mai avuto una strategia finale concordata per l'Ucraina – qualcosa che va oltre le illusioni. Ma l'UE ha alcune risorse, purtroppo trascurate e mal usate: ha un'unione doganale, un mercato unico e una moneta unica. Non vincono le guerre, ma sono importanti come strumenti. Se l'UE non fosse rimasta indietro rispetto agli Stati Uniti in termini di crescita della produttività e se non avesse rinunciato alle tecnologie del XXI secolo, sarebbe stata un formidabile soft power. La minaccia di essere banditi dal più grande mercato unico del mondo sarebbe stata una vera e propria morsa. Lo scopo di politiche fiscali frugali non è quello di rendere omaggio a un'etica del lavoro protestante, ma di fornire un margine finanziario per agire durante le emergenze. Se si accetta, come tutti sembrano fare, che la modifica dei trattati sia impossibile, l'unica soluzione possibile è una strategia intelligente di soft power. Ma ciò avrebbe significato un abbassamento delle ambizioni: niente Green Deal, niente legislazione anti-tecnologia, il completamento dell'unione bancaria con l'obiettivo di porre fine al nesso banche-stati. In particolare avrebbe significato una maggiore integrazione. L'equilibrio tra allargamento e radicamento è ben lontano. Per i commentatori che svolazzano sulle nostre reti televisive e sui social media, è più cool parlare di politica estera invece. Ma per l'UE sarebbe meglio se la sua leadership si interessasse al lavoro dei comitati standard. Non dovrebbero invitare Zelensky alle riunioni del Consiglio europeo, ma i tre premi Nobel per l'economia, per una presentazione dell'importanza della tecnologia per la crescita economica. La morte strisciante del mercato unico è la vera crisi esistenziale dell'UE. Non è Trump. Se l'UE volesse acquisire hard power, ciò dovrebbe essere preceduto da riforme politiche: modifiche ai trattati per istituire l'UE come unione federale con poteri di imposizione fiscale ed emissione di debito, fondi per finanziare un esercito e una struttura di comando militare politicamente responsabile. Non si acquisisce hard power con le persone sedute attorno a un tavolo. La tragedia dell'UE è che ha abbandonato il necessario per cercare l'impossibile.»
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di Thomas Kolbe
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-crollo-dellindustria-siderurgica)
Alla vigilia di un vertice d'emergenza con l'industria siderurgica, i socialdemocratici tedeschi (SPD) al governo hanno presentato la loro “roadmap di crisi”. Se sussidi e protezionismo falliranno, il settore verrà nazionalizzato. Così, senza pensarci due volte.
Il settore siderurgico tedesco è diventato la parabola perfetta per descrivere lo stato pietoso in cui versa la base industriale del Paese. Il suo declino negli ultimi otto anni è pressoché senza precedenti nella storia economica moderna. La produzione è crollata di oltre il 30% sin dal 2018, con la sola prima metà dell'anno scorso che ha fatto registrare un brutale calo del 12% su base annua: un crollo che sta accelerando a grande velocità.
In numeri assoluti: la produzione di acciaio grezzo è scesa dal picco del 2018 di 42,4 milioni di tonnellate a soli 29 milioni di tonnellate l'anno scorso. È semplice: produrre in Germania non conviene più. Quindi i capitali si stanno spostando verso destinazioni più redditizie. La Cina – e ora sempre più gli Stati Uniti – sono il luogo in cui si fanno più affari.
Posizione non redditizia
L'esodo di capitali da produttori un tempo potenti come ThyssenKrupp e Salzgitter AG ha lasciato profonde cicatrici sociali: circa 30.000 dei 120.000 posti di lavoro nel settore siderurgico sono già scomparsi.
E la fuga di capitali non si limita all'acciaio, ma riguarda l'intero panorama industriale. Non sorprende, quindi, che la produzione di “acciaio verde”, particolarmente costosa e tecnicamente impegnativa – lo standard morale a zero emissioni di CO₂ – stia crollando con la stessa rapidità della produzione di acciaio convenzionale.
Dal punto di vista politico tutto questo potrebbe suscitare qualche “preoccupazione”, ma intellettualmente nessuno si muove. Ciò che i burocrati etichettano come “fallimento del mercato” viene risolto con l'ennesima tornata di sussidi. Sia Bruxelles che Berlino hanno già mobilitato nuovi miliardi sul mercato obbligazionario per inondare i canali inariditi di questa “economia pianificata verde”.
È notevole come la politica tedesca risolva la dissonanza cognitiva investendo sempre più denaro pubblico. Questo non ha nulla a che fare con la vera definizione delle linee di politica o con la definizione di un quadro normativo sostenibile per le imprese. È l'esecuzione rituale di un culto ambientalista.
Modalità “solo chiacchiere”
Questa evidente discrepanza con la realtà economica viene mascherata da un flusso continuo di “vertici”. I politici sembrano bloccati in una modalità di conversazione permanente, incontri che non cambiano nulla se non per apparire impegnati.
Ora si suppone che al recente vertice dell’industria automobilistica segua un “vertice sull’acciaio”.
In queste tavole rotonde l'industria chiede elettricità sovvenzionata, i sindacati chiedono garanzie occupazionali e programmi di cassa integrazione, e i politici promettono di ridurre la burocrazia: una frase vuota che è diventata grottesca alla luce del diluvio normativo da loro stessi creato.
Questi “incontri per chiacchierare” hanno un unico scopo: difendere lo status quo. Simulano riforme, proiettando “azione” e “consapevolezza” a un pubblico sempre più disinteressato.
Ma il crollo della base industriale tedesca non richiede altri vertici fasulli, richiede una nuova comprensione del ruolo dello stato nella società: solo uno stato minimo, che stabilisca regole chiare per un libero mercato e poi scompaia dalla vista, può consentire una vera soluzione dei problemi.
La SPD ha capito di non aver capito
La data del vertice sull'acciaio non è ancora stata fissata, ma visti i dati catastrofici, sarà presto all'ordine del giorno. Nella Renania Settentrionale-Vestfalia, un tempo cuore del carbone e dell'acciaio e roccaforte della SPD, il partito ha già lanciato un'operazione di pubbliche relazioni di facciata.
Con lo slogan, “Abbiamo capito”, i funzionari locali della SPD fingono di riallacciare i rapporti con le persone che hanno perso molto tempo fa.
Ora affermano di “concentrarsi sui veri problemi” e di “lottare per ogni incarico”. È la classica retorica socio-romantica, presa direttamente dal copione del partito del dopoguerra. Si potrebbe pensare che abbiano riesumato un vecchio discorso di Johannes Rau.
Il socialismo a piccoli passi
Ma la vera direzione è stata rivelata in un nuovo documento della SPD.
Il linguaggio è chiaro: in “casi eccezionali” lo stato dovrebbe acquisire partecipazioni azionarie nelle aziende siderurgiche in difficoltà. E poiché le crisi tendono a moltiplicarsi in questo contesto, le “eccezioni” diventeranno presto la norma.
Prima della nazionalizzazione vera e propria, ovviamente, la SPD vuole mettere in campo tutti gli strumenti possibili: sussidi, dazi e protezionismo... il solito, insomma. E se un intervento fallisce, la risposta è sempre la stessa: raddoppiare la posta in gioco.
Se non si smantella questo incubo eco-socialista, non ci sarà alcuna svolta per l'industria tedesca. E, come sempre, l'opposizione di centro-destra si adeguerà, offrendo critiche simboliche pur condividendo l'agenda della trasformazione verde. La rotta tracciata a Bruxelles sarà difesa a qualsiasi costo, contro ogni logica economica.
Stiamo assistendo alla costruzione graduale di un nuovo tipo di socialismo: questa volta è verde.
Le cause sono ovvie
Le cause del crollo industriale della Germania non sono certo un mistero: una crisi energetica autoinflitta, un'ossessione per la CO₂ che si è diffusa in ogni livello della politica dell'UE e il lento soffocamento della competitività.
Ancora più preoccupante è la profonda penetrazione di questa fede eco-socialista nella classe politica. Il dogma climatico è così profondamente radicato nella mentalità della popolazione che un rapido ritorno al pragmatismo economico in stile statunitense è quasi impensabile.
Nessuna pressione dalla base elettorale, nessun ripensamento ideologico.
Il completo smantellamento del complesso climatico, lo smantellamento deliberato di questa vasta economia clientelare, la fine delle tasse sulla CO₂, la bonifica della giungla normativa, spetterà a una generazione futura costretta a ripulire tutto questo pasticcio.
Non è una prospettiva piacevole, ma se l'obiettivo è una società prospera e libera, il ritorno ai principi di mercato e a uno stato minimo come garante della sicurezza – senza fardelli ideologici – è l'unico modo per liberare le forze necessarie al rinnovamento.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.
Does Congress Even Exist Anymore? Whose Fault Is This?
We all grew up learning about the U.S. government’s supposed uniqueness; its built-in “checks and balances.” After all, the results of concentrated power without restraint are littered throughout all of human history. America was different…for awhile, at least. Congress was, in theory, the branch of government “closest to the people,” representing each state’s interests. Today? Congress comes around when it’s time to vote, and then you don’t see them again. They represent billionaires and crony corporations. They’re off in other countries, propagandizing the overthrow of foreign governments. They often don’t even bother reading the bills they vote on here at home. And worst of all, they allow the Executive Branch to get away with almost everything. No checks. No balances. What has happened to the republic?
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La crisi dei droni in Venezuela
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-dei-droni-in-venezuela)
L'amministrazione Trump presenta l'intensificarsi delle operazioni in Venezuela come una campagna antidroga estesa. Questo, però, non spiega del tutto la faccenda.
Non voliamo con gli F-35 a Porto Rico per i trafficanti di cocaina, non inviamo un gruppo d'attacco con portaerei nei Caraibi per un'interdizione di routine, non spostiamo un gruppo anfibio con un'unità dei Marines per i trafficanti di droga. Le operazioni antidroga tradizionali si basano su motovedette della Guardia Costiera e aerei da pattugliamento che individuano, tracciano e indirizzano le forze dell'ordine su piccole imbarcazioni.
Il pacchetto di forze indica cosa preoccupa i pianificatori. Un ARG/MEU è ciò che si schiera quando si vogliono Marines disponibili per rapide operazioni a terra; i caccia di quinta generazione sono ciò che si schiera quando si prevede uno spazio aereo conteso, o si hanno bisogno di opzioni di attacco di precisione contro obiettivi saldamente difesi. Un blocco dichiarato è un atto di coercizione contro uno stato, non uno strumento per catturare i trafficanti. Niente di tutto questo ha senso come campagna antidroga, tutto ha senso come preparazione per un'emergenza più ampia.
Se la lotta alla droga è una copertura, la domanda successiva è perché l'amministrazione Trump ne abbia bisogno. La risposta più probabile è che la vera preoccupazione è più difficile da discutere pubblicamente. Una grave vulnerabilità vicina a casa, che richiede questo tipo di atteggiamento per essere affrontata, non è qualcosa che si pubblicizza. Dirlo apertamente fa sembrare permeabile la difesa nazionale, invita una reazione pubblica che potrebbe restringere le opzioni e forzare l'escalation secondo un calendario politico piuttosto che strategico. Inoltre direbbe agli avversari esattamente cosa vi preoccupa e quanta influenza hanno.
La storia della droga evita tutto questo. Sostiene un importante atteggiamento militare nell'emisfero occidentale senza spiegare il vero motivo; fa guadagnare tempo per pressioni coercitive, canali discreti e accordi prima che qualcuno si blocchi su un'unica linea d'azione; mantiene il dibattito pubblico concentrato su un problema che gli americani già comprendono piuttosto che su uno che richiederebbe una spiegazione più lunga e potrebbe provocare panico o addirittura una guerra.
Ma la copertura vi dice solo che c'è qualcosa da nascondere, l'atteggiamento vi dice di cosa si tratta. In una campagna antidroga la misura del successo sono i sequestri. Il pacchetto di forze in Venezuela non è ottimizzato per questo, è ottimizzato per la coercizione e, se necessario, per l'azione contro obiettivi a terra. L'obiettivo è estorcere concessioni al regime di Maduro o, in caso di fallimento, essere pronti a smantellare qualsiasi capacità che gli Stati Uniti ritengano intollerabile.
La posizione è coerente con una minaccia vicina sufficientemente seria da giustificare il ritiro di risorse di alto livello da altri teatri. Questa prospettiva si adatta alle mosse visibili molto meglio delle navi da carico con dentro la cocaina. Si adatta anche al cambiamento di politica. La Strategia per la Sicurezza Nazionale 2025 (NSS) della Casa Bianca pone l'enfasi sull'emisfero occidentale e richiede una maggiore presenza della Guardia Costiera e della Marina per controllare le rotte marittime e le principali rotte di transito. La patria ne esce fuori esposta in un modo che non era mai stato prima d'ora.
La contromossa
Il fattore più plausibile è la Russia.
Mosca ha bisogno di una leva contro gli Stati Uniti che non passi attraverso un'escalation nucleare e non richieda la sconfitta delle forze americane in uno scontro diretto. L'Ucraina è il centro di gravità, ma la pressione può essere esercitata altrove. Questo è un vecchio schema. Quando Washington si avvicina ai confini russi, Mosca cerca il modo di creare problemi vicino a quelli americani.
I Caraibi offrono questa contromossa e costringono gli Stati Uniti a investire attenzione e risorse vicino a casa. Creano anche una leva contrattuale in qualsiasi negoziazione sull'Ucraina. Mosca ottiene un modo per segnalare, implicitamente, che l'escalation in Europa incontrerà pressioni nelle Americhe.
La leva funziona solo se è credibile. Una minaccia alle rotte di navigazione e ai cavi sottomarini statunitensi vicino alla costa del Golfo sarebbe considerata tale. Una capacità che potrebbe interrompere il traffico commerciale, o persino creare sufficiente incertezza da far impennare i tassi assicurativi e deviare le navi, darebbe a Mosca qualcosa che attualmente le manca: un modo per imporre costi reali agli Stati Uniti senza uno scontro militare diretto. La domanda è se tale capacità esista e se il Venezuela possa ospitarla. La risposta a entrambe le domande è sì.
Il Venezuela si adatta a questo ruolo meglio di qualsiasi altro Paese della regione. Non è solo l'ennesimo governo anti-americano, è uno stato con porti, coste e istituzioni deboli in grado di assorbire consulenti, attrezzature e logistica clandestina stranieri senza una chiara attribuzione. Il regime di Maduro ha legami profondi con Mosca, risalenti alle reti della Guerra fredda in America Latina. È sopravvissuto per anni alla pressione delle sanzioni e ha costruito canali per spostare denaro e materiali al di fuori del sistema finanziario occidentale.
La posizione del Venezuela è ciò che lo rende utile. Si trova accanto ai punti di strozzatura che convogliano il traffico verso il mercato statunitense. Il Canale di Panama è evidente, ma la costa del Golfo è altrettanto vulnerabile, poiché tutto il traffico lì si muove solo attraverso due strette corsie. La vicinanza a questi canali, i cavi sottomarini e i sistemi di accesso tramite cavi sottomarini è ciò che trasforma una contromossa teorica in una contromossa operativa.
Le reti dei cartelli si occupano dell'aspetto pratico: spostano persone, denaro e merci attraverso i confini e i porti. Dispongono di violenza disciplinata, intelligence locale e accesso marittimo attraverso flotte che si integrano nel traffico di routine. Durante la Guerra fredda le operazioni segrete sovietiche in America Latina spesso passavano attraverso gruppi di insorti e reti criminali, a volte sovrapponendosi ai cartelli emersi negli anni '80. La versione moderna può passare attraverso i cartelli per le stesse ragioni: denaro, accesso e logistica negabile. Queste capacità possono destabilizzare e possono anche supportare azioni più deliberate.
Ciò non richiede sottomarini russi che stazionano al largo delle coste statunitensi, o una presenza militare visibile nell'emisfero. Il modello più plausibile è una capacità gestita localmente, abilitata da tecnologia, consulenti e finanziamenti stranieri che il Venezuela può gestire sotto la propria bandiera. Questo modello si adatta agli incentivi di Mosca: preserva la negabilità e spiega perché l'amministrazione Trump mantenga la notizia pubblica incentrata sulla droga, mentre elabora silenziosamente opzioni per qualcosa di più ampio.
Il Venezuela ha due scopi in questo contesto.
Il primo è la leva negoziale. Un problema caraibico offre a Mosca un modo per esercitare pressione senza un conflitto aperto. L'escalation in Ucraina può essere contrastata esercitando pressione più vicino alle coste statunitensi. Tale pressione non richiede una presenza navale russa visibile, può insinuarsi nell'ambiente permissivo del Venezuela e nelle reti criminali che già si muovono attraverso i confini e le rotte marittime. Questo aiuta anche a spiegare l'involucro antidroga. Se il Venezuela fa parte di un gioco di contrattazione con la Russia sull'Ucraina, che si tratti dei termini di un accordo di pace o del posizionamento di sistemi d'arma statunitensi come i missili Tomahawk, pubblicizzare tale fatto aumenta il prezzo della leva e riduce lo spazio per compromessi discreti.
Il secondo è un'opzione latente in tempo di guerra. Una capacità schierata in Venezuela non deve essere utilizzata in tempo di pace per avere importanza. Può rimanere latente e diventare decisiva se gli Stati Uniti entrano in una guerra aperta contro la Russia, o contro una coalizione che include Cina o Iran. Interruzioni in prossimità degli approcci statunitensi paralizzerebbero l'economia e costringerebbero l'esercito a dirottare risorse scarse per difendere il commercio e le infrastrutture costiere esattamente nel momento in cui tali risorse sarebbero necessarie altrove.
Ecco perché la questione deve essere affrontata ora. Una minaccia con base in Venezuela diventa più difficile da rimuovere nel momento in cui diventa più preziosa per un avversario. Aspettare che inizi un conflitto più ampio significa lottare per smantellare suddetta capacità nelle peggiori condizioni possibili, il che potrebbe richiedere un cambio di regime e una lunga campagna contro la resistenza (es. guerriglia) sostenuta dai cartelli, mentre si combatte contemporaneamente altrove. Un'amministrazione seria non può pianificare di risolvere questo problema dopo l'inizio degli scontri: deve essere risolto finché i costi sono ancora gestibili.
Anche Friedman la vede così
George Friedman, fondatore di Stratfor e Geopolitical Futures, è giunto a una conclusione simile.
Friedman ha inserito le azioni statunitensi in Venezuela nel contesto della Dottrina Monroe e della competizione della Guerra fredda nei Caraibi. Le attuali tensioni con la Russia, ha sostenuto, hanno spinto Mosca a rinnovare il suo interesse per l'emisfero occidentale come contrasto alle azioni statunitensi in Ucraina. Quando Washington esercita pressioni vicino ai confini russi, Mosca cerca una leva vicino a quelli americani.
Friedman ha anche sottolineato il legame con i cartelli, vedendo prendere forma una versione moderna delle operazioni per procura della Guerra fredda: la Russia che opera attraverso il regime di Maduro e l'infrastruttura dei cartelli per creare una leva contro Washington.
Ciò che Friedman identifica chiaramente è l'obiettivo: almeno la metà di tutte le importazioni ed esportazioni statunitensi transita attraverso i porti della costa del Golfo. Il Texas e la Louisiana rivestono un'importanza economica fondamentale e, se l'accesso fosse interrotto, i porti dell'Atlantico e del Pacifico farebbero fatica a compensare la carenza. Il Golfo è anche la porta d'accesso al sistema fluviale del Mississippi, la principale arteria interna del Paese per le merci e gli input industriali. Tutto il traffico del Golfo confluisce attraverso due sole uscite: lo Stretto della Florida e il Canale dello Yucatán. Lo Stretto si estende per soli 145 chilometri nel suo punto più stretto.
Il tema che Friedman non affronta è come un avversario potrebbe effettivamente minacciare quei corridoi senza far stazionare sottomarini, o stabilire una presenza militare visibile nell'emisfero. I veicoli sottomarini autonomi rispondono a questa domanda.
Veicoli sottomarini senza pilota e autonomi (UUV e AUV)
Ogni tanto emerge una nuova tecnologia che rompe l'equilibrio esistente. Le mitragliatrici hanno fatto crollare la logica della fanteria di massa; gli U-Boot hanno infranto l'assunto che le flotte di superficie controllassero i mari. I veicoli sottomarini autonomi appartengono a questa categoria.
L'intero sistema commerciale globalizzato si basa sul presupposto fondamentale che le merci possano circolare liberamente attraverso gli oceani del mondo. Per decenni il predominio navale degli Stati Uniti ha garantito le rotte di navigazione da cui dipendono catene di approvvigionamento sempre più tese. Abbiamo delocalizzato parti critiche della nostra base industriale e distribuito fattori di produzione chiave in tutto il mondo, dando per scontato che sarebbero sempre rimasti accessibili.
I veicoli sottomarini autonomi minacciano di infrangere questa convinzione. Sono economici, quasi impossibili da rilevare e una manciata di essi può bloccare intere rotte di navigazione. Possono recidere i cavi sottomarini, isolando i Paesi sia digitalmente che fisicamente. E non c'è quasi nulla che possiamo fare attualmente per neutralizzare la minaccia su larga scala. Il volume delle spedizioni globali oggi è di ordini di grandezza maggiore rispetto a un secolo fa. Durante la Prima guerra mondiale, la soluzione agli U-Boot erano le scorte navali e i convogli; oggi questa non è una strategia praticabile. Gli Stati Uniti non hanno la capacità di flotta per proteggere il traffico generato dalla globalizzazione.
Questa non è solo una minaccia per il commercio: mina direttamente la capacità di proiettare potere e sostenere operazioni militari. Una persistente minaccia di veicoli sottomarini autonomi in prossimità degli approcci statunitensi metterebbe a dura prova l'economia e costringerebbe le forze armate a difendere la patria esattamente nel momento in cui tali risorse sarebbero necessarie altrove.
Il 15 dicembre 2025 l'Ucraina ha aperto un nuovo capitolo nella guerra navale utilizzando un drone sottomarino per colpire un sottomarino russo nel porto difeso di Novorossijsk. Era la prima volta che un veicolo sottomarino autonomo veniva utilizzato in un attacco. L'obiettivo era un sottomarino di classe Kilo, del valore di circa $500 milioni, che era stato utilizzato per lanciare missili da crociera contro le città ucraine. L'attacco ha avuto successo in un porto ristretto dotato di pattugliamenti, barriere, sensori e accessi controllati. Se ciò può accadere in uno spazio appositamente costruito per la difesa, liberare un corridoio marittimo aperto che si estende per centinaia di chilometri è impossibile.
Due giorni dopo la Russia ha rivelato quanto sia indifesa contro questa minaccia. Il 17 dicembre 2025 la Marina russa ha affondato diverse chiatte all'ingresso del molo del porto di Novorossijsk per impedire l'ingresso di ulteriori droni ucraini. La Russia ha di fatto imprigionato la propria Flotta del Mar Nero perché non ha altro modo per difendersi dai droni autonomi a basso costo.
Le immagini satellitari del 17 dicembre 2025 mostrano chiatte affondate all'ingresso del porto navale russo di Novorossijsk per bloccare i droni sottomarini ucraini. Le difese tradizionali come le reti possono essere tagliate. Barricare il porto era l'unica opzione.Per gran parte del periodo successivo alla Guerra fredda, una minaccia credibile di interdizione marittima in prossimità degli approcci statunitensi richiedeva un potere visibile. Significava sottomarini, mine navali, forze per le operazioni speciali e un treno logistico difficile da nascondere. Aveva anche una firma inequivocabile: l'arrivo di imbarcazioni russe nei Caraibi avrebbe significato un'attribuzione immediata e una rapida escalation.
I veicoli sottomarini autonomi cambiano questo calcolo. Lo stesso effetto strategico, che minaccia il trasporto commerciale e le operazioni navali in corridoi chiave, può ora essere ottenuto senza sottomarini russi in servizio. Un Paese ospitante, o un cartello, può lanciare e gestire i sistemi sotto la propria bandiera. Gli sponsor stranieri forniscono progetti, software, addestramento e carichi utili rimanendo sempre a un livello di distanza. Il risultato è una capacità in una zona grigia, più difficile da attribuire e da superare rispetto a qualsiasi altra cosa presente nel vecchio manuale.
Ciò che rende i veicoli sottomarini autonomi difficili da contrastare è che le difese usuali non sono applicabili.
L'acqua salata annienta il modello standard di difesa dei droni. I segnali a radiofrequenza muoiono entro pochi centimetri nell'acqua di mare, quindi non c'è alcun collegamento con le interferenze. Il controllo è completamente autonomo, o trasmesso tramite un cavo in fibra ottica sottilissimo che può raggiungere una boa di superficie silenziosa a una distanza di cinquanta chilometri. Tagliare il cavo non pone fine alla minaccia, il veicolo può tornare in modalità autonoma e continuare a cacciare.
Il rilevamento è peggiore. Un piccolo drone aereo è visibile ai radar a lungo raggio. Un radar in banda Ka può identificare un drone delle dimensioni di un pallone da calcio da decine di chilometri. Un veicolo sottomarino autonomo da 100 chilogrammi alimentato a batteria che si muove lentamente tra i rifiuti costieri è praticamente impercettibile. Il sonar passivo ha difficoltà in acque basse e rumorose; il sonar attivo può rilevare di più, ma funziona solo a distanza ravvicinata. Bisogna essere quasi sopra il bersaglio per rilevarlo. Questo rende il sonar attivo lento e impossibile da scalare su centinaia di chilometri di rotte marittime.
La navigazione non è più il limite di una volta. I veicoli sottomarini non possono utilizzare il GPS, poiché i segnali non penetrano l'acqua di mare, ma la navigazione inerziale abbinata ai registri di velocità doppler ora consente a un veicolo di stazionare in un'area di ricerca con una deriva gestibile, il tutto senza emergere dalla superficie. Un veicolo sottomarino autonomo può rimanere in una zona di sicurezza designata per settimane, operando con regole di puntamento precaricate, richiedendo solo comunicazioni minime, mentre i segnali acustici criptati possono isolare gli scafi alleati.
Il novanta percento del commercio globale e la maggior parte dei cavi di comunicazione transoceanici passano attraverso un numero limitato di punti di strozzatura. Il Canale di Panama è un evidente collo di bottiglia, ma la costa del Golfo è altrettanto vulnerabile perché tutto il traffico del Golfo è incanalato attraverso due sole strette corsie. Una dozzina di questi “campi minati autonomi mobili” posizionati nello Stretto della Florida e nel Canale dello Yucatán potrebbero bloccare l'accesso al Golfo.
La curva dei costi è fortemente a sfavore della difesa. Un kit per sub-droni funzionante costa una frazione di quanto costa una petroliera, o una grande nave militare; un sistema di cavi a doppio percorso costa nell'ordine di centinaia di milioni di dollari. L'aspetto economico è nettamente a favore dell'attaccante perché gli obiettivi sono costosi e l'area difesa è vasta. Ogni miglio di acqua aggiuntivo aumenta il costo della difesa, mentre i costi per l'attaccante rimangono fissi. L'attaccante sceglie il momento e il luogo; il difensore deve dimostrare che l'acqua è pulita su ogni miglio di ogni corsia di transito.
L'effetto prolungato è ancora più significativo dei singoli attacchi. Secondo una relazione di Bloomberg del 18 dicembre 2025, le petroliere russe che attraversano il Mar Nero hanno iniziato a costeggiare le coste della Georgia e della Turchia anziché prendere la rotta diretta in mare aperto. Una deviazione che aggiunge 350 miglia, ovvero il 70%, al viaggio da Novorossijsk al Bosforo. Lo stanno facendo per ridurre l'esposizione ai droni marittimi ucraini. La minaccia da sola è stata sufficiente a modificare il comportamento, aumentare i costi e interrompere le normali operazioni. Questo è il modello del potere di leva. Non è necessario distruggere ogni nave, è necessario creare sufficiente incertezza da impedire che rotte, assicurazioni e programmazione funzionino normalmente. Il Mar Nero sta diventando un esempio concreto di ciò che una persistente minaccia di droni può causare al trasporto marittimo commerciale.
Anche la tempistica è degna di nota. L'Ucraina ha utilizzato droni aerei contro le forze russe fin dall'inizio della guerra, ma i droni marittimi sono uno sviluppo recente. Si tratta di sistemi molto più sofisticati. I droni aerei si basano su collegamenti a radiofrequenza che possono essere disturbati, o falsificati; i droni marittimi devono navigare autonomamente sott'acqua, senza GPS, o comunicazioni in tempo reale. Ciò richiede una navigazione inerziale avanzata, software di puntamento autonomo e un'ingegneria che l'Ucraina, combattendo una guerra terrestre estenuante con una capacità industriale limitata, farebbe fatica a sviluppare da zero. Gli Stati Uniti non hanno riconosciuto il trasferimento della tecnologia dei droni marittimi all'Ucraina, ma la capacità è apparsa proprio quando Washington ha iniziato a inviare forze verso il Venezuela. Se la tesi di questo articolo è corretta, ovvero che la Russia abbia abilitato una capacità di veicoli sottomarini autonomi in Venezuela, allora una risposta americana simmetrica avrebbe senso: dotare l'Ucraina degli strumenti per minacciare le navi russe nel Mar Nero, proprio come la Russia dota il Venezuela degli strumenti per minacciare le navi americane nei Caraibi. I due teatri diventano speculari l'uno dell'altro: gestiti per procura e progettati per creare una leva senza uno scontro diretto tra grandi potenze.
Se la risposta degli Stati Uniti al Venezuela fosse quella di dotare l'Ucraina di droni marittimi, ciò potrebbe paralizzare l'economia russa. L'escalation da lì è imprevedibile. Entrambe le parti potrebbero ora schierare un'arma da cui nessuna delle due può difendersi, in teatri in cui il commercio dell'altra è esposto. Una volta che il genio dei veicoli sottomarini autonomi è uscito dalla lampada, non può più essere rimesso dentro.
Perché il Venezuela è importante per i droni sottomarini
Il principale limite dei veicoli sottomarini senza pilota è la durata della batteria. Un veicolo sottomarino autonomo può eseguire una missione unidirezionale su lunghe distanze, ma le missioni unidirezionali non creano una minaccia di negazione marittima prolungata. La leva deriva dalla persistenza: la capacità di mantenere le piattaforme in rotazione attraverso corridoi chiave settimana dopo settimana. Ciò richiede lancio, recupero, sostituzione delle batterie, manutenzione e ricarica del carico utile; richiede una base operativa avanzata vicina al bersaglio.
Il Venezuela fornisce questa base. La sua costa è sufficientemente vicina al Canale di Panama, alle rotte di navigazione del Golfo e agli accessi via cavo da consentire ai veicoli sottomarini autonomi di operare senza lunghi transiti che ne scarichino le batterie. Ma la manutenzione non deve necessariamente avvenire a terra. Pescherecci e narcotrafficanti possono prendere il largo, sostituire le batterie e recuperare le piattaforme senza mai riportarle in porto. Una grande nave madre è tecnicamente fattibile, ma poco pratica. Una nave cargo convertita è tracciabile, di alto valore e prevedibile. Se sospettata di fungere da piattaforma di lancio, attira la sorveglianza e in caso di crisi diventa un bersaglio legittimo. Il modello distribuito è molto più difficile da contrastare. Lanci e recuperi distribuiti su decine di piccole imbarcazioni che si fondono nel normale traffico costiero sono quasi impossibili da tracciare, figuriamoci da fermare.
Anche il Venezuela può gestire questi sistemi sotto la propria autorità. Gli sponsor stranieri forniscono la tecnologia, l'addestramento e i carichi utili, ma Caracas detiene la proprietà delle operazioni. Mosca farebbe nei Caraibi quello che Washington ha fatto in Ucraina: armare un proxy e mantenere una distanza appena sufficiente a complicare l'escalation.
L'interdizione in mare non può risolvere questo problema. Una marina può pattugliare, può scortare convogli e ispezionare il traffico. Ciò che non può fare è impedire a una costa di generare piattaforme. Finché le infrastrutture terrestri rimangono intatte, ovvero i porti, i nodi di manutenzione, il personale, le catene di approvvigionamento, la minaccia continuerebbe a incombere. L'unico modo per porre fine a una persistente campagna di veicoli sottomarini autonomi è negare l'ecosistema abilitante sulla terraferma. È per questo che gli Stati Uniti hanno assunto la loro attuale postura nei confronti del Venezuela.
Il Venezuela come base operativa avanzata
La questione non è se il Venezuela ospiterà capacità militari straniere... lo fa già.
Il caso più documentato è l'Iran. Il Venezuela è andato oltre l'importazione di droni iraniani, producendoli internamente. La fabbrica di armi CAVIM, situata vicino alla base aerea di El Libertador, produce il Mohajer-2 (conosciuto localmente come Arpia, o ANSU-100), e ingegneri venezuelani addestrati in Iran stanno sviluppando un progetto di ala rotante simile allo Shahed-171 dell'IRGC. Documenti statunitensi trapelati confermano che i funzionari venezuelani hanno coordinato le spedizioni di equipaggiamento militare dall'Iran e richiesto droni con una gittata di 1.000 chilometri, sufficiente a raggiungere le basi regionali statunitensi a Porto Rico e nei Caraibi orientali.
La cooperazione si estende oltre le cellule. Il Venezuela ha richiesto a Teheran disturbatori GPS e apparecchiature di rilevamento passivo. Il personale tecnico iraniano è presente sul territorio, contribuendo a ottimizzare la capacità del Venezuela di guerra elettronica e tattiche irregolari. Stabilendo la co-produzione sul suolo venezuelano, l'Iran ha creato un nodo avanzato sostenibile per la tecnologia militare asimmetrica nell'emisfero occidentale, che non dipende da spedizioni transatlantiche rischiose che potrebbero essere intercettate.
L'Iran ha anche dimostrato la capacità logistica necessaria per spostare le proprie capacità navali nell'Atlantico. Negli ultimi anni Teheran ha schierato la sua nave più grande, la Makran, insieme alla fregata missilistica Sahand, nell'Atlantico meridionale. Una nave base è ideale per il trasporto e lo schieramento di piattaforme specializzate più piccole, inclusi i veicoli sottomarini autonomi. Lo schieramento è un segnale sia di intenti che di fattibilità.
Il coinvolgimento pubblico della Russia opera a un livello superiore. Mosca e Caracas hanno ratificato un trattato di cooperazione strategica che copre difesa, energia e finanza. Il Vice Ministro degli Esteri, Sergei Ryabkov, ha dichiarato che la Russia potrebbe aprire nuove strutture militari in Venezuela. Nel 2024 lo schieramento nei Caraibi del Kazan, un sottomarino missilistico a propulsione nucleare avanzato, ha dimostrato che il Venezuela è un valido teatro operativo per i sistemi d'arma strategici russi. Il Kazan trasporta missili guidati con una gittata di 1.000 miglia nautiche, rendendo le coste statunitensi raggiungibili da un lancio segreto di un sottomarino dalla regione.
La Cina fornisce il supporto finanziario e logistico che rende tutto questo sostenibile. Dal 2006 Pechino ha esportato in Venezuela circa $630 milioni in equipaggiamento militare, inclusi aerei, veicoli e radar per la difesa aerea. Gran parte di questo importo è stato finanziato attraverso il Fondo Congiunto Cina-Venezuela. Quando la pressione statunitense si è intensificata, Maduro ha scritto direttamente a Xi Jinping chiedendo un'accelerazione nella produzione di sistemi di rilevamento radar. La Cina ha risposto con espliciti avvertimenti contro un intervento militare statunitense, segnalando che la sua partnership con il Venezuela non è una convenienza temporanea, ma un impegno strategico.
L'architettura finanziaria che lega tutto questo si snoda attraverso reti di evasione delle sanzioni, società di facciata legate a Hezbollah e istituzioni statali venezuelane. Si stima che circa $3,13 miliardi siano stati dirottati dal Fondo Congiunto Cina-Venezuela per sostenere queste partnership. Le stesse reti che muovono denaro muovono anche narcotici. Il Cartel de los Soles e il Tren de Aragua collaborano con i rappresentanti di Hezbollah per generare entrate ed esercitare potere di leva.
Niente di tutto ciò dimostra che i veicoli sottomarini autonomi siano attualmente in Venezuela, ma spiega perché l'assenza di conferme pubbliche non ne sia la prova. I programmi di veicoli sottomarini autonomi sono più recenti e molto più sensibili della produzione di droni o dei trasferimenti di armi convenzionali. I governi non pubblicizzano capacità progettate per operazioni di negazione: se il Venezuela e i suoi partner stessero sviluppando una capacità di negazione marittima, si tratterebbe esattamente del tipo di programma tenuto fuori da documenti trapelati e cablogrammi diplomatici.
Anche la logica della partnership punta verso i veicoli sottomarini autonomi. Russia, Iran e Cina hanno già trasferito droni, missili antinave, sistemi di guerra elettronica e piattaforme navali strategiche al Venezuela. Hanno finanziato il regime, addestrato il suo personale e costruito impianti di coproduzione sul suolo venezuelano. Perché dovrebbero fermarsi prima dell'unica capacità che genera un vero potere di leva? Droni e missili complicano la vita degli Stati Uniti. Una minaccia di negazione marittima cambia completamente il calcolo strategico. Se Mosca cerca una risposta alla pressione statunitense in Ucraina, qualcosa che costringa Washington a difendere la patria piuttosto che proiettare potere all'estero, i veicoli sottomarini autonomi in mano al Venezuela sono la mossa più ovvia. Sono economici e devastanti. I partner hanno già dimostrato la volontà di trasferire sistemi meno influenti; un sistema più influente seguirebbe la stessa logica, non la contraddirebbe.
La domanda più significativa è perché la posizione degli Stati Uniti sia cambiata così radicalmente. Washington è a conoscenza da anni della cooperazione iraniana sui droni, degli schieramenti navali russi e delle vendite di armi cinesi. Nessuna di queste minacce ha innescato un gruppo d'attacco di portaerei, caccia di quinta generazione, o un blocco navale. Le altre amministrazioni hanno risposto a queste minacce con sanzioni, pressioni diplomatiche e la presenza militare di routine, non col più grande rafforzamento navale nei Caraibi sin dal 1962.
Qualcosa ha oltrepassato una linea rossa. Le minacce precedenti erano preoccupanti ma gestibili. I droni con una gittata di 1.000 chilometri possono complicare le operazioni regionali; i missili antinave sui Su-30 creano rischi per le navi militari che operano in prossimità delle acque venezuelane. Ma nessuna di queste capacità minaccia di paralizzare l'economia statunitense, o la logistica militare. Una minaccia concreta di negazione marittima sì, invece. I droni a guida autonoma, operanti nello Stretto della Florida e vicino al Canale di Panama, metterebbero a rischio le arterie commerciali che trasportano metà del commercio americano e le rotte marittime che sostengono la proiezione di potere militare. Questo è il tipo di minaccia che fa cambiare atteggiamento da un giorno all'altro.
Il Venezuela ha stabilito un modello di accettazione della produzione di droni, del supporto alla guerra elettronica e degli schieramenti navali strategici forniti da operatori stranieri. Il regime ha costruito le infrastrutture (es. porti, accesso costiero, logistica dei cartelli, canali per eludere le sanzioni) che supporterebbero un programma di veicoli sottomarini autonomi. Se Russia, Iran e Cina sono disposte a trasferire la capacità di produzione di droni e a schierare navi base marittime nell'Atlantico, il passaggio ai veicoli sottomarini autonomi non è un salto nel vuoto: è un'estensione di quanto già in corso ed è proprio questa estensione a spiegare perché Washington ha reagito nel modo che abbiamo visto.
Ipotesi alternativa: il petrolio
La spiegazione più diffusa per la posizione degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela è il petrolio. Questa teoria, però, non regge.
Il petrolio venezuelano è importante per il regime di Maduro. Finanzia il clientelismo, i servizi di sicurezza e le reti di elusione delle sanzioni. Non spiega perché gli Stati Uniti dovrebbero lanciare una costosa campagna militare in Sud America, però.
Una guerra caotica per un cambio di regime impedirebbe all'amministrazione Trump di raggiungere i suoi altri obiettivi, sia in patria che all'estero. Gli Stati Uniti non possono permettersi di distogliere l'attenzione militare da Cina e Russia e questo è esattamente quello che accadrebbe con una campagna venezuelana prolungata. Terrebbe occupate le forze militari, consumerebbe la larghezza di banda dei vertici e darebbe agli avversari esattamente ciò che vogliono: un'America distratta e sovraccaricata nel suo stesso cortile di casa. Questa, dopotutto, è la logica stessa dell'uso del Venezuela come contromossa; una guerra per il petrolio giocherebbe direttamente su questo.
Anche la tempistica è un problema. Qualsiasi serio tentativo di rilanciare la PDVSA e aumentare la produzione è un progetto pluriennale che richiede una governance stabile, capitali, attrezzature e sicurezza. E questo presuppone che l'infrastruttura sopravviva intatta. In una transizione forzata, il regime di Maduro o i suoi alleati avrebbero ogni incentivo a sabotare giacimenti petroliferi, raffinerie e oleodotti durante la transizione. Quando il Giappone invase le Indie Orientali Olandesi nel 1942, gli olandesi distrussero i propri impianti petroliferi piuttosto che lasciarli cadere in mani nemiche. Nonostante anni di sforzi, i giapponesi non riuscirono mai a ripristinare la produzione oltre la metà dei livelli prebellici. Non c'è motivo di aspettarsi che Maduro sia più generoso. Giacimenti e impianti non sono un premio se non possono essere gestiti. Anche una campagna di successo potrebbe compromettere la produzione per anni. I costi dell'azione militare si manifestano immediatamente: vittime, disordini, richieste di stabilizzazione a tempo indeterminato e un intenso controllo politico, mentre i benefici si manifesterebbero dopo la fine dell'incarico di Trump e rimarrebbero incerti.
Nemmeno i numeri supportano questa teoria. La produzione petrolifera venezuelana è inferiore all'1% della produzione mondiale. Gli Stati Uniti producono oltre quindici volte più petrolio del Venezuela e dispongono di ampie riserve nazionali. Esistono anche modi più semplici per aumentare l'offerta che non richiedono l'occupazione del Venezuela o la ricostruzione di uno stato fallito. Se l'obiettivo fossero i barili, una guerra per il petrolio venezuelano rappresenterebbe il peggior ritorno sull'investimento.
Il petrolio è ancora importante. La pressione sulle petroliere fa parte della campagna di coercizione, l'applicazione delle sanzioni mira alle entrate che mantengono a galla il regime, ma questi sono strumenti per esercitare una leva, non motivazioni per un'invasione. Spiegano perché le petroliere vengono sequestrate, non spiegano perché gli Stati Uniti abbiano radunato una forza d'invasione al largo delle coste venezuelane.
Una necessità strategica
Il dettaglio più rivelatore non sono le navi in sé, ma il modo in cui è stata presa la decisione.
Secondo John Konrad la scintilla è nata nel dibattito politico con il Sottosegretario alla Guerra, Joseph Humire, che ha spiegato perché l'emisfero occidentale è importante in questo momento: gli avversari stanno sondando il fianco meridionale degli Stati Uniti ed essi devono confluire verso la fonte del pericolo. Tale argomentazione è stata poi esaminata e approvata dal Sottosegretario alla Guerra, Elbridge Colby, l'unica persona al Pentagono con il mandato di determinare se un dispiegamento sia in linea con la strategia nazionale.
Quell'approvazione era il segnale. Colby, se dipendesse da lui, stanzierebbe tutte le portaerei nel Pacifico occidentale. Il suo quadro strategico dà priorità alla minaccia cinese sopra ogni altra cosa. Avendo approvato il dirottamento di risorse di alto livello verso i Caraibi, la valutazione della minaccia deve essere stata abbastanza seria da prevalere su quell'istinto. Non si è trattato di un gesto politico o di una reazione a un sequestro di droga, è molto di più.
Quando gli alleati si lamentano del ritiro di risorse navali dall'Europa o dal Pacifico, questo è il motivo. Non è una questione personale, non è nemmeno ideologica, è la politica che conclude che qualcosa negli approcci meridionali richiede questa risposta.
Conclusione
Il quadro antidroga spiega la versione pubblica, non spiega la reazione.
Gli Stati Uniti hanno schierato la più grande forza navale nei Caraibi sin dalla crisi missilistica cubana. Caccia di quinta generazione, un gruppo d'attacco di portaerei, un gruppo anfibio pronto con Marines imbarcati e un blocco navale dichiarato: non è così che si dà la caccia ai mercanti di cocaina. È così che ci si prepara a un eventuale sbarco contro uno stato avversario.
La tesi di questo saggio è che il Venezuela sia diventato una base operativa avanzata per la guerra asimmetrica promossa dalla Russia nell'emisfero occidentale. Il regime di Maduro offre una geografia permissiva e un governo amico; le reti dei cartelli forniscono una logistica negabile. L'obiettivo è il commercio marittimo statunitense, i porti della costa del Golfo che gestiscono metà delle importazioni ed esportazioni americane, i punti di strozzatura che incanalano tutto quel traffico attraverso due stretti corridoi e i cavi sottomarini che trasportano comunicazioni critiche.
I veicoli sottomarini autonomi sono il meccanismo che rende questa minaccia reale. Possono negare l'accesso alle rotte di navigazione senza richiedere la presenza di sottomarini russi; possono essere spostati, sottoposti a manutenzione e recuperati da pescherecci e narcotrafficanti che si mimetizzano nel traffico di routine; possono operare sotto bandiera venezuelana mentre gli sponsor stranieri rimangono a debita distanza. Il vincolo delle batterie che ne limita la gittata è risolto dalla vicinanza del Venezuela al bersaglio. Quella che un tempo era una vulnerabilità teorica è ora una possibilità operativa.
Niente di tutto ciò può essere dimostrato da fonti pubbliche: una capacità negabile, gestita per procura, è progettata per rimanere al di sotto della soglia di conferma pubblica. Questa tesi corrisponde agli incentivi, alla geografia, alla tecnologia e al modello di cooperazione militare estera che il Venezuela ha già stabilito con Iran, Russia e Cina.
L'amministrazione Trump ha concluso di non poter tollerare che una capacità di negazione marittima ostile, supportata da forze straniere, si radichi in prossimità degli approcci statunitensi. Se questa valutazione è corretta, la disponibilità a usare la forza militare per rimuoverla non potrà che aumentare. Il Venezuela e i veicoli sottomarini autonomi potrebbero rappresentare per la seconda Guerra fredda ciò che Cuba e i missili balistici rappresentarono per la prima.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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La legge di Gresham: Bitcoin salverà il mondo!
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-legge-di-gresham-bitcoin-salvera)
Cosa spiega Bitcoin? Perché esiste e perché il presunto “niente” vale invece $90.000+ l'uno? Inoltre ci sono milioni di possessori di Bitcoin e altre crittovalute, eppure, relativamente parlando, avvengono poche transazioni reali. Che relazione c'è tra questo, lo status di riserva del petrodollaro e la guerra al denaro contante?
Il mio vero scopo qui è parlare della Legge di Gresham, uno dei principi più antichi e influenti della società umana moderna. Non è più insegnata nelle aule universitarie da quando i socialisti hanno preso il controllo dell'istruzione circa un secolo fa, ma è il fattore determinante più influente degli eventi socioeconomici, della geopolitica e dei libri di storia.
Parlerò sia dell'antichità di questa Legge sia di come si applica a Bitcoin e risolverò alcuni degli enigmi a esso correlati, ma prima parlerò della Legge stessa.
La Legge di Gresham si basa sul detto “la moneta cattiva scaccia quella buona”, con il tono anticapitalista che rimarca di come la concorrenza scaccia la “moneta buona” e promuove l'uso di quella “cattiva”, implicando che una corsa al ribasso sia una conseguenza del capitalismo stesso.
Niente di più lontano dalla verità. Si applica solo al controllo governativo sulla moneta. In genere si applica quando sia la moneta buona, ovvero l'oro, deve competere con quella cattiva, ovvero la cartamoneta, sia quando si crea un campo di gioco “livellato” in cui i commercianti sono tenuti ad accettare entrambe allo stesso prezzo per i loro prodotti. Ecco alcuni esempi, in ordine storico crescente, di incompetenza e malvagità statale:
- I dollari d'argento usurati scacciano i nuovi dollari d'argento, quindi ci si ritrova con denaro alterato e sottopeso in circolazione.
- Gli stati ci tassano in termini di peso pieno delle monete, ma poi le tosano per ricavarne monete extra, ma più leggere, da spendere; questo era uno dei trucchi preferiti dai governi prima della stampante monetaria, che ha portato alla produzione di monete più piccole e leggere. I bordi sfrangiati o rigati dei quarti erano il tentativo moderno da parte degli stati di dimostrare la qualità delle proprie monete, ovvero che non erano state smussate.
- Gli stati nel corso della storia hanno svalutato la monetazione e portato alla caduta di grandi imperi, come Roma. In questo caso venivano aggiunti metalli vili a basso costo alle monete d'oro e d'argento, e cacciato quelle buone, lasciando in circolazione solo le monete “cattive” e “annacquate”. Gli Stati Uniti fecero lo stesso nel 1965, cacciando dalla circolazione tutte le monete d'argento.
- Il presidente Franklin Roosevelt ritirò dalla circolazione le monete d'oro nel 1933, aumentando il prezzo dell'oro da $20 a $35 l'oncia e rendendo illegale il possesso di oro!
- Con nient'altro che cartamoneta inflazionistica da usare, gli americani ritirarono dalla circolazione tutti i penny di rame. Ora contengono tre centesimi di rame e sono stati ritirati dalla circolazione; persino gli attuali penny di zinco rivestiti di rame e i nickel in rame-nickel stanno uscendo dalla circolazione perché il metallo vale più delle monete stesse.
- Si applica anche alle valute fiat buone e cattive. Prima dell'euro, greci e italiani preferivano detenere marchi tedeschi e spendere le loro valute locali altamente inflazionistiche, la dracma e la lira. Le persone nei Paesi del Terzo Mondo preferiscono detenere dollari e spendere le loro valute locali.
Bitcoin e la Legge di Gresham
In un mondo di valute cartacee fiat, le persone si sono orientate verso il dollaro e l'euro. Le persone risparmiano la valuta più stabile e spendono quelle in deprezzamento, in conformità con La legge di Gresham.
È qui che entrano in gioco Bitcoin e altre crittovalute. Non solo il mondo era inondato di cartamoneta fiat, ma persino la migliore, come il dollaro, aveva la garanzia, da parte della sua banca centrale, la Federal Reserve, di deprezzarsi intorno al 2% annuo! Poi quando la crisi finanziaria e i massicci salvataggi bancari hanno fatto seguito alla Grande Crisi Finanziaria, sulla scia della bolla immobiliare, sono stati inventati e introdotti Bitcoin e le crittovalute.
Bitcoin è stato un enorme successo che ha travolto l'economia mondiale e vale migliaia di miliardi di dollari. Il suo successo come nuova moneta concorrente si basa sul fatto che viene prodotta sul libero mercato, come l'oro e l'argento. È costoso da estrarre e l'estrazione diventa più difficile nel tempo, proprio come in un gold standard. Ciò ha reso questa moneta più preziosa nel tempo e ha attratto un mercato mondiale sempre più ampio verso di esso.
La gente si lamenta del fatto che Bitcoin non sia denaro “reale”, ma d'altra parte, anche il dollaro e l'euro non sono denaro reale: sono un sostituto del denaro reale, imposto dallo stato, che può essere prodotto con arbitrio, non dal mercato.
La gente si lamenta del fatto che Bitcoin non venga utilizzato come denaro nelle transazioni quotidiane, ma sia più simile a un investimento e utilizzato nei trasferimenti di denaro. Tuttavia questo ignora la Legge di Gresham! Naturalmente le persone non spendono molto in crittovalute, preferiscono detenerle piuttosto che spenderle. Spendono prima il denaro inflazionistico. Questo È la Legge di Gresham!
Nel lungo termine Bitcoin è in lotta con il denaro fiat. I Paesi hanno combattuto guerre monetarie per mantenere quello che l'economista Barry Eichengreen ha definito il “privilegio esorbitante” degli Stati Uniti di stampare denaro che altri devono detenere e utilizzare. Al momento l'oro è in prima linea nella battaglia con il denaro fiat, ma in futuro una crittovaluta – probabilmente denominata in oro o argento – combatterà una battaglia epica contro gli stati e le loro banconote, e per il bene dell'umanità. Speriamo tutti che la moneta cattiva perda e che lo stato-leviatano venga distrutto per sempre.
Gresham stesso visse all'inizio del 1500, ma questa Legge monetaria era nota fin dai greci e dai romani, e il grande matematico polacco, Copernico, riconobbe e spiegò la Legge prima di Gresham stesso. L'eternità e la potenza di questa Legge mi dicono che la moneta buona è una buona scommessa per il nostro futuro.
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Il tracollo economico della Germania: il 2025 in retrospettiva e cosa ci aspetta
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-tracollo-economico-della-germania)
L'economia tedesca ha vissuto un 2025 terribile e il governo del cancelliere Friedrich Merz ha tracciato la strada per un ulteriore declino quest'anno.
Se gli stipendi dei politici tedeschi fossero legati alla crescita del settore privato, i legislatori dovrebbero ridurre le loro buste paga del 2025, anno di profonda recessione, e risarcire i cittadini per l'inazione parlamentare e la follia ideologica.
Sebbene il termine “diät” derivi dal latino dieta, che significa sostanzialmente “compensazione”, nel contesto del collasso dell'industria tedesca riflette più accuratamente il significato tedesco: meritata frugalità e austerità materiale. Economicamente parlando, la Germania sta ora affrontando la fine dell'illusione di prosperità, conseguenza delle linee di politica catastrofiche del suo governo.
Il settore privato si riduce e l’onere statale aumenta
Dopo otto mesi sotto la guida del Cancelliere Merz, il bilancio non è solo misero, ma pietoso. Ipotizzando una quota statale del 50% e calcolando una crescita del PIL reale dello 0,2% con un nuovo debito netto superiore al 4%, il risultato per il 2025 è una contrazione del settore privato di circa il 3,8% rispetto all'anno precedente.
Ciò che a Berlino è poco noto – probabilmente una forma di esoterismo economico non insegnato nei seminari di partito o nei corsi sindacali – è che solo il settore privato produce i beni e i servizi che le persone effettivamente consumano. Non sorprende che una regolamentazione rigida e una tassazione schiacciante – la Germania è superata solo dal Belgio nell'OCSE per prelievo fiscale – strangolano l'impresa privata.
Gli investimenti sono scesi di circa il 6,5% rispetto alle medie di lungo periodo: un balzo in avanti nella direzione sbagliata, con un impatto profondo sui mercati del lavoro, sui bilanci pubblici e sulla previdenza sociale. Mentre il Ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, cerca di mascherare deficit ed esenzioni come semplici soluzioni di facciata, quest'anno i comuni si trovano ad affrontare un deficit di €35 miliardi.
La crisi diventa visibile
Ai livelli più bassi dell'apparato statale, nelle città e nei Paesi, il conto di decenni di cattiva gestione politica si sente più forte.
Il fattore scatenante è il crollo delle entrate fiscali delle imprese, conseguenza diretta di un numero record di fallimenti aziendali: nel 2025 saranno 24.000 le aziende uscite dal mercato.
L'apparente stabilità del mercato del lavoro è fuorviante. Centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro nel settore pubblico e pensionamenti legati all'età mascherano il tracollo dell'economia reale nelle statistiche ufficiali. Merz ha rilasciato il freno al debito ad aprile, catapultando la Germania in una spirale di debito con un fondo speciale da €500 miliardi: una chiara indicazione che i politici hanno consapevolmente spinto l'economia contro un muro.
Né l'economia verde, né il settore militare, fortemente sovvenzionato, riusciranno a colmare la capacità industriale persa. Settori chiave come quello chimico operano solo al 70% della capacità, il 10% al di sotto del punto di pareggio: un chiaro segnale che la progressiva erosione della produttività e la depressione economica sin dal 2018 sono destinate a peggiorare, indipendentemente dal credito statale convogliato in sussidi pianificati a livello centrale.
Stato sociale e rifiuto di riformare
Berlino si è sottomessa completamente alla terribile dottrina del socialismo climatico di Bruxelles e ora si trova ad affrontare l'ardua sfida di nascondere il suo fallimento ideologico. Merz e il suo team proseguono la nota strategia politico-mediatica: come per le migrazioni, viene mantenuto un continuo camuffamento.
Quando si tratta di ingannare l'opinione pubblica, le sedi centrali del partito dimostrano una creatività notevole, non lasciando che nessuna menzogna sia troppo audace. Un volo di espulsione può essere inscenato per tenere in piedi le apparenze, mentre i confini rimangono aperti, viene promosso il ricongiungimento familiare e i passaporti tedeschi vengono distribuiti a profusione. L'obiettivo è coltivare nuove basi elettorali e applicare una strategia “divide et impera” per erodere la coesione sociale, culturale e tradizionale.
Si guadagna tempo e si mantiene la rotta, proprio come nella politica climatica. Le pseudo-riforme, come l'apparente fine dell'eliminazione graduale dei motori a combustione, servono solo a dare all'industria automobilistica in difficoltà un'illusione di apertura tecnologica, creando al contempo un nuovo mostro burocratico, realizzando in ultima analisi l'obiettivo di Bruxelles: fermare la produzione automobilistica tedesca.
Dal punto di vista degli eurocrati, i risultati sono impressionanti se l'obiettivo era la deindustrializzazione: circa 300.000 posti di lavoro nell'industria sono stati tagliati negli ultimi cinque anni. E quando una nazione perde il suo nucleo industriale, gran parte della sua creazione di valore scompare con essa.
Nel 2025 la produzione tedesca si è attestata a circa il 20% in meno rispetto al picco del 2018. Si profila una catastrofe economica e sociale, le cui conseguenze, in termini di coesione sociale, appaiono intellettualmente incomprensibili ai burocrati e alle élite ecologiste.
Collisione con la realtà
Se il 2025 è stato già catastrofico, quest'anno sarà probabilmente uno scontro con la realtà per molti tedeschi. I contributi previdenziali e le tasse devono aumentare drasticamente per sostenere la sicurezza sociale in un contesto di migrazione e pressioni demografiche.
Il governo Merz porta avanti l'eredità di Angela Merkel e Olaf Scholz: un pianificatore centralista verde eterodiretto a Bruxelles sotto le mentite spoglie del partito di Ludwig-Erhard, uno spaventapasseri politico dedito esclusivamente al consolidamento del potere a Bruxelles.
Il popolo tedesco, in particolare la classe media in estinzione, andrà incontro a un declino accelerato dopo un terribile 2025, che i giochetti mediatici del governo non potranno più nascondere.
L'illustre motto imprenditoriale “Made for Germany” di Merz era un falso; il “Made in Germany” appartiene sempre più al passato ormai. L'amara verità: la Germania è finita.
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Capitalismo: la strada verso la ricchezza e la felicità
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/capitalismo-la-strada-verso-la-ricchezza)
Il grafico qui sotto offre l'ennesima opportunità per rivisitare il modo in cui il capitalismo e la libertà economica che ne consegue portano alla prosperità.
Esso mostra l'intersezione dell'Indice di libertà economica del Fraser Institute con il PIL pro capite di 102 delle principali economie del mondo. Prima di analizzare il grafico e le sue implicazioni per il capitalismo, cerchiamo di comprendere meglio il suo asse X: l'Indice di libertà economica.
L'indice di libertà
Le politiche economiche, le leggi e i regolamenti di tutti i Paesi si collocano su spettri. A sua volta la posizione di un Paese su questi spettri contribuisce a definire il suo livello di libertà economica e politica.
• Lo spettro economico spazia dal capitalismo al comunismo, con il socialismo posizionato da qualche parte nel mezzo.
• Lo spettro politico spazia dal libertarismo all'autoritarismo.
Misurare la posizione di un Paese su ogni spettro è un compito molto arduo. Sebbene non sia perfetto, l'Indice di libertà economica del Fraser Institute è una fonte altamente stimata per questa misurazione. Il loro indice si basa su cinque fattori di libertà economica e politica, elencati di seguito.
• Dimensioni dello stato
• Sistema giuridico e diritti di proprietà
• Solidità monetaria
• Libertà di commercio internazionale
• Regolamentazione
Alla base di queste cinque ampie categorie ci sono 60 sottocomponenti. Ad esempio, le aliquote fiscali sono commisurate alle dimensioni dello stato, mentre l'applicazione legale dei contratti è parte integrante del sistema giuridico e dei diritti di proprietà.
Fatta questa premessa, esaminiamo alcuni grafici per vedere la relazione tra l'indice di libertà economica e il PIL, i redditi e l'uguaglianza dei redditi stessi.
PIL e redditi
Il primo grafico a dispersione qui sotto è quello che abbiamo utilizzato all'inizio di questo pezzo. Illustra la relazione tra l'Indice di libertà di ciascun Paese e il suo PIL pro capite. Il secondo, che include il reddito pro capite e l'Indice di libertà, fornisce una misura più precisa di come la ricchezza dei cittadini sia correlata alla libertà economica. Etichettare ogni punto con il nome del Paese corrispondente creerebbe confusione, di conseguenza etichettiamo solo un numero limitato di nazioni. L'Indice di libertà è calcolato per 165 Paesi, tuttavia i nostri grafici qui sotto includono solo le 102 nazioni che dispongono anche di dati affidabili su PIL e redditi.
Quando l'Indice di Libertà supera 7,0, esiste una correlazione positiva tra l'Indice, il PIL e il reddito pro capite. Tuttavia, al di sotto di 7,0, questa relazione è assente. Ad esempio, nel grafico del reddito pro capite, il valore di R-quadrato per i punti superiori a 7,0 è statisticamente significativo a 0,4731. Al contrario, al di sotto di 7,0, R-quadrato scende a 0,1007, che è statisticamente insignificante.
Non riusciamo a spiegare perché i vantaggi economici della libertà economica diventino evidenti solo quando un Paese raggiunge un punteggio relativamente alto nell'indice. Tuttavia i grafici confermano le nostre convinzioni: i Paesi con la maggiore libertà economica tendono a registrare la maggiore crescita economica e ad avere i redditi più elevati.
È interessante notare che non c'è molta differenza tra alcuni Paesi europei che tendono a politiche più socialiste e quelli considerati capitalisti, come Stati Uniti, Giappone e Svizzera. È possibile che le nostre percezioni o definizioni del funzionamento dei sistemi politici ed economici di questi Paesi siano sbagliate?
Distribuzione dei redditi
Sebbene la ricchezza e il PIL pro capite siano misure generali pratiche, non rivelano come la ricchezza sia distribuita tra i cittadini. La seguente serie di grafici sostituisce il reddito pro capite con le quote di reddito detenute dal 20% più povero, dal 20% intermedio e dal 20% più ricco della società.
Come indicano tutti e tre i grafici, non sembra esserci alcuna correlazione tra la distribuzione del reddito e l'Indice di libertà. Tuttavia possiamo utilizzare i dati per vedere come le economie bilanciano la distribuzione del reddito.
Ad esempio, il divario di ricchezza negli Stati Uniti è evidente in questi grafici. Il 20% dei percettori di redditi più alti negli Stati Uniti è al di sopra della media dei Paesi con un Indice di libertà pari o superiore a 7,0, mentre i gruppi medio e basso sono al di sotto della media.
I Paesi europei “socialisti” hanno una distribuzione del reddito più equa. In molti di questi Paesi il 20% dei redditi più alti è al di sotto della media, il 20% intermedio è generalmente al di sopra della media e i più bassi sono distribuiti intorno alla media.
Quali fattori di libertà sono più importanti?
Come abbiamo scritto in precedenza, l'Indice di libertà economica è suddiviso in cinque categorie principali, composte a loro volta da 60 sottocomponenti. Per quantificare meglio l'importanza di questi fattori, abbiamo calcolato i valori R-quadrato (significatività statistica) per ciascuno di essi in relazione al reddito pro capite.
Il primo grafico qui sotto mostra che la solidità del sistema giuridico di una nazione è la più strettamente correlata alla ricchezza. Seguono il livello di regolamentazione delle imprese e la libertà di commerciare e investire a livello internazionale. Una moneta solida e le dimensioni dello stato presentano correlazioni più deboli.
Il sottofattore con l'impatto più significativo sul reddito è l'imparzialità dei tribunali. Seguono i diritti di proprietà e l'indipendenza della magistratura. Tra i fattori meno correlati al reddito pro capite vi sono quelli legati alle politiche delle banche centrali, come la crescita dell'offerta di moneta e il controllo dei tassi di interesse.
Il grafico qui sotto illustra una forte correlazione tra l'Indice di libertà e la sua correlazione più significativa: l'imparzialità dei tribunali. È interessante notare che esso mostra una relazione positiva e costante tra tribunali imparziali e l'Indice di libertà lungo l'intero intervallo dell'Indice stesso. Come forse ricorderete, i grafici precedenti mostrano una scarsa correlazione tra l'Indice di libertà, i redditi e il PIL quando il primo è inferiore a 7, e una correlazione positiva quando supera tale livello.
Tendenze globali e negli Stati Uniti
Purtroppo, come condividiamo di seguito per gentile concessione del Fraser Institute, l'indice medio di libertà economica per tutte le nazioni è in calo dall'inizio della pandemia. Sulla base delle relazioni che abbiamo stabilito in precedenza, se questa tendenza continua, dovremmo aspettarci che il PIL e i redditi globali per la maggior parte dei principali Paesi sviluppati crescano a tassi più lenti o, in alcuni casi, diminuiscano.
Nel 2000 gli Stati Uniti si classificavano al quarto posto nell'Indice di libertà. Solo Hong Kong (1°), Svizzera (2°) e Nuova Zelanda (3°) si posizionavano più in alto. Gli Stati Uniti mantengono un'ottima posizione, al quinto posto, ma come vedremo più avanti, il loro punteggio complessivo è diminuito negli ultimi 20 anni. Singapore ha superato gli Stati Uniti, entrando nella top five.
Nel frattempo la Cina, che sta lentamente passando dal comunismo al capitalismo, ha visto il suo punteggio nell'Indice di libertà migliorare costantemente. Si noti che il grafico utilizza due assi, il che può essere un po' fuorviante. Gli Stati Uniti hanno ancora un punteggio nell'Indice di libertà molto più alto della Cina.
Hong Kong continua a vantare il punteggio più alto nell'Indice di libertà, nonostante la crescente ingerenza della Cina negli affari del suo governo.
La libertà economica promuove anche la felicità?
Prima di riassumere questo articolo, saremmo negligenti se non determinassimo se esista una relazione tra felicità e libertà economica. L'indice che utilizziamo per quantificare la felicità proviene dal World Happiness Report. Il punteggio si basa su una singola domanda:
Immaginate una scala, con gradini numerati da 0, in basso, a 10, in alto. La cima della scala rappresenta la migliore vita possibile, mentre la base rappresenta la peggiore. Su quale gradino della scala vi sentite in questo momento?Il rapporto assegna quindi un punteggio a sei variabili per comprendere meglio quali abbiano l'impatto più significativo sulla felicità:• Produzione economica
• Supporto sociale
• Aspettativa di vita
• Libertà
• Assenza di corruzione
• Generosità
Come illustra il grafico qui sotto, esiste una forte correlazione tra libertà economica e felicità. La libertà economica non solo rende un Paese più produttivo e ricco, ma può anche aumentare la felicità dei suoi cittadini. Statisticamente parlando, il capitalismo è una situazione vantaggiosa per tutti.
Riepilogo
Nessun Paese opera interamente in regime di capitalismo puro. Né adotta un sistema strettamente socialista o comunista. Ad esempio, nazioni comuniste come Cina e Russia stanno gradualmente consentendo al capitalismo di entrare nelle loro economie. Pertanto, sebbene abbiamo delle idee su dove i Paesi potrebbero collocarsi nello spettro economico e politico, questi dati ci aiutano a quantificare meglio l'accuratezza di tali idee. Dal punto di vista degli investimenti, l'andamento dell'indice di una nazione ci aiuta a valutarne il potenziale di crescita futuro.
Collegando i puntini, abbiamo scoperto che il sistema giudiziario e il livello di giustizia di una nazione hanno l'impatto più significativo sul suo indice di libertà e, quindi, per estensione, sulla ricchezza e sulla felicità dei suoi cittadini.
Aristotele collegò queste idee più di 2000 anni fa quando affermò:
Una vita giusta è intrinsecamente felice.[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Cloudflare contro l'Italia: la battaglia per la libertà digitale e la sovranità globale di Internet
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di Thomas Kolbe
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/cloudflare-contro-litalia-la-battaglia)
Le autorità italiane stanno cercando di costringere il fornitore di servizi Internet, Cloudflare, a eliminare e bloccare alcuni servizi online. Cloudflare oppone resistenza e si è rivolta al governo degli Stati Uniti per chiedere supporto.
La lotta per un internet libero si sta intensificando.
La lotta per il controllo dell'informazione, la censura e il predominio economico nello spazio digitale sta diventando sempre più una questione legata al preservare ciò che rimane della civiltà e della decenza. Il fatto che l'Unione europea veda ora non solo la Commissione, ma anche i governi nazionali e gli apparati di sicurezza schierarsi a favore dei diktat dell'informazione, in contrasto con il principio fondamentale della libertà di parola, invia un segnale pericoloso al mondo: l'UE si è di fatto ritirata dalla cerchia degli attori statali atti a garantire lo stato di diritto.
In questo quadro si inserisce un recente accadimento dall'Italia. Un tweet del fondatore e amministratore delegato del fornitore di infrastrutture internet Cloudflare, Matthew Prince, ha suscitato scalpore.
Yesterday a quasi-judicial body in Italy fined @Cloudflare $17 million for failing to go along with their scheme to censor the Internet. The scheme, which even the EU has called concerning, required us within a mere 30 minutes of notification to fully censor from the Internet any… pic.twitter.com/qZf9UKEAY5
— Matthew Prince ???? (@eastdakota) January 9, 2026Prince riferisce che Cloudflare è stata multata per $17 milioni da una – come la chiama lui – cricca clandestina in Italia. L'accusa: Cloudflare si è rifiutata di partecipare a un meccanismo di censura italiano su richiesta di suddetta cricca.
Una cabala di regolatori e corporazioni
Nello specifico si tratta di un sistema controllato dall'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) denominato “Scudo antipirateria”. Questo sistema di blocco è ufficialmente finalizzato a contrastare i servizi illegali di streaming sportivo e multimediale. I principali obiettivi sono gli interessi economici di importanti attori come la Lega Calcio di Serie A, Sky Italia, DAZN, Mediaset e altre grandi società europee di media e diritti.
All'interno di questo sistema, attori privati, i cosiddetti “Segnalatori attendibili” all'interno del quadro normativo del DSA e ormai ben noti in Germania, operano per conto del settore italiano delle comunicazioni. Segnalano siti web, indirizzi IP, o domini sospetti allo Scudo antipirateria. L'autorità obbliga quindi i provider di servizi Internet e i gestori di infrastrutture come Cloudflare a implementare i blocchi corrispondenti entro soli 30 minuti. Ogni minuto pubblicitario conta; la pirateria è infatti un fattore economico significativo. La domanda è: in che modo gli stati e le aziende interessate applicano il diritto d'autore? Operano nel rispetto dello stato di diritto ed evitano danni collaterali, come la censura statale indiretta?
Secondo Prince, tutto ciò avviene senza un ordine giudiziario o una revisione preventiva, aggirando completamente il normale iter legale. Le misure non solo colpiscono contenuti presumibilmente illegali, ma invadono anche profondamente l'infrastruttura tecnica di Internet.
Cloudflare come nodo infrastrutturale critico
Cloudflare ha annunciato che contesterà la multa. Essendo un'azienda statunitense che gestisce parti della sua infrastruttura in Europa, è prevedibile che questa resistenza si trasformi rapidamente in un conflitto politico. Prince ha già dichiarato che presenterà il suo caso a Washington. L'Italia dovrebbe prepararsi a uno scomodo confronto con il vicepresidente statunitense, J. D. Vance, noto per i suoi discorsi schietti sulla libertà di parola. Trucchi e manovre dei politici europei sono ben noti negli ambienti governativi statunitensi.
Per comprendere la portata di questa situazione, è necessario analizzare il modello di business di Cloudflare. L'azienda è uno dei pilastri centrali dell'infrastruttura Internet. Protegge milioni di siti web dagli attacchi informatici, accelera i flussi di dati e fornisce servizi fondamentali come il resolver DNS 1.1.1.1. Cloudflare non è un fornitore di contenuti tradizionale, ma uno scudo digitale e, proprio per questo, un bersaglio particolarmente vulnerabile per gli sforzi di censura statale.
L'attuale immunità di Cloudflare da tali interferenze è dovuta in gran parte alla sua sede centrale negli Stati Uniti. Lì, l'attuale governo statunitense sostiene esplicitamente la libertà di Internet, indipendentemente dalle critiche della stampa e della politica europea nei confronti di Donald Trump.
Censura al posto dello stato di diritto
La collaborazione tra le autorità di regolamentazione italiane e le potenti multinazionali dei media evidenzia un problema: invece di scegliere la via legale attraverso i tribunali – ad esempio, bloccando i flussi finanziari verso servizi illegali – gli attori ricorrono a blocchi immediati, imposti dall'esecutivo. Ciò crea un'infrastruttura che consente una censura di vasta portata, anche nei confronti degli oppositori politici. Due obiettivi sono al cuore di questa linea di politica: far rispettare gli interessi aziendali nazionali e posizionare l'apparato di sorveglianza italiano all'interno della più ampia traiettoria della politica europea, sempre più incentrata sul controllo e la regolamentazione di Internet.
L'amministratore delegato di Cloudflare ha chiarito che questa strategia potrebbe avere conseguenze immediate per l'Italia. Le risposte previste includono la sospensione dei servizi di sicurezza gratuiti per gli utenti italiani, la rimozione dei server dalle città italiane e il blocco di ulteriori investimenti nel Paese. Persino la protezione informatica pro bono per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina è ora in discussione.
L'Italia sta inviando segnali contrastanti. Il governo del Primo ministro, Giorgia Meloni, si schiera spesso contro la linea di Bruxelles: critico nei confronti della guerra in Ucraina, scettico nei confronti di ulteriori regolamentazioni sul clima e più restrittivo in materia di immigrazione. Che il Paese apra le porte all'arbitrarietà normativa in materia di libertà di parola digitale è particolarmente sconcertante in questo contesto.
Cloudflare come precedente
Cloudflare rappresenterebbe un precedente. È probabile che le autorità di regolamentazione europee ne esaminino attentamente le conseguenze legali. Per l'UE potrebbe diventare una leva per applicare le proprie misure di censura in modo più efficace, bloccando in ultima analisi piattaforme indesiderate – come X di Elon Musk – e restringendo ulteriormente la carreggiata del dibattito pubblico accettabile.
Tuttavia Cloudflare, con sede a San Francisco, è soggetta principalmente alla legge statunitense. Né l'Italia, né l'Unione Europea possono regolamentare a livello mondiale l'azienda, la quale protegge digitalmente circa il 20% del traffico internet globale. L'UE può esercitare pressioni solo all'interno del suo mercato, attraverso sanzioni, procedimenti contro le filiali europee, o un'espansione costante dei requisiti normativi.
Il fatto che un'escalation aperta non si sia ancora verificata è dovuto in gran parte al ruolo sistemico di Cloudflare per le imprese, la pubblica amministrazione e la sicurezza informatica europee. Un ritiro di Cloudflare dall'infrastruttura digitale europea comporterebbe rischi tecnici imprevedibili e, in un contesto di crescenti minacce hacker, un danno economico significativo.
Le attuali indicazioni suggeriscono che il governo degli Stati Uniti porrà nuovamente la sua mano protettiva su Cloudflare e quindi su elementi centrali della libertà di parola. L'Italia sarebbe quindi costretta ad affrontare lo streaming illegale e le sistematiche violazioni dei diritti di copyright attraverso mezzi legali, come la cooperazione con banche e fornitori di servizi di pagamento. La negoziazione, anziché brandire il martello normativo per calpestare i diritti fondamentali, diventerebbe l'approccio principe.
Le richieste di estendere la sorveglianza delle agenzie di sicurezza – ad esempio, il BND tedesco – mostrano che l'Europa sta scivolando ulteriormente verso un piano inclinato che conduce alla censura capillare. La libertà di parola rischia di perdere il suo status di diritto inalienabile, mentre sta tornando a essere un elemento centrale della civiltà negli Stati Uniti.
Anche Papa Leone XVI, nel suo discorso di Capodanno, ha messo in guardia contro l'erosione della libertà di parola nelle nazioni occidentali, un segnale di avvertimento definitivo contro la discesa nella barbarie della civiltà europea.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Discover the Shocking Truth Behind World War II that Still Impacts the World Today
HITLERS GOLD — THE REAL STORY, SWISS BANKS, THE BIS, DULLES AND THE AFTERMATH
Since the Second World War we have been talking of the horrors of war, the battles, tanks, the men and machines. But none of it could have happened if not for the international industrialists, bankers and law-firms and banking cartels.
In this very special episode, we will go over all these details and cover who these people were, where did what Gold come from and where did it go. The Bank of International Settlements, Sullivan and Cromwell, Allen Dulles, Hjalmar Schacht, Martin Bormann — Hitlers personal secretary and his Gold and stolen art deals.
And where did it all go after the war, and what happened to the businesses, industrialists and bankers. Who paid for it all and who did not. We will cover some of the controversies that came from the Nuremberg trials and lead us into the lessons we failed to learn and on to the new global organizations which seems funded and created similarly to the National Socialists.
The True Origin of WWII: What Historians Get Wrong
The story you were taught about World War II is incomplete.
History textbooks tell us WWII began when Hitler invaded Poland in 1939. But the real origins of the deadliest conflict in human history trace back to bankers, not generals. To boardrooms, not battlefields.
In this video, we expose the economic forces that mainstream narratives conveniently ignore:
→ How the Treaty of Versailles created a financial time bomb that destabilized Europe for two decades
→ The Dawes Plan: How Wall Street pumped billions into Germany, creating a fragile house of cards that collapsed in 1929
→ The exposed connection between the Great Depression and Hitler’s rise from fringe extremist to Chancellor
→ The uncomfortable truth about Ford, General Motors, IBM, and Standard Oil doing business with Nazi Germany—some even after war broke out
→ Why the Nazi economic model required conquest to survive
This isn’t conspiracy theory. This is documented history buried in archives, exposed at Nuremberg, and examined in Congressional investigations. The records exist. Most people just never look.
Understanding how economic forces create political monsters isn’t just about the past. It’s about recognizing the warning signs before the next catastrophe.
—
Sources and further reading:
John Maynard Keynes, “The Economic Consequences of the Peace” (1919)
Edwin Black, “IBM and the Holocaust” (2001)
US Holocaust Memorial Museum archives
Centre for Economic Policy Research studies on banking crises and extremism.
Hitler’s American Business Partners
A detailed, well-referenced, and chilling look at American multinational corporations who fueled and profited from the Nazi movement before and during the US involvement in WWII.
Edwin Black: IBM and the Holocaust
I saw noted author Edwin Black appear at Temple Israel synagogue in Tulsa on November 7, 2011, to present a powerful lecture titled “IBM and the Holocaust.” The event focused on his investigative research into how the corporation’s technology facilitated the logistics of the Nazi regime.
Here Black speaks in Endicott, NY, the birthplace and for many years the headquarters of IBM, on September 15, 2009. He is author of Nazi Nexus: America’s Corporate Connections to Hitler’s Holocaust, and IBM and the Holocaust: The Strategic Alliance Between Nazi Germany and America’s Most Powerful Corporation.
World War II: The Savage Aftermath
The True History of World War II, by Ron Unz
Ron Unz critically reassesses the established narrative of World War II, exploring overlooked historical evidence, scholarly purges, and contested interpretations that significantly redefine our understanding of the conflict.
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Price Controls Don’t Work — Not Even For President Trump
Basic economic logic and thousands of years of recorded history have verified that price controls take a bad economic circumstance and make it even worse. But alas, President Trump, who seems to be looking for a quick fix to pacify public anger for the results of his policies, is pushing for price controls. Whether it be interest rates, credit card rates, electricity rates … the more the government subsidizes and interferes with what’s left of market prices, the bigger and more numerous the problems become.
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Il primo anno di Trump
(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-primo-anno-di-trump)
Sto iniziando a maturare l'idea che il disastro del 2008 sia stato lasciato accadere, nonostante tutte le criticità accumulate dal sistema eurodollaro e che infine avrebbero portato a una inevitabile rottura. Il 2008 è stato un evento che distrutto la liquidità negli USA e il loro accesso al capitale produttivo a svantaggio delle banche americane rispetto al resto del mondo. L'introduzione della Supplemental Leverage Ratio, Basilea 3, il Dodd-Frank Act e la conservatorship di Fannie/Freddie, sulla scia della Grande crisi finanziaria, puntano vistosamente in tale direzione. Ecco perché sono propenso a credere che gli USA siano sulla soglia di un boom del credito, nonostante la riorganizzazione/reindustrializzazione abbiano bisogno di ulteriore tempo per guadagnare trazione. Anche perché basta guardarsi un attimo intorno: chi è in condizioni economiche migliori di quelle statunitensi? Non che quelle statunitensi siano ottime su tutta la linea, anzi. In termini nominali ci sarà un rally, ma in termini reali saranno necessari altri 4-6 anni per rimettersi in piedi prima di poter muovere passi concreti in avanti. Questo articolo è di 4 anni fa, ma dà l'idea dello sfascio presente nel mercato immobiliare americano. Il private equity, sulla scia dei tassi bassi e la normativa a ripetizione sfornata dopo il 2008, ha fatto spesa di immobili e poi se le sono rivendute tra di loro facendo aumentare i prezzi, impedendo alla classe media di possedere una casa, costruire una famiglia e, peggio di tutto, di accedere al credito al consumo.
Il private equity, che ha distrutto il mercato immobiliare e funto da proxy per la cricca di Davos per drenare la classe media americana, godrà di un pasto gratis tramite i cittadini di NYC prima che la IPO di Fannie/Freddie rompa il loro giocattolo.https://t.co/nBe0m3DXP9
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 31, 2025La rinascita della classe media americana passa per forza di cose dal mercato immobiliare: aggiustare il mercato dei mutui trentennali a tasso fisso, con copertura di equity credibile come oro, Bitcoin, flussi di cassa aziendali e titoli di stato americani. Un passo in avanti significativo è stato fatto quando la CFTC ha dichiarato ammissibili come garanzia per i prestiti Bitcoin e Tether. I QE, la ZIRP, il Dodd-Frank Act e tutte le altre storture/deformazioni economiche partorite da una FED popolata da vandali, così come il Congresso e le precedenti amministrazioni presidenziali, erano direzionati a distruggere/sabotare la capacità di formazione di ricchezza generazionale negli Stati Uniti. Un sabotaggio consapevole, tutto per mantenere liquido il mercato degli eurodollari disfunzionale (es. leva finanziaria spropositata) a vantaggio di Regno Unito ed Europa principalmente. In cambio è stata venduta all'americano medio la favoletta dei pasti gratis come l'università gratis o il sistema sanitario gratis, un'utopia progettata per trarre in inganno gli sprovveduti e risucchiare ulteriormente capacità produttiva dagli USA. E non è un caso che, proprio la settimana scorsa, Trump abbia preso contromisure contro il private equity esattamente in questo settore.
L'economia americana adesso sta tirando grazie anche agli enormi investimenti che si stanno facendo nel settore dell'intelligenza artificiale e, sebbene non si possano sapere in anticipo la portata dei ritorni, non è una situazione analoga a quella della bolla delle dot-com. Allora quel tipo di aziende che navigavano quel mercato non avevano clienti e il loro modello era tutto da dimostrare; i fornitori odierni di servizi di intelligenza artificiale hanno già clienti per i loro servizi e stanno costruendo infrastrutture che andranno a fornire servizi aggiuntivi che sono già richiesti. Quindi c'è una dinamicità complessiva che potrebbe dare una spinta agli USA nei prossimi 3 anni. Inoltre c'è un altro fatto: la costruzione di centrali energetiche per alimentare questa richiesta crescente, per alimentare i data center e rifare buona parte della rete elettrica nazionale necessita di molti lavori nell'alta manovalanza in quelle aree industriali che erano state in precedenza accantonate. Ecco perché i numeri della disoccupazione americana non spaventano, dato che la contrazione la stanno subendo i settori pubblico e quello dei colletti bianchi. Questa è una buona notizia perché viene progressivamente minimizzato il crowding out delle risorse da parte di coloro che sottraggono ricchezza reale, potenziando invece coloro che la creano. Come? Permettendo loro di avere una famiglia, ad esempio, una casa accessibile, finanziamenti a basso costo, ecc.
In questo senso la legge sulle stablecoin è stata fondamentale. Sulla scia dell'avvio del SOFR le banche americane sono tornate a ponderare il rischio di credito in base alla salute dell'economia interna, non a quella esterna. Come ho documentato nel mio libro, Il Grande Default, i vari giri di quantitative easing che hanno caratterizzato l'azione della FED nel corso dei 12 anni dal 2009 al 2021, in particolar modo, non sono stati altro che uno svuotamento dell'economia americana dalla sua essenza produttiva per tenere vivo un sistema decadente e al collasso che risiedeva altrove: Londra e Bruxelles. In questo senso le banche americane si sono trincerate nella liquidità finanziaria e hanno abbandonato al suo destino Main Street. Con questo nuovo assetto a livello di tassi di interesse e la rottura della catena del rischio che, tramite il LIBOR, teneva ancorati gli Stati Uniti al resto dei guai economici altrui, le banche possono tornare a fidarsi dell'operosità della classe media americana.
Ed è qui che si inserisce la nuova terminologia che bisogna affibbiare alla stagflazione: sgonfiamento del settore finanziario (necessità critica dato lo stress che si legge in diversi indicatori chiave) ed estensione del settore industriale (riportando in patria lavori e fabbriche definite chiave e strategiche). L'illusione dei beni di consumo a basso prezzo provenienti dalla Cina o di beni durevoli provenienti dall'Europa, con relativo appalto della produzione industriale a questi due player, ha indebolito progressivamente la capacità americana di creare ricchezza reale. Il Paese, come dicevo sopra, è stato svuotato. L'eccessiva dipendenza dall'estero s'è rivelato un potente anestetico di quella che era in realtà una demolizione controllata dall'interno. Questo era il compito ereditato delle 3 amministrazioni Obama, se prendiamo come riferimento gli ultimi vent'anni.
I dazi di Trump hanno rappresentato un monumentale “basta!”: la strada verso la chiusura di quell'arbitraggio nella bilancia commerciale che ha sempre rifiutato di chiudersi (fenomeno innaturale, quindi voluto ad hoc) e che faceva volare dollari facili all'estero.
IL QUADRO GENERALE
Ormai è inutile nasconderlo: un reset è in corso, ma non è quel reset che originariamente era stato preparato dalla cricca di Davos. Per molti anni è stata questa cerchia di individui che ha fatto da segnapasso a un cambiamento distopico della società e ha guadagnato l'onere dei riflettori. Il suo picco massimo è stato quando Powell ha iniziato a drenare il mercato degli eurodollari nell'estate del 2021 rialzando di 5 miseri punti base i tassi nei mercati dei pronti contro termine intermediati dalla FED. L'amministrazione Biden (oppure dovremmo dire Obama 3.0), non avendo il controllo di tale istituzione, ha usato il Dipartimento del Tesoro americano come proxy attraverso cui tenere liquido (per i player oltreoceano) suddetto mercato: lo scandalo USAID, lo scandalo (partito) in Minnesota dei centri scuola somali, lo scandalo delle ONG, la crisi conseguente dell'accesso alla sanità e alla casa, la rottura delle supply chain, ecc. Questo copione, se avesse avuto successo fino in fondo, avrebbe visto Kamala Harris o Nikki Healey al comando del Paese con conseguente distruzione definitiva degli USA come nazione prospera, la legittimazione dell'UE come centro di comando mondiale e l'uso dell'esercito americano come “strumento di persuasione” contro la Russia affinché venisse cacciata dall'Ucraina.
USAID, reprised https://t.co/acTq6q08pI
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 30, 2025Tutto questo sarebbe stata l'apoteosi del sogno inglese, 300 anni anziano ormai, di rompere e penetrare l'impero russo (desiderio messo nero su bianco da Mackinder quando elaborò la sua tesi dell'Isola del Mondo, il cui vero obiettivo era impedire una fusione commerciale tra USA e Russia). Ora, un anno dopo l'insediamento di Trump, il mondo è completamente diverso. Il 2025 è stato di una importanza immensa: tumulti sociali in estate disinnescati, esplosione al rialzo di oro e argento, sobrietà fiscale nei conti federali, difesa degli interessi americani nel commercio mondiale e il “Grande Reset” dell'intero sistema monetario lontano dalle mani della City di Londra. Fortunatamente l'amministrazione Trump è stata brava abbastanza da resistere alle rappresaglie della cricca di Davos e portare avanti la sua agenda di guarigione della nazione.
Ma questa gente non se ne sta ferma a guardare in attesa di vedere sgretolarsi la quantità di privilegi e potere accumulati nei decenni. La “rivoluzione colorata” negli Stati Uniti, la guerra civile sostanzialmente, non è affatto finita, anzi si sta metastatizzando in forme diverse: Mamdani che liquida la città di New York fornendo riparo al private equity nel settore immobiliare (come abbiamo visto sopra) e alimentando le proteste di strada, il sindaco di San Francisco che vuole dare $5 milioni in sussidi alle “comunità disagiate” (nonostante la città abbia un bilancio di $1 milione), il governatore del Minnesota che chiama in causa la Guarda Nazionale contro gli agenti dell'ICE per aver fatto il loro lavoro, Portland che dopo Minneapolis potrebbe diventare la prossima in linea in quanto a caos sociale, ecc. Il fil rouge che collega tutte questi eventi è la guida Dem delle città coinvolte e degli stati coinvolti, nonché covo di cellule Antifa, gruppi conniventi con tali cellule e attivisti di associazioni “no profit” di sinistra. Mi fa ridere, poi, che tutto questo liquame putrido abbia la sfacciataggine di definirsi “spontaneo” e “no profit”, quando invece ci sono le PROVE che ottengono fondi ombra e sono capillarmente organizzati/direzionati/ scatenati dall'alto. Ecco perché è stato cruciale togliere fondi a tutta quella costellazione di parassiti che hanno pasteggiato con soldi pubblici e hanno minato dall'interno gli Stati Uniti.
JUST IN: @MarcoRubio announces that NGOs are being *CUT OFF* and all foreign aid will now go straight to national governments.
"That is the model that we're breaking. We're not doing this anymore. We are not going to spend billions of dollars funding the NGO Industrial Complex."… pic.twitter.com/bsjrEkwdlL
Inutile girarci intorno: quella a cui stiamo assistendo negli USA, adesso, è un tentativo di rivoluzione colorata attivata tramite i canali di sinistra.
Ma questo va ben oltre i Dem e la sinistra, perché sappiamo benissimo chi è l'artefice di questi cambi al vertice: gli inglesi. Quest'anno sarà cruciale per l'amministrazione Trump, in vista soprattutto delle elezioni di medio termine. Il sentimento popolare la farà da padrone ed ecco perché egli spesso aggiusta il tiro nelle sue dichiarazioni: deve portare lentamente gli americani dalla sua parte e far vedere ciò che vede lui nelle deformazioni che emergono dalle profondità dello Stato profondo. Esso è popolato da una serie di infiltrati che per decenni hanno remato contro gli USA. E fortunatamente gli americani sono recettivi e stanno rispondendo positivamente, nonostante i media generalisti vogliano far credere il contrario e spaccino la scemenza “Trump è all'angolo”.
Bonificare questa palude significa soprattutto disinnescare la rete di potere che i Dem hanno costruito nel tempo e che è una propaggine di Londra. Non sarà facile, dato che gli animi si fanno sempre più tesi man mano che la cricca di Davos è costretta a mettere sul tavolo i propri di capitali per far sopravvivere la rete di privilegi e potere che ha acquisito nel tempo. A scapito degli USA, ovviamente. Il rischio che corre Trump quest'anno in particolare è l'attivazione infine del cosiddetto “Piano Podesta”: guerra civile e chiusura dei canali di sbocco marittimo negli stati a guida Dem. Facciamo un passo indietro e spieghiamo cos'è questo piano. Quando Hillary Clinton venne sconfitta alle elezioni presidenziali del 2016, Podesta, consulente del Partito democratico, aveva elaborato un progetto secondo cui alcuni stati a gestione democratica avrebbero dovuto avviare una secessione, o minaccia della stessa, dagli Stati Uniti. Gli stati sarebbero dovuti essere quelli verso cui fluisce gran parte del traffico mercantile navale. Se questo dovesse accadere e si staccherebbe tutto il filone occidentale e una parte di quello orientale (e gli sforzi in tal senso sono incarnati dalle varie proteste e manifestazioni represse anche con l'intervento militare), gli stati repubblicani e che difendono Trump si troverebbero isolati. Per questo motivo l'amministrazione Trump ha bisogno del supporto del settore militare, sia perché deve far piazza pulita nel Pentagono (infiltratissimo da agenti esteri), sia perché vuole avere il tempo di costruire degli approdi commerciali alternativi in Texas e Florida principalmente... e da qui capite tutte queste attenzioni sul Golfo d'America, sul canale di Panama, sul Venezuela e sulla Groenlandia.
Perché si stanno intensificando proprio ora queste proteste? Il fatto che ci stiano finendo di mezzo gli agenti dell'ICE è solo la scusante del momento, dato che qualsiasi motivazione sarebbe stata buona se si comprende la causa di fondo che rende virulenta l'opposizione a Trump: il mercato dell'eurodollaro.
Ed ecco spiegato anche il motivo per cui le proteste di strada contro gli agenti dell'ICE (la scusa del momento) si stanno intensificando. Il minimo comun denominatore rimane sempre uno: eurodollaro. https://t.co/EuBJtqEKjH
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 9, 2026L'inizio del 2026 ha portato anche un'ulteriore consapevolezza: la LBMA ha perso il controllo del prezzo dell'oro e dell'argento. E presto seguiranno a questi anche i prezzi di altre commodity intermediate dalla LME.
“IL GRANDE RESET”?
Le grandi potenze industriali del diciottesimo e diciannovesimo secolo erano Europa e Regno Unito. Quando erano tali avevano tutte le ragioni per impostare il meccanismo di prezzo di tutti gli input industriali. In quanto potenze industriali era la norma, potremmo aggiungere. Peccato solo che al giorno d'oggi non viviamo più in quel periodo storico. Gli Stati Uniti oggi sono la principale potenza industriale del mondo e le voci di una sua dipartita in tal senso (guarda caso provenienti dalla stampa inglese) sono estremamente esagerate. La disintermediazione del meccanismo di prezzo dei metalli preziosi innanzitutto e delle relative catene di approvvigionamento, per poi passare al resto degli altri metalli di base. Il pensiero strategico dell'amministrazione Trump si basa principalmente su questo modello: gli USA sono la potenza industriale del mondo, quindi dovrebbero essere loro a impostare i prezzi degli input. Se questa premessa è vera, allora il 2025 che ha visto Scott Bessent drenare la LBMA di metalli preziosi fisici acquista di senso compiuto.
Il dollaro è stato svalutato consapevolmente nella prima metà dell'anno scorso e con essi sono stati comprati lingotti fisici. Non solo, ma la debolezza del dollaro è stata perseguita anche per mettere pressione sull'UE affinché accettasse i termini del nuovo assetto commerciale mondiale e ingoiasse i dazi. Infatti, non appena la Commissione europea ha ceduto su tutta la linea, la svalutazione del dollaro si è arrestata. Gli USA non sono soli in questa linea di condotta, dato che la Cina si avvicenda a essi quando c'è bisogno di far continuare il deflusso di metalli preziosi dall'Inghilterra. Poi l'attenzione si sposterà sul rame e su tutte le altre principali commodity industriali.
A quanto pare i tempi sono maturi affinché anche il mainstream ne parli. Ma voi, cari lettori, avete appreso di queste dinamiche dal sottoscritto quando vi ho ripetutamente parlato del progetto ARC e sul mio libro "Il Grande Default".https://t.co/FNVS2j7qlg
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 1, 2025Cos'è anche successo nella seconda metà dell'anno scorso? Quasi tutti gli occhi sono rimasti puntati sulla FED che non ha tagliato i tassi per 3/4 dell'anno scorso e ha buttato dalla finestra la pazzia dell'inflation targeting al 2%, mentre i proventi dei dazi sono fluiti nelle casse dello zio Sam e hanno abbassato i deficit commerciali. Cos'è passato in secondo piano? La fine della vecchia politica monetaria del Giappone. Questo evento storico non sarebbe potuto accadere se prima la FED non fosse riuscita a riprendere il pieno controllo della propria politica monetaria passando al SOFR. Ciò a sua volta ha significato il controllo del front-end della curva dei rendimenti americana e, con la fine prossima della conservatorship di Fannie/Freddie, anche il controllo sul back-end. Inutile dire che entrambi, prima, erano pesantemente influenzati dal LIBOR e quindi dalla City di Londra. Trump, nel frattempo, vola in Asia e pone fine alla guerra tra Cambogia e Thailandia, parla con Xi (e l'argento sale di prezzo) e infine fa visita al Giappone.
Prima di proseguire nel discorso un breve appunto sulla telefonata con Xi. Nel 2011, al top dell'argento di allora, due notizie segnarono la exit liquidity dei manipolatori: l'aumento dei requisiti di riserva da parte del COMEX e l'uccisione di Bin Laden. Se valessero anche oggi le stesse regole, dove Londra, New York e SLV/GLD gestivano il triangolo della rehypotecation dell'offerta sintetica dei metalli preziosi, oro e argento sarebbero stati abbattuti nel prezzo. Invece accade il contrario. Questo ci suggerisce che le azioni di Trump sono in opposizione al “vecchio sistema”. Il modo in cui si contiene la City di Londra, e la si costringe “a più miti consigli”, è attraverso la consegna di metallo fisico, fenomeno che si fa più preoccupante per gli inglesi dato che la sterlina intermedia ancora un parte importante del sistema finanziario mondiale. E con entrambi i metalli in backwardation, il leasing degli stessi per gonfiarne l'offerta fisica è improponibile. Anche la Cina fa parte di questo schema e l'ipotesi ARC (America, Cina, Russia) non è un'alleanza, bensì una collaborazione commerciale laddove si può collaborare e una competizione (vagamente antagonistica) laddove non ci saranno accordi. I BRICS non hanno niente in comune tra di essi e sono nati per creare un'alternativa a un Occidente “unito” sotto il vessillo della cricca di Davos, ovvero le “vecchie regole”.
Torniamo alla visita di Trump in Giappone. Il nuovo Primo ministro giapponese, Sanae Takaichi, è una sovranista, così come lo è la Meloni, ed entrambe sono ben viste dall'amministrazione Trump. Il Giappone, sotto questi auspici, sta ricostruendo il suo esercito, vuole seriamente aprire un canale diplomatico con la Russia per porre fine alle sue ostilità con essa risalenti ancora alla Seconda guerra mondiale e abolire la Camera dei consiglieri (creata dagli alleati affinché avesse potere di veto su qualsiasi legge l'esecutivo volesse approvare... molto inglese come clausola). Non solo, ma anche Bessent è volato in Giappone per parlare con Ueda, governatore della BOJ, per dirgli di normalizzare la politica monetaria e affrontare le aspettative d'inflazione. In questo contesto Powell ha tagliato i tassi di 25 punti base lo scorso dicembre, mentre Ueda li ha rialzati dello stesso ammontare... l'unica banca centrale a rialzarli. In questo modo il famoso carry trade sullo yen viene smantellato pezzo dopo pezzo dopo pezzo.
È fondamentale che venga terminato perché anche se gli USA avevano introdotto il SOFR, coi tassi a zero lo yen poteva essere usato come mezzo indiretto per accedere alla liquidità in dollari e quindi tornare a influenzare il front- end della curva dei rendimenti americana. Questo è un reset enorme perché se il carry trade sullo yen finisce e finalmente arriva la IPO di Fannie/Freddie, che ricordiamolo è stata ritardata a causa dello shutdown voluto dai Democratici, l'indipendenza finanziaria americana da Londra sarà completa. Ciò che mi aspetto dal 2026 è una normalizzazione del debito americano e giapponese, man mano che il prossimo governatore della FED taglierà fino al 3% i tassi di riferimento e Ueda farà piccoli passi fino ad arrivare a una situazione in un cui il differenziale tra i due tassi di riferimento, quello americano e giapponese, sarà di una forchetta tra 25 e 50 punti base. Già adesso, con un rendimento intorno al 3%, il trentennale giapponese val la pena di essere comprato; lo stesso discorso vale per il decennale intorno al 2%. Finalmente stiamo parlando di ritorni reali! E che succede quando il decennale giapponese scavalcherà la sua controparte tedesca? I flussi di capitali voleranno in Giappone.
Sono ormai 3 anni che la Lagarde sta portando una yield curve control in Europa e ogni volta che succedono casini, si affretta a comprare i decennali tedeschi per impedire che i bund non vengano più considerati gli asset “più sicuri” in Europa. Ma ciò che si sta sviluppando nel sottobosco di questa linea di politica insostenibile nel lungo periodo, e che la farà emergere come fallimentare alla fine, è la pressione dei mercati dei capitali e la linea di politica della FED. C'è un grande avvicendamento in atto. Infatti se guardate al differenziale di rendimento tra il decennale tedesco e quello italiano siamo arrivati a 65 punti base di differenza. Solo 3 mesi fa era a 80. Tutti i bond di quelle nazioni che fomentano la guerra stanno finendo in difficoltà.
Il gioco della Meloni per il momento è solo quello di sopravvivere (non aspettatevi grandi riforme quindi) e questo a sua volta significa che i vandali in Italia al soldo della cricca di Davos, anche nel suo governo, si scateneranno.
Questa è la chiave di lettura per comprendere il delirio di onnipotenza dell'Agcom nella vicenda Cloudflare: https://t.co/6UGKydyAz9 https://t.co/TdPx4XvMUx
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 11, 2026Se io fossi Scott Bessent non mi preoccuperei degli attacchi esteri contro il back-end della curva dei rendimenti americani arrivati a questo punto, perché per mantenere il differenziale di rendimento tra il debito americano e quello europeo, a cui è ancorato il 90% del mercato dell'eurodollaro, la BCE deve lasciar salire i rendimenti tedeschi. Per di più, chi sano di mente comprerebbe debito tedesco con la sua economia in caduta libera? E notate anche un'altra cosa: non c'è stato alcun “Lunedì nero” sulla scia dei rialzi dei tassi da parte della BOJ. Chi si è strappato i capelli finora annunciando la morte del Giappone se la BOJ avesse continuato lungo il suo percorso, era chi aveva preso in prestito debito giapponese per poi accedere alla liquidità in dollari e tutte le strade portano inevitabilmente alla City di Londra. Il Giappone non è affatto in pericolo.
Quella a cui stiamo assistendo è una liberazione, a livello finanziario, dalla colonizzazione inglese. Questo è il “reset” di Trump e dei NY Boys.
PROSCIUGARE GLI AFFLUENTI, BONIFICARE LA PALUDE
Questo significa altresì staccare la spina alle influenze ombra di Londra e Bruxelles che ancora oggi infestano il Congresso, portando quest'ultimo dalla parte di Trump. E porre l'occhio di bue sopra gli agenti ICE, così come la denuncia di tutte le frodi finora scoperchiate come quella somala in Minnesota, serve semplicemente a guadagnare consensi tra la popolazione affinché non si faccia fuorviare dai canali mediatici controllati principlamnete da Londra.
REMINDER. “To all ICE officers: You have federal immunity in the conduct of your duties. Anybody who lays a hand on you or tries to stop you or tries to obstruct you is committing a felony. You have immunity to perform your duties, and no one—no city official, no state official,… pic.twitter.com/xoWDjOctLe
— Homeland Security (@DHSgov) January 13, 2026L'immigrazione illegale è importante perché ci si libera delle frodi e ci si libera di persone che hanno posto una tremenda pressione sotto forma di domanda su case, assistenza sanitaria, auto, cibo, ecc. L'immigrazione illegale era la porta sul retro che giustificava sussidi a pioggia a ONG e associazioni noprofit. Una volta che si rimuove suddetta pressione, la Legge dei rendimenti marginali decrescenti, la Legge della domanda/offerta e tutti gli altri dispositivi della teoria economica permettono di vedere chiaramente come i prezzi delle case fossero anelastici, ad esempio, in relazione alla domanda al margine. In luoghi come il Texas, la rimozione della sopraccitata pressione ha fatto scendere gli affitti per gli appartamenti da una media di $2.000 a circa $1.200.
Non solo in Minnesota, anche in Ohio. La piovra Dem, principale propaggine negli USA della cricca di Davos, ha usato tutti i sotterfugi possibili (tra cui la mafia delle ONG) per estorcere ricchezza reale dagli USA e trasferirla all'estero.https://t.co/XrWwEgkDHz https://t.co/6PIgySPugq
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) December 30, 2025Per contrastare il ribilanciamento degli Stati Uniti, tutte le altre principali banche centrali del G7 (esclusa la BOJ) hanno tagliato i tassi più aggressivamente rispetto alla FED. In questo modo hanno stimolato la crescita del credito stampando le loro divise per comprare dollari, in un mondo in cui Powell ne sta prosciugando l'offerta ombra, mentre il Dipartimento del Tesoro americano ha usato parte dei proventi incamerati dagli accordi commerciali e dal Treasury General Account (gonfiato durante lo shutdown) per comprare oro e Bitcoin. I dollari “stampati” dalla FED, diversamente da quello che dicevano i media generalisti e la “controinformazione” online, sono stati sterilizzati.
Come si disinnesca la City di Londra?
Taglio dei flussi monetari pubblici (es. USAID)
Taglio dei flussi monetari privati (es. Venezuela)
Si costringe a mettere i suoi capitali in gioco (es. squeeze su oro/argento)
Il colpo fatale arriverà un volta disintermediato il Brent.
L'obiettivo principale della cricca di Davos/City di Londra è quello di collassare il sistema attuale delle democrazie liberali che hanno ordito a costruire negli ultimi 400 anni. L'immigrazione e la violenza incontrollate sono il segno distintivo. L'amministrazione Trump e gli oligarchi dietro di essa, le grandi banche commerciali americane, hanno deciso di intraprendere un approccio diverso: “salvare” le democrazie liberali e non cedere il passo al nazionalsocialismo/totalitarismo. Questo esito lo si ottiene minimizzando la violenza internamente e non operando “cambi di governo” all'estero (uno sport prettamente di stampo inglese) bensì smantellando quei network nel sottobosco degli stati che alimentano “rivoluzioni colorate”. Questo a sua volta significa che le persone possono ancora fidarsi delle istituzioni, soprattutto se possono essere “riformate”. In questa direzione va la più recente “incriminazione” di Powell, ad esempio. Gli Stati Uniti sono gli unici a poter contrastare e “correggere” i piani della cricca di Davos/City di Londra, in particolar modo perché oltre ad avere capitale sviluppato (liquidità in entrata) hanno anche quello “ancora da sviluppare” (input delle materie prime).
In questo contesto la cattura di Maduro potrebbe benissimo essere assimilabile all'ipotesi che il sopraccitato progetto ARC abbia anche tra i suoi obiettivi non solo lo smantellamento della rete d'influenza finanziaria della City di Londra, ma anche quella politico-sociale.
???? EXCLUSIVA | Zapatero figura entre los 64 investigados en un expediente judicial de Nueva York por colaborar con el régimen de Maduro
Por @iblascor https://t.co/nk7xbHrx5o
Il Venezuela è solo un tassello in un mosaico più grande. Il riciclaggio di denaro del narcotraffico passa soprattutto dalle banche canadesi. Il Canada è la nazione in cui gli inglesi si rifugiarono quando persero la guerra d'indipendenza. E chi lo guida ora? Inoltre ricordate il documento National Security Strategy del mese scorso? Uno dei punti trattati in esso era lo smantellamento dell'architettura di quei “poteri ostili” nel suo emisfero. Di primo acchito si poteva pensare a Iran, Cina e Russia. Invece l'obiettivo reale sono le banche ombra offshore, i centri in cui viene riciclato il denaro per finanziare operazioni ostili agli USA e la rete di contrabbando di droga/armi che alimenta “settori” deviati dell'intelligence americana. E con questa chiave di lettura si capisce anche perché Russia e Stati Uniti, ad esempio, si stanno avvicinando dal punto di vista commerciale e collaborano in sordina per minimizzare le eruzioni di tumulti sociali incontrollati che potrebbero sfociare in guerre.
In Iran c'è una guerra civile sotterranea tra colonizzatori: francesi e inglesi. L'IRGC, ad esempio, è sempre stata una creatura della City di Londra per controllare il Paese. In questo senso l'Ayatollah potrebbe essere il prossimo Maduro.https://t.co/uDbD56zuOC
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 4, 2026Esfiltrare Maduro ha significato mettere sabbia negli ingranaggi dello Stato profondo internazionale che s'era sviluppato in Venezuela: riciclaggio di denaro, traffico di esseri umani, traffico di droga, manipolazione del prezzo delle commodity. Ma ecco un altro punto: significa anche il prosciugamento di finanziamenti ombra per i servizi segreti inglesi e (in parte) per la CIA (che non dimentichiamocelo è ancora infiltrata da agenti ostili esteri). Oltre a ciò l'estromissione della Machado, pedina della cricca di Davos. Alla luce di quanto detto finora credo sia chiaro che Trump non voleva affatto un cambio di governo in Venezuela, bensì estromettere Maduro dal sopraccitato network criminale, una pistola continuamente puntata indirettamente alla tempia degli Stati Uniti. E per lo stesso motivo Bessent ha elargito la linea di swap in dollari da $40 miliardi all'Argentina, così facendo si chiude a tenaglia il Brasile (palesemente schierato col WEF, altro che BRICS). Perché, quindi, Maduro ha accettato di essere esfiltrato? Perché adesso? Perché è consapevole che Trump sta avendo la meglio sui suoi avversari.
Florida, Louisiana, Mississippi e l'Alabama possono quindi respirare ora che il Golfo d'America viene messo in sicurezza e bonificato dalle ingerenze sotterranee che vorrebbero portare a compimento il Piano Podesta, destabilizzando per il proprio tornaconto e sopravvivenza gli Stati Uniti. Il mio compito, come avrete notato cari lettori, è quello di mettere insieme i vari pezzi del puzzle sparpagliati e fornirvi il quadro generale così come nessun altro riesce a proporlo. E vedendo le cose in questa ottica tutte le azioni, le minacce e le vicissitudini diventano chiare, logiche e coerenti, mentre restano un enigma per tutti coloro che seguono la stampa generalista o ascoltano canali d'informazione che vogliono trasmettere una visione del mondo di come dovrebbe essere piuttosto di come È. E sebbene le molte sfaccettature, il mio focus su quella inglese è determinata dalla volontà dell'attuale amministrazione Trump di ridimensionarne i tentacoli sotterranei dato che è diventata una questione esistenziale per Washington.
E chissà se la prossima esfiltrazione non sia l'attuale famiglia reale inglese durante i festeggiamenti dei 250 anni dalla Dichiarazione d'indipendenza americana.
CONCLUSIONE
Il declino di Bruxelles e della City di Londra è inevitabile, e il primo anno di Trump ha messo in evidenza questa inevitabilità. L'Unione europea, in particolare, è partita con l'idea di essere un'unione commerciale; poi è arrivata l'unione monetaria che è stata completata a metà. La restante metà è stata presa in prestito da Stati Uniti (salvataggi tramite FED ed eurodollaro) e Giappone (carry trade sullo yen). Lo stallo dal punto di vista industriale non è altro che un accartocciamento dovuto all'uscita di scena di Washington e Tokyo in veste di “zii ricchi” da sfruttare. Il fatto che la digitalizzazione dell'economia e la ricerca tecnologica sia andata avanti principalmente negli USA e in Cina, ha svelato il segreto di Pulcinella: Bruxelles ha coltivato una linea di politica di estrazione dai territori che controllava direttamente e indirettamente (tramite la legislazione sul digitale, ad esempio). Puro e semplice colonialismo. Non è un caso che la cricca di Davos abbia come riferimento il Superstato dell'UE: sono locuste che invadono un determinato di territorio di capitali, fagocitano voracemente risorse e ricchezza reale, infine tirano fuori i capitali immessi fino a quel momento. Ora riserva tale trattamento alla popolazione autoctona, affinché la classe dirigente possa sopravvivere.
YIKES
China just posted a record-breaking $1.2 trillion global trade surplus. The EU's is up 18.1%. Germany's numbers are BONKERS - a staggering 108% surge in surplus, meaning that it now accounts for nearly a third of China's entire EU surplus.
The US has been aggressively… https://t.co/ikpiHIiADr
L'Unione europea si trova in un cul de sac perché l'industria digitale, salvo sporadiche eccezioni che non fanno testo nel contesto mondiale, è indietro di 30 anni come minimo, senza contare che s'è tagliata fuori da risorse energetiche a buon mercato. L'UE sarà addirittura superata dai Paesi arabi. Inoltre senza un'unione fiscale e obbligazionaria l'euro è destinato al fallimento, i surrogati sotto forma di bond SURE sono un palliativo per calciare il proverbiale barattolo. Senza contare che già da un po' i singoli stati membri dell'UE stanno impostando le proprie linee di politica dal punto di vista monetario tramite le proprie banche centrali nazionali e i pronti contro termine. Gli Stati Uniti faranno accordi con i singoli stati e solo alcuni all'interno dell'UE; l'Italia è uno di questi, sia per la sua posizione strategica sul Mediterraneo, sia per la presenza della Città del Vaticano. Una frattura importante la si vedrà inevitabilmente nel mercato monetario dove a fronte di un euro digitale rimandato dalla BCE, e che a tutti gli effetti sarà una CBDC, emergerà nel frattempo la concorrenza (guarda caso sponsorizzata da Unicredit) e che, sebbene all'apparenza innocua nei confronti dell'euro fisico stesso, tale versione digitale rappresenterà quella spaccatura in due dell'UE di cui ho spesso parlato.
Anche dal punto di vista commerciale questa frattura è evidente, contando il fatto che il commercio mondiale si sta spostando sulle rotte dell'Oceano Pacifico e su quelle dell'Artico (da qui le attenzioni sulla Groenlandia da parte degli USA, oltre alla sua posizione strategica in termini militari). Il commercio mondiale passa principalmente attraverso le vie d'acqua, soprattutto perché le vie di terra sono facilmente sensibili al sabotaggio. Tra Stati Uniti e Russia ci sono discorsi di futura collaborazione economica e degli interessi reciproci. I russi hanno tutto l'interesse ad avere un'alternativa alla Cina ora che l'Europa è fuori gioco, perché per loro quest'ultima verrà ignorata per almeno una generazione; infatti la Russia è stata costretta a “finire tra le braccia della Cina”, come disse a suo tempo Peskov, a causa delle linee di politica scellerate dei governi americani ed europei quando la cricca di Davos aveva ancora il sopravvento su di essi. Russi e cinesi non hanno niente in comune.
Di conseguenza l'impianto geopolitico del futuro non saranno i BRICS (Brasile e Sud Africa sono a marchio WEF, mentre l'India è uno “swing state” oltre al fatto che gli USA stanno facendo più affari con il Pakistan riguardo le terre rare ad esempio), bensì il modello ARC: America, Russia e Cina. Tutti e tre, pur restando avversari in una certa misura, cercano di collaborare per riequilibrare le rispettive economie e anche per riequilibrare i rapporti militari reciproci. Il punto di convergenza, quindi, diventerebbe il Pacifico e l'Artico (il Giappone avrebbe un ruolo fondamentale in questo contesto). In questo nuovo assetto l'Europa avrebbe un ruolo marginale.
L'incubo degli inglesi sin da quando Mackinder ha formulato la sua tesi geopolitica dell'isola del mondo: un canale di connessione nello stretto di Bering tra USA e Russia, sabotato a più riprese da Londra nel corso della storia. pic.twitter.com/AvENqQR6Qu
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 12, 2026Il declino inevitabile della City di Londra, invece, è marchiato a fuoco da ciò che succede nei mercati dei metalli preziosi. La soppressione dei prezzi dei metalli preziosi era un modo per colonizzare indirettamente le industrie minerarie situate nei luoghi ricchi di minerali da estrarre. In questo modo i trader a Londra erano gli unici a fare davvero i soldi vendendo le commodity, mentre le industrie minerarie ottenevano briciole. I consumatori, pur non ritrovandosi alla fine di questa catena del disvalore, erano intrappolati nelle grinfie dei trader londinesi. Questi “intermediari” nei mercati dei futures erano i soli a risultare i vincitori. È una novità? No, lo sappiamo da cento anni, come minimo.
Esempio: il nickel. Il prezzo all'ingrosso è 90 centesimi a libbra. Sul mercato viene venduto da Rio Tinto a $2.50. E questa istituzione è una delle più grandi al mondo e ha la base nella City di Londra. Senza contare tutte le relazioni/connessioni bancarie che ha con le industrie minerarie nel Sud-est asiatico, in Indonesia e in Australia: esse, infatti, devono rivolgersi a banche come Standard Chartered, HSBC, o Barclays per ottenere prestiti e avviare le loro operazioni. Anche qui: indovinate chi ci guadagna su questi prestiti e sui profitti della produzione delle industrie minerarie per i primi 5-7 anni? E poi c'è quella che io chiamo “la porcata”: nel momento in cui viene concesso il prestito, queste banche aprono posizioni short sui metalli! Questa è colonizzazione finanziaria tramite il sistema bancario inglese e i mercati dei futures intermediati a Londra.
I due più grandi manipolatori dei prezzi dei metalli, inutile dirlo con sede nella City di Londra, stanno cercando di reagire alla strategia di USA e Cina di rimodellare i mercati delle commodity e prezzarne gli input in accordo con offerta e supply chain.https://t.co/CqkmMKPoYy
— Francesco Simoncelli (@Freedonia85) January 9, 2026Uno dei motivi per cui i metalli preziosi, ultimamente, stanno esplodendo al rialzo è che questo circolo vizioso è stato progressivamente disinnescato. Grazie a compagnie come Franco Nevada, Wheaton Precious Metal, ecc. che hanno permesso il bypass del settore bancario per i finanziamenti in cambio di royalty su esplorazione e produzione (senza contare che sono molto più capaci nella valutazione del rischio delle compagnie minerarie). In questo modo le royalty vengono pagate solo quando si avvia la produzione, mentre non c'è il peso del servizio del debito durante le fasi di esplorazione. È un rischio d'investimento quello che corrono Franco Nevada et similia, ma almeno diventano partner ed è una situazione “win-win” per tutti dato che guadagnano dal flusso di cassa futuro una volta avviata la produzione. Diversamente dalle banche inglesi, il cui unico interesse è se l'azienda fallisce o meno, queste royalty company VOGLIONO che le aziende di cui sono partner abbiano successo.
Questo modello, sin dal 2005 circa, è cresciuto nel tempo e con il cambio di marcia intrapreso dagli USA negli ultimi 3 anni ha finalmente guadagnato trazione, emarginando gli intermediari e le relative connessioni bancarie a essi legati che avevano buttato in un fosso gli azionisti delle industrie minerarie, le industrie minerarie stesse e i dipendenti di queste. E diversamente da quello che raccontano i media generalisti, questo non è il classico schema “pump and dump”. Quando l'argento raggiunse il picco massimo precedente, a circa $50 l'oncia, quel fine settimana gli USA diedero l'annuncio di aver ucciso Osama Bin Laden e il COMEX annunciò un ampliamento dei margini di copertura per le posizioni long. Segnale, quello, che le bullion bank avrebbero protetto sé stesse e che avrebbero “ucciso” i long. Con quell'annuncio il prezzo crollò immediatamente di $5: vennero sentenziati a morte i prestiti a leva, mentre uno squeeze si portava via alcuni grossi player. Era il 2011 e sin da allora il COMEX, la LBMA e l'SLV hanno rappresentato un “triangolo della morte” per il prezzo dell'argento: il primo forniva il collaterale alla seconda affinché potesse avere la base attraverso cui supportare prestiti a leva e microgestire il prezzo dell'argento tramite un'offerta sintetica dello stesso. Almeno fino pochi mesi fa... cos'è cambiato? Cosa si è rotto? L'argento è in backwardation, c'è scarsità del metallo e i tassi di leasing a esso collegati sono schizzati in alto. Questa, come quella del 2011, è una battaglia tra giganti e le formiche devono fare attenzione a non essere schiacciate nel frattempo. È una questione di chi ha più soldi da gettare nel mercato per scavalcare gli avversari, soprattutto le posizioni short. E a questo giro, però, le scommesse e i contratti stipulati richiederanno la consegna dell'asset sottostante.
Sarà diverso stavolta? Dal punto di vista tecnico ce lo ha detto la soglia degli $83 l'oncia per l'argento. Dal punto di vista strategico le nuove soluzioni commerciali di Trump e le nuove soluzioni di collaterale per il dollaro di Bessent (metalli + Bitcoin) ce lo stanno dicendo, insieme anche a Cina, Russia e addirittura India. Non dimenticando, al contempo, che il mercato sintetico dell'argento è una fonte di introiti importante per la City di Londra.
Per ulteriori approfondimenti, poi, su questi temi a livello tecnico e orientativo, c'è sempre il servizio di consulenze del blog.
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Why Neocons Like Marco Rubio and Lindsey Graham are Responsible for the Minnesota Welfare Fraud Scandal
From Murray Rothbard’s 1994 essay, “Just War”:
“The Somalian intervention [by the U.S. military] was a perfect case study in the workings of [the] Wilsonian dream. We began the intervention by extolling a ‘new kind of army (a model army if you will, engaged in a new kind of high moral intervention: the U.S. soldier with a CARE package in one hand, and a gun in the other. The new “humanitarian” army, bringing food, peace, and democracy and human rights to the benighted peoples of Somalia, and doing it all the more nobly and altruistically because there was not a scrap of national interest in it for Americans. It was this prospect of a purely altruistic intervention — of universal love imposed by the bayonet — that swung almost the entire “antiwar” Left into the military intervention camp. Well, it did not take long for our actions to have consequences, and the end of the brief Somalian intervention provided a great lesson if we only heed it: the objects of our “humanitarianism” being shot down by American guns, and striking back by highly effective guerilla war against American troops, culminating in savaging the bodies of American soldiers. So much for “humanitarianism,” for a war to impose democracy and human rights; so much for the new model army.”
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La domanda da $60 miliardi: il Venezuela è segretamente una superpotenza Bitcoin?
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-domanda-da-60-miliardi-il-venezuela)
Alex Saab potrebbe controllare $60 miliardi in bitcoin per il regime di Maduro. Mentre la stretta di Trump si inasprisce, c'è un'altra battaglia che si combatte sulla blockchain.
Nicolás Maduro è sotto custodia degli Stati Uniti. Nelle prime ore di sabato 3 gennaio, gli operatori della Delta Force hanno trascinato il presidente venezuelano e sua moglie fuori dalla loro camera da letto a Caracas e li hanno trasportati in aereo sulla USS Iwo Jima, ora in rotta verso New York, dove Maduro dovrà rispondere di accuse di traffico di droga e possesso di armi presso un tribunale federale.
Ma mentre Washington celebra la più importante operazione militare statunitense in America Latina dall'invasione di Panama del 1989, negli ambienti dell'intelligence emerge una domanda più urgente: dove sono i soldi?
Per anni Maduro e la sua cerchia ristretta hanno sistematicamente saccheggiato il Venezuela: miliardi di dollari di entrate petrolifere, riserve auree e beni statali e, secondo fonti a conoscenza diretta dell'operazione, hanno convertito gran parte di tali proventi in crittovalute.
L'uomo che presumibilmente ha orchestrato quella conversione, che ha costruito l'architettura finanziaria ombra, che ha mantenuto in vita il regime sotto pesanti sanzioni, non è su quella nave.
Il suo nome è Alex Saab.
E potrebbe essere l'unica persona sulla Terra a sapere come accedere a quella che alcune fonti stimano possa essere una cifra pari a $60 miliardi in bitcoin, una cifra che, se verificata, renderebbe la fortuna nascosta del regime di Maduro una delle più grandi riserve di crittovalute del pianeta, rivaleggiando con MicroStrategy e potenzialmente superando l'intera riserva nazionale di El Salvador.
L'affermazione proviene da fonti HUMINT e non è stata confermata dall'analisi della blockchain, ma i calcoli matematici alla base sono disarmanti.
Solo nel 2018 il Venezuela ha esportato 73,2 tonnellate d'oro, per un valore di circa $2,7 miliardi. Se anche solo una frazione di questa cifra fosse stata convertita in bitcoin quando i prezzi oscillavano tra i $3.000 e i $10.000, e fosse rimasta stabile fino al picco di $69.000 nel 2021, i profitti sarebbero stati sbalorditivi.
Fonti a conoscenza dell'operazione descrivono uno sforzo sistematico per convertire i proventi dell'oro in crittovalute tramite intermediari turchi ed emiratini, per poi spostare i beni tramite mixer e cold wallet fuori dalla portata delle autorità occidentali.
Secondo alcune fonti, le chiavi di questi wallet sono in mano a una ristretta cerchia di agenti fidati, al centro dei quali c'è proprio Saab.
Ciò che Washington non sapeva, e che i documenti del tribunale avrebbero poi rivelato, era che Saab era stato un informatore della DEA dal 2016, mentre costruiva l'impero finanziario ombra di Maduro.
Ora, con Maduro catturato, la domanda diventa: Saab collaborerà di nuovo? O sparirà con le chiavi del patrimonio rubato al Venezuela?Nella narrazione ufficiale venezuelana, Alex Nain Saab Morán è un patriota, un diplomatico, un martire dell'imperialismo statunitense. A Washington, è l'opposto: un evasore professionista delle sanzioni che ha costruito un labirinto di società offshore che hanno arricchito la cerchia ristretta di Nicolás Maduro mentre il Venezuela crollava.
Ora potrebbe essere qualcosa di completamente diverso: una delle persone più preziose sulla Terra.
Ma Saab non è l'unica persona a sapere dove siano finiti i soldi. Abbiamo scoperto che una figura chiave nel passaggio dall'oro alle crittovalute – un uomo che avrebbe svolto il ruolo di corriere, trasportando lingotti d'oro dal Venezuela alla Turchia e a Dubai – è stato sanzionato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti nel 2019, ma non è mai stato incriminato pubblicamente.
Il suo nome è David Nicolas Rubio Gonzalez. È il figlio di Álvaro Pulido, socio in affari di lunga data di Saab. E la sua storia potrebbe essere la chiave per capire cosa è successo al patrimonio rubato al Venezuela.
Il corriere
Il 17 settembre 2019 l'Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha aggiunto David Nicolas Rubio Gonzalez alla sua lista di soggetti sottoposti a sanzioni. La designazione lo ha identificato come figura che controlla almeno tre società: Corporacion ACS Trading SAS in Colombia, Dimaco Technology, SA a Panama e Global de Textiles Andino SAS in Colombia.
Suo padre, Álvaro Pulido, era stato incriminato dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti due mesi prima, insieme ad Alex Saab, per aver riciclato oltre $350 milioni provenienti da contratti fraudolenti con lo stato venezuelano. Ma David non è stato incriminato; è stato sanzionato – i suoi beni sono stati congelati, la sua possibilità di fare affari con gli americani è stata interrotta – ma non ha dovuto affrontare alcun procedimento penale.
Perché?
Secondo fonti a conoscenza diretta dell'operazione, David Rubio Gonzalez non era solo un uomo d'affari. Era un corriere. Queste fonti descrivono una rete che trasportava fisicamente oro lungo una rotta dalla Repubblica Dominicana, attraverso il Venezuela, fino alla Turchia e a Dubai. Ogni viaggio, dicono, fruttava al corriere un guadagno di $1 milione per i suoi servizi.
L'oro proveniva dall'Arco Minero del Orinoco, una vasta zona mineraria nel Venezuela orientale. Veniva acquistato dalla società mineraria statale Minerven, lavorato da CVG Minerven – il cui presidente manteneva stretti legami con Saab – e trasportato all'estero con aerei privati o voli commerciali della Turkish Airlines. Ma spostare oro su larga scala richiede mani fidate. Qualcuno deve trasportarlo fisicamente, sdoganarlo, consegnarlo alle raffinerie e agli intermediari che lo convertono in denaro.
Secondo alcune fonti, David era una di quelle mani.
L'oro venezuelano transitava attraverso Turchia, Emirati Arabi Uniti e Iran prima di essere convertito in crittovalute. Corrieri come David Rubio Gonzalez avrebbero guadagnato $1 milione a viaggio.
La domanda che assilla gli investigatori è semplice: se David era abbastanza importante da meritare una sanzione, perché non lo era abbastanza da essere incriminato ufficialmente? Suo padre era accusato di otto capi d'accusa per riciclaggio di denaro. David non ne aveva nessuno.
Le spiegazioni sono poche. Potrebbe essere un collaboratore con le autorità statunitensi, fornendo informazioni in cambio dell'immunità, o di un ruolo ridotto in un eventuale futuro procedimento giudiziario; potrebbe essere sotto accusa secretata, con le accuse tenute nascoste alla vista del pubblico fino al momento dell'arresto; oppure potrebbe essere semplicemente passato inosservato, un attore secondario ritenuto meno importante dei principali.
Ma se le nostre fonti hanno ragione sul suo ruolo di corriere – un uomo che maneggiava fisicamente l'oro che è diventato la critto-fortuna del regime – allora David Rubio Gonzalez potrebbe sapere esattamente dove sono finiti i soldi. E con Maduro catturato, questa conoscenza non è mai stata così preziosa.
Il passaggio dall'oro alle crittovalute
I $60 miliardi non si sono materializzati dal nulla. Sono stati accumulati attraverso una delle operazioni finanziarie più audaci della storia moderna: la conversione sistematica delle riserve auree del Venezuela in crittovalute non rintracciabili.
Nel 2018, con l'aggravarsi della crisi economica venezuelana e la riduzione dell'accesso a una valuta forte, il regime di Maduro si è rivolto all'oro. Il Paese esportava oro da anni, ma in quel momento l'attività si era ampliata drasticamente. Il Venezuela ha esportato 73,2 tonnellate di oro solo nel 2018, per un valore di circa $2,7 miliardi all'epoca.
Maduro ha posto l'operazione sotto la supervisione del suo stretto alleato Tareck El Aissami, che ha nominato Ministro dell'Industria e della Produzione Nazionale. Alex Saab è emerso come facilitatore dell'operazione. L'oro è confluito in Turchia, dove è stato raffinato e venduto. È confluito poi negli Emirati Arabi Uniti, dove è entrato nel mercato globale. E nell'aprile 2020, tonnellate di oro venezuelano sono state trasportate in Iran con Mahan Air nell'ambito di uno scambio oro-petrolio.
Iran International ha riferito che una fuga di notizie della Lloyd's Insurance ha rivelato che il piano era coordinato dalla Forza Quds dell'IRGC e da Hezbollah. L'oro venduto in Turchia e in Medio Oriente ha generato proventi che hanno finanziato le operazioni di Hezbollah stesso. Circa nove tonnellate di oro venezuelano sono state esportate in un solo mese, secondo Bloomberg. In cambio, cinque petroliere iraniane hanno consegnato circa 1,5 milioni di barili di benzina ai porti venezuelani.
Ma l'oro è pesante, è tracciabile, può essere sequestrato. Il passo successivo è stato trasformarlo in qualcosa che non potesse essere toccato.
Le fonti descrivono uno sforzo sistematico per convertire i proventi dell'oro in Bitcoin tramite broker over the counter in Turchia e negli Emirati Arabi Uniti; broker che ponevano poche domande e operavano al di fuori del sistema bancario tradizionale. I bitcoin venivano poi trasferiti tramite mixer, software che oscurano l'origine delle transazioni, in cold wallet: dispositivi di archiviazione offline che esistono al di fuori della portata di qualsiasi governo o borsa.
Il tempismo è stato fortuito. Il Venezuela ha iniziato a movimentare seriamente l'oro nel 2018, quando Bitcoin veniva scambiato tra i $3.000 e i $10.000. Quando il prezzo ha raggiunto il picco di $69.000 nel novembre 2021, tutti gli investimenti accumulati in quei primi anni si erano moltiplicati per un fattore da sette a venti. Se il regime avesse convertito anche solo $3 miliardi di proventi derivanti dalla vendita di oro in Bitcoin a un prezzo medio di $5.000, oggi tali investimenti varrebbero $40 miliardi.
Gli scambi in Bitcoin non si sono fermati all'oro. Lo scandalo della PDVSA in Venezuela ha rivelato che il socio di Saab, Álvaro Pulido, padre di David, ha utilizzato sistemi di pagamento basati su Tether per dirottare miliardi di proventi derivanti dalla vendita di petrolio. Tra il 2020 e il 2022 PDVSA ha richiesto sempre più spesso agli intermediari di regolare i carichi di petrolio in Tether, instradando i pagamenti tramite broker over the counter e wallet digitali privati.Lo scandalo ha rivelato navi cariche di petrolio per un valore di oltre $20 miliardi che partivano dai porti venezuelani senza che il pagamento raggiungesse mai PDVSA. A dicembre 2025 il Venezuela riscuoteva l'80% delle sue entrate petrolifere in USDT. Tether ha congelato 41 wallet contenenti $119 milioni collegati al Venezuela, ma questa cifra rappresenta solo ciò che le autorità sono riuscite a rintracciare.
L'architetto
Per capire come è stato costruito questo sistema, bisogna conoscere l'uomo che lo ha costruito.
Alex Saab è nato a Barranquilla, in Colombia, nel 1971. Ha trascorso gli anni '90 gestendo modeste attività tessili. La sua carriera è cambiata quando si è associato con Álvaro Pulido, coinvolto nel narcotraffico, il quale ha invitato Saab a fare affari in Venezuela. Il senatore colombiano di sinistra, Piedad Córdoba, scomparso nel gennaio 2024, ha presentato Saab a Maduro.
I contratti che seguirono furono sconcertanti per la loro sfacciataggine. Nel 2011 Saab accettò di fornire componenti per 25.000 case prefabbricate nell'ambito del programma “Gran Mision Vivienda Venezuela”. Il contratto prevedeva un rimborso fino a quattro volte superiore al costo effettivo. La sua azienda ricevette $159 milioni per l'importazione di kit abitativi, ma consegnò prodotti per un valore di soli $3 milioni.
Nel 2016, quando il regime lanciò il programma CLAP per distribuire cibo sovvenzionato alle famiglie bisognose, Saab e Pulido costruirono una rete per sfruttarlo. Si rifornivano di cibo di bassa qualità da fornitori stranieri, assemblavano le scatole all'estero e le spedivano in Venezuela a prezzi gonfiati. Per spostare fondi e nascondere il sistema, si servirono di società fittizie a Hong Kong, negli Emirati Arabi Uniti e in Turchia. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha mappato queste reti nel luglio 2019 definendole una “rete di corruzione che ruba dal programma alimentare del Venezuela”.
Zair Mundaray, ex-procuratore venezuelano che ha indagato su Saab, ha dichiarato che Saab è entrato a far parte della cerchia ristretta di Maduro proprio perché non aveva legami con altri esponenti del potere a Caracas. A differenza di altri potenti di Caracas, Saab non era legato a nessuna famiglia o fazione politica tradizionale.
“Saab rispecchia il profilo di una persona senza legami con le caste tradizionali o i gruppi di potere venezuelani, il cui unico vero legame è con la famiglia presidenziale”, ha affermato Mundaray. “In Venezuela il potere funziona più come un cartello criminale che come una struttura istituzionale. Questo crea un clima di reciproca sfiducia e lotte di potere intestine”.
L'obiettivo di Saab era semplice: fare soldi “e ha trovato la piattaforma perfetta in un presidente che è egli stesso un criminale”.
Ma Saab è diventato più di un semplice appaltatore; è diventato il garante della fortuna di Maduro.
“Mentre la sfera pubblica e quella privata alla fine si fondono, non c'è più distinzione”, ha detto Mundaray. “Saab è il garante della fortuna di Maduro: denaro sparso in più Paesi e conservato in diversi asset convertibili che gli assicurano una vita nel lusso per generazioni, senza dover mai muovere nemmeno un dito”.
Nell'aprile 2018 Maduro lo rese ufficiale, nominando Saab Inviato Speciale con “ampi poteri per svolgere azioni per conto della Repubblica Bolivariana del Venezuela”. Non era più un appaltatore; era un diplomatico.
Il doppio agente
Il 12 giugno 2020 l'aereo di Saab è atterrato sull'isola vulcanica di Sal, a Capo Verde, per quella che avrebbe dovuto essere una normale sosta per il rifornimento di carburante. Era diretto in Iran. Invece le autorità locali lo hanno arrestato su richiesta degli Stati Uniti.Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti aveva reso pubblico un atto d'accusa composto da otto capi d'imputazione che accusavano Saab e Pulido di aver riciclato oltre $350 milioni tramite conti bancari statunitensi. Ma poi è arrivato il colpo di scena che nessuno si aspettava.
I documenti del tribunale hanno rivelato che Saab aveva anche collaborato con le forze dell'ordine statunitensi, fornendo informazioni sui pagamenti di tangenti effettuati ad alti funzionari venezuelani.
Saab ha stipulato un accordo di cooperazione con la DEA il 27 giugno 2018, lo stesso anno in cui Maduro lo ha nominato Inviato Speciale. Ha incontrato funzionari delle forze dell'ordine statunitensi nell'agosto e settembre 2016, nel novembre 2017, nel giugno e luglio 2018 e nell'aprile 2019. Ha inoltre effettuato quattro pagamenti per un totale di oltre $12,5 milioni su conti controllati dalla DEA per restituire i profitti derivanti dalle sue attività di corruzione.
Stava costruendo l'impero finanziario ombra di Maduro e allo stesso tempo ne faceva la spia.
Nel dicembre 2023 il presidente Biden ha negoziato la sua liberazione in cambio di dieci prigionieri americani detenuti in Venezuela. Saab ha ricevuto la grazia presidenziale ed è stato costretto a lasciare definitivamente gli Stati Uniti. È atterrato a Caracas accolto come un eroe. Maduro lo ha abbracciato pubblicamente. Nel giro di poche settimane Saab è stato nominato Ministro dell'Industria e della Produzione Nazionale.
Era di nuovo al centro dell'architettura di sopravvivenza del Venezuela. Fino a sabato 3 gennaio almeno...
Chi ha le chiavi?
Con Maduro in custodia cautelare e accusato di traffico di droga a Manhattan, la questione non è più se il regime sopravviverà; la questione è se la fortuna rubata potrà essere recuperata o se svanirà, accessibile solo a chi ne detiene le chiavi private.
Il vecchio sistema di elusione delle sanzioni – navi, banche, società di comodo – esiste ancora. Ma il nuovo sistema si basa su stablecoin, broker over the counter, wallet digitali privati e accordi bilaterali con governi che non hanno alcun incentivo a collaborare con le autorità statunitensi.Le fonti descrivono un avvocato svizzero che presumibilmente controlla l'accesso ai wallet. Le chiavi private potrebbero essere distribuite tra più persone, più giurisdizioni, con diversi livelli di sicurezza progettati per sopravvivere esattamente a questo scenario: la cattura del leader del regime.
David Nicolas Rubio Gonzalez è stato sanzionato nel 2019, ma non è mai stato incriminato pubblicamente. Suo padre è stato incriminato, lui no invece. Se le fonti hanno ragione nel dire che ha svolto il ruolo di corriere, spostando fisicamente l'oro che è diventato una fortuna in crittovalute, allora potrebbe sapere esattamente dove sono finiti quei soldi. Sta collaborando segretamente con le autorità statunitensi? È sotto accusa segreta? O è sparito con informazioni che potrebbero sbloccare miliardi?
E poi c'è Saab in persona. Un uomo che ha già collaborato con la DEA una volta. Un uomo che è stato graziato da un presidente americano e che ora potrebbe essere la risorsa di intelligence più preziosa per un altro. Un uomo che, secondo un ex-procuratore venezuelano, è “il garante della fortuna di Maduro”.
Dov'è Alex Saab?
Dov'è David Rubio Gonzalez?
E chi ha le chiavi private per un valore di $60 miliardi in Bitcoin?
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.
I figli di Mao: come lo zelo rivoluzionario continua a deformare le menti dei giovani
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-figli-di-mao-come-lo-zelo-rivoluzionario)
Dopo aver letto e scritto ampiamente sulle sofferenze del popolo cinese sotto Mao, sono rimasto inorridito e allarmato nell'ascoltare una breve opinione di una studentessa dell'Oberlin College, rilasciata poco dopo l'assassinio di Charlie Kirk.
La studentessa è una rivoluzionaria irriducibile, ispirata da Mao, che è a favore di più “assassini politici” e contraria alla libertà di parola per i “reazionari” e i “capitalisti”. Vorrebbe che “alcune persone avessero paura di esprimere la propria opinione in pubblico”.
In un corso universitario le è stato insegnato “come la rivoluzione violenta ha liberato milioni di persone e donne” nella Cina di Mao.
Le sue opinioni sono estreme, ma non è la sola. Un sondaggio del 2021 condotto tra i 150 migliori college degli Stati Uniti ha rilevato che quasi il 25% degli studenti ha dichiarato che è accettabile ricorrere alla violenza per mettere a tacere un oratore controverso. In alcuni college femminili il 50% degli studenti ha sostenuto la violenza.
Presuntuosa e ignorante, se la ragazza dell'Oberlin avesse partecipato a un evento di Charlie Kirk, è probabile che non si sarebbe sentita spinta a riconsiderare la sua posizione. Ma pensate ai seguenti fatti che Charlie avrebbe potuto condividere con lei se gli avesse fatto una domanda sulla Cina.
Nel suo libro, Hungry Ghosts: Mao's Secret Famine, Jasper Becker spiegò che uno degli obiettivi dichiarati del Partito Comunista, sotto Mao, era quello di eliminare la famiglia e i legami che l'amore genera:
Dobbiamo considerare la Comune Popolare come la nostra famiglia e non prestare troppa attenzione alla formazione di una nostra famiglia separata [...] le persone più care al mondo sono i nostri genitori, ma non possono essere paragonati al Presidente Mao e al Partito Comunista [...] perché non è la famiglia che ci ha dato tutto, ma il Partito Comunista e la grande rivoluzione [...]. L'amore personale non è così importante: quindi le donne non dovrebbero pretendere troppa energia dai loro mariti.Forse quella studentessa dell'Oberlin vede la distruzione della famiglia come un obiettivo degno di essere perseguito. “A causa della collettivizzazione e della carestia diffusa”, Becker scrisse, “le donne erano costrette ad aggiogarsi all'aratro con l'utero penzolante, tale era la scarsità di animali da tiro”.
Se “liberazione” significa concedere ad alcune persone il potere arbitrario di infliggere paura e terrore, allora, sotto Mao, alcune donne erano potenti. Becker continuò: “Una ragazza di vent'anni, Huang Xiu Lian, presidente dell'Associazione femminile della comune, tagliò le orecchie a quattro persone”.
Mao fece morire di fame milioni di persone e i sopravvissuti divennero schiavi nelle piantagioni comuniste. Molti morirono di fame, tanto che Becker scrisse: “Pochi corpi furono sepolti. Molti si sdraiarono a casa e morirono”.
L'istinto materno fu distrutto. Alcune madri nascondevano scorte di cibo ai propri figli, temendo che essi le rivelassero alle autorità.
Sia Jasper Becker che Frank Dikötter forniscono resoconti di cannibalismo. Nel suo libro, Mao's Great Famine, Dikötter racconta che i genitori lasciavano morire di fame le loro figlie (i maschi erano considerati più preziosi) e poi scambiavano i corpi con un'altra famiglia per consumarli. Questo era chiamato “scambia figlio, prepara cibo”. Mao liberò le donne... dalla vita.
Un potere illimitato portava alla violenza sessuale e le donne erano indifese. La liberazione di Mao significava, scrisse Becker, che “le donne venivano umiliate con bastoni inseriti nei genitali”.
Dikötter scrisse che “le donne incinte che non si presentavano al lavoro venivano costrette a spogliarsi nel bel mezzo dell'inverno e poi a rompere il ghiaccio”. Gli aborti spontanei sul lavoro erano comuni.
Tra i funzionari del partito, scrisse Dikötter, “lo stupro si diffuse come un contagio in un panorama morale desolato”. Un funzionario si era “‘preso delle libertà’ con quasi tutte le donne non sposate del villaggio”.
Nelle città, scrisse Dikötter, “per un buono annonario del valore di dieci o venti centesimi, o per una libbra di riso, si concedeva un favore sessuale in un angolo tranquillo di un parco pubblico. Chi non ci riusciva rischiava la fame”.
In una fabbrica, raccontò Dikötter, “i padroni locali costringevano le donne a lavorare nude. In un solo giorno del novembre 1958, più di 300 lavoravano nude. Quelle che si rifiutavano venivano legate”. I padroni sostenevano che così facendo avrebbero infranto “tabù feudali”.
Inoltre Becker condivise i resoconti di testimoni oculari riguardo il dissidente Wei Jingsheng. Mentre viaggiava come Guardia Rossa, Jingsheng “rimase scioccato nel vedere donne e bambini affamati e nudi che mendicavano cibo in ogni stazione ferroviaria”. Un membro del personale sul treno sminuì l'umanità di coloro che morivano di fame, dicendo che erano “ex-proprietari terrieri e contadini ricchi, o semplicemente pigri, e che la fame faceva loro bene”.
Come la classe dirigente cinese comunista, la studentessa dell'Oberlin probabilmente non vedrà l'umanità negli altri tanto presto.
Come scrisse Dikötter: “Apparentemente tutto potrebbe essere giustificato in nome dell'emancipazione”.
Cosa possiamo imparare sul perché oggi tante persone siano così attaccate a opinioni contrarie ai fatti e alla ragione?
La follia non è limitata a chi è di sinistra. Oggi alcuni credono che Israele abbia assassinato Charlie Kirk.
Le intuizioni di Leonard Read e David Hume ci aiutano a comprendere il funzionamento della mente umana. Quando le persone espongono le motivazioni delle proprie posizioni, non significa che siano arrivate a esse attraverso la ragione.
Nel suo libro, Who's Listening, Read spiegava: “Dobbiamo solo riconoscere che le idee, buone o cattive, si impossessano dell'individuo; non il contrario. Non sono io a possedere un'idea; è lei a possedere me”.
David Hume la metterebbe così: viene adottata una passione come l'amore per Mao, l'odio per la civiltà occidentale, o l'odio per gli ebrei, e poi si trovano ragioni per giustificarla. Quando convinzioni politiche profondamente radicate sono guidate dalla passione, non c'è modo di convincere le persone a cambiare posizione.
Nel 1739, nel suo Trattato sulla natura umana, David Hume pubblicò la sua teoria secondo cui le nostre passioni (emozioni), non la ragione, sono il motore principale del processo decisionale. La teoria di Hume è riconosciuta dai filosofi come una delle più significative nella storia dell'intera filosofia. E oggi, le neuroscienze stanno confermando le idee di Hume.
Eppure, quasi tre secoli dopo, le sue intuizioni non sono ampiamente comprese dal pubblico in generale. Possiamo capirne il motivo. Ci sembra che prendiamo le nostre decisioni il più delle volte attraverso un pensiero razionale e deliberato; è l'altra persona, non noi, a essere stupida. Preferiamo pensare di essere i capitani delle nostre vite, esercitando il libero arbitrio attraverso la nostra razionalità. Le sfide alla nostra convinzione della razionalità ci mettono a disagio.
E allora, dove ci troviamo noi che cerchiamo di difendere la libertà dall'assalto di persone possedute da passioni illiberali?
Read propose un'utile analogia tra l'alta e la bassa pressione nei modelli meteorologici, dove la bassa pressione provoca tempeste e le alte pressioni le frenano: “Nel fervore dell'emozione, o della battaglia, gli individui tendono a creare aree di bassa pressione”.
Analogamente alle aree di bassa pressione ci sono individui di scarsa comprensione. L'assurdità nella mente degli esseri umani, onnipresente tra noi seppur spesso in qualche modo dormiente, si attiva, si scatena, si infuria, mentre si riversa in mentalità troppo vuote, o depresse, per preoccuparsi della differenza tra schiavitù e libertà.Non possiamo controllare il meteo. Tra persone di scarsa comprensione, ogni giorno si formano nuove aree di “bassa pressione”. Eppure, con la forza della nostra comprensione, possiamo creare aree di alta pressione per bloccare le passioni sociali illiberali.
Read ci metteva in guardia: “Le cattive idee non possono essere rese più sensate combattendo coloro che le esprimono. Il perfezionamento dell'autocomprensione rispetto alla riforma degli altri: il primo è possibile, la seconda è inutile”.
Il nostro scopo, spiegò Read, “è crescere nella consapevolezza, nella percezione, nella coscienza”.
La più grande minaccia alla libertà deriva dalla mancanza di rispetto per l'umanità altrui e dalle passioni non controllate dalla ragione. Solo coltivando la comprensione di sé gli individui possono resistere al fascino delle ideologie distruttive. La vera battaglia per la libertà si combatte quotidianamente nelle trincee delle nostre menti.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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The Duran: Regime Change Escalator w/ Robert Barnes
Not only is Robert Barnes a master litigator and top-notch attorney but one of the most in depth, articulate, well read and street-smart experienced political analysts in the nation. Whether it involves the institutionalized criminal machine cartels of the Democrats and Republicans or the deep state, he is a true polymath reminiscent of Murray N. Rothbard in his power elite analysis of Realpolitik and geopolitics. He is widely regarded and respected.
Barnes has just completed an in-depth examination of the pulse of D.C. through a round of confidential conversational dialogues and frank inquiries of a wide-range of top level and varied other actors of executive and legislative influentials regarding the international and domestic realities at play today. What he has to report is very important.
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Chi controlla l'opinione pubblica?
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/chi-controlla-lopinione-pubblica?)
Alcune delle più grandi opere di letteratura politica del XX secolo furono scritte durante anni di violenza, guerra e sconvolgimenti, tra il 1934 e il 1946. In quei periodi il mondo delle idee uscì dai giochi di società e iniziò a influenzare il destino di milioni di persone. Momenti che avrebbero diviso gli studiosi seri dagli impostori.
Durante una crisi, dal punto di vista della carriera, è sempre meglio tacere. Parlare apertamente significa rischiare tutto. Richiede più del coraggio, richiede la volontà di rischiare tutto per vedere le proprie idee realizzate nel mondo reale. È anche il momento in cui gli intellettuali possono avere il loro maggiore impatto sul mondo. Eppure, pochi lo fanno; pochi si fanno avanti quando sono più necessari.
Uno dei miei pensatori preferiti di tutto il sopraccitato periodo è F. A. Hayek, economista monetario dell'Università di Vienna che la lasciò (come molti) per trasferirsi a Londra, presso la London School of Economics. Lì si affermò rapidamente come alternativa a John Maynard Keynes, le cui nuove teorie contraddicevano l'intera economia classica.
Keynes era considerato il guru degli esperimenti fascisti in tutto il mondo, al punto da scrivere un'introduzione all'edizione tedesca del suo libro nel 1936, quando i nazisti erano saldamente al potere. Celebrò i regimi e il loro potenziale.
Al contrario Hayek rappresentava il liberalismo del vecchio mondo. Prima del suo trasferimento a Londra, Hayek si era impegnato a fondo su problemi teorici che riguardavano le strutture del capitale, le problematiche legate alla segnalazione dei tassi di interesse, la determinazione dei prezzi come strumento informativo, l'inapplicabilità del socialismo e altre questioni simili. Il suo lavoro in quell'area gli valse infine il Premio Nobel nel 1974.
Nel pieno della Seconda guerra mondiale Hayek fu allarmato nel vedere l'Inghilterra intraprendere la strada della pianificazione economica centralizzata, diversa per grado ma non per natura da quanto stava accadendo in Europa e negli Stati Uniti. Il nuovo sistema emerso dalla Grande depressione univa lo stato e i maggiori settori aziendali in un'unica unità gestita dall'alto.
La sua critica era che nessun pianificatore potesse possedere le conoscenze necessarie per far funzionare questi sistemi in modo da apportare benefici alla collettività. La risposta ai problemi sociali non era affidare il compito della pianificazione a intellettuali dotati di risorse e potere, come si stava facendo in tutto il mondo. I loro piani avrebbero necessariamente scavalcato la pianificazione di individui e famiglie.
Ciò lo spinse ad affrontare questioni riguardanti i problemi della conoscenza in senso più generale. In una società sana, funzionante e prospera, dov'è che risiede la conoscenza delle risorse, dei modelli di rischio, delle tecnologie e la consapevolezza delle condizioni mutevoli? Non presso statisti e burocrati, disse, ma presso individui e comunità – attingendo al pozzo dell'esperienza umana – che sono più consapevoli delle condizioni uniche di tempo e luogo.
Fino a quel momento Hayek era noto soprattutto a ricercatori accademici ed economisti. Ma nel 1944 pubblicò un libro che divenne un bestseller in tutto il mondo. Il titolo era The Road to Serfdom. Fu ampiamente distribuito anche negli Stati Uniti, grazie a una versione abbreviata apparsa sul Reader's Digest.
Ogni libro ha un suo elevator pitch. Quello che accompagnava il libro di Hayek suonava più o meno così: se gli stati occidentali continuano a espandere gli Stati sociali, si trasformeranno in una sorta di socialismo che distruggerà la democrazia politica e la libertà in generale.
Nonostante questa sintesi, non è questo il vero messaggio del libro. La sua critica era molto più sofisticata. Ciò che rende strana la reputazione del libro è il fatto che contraddica persino il testo. Lo stesso Hayek affermava che un sistema di welfare limitato e universale per la società può mitigare gli impulsi rivoluzionari e stabilizzare la società stessa.
Non sono d'accordo con questa opinione, ma è un punto che vale la pena discutere.
Il suo vero punto, se vogliamo davvero fare un discorso da ascensore, è che gli attacchi alla libertà economica erodono sempre e comunque le libertà politiche e civili in generale. Potrebbero essere ben intenzionati e le persone che gestiscono i sistemi di pianificazione potrebbero essere le migliori e le più brillanti. Scavalcando i sistemi di segnalazione del mercato e calpestando i titoli di proprietà, elevano necessariamente alcuni a governare sugli altri. La via verso la schiavitù potrebbe non essere il piano, ma può esserne il risultato.
Il libro dedica molto tempo all'esame del rapporto tra libertà e flussi di informazioni necessari all'evoluzione sociale. La conoscenza migliore è quella che nasce dall'esperienza di un problema in sé. Chi ne sa di più di agricoltura: l'Organizzazione Mondiale della Sanità o un agricoltore? Chi progetterà l'edificio più adatto a resistere alle intemperie costiere degli Stati Uniti meridionali: un professore di Harvard o un costruttore locale?
Si capisce il punto di Hayek, ma come lui stesso ha sottolineato, all'epoca sembrava che tutti i governi del mondo fossero ormai convinti che esperti iperintelligenti e qualificati potessero sempre strutturare un sistema sociale ed economico meglio di chiunque altro sul campo. Questo era il suo obiettivo.
Il libro è brillante sotto molti aspetti, ma c'è un capitolo che mi fa davvero venire i brividi. Riguarda il tema della verità: in particolare mette in guardia dalla fine della verità. Scrive che ogni sistema totalitario deve prendere il controllo dell'opinione pubblica. È un tema su cui tutti dovremmo riflettere.
“Per far funzionare in modo efficiente un sistema totalitario”, scrisse Hayek, “non è sufficiente che tutti siano costretti a lavorare per gli stessi fini. È essenziale che le persone arrivino a considerarli come propri fini”.
Ciò richiede diversi passaggi. Deve esserci un'ideologia, ovvero un sistema di credenze artificiale che definisca un nuovo paradiso, un possibile inferno e un modo per raggiungere l'uno ed evitare l'altro. Deve esserci propaganda attorno a tale ideologia, diffusa attraverso ogni possibile canale. E deve esserci censura delle opinioni contrastanti.
Tutti e tre questi elementi sono necessari per un totalitarismo coerente che cerchi di gestire l'opinione pubblica. Hayek scrisse che tutti questi tentativi attaccano necessariamente la verità e la morale: “Sono distruttivi di ogni morale perché minano uno dei fondamenti di ogni morale: il senso e il rispetto per la verità”.
Infatti il sistema totalitario deve sostituire tutte le vecchie verità, o quelle concorrenti, con un'unica verità definita dal partito al potere in base ai propri fini: “La parola stessa ‘verità’ cessa di avere il suo antico significato. Non descrive più qualcosa che si può trovare, con la coscienza individuale come unico arbitro nel decidere se, in un caso particolare, l'evidenza (o la reputazione di coloro che la proclamano) giustifichi la fiducia; diventa qualcosa da stabilire per autorità, qualcosa a cui bisogna credere nell'interesse dell'unità dello sforzo organizzato e che può dover essere modificato a seconda delle esigenze di questo sforzo organizzato”.
Concluse con un'osservazione: qualsiasi sistema collettivista “finisce per distruggere la ragione perché fraintende il processo da cui dipende la crescita della ragione stessa”. Questo perché quest'ultima è possibile solo attraverso una mente individuale, una singola persona in grado di esprimere una valutazione. Affidare tale compito a un'agenzia, a una fonte mediatica, o a un governo, indebolisce la capacità della ragione e della verità di emergere dalla libera evoluzione dell'interazione e del pensiero volontari.
Tenete presente che Hayek scrisse in un periodo in cui la censura era molto diffusa in tutte le nazioni. Il suo obiettivo non era solo il sistema nazista e quello sovietico, ma anche i problemi emergenti nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Questo era il suo monito: “In questo modo ci stiamo avviando lungo la strada verso la schiavitù”.
Mentre leggevo l'infuocato capitolo di Hayek, continuavo a pensare ad esempi dei nostri tempi. Ce ne sono molti che sono più evidenti oggi di quanto lo sarebbero stati anche solo pochi anni fa.
Quante volte avete sentito dire che credere nel cambiamento climatico causato dall'uomo, risolvibile con la deindustrializzazione, è l'unica verità e che chiunque ne dubiti è un dissidente pazzo e confuso? L'ho sentito proprio stamattina alla radio.
Oggigiorno circolano molti postulati di questo tipo, punti a cui si suppone si debba credere anche se si hanno dubbi sulle prove. La salute pubblica ne è un buon esempio. Le guerre sui vaccini non riguardano più la salute; riguardano l'aderenza alle norme e la vergogna per chi nutre dubbi.
La minaccia del totalitarismo non scompare mai del tutto. La vediamo oggi in molti Paesi del mondo e ne avvertiamo la minaccia anche in Unione europea. Di certo abbiamo vissuto qualcosa di simile nei giorni più difficili della risposta alla pandemia.
Un segno del pericolo è sempre la richiesta di credere in questo o quello per essere un buon cittadino e contribuire al grande progetto. I tre elementi di Hayek – ideologia, propaganda e censura – sono i segnali che qualcuno sta tentando di manipolare l'opinione pubblica per scopi totalitari.
Uno stato totalitario non tollera alcun dissenso. Finché siamo liberi di dissentire – e un popolo libero deve necessariamente esercitare tale libertà – non siamo ancora sprofondati nel totalitarismo. Quando finalmente arriverà – e in UE ci stiamo andando molto vicini – sarà troppo tardi per fermare tale processo.
Hayek apparteneva a una generazione di rari intellettuali che sapevano per certo che la battaglia delle idee non è un semplice gioco da salotto. Si oppose ai poteri forti e fece un'enorme differenza, a caro prezzo. Lo stesso dobbiamo fare tutti noi.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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Lagarde e l'euro: perché la BCE non fornirà mai una valuta di riserva globale
La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lagarde-e-leuro-perche-la-bce-non)
La Presidente della BCE, Christine Lagarde, ha nuovamente invocato un ruolo di leadership per l'euro nell'economia mondiale. Secondo la sua valutazione, l'Eurozona è oggi un osservatore passivo, costretto a subire gli shock provenienti da Washington e da altri centri finanziari. Diamo uno sguardo al mondo oscuro dei funzionari della BCE, che si considerano delle vittime.
Si presentano come i padroni del denaro: i banchieri centrali. La loro influenza sulla politica e sugli sviluppi economici del mondo reale non deve essere sottovalutata, soprattutto in tempi di debito pubblico in forte espansione. Sono il baluardo della politica, sono loro che, attraverso massicci interventi sui mercati monetari e obbligazionari, cercano di mantenere a galla i bilanci pubblici, a lungo sprofondati nella palude del debito. E sono sempre più in competizione tra loro adesso.
USA contro UE
Da quando gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, hanno chiarito inequivocabilmente che la politica di “baci e abbracci” transatlantici appartiene al passato – alla luce della censura europea, dell'ampio interventismo statale e della trasformazione verde – la politica monetaria della BCE è stata sottoposta a un esame più approfondito da parte dei mercati.
La presidente della BCE, Christine Lagarde, è intervenuta a un evento organizzato da Business France a Parigi, pronunciando un discorso che ha suscitato scalpore a livello internazionale.
In un momento in cui la credibilità politica è sempre più oggetto di negoziazione sui mercati dei capitali, tali apparizioni inviano segnali che vanno ben oltre la sala conferenze.
Nel suo discorso Christine Lagarde ha dipinto un quadro generale insolito, una narrazione che si inserisce chiaramente nella guerra monetaria in corso contro gli Stati Uniti. Tra le righe, ha ipotizzato una generale perdita di fiducia nel dollaro, senza nominare esplicitamente il presunto colpevole. Ha insinuato che l'abbandono della politica climatica e la deregolamentazione dell'economia statunitense da parte di Donald Trump siano stati irregolari, minando la fiducia degli investitori nel mercato dei capitali americano.
Gli Stati Uniti stanno guadagnando terreno
Niente di tutto ciò potrebbe essere più lontano dalla realtà, però. L'economia statunitense sta attualmente crescendo di quasi il 4%, con investimenti di circa il 14% superiori alla media di lungo termine. Una potenza economica definita da stabilità e fiducia.
E tutto questo è una spina nel fianco per gli osservatori monetari nella Torre d'avorio della BCE e per i pianificatori centrali della Commissione europea a Bruxelles. Mentre il dinamismo alimentato dai mercati sta tornando negli Stati Uniti dopo gli anni soffocanti dell'amministrazione Biden, il modello europeo – guidato dalla pianificazione centralizzata e dal dogma della CO₂ – rimane profondamente impantanato nelle distorsioni economiche. Il divario transatlantico è evidente.
È davvero bizzarro quando Christine Lagarde parla di essere un'“osservatrice impotente” delle decisioni politiche prese altrove, soprattutto a Washington. La sua istituzione, la Banca Centrale Europea, che da tempo si è fusa con l'architettura di potere di Bruxelles in un'unità politica, svolge un ruolo centrale nel sostenere l'agenda eco-socialista di Bruxelles attraverso massicci interventi sul mercato obbligazionario.
La BCE non è stata una spettatrice, ma un'attiva artefice di questo corso di eventi. Mentre oggi la Lagarde finge il ruolo di osservatrice impotente, la sua banca è in realtà uno degli attori chiave che mantengono in vita questo fragile sistema, ora in rovina sotto i suoi occhi.
L'UE fa la vittima
L'Unione europea e la BCE amano impersonare il ruolo delle vittime. Gli stessi attori che riversano sui cittadini europei misure pesanti come il monitoraggio delle chat private, o leggi sulla censura come il Digital Services Act e il Digital Markets Act, proteggendo il loro potere dalle critiche, si presentano come vittime.
Ciò che Christine Lagarde chiede non è altro che un ulteriore radicamento dell'unione monetaria, il prossimo passo verso un'unione bancaria completa. Questa è la preparazione per ciò che Bruxelles ha già pianificato in sordina: il graduale consolidamento dei debiti nazionali sotto la supervisione della Commissione europea, mantenuti liquidi dalla stampante monetaria della BCE – un progetto di potere a cui Bruxelles e Francoforte si sono impegnati da tempo, a scapito del controllo democratico e della sovranità nazionale.
L'euro come valuta di riserva globale
Christine Lagarde vede l'euro come destinato a diventare una nuova valuta di riserva globale – una valuta, però, che ha perso il suo principale acquirente, la Russia, dopo la cessazione delle importazioni di gas russo e da allora l'euro ha gradualmente perso importanza a livello globale. Questo impulso è previsto, tra le altre cose, attraverso l'introduzione di stablecoin in euro, eurobond e riforme strutturali nell'economia dell'Eurozona.
La Lagarde lascia senza risposta la questione di chi effettivamente attuerà queste riforme strutturali. Probabilmente ha fatto riferimento al pacchetto di investimenti da €800 miliardi presentato dal suo predecessore Mario Draghi come una panacea universale per i problemi dell'Europa.
A Bruxelles, il consiglio di Draghi viene seguito, sprofondando a capofitto nell'indebitamento: il bilancio settennale previsto dalla Commissione europea ammonta a €2.000 miliardi, di cui €750 miliardi per l'economia climatica e €130 miliardi per il complesso militare-industriale della nuova economia clientelare.
Alla BCE nessuno nota la contraddizione: come può l'euro diventare una valuta di riserva globale affidabile in mezzo a queste montagne di debiti? Rappresentano niente meno che una massiccia espansione dell'offerta di moneta, esercitando una crescente pressione sul deprezzamento della valuta.
Chi deterrebbe volontariamente una valuta i cui debiti non sono garantiti né da garanzie reali, né da fonti energetiche, ma sostenuti esclusivamente da un contribuente europeo economicamente esausto e dalla stampa di moneta della sua banca centrale?
L'eredità velenosa di Draghi
Christine Lagarde e i suoi colleghi hanno ereditato il lascito velenoso del principio “Whatever it takes” di Draghi: il sostegno illimitato del debito statale tramite la stampa di moneta è diventato il fondamento della politica monetaria e fiscale europea. Mentre la Federal Reserve dimostra la stabilità dell'economia statunitense con tassi di interesse reali positivi, la BCE rimane l'indispensabile sostegno all'economia europea in contrazione e agli stati fortemente indebitati, un garante per il finanziamento di numerosi programmi socialisti nell'agenda delle varie capitali europee e di Bruxelles.
La BCE non è solo la custode dell'euro; è la rete di sicurezza e l'ancora di salvezza di un sistema che sarebbe crollato senza un sostegno monetario permanente. E i mercati, questo, lo sanno.
Di conseguenza quando la Lagarde parla di affrontare i problemi economici interni attraverso riforme appropriate, il mondo lo sa: la pompa di denaro verrà attivata per inondare i canali di sussidi prosciugati dall'economia clientelare verde. Capitale perso, fiducia persa. Con questo modus operandi, l'euro non diventerà mai una valuta di riserva globale.
I numeri lo confermano: circa l'84% del commercio globale è ancora fatturato in dollari e l'euro rappresenta circa il 7%, ben lungi dal competere con il biglietto verde.
Sebbene le riserve monetarie globali mostrino un quadro leggermente diverso – il 58% in dollari e il 20% in euro – ciò non cambia il verdetto: l'euro non è un vero concorrente del dollaro.
L'euro digitale è l'ultima speranza di sopravvivenza per la Commissione europea
La frattura ideologica tra Stati Uniti e UE diventa pienamente visibile una volta che la BCE introdurrà l'euro digitale. Dietro la facciata tecnocratica non si nasconde un mero passo di modernizzazione, ma un tentativo di ottenere il pieno controllo sui trasferimenti transfrontalieri, impedire la fuga di capitali e affermare la moneta unica europea come strumento politico di disciplina.
Il piano è chiaro: coloro che si oppongono politicamente – che si tratti del dogma climatico di Bruxelles, della guerra in Ucraina, o della crescente centralizzazione del potere – perderanno l'accesso al proprio wallet digitale, completamente controllabile in qualsiasi momento dall'alto. Un piano diabolico che mina la sovranità individuale, ormai prossimo al completamento.
Proprio come la censura, il monitoraggio delle chat e la mania di regolamentazione eco-socialista, ciò porterà inevitabilmente a un fiasco socio-politico.
Il Parlamento europeo ancora discute sull'introduzione del monitoraggio delle chat, o, in altre parole, la fine della privacy così come la conosciamo. Tutte le fazioni metteranno le carte in tavola e vedremo chi sta veramente dalla parte dei cittadini, chi difende i valori di una civiltà libera e chi sostiene i fondamenti della libertà civica. Molto probabilmente non saranno gli eurocrati.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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The “Deep Politics” Reality of our Foreign Policy with the Third World since the end of World War II has been Narco-Centric, behind the Cold War/War on Terror Public Facade or Rationale
Mike Benz — Riots, Revolution & A World on Fire This Week
Mike Benz — CIA Cocaine Trade in Venezuela Complicates Maduro Charges
Mike Benz chat with Grant Stinchfield tonight (1/8/26) on NewsMax
Trump needs to wake up from the deep sleep slumber engendered by the deep state. For almost 100 years, the US has had a narco-centric foreign policy.
American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection, and the Road to Afghanistan, by Peter Dale Scott
https://www.amazon.com/American-War-Machine-Connection-Afghanistan/dp/0742555941
The Politics of Heroin: CIA Complicity in the Global Drug Trade, by Alfred W. McCoy
https://www.amazon.com/Politics-Heroin-Complicity-Global-Trade/dp/1556524838
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AIG’s involvement to US covert operations stretches back to World War II, in its roots as C.V. Starr, the intelligence-related proprietary founded by OSS agent Cornelius Vander Starr. The Starr proprietary was connected to CIA/OSS figures Paul Helliwell and Tommy Corcoran. The notorious CIA fronts connected to C.V. Starr, including Civil Air Transport, Sea Supply, and Air America/Pacific Corp were exposed by Peter Dale Scott in his book Drugs, Oil, and War: The United States in Afghanistan, Colombia, and Indochina. It is also a huge financial “pass-through”, whose counter-parties include Goldman Sachs and (not surprisingly) the same major financial institutions that are the top recipients of the US government’s TARP bailout.
It is no surprise that Barack Obama is the top recipient of AIG funds. AIG’s money also lines the pockets of other members of the Obama administration, and prominent members of Congress, including Senator Christopher Dodd, who has been accused of a sweetheart deal aiding AIG.
For more on intelligence asset Barack Obama’s Wall Street connection, see Charles Gasparino’s book, Bought and Paid For: The Unholy Alliance Between Barack Obama and Wall Street.
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